La Grecia sta esplorando piani per stabilire centri di rimpatrio in Africa
Il 19 novembre il ministro greco dell’Immigrazione e dell’Asilo Thanos Plevris
dichiara all’emittente pubblica Ert che Atene sta valutando l’istituzione di
centri di rimpatrio per migranti in Africa 1.
In questa iniziativa la Grecia non è sola: un progetto analogo è portato avanti
anche dalla Germania.
Atene sta lavorando per aprire un dialogo con alcuni stati africani, considerati
sicuri che potrebbero ospitare nuovi centri per il rimpatrio. Come affermato
dallo stesso ministro, gli arrivi delle persone migranti nella penisola sono in
calo (32 mila persone nel 2024, contro 12mila nel 2025) ma questa nuova
procedura dovrebbe funzionare da deterrente efficace contro l’immigrazione
“illegale” verso l’Europa.
«Abbiamo avviato un’iniziativa, in stretta collaborazione con la Germania, per
creare un centro di ritorno (un “return hub”) per migranti irregolari fuori dai
confini dell’Unione Europea, in Africa.»
Thanos Plevris, Reuters 2.
Infatti, seguendo le dichiarazioni di Plevris, il fatto stesso che gli hub di
rimpatrio siano situati fuori dell’Unione Europea dovrebbe disincentivare le
partenze. Inoltre, si tratterebbe di un progetto ideato dai singoli stati membri
dell’Unione, che non fa parte di una linea politica comune.
Tuttavia, l’8 dicembre durante il Consiglio “Giustizia e affari interni” i paesi
membri dell’Ue hanno finalizzato la loro posizione su un regolamento volto a
rendere maggiormente uniformi le procedure per i rimpatri 3.
Notizie/Regolamenti UE
“PAESI SICURI” E RIMPATRI: LA NUOVA STRETTA DELL’UE
Un altro passo verso un sistema che si baserà su detenzione, deportazioni e
sorveglianza
Redazione
10 Dicembre 2025
Il provvedimento impone obblighi a chi non ha il diritto di rimanere,
introducendo strumenti di cooperazione tra stati membri. Nel pratico, si
procederà a elaborare una lista comune di paesi di origine sicure e verranno
individuati paesi terzi sicuri, in cui istituire dei return hub (centri per il
rimpatrio).
In sostanza, la Grecia punta a operare in alcuni stati africani con una modalità
analoga a quella adottata dall’Italia in Albania.
Sebbene l’accordo debba essere negoziato con il Parlamento europeo, esso
conferma la volontà di proseguire lungo una direzione ormai consolidata,
incentrata su sorveglianza, detenzione e militarizzazione più che su politiche
di inclusione delle soggettività in movimento. Si tratta, in definitiva,
dell’ennesima tappa di una strategia adottata da tempo, che continua a
rafforzarsi.
Sul tema della mobilità globale e in particolare delle migrazioni verso
l’Europa, è necessaria una premessa: molti dei flussi attuali sono il risultato
di processi storici e politici di lunga durata, di profonde disuguaglianze
sociali e di persistenti rapporti di dipendenza neocoloniale. A ciò si somma la
quasi totale assenza di vie legali per raggiungere l’Europa.
Questo restringimento delle possibilità ha di fatto schiacciato le procedure
giuridiche sulla richiesta di protezione internazionale. L’aumento degli arrivi
in Europa, a partire dal 2015, ha accelerato un processo politico mirato a
limitare l’accesso ai paesi UE.
Negli anni l’Unione ha infatti stanziato fondi sempre più ingenti per
esternalizzare le frontiere, mediante accordi con i paesi terzi e per
militarizzare i confini.
Tratta dall’inchiesta “Greece a testing ground for smart surveillance
technologies” pubblicata su Solomon
Un esempio di ciò è rappresentato dall’aumento del budget di Frontex, agenzia
che controlla le frontiere esterne dello spazio Schengen e dell’Unione Europea:
il suo bilancio è passato da 98 milioni nel 2014 a 750 milioni nel 2015
(Nicolosi, 2023). Tuttavia, i flussi migratori non si sono fermati e la Grecia,
per la sua posizione Geografica è uno dei paesi maggiormente coinvolti.
I paesi di frontiera rappresentano spesso il banco di prova delle politiche
europee in materia di migrazione, da cui traggono beneficio anche gli stati
membri che non sono destinazioni di primo approdo, come la Germania.
Nel dibattito pubblico, il tema migratorio è stato progressivamente riformulato
come una minaccia alla sicurezza dell’intera Unione; si conseguenza, assistiamo
a una crescente militarizzazione dei confini.
Nella pratica, ciò si traduce in ingenti investimenti per l’acquisto di nuove
misure si sorveglianza, da recinzioni e sensori, fino a droni e sistemi di
controllo basati sull’intelligenza artificiale, per monitorare e impedire i
passaggi di persone attraverso le frontiere europee.
In particolare, il confine di terra tra Grecia e Turchia, lungo il fiume Evros,
è conosciuto per essere fornito di un importante sistema di recinzioni e sensori
ad alta tecnologia per individuare e fermare l’immigrazione irregolare
attraverso telecamere ad ampio raggio, sensori termici e droni.
Il “modello Evros” inaugura un modello definito “frontiera intelligente” che
riflette una crescente dipendenza dalle tecnologie avanzate, soprattutto AI, per
gestire e scoraggiare le migrazioni. Questo tipo di cambiamento solleva
importanti questioni etiche legate alla tutela dei diritti.
La scelta di istituire centri di rimpatrio in paesi terzi ritenuti “sicuri” e di
ricorrere a tecnologie avanzate per il controllo delle frontiere è pienamente
coerente con la logica dell’esternalizzazione, che sposta le attività di contro
oltre i confini dell’Unione.
Questo processo comporta il diretto coinvolgimento di stati terzi, ai quali l’Ue
fornisce attrezzature e formazione affinché possano intercettare e bloccare i
migranti prima che raggiungano il territorio europeo.
Secondo quanto mostrato da un’inchiesta di Salomon 4 a Evros questo genere di
controllo delle frontiere si è dimostrato efficace, per tanto la Grecia sta
espandendo questo progetto ai suoi confini settentrionali, nell’ambito del
progetto “E-Surveillance” dell’Unione Europea (per 35,4 milioni di euro).
Tratta dall’inchiesta “Greece a testing ground for smart surveillance
technologies” pubblicata su Solomon
In particolare le attrezzature utilizzate sarebbero: veicoli 4×4 con telecamere
termiche, droni e sistemi in grado di comunicare in tempo reale con i centri di
comando fissi regionali e nazionali.
La regione di Evros, inoltre, rappresenta più di un banco di prova: questi
dispositivi di controllo verranno utilizzati anche per trattenere le persone
all’interno del territorio greco, limitando gli spostamenti verso i Balcani e
oltre.
Questo sistema diventerà pienamente operativo nel 2027 e agisce automatizzando
ciò che dipendeva dall’osservazione umana: l’attraversamento della frontiera
verrà rilevato da una telecamera, tracciato con un drone e trasmesso in tempo
reale a un centro di comando.
La frontiera settentrionale della Grecia è da anni un punto di transito per chi
tenta di raggiungere l’Europa occidentale attraverso la rotta balcanica. In
quest’area Atene ha spesso tollerato i passaggi, considerandoli un modo per
alleggerire la pressione degli arrivi sul proprio territorio.
Tuttavia, le pressioni politiche, in particolare da parte della Germania, sono
cresciute: Berlino chiede una riduzione dell’immigrazione secondaria dalla
Grecia, sostenendo che i rimpatri debbano aumentare. Ad esempio, nel 2024 la
Germani ha ricevuto 25.000 domande di asilo sa persone già riconosciute come
rifugiate in Grecia.
In questo contesto, la creazione di hub di rimpatrio in paesi tersi appare come
una soluzione vantaggiosa per entrambi i governi, capace di ridurre le tensioni
politiche.
Quello che desta preoccupazione è il costo umano che hanno questo tipo di
provvedimenti. Lungo la rotta balcanica si registrano in modo sistematico
episodi di violenza denunciati dalle persone in movimento, mentre nel
Mediterraneo sono molteplici i naufragi e i respingimenti che avvengono sotto lo
sguardo dei sistemi di sorveglianza europei e in molti casi con il
coinvolgimento dell’agenzia europea per il controllo delle frontiere.
Le organizzazioni che si occupano di tutela dei diritti umani e della
salvaguardia dei diritti dei migranti, come ad esempio Amnesty International 5,
avvertono che la tecnologia contribuisce pienamente alle violazioni dei diritti
umani sulle frontiere, poiché si tratta di strumenti privi di compassione e
guidati da politiche la cui logica di base è quella della deterrenza, non della
protezione.
I centri di rimpatrio hanno una funzione analoga: che siano collocati in suolo
europeo, oppure in paesi terzi si tratta di misure di confinamento e controllo
dei corpi migranti.
Sono numerosi i report delle ONG che lavorano in territorio greco e si occupano
di documentare le condizioni di detenzione amministrativa all’interno dei
Pre-Removal Detention Centers (PRDCs) e di confinamento forzato nei Controlled
Access Centers (CCACs).
Approfondimenti
GRECIA. IL CLOSED CONTROLLED ACCESS CENTRE (CCAC) DI VASTRIA
Un modello della politica migratoria europea
Maria Giuliana Lo Piccolo
2 Settembre 2025
In generale, quello che emerge è una particolare reticenza nel permettere
l’ingresso degli operatori umanitari all’interno di queste strutture, in molti
casi le informazioni sulle condizioni di vita all’interno dei centri vengono
ricavate dalle interviste svolte direttamente con i detenuti.
Inoltre, molto spesso le organizzazioni richiedono l’accesso ai dati delle
autorità e del ministero riguardanti il numero dei rimpatri e i dati demografici
della popolazione rimpatriata, ma le risposte risultano incomplete e arrivano in
ritardo.
Nella maggior parte dei casi, i monitoraggi mostrano che le detenzioni si
protraggono oltre i limiti previsti, anche per persone particolarmente
vulnerabili; l’assistenza legale è insufficiente e le informazioni sui diritti
sono scarse; il supporto psicologico e sanitario risulta inadeguato; le
condizioni materiali di esistenza sono precarie, senza alcuna attenzione ai
bisogni fondamentali e i maltrattamenti sono all’ordine del giorno.
L’utilizzo degli hotspot è stato introdotto al livello europeo nel 2015, anno
dell’inizio della crisi migratoria, che oggi sembra aver assunto i connotati di
una crisi dell’accoglienza. In questo modello gli hub fungono contemporaneamente
da strutture di accoglienza e di detenzione, normalizzando delle condizioni di
esistenza caratterizzati dalla totale assenza di salute, intesa come benessere
generale degli individui.
Inoltre, la pratica consolidata dei respingimenti alla frontiera favoreggia la
detenzione illegale dei migranti in strutture del tutto informali e spesso
nascoste, in cui le violenze sono continue.
Nonostante il lavoro di advocacy e sensibilizzazione delle organizzazioni della
società civile, dall’estate 2024 sono aumentati gli episodi di violenza alle
frontiere, che hanno causato morti e feriti gravi.
In generale, l’utilizzo degli hotspot, della detenzione amministrativa e l’uso
strumentale delle forze di polizia svela la presenza di un modello basato sulla
sistemica violazione dei diritti delle persone, operata per ragioni di
deterrenza.
Alla luce di ciò è necessario porsi un interrogativo fondamentale: in che modo
le nuove procedure sui rimpatri e l’istituzione dei return hub in paesi terzi
dovrebbe inaugurare un modello maggiormente rispettoso dei diritti umani e del
diritto di asilo delle soggettività in movimento?
Il CCAC di Samos (Refugee Support Aegean)
1. Greece and Germany plan migrant return centers in Africa, eKathimerini (19
novembre 2025) ↩︎
2. Qui l’articolo ↩︎
3. Council clinches deal on EU law about returns of illegally staying
third-country nationals, Council of the EU (8 dicembre 2025) ↩︎
4. Greece a testing ground for smart surveillance technologies, Solomon (29
novembre 2025) ↩︎
5. Global: New technology and AI used at borders increases inequalities and
undermines human rights of migrants, Amnesty International (maggio 2024) ↩︎