
Catania, intervento in grande stile nell’operazione di polizia denominata ‘Safe Zone’
Pressenza - Monday, January 5, 2026Il 15 Dicembre la Questura di Catania annunciava, tramite i propri social, di avere effettuato l’operazione denominata “Safe Zone”, impiegando più di 250 agenti, consistente in 39 arresti e misure cautelari in carcere, eseguiti su ordinanza della Procura di Catania, a firma del Gip Daniela Monaco Crea. L’annuncio dell’operazione veniva ripreso “ a reti e siti di informazione locali unificati”, tramite i quali si annunciava alla cittadinanza che veniva smantellata una rete di extracomunitari di origine africana dedita allo “Spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione, rapina e ricettazione” ad opera di “pusher cattivi e pericolosi”.
L’operazione, dopo anni di “retate” nelle quali si procedeva a chiudere il quartiere ed a portare in questura chiunque non avesse i documenti in regola, è fondata su delle indagini tramite intercettazioni ambientali. Una operazione resa necessaria da un problema di ordine pubblico e volta a incarcerare pericolosi delinquenti, insomma. O no?
Come Sportello Sociale San Berillo, anche in virtù della nostra ultradecennale presenza in quartiere e della conoscenza personale delle sue dinamiche e dei suoi abitanti, ed avendo letto le pagine dell’ordinanza, vogliamo contestare questo tema giudiziario. Lo diciamo subito: l’operazione Safe Zone è un’altra operazione “svuota quartiere”, effettuata sulla base delle pressioni politiche della destra al governo al Comune e dei gruppi speculativi che sempre più voracemente acquistano immobili in vista di speculazioni future e di una auspicata “riqualificazione” che veda pianamente attuati i progetti Pui e Pnrr.
Innanzitutto non esiste nessuna “rete” che unifichi tutti e 39 gli imputati. E’ la stessa ordinanza del Gip a non formulare nessuna ipotesi di reato associativo ed a distinguere le posizioni degli imputati, le quali sono molto differenti tra di loro.
Diamo un poco di numeri: innanzitutto va notato come su questi 39 soggetti siano tutti accusati di spaccio al dettaglio, le accuse inerenti i reati di furto, rapina, ricettazione riguardano solo 7 di questi individui. Tutti sono comunque indagati per reati di strada, di “piccolo calibro”. Continuiamo con il notare che le accuse inerenti lo spaccio di droghe sintetiche (crack, cocaina) riguardano 14 individui dei 39, quindi una minoranza. A questa minoranza appartengono 6 dei 7 accusati di altri reati di furto, rapina, ricettazione. Di questi 39, 34 appaiono “senza fissa dimora”. Per inciso noi sottolineiamo il fatto che la compravendita di hashish e mariuana in stati più civili del nostro è già adesso legale, perchè queste sostanze causano meno danni alla salute di sostanze legali come alcool e tabacco.
La stretta repressiva delle destre e delle sinistre proibizioniste contro queste sostanze impedisce che la collettività tragga profitto dalla loro produzione e commercializzazione, dà vita al fenomeno dello spaccio per strada, riempie le carceri italiane e causa una spesa di giustizia enorme che grava su tutta la cittadinanza, crea una emergenza sociale che sarebbe agevolmente evitabile. L’assurdità non è che la gente consumi e venda una sostanza che non è dannosa ed è usata da millenni, ma che si spendano soldi pubblici per criminalizzarla. Ma torniamo ai numeri.
Dei 39 indagati, lo ripetiamo, nessuno è stato trovato in possesso di mirabolanti somme di denaro e ben 35 sono senza fissa dimora. 14 spacciavano altre sostanze (chimiche) e chissà che non ne facciano uso, anche perchè la quasi totalità (6 su 7) di quelli che compiono reati contro il patrimonio appartengono, secondo le accuse, a questi 14. Chiunque guardi queste cifre con oggettività non può non vedere che a San Berillo non c’è una criminalità organizzata di tipo mafioso che si arricchisce sulle spalle di chi vive delle dipendenze: c’è quello che c’è negli altri quartieri di Catania, da san Cristoforo a Nesima. C’è povertà estrema. C’è un problema di senza fissa dimora. C’è un problema di dipendenza da droghe pesanti. C’è un problema di regolarizzazione di migranti che spesso lavorano precariamente ed a stagione nell’agricoltura e nel turismo o nell’edilizia ma che non riescono ad avere accesso ai permessi di soggiorno, alle carte di identità, ai contratti di affitto della casa. Questo in una città nella quale rispetto alla povertà diffusa il sindaco appartiene al partito che ha fatto le lotte per togliere il reddito di cittadinanza a decine di migliaia di famiglie, non c’è un intervento pubblico che non sia quello di interventi di “risanamento” che minano a spianare ancora di più la strada alle politiche del turismo e della gentrificazione, non c’è una politica di contenimento del costo degli affitti ed è quasi impossibile trovare una abitazione che non sia stata adibita a b&b, è sparita l’informazione e la prevenzione sull’uso delle droghe pesanti ed i Sert sono stati svuotati di fondi e di personale. San Berillo ha gli stessi problemi che ha tutta Catania, solo amplificati.
Certo, c’è chi lucra facendo circolare le droghe pesanti ma non sono i “pesci piccoli” che vendono una stecchetta in quartiere e poi la notte dormono in una casa in rovina. A questo proposito i giornali ci informano, di sfuggita e con tre righe, che c’è una inchiesta parallela che riguarda dieci fornitori, quasi tutti Italiani. Non sappiamo se nei confronti dei “pesci grossi” che rifornivano il quartiere di sostanza e, quindi, lucravano cospicuamente ed erano presumibilmente legati ad organizzazione mafiosa, siano stati scatenati 250 agenti e siano stati trattenuti in carcere. Ci auguriamo riescano a dimostrare la propria innocenza ma nel frattempo constatiamo come i giornali, la questura e la procura, tacendo quasi del tutto il loro ruolo e dando enorme rilievo alla parte dell’operazione che riguardava migranti senzatetto, si siano resi strumento del razzismo istituzionale che conosce due pesi e due misure.
Veramente queste 39 misure cautelari sono tutte giustificate? Noi abbiamo letto le carte della procura ed il quadro probatorio ci sembra sinceramente ridicolo con testimoni che indicano generici “individui di origine africana” senza sapere fare concretamente i nomi di chi ha compiuto cosa. E’ chiaro che gli avvocati faranno carta straccia di queste accuse ma nel frattempo la nostra sensazione è che la Procura di Catania si sia resa complice di un “rastrellamento” effettuato su basi per lo piu’ razziali.
Certo, nella nostra esperienza quotidiana viviamo il quartiere e sappiamo che il degrado, specie tra gli assuntori di droghe pesanti, esiste. Ma sappiamo anche che secondo i numeri diffusi dalla procura stessa la maggior parte degli arrestati hanno imputazioni lievi. Noi che frequentiamo il quartiere sappiamo che sono lavoratori, alcuni padri di famiglia, alcuni colpevoli solo di avere amicizie in quartiere e di essere stati assimilati a spacciatori per essersi seduti su un gradino a fumarsi una canna con gli amici. Altri, forse, responsabili di essersi venduti una canna e trattati come se fossero membri del cartello di medellin invece che affrontare il giudizio che affronterebbe chi, da italiano, avesse compiuto gli stessi atti. Questi li riteniamo parte attiva del quartiere e della società e li vogliamo vedere al più presto liberi: perchè sono parte sana della comunità e non fanno parte del passato di degrado di San Berillo ma del suo futuro non di speculazione ma di integrazione!