Tag - Non discriminazione

Cagliari: sit-in contro il Ddl Bongiorno. Senza consenso è stupro
Il consenso non si cancella e senza consenso è stupro! Realtà femministe e transfemministe, centri antiviolenza, collettivi e soggettività singole scenderanno in piazza con un sit-in contro il DDL Bongiorno, che interviene sulla definizione giuridica di violenza sessuale cancellando la parola consenso, che deve essere libero e attuale e introduce la formula del dissenso come “volontà contraria” della vittima. Non si tratta di una semplice variazione lessicale: è uno spostamento politico e giuridico che cambia il modo in cui la violenza sessuale viene riconosciuta. Il NO non deve essere “abbastanza chiaro”, ma è il SÌ a dover essere libero e volontario. Si torna indietro nel tempo, ai processi che interrogano la condotta delle donne, la loro reazione, la loro credibilità, la coerenza del loro racconto. Una cultura giuridica che giudica se la donna sia stata “abbastanza contraria”, “abbastanza resistente”. Sit-in contro il DDl Bongiorno, 9 marzo 2026, Ore 10:00 presso Consiglio Regionale, Via Roma 25 – Cagliari Organizza: Coordinamento femminista e transfemminista sardo Arestas Più info: https://associazioneliberas.org/sit-in-contro-il-ddl-bongiorno/ Redazione Cagliari
March 7, 2026
Pressenza
Iran, comunità ebraica condanna fermamente l’aggressione imperialista USA-Israele
Attualmente, le vergognose campagne mediatiche – funzionali all’iranofobia – sono volte a dare un’immagine mostrificante dell’Iran islamico sciita in modo tale da creare il nemico necessario contro cui scagliare l’indignazione e il “disgusto” (citando Bismark) dell’opinione pubblica occidentale per poi legittimare l’intervento armato. Ed ecco che anche sull’Iran si riabilita, come fu per l’Afghanistan, una narrazione femoimperialista (1) in cui si usano i diritti delle donne, l’esportazione della democrazia come una giustificazione di guerra. “Disgusto” che nasce dal fatto di percepire l’Iran sciita come un governo teocratico addirittura contro il suo popolo e contro qualunque cosa sia diversa dall’Islam sciita. Questo è un falso mito veicolato dai media occidentali proprio per ingigantire la demonizzazione di questo Paese. La religione ufficiale dell’Iran è l’Islam sciita secondo la Costituzione, ma la Repubblica Islamica riconosce e protegge le minoranze religiose: dall’ebraismo, ai cristiani con le varie denominazioni, ai zoroastriani, che hanno rappresentanti anche nel parlamento, gli armeni, assiri, i sunniti, oltre a comunità più piccole ma riconosciute, come il mandaeismo, il yarsanismo, il buddhismo e l’induismo. La condizione fondamentale è l’essere prima cittadini iraniani con diritti e doveri, e poi ciascuno segue le proprie credenze. Come era in Siria, prima che arrivassero gli ex-qaedisti tagliagole del Fronte Al-Nusra a portare la democrazia, a sostenere esplicitamente il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele ed a dialogare normalmente con i leader europei. I diritti costituzionali di cui godono le minoranze religiose in Iran, sono sanciti e rispettati, avendo centinaia di luoghi di culto, sinagoghe, chiese e templi, dove praticano liberamente le proprie fedi. Secondo varie statistiche i credenti sono: gli sciiti circa il 90%, i sunniti il 6%, il resto suddiviso tra le altre fedi. La Costituzione stabilisce che “l’intromissione sulle singole credenze è proibita”, e che “nessuno può essere molestato o arrestato semplicemente per avere una certa credenza”, se rispettoso delle leggi. Si tratta di minoranze religiose, che sono garantite e protette nella Costituzione del Paese e tutte, storicamente, si sentono parte integrante del popolo iraniano: dalla comunità ebraica, ai cristiani, ai sunniti, agli armeni, agli assiri. Non è un caso infatti che tutti i rappresentanti delle varie comunità, si sono espressi in modo chiaro e netto contro l’aggressione imperialista USA-Israele e per soluzioni diplomatiche di tutte le problematiche. Il 5 marzo 2026, in una potente dimostrazione di unità nazionale, il rabbino Younes Hamami Lalehzar – presidente della comunità ebraica iraniana – ha condannato con forza l’attacco congiunto USA-israeliano. Il leader religioso ebraico Younes Hamami Lalehzar, ha emesso una forte condanna dei recenti attacchi statunitensi e israeliani sul suo paese, definendo l’azione “… un tradimento della fiducia” e dichiarando: “Chiediamo che i due regimi (n.d.r:USA e Israele) siano ritenuti responsabili del loro comportamento criminale. Ancora una volta, l’America criminale, in cooperazione con il regime sionista, si è ulteriormente precipitata nel fango della caduta attraverso un attacco infido e incauto. Questo atto sarà condannato da tutte le nazioni libere e riceverà certamente una risposta decisiva e di forza delle Forze armate della Repubblica islamica dell’Iran, che faranno tutto il possibile per vendicare il sangue dei martiri iraniani… Il leader della rivoluzione islamica, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei, è stato assassinato con un assalto militare congiunto americano e israeliano a Teheran, con i negoziati sul nucleare in corso. La scomparsa dell’ayatollah Khamanei è una grande e irreparabile perdita per la nazione iraniana, ma ho fiducia che il popolo iraniano saprà salvaguardare il suo sangue, la sua guida e il suo percorso…In questo frangente difficile sottolineiamo la necessità di preservare l’unità, l’empatia e la fermezza riunite di tutti i livelli della nazione iraniana. Certifichiamo anche la nostra costante convinzione che, secondo le tradizioni divine e gli insegnamenti delle nostre religioni, il diritto alla fine trionferà sulla falsità, e l’onore e la gloria apparterranno finalmente alle nazioni resilienti, fedeli e in cerca di verità…”. Il rabbino ha deplorato la “perdita irreparabile” dell’Ayatollah Khamenei e di oltre 750 civili, incluse 170 bambine studenti morte a Minab il 28 febbraio 2026 durante l’attacco imperialista delle forze statunitensi e israeliane. Insieme ai leader cristiani e zoroastriani, ha chiesto un’unità nazionale incrollabile. Anche Siyamak More Sedgh politico e medico ebreo iraniano, titolare del seggio parlamentare riservato alla minoranza ebraica nel Parlamento iraniano dal 2008 al 2020, anche presidente dell’istituzione benefica ebraica Dr. Sapir Hospital and Charity Center, definito “l’ebreo numero uno” dell’Iran, spesso critico e polemico su alcune posizioni espresse dalle autorità iraniane, ha preso posizione contro l’aggressione al proprio paese invitando all’unità e alla difesa del paese prima di tutto. Questa è la tessitura diversificata dell’Iran che si erge come un’unica entità. Va ricordato che in Iran è sempre vissuta una comunità ebraica più numerosa rispetto a tutti i Paesi arabi.   (1) Il fenonazionalismo e il femoimperialismo sono narrazioni tossiche e strumentalizzanti dei diritti delle donne, fortemente criticate dal femminismo stesso. Interessante il libro Femonazionalismo. Il razzismo nel nome delle donne della sociologa Sara R Farris, in cui il concetto di femonazionalismo diventa una categoria analitica di riferimento per molte pubblicazioni e dibattiti femministi. Una cornice teorica per leggere un fenomeno inaspettato dell’epoca contemporanea: l’uso da parte delle istituzioni, degli apparati mediatici e soprattutto dei partiti di estrema destra della rivendicazione dell’uguaglianza di genere per portare avanti politiche islamofobe e razziste.   Per ulteriori info: https://www.ancorafischiailvento.org/2026/03/06/la-voce-degli-ebrei-iraniani-e-laggressione-alliran/ Speciale-Iran-Israele-USA Lorenzo Poli
March 7, 2026
Pressenza
Solo il 15% dei Comuni ha adottato un Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche
Ci sono leggi “sfortunate”, leggi “figlie di un dio minore”, di serie B, che non riusciranno mai a trovare piena applicazione. Anche quando si tratta di normative adottate per dare la possibilità concreta a milioni di persone di vivere, muoversi, studiare e lavorare in condizioni di pari dignità. E’ il caso delle leggi 42/1986 e 104/1992, che hanno previsto i Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA), quali strumenti in grado di monitorare, progettare e pianificare gli interventi finalizzati al raggiungimento di una soglia ottimale di fruibilità degli edifici per tutti i cittadini. Sono stati previsti 40 anni fa, appunto dalla legge 41/1986 e, con la successiva legge 104/1992, ne è stata stabilita l’estensione agli spazi urbani, quale modalità per monitorare e superare le barriere architettoniche insistenti sul territorio. I PEBA, in sostanza, devono rilevare e classificare secondo una scala di priorità le barriere architettoniche presenti su un territorio. Il piano individua anche le proposte progettuali di massima per l’eliminazione delle barriere presenti e fare la stima dei costi: oltre ad essere strumenti di monitoraggio, i PEBA illustrano la pianificazione ed il coordinamento sugli interventi per l’accessibilità poiché comportano una previsione del tipo di soluzione da apportare per ciascuna barriera rilevata, i relativi costi, la priorità di intervento. La legge prevede che i Comuni italiani, in quanto amministrazioni pubbliche, se ne debbano dotare. Di norma, l’approvazione del PEBA è oggetto di una delibera del Consiglio comunale ed è contenuto nella sezione dell’Amministrazione trasparente (o come Provvedimento o come strumento di Pianificazione del Governo del Territorio). Nonostante la legge del 1986 imponga un obbligo per le amministrazioni comunali, non tutti i comuni italiani si sono dotati del Piano. L’Associazione Luca Coscioni per saperne di più ha promosso un Osservatorio dei PEBA, a 40 anni dalla legge istitutiva, sui 119 comuni capoluogo di provincia. E’ stato consultato il sito internet con particolare attenzione per la sezione “Amministrazione trasparente” e, in assenza di informazione, è stato promosso, eventualmente, nei confronti dei Comuni un accesso agli atti per conoscere lo stato di attuazione del PEBA stesso. Dal monitoraggio sui 118 Comuni capoluogo (esclusa Roma, dove la competenza è in capo ai Municipi), al 24 febbraio 2026, emerge che: 43 Comuni (36,4%) hanno approvato un PEBA con delibera di Consiglio comunale, come previsto dalla normativa. Tra le Regioni con più capoluoghi figurano la Toscana (7 comuni su 11), Emilia-Romagna (5 comuni su 10), Lombardia (5 comuni su 12) ed il Piemonte (4 comuni su 8). Milano, Firenze, Venezia, L’Aquila, Potenza, Campobasso e Trento tra i capoluoghi di Regione che rientrano in questo computo; 16 Comuni (13,6%) hanno un PEBA non ancora approvato dal Consiglio o hanno adottato strumenti urbanistici alternativi, non previsti dalla normativa; 25 Comuni (21,2%) risultano in fase di redazione del PEBA; 34 Comuni (28,8%) risultano senza PEBA o con informazioni non reperibili/insufficienti. Tra le Regioni con più capoluoghi in questa categoria, vi sono la Sardegna (7 comuni su 12), la Calabria (4 comuni su 5), la Lombardia (4 capoluoghi su 12) e la Sicilia (4 comuni su 9), mentre tra i capoluoghi figurano Napoli, Bari e Cagliari. Roma, come si diceva, costituisce un caso a parte: l’Associazione ha inoltrato accessi agli atti ai 15 Municipi, ricevendo risposta solo da 4, ma nessuno di essi si è ancora adeguato. Questi dati – già critici nei capoluoghi, che in teoria dispongono di maggiori risorse tecniche e amministrative – indicano una realtà ancora più arretrata nel resto del Paese: “riteniamo ottimisticamente, sottolinea l’Associazione Luca Coscioni, che solo circa il 15% dei Comuni italiani abbia davvero adottato un PEBA, e l’effettiva realizzazione degli interventi previsti rappresenta una criticità ulteriore e ancora largamente irrisolta”. L’Associazione Luca Coscioni in questi anni nei tribunali ha conquistato un vero e proprio “diritto ai PEBA”, affrontando casi concreti di discriminazione. La giurisprudenza ha chiarito che l’assenza dei PEBA non è una semplice mancanza amministrativa, ma una lesione di diritti. “Possiamo dirlo con chiarezza: grazie alle nostre iniziative, ha sottolineato Alessandro Gerardi, consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni e legale che segue le iniziative dell’Associazione sull’accessibilità, si è costruito un vero e proprio diritto ai PEBA, come dimostrano i provvedimenti emessi dai Tribunali, sia in sede civile che amministrativa, con i quali i Comuni di Catania, Santa Marinella e Pomezia, sono stati condannati ad adottare il Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche in tempi certi.” L’Associazione Luca Coscioni invita le cittadine e i cittadini a farsi parte attiva in tutti i Comuni, in un primo momento chiedendo l’accesso agli atti ai sensi della Legge 7 agosto 1990, n. 241 e successivamente valutando anche la possibilità di un ricorso al Tribunale civile ex articoli 3 e 4, comma 1, legge n. 67/2006, che stabilisce “Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni” (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 6 marzo 2006, n. 54). Qui i materiali per attivarsi Giovanni Caprio
March 6, 2026
Pressenza
Insieme contro ogni sorta di Re
Domenica 1 marzo si è riunita presso la sede di ARCI nazionale a Roma l’assemblea No Kings di costruzione dei due giorni di mobilitazione globale del 27 e 28 marzo. Oltre 40 interventi, numerose proposte di attivazione provenienti da territori e città, un confronto ampio e articolato su scenari internazionali e sul quadro politico nazionale. Annunciato un grande concerto per il 27 marzo alla Città dell’Altra Economia di Roma. Non solo una festa ma un momento di mobilitazione del mondo della cultura e della musica. Sono stati annunciati i primi nomi: Gemitaiz, Modena City Ramblers, Willy Peyote, Danno, Giulia Mei, Sabina Guzzanti.  Sabato 28 confermato il corteo nazionale a Roma. L’assemblea si è aperta sotto il segno dei bombardamenti in Iran, all’indomani dell’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele che ha provocato oltre 200 morti. In apertura è stato affermato con chiarezza che nessuno e nessuna piange la morte dei vertici del regime iraniano, ma quella delle bambine e dei bambini colpiti dai bombardamenti. Sappiamo anche che storicamente è chi lotta a dare vita ai reali processi di liberazione e a rovesciare chi opprime.  In Italia il Governo non solo è alleato di chi oggi bombarda e uccide, ma sta imponendo un fronte interno fatto di compressione dei diritti, criminalizzazione del dissenso e attacchi alla libertà di stampa – dai dl sicurezza al disegno per equiparare le critiche a Israele all’antisemitismo. Non c’è tregua poi alla lotta contro le donne (vedi il Dl Bongiorno) e ai diritti di chi lavora, mentre ogni tentativo di riconversione ecologica viene apertamente osteggiato: l’unica industria da finanziare è quella delle armi. L’ultimo tassello del disegno autoritario delle destre al governo passa per la “riforma” della giustizia: per questo il 22 e il 23 marzo voteremo “no” al referendum costituzionale, impegnandoci tutte e tutti insieme a partire dai nostri percorsi e contenuti nella campagna referendaria. Dentro questa accelerazione c’è sempre più bisogno di uno spazio di mobilitazione come quello No Kings, a partire dalla sua dimensione transnazionale. Uno spazio non proprietario, radicato nei territori e nelle città, che connette vertenze sociali, conflitti ambientali, lotte del lavoro, mobilitazioni antirazziste dentro una cornice comune: opporsi ai Kings e costruire un’alternativa reale. I “Re” non sono solo i leader internazionali che guidano guerre e processi autoritari. Sono: le oligarchie economiche e finanziarie, i giganti del tech, le multinazionali che impoveriscono il lavoro, i poteri urbani che espellono poveri e migranti. L’obiettivo indicato è chiaro: costruire un’Europa diversa. Non l’Europa delle nazioni e della competizione militare, quella del 28esimo regime dell’Unione Europea e dei Trattati di libero scambio come il Mercosur, ma l’Europa dei territori e delle città, dei diritti, della trasformazione ecologica e sociale. Abbiamo visto che c’è una disponibilità a lottare anche in Italia: le piazze di settembre e ottobre ci hanno travolto e sorpreso. Non si tratta di ricostruire in “vitro” quello che è accaduto in quelle straordinarie settimane, ma costruire la possibilità perché accada di nuovo. In particolare crediamo che c’è una generazione di giovanissimi, che hanno cominciato a mobilitarsi per la prima volta contro il genocidio a Gaza, disponibile a mettersi in movimento per inceppare gli ingranaggi del regime di guerra e costruire un mondo nuovo. In queste settimane la Global Sumud Flotilla si prepara per mettersi in viaggio verso Gaza per terra e per mare, per rompere l’assedio e portare sostegno e solidarietà contro il progetto coloniale – la cui ultima faccia è mascherata dal finto pacifismo del Board of Peace –  e sionista di genocidio del popolo palestinese. Per questo sosterremo le partenze e tutti i momenti di sostegno alla Flotilla e alla Palestina, continuando a chiedere l’embargo militare e le sanzioni verso Israele, il boicottaggio a livello economico, accademico e militare. Il percorso verso il 27 e 28 marzo attraversa passaggi già in campo: lo sciopero studentesco europeo del 5 marzo contro la leva militare, le mobilitazioni transfemministe dell’8 e 9 marzo, le iniziative del 14 marzo contro il Governo e i nuovi CPR, il Climate Strike del 27 marzo, fino al 18 aprile a Vicenza contro la base americana No Dal Molin. Il 27 e 28 marzo si scenderà in piazza a diverse latitudini: da Roma a Londra, fino a Minneapolis e in numerose città degli Stati Uniti. Come No Kings saremo in connessione con il movimento Together nel Regno Unito e con No Kings negli USA. Il 27 marzo, alla Città dell’Altra Economia, si terrà il grande concerto Together, il 28 marzo la giornata si aprirà con la Marcia dei fantasmi, insieme alle realtà migranti e antirazziste, contro le politiche di deportazione e contro le morti nel Mediterraneo, frutto delle leggi della Fortezza Europa. L’obiettivo è costruire due giornate di massa, popolari e determinate, capaci di aprire un nuovo ciclo politico. L’assemblea ha lanciato un appello operativo chiaro: attivare gruppi territoriali, moltiplicare assemblee e mobilitazioni locali, rafforzare la comunicazione, organizzare la logistica e i trasporti verso Roma. Il 28 marzo non sarà un episodio, ma un passaggio politico dentro una fase di grandi trasformazioni. Saremo una moltitudine che marcia insieme. Non un insieme indistinto, ma una forza capace di decidere e incidere collettivamente. Avanti No Kings. Attac Italia
March 5, 2026
Pressenza
I figli: proprietà dello Stato o appartenenza alla propria famiglia?
Pubblichiamo di seguito la riflessione che la giurista Rosanna Pierleoni ha scritto per Pressenza Italia sul tema delle sottrazioni di figli in Italia. Un riflessione intrisa di umanesimo che fornisce un parere critico ed esplicativo da parte di una persona competente in materia. Si è parlato molto in questo periodo dei bambini e di chi ne abbia la proprietà: i genitori o lo Stato. Instradati su un percorso obbligato, inizia così lo scontro pubblico per accaparrarsi l’ambìto ruolo di proprietario. Secondo lo Stato, ca va sans dire, i bambini sono dello Stato; secondo i genitori sono dei genitori. Io trovo che questa domanda sia una volutamente manipolativa: qualsiasi risposta si darà si sarà nel torto, perché tradisce un errore di fondo: fa riferimento ad un concetto di proprietà, di possesso e di reificazione che inevitabilmente mostra il volto peggiore della relazione di reciproca appartenenza tra genitori e figli. Insomma, questo modo di impostare il discorso sottende che i bambini siano degli oggetti di cui possa esistere un legittimo proprietario. Non mi rivedo in questa concezione e del resto anche il nostro ordinamento considera i bambini soggetti di diritto e non oggetti di cui disporre. Prima della riforma del 2012, il Codice Civile italiano era costruito intorno al concetto di potestà genitoriale. Il minore era un semplice oggetto di un potere esercitato dagli adulti, più che soggetto titolare di diritti propri. In ambito europeo invece esistevano già delle tutele: il divieto di ogni discriminazione fondata sulla nascita, la tutela della vita familiare, il riconoscimento che il legame tra genitori e figli non è una concessione dello Stato ma un dato che lo precede (artt. 8 e 14 CEDU, art. 21 Carta dei diritti fondamentali UE). Nel diritto europeo spiccava una visione in cui la relazione genitori-figli non era una dinamica di potere ma un insieme di responsabilità esercitate nell’interesse del minore (Regolamento CE 2201/2003). La giurisprudenza italiana più avveduta aveva cominciato a fare propria questa lettura, e la stessa Corte Costituzionale aveva chiarito che il fondamento dei diritti e dei doveri genitoriali risiede nel rapporto procreativo. La riforma del 2012 ha quindi dato forma legislativa (L. 219/2012, D.Lgs. 154/2013) a tutto questo, sostituendo l’espressione “potestà” con quella di “responsabilità genitoriale” e ha introdotto, per la prima volta nella storia del nostro ordinamento, una norma che, tra le altre cose, prevede il diritto dei bambini di crescere nella propria famiglia, mantenendo rapporti significativi con entrambi i genitori (art. 315-bis c.c.). Direi che possiamo, quindi, definitivamente scansare questa orrenda logica oggettistica che inquina il nostro dibattito, per affrontare finalmente il vero tema. I bambini nascono in seno alla propria famiglia e a questa appartengono, secondo una legge biologica e naturale che preesiste a qualsiasi norma e a qualsiasi idea di Stato. Lo Stato, infatti, e il nostro non fa eccezione, è la risultante di una costruzione simbolica di significati e di regole che i cittadini di una determinata epoca e società si sono dati, considerandola adeguata agli interessi prevalenti. Quando tali interessi sono nelle mani di alcune élite di potere, naturalmente la forma di Stato servirà i loro interessi; questo è un concetto basilare che troviamo sempre, in tutte le organizzazioni politico-sociali, ma le manipolazioni perenni della società attuale ce lo rendono ostico, difficile da decifrare. Si è, infatti, insinuata da tempo nella nostra coscienza l’idea che il buon cittadino non sia più colui che custodisce e giudica l’operato di chi detiene il potere, anzi costui viene considerato un credulone, un inaffidabile, un attaccabrighe, quando non un vero e proprio criminale da contenere e rieducare; mentre il buon cittadino diventa colui che difende strenuamente l’operato dello Stato, a qualsiasi costo e contro ogni evidenza. Da persona che ha studiato la legge non posso non dire che la legge è una esternazione fallibile e limitata perché dipende dalle consapevolezze raggiunte fino a quel momento, dalle scienze considerate più forti in quella fase storica, dagli interessi di categoria sottostanti. Invece, la famiglia è una cellula naturale e biologica che ha la propria forza in se stessa. È per questo che in qualsiasi società, anche meno articolata, se avviene un rapimento di un bambino o la sua uccisione sono chiamati in causa i genitori, sia come esercenti di doveri di tutela specifici sia come soggetti di diritti a cui risarcire il danno morale ed esistenziale arrecato. Per questo — e non certo a causa della possessività dei genitori — nel nostro ordinamento la sottrazione di un minore dal proprio nucleo familiare è reato. Non si tratta di tutelare i genitori, ma di tutelare i figli. Lo dicono con chiarezza le fonti più alte del diritto internazionale ed europeo: pensiamo alla Convenzione ONU sui diritti del fanciullo, che all’art. 9 stabilisce che il minore non può essere separato dai propri genitori contro la sua volontà se non in casi eccezionali e sotto controllo giurisdizionale, ma pensiamo anche all’art. 8 che protegge il suo diritto all’identità e alle relazioni familiari. E ancora: l’art. 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea riconosce al bambino il diritto di mantenere relazioni con entrambi i genitori come condizione per il suo pieno sviluppo; e non possiamo dimenticare che la Corte europea dei diritti dell’uomo, attraverso una giurisprudenza consolidata ha più volte sanzionato gli Stati membri — Italia compresa — per allontanamenti di minori ritenuti sproporzionati o privi di adeguata motivazione. Non parliamo, quindi, di sentimentalismi morbosi né di rivendicazioni di proprietà: parliamo di diritti umani. Chi oggi dispone l’allontanamento di un minore dal proprio nucleo familiare in assenza di quei presupposti eccezionali che la legge richiede, non si muove dunque in un vuoto normativo né in una zona grigia: viola una norma precisa, che dopo un lungo e documentato percorso finalmente mette nero su bianco ciò che la coscienza civile considera da sempre un principio elementare: i figli crescono nella propria famiglia, e separarli da essa è un atto molto cruento che richiede giustificazioni eccezionali — non falle burocratico-amministrative, non divergenze di vedute educative, non valutazioni discrezionali affidate a singoli operatori senza adeguato controllo, non raccapriccianti intenti correttivi. Non esiste, a quest’ultimo proposito, alcuna legge nel nostro Paese che legittimi la sottrazione di minore da parte dello Stato nei casi in cui vi sia una visione educativa diversa tra assistenti sociali/magistratura e famiglia. Il fatto che siano saltati tutti gli organi di garanzia in questo Paese, e che le situazioni proliferino per anni nel silenzio generale, non le rende legittime. Mi chiedo: tutto questo universo di spunti e di riflessioni che qui ho a malapena accennato, che spazio trova nelle sentenze, nei convegni e nelle interviste dei nostri magistrati e dei nostri operatori del diritto? Di tutto questo vorrei che avesse modo di parlarci il giudice che ha espresso pubblicamente le parole: “I bambini non sono di nessuno, non sono dei genitori”. Una spiegazione dettagliata di questa affermazione, potenzialmente equivoca, potrebbe essere utile a smorzare il malcontento popolare e a non alimentare oltre, nel cuore delle persone, dubbi e paure. Molti cittadini temono che il magistrato intendesse dire che i bambini non appartengono ai genitori perché appartengano allo Stato. Esternazione che sarebbe quanto mai grave e meritevole di approfondimento. Questo dubbio interpretativo è comprensibile, perché tali parole venivano proferite non all’interno di una discussione filosofica di ampio respiro, ma per motivare un’ordinanza di sottrazione dei tre bambini di Palmoli, in Abruzzo, dal loro nucleo familiare, in assenza di ragioni plausibili. Proprio per superare queste spaccature tra cittadini e istituzioni io auspico, dunque, un confronto attivo e sincero su questi temi che coinvolga giuristi, magistrati, operatori del sociale, esperti della psiche, famiglie coinvolte, cittadini. Del resto, dal momento che le istituzioni sono sorte per il nostro bene e per tutelare la difesa dei singoli e l’ordine sociale, prevedere luoghi di dialogo e confronto dinanzi a situazioni tanto drammatiche e foriere di malcontento è operazione del tutto auspicabile e naturale. Ripeto, con grande fermezza e convinzione, che il rapporto tra genitori e figli non può in alcun modo essere interrotto da nessuno, istituzioni comprese, se non in casi specifici e residuali e prevedendo determinate modalità – sia del prelevamento/collocamento sia della permanenza nelle Case famiglia, sempre con misure temporanee e da aggiornare ciclicamente e potendo vigilare in modo costante sull’andamento della separazione, sugli obiettivi specifici del percorso di allontanamento e su come (non) venga preservata  la relazione genitore – figlio. Il tutto con uno sguardo vigile e attento ai tempi e modi per favorire questo ricongiungimento, che va una volta per tutte considerato obiettivo centrale degli operatori coinvolti per una crescita sana ed equilibrata dei bambini, e non va più vissuto come un ostacolo da evitare ad ogni costo, come purtroppo molte volte sembra accadere. Eppure, nonostante le tante parole, tutto resta fermo. Eppure, ogni volta che questi fatti emergono, il dibattito si incaglia: si innalzano bandiere, si costruiscono trincee, si trasforma una questione di diritti e di bambini in uno scontro politico o ideologico tra cittadini. Ed è esattamente questo il meccanismo che consente al problema di sopravvivere perché normalizza l’orrore: insomma, finché lo tratteremo come una questione di parte, un tema come un altro legato a una certa sensibilità politica o ad una propria visione del mondo, nessuno avrà davvero interesse a risolverlo. Vedete, questo sistema è molto sofisticato e particolare, destreggiarsi non è sempre facile, ma invece è facile interrogare la nostra coscienza e tornare all’essenza. Quale sistema può giustificare un orrore del genere e considerare giusto un comportamento che noi stessi abbiamo considerato sempre criminale, dalle tribù fino ai sistemi più burocratizzati? Quando ci porremo questa semplice domanda, indipendentemente dal fatto se ci troviamo in accordo o meno con le ragioni più superficiali della scelta di allontanamento, quando segneremo dei punti fissi da non superare, senza paura del giudizio degli altri e senza timore di passare dalla parte dei “cattivi” e di coloro che considerano i bambini degli oggetti, le risposte verranno da sé. Sarà allora possibile avviare un percorso comune tra cittadini, che in seconda istanza preveda anche il dialogo con le istituzioni. Quel giorno queste ultime ci daranno qualcosa in più che fugaci esternazioni per le loro scelte, nella consapevolezza riguadagnata che loro sono lì per noi e con noi, e non contro di noi. La relazione tra cittadini e potere è bilaterale: essere consapevoli del nostro ruolo in tutto questo è tutto. È arrivato, secondo me, il momento di affrontare questo fenomeno senza lenti politiche né ideologiche, con la serietà e il coraggio dovuti ad un tema come questo che riguarda i nostri bambini. Io credo che lo meritino.   Precedenti contributi: https://www.pressenza.com/it/2025/11/riflessione-sul-patto-di-fiducia-tra-stato-e-cittadini-a-partire-da-una-triste-sentenza/   ROSANNA PIERLEONI Rosanna Pierleoni nasce nel 1984 ad Avezzano. Dopo il liceo classico, consegue la laurea magistrale in giurisprudenza all’Università Tor Vergata di Roma. Completa poi tre master interdisciplinari che le forniscono competenze psico-educative e giuridiche nell’ambito dei minori e della famiglia, con abilitazione alla mediazione familiare e alla consulenza specialistica. È autrice di un saggio sull’adozione internazionale e di diversi romanzi. Redazione Italia
March 4, 2026
Pressenza
Cagliari sotto controllo: chi decide chi può stare in città? Prorogata la zona rossa
Pubblichiamo il comunicato di Potere al Popolo – Cagliari sulla proroga  fino al 30 settembre della zona rossa da parte della prefetta di Cagliari. Mentre nei giorni scorsi Sanremo catturava l’attenzione del Popolo della rete, in sordina a Cagliari la prefetta Paola Dessì, con grande soddisfazione dell’attuale primo cittadino, ha prorogato la zona rossa fino al 30 settembre per salvaguardare l’ordine pubblico e, soprattutto tutelare, visto l’inizio della primavera, le serate tranquille di turisti e turiste e gli introiti delle esercenti e degli esercenti. A stabilire chi possa attraversare o stazionare nelle aree del centro storico allargato saranno le forze di polizia sempre pronte, che già da mesi, seguendo la linea del colore attraverso lo strumento della profilazione razziale, tentano di arginare le presenze considerate sgradite e moleste. Fino a dieci anni fa, una scelta di questo genere avrebbe suscitato un dibattito acceso, ma la sinistra di buoni sentimenti che governa la città, sempre generosa di chiacchiere di facciata per dichiarare il proprio antifascismo e antirazzismo, quando si tratta di scegliere tra la tutela di diritti fondamentali e quella del portafoglio dei propri potenziali elettori e elettrici non ha mai dubbi. Via quindi chi non consuma e chi non produce, meno problemi per chi invece sarà dispostə a spezzarsi la schiena nei ristoranti e locali del centro storico, sottopagatə, dispostə a turni di lavoro massacranti e privi di previdenza sociale, come coloro che lavorano come rider di Glovo e Deliveroo, spesso giovani e razzializzatə, che si affannano in mezzo al traffico: tolleratə finché producono valore e garantiscono i consumi, invisibilizzatə quando rivendicano diritti. Poco importa inoltre se le persone scacciate, spesso soggetti fragili, senza un tetto sopra la testa, che vivono in condizioni quotidiane di marginalità e disagio vengono spostate in periferia, dove la città non le vede e tutto resta “pulito” agli occhi di chi decide chi può attraversarla e chi no. Non è la prima volta che con la scusa di una qualche emergenza ci vengono fatte digerire delle misure di restrizione della libertà che poi diventano permanenti, per questo è necessario contrastarle subito. Nella Cagliari da cartolina, costruita per turisti e profitto ci rifiutiamo, come cittadini e cittadine, di fare le comparse. Redazione Cagliari
March 3, 2026
Pressenza
Ogni sera in Piazza del Mondo
Comunicato stampa relativo alla consegna in Questura e Prefettura di Trieste delle firme raccolte affinché Piazza Libertà, ribattezzata Piazza del mondo, sia preservata come luogo di socialità, convivenza e amicizia tra le genti Il 17 febbraio abbiamo appreso dal social Trieste Café l’intenzione del gruppo Forza Nuova di chiedere alla Questura l’autorizzazione ad una manifestazione in piazza Libertà alle 19 di sera del 20 marzo. La richiesta è stata accompagnata dalla divulgazione di un manifesto pieno di violenza razzista. Come tutti sanno, proprio in quell’ora, in piazza si trova regolarmente ogni giorno l’ODV Linea d’Ombra, insieme ai “fornelli resistenti”, provenienti da tutta Italia, e ad altri gruppi di cittadini, scout, studenti, universitari, per accogliere i migranti della Rotta balcanica che giungono spesso in condizioni di sofferenza anche grave. È fin troppo evidente l’intenzione provocatoria di quest’associazione politica di matrice fascista: trasformare un luogo divenuto ormai da anni un centro di incontro, accoglienza e solidarietà fra cittadini italiani ed europei e chi proviene lungo la Rotta balcanica da paesi tormentati da guerre, carestie, crisi ambientali e violenze di ogni genere, in un luogo di odio e di violenza. Linea d’Ombra, insieme ad altre associazioni e cittadini, ha avviato una raccolta di firme, che ha quasi raggiunto la quota di cinquemila  (125 realtà associative e 4676 firme di persone fisiche) per chiedere, a chi ne ha il compito istituzionale, di preservare Piazza Libertà come luogo di incontro e di amicizia fra popoli, di cui oggi c’è un disperato bisogno. Lorena Fornasir (Presidente Linea d’Ombra ODV)   Redazione Friuli Venezia Giulia
March 2, 2026
Pressenza
Raccolta firme contro la discriminazione di una studentessa di seconda generazione
Protestare e manifestare il dissenso in Italia è diventato più difficile per tutti, ma se una ragazza di seconda generazione, partecipa ad una protesta diventa un problema ancora più complicato. Questa è la vicenda di Haji, ragazza di 17 anni che studia a Firenze. L’8 novembre 2025 aveva partecipato ad una manifestazione a Firenze, insieme ai suoi compagni di scuola, promossa dal sindacato Sudd Cobas in difesa degli operai della stireria L’Alba di Montemurlo, che non venivano pagati da agosto 2025. Haji non era l’unica studentessa minorenne che avesse partecipato alla manifestazione, ma era l’unica di origine marocchina. I suoi compagni e alcuni sindacalisti, hanno dichiarato che recentemente la ragazza è stata convocata dai servizi sociali allertati dalla procura dei minori dopo una segnalazione delle forze dell’ordine. Sembrerebbe che il colloquio sia stato “quasi un interrogatorio”. I servizi sociali, è stato riferito, hanno effettuato una “ispezione” a casa della ragazza e parleranno con gli insegnanti e con il personale della palestra che frequenta. Ci sarebbe stato anche un invito “a non partecipare più a manifestazioni paventando conseguenze più gravi”.  I ragazzi del Collettivo Autonomo K1, (https://www.instagram.com/collettivo_k1/)  nato a Firenze nel Liceo Macchiavelli Capponi, hanno deciso di denunciare l’accaduto con il sostegno del sindacato SUDD Cobas (Sindacato Unione Democrazia Dignità) che opera prevalentemente nel settore tessile/moda (in particolare a Prato) e della logistica. Sostengono l’iniziativa anche i consiglieri dei gruppi di maggioranza del Quartiere 3 (Gavinana-Galluzzo). Pertanto, è stata convocata un’assemblea pubblica per domenica primo marzo alle 15:00 in Piazza Santo Spirito a Firenze, a sostegno della loro compagna e per difendere il diritto al dissenso. I ragazzi del collettivo autonomo K1 hanno lanciato anche una raccolta firme in sostegno alla studentessa che al momento ha già superato le 1200 firme. Segue il link: https://secure.avaaz.org/community_petitions/it/la_comunita_scolastica_sosteniamo_haji/?utm_source=whatsapp&utm_medium=social_share&utm_campaign=1763113&utm_term=zYfhTub%2Bit&share_location=do_landing&utm_content=link_in_bio&fbclid=PAZXh0bgNhZW0CMTEAc3J0YwZhcHBfaWQMMjU2MjgxMDQwNTU4AAGnAzlAsU42Iwt0oZ5X9ix70Rw644oFv_g2F52LXV5k03swgpB0c_-XYqdVBOQ_aem_mypCwgwnz6TxXoQr_aXMfQ Sudd Cobas evidenzia come gli studenti del Collettivo del liceo abbiano partecipato sempre  alle loro iniziative, ma che non era mai accaduto un episodio del genere. Si evidenzia un “segnale molto pericoloso”, lesivo della libertà di partecipare alle manifestazioni politiche e di esercitare i propri diritti: “Non dovrebbe accadere in un paese democratico”.  Redazione Italia
March 1, 2026
Pressenza
Cagliari: 91 indagini non fermeranno la mobilitazione
Negli scorsi giorni la questura di Cagliari ha notificato a 91 persone degli avvisi di conclusioni delle indagini preliminari per dei “delitti” che sarebbero stati commessi nelle grandi giornate di mobilitazione per la Palestina dell’autunno e in una manifestazione antifascista successiva. Non stupisce che lo stato si stia vendicando del successo delle mobilitazioni dell’autunno contro il genocidio, soprattutto se ci ricordiamo che le stesse si concentravano sulla denuncia della complicità del governo in questo massacro. Quando la risposta non è politica ma repressiva, significa che si vuole difendere un ordine che non tollera l’interruzione della normalità del profitto. Era questo, infatti, il senso dello slogan “blocchiamo tutto”; mettere in discussione affari, relazioni internazionali e subalternità atlantica. “Blocchiamo tutto” significa interrompere la catena che lega produzione, profitto e guerra. Ed è per questo che il popolo ha preso in mano la propria responsabilità e ha fatto ciò che il governo si rifiutava di fare. Se Meloni e i suoi gregari si rifiutano di mettere in atto l’inevitabile embargo e l’isolamento dell’occupazione israeliana, saremo noi a praticare l’embargo e far rispettare il diritto internazionale. Allo stesso modo, nel momento in cui a Cagliari nessun rappresentante delle istituzioni e delle forze di polizia si incarica di far rispettare la costituzione antifascista, al popolo non resta altra possibilità che quella di mettersi in gioco in prima persona e impedire l’apologia di fascismo e la disseminazione di discorsi d’odio. Lacrimogeni e idranti contro manifestanti inermi, Cagliari 01/11/2025 (Foto di Pierpaolo Loi) Per questo rifiutiamo la strategia divisiva applicata tanto dalla questura quanto da alcune testate, quando differenziano le accuse e quando parlano di persone infiltrate. Il movimento è uno, vario e fatto di pratiche diverse, ma l’obiettivo è comune e noi sappiamo che, come si dice in Valle, e come ci ha insegnato la nostra Nicoletta Dosio, “si parte e si torna insieme”. Questa vendetta colpisce chiaramente in maggioranza persone giovani, come sempre si fa per troncare sul nascere i movimenti e impaurire persone che ancora hanno da crearsi un futuro, ma vogliamo sottolineare che moltissime tra le persone indagate sono lavoratrici e lavoratori con responsabilità familiari e sociali, che si occupano di figli o genitori anziani e che, oltre ad aver manifestato in prima linea, hanno anche rinunciato a più di una giornata di stipendio per ribadire di non voler essere complici del genocidio. Questo non può che far paura al potere. Come organizzazione abbiamo persone colpite da questa vendetta in più di una città, molte con ruoli di responsabilità locali e nazionali, ma non per questo ci faremo intimidire. Se la repressione è la loro risposta, la nostra sarà ancora più mobilitazione. Sappiamo che questi “sintomi morbosi”, per dirla con Gramsci, sono certamente il segnale di un vecchio che si ostina a non morire, ma ci stiamo organizzando per far si che il nuovo riesca a nascere. Cagliari, 27 febbraio 2026 Potere al Popolo –  Sardegna Redazione Sardigna
February 27, 2026
Pressenza
Studenti palestinesi: 110 sogni sospesi
Pubblichiamo il comunicato di “Piazza della Indignazione”, presidio quotidiano per la Palestina – Cagliari. 110 sogni sospesi 110 studenti palestinesi sono i vincitori delle borse di studio IUPALS (Italian Universities for Palestinian Students) intrappolati a Gaza. Sono stati selezionati per merito e ammessi nelle università italiane, ma la mancanza dei visti e di corridoi sicuri che dovrebbero essere loro garantiti sta distruggendo il loro futuro. Il tempo sta scadendo. La scadenza per l’immatricolazione del 28 febbraio 2026 è già un ostacolo critico. Senza un intervento urgente del Governo, questi studenti perderanno tutto ciò per cui hanno lavorato duramente. Cosa puoi fare: Invia la mail di protesta da qui:    https://studentipal.watermelonapps.com/     Cagliari, 24 febbraio 2025 Organizzatori – Piazza  Indignazione   Redazione Cagliari
February 24, 2026
Pressenza