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Il Rojava, in Siria, è sotto attacco. Difendiamo la Rivoluzione del Confederalismo Democratico
Con una offensiva militare ad ampio raggio il governo jihadista di Damasco, congiuntamente alle milizie islamiste sostenute dalla Turchia e da formazioni paramilitari tribali, sta attaccando il Rojava governato dall’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES). L’offensiva di Damasco è cominciata già nei primi giorni del 2026 contro i quartieri a maggioranza curda di Aleppo ed è proseguita in modo incessante con l’occupazione degli importanti centri di Tabqa, Raqqa e Deir ez-Zor. Gli attacchi proseguono su più fronti, in aperta violazione delle false dichiarazioni di cessate il fuoco dell’autoproclamato presidente della Siria l’ex comandante di al-Qaeda al-Jolani. Vengono segnalate esecuzioni sommarie, saccheggi e distruzioni di strutture umanitarie e sanitarie. La stessa città di Kobanê, simbolo della resistenza e della sconfitta dell’ISIS, rischia di essere aggredita. Molto preoccupanti sono le notizie della liberazione di migliaia di tagliagole dell’ISIS, tenuti segregati dalle forze rivoluzionarie SDF, messi in libertà dai jihadisti di Damasco. Negli ultimi 14 anni la Rivoluzione del Confederalismo Democratico ha disarticolato gerarchie sociali, strutture patriarcali, concezioni medioevali e tribali, differenze di genere. I jihadisti al potere a Damasco con questa offensiva militare tentano di cancellare anni di conquiste rivoluzionarie, l’autogoverno, la convivenza tra i popoli, l’autonomia delle donne. Le forze retrive siriane, sostenute apertamente dalla Turchia, tentano di spostare l’orologio della storia verso il passato cancellando diritti, partecipazione dal basso, liberazione. Si vuole ripristinare il dominio del potere tribale, lo sfruttamento, il patriarcato, la sudditanza della donna. In Siria del Nord e dell’Est è in corso uno scontro di civiltà fra due visioni opposte di società e del mondo. Scandaloso è il muro di silenzio dei governi occidentali, degli Stati Uniti, di Russia e Cina, su quanto sta accadendo in Siria. I combattenti e le combattenti delle SDF, dello YPG e delle YPJ, tanto utili negli anni passati per la lotta contro i taglia gole dell’ISIS, oggi sono stati abbandonati al loro destino davanti all’offensiva di Damasco. Al-Jolani è stato ricevuto in pompa magna da tutte le diplomazie occidentali, da Washington alla Meloni, mentre la Russia mantiene le sue basi militari in Siria a Tartus e Latakia. Il recente passato di al-Jolani come esponente di al-Qaeda è stato volutamente dimenticato. La Rivoluzione in Rojava viene ferocemente attaccata perché rappresenta l’unica via reale di uscita per i popoli del Medio Oriente precipitati nel caos. Caos creato dai contrapposti interessi imperialisti e dal rigurgito integralista dei vari potentati religiosi che opprimono le genti di quell’area geografica. I COBAS nel sostenere la Rivoluzione in Rojava e il movimento rivoluzionario curdo accolgono l’appello dell’UIKI (Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia) per fare pressione sui media, perché rompano il silenzio e informino correttamente sull’estrema pericolosità della situazione; per organizzare mobilitazioni, iniziative pubbliche, prese di posizione e azioni di pressione nei confronti del Governo italiano e della Commissione Europea affinché intervengano politicamente per fermare l’escalation militare, imporre il rispetto del cessate il fuoco, dei diritti delle minoranze e dell’autonomia del Rojava. Sosteniamo la resistenza delle donne e degli uomini che difendono il Rojava dall’aggressione dei jihadisti al governo in Siria. Donna, Vita, Libertà.   Redazione Italia
Contro la fascistizzazione della riproduzione sociale
Prendersi del tempo per scrivere è una tregua in mezzo a giornate turbolente dovute all’intensificarsi delle politiche fasciste negli Stati Uniti e ci consente di creare spazi per la circolazione di un altro tipo di prospettiva, di continuare un dialogo tra di noi con il desiderio di costruire altri luoghi da cui parlare, ricordare e costruire possibilità.  La militarizzazione si intensifica e negli Usa continuano le sparizioni e l’impunità. Potere esecutivo e stato di polizia L’intensificazione delle politiche autoritarie attuate dal potere esecutivo del presidente Donald Trump mira a smantellare la possibilità stessa di vita per tutto ciò che eccede la logica della supremazia bianca eteropatriarcale colonialista e imperiale. La nostra prospettiva è fondamentale per comprendere il contesto storico che sostiene la natura reazionaria dell’espansione fascista che stiamo vivendo oggi. Sebbene le varie ondate di movimenti negli Stati Uniti negli ultimi quindici anni non si siano concretizzate in forme di organizzazione coerenti e durature, in grado di costruire un panorama politico alternativo, è importante comprendere che hanno toccato una serie di nervi scoperti che ci aiutano a comprendere l’attuale intensificazione di politiche razziste ed eterosessiste-patriarcali volte a ristabilire un’identità nazionale colonialista e imperialista. Nei primi giorni del suo secondo mandato, gli obiettivi sono diventati chiari: Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti erano stati “invasi” dal Messico, ha anche emanato un ordine esecutivo per il riconoscimento di due soli sessi (maschio e femmina) con il pretesto di “difendere e proteggere” le donne dall’“estremismo dell’ideologia di genere” e ha attaccato direttamente ciò che la lunga storia delle mobilitazioni LGBTQIA2S+ aveva ottenuto, nonostante i tentativi di cattura istituzionale dei movimenti. I decreti presidenziali hanno comportato una reintegrazione suprematista contro ciò che le lotte antirazziste avevano stabilito nelle strade ma anche nell’ordine istituzionale: la piazza Black Lives Matter a Washington DC è stata smantellata e tutto ciò che era legato all’attuazione di una maggiore equità razziale e di genere è stato privato di fondi e perseguitato. Trump ha anche dichiarato lo stato di emergenza al confine con il Messico. La sua amministrazione ha sospeso l’app utilizzata per poter inoltrare le richieste di asilo al confine, e gli inseguimenti e le retate dei migranti sono diventati più drammatici e intensi, compresi gli arresti effettuati al momento dell’arrivo per gli appuntamenti concordati. Gli arrestati vengono trasferiti in centri di detenzione in altri stati, e persino in altri paesi, in attesa di espulsione senza nemmeno l’apparenza di un giusto processo. Le conseguenze delle rivolte Negli ultimi quindici anni negli Stati Uniti si sono avuti diversi momenti di lotta che hanno generato mobilitazioni sotto forma di esplosioni che hanno poi avuto un impatto importante a livello sia istituzionale che organizzativo, in grado di amplificare un altro tipo di orizzonte politico. Il potere patriarcale e razzista che oggi vuole riorganizzare “casa sua” e cerca di mettere tutti al posto che ritiene giusto è anche, in parte, una reazione a questa serie di mobilitazioni. C’è stato Occupy Wall Street (2011), come forma diretta di scontro con la finanziarizzazione della vita; movimenti contro il razzismo sistemico a partire da Black Lives Matter (2014); la marcia di massa delle donne, in diverse parti del Paese, come risposta al primo insediamento di Trump (2017). Queste e altre proliferazioni di proteste contro la natura quotidiana degli abusi hanno portato alla luce tensioni e complessità della violenza del sistema che stavano diventando palpabili. Nonostante le varie forme di “sussunzione” istituzionale e le divisioni interne seguite al primo Sciopero Internazionale delle Donne del 2017, i metodi di lotta contro il legame tra capitalismo ed eteropatriarcato sono stati riattivati e portati avanti attraverso il femminismo antirazzista e anti-carcerario. Da allora in poi, sono emerse diverse linee di lotta, che riflettono la necessità di ampliare la nostra comprensione dell’oppressione: il movimento #MeToo nelle carceri, organizzato da persone trans e non binarie detenute nelle prigioni; la lotta contro la sterilizzazione delle donne nei centri di detenzione per migranti; le reti di difesa collettiva e di mutuo soccorso come protezione dei quartieri contro l’intensificazione di retate, arresti e deportazioni dei migranti. Parte di questo ha portato alla creazione di quella che è stata poi dichiarata una rete di stati e città santuario [che si oppongono alla applicazione delle leggi sull’immigrazione e proteggono dalle incursioni dell’ICE, ndt]. La sequenza, che è culminata nello slogan “Defund the police” [meno finanziamenti alla polizia e più finanziamenti per i servizi sociali, ndt] per le strade, a partire dalla pandemia e poi in seguito agli omicidi di George Floyd e Breonna Taylor per mano della polizia [e oggi dovremmo aggiungere Renee Good, ndt], ha inserito la parola abolizione (delle carceri e della polizia) nel linguaggio quotidiano di milioni di persone. La guerra in casa   Negli Stati Uniti, dove vivo, non abbiamo mai usato così tanto la parola “guerra” per riferirci alle dinamiche che governano tutte le dimensioni della vita. Quando abbiamo iniziato a usare l’espressione “guerra” per nominare tutti i fronti dell’espropriazione della vita, uno dei pericoli è stato che questa parola porta sempre con sé un senso di impotenza, a causa della sua eccessiva e incommensurabile portata. Veronica Gago suggerisce che c’è un passo avanti rispetto a ciò che eravamo soliti chiamare guerra e crisi della riproduzione sociale, guardando a ciò che oggi sta emergendo come fascistizzazione della riproduzione sociale. Penso che questa sia una chiave importante che dobbiamo approfondire e che possiamo collegare a ciò che il Palestinian Feminist Collective ha chiamato “genocidio riproduttivo” per comprendere la portata delle politiche di morte e cancellazione di possibilità future che sono state messe in atto nel lungo attacco alla possibilità di vita palestinese. Il genocidio riproduttivo, elemento chiave del potere coloniale, implica la difficoltà di sostenere la vita in mezzo a meccanismi di assedio, criminalizzazione, prigionia e sparizione che erodono la capacità di intere comunità di rimanere in vita. Dimostra come il futuro, sia come possibilità per i popoli sia come strategia colonialista di mutilazione dell’infanzia e di creazione di traumi intergenerazionali, venga anch’esso ucciso. L’attacco alle migrazioni è direttamente collegato alla fascistizzazione della riproduzione, perché il bersaglio sono le persone che svolgono il lavoro riproduttivo che sostiene la vita: cura, cibo, assistenza infermieristica e istruzione, tra gli altri. Oggi, la possibilità di vivere al di fuori del ciclo di sparizione-detenzione-espulsione implica una logica di impossibilità: andare a lavorare potrebbe significare essere arrestati dagli agenti della sicurezza nazionale (ICE), ma rimanere chiusi a casa significa non avere mezzi per sopravvivere. Andare in tribunale significa rischiare l’arresto, e non andarci significa rischiare l’espulsione per mancata comparizione. L’importanza dei femminismi Dal femminismo impariamo a diffidare del senso di impotenza che nasce dall’idea di confrontarci con un contesto di guerra, perché siamo ferme in un mondo, e spesso intrappolate in un linguaggio, progettato per denigrarci e svalutarci. C’è qualcosa di radicalmente incommensurabile nello scontro tra la capacità di sostenere la vita collettiva e l’espansione delle guerre su tutte le scale. Di fronte all’avanzare della logica della guerra e della crudeltà, tutto sembra insufficiente . Tuttavia, è necessario attivare la conoscenza generata dai transfemminismi e dai movimenti antirazzisti in lotta, dove un meticoloso controllo quotidiano, la segregazione e i tentativi di addomesticamento sono stati storicamente parte di una storia che ora si sta dispiegando e intensificando. Come afferma la pensatrice e attivista Alessandra Chiricosta: “Nella logica della guerra opera la logica del mito della forza virile. Questo momento è il grande spettacolo del mito”.  Il suo dispiegamento ci fa supporre che sia molto radicato perché su quella scacchiera siamo sempre lasciati dalla parte dei “deboli” e degli insignificanti: si tratta di un mito indiscusso e di un mega “dispositivo di controllo” dell’eteropatriarcato che vediamo ingigantirsi nel presente e di fronte al quale sembra che tutto ciò che facciamo sia quasi niente . La nostra forza nasce da altrove: dal perfezionamento e dalla moltiplicazione della nostra capacità organizzativa. Dobbiamo coltivare altre forme di azione, differente e dissidente, su una scala diversa ma non meno importante. La chiave sta nella nostra capacità di agire in modo unito e organizzato, come quando vediamo piccoli gruppi di vicini organizzati che riescono a cacciare gli agenti dell’ICE dal loro isolato e cioè ci troviamo di fronte all’immagine di una sproporzione sorprendente perché si tratta della difesa della vita portata avanti proprio dai nostri vicini contro agenti dello Stato, vestiti e preparati come per la guerra. Cerco le soluzioni in questi gesti perché credo che ci permettano di vedere che anche in quell’immenso eccesso, abbiamo bisogno di rendere visibile un’altra logica che, in realtà, non è affatto insignificante. Susana Draper (traduzione di Cristina Morini) QUESTO ESTRATTO, TRATTO DAL PERIODICO DIGITALE OJALA, CHE RINGRAZIAMO, APPARTIENE A UN DIALOGO COLLETTIVO CURATO DA LA LABORATORIA. SPAZIO DI INCHIESTA FEMMINISTA, COLLETTIVA FEMMINISTA INTERNAZIONALISTA. IL CONFRONTO MUOVE DALLA DOMANDA SU QUALI STRUMENTI DEL FEMMINISMO SIANO STATI INVENTATI E APPLICATI CON SUCCESSO NELL’ULTIMO DECENNIO. L’INTERA RACCOLTA DI TESTI È DISPONIBILE NEL NUMERO DI DICEMBRE 2025. LA LABORATORIA È UNA RETE TRANSTERRITORIALE E INTERNAZIONALISTA COMPOSTA DA COMPAGNE DI MADRID/CADICE, BUENOS AIRES, QUITO,   SAN PAOLO, PORTO ALEGRE, CITTÀ DEL MESSICO E NEW YORK CHE, IN MEZZO A MOLTEPLICI URAGANI GEOLOCALIZZATI, CERCA DI COSTRUIRE PRATICHE E PENSIERO POLITICO ; COMPRENDENDO LE PARTICOLARITÀ TERRITORIALI ALL’INTERNO DELLO STESSO QUADRO DI ESISTENZE TRANSFEMMINISTE E ANCHE PENSANDO, SOPRATTUTTO QUEST’ULTIMO ANNO, ALL’ATTUALE CONTRORIVOLUZIONE E RESTAURAZIONE PATRIARCALE, COME PARTE DI UNA REAZIONE AI PROGRESSI DELL’ULTIMO DECENNIO DI MOBILITAZIONI SOCIALI, IN PARTICOLARE QUELLE FEMMINISTE, ANTIRAZZISTE E ANTICOLONIALI.   Redazione Italia
Torino, assemblea nazionale dei centri sociali autogestiti
pubblichiamo il resoconto di  Angelo Zaccaria sul dibattito dell’assemblea di sabato scorso dove è stata decisa la convocazione di una manifestazione nazionale per il prossimo 31 gennaio in quel di Torino: Concentramento a Palazzo Nuovo alle ore 14.30_   Era dai primi anni ’90 che non accadeva. Questo il primo dato. Erano allora gli anni successivi allo sgombero del Leoncavallo nell’ Agosto 1989, anni di fermento che culminarono nella assemblea nazionale dei CSA ad Officina 99 a Napoli nel 1993. Il bilancio di questa assemblea quindi è nettamente positivo. Anzitutto il fatto stesso di esserci stata, dopo anni di frammentazione generata sia da oggettive divergenze di culture e prospettive politiche, che da qualche rigidità e settarismo di troppo. Qualcun@ potrebbe dire che un ricompattamento era scontato visto l’attacco frontale sferrato dal governo Meloni verso le realtà autogestite, ma io ritengo che di scontato non ci sia mai nulla, e quindi la stessa tenuta di questa assemblea è un importante risultato per cui dobbiamo ringraziare Askatasuna e le realtà di base torinesi. Inoltre la grande partecipazione, oltre mille persone provenienti da tutta Italia, forse un po’ meno dalle zone più distanti del sud, ma questo è comprensibile. Oltre 60 interventi, la gran maggior parte fatti da giovani, e con un buon equilibrio di partecipazione di genere. Altro dato fondamentale, la diffusa e prevalente volontà di girare pagina rispetto al passato polemico recente e meno recente, e praticare una attitudine alla unità ed alle convergenze, dove conti più quello che unisce che quello che divide. Questo risponde ad una domanda che sicuramente viene dai settori di base che partecipano alle lotte ed alle loro scadenze, ma son meno coinvolti nella militanza organizzata, il mondo dei cosiddetti “cani sciolti”, ma riflette anche una nuova tensione e nuove scelte maturate in questi anni, da parte dei collettivi e delle realtà più organizzate. Prova di quanto scritto sopra è il silenzio assoluto interrotto da vari applausi, col quale le svariate centinaia di presenti han ascoltato gli interventi di realtà che pure negli anni erano state al centro di critiche sulla annosa questione della “istituzionalizzazione” dei centri sociali. Infine, aggiungerei una cosa che va al di là della contabilità dei e delle partecipanti o della analisi razionale dello svolgimento del dibattito. Il clima della assemblea, soprattutto nelle prime due ore, due ore e mezza. Un clima appassionato, molto partecipe, a tratti entusiasta, poca sindrome della sfiga e della sconfitta. Anzi la percezione di un qualche senso di potenza non più solo latente, che va crescendo e si va sviluppando. Cruciale in questo senso il lascito ed il riferimento, presente in tanti interventi, alle lotte ed agli scioperi di inizio autunno su Gaza e Palestina. Anzi, proprio l’assemblea del 17 Gennaio conferma che quelle lotte, forse non hanno rappresentato la netta rottura in avanti del tempo della storia, ma di certo han segnalato l’avvio di una nuova fase di attivazione sociale e politica  e di disponibilità alla mobilitazione. Quanto su questo influiscano non solo le miserande vicende della politica di governo italiana, ma anche se non più i sinistri scenari della politica globale ed i bagliori di guerra, in questa sede non ha bisogno di essere sottolineato. Quindi allora tutto bene, Madama la Marchesa…? …certo che no. Permangono a mio avviso limiti e punti interrogativi. Ad un occhio “maturo” taluni interventi potrebbero esser apparsi un poco generici o ingenui se non velleitari, ma se si è all’inizio di un processo di attivazione e politicizzazione, che investe anche ma non solo alcuni settori giovanili, autoctoni e non, questo non dovrebbe stupire. Del resto che un processo del genere seppure coi suoi limiti esista, lo attestano gli stessi cosiddetti “decreti sicurezza” nelle loro corpose parti dedicate alla repressione del dissenso, i quali mirano anzitutto a prevenire o impedire o ridurre questi processi di politicizzazione. Su questo molto preoccupanti ed emblematici risultano, sempre a Torino, i recenti arresti di studenti ai quali l’assemblea ha espresso totale solidarietà. Poi ci sta il punto delle alleanze e convergenze. Alcuni interventi han riproposto in vari modi il tema della critica a campo largo e centrosinistra, e non solo da parte di organizzazioni politiche o partiti a loro volta in competizione elettorale con “l’ala sinistra del centrosinistra”. Non sta certo a me occultare le molte e giuste ragioni per criticare PD, CGIL, AVS, M5S etc… ma questi interventi lasciavano intravedere un nodo che questa prima assemblea non poteva sciogliere: cosa si intende per spirito unitario, ricomposizione, alleanze e convergenze? Tutt@ ovviamente declinano questi principi riferendosi a tutti i soggetti sociali allargati, proletari e popolari, colpiti dalle politiche di guerra, austerità ed autoritarismo. Talun@ però estendono la convergenza possibile anche a quei soggetti organizzati, politici, partitici, associativi e sindacali, che seppure spesso in forma critica nella orbita del centrosinistra in qualche modo si muovono. Per intendersi parliamo del vecchio cartello dei Social Forum, forse orbato della componente cattolica di base: Fiom, Arci, sinistra del centrosinistra etc… Il riaffiorare di una potenziale divergenza su quali sono i confini e limiti della tanto citata convergenza, non poteva esser sciolto nella assemblea di Torino e solo i fatti ci diranno quali saranno questi confini, e fra i fatti ci sta anche cosa concretamente faranno, o non faranno, queste aree diversamente collaterali alla sinistra di governo. Spetta anche a loro “l’onere della prova”, cioè dimostrare nei fatti e non a chiacchiere che sono al fianco dei CSA e dei movimenti di base, soprattutto sul terreno cruciale della lotta contro l’autoritarismo e la repressione, e per la difesa del diritto di associazione, espressione, dei diritti sindacali e del diritto di manifestare… Mentre noi ci ricomponiamo, convergiamo ed incrementiamo le nostre potenze latenti, questo governo di “fascisti del terzo millennio” (altro che Casa Pound…), non starà certo a guardare. Né va mai dimenticato del tutto cosa è stato storicamente capace di fare lo Stato italiano, anche quando al potere c’erano altri soggetti diversi dai fascisti del terzo millennio, per contrastare precedenti cicli di lotta. Un altro punto che l’assemblea non poteva sciogliere, e che non è del tutto scollegato da quello precedente, è quello della concreta articolazione delle pratiche politiche e di quelle di piazza. È un punto giustamente toccato da un paio di interventi verso la fine della assemblea, peraltro fatti a titolo personale, e correttamente ripreso nelle conclusioni da chi la assemblea la presiedeva. Si è opportunamente replicato che su questo punto si è già iniziato a discutere negli ambiti politici e sociali torinesi allargati, che esistevano prima dello sgombero di Askatasuna e che dopo lo sgombero si sono attivati ed estesi. Il tutto, si può immaginare, secondo il molte volte citato “spirito del movimento NO TAV della Val Susa”, col suo carattere popolare ed inclusivo di tutte le differenze, e basato anche sul noto principio: “Si parte e si torna tutt@ insieme”. Meno rilevante ora invece la problematica di quale forma organizzativa dare a questo percorso nazionale, pure affiorata qua e là in alcuni interventi: in una fase ancora iniziale di confluenza fra realtà eterogenee, è molto probabile che la forma organizzativa resti snella e si proceda per campagne di iniziativa. A questo punto non resta che dire una ultima cosa… TUTT@ ALLA MANIFESTAZIONE NAZIONALE A TORINO DEL 31 GENNAIO 2026, H 14,30! Concentramento a Palazzo Nuovo, FS Porta Susa e FS Porta Nuova.   Redazione Italia
Sicurezza pubblica contro libertà democratiche? La trappola del governo Meloni e il referendum sulla giustizia
Mentre il governo stringe al massimo i tempi per il referendum sulla giustizia, sull’onda di recenti fatti di cronaca si aggiunge l’ennesimo ricorso alla decretazione d’urgenza per un provvedimento sotto forma di decreto legge in materia di sicurezza pubblica (di 25 articoli) al quale dovrebbe seguire, nella stessa materia, un disegno di legge di portata ancora più vasta (40 articoli). Dopo che lo scorso anno, a giugno, era stato già approvato un decreto legge sicurezza, la propaganda governativa sembra concentrata sugli scarsi effetti che le nuove norme avrebbero avuto per responsabilità di una magistratura, che sarebbe ancora troppo concentrata a difendere i propri privilegi, piuttosto che assecondare l’opera del legislatore, e del governo che attraverso i suoi decreti legge ne stabilisce, spesso in assenza di un qualsiasi dibattito parlamentare, le linee di indirizzo. Le misure previste, tutte di indubbia connotazione repressiva, vanno da una stretta sulla criminalità minorile, con sanzioni più rigorose sulle armi da taglio, all’inasprimento di pene per furti e scippi, dall’ulteriore restringimento delle possibilità di ricongiungimento familiare alla esternalizzazione dei controlli di frontiera nei paesi terzi “sicuri”, dalle espulsioni più rapide di stranieri irregolari allo scudo penale per gli agenti di polizia e per i cittadini che ricorrono alla legittima difesa o che agiscono nell’adempimento di un dovere. I contenuti del nuovo decreto legge, che potrebbe essere pubblicato entro la fine di gennaio, sono evidentemente legati alla riforma della giustizia, perchè mirano ad inserire paletti sempre più stretti all’attività dei giudici, restringendo gli spazi della giurisdizione, ampliando invece i poteri degli organi di polizia e dell’esecutivo. L’obiettivo primario di assoggettare la magistratura alla politica è stato apertamente affermato dal ministro Carlo Nordio («mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo», 3 novembre 2025), dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano («c’è un’invasione di campo [dei magistrati] che deve essere ricondotta», 4 novembre 2025) e persino dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella conferenza stampa d’inizio anno («se vogliamo garantire sicurezza occorre lavorare tutti nella stessa direzione: governo, forze di polizia e magistratura»). Emerge così come siano meramente strumentali i dibattiti sulla separazione delle carriere, questione di principio, legata al modello accusatorio del processo penale, che non può essere affrontata nei tempi attuali nei modi nei quali veniva trattata ai tempi di Vassalli e Di Pietro, o di Tortora e Craxi, ma che deve essere calata nel contesto che la circonda, per gli effetti che potrebbe produrre sui futuri equilibri costituzionali. La separazione delle carriere in realtà è stata già implementata in precedenti riforme, ed oggi la questione in gioco è l’indipendenza della magistratura, a partire dai suoi organi di autogoverno (il CSM che si vorrebbe sdoppiare) e di disciplina (la Corte di disciplina), che in misura crescente incidono sulle carriere dei magistrati e ne possono minare l’indipendenza. Una questione quindi democratica, che andrebbe risolta nel rispetto del quadro costituzionale, senza stravolgere quell’equilibrio tra i poteri dello Stato che i Costituenti vollero a garanzia dei principi di uguaglianza e solidarietà su cui si basa la Costituzione repubblicana del 1948. […] Il nucleo centrale del nuovo decreto legge sicurezza riguarda la limitazione della libertà di manifestazione, se non della libertà di circolazione. Non è certo al momento cosa andrà nel decreto legge e cosa sarà soltanto nel disegno di legge, tutto questo sarà oggetto di trattative tra i partiti di maggioranza, con un rinnovato protagonismo della Lega, e potrebbe risentire della mediazione informale con il Quirinale. Le “norme manifesto” degli intenti governativi sono tuttavia già note. Nel nuovo pacchetto sicurezza ci sono norme per chi non si ferma all’alt della Polizia, che rischia fino a 5 anni di carcere. Si introduce una ammenda fino a 20mila euro per chi manifesta spontaneamente e senza preavviso. Si prevede l’estensione delle cosiddette “zone rosse” tanto da rendere “strutturale” (e non solo “eccezionale”) la possibilità per i prefetti di individuare aree segnate da episodi ripetuti di illegalità, dove possa scattare il divieto di permanenza e l’allontanamento per soggetti già segnalati dall’Autorità giudiziaria per particolari reati (contro la persona, il patrimonio o per stupefacenti o per il porto di armi), indipendentemente da una pronuncia di condanna, o da altre misure cautelari disposte da un giudice, ma solo sulla base di una segnalazione di polizia. Tutti casi nei quali i controlli giurisdizionali appaiono particolarmente attenuati. Si deve poi considerare l’impatto che sulla portata effettiva di queste nuove limitazioni della libertà di manifestazione potrà avere una legge di contrasto dell’antisemitismo, con diversi progetti tuttora oggetto di discussione in Parlamento, che recepisca la definizione operativa dell’International Holocaust Remembrance Alliance. Come osserva Francesca Albanese, Commissaria ONU per la Palestina, sarebbe una “vergogna”. Un progetto di legge “Doppiamente ignominioso perché sfrutta la memoria dell’antisemitismo del secolo scorso e garantisce l’impunità per i crimini commessi oggi da Israele” che, in collegamento con le misure previste dai progetti di decreti sicurezza, potrebbe avere pesanti ricadute sulla libertà di associazione e sulla residua libertà di manifestazione in favore del popolo palestinese. […] Si dovrà impedire lo stravolgimento della Costituzione finalizzato a colpire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, minando l’equilibrio dei poteri previsto dai Costituenti, in modo da svuotare i controlli di legalità, come è già successo nel caso della Corte dei Conti. Ma si dovrà spiegare bene ai cittadini che chiedono sicurezza, che questa sicurezza potrà arrivare non da un inasprimento delle misure repressive, tentativo fallito a più riprese in passato, ma con un ritorno agli obblighi di solidarietà, ai principi fondativi dello Stato sociale, nel quadro di una rigorosa separazione dei poteri dello Stato, ed ai doveri di partecipazione sanciti dalla Costituzione, con una effettiva capacità di ascolto dei gruppi sociali più deboli e con la riaffermazione dei principi di legalità e giustizia nella distribuzione delle risorse. La sicurezza non si può garantire senza la giustizia sociale. Questi principi devono tradursi in scelte politiche ed in prassi applicate che devono imporre il ripristino della coesione sociale in tutti i territori dello Stato, da nord a sud, battendo il profitto speculativo, lo sfruttamento lavorativo e la logica del conflitto permanente e del nemico interno, come si considerano ormai gli stranieri. Si tratta di principi di convivenza che al contempo vanno tradotti nel rifiuto assoluto della guerra come sistema di risoluzione delle controversie internazionali tra Stati. Perchè la questione della effettività dei controlli di legalità operati dalla giurisdizione domestica ed internazionale è unitaria, come si è visto da tempo in materia di immigrazione ed asilo, e come è confermato dal caso Almasri, e rimane ancora un cardine degli Stati democratici. Fulvio Vassallo Paleologo
Le ragazze ardenti per il pane e le rose
Il 25 marzo 1911 la fabbrica di camicette Triagle di New York, al nono piano di un edificio in piazza Washington, va a fuoco: è una strage! centoquarantasei le vittime. La notizia fa il giro del mondo. Nell’estremo sud d’Europa il Giornale di Sicilia titola: Spaventevole incendio a New York. I morti sono operai di ambo i sessi provenienti dall’Italia, dalla Germania e dalla Russia – riporta il quotidiano dell’Isola. In verità nell’incendio hanno perso la vita diciassette uomini e centoventinove donne, giovani cucitrici, di età sotto i vent’anni, impiegate nell’opificio dei signori Isaac Harris e Max Blanck, i quali, invece, sono riusciti a mettersi in salvo. Molte delle vittime erano italiane o di famiglie emigrate dall’Italia, tra cui ventiquattro di origini siciliane, come documenta Ester Rizzo in Camicette bianche (Navarra editore, 2014), che ha rintracciato per ciascuna delle decedute nel rogo un nome e, dove possibile, un profilo. Maria Rosa Cutrufelli nel suo ultimo romanzo Il cuore affamato delle ragazze (Mondadori, 2025) ci restituisce le lotte delle donne nella New York del primo decennio del secolo scorso mediante i ricordi della protagonista Etta, infermiera professionista, che dalla provincia di Palermo era giunta bambina negli Stati Uniti col nome di Marietta assieme alla madre diplomata maestra e al padre medico e socialista. Non tutti gli emigrati lasciavano la Sicilia alla ricerca di lavoro e di una prospettiva di vita più umana, alcuni, come il padre di Etta, fuggivano per non dover abiurare alle proprie idee politiche. Ricordiamo a tal proposito che intorno al 1891 i fasci siciliani dei lavoratori iniziarono a organizzare i grandi scioperi contro lo sfruttamento e i soprusi delle classi dominanti dell’Isola, ma già nel 1894 le rivendicazioni dei contadini e degli operai insorti erano state brutalmente soffocate nel sangue dal governo Crispi. E tra le prime pagine del romanzo ritroviamo proprio a New York uno dei capi dei fasci, Nicola Barbato. Ma non erano solo uomini gli scampati alla repressione dei fasci che si erano rifugiati negli Stati Uniti, come ha documentato Elisabetta Burba in Da arbëreshë a italo-americani (Pitti edizioni, 2013), per la comunità albanese di Piana – il paese natio di Barbato in provincia di Palermo –, « le donne arbëreshe aderirono con entusiasmo al fascio » anzi  ebbero un ruolo di primo piano nell’organizzazione delle mobilitazioni, come quando per protesta contro le autorità ecclesiastiche che condannavano le rivendicazioni dei fascianti decisero di non prendere parte alla processione del Corpus Domini. E nel romanzo di Cutrufelli incontriamo una fasciante in un laboratorio sartoriale, una « maestra con le forbici e il gessetto » che parla un inglese storpiato dalla pronuncia siciliana – non certo famosa come il dottor Barbato! – che nel suo paese d’origine aveva organizzato « manifestazioni, lagnanze in municipio e, una volta, persino uno sciopero delle donne alla processione del venerdì santo ». In questo modo la nostra autrice, tra gli orditi degli avvenimenti storici, intreccia le vite delle sue personagge d’invenzione con le azioni di figure storiche ben identificate, come le attiviste impegnate nelle rivendicazioni dei diritti delle donne nei sindacati e nelle leghe suffragiste Jane Addams, Mary Dreier, Alice Frances Kellor, Clara Lemlich, Pauline Newman, Frieda Miller e Frances Perkins. Signore dell’alta società o comunque di condizione borghese che decisero di supportare le lotte delle operaie dell’industria tessile. Il loro appoggio non mancò nel grande sciopero del 1909 che prese avvio proprio dalle proteste delle camiciaie degli ultimi piani dell’Asch Building, occupati dalla fabbrica di Isaac Harris e Max Blanck , per cui il New York Herald aveva ironizzato: «Anche i pulcini ora alzano la cresta?». A riguardo non possiamo non ricordare lo sciopero del 1902 a Milano delle piscinine, le schiave-bambine impiegate nelle sartorie milanesi della Belle Époque, protagoniste del romanzo La piccinina di Silvia Montemurro (Edizioni E/O, 2023). I pulcini o più propriamente le pulcine newyorchesi, le più giovani avevano quindici anni, «trovarono, il coraggio, alla fine. Svitarono le Singer dalle postazioni (persino alla Triangle, la più moderna delle fabbriche, le macchine dovevano fornirle le operaie) e, con il loro tesoro tra le braccia, scesero per strada» tant’è che l’Herald dichiarava : «È la rivolta delle ragazze». «Le trovavi dappertutto […] Ovunque c’erano cucitrici, là c’era un picchetto. E insieme ai picchetti comparvero i poliziotti con i manganelli e gli agenti della Pinkerton con i revolver e i gangster assoldati dagli industriali e i ruffiani con il seguito di prostitute da affittare al posto delle operaie». Ma le scioperanti non demordevano mentre ad un certo punto la repressione «era sfuggita di mano al sindaco e agli altri caporioni, perché i poliziotti, nella loro spavalderia, avevano commesso un errore madornale: assieme alle operaie, avevano ammanettato una signora della buona società. La bionda signora Dreier, presidente » della sezione di New York della Women’s Trade Union League. Infatti – commenta Cutrufelli – «quegli stupidi scimmioni, oltretutto, l’avevano arrestata nel momento meno opportuno: con il rinnovo a breve delle cariche municipali bastava niente per perdere il proprio elettorato». Probabilmente era stata la stessa astuta Miss Dreier a cogliere «a volo l’opportunità». Lo sciopero era terminato dopo mesi, e poteva vantare una prima vittoria perché quasi tutte le imprese avevano accettato la richiesta più importante per le operaie ovvero l’ingresso del sindacato nelle fabbriche a tutela dei loro diritti. Ma la Triangle si era dissociata è non aveva acconsentito a nessuna delle rivendicazioni delle impiegate. Così quando scoppiò l’incendio all’Asch Building, Miss Perkins che «si occupava di riforme sociali: regolamenti sanitari, riduzione dell’orario di lavoro per donne e bambini» e non ultima «la prevenzione degli incendi nelle fabbriche» dovette avvertire «il rogo della Triangle come uno scacco personale. Il fallimento del suo impegno». Nessun dubbio vi era  infatti che al nono piano dello stabile, «il reparto dove si tagliava e si cuciva in lunghe file parallele, la porta era bloccata, chiusa a chiave per timore che le operaie scappassero con qualche ritaglio di stoffa» e pertanto « non c’erano vie di fuga, in barba alle norme di sicurezza previste dalla legge». Una grave «negligenza» che però andava dimostrata in sede processuale e la testimonianza di Kate Alterman, sopravvissuta all’incendio, sembrava aver convinto la giuria che era stata attraversata assieme al pubblico presente in aula da un moto di commozione generale. Tuttavia con il verdetto finale Harris e Blanck venivano assolti, il loro avvocato era riuscito a neutralizzare la deposizione di Alterman chiedendole  di riconfermare una prima, una seconda e una terza volta la medesima versione dei fatti: perché «a forza di ripeterle, le parole smarriscono il loro significato, perdono valore, e ogni testimonianza finisce col tradire sé stessa». Il cuore affamato delle ragazze è un romanzo avvincente e, inoltre, ci invita a riflettere sul nostro presente. In merito alla sicurezza nei luoghi di lavoro, ad esempio, continuiamo ad assistere a tragedie che non possono essere tollerate. Già la regista Costanza Quatriglio nel film Triangle (2014) aveva messo in relazione la strage di New York del 1911 e, a cento anni, il disastro di Barletta del 2011, in cui persero la vita cinque operaie tessili sotto le macerie di una palazzina fatiscente. Mentre il rogo dell’Asch Building in cui perirono così tante giovani vite ci ricorda tristemente la strage dello scorso capodanno a Crans Montana. Anche in questo caso, pare che – così come emerge dalle cronache (fermo restando gli accertamenti sulle responsabilità della magistratura ancora in corso) – il cinismo e l’avidità abbiano portato a risparmiare sull’applicazione delle norme di prevenzione e sui dispositivi previsti dalla legge per la sicurezza, mentre rimane ancora da capire perché  l’unica porta d’emergenza fosse sbarrata. Per concludere, diciamo che le mobilitazioni newyorchesi del 1909 «per il pane e le rose» delle «ragazze ardenti» – così come le chiamò la stampa, quasi a prefigurare la drammatica fine alla Triangle –  rimandano oggi agli scioperi di operaie/i del settore del tessile soggette non soltanto allo sfruttamento servile, ma subiscono puntualmente minacce e repressioni, cancellando di fatto oltre un secolo di lotte: pensiamo a cosa di recente è avvenuto a Prato. Ketty Giannilivigni
Solidarietà a Luciano Vasapollo, attaccato per il suo supporto alla Rivoluzione Bolivariana e alla causa palestinese
Luciano Vasapollo – professore (in pensione) di economia presso l’Università “La Sapienza” di Roma e dirigente di Rete dei Comunisti – è stato attaccato da Francesco Giubilei, scrittore, fondatore delle case editrici Historica e Giubilei Regnani Editore, collaboratore dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano dal 2022 al 2023, presidente dell’associazione “Nazione Futura” e della Fondazione Tatarella. L’articolo incriminato, pubblicato il 12.01.2026 su “Il Giornale” e intitolato “Lezione del cattivo maestro amico di Maduro: insulti alla venezuelana in festa per la libertà”, è un’accozzaglia di affermazioni volte a screditare Vasapollo e la Rivoluzione Bolivariana (tramite l’attacco al presidente Nicolás Maduro). L’attacco a Vasapollo, bersagliando il singolo, ha l’obiettivo di provare a intimidire anche gli altri professori e gli studenti, di restringere gli spazi di dibattito e agibilità politica nelle istituzioni scolastiche e nelle università nel quadro della crescente militarizzazione della società e rientra nel novero degli attacchi subiti da tantissimi esponenti della società civile, attivisti e solidali con il Venezuela Bolivariano e il popolo palestinese. Esprimiamo e promuoviamo solidarietà al professor Vasapollo e all’area politica facente capo alla Rete dei Comunisti. Dobbiamo sempre di più promuovere la solidarietà e la lotta per la giustizia sociale contro la repressione uno strumento per alimentare la mobilitazione in opposizione al governo Meloni, sostenitore dei reazionari venezuelani, serva di Trump e complice della pulizia etnica in corso in Palestina perpetrata dall’Entità sionista. Redazione Italia
Venezuela: verità e bugie su democrazia, povertà ed emigrazione
di José Manzaneda, coordinatore di Cubainformación I grandi media mettono a tacere ogni voce che sostenga il governo venezuelano e il suo presidente, Nicolás Maduro, sequestrato dagli Stati Uniti. L’uccisione di oltre cento persone per eseguire tale sequestro viene censurata o ridotta a un semplice dettaglio informativo (1). Nel frattempo, talk show e interviste televisive e radiofoniche, articoli e reportage giornalistici giustificano la barbarie, il terrore e la distruzione del diritto internazionale da parte del governo di Donald Trump (2). L’apologia del terrorismo di Stato gode di tale impunità grazie alla raffica di bugie, per anni, sull’opinione pubblica internazionale (3). Facciamo il punto della situazione. 1.    Il Venezuela è una dittatura. Falso. •    Il Venezuela è il Paese con il maggior numero di consultazioni elettorali al mondo, 32 durante il periodo chavista (4). •    Nelle elezioni legislative di maggio, ad esempio, hanno concorso 54 forze politiche, con campagna elettorale aperta e piena libertà di espressione (5). •    Il Venezuela sta realizzando uno dei modelli di democrazia più partecipativi al mondo. Oltre alle elezioni convenzionali, ci sono 4 consultazioni popolari annuali che, in ogni comunità, decidono direttamente i progetti e le opere pubbliche che lo Stato deve realizzare (6). 2. Il chavismo ha distrutto l’economia. Falso. Dal 2015, il governo degli Stati Uniti ha inflitto al Venezuela circa un migliaio di sanzioni economiche, espropriato aziende pubbliche e congelato i suoi conti e beni all’estero (7). Nel 2019, il Paese aveva perso il 99% di tutte le entrate in valuta estera (8), con un calo del 70% del PIL (9). Niente di più simile a una guerra. Tuttavia, dopo sei anni di catastrofe sociale, il Venezuela è riuscito a costruire nuove alleanze economiche nazionali e internazionali e dal 2022 l’economia cresce a un ritmo del 6%, con risultati tangibili come la quasi totale sovranità alimentare (10). 3. La povertà è causata dal governo. Falso. Nella prima fase della Rivoluzione Bolivariana, con Hugo Chávez alla presidenza, la povertà è stata ridotta del 47% (11). La ragione: nuove leggi in materia di sovranità, come quella sugli idrocarburi, che hanno conferito allo Stato il controllo effettivo dei proventi petroliferi (12). Questi hanno iniziato a finanziare le cosiddette “missioni sociali” nell’ambito dell’economia popolare, dell’edilizia abitativa, dell’istruzione, della cultura o dello sport, molte delle quali in collaborazione con Cuba (13). Ma il blocco economico ha distrutto i fondi petroliferi che finanziavano questi programmi, causando un notevole aumento della povertà, la perdita di valore dei salari e delle pensioni, un’inflazione gigantesca e la paralisi dell’economia (14). 4. L’opposizione è perseguitata. Falso. L’estrema destra, guidata da María Corina Machado, ha scelto di boicottare la maggior parte dei recenti processi elettorali (15). Si tratta di un’opposizione non democratica, che non solo sostiene le sanzioni e l’invasione del proprio Paese da parte degli Stati Uniti (16) (17), ma ha anche organizzato diversi colpi di Stato (18) e tentativi di assassinio (19) e ha fomentato atti di estrema violenza nelle strade contro l’ordine costituzionale (20). Nel 2024, questi atti hanno causato la morte di 27 poliziotti e militanti chavisti (21). La sua violenza e la sua collaborazione con una potenza nemica (non l’espressione di “opinioni”) sono la causa dell’incarcerazione di coloro che vengono definiti “prigionieri politici”. 5. Maduro ha truccato le elezioni presidenziali. Falso Nel luglio 2024, l’opposizione di estrema destra e i servizi segreti statunitensi hanno orchestrato una grande operazione per manipolare le elezioni presidenziali: hanno lanciato un imponente attacco informatico che ha paralizzato il conteggio dei voti e, contemporaneamente, hanno diffuso sulla stampa mondiale la notizia fasulla della loro vittoria elettorale (22). Alcuni giorni dopo, la Corte Suprema di Giustizia ha avviato un’indagine, per la quale ha richiesto i verbali elettorali a tutte le formazioni politiche. 38 partiti di ogni ideologia li hanno presentati, tranne la Plataforma Unitaria Democrática di Edmundo González e María Corina Machado (23). In questi giorni, milioni di persone riempiono le strade del Venezuela a sostegno di Maduro (24), senza un solo atto di appoggio all’intervento degli Stati Uniti. Lo stesso Donald Trump ha affermato che Machado “non ha né sostegno né rispetto” all’interno del Venezuela (25). Ma non dicevano che il suo partito aveva vinto le elezioni? 6. Cina e Cuba hanno invaso il Venezuela. Falso. La Cina è uno dei punti chiave dell’attacco degli Stati Uniti contro il Venezuela. Sono gli accordi di estrazione e vendita di petrolio, utilizzando lo yuan, la valuta cinese, che Trump cerca con tutti i mezzi di distruggere (26). Nel caso di Cuba, dal 2000 esiste un accordo di cooperazione integrale con il Venezuela, paradigma della collaborazione Sud-Sud. Cuba riceve petrolio e, in cambio, fornisce servizi, principalmente in campo medico, a beneficio delle comunità venezuelane più bisognose (27). Inoltre, Cuba fornisce assistenza in materia di sicurezza: il 3 gennaio 32 militari cubani che proteggevano Maduro sono stati assassinati dagli Stati Uniti durante il suo sequestro (28). Ma è assolutamente falso che ci siano truppe cubane in Venezuela (29). Se esistessero, sarebbero state fotografate dai satelliti statunitensi già da anni. 7. Il governo ha costretto milioni di persone a lasciare il Paese. Falso. Prima del blocco economico, in pieno chavismo, il Venezuela era un Paese di immigrazione. Ad esempio, cinque milioni di colombiani e colombiane in fuga dalla miseria e dalla violenza (30). Ma il blocco degli Stati Uniti, come nel caso di Cuba, ha costretto milioni di persone a lasciare il Paese in cerca di una vita migliore (31). Analogamente al caso cubano, la Casa Bianca e i media al suo servizio hanno costruito una narrativa vittimistica e falsa su persone “rifugiate”, ‘perseguitate’ o “fuggite” dal loro Paese (32) (33). Quella venezuelana e quella cubana sono senza dubbio emigrazioni forzate. Ma non per colpa di Caracas o dell’Avana, bensì di Washington. Sebbene, a causa della guerra psicologica nei media e nei social network, una parte stia ora applaudendo il proprio carnefice. Un carnefice, tra l’altro, che ancora… non ha vinto la guerra.   https://www.cubainformacion.tv/especiales/20260113/120127/120127-venezuela-verdades-y-mentiras-sobre-democracia-pobreza-y-emigracion-italiano-deutsch-portugues Traduzione: Associazione Nazionale d’Amicizia Italia-Cuba (ANAIC) Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
Non smettiamo di parlare di Gaza
È morta stamattina a Gaza la bambina Aisha Agha, 27 giorni d’età, a causa del freddo e della malnutrizione. La città di Gaza è senz’acqua a causa del bombardamento israeliano di ieri che ha colpito la principale conduttura dell’acquedotto. I lavori di riparazione sono impediti dai continui attacchi dei cecchini e dei carri armati sulle squadre della protezione civile. Medici per i diritti umani e UN Women hanno denunciato in un rapporto che Israele sta prendendo di mira le donne palestinesi di Gaza con una politica di genocidio, basata sul genere, per impedire loro di avere figli. Intanto si è riunito ieri al Cairo, in seduta congiunta, l’organismo internazionale denominato “Peace Council” e il Comitato di amministrazione palestinese, guidato dall’ingegnere Alì Shaath. Sono due organismi previsti dal piano Trump, approvato poi, obtorto collo, dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu con l’astensione di Mosca e Pechino. Sono in realtà organismi senza potere effettivo e Israele ha già dichiarato per bocca di Netanyahu che non si ritirerà né dal valico di Rafah, né dalla “linea gialla”, che considera come nuova linea di confine. È la pace dei cimiteri. In Cisgiordania un giovane è stato ucciso ucciso e decine sono i feriti negli attacchi israeliani contro i villaggi palestinesi nella provincia di el-Khalil. L’intervento militare con licenza di uccidere è generalizzato in tutto il territorio occupato. Sono stati registrati ieri 29 attacchi militari contro villaggi e città palestinesi. Le aggressioni dei coloni sono state 13. È una guerra generalizzata che mira alla cacciata dei palestinesi autoctoni per sostituirli con coloni ebrei arrivati da ogni dove. In tale piano occupa un ruolo fondamentale l’urbanistica segregazionista. Va avanti il piano per la “strada 45”, fondamentale arteria per il progetto colonialista E1, ad est di Gerusalemme, che viene realizzato sulle terre delle comunità palestinesi con l’intento dichiarato di cancellare la continuità territoriale tra il nord e il sud della Cisgiordania, per impedire la costituzione di uno stato palestinese. Iran La repressione continua e il black-out delle comunicazioni anche. Ma l’intensità delle proteste è calata, a causa dell’uso sproporzionato della forza. Le poche testimonianze filtrate parlano di paura della gente, a causa dello spietato uso delle armi da guerra contro manifestanti disarmati, che erano scesi in piazza con le mani alzate. Il regime continua a dipingere i manifestanti come agenti di forze straniere, specialmente israeliane e statunitensi. “Abbiamo sequestrato armi di fabbricazione israeliana, che sono state usate contro gli agenti”, ha detto il procuratore generale della Repubblica. La tv pubblica ha trasmesso i funerali degli agenti uccisi, affermando che si è trattato di 300 assassinati da colpi di arma da fuoco e da accoltellamenti. Probabilmente, oltre alla spietata repressione, anche l’incitamento israeliano e dello stesso Trump, con l’aggiunta delle immagini di vandalismo contro uffici pubblici, incendi di auto e autobus, pubblici e privati, sparatorie contro la polizia e slogan a favore dello Shah hanno fatto desistere gli iraniani onesti dallo scendere in piazza. In diverse città iraniane si sono svolti i funerali dei membri delle forze di sicurezza e degli agenti di polizia uccisi nelle recenti proteste in tutto il Paese. I partecipanti hanno scandito slogan che condannavano gli atti di violenza e vandalismo. Hanno inoltre condannato l’ingerenza americana e israeliana negli affari iraniani e nel processo ai responsabili delle proteste. Chiusa la pagina delle proteste, si apre adesso la strada della repressione. Secondo fonti della sicurezza del regime sono state arrestate 3 mila persone accusate di terrorismo. Rischiano la condanna a morte, in un paese che detiene un primato delle esecuzioni capitali, con Cina, Usa e Arabia Saudita. Siria Offensiva ad est di Aleppo delle milizie governative e filo-turche contro le Forze siriane democratiche. Il centro degli scontri è la cittadina di Deir Hafer, nella zona rurale di Aleppo, che si trova ad ovest del fiume Eufrate. Il comandante delle FSD, Mazloum, ha annunciato che da oggi, sabato, le sue forze si ritireranno ad est del fiume, in seguito alla mediazione di autorità amiche (Usa) e per dare spazio all’applicazione degli accordi di integrazione delle unità curde nelle strutture dello stato siriano. In applicazione degli accordi, il presidente autonominato, Sharaa, ha diramato un decreto che afferma il curdo come lingua ufficiale della Siria e conferisce la cittadinanza a tutti i curdi residenti attualmente sul territorio dello stato. Libano Due civili uccisi e decine di feriti nei bombardamenti israeliani ieri sul Libano. Le azioni militari sono state compiute con bombardieri, con droni e con l’avanzata di carri armati, in violazione della tregua firmata nel novembre 2024. Non sono state risparmiate le unità dei caschi blu dell’Onu. In un comunicato, l’Unifil accusa l’esercito israeliano di aver messo in pericolo i soldati internazionali, mentre stavano ispezionando una casa che era stata minata dagli israeliani. Un drone ha colpito la costruzione con un missile malgrado il coordinamento con l’esercito israeliano, mettendo a repentaglio la vita dei caschi blu. Da Tel Aviv è arrivato subito il solito comunicato che sostiene che l’attacco era diretto a Hezbollah. Un falso clamoroso smentito dagli osservatori internazionali. Per le istituzioni italiane, Palestinese = terrorista Viminale/VVFF Il Viminale richiama dieci vigili del fuoco di Pisa che il 22 settembre si sono inginocchiati durante una manifestazione per Gaza. La contestazione disciplinare riguarda la “forma” della partecipazione, “perché indossavano la divisa”. Rischiano dalla sospensione al licenziamento. Non lasciamoli soli! Tribunale Genova È attesa per lunedì 19 gennaio la decisione del tribunale del riesame di Genova su Mohammad Hannoun e gli altri otto uomini finiti in carcere lo scorso 27 dicembre. L’accusa è di terrorismo per presunti finanziamenti ad Hamas. I giudici decideranno se confermare le misure cautelari, modificarle oppure annullarle. Ieri si è tenuta una lunga udienza in cui l’impianto accusatorio ha iniziato a scricchiolare, mostrando errori e contraddizioni. Il materiale per l’accusa è stato fornito dalla polizia israeliana e non dal sistema giudiziario israeliano, come prevedono gli accordi di cooperazione. Dalle carte, il collegio di difesa ha scoperto che la documentazione a carico è stata raccolta da un agente, Avi Abramson. Si tratterebbe di un agente con 25 anni di carriera, che ha svolto anche ruoli di consigliere legale per gli uffici del primo ministro Benjamin Netanyahu, un premier accusato di crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale. Tribunale L’Aquila Giustizia italiana a sovranità limitata. Non valgono i principi della Carta delle Nazioni Unite, ma le informative dell’esercito israeliano. È arrivata ieri, 16 gennaio, la sentenza nel processo che vedeva imputati tre palestinesi, accusati di associazione con finalità di terrorismo. Anan Yaeesh è stato condannato a 5 anni e 6 mesi, mentre Ali Irar e Mansour Dogmosh sono stati assolti. Alla lettura del dispositivo, il pubblico presente in aula ha gridato «Vergogna», «Palestina libera» e «Ora e sempre resistenza». All’esterno del tribunale, come già in occasione delle precedenti udienze, si è tenuto un sit-in di protesta. La Corte d’assiste presieduta dal giudice Giuseppe Romano Gargarella ha accolto solo per meno della metà le richieste della Procura, che aveva chiesto 12 anni per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per Dogmosh. Tutti e tre, arrestati nel marzo 2024, vivono in Italia da tempo e non sono mai stati al centro di atti violenti. Il solo Yaeesh è ancora in carcere, gli indizi a carico degli altri due erano caduti in Cassazione: hanno fatto sei mesi di carcere e ora arriva anche l’assoluzione. ANBAMED
Che succede in Iran?
Dietro l’intensificarsi delle proteste e la loro repressione si celano dinamiche complesse che intrecciano rivendicazioni popolari, lotte per interessi economici, divisioni interne al governo e incertezze sulle alternative politiche. Pertanto, il rapporto tra Stato e società appare profondamente conflittuale e il futuro del regime altamente incerto. Riprendiamo ampi stralci dell’articolo pubblicato in francese sul sito AOC (Analyse Opinion Critique)  nella traduzione di Salvatore Palidda per Effimera  -------------------------------------------------------------------------------- […] La rabbia nelle strade è innegabile. È alimentata dall’inflazione, che rende la vita quotidiana semplicemente impossibile. Gli iraniani non possono più permettersi beni alimentari di base, figuriamoci qualsiasi altra cosa. A questo si aggiungono le ormai frequenti interruzioni di acqua ed elettricità dovute allo spreco di risorse idriche dovuto all’invecchiamento delle infrastrutture, alla proliferazione di trivellazioni illegali nelle aree rurali e al cambiamento climatico. Sembra che questa rabbia stia ora portando con sé richieste politiche ostili alla Guida Suprema, o persino alla stessa Repubblica Islamica, e, alcuni ci assicurano, favorevoli all’erede di Mohammed Reza Shah, senza alcuna chiara indicazione dell’entità del suo effettivo sostegno popolare nel Paese. Per comprendere meglio la rappresentatività e l’importanza delle proteste, può essere utile guardare all’Iran da una prospettiva diversa. Diversi indicatori suggeriscono che la Repubblica Islamica, o almeno lo Stato, gode ancora di un certo grado di fiducia all’interno della società, o che quest’ultima dimostra una flessibilità e un’adattabilità alle politiche pubbliche che non pregiudicano in alcun modo i suoi sentimenti più profondi o le sue divisioni interne. Ad esempio, Mohammad Reza Ashtari, direttore di Pedal, la piattaforma di vendita di automobili più popolare in Iran, ha annunciato alla fine dell’anno, prima dello scoppio delle proteste, che tra i dieci e gli undici milioni di iraniani si erano iscritti a una lotteria che consentiva loro di pagare in anticipo le auto in vendita e di riceverle entro 30 giorni o entro quattro-otto mesi. […] Analogamente, a marzo 2025, la Banca Centrale ha venduto 339.138 monete d’oro a 91.100 persone utilizzando lo stesso metodo di vendita differito. Questo metodo di vendita è molto comune in Iran dalla rivoluzione del 1979. Le persone acquistano volentieri case su progetto, pagando a credito: una parte consistente alla firma e il saldo alla consegna. Persino il petrolio, nel contesto delle sanzioni internazionali, viene venduto in questo modo. Gli intermediari pagano una parte in contanti, con la promessa di una consegna successiva, per il carico di una petroliera, che viene poi trasferito su una nave nel Golfo. Questa pratica commerciale del salaf (letteralmente: “pagamento anticipato”) è comune in agricoltura. […] Il fattore importante, in questo caso, per le transazioni di oro o automobili, è la fiducia continua che il pubblico ripone nella firma dello Stato, o delle sue istituzioni finanziarie ed economiche, a cui affida il proprio denaro per diversi mesi, e spesso diversi anni, senza un ritorno immediato. E questo nonostante il susseguirsi di movimenti di protesta e manifestazioni dal 2009. Il legame tra Stato e società non sembra essersi completamente spezzato, sebbene gli eventi attuali avvalgano l’ipotesi di una vera e propria crisi di regime – un’ipotesi che non considera la fascia della popolazione che non ha ancora espresso le proprie opinioni. Prima di tentare di decifrare la crisi politica, ricordiamo alcune ragioni che spiegano la persistenza di questa fiducia, o almeno i possibili limiti della richiesta di un cambiamento politico (o di policy) più o meno radicale, che, in fondo, è la logica stessa del principio di protesta. Da parte mia, ne vedo almeno quattro: il timore di vedere compromessi gli interessi accumulati in oltre quarant’anni di Repubblica, e spesso grazie ad essa, in vari settori economici, in particolare nel settore fondiario e immobiliare, ma anche nel commercio, attività centrale del Paese; il ricordo ossessivo dei conflitti sepolti, dei regolamenti di conti e della condotta della guerra tra Iraq e Iran, tutti episodi dolorosi che hanno lacerato la società e le famiglie stesse; il timore di una guerra civile del tipo che sta devastando i Paesi vicini (Afghanistan, Iraq, Siria, Libano, Yemen); e il rifiuto dell’ingerenza straniera. Il regime ha ancora una base sociale? In breve, regime e società sono troppo strettamente intrecciati per una rottura improvvisa, almeno fino a prova contraria. In particolare, il livello locale non deve essere trascurato quando si valuta la forza della Repubblica Islamica e la natura dell’attuale conflitto, che non può essere ridotto alla domanda piuttosto ingenua se un Pahlavi tornerà o meno al potere. Le elezioni municipali e persino parlamentari a questo livello sono autenticamente competitive. Sono intrecciate con le dinamiche locali e quindi possiedono una propria dimensione distinta, relativamente indipendente dal regime, pur essendo in grado di innestarsi nelle istituzioni esistenti, in particolare a livello di interessi agrari, che la rivoluzione del 1979 ha infine riprodotto in larga misura, a causa della mancanza della promessa riforma agraria, definitivamente abbandonata negli anni Ottanta. Oggi, molti iraniani, sebbene non “tutti” gli iraniani, sono in piazza, in ranghi più compatti e apparentemente più diversificati socialmente rispetto al movimento “Donne, Vita, Libertà”, e con richieste più radicali, o almeno più generali e politiche, rispetto a quel movimento. Dalla fine della guerra contro l’Iraq nel 1988, i movimenti di protesta si sono susseguiti. Pur essendo spesso categoriali, queste crisi hanno comunque teso a ruotare attorno a tre o quattro questioni principali: l’economia, le libertà, la giustizia e, sempre più a partire dalla “Guerra dei Dodici Giorni” tra giugno e luglio 2025, la sicurezza. Cosa ha scatenato l’attuale crisi? Il malcontento dei commercianti, le cui attività e profitti sono stati ostacolati dalle incessanti fluttuazioni del dollaro. I commercianti sono, di per sé, i principali beneficiari di un dollaro in rialzo, che consente loro di speculare. Tuttavia, fluttuazioni eccessivamente rapide o significative sul mercato dei cambi non devono paralizzare le transazioni quotidiane, scoraggiandole o semplicemente rendendole impossibili, il che diventa rapidamente catastrofico in un’economia dollarizzata, dove persino il prezzo delle angurie è ancorato al dollaro. È il dollaro a dettare il ritmo, molto più dell’oro, del petrolio o del mercato immobiliare. Ma un altro fattore è entrato in gioco: un nuovo tentativo di unificare i tassi di cambio – un tema ricorrente nell’aggiustamento strutturale dell’economia iraniana dall’inizio degli anni Novanta – la cui attuazione vieta (o vieterebbe) le transazioni speculative tra il tasso preferenziale concesso alle istituzioni statali e ad alcuni attori o intermediari del mondo imprenditoriale legati a queste istituzioni, e i tassi di libero mercato applicati all’intera popolazione. Alcuni importanti intermediari legati al sistema corporativo e ad alcune istituzioni di regime, il cui potere è stato rafforzato grazie, in particolare, alle sanzioni internazionali, avrebbero molto da perdere da una simile riforma monetaria, che, fino ad ora, è sempre stata rinviata sotto la pressione delle lobby e, naturalmente, in nome delle sofferenze di un popolo che rappresenta sempre un comodo capro espiatorio quando si tratta di proteggere questi interessi particolari. Quest’anno, le proteste sono iniziate ad Alaeddine, il bazar di telefoni cellulari e accessori, il prodotto di contrabbando per eccellenza, che viene importato al tasso di cambio preferenziale, teoricamente riservato ai beni essenziali, e poi rivenduto al tasso di libero mercato. […] Il vero motore della mobilitazione delle ultime settimane è [però] la crescente frustrazione della popolazione per il deterioramento della situazione economica e l’incapacità delle autorità di controllarla. Questa esasperazione è alimentata dalle preoccupazioni per la sicurezza del Paese, dovute alle minacce israeliane e statunitensi, e dalle violazioni sempre più intollerabili delle libertà individuali. L’elemento decisivo della situazione è l’autonomia della piazza, riconquistata con la contestazione dei risultati delle elezioni presidenziali del 2009 e le successive proteste del Movimento Verde. Una parte dei leader del movimento, incarcerati o agli arresti domiciliari, continua a esercitare influenza politica e a rappresentare una sorta di potenziale opposizione, più o meno in sintonia con le mobilitazioni popolari. D’altra parte, è vero che il bazar è sempre stato in grado di mobilitare la strada impiegando vari “colli grossi” (gardan koloft). Il più famoso in epoca moderna fu Teyyeb Haj Rezai (1912-1963), a cui in passato ho dedicato una ricerca. La sua roccaforte era il mercato ortofrutticolo nel sud di Teheran. Non si può escludere che i “colli grossi” contemporanei, traendo profitto dai guadagni inaspettati delle sanzioni internazionali, abbiano altre roccaforti, meglio collegate all’economia globalizzata. Il movimento di protesta, persino le rivolte, potrebbero allora assumere la forma di una “guerra dei gioiellieri”, come si dice comunemente in Iran, in cui l’unico perdente è il cliente. La storia iraniana è piena di episodi di questo tipo, ricchi di violenza, tradimenti e drammatici capovolgimenti di fronte. Una “guerra dei gioiellieri”? In breve, non si può fare a meno di interrogarsi su potenziali protagonisti diversi dai manifestanti che scendono in piazza a proprio rischio e pericolo, e su possibili programmi diversi dalla condanna dell’alto costo della vita, dalla denuncia della corruzione, dalla richiesta di giustizia e libertà, o persino da un cambio di regime. Non è cospirazionismo mettere in discussione, negli eventi attuali, il ruolo delle Guardie Rivoluzionarie, di attori di un mercato finanziario fiorente – che non hanno mai nascosto la loro gioia nel vedere il dollaro impennarsi e aumentare i loro profitti marginali, al punto da temere l’unificazione dei tassi di cambio e la stabilizzazione monetaria – o persino dei principali santuari di Qom e Mashhad, vere e proprie potenze economiche, e delle reti di contrabbando nelle province di confine. Senza dimenticare gli attori stranieri i cui omicidi mirati e attentati del 2025 hanno dimostrato di avere legami con l’Iran stesso. Nel frattempo, i manifestanti hanno adottato lo slogan, ripetuto fino alla nausea, “Povertà, corruzione, alto costo della vita. Stiamo andando verso il rovesciamento [della Repubblica Islamica]” (faqhr fesad gerouni, mirim ta sar negouni). Da quanto sento quotidianamente sui social media, in particolare su Clubhouse, che ha un seguito enorme, la soluzione politica sembra semplice, almeno in teoria, ma i problemi rimangono senza soluzioni concrete: la sicurezza, in un Paese assediato da nemici stranieri e traumatizzato dalla “Guerra dei Dodici Giorni”; la ripresa economica; la giustizia; e le libertà. Finché l’opposizione rimarrà divisa su tre punti di contesa – il posto dell’Islam nel sistema politico, il rapporto con gli Stati Uniti e la questione costituzionale, in altre parole, la questione della Guida Suprema – lo Stato dovrà mantenere il controllo, per quanto sanguinoso, sul corso degli eventi e ricevere l’approvazione o l’accettazione di una parte della popolazione, anche se quella parte è pienamente consapevole della propria incompetenza o corruzione. Il movimento “Donne, Vita, Libertà” ha fatto capire al regime che non ha altra scelta che allentare il controllo sulla vita privata dei cittadini. Almeno nelle grandi città, indossare il velo non è più obbligatorio, di fatto, sebbene non sia stata approvata alcuna legge in tal senso (e tanto più che non è mai esistita una legge esplicita che lo rendesse obbligatorio). In parole povere, la polizia si è arresa. Il profilo delle donne con account Clubhouse è rivelatore. Molto spesso mostrano ritratti di se stesse senza velo, anche quando si trovano in gruppi vicini al governo. Nelle zone franche del Golfo, in particolare sull’isola di Kish, le donne vestono in modo meno conservativo che a Dubai. In ogni caso, la questione del velo è stata senza dubbio sempre sopravvalutata all’estero, poiché il suo obbligo non ha impedito, e potrebbe anzi aver incoraggiato, la partecipazione delle donne alla sfera pubblica. In risposta a questa protesta aperta, la repressione è diventata molto dura, come dimostra l’elevatissimo numero di morti degli ultimi giorni. I servizi di sicurezza si preparano a questo scontro da molti anni e sono esperti di violenza. Ma, allo stesso tempo, forse mai prima d’ora il dibattito è stato così aperto all’interno della Repubblica Islamica e con la sua opposizione, almeno fino al blocco di internet. Su Clubhouse, si possono esprimere opinioni altamente provocatorie su temi scottanti, nonostante molte delle stanze della piattaforma siano controllate da attori del regime. Gli iraniani, sia quelli all’interno del Paese che quelli della diaspora, “esperti” così come gente comune e politici, giovani e anziani di entrambi i sessi, vi dedicano molto tempo. Idee, e soprattutto invettive, circolano e permeano le onde radio, senza che nessuno sappia cosa emergerebbe in caso di una vera e propria rottura politica. Bisogna riconoscere che, nonostante la violenza del discorso scambiato, Clubhouse funge da sostituto della società civile e ne compensa le carenze. La prigione stessa contribuisce a questo fermento. Detenuti noti, come Tadjazadeh, Mirhossein Moussavi e Bahareh Ranameh, inviano regolarmente le loro dichiarazioni al mondo esterno, che gli ambienti politici si prendono poi il tempo di discutere sui social media. Una delle caratteristiche degne di nota di questo fermento intellettuale è che non rifiuta necessariamente il quadro normativo islamico. Spesso, la Repubblica Islamica non viene criticata per la sua esistenza in quanto tale, ma per la sua esistenza inadeguata, errata o addirittura per aver tradito il “vero” Islam, in particolare dal punto di vista della politica economica, della giustizia e delle libertà pubbliche e private. Si invoca un Islam migliore, che rimane il “problema legittimo della politica” (Pierre Bourdieu) per molti protagonisti – un fatto che parte dell’opposizione esterna non riesce a comprendere – le autorità iraniane non sono semplicemente composte da cattivi leader, ma anche da cattivi musulmani. Vengono quotidianamente redarguiti facendo riferimento alla tradizione del Profeta, ai suoi detti (hadith), al Nahj al-Balagheh (i detti e i sermoni dell’Imam Ali) – un repertorio che il presidente Pezeshkian ha citato frequentemente durante la sua campagna elettorale del 2024 – e anche ricorrendo al fiqh, la legge islamica. Questa invocazione del “vero” Islam, quello di Ali ibn Abi Talib, cugino di primo grado del Profeta, e non quello di Ali Khamenei, lascia la porta spalancata a un dibattito che non risparmia più la persona e la funzione della Guida Suprema. La sua dipartita è, in ogni caso, imminente e inevitabile data la sua età, anche a prescindere dall’attuale movimento di protesta. Inoltre, non c’è dubbio che l’imminenza di questa scadenza sia alla base degli sconvolgimenti nella vita politica iraniana degli ultimi anni. […] Imprevedibilità rivoluzionaria Una delle difficoltà nel comprendere gli eventi attuali è che sappiamo molto poco dell’effettivo sostegno ai monarchici e ai Mujaheddin del Popolo all’interno dell’Iran stesso. All’estero, l’opposizione rimane molto vaga sui suoi programmi. Inoltre, la diaspora è ora in parte popolata da dissidenti del regime, generalmente descritti come riformatori, ma che, in realtà, sembrano rimanere strettamente legati alle sue reti. Tanto che non sappiamo nulla della posizione che i potenziali successori della Repubblica Islamica assumerebbero su questioni cruciali come la ripresa economica, i rapporti con gli Stati Uniti (e soprattutto con Trump) e il ruolo dell’Islam e del clero – che non sono necessariamente la stessa cosa – in un nuovo regime. È possibile che la Repubblica Islamica sia indebolita e minacciata dall’esterno. È anche probabile che gli iraniani ci penseranno due volte prima di sprofondare nell’abisso, soprattutto se a spingerli in quella direzione è l’intervento straniero. Non dimentichiamo che la rivoluzione del 1979 era nazionale, persino nazionalista, prima di diventare islamica, e che questa fonte di legittimità non è affatto esaurita. Non possiamo quindi escludere la possibilità che una forza interna al regime costituito possa prendere il controllo sfruttando questa vena, anche se ciò significa trovare un compromesso con il “Grande Satana”. Le Guardie Rivoluzionarie sono, ovviamente, le prime che vengono in mente in questa situazione, data la loro ascesa economica durata almeno due decenni. Ma non c’è alcuna garanzia che vogliano prendere apertamente il potere che già controllano dietro le quinte. Questo è particolarmente vero perché sono esse stesse divise, soprattutto lungo linee generazionali. Infine, per definizione, una vera rivoluzione non può essere pianificata. Nasce da un’alchimia che le scienze sociali non comprendono facilmente, come hanno dimostrato le previsioni in gran parte errate dei migliori specialisti del 1977-1979. Emerge sempre in modo contingente, senza preavviso, dalle profondità di una società, a volte dando legittimità a idee o pratiche prima impensabili. Il panorama è senza dubbio più cupo, oggi. Non ci si può che chiedere come siamo arrivati a questo punto! Una domanda difficile, data la complessità della situazione e le responsabilità coinvolte. Quindi, poniamo un’altra domanda. Il cambiamento politico, da solo, in una società così polarizzata, può produrre un miracolo diverso da una sanguinosa purificazione? Per la mia generazione, che ha partecipato alla rivoluzione e ne è stata orgogliosa, senza sottoscrivere il regime che ne è emerso, la speranza è che le attuali forze politiche possano dialogare senza ricorrere alla violenza, portando alle profonde trasformazioni necessarie. L’Iran appartiene a tutti gli iraniani che hanno vissuto le sue crisi, le sue divisioni, la guerra, le sanzioni internazionali e che hanno lottato per la sua integrità. -------------------------------------------------------------------------------- Fariba Adelkhah è un’antropologa franco-iraniana. Nata a Teheran nel 1959, è una ricercatrice del Centre de recherches internationales a Sciences Po di Parigi. Arrestata in Iran nel giugno del 2019, e accusata di «attentato alla sicurezza nazionale della Repubblica islamica» è stata imprigionata per più di un anno e poi rilasciata con un braccialetto elettronico e quindi nuovamente detenuta nella prigione di Evin dal gennaio 2022 al febbraio 2023. È rientrata in Francia solo nell’ottobre del 2023. A questa terribile esperienza ha dedicato il libro «Prisonnière a Teheran» (Seuil, 2024) Comune-info
Per una scuola solidale e inclusiva: lettera aperta alla comunità scolastica sul volantinaggio dell’8 gennaio
Lo scorso giovedì 8 gennaio poco prima dell’inizio delle lezioni alcuni militanti di Gioventù Nazionale (organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia) hanno organizzato un volantinaggio davanti al nostro istituto, il Liceo Giordano Bruno di Torino. Il volantino distribuito si scagliava contro quella che viene definita la “cultura maranza” dichiarata incompatibile con i valori della “Nazione” e ricondotta interamente al fenomeno delle cosiddette baby gang. Si tratta di un tipo di iniziativa già visto altrove negli scorsi mesi. È avvenuta la stessa cosa al Liceo Primo Artistico dove c’è però stato, in risposta, un cordone “simbolico” antirazzista di docenti e studenti davanti alla scuola e poi al Liceo Einstein, dove invece il rifiuto di prendere i volantini da parte degli studenti ha dato il via ad offese e spintoni, con un intervento delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa e il fermo di uno studente minorenne. La vicenda ha avuto strascichi ulteriori, addirittura con misure di detenzione domiciliare per gli studenti, come denunciato in un recente appello dei genitori. Come insegnanti di una comunità educante che si richiama ai valori della Costituzione Italiana e al sentimento antifascista che l’ha ispirata, sentiamo il dovere di condividere con studenti, personale scolastico e genitori il nostro punto di vista sulla questione. In primo luogo, vogliamo invitare tutte e tutti a prendere apertamente le distanze dai contenuti di odio presenti in quel volantino, contrastando l’utilizzo che viene fatto del termine “maranza”, inteso come stigma sociale e come categoria razzializzata. L’obiettivo di questo tipo di narrazione è ridurre la realtà multiculturale dei nostri quartieri a una contrapposizione binaria tra un “noi” presunto sano, civile e meritevole e un “loro” descritto come minaccia, degrado, pericolo. Oltre che falsante, tale narrazione diventa potenzialmente pericolosa perché trasforma differenze sociali, culturali ed economiche in colpe individuali o di gruppo, indicando un “bersaglio” e legittimando nuove forme di esclusione. Parlare di “maranza” in questi termini significa distogliere l’attenzione dalle cause del disagio che attraversa le periferie urbane: la precarietà abitativa, il sottofinanziamento della scuola pubblica, l’assenza di spazi di aggregazione, il lavoro precario e sottopagato, la mancanza di prospettive. Oltretutto, la realtà quotidiana di quartieri come Barriera di Milano è piena di alternative concrete costruite direttamente dagli abitanti: reti di solidarietà, esperienze di mutuo aiuto, associazioni, comitati, doposcuola popolari insegnanti e famiglie che ogni giorno convivono, intessono relazioni e rapporti di cura. È questa la normalità che alcuni vorrebbero cancellare, perché non rientra nella loro narrazione dell’emergenza permanente e del nemico interno Vogliamo inoltre dire con chiarezza che guardiamo con preoccupazione al fenomeno di progressiva militarizzazione della nostra città e dei nostri quartieri, e che una gestione della vita cittadina tutta incentrata sulla repressione del dissenso e del disagio sociale è agli antipodi rispetto ai principi che hanno ispirato la nascita della nostra Repubblica democratica. In tal senso, non comprendiamo perché le forze dell’ordine siano intervenute per accompagnare gruppi politici formati da militanti adulti nella loro attività di propaganda davanti a una scuola superiore, finendo così per avallare quella che è a tutti gli effetti una provocazione nella quale meritoriamente i nostri studenti non sono caduti volta a diffondere messaggi xenofobi e razzisti. Rivolgiamo perciò un appello a tutte/i quelle/i che si riconoscono in una scuola democratica e inclusiva: non accettiamo che il disagio sociale venga trasformato in guerra tra poveri. Difendere la scuola pubblica e i nostri quartieri significa rifiutare la logica della contrapposizione e la ricerca di un capro espiatorio facile, spesso giovane e razzializzato, e invece investire in politiche di inclusione, ascolto e giustizia sociale. Siamo convinti che un importante antidoto alla paura e all’esclusione sia proprio il lavoro di costruzione di una cittadinanza attiva e solidale che portiamo avanti quotidianamente nelle nostre aule, promuovendo giorno dopo giorno il rispetto reciproco la responsabilità collettiva la valorizzazione delle differenze e la riflessione critica. Invitiamo le colleghe e i colleghi a condividere queste riflessioni con le classi. La Scuola per la pace Torino e Piemonte