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Da Berlino contro la leva e la guerra
Arrivo a Postdamerplatz un po’ in ritardo, visto che tutti i treni per il centro sono bloccati. Con me, scendono dalla metro altri ragazzi e ragazze e immediatamente riconosco che sono lì per la mia stessa ragione. Sorrido tra me e me, mi sembra di essere qui come testimone del loro coraggio. Salendo le scale per raggiungere la piazza inizio a sentire musica e voci, esco dalla stazione e impiego un secondo ad abituare gli occhi al sole. Centinaia, nel giro di un’ora migliaia, di persone sono riunite nel cuore di Berlino, la maggioranza giovanissimi studenti e studentesse. Cartelli, striscioni, bandiere, volantini, canzoni, risa e grida sono accalcate in una folla colorata. Senza paura, uniti, vicini e compatti coprono completamente la sottile linea di piastrelle che  percorre la piazza in diagonale, a ricordo del muro. Tutti sono riuniti per mandare un chiaro messaggio, una ferma e irrevocabile obiezione alla guerra e alla crescente militarizzazione del loro Paese. Un categorico rifiuto a lasciare che il loro futuro gli venga strappato dalle mani. Non vogliono e non sono disposti a rimanere passivi di fronte al ripetersi di quell’odio che gli era stato detto sarebbe rimasto nel passato. Chiedono a gran voce il cambiamento che gli era stato promesso. La folla comincia a srotolarsi in un lungo corteo, che andrà a marciare pacificamente per il centro della città. Un bambino in piedi su un bidone ha in mano un megafono e con la limpidezza e risoluzione di chi non è più disposto a lasciare che altri decidano per lui, lancia un grido. Migliaia e migliaia di voci rispondono e presto si alza un coro, forte e coraggioso: “Siamo tutti antifascisti!” Ed ecco che, nel centro della Germania, lontana chilometri da tutto ciò che conosco, circondata da persone di ogni genere, etnia e credo, mi sento a casa. Una nuova energia mi riempie: oggi è proprio una bella giornata di sole. Margherita Pilati del Movimento Nonviolento   Movimento Nonviolento
March 5, 2026
Pressenza
Studenti in sciopero contro leva e guerra: il 5 marzo nuova mobilitazione nazionale in Germania
Il 5 marzo 2026 è in programma una nuova ondata di scioperi e manifestazioni studentesche contro la leva e contro la deriva di militarizzazione del Paese. È la seconda tappa di una mobilitazione che a partire dallo sciopero del 5 dicembre 2025 ha costruito comitati nelle scuole e una rete nazionale di presìdi locali, con l’obiettivo dichiarato di bloccare il ritorno, anche “a tappe”, della coscrizione. Alla giornata del 5 marzo partecipano anche organizzazioni tedesche aderenti alle nostre reti internazionali War Resisters’ International (WRI) ed European Bureau for Conscientious Objection (EBCO). Dal 5 dicembre al 5 marzo: una mobilitazione “in stile clima”, ma contro la coscrizione Il 5 dicembre 2025, mentre il Bundenstag votava una riforma del “servizio militare”, in circa 90 città migliaia di studenti hanno lasciato le aule per manifestare. Le stime più ricorrenti parlano di circa 55.000 partecipanti; a Berlino si è arrivati a diverse migliaia. Una parte rilevante della novità è organizzativa: la preparazione è passata da comitati di sciopero nelle scuole, materiali autoprodotti, coordinamenti locali e una capacità di reggere pressioni e minacce disciplinari da parte di alcune dirigenze scolastiche. Il 5 marzo 2026 è il passaggio successivo, annunciato esplicitamente già nelle settimane successive allo sciopero di dicembre e rilanciato anche in contesti politici e assembleari: alla Rosa Luxemburg Conference di Berlino, a gennaio, si parlava già di nuove “school walkouts” e di una mobilitazione più ampia contro la coscrizione e lo smascheramento dei piani di preparazione della guerra. Come ha gridato il sedicenne Clemens davanti alla folla che ha partecipato alla manifestazione a Berlino: Se il governo ci ama così tanto, perché ci dice quando saremo arruolati, ma non ci chiede mai cosa vogliamo fare della nostra vita?  Cosa contestiamo: “volontario”, ma con obbligo di registrazione e valutazione Il punto di frizione è la riforma che, pur non ripristinando formalmente la leva, introduce meccanismi obbligatori di registrazione e valutazione per i diciottenni (con obblighi più stringenti per i giovani uomini), a partire dal 1° gennaio 2026, e mantiene sullo sfondo la possibilità di un ritorno alla coscrizione se i numeri del reclutamento volontario non bastassero. Il quadro politico dichiarato è in linea con il piano di riamo europeo, che prevede l’aumento degli organici e della cosiddetta “prontezza” militare: nelle cronache internazionali ricorrono obiettivi di crescita delle forze armate e della riserva e nel dibattito pubblico tedesco la coscrizione, sospesa nel 2011, torna ciclicamente come opzione di “sicurezza” e “difesa”. Dalle testimonianze raccolte nelle mobilitazioni emerge un nesso insistito tra militarizzazione e condizioni materiali: scuole in difficoltà, carenza di personale, costo della vita e priorità di spesa pubblica. La critica dei movimenti studenteschi non si limita al “no alla leva”, ma investe l’idea che una generazione già sotto pressione venga chiamata a pagare il prezzo di scelte politiche orientate al riarmo. Perché riguarda anche noi: obiezione di coscienza, diritti, reti transnazionali La mobilitazione tedesca ha un significato europeo immediato: la coscrizione non è un tema “nazionale tedesco”, perché si muove dentro un ciclo continentale di aumento delle spese militari, riforme di reclutamento, normalizzazione del linguaggio bellico. In questo spazio, il diritto all’obiezione di coscienza e la protezione di chi rifiuta di combattere diventano terreno di scontro politico e giuridico, come ricordano reti e organizzazioni europee che lavorano su asilo e tutela dei renitenti e dei disertori. Come Movimento Nonviolento e Campagna di Obiezione alla Guerra esprimiamo il nostro più forte sostegno alla giornata di sciopero contro la coscrizione del 5 marzo 2026 e alle rivendicazioni della sua piattaforma politica: no alla leva, no ai “servizi obbligatori”, stop alla militarizzazione della scuola e della società. Rinnovando il nostro impegno di solidarietà e connessioni tra reti, a partire dai nodi europei dell’obiezione di coscienza e del rifiuto della guerra, diciamo grazie ai giovani tedeschi che affolleranno le piazze, un bagliore di speranza di pace e disarmo nel cuore dell’Europa.   Movimento Nonviolento
March 4, 2026
Pressenza
I bambini vittime dell’escalation del conflitto tra Afghanistan e Pakistan
“L’UNICEF è allarmato dalle notizie secondo cui alcuni bambini sono stati uccisi e feriti nel recente inasprimento delle ostilità tra Afghanistan e Pakistan” ha dichiarato il direttore regionale dell’UNICEF per l’Asia meridionale, Sanjay Wijesekera: «Mentre stiamo lavorando per verificare queste notizie in coordinamento con la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) e altri partner delle Nazioni Unite, è già chiaro che i bambini stanno pagando un prezzo molto alto. A seguito degli intensi combattimenti, per la loro sicurezza alle famiglie sopravvissute al devastante terremoto dello scorso anno nell’Afghanistan orientale viene ora chiesto di evacuare i campi profughi vicino al confine. I campi colpiti erano stati allestiti per fornire sostegno essenziale, tra cui alloggi, cibo, assistenza sanitaria, acqua potabile e servizi igienici, spazi a misura di bambino e istruzione di emergenza a 17˙000 persone sopravvissute al terremoto, di cui circa la metà sono bambini. Per le famiglie che hanno già perso così tanto, questo nuovo sfollamento aggrava le loro sofferenze. Ancora una volta, i bambini vengono sradicati dalla poca stabilità che avevano ritrovato e sono esposti a rischi maggiori di malattie, malnutrizione, violenza e sfruttamento». «In Pakistan, l’escalation delle tensioni ha colpito anche i bambini e le famiglie nelle zone di confine del Khyber Pakhtunkhwa. Secondo le notizie, le autorità hanno chiuso 138 scuole pubbliche come misura precauzionale, alla luce dei recenti attacchi contro gli istituti scolastici, tra cui un attacco con droni a Ghalanai, che ha interrotto l’accesso all’istruzione per migliaia di bambini. Anche la somministrazione di vaccinazioni sta subendo ripercussioni. Gli sfollamenti e l’insicurezza hanno aumentato le preoccupazioni in materia di protezione, compreso il rischio di feriti e vittime, oltre ai rischi rappresentati dagli ordigni inesplosi nelle comunità colpite». «L’UNICEF invita tutte le parti a dar prova della massima moderazione, a proteggere la vita dei civili e a rispettare gli obblighi che incombono loro in virtù del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani. I bambini devono essere protetti in ogni momento». UNICEF
March 3, 2026
Pressenza
L’abuso digitale travolge l’infanzia. I dati del Report Meter 2025
TikTok, Telegram, Signal insieme ad aree meno accessibili della rete come il Dark Web rappresentano oggi alcuni dei principali canali di diffusione e scambio di materiale pedopornografico, in un contesto ulteriormente aggravato dall’intelligenza artificiale generativa, in grado di creare immagini e video manipolati e di produrre contenuti deepnude. Il Report 2025 dell’Associazione Meter, presentato di recente a Roma, evidenzia una trasformazione profonda del fenomeno, sempre più caratterizzato dall’uso di tecnologie avanzate e strumenti difficili da intercettare. Nel corso del 2025 sono stati identificati 8.213 minori vittime di deepnude, ovvero immagini generate artificialmente in cui i minori vengono denudati o manipolati digitalmente. Questo dato si aggiunge alle 785.072 immagini e ai 1.733.043 video contenenti abusi reali su minori, segnalati nello stesso periodo. Le immagini deepnude rappresentano una forma particolarmente grave di abuso, perché colpiscono sempre una vittima reale: il minore la cui immagine viene manipolata senza alcun consenso. L’IA trasforma materiale innocuo in contenuto sessuale, con una violazione profonda dell’identità, dignità e sicurezza del minore. Queste pratiche alimentano il mercato pedopornografico e le richieste dei circuiti criminali, esponendo le vittime a conseguenze psicologiche serie, tra cui ansia, senso di colpa, isolamento, paura e ricatto. Oltre al danno individuale, queste pratiche hanno un effetto destabilizzante sulla società, perché normalizzano comportamenti criminali e incoraggiano la diffusione di materiale pedopornografico reale, aumentando la pressione sui sistemi di protezione dell’infanzia. Telegram si conferma la piattaforma maggiormente utilizzata; tra gli strumenti per creare deepnude e deepfake emerge anche Grok, il modello sviluppato da Elon Musk, responsabile della creazione di 1.121 contenuti rilevati, pari al 14% del totale. L’attività di monitoraggio ha consentito di individuare 505 domini nazionali coinvolti nella diffusione di materiale illecito. Tra i Paesi e territori maggiormente interessati figurano la Nuova Zelanda con 177 segnalazioni, il Territorio Britannico dell’Oceano Indiano con 110, il Montenegro e la Russia con 46 ciascuno e gli Stati Uniti con 44. Tra i domini nazionali monitorati da Meter rientra il dominio italiano .IT con 14 segnalazioni effettuate. Sui domini generici sono stati segnalati 1.532 link. Tra questi, individuate 5 macro-cartelle compresse (.RAR) contenenti 4.964 ulteriori archivi, strumenti che permettono di accumulare e distribuire grandi quantità di materiale pedopornografico. L’accesso a questi archivi avviene generalmente previa registrazione e/o pagamento, e ciascun archivio può contenere singoli file o numerosi link che rimandano a ulteriori contenuti illeciti. Il dominio generico più segnalato risulta essere il .COM con 964 casi rilevati, a conferma di come i circuiti di diffusione utilizzino piattaforme centralizzate per rendere più rapida e difficile da intercettare la circolazione di materiale illegale. Parallelamente, si osserva una riduzione del numero di link totali (domini nazionali e generici) segnalati, passati da 8.034 nel 2024 a 2.037 nell’ultimo anno. Un numero in calo non perché il fenomeno sia diminuito, ma perché i pedocriminali utilizzano sempre più link effimeri che cambiano dopo ogni accesso e restano disponibili solo per brevi periodi. L’uso sempre più sofisticato dell’intelligenza artificiale, di bot automatici e di strumenti digitali crittografati ha reso la diffusione di materiale pedopornografico più rapida e difficile da intercettare. L’analisi dei materiali rilevati evidenzia una maggiore concentrazione di contenuti che coinvolgono minori nella fascia d’età compresa tra gli 8 e i 12 anni, con 422.368 foto individuate. Seguono la fascia 3–7 anni, con 360.563 foto, e la fascia 0–2 anni, con 1.972 immagini. Questo dato evidenzia una significativa esposizione dei minori in età scolare primaria. Il medesimo andamento si riscontra anche nei contenuti video, con numeri complessivamente più elevati. Sono stati rilevati 1.337.792 video relativi alla fascia 8–12 anni, 394.417 relativi alla fascia 3–7 anni e 834 relativi alla fascia 0–2 anni. L’elevato numero di video conferma una crescente diffusione di contenuti dinamici, più complessi da individuare e rimuovere e spesso utilizzati per la condivisione e la circolazione in contesti chiusi o criptati. Una ricerca condotta dall’Associazione Meter su un campione di 467 minori tra i 9 e gli 11 anni evidenzia criticità significative legate all’utilizzo della piattaforma di gioco Roblox, frequentata quotidianamente da bambini e adolescenti. Il 70% dei minori coinvolti dichiara di essere stato esposto ad almeno una situazione di rischio durante l’esperienza di gioco. Tra i dati più rilevanti, il 45% degli intervistati riferisce di aver ricevuto tentativi di adescamento da parte di sconosciuti attraverso chat private o profili virtuali, ma solo il 10% dimostra una piena consapevolezza del fenomeno e della sua gravità. Il 50% dei minori dichiara di aver bloccato utenti sconosciuti che richiedevano informazioni personali, spesso per timore di furti di identità o accessi non autorizzati ai propri account, senza tuttavia informare gli adulti di riferimento. Il fenomeno del cyberbullismo risulta altrettanto diffuso: il 35% dei minori afferma di aver subito comportamenti offensivi, minacce o esclusione intenzionale dalle attività di gioco, con conseguenze che possono incidere sul benessere emotivo dei minori. Le attività di monitoraggio evidenziano forme sempre più complesse e diversificate di abuso. Tra queste emerge il fenomeno delle “pedomame”, ovvero donne, madri, che producono materiale pedopornografico. Sono stati documentati 11.240 video e 320 immagini diffusi attraverso piattaforme di messaggistica come Signal, Telegram e Viber. L’Associazione Meter rinnova il proprio appello a istituzioni, organizzazioni, operatori della comunicazione e dell’informazione affinché contribuiscano a portare all’attenzione della collettività un fenomeno grave e diffuso: la pedofilia e lo sfruttamento dei minori. Ogni numero rappresenta una vittima, un bambino o adolescente sopravvissuto agli abusi, un minore che cerca voce e protezione. È fondamentale che tutti, a vario titolo, diventino promotori del benessere dei bambini, diffondendo consapevolezza, strumenti di prevenzione e informazione corretta attraverso enti che realmente operano per la tutela dei minori. Solo attraverso un impegno condiviso tra società civile, giornalisti e istituzioni sarà possibile ridurre il silenzio attorno a questi crimini, offrire supporto alle vittime e contrastare efficacemente ogni forma di abuso. Qui il Report: https://associazionemeter.org/wp-content/uploads/2026/02/report_meter_2025_web.pdf.   Giovanni Caprio
March 2, 2026
Pressenza
Cagliari: 91 indagini non fermeranno la mobilitazione
Negli scorsi giorni la questura di Cagliari ha notificato a 91 persone degli avvisi di conclusioni delle indagini preliminari per dei “delitti” che sarebbero stati commessi nelle grandi giornate di mobilitazione per la Palestina dell’autunno e in una manifestazione antifascista successiva. Non stupisce che lo stato si stia vendicando del successo delle mobilitazioni dell’autunno contro il genocidio, soprattutto se ci ricordiamo che le stesse si concentravano sulla denuncia della complicità del governo in questo massacro. Quando la risposta non è politica ma repressiva, significa che si vuole difendere un ordine che non tollera l’interruzione della normalità del profitto. Era questo, infatti, il senso dello slogan “blocchiamo tutto”; mettere in discussione affari, relazioni internazionali e subalternità atlantica. “Blocchiamo tutto” significa interrompere la catena che lega produzione, profitto e guerra. Ed è per questo che il popolo ha preso in mano la propria responsabilità e ha fatto ciò che il governo si rifiutava di fare. Se Meloni e i suoi gregari si rifiutano di mettere in atto l’inevitabile embargo e l’isolamento dell’occupazione israeliana, saremo noi a praticare l’embargo e far rispettare il diritto internazionale. Allo stesso modo, nel momento in cui a Cagliari nessun rappresentante delle istituzioni e delle forze di polizia si incarica di far rispettare la costituzione antifascista, al popolo non resta altra possibilità che quella di mettersi in gioco in prima persona e impedire l’apologia di fascismo e la disseminazione di discorsi d’odio. Lacrimogeni e idranti contro manifestanti inermi, Cagliari 01/11/2025 (Foto di Pierpaolo Loi) Per questo rifiutiamo la strategia divisiva applicata tanto dalla questura quanto da alcune testate, quando differenziano le accuse e quando parlano di persone infiltrate. Il movimento è uno, vario e fatto di pratiche diverse, ma l’obiettivo è comune e noi sappiamo che, come si dice in Valle, e come ci ha insegnato la nostra Nicoletta Dosio, “si parte e si torna insieme”. Questa vendetta colpisce chiaramente in maggioranza persone giovani, come sempre si fa per troncare sul nascere i movimenti e impaurire persone che ancora hanno da crearsi un futuro, ma vogliamo sottolineare che moltissime tra le persone indagate sono lavoratrici e lavoratori con responsabilità familiari e sociali, che si occupano di figli o genitori anziani e che, oltre ad aver manifestato in prima linea, hanno anche rinunciato a più di una giornata di stipendio per ribadire di non voler essere complici del genocidio. Questo non può che far paura al potere. Come organizzazione abbiamo persone colpite da questa vendetta in più di una città, molte con ruoli di responsabilità locali e nazionali, ma non per questo ci faremo intimidire. Se la repressione è la loro risposta, la nostra sarà ancora più mobilitazione. Sappiamo che questi “sintomi morbosi”, per dirla con Gramsci, sono certamente il segnale di un vecchio che si ostina a non morire, ma ci stiamo organizzando per far si che il nuovo riesca a nascere. Cagliari, 27 febbraio 2026 Potere al Popolo –  Sardegna Redazione Sardigna
February 27, 2026
Pressenza
A Librino nasce AGO, la famiglia accanto alla scuola nell’educazione dei bambini
Con le mani si fa la carta pesta, si dipinge, si strappano le erbacce e si pianta il prezzemolo, ma ci sono anche tante attività motorie, danza compresa, in cui è centrale l’uso di tutto il corpo. E non manca la musica anche quella con i tamburi africani. Parliamo delle tante attività a cui partecipano i bambini e le bambine coinvolti nel progetto “Giovani e Genitori al centro”, attivato tre anni fa, nel contesto del bando per le comunità educanti dell’Impresa Sociale “Con i bambini”, per affrontare l’emergenza educativa a Librino. Un progetto che si pone in continuità con il lavoro iniziato, sin dal 2014, dal Polo di educazione interculturale. Anche adesso a portare avanti il progetto è stata una rete di scuole, associazioni e realtà produttive, molte delle quali di nostra conoscenza per l’impegno profuso nell’area, da Talitàkum a Musicainsieme a Librino, da HdueO al COPE, una organizzazione nata per realizzare progetti di cooperazione con paesi africani ma ormai molto presente in realtà locali problematiche, che ha coordinato il progetto. E di cui fa parte Carmela D’Agostino, responsabile del progetto. Non tutti i soggetti della rete sono radicati a Librino, ad esempio ne fanno parte l’Associazione Musicale Etnea e la scuola De Amicis di Tremestieri, proprio con l’intento di evitare la ghettizzazione e favorire l’apertura a realtà differenti, che – a loro volta – impareranno a conoscere il quartiere dal vivo, con i suoi limiti ma anche i suoi pregi. L’Istituto Comprensivo Rita Atria, con la dirigente Concetta Patrizia Tumminia e il suo attivissimo braccio destro Melita Cristaldi, è al centro di questa esperienza, che ha la sua sede principale nella Nuova Masseria Moncada trasformata in Polo delle Arti. In questi anni di lavoro sul territorio si è fatta sempre più chiara la necessità di coinvolgere maggiormente le famiglie. E’ nata la sartoria sociale, di cui Argo ha già parlato, una esperienza che prosegue e si amplia, e in cui le donne – sotto la guida della loro istruttrice, Naida Begeta – trovano spazio per imparare a cucire e per stare insieme dedicandosi ad un’attività creativa. Adesso stanno realizzando delle borse che poi i bambini dipingono a loro gusto: nascono così oggetti originali ed unici che consolidano l’alleanza tra adulti e bambini, genitori e figli. E che portano all’esterno il logo della sartoria, i cui prodotti cominciano ad essere conosciuti e a trovare mercato. Per coinvolgere le famiglie nel progetto “Giovani e Genitori al Centro” sono stati organizzati incontri con le mamme e i papà, ma soprattutto feste, momenti di socializzazione, di comunità, con le torte fatte in casa a testimoniare in modo semplice l’apertura agli altri e la disponibilità a condividere. Ieri è stato ufficializzato un passo ulteriore, la nascita di AGO, Associazione Genitori e Oltre, composta da un gruppo di mamme, con il supporto – per adesso – di un solo papà. Un piccolo passo, un inizio più che un punto di arrivo, la prima tappa di un lavoro lento e difficile che deve essere portato avanti con impegno e speranza ma senza false illusioni. Ne sono consapevoli, Luisa Di Mauro, che di AGO è la presidente, e suo marito Alessandro, che hanno tre figli in uno dei plessi della Rita Atria e hanno scelto di dare il loro contributo “alla costruzione di un futuro migliore per i nostri figli e per tutti i bambini”. Ad AGO la scuola ha riservato anche una saletta della Masseria, che le stesse mamme (e il papà, con le sue preziose competenze) hanno provveduto a sistemare e a rendere accogliente. Per incontri più affollati saranno comunque disponibili gli altri locali della scuola, una scuola sempre aperta a tantissime iniziative. Che Librino non sia una realtà isolata lo dimostra anche la presenza, alla masseria, di Diala Brisly, artista nata in Kwait da genitori siriani e oggi residente a Francia, che ha realizzato per la Masseria -insieme ai ragazzi – un murale, che si aggiunge ad altri che abbelliscono la scuola e che, che proprio ieri, nel giorno di inaugurazione della associazione dei genitori, ha ricevuto anch’esso il suo battesimo.   Redazione Sicilia
February 27, 2026
Pressenza
Dall’Egitto all’Italia. Intervista a Remon Koram
Una storia di riscatto e speranza. Una di quelle che fanno bene al cuore, restituiscono un po’ di fiducia nell’umanità e nella capacità di farsi del bene a vicenda e di vivere una vita piena e serena dopo aver subìto persecuzioni e soprusi e rischiato la vita. Anche se il pregiudizio e l’ingiustizia restano sempre in agguato. A raccontarci questa storia – narrata anche nel libro “Il mare nasconde le stelle” di Francesca Barra – è Remon Karam, un giovane di 26 anni che ha trascorso in Italia la metà della sua vita, ha conseguito un diploma e due lauree e che nonostante questo non ha ancora ottenuto la cittadinanza. Perché sei fuggito dall’Egitto? Ho lasciato l’Egitto a seguito della primavera araba perché subito dopo è arrivato Mohammed Morsi e le persecuzioni contro i cristiani copti come me sono aumentate. Si sono verificati diversi attentati nelle chiese, in particolare durante le feste religiose. Autori di questi atti terroristici erano estremisti fondamentalisti islamici. Quasi tutti i musulmani sono persone per bene e non voglio generalizzare, ma in quegli anni in particolare per noi copti era diventato rischioso vivere in Egitto. Mio cugino è stato ucciso per strada. Temevo di poter fare la stessa fine. Per questo ho deciso di fuggire senza avvisare nessuno. Com’è composta la tua famiglia in Egitto? Siamo in quattro, i miei genitori e un fratello più piccolo di me di un anno: oggi io ho 26 anni e lui 25. Senza dire niente ai miei avevo conosciuto in quel periodo alcuni scafisti; in quel periodo si parlava tanto di viaggi in Europa. Io sognavo di poter vivere in un luogo sicuro, per costruirmi un futuro. Sei partito da solo? Sì. Era il 2013 e avevo appena compiuto 14 anni. Fui sequestrato per cinque giorni in un appartamento ad Alessandria e poi caricato su un barcone. La traversata del Mediterraneo durò una settimana e in quei giorni vidi la morte in faccia. Ci davano da mangiare un pugno di riso cotto nell’acqua di mare e potevamo bere solo poche gocce d’acqua mista a benzina dal tappino di una bottiglia di plastica. Non so neanche io come ho fatto a sopravvivere in quelle condizioni. Hai attraversato il deserto? No, perché a quei tempi, nel 2013, non era necessario arrivare in Libia per prendere il mare, le partenze avvenivano direttamente dall’Egitto. Questo mi ha risparmiato le torture nei campi di prigionia libici, ma non il trauma della traversata. Che cosa è successo una volta arrivato in Italia? Inizialmente ho vissuto per qualche mese in un centro d’accoglienza in Sicilia. Poi sono stato preso in affido da una coppia senza figli. È stata una grande fortuna per me: Marilena e Carmelo mi hanno regalato tanto affetto e cure, la sicurezza di un tetto sulla testa e la possibilità di studiare. Non mi hanno mai fatto mancare nulla, hanno portato avanti l’educazione che i miei genitori biologici non hanno potuto completare. A loro devo tutta la mia (seconda) vita. Parlaci dei tuoi titoli di studio e del tuo lavoro. Mi sono diplomato al liceo scientifico. La prima laurea è stata in Lingue e culture moderne e la seconda in Lingua per la comunicazione interculturale e cooperazione internazionale. Attualmente lavoro come ‘case manager’ per Adecco Inclusion a Roma”. Cosa vorresti dire al governo italiano, che nel novembre scorso ha rinnovato il memorandum Italia-Libia? Il trattamento riservato ai migranti non può essere definito altro che disumano. Il governo italiano non può fingere di non sapere cosa accade nelle prigioni libiche, conosce benissimo la situazione e le torture sui migranti. Evidentemente considera i propri interessi politici più importanti dei diritti umani e della vita stessa di migliaia di persone che hanno l’unica colpa di cercare un futuro migliore per sé e i loro figli. Il governo Meloni finanzia con i soldi delle nostre tasse aguzzini che ogni giorno massacrano e violentano i migranti, li torturano in diretta telefonica con i loro cari per farsi mandare sempre più soldi, li vendono come schiavi o li uccidono. E chi riesce a sopravvivere rischia di morire per il naufragio di imbarcazioni che non stanno a galla, mentre il governo cerca di impedire alle Ong di salvarli. E cosa diresti all’Unione Europea, che ha inserito nuovi Paesi nella lista di quelli “sicuri” per respingere i migranti? Si sa qual è l’unico obiettivo in questo momento: attuare il blocco navale o addirittura la remigrazione, espellendo anche persone che in Europa hanno cominciato una seconda vita e si sono integrate. Si sente spesso usare lo slogan ‘l’Italia agli italiani’, ma nessuno mai dice ‘l’Africa agli africani’. Il nostro è un continente ricchissimo, ma i suoi abitanti non possono godere delle sue risorse, gestite dalle grandi potenze, Usa, Cina, Unione Europea. Le materie prime ci vengono rubate per il vantaggio di pochi. A noi restano solo povertà e schiavitù e anche il divieto di lamentarci o di tentare di rimediare. Il mondo ricco e privilegiato dovrebbe assumersi le proprie responsabilità, invece di continuare a rivendicare il diritto di depredarci, respingerci e cacciarci. La definizione di ‘Paesi sicuri’ è solo una farsa: in quasi tutti ci sono guerre civili, persecuzione di minoranze religiose ed etniche. Quando non si sa come giustificare la propria inefficienza la cosa più facile è dare la colpa a chi non può parlare. I migranti sono additati come nemici e minaccia alla sicurezza, quando in realtà il nostro lavoro paga le pensioni attuali e future di tanti italiani. Senza gli immigrati, spesso sfruttati senza pudore, non ci sarebbe chi raccoglie la frutta, pulisce le strade, lavora nei cantieri, si occupa di bambini e anziani. Ma siamo solo fantasmi senza diritti. Cosa pensi del fatto che l’estrema destra stia vincendo in sempre più Paesi proprio cavalcando il tema immigrazione? Purtroppo certi partiti traggono la loro forza dalla diffusione dell’odio e del pregiudizio facendo il lavaggio del cervello a persone che non sono in grado o non vogliono informarsi. Alcuni media complici non fanno che sottolineare i reati degli stranieri dimenticando quelli degli italiani, senza mai parlare del coraggio e della generosità di persone che studiano e lavorano senza risparmio per ottenere ciò che agli italiani è spesso garantito per diritto di nascita e per dare il loro contributo alla crescita dell’Italia. Dall’altra parte purtroppo la sinistra non sa o non vuole portare esempi positivi e la narrazione finisce per essere completamente falsata. Cosa pensi dell’ICE e della politica di deportazione di Trump? Tutto il male possibile. E temo che purtroppo qualcosa del genere possa accadere anche in Italia. Basti pensare che il 17 maggio scorso a Milano si è tenuto il ‘Remigration summit’ supportato da personaggi come Salvini, Vannacci e da altri esponenti dell’estrema destra europea. In quell’occasione si è parlato di rimandare gli stranieri nei Paesi d’origine o addirittura in altri Stati. Si parla di supremazia della razza bianca, c’è un ritorno al passato più nero, quello che tanta morte e atrocità ha portato in tutto il mondo. Chi dimentica o ignora le lezioni della storia è condannato a ripetere le peggiori nefandezze. E troppi italiani restano indifferenti o addirittura sposano tesi razziste, pensando che finché le ingiustizie colpiscono ‘gli altri’ loro possono stare tranquilli o addirittura avvantaggiarsene. Ad allarmare sono da una parte l’indifferenza e dall’altra l’odio”. Tu hai paura? Sì, non posso negarlo. Temo di essere rimandato in Egitto solo perché ho la pelle un pochino più scura e non ho ancora la cittadinanza italiana, malgrado viva in questo Paese da 13 anni. Ho studiato ottenendo prima il diploma e poi due lauree e oggi lavoro con un regolare contratto. Eppure ogni anno per poter rinnovare il permesso di soggiorno noi ‘stranieri’ dobbiamo quasi scusarci per la nostra ostinazione a voler restare e siamo costretti a lottare con una burocrazia che cerca solo un pretesto per cacciarci. Quattro volte l’anno devo tornare in Sicilia, spendendo di tasca mia centinaia di euro ogni volta, per lasciare le impronte e rinnovare il permesso di soggiorno per motivi di lavoro. A 13 anni dal tuo arrivo in Italia non hai ancora la cittadinanza italiana. Che cosa comporta per la tua vita in termini pratici? L’esempio più eclatante è il fatto che nonostante i miei titoli di studio e la mia esperienza non ho la possibilità di partecipare a concorsi pubblici o di lavorare nella pubblica amministrazione perché mi manca il requisito della nazionalità. Ma sono molti gli ostacoli e le difficoltà dovuti alla mancanza della cittadinanza. In questi 13 anni sei mai riuscito a riabbracciare la tua famiglia d’origine? Ho potuto rivedere i miei solo due volte, nel 2017 e nel 2020. Da allora non sono più tornato perché in quanto egiziano ho l’obbligo della leva in patria: oggi sono considerato un disertore e se tornassi mi costringerebbero a fare il militare per tre anni. In questo modo perderei il permesso di soggiorno in Italia e tutto ciò che mi sono costruito da quando sono qui. E i miei non possono venire a trovarmi perché l’Italia non concede loro il visto. Cosa vorresti dire ai ragazzi come te che sognano l’Italia o l’Europa? Non condanno chi tenta in ogni modo di arrivare in Europa, come del resto ho fatto io, ma il consiglio è quello di non immaginare che in Italia sia tutto rose e fiori. Qui la vita è complicata e devi convivere con una situazione di perenne incertezza. La possibilità di avere successo è infima, perché non ci sono politiche di inclusione, anzi, tutto il contrario, si fa di tutto per ostacolare chi vuole soltanto rifarsi una vita rispettando la legge e pagando le tasse. D’altra parte però penso anche che se io ho vinto la mia scommessa, benché non sapessi l’italiano e fossi un ragazzino solo quando sono arrivato, allora anche altri possono farcela.   Claudia Cangemi
February 26, 2026
Pressenza
L’improvvisa solerzia del capo della polizia Pisani
Come era già stato documentato ampiamente nei libri  Il partito della polizia  e poi  Polizie, sicurezza e insicurezze, i casi di operatori delle polizie (nazionali e locali) responsabili di reati anche gravi negli ultimi 25 anni sono assai numerosi. E in particolare i “morti in mano alle polizie” e le condanne della CEDU e del GRECO (Gruppo Stati europei contro illegalismi istituzionali) sulle illegalità delle forze dell’ordine italiane nonché per la non ottemperanza dell’Italia rispetto alle sanzioni e prescrizioni della stessa CEDU (come già ricordava anche l’allora PM Zucca, “Genova: 14 anni dopo il luglio 2001”, in Il Ponte del 4-5/2015, a cura di Livio Pepino ). E recentemente la Cedu ha condannato l’Italia per il caso Magherini. Ma in questi 25 anni -come prima- i vertici delle polizie hanno bellamente ignorato tutto, hanno fatto quadrato insieme ai sindacati a totale difesa dello spirito di corpo. E come dicono alcuni anziani e meno anziani operatori delle polizie: “in realtà i Cinturrino erano anche utili, facevano tanti arresti e facevano fare carriera anche ai superiori”. Ma ecco che a seguito di quanto gli investigatori hanno scoperto e alcuni bravi giornalisti hanno reso noto a proposito del caso Mansouri-Cinturrino, il capo della polizia ha deciso la sentenza immediata di espulsione di quest’ultimo dai ranghi della polizia (vedi articolo di Giuzzi e Lio sul Corriere). “Il capo della polizia Vittorio Pisani ha definito senza mezzi termini l’assistente capo Cinturrino “un delinquente”. E il questore Bruno Megale ha vantato “Abbiamo dimostrato di avere gli anticorpi di fronte a vicende di questo genere. Questo anche per i cittadini che è nostro compito tutelare”. Intervistato da Giovanni Bianconi, il prefetto Pisani ha detto “Di solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito … l’azione disciplinare ha senso se è tempestiva”. E aggiunge che l’inchiesta dovrà chiarire: “Innanzitutto la posizione degli altri poliziotti coinvolti, per i quali si potrebbero configurare ulteriori contestazioni sul piano giuridico, oltre al favoreggiamento e l’omissione di soccorso … l’attività ispettiva sarà estesa all’intero commissariato, d’intesa con l’autorità giudiziaria”. Ma com’è che il Prefetto Pisani non è mai stato così solerte e tempestivo in tanti altri casi?   E com’è non dice che le polizie non hanno mai fatto un serio monitoraggio dei reati da parte del loro personale, cosa che potrebbe permetterne uno studio per elaborare valide ipotesi di prevenzione e di risanamento, unica garanzia per limitarne la riproduzione sistemica.  Constatiamo che non solo non esistono alcun database e alcuna statistica sugli illeciti e reati di operatori delle forze di polizia, ma non c’è neanche possibilità di accesso ai procedimenti istruiti dalle Commissioni disciplinari (nazionale e locali). I giudizi adottati da queste commissioni (composte da un funzionario, un operatore di pari grado dell’imputato e un rappresentante di uno dei sindacati più rappresentativi) sono quasi sempre clementi. Di fatto si tratta di un meccanismo -istituito in tutte le polizie- che garantisce l’impunità al loro personale che ha commesso reati. E  Nelle polizie, come nella Chiesa e in molte altre istituzioni non solo italiane, questo costume sembra particolarmente abituale; come si suol dire: ognuno ha qualche “cadavere nell’armadio” da nascondere e diversi operatori non esitano a giocare su questo, così come a divertirsi raccontando pettegolezzi su tutti, sui politici così come su ogni sorta di vip. Un commissario di polizia, tra i più bravi che io abbia conosciuto, ebbe a dirmi: “Professore, lei non lo sa, ma qua è un inferno: ogni mattina appena arrivo in ufficio devo subito guardarmi le spalle per evitare le coltellate da colleghi”. È proprio alle gelosie e competizioni che si deve la scoperta di diversi atti illeciti di operatori delle polizie. Se il cosiddetto spirito di corpo spinge a far “quadrato” di fronte ad accuse dall’esterno, all’interno non mancano il continuo regolamento di conti o colpi bassi per competizione o gelosie. I vertici conoscono bene questo costume, lo praticano e allo stesso tempo lo temono ma se ne servono come supporto al controllo sulla “truppa” e degli uni sugli altri. Ma non per la tutela effettiva dello stato di diritto democratico.  E perché il prefetto Pisani e tutti i verti delle polizie non dicono nulla per sollecitare e garantire la tutela dei whistleblower (segnalatori di atti o comportamenti illeciti nella pubblica amministrazione come nel privato (normativa istituita con Decreto Legislativo n. 24/2023, recepimento della direttiva UE 2019/1937)? E’ invece noto che gli operatori delle polizie che vanno controcorrente, che non si assoggettano o non condividono i discorsi, gli atteggiamenti e i comportamenti violenti, fascisti, razzisti e sessisti, finiscono presto per essere marginalizzati e persino perseguitati al punto di dover dare le dimissioni per evitare il peggio (e questi casi nient’affatto rari meriterebbero essere rivalutati e omaggiati anziché restare nella gogna come coloro che hanno “sporcato il corpo, come infami” al pari di chi denuncia le mafie. Purtroppo anche i democratici e la sinistra parlamentare sembrano ignorare tutto questo e restano quasi sempre seguaci del generale atteggiamento ossequioso rispetto alle forze dell’ordine al pari del motto “nei secoli fedeli” dell’Arma dei Carabinieri. E questo s’è visto l’anno scorso con la reazione da parte del governo italiano alle critiche e condanne nei rapporti del Consiglio d’Europa (ECRI) e alle sollecitazioni europee su razzismo, profilazione razziale e violenze su manifestanti europee riguardanti la condotta delle forze di polizia.  La premier Meloni e il ministro Piantedosi hanno definito “vergognose” le accuse di razzismo mosse dall’ECRI. E, ahinoi, il presidente Mattarella telefona al prefetto Pisani stupore, stima e vicinanza alle forze di polizia per le affermazioni nel rapporto ECRI. Sin quando non ci sarà un netto rispetto delle norme dello stato di diritto democratico l’Italia come tutti i paesi resteranno alla mercé delle derive dispotiche del neofascismo liberista (vedi l’articolo di Gianni Giovannelli “Rileggendo l’Eternal fascisme di Umberto Eco).   E infatti, nonostante le condanne, il governo Meloni ha proseguito nel rafforzamento dei poteri di polizia, con i decreti sicurezza malgrado qualche emendamento del presidente Mattarella. Salvatore Turi Palidda
February 25, 2026
Pressenza
Deterrenza non è prevenzione: l’alternativa alle divise in classe c’è ed è molto più qualificata!
All’IIS Leonardo da Vinci di Maccarese (Roma), il 18 febbraio 2026, dopo analoghi fatti nel novembre 2025, si è consumato un altro atto repressivo con azioni intimidatorie nei miei confronti. Con un cartello riportante il messaggio-chiave, in termini pedagogici, Fuori la polizia dalla scuola, deterrenza non è prevenzione, mi aggiravo nell’androne e nei corridoi. Perché questa azione certamente inconsueta all’interno di una struttura educativa? Poco dopo una pattuglia della Polizia di Stato avrebbe fatto ingresso nell’aula magna, per parlare di femminicidi e di violenza ai danni delle donne. La volta precedente, sempre nell’ambito del progetto Scuole Sicure nato dalla joint-venture Ministero dell’interno e Ministero dell’Istruzione, nella stessa scuola si parlò di bullismo e cyber-bullismo, altri due cavalli da battaglia o meglio cavalli di Troia, visto che con questi due temi varie forze di Polizia (polizia di Stato, Carabinieri, ma anche Guardia di Finanza e Polizia Penitenziaria) hanno grande facilità nel fare breccia proprio nelle scuole. L’azione, sicuramente di forte impatto in termini di disobbedienza civile e in antitesi allo stereotipo del “bravo docente”, si è svolta senza particolari problemi di cosiddetto “ordine pubblico”, di fronte a studenti incuriositi e professori che invece giravano lo sguardo altrove, tirando dritti con evidente imbarazzo. Perché da alcuni anni si continuano ad approvare progetti per contrastare il bullismo, il cyber-bullismo o la violenza contro le donne chiamando operatori che sul campo intervengono in funzione repressiva o al più di contenimento dei soggetti violenti? In alternativa, per esempio, si potrebbero coinvolgere gli esperti del settore che operano sull’altro versante rispetto a quello giudiziario-penale e della sicurezza pubblica, come chi è a contatto con le storie di vita delle donne abusate o dei ragazzi vittime di bullismo: ci sono a disposizione gli e le esperte dei centri anti-violenza, il Telefono Azzurro, oppure, volendo andare ancor più alla radice del fenomeno, cioè nel cuore della cultura  patriarcale, gli psicologi che sono in contatto tutti i giorni con gli uomini che si rivolgono ai centri per uomini violenti. Gli studenti nel cambio tra un’ora e l’altra nel frattempo si accalcavano davanti alla porta dell’aula magna e tardavano ad entrare, ascoltando il motivo della contestazione fino all’arrivo dei due “docenti” in divisa e armati di Beretta 92S Parabellum. Con loro c’era tutto lo staff dirigente, alcuni collaboratori e altri docenti, per lo più silenti che non comprendendo appieno azioni nonviolente ma certamente dissacranti come questa, hanno poi contribuito solo ad alzare il livello di tensione: nessuno ha proposto un dibattito alternativo, ma tutti si sono appellati alla decisione del collegio docenti e dei consigli di classe. Il tutto è culminato con una perquisizione da parte dei due agenti nei miei confronti, alla ricerca di eventuali oggetti o attrezzi pericolosi di fronte ad un’aula ormai colma di studenti. Poi si è passati alla mia identificazione inutile e ridondante, visto che poco prima avevo già dichiarato di essere parte del corpo docente e quindi non un “corpo estraneo” di fronte a colleghi e personale ATA. Una docente ha poi avviato un tentativo di “mediazione” proponendo alla Polizia di farmi assistere all’intervento, pur non essendo lì con le mie classi, con una vaga proposta di “debate” che i poliziotti stessi hanno presentato ai/lle ragazzi/e, avvertendoli però che ciò “avrebbe comportato per loro delle conseguenze.” Salvandosi in corner l’agente che aveva appena lanciato quella velata minaccia l’ha specificata meglio, ma in termini di “o noi o loro”, insinuando cioè che la mia presenza rendeva la loro di troppo. Non contenti i poliziotti hanno tentato di rimuovere fisicamente il fastidioso cartellone sfilandomelo dal basso verso l’alto. Di fronte a quell’azione imprevista e alla determinazione nel portare avanti la contestazione, l’agente poi mi chiedeva, sempre con gli studenti come testimoni, se “avessi per caso qualche problema con la Polizia”. Gli ho risposto che “la domanda era mal posta, anzi parlando come docente di Scienze Umane era tendenziosa e in ogni caso doveva specificare che cosa intendesse per problema.” In certi contesti scolastici l’equivoco e dunque la sovrapposizione, quasi fossero sinonimi, tra deterrenza o repressione, assimilati impropriamente al termine prevenzione, vede il corpo studentesco, quanto meno in questa scuola, spesso in sintonia con quello docente, che a sua volta sottovaluta il risultato di queste presenze, che da anni fissano all’interno di menti in formazione, un’immagine protettiva e salvifica della divisa. Questo processo purtroppo parte già dalle scuole primarie, per proseguire nelle secondarie e poi, appunto, nelle secondarie superiori. Alcuni ragazzi hanno confessato, infatti, che per loro quella presenza “armata” si aggiungeva ad altri due eventi pseudo-formativi nei cicli di studio precedenti. Inquadrando il fenomeno sul piano culturale, a partire dalle serie TV, ai film, ad una vera e propria propaganda sui social o pseudogiornalistica in TV si invoca da più parti un “rispetto della legalità” visto in termini di obbedienza cieca alla legge, qualunque essa sia:  si arriva al punto che al di là della presenza delle divise che in teoria dovrebbe essere evitata a prescindere, la soluzione è quindi quella del “debate” in cui per esempio un rappresentante di Casa Pound dialoga in pubblico con un attivista con una visione marxista dell’economia e della società, o appunto un docente esperto di violenza contro le donne o di bullismo, uno psicologo o un sociologo dialogano in pubblico con il poliziotto esperto della fase finale dei fenomeni di devianza ….e poi, vinca il migliore! O semplicemente vinca il più convincente, come i sofisti dell’antica Grecia ci hanno egregiamente insegnato. Questi incontri cosiddetti educativi sui temi del contrasto alla violenza, invece, il più delle volte sono soltanto accennati nell’ambito dei collegi docenti,  molto spesso inginocchiati al volere di un cerchio ristretto del dirigente e poi approvati con altrettanta superficialità a scatola chiusa, all’interno dei singoli consigli di classe: guardando con una prospettiva di lungo periodo, la soluzione potrebbe essere quella di una proposta di legge che vieti tout court l’ingresso delle forze di Polizia e delle Forze Armate all’interno del sistema scolastico in quanto in totale  antitesi con i principi-cardine, sul piano pedagogico ma anche della Costituzione italiana, su cui si basa l’istruzione pubblica. Tutto ciò senza contare che una scelta in questa direzione dovrebbe essere fuori discussione proprio per il periodo storico contingente che ci vede impegnati in spese folli in armamenti e immersi in un clima di violenza e di prevaricazione, in cui il diritto internazionale e i diritti dell’uomo passano in secondo piano rispetto al diritto del più forte. Risulta chiaro che di fronte a povertà crescenti, soprattutto in alcune classi sociali, al problema di un’erosione dei diritti sociali a partire da quello primario alla salute o all’istruzione, oppure ancora del diritto all’abitare, il rinforzo positivo della divisa e di un approccio “muscolare” a varie forme di violenza e in prospettiva di rivolte sociali nelle piazze, sono funzionali all’attuale stato di polizia (vedi tutti i decreti sicurezza e anti-migranti di questi ultimi 4 anni). Stefano Bertoldi
February 20, 2026
Pressenza