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Barriere invisibili: la povertà educativa a Napoli e provincia
Sta andando in onda in questo periodo su Rai 1 la serie La Preside con Luisa Ranieri, che ripercorre la storia di una dirigente dell’Istituto comprensivo Viviani nel Parco Verde di Caivano, un paese di 40 mila abitanti in provincia di Napoli. Al di là del giudizio che si ha della fiction, che sta comunque riscuotendo un importante successo di pubblico, appare utile affiancare a tale rappresentazione televisiva qualche dato oggettivo e qualche conseguente riflessione sulle condizioni familiari di svantaggio socioeconomico e sulla scarsa offerta territoriale, quali principali fattori alla base della povertà educativa che colpisce adolescenti e giovani a Napoli e nella sua area metropolitana. Dando uno sguardo, per esempio, alla ricerca “Barriere invisibili”, realizzata dal Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e dal Polo Ricerche di Save the Children. La ricerca è stata coordinata dalla docente Cristina Davino ed è stata realizzata con il supporto del progetto GRINS (Growing Resilient, INclusive and Sustainable), finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del PNRR. L’indagine ha coinvolto oltre 55 istituti scolastici e circa 25 enti del Terzo Settore e servizi sociali, con la partecipazione di 3.800 studenti tra i 14 e i 19 anni e di 300 giovani usciti dal circuito scolastico. Dai dati emerge che vivere in una famiglia a reddito basso o molto basso rappresenta una delle barriere più rilevanti: il 12% degli intervistati dichiara questa condizione, mentre il 5% afferma di vivere in una situazione di grave deprivazione materiale. Le situazioni più critiche si riscontrano in alcune aree periferiche della città di Napoli e in diversi comuni dell’area metropolitana. Le difficoltà economiche incidono anche sul tempo dedicato allo studio. Il 6,7% dei ragazzi lavora tutti i giorni, il 16% saltuariamente e il 21% è alla ricerca di un’occupazione. A queste condizioni si aggiunge la necessità di occuparsi dei familiari o della gestione della casa, indicata dal 12% degli intervistati. Per quanto riguarda la scuola, il 59,4% del campione esprime un giudizio favorevole sulla disponibilità di servizi come corsi di recupero e attività culturali. Più critico, invece, il giudizio sulle infrastrutture scolastiche: il 43,3% degli studenti ritiene insoddisfacenti palestre, strumenti digitali e biblioteche. Il 12% dichiara inoltre di aver subito episodi di bullismo all’interno delle mura scolastiche. Dall’indagine emerge una ridotta partecipazione ad attività culturali e sociali: il 46,5% dei ragazzi non ha letto alcun libro nell’ultimo anno oltre ai testi scolastici, il 42,8% non pratica attività sportiva e solo il 13,1% frequenta un’associazione. L’utilizzo dei dispositivi digitali è molto diffuso: il 33,4% trascorre online più di cinque ore al giorno. La ricerca mappa capillarmente le istanze degli adolescenti, offrendo una visione dettagliata delle loro aspirazioni future e del contesto in cui vivono. E proprio rispetto al proprio territorio, gli intervistati indicano tra i motivi di insoddisfazione, la pulizia delle strade (63%), la percezione di insicurezza rispetto ad episodi di criminalità (41,6%), l’isolamento dovuto alla scarsità dei servizi pubblici (27,7%). La speranza (29,6%) e l’ansia (27,4%) sono i due stati d’animo prevalenti con cui i ragazzi guardano al futuro: la condizione di ansia affligge soprattutto le ragazze (34%), mentre circa il 10 % degli intervistati dichiara di non riflettere sul proprio domani. Dal campione analizzato emerge che i ragazzi non pensano di poter avere un futuro “appagante” restando in Italia o nel proprio luogo di residenza, mentre guardano con maggiore fiducia a un futuro all’estero. Il 50,9 % degli intervistati è convinto della necessità di sostenere i ragazzi e le ragazze in condizioni di difficoltà economiche, in modo che possano proseguire gli studi e inserirsi nel mondo del lavoro attraverso percorsi formativi di qualità per avere contratti stabili e una retribuzione adeguata (49,1 %).   L’indagine pertanto mette in luce che gli ostacoli alla crescita dei giovani risiedono in deprivazioni sistemiche e multidimensionali. Le “Barriere invisibili” rappresentano dunque quel complesso reticolo di mancanze sociali, familiari e ambientali che limitano lo sviluppo del potenziale dei minori. “Abbiamo affrontato un tema importante con l’obiettivo di contribuire alla definizione e alla misurazione della povertà educativa, ha spiegato Cristina Davino, coordinatrice della ricerca, e fornire dei dati che il gruppo di ricerca mette a disposizione di tutti. Un aspetto interessante ed anche innovativo della ricerca è stato valutare non solo le opportunità fornite da famiglia, scuola e territorio, ma comprenderne anche gli esiti, le future aspirazioni, i sogni dei nostri studenti. C’è un notevole gap tra aspirazione e aspettativa e c’è sempre la voglia di andare a cercare altrove un futuro migliore. La mancanza di opportunità ha un impatto non solo sul rendimento scolastico ma sulla vita dell’individuo dal punto di vista delle capacità emozionali, relazioni, di gestione dello stress. Abbiamo fatto un lavoro con le studentesse e gli studenti, ascoltato la loro voce perché solo misurando un fenomeno si può conoscerlo realmente e si possono intraprendere delle azioni in merito”.   Qui per approfondire: https://www.unina.it/it/    Giovanni Caprio
Violenza genera violenza: per disarmare gli adolescenti servono adulti coerenti e credibili
La mattina del 16 gennaio all’interno dell’Istituto di istruzione superiore Einaudi-Chiodo di La Spezia, un diciannovenne ha tirato fuori un coltello e ha colpito mortalmente un suo coetaneo, Youssef Abanoub. L’aggressore ha ammesso di aver portato con sé l’arma e di averla usata per risolvere un conflitto con il coetaneo. Oltre il pretesto specifico, che pare legato alla pubblicazione dell’immagine di una ragazza sui social, questo fatto di cronaca è carico di significati che vanno al di là della pur gravissima responsabilità personale del giovane omicida: è sintomo anche di processi culturali più ampi e pervasivi segnati dal massiccio ritorno di simboli e linguaggi che normalizzano la violenza e le armi nella forma estrema della guerra e costruiscono “il nemico” come categoria assoluta, con il quale non si dialoga ma si combatte fino al suo annientamento. Sui social media – che tanta influenza hanno su quella che Jonathan Haidt chiama “generazione ansiosa” –dilagano messaggi e azioni provenienti dai decisori globali adulti che comunicano non solo che la violenza è un’opzione normalmente percorribile, ma che è necessario armarsi sempre di più per prepararsi a farla in dosi sempre più massicce (dal genocidio a Gaza agli omicidi dell’ICE negli USA, gli esempi sono infiniti). Il legame tangibile tra la guerra nell’affrontare i conflitti internazionali e la violenza in quelli interpersonali è reso anche plasticamente da una proposta di legge di Fratelli d’Italia di poche settimane fa che – analogamente ai tentativi di aggiramento della Legge 185/90 che regolamenta il commercio di armamenti – vuole eliminare anche i controlli per produrre, importare, vendere o collezionare le armi bianche, diffuse tra gli adolescenti. Queste armi – dice Giorgio Beretta dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere in un’intervista (Domani, 24 novembre 20025) – “vengono così equiparate ai coltelli da cucina o ai coltellini svizzeri, potranno essere vendute tra privati cittadini e quindi chiunque, anche i minorenni, potranno acquistarle anche online”. Per comprendere la correlazione possibile tra dilagare di guerre e bellicismo e pratica della violenza tra i più giovani è utile ribadire la distinzione introdotta da Johan Galtung tra le forme di violenza: diretta, strutturale e culturale. La violenza culturale si manifesta nel linguaggio, nei messaggi, nelle retoriche, nelle pratiche sociali che legittimano e rendono accettabile la violenza diretta e strutturale, nelle diverse arene dei conflitti. Secondo Galtung, questi elementi culturali operano in profondità: quando la guerra viene narrata come fatto naturale, inevitabile ed eroico, o quando si impugnano le categorie del “noi” contro “loro”, i segmenti culturalmente più fragili della società interiorizzano l’uso della violenza, ai diversi livelli, come “normale”. Non si tratta, naturalmente, di attribuire alle narrazioni mediaticamente violente dei conflitti armati l’effetto diretto di generare immediatamente comportamenti violenti negli individui, ma di comprendere come contesti culturali in cui la violenza è sempre più presente e normalizzata sul piano internazionale contribuiscano a formare mentalità in cui gli atti violenti sono percepiti come agibili anche sul piano interpersonale. Gli studi dello psicologo sociale Albert Bandura – noto anche per aver esplicitato i meccanismi del “disimpegno morale” necessari per compiere azioni violente – con la teoria dell’apprendimento sociale e i relativi esperimenti, aiutano a comprendere come i comportamenti possano essere appresi anche attraverso l’osservazione: bambini e adolescenti imparano non solo attraverso l’esperienza diretta, ma osservando e imitando modelli veicolati nel loro ambiente sociale. L’osservazione reiterata di comportamenti violenti da parte di adulti significativi – oggi attraverso la pervasiva divulgazione multimediale – incrementa la probabilità che tali comportamenti vengano replicati: se un comportamento è rappresentato come accettato ed efficace, anche su una scala diversa dalla propria, aumenta la possibilità di imitazione. Per certi veri è il ribaltamento della credenza obsoleta che le guerre moderne siano dovute alla violenza “naturale” degli esseri umani, nel suo contrario: fare le guerre e considerarle normali può, a certe condizioni, generare comportamenti violenti anche al di fuori dal coinvolgimento diretto in esse. Ciò significa che, piuttosto di inasprire pene e decreti sicurezza, a ridurre il tasso di violenza individuale e di gruppo tra gli adolescenti può dare un contributo reale ridurre il tasso di violenza con il quale gli adulti affrontano i conflitti sociali e internazionali. Che significa, sostanzialmente, essere adulti coerenti e credibili. Promuovere il disarmo culturale e militare e i saperi e la pratica della nonviolenza, a tutti i livelli – superando la logica del nemico, dell’empatia selettiva, della deterrenza armata e della vittoria ad ogni costo – mentre risolve i conflitti internazionali con mezzi pacifici contribuisce a risolvere quelli interpersonali con mezzi nonviolenti. Liberando, inoltre, enormi risorse utilizzabili anche per promuovere educazione alla pace, alle relazioni disarmate ed alla trasformazione nonviolenta dei conflitti nelle scuole di ogni ordine e grado. La vera sicurezza. Pasquale Pugliese
L’eredità dei partigiani: la consapevolezza che “la libertà è come l’aria” e “la verità è nemica della guerra”
Sabato 17 gennaio scorso è stato celebrato l’81° anniversario dell’eccidio della Banda Tom, una formazione costituita e operante in Monferrato e che si era aggregata alle Brigate Matteotti. Gli interventi dello storico Mirco Carrettieri e della rappresentante della sezione ANPI di Casale Monferrato sono stati applauditi ‘a scena aperta’ e poi a lungo dai presenti alla commemorazione di: * Giuseppe Augino – 22enne di Valguarnera Carropepe (Enna) * Alessio Boccalatte – 20enne di Casale Monferrato * Aldo Cantarello – 19enne di San Michele (Alessandria) * Luigi Cassina, detto Ginetto o Tarzan – 25enne di Casale Monferrato * Giovanni Cavoli, detto Dinamite – 34enne di Solero (Alessandria) * Albert Harbyohire, detto Harry – 31enne inglese * Giuseppe Maugeri – 23enne di Siracusa * Antonio Olearo, detto Tom – 24enne di Ozzano Monferrato (Alessandria) * Remo Peracchio – 21enne di Montemagno Monferrato (Asti) * Boris Portieri – 17enne di Rovigo * Giuseppe Raschio – 21enne di San Michele (Alessandria) * Luigi Santambrogio, detto Gigi – 17enne di Casale Monferrato * Carlo Serretta, detto Scugnizzo – 17enne I 13 partigiani della banda fondata e capitanata da Tom erano stati catturati a Casorzo, nel Monferrato astigiano, il 14 gennaio 1945. Trasferiti a Casale Monferrato, dove erano stanziate le truppe della RSI e dell’esercito nazista, vennero torturati e fucilati. I loro ultimi attimi di vita sono stati descritti da don Angelo Allara, a cui fu concesso di incontrali mentre erano imprigionati e poi, il 15 gennaio, di assistere all’esecuzione della loro uccisione: > Triste, mi ritiro in disparte e vedo passare davanti a me le vittime: tutti > hanno al collo la Medaglia Miracolosa e in mano il foglietto che loro avevo > dato, e mi salutano con lo sguardo come per dirmi “grazie, Padre, l’unico > conforto avuto in questo momento ci viene dal sacerdote”. Quel corteo andava > verso la morte e io pensavo: dopo la morte, vi sarà per essi il Paradiso. La testimonianza di don Allara è stata raccolta nel memoriale che Giuseppe Angrisani, vescovo della diocesi monferrina dal 1940 al 1971, pubblicò nel 1946, e recentemente ristampato. Alla commemorazione della Banda Tom i contenuti di questo libro sono stati descritti da Francesco Mancinelli, il rettore del Santuario della Madonna di Crea a Serralunga di Crea: Per l’occasione in rappresentanza della sezione ANPI di Casale Monferrato è intervenuta Carla Gagliardini, che ha annunciato l’esito della ricerca condotta in collaborazione la sezione ANPI di Londra per accertare l’identità e documentare la storia del partigiano Harry, che per tutti gli 80 anni trascorsi dalla sua uccisione in Monferrato è stato ricordato ritenendo che si chiamasse Albert Harbyohire e fosse un ufficiale della Royal Army Force in missione in Italia. Invece si chiamava Harry Darbyshire ed era un artigliere inglese che, sfuggito alla cattura o alla prigionia dei nazisti, si era aggregato alla Banda Tom. E, dopo aver rammentato che il perno della democrazia sono le ‘regole’ fondanti lo stato di diritto, tra cui il “sistema di pesi e contrappesi tra i poteri” sancite nella Costituzione italiana scritta dopo il referendum del 1946 e in vigore dal 1° gennaio 1948, Carla Gagliardini ha ricordato che il ripudio della guerra è stato un cardine della resistenza contro il regime fascista: Rammentando che il fascismo si era insinuato nelle menti degli italiani proprio esortandoli all’intervento nella prima guerra mondiale, Mirco Carrattieri, docente di storia contemporanea all’Università di Bergamo e recentemente autore di Alle origini dell’arcobaleno. Discorsi e azioni di pace a Modena 1945-1969, ha affermato: “la verità è il nemico della guerra”. > Responsabile scientifico di Liberation Route Italy, membro del comitato scientifico dell’Istituto Cervi e direttore generale dell’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri”, Mirco Carrattieri ha confrontato la composizione della Banda Tom a quella di altre formazioni della resistenza italiana soffermando l’attenzione sull’età dei suoi componenti, molto giovani e alcuni giovanissimi. Tra i presenti alla celebrazione c’erano dei ragazzi, studenti dell’I.C. “Sobrero” di Casale Monferrato, a cui nel tragitto dal Teatro Municipale alla Cittadella ho chiesto di commentare le orazioni che avevano appena ascoltato. Nelle loro risposte ho sentito risuonare quelle, appena ricordate da Mirco Carrattieri, pronunciate nel 1955, primo decennale della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista, dal giurista attivista del movimento Giustizia e Libertà e fondatore del Partito d’Azione rivolgendosi agli studenti milanesi: > …la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a > mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia > generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non > sentire mai – Piero Calamandrei, Discorso sulla Costituzione Sabato 17 gennaio scorso a Casale Monferratola la commemorazione della Banda Tom era cominciata, come di consueto, con la celebrazione della messa al duomo, da dove le autorità e le rappresentanze della città e del territorio hanno sfilato fino al Teatro Municipale, in cui si è tenuta l’assemblea pubblica. Il corteo era aperto dalla banda “La Filarmonica di Occimiano”, che ha esordito suonando Bella Ciao, in seguito cantata dai partecipanti alla deposizione di corone d’alloro alla lapide che ricorda i 13 partigiani nel luogo dove vennero fucilati. Maddalena Brunasti
Torino, assemblea nazionale dei centri sociali autogestiti
pubblichiamo il resoconto di  Angelo Zaccaria sul dibattito dell’assemblea di sabato scorso dove è stata decisa la convocazione di una manifestazione nazionale per il prossimo 31 gennaio in quel di Torino: Concentramento a Palazzo Nuovo alle ore 14.30_   Era dai primi anni ’90 che non accadeva. Questo il primo dato. Erano allora gli anni successivi allo sgombero del Leoncavallo nell’ Agosto 1989, anni di fermento che culminarono nella assemblea nazionale dei CSA ad Officina 99 a Napoli nel 1993. Il bilancio di questa assemblea quindi è nettamente positivo. Anzitutto il fatto stesso di esserci stata, dopo anni di frammentazione generata sia da oggettive divergenze di culture e prospettive politiche, che da qualche rigidità e settarismo di troppo. Qualcun@ potrebbe dire che un ricompattamento era scontato visto l’attacco frontale sferrato dal governo Meloni verso le realtà autogestite, ma io ritengo che di scontato non ci sia mai nulla, e quindi la stessa tenuta di questa assemblea è un importante risultato per cui dobbiamo ringraziare Askatasuna e le realtà di base torinesi. Inoltre la grande partecipazione, oltre mille persone provenienti da tutta Italia, forse un po’ meno dalle zone più distanti del sud, ma questo è comprensibile. Oltre 60 interventi, la gran maggior parte fatti da giovani, e con un buon equilibrio di partecipazione di genere. Altro dato fondamentale, la diffusa e prevalente volontà di girare pagina rispetto al passato polemico recente e meno recente, e praticare una attitudine alla unità ed alle convergenze, dove conti più quello che unisce che quello che divide. Questo risponde ad una domanda che sicuramente viene dai settori di base che partecipano alle lotte ed alle loro scadenze, ma son meno coinvolti nella militanza organizzata, il mondo dei cosiddetti “cani sciolti”, ma riflette anche una nuova tensione e nuove scelte maturate in questi anni, da parte dei collettivi e delle realtà più organizzate. Prova di quanto scritto sopra è il silenzio assoluto interrotto da vari applausi, col quale le svariate centinaia di presenti han ascoltato gli interventi di realtà che pure negli anni erano state al centro di critiche sulla annosa questione della “istituzionalizzazione” dei centri sociali. Infine, aggiungerei una cosa che va al di là della contabilità dei e delle partecipanti o della analisi razionale dello svolgimento del dibattito. Il clima della assemblea, soprattutto nelle prime due ore, due ore e mezza. Un clima appassionato, molto partecipe, a tratti entusiasta, poca sindrome della sfiga e della sconfitta. Anzi la percezione di un qualche senso di potenza non più solo latente, che va crescendo e si va sviluppando. Cruciale in questo senso il lascito ed il riferimento, presente in tanti interventi, alle lotte ed agli scioperi di inizio autunno su Gaza e Palestina. Anzi, proprio l’assemblea del 17 Gennaio conferma che quelle lotte, forse non hanno rappresentato la netta rottura in avanti del tempo della storia, ma di certo han segnalato l’avvio di una nuova fase di attivazione sociale e politica  e di disponibilità alla mobilitazione. Quanto su questo influiscano non solo le miserande vicende della politica di governo italiana, ma anche se non più i sinistri scenari della politica globale ed i bagliori di guerra, in questa sede non ha bisogno di essere sottolineato. Quindi allora tutto bene, Madama la Marchesa…? …certo che no. Permangono a mio avviso limiti e punti interrogativi. Ad un occhio “maturo” taluni interventi potrebbero esser apparsi un poco generici o ingenui se non velleitari, ma se si è all’inizio di un processo di attivazione e politicizzazione, che investe anche ma non solo alcuni settori giovanili, autoctoni e non, questo non dovrebbe stupire. Del resto che un processo del genere seppure coi suoi limiti esista, lo attestano gli stessi cosiddetti “decreti sicurezza” nelle loro corpose parti dedicate alla repressione del dissenso, i quali mirano anzitutto a prevenire o impedire o ridurre questi processi di politicizzazione. Su questo molto preoccupanti ed emblematici risultano, sempre a Torino, i recenti arresti di studenti ai quali l’assemblea ha espresso totale solidarietà. Poi ci sta il punto delle alleanze e convergenze. Alcuni interventi han riproposto in vari modi il tema della critica a campo largo e centrosinistra, e non solo da parte di organizzazioni politiche o partiti a loro volta in competizione elettorale con “l’ala sinistra del centrosinistra”. Non sta certo a me occultare le molte e giuste ragioni per criticare PD, CGIL, AVS, M5S etc… ma questi interventi lasciavano intravedere un nodo che questa prima assemblea non poteva sciogliere: cosa si intende per spirito unitario, ricomposizione, alleanze e convergenze? Tutt@ ovviamente declinano questi principi riferendosi a tutti i soggetti sociali allargati, proletari e popolari, colpiti dalle politiche di guerra, austerità ed autoritarismo. Talun@ però estendono la convergenza possibile anche a quei soggetti organizzati, politici, partitici, associativi e sindacali, che seppure spesso in forma critica nella orbita del centrosinistra in qualche modo si muovono. Per intendersi parliamo del vecchio cartello dei Social Forum, forse orbato della componente cattolica di base: Fiom, Arci, sinistra del centrosinistra etc… Il riaffiorare di una potenziale divergenza su quali sono i confini e limiti della tanto citata convergenza, non poteva esser sciolto nella assemblea di Torino e solo i fatti ci diranno quali saranno questi confini, e fra i fatti ci sta anche cosa concretamente faranno, o non faranno, queste aree diversamente collaterali alla sinistra di governo. Spetta anche a loro “l’onere della prova”, cioè dimostrare nei fatti e non a chiacchiere che sono al fianco dei CSA e dei movimenti di base, soprattutto sul terreno cruciale della lotta contro l’autoritarismo e la repressione, e per la difesa del diritto di associazione, espressione, dei diritti sindacali e del diritto di manifestare… Mentre noi ci ricomponiamo, convergiamo ed incrementiamo le nostre potenze latenti, questo governo di “fascisti del terzo millennio” (altro che Casa Pound…), non starà certo a guardare. Né va mai dimenticato del tutto cosa è stato storicamente capace di fare lo Stato italiano, anche quando al potere c’erano altri soggetti diversi dai fascisti del terzo millennio, per contrastare precedenti cicli di lotta. Un altro punto che l’assemblea non poteva sciogliere, e che non è del tutto scollegato da quello precedente, è quello della concreta articolazione delle pratiche politiche e di quelle di piazza. È un punto giustamente toccato da un paio di interventi verso la fine della assemblea, peraltro fatti a titolo personale, e correttamente ripreso nelle conclusioni da chi la assemblea la presiedeva. Si è opportunamente replicato che su questo punto si è già iniziato a discutere negli ambiti politici e sociali torinesi allargati, che esistevano prima dello sgombero di Askatasuna e che dopo lo sgombero si sono attivati ed estesi. Il tutto, si può immaginare, secondo il molte volte citato “spirito del movimento NO TAV della Val Susa”, col suo carattere popolare ed inclusivo di tutte le differenze, e basato anche sul noto principio: “Si parte e si torna tutt@ insieme”. Meno rilevante ora invece la problematica di quale forma organizzativa dare a questo percorso nazionale, pure affiorata qua e là in alcuni interventi: in una fase ancora iniziale di confluenza fra realtà eterogenee, è molto probabile che la forma organizzativa resti snella e si proceda per campagne di iniziativa. A questo punto non resta che dire una ultima cosa… TUTT@ ALLA MANIFESTAZIONE NAZIONALE A TORINO DEL 31 GENNAIO 2026, H 14,30! Concentramento a Palazzo Nuovo, FS Porta Susa e FS Porta Nuova.   Redazione Italia
Askatasuna vuole dire Libertà
Circa trecento persone, stipate in due aule del campus Einaudi di Torino, hanno discusso sulla situazione politica di un governo che è nemico del popolo e fa la guerra al popolo; sono arrivate un po’ da tutta Italia, in rappresentanza del Leoncavallo di Milano, lo Spin Time di Roma, i centri sociali delle Marche e del nordest, comitati autorganizzati e poi rappresentanti della Gkn, del Movimento No Tav, dei sindacati di base Usb e Cobas. Non ci sono interventi di rappresentanti dei partiti della sinistra perché il movimento che lancia questa assemblea è un movimento soprattutto, e molti sono gli interventi che lo ribadiscono, antistituzionale. E il popolo resiste. Nei vari interventi si è un po’ ripercorsa la memoria della storia dell’Askatasuna occupato alla fine degli anni 80, l’intersezione con l’esperienza del Movimento No Tav che è diventato un luogo che ha unito mondi diversi in Italia e all’estero. Molto accorato l’intervento di Nicoletta Dosio, che ha posto al centro del conflitto il territorio inteso come spazio spirituale, come Pachamama, che ha teso un legame tra le lotte di Mapuche e nativi latinoamericani e la difesa della valle, dei suoi boschi, dei suoi castani, ha detto Nicoletta, contro il capitalismo predatorio. Dal Leoncavallo si è ricordato che la guerra, parola molto evocata dai vari interventi, non è solo al difuori, ma è una guerra interna contro i giovani iniziata dai vari decreti antirave, fino ai decreti sicurezza contro i lavoratori che, pur lavorando, sono sempre più poveri. Dallo spin Time di Roma, un palazzo ex INPS occupato che ospita 130 famiglie italiane e straniere senza casa, arriva l’appello a una resistenza a tutto campo fuori dalle istituzioni, per creare caos e non dialogo, “un caos che può portare alla nascita di qualcosa di nuovo e di migliore”. In tutti gli interventi è molto presente la situazione degli arresti e la repressione che è piombata sul movimento per la Palestina dopo le enormi manifestazioni di “Blocchiamo Tutto”, sull’onda del sostegno alla Flottilla salpata per Gaza in settembre. Così, in ogni intervento, si sottolineano le menzogne sulla Striscia di Gaza  rispetto alla falsa pace, gli istinti predatori di Trump e del comitato d’affari che dovrebbe gestire la Striscia nei prossimi mesi. Noto con qualche perplessità, che quasi nessuno degli interventi cita l’Iran e il movimento di popolo che si sta sacrificando per abbattere il regime teocratico e tirannico e questo è certamente un sintomo di una difficoltà della sinistra extraparlamentare ad affrontare questo tema. Un altro vuoto che percepisco partecipando all’assemblea è la questione del Referendum. Tra l’utopia di battere la destra e far cadere il governo, intanto si potrebbero segnare alcuni risultati intermedi, come battere il governo sul tentativo di forzare quella parte della magistratura ancora non piegata alla narrazione meloniana ad obbedire al governo. Tra i tanti punti individuati dagli interventi, come costruire un movimento unitario extraistituzionale contro la guerra, il carovita, il governo, riprendersi gli spazi e gli slogan molto citati uscire dalle galere e riprendersi le città, non c’è quello di provare a dare una piccola ma sostanziale spallata a questo governo nemico del popolo, attraverso l’esercizio democratico del referendum. Mi chiedo come sia possibile che un movimento radicale extraparlamentare non riesca a intravedere in una magistratura più assoggetta al potere, il rischio di un aumento tragico della repressione e della chiusura di spazi di libertà. L’assemblea si conclude dopo circa 5 ore di una fitta e partecipata discussione, e come detto da Stefano Millesimo dell’Askatasuna sgomberato, “ci vogliono in prigione ma ci troveranno nelle piazze.” La prossima piazza sarà un corteo nazionale il 31 di gennaio a Torino che avrà, significativamente, tre punti di concentramento: Palazzo Nuovo e le stazioni di Porta Nuova e Porta Susa, con tre cortei che convergeranno al centro della città. Manfredo Pavoni Gay
Africa: l’importanza di rafforzare il sistema scolastico
Un nuovo rapporto congiunto dell’UNESCO e del Centro Africano per la Leadership Scolastica (ASCL) ha sottolineato l’importanza cruciale di rafforzare i sistemi scolastici per migliorare i risultati educativi in Africa, una regione in cui milioni di bambini continuano ad affrontare ostacoli nel raggiungimento dei livelli minimi di apprendimento. Presentato durante il Triennale dell’Associazione per lo Sviluppo dell’Educazione in Africa (ADEA) ad Accra, in Ghana, lo studio sottolinea come i dirigenti scolastici e i responsabili dell’istruzione possano essere agenti di cambiamento quando ricevono il sostegno adeguato per concentrarsi sull’apprendimento, al di là dei compiti amministrativi di routine. Sebbene il numero di bambini in età scolare sia aumentato, solo uno su dieci raggiunge la competenza minima in lettura e matematica al termine dell’istruzione primaria, una sfida che il rapporto identifica come legata non solo alle risorse, ma anche alla qualità della leadership nelle scuole. Paesi come il Kenya hanno mostrato progressi incoraggianti, dove i dirigenti scolastici che danno priorità a obiettivi di apprendimento chiari e metodologie pedagogiche efficaci sono riusciti ad avere un impatto positivo sulle loro comunità educative, anche con risorse limitate. Il documento propone inoltre misure urgenti per promuovere la leadership educativa, tra cui garantire che i dirigenti scolastici possano monitorare l’apprendimento con dati che orientino politiche inclusive, preparare e sostenere i futuri leader con una formazione specifica e sviluppare la capacità dei funzionari dell’istruzione di sostenere le scuole nella loro missione. La mancanza di solidi inquadramenti delle competenze e di formazione preliminare per assumere incarichi dirigenziali è stata identificata come un ostacolo importante in molti paesi a basso e medio reddito. Insieme alle raccomandazioni, l’UNESCO e l’Unione Africana hanno pubblicato un nuovo quadro di politiche educative che riassume le diverse strategie nazionali di fronte a sfide quali la leadership scolastica, i programmi di studio e la valutazione. Questo strumento mira a facilitare lo scambio tra gli Stati membri e a promuovere soluzioni adattate ai contesti locali, con l’obiettivo di fare in modo che una leadership scolastica rafforzata si traduca in ambienti di apprendimento più attraenti ed efficaci per milioni di bambini e bambine in tutto il continente. Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante Nelsy Lizarazo
Lettera aperta al Ministro del MIM a proposito di contraddittorio, pluralismo e ispezioni
Gentile ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, L’Educazione Civica, secondo le linee guida, «favorisce il riconoscimento di valori e comportamenti coerenti con la Costituzione attraverso il dialogo e il rispetto reciproco, volti a incoraggiare un pensiero critico personale, aperto e costruttivo». Tutti obiettivi che, a nostro avviso, dovrebbero sempre caratterizzare i processi educativi. Non a caso la nostra Costituzione (art. 33) mette al centro la libertà di insegnamento per garantire la formazione di cittadine/i libere/i e consapevoli. La scuola pubblica statale italiana, a partire dal reclutamento dei docenti, garantisce professionalità e pluralità di presenze, diversamente dalle scuole private (abbondantemente finanziate dal governo di cui Lei è un autorevole esponente) che assumono il personale con altri criteri privatistici e di omogeneità ideologica. Comprenderà, quindi, il nostro stupore (e la nostra indignazione) di fronte alle ispezioni decise dal “Suo” ministero in seguito all’intervento, in alcune scuole, di un’alta carica dell’ONU. Ispezioni apparentemente giustificate dalla necessità di verificare delle ipotesi di reato legate ad alcune dichiarazioni rilasciate dalla Relatrice Speciale. Ispezioni che sono state immediatamente seguite da una circolare che alludeva alla necessità del rispetto del pluralismo che ha avuto come effetto immediato la cancellazione di diverse iniziative educative già programmate. Una censura, in evidente contrasto con il citato art. 33, avvenuta, peraltro, senza rispettare quanto previsto dalla normativa vigente (OOCC). Una censura che non accettiamo anche perché in evidente contrapposizione con un corretto metodo educativo che deve abituare gli studenti ad ascoltare, a valutare argomenti diversi, a documentarsi e a formare una propria opinione ragionata. Educare, infatti, non significa incoraggiare uno scontro fra opposte fazioni, ma imparare a contrastare i pregiudizi, non a promuoverli. Il corpo docente deve, infatti, guidare gli studenti nella valutazione delle fonti e delle argomentazioni, sempre nel rispetto della scientificità dei ragionamenti e della dignità della persona. Nel caso specifico, non vorremmo che il suo intervento fosse stato motivato soltanto dalla preoccupazione che la Relatrice delle Nazioni Unite avrebbe potuto condannare alcuni comportamenti dello Stato o dell’Esercito israeliani. D’altro canto non ci risultano interventi da parte del Ministero da lei diretto intesi a garantire la presenza di un contraddittorio pacifista o antimilitarista nei numerosissimi casi, denunciati dall’Osservatorio, di presenza di esponenti delle Forze Armate con funzioni didattiche o di orientamento nelle scuole. Peraltro, se queste Sue preoccupazioni fossero reali, Ella dovrebbe proporre di affiancare, ogni giorno, accanto a ciascun docente un “controllore ministeriale”, per verificare che nel lavoro quotidiano nessuno/a si dedichi alla propaganda e all’indottrinamento, ipotesi decisamente improbabile, poiché, al contempo, anticostituzionale e irrealizzabile, visto che il Suo governo predilige le spese militari e non quelle sociali. Ci avviciniamo al 27 gennaio, con tutto il carico storico e emotivo che questa data comporta. Immaginiamo che Lei non proporrà, per garantire il pluralismo, che nelle attività programmate siano presenti relatori sostenitori della validità del programma di distruzione degli ebrei d’Europa praticato dal regime nazista e dai suoi alleati. Nel Giorno della Memoria preferiamo ricordare Primo Levi. Pensiamo, infatti, che sia decisivo andare oltre la dicotomia annientatrice (carnefici da una parte e vittime dall’altra), perché solo una logica capace di cogliere la complessità può evitare di farci ricadere nella disumanizzazione: ieri con il programma segreto di eutanasia della Germania nazista (Aktion T4) e i successivi campi di concentramento, oggi con il genocidio nella Striscia di Gaza. Questo è per noi il compito fondamentale della scuola della Repubblica, censure e imposizioni fanno parte di un passato di cui non andare fieri. Cordiali saluti. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università           1.                                             Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Africa, l’ubuntu ritrovato dei giovani
È stata raccontata come una generazione inerte, individualista. Concentrata sui propri interessi, chiusa nei social e incapace di battersi per grandi ideali. Ma ciò che abbiamo visto in questi mesi nelle piazze africane – e di mezzo mondo, attraversate dalle mobilitazioni giovanili contro le guerre e per Gaza – ci restituisce un’immagine diversa, potente, nobile. Da Nairobi ad Antananarivo, milioni di giovani sono scesi in piazza come una marea consapevole, determinata, unita da un’idea semplice e rivoluzionaria: non ci si salva da soli. I problemi sono comuni, le battaglie sono comuni, il destino è comune. In Madagascar, studenti e lavoratori hanno sfidato le autorità per denunciare disoccupazione e disuguaglianze crescenti. In Kenya, la Generazione Z ha costretto il governo a ritirare la legge finanziaria che avrebbe colpito i più poveri. In Tanzania e Mozambico i manifestanti hanno sfidano le pallottole per denunciare la corruzione dei governanti. Scene simili le abbiamo viste in Nigeria, Sudan, Congo, Uganda, Senegal, Sudafrica… Giovani che rivendicano dignità, diritti, giustizia. Che non accettano più di essere esclusi dalle decisioni che plasmano il loro futuro. Certo, non ci sono più i riferimenti ideologici dei loro padri. Sono lontani gli slogan del nazionalismo post-indipendenza, i miti dei partiti, i richiami all’etnia o al clan. Si è consumato uno strappo generazionale profondo, quella che l’africanista Mario Giro ha definito una «rottura antropologica e culturale». Ma non credo che sia l’individualismo il motore di queste battaglie. Al contrario, ciò che anima questa gioventù è una rinnovata coscienza collettiva. Le mobilitazioni non nascono più da partiti, sindacati od opposizioni organizzate, ma da blogger, artisti, attivisti, youtuber. È una rivoluzione orizzontale, priva di leader riconosciuti – e proprio per questo forte e fragile al tempo stesso. Le parole d’ordine, però, sono limpide: trasparenza, equità, partecipazione, libertà. Temi che riguardano tutti, non soltanto chi protesta. I social, spesso accusati di alimentare superficialità e narcisismo, sono diventati spazi di confronto politico, strumenti di mobilitazione, reti di mutuo soccorso. Servono a denunciare abusi e corruzione, a coordinare manifestazioni, a proteggersi a vicenda. È un uso autenticamente “sociale” della Rete, dove l’identità individuale si dissolve nel bene comune. In queste esperienze collettive si intravede un nuovo modo di fare politica, più fluido ma non meno radicale, capace di combinare l’urgenza del presente con una profonda domanda di futuro. Una politica che non si esprime nei palazzi, ma nelle strade, nelle università, nelle comunità digitali, nei piccoli gesti di solidarietà quotidiana. In questa logica solidale e circolare, l’io ritrova senso solo dentro un noi più grande. Mai come oggi i giovani africani hanno rimesso al centro un principio antico, che pensavamo smarrito sotto il peso della globalizzazione e del consumismo: ubuntu, termine bantu che significa, letteralmente, “io sono perché noi siamo”. È la filosofia dell’interdipendenza e della solidarietà, la convinzione che l’umanità di ciascuno esiste solo in relazione a quella degli altri. Questo spirito – un tempo fondamento delle società africane tradizionali – oggi rinasce nelle piazze, nei collettivi digitali, nei movimenti che chiedono libertà e giustizia sociale. Si manifesta nei ragazzi che si battono non solo per sé ma per la liberazione dei compagni arrestati, per la dignità dei lavoratori, per il diritto allo studio, per un futuro condiviso. L’Africa giovanile sta riscoprendo la forza di un noi che non è nostalgia, ma progetto. Non ideologia, ma pratica quotidiana. In un mondo sempre più frammentato, questi giovani ci ricordano che la libertà non è mai individuale: o è di tutti, o non è di nessuno. Africa Rivista
8 borse di studio a giovani delle ‘piccole isole’ che frequentano scuole nell’a.s. 2025/2026
Con la seconda edizione del Bando Oltremare, la Fondazione Sanlorenzo mette a disposizione 8 nuove borse di studio, portando a 16 il numero complessivo di studenti sostenuti per l’anno scolastico 2025/2026. Le candidature possono venire presentate fino al 18 febbraio prossimo. Dopo il tutto esaurito della prima edizione, che ha registrato l’assegnazione completa delle borse disponibili in tempi rapidissimi, l’ente rilancia e rafforza il proprio impegno per il diritto allo studio. Il bando è rivolto agli studenti residenti nelle piccole isole italiane – tra Sardegna, Sicilia, Liguria, Campania, Lazio, Puglia e Toscana – che frequentano, o stanno per iniziare, un percorso di scuola superiore sulla terraferma o nelle isole maggiori. Le borse di studio contribuiscono a coprire le spese di alloggio e trasporto, spesso molto onerose per le famiglie insulari, offrendo ai ragazzi la possibilità di proseguire gli studi senza che la distanza diventi un ostacolo insormontabile. Gli assegnatari della prima edizione sono stati quasi tutti siciliani: giovanissimi studenti di Ustica, Pantelleria e Lampedusa, con l’eccezione di una borsa “toscana” arrivata a Capraia, che potranno rinnovare la borsa fino al completamento degli studi superiori. Una novità della seconda edizione è l’introduzione di due differenti tipologie di sostegno, pensate per adattarsi meglio alle diverse situazioni abitative degli studenti: * una borsa completa da 4˙000 euro, destinata a chi vive in convitto o in un alloggio in affitto; * una borsa parziale da 2˙500 euro, rivolta agli studenti ospitati da parenti o amici e che quindi non sostengono costi di affitto. “Per molti ragazzi delle isole minori, l’ingresso alle scuole superiori coincide con un vero e proprio salto nel vuoto: lasciare casa, affrontare lunghi spostamenti e costi importanti già in giovane età – racconta Cecilia Perotti, che guida la Fondazione insieme al fratello Cesare e al padre Massimo – Il successo immediato della prima edizione e i sogni che hanno riempito le lettere di richiesta fondi ci hanno confermato quanto questo strumento sia necessario. Con il Bando Oltremare vogliamo continuare a rimuovere barriere e offrire pari opportunità. Investire in un giovane significa investire nel futuro di un’intera comunità”. L’iniziativa si inserisce pienamente nella mission della Fondazione Sanlorenzo, da sempre impegnata nella promozione dell’accesso all’istruzione, nel contrasto alla dispersione scolastica e nel sostegno ai territori più fragili e periferici. Le candidature per la seconda edizione del Bando Oltremare possono essere presentate entro il 18 febbraio attraverso il sito della Fondazione Sanlorenzo: https://sanlorenzofondazione.org/bando/bando-oltremare-ii-edizione/   La Fondazione Sanlorenzo nasce nel 2021 dalla volontà dei suoi fondatori, Massimo Perotti insieme ai figli Cecilia e Cesare, di sostenere quelle comunità che più di tutte affondano nel mare le proprie radici, ovvero le piccole isole italiane. L’obiettivo è colmare il divario con la terraferma mettendo a disposizione strumenti e opportunità per preservare e valorizzare il patrimonio socio-culturale, economico e ambientale di queste terre. La Fondazione concentra il proprio impegno su tre ambiti di intervento prioritari: 1. educazione e crescita, attraverso progetti rivolti agli studenti delle isole, come “La Lettura non isola”, un laboratorio di scrittura creativa che promuove gemellaggi tra scuole della terraferma e delle isole, e il “Bando Oltremare”, che offre borse di studio a chi deve proseguire gli studi superiori dell’obbligo fuori dal proprio territorio; 2. innovazione e impresa, con percorsi e strumenti di sostegno rivolti a realtà locali, per promuovere e sostenere iniziative che generino valore sociale ed economico oltre la stagionalità turistica; 3. infrastrutture essenziali, con azioni mirate a migliorare l’accesso a servizi fondamentali come sanità e istruzione, per garantire condizioni di equità e pari diritti ai cittadini delle piccole isole.  Redazione Italia
Cybersicurezza: I numeri dell’attività operativa della Polizia Postale nel 2025
Nel 2025 i procedimenti per pedopornografia e adescamento attivati dalla Polizia Postale sono stati 2.574, con 222 arresti. Il monitoraggio dei contenuti Child Sexual Abuse Material (CSAM) ha riguardato oltre 16.500 siti, con 2.876 inserimenti in black list, privilegiando indagini su aree oscure della rete e piattaforme criptate. La Sezione Operativa, impegnata nella tutela della persona dai reati commessi online, ha svolto un’azione che si è tradotta in 1.298 persone indagate e 245 perquisizioni, a testimonianza di un impegno operativo costante, multidisciplinare e orientato alla tutela concreta delle persone, con particolare attenzione alle diverse forme di aggressione riconducibili alle fattispecie previste dal cosiddetto “Codice Rosso”. I fenomeni dello stalking, delle molestie online e della diffusione illecita di immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, presentano una marcata connotazione di genere, colpendo prevalentemente le donne. Nel corso del 2025 sono state attivate 477 procedure di Codice Rosso, in prevalenza per casi di stalking e revenge porn. Sono alcuni dei dati del report 2025 della Polizia Postale. Come scrive Ivano Gabrielli, Dirigente Superiore della Polizia di Stato, Direttore del Servizio Polizia Postale e per la sicurezza cibernetica nella premessa. “ > Nel 2025 il panorama della sicurezza cibernetica ha mostrato una crescente > complessità: attacchi sofisticati alle infrastrutture critiche, campagne > ransomware, frodi economico-finanziarie, fenomeni di sfruttamento dei minori e > reati contro la persona commessi online che hanno inciso in modo diretto sulla > vita dei cittadini e sulla continuità dei servizi essenziali. La rapidità di > propagazione degli incidenti e la molteplicità dei vettori d’attacco hanno > reso indispensabile un presidio costante, capace di coniugare innovazione > tecnologica, competenze investigative e attenzione alla dimensione umana delle > vittime”. E’ comunque il Commissariato di Pubblica Sicurezza Online, ovvero il sito ufficiale della Polizia Postale (https://www.commissariatodips.it/), a confermarsi quale punto di contatto essenziale tra la Polizia Postale e i cittadini, offrendo un servizio continuo e accessibile per la segnalazione di reati informatici e per la diffusione di informazioni e consigli sulla sicurezza online. Il sito ha ricevuto 5,2 milioni di visite e quasi 76 milioni di accessi. Gli operatori specializzati hanno gestito oltre 25 mila richieste di informazioni e più di 94 mila segnalazioni (inerenti phishing, social network e attacchi informatici), con 232 interventi diretti di soccorso pubblico e 26 alert a tutela della collettività. Accanto alle attività di contrasto, il Servizio ha rafforzato il proprio ruolo sul versante preventivo e formativo, promuovendo iniziative di sensibilizzazione che hanno coinvolto migliaia di istituti scolastici e centinaia di migliaia di studenti, docenti e genitori. Complessivamente, le attività di prevenzione hanno coinvolto 4.309 scuole, 324.702 studenti, 25.838 docenti, 17.085 genitori e altri 48.835 partecipanti in incontri scolastici, seminari e convegni dedicati alla cultura della sicurezza online. A conferma dell’impegno, la Polizia Postale ha ottenuto due importanti riconoscimenti: al World Police Summit di Dubai per il progetto editoriale “Sulle tracce dell’hacker”, realizzato con la Fondazione Geronimo Stilton, e il Premio Nazionale per le Competenze Digitali nella categoria “Inclusione digitale” con il progetto “Sicurezza Cibernetica per tutti”. Per quanto riguarda i crimini informatici, nel 2025 sono state registrate complessivamente 9.250 casistiche di attacchi informatici, a testimonianza dell’elevata pressione cibernetica sul Paese. Oltre 49.000 gli alert diramati dal Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche (CNAIPIC) per prevenire e contrastare attacchi ai sistemi informatizzati di interesse nazionale. Quale punto di contatto nazionale e internazionale per il monitoraggio e la gestione degli eventi di sicurezza cibernetica, il CNAIPIC ha gestito 47 richieste di cooperazione internazionale, consentendo l’identificazione e il deferimento di circa 169 persone. Sul fronte del Cyberterrorismo, invece, nel 2025 il Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica ha rafforzato le attività preventive e investigative attraverso il monitoraggio OSINT (Open Source Intelligence) del web e indagini mirate sulla relazione tra radicalismo e dimensione digitale, con il supporto dei Centri Operativi per la Sicurezza Cibernetica attivi sul territorio. L’anno è stato segnato da un aumento delle minacce ibride legate alle tensioni geopolitiche internazionali, con riflessi sulla sicurezza interna. Il cybercrime di matrice economico-finanziaria ha confermato il proprio ruolo centrale in termini di volumi operativi, con 27.085 procedimenti trattati e somme sottratte superiori a 269 milioni di euro, evidenziando la capacità delle organizzazioni criminali di operare attraverso ecosistemi digitali articolati e dinamiche transnazionali. In parallelo, sono stati gestiti 9.250 eventi di computer crime rivolti a infrastrutture critiche, soggetti pubblici, aziende e privati, a testimonianza di una pressione costante sul perimetro cibernetico nazionale. Qui il Report: https://www.commissariatodips.it/docs/Report_annuale_2025.pdf. Giovanni Caprio