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Sicurezza pubblica contro libertà democratiche? La trappola del governo Meloni e il referendum sulla giustizia
Mentre il governo stringe al massimo i tempi per il referendum sulla giustizia, sull’onda di recenti fatti di cronaca si aggiunge l’ennesimo ricorso alla decretazione d’urgenza per un provvedimento sotto forma di decreto legge in materia di sicurezza pubblica (di 25 articoli) al quale dovrebbe seguire, nella stessa materia, un disegno di legge di portata ancora più vasta (40 articoli). Dopo che lo scorso anno, a giugno, era stato già approvato un decreto legge sicurezza, la propaganda governativa sembra concentrata sugli scarsi effetti che le nuove norme avrebbero avuto per responsabilità di una magistratura, che sarebbe ancora troppo concentrata a difendere i propri privilegi, piuttosto che assecondare l’opera del legislatore, e del governo che attraverso i suoi decreti legge ne stabilisce, spesso in assenza di un qualsiasi dibattito parlamentare, le linee di indirizzo. Le misure previste, tutte di indubbia connotazione repressiva, vanno da una stretta sulla criminalità minorile, con sanzioni più rigorose sulle armi da taglio, all’inasprimento di pene per furti e scippi, dall’ulteriore restringimento delle possibilità di ricongiungimento familiare alla esternalizzazione dei controlli di frontiera nei paesi terzi “sicuri”, dalle espulsioni più rapide di stranieri irregolari allo scudo penale per gli agenti di polizia e per i cittadini che ricorrono alla legittima difesa o che agiscono nell’adempimento di un dovere. I contenuti del nuovo decreto legge, che potrebbe essere pubblicato entro la fine di gennaio, sono evidentemente legati alla riforma della giustizia, perchè mirano ad inserire paletti sempre più stretti all’attività dei giudici, restringendo gli spazi della giurisdizione, ampliando invece i poteri degli organi di polizia e dell’esecutivo. L’obiettivo primario di assoggettare la magistratura alla politica è stato apertamente affermato dal ministro Carlo Nordio («mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo», 3 novembre 2025), dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano («c’è un’invasione di campo [dei magistrati] che deve essere ricondotta», 4 novembre 2025) e persino dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella conferenza stampa d’inizio anno («se vogliamo garantire sicurezza occorre lavorare tutti nella stessa direzione: governo, forze di polizia e magistratura»). Emerge così come siano meramente strumentali i dibattiti sulla separazione delle carriere, questione di principio, legata al modello accusatorio del processo penale, che non può essere affrontata nei tempi attuali nei modi nei quali veniva trattata ai tempi di Vassalli e Di Pietro, o di Tortora e Craxi, ma che deve essere calata nel contesto che la circonda, per gli effetti che potrebbe produrre sui futuri equilibri costituzionali. La separazione delle carriere in realtà è stata già implementata in precedenti riforme, ed oggi la questione in gioco è l’indipendenza della magistratura, a partire dai suoi organi di autogoverno (il CSM che si vorrebbe sdoppiare) e di disciplina (la Corte di disciplina), che in misura crescente incidono sulle carriere dei magistrati e ne possono minare l’indipendenza. Una questione quindi democratica, che andrebbe risolta nel rispetto del quadro costituzionale, senza stravolgere quell’equilibrio tra i poteri dello Stato che i Costituenti vollero a garanzia dei principi di uguaglianza e solidarietà su cui si basa la Costituzione repubblicana del 1948. […] Il nucleo centrale del nuovo decreto legge sicurezza riguarda la limitazione della libertà di manifestazione, se non della libertà di circolazione. Non è certo al momento cosa andrà nel decreto legge e cosa sarà soltanto nel disegno di legge, tutto questo sarà oggetto di trattative tra i partiti di maggioranza, con un rinnovato protagonismo della Lega, e potrebbe risentire della mediazione informale con il Quirinale. Le “norme manifesto” degli intenti governativi sono tuttavia già note. Nel nuovo pacchetto sicurezza ci sono norme per chi non si ferma all’alt della Polizia, che rischia fino a 5 anni di carcere. Si introduce una ammenda fino a 20mila euro per chi manifesta spontaneamente e senza preavviso. Si prevede l’estensione delle cosiddette “zone rosse” tanto da rendere “strutturale” (e non solo “eccezionale”) la possibilità per i prefetti di individuare aree segnate da episodi ripetuti di illegalità, dove possa scattare il divieto di permanenza e l’allontanamento per soggetti già segnalati dall’Autorità giudiziaria per particolari reati (contro la persona, il patrimonio o per stupefacenti o per il porto di armi), indipendentemente da una pronuncia di condanna, o da altre misure cautelari disposte da un giudice, ma solo sulla base di una segnalazione di polizia. Tutti casi nei quali i controlli giurisdizionali appaiono particolarmente attenuati. Si deve poi considerare l’impatto che sulla portata effettiva di queste nuove limitazioni della libertà di manifestazione potrà avere una legge di contrasto dell’antisemitismo, con diversi progetti tuttora oggetto di discussione in Parlamento, che recepisca la definizione operativa dell’International Holocaust Remembrance Alliance. Come osserva Francesca Albanese, Commissaria ONU per la Palestina, sarebbe una “vergogna”. Un progetto di legge “Doppiamente ignominioso perché sfrutta la memoria dell’antisemitismo del secolo scorso e garantisce l’impunità per i crimini commessi oggi da Israele” che, in collegamento con le misure previste dai progetti di decreti sicurezza, potrebbe avere pesanti ricadute sulla libertà di associazione e sulla residua libertà di manifestazione in favore del popolo palestinese. […] Si dovrà impedire lo stravolgimento della Costituzione finalizzato a colpire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, minando l’equilibrio dei poteri previsto dai Costituenti, in modo da svuotare i controlli di legalità, come è già successo nel caso della Corte dei Conti. Ma si dovrà spiegare bene ai cittadini che chiedono sicurezza, che questa sicurezza potrà arrivare non da un inasprimento delle misure repressive, tentativo fallito a più riprese in passato, ma con un ritorno agli obblighi di solidarietà, ai principi fondativi dello Stato sociale, nel quadro di una rigorosa separazione dei poteri dello Stato, ed ai doveri di partecipazione sanciti dalla Costituzione, con una effettiva capacità di ascolto dei gruppi sociali più deboli e con la riaffermazione dei principi di legalità e giustizia nella distribuzione delle risorse. La sicurezza non si può garantire senza la giustizia sociale. Questi principi devono tradursi in scelte politiche ed in prassi applicate che devono imporre il ripristino della coesione sociale in tutti i territori dello Stato, da nord a sud, battendo il profitto speculativo, lo sfruttamento lavorativo e la logica del conflitto permanente e del nemico interno, come si considerano ormai gli stranieri. Si tratta di principi di convivenza che al contempo vanno tradotti nel rifiuto assoluto della guerra come sistema di risoluzione delle controversie internazionali tra Stati. Perchè la questione della effettività dei controlli di legalità operati dalla giurisdizione domestica ed internazionale è unitaria, come si è visto da tempo in materia di immigrazione ed asilo, e come è confermato dal caso Almasri, e rimane ancora un cardine degli Stati democratici. Fulvio Vassallo Paleologo
La festa di Sankranti porta il Bangladesh a Ravenna
Per la prima volta la comunità bengalese di Ravenna celebra pubblicamente il proprio Capodanno tradizionale. Un evento che segna la crescita e il radicamento di una presenza silenziosa ma in costante aumento. Via Capodistria, quartiere periferico di Ravenna. Sabato 17 gennaio la comunità bengalese della città ha celebrato per la prima volta Sankranti, la tradizionale festa invernale che in Bangladesh segna il passaggio del sole dalla costellazione del Sagittario a quella del Capricorno, una sorta di Capodanno che coincide con l’inizio della stagione del raccolto. La data ufficiale sarebbe il 14 gennaio, ma a Ravenna hanno scelto il sabato successivo: una scelta pragmatica che dice molto sulla natura di questa comunità, profondamente inserita nei ritmi lavorativi della città. L’organizzazione è stata curata dall’associazione Dhaka, realtà attiva nel campo della mediazione culturale e dei laboratori doposcuola per i ragazzi bengalesi. Alla festa hanno partecipato il Comune di Ravenna e diverse associazioni interculturali del territorio. Una rete di collaborazioni che dice molto sul livello di integrazione raggiunto. Una comunità in crescita silenziosa I numeri raccontano una storia che spesso sfugge alla cronaca. Al 1° gennaio 2025, i cittadini bengalesi residenti in provincia di Ravenna erano 1.011, di cui 530 nella sola città capoluogo. Nel 2020 erano 682 in tutta la provincia, 388 a Ravenna città. In cinque anni la comunità è cresciuta del 48%, una crescita costante alimentata dai ricongiungimenti familiari e dall’arrivo di giovani in cerca di opportunità lavorative. La comunità bengalese rappresenta oggi il 2,1% degli stranieri residenti in provincia. Non è la prima – quella posizione spetta ai rumeni, seguiti da albanesi e nigeriani – ma è in espansione. Dopo Ravenna, le concentrazioni più significative si trovano a Cervia (231 residenti), Faenza (72) e Lugo (46). A livello regionale, l’Emilia-Romagna conta 14.288 bengalesi. Ravenna è in una posizione intermedia rispetto ai grandi poli: Roma con oltre 32.000 residenti, Milano con più di 10.000, Venezia con circa 8.000, Bologna con 5.000. Non è un grande polo, ma nemmeno una presenza trascurabile. Il lavoro prima di tutto Che la festa sia stata spostata al sabato dice molto sulla natura di questa comunità. I bengalesi di Ravenna lavorano e lavorano molto. Li troviamo nei ristoranti, nei bar, nei minimarket aperti fino a tarda sera, nei servizi. Sono quella presenza silenziosa ma costante che tiene in piedi pezzi importanti dell’economia cittadina. A livello nazionale, più della metà dei lavoratori bengalesi – il 58% – è inserita nel settore del commercio e della ristorazione, contro il 24% degli altri lavoratori non comunitari. Sono percentuali che si riflettono anche a Ravenna: negozi gestiti da bengalesi, ristoranti con turni lunghi, bar aperti quando tutto il resto è chiuso. Celebrare Sankranti di mercoledì 14 gennaio sarebbe stato impossibile per molti per impegni lavorativi. Il sabato offre almeno qualche ora di respiro, un margine per ritrovarsi senza sacrificare il lavoro che consente di mandare avanti le famiglie. Secondo la Banca d’Italia, il Bangladesh è il primo Paese beneficiario delle rimesse dall’Italia, ricevendo il 19,2% dei flussi in uscita. Una cifra enorme, che mostra quanto sia forte il legame con il Paese d’origine e quanto sia pesante la responsabilità di mantenere la famiglia qui e sostenere quella rimasta là. La scelta del sabato è anche una dichiarazione: siamo qui per lavorare, ci guadagniamo da vivere con fatica, ma vogliamo anche celebrare chi siamo. Vogliamo che i nostri figli sappiano che Sankranti esiste, che la nostra identità non si esaurisce dietro il bancone del minimarket. Il senso di una festa Sankranti è una delle feste più antiche del subcontinente indiano. Celebrata il 14 gennaio, come già detto segna il momento in cui il sole lascia il Sagittario ed entra nel Capricorno. È una festa legata ai cicli della natura, al raccolto, alla fertilità della terra. In Bangladesh assume il nome di Poush Sankranti o Sakrain. È una festa dedicata a Surya, signore dell’energia e della luce. Le famiglie si riuniscono, preparano dolci tradizionali, fanno volare aquiloni colorati, si scambiano doni e benedizioni. Per una comunità migrante, celebrarla significa mantenere vivo il legame con la terra d’origine, trasmettere alle nuove generazioni il senso di appartenenza a una cultura millenaria. Che questa festa sia stata celebrata per la prima volta pubblicamente a Ravenna ha un significato preciso: la comunità bengalese ha deciso di uscire dall’invisibilità. Non è più una presenza silenziosa, confinata nei luoghi di lavoro. È una comunità che rivendica il diritto di celebrare pubblicamente le proprie tradizioni, che vuole contribuire alla vita culturale della città. L’associazione Dhaka: mediazione e futuro L’associazione Dhaka rappresenta uno di quei nodi essenziali che tengono insieme una comunità migrante. La mediazione culturale è il primo campo d’azione: aiutare i connazionali a orientarsi nella burocrazia italiana, nelle scuole, nei servizi sanitari, nel mercato del lavoro. I laboratori doposcuola sono l’altra attività fondamentale. I ragazzi di seconda generazione, nati in Italia o arrivati da piccoli, vivono in una condizione di bilinguismo e biculturalismo. Il doposcuola è lo spazio dove possono rafforzare la lingua italiana, ma anche mantenere vivo il bengalese, imparare a leggere e scrivere nella lingua dei genitori, conoscere la storia e la cultura del Bangladesh. La comunità bengalese in Italia è caratterizzata da una forte prevalenza maschile – circa il 70% – e da un’età media molto giovane, attorno ai 30 anni. Sono uomini che arrivano per lavorare, poi arrivano le mogli e i figli attraverso i ricongiungimenti familiari. I bambini crescono tra due culture, parlano italiano a scuola e bengalese a casa. L’associazione Dhaka lavora su questo tessuto fragile e vitale, cercando di creare spazi di incontro, di supporto, di elaborazione collettiva. La festa di Sankranti è il momento in cui tutto questo diventa visibile, in cui la comunità si mostra alla città. Il Bangladesh e Ravenna: non solo migranti Il Bangladesh a Ravenna non è solo immigrazione. Esiste anche una dimensione commerciale. Nel 2021 il Terminal Container Ravenna ha inaugurato una linea navale diretta con Chattogram, il principale porto del Bangladesh. È l’unica linea diretta in Italia, un collegamento strategico che colloca Ravenna come gateway privilegiato per gli scambi tra il Bangladesh e l’Europa. La scelta di Ravenna non è casuale: il porto ha una posizione baricentrica per le aziende del nord Italia, un efficiente sistema di retroporto e ottimi collegamenti ferroviari verso Germania, Svizzera, Austria e Benelux. La linea diretta riduce i tempi di transito a 18-20 giorni, circa la metà rispetto alle rotte tradizionali. Un vantaggio enorme per le industrie del tessile e dell’abbigliamento, settori nei quali il Bangladesh è tra i principali produttori mondiali. Questa connessione commerciale non ha un rapporto diretto con la crescita della comunità bengalese residente – le dinamiche migratorie rispondono ad altre logiche – ma crea un contesto in cui il Bangladesh è presente a Ravenna non solo attraverso le persone, ma anche attraverso le merci e gli scambi economici. È una presenza multidimensionale. Una festa che parla al futuro La festa di Sankranti a Ravenna è un evento piccolo: poche centinaia di persone riunite in via Capodistria in un sabato pomeriggio per celebrare una ricorrenza che la maggior parte dei ravennati ignora, ma è un evento denso di futuro. Dice che una comunità esiste, cresce, si radica. Dice che Ravenna è una città sempre più plurale. Dice che l’integrazione non è cancellazione, ma capacità di mantenere vive le proprie tradizioni mentre si costruisce una vita nuova. E dice anche che questa integrazione si costruisce nei margini, negli spazi ritagliati tra un turno e l’altro, nel sabato scelto al posto del mercoledì perché quel giorno si lavora. È un’integrazione laboriosa, nel senso più letterale del termine. La presenza del Comune, della Casa delle Culture e delle associazioni mostra che esiste uno spazio pubblico dove questa pluralità può esprimersi. Non è scontato. È il frutto di un lavoro paziente, di mediazioni, di costruzione di fiducia reciproca. I 1.011 bengalesi di Ravenna sono mille persone che vivono, lavorano, crescono figli, pagano tasse, frequentano scuole, aprono negozi, pregano nelle moschee, celebrano le loro feste. Sono parte del tessuto sociale della città, anche quando restano invisibili. La festa di Sankranti è un modo per dire: guardate, siamo qui. E il fatto che la città abbia risposto, partecipando, sostenendo, riconoscendo, è forse il segnale più importante di tutti.   Tahar Lamri
Psiche e migrazione: quando il gruppo cura (parte I)
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Bisognerebbe avvicinarsi ai migranti non solamente come ”problema”, ma anche come occasione di conoscenza del loro mondo, dei loro saperi, tradizioni, religioni che meriterebbero un maggiore approfondimento. Un approccio diverso potrebbe arricchire la nostra cultura , talvolta chiusa e direzionata verso un pensiero unico. In particolare, chiediamoci che accade quando le problematiche migratorie diventano causa di disagi psichici ai quali si risponde con interventi non sempre adeguati alla richiesta. Talvolta è difficile riuscire ad analizzare la domanda e comprendere come dietro la presentazione di un dolore fisico spesso ci sia una modalità culturale di esprimere un disagio psichico. Infatti, noi siamo abituati ad una concezione del corpo diviso dalla psiche. La nostra cultura è basata sulla separazione: inizio o fine, vita o morte, mente o corpo… È abbastanza difficile infatti passare dal “o/o“ (di tipo lineare) al “e/e” (di tipo circolare) come ci insegna Culiano1nel suo testo sui “dualismi occidentali“ e cogliere le relazioni, il “fra”, l’unità, non la divisione. Quest’ultima crea difficoltà nel passare da una dimensione individuale a quella di gruppo nell’ambito terapeutico. Qui viene descritta succintamente l’esperienza comune a utenti italiani e stranieri nel ‘ambito di un servizio pubblico di Salute Mentale. L’idea di un gruppo che cura è nata per offrire un luogo dove poter finalmente raccontare la propria sofferenza, ricomporre “pezzi” di storia “vissuti in maniera drammatica, senza il tempo di poterli ricomporre. Perché il gruppo transculturale? Primo perché “la dimensione gruppo” è molto frequente in diverse culture in cui l’individuo non è considerato se non per sua appartenenza al gruppo, tanto che si parla addirittura di io gruppale per connotarne la sua identità. Inoltre rappresenta una possibilità di essere ascoltati – finalmente – dopo esperienze di violenza e fuga che hanno consentito solo ”tempi traumatici“: il luogo di incontro diventa un modo per condividere il proprio vissuto con tempi diversi in cui “gli altri” sono un’occasione di confronto per scoprire somiglianze e differenze con la propria sofferenza psichica. In tal senso si crea un gruppo con storia composto all’inizio da persone sconosciute e per certi versi non riconosciute fino ad allora, e che in seguito possono riprendere i fili del loro percorso contribuendo col proprio racconto “alla storia di gruppo”. Abbiamo definito questo gruppo trasculturale2 per delinearne il suo divenire, la sua processualista, il suo attraversamento fra culture di pari dignità, come un fiume – anzi meglio – come il corso di un fiume che procedendo nel suo percorso si arricchisce sempre di più con l’acqua dei vari affluenti . L’incontro di gruppo diventa luogo di ascolto, di cambiamento, di apprendimento, di deuteroappredimento (apprendere ad apprendere, G.Bateson ,1972)3, per tutti i partecipanti, operatori compresi. Gli incontri fra rappresentanti di differenti culture provenienti da varie parti del mondo e dal Sud d’Italia che sono migrati a Roma, hanno permesso la costruzione di realtà di cambiamento e nuove modalità relazionali, mediante un viaggio geografico-emotivo in cui tutti sono stati coinvolti (il gruppo è composto da utenti e operatori). Durante gli anni della sua esistenza tale lavoro ha suscitato alcune riflessioni, fra le quali la più frequente era questa: in che modo si conosce ciò che si crede di conoscere? Si è abituati a pensare che la realtà può essere “scoperta”. Al contrario, la realtà è un’interpretazione personale, un modo particolare di osservare e spiegare il mondo che viene costruito attraverso la comunicazione e l’esperienza. Applicando tale osservazione al gruppo si è potuto vedere che ogni partecipante credeva di dover scoprire l’altro per poi accorgersi che era frutto del modo con cui ci si era rapportati e di quale relazione si volesse instaurare secondo le proprie modalità culturali. Certamente la civiltà occidentale sembrerebbe più propensa in questo momento a chiudersi e difendersi più che a conoscere “l’ altro”! La rappresentazione fisica di tale visione era riconoscibile nel comportamento degli utenti italiani più restii agli “avvicinamenti” ed alla ”comunicazione non verbale”. Infine, il viaggio insieme diventa per il gruppo un momento di confronto vero e non “inventato”, un momento trasformativo, un’occasione per superare rispettive diffidenze e stereotipi. Una possibilità modo di esporre davanti a tutti il modo di come ognuno pensa di conoscere l’altro e allo stesso di conoscersi. -------------------------------------------------------------------------------- Alfredo Ancora, psichiatra e psicoterapeuta transculturale. -------------------------------------------------------------------------------- Note 1 Cfr Culiano J. P. I miti dei dualismi occidentali Jaka BooK Milano 2018 2 Cfr Ancora A. Il viaggio transculturale introduzione a F. Ortiz Contrappunto cubano del tabacco e dello zucchero, le origini del pensiero transculturale Borla editore Roma, 2025 3 Cfr Bateson G. Verso una ecologia della mente Adelphi Milano, 1972 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Psiche e migrazione: quando il gruppo cura (parte I) proviene da Comune-info.
La Ocean Viking diretta a Palermo con 90 naufraghi
Dopo l’allarme dato da AlarmPhone la nave Ocean Viking di SOS Mediterranee ha evacuato oggi 44 persone, molte delle quali in condizioni mediche critiche, dalla nave mercantile Sider nell’area di ricerca e soccorso di competenza maltese Tutti i sopravvissuti sono ora al sicuro a bordo e ricevono cure mediche. Dicono di essere partiti da Bengasi, in Libia, almeno due giorni prima su una barca in vetroresina inadatta alla navigazione. Sono stati salvati giovedì sera dalla nave mercantile a nord di Bengasi. L’equipaggio della Sider ha fornito acqua e cibo ai naufraghi, ma la nave non era attrezzata per accogliere 44 persone. Le ripetute richieste d’aiuto alle autorità sono state ignorate. La Ocean Viking, inizialmente diretta a Palermo per sbarcare 46 persone salvate, è stata autorizzata dall’IMRCC, che coordina il soccorso marittimo, a ritardare l’arrivo. Le autorità maltesi non hanno risposto alle nostre chiamate e ancora una volta le navi civili hanno dovuto riempire il vuoto. La Ocean Viking è diretta a Palermo per sbarcare in sicurezza tutti i 90 sopravvissuti.     Redazione Italia
Aventure
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Baobab experience -------------------------------------------------------------------------------- Migrante/immigrato è ormai una parola abusata nel linguaggio mainstream – sia quello accademico sia quello comune – ed è carica di controindicazioni: pietrifica una condizione, la rende eredità, attraverso un participio passato, o inchioda in un presente continuo che non lascia scampo al cambiamento, a risoggettivarsi sotto un’altra luce che non sia quella del movimento passato o del movimento perpetuo. Raramente abbiamo ascoltato la parola migrante/immigrato facendo ricerca fra coloro che provano ad attraversare il Mediterraneo centrale. I nostri interlocutori provenienti dall’Africa Occidentale e che abbiamo imparato a conoscere nelle loro peripezie fra Marocco, Algeria, Libia, Tunisia, ne privilegiano altre. Una fra tutte è aventure («avventura»), e il modo soggettivo di definirsi è quindi quello di aventurier. Con questo termine si allude a un campo di situazioni e significati che eccede il movimento in sé e mette in rilievo la dimensione del rischio, la sua assunzione volontaria, l’investimento personale, la gioia della scoperta e la trasformazione dello sguardo attraverso il viaggio e gli incontri, la costruzione di un sapere utile a destreggiarsi, l’aleatorietà e imprevedibilità delle situazioni. La parola aventure restituisce quindi, nei molti casi in cui viene citata, l’idea del movimento nello spazio come principale dinamica della mobilità esistenziale e sociale, principale concreto strumento di sottrazione all’inedia e allo sfruttamento, dimensione necessaria alla sopravvivenza ancor prima psichica e culturale che materiale per chi nasce e cresce in contesti dove la precarietà è tanta e il contesto aleatorio (in Africa come in tutto il mondo, verrebbe da dire). Ma in questo contesto la violenza è sempre dietro l’angolo (e maggiore è la necessità di nascondersi maggiore sarà la violenza derivante dalla non visibilità forzata), e diventa spesso violenza sessuale quando l’avventura è quella delle donne. Si tratta quindi di conservare tutta la portata semantica del termine avventura nel senso di «ingiunzione alla vita» (provare a vivere è un dovere), mettendo in secondo piano invece la dimensione romantica ed esotica che spesso viene evocata da questa parola, che in questo contesto non ha nulla della eccezionalità di eroismi individuali e si pone invece come epopea collettiva, come forza vitale dell’uomo e della donna comune davanti all’insufficiente e all’avverso. In tal senso altri sostantivi attraverso i quali le persone interdette al movimento identificano il proprio gruppo sociale (si veda Soldat) non sono (sol)tanto alternativi a quello di aventurier, quanto piuttosto integrati a esso, come due facce della stessa medaglia. Da un lato l’aventurier cerca di aprirsi una via di vita, cerca di darsi una vita altrimenti impossibile in contesti di origine fortissimamente disuguali, dall’altro il soldat è la figura di una base piramidale in cui il singolo aventurier vale poco o niente se non si unisce ad altri, non potrà sopravvivere se non ubbidisce, sa di avere poche speranze di riuscita. Se boza si riferisce all’atto di sfidare la frontiera, di tirare i dadi in una partita che si vince o si perde (si veda Boza), l’aventure inizia quando si lascia casa e ci si mette in una situazione di ricerca, senza una destinazione fissa, predeterminata. Il termine opera come un fattore distintivo che rimanda a due elementi: la dimensione generazionale, perché la popolazione degli aventuriers è composta nella stragrande maggioranza da persone giovani dotate di una cospicua dotazione di capitale corporeo (forza fisica, resistenza, agilità, ecc.); e la classe sociale di appartenenza. Così da un lato troviamo gli aventuriers (a volte anche designati come «quelli del deserto»), dall’altro gli studenti, quelli che si muovono con i visti e gli aerei. Una composizione sociale che ci permette di capire come le condizioni di mobility injustice configurino percorsi geografici e condizioni sociali di movimento radicalmente differenti già a partire dal paese di origine. Questa distinzione, se riafferma a volte un orgoglio subalterno, dall’altro offusca gli spazi di scambio e solidarietà che si danno in un contesto come quello tunisino in cui il razzismo di stato contro la popolazione black (si veda Black) non fa molti sconti in relazione ai documenti che si hanno in tasca. Sono tutti «oro nero» e in quanto tali vittime di deportazioni e tratta di stato verso la Libia (si veda Or noir). Capita allora che gli studenti e i loro spazi quotidiani divengano a volte un rifugio provvisorio per i loro fratelli più poveri, mettendo a disposizione abitazioni e relazioni. Gli stessi studenti quando prendono il mare divengono aventuriers e bozayeurs (si veda Boza). Aventure infine è riaffermare una sete di conoscenza e una forza dello spirito che spinge soggetti subalterni e razzializzati in una sfida continua al fine di cambiare la propria vita e quella delle proprie famiglie. Il termine, diffuso lungo tutte le rotte terrestri e marine nel Maghreb e in Africa subsahariana, è stato registrato dalla letteratura socio-antropologica più attenta sin dai primi anni 2000. -------------------------------------------------------------------------------- Tratti dal libro Controdizionario del confine. Parole alla derive nel Mediterraneo centrale dell’Equipaggio della Tanimar (a cura di Filippo Torre, per Tami ed.). Il libro raccoglie 42 parole (tra cui black, cachette, boza, clandestino, fakop, soldat, tobà…) legate a chi cerca di attraversare il confine italo-tunisino, soprattutto persone dell’Africa francofona: sono termini spesso inventati, di un vocabolario precario e fluido ma straordinariamente vivo, che circolano nei campi informali e nei centri di accoglienza, parole che raccontano rapporti di potere, domini coloniali ma anche gesti ribelli di storpiatura, e ancora strategie di sopravvivenza e relazioni di solidarietà. È evidente: non si tratta solo di parole, “si tratta di vite – scrive nella prefazione Georges Kougang – che continuano a parlare anche quando il mondo sembra non volerle ascoltare”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Aventure proviene da Comune-info.
Grecia, Seán Binder e altri 23 attivisti assolti da tutte le accuse. Soccorrere migranti non è reato
Oggi, 15 gennaio, la Corte d’Appello di Lesbo, in Grecia, ha emesso un verdetto di assoluzione al termine del procedimento a carico di Seán Binder, volontario impegnato nelle operazioni di soccorso, e di altre 23 persone imputate insieme a lui. Commentando la decisione della corte di assolvere Seán Binder, insieme agli altri imputati, da tutte le accuse, tra le quali presunta appartenenza a un’organizzazione criminale, frode, riciclaggio di denaro e favoreggiamento dell’ingresso irregolare, Eve Geddie, direttrice dell’Ufficio istituzioni europee di Amnesty International, ha dichiarato: “La sentenza di oggi è un sollievo che attendevamo da tempo per Seán, per i suoi amici, la sua famiglia e tutte le persone che lo hanno sostenuto, ma anche per la società civile in Grecia e altrove. Pur accogliendo con favore questo esito, Amnesty International ribadisce ancora una volta che queste accuse non avrebbero mai dovuto arrivare in tribunale. I diritti umani di Seán sono stati violati e la sua vita è rimasta sospesa per molti anni. Ci auguriamo che la decisione di oggi invii un messaggio forte alla Grecia e agli altri Stati europei: la solidarietà, la vicinanza e la difesa dei diritti umani devono essere tutelate e valorizzate, non punite. Anche l’Unione Europea deve prendere atto di questa sentenza e introdurre garanzie più solide contro la criminalizzazione dell’assistenza umanitaria nel proprio diritto. Nessuno dovrebbe essere punito per aver cercato di aiutare.” Seán Binder ha dichiarato: “Oggi la corte ha preso l’unica decisione possibile, alla luce della debole base giuridica delle accuse e delle fragili prove presentate dall’accusa. È un enorme sollievo sapere che non trascorrerò i prossimi 20 anni in carcere, ma allo stesso tempo è profondamente preoccupante che questa sia stata anche solo una possibilità. “Oggi è stato chiarito, come avrebbe sempre dovuto essere, che fornire assistenza umanitaria salvavita è un obbligo, non un reato; che usare WhatsApp è normale, non la prova di un reato; che acquistare lavatrici per un campo profughi non rende una persona responsabile di riciclaggio di denaro. Questa assoluzione deve costituire un precedente,” ha concluso Binder. Ulteriori informazioni Seán Binder era sotto processo davanti alla Corte d’Appello di Lesbo nell’ambito di un procedimento penale legato ad attività di soccorso alle persone migranti. Rappresentanti di Amnesty International hanno assistito al processo. Amnesty International
Migranti: SCUola di DIritti umani
il contenzioso strategico per la tutela dei diritti dei migranti È online «Diritti all’ascolto – il podcast del progetto europeo SCUDI». A seguire i link e una nota della “bottega”.   Sul sito del CILD (Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili) cild.eu chi-siamo  e su quello di Cittadinanza Attiva cittadinanzattiva.it chi-siamo sono stati messi on line le puntate del podcast Diritti all’ascolto,
Processo per il naufragio di Cutro rinviato al 30 gennaio
La prima udienza del processo penale sul naufragio di Cutro, svoltasi oggi, 14 gennaio, è stata immediatamente rinviata al 30 gennaio 2026, dopo la formalizzazione dell’assegnazione del procedimento a un nuovo collegio giudicante. Pur trattandosi di un rinvio limitato a due settimane, tale decisione comporta la necessità di una riorganizzazione delle attività di tutte le parti coinvolte. Le ONG impegnate nel soccorso in mare, costituitesi parti civili nel procedimento, auspicano fortemente che questo slittamento non incida sulla possibilità per i familiari delle vittime di essere presenti. Riteniamo essenziale che la gestione del processo tenga pienamente conto delle loro esigenze e garantisca il diritto a una partecipazione effettiva. EMERGENCY, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity, SOS MEDITERRANEE Sea Watch
Verso il 26 febbraio
Noi, i familiari delle vittime del massacro di Cutro Noi, i sopravvissuti della Summer Love È difficile vivere senza giustizia. È difficile sopravvivere ogni giorno con le ombre dei nostri cari, che sono arrivati morti sulle vostre coste. Vivere giorno per giorno nella speranza che non accada ad altri; vivere nella paura che altri membri delle nostre famiglie – bambini, padri, madri, nonni –non siano costretti ad attraversare il mare per piangere sulle tombe dei propri cari. Ci fa più male di tutto la sensazione che vi siate dimenticati di noi. Passa un anno, poi due e già si avvicina un’altra commemorazione. Alle promesse del vostro Primo Ministro non sono seguiti fatti concreti. I ricongiungimenti familiari in cui abbiamo creduto e che abbiamo sperato non si sono realizzati. Nessuna delle altre promesse che i politici ci hanno fatto in questi anni è stata mantenuta. Con le unghie e con i denti, con l’amore per la verità, faremo in modo di tornare a Roma nei luoghi delle promesse infrante. Torneremo nel vostro Paese per guardarvi negli occhi e chiedervi: Perché vi siete dimenticati di noi? Vogliamo tornare il prossimo febbraio e non sentirci soli nella notte di Steccato di Cutro, in balia di un mare di promesse e lacrime che – ormai per il terzo anno consecutivo – non porteranno a nulla. Seguono i nomi delle famiglie (Afghanistan) Oggi a Crotone dovevano riprendere le udienze del processo per il massacro di Cutro. Si procederà invece ad un “mero rinvio ad altra composizione collegiale”. In sostanza una nuova udienza in data da destinarsi. Conseguentemente salta la prevista conferenza stampa delle ONG riconosciute parti civili nel dibattimento. Ne abbiamo discusso e pensiamo valga la pena dare comunque voce alle famiglie rendendo pubblica la lettera che ci hanno inviato con la speranza di vederla pubblicata. Soprattutto crediamo sia una buona premessa per la costruzione delle iniziative per il prossimo 26 di febbraio. Sarebbe auspicabile raccogliere in calce all’appello le adesioni di quanti credono che la strage non debba essere dimenticata, perché si risponda con verità e giustizia alle domande dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime. Per quanti volessero aderire e supportare l’appello delle famiglie, scrivete a carovanemigranti@gmail.com Le prime adesioni: Carovane Migranti; Caravana Abriendo Fronteras; ResQ – People saving people; Onborders Aps; Djeluj.ba (Bosnia Herzegovina);Asociación Entre Mares (Fuerteventura); Linea d’Ombra (Trieste); Ermuko komite internaziolista( Vizcaya); Gruppo lavoro rifugiati Bari; Centro Studi Sereno Regis; Mamre Fondazione Onlus; Mimmo Lucano Deputato europeo, Sindaco di Riace; Orlando Amodeo Medico soccorritore; Centro documentazione Cubo di Chieri (To); Mauro Matteucci -Centro ” Lorenzo Milani” di Pistoia; Renato Sibille; Patrizia Del Vecchia; Daniela Balocco; Nicoletta Salvi; Silvia Galiano… https://www.ansa.it/…/familiari-e-superstiti-del… https://www.ilcrotonese.it/…/naufragio-di…/1723592/ https://www.meltingpot.org/…/strage-di-cutro-ong-e…/ Redazione Italia
“Capire le migrazioni internazionali”: al via il ciclo formativo
Prende il via a Trieste la terza edizione del ciclo formativo Capire le migrazioni internazionali, promosso da ICS, ASGI, Articolo 21 e Fondazione Luchetta, in collaborazione con il SAI di Trieste, l’Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia, Assostampa FVG e il Circolo della Stampa di Trieste. Un percorso di sei incontri pubblici che, a partire dal contesto triestino – snodo cruciale lungo la rotta balcanica – affronta le trasformazioni in atto nelle politiche migratorie europee e internazionali, con un’attenzione particolare alle ricadute sui diritti fondamentali, sull’informazione e sulle pratiche di accoglienza. Il primo appuntamento, dal titolo “Spostare altrove. Dal protocollo Italia-Albania all’esternalizzazione delle politiche migratorie in Europa”, è dedicato al tema, oggi centrale nel dibattito pubblico, del trasferimento fuori dall’Unione Europea delle procedure d’asilo e della detenzione pre-rimpatrio. Interverranno Francesco Ferri (Action Aid) e Gianfranco Schiavone (ICS). Action Aid è la realtà che ha presentato un esposto alla Corte dei Conti per danno erariale in ragione dello sperpero di denaro dei centri per persone migranti in Albania (maggiori informazioni qui: https://www.actionaid.it/press-area/cpr-in-albania/ ). Introduce e coordina l’incontro la giornalista Tiziana Melloni (Odg Fvg). Il ciclo proseguirà con incontri dedicati alle esperienze locali di accoglienza e alle difficoltà lungo la rotta balcanica, al ritorno dei muri e dei confini in Europa, ai temi della pluralità e della convivenza, fino a una riflessione sulle istituzioni di segregazione e alla presentazione del Rapporto Migrantes 2025 in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato. Gli incontri si svolgono in presenza dalle 17 alle 19 presso la Sala Alessi del Circolo della Stampa di Trieste (Corso Italia 13). L’ingresso è libero fino a esaurimento posti. È possibile seguire gli incontri anche da remoto, previa iscrizione al link: https://cryptpad.fr/form/#/2/form/view/pghVv7a9QdrMRn8wWY1Xo6+wyfqTq-0bYiOU72jZI0c/ Al momento risultano oltre 380 le persone iscritte per seguire il corso da remoto: un numero che testimonia il grande interesse di pubblico per i temi affrontati. Redazione Friuli Venezia Giulia