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Trieste. Continuano gli sgomberi al Porto Vecchio
GIULIA INGALLINA E ARIANNA LOCATELLI 1 Sembra ormai una prassi settimanale quella degli sgomberi dei diversi edifici facenti parte del complesso di porto vecchio a Trieste. In questa area, da mesi, decine di richiedenti asilo hanno trovato riparo in città mentre, nella maggior parte dei casi, attendono di avviare i processi di regolarizzazione sul territorio italiano o che si liberi un posto in accoglienza. Come raccontato nelle scorse settimane dalle associazioni e dalle persone solidali presenti sul territorio, gli sgomberi si sono susseguiti con ritmo serrato nell’ultimo periodo. Il primo è avvenuto a dicembre, giorno in cui è stato ritrovato il corpo di Magoura Hichem Billal, 32enne algerino morto per il freddo che, in inverno a Trieste, mette a rischio la vita delle persone costretto a trovare ripari di fortuna. Dopodiché se ne sono verificati altri tre, e ad ogni sgombero è corrisposta la chiusura di uno degli edifici di porto vecchio. L’ultimo, lo scorso giovedì 5 febbraio 2026, ha interessato il magazzino numero 118, abitato da persone senza fissa dimora ed escluse dal circuito dell’accoglienza. L’edificio ospitava circa una cinquantina di persone che, alle 8 del mattino, all’avvio delle operazioni, sono state costrette a uscire e a raccogliere in fretta i propri averi, prima che l’ingresso venisse murato, lasciandole fuori da quella che era diventata la loro abitazione. Gli agenti di polizia, dopo aver ordinato l’evacuazione, hanno atteso che il magazzino fosse vuoto rientrando nel furgone per ripararsi dalla pioggia, mentre chi era costretto a “traslocare”, senza alcuna informazione, rimaneva privo di una soluzione alternativa. A rendere ancora più disumana l’operazione è il fatto che, a differenza degli sgomberi precedenti, questa volta non sia stato predisposto alcun trasferimento né alcuna forma di presa in carico, neppure prettamente formale, da parte delle autorità presenti. Più che in altre occasioni, le persone sgomberate sono state ignorate e abbandonate da chi avrebbe dovuto garantirne l’assistenza: nessuna identificazione, nessun orientamento, nessun trasferimento verso strutture di accoglienza. Solo gli attivisti solidali e le associazioni che sul territorio offrono supporto alle persone in movimento – come sempre tenute all’oscuro delle decisioni – hanno raggiunto l’area, dopo aver ricevuto nel tardo pomeriggio del giorno precedente la notizia dell’imminente operazione di polizia. Quella che si è verificata con l’ultimo sgombero è stata una mera azione di forza, priva di ogni intenzione di migliorare le condizioni di vita delle persone presenti ma, anzi, riproducendo il meccanismo dell’abbandono a pochi metri di distanza. Dopo l’uscita coatta, infatti, con i loro averi in mano, le persone non hanno avuto altra scelta se non spostarsi nell’edificio di fronte, il magazzino numero 6, almeno fino a quando anche questo non verrà sgomberato. Senza neppure il tentativo di predisporre un’alternativa – nemmeno di quelle parziali e di facciata adottate negli sgomberi precedenti – si rafforza una deriva verso la normalizzazione di simili situazioni. Una forma di violenza strutturale sempre più tacita e preoccupante, nella misura in cui non vi è nemmeno più la necessità di simulare attenzione ai diritti umani, ma si può arrivare ad agire esplicitamente in violazione di essi. Ciò a cui si assiste è una gestione emergenziale e spettacolarizzata, che per la “risoluzione” del “problema” sacrifica e nega i diritti fondamentali delle persone coinvolte. Come denunciato all’interno dell’ultimo comunicato stampa del Consorzio Italiano di Solidarietà, questa volta emerge ancora più chiaramente la “progressiva dismissione delle responsabilità istituzionali, che si traduce in un abbandono pianificato di persone titolari del diritto alla protezione e all’accoglienza, in aperto contrasto con gli obblighi giuridici internazionali e interni assunti dallo Stato italiano.” 2 GLI SGOMBERI E LA GIUSTIFICAZIONE DELLA RIQUALIFICAZIONE STORICO CULTURALE DEGLI EDIFICI Questo episodio si inserisce nel quadro complessivo della situazione in città dove centinaia di richiedenti asilo sono esclusi dal sistema di accoglienza, sospesi in un vuoto giuridico ed esistenziale alimentato da prassi illegittime della questura e operazioni spettacolari e vuote delle forze dell’ordine. Approfondimenti/A proposito di Accoglienza LA QUESTURA DI TRIESTE OSTACOLA L’ACCESSO ALLA PROCEDURA D’ASILO La denuncia nel rapporto «Accesso Negato» 29 Dicembre 2025 Gli interventi finalizzati a “liberare porto vecchio dagli occupanti” vengono gestiti come operazioni straordinarie di controllo coordinate dalla Prefettura, in attuazione delle decisioni assunte dal Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica (C.P.O.S.P.). La sicurezza pubblica richiamata a giustificazione degli sgomberi non sembra includere però la tutela delle persone costrette a vivere a Porto Vecchio, che sono le uniche a subire concretamente il disagio di quelle condizioni. Se l’obiettivo dichiarato è la salvaguardia, essa non comprende evidentemente chi abita quegli spazi, dal momento che alle azioni di forza non segue alcuna attivazione di misure di protezione. Nell’ultimo mese simili operazioni si sono fatte più frequenti. Al “maxi trasferimento” del 3 dicembre 2025 avvenuto durante lo sgombero dei magazzini 2 e 2A, si sono susseguiti: * Il 22 gennaio 2026, lo sgombero dell’edificio numero 4 con lo spiegamento di un ampio, e quasi ridicolo, dispositivo di sicurezza composto da polizia di stato, carabinieri, guardia di finanza, vigili del fuoco e polizia locale, e il supporto di contingenti di rinforzo e coordinamento tecnico-operativo della questura di Trieste. Questo per l’evacuazione, a cui poi è corrisposta la presa in carico e il trasferimento della metà delle persone, senza alcun chiaro criterio di selezione. Un centinaio di esse sono rimaste per strada, alcune delle quali da mesi nella medesima situazione. L’edificio è stato poi sigillato per la “messa in sicurezza”, vero obiettivo dell’operazione a discapito della tutela delle persone aventi diritto all’accoglienza 3. * Il 28 gennaio 2026 l’operazione di sgombero ha coinvolto circa 180-200 persone (donne, uomini e coppie) divise prima tra chi aveva i documenti relativi alla richiesta di asilo e chi no, e poi caricati, in numero minore, sui bus diretti in questura per l’identificazione e, sembrerebbe, il successivo trasferimento a casa Malala. Durante l’operazione sono stati sgomberati e sigillati i magazzini numero 7 e 10 e sono state prese in carico circa 80-90 persone, mentre un centinaio – tra cui due nuclei familiari – sono rimaste escluse dal trasferimento e abbandonate sul luogo alla fine delle operazioni 4 L’obiettivo di questi sgomberi viene giustificato con la riqualificazione dell’area del Porto Vecchio di Trieste, una vasta zona portuale dismessa da oltre cinquant’anni, oggi costellata di magazzini e capannoni abbandonati. Parte di questi edifici sono stati occupati, soprattutto in seguito allo sgombero del Silos6, da richiedenti asilo o aspiranti richiedenti asilo che vengono esclusi dal sistema di accoglienza. Dopo anni di abbandono, nel 2023 viene approvato dalla Giunta Comunale e sviluppato dal gruppo COSTIM (controllato da POLIFIN) un piano di riqualificazione degli edifici di Porto Vecchio, nominato “Porto Vivo” 5. Le comunicazioni ufficiali hanno presentato il progetto come un’operazione di rigenerazione urbana che mira a trasformare un’area storica e abbandonata in un polo culturale, turistico ed economico di rilevanza regionale ed europea, senza mai menzionare come si stia, nei fatti, organizzando il processo che, per la riqualificazione dell’area sacrifica i diritti delle persone. Dai dati comunicati 6, l’intervento interesserebbe 66 ettari di area, con 5 moli, 35 edifici storici (hangar e magazzini ottocenteschi) e un’estensione di circa 3 km di spazi, per un ammontare di 600 milioni di euro. Le somme previste per tale intervento vanno ad aggiungersi ai 50 milioni di euro già stanziati nell’ambito del Piano Stralcio “Cultura e Turismo” (FSC 2014-2020) per l’intervento “Porto Vecchio di Trieste”, attualmente in corso 7. Alcuni progetti di conversione degli edifici sembrano già noti, il capannone 1 (Molo IV) dovrebbe essere ristrutturato per ospitare l’archivio storico dell’Autorità Portuale; i magazzini 2 e 4 destinati al trasferimento degli uffici regionali, ed altri magazzini saranno alienati a privati per la riqualificazione, in conformità con le linee guida del masterplan. L’obiettivo è completare i lavori entro il 2030 che procederebbe, come da dichiarato sul sito del ministero della cultura9: “con interventi di tutela, valorizzazione e messa in rete del patrimonio […] L’obiettivo è quello di restituire alla città un’area portuale dismessa, ma anche e soprattutto generare processi virtuosi in ambito culturale e ambientale”. Mentre si inneggia al rispetto del patrimonio storico ci si dimentica però di tutelare le persone che vengono abbandonate proprio come per anni sono stati abbandonati quegli edifici che ora sembrano essere diventati un bene di primaria importanza. Inoltre, la “restituzione alla città” appare poco credibile, dal momento che il progetto sembra orientato più a trasformare l’area in una vetrina per turisti e croceristi che a renderla realmente accessibile e fruibile dalla cittadinanza. Quanto può dirsi sostenibile una riqualificazione che procede attraverso operazioni capaci di produrre trattamenti degradanti nei confronti di chi quell’area è costretto a viverla? Tutto questo avviene inoltre in un contesto in cui da anni associazioni e attivisti solidali si battono per l’apertura di strutture di prima accoglienza, attualmente non sufficienti nel territorio triestino. Le ingenti risorse previste per l’attuazione del progetto finiscono per suonare come una beffa di fronte alle ripetute dichiarazioni di assenza di fondi per far fronte alla cosiddetta “emergenza accoglienza”. Il contrasto è evidente: da un lato investimenti milionari per la riqualificazione dell’area, dall’altro l’asserita impossibilità di reperire risorse per garantire soluzioni dignitose a chi si trova senza un riparo. Inoltre, il fatto che tali finanziamenti non siano neppure in minima parte destinabili all’attivazione di misure alternative di accoglienza a seguito degli sgomberi, rende palese come la questione non sia economica, ma politica, rivelando il disinteresse strutturale nei confronti delle persone lasciate senza tutela. Il piano sopra citato diventa il pretesto per portare avanti delle operazioni che le istituzioni ambivano da tempo: l’eliminazione di soggetti indesiderati i cui diritti non sono considerati rilevanti ma, anzi, sacrificabili. Così la creazione di uno spazio “cittadino”, immaginato come un prototipo quasi futuristico tra grandi palazzi votati all’economia e al turismo, finisce per diventare la giustificazione mediatica di una strategia di “pulizia” che mira non tanto alla celebrata riqualificazione di edifici storici – che, una volta trasformati, rischiano di conservare ben poco della loro storia – quanto all’allontanamento sistematico di persone “non benvenute”. LA VIOLAZIONE DEL DIRITTO NASCOSTA DALLA PROPAGANDA DEI MEDIA Vivere a Porto Vecchio è una condizione che deriva direttamente dalle scelte istituzionali di non accoglienza e dalle strategie di deterrenza messe in atto, di cui gli sgomberi fanno parte. Dallo sgombero del Silos, avvenuto il 21 giugno 2024, non sembra esserci mai stata la volontà di progettare soluzioni alternative conformi alle disposizioni di legge e rispettose dei diritti dei richiedenti asilo. Può sembrare persino superfluo doverlo ribadire, eppure c’è chi continua a ignorare che il diritto d’asilo è un diritto sancito dalla Costituzione (all’articolo 10, comma 3) 8 e che il diritto all’accoglienza discende dalla direttiva 2013/33/UE 9 dell’Unione Europea, la quale impone agli Stati membri di garantire condizioni di vita dignitose fin dal momento della manifestazione della volontà di chiedere protezione e per tutta la durata della procedura. Recepita nell’ordinamento italiano con il D.Lgs. 142/2015 10, tale direttiva obbliga lo Stato ad assicurare standard minimi di accoglienza per i richiedenti asilo, standard che a Trieste risultano evidentemente disattesi. Inoltre, all’articolo 11 del decreto attuativo, viene specificato come: “Nel caso in cui è temporaneamente esaurita la disponibilità di posti all’interno dei centri […] a causa di arrivi consistenti e ravvicinati di richiedenti, l’accoglienza può essere disposta dal prefetto [..] in strutture temporanee, appositamente allestite, previa valutazione delle condizioni di salute del richiedente, anche al fine di accertare la sussistenza di esigenze particolari di accoglienza.”14 Dunque, neppure in situazioni emergenziali si dovrebbe assistere all’abbandono di persone costrette a vivere per strada, prive di qualsiasi misura di tutela attivata dalle istituzioni. Quest’anno, inoltre, a Trieste non sono state predisposte soluzioni alternative – come, ad esempio, l’allestimento temporaneo di palestre o di altri spazi comunali – optando di fatto per non offrire alcuna risposta all’emergenza freddo e lasciando le persone esposte alla precarietà. In questa situazione aumentano i numeri delle vittime di Stato: dopo i decessi di Hishem Bilal Magoura, Shirzai Farhdullah, Nabi Ahmad, Muhammad Baig, un cittadino nepalese di 43 anni, Sunil Tamang, è stato soccorso il 10 gennaio 2026 per arresto cardiaco all’interno dei magazzini del Porto Vecchio di Trieste ed è morto tre giorni dopo all’ospedale di Cattinara. Eppure, il giorno precedente si era presentato in questura per manifestare la volontà di chiedere protezione internazionale, alla quale la legge fa corrispondere una presa in carico, tanto più necessaria in presenza di condizioni di vulnerabilità. Nonostante avesse dichiarato le proprie condizioni fisiche, era stato respinto dagli agenti senza che venisse attivata alcuna procedura di accoglienza 11 La situazione risulta ancora più paradossale se pensiamo che gli arrivi a Trieste non rispecchiano affatto i numeri di emergenzialità che si vuole far credere. Negli ultimi mesi, le persone arrivate in città, dopo l’attraversamento della frontiera, sono in media 29 al giorno 12, una quota perfettamente gestibile se ci fosse la volontà di organizzare un sistema funzionale e rispettoso dei diritti delle persone. Si potrebbero predisporre strutture a bassa soglia, organizzare trasferimenti più frequenti e programmati, raccogliere tempestivamente le domande di asilo, evitando di lasciare le persone in strada, costrette a presentarsi ogni giorno in questura per vedersi respingere con motivazioni illegittime. Mantenere una cornice emergenziale, alimentando l’idea di un’invasione e dell’impossibilità di gestire i numeri, si rivela però la scelta più efficace sul piano mediatico. L’obiettivo sembra essere quello di consolidare una narrazione che stigmatizza e criminalizza “lo straniero che occupa impropriamente edifici pubblici”, come se non fosse una scelta obbligata. Sembra che nessuno, ai piani alti, voglia effettivamente provare a trovare una soluzione per le persone che si trovano costrette ad occupare questi spazi, a vivere in condizione disumane proprio a causa della negligenza del sistema che dovrebbe accoglierle e che invece le abbandona. Non solo le istituzioni omettono di attivare strutture di accoglienza alternative come indica la legge, costringendo le persone a cercare riparo in autonomia, ma, quando queste riescono a trovare una sistemazione a Porto Vecchio, le autorità intervengono con gli sgomberi ad allontanarle anche da quel rifugio precario. Il “problema” viene semplicemente spostato da un luogo di fortuna a un altro: prima il Silos, ora i magazzini del Porto Vecchio, che uno dopo l’altro vengono chiusi e svuotati dalle persone che li abitano, la cui presenza dovrebbe essere riconosciuta, non rimossa o ignorata. “emerge con chiarezza una strategia che mira unicamente a rimuovere la presenza di persone dai magazzini, spingendole ad allontanarsi e tentando progressivamente di chiudere – uno dopo l’altro – i luoghi di riparo informale che esse riescono a trovare. Ma quando l’ultimo magazzino sarà stato sgomberato e sigillato, cosa succederà? Le autorità non sembrano porsi il problema, quel che è certo è che i richiedenti asilo abbandonati non spariranno nel nulla.” Dal comunicato stampa 13 di ICS Strategicamente, i media rendono visibili le persone in movimento quando serve alimentare la retorica dell’“invasione”; le invisibilizzano, invece, quando l’obiettivo è farle scomparire dallo spazio urbano e sottrarre allo sguardo pubblico anche le operazioni attraverso cui vengono allontanate, operazioni che spesso comportano la compressione di diritti fondamentali. Con questi sgomberi, questo è quello che sta avvenendo, una rimozione dal panorama cittadino di persone “indesiderate” che vengono escluse dagli spazi della città e da delle tutele che gli spetterebbero. Non si tratta semplicemente di liberare edifici, ma di ridefinire chi può abitare la città e chi, invece, deve esserne tenuto ai margini, privato di riconoscimento e di diritti. Lo spazio urbano può essere letto come «mediatore di rapporti di potere» 14 luogo in cui si producono e si rendono visibili processi sociali e politici, dinamiche di significazione e pratiche di territorializzazione. Tali processi si iscrivono in un quadro più ampio di tecnologie politiche orientate a “governare la vita” e a controllare la mobilità attraverso dispositivi di coercizione e di imposizione. In questo senso, la gestione dello spazio si traduce in vere e proprie “cartografie delle persone”, da eliminare, inglobare, ricollocare o ricondurre a una posizione ritenuta accettabile, secondo piani urbanistici che finiscono per produrre esclusione. Se lo spazio dell’inclusione coincide con lo spazio del cittadino riconosciuto, è proprio a partire da qui che emergono le figure dell’esclusione e le soglie del “rigetto dalla società”. Ciò che sta accadendo a Trieste può essere letto alla luce di un contesto politico più ampio in cui, come denunciava Balibar 15, si profila il rischio di un «apartheid europeo». Il confine, infatti, non si dissolve una volta attraversata la frontiera geografica ma si inscrive nei corpi, nelle pratiche di profilazione razziale, nelle gerarchie che determinano la posizione sociale degli individui. I processi di confine superano la linea fisica e si riproducono come confini sociali, stabilendo le soglie di in-appartenenza. Le persone da “escludere” vengono dapprima relegate ai margini della città, come nel caso di Porto Vecchio, e poi progressivamente e silenziosamente rimosse anche da quegli spazi periferici, attraverso strategie come gli sgomberi. Tramite queste forme di de-territorializzazione, la società mantiene l’“altro” in una condizione di esternalità permanente, negandogli qualsiasi effettivo “diritto alla città” 16 e arrivando, in ultima istanza, a mettere in discussione il riconoscimento stesso dei diritti in quanto persona. È qui che si produce l’invisibilità totale: un’esclusione costruita attraverso l’in-accoglienza, la relegazione in luoghi di fortuna lontani dal centro e la reiterazione degli sgomberi, con l’obiettivo di tenere queste presenze fuori dalla vita cittadina e quotidiana, fino a produrne la «scomparsa sociale» 17– un esito che può realizzarsi solo attraverso la sistematica compressione dei diritti fondamentali. 1. Mi sono laureata in antropologia culturale ed etnologia a Bologna. Sono un’attivista e una studentessa e negli ultimi anni ho girato varie città seguendo progetti di ricerca e volontariato su diverse frontiere in supporto alle persone in movimento. Attualmente lavoro per Migreurop e recentemente sono entrata nel CD di OnBorders ↩︎ 2. Dal comunicato stampa di ICS: Porto Vecchio, sgombero senza accoglienza: murato l’edificio 118, persone lasciate senza tutele – ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà ↩︎ 3. Il nuovo sgombero in Porto Vecchio lascia in strada oltre 100 persone – ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà ↩︎ 4. Dal comunicato di ICS del 29 gennaio 2026: Nuovo sgombero in Porto Vecchio: trasferimenti insufficienti e diritti negati ↩︎ 5. Approvata in Giunta la proposta di valorizzazione e rigenerazione urbana dell’area di Porto Vecchio – Porto Vivo, Comune di Trieste (luglio 2024) ↩︎ 6. Qui i dettagli degli interventi ↩︎ 7. Qui i dettagli dell’intervento ↩︎ 8. La Costituzione – Articolo 3 | Senato della Repubblica ↩︎ 9. Direttiva 2013/33/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale ↩︎ 10. DECRETO LEGISLATIVO 18 agosto 2015, n. 142 – Normattiva ↩︎ 11. In Porto Vecchio la sospensione dei diritti mette a rischio la vita, Comunicato ICS (10 gennaio 2026) ↩︎ 12. Dati dal Report di dicembre 2025 di IRC (International Rescue Committee) ↩︎ 13. Porto Vecchio, sgombero senza accoglienza: murato l’edificio 118, persone lasciate senza tutele ↩︎ 14. Cappello, C., Cingolani, P., & Vietti, F. (2023). Etnografia delle migrazioni. Temi e metodi di ricerca. Roma: Crocci Editore. ↩︎ 15. Balibar, E. (2001). Nous, citoyens d’Europe? Les frontières, l’État, le peuple. Parigi: La Découverte. ↩︎ 16. Lefebvre, H. (2014). Il diritto alla città. Verona: Ombre Corte. ↩︎ 17. Agier, M. (2008).Gérer les indésirables. Des camps de réfugiés au gouvernement humanitaire. Parigi: Flammarion. ↩︎
Board of Peace, 30 anni dopo Dayton@1
“Ci siamo detti: pianifichiamo un castrofico successo“. Così Jared Kushner, intervenuto sul palco di Davos dopo che il suocero Donald Trump aveva firmato la fondazione del Board of Peace, ha commentato l’immagine della ‘new Gaza‘, compresi grattacieli futuristici sul lungomare per il “turismo costiero”, hub di trasporti e infrastrutture energetiche, da costruire sulle macerie della distruzione provocata da oltre due anni di bombardamenti e raid israeliani che hanno raso al suolo la Striscia di Gaza e provocato oltre 70mila morti. Nella prima parte della puntata analizziamo alcune il Board of Peace voluto da Trump per Gaza e i render della Gaza Riviera. Nella seconda parte della puntata, insieme a Aida Kapetanovic, andiamo a vedere l’eredità lasciata dagli Accordi di Dayton alla Bosnia Erzegovina, a 30 dalla fine dalla guerra, il genocidio, la pulizia etnica, gli sfollamenti forzati, le violenze. Come evidenziato in un articolo di Leila Belhadj Mohamed, “se la pace è concepita come amministrazione e non come processo, l’esito è una sospensione del conflitto, non la sua risoluzione“. La logica della pace imposta dall’esterno, nel caso degli Accordi di Dayton, ha prodotto, invece di reali percorsi di trasformazione, strutture per amministrare e gestire le tensioni etnico religiose che premiano i leader che soffiano sul fuoco dei nazionalismi e che normalizzano la situazione di crisi, rendendo di fatto impossibile il suo superamento. Ancora oggi, per esempio, il curriculum scolastico per lx studentx varia a seconda dell’appartenenza etnico religiosa, in quanto sussistono ancora classi, e scuole, divise per la popolazione studentesca croata, bosgnacca e serba. Anche i libri di testo su cui si impara la storia sono diversi, e raccontano 3 versioni diverse della Guerra in Bosnia. In un territorio che ha conosciuto la guerra e il genocidio, e ha dovuto subire processi di liberalizzazione guidati dai leader nazionalisti che hanno causato la guerra e il genocidio, le lotte anti estrattiviste, ecologiste e studentesche degli ultimi anni nei Balcani hanno dato un nuovo significato all’attaccamento alla terra, innescando quei meccanismi trasformativi e solidali che le istituzioni creatasi in conseguenza agli Accordi non perseguono. Citati nella puntata: Board of Peace: come Trump vuole assoggettare il mondo intero a partire dalla liquidazione della questione palestinese – Comunicato dei Giovani Palestinesi Dayton e Gaza: la logica della pace imposta dall’esterno – Articolo di Leila Balhadj Mohamed Le “blokade” in Serbia: una mobilitazione a guida studentesca che sta trasformando radicalmente la società – Articolo di Aida Kapetanović ArcelorMittal in Omarska: denying remembrance – Sulla miniera di ArcelorMittal sul campo di Omarska River protection movements in Bosnia and Herzegovina and Serbia: rethinking locality and collective identity – Articolo di Aida Kapetanović Mining is war – mappatura dei luoghi dell’estrattivismo nei Balcani Swap and Sacrifice: The Colonial Legacy of Mapping in Bosnia and Herzegovina – articolo sulla mappatura del territorio BiH come strumento coloniale Le comunità della Bosnia Erzegovina unite per difendere i loro fiumi – reportage per Internazionale ‘Sistem te laže!’: the anti-ruling class mobilisation of high school students in Bosnia and Herzegovina – Articolo sulle proteste contro le scuole separate in Bosnia Erzegovina Breve documentario sulla coalizione regionale a difesa dei fiumi – Youtube
January 30, 2026
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Labirinto Schengen: il diniego dei diritti al confine triestino
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Torino Corso di Laurea in Scienze Internazionali, dello Sviluppo e della Cooperazione LABIRINTO SCHENGEN: IL DINIEGO DEI DIRITTI AL CONFINE TRIESTINO Tesi di Laurea di Giorgia Malavenda (2024/2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE > To all the “illegals” in the world L’idea di ricerca nasce da una riflessione personale scaturita da un periodo di volontariato umanitario presso l’isola greca di Kos, tra i “punti di crisi” europei, la cui emergenza umanitaria e generale situazione di disagio, dovuta all’abbandono da parte delle istituzioni, mi era prima sconosciuta. Le storie raccolte e le esperienze vissute in questa stazione di sosta, in cui le persone si fermano anche mesi e l’unico aiuto concreto deriva dalle poche ONG presenti, mi ha spinta a riflettere su che cosa accada lungo le tappe successive della cosiddetta “Rotta Balcanica”, fino a giungere alla mia città, Trieste. L’importanza del tema è chiara in quanto fortemente divisorio e presente sulla bocca di qualsiasi politico grazie alla persistente connessione tra immigrazione e sicurezza. Ai confini estremi dell’Italia mitteleuropea, Trieste è da sempre abituata a un mix etnico-religioso ma negli anni caldi della “crisi” dei rifugiati la situazione dei migranti in città non era mai parsa nel dibattito pubblico né nelle conversazioni tra conoscenti. Ciò che invece è sempre stato presente alla tv e sui giornali sono liste e tabelle di numeri spesso decontestualizzati. Si è voluto quindi dare un ordine e una ragione a questi “numeri”, contestualizzarli prima nel territorio europeo e poi in quello triestino e raccontarne le vicende e le dinamiche che hanno luogo lungo i confini interni dell’Unione Europea, chiusi per qualcuno e aperti per altri. La “Rotta Balcanica”, pur essendo tra le rotte cardine del fenomeno migratorio che interessa l’Europa attuale, è assente nell’immaginario pubblico che associa la persona migrante a chi è stato soccorso nel mare Mediterraneo. Eppure, è la rotta con radici storiche più solide, che ha portato in salvo nel corso del Novecento popoli diversi che ora rappresentano parte integrante della società triestina. Con il fenomeno odierno però l’accoglienza scende in secondo piano per dare spazio alla necessità di “difendere la cultura e i valori europei”: chiara espressione del processo di othering che caratterizza il nostro secolo, per cui si definiscono linee nette tra gruppi distinti, e che tali devono rimanere, per etnia, religione, fenotipo e così via. Funzionale alla definizione dell’in-group europeo e infatti la definizione di un out group, in questa fase storica identificato nella presenza immigrata per paura di un presunto piano di sostituzione etnica. È necessario quindi riflettere sulle conseguenze che questa prevalenza della dimensione ideologia su quella giuridica nei dibattiti politici ha sulla vita di migliaia di persone sul suolo europeo, che neanche 40 anni fa si proponeva come emblema della libertà di circolazione. La presente tesi si pone l’obiettivo di approfondire lo stato dell’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti di protezione internazionale presenti sul suolo triestino, partendo da un’analisi prima dei principi normativi da rispettare e poi di una serie di meccanismi (leciti e illeciti) che sono messi in atto lungo la Rotta dei Balcani per gestire i flussi. Con il primo capitolo si vuole dare un quadro generale delle norme che tutelano lo ius migrandi nella loro dimensione internazionale, comunitaria e nazionale e, partendo dai principi che hanno fatto nascere la figura del “rifugiato”, ci si focalizza sui diritti intrinsechi a tale status e sui limiti normativi all’operato degli Stati nelle politiche di frontiera nello spazio Schengen. Nel secondo capitolo si crea una mappa delle molteplici rotte balcaniche partendo dall’evoluzione storica della crisi iniziata nel 2011, per poi focalizzarsi sulle dinamiche lungo i due confini più emblematici, quello turco-greco e quello nascente croato-bosniaco, fino a giungere al confine triestino. In un ultimo capitolo si analizza l’evoluzione storica del sistema d’accoglienza italiano, specialmente quello triestino; infine, si vuole esplorare il fenomeno che prende sempre più piede della criminalizzazione della solidarietà, per riflettere in ultimo sull’esistenza o meno di un dovere di accoglienza intrinseco al diritto di asilo. Il consistente ricorso ad articoli e atti normativi è voluto per sottolineare che, indipendentemente dall’ideologia da cui nasca una policy, essa dev’essere conforme alla struttura normativa che è stata costruita negli anni. Nel corso dell’elaborato si analizzano una molteplicità di teorie sociologiche che sfidano la percezione diffusa che si ha sul fenomeno. L’analisi qualitativa degli atti normativi è stata condotta in maniera principalmente autonoma, appoggiandosi talvolta a sentenze pronunciate per sostenere tesi personali; le dinamiche di confine e di accoglienza raccontate si basano sull’analisi di numerosi report stilati dalle principali ONG e ONLUS operanti sui territori. Infine, la narrazione delle vicende riportate riguardanti gli avvenimenti recenti in territorio triestino si fonda in parte su articoli di giornali della zona. I temi dei minori stranieri non accompagnati e dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio sono stati toccati in minima parte in quanto fenomeni complessi e che richiederebbero un’analisi più approfondita e sostenuta da dati quantitativi delle categorie vulnerabili e di come sono condotte le pratiche di rimpatrio.
UNIONE EUROPEA: SOSPETTI DI FRODE AL COLLEGIO D’EUROPA, FERMATA LA RETTRICE FEDERICA MOGHERINI
Terremoto nelle Istituzioni Europee con il fermo della rettrice del Collegio d’Europa di Bruges, Federica Mogherini, ex alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea ed ex Ministra degli Esteri nel governo guidato da Matteo Renzi, nel 2014. Il fermo, che deve essere convalditato entro 48 ore, arriva per presunte irregolarità nell’assegnazione da parte del Servizio Europeo per l’Azione Esterna di un programma di formazione finanziato dall’Unione Europea. Insieme a lei fermati anche Stefano Sannino, 65emme, diplomatico italiano ex segretario generale del Servizio Europeo per l’Azione Esterna ed un manager del Collegio. I reati ipotizzati sono turbativa e frode in appalti pubblici, corruzione, conflitto di interessi e violazione del segreto professionale. Per il fermo di Mogherini e di Sannino, che potrebbe tramutarsi in arresto, la magistratura ha chiesto ed ottenuto la rimozione dell’immunità diplomatica. Da Buxelles il collegamento con Federico Baccini, corrispondente dalla capitale belga per l’Osservatorio Balcani e Caucaso. Ascolta o scarica
December 2, 2025
Radio Onda d`Urto
Il confine come laboratorio di impunità: il Policy Memo del BVMN sui Balcani
Il 22 settembre, il Border Violence Monitoring Network (BVMN) ha pubblicato Policy Memo: Strengthening Migration Governance Monitoring in the Balkans 1, un documento politico che ha preso forma nel corso della consultazione con l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani. Rispondendo alla Risoluzione 57/14 del Consiglio dei diritti umani, l’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani (OHCHR) ha realizzato un’indagine sulla possibilità di monitorare gli effetti pratici delle politiche migratorie europee. In questo contesto, le Nazioni Unite hanno consultato organizzazioni della società civile per rispondere a una domanda complessa: è possibile trovare strumenti per rilevare e controllare le pratiche usate nella gestione dei flussi migratori? La relazione finale dell’OHCHR 2 nominava in modo esplicito il Border Violence Migration Network (BVMN) come soggetto in grado di svolgere questa funzione, specialmente nei contesti caratterizzati da scarsa accessibilità e ostacolo al monitoraggio (delle aree più remote, ma non solo), criminalizzazione e difficoltà nel contatto coi i decisori politici. Il Network è stato quindi una delle organizzazioni più ascoltate dell’OHCHR stessa nel corso dei suoi lavori. Nel contesto di questi, il BVNM ha consegnato alle Nazioni Unite una nota politica e risposte scritte alle domande più critiche sollevate sulle tecnologie usate per il controllo delle persone migranti. Nel Policy Memo, i Balcani in particolare sono individuati come zona di grave mancanza di accountability degli attori statali e di confini segnati da violenza e violazioni dei diritti umani 3. Gli unici soggetti che qui agiscono per cercare un cambiamento positivo sono organizzazioni della società civile, spesso criminalizzate e in difficoltà per la mancanza cronica di fondi e di spazi (reali e virtuali) dove diffondere il proprio lavoro e portare avanti azioni di sensibilizzazione del contesto sociale. In generale, gli Stati europei usano sparizioni forzate e pushback istantanei per nascondere i propri abusi sui migranti. Il Network e i suoi membri hanno rilevato 25.000 pushback da parte di 14 Paesi. Spesso le persone migranti vengono detenute in segreto in luoghi inadatti al fermo di qualsiasi soggetto: garage, caravan, stalle, edifici abbandonati e pericolanti, container di metallo e addirittura canili. Nel 2021 il 20% delle detenzioni dimostrate di persone migranti non erano comunicate formalmente, non seguivano le normali procedure per la detenzione di individui. Nel 2024, il BVMN ha raccolto prove di 19 detenzioni irregolari. In totale continuità con questa pratica è evitare di registrare le persone migranti detenute: diventano fantasmi che passano attraverso carceri (veri o improvvisati) senza lasciare traccia. Tra 2022 e 2024, il 96% delle persone migranti soggette a pushback in Grecia non era stata registrata dalle autorità. Questo meccanismo alimenta l’impossibilità di obbligare gli attori statali a rispondere del destino delle persone migranti sul loro territorio. Per creare poi maggior danno alle persone migranti e insieme nascondere meglio gli abusi da loro subiti, le autorità distruggono i loro beni personali (e sopratutto dei telefoni cellulari). Significa distruggere la loro possibilità di geolocalizzarsi, comunicare con la famiglia, dimostrare la loro identità, provare l’eventuale passaggio attraverso diversi Stati e raccogliere prove di violazioni dei loro diritti. In Croazia, il Network ha documentato vere e proprie pire di oggetti “migranti”. Questa pratica si inserisce all’interno di un contesto legislativo, amministrativo e spesso sociale che criminalizza la migrazione nel tentativo (mai riuscito) di scoraggiarla. Nel 2022, ad esempio, la Turchia ha deportato una ragazza siriana verso il Nord della Siria dopo che, per proteggerla, il fratello ha denunciato gli abusi fisici e verbali che lei subiva a scuola. Rispetto alla società civile, il BVMN ha rilevato che gli Stati costruiscono ostacoli (legislativi e di fatto) per impedire alle organizzazioni non-governative di monitorare la gestione dei flussi migratori e di effettuare operazioni di search and rescue a terra. In più, si impegnano nella criminalizzazione dei difensori dei diritti umani attraverso strumenti più o meno formali: ostacoli burocratici e amministrativi alla loro vita quotidiana, legislazioni sempre più restrittive, sorveglianza (non dichiarata), inchieste e procedimenti giudiziari non giustificati, campagne diffamatorie, aggressioni, atti di vandalismo, furti. Il tutto nella quasi completa impunità, perché anche in questo contesto le autorità continuano a sfuggire a qualsiasi meccanismo di controllo e di ottemperanza a politiche rispettose dei diritti umani. Nel Policy Memo, il Border Violence Migration Network suggerisce buone pratiche. Sottolinea particolarmente la necessità di integrare il lavoro di investigazione della società civile, delle ONG e dei difensori dei diritti umani nelle riflessioni e procedure delle grandi istituzioni (come l’ONU) per portare alla luce in modo più completo e capillare le violazioni dei diritti umani che gli Stati perpetrano (quasi) indisturbati ai danni delle persone migranti e per responsabilizzare in modo inderogabile i decisori politici. Suggerisce anche l’uso delle nuove tecnologie per verificare il destino e/o la posizione delle persone migranti scomparse. Ma proprio la tecnologia, sottolinea ancora il BVMN, ha una doppia valenza. Chiamato dal Consiglio ONU sui diritti umani a rispondere ad alcune domande riguardanti l’uso di nuove tecnologie nelle politiche migratorie da parte degli Stati, il Network ha infatti messo in luce alcune pratiche molto pericolose. Innanzitutto, la mancanza di trasparenza nell’implementazione di tecnologie per la consapevolezza situazionale nei sistemi di sorveglianza dei confini: i Governi non rendono noto in maniera completa quali strumenti tecnologici usano, in che quantità e modalità, dove lungo i confini li posizionano. La scusa è la “sicurezza nazionale”, spesso usata nei discorsi giustificanti la violenza contro le persone migranti e chi le aiuta e difende. Complesso è pure l’accesso a dati, fotografie, filmati raccolti da droni, radar e camere: spesso sono fatti scomparire, cancellati o nascosti, per evitare che servano in processi di denuncia e rivendicazione di diritti umani. A ciò si aggiunge l’evoluzione materiale di queste tecnologie, che ne rende molto difficile l’identificazione: a fronte di una sempre crescente precisione e velocità di rilevamento dati, hanno dimensioni sempre più piccole e aspetto sempre più anonimo. Infine, c’è l’uso allarmante di spyware per colpire organizzazioni e individui che difendono i diritti delle persone migranti. A febbraio 2025, diversi quotidiani italiani hanno riportato che i cellulari di circa 90 attiviste italiane e non sono stati infettati da Graphite, un software di spionaggio creato a scopi militari dall’azienda israeliana Paragon. In merito alla questione, il presidente esecutivo di Parago John Fleming ha dichiarato: la società «concede in licenza la sua tecnologia a un gruppo selezionato di democrazie globali, principalmente agli Stati Uniti e ai suoi alleati». Non ha fatto alcuna ulteriore specifica. Il Policy Memo: Strengthening Migration Governance Monitoring in the Balkans contiene un’ulteriore prova che il sistema di impunità costruito, alimentato e difeso da “democrazie” violatrici di diritti umani, discriminatorie e razziste è consistente e si sta evolvendo utilizzando strumenti di ultima generazione, pratiche che tendono alla “violazione invisibile” dei diritti umani e politiche che de-umanizzano le persone migranti mentre squalificano socialmente chi le aiuta. Il lavoro del Border Violence Migration Network dimostra anche che l’unico ostacolo a questa corruzione è la reazione della società civile. 1. Qui il documento ↩︎ 2. Leggi il documento ↩︎ 3. BVMN Monthly Report – August 2025 ↩︎
La CEDU condanna nuovamente la Croazia per le espulsioni illegali
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha nuovamente condannato la Croazia (caso Y.K. contro Croazia) per aver espulso un cittadino turco di etnia curda senza garantirgli l’accesso effettivo alla procedura d’asilo e senza dare la possibilità di ricorrere a un rimedio giuridico in grado di sospendere automaticamente la sua espulsione. La Corte ha riconosciuto la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, che vieta trattamenti inumani o degradanti, e dell’articolo 13, che tutela il diritto a un ricorso effettivo, e ha disposto un risarcimento di 8.500 euro per danno morale e 3.300 euro per spese legali. Y.K., nato nel 1984, aveva raccontato di essere stato perseguitato e torturato in Turchia per il suo attivismo politico. Dopo essere fuggito dal Paese, nel febbraio 2021 era entrato irregolarmente in Croazia dalla Serbia. Arrestato a Zagabria e trasferito nel centro di detenzione per stranieri di Ježevo, si era trovato di fronte a diverse barriere burocratiche. Nonostante avesse espresso più volte la volontà di chiedere asilo (anche in presenza dei rappresentanti della Difensora civica croata e tramite il proprio avvocato), le autorità non avevano registrato la richiesta e avevano continuato a trattarlo come una persone migrante da espellere. Secondo la Corte, la polizia croata approfittò della vulnerabilità del richiedente – privato della libertà, senza contatti con il suo legale e sottoposto a isolamento con il pretesto della quarantena Covid – per indurlo a firmare documenti di “rimpatrio volontario” verso la Macedonia del Nord. Quel consenso, osservano i giudici di Strasburgo, non fu affatto libero: Y.K. era stato dissuaso dal presentare domanda d’asilo con la minaccia di restare a lungo detenuto e con la promessa di una partenza “tranquilla” se avesse accettato di lasciare il Paese. La Corte ha sottolineato che le autorità croate erano perfettamente consapevoli del rischio di persecuzione che l’uomo avrebbe corso in caso di ritorno in Turchia e che, in ogni caso, prima di allontanarlo, avrebbero dovuto valutare se la Macedonia del Nord fosse davvero un Paese sicuro, verificando l’effettivo accesso alla procedura d’asilo. Nulla di tutto ciò è stato fatto. Inoltre, il legale di Y.K. non aveva ricevuto copia dei provvedimenti di espulsione e non aveva potuto presentare ricorso, perché nessuno dei rimedi giuridici disponibili in Croazia prevedeva la sospensione automatica della misura di allontanamento. Per la Corte di Strasburgo, la partenza di Y.K. non fu quindi volontaria ma il risultato di una pressione esercitata dalle autorità con l’obiettivo di evitare che potesse formalizzare la richiesta di protezione internazionale. In questo modo, la Croazia ha violato i suoi obblighi derivanti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, privando un richiedente asilo del diritto a essere ascoltato e a ottenere una valutazione reale del rischio di persecuzione. «La Corte europea condanna nuovamente la Croazia per violazioni dei diritti dei richiedenti asilo – commenta il Consorzio Italiano di Solidarietà (ICS) – Ufficio Rifugiati -. La sentenza, ormai definitiva, riconosce che la Croazia ha violato il diritto d’asilo nei confronti di Y. K., cittadino turco di origine curda, che cercava protezione dopo essere fuggito da persecuzioni politiche e torture. Invece di garantirgli accesso alla procedura d’asilo, le autorità croate lo hanno detenuto e poi espulso, esponendolo al rischio di nuove violenze». L’ICS sottolinea che la decisione «conferma quanto denunciato da anni dal Centro per gli Studi sulla Pace di Zagabria e da numerose organizzazioni per i diritti umani: la Croazia espelle sistematicamente e illegalmente i rifugiati, negando loro il diritto di asilo, la rappresentanza legale e l’accesso alla giustizia». Il Consorzio accoglie la sentenza come «una vittoria della giustizia e un riconoscimento delle gravi violazioni in atto alle frontiere europee» e rinnova l’appello alle istituzioni «a porre fine ai respingimenti, garantire accesso all’asilo, assistenza legale e rimedi effettivi a tutte le persone in cerca di protezione». La sentenza, effettivamente, ribadisce un principio già affermato in precedenti decisioni come M.H. e altri c. Croazia 1: uno Stato non può eludere il principio di non refoulement fingendo che un richiedente asilo abbia “scelto” di partire, se quella scelta è stata estorta in un contesto di detenzione e isolamento. Si richiama così ancora una volta i Paesi europei al rispetto sostanziale, e non solo formale, del diritto d’asilo e delle garanzie procedurali che ne sono parte integrante. 1. Il capolinea dello stato di diritto: la Croazia e la rotta balcanica, tra Schengen, l’Unione europea e violazioni sistematiche dei diritti umani alle frontiere, Francesco Luigi Gatta – Diritto, Immigrazione e Cittadinanza. ↩︎
Nel cuore di Trieste, un contro-evento artistico e politico riaccende la memoria del Silos
Arianna Locatelli 1 L’articolo è disponibile in francese sul blog Échanges et Partenariats (E&P). Il Silos sgomberato, oggi circondato da inferriate e comunicazioni del Comune Il 21 giugno 2024, a Trieste è stato sgomberato il Silos, una struttura adiacente alla stazione centrale che per anni ha rappresentato un rifugio spontaneo per le persone in movimento arrivate dalla Rotta Balcanica. Negli spazi del Silos, quest’anno, è giunto il Cirque du Soleil con lo spettacolo Alegría – In a New Light, invitato dal Comune, dal teatro Rossetti e da Coop Alleanza 3.0. La narrazione pubblica che ha accompagnato l’evento ha descritto il Silos come un luogo di degrado da “restituire” alla città. In risposta, nei mesi precedenti all’arrivo del Circo, attivistə, cittadinə e solidali hanno scritto una lettera aperta per raccontare un’altra storia: quella di un luogo precario ma attraversato da relazioni, scambi e forme di resistenza quotidiana. In reazione a questa narrazione parziale, nei mesi precedenti all’arrivo del Cirque du Soleil, un gruppo nutrito di cittadinǝ, attivistǝ e solidali ha deciso di scrivere una lettera aperta al Circo per raccontare un’altra storia sul luogo che avrebbe abitato per un mese, consapevoli del fatto che artiste e artisti non potevano esserne al corrente. Notizie ALEGRÌA AL SILOS DI TRIESTE: LETTERA APERTA AL CIRQUE DU SOLEIL Una memoria collettiva contro la retorica della riqualificazione 27 Maggio 2025 Perché il Silos di Trieste, luogo nato dal basso come conseguenza delle inefficienze del sistema di accoglienza e di asilo italiano, nonostante le difficoltà e la precarietà, non è stato solamente un luogo di degrado e miseria. È stato uno spazio di incontro e scambio, una casa rotta (Khandwala dal pashto) in cui cucinare, dormire, giocare a cricket, fare festa, imparare l’italiano, un rifugio in risposta alle violenze dei confini europei, un atto di riappropriazione dello spazio da parte di persone che, seppur ostacolate da un sistema escludente, hanno saputo creare un’alternativa. In una lettera, inviata sempre dal gruppo di solidali questa volta direttamente agli artisti, si legge: PH: Andrea Vivoda (Sabato 2 marzo 2024 centinaia di persone hanno attraversato il Silos) Now, let’s bring you in. Close your eyes and picture a large, empty space. Imagine countless tents on the ground, furniture scattered around, strings hanging between the arches to dry clothes. Objects that represented an attempt to give meaning to that space. From the end of 2023, that intention was soon supported: solidarians began entering the Silos with speakers and board games. Where now lies the Grand Chapiteau, supporters mobilised to cut the grass and organise cricket matches. With a bit of idealism, someone planned a party. A banner outside read “Khandwala welcomes Trieste. From abandoned to welcoming places”: Silos – or Khandwala as inhabitants used to call it – invited the city to a 12-hour feast. Some cooked rice for 400 people, others ran back and forth with plates; some met for the first time, others lit fires, beat drums, or played trumpets. From that party, Silos constantly took new forms. Schools came to visit, people gathered for lunch, art and photography classes. At sunset, musicians used to sing traditional resistance songs. Some walls were painted, flags of various nations timidly appeared next to the Italian one. Paper banners were filled with poems, new words scribbling down so as not to forget. One night, even a fire breather came to perform his magic tricks. A theater workshop was suggested (though it was never held)». In seguito allo sgombero si è parlato poco dello spazio del Silos. Nessuna alternativa è stata fornita e le richieste di attivistǝ e solidali sono rimaste inascoltate. Lo sgombero non ha rappresentato una soluzione, ma solamente un’ulteriore violenza della frontiera, un atto di rimozione ed esclusione, volto a spezzare le reti di solidarietà e a rendere ancora più invisibili le persone migranti. Gli edifici di Porto Vecchio, occupati dopo lo sgombero del SIlos, rappresentano oggi la nuova versione di Khandwala Oggi, a Trieste, esistono altri Silos. Il bisogno di richiedenti asilo e persone in movimento di un luogo da abitare ha spinto le persone a occupare i magazzini di Porto Vecchio, strutture adiacenti a quelle del Silos. Queste nuove versioni di Khandwala, però, sono più problematiche e meno comunitarie perché non sono riuscite a ricreare quel clima di condivisione e festa che, a tratti, si generava nel Silos, quel senso di appartenenza nato in diversi attori e attrici che per diverse ragioni lo hanno frequentato negli anni. Locandina per la giornata del 21 Per tutti questi motivi, per raccontare una storia diversa, si è deciso di organizzare una giornata di festa e memoria – il 21 giugno 2025, a un anno dallo sgombero – in Piazza della Libertà, luogo cardine della vita migratoria triestina, a poche centinaia di metri dal Silos, dal Grand Chapiteau del Cirque du Soleil e dai magazzini del Porto Vecchio. L’intento è stato quello di ricordare ciò che il Silos è stato e farlo rivivere per un giorno in uno spazio pubblico della città. Nella lettera aperta, che ha raccolto quasi 1.500 firme in pochi giorni, si esprimeva il desiderio di una presa di coscienza collettiva sulla storia del Silos e si lanciava un invito diretto al Cirque du Soleil: portare fuori dal tendone, a disposizione di tutt3, quell’alegría promessa dal loro spettacolo. L’invito è rimasto inascoltato dalle istituzioni e dal circo, ma l’organizzazione della giornata è proseguita con delle open call ad artistǝ locali triestinǝ per creare un Cirque du Silos durante la giornata del 21. L’organizzazione ha coinvolto la cittadinanza solidale, da attivisti a titolo personale, a volontari, persone in movimento, partiti e associazioni locali. CIRQUE DU SILOS: LA GIORNATA DEL 21 GIUGNO Da piazza della Libertà, il 21 giugno, è passata molta gente. L’obiettivo di raggiungere un pubblico più ampio, non direttamente coinvolto nella vita migratoria e solidale, è riuscito solo in parte, ma per un giorno piazza della Libertà è tornata a vestirsi di quell’allegria che si poteva trovare nel Silos. Senza retorica, in maniera consapevole, cittadinǝ, attivistǝ e richiedenti asilo hanno condiviso una giornata di musica, teatro, chiacchiere e memoria. La mattina si sono svolti vari interventi di persone che per motivi diversi sono entrati a contatto con la realtà del Silos, cercando di ragionare attorno a una serie di tematiche che ad oggi più che mai risultano urgenti e attuali, non solo per Trieste ma per il sistema di asilo e accoglienza nazionale. Dopo un pranzo condiviso, si è dato avvio a una serie di laboratori artistici, performance ed esercizi teatrali che hanno coinvolto i partecipanti per tutto il pomeriggio. La giornata si è poi conclusa con l’usuale distribuzione serale della cena in piazza della libertà. Ma per un giorno, il clima che si respirava anche durante la distribuzione, è stato caratterizzato dall’energia che si è vissuta durante tutto l’arco dell’evento, con danze condivise al centro della piazza. Foto della giornata del 21 Tutta la giornata si è costruita attorno a una domanda semplice e urgente, che stride con la narrativa delle istituzioni e dei media sull’arrivo del Cirque du Soleil: perché dall’Alegría promessa da municipio, Rossetti, Coop e Circo sono state escluse le persone che hanno abitato per anni il Silos? Il progetto del Cirque si inserisce in un’ottica ormai dominante in tantissime città italiane (e non solo): quella di una riqualificazione urbana volta però alla turistificazione, che rimuove tracce considerate indesiderabili. Con un prezzo medio di 80 euro a biglietto, lo spettacolo è rimasto inaccessibile a chi – secondo la retorica istituzionale – avrebbe vissuto in quel “degrado” tanto denunciato. Il progetto di tale riqualificazione non parte dal basso, non va incontro alle esigenze delle persone che quello spazio lo hanno abitato. La volontà è quella di creare una vetrina escludente, mentre a Trieste – e non solo – centinaia di Silos continuano ad esistere, come centinaia di sgomberi che non portano ad alcuna soluzione se non a ulteriore precarietà. Reportage e inchieste TRIESTE, CITTÀ DI FRONTIERA Piazza Libertà, dove il confine prende corpo 1 Luglio 2025 Nella lettera agli artisti, due dei ragazzi coinvolti nell’organizzazione hanno provato a descrivere lo spettacolo del Silos. Consapevoli dell’estrema precarietà, partecipi della bellezza. Bellezza che il 21 in piazza si è rivista in una giornata che ha lasciato tuttǝ soddisfattǝ e paghǝ di un’energia che si è creata spontaneamente attorno allo scambio, all’arte, ai racconti. Concludo il racconto di questa giornata di “gioia e rivoluzione” (dal nome del gruppo organizzativo) con le parole che si leggono nella lettera agli artisti citata precedentemente: «We’re not here to offer answers or dictate your actions. We believe artists are not inherently problem-solvers, nor should they be. We are here to share and reflect. Because before any show arrived, an art already existed here – performed daily in acts of resistance, gestures of survival, and stories shared despite the violence endured. This art wasn’t official or remembered, but it was real». Uno spettacolo già esisteva. Uno spettacolo di resistenza, sopravvivenza, di storie intrecciate, di atti di cura e condivisione. Uno spettacolo che si tenta in continuazione di sradicare, di soffocare, di invisibilizzare. Consapevoli della necessità di lavorare su un sistema di accoglienza che sia più efficace e che non sia oggettificante, è necessario conservare la memoria di luoghi e realtà come quella del Silos, lottando per il diritto delle persone di rivendicare uno spazio, un luogo da abitare e da vivere in quanto proprio. Uno dei laboratori artistici-teatrali organizzati lungo la giornata.«We are here to share possibilities, meanings, myths, joy. We need to return Silos its lost Alegrìa. We hope to welcome you as guests in this construction of new worlds» 1. Mi sono laureata in antropologia culturale ed etnologia a Bologna. Sono un’attivista e una studentessa e negli ultimi anni ho girato varie città seguendo progetti di ricerca e volontariato su diverse frontiere in supporto alle persone in movimento. Attualmente lavoro per Migreurop e recentemente sono entrata nel CD di OnBorders ↩︎
SERBIA: DOPO L’ULTIMATUM AL GOVERNO PIAZZE SEMPRE PIU’ OCEANICHE
IL 28 giugno, data della battaglia di Kosovo Polje nel 1389, ricorrenza fondamentale in Serbia, è stato lanciato dagli studenti serbi un ultimatum al governo presieduto da Vučić: elezioni anticipate o manifestazioni oceaniche con nuove forme di azione di piazza.  La richiesta di dimissioni del governo e le conseguenti mobilitazioni straordinarie vanno avanti da primo […]