
Trieste. Continuano gli sgomberi al Porto Vecchio
Progetto Melting Pot Europa - Wednesday, February 18, 2026GIULIA INGALLINA E ARIANNA LOCATELLI 1
Sembra ormai una prassi settimanale quella degli sgomberi dei diversi edifici facenti parte del complesso di porto vecchio a Trieste.
In questa area, da mesi, decine di richiedenti asilo hanno trovato riparo in città mentre, nella maggior parte dei casi, attendono di avviare i processi di regolarizzazione sul territorio italiano o che si liberi un posto in accoglienza.
Come raccontato nelle scorse settimane dalle associazioni e dalle persone solidali presenti sul territorio, gli sgomberi si sono susseguiti con ritmo serrato nell’ultimo periodo.
Il primo è avvenuto a dicembre, giorno in cui è stato ritrovato il corpo di Magoura Hichem Billal, 32enne algerino morto per il freddo che, in inverno a Trieste, mette a rischio la vita delle persone costretto a trovare ripari di fortuna. Dopodiché se ne sono verificati altri tre, e ad ogni sgombero è corrisposta la chiusura di uno degli edifici di porto vecchio.
L’ultimo, lo scorso giovedì 5 febbraio 2026, ha interessato il magazzino numero 118, abitato da persone senza fissa dimora ed escluse dal circuito dell’accoglienza.
L’edificio ospitava circa una cinquantina di persone che, alle 8 del mattino, all’avvio delle operazioni, sono state costrette a uscire e a raccogliere in fretta i propri averi, prima che l’ingresso venisse murato, lasciandole fuori da quella che era diventata la loro abitazione.
Gli agenti di polizia, dopo aver ordinato l’evacuazione, hanno atteso che il magazzino fosse vuoto rientrando nel furgone per ripararsi dalla pioggia, mentre chi era costretto a “traslocare”, senza alcuna informazione, rimaneva privo di una soluzione alternativa.
A rendere ancora più disumana l’operazione è il fatto che, a differenza degli sgomberi precedenti, questa volta non sia stato predisposto alcun trasferimento né alcuna forma di presa in carico, neppure prettamente formale, da parte delle autorità presenti.
Più che in altre occasioni, le persone sgomberate sono state ignorate e abbandonate da chi avrebbe dovuto garantirne l’assistenza: nessuna identificazione, nessun orientamento, nessun trasferimento verso strutture di accoglienza.
Solo gli attivisti solidali e le associazioni che sul territorio offrono supporto alle persone in movimento – come sempre tenute all’oscuro delle decisioni – hanno raggiunto l’area, dopo aver ricevuto nel tardo pomeriggio del giorno precedente la notizia dell’imminente operazione di polizia.
Quella che si è verificata con l’ultimo sgombero è stata una mera azione di forza, priva di ogni intenzione di migliorare le condizioni di vita delle persone presenti ma, anzi, riproducendo il meccanismo dell’abbandono a pochi metri di distanza.
Dopo l’uscita coatta, infatti, con i loro averi in mano, le persone non hanno avuto altra scelta se non spostarsi nell’edificio di fronte, il magazzino numero 6, almeno fino a quando anche questo non verrà sgomberato. Senza neppure il tentativo di predisporre un’alternativa – nemmeno di quelle parziali e di facciata adottate negli sgomberi precedenti – si rafforza una deriva verso la normalizzazione di simili situazioni.
Una forma di violenza strutturale sempre più tacita e preoccupante, nella misura in cui non vi è nemmeno più la necessità di simulare attenzione ai diritti umani, ma si può arrivare ad agire esplicitamente in violazione di essi. Ciò a cui si assiste è una gestione emergenziale e spettacolarizzata, che per la “risoluzione” del “problema” sacrifica e nega i diritti fondamentali delle persone coinvolte.
Come denunciato all’interno dell’ultimo comunicato stampa del Consorzio Italiano di Solidarietà, questa volta emerge ancora più chiaramente la “progressiva dismissione delle responsabilità istituzionali, che si traduce in un abbandono pianificato di persone titolari del diritto alla protezione e all’accoglienza, in aperto contrasto con gli obblighi giuridici internazionali e interni assunti dallo Stato italiano.” 2
Gli sgomberi e la giustificazione della riqualificazione storico culturale degli edifici
Questo episodio si inserisce nel quadro complessivo della situazione in città dove centinaia di richiedenti asilo sono esclusi dal sistema di accoglienza, sospesi in un vuoto giuridico ed esistenziale alimentato da prassi illegittime della questura e operazioni spettacolari e vuote delle forze dell’ordine.
La Questura di Trieste ostacola l’accesso alla procedura d’asilo
La denuncia nel rapporto «Accesso Negato»
29 Dicembre 2025Gli interventi finalizzati a “liberare porto vecchio dagli occupanti” vengono gestiti come operazioni straordinarie di controllo coordinate dalla Prefettura, in attuazione delle decisioni assunte dal Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica (C.P.O.S.P.).
La sicurezza pubblica richiamata a giustificazione degli sgomberi non sembra includere però la tutela delle persone costrette a vivere a Porto Vecchio, che sono le uniche a subire concretamente il disagio di quelle condizioni. Se l’obiettivo dichiarato è la salvaguardia, essa non comprende evidentemente chi abita quegli spazi, dal momento che alle azioni di forza non segue alcuna attivazione di misure di protezione.
Nell’ultimo mese simili operazioni si sono fatte più frequenti. Al “maxi trasferimento” del 3 dicembre 2025 avvenuto durante lo sgombero dei magazzini 2 e 2A, si sono susseguiti:
- Il 22 gennaio 2026, lo sgombero dell’edificio numero 4 con lo spiegamento di un ampio, e quasi ridicolo, dispositivo di sicurezza composto da polizia di stato, carabinieri, guardia di finanza, vigili del fuoco e polizia locale, e il supporto di contingenti di rinforzo e coordinamento tecnico-operativo della questura di Trieste. Questo per l’evacuazione, a cui poi è corrisposta la presa in carico e il trasferimento della metà delle persone, senza alcun chiaro criterio di selezione. Un centinaio di esse sono rimaste per strada, alcune delle quali da mesi nella medesima situazione. L’edificio è stato poi sigillato per la “messa in sicurezza”, vero obiettivo dell’operazione a discapito della tutela delle persone aventi diritto all’accoglienza 3.
- Il 28 gennaio 2026 l’operazione di sgombero ha coinvolto circa 180-200 persone (donne, uomini e coppie) divise prima tra chi aveva i documenti relativi alla richiesta di asilo e chi no, e poi caricati, in numero minore, sui bus diretti in questura per l’identificazione e, sembrerebbe, il successivo trasferimento a casa Malala. Durante l’operazione sono stati sgomberati e sigillati i magazzini numero 7 e 10 e sono state prese in carico circa 80-90 persone, mentre un centinaio – tra cui due nuclei familiari – sono rimaste escluse dal trasferimento e abbandonate sul luogo alla fine delle operazioni 4
L’obiettivo di questi sgomberi viene giustificato con la riqualificazione dell’area del Porto Vecchio di Trieste, una vasta zona portuale dismessa da oltre cinquant’anni, oggi costellata di magazzini e capannoni abbandonati.
Parte di questi edifici sono stati occupati, soprattutto in seguito allo sgombero del Silos6, da richiedenti asilo o aspiranti richiedenti asilo che vengono esclusi dal sistema di accoglienza.
Dopo anni di abbandono, nel 2023 viene approvato dalla Giunta Comunale e sviluppato dal gruppo COSTIM (controllato da POLIFIN) un piano di riqualificazione degli edifici di Porto Vecchio, nominato “Porto Vivo” 5.
Le comunicazioni ufficiali hanno presentato il progetto come un’operazione di rigenerazione urbana che mira a trasformare un’area storica e abbandonata in un polo culturale, turistico ed economico di rilevanza regionale ed europea, senza mai menzionare come si stia, nei fatti, organizzando il processo che, per la riqualificazione dell’area sacrifica i diritti delle persone.
Dai dati comunicati 6, l’intervento interesserebbe 66 ettari di area, con 5 moli, 35 edifici storici (hangar e magazzini ottocenteschi) e un’estensione di circa 3 km di spazi, per un ammontare di 600 milioni di euro.
Le somme previste per tale intervento vanno ad aggiungersi ai 50 milioni di euro già stanziati nell’ambito del Piano Stralcio “Cultura e Turismo” (FSC 2014-2020) per l’intervento “Porto Vecchio di Trieste”, attualmente in corso 7.
Alcuni progetti di conversione degli edifici sembrano già noti, il capannone 1 (Molo IV) dovrebbe essere ristrutturato per ospitare l’archivio storico dell’Autorità Portuale; i magazzini 2 e 4 destinati al trasferimento degli uffici regionali, ed altri magazzini saranno alienati a privati per la riqualificazione, in conformità con le linee guida del masterplan.
L’obiettivo è completare i lavori entro il 2030 che procederebbe, come da dichiarato sul sito del ministero della cultura9: “con interventi di tutela, valorizzazione e messa in rete del patrimonio […] L’obiettivo è quello di restituire alla città un’area portuale dismessa, ma anche e soprattutto generare processi virtuosi in ambito culturale e ambientale”.
Mentre si inneggia al rispetto del patrimonio storico ci si dimentica però di tutelare le persone che vengono abbandonate proprio come per anni sono stati abbandonati quegli edifici che ora sembrano essere diventati un bene di primaria importanza.
Inoltre, la “restituzione alla città” appare poco credibile, dal momento che il progetto sembra orientato più a trasformare l’area in una vetrina per turisti e croceristi che a renderla realmente accessibile e fruibile dalla cittadinanza.
Quanto può dirsi sostenibile una riqualificazione che procede attraverso operazioni capaci di produrre trattamenti degradanti nei confronti di chi quell’area è costretto a viverla?
Tutto questo avviene inoltre in un contesto in cui da anni associazioni e attivisti solidali si battono per l’apertura di strutture di prima accoglienza, attualmente non sufficienti nel territorio triestino. Le ingenti risorse previste per l’attuazione del progetto finiscono per suonare come una beffa di fronte alle ripetute dichiarazioni di assenza di fondi per far fronte alla cosiddetta “emergenza accoglienza”.
Il contrasto è evidente: da un lato investimenti milionari per la riqualificazione dell’area, dall’altro l’asserita impossibilità di reperire risorse per garantire soluzioni dignitose a chi si trova senza un riparo. Inoltre, il fatto che tali finanziamenti non siano neppure in minima parte destinabili all’attivazione di misure alternative di accoglienza a seguito degli sgomberi, rende palese come la questione non sia economica, ma politica, rivelando il disinteresse strutturale nei confronti delle persone lasciate senza tutela.
Il piano sopra citato diventa il pretesto per portare avanti delle operazioni che le istituzioni ambivano da tempo: l’eliminazione di soggetti indesiderati i cui diritti non sono considerati rilevanti ma, anzi, sacrificabili.
Così la creazione di uno spazio “cittadino”, immaginato come un prototipo quasi futuristico tra grandi palazzi votati all’economia e al turismo, finisce per diventare la giustificazione mediatica di una strategia di “pulizia” che mira non tanto alla celebrata riqualificazione di edifici storici – che, una volta trasformati, rischiano di conservare ben poco della loro storia – quanto all’allontanamento sistematico di persone “non benvenute”.
La violazione del diritto nascosta dalla propaganda dei media
Vivere a Porto Vecchio è una condizione che deriva direttamente dalle scelte istituzionali di non accoglienza e dalle strategie di deterrenza messe in atto, di cui gli sgomberi fanno parte.
Dallo sgombero del Silos, avvenuto il 21 giugno 2024, non sembra esserci mai stata la volontà di progettare soluzioni alternative conformi alle disposizioni di legge e rispettose dei diritti dei richiedenti asilo.
Può sembrare persino superfluo doverlo ribadire, eppure c’è chi continua a ignorare che il diritto d’asilo è un diritto sancito dalla Costituzione (all’articolo 10, comma 3) 8 e che il diritto all’accoglienza discende dalla direttiva 2013/33/UE 9 dell’Unione Europea, la quale impone agli Stati membri di garantire condizioni di vita dignitose fin dal momento della manifestazione della volontà di chiedere protezione e per tutta la durata della procedura.
Recepita nell’ordinamento italiano con il D.Lgs. 142/2015 10, tale direttiva obbliga lo Stato ad assicurare standard minimi di accoglienza per i richiedenti asilo, standard che a Trieste risultano evidentemente disattesi.
Inoltre, all’articolo 11 del decreto attuativo, viene specificato come:
“Nel caso in cui è temporaneamente esaurita la disponibilità di posti all’interno dei centri […] a causa di arrivi consistenti e ravvicinati di richiedenti, l’accoglienza può essere disposta dal prefetto [..] in strutture temporanee, appositamente allestite, previa valutazione delle condizioni di salute del richiedente, anche al fine di accertare la sussistenza di esigenze particolari di accoglienza.”14
Dunque, neppure in situazioni emergenziali si dovrebbe assistere all’abbandono di persone costrette a vivere per strada, prive di qualsiasi misura di tutela attivata dalle istituzioni. Quest’anno, inoltre, a Trieste non sono state predisposte soluzioni alternative – come, ad esempio, l’allestimento temporaneo di palestre o di altri spazi comunali – optando di fatto per non offrire alcuna risposta all’emergenza freddo e lasciando le persone esposte alla precarietà.
In questa situazione aumentano i numeri delle vittime di Stato: dopo i decessi di Hishem Bilal Magoura, Shirzai Farhdullah, Nabi Ahmad, Muhammad Baig, un cittadino nepalese di 43 anni, Sunil Tamang, è stato soccorso il 10 gennaio 2026 per arresto cardiaco all’interno dei magazzini del Porto Vecchio di Trieste ed è morto tre giorni dopo all’ospedale di Cattinara.
Eppure, il giorno precedente si era presentato in questura per manifestare la volontà di chiedere protezione internazionale, alla quale la legge fa corrispondere una presa in carico, tanto più necessaria in presenza di condizioni di vulnerabilità. Nonostante avesse dichiarato le proprie condizioni fisiche, era stato respinto dagli agenti senza che venisse attivata alcuna procedura di accoglienza 11
La situazione risulta ancora più paradossale se pensiamo che gli arrivi a Trieste non rispecchiano affatto i numeri di emergenzialità che si vuole far credere. Negli ultimi mesi, le persone arrivate in città, dopo l’attraversamento della frontiera, sono in media 29 al giorno 12, una quota perfettamente gestibile se ci fosse la volontà di organizzare un sistema funzionale e rispettoso dei diritti delle persone.
Si potrebbero predisporre strutture a bassa soglia, organizzare trasferimenti più frequenti e programmati, raccogliere tempestivamente le domande di asilo, evitando di lasciare le persone in strada, costrette a presentarsi ogni giorno in questura per vedersi respingere con motivazioni illegittime.
Mantenere una cornice emergenziale, alimentando l’idea di un’invasione e dell’impossibilità di gestire i numeri, si rivela però la scelta più efficace sul piano mediatico.
L’obiettivo sembra essere quello di consolidare una narrazione che stigmatizza e criminalizza “lo straniero che occupa impropriamente edifici pubblici”, come se non fosse una scelta obbligata. Sembra che nessuno, ai piani alti, voglia effettivamente provare a trovare una soluzione per le persone che si trovano costrette ad occupare questi spazi, a vivere in condizione disumane proprio a causa della negligenza del sistema che dovrebbe accoglierle e che invece le abbandona.
Non solo le istituzioni omettono di attivare strutture di accoglienza alternative come indica la legge, costringendo le persone a cercare riparo in autonomia, ma, quando queste riescono a trovare una sistemazione a Porto Vecchio, le autorità intervengono con gli sgomberi ad allontanarle anche da quel rifugio precario.
Il “problema” viene semplicemente spostato da un luogo di fortuna a un altro: prima il Silos, ora i magazzini del Porto Vecchio, che uno dopo l’altro vengono chiusi e svuotati dalle persone che li abitano, la cui presenza dovrebbe essere riconosciuta, non rimossa o ignorata.
“emerge con chiarezza una strategia che mira unicamente a rimuovere la presenza di persone dai magazzini, spingendole ad allontanarsi e tentando progressivamente di chiudere – uno dopo l’altro – i luoghi di riparo informale che esse riescono a trovare. Ma quando l’ultimo magazzino sarà stato sgomberato e sigillato, cosa succederà? Le autorità non sembrano porsi il problema, quel che è certo è che i richiedenti asilo abbandonati non spariranno nel nulla.”
Dal comunicato stampa 13 di ICS
Strategicamente, i media rendono visibili le persone in movimento quando serve alimentare la retorica dell’“invasione”; le invisibilizzano, invece, quando l’obiettivo è farle scomparire dallo spazio urbano e sottrarre allo sguardo pubblico anche le operazioni attraverso cui vengono allontanate, operazioni che spesso comportano la compressione di diritti fondamentali.
Con questi sgomberi, questo è quello che sta avvenendo, una rimozione dal panorama cittadino di persone “indesiderate” che vengono escluse dagli spazi della città e da delle tutele che gli spetterebbero. Non si tratta semplicemente di liberare edifici, ma di ridefinire chi può abitare la città e chi, invece, deve esserne tenuto ai margini, privato di riconoscimento e di diritti.
Lo spazio urbano può essere letto come «mediatore di rapporti di potere» 14 luogo in cui si producono e si rendono visibili processi sociali e politici, dinamiche di significazione e pratiche di territorializzazione. Tali processi si iscrivono in un quadro più ampio di tecnologie politiche orientate a “governare la vita” e a controllare la mobilità attraverso dispositivi di coercizione e di imposizione.
In questo senso, la gestione dello spazio si traduce in vere e proprie “cartografie delle persone”, da eliminare, inglobare, ricollocare o ricondurre a una posizione ritenuta accettabile, secondo piani urbanistici che finiscono per produrre esclusione.
Se lo spazio dell’inclusione coincide con lo spazio del cittadino riconosciuto, è proprio a partire da qui che emergono le figure dell’esclusione e le soglie del “rigetto dalla società”. Ciò che sta accadendo a Trieste può essere letto alla luce di un contesto politico più ampio in cui, come denunciava Balibar 15, si profila il rischio di un «apartheid europeo».
Il confine, infatti, non si dissolve una volta attraversata la frontiera geografica ma si inscrive nei corpi, nelle pratiche di profilazione razziale, nelle gerarchie che determinano la posizione sociale degli individui. I processi di confine superano la linea fisica e si riproducono come confini sociali, stabilendo le soglie di in-appartenenza.
Le persone da “escludere” vengono dapprima relegate ai margini della città, come nel caso di Porto Vecchio, e poi progressivamente e silenziosamente rimosse anche da quegli spazi periferici, attraverso strategie come gli sgomberi.
Tramite queste forme di de-territorializzazione, la società mantiene l’“altro” in una condizione di esternalità permanente, negandogli qualsiasi effettivo “diritto alla città” 16 e arrivando, in ultima istanza, a mettere in discussione il riconoscimento stesso dei diritti in quanto persona.
È qui che si produce l’invisibilità totale: un’esclusione costruita attraverso l’in-accoglienza, la relegazione in luoghi di fortuna lontani dal centro e la reiterazione degli sgomberi, con l’obiettivo di tenere queste presenze fuori dalla vita cittadina e quotidiana, fino a produrne la «scomparsa sociale» 17– un esito che può realizzarsi solo attraverso la sistematica compressione dei diritti fondamentali.
- Mi sono laureata in antropologia culturale ed etnologia a Bologna. Sono un’attivista e una studentessa e negli ultimi anni ho girato varie città seguendo progetti di ricerca e volontariato su diverse frontiere in supporto alle persone in movimento. Attualmente lavoro per Migreurop e recentemente sono entrata nel CD di OnBorders ↩︎
- Dal comunicato stampa di ICS: Porto Vecchio, sgombero senza accoglienza: murato l’edificio 118, persone lasciate senza tutele – ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà ↩︎
- Il nuovo sgombero in Porto Vecchio lascia in strada oltre 100 persone – ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà ↩︎
- Dal comunicato di ICS del 29 gennaio 2026: Nuovo sgombero in Porto Vecchio: trasferimenti insufficienti e diritti negati ↩︎
- Approvata in Giunta la proposta di valorizzazione e rigenerazione urbana dell’area di Porto Vecchio – Porto Vivo, Comune di Trieste (luglio 2024) ↩︎
- Qui i dettagli degli interventi ↩︎
- Qui i dettagli dell’intervento ↩︎
- La Costituzione – Articolo 3 | Senato della Repubblica ↩︎
- Direttiva 2013/33/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale ↩︎
- DECRETO LEGISLATIVO 18 agosto 2015, n. 142 – Normattiva ↩︎
- In Porto Vecchio la sospensione dei diritti mette a rischio la vita, Comunicato ICS (10 gennaio 2026) ↩︎
- Dati dal Report di dicembre 2025 di IRC (International Rescue Committee) ↩︎
- Porto Vecchio, sgombero senza accoglienza: murato l’edificio 118, persone lasciate senza tutele ↩︎
- Cappello, C., Cingolani, P., & Vietti, F. (2023). Etnografia delle migrazioni. Temi e metodi di ricerca.
Roma: Crocci Editore. ↩︎ - Balibar, E. (2001). Nous, citoyens d’Europe? Les frontières, l’État, le peuple. Parigi: La Découverte. ↩︎
- Lefebvre, H. (2014). Il diritto alla città. Verona: Ombre Corte. ↩︎
- Agier, M. (2008).Gérer les indésirables. Des camps de réfugiés au gouvernement humanitaire.
Parigi: Flammarion. ↩︎