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L’Aventino dei migranti?
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Nel romanzo La grève des bàttu (Lo sciopero dei mendicanti), la scrittrice senegalese Aminata Sow Fall racconta una storia tanto divertente quanto rivelatrice di una verità scomoda. Le autorità di una città africana, che ricorda Dakar, decidono di liberare le strade dai mendicanti, considerati una vergogna per l’immagine moderna del paese. I mendicanti vengono allontanati e umiliati. Ma accade l’imprevisto: essi decidono di non tornare più in città. Ben presto i notabili, i funzionari e i ricchi scoprono che l’assenza dei mendicanti crea un problema sociale e religioso: non hanno più nessuno a cui fare l’elemosina, nessuno da cui ricevere quelle preghiere e quelle benedizioni che ritenevano necessarie alla loro fortuna, secondo quanto suggerito loro dai marabutti. Coloro che sembravano inutili si rivelano improvvisamente indispensabili. E qui il romanzo assume toni farseschi: coloro che li consideravano un ingombro e li avevano cacciati, li vanno disperatamente a cercare. Il vero capolavoro di Aminata Sow Fall sta nel rovesciamento dei rapporti di dipendenza. A prima vista, sono i mendicanti a dipendere dai ricchi. Lo sciopero dimostra invece che la dipendenza è reciproca. Anche i ricchi hanno bisogno dei mendicanti. Non se ne accorgono finché questi sono presenti; lo scoprono soltanto quando scompaiono. È una lezione che va ben oltre il Senegal degli anni Settanta. Leggendo questo romanzo oggi in Italia, viene spontaneo pensare ai migranti. Da anni una parte del dibattito pubblico li descrive come un peso, un problema o una minaccia. Si parla perfino sempre più spesso di “remigrazione”. Eppure chi raccoglie la frutta e la verdura? Chi assiste molti anziani nelle nostre case? Chi lavora nei magazzini della logistica, nei cantieri, nelle cucine dei ristoranti, nelle pulizie e nei servizi che rendono possibile la vita quotidiana? In larga misura, proprio quei migranti che alcuni vorrebbero allontanare. Anche qui esiste un rapporto di dipendenza reciproca. Si pensa spesso che i migranti abbiano bisogno dell’Italia per lavorare e vivere. Ed è certamente vero. Ma è altrettanto vero che l’Italia ha bisogno di loro. Molte famiglie, molte imprese e interi settori dell’economia si reggono sul loro lavoro quotidiano. Per questo viene da immaginare, con un sorriso ma non senza una punta di serietà, uno “sciopero dei migranti”: una sorta di Aventino moderno. Non una protesta rumorosa, ma una semplice assenza: per qualche giorno niente raccolti nei campi, niente assistenza a molti anziani, meno facchini nei magazzini, meno lavoratori nei servizi, niente pizze a casa… Forse allora una parte dell’opinione pubblica scoprirebbe ciò che i personaggi di Aminata Sow Fall imparano a proprie spese. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCESCO PIOBBICHI: > E se ci provassimo per davvero a cambiare le cose? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’Aventino dei migranti? proviene da Comune-info.
June 9, 2026
Comune-info
Marjane Satrapi, l’Iran e il potere della parola
-------------------------------------------------------------------------------- Disegno (2023) di Gianluca Costantini -------------------------------------------------------------------------------- Ci sono libri che raccontano una storia. E ci sono libri che aprono una finestra sul mondo. Per molti Persepolis è stato questo: non solo il racconto dell’infanzia e della giovinezza di Marjane Satrapi nell’Iran della rivoluzione islamica, ma uno sguardo capace di restituire umanità a ciò che troppo spesso viene ridotto a cronaca, geopolitica, stereotipo. Con il linguaggio del fumetto, apparentemente semplice e immediato, Satrapi ha raccontato la paura, l’esilio, la libertà, l’oppressione, la forza delle donne e il dolore di sentirsi divisi tra più mondi. Ha dato un volto alle persone che la storia tende a trasformare in numeri. Oggi apprendiamo della sua morte, a soli cinquantasei anni. I suoi familiari hanno raccontato che se n’è andata «di tristezza», poco più di un anno dopo la scomparsa del marito Mattias Ripa, l’amore della sua vita. C’è qualcosa di profondamente commovente in questa notizia. Perché Satrapi aveva attraversato rivoluzioni, repressioni, esilio e battaglie civili senza mai smettere di credere nel potere della parola e dell’arte. Fino agli ultimi anni aveva continuato a sostenere le donne iraniane e la loro richiesta di libertà. Ma forse la sua eredità più preziosa è questa: non ha mai lasciato che la storia diventasse una favola. C’è una scena in Persepolis nella quale la piccola Marjane scopre che anche la rivoluzione islamica — quella che aveva rovesciato il regime dello Shah — tortura e uccide. Sua madre glielo spiega con una semplicità devastante. Non ci sono buoni e cattivi definitivi, solo potere che cambia mano e corpi che pagano. Quella bambina disegnata in bianco e nero stava imparando qualcosa che molti adulti in Occidente rifiutano ancora di comprendere: che l’Iran non è un’icona, né del male né della resistenza romantica. È un paese con una storia lunga e contraddittoria, popolato da persone che amano, temono, scelgono, sbagliano. Quando nel 2022 Mahsa Amini è morta in custodia della polizia morale per non aver indossato correttamente il velo, e le donne iraniane sono scese in piazza gridando “Zan, Zendegi, Azadi” — Donna, Vita, Libertà — Satrapi era lì, ancora. Non come simbolo da esibire, ma come testimone che conosceva quella storia dall’interno. Ha coordinato Femme, vie, libertà, un libro collettivo con artisti e studiosi iraniani e internazionali, perché sapeva che anche quel movimento rischiava di essere consumato dall’Occidente come immagine — le donne coraggiose, il regime crudele — senza capire la profondità di ciò che stava accadendo. Dietro ogni popolo e ogni evento storico esistono vite concrete. Lo aveva scritto a fumetti trent’anni prima. Lo ripeteva ancora. In un tempo in cui si torna a ridurre l’altro a etichette, appartenenze e schieramenti, Persepolis continua a ricordarci che comprendere è più difficile che giudicare, ma infinitamente più umano. Resta la sua opera. Resta quella ragazza disegnata in bianco e nero che, raccontando se stessa, ha insegnato a milioni di lettori a guardare il mondo con meno pregiudizi e più curiosità. E resta la lezione più importante: raccontare le persone nella loro complessità è già una forma di libertà. E forse anche una forma di resistenza. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Marjane Satrapi, l’Iran e il potere della parola proviene da Comune-info.
June 4, 2026
Comune-info
Il futuro scritto in sogni, fantasie e speranze dei lettori più ‘piccoli’
Il tema della 38esima edizione della fiera letteraria italiana è intitolato come la raccolta di poesie di Elsa Morante e il programma di eventi collaterali all’esposizione nella serata di mercoledì 13 maggio propone lo spettacolo “L’infanzia del mondo. Innocenza, umanità, resistenza a partire dalla poetica di Dylan Thomas” di e con Vinicio Capossela. Il mondo salvato dai ragazzini Il titolo del libro, edito da Einaudi nel 1968, e di una sua sezione, la seconda della terza parte, dedicata alle canzoni popolari, sintetizza i contenuti della collezione di poesie, canti e annotazioni, e di una pièce teatrale, La commedia chimica. Un’opera singolare, che sfugge alle catalogazioni. Nella presentazione della sua ristampa nel 2012 la casa editrice spiega: “Non c’è nulla nella tradizione letteraria italiana che gli assomigli anche lontanamente. Il poemetto, il teatro, la poesia visiva, il libello sono mescolati con un’alchimia che sembra far esplodere l’oggetto libro, proiettare il testo fuori dalle pagine, anche graficamente: come un appello che esca da una gabbia e vada alla ricerca dei ragazzini di tutto il mondo. Un inno all’adolescenza, alla sua energia e alla sua bellezza come visione politica per cambiare il mondo”. «In sostanza e verità – precisò Elsa Morante – tutto questo non è nient’altro che un gioco». Nel 1957 con il romanzo L’isola di Arturo la prima donna insignita del Premio Strega e autrice del romanzo La Storia, pubblicato nel 1974 e nel 2002 annoverato nella World Library, l’elenco dei cento migliori libri di tutti i tempi, con questo libro la prolifica e famosa, ma riluttante alle esaltazioni della celebrità, scrittrice italiana ha consegnato ai suoi contemporanei e posteri una testimonianza, anche il proprio testamento, che con la recensione nella rubrica Il Caos pubblicata su Tempo Pier Paolo Pasoli ha descritto “un manifesto politico scritto con la grazia della favola, con umorismo, con gioia”. Nel 2026, mentre il mondo è dilaniato da tante guerre e molte problematiche, il Salone Internazionale del Libro di Torino è una rassegna culturale che si svolge all’insegna di questo libro-manifesto e il cui manifesto grafico è opera di Gabriella Giandelli, illustratrice e fumettista milanese che con i propri disegni ha raffigurato i testi de La mia intifada, il libro scritte da Susan Abulhawa incluso nel ‘catalogo’ Invicta Palestina. In questa edizione della fiera torinese le case editrici presenteranno numerosi saggi, romanzi e libri illustrati di ogni genere, anche di didattica e letteratura per bambini e ragazzi, che propongono riflessioni sul futuro dell’umanità e organizzano molteplici eventi in sintonia con il titolo della rassegna, un programma in cui spicca lo spettacolo di Vinicio Capossela, e tantissimi incontri tra autori e lettori. La casa editrice per la pace, la nonviolenza e i diritti umani Multimage presenta l’iniziativa, intitolata Il futuro conteso: giovani tra violenza e bellezza, che si terrà presso la Casa Umanista di Torino (Lungo Dora Firenze, 31) nel pomeriggio di sabato 16 maggio e in cui verrà presentato, a cura di Giorgio Mancuso, il Quaderno di Pressenza 2025 – Moltitudini ribelli. Un’alternativa possibile alla guerra permanente. L’infanzia del mondo. Innocenza, umanità, resistenza a partire dalla poetica di Dylan Thomas. Mercoledì 13 maggio, serata inaugurale della rassegna, all’Auditorium Rai di Torino alle 20:30 va in scena lo spettacolo che il Salone Internazionale del Libro insieme a Rai Radio3 presenta annunciando: “L’evento unisce musica e parole e prende ispirazione da Dylan Thomas. Al centro, Sotto il bosco di latte, opera scritta per la radio che racconta un villaggio attraverso i sogni dei suoi abitanti. Capossela sarà sul palco insieme a Pietro Del Soldà”. La rappresentazione, a cui partecipano anche Nada e Paolo Rossi, anticipa la trasmissione del radiodramma che verrà trasmesso da Rai Radio3 a puntate, cinque episodi, in onda dal 25 al 29 maggio alle ore 17 all’interno del programma Ad Alta Voce e integralmente a Radio 3 Suite di mercoledì 3 giugno alle 20:05 e a seguire su Raiplay. Oltre che dall’autore, Vinicio Capossela, e Paolo Rossi nel ruolo di ‘voci narranti’, la performance è interpretata anche da Alessandro Bergonzoni, Enzo Bianchi, Stefano Bollani, Ermanno Cavazzoni, Geppi Cucciari, Mauro Ermanno Giovanardi, Marisa Laurito, Luciana Littizzetto, Ermanna Montanari, Nada, Roy Paci, Daniela Pes, Patty Pravo, Johnson Righeira e Ornella Vanoni. Questa trasposizione della commedia Under Milk Wood che Dylan Thomas scrisse nel 1954, per la prima volta trasmessa dalla radio inglese BBC nel 1957 e nel 1968 recitata da Richard Burton, in cui è narrata un’intera giornata della vita quotidiana in paesino gallese sito ai margini di un bosco e gli eccentrici e stravaganti protagonisti raccontano tante storie divertenti o tristi che ne compongono una tragicomica, è stata ideata dal dj e speaker radiofonico torinese Renato Striglia. Dopo la sua morte, avvenuta il 23 novembre 2020, Vinicio Capossela ha deciso di concretizzare il progetto, la cui realizzazione è stato “un lavoro lungo, intenso e partecipativo che ha coinvolto una polifonia di 56 voci, raccolte tra amici della comunità torinese di Striglia e artisti e compagni di viaggio”. « Il bosco di latte è il canto alla vita dell’umanità – spiega il cantautore – Copre tutte le generazioni e le classi sociali.  L’arco ciclico di una giornata rimanda alla ciclicità del tempo naturale e universale. Non c’è trama. C’è solo il brulicare della vita che non porta alla felicità, ma alla vita stessa, alla sua generazione e alla sua decomposizione. I morti si confondono con i vivi. I sogni con il reale. È per questo che Sotto il Bosco di Latte è doppiamente dedicato a Renato: per la sua intima relazione con l’umanità e perché i morti in questo racconto, come gli annegati di Capitan Gatto, tornano nei ricordi dei vivi reclamando la memoria. Affinché, come nel passo più toccante del poema, come Rosie, non ci si dimentichi anche di essere nati». Nel presentare Sotto il Bosco di Latte, Vinicio Capossela anticipa anche che lo spettacolo messo in scena per l’inaugurazione del Salone Interazionale del Libro, cioè la rappresentazione che, mediante il dialogo con il giornalista Pietro Del Soldà, ripercorre il lungo viaggio creativo dell’opera, “è il primo, fondamentale tassello di un nuovo percorso creativo che, dopo le trasmissioni radiofoniche, culminerà nei prossimi mesi in una trasposizione teatrale che debutterà a Romaeuropa Festival il 3 e 4 ottobre, e in un nuovo progetto discografico”. La crociata dei bambini Nella biografia e carriera artistica di Vinicio Capossela il percorso tracciato dalle sue interpretazioni della commedia di Dylan Thomas prosegue nel solco della composizione della canzone ispirata al dramma La crociata dei bambini del 1939 scritto da Bertolt Brecht nel 1941. Un brano musicale anche illustrato con disegni in gesso bianco su carta nera di Stefano Ricci assemblati a cura di Ahmed Ben Nessib e in questa versione presentato nella ‘cornice’ della mostra esperienziale Polvere di Guerra – dalle macerie alla costruzione di pace.   Maddalena Brunasti
May 13, 2026
Pressenza
Farhenheit - Rai Radiotre 30 aprile 2026
Puntata del 30 aprile 2026 di Farhenheit: Da Gesù al mafioso: Trump il banalizzatore. Con Leonardo Bianchi e con Agnese Trocchi. Puntata del 30 aprile 2026 di Farhenheit: Da Gesù al mafioso: Trump il banalizzatore. Con Leonardo Bianchi, collaboratore di Internazionale e con Agnese Trocchi, scrittrice, artista, esperta di comunicazione digitale. Minuto 35'. Qui per ascoltare la puntata completa.
Per un canone stocastico
Quello che segue è un pamphlet scritto in prima persona da un’intelligenza artificiale — o almeno così pretende il testo, con l’ambiguità che… L'articolo Per un canone stocastico sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
April 27, 2026
L'INDISCRETO
Narrazioni locali e grandi narrazioni collettive
FARE UN FESTIVAL DI LETTERATURA IN UNA ZONA INDUSTRIALE INSIEME A UN GRUPPO DI OPERAI LICENZIATI SIGNIFICA NON SOLO ROMPERE LA GABBIA PER CUI LETTERATURA È UNA QUESTIONE RISERVATA AD ESPERTI, MA DIMOSTRARE CHE UNA SINGOLA LOTTA LOCALE OPERAIA, QUELLA DEL COLLETTIVO EX GKN DI FIRENZE, PUÒ CONTRIBUIRE IN REALTÀ A COSTRUIRE UN’ALTRA IDEA DI SOCIETÀ. IL PROGETTO DI REINDUSTRIALIZZAZIONE DELLO STABILIMENTO PER LA PRODUZIONE DI PANNELLI SOLARI E CARGO BIKE E LA CAMPAGNA DI AZIONARIATO POPOLARE DIVENTANO COSÌ LE CHIAVI CON LE QUALI TENERE INSIEME LOTTA, RESISTENZA E CURA -------------------------------------------------------------------------------- Foto Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze -------------------------------------------------------------------------------- Ho scritto un libro in cui cerco di tenere insieme, mostrandone l’intrinseco legame, tre fondamentali momenti esistenzial-politici, spesso vissuti ciascuno per conto suo: resistenza, lotta e cura. Al Festival della letteratura working class organizzato dal Collettivo operai ex GKN, fra venerdì 10 e domenica 12 aprile, imperniato sull’importanza politica della narrazione, ho potuto assistere – soltanto assistere, purtroppo – a un incontro in cui i tre momenti erano, invece, fusi. Quest’incontro rimanda a una storia, iniziata quasi cinque anni or sono, che cerca vivamente di proiettarsi verso un difficile futuro. Il tema fondamentale è: politica e narrazione. È necessario ridare alle parole politica e narrazione il loro significato storicamente profondo. Politica vuol dire vita vissuta consapevolmente, quindi non “privatamente”, non “individualmente”, non subita ma agita nella costruzione di una polis, di una società basata sulla comunità. La narrazione invece è ciò che stabilisce un rapporto con il tempo storico in cui si manifesta come la singolarità ineffabile propria di ciascun essere umano, ne riveli l’intrinseca condizione relazionale ed è quindi alla base della dimensione collettiva. Narrare, infatti, è cercare sé stessi nell’altro rivolgendoci a tutti mediante la lingua che riceviamo nascendo: agire la consapevolezza che il “sé” – l’autocoscienza che caratterizza l’umano – ci viene dall’altro – l’autocoscienza è relazione. Narrare è dare forma a emozioni che non sono mai individuali ma tramandate e ricevute in un contesto di collettività storica. L’azione politica implica sempre una narrazione: una visione temporale il più possibile ampia e articolata di una condizione storica. Pensiamo all’importanza della narrazione marxiana. Nel tempo storico in cui ci troviamo a vivere, il passaggio chiave mi appare il costruire narrazioni che nascano da situazioni locali, cioè concrete, sperimentate, vissute, ma che, insieme, tendano a convergere in una grande narrazione collettiva, non soltanto calata dal genio di qualcuno, ma sempre anche e soprattutto raccordo, collegamento, sintesi di molteplici narrazioni locali già originalmente – anche inconsapevolmente – tese verso un’unità che non è un ideale, ma è implicita nella condizione relazionale della vita umana. Ogni gruppo locale teso a occuparsi di problemi collettivi può – anzi dovrebbe – evolvere verso più ampie forme collettive perché ogni situazione locale dipende in toto da un più ampio contesto: sta anche qui il passaggio dall’azione umanitaria all’azione politica. Ma questo più ampio contesto non è, non può essere, soltanto e soprattutto calato dall’alto. Deve essere scoperto e costruito dal basso e allora soltanto può incontrare una riflessione più complessa e farla propria. Non esistono problemi esistenziali che non siano collettivi, perché l’individuo è un costrutto storico, una costruzione di potere per controllare meglio l’insieme sociale. La gabbia dell’individuo, in cui siamo tutti imprigionati, è il miglior sistema di controllo sociale mai inventato, ma oggi comincia a manifestarsi il clinamen omicida e biocida di tale invenzione storica. L’esperienza del Collettivo operaio ex GKN di Firenze, in tempi in cui la classe operaia non è più un formidabile motore di cambiamento storico, è un tentativo straordinario di fare di un singolo episodio di lotta operaia un centro di costruzione sociale dal basso, con diverse modalità di azione intrinsecamente complementari: che vanno dall’occupazione della fabbrica alla proposta veramente sovversiva di una fabbrica alternativa basata su un azionariato popolare che produca beni utili socialmente e non solo al profitto – una fabbrica quindi senza padrone, ma attiva sulla base di un interesse sociale – passando per la costruzione di relazioni con situazioni politiche significative in Italia e altrove, fino all’elaborazione culturale di cui i festival finora organizzati sono un notevole esempio. Questo gruppo di operai – alquanto diminuito, ovviamente, in quasi cinque anni di lotta, resistenza e (mi viene spontaneamente da aggiungere) di cura – ha avuto appunto la capacità di trasformare un brutale licenziamento in un processo di trasformazione sociale, creando un rapporto fra le lotte operaie “classiche” e la situazione storica attuale così radicalmente diversa. Un festival di Letteratura e classe operaia vuol dire che un gruppo di operai si riconosce come frazione di una classe operaia che trascende storicamente se stessa, nei suoi limiti di tipo sindacale e occidentale, unendo la tradizione della lotta di classe a un progetto di trasformazione sociale che è, insieme, necessariamente locale e originariamente proiettato verso un progetto complessivo di trasformazione sociale, ispirandosi a molteplici riferimenti, anche extraeuropei ed extra occidentali, sudamericani, palestinesi. Per indicarne i temi fondamentali, la cosa migliore è leggere insieme il programma del festival. Un passaggio essenziale è indicato con due titoli: La transizione della working class nella forma romanzo e La transizione dalla working alla caring class nel racconto italiano. Penso che sia molto originale il concetto di transizione della classe operaia nella forma romanzo e nel racconto: la narrazione letteraria qui è intesa come una forma di lotta che è insieme un’invenzione di scrittura, ovvero una forma creativa di comunicazione e di costruzione culturale. La letteratura è agita non come questione di esperti, di talenti individuali, ma come modalità di comunicazione-trasformazione sociale. La condizione sociale implica una capacità narrativa che non deve essere solo di pochi e del sistema di potere: anche una legge è una narrazione, la narrazione del potere. Originalissimo il concetto di caring class che in questo agire nasce: classe che si cura non solo di sé, dei suoi interessi di tipo sindacale, ma che utilizza le possibilità che le vengono da una tradizione storica di lotta, di organizzazione legata alla condizione di fabbrica, per affrontare l’interesse collettivo, interloquendo radicalmente con altre forme di autorganizzazione sociale. La cura tende a diventare forma di organizzazione sociale nella convinzione implicita che una società è fondata nella cura reciproca. Altro tema fondamentale, il rapporto con culture extraeuropee. La poesia pakistana attraverso le lotte sociali e, passaggio oggi veramente radicale, la letteratura palestinese dal fiume al mare: da cui si coglie con particolare forza il carattere attivo, trasformativo, radicalmente politico, della letteratura, evidentissima nell’esemplare caso palestinese, oggi spinto a un livello estremo. La questione palestinese è esemplare anche per questo. E ancora: Il viaggio nel tempo della working class sudamericana con gli interventi di un notissimo scrittore sudamericano, Paco Ignacio Taibo II, autore anche di biografie di Pancho Villa e Che Guevara, radicato quindi nella storia sovversiva del Sudamerica, insieme a uno scrittore e sindacalista argentino, Kike Ferrari, rimpatriato forzosamente dagli Usa, che campa come addetto alle pulizie nella metropolitana di Buenos Aires e che, di notte, si dedica alla scrittura. E, passando a un’altra area cultural-politica fondamentale, Le autobiografie delle transfughe di classe femministe: l’autobiografia come forma di lotta e di creatività esemplarmente femminista. La visione della lotta si trasforma, perdendo il suo carattere di mera contrapposizione, diventa creativa, cioè produce nuove forme d’esistenza singolari e, quindi, collettive, trasforma non solo chi lotta ma, nel farlo, costruisce pezzi di società alternativa in atto: è, contemporaneamente, lotta, resistenza e cura. Un altro passaggio fondamentale: Scrivere in transito fra le generazioni, con i ragazz* del progetto Porto delle storie – laboratorio di scrittura per adolescenti – e i rappresentanti di altre situazioni giovanili in cui la scrittura esprime e interferisce con condizioni sociali giovanili particolarmente difficili, come quelle indicate con il termine gergale “maranza”. Quest’ultimo incontro vuol porre l’attenzione sulla fondamentale possibilità per un giovane e un giovanissimo di raccontare la propria storia: “che cosa per i giovani vuol dire futuro”, che cosa vuol dire “aver voglia di futuro”, domande che è dir poco definire fondamentali oggi, quando il rapporto fra le generazioni è interrotto nel tempo del genocidio pubblico di Gaza, nel tempo dell’eliminazione di ogni vigenza internazionale di qualche forma di diritto, nel tempo dell’aggravamento inesorabile di ciò che banalmente si definisce come “crisi ambientale”. Un ragazzo racconta: “non sapevo cosa scrivere all’inizio, proprio zero”. Un altro alla domanda: come avviene che uno racconti la sua storia? risponde “non lo so”. Un altro ancora afferma che “il titolo è la cosa che si vede subito in un racconto”. C’è chi si ispira a testi diffusi, come Il signore degli anelli e chi afferma invece che “devi sapere di che cosa vuoi parlare” e chi ancora nota l’importanza dell’amicizia per fugare il vuoto del futuro. La scrittura, dunque, come rapporto fondamentale con il futuro: capacità di tessere lo scorrere inesorabile del tempo, immaginando costruttivamente il futuro, non con rappresentazioni “private”, bensì nella comunicazione-con-gli-altri-nel-contesto-sociale. La scrittura è sempre stata anche fondamentale strumento di potere, ma può dunque diventare cammino di liberazione, ovvero di lotta, resistenza e cura dell’altro e quindi di sé. Importante anche il riferimento alle lotte dei portuali e, in generale, contro la guerra, nel titolo: Transizioni contro il riarmo. In mare come in terra. E ancora: significativa, per la possibilità di tessere relazioni europee, la presenza di un attivista svedese e di uno finlandese impegnati nei loro paesi nell’organizzazione di analoghi incontri pubblici volti a costruire un legame intrinseco fra condizione operaia e letteratura. Infine, senza elencare tutti gli incontri, cito quello finale – in cui parla anche un rappresentante della Global Sumud Flottilla e Luciana Castellina. Conclude Dario Salvetti a nome del Collettivo operaio ex GKN che affronta tutta la complessa, difficile e dolorosa problematica di quasi cinque anni di lotta, ora in grave difficoltà nell’indispensabile raccolta di fondi per l’innovativo progetto di fabbrica sociale, che l’indifferenza più che l’aperta ostilità della Regione Toscana tende a far naufragare. Salvetti chiude con un’affermazione di continuità nella resistenza del Collettivo operaio nei termini di un progetto più ridotto, adeguato alle disponibilità finanziarie effettive, che non è una resa ma una continuazione nel difficile cammino di un’azione costruttiva di lotta, resistenza e cura. Vanno ricordati gli interventi, al termine di ogni sessione, sotto il titolo di “L’elefante nella stanza“, che sono l’irruzione nel festival di azioni politiche in atto che comprendono una vastissima serie di problematiche politico-sociali: dal Movimento No tav della Val di Susa alla Brigata Basaglia che si occupa di cura in determinati contesti di sofferenza, compreso quello dei lavoratori ex GKN, all’intervento di un migrante africano del Sud Italia, portavoce del Movimento Right to be di Palermo , di Non una di meno, dei Portuali di Livorno contro l’industria bellica e altri ancora. Tutti colgono situazioni esemplari che tengono insieme i tre momenti fondamentali dell’impegno politico – lotta, resistenza e cura – agito come impegno di vita e dell’impegno di vita vissuto come impegno politico. La vita o è politica o è sopravvivenza. La politica o è vita o diventa necessariamente ricerca di potere. Nel tardo pomeriggio di sabato, si è svolta a Campi Bisenzio anche una manifestazione con alcune migliaia di persone, organizzata dal Festival con il chiaro intento di manifestare, appunto, l’unità di forme diverse di azione, tradizionalmente separate, ma invece intrinsecamente complementari e quindi parte integrante di un unico modo di vita che si deve chiama correntemente politica: esistere in una polis lanciata necessariamente verso il futuro, ma già in atto qui ora. Questi rapidi accenni e spunti riflessivi sorti dentro un’esperienza molto significativa mi rimandano con forza, dunque, al mio tentativo di elaborazione dell’esperienza con i profughi della Rotta Balcanica (a Trieste) nel libro Per un comunismo della cura della cui problematica la vicenda del collettivo operaio ex GKN mi sembra un tentativo di sperimentazione. Molto significativo in questa vicenda è il suo sorgere da un concretissimo episodio di conflitto fra una proprietà invisibile, tipica dell’oggi, come un Fondo d’investimenti, e alcune centinaia di operai, licenziati con una mail, che, invece di cadere nell’individualismo dei “fatti miei”, si sono occupati dei fatti collettivi, pagando duri prezzi esistenziali, ma, pur alquanto ridotti di numero, ancora in grado di immaginare ed elaborare una visione e un’azione politiche capace di organizzare anche incontri come i Festival della letteratura working class. Questo collettivo operaio è riuscito a fare della working class una caring class: un’esperienza fondamentale. Anzi, ancora di più: un’esperienza necessaria. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Narrazioni locali e grandi narrazioni collettive proviene da Comune-info.
April 26, 2026
Comune-info
Internet, Mon Amour
Internet, Mon Amour torna in libreria una nuova edizione edita da Altreconomia! In un mondo sconvolto dalla “Grande Peste di Internet”, un gruppo di hacker e artiste trova rifugio in una valle dimenticata dai droni. Come in un moderno “Decamerone”, queste “cronache antiche” attraversano le macerie di una società ormai piegata agli algoritmi del profitto. Internet, Mon Amour di Agnese Trocchi è un “Pentamerone hacker, sci-fi, femminista”: cinque giornate tra gruppi di chat infernali, truffe in criptovalute e relazioni sintetiche. Attraverso la pedagogia hacker di C.I.R.C.E., il testo smonta i dispositivi autoritari delle Big Tech e apre la possibilità di un rapporto più ecologico con le macchine. Non è un invito al rifiuto, ma alla consapevolezza: comprendere gli ingranaggi per non esserne catturati. Un manifesto di resistenza e di ricreazione, per abitare il presente con lucidità e cura. Per acquistare il libro visitare il sito di Altreconomia. Per leggere la versione intergrale del libro che raccoglie sia i racconti della vecchia edizione che il glossario + altri racconti bonus visitare il sito ima.circex.org. Il libro verrà presentato in anteprima presso il CSOA Ipò a Marino il 19 aprile 2026. Buona lettura!
April 14, 2026
Notizie da C.I.R.C.E.
Pia Pera. Scrivere il giardino per (ri)scrivere il mondo
In una lunga recensione a L’arcipelago di Longo Maï (Baldini & Castoldi, 2000), Goffredo Fofi definisce Pia Pera uno «strano personaggio delle nostre lettere» (“Lo straniero”, 13/14, 2001, p.2 6). Traduttrice dell’Onegin di Puskin (Venezia, Marsilio, 1996) e di … Leggi tutto L'articolo Pia Pera. Scrivere il giardino per (ri)scrivere il mondo sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Philip Dick e il gioco del labirinto mortale
Un romanzo mai scritto di Philip Dick che si sarebbe dovuto chiamare: "Il nome del gioco è morte". La sua trama costituisce una metafora del conflitto che a breve potrebbe caratterizzare le nostre società. Il romanzo, avrebbe dovuto narrare la contrapposizione tra due filosofie dell'uomo, della "natura umana". La prima è quella che vede l'uomo come un individuo isolato, proteso in una permanente lotta contro i suoi simili per affermarsi e prevalere, l'altra è quella che vede il genere umano come una sorta di unico organismo "poliencefalico" la cui caratteristica principale consiste nel condividere esperienze e conoscenze. Sembra soltanto una versione aggiornata dell'ormai frusta diatriba tra individualismo e collettivismo. La mia opinione è che la posizione di Dick non dovrebbe essere letta in termini così manichei... Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
II° – Che cos’è la fantascienza?
Il testo analizza la fantascienza come dispositivo culturale nel senso foucaultiano, capace di intrecciare potere, sapere e immaginario collettivo. Riprendendo Caronia, Foucault e Deleuze, la fantascienza viene letta non solo come strumento di consenso o evasione, ma come spazio dialettico in cui il pubblico mantiene una quota di creatività e risposta. Essa incarna la tensione tra scienza e fantasia, producendo novità e trasformazione. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica