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Ritrovare lo sguardo del poeta
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- È sempre più difficile imparare a muoversi liberamente tra informazioni, dati, teorie. C’è un bisogno diffuso enorme, che non riguarda soltanto ragazzi e ragazze, di un’alfabetizzazione di base indispensabile per valutare il grado di validità dei concetti che utilizziamo nell’interpretare il mondo e ciò che facciamo nella vita di ogni giorno. Pasolini, una vita anzi due (Editori Laterza) per molte ragioni è un testo di grande valore non solo perché racconta lo sguardo del poeta sul mondo, ma soprattutto perché riesce nell’intento di non isolare Pasolini dal tempo che lui viveva e interpretava con lucidità e passione. Celestini dimostra prima di tutto che per sapere quello che qualcuno ha detto bisogna andarselo a leggere e studiare in profondità, il che richiede sempre pazienza e fatica. “Nella camminata di queste pagine – si legge all’inizio del libro – mi rifaccio tutta la strada per incontrarlo nei libri e nei film, nelle parole e nelle immagini. Per guardare in questo tempo appena passato come lo guardava lui. Come lo vedeva Pasolini ai tempi di Pasolini…”. Una delle conseguenze di questa lezione fondamentale è rompere il ridicolo quanto pericoloso e persistente tentativo della destra di appropriarsi di Pasolini, associandolo al proprio immaginario. Negli ultimi anni, per inventarsi che Pasolini la pensa come loro, sempre più spesso estrapolano frasi che, fuori dal loro contesto, piegano come vogliono. Naturalmente il libro dimostra perché Pasolini sia stato una voce scomoda e necessaria, capace di analizzare il conflitto tra sfruttati e sfruttatori con uno sguardo sempre indipendente e critico. Pasolini, come pochi, ha anticipato la mutazione antropologica della società capitalistica. C’è un passaggio nel libro, apparentemente marginale, ma assai significativo in questo scenario. Celestini racconta come Pasolini da bambino abbia vissuto con la sua famiglia a Parma, Conegliano, Belluno, Sacile, Cremona, Scandiano, oltre che Reggio Emilia e Bologna: “È possibile immaginare questo bambino che ascolta lingue diverse nelle diverse città e paesi…”. Un ascolto arricchito dai tanti viaggi e dall’incontro con persone ricche e povere, ma anche sconvolto da un mondo che comincia a bruciare per l’avvicinarsi della guerra. È evidente che questo esercizio di ascolto avrebbe segnato per sempre il modo di vivere e di raccontare di Pasolini. Inevitabilmente emergono anche alcune risonanze tra lo stile narrativo e teatrale di Celestini e lo sforzo pasoliniano di dare voce agli ultimi, alle molte Mariacarmen che abitano il mondo, alle periferie geografiche e umane: su questo fronte Poveri cristi, volume in cui di Ascanio Celestini raccoglie e rielabora i suoi ultimi tre spettacoli teatrali, resta un capolavoro. Celestini e Pasolini rifiutano l’assuefazione al presente ma risultano scomodi perché entrambi, in modo diverso, si chiedono cosa significhi cercare di rinunciare sempre alla violenza ma soprattutto al potere per cambiare il mondo. Ascanio ci ha confessato recentemente la sua difficoltà a raccontare in questo tempo. Non sappiamo se sia il dilagare della sofferenza sociale nel mondo e il dominio della violenza che precipitano in modo così aggressivo sugli animi riflessivi, empatici e inquieti come quello di Ascanio. Sappiamo però che abbiamo un gran bisogno della sua attitudine all’ascolto e all’elaborazione delle storie altrui. Pasolini, ricorda Ascanio, si definiva uno “scrittore che inventa schemi di favole”: forse entrambi, in un mondo che produce incubi su scala industriale, con le loro storie e le loro “favole” ci permettono prima di tutto di rompere, per dirla con Stefania Consigliere, la paralisi dell’immaginazione, quell’incapacità di guardare oltre le mura della prigione che ci sta soffocando. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ritrovare lo sguardo del poeta proviene da Comune-info.
October 10, 2026
Comune-info
Tolkien contro Tolkien
Un intervento tenuto al Fabcom di Fabriano che ripercorre il trionfo planetario di Tolkien negli ultimi venticinque anni, la sua banalizzazione commerciale sistematica… L'articolo Tolkien contro Tolkien sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
September 2, 2026
L'INDISCRETO
Hermann Broch / Una Eneide incompiuta
Quando Th. S. Eliot nell’ottobre 1944 celebrava Virgilio, presso la Virgil Society di Londra, collocandolo al centro della civiltà europea, “in una posizione che nessun altro poeta può condividere o usurpare”, sull’altra sponda dell’Atlantico il profugo austriaco Hermann Broch (1886-1951), uno spirito peraltro affine a Eliot, attendeva alla quinta versione de La morte di Virgilio (che sarebbe uscita nel 1945 in tedesco e in traduzione inglese). Opera ibrida, difficilmente ascrivibile a un genere letterario, il “romanzo” di Broch era il frutto di otto anni di continue rielaborazioni, a partire dalla novella Il ritorno di Virgilio del 1937. Non aduso a studi classici, Broch trasse ispirazione per il suo lavoro dalla lettura del saggio del filosofo cattolico Theodor Haecker, Virgilio. Padre dell’Occidente (1931), che enfatizzava il sostrato precristiano di Virgilio: il ruolo di Virgilio come “pagano avventista” è sicuramente importante nella visione redentrice e utopica di Broch, tuttavia ciò che attrasse in particolare Broch nella biografia virgiliana fu l’analogia da lui rinvenuta tra la fase di transizione vissuta da Virgilio (tra guerra civile e dittatura, decadenza del paganesimo e nuove forme religiose) e l’età moderna, contrassegnata dalla guerra e dal consolidamento del fascismo in Europa e da una crisi di valori etici e culturali che Broch non si stancava di indagare da anni in sede saggistica e romanzesca. La morte di Virgilio narra le ultime diciotto ore di vita del poeta, tra il 21 e il 22 settembre del 19 a.c., e riporta, perlopiù nella forma del flusso di coscienza reso con il discorso indiretto libero, impressioni, ricordi, meditazioni sull’arte, sulla morte, sul tempo, nonché sogni e allucinazioni del Virgilio morente, dall’approdo nel porto di Brindisi al trasferimento in lettiga attraverso i suburbi della città sino all’arrivo nel palazzo imperiale. Fulcro ideologico del romanzo è il dialogo con Augusto, in cui Virgilio esprime la sua volontà di bruciare l’Eneide, peraltro non terminata. Il fascino della rivisitazione dell’antico operata da Broch risiede, oltre che nella straordinaria potenza suggestiva del monologo virgiliano, anche nella natura intrinsecamente moderna delle inquietudini che attanagliano il poeta: Virgilio rifiuta un’arte che ha abdicato a un orizzonte di senso trascendente e si esaurisce nel culto di una bellezza che è ornamento, vanità, gioco, ricerca del plauso dei potenti, ma non “conoscenza” e creazione di un linguaggio comunitario. La letteratura ha allontanato Virgilio dal popolo e dalle sue sofferenze, ne ha fatto un individuo asociale e solitario: in ciò Broch denuncia la natura parassitaria dell’arte rispetto alla vita e approfondisce quella dicotomia tra arte e vita che costituisce un tema centrale della cultura tedesca del Novecento, da Kafka a Mann, da Benn a Thomas Bernhard. Al termine del colloquio Virgilio cede alle pressioni di Augusto e accetta che l’Eneide sopravviva, a condizione che i suoi schiavi vengano liberati. Il destino delle plebi oppresse e delle masse ingovernabili è oggetto di svariate riflessioni nel romanzo e riflette i timori di Broch dinanzi alla politica populista dei fascismi europei in cui le masse incolte divengono facili prede per falsi profeti: evidente dunque è il riferimento alla contemporaneità quando Augusto lamenta la difficoltà di governare “quattro milioni di cittadini romani (…) che seguono senza un’opinione chiunque sappia giocare con l’abbagliante e seducente abito della libertà”. Nel lungo finale Broch evoca con un linguaggio superbamente mistico e arcano il “ritorno a casa” di Virgilio, che suggella la chiusura dell’“anello del tempo”, ricongiungendo la fine con l’inizio. Molto bella è la nuova traduzione del romanzo, approntata da Vito Punzi (la precedente era quella einaudiana di Aurelio Ciacchi del 1962), che domina valorosamente la debordante sintassi brochiana e rende con precisione e finezza la musicalità del testo originale.   L'articolo Hermann Broch / Una Eneide incompiuta proviene da Pulp Magazine.
August 17, 2026
Pulp Magazine
Interferare: spazio di scomodità culturale in cui riscoprire la funzione anti-isolazionista della parola
La rassegna culturale che presenta libri e poesie propone incontri e scontri per costruire connessioni tra autori, testi, personaggi, lettori e operatori editoriali nasce dalla presa di coscienza sul carattere delle interazioni umane e di quelle esplicitamente editoriali. “La gran parte delle iniziative culturali si limitano a mettere un autore di fronte ad un intervistatore, senza favorire una reale interazione tra i protagonisti presenti  – spiega il direttore di Interferare, Ulrich D. Estarossa, poeta autore di Acque Farsa (Transeuropa 2026) finalista al Premio Sygla XVIII, saggista economico e organizzatore culturale – Allo stesso modo la crisi sociale contemporanea è il risultato non di una dissociazione bensì di un’iper connessione esclusivamente con la propria persona. Siamo come reti wi-fi ambulanti, le cui coperture entrano in contrasto le une con le altre impedendoci di comunicare. Interferare è una interferenza culturale che riporta all’ordine tutto questo”. La rassegna si articola in quattro categorie. RASSEGNA BASE Conversazioni dedicate alle questioni che attraversano il presente con esperti del settore. Dalla psicologia alla chirurgia, passando per il giornalismo e arrivando alla politica. Quando la letteratura incontra il mondo Tra gli incontri già realizzati nell’edizione precedente si trova un approfondimento nel Disturbo Post-Traumatico da Stress, con: * Giorgia Tribuiani (Binari, Hopefulmonster) * Annalisa Di Luca (Presidente AISTED APS – TES Trauma e Sistemi) * Elena Magnani (Mare Avvelenato, Giunti Editore) MESTIERI EDITORIALI Uno sguardo sul dietro le quinte della filiera del libro. Editor, traduttori, agenti, uffici stampa, grafici, distributori, correttori di bozza, beta reader, direttori editoriali ed editori raccontano il proprio lavoro. Capire come nasce davvero un libro TAVOLO EDITORIALE Una casa editrice al centro dei riflettori. Autori diversi, spesso sconosciuti gli uni agli altri, e libri volutamente difformi pubblicati però sotto lo stesso marchio diventano l’occasione per ricostruirne catalogo, collane e filosofia editoriale. Elemento distintivo dell’incontro è una sfida retorica e lessicale basata sull’estrazione casuale di parole che mettono alla prova la capacità associativa degli autori. Tra gli incontri passati Hacca, con Francesca Scotti (La stagione delle case vuote) e Matteo Paoloni (Le impercettibili oscillazioni) PREMIO STREGA POESIA INTERFERARE è l’unica rassegna in Italia ad ospitare una selezione tra Finalisti, Candidati e Proposte alla più recente edizione del Premio Strega Poesia. L’incontro ripercorre il percorso che conduce al premio, il primo incontro con la poesia, le pubblicazioni pregresse e la struttura della raccolta protagonista. Il cuore della categoria è però Il dibattito tra componimenti: un confronto diretto tra poeti attraverso la lettura e la reazione reciproca ai propri testi, mostrando visioni compatibili, alternative o opposte. Tra gli ospiti della precedente prima edizione: * Marco Corsi (Nel dopo, Guanda) * Jonida Prifti (Sorelle di confine, MarcoSaya Edizioni) * Francesco Antonio Perozzi (On Land, Prufrock Spa) I PROSSIMI APPUNTAMENTI Martedì 23 giugno alle 19:30 – Finalisti Premio Strega Poesia 2026 con: * Fabrizio Lombardo (La linea spezzata, Donzelli Poesia) * Vincenzo Ostuni (Faldone, il Saggiatore) e la mediazione di Ulrich D. Estarossa. Giovedì 25 giugno alle 19:30 – I Cold Case con * Giuseppe Paternó Raddusa (Atlante della Nera Milanese, UTET) * Chatal Milani, antropologa ed ex Ufficiale dei RIS ROMA e la mediazione di Rosaria Scialpi, poeta e animatrice culturale tarantina esperta di mitologia (dirige infatti la rassegna MITOPEDIA), che accompagnerà/sostituirà Estarossa in diversi incontri. Sabato 27 giugno alle 19:30 – Tavolo Editoriale 8tto Edizioni con Barbara Guazzini (Il corpo inverso), Christian Verardi (La memoria dell’acqua) e Martina Tiberti (Ninin). TUTTI GLI INCONTRI SONO SVOLTI ONLINE IN DIRETTA INSTAGRAM SULLA PAGINA @interferare.rassegna Redazione Italia
June 23, 2026
Pressenza
L’Aventino dei migranti?
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Nel romanzo La grève des bàttu (Lo sciopero dei mendicanti), la scrittrice senegalese Aminata Sow Fall racconta una storia tanto divertente quanto rivelatrice di una verità scomoda. Le autorità di una città africana, che ricorda Dakar, decidono di liberare le strade dai mendicanti, considerati una vergogna per l’immagine moderna del paese. I mendicanti vengono allontanati e umiliati. Ma accade l’imprevisto: essi decidono di non tornare più in città. Ben presto i notabili, i funzionari e i ricchi scoprono che l’assenza dei mendicanti crea un problema sociale e religioso: non hanno più nessuno a cui fare l’elemosina, nessuno da cui ricevere quelle preghiere e quelle benedizioni che ritenevano necessarie alla loro fortuna, secondo quanto suggerito loro dai marabutti. Coloro che sembravano inutili si rivelano improvvisamente indispensabili. E qui il romanzo assume toni farseschi: coloro che li consideravano un ingombro e li avevano cacciati, li vanno disperatamente a cercare. Il vero capolavoro di Aminata Sow Fall sta nel rovesciamento dei rapporti di dipendenza. A prima vista, sono i mendicanti a dipendere dai ricchi. Lo sciopero dimostra invece che la dipendenza è reciproca. Anche i ricchi hanno bisogno dei mendicanti. Non se ne accorgono finché questi sono presenti; lo scoprono soltanto quando scompaiono. È una lezione che va ben oltre il Senegal degli anni Settanta. Leggendo questo romanzo oggi in Italia, viene spontaneo pensare ai migranti. Da anni una parte del dibattito pubblico li descrive come un peso, un problema o una minaccia. Si parla perfino sempre più spesso di “remigrazione”. Eppure chi raccoglie la frutta e la verdura? Chi assiste molti anziani nelle nostre case? Chi lavora nei magazzini della logistica, nei cantieri, nelle cucine dei ristoranti, nelle pulizie e nei servizi che rendono possibile la vita quotidiana? In larga misura, proprio quei migranti che alcuni vorrebbero allontanare. Anche qui esiste un rapporto di dipendenza reciproca. Si pensa spesso che i migranti abbiano bisogno dell’Italia per lavorare e vivere. Ed è certamente vero. Ma è altrettanto vero che l’Italia ha bisogno di loro. Molte famiglie, molte imprese e interi settori dell’economia si reggono sul loro lavoro quotidiano. Per questo viene da immaginare, con un sorriso ma non senza una punta di serietà, uno “sciopero dei migranti”: una sorta di Aventino moderno. Non una protesta rumorosa, ma una semplice assenza: per qualche giorno niente raccolti nei campi, niente assistenza a molti anziani, meno facchini nei magazzini, meno lavoratori nei servizi, niente pizze a casa… Forse allora una parte dell’opinione pubblica scoprirebbe ciò che i personaggi di Aminata Sow Fall imparano a proprie spese. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCESCO PIOBBICHI: > E se ci provassimo per davvero a cambiare le cose? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’Aventino dei migranti? proviene da Comune-info.
June 9, 2026
Comune-info
Marjane Satrapi, l’Iran e il potere della parola
-------------------------------------------------------------------------------- Disegno (2023) di Gianluca Costantini -------------------------------------------------------------------------------- Ci sono libri che raccontano una storia. E ci sono libri che aprono una finestra sul mondo. Per molti Persepolis è stato questo: non solo il racconto dell’infanzia e della giovinezza di Marjane Satrapi nell’Iran della rivoluzione islamica, ma uno sguardo capace di restituire umanità a ciò che troppo spesso viene ridotto a cronaca, geopolitica, stereotipo. Con il linguaggio del fumetto, apparentemente semplice e immediato, Satrapi ha raccontato la paura, l’esilio, la libertà, l’oppressione, la forza delle donne e il dolore di sentirsi divisi tra più mondi. Ha dato un volto alle persone che la storia tende a trasformare in numeri. Oggi apprendiamo della sua morte, a soli cinquantasei anni. I suoi familiari hanno raccontato che se n’è andata «di tristezza», poco più di un anno dopo la scomparsa del marito Mattias Ripa, l’amore della sua vita. C’è qualcosa di profondamente commovente in questa notizia. Perché Satrapi aveva attraversato rivoluzioni, repressioni, esilio e battaglie civili senza mai smettere di credere nel potere della parola e dell’arte. Fino agli ultimi anni aveva continuato a sostenere le donne iraniane e la loro richiesta di libertà. Ma forse la sua eredità più preziosa è questa: non ha mai lasciato che la storia diventasse una favola. C’è una scena in Persepolis nella quale la piccola Marjane scopre che anche la rivoluzione islamica — quella che aveva rovesciato il regime dello Shah — tortura e uccide. Sua madre glielo spiega con una semplicità devastante. Non ci sono buoni e cattivi definitivi, solo potere che cambia mano e corpi che pagano. Quella bambina disegnata in bianco e nero stava imparando qualcosa che molti adulti in Occidente rifiutano ancora di comprendere: che l’Iran non è un’icona, né del male né della resistenza romantica. È un paese con una storia lunga e contraddittoria, popolato da persone che amano, temono, scelgono, sbagliano. Quando nel 2022 Mahsa Amini è morta in custodia della polizia morale per non aver indossato correttamente il velo, e le donne iraniane sono scese in piazza gridando “Zan, Zendegi, Azadi” — Donna, Vita, Libertà — Satrapi era lì, ancora. Non come simbolo da esibire, ma come testimone che conosceva quella storia dall’interno. Ha coordinato Femme, vie, libertà, un libro collettivo con artisti e studiosi iraniani e internazionali, perché sapeva che anche quel movimento rischiava di essere consumato dall’Occidente come immagine — le donne coraggiose, il regime crudele — senza capire la profondità di ciò che stava accadendo. Dietro ogni popolo e ogni evento storico esistono vite concrete. Lo aveva scritto a fumetti trent’anni prima. Lo ripeteva ancora. In un tempo in cui si torna a ridurre l’altro a etichette, appartenenze e schieramenti, Persepolis continua a ricordarci che comprendere è più difficile che giudicare, ma infinitamente più umano. Resta la sua opera. Resta quella ragazza disegnata in bianco e nero che, raccontando se stessa, ha insegnato a milioni di lettori a guardare il mondo con meno pregiudizi e più curiosità. E resta la lezione più importante: raccontare le persone nella loro complessità è già una forma di libertà. E forse anche una forma di resistenza. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Marjane Satrapi, l’Iran e il potere della parola proviene da Comune-info.
June 4, 2026
Comune-info
Il futuro scritto in sogni, fantasie e speranze dei lettori più ‘piccoli’
Il tema della 38esima edizione della fiera letteraria italiana è intitolato come la raccolta di poesie di Elsa Morante e il programma di eventi collaterali all’esposizione nella serata di mercoledì 13 maggio propone lo spettacolo “L’infanzia del mondo. Innocenza, umanità, resistenza a partire dalla poetica di Dylan Thomas” di e con Vinicio Capossela. Il mondo salvato dai ragazzini Il titolo del libro, edito da Einaudi nel 1968, e di una sua sezione, la seconda della terza parte, dedicata alle canzoni popolari, sintetizza i contenuti della collezione di poesie, canti e annotazioni, e di una pièce teatrale, La commedia chimica. Un’opera singolare, che sfugge alle catalogazioni. Nella presentazione della sua ristampa nel 2012 la casa editrice spiega: “Non c’è nulla nella tradizione letteraria italiana che gli assomigli anche lontanamente. Il poemetto, il teatro, la poesia visiva, il libello sono mescolati con un’alchimia che sembra far esplodere l’oggetto libro, proiettare il testo fuori dalle pagine, anche graficamente: come un appello che esca da una gabbia e vada alla ricerca dei ragazzini di tutto il mondo. Un inno all’adolescenza, alla sua energia e alla sua bellezza come visione politica per cambiare il mondo”. «In sostanza e verità – precisò Elsa Morante – tutto questo non è nient’altro che un gioco». Nel 1957 con il romanzo L’isola di Arturo la prima donna insignita del Premio Strega e autrice del romanzo La Storia, pubblicato nel 1974 e nel 2002 annoverato nella World Library, l’elenco dei cento migliori libri di tutti i tempi, con questo libro la prolifica e famosa, ma riluttante alle esaltazioni della celebrità, scrittrice italiana ha consegnato ai suoi contemporanei e posteri una testimonianza, anche il proprio testamento, che con la recensione nella rubrica Il Caos pubblicata su Tempo Pier Paolo Pasoli ha descritto “un manifesto politico scritto con la grazia della favola, con umorismo, con gioia”. Nel 2026, mentre il mondo è dilaniato da tante guerre e molte problematiche, il Salone Internazionale del Libro di Torino è una rassegna culturale che si svolge all’insegna di questo libro-manifesto e il cui manifesto grafico è opera di Gabriella Giandelli, illustratrice e fumettista milanese che con i propri disegni ha raffigurato i testi de La mia intifada, il libro scritte da Susan Abulhawa incluso nel ‘catalogo’ Invicta Palestina. In questa edizione della fiera torinese le case editrici presenteranno numerosi saggi, romanzi e libri illustrati di ogni genere, anche di didattica e letteratura per bambini e ragazzi, che propongono riflessioni sul futuro dell’umanità e organizzano molteplici eventi in sintonia con il titolo della rassegna, un programma in cui spicca lo spettacolo di Vinicio Capossela, e tantissimi incontri tra autori e lettori. La casa editrice per la pace, la nonviolenza e i diritti umani Multimage presenta l’iniziativa, intitolata Il futuro conteso: giovani tra violenza e bellezza, che si terrà presso la Casa Umanista di Torino (Lungo Dora Firenze, 31) nel pomeriggio di sabato 16 maggio e in cui verrà presentato, a cura di Giorgio Mancuso, il Quaderno di Pressenza 2025 – Moltitudini ribelli. Un’alternativa possibile alla guerra permanente. L’infanzia del mondo. Innocenza, umanità, resistenza a partire dalla poetica di Dylan Thomas. Mercoledì 13 maggio, serata inaugurale della rassegna, all’Auditorium Rai di Torino alle 20:30 va in scena lo spettacolo che il Salone Internazionale del Libro insieme a Rai Radio3 presenta annunciando: “L’evento unisce musica e parole e prende ispirazione da Dylan Thomas. Al centro, Sotto il bosco di latte, opera scritta per la radio che racconta un villaggio attraverso i sogni dei suoi abitanti. Capossela sarà sul palco insieme a Pietro Del Soldà”. La rappresentazione, a cui partecipano anche Nada e Paolo Rossi, anticipa la trasmissione del radiodramma che verrà trasmesso da Rai Radio3 a puntate, cinque episodi, in onda dal 25 al 29 maggio alle ore 17 all’interno del programma Ad Alta Voce e integralmente a Radio 3 Suite di mercoledì 3 giugno alle 20:05 e a seguire su Raiplay. Oltre che dall’autore, Vinicio Capossela, e Paolo Rossi nel ruolo di ‘voci narranti’, la performance è interpretata anche da Alessandro Bergonzoni, Enzo Bianchi, Stefano Bollani, Ermanno Cavazzoni, Geppi Cucciari, Mauro Ermanno Giovanardi, Marisa Laurito, Luciana Littizzetto, Ermanna Montanari, Nada, Roy Paci, Daniela Pes, Patty Pravo, Johnson Righeira e Ornella Vanoni. Questa trasposizione della commedia Under Milk Wood che Dylan Thomas scrisse nel 1954, per la prima volta trasmessa dalla radio inglese BBC nel 1957 e nel 1968 recitata da Richard Burton, in cui è narrata un’intera giornata della vita quotidiana in paesino gallese sito ai margini di un bosco e gli eccentrici e stravaganti protagonisti raccontano tante storie divertenti o tristi che ne compongono una tragicomica, è stata ideata dal dj e speaker radiofonico torinese Renato Striglia. Dopo la sua morte, avvenuta il 23 novembre 2020, Vinicio Capossela ha deciso di concretizzare il progetto, la cui realizzazione è stato “un lavoro lungo, intenso e partecipativo che ha coinvolto una polifonia di 56 voci, raccolte tra amici della comunità torinese di Striglia e artisti e compagni di viaggio”. « Il bosco di latte è il canto alla vita dell’umanità – spiega il cantautore – Copre tutte le generazioni e le classi sociali.  L’arco ciclico di una giornata rimanda alla ciclicità del tempo naturale e universale. Non c’è trama. C’è solo il brulicare della vita che non porta alla felicità, ma alla vita stessa, alla sua generazione e alla sua decomposizione. I morti si confondono con i vivi. I sogni con il reale. È per questo che Sotto il Bosco di Latte è doppiamente dedicato a Renato: per la sua intima relazione con l’umanità e perché i morti in questo racconto, come gli annegati di Capitan Gatto, tornano nei ricordi dei vivi reclamando la memoria. Affinché, come nel passo più toccante del poema, come Rosie, non ci si dimentichi anche di essere nati». Nel presentare Sotto il Bosco di Latte, Vinicio Capossela anticipa anche che lo spettacolo messo in scena per l’inaugurazione del Salone Interazionale del Libro, cioè la rappresentazione che, mediante il dialogo con il giornalista Pietro Del Soldà, ripercorre il lungo viaggio creativo dell’opera, “è il primo, fondamentale tassello di un nuovo percorso creativo che, dopo le trasmissioni radiofoniche, culminerà nei prossimi mesi in una trasposizione teatrale che debutterà a Romaeuropa Festival il 3 e 4 ottobre, e in un nuovo progetto discografico”. La crociata dei bambini Nella biografia e carriera artistica di Vinicio Capossela il percorso tracciato dalle sue interpretazioni della commedia di Dylan Thomas prosegue nel solco della composizione della canzone ispirata al dramma La crociata dei bambini del 1939 scritto da Bertolt Brecht nel 1941. Un brano musicale anche illustrato con disegni in gesso bianco su carta nera di Stefano Ricci assemblati a cura di Ahmed Ben Nessib e in questa versione presentato nella ‘cornice’ della mostra esperienziale Polvere di Guerra – dalle macerie alla costruzione di pace.   Maddalena Brunasti
May 13, 2026
Pressenza
Farhenheit - Rai Radiotre 30 aprile 2026
Puntata del 30 aprile 2026 di Farhenheit: Da Gesù al mafioso: Trump il banalizzatore. Con Leonardo Bianchi e con Agnese Trocchi. Puntata del 30 aprile 2026 di Farhenheit: Da Gesù al mafioso: Trump il banalizzatore. Con Leonardo Bianchi, collaboratore di Internazionale e con Agnese Trocchi, scrittrice, artista, esperta di comunicazione digitale. Minuto 35'. Qui per ascoltare la puntata completa.
Per un canone stocastico
Quello che segue è un pamphlet scritto in prima persona da un’intelligenza artificiale — o almeno così pretende il testo, con l’ambiguità che… L'articolo Per un canone stocastico sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
April 27, 2026
L'INDISCRETO