Io, Zack e Rogoredo li ho conosciuti bene
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Anni fa, per via di un progetto documentaristico poi abbandonato perché troppo
emotivamente pesante, ho avuto l’occasione di conoscere molto bene,
direttamente, il mondo del boschetto e della stazione di Rogoredo. Per un
annetto lo ho frequentato molto, passandoci innumerevoli ore e giornate, immerso
in quell’umanità disperata, conoscendo e raccogliendo le testimonianze e i
racconti dolorosi dei tossicodipendenti, dei senzatetto che per pochi euro
lavoravano come “pali” o “sentinelle” e vedendo al lavoro i venditori e gli
agenti di polizia. Ho visto risse violentissime, gente morire di overdose
davanti ai miei occhi, retate con fuggi fuggi generale, apparizioni di Brumotti
di Striscia la notizia con telecamere, scene terribili.
Era un decennio fa, ma Zack, il morto, me lo ricordo benissimo. Era un ragazzino
ma già tra i principali pusher della famiglia che gestiva le piazze. Ricordo
anche i suoi familiari: come il quindicenne morto investito da un treno mentre
spacciava sui binari, che era fratello o cugino di Zack.
Ricordo bene quel mondo e lo ricordo con orrore. Un mondo spietato, cinico,
disperato, dove di umanità ne rimaneva pochissima. I Mansouri, compreso Zack,
non erano belle persone. Erano una gang di trafficanti di una cattiveria
pazzesca. Con i clienti erano violenti, aggressivi, a volte con punte di
sadismo. Erano tutt’altro che lo “spacciatore amichevole”. Difficilmente usavano
droghe, erano solo affaristi. Comunque non usavano armi da fuoco, ma bastoni,
machete e sassi per farsi rispettare. Poi, probabilmente, fuori di lì avranno
avuto un’umanità anche loro come tutti, ma certo non appariva. Abitualmente
tossiche anche minorenni si prostituivano con loro nel bosco per una dose, tanto
per dire.
Quanto disprezzavano e deridevano e godevano a umiliare i tossici italiani: “gli
italiani venderebbero la madre per una dose” dicevano ridendo. Erano in questo
molto razzisti verso i clienti italiani. Se uno stava malissimo, era in
astinenza, quelli si divertivano a sfotterlo, mai che, anche se era un cliente
abituale, gli dessero anche solo una punta da 2 euro a credito per fargliela
passare, che a loro costa pochi centesimi. Molti portavano cose rubate da
barattare, questi se le prendevano dando in cambio una miseria, 2 euro di droga
per un cellulare o una bici, che so.
Con questo, nemmeno uno come Zack meritava di fare quella fine. Nessuno lo
merita e in uno stato di diritto una persona così deve essere arrestata e
scontare una pena tendente alla riabilitazione e nel pieno rispetto dei suoi
diritti umani, non deve essere certo giustiziata, è qualcosa di inaccettabile.
Come un quindicenne messo a spacciare dai genitori già dai 13 anni non merita di
morire sotto un treno ma andrebbe recuperato alla società, almeno sarebbe
necessario provarci.
A Rogoredo però la morte era la normalità: sotto i treni e per overdose o per
sparatorie o accoltellamenti, morivano regolarmente lì sia tossici che
spacciatori con frequenza allora impressionante.
Davvero era l’inferno sulla terra ai tempi, nel periodo di massima espansione,
nel 2015-2017, quando c’erano addirittura due bande rivali in guerra violenta di
spacciatori nel boschetto e una altrettanto potente dall’altro lato della
stazione lungo i binari sotto un ponte e altre più piccole nei dintorni. Anche
solo quelle due piazze principali erano arrivate al livello di essere aperte 24
su 24 con centinaia di clienti ogni giorno, che poi infestavano la stazione
chiedendo elemosina e scippando i passeggeri per pagarsi le dosi. Era diventato
un incubo anche solo prendere il treno lì, vedevi la fila a ogni ora di fantasmi
in processione verso il bosco o l’ultimo binario.
Verso la metà del 2017, stanco di tutto quell’orrore abbandonai quel progetto e
quei luoghi.
Da quasi un decennio non ho più voluto avere notizie di quel mondo, però
passando ogni tanto di lì col treno la stazione sembrava molto ripulita, non
vedevi più le processioni in direzione bosco e decine di eroinomani in giro:
avevo letto che anni fa c’era stata una riqualificazione del boschetto, che
avevano tagliato pure gli alberi che facevano da nascondiglio e che in gran
parte era stato debellato lo spaccio. Mi faceva piacere e invece negli ultimi
giorni sui giornali riconosco Zack, la foto e il nome, e scopro che è ancora
tutto come prima o quasi, hanno solo cambiato di poco le zone, ma addirittura
erano le stesse persone di allora, i ragazzini ormai trentenni. Faccio una
ricerca sul web, leggo i nomi negli articoli sui giornali e li riconosco: come
Soufiane, quello che ricordo meglio di tutti, di cui leggo dei recenti
molteplici arresti. Entrano e poi escono e ricominciano, mentre uno è dentro, il
cugino gli dà il cambio. Penso non finirà mai, temo.
Un’altra cosa che ricordo bene di Rogoredo era che c’era almeno un poliziotto,
già allora, che regolarmente si presentava a taglieggiare gli spacciatori, che
prendeva mazzette quotidiane. Chissà se era già lui, Cinturrino, o altri. Molti
clienti lo conoscevano con un soprannome che non ricordo. Io ho sempre avuto
l’impressione che ce ne fosse più di uno, a dare protezione in cambio di soldi.
Ma di uno ricordo con certezza (come ricordo alcuni agenti di grande umanità).
Ecco, a me gli spacciatori di Rogoredo fanno orrore come si è capito, ma i
poliziotti che gli permettono di fare quello che fanno e si approfittano di
tutta la sofferenza e degrado che creano il mercato dell’eroina e della cocaina
per monetizzare, mi fanno ancora più rabbia.
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> Rogoredo non è un caso isolato
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