Ogni vita vale

Comune-info - Wednesday, May 27, 2026
Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze israeliano, a seguito del mandato di arresto nei suoi confronti, dalla Corte Penale Internazionale, ha annunciato l’intenzione di distruggere per rappresaglia il villaggio di Khan al-Ahmar e la Scuola di gomma. “Abbiamo costruito quella scuola nel 2009 e da allora ha istruito generazioni di bambine e bambini palestinesi… – scrive l’ong Vento di terra – Siamo preoccupati…”

C’è una frase di Hannah Arendt che andrebbe riletta ogni volta che si parla di guerra. La scrive in Eichmann a Gerusalemme , a proposito di chi rimpiange che la Germania abbia mandato Einstein in esilio:

“Uccidere il piccolo Hans Cohn, che abitava proprio dietro l’angolo, pur non essendo un genio, fu un crimine ben più grave”.

Non più grave perché Hans Cohn valesse più di Einstein. Più grave perché il crimine contro di lui non dipendeva da nessun merito, da nessuna utilità, da nessuna eccellenza. Era semplicemente un essere umano. E questo bastava — avrebbe dovuto bastare. Forse tutta la pace possibile comincia qui: dal momento in cui una vita umana smette di essere valutata per ciò che produce, rappresenta o dimostra, e torna a essere considerata inviolabile in quanto vita.

José Saramago iniziò il suo discorso per il Nobel con una frase che sembra rispondere ad Arendt da un’altra direzione:

“L’uomo più saggio che ho conosciuto in vita mia non sapeva né leggere né scrivere”.

Era suo nonno, contadino analfabeta dell’Alentejo, allevatore di maiali, uomo senza terra. Prima di essere portato a Lisbona per essere curato, andò di albero in albero nel suo piccolo podere ad abbracciare i tronchi, a congedarsi dai frutti che non avrebbe più mangiato, dalle ombre amiche. E mentre li abbracciava, piangeva. Saramago scrive che quel nonno era “forse un Einstein perduto sotto una spessa coltre di impossibilità”. Non per trasformarlo in un genio mancato, ma per denunciare la coltre: la povertà, l’assenza di possibilità, il mondo che decide chi può fiorire e chi invece resterà invisibile.

E poi la nonna, seduta sulla soglia della porta aperta sulla notte stellata, che dice con la serenità dei suoi novant’anni:

“Il mondo è così bello, e io ho tanta pena di morire”.

Non aveva studiato nulla. Eppure sapeva qualcosa di essenziale.

Forse è questo che la guerra distrugge prima ancora delle città: la percezione concreta e irripetibile delle vite. Restano le ragioni strategiche, le necessità storiche, gli equilibri geopolitici, i “prezzi inevitabili”. Le cifre. Ma le cifre non hanno alberi, né soglie, né cieli stellati.

Eppure questo non riguarda soltanto le guerre. Riguarda anche la nostra vita quotidiana. Riguarda ciò a cui diamo valore, il modo in cui guardiamo gli altri, il tono con cui ci rivolgiamo a loro. Riguarda le parole che scegliamo.

Ingeborg Bachmann scriveva, ne I tre sentieri per il lago , che le generazioni non si tengono più per mano. Dopo le catastrofi del Novecento, i vecchi sentieri erano scomparsi e nuovi sentieri dovevano essere cercati camminando. Ma Bachmann sapeva anche che la violenza non comincia soltanto nelle guerre o nelle dittature. Comincia molto prima: nel linguaggio che umilia, nelle parole che riducono l’altro a categoria, funzione, bersaglio. Il fascismo, scriveva, comincia nel rapporto tra gli esseri umani. Forse è qui che si decide davvero la possibilità della pace. Nel momento in cui smettiamo di vedere gli esseri umani come numeri, ruoli, identità astratte. Nel momento in cui riconosciamo che ogni persona ha una soglia, degli alberi, una voce amata, una paura, una speranza…

A Gaza, lo sguardo del mondo sembra faticare a trattenere i volti. Le morti palestinesi si accumulano come cifre, come se quelle vite fossero nate già astratte, destinate a fare da sfondo a una necessità bellica. Ma sotto quel cielo non muoiono categorie. Muoiono sguardi che amavano il mare, mani che impastavano il pane, voci che avevano un nome, un timbro, un modo unico di ridere. Erano lì. Dietro l’angolo.

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