Sul declino degli Stati Uniti

Comune-info - Saturday, May 16, 2026

Se dobbiamo ragionare del declino degli Usa e delle sue conseguenze, facciamolo con Immanuel Wallerstein, che ne parlava già negli anni Settanta, non con la grammatica della geopolitica ma partendo dalle lotte popolari. L’inizio di quel declino, ha detto, è stata la “rivoluzione mondiale del 1968”. Con eccezionale lucidità, ha poi immaginato diverse cose su quanto sarebbe accaduto tra il 2025 e il 2050…

Primo maggio, San Francisco. Foto di Chris Carlsson

Negli ultimi anni, si sono moltiplicati gli analisti che si definiscono “geopolitici”, dediti all’interpretazione della realtà globale e, in particolare, delle relazioni interstatali tra le grandi e medie potenze. Anche all’interno dei movimenti di base, la tentazione geopolitica è presente, portando alcuni a schierarsi con la Cina o la Russia, mentre altri hanno optato per l’Iran, senza considerare la difesa del popolo (non dei governi) contro l’aggressione imperialista.

Molti analisti geopolitici parlano costantemente del declino degli Stati Uniti, che a loro dire è un processo inevitabile destinato a culminare nel breve termine, persino durante la guerra contro l’Iran. Le presidenze di Donald Trump sembrano alimentare questa tendenza, in modo che il breve termine, l’immediatezza, ci impediscano di vedere il lungo processo di declino che non è cominciato ieri e non finirà domani. In contrasto con queste opinioni, che spesso sostituiscono un’analisi rigorosa, si distingue Immanuel Wallerstein per aver saputo farsi promotore di una prospettiva di lungo termine, ispirato da uno dei suoi mentori, Fernand Braudel.

In più di un’occasione, lo storico francese ha detto che gli eventi sono polvere, contrapponendoli al lungo termine (la lunga durata), che, a suo dire, è la prospettiva dei saggi. Esaminerò alcuni dei contributi più importanti di Wallerstein, concentrandomi su due opere: The United States and the World: Yesterday, Today and Tomorrow, del 1992, e Peace, stability and legitimacy: 1990-2025/2050 del 1994.

Il primo punto è che coloro che oggi parlano fino alla nausea del declino degli Stati Uniti dovrebbero sapere che Wallerstein iniziò ad analizzarlo già negli anni Settanta e che nei due decenni successivi si dedicò ad approfondire questa convinzione. Se fu in grado di prevederlo con così largo anticipo, non fu per ragioni ideologiche, bensì osservando i cicli storici di nascita, maturità e declino di tutte le egemonie globali negli ultimi cinque secoli. Ciò lo ha portato ad affermare che il periodo compreso tra il 1990 e il 2025/2050 “sarà molto probabilmente un periodo di poca pace, poca stabilità e poca legittimità”.

Di conseguenza, il sistema-mondo (un altro dei suoi contributi concettuali al pensiero critico) entrerà in un periodo di caos sistemico che provocherà molteplici biforcazioni, e l’equilibrio verrà ristabilito quando uno dei percorsi prevarrà e si raggiungerà un nuovo ordine sistemico. Il secondo punto che voglio sottolineare è che Wallerstein individuò l’inizio del declino degli Stati Uniti e del sistema-mondo capitalista nella “rivoluzione mondiale del 1968”, un concetto da lui stesso coniato, che ha il grande pregio di collocare la causa del declino dell’impero nelle lotte di classe, nelle lotte popolari e in varie forme di oppressione, e non nella competizione tra potenze, come tendono a fare gli analisti geopolitici contemporanei.

Non si tratta solo di una questione politica, ma fondamentalmente etica e di coerenza analitica, poiché egli aderiva alla massima di Marx sulla centralità delle lotte di classe nella storia dell’umanità. Questo era un tema che prendeva molto sul serio e che permeava la sua visione del sistema, il quale, a suo avviso, non sarebbe crollato a causa di presunte leggi economiche, crisi di sovrapproduzione o limiti ambientali e sociali desiderati, bensì per l’organizzazione e la resistenza di coloro che si trovavano alla base della piramide sociale.

In terzo luogo, negli anni ’90, comprese che le avanguardie non erano più necessarie e che l’unità e la struttura verticale delle forze emancipatorie avrebbero rappresentato un ostacolo ai cambiamenti necessari. Infatti, nel primo dei testi citati, sosteneva che, a lungo termine, i movimenti “servivano più a sostenere il sistema che a minarlo”. Le sue analisi abbracciavano il sistema nel suo complesso, inclusa la “geocultura” liberale nata sulla scia della Rivoluzione francese: l’insieme di idee, valori e norme culturali che sono alla base del sistema-mondo capitalista e che iniziò a incrinarsi intorno al periodo della rivoluzione del 1968.

Tra le sue osservazioni chiave, ha sottolineato che la piramide antisistemica che chiamiamo centralismo democratico era alla radice della deriva capitalista dei movimenti emancipatori. Nei primi anni ’90, previde guerre nucleari locali, un tema che solo ora sta entrando nel dibattito, e una “nuova peste nera” che non avevamo ancora previsto. Stabilì connessioni tra la proliferazione di nuove malattie, come l’AIDS, e il crollo dello Stato, in un’analisi che suggeriva che non si trattasse di diverse crisi, ma di un’unica crisi con molteplici manifestazioni. Per concludere, scelgo una delle sue affermazioni più profonde.

Disse che la parte superiore del sistema si sta espandendo e che potrebbe emergere un sistema con ampia libertà per la metà superiore e significativa oppressione per la metà inferiore. Questo sarebbe un sistema stabile: “un paese metà libero e metà schiavo”, ma che, proprio per la sua stabilità, potrebbe durare a lungo. Non è forse proprio questo ciò che il progressismo sta costruendo?

Inviato anche a La Jornada

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