
Abitare il confine della memoria
Comune-info - Thursday, May 21, 2026
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Due conversazioni parallele su memoria, frontiera e scrittura. Da una parte l’esperienza dell’esilio e delle lingue attraversate; dall’altra il confronto con Srebrenica e con la persistenza del trauma storico europeo. Il montaggio prova a mettere queste voci in relazione senza sovrapporle. Di questi temi — memoria, confine, lingua, testimonianza — Gazmend Kapllani e Gabriele Santoro discuteranno insieme venerdì 22 maggio alle ore 18 alla libreria Libraccio, Via Nazionale 254.
Un dialogo aperto sul rapporto tra scrittura e memoria nello spazio europeo contemporaneo, accompagnato dalle preziose presenze di Anilda Ibrahimi e Paola Del Zoppo.
Nelle parole di Gazmend Kapllani e Gabriele Santoro il ricordo non coincide mai con la semplice conservazione. Si costruisce invece dentro uno spazio instabile, fatto di spostamenti, ritorni, testimonianze incomplete, traduzioni. La memoria non custodisce soltanto ciò che è stato: modifica il modo in cui il presente continua a leggere il passato.
Per Kapllani, la memoria nasce dentro l’esperienza dell’espatrio e della discontinuità. I suoi personaggi attraversano paesi e lingue diverse senza poter contare su una narrazione lineare dell’identità. Ricordare significa allora misurarsi con fratture, omissioni, reinvenzioni. Anche la lingua diventa parte di questo movimento: non una casa stabile, ma uno spazio da abitare ogni volta di nuovo.
Nel lavoro di Santoro, invece, la memoria si confronta con la persistenza del trauma storico. Srebrenica non è soltanto un luogo della storia europea recente: è un territorio in cui il passato continua a produrre effetti, tensioni, rimozioni. Da qui nasce una scrittura che rinuncia alla voce definitiva e sceglie piuttosto una forma corale, laterale, fatta di documenti, ascolto, frammenti.
Entrambi gli autori lavorano sul confine, non soltanto in senso geografico. Il margine diventa un punto di osservazione: una posizione da cui le narrazioni ufficiali perdono compattezza e mostrano le proprie contraddizioni. In questo spazio, la letteratura non interviene per semplificare o ricomporre, ma per restituire complessità alle relazioni tra memoria, storia e linguaggio. Tra le due conversazioni emerge una stessa idea di memoria: non qualcosa che si possiede, ma qualcosa che si attraversa.
Per Kapllani, il ricordo prende forma dentro l’esperienza dello spostamento, nella tensione continua tra lingue e appartenenze. Per Santoro, nasce invece dal confronto con un paesaggio segnato dalla guerra e dalla persistenza delle sue tracce. In entrambi i casi, però, la scrittura si muove in una zona di soglia, dove il racconto non può più coincidere con una versione unica o stabile dei fatti.
È forse da questa posizione laterale che diventa possibile sottrarre la memoria tanto alla retorica identitaria quanto alla riduzione documentaria e interrogarsi anche sulla funzione odierna della letteratura e della narrazione. Le scritture di Santoro e Kapllani non offrono una sintesi: mettono in relazione voci, tempi e frammenti, lasciando visibili le fratture che attraversano il presente.
Intervista a Gazmend Kapllani
Tornare a parlare con Gazmend Kapllani significa ogni volta ritrovare una riflessione lucidissima sul rapporto tra memoria, migrazione e lingua come esperienza di attraversamento. In questa conversazione, il ricordo emerge non come appartenenza stabile, ma come movimento continuo tra identità, frontiere e narrazione. Gazmend, ciao, sono sempre felice quando posso dialogare con te. Comincio da una questione che mi preme molto, quella della memoria come oggetto statico, che a me non piace perché mi pare legato a un atteggiamento che rischia di essere autoritario sulla narrazione delle storie.
Nei tuoi libri la memoria non è mai un archivio, ma un viaggio: un attraversamento continuo tra lingue, luoghi e identità. Che cosa significa, per te, ricordare quando il ricordo stesso è in movimento? È possibile una memoria che appartenga ai migranti, cioè a chi ha più di una patria e più di una lingua?
Il soggetto della memoria e del passato e di una rilevanza immensa specialmente per l’uomo moderno. È nell’era moderna che la memoria e il passato diventa un soggetto di studio, dove si creano i musei per conservarla e mostrarla e Freud vuole trovare nell’atto del ricordare le cause del malessere dell’individuo e le risorse per la terapia. Una delle ragioni per cui la memoria diventa un oggetto così enorme nella modernità ha a che fare anche con il fatto che l’uomo moderno si sente espatriato e sperduto nella grande massa, progettato costantemente verso il progresso ed il futuro, senza più la bussola della tradizione per interpretare il mondo. Il successo straordinario del nazionalismo come ideologia e narrazione nell’era moderna sta anche nel fatto che è stato capace, più di ogni altra ideologia, di offrire agli espatriati della modernità un immaginario (oppure un’illusione) di continuazione tra passato, presente e futuro. Una casa tutta nuova e moderna piena di antichi oggetti che ci legano con il passato e la memoria. Da questo punto di vista a me interessa molto l’emigrazione e il migrato non solo perché ho una lunga esperienza personale dell’immigrazione, ma anche come un simbolo e metafora dell’uomo moderno espatriato. Alcuni personaggi nei miei libri vivono tra lingue e paesi diversi, dove l’atto di ricordare diventa più complesso perché la loro vita è fatta non di continuazioni ma di rotture, non di passi successivi ma di ripartenze. Il mondo in qui sono nati oppure vivono e diventato una trappola, un po’ come diventa per Dante una trappola il suo viaggio nel al di la, dove non ha capito nemmeno lui come e finito. Molti personaggi dei miei libri avrebbero con tanta voglia recitato Dante: Nel mezzo del cammin di nostra vita/mi ritrovai per una selva oscura/ché la diritta via era smarrita. Dante si è dato Virgilio per assisterlo a fare il suo viaggio, i miei personaggi di solito non hanno nessun Virgilio per indicare loro la strada. Devono inventarla, trovarla, crearla da soli. Cosi che ricordare per loro significa prima di tutto la capacita di raccontare questo viaggio tra luoghi, celi, lingue, diverse. Questo viaggio e la loro stessa identità, cosi che ricordare e raccontare e un atto di farsi una identità, di lacciare una traccia, tragicomica, in un mondo che è diventato una trappola.
A questo punto mi permetti di leggere un brano dal mio primo romanzo Breve Diario di Frontiera – dall’ultimo capitolo del libro “Memorie di un espatriato”
Gli stranieri sono condannati a dialogare con i propri ricordi, con il proprio passato. O meglio, sono condannati a prendere posizione rispetto a essi. Alcuni, molti, forse la maggior parte, “scelgono” la strategia dell’oblio come la più indicata data la loro condizione di espatriati. “Sbarazzatosi” del peso del passato, lo straniero sente di poter affrontare meglio l’impervio cammino che lo attende e in cui il ruolo che ricopre è quello del facchino, in senso sia letterale sia metaforico. Del resto, lo status di migrante induce spesso a un estraniamento da se stessi. Così a un certo punto si ha l’occasione di perdersi, di mettere una pietra sul passato, di reinventarsi un’identità, una nuova vita: tutto ricomincia da zero. Alcuni ci riescono, altri invece no. Ma quando questo processo di rimozione fallisce, la memoria si vendica, i ricordi tornano più vividi e cinici che mai spezzando tutte le catene e riempiendo l’anima di grida che sovrastano le parole, di parole che fanno balbettare, di fantasmi e di ombre che popolano gli incubi di notte e le nevrosi di giorno. Infatti, quando si giunge a una rottura completa con i ricordi, si presentano soltanto due alternative: seppellirli per sempre nell’oblio o arrendersi al loro simulacro deforme.
Ma ci sono anche quelli che invece preferiscono aggrapparsi ai ricordi e trasformarli in una specie di scrigno in cui riporre l’orologio fermo della vita precedente. Allora i ricordi somigliano a una veneranda mummia: si tratta della “età dell’oro”, di qualcosa che non è mai esistito né mai esisterà. Quanti conservano i loro ricordi e il loro passato alla stregua di “mummie venerande” a volte sono ritenuti degli eroi in virtù della loro strenua resistenza nei confronti del divenire. In realtà si tratta di un eroismo da bancarotta: coloro che si mostrano inclini a questo genere di ricordi o sono bloccati dalla paura o rifuggono da un presente che a loro pare doloroso per trovare rifugio nell’idealizzazione del passato.
Altri stranieri invece preferiscono intrattenere con i ricordi un rapporto più distaccato. Non se ne sentono ostaggi ma neppure hanno la forza di sopprimerli. Non considerano le loro radici né come scudo protettivo né come marchio d’infamia. In questo caso i ricordi non sono una tradizione sclerotizzata, nostalgia per le proprie radici e per gli odori del passato, un orologio fermo, incompatibili con il presente. Non si tratta di ricordi fossilizzati. Sono parte di un sé in perenne evoluzione. Sono il trampolino di lancio che aiuta lo straniero a sperimentare i mutamenti con maggiore autenticità e onestà, e se possibile con maggiore saggezza. «Sulla mia strada ho incontrato il dolore, grazie al quale continuo ad andare avanti», recitano i versi di una canzone dei migranti di Marsiglia. Questo incontro con il dolore che ci fa continuare ad andare avanti è la condizione umana per eccellenza. E il modo di raccontare questo incontro forma la trama stessa dei nostri ricordi.
Mi viene in mente allora che nel pensiero decoloniale, il border thinking è il luogo da cui si guarda il mondo “dal margine”. Tu scrivi spesso dal confine, fisico e simbolico: quanto questo sguardo liminale cambia il modo di raccontare la storia collettiva? Cosa si vede, dalla soglia, che i centri non riescono a vedere?
Se posso parlare in un modo un po’ filosofico direi che il centro di solito definisce il margine ed il margine di solito immagina il centro. È la differenza tra definire ed immaginare. Ma credo che dal margine il mondo si veda pieno di contraddizioni, di ambiguità e di una complessità irriducibile ad ogni definizione. Per uno scrittore, la scelta tra vedere il mondo dal centro o dal margine ha anche un grande valore etico ed estetico. Hannah Arendt nel suo saggio Noi rifugiati, parlando della storia tormentata degli ebrei, fa una distinzione tra il parvenu che vede il mondo dal centro e il “paria consapevole” che non rinuncia a vedere sé stesso ed il mondo dal margine. Scrive Arendt che tutta la tradizione ebraica della creatività, dell’umanesimo, dell’intelligenza disinteressata, e della ironia viene da una minoranza di ebrei – come Heine, Kafka eccetera – che non volevano diventare dei parvenu e che hanno preferito la condizione del “paria consapevole”. Penso spesso a questa distinzione di Arendt come scelta morale ed estetica. Una dura scelta ma la sola secondo lei, che ti da la capacita di vedere la storia umana non come un libro chiuso e la politica non come privilegio di un solo gruppo. E questo penso che si vede sopra tutto dal margine (che non si vede sempre dal centro): che la storia umana non è mai un libro chiuso.
Sono d’accordissimo, e credo questo si connetta al pensiero che esprimevo nella prima riflessione. La Storia tende a semplificare, la memoria a complicare. Come si può raccontare un passato condiviso senza cadere né nella retorica nazionale né nel vittimismo? E che ruolo può avere la letteratura nel restituire la complessità del trauma storico?
Storia e memoria, soggetto affascinante. Io credo che la storia, intesa come ricerca storica, complica la memoria. Quello che la semplifica è la commemorazione della storia, che ha a che fare con l’immagine che una comunità vuole avere di sé stessa. E poi il nazionalismo aggressivo che combina in una maniera paradossale e banale la vittimizzazione e la superiorità (“siamo stati sempre vittime” e “siamo superiori”) trasforma la memoria ed il passato in una caricatura dolorosa. In questi casi, la storia non si esplora, ma si apprende a memoria perché diventa propaganda. Ma la letteratura complica anche la memoria, perché ci ricorda la complessità dell’esistenza umana sulla terra: di cui noi umani abbiamo una straordinaria capacità di scordarci continuamente. Comunque io sono molto più interessato a quello che è avvenuto nel 20esimo secolo, e che può succedere di nuovo, con la memoria. I regimi totalitari hanno provato a controllare ed a cancellare del tutto la memoria. Io sono nato e cresciuto sotto un regime totalitario in Albania. Ovviamente, ci sono sempre state, nella storia umana, tirannie che hanno tentato di controllare o addirittura cancellare il passato, di solito per cancellare la cultura e la memoria di un gruppo oppure di una civiltà intera. Ma per la prima volta nella storia umana ci sono stati nel ventesimo secolo regimi che hanno voluto controllare in maniera assoluta e cancellare anche la memoria individuale, la maniera in cui una persona umana si deve ricordare e raccontare il passato. Nel 1984 diOrwell, Winston Smith comincia la resistenza contro il regime totalitario con l’atto di ricordare in segreto. Dalla vita e sopravvivenza sotto i regimi totalitari abbiamo appreso che la libertà di ricordare (e di dimenticare) e connessa con la liberta di costruirsi una identità individuale e va di mano in mano con la libertà di pensare, di ricercare, di creare, di informarsi, di leggere, di scrivere, di raccontare. E per questo che nei miei libri l’atto di ricordare è anche un atto di testimonianza, nel senso del ribadire della identità individuale che è stata schiacciata dal terrore di utopie collettivistiche come il comunismo, il fascismo, il nazismo – ma anche dal nazionalismo ed il razzismo. La memoria nello stesso tempo rivela anche l’ironia della storia nel senso che la storia umana non è una catena di causa ed effetti ma di imprevedibilità.
Viviamo in un tempo in cui la memoria è spesso usata come strumento politico, talvolta di potere. Come possiamo distinguere tra il ricordare come gesto di libertà e il ricordare come imposizione? E dove si colloca, in questo spazio, la responsabilità dello scrittore?
Il ventesimo secolo – di cui siamo tutti eredi, anche quelli che non sono nati in quel secolo – e stato il secolo del trionfo e del collasso delle ideologie messianiche. Per questa ragione la memoria, individuale e collettiva, e diventata centrale perché e stata calpestata, controllata, malmenata, manipolata, esplorata in maniera dettagliata, glorificata. Gli S.S. ad Auschwitz dicevano ironicamente agli Ebrei: “non potrete raccontare perché non sopravviverete, e anche se sopravviverete nessuno vi crederà”. Ai Gulag di Stalin succedeva la stessa cosa. Raccontare: per me e questa la responsabilità e sfida principale dello scrittore, anche per quelli che non hanno per fortuna conosciuto Auschwitz e Gulag.
Grazie per tutte queste risposte così precise nel pensiero. Prima di chiudere ti vorrei fare una domanda più relativa a una questione diversa, perché come sai mi occupo tanto di traduzione. Hai scritto che “ogni lingua è una casa, ma anche una frontiera”. Come cambia la memoria quando viene tradotta? La lingua in cui si scrive — o in cui si è costretti a scrivere — modifica il modo in cui ricordiamo e diamo forma al passato?
La memoria non cambia quando viene tradotta ma suona in una maniera diversa, direi, come i vari strumenti in un’orchestra sinfonica. Penso che il fatto che io sono attratto a scrivere nelle lingue degli altri penso che ha da fare con questo: la diversità del suono che poi può dare un’altra forma al modo di esplorare e raccontare la memoria. Parlo di questo nel mio libro Mi Chiamo Europa dove rifletto sulla relazione che abbiamo con lingue diverse. Scrivendo in una lingua che non è la tua madrelingua, ricrei e rinnovi la tua identità, quella culturale, ma soprattutto, quando si tratta della scrittura, quella del narratore. L’immigrazione vuol dire ricominciare da zero la tua vita. Narrare in una lingua che non è la tua lingua madre è come cominciare la narrazione della tua vita dall’inizio. Credo anche che per potere avere una relazione creativa con la lingua che non è la tua madrelingua uno deve avere una relazione creativa con la lingua o con le lingue in cui si è creato l’immaginario primordiale. Penso che Nabokov, Conrad, e Arendt e molti altri ed altre che hanno creato grandi opere scrivendo in lingue che non sono la loro madrelingua (non a caso sono tutti e tutte migrati e rifugiati) non sarebbero cosi creativi senza una relazione fortissima con la loro madrelingua.
Intervista a Gabriele Santoro
Con Gabriele Santoro la conversazione parte da Srebrenica, ma si allarga rapidamente al rapporto tra storia, testimonianza e scrittura. Ne nasce una riflessione sulla memoria come spazio ancora aperto, attraversato da voci, assenze e conflitti che continuano ad agire nel presente.
In Nessun’altra casa, la memoria sembra nascere non da un archivio chiuso, ma da un movimento continuo tra ritorni, rovine, testimonianze e silenzi. Che cosa significa, per te, ricordare un luogo come Srebrenica trent’anni dopo il genocidio, quando il passato continua ancora ad agire nel presente?
Srebrenica è la storia più complessa che l’ultimo scorcio del Novecento ci ha consegnato. Oggi Srebrenica non è solo questione di verità, giustizia e memoria del genocidio, ma ci pone dinanzi alla scelta di quale società vogliamo essere. Il dialogo o la barbarie del principio etnico della cittadinanza. Srebrenica è il posto in cui è necessario andare per comprendere la direzione che ha preso il mondo. È un luogo che richiede cura e attenzione. La storia e le storie non possono scivolare nell’oblio o essere soltanto terreno di battaglia tra memorie contrapposte e rischiare la deriva del negazionismo. Le condizioni di vita sono difficili e questa è una nuova sconfitta per la comunità internazionale. A ogni ripartenza da Srebrenica, ho sentito che sarei dovuto fermarmi un giorno in più. Non bisogna lasciare sole le persone ferite e coraggiose, vere costruttrici di pace, che animano anche questo libro.
La memoria, in questo libro, è qualcosa che si conserva o qualcosa che si attraversa?
La memoria non appartiene soltanto al passato. La memoria sopravvive soltanto nella misura e nell’estensione di chi ha la volontà di darle spazio. Le storie raccontate, messe per iscritto e condivise ampliano, rendono per sempre la vita dall’umana esperienza. Voci e destini che altrimenti sarebbero rimasti facilmente in silenzio, sarebbero caduti nell’oblio. I luoghi s’intrecciano e vivificano nella memoria delle persone. I paesaggi, che ho attraversato in Bosnia e raccontato in questo libro, non sono intermezzi, ma ambienti del pensiero: luoghi attraversati – una biblioteca, un ponte, una fabbrica, la discendenza – che restituiscono la trama degli spazi in cui il dolore e la cura hanno preso forma; qui il montaggio diventa geografia, e le voci trovano un’eco materiale.
Nel libro scegli spesso una forma corale, fatta di frammenti di vite, lingue e generazioni diverse. Hai scritto che “non c’è una voce unica che possa raccontare Srebrenica”: quanto questa impossibilità di una voce definitiva ha influenzato la struttura stessa del racconto?
Le testimonianze sono un atto di resistenza alla frantumazione della realtà e dell’umanità provocata dalla guerra, e rappresentano un gesto di fiducia che affida la ricomposizione del conflitto al potere dell’immaginazione. Il lettore incontra biografie, gesti minimi, lessici diversi, e riconosce nella loro giustapposizione la verità frastagliata dell’esperienza. Questo libro non cerca la grande sintesi, non chiede al lettore di condividere un punto di vista, non costruisce una tesi. Offre qualcosa, credo, di più raro: una grammatica minima della responsabilità, fatta di soggetto, relazione, ascolto. La sua struttura corrisponde a questo intento e alla ricomposizione dei frammenti. La mia mente è piena delle immagini che popolano le storie e hanno popolato la mia scrittura.
E cosa può fare la letteratura quando la storia ufficiale rischia di ridurre il trauma a numeri, cronologie o categorie astratte?
Alla fine di una guerra restano soltanto le tessere del mosaico andato in pezzi delle vite di migliaia d’innocenti che non sono numeri. Come mi ha detto a Sarajevo, la ricercatrice Nirha Efendić, che ha visto scomparire 33 famigliari nel genocidio di Srebrenica, ogni memoria, ogni fotografia, ogni storia raccontata serve a rendere possibile il futuro. Il nostro futuro. Ogni immagine sottratta alla distruzione contraddice il progetto stesso del genocidio, che non voleva soltanto uccidere, ma annientare la possibilità che qualcuno potesse ancora dire “io ero qui”. Questo è vero per Srebrenica e per tutti i luoghi martoriati dai crimini di guerra. Questo libro è un archivio costruito dal basso, dalle famiglie, dalle madri, dai figli, da chi ha attraversato l’indicibile e ha continuato – nonostante tutto – a proteggere un frammento di memoria.
La Drina, nel libro, non è solo un fiume: è una soglia geografica, storica e simbolica. Tu racconti spesso i margini, i territori di frontiera, i luoghi attraversati dalla frattura. Che cosa si vede da quei confini che il centro — politico, culturale o europeo — continua invece a non vedere?
Il fiume Drina è l’asse simbolico e narrativo dell’opera. Scorre come una linea di continuità e di frattura, confine naturale e insieme spazio condiviso, luogo di passaggi e di ritorni. L’ho percorso come si percorre una memoria: con rispetto, esitazione, consapevole che ogni sponda conserva storie che non possono essere ridotte a un’unica voce. Sulla Drina ho percepito il senso più alto del confine non soltanto tra la Bosnia e la Serbia. In particolare conservo un ricordo. Il pomeriggio dopo la prima visita al Memoriale di Srebrenica, abbiamo trascorso alcune ore distesi sulla riva della Drina. In quel momento preciso per me è cominciato un processo di elaborazione di quanto avevo vissuto e le immagini hanno continuato a lavorare nella mia mente fino alla scrittura. Sui confini si osserva la loro porosità.
Nel pensiero decoloniale si parla di border thinking come di uno sguardo che nasce dalla periferia della storia. Quanto il lavoro di ascolto fatto a Srebrenica ti ha costretto a mettere in discussione le narrazioni occidentali sulla guerra, sulla memoria e persino sull’idea di Europa?
Dalla prima sera a Srebrenica ho capito e rapidamente dovuto elaborare di essere di fronte alla storia di un tradimento. Che fosse quello il sentimento più vivo e diffuso. L’Europa, che parlava di multiculturalismo e pluralità, aveva mai considerato come propri i morti e le sorti di Srebrenica? Quale responsabilità concreta avevano assunto le Nazioni Unite nel fallimento più irrimediabile della propria storia? Questo libro è anche un dispositivo di ascolto che ha assunto uno sguardo diverso. Come si ascolta ripetere nelle liturgie degli anniversari, se l’Europa è morta nel 1995 a Srebrenica, in tutti questi anni abbiamo fatto davvero poco per dimostrare che il genocidio pianificato, e attuato in presenza di forze militari europee, ci riguardasse direttamente. Così come ci interpellano tutte le vittime innocenti delle guerre jugoslave di ogni nazionalità. Questo libro esce dopo trenta lunghi anni dall’Accordo di pace di Dayton, ed è ancora difficile parlare di Srebrenica, e non solo di Srebrenica, perché non vogliamo considerare nostra quella storia, quando lo è. I suoi nodi non sciolti riguardano tutti dal ritorno dei nazionalismi all’idea stessa del vivere insieme.
Nel libro emerge continuamente una tensione tra storia e memoria: da una parte i documenti, le sentenze, le prove; dall’altra le fotografie salvate, i racconti familiari, le assenze. Come si può tenere insieme queste due dimensioni senza trasformare il dolore “né in retorica né in spettacolo”?
Il rapporto, tutt’altro che pacificato, e che continua a produrre rumore e a rappresentare un problema, tra storia e memoria. Non come categorie opposte, ma come due forme diverse di cura del passato. Questo libro traccia percorsi della memoria e della Storia mediante indagini e interviste, affidando al lettore dieci testimonianze, dieci storie che riuniscono tre generazioni e che rivelano dei confini invisibili, storie che raccontano di una società in cui carnefici e vittime vivono, oggi come allora, nella medesima strada. Nel moltiplicarsi di nessi la storia e le storie di Srebrenica non appaiono più solo come un fallimento collettivo internazionale, ma si fanno monumento, esse stesse luoghi della memoria in cui si può guardare, osservare, contemplare la contemporaneità, europea e non solo, raggiungendo una prospettiva visiva diversa, un pensiero per una pace difficile, laboriosa e necessaria.
Hai scelto una scrittura che “non spiega: accompagna”. È anche una scelta etica?
La guerra non è mai uno strumento della politica, ma con i suoi meccanismi di cause ed effetti, poi incontrollabili, produce l’unica certezza di voragini irreparabili nella vita delle persone. La scelta è stata di camminare al fianco delle persone nel processo ancora difficile di racconto delle ferite. Al contempo non ho rinunciato all’analisi. La guerra in Bosnia ha incubato e generato esiti che oggi vediamo moltiplicarsi nei molti scenari mondiali di conflitto aperti: la violazione del diritto internazionale, il calpestamento di quello umanitario, i disegni politici di pulizia etnica, il fallimento indotto delle Nazioni Unite e del suo progetto originale, il ritorno a un sistema internazionale basato sulla potenza e sulla prepotenza. Questa dimensione politica credo emerga tra le pagine di Nessun’altra casa.
Di fronte a un trauma collettivo come il genocidio di Srebrenica, qual è il limite tra raccontare e appropriarsi del dolore degli altri?
Scrivere di Srebrenica significa prendersi una grande responsabilità, non soltanto davanti ai fatti, alla Storia, ma soprattutto davanti alle persone. Le storie raccontate, messe per iscritto e condivise ampliano, rendono per sempre la vita dall’umana esperienza. Voci e destini che altrimenti sarebbero rimasti facilmente in silenzio, sarebbero caduti nell’oblio. Preservare le storie è un atto di cura e di responsabilità. È un modo di schierarsi contro l’oblio e l’indifferenza. Dimenticare non succede sempre improvvisamente. Spesso è un’onda che rifluisce lenta, in modo quieto, quando smettiamo di ascoltare e di porre domande. Cito un passaggio di una lettera molto toccante che ho ricevuto dalla comunità di Adopt Srebrenica dopo l’uscita del libro: “In questo modo le storie delle persone di Srebrenica possono vivere più a lungo, viaggiare di più e restare nella memoria di coloro che le ascolteranno e le leggeranno. Ringraziamo per la fiducia, il rispetto e il coraggio che ha permesso alle voci di Srebrenica di essere ascoltate oltre i confini di questo luogo”. Questo è esattamente il confine sul quale ho danzato per cinque anni, il tempo di questo percorso pieno di legami da custodire.
Nel libro convivono testimonianze, reportage, traduzioni, parole trovate e parole perdute. Quanto la traduzione — non solo linguistica, ma anche emotiva e culturale — è parte essenziale del lavoro sulla memoria?
Credo che la memoria non sia ciò che resiste al tempo, ma ciò che ciascuno di noi sceglie di salvare dal tempo. E che il nostro compito, oggi, sia ascoltare quelle immagini, quei resti, quelle parole che arrivano fino a noi non per chiedere consolazione, ma per ricordarci che la storia vive esattamente lì, nei luoghi in cui nessuno pensava che potesse restare qualcosa. Questa scelta richiede la traduzione dei frammenti per ricomporre le tessere del mosaico linguistico, emotivo e culturale. Non c’è storia senza memoria, perché senza le voci dei sopravvissuti i fatti rimangono muti. Ma non c’è nemmeno memoria senza storia, perché senza l’ordine delle prove la memoria rischia di diventare vulnerabile, manipolabile, preda delle identità ferite. Il lavoro di riscrittura le testimonianze cuce storia e memorie.
Ti è capitato di percepire che alcune esperienze resistessero alla lingua, come se ci fossero eventi che nessuna parola riesce davvero a contenere?
«Alcune storie sono raccontate a bassa voce, altre restano confinate nelle famiglie e molte non sono mai dette completamente. Molto spesso queste sono storie di persone a cui raramente viene data la possibilità di parlare. Persone, che siamo certi, avrebbero molto da dire. Ma il processo di traduzione non è scontato. Chi legge il libro, credo incontri l’immensa possibilità delle parole che qui incontra l’indicibilità dell’orrore dei crimini di guerra. Sì c’è un’immagine difficile da tradurre. La storia di un giovane uomo, detenuto nei campi di concentramento riapparsi nella guerra in Bosnia, che ha visto scambiata la propria libertà con la restituzione del corpo di un soldato ucciso. Questo scambio l’ha paradossalmente annientato. Ed è stato difficile trovare le parole».
E in quei casi, quale può essere il compito della scrittura?
Percorrere il buio e accorgersi della luce. In questo mosaico di storie e paesaggi irrompe una luce forte. È la resistenza della vita che si nutre della capacità di trovare ancora le parole e ascoltare il silenzio.
Viviamo in un tempo in cui la memoria pubblica è spesso terreno di conflitto politico, negazione o manipolazione. Nel caso di Srebrenica, il negazionismo continua a essere una presenza concreta. Che responsabilità ha oggi uno scrittore o un giornalista quando decide di lavorare sulla memoria di una guerra?
In Bosnia ho imparato soprattutto che per i sopravvissuti la guerra non finisce dopo l’ultima bomba. Il secondo tempo comincia quando si spengono le luci sulle macerie. Il trauma della violenza, che scava in profondità, si tramanda tra le generazioni e in ognuno è difficile decifrare che cosa possa diventare. Rielaborare e affrontare la memoria della guerra in Bosnia da Srebrenica a Sarajevo significa occuparsi del presente del mondo pieno di guerre e divisioni. Questo è un lavoro lontano dai riflettori che assume uno sguardo di responsabilità. Questo è un libro in cui la letteratura dà i nomi. È l’urgenza più forte che ho avvertito nello scrivere. Dà voce alle persone e imprime i loro nomi, perché la narrazione della guerra spesso produce anche una spersonalizzazione.
Nel tuo libro la “casa” sembra essere insieme un luogo reale e una domanda aperta. Dopo aver attraversato queste storie, che cosa significa per te il titolo Nessun’altra casa?
Nel libro, la parola “casa” emerge come simbolo di tutto ciò che è stato perduto, ma anche come luogo in cui il passato, nonostante la brutalità della guerra, continua a vivere. Non sono solo le mura di un’abitazione che vengono distrutte, ma tutto ciò che esse rappresentano: le radici, la famiglia, il legame con una comunità. Ogni voce riporta è una testimonianza di perdita, un atto di resistenza contro l’oblio e la distorsione della memoria, una finestra sulla capacità di trovare un senso, anche nel dolore più insostenibile. Ho scelto di scrivere l’ultima pagina del libro con un’immagine molto forte. Dževada, una giovane donna nata durante la guerra, evoca un vuoto, un buco che resta dentro. Ma nella sua tessitura di una quotidianità complessa, nella ricerca di frammenti di felicità, c’è l’idea di portante di Nessun’altra casa.
- · Per approfondire il lavoro editoriale di Gazmend Kapllani e la ricerca letteraria sui confini culturali europei: Del Vecchio Editore
- · Sul tema della memoria di Srebrenica e del lavoro internazionale di testimonianza e archivio: Srebrenica Memorial Center
- · Per rileggere il testo di Hannah Arendt citato da Kapllani, Noi rifugiati, ancora centrale nel dibattito su esilio, identità e appartenenza: The Hannah Arendt Center – We Refugees
Paola Del Zoppo insegna Letteratura tedesca presso l’Università di Urbino, traduttrice letteraria e direttrice editoriale per Del Vecchio Editore, si occupa di studi letterari e culturali comparati, teoria della letteratura e delle connessioni tra studi sociali e politici e letteratura.
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