Sulle loro guerre senza limite

Comune-info - Thursday, May 14, 2026
Napoli, agosto 2025. Foto di Ferdinando Kaiser

C’è una data che Günther Anders considerava una soglia, non un evento: il 6 agosto 1945. Non perché Hiroshima fosse la guerra più distruttiva della storia — lo era — ma per una ragione di natura diversa. Per la prima volta, l’umanità aveva prodotto qualcosa che eccedeva la propria capacità di comprenderlo. Non si trattava di una questione di scala: la bomba atomica non era semplicemente più grande delle altre bombe. Era qualcosa di strutturalmente diverso. Con essa, l’umanità aveva acquisito la capacità di annientare se stessa, e non riusciva — non riusciva davvero, nel senso emotivo e immaginativo del termine — a “sentire” cosa questo significasse.

Anders chiamò questa condizione “scarto prometéico”: la distanza crescente tra ciò che siamo capaci di fare e ciò che siamo capaci di immaginare. Produciamo strumenti la cui portata supera ogni nostra rappresentazione. Agiamo senza poter vedere le conseguenze di ciò che facciamo. E poiché non le vediamo, non le sentiamo come nostre. La bomba cade, ma chi ha premuto il pulsante non ha visto nessuno morire.

Quella soglia, aperta nel 1945, non è mai stata chiusa.

Ciò che oggi chiamiamo “guerre senza limite” non è una ricaduta nella barbarie, non è un’anomalia della storia, non è il frutto di leader particolarmente crudeli. È il compimento di una traiettoria che Anders aveva diagnosticato con precisione. Le guerre che Trump e Netanyahu conducono o sostengono — in Gaza, in Iran, sullo sfondo di un ordine internazionale che si dissolve — si caratterizzano esattamente per l’assenza di quella soglia che il diritto internazionale, i trattati, le convenzioni avevano cercato di costruire dopo il 1945. Non è che queste guerre violino le regole: è che agiscono in uno spazio in cui le regole hanno smesso di essere vincolanti, in cui ogni argine giuridico o morale viene presentato come un ostacolo alla sicurezza, come ingenuità o debolezza.

Lo scarto anderssiano oggi si manifesta nella sua forma più compiuta nell’uso dell’intelligenza artificiale nei sistemi militari. Qui lo scarto non è più solo psicologico — l’incapacità emotiva di immaginare le conseguenze — ma è diventato strutturale: la decisione letale viene delegata a un sistema che non ha soggettività, che non può provare rimorso, che non può essere chiamato a rispondere. L’umano è uscito dalla catena decisionale. Produciamo morte senza che nessun soggetto la voglia davvero, senza che nessuno possa darne conto. È la realizzazione letterale di ciò che Anders temeva: un’azione senza agente, una responsabilità senza soggetto.

In questo contesto, la risposta che i governi europei e occidentali stanno dando è quella del riarmo. E qui occorre essere precisi su cosa questa scelta comporta, non solo sul piano militare, ma su quello politico e valoriale. Il riarmo non è una risposta neutrale alla minaccia: è una scelta di civiltà. Significa spostare risorse, priorità, linguaggi e immaginari verso la logica della potenza e della deterrenza, e farlo a scapito di tutto ciò che l’Europa aveva costruito come alternativa a quella logica: le politiche di solidarietà, la cooperazione internazionale, i diritti sociali, l’idea stessa che la sicurezza possa essere costruita attraverso la giustizia piuttosto che attraverso la forza.

Non è un cambiamento di politica. È un cambiamento di paradigma. E avviene in modo quasi silenzioso, presentato come necessità tecnica, come realismo, come risposta obbligata a un mondo che è cambiato. È esattamente il meccanismo che Anders descriveva: ciò che è enorme diventa astratto, ciò che è atroce diventa necessità.

È in questo quadro che il pacifismo, in Anders, acquista un significato che non ha nulla di ingenuo o sentimentale. Non è un appello alla pace come valore astratto. È la posizione razionalmente coerente con la diagnosi: se viviamo in una condizione in cui la capacità distruttiva supera ogni possibilità di controllo umano, se la logica militare tende per sua natura ad autoalimentarsi, se il riarmo produce insicurezza invece di ridurla, allora rifiutare quella logica non è idealismo — è lucidità.

Il pacifismo che Anders propone è una pratica del limite: riaffermare che esistono soglie che non possono essere superate, che la forza non è l’unica fonte del diritto, che le decisioni di vita e di morte devono restare ancorate a una responsabilità umana riconoscibile. In un tempo in cui quella responsabilità si dissolve — nei sistemi automatizzati, nelle retoriche della necessità, nell’abitudine all’orrore che i flussi di immagini producono — questa pratica è al tempo stesso un atto politico e un atto di resistenza culturale.

Anders non offriva consolazione. Offriva una responsabilità: non adattarsi. Non accettare che la guerra diventi l’orizzonte normale del mondo, che la politica si riduca a pura gestione della potenza.

Ma questa responsabilità, per non restare un appello astratto, ha bisogno di essere pensata fino in fondo, anche nei punti in cui il pensiero di Anders mostra i propri limiti. La sua diagnosi resta preziosa e difficilmente contestabile: la tecnologia militare, e oggi l’intelligenza artificiale applicata alla guerra, realizza una condizione in cui l’essere umano diventa marginale a se stesso — produce strumenti che non riesce più a controllare, delega decisioni letali a sistemi che non hanno soggettività né responsabilità. È lo scarto prometéico nella sua forma più compiuta.

Dove Anders però si inceppa è nella conclusione pratica: la sua resistenza anticipatoria, la legittimazione dell’azione preventiva contro chi prepara la distruzione di massa, risponde alla logica della violenza restando al suo interno. È una contraddizione che non si può ignorare, e che segnala il punto in cui occorre prendere un’altra direzione.

Il pacifismo attivo non cede a quella logica. Non perché rinunci all’azione, ma perché agisce diversamente: costruisce ogni giorno, nei rapporti concreti, negli spazi politici e civili, le condizioni di un mondo diverso. È un pacifismo che inizia da sé stessi, dal rifiuto personale di riprodurre nei propri gesti, nelle proprie scelte, nella propria vita pubblica e privata, la logica della sopraffazione. Ed è un pacifismo che richiede immaginazione: la capacità di rappresentarsi ciò che ancora non esiste e di agire come se fosse possibile costruirlo. Di creare dovunque sia possibile comunità.

È qui che Hannah Arendt diventa interlocutrice necessaria, e non solo con la diagnosi della “banalità del male”. Il concetto arendtiano di “natalità” dice che ogni essere umano porta nel mondo la capacità di cominciare qualcosa di nuovo, di inaugurare. Non adattarsi non significa soltanto resistere a ciò che esiste: significa aprire uno spazio in cui qualcosa di diverso possa cominciare. Ogni atto di giudizio consapevole, ogni rifiuto di delegare la propria responsabilità alla necessità o alla paura, ogni gesto che costruisce relazione invece di escluderla, tutto questo è già, nel senso preciso di Arendt, un atto politico.

Anders e Arendt ci chiedono la stessa cosa, con parole diverse: restare soggetti. In un tempo in cui tutto spinge verso l’espropriazione del giudizio e verso la rassegnazione, questa non è ingenuità. È l’unica forma di realismo che valga la pena praticare.

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