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Regno Unito, il tempo del crepuscolo del Labour
IL GREEN PARTY SCALZA IL LABOUR DA UN COLLEGIO DEL “RED WALL”. E CORBYN VINCE LA BATTAGLIA PER LA LEADERSHIP DEL NUOVO YOUR PARTY La candidata dei Verdi ha vinto l’elezione suppletiva destinata a rinnovare un seggio di deputato nel collegio di Gorton and Denton, tradizionale bastione del cosiddetto “muro rosso” dell’Inghilterra del nord. Il risultato viene definito da Dave Kellaway, su Anticapitalist Resistance, come storico: si trattava del 38° collegio più sicuro per il Labour e il settimo maggiore swing contro un governo laburista. Non era nemmeno un obiettivo prioritario per i Verdi. L’affluenza, simile a quella delle elezioni generali, dimostra che non si è trattato di un voto “anomalo”: molti elettori laburisti non sono rimasti a casa, ma sono passati direttamente ai Verdi, permettendo loro di eleggere il primo deputato nel Nord dell’Inghilterra e di vincere la prima suppletiva della loro storia. Questa sconfitta segna il fallimento della strategia della leadership laburista guidata da Keir Starmer, accusata di inseguire gli elettori di destra di Reform UK nei collegi ex “red wall”, trascurando l’elettorato progressista. Kellaway paragona questa linea alla “strategia Macron”, puntare sul voto utile contro l’estrema destra invece che su un programma capace di mobilitare. Figure della sinistra laburista come John McDonnell avevano già avvertito che inseguire Reform su temi come l’immigrazione avrebbe solo rafforzato la destra. Il risultato ha visto non solo Reform superare il Labour, ma lo hanno fatto anche i Verdi. Un tema centrale della campagna è stato il sostegno del Labour a Israele nella guerra a Gaza, che ha alienato molti elettori, soprattutto tra chi ha partecipato alle mobilitazioni per la Palestina. La nuova deputata verde, Hannah Spencer, ha collegato esplicitamente la crisi del costo della vita a Manchester con le sofferenze dei palestinesi a Gaza. Reform ha reagito accusando i Verdi di “settarismo” e insinuando brogli elettorali nelle comunità musulmane, accuse smentite pubblicamente da commentatori come Dan Hodges. Kellaway sostiene che la vittoria verde non sia stata solo un voto tattico anti-Reform, ma il frutto di un programma progressista rafforzato dalla nuova leadership di Zack Polanski, che ha affiancato a quello ambientalista un profilo socialdemocratico di sinistra. I Verdi hanno difeso politiche radicali su droghe, diritti LGBT+ e immigrazione, resistendo alla campagna di attacco del Labour. Una lezione per i socialisti: è possibile vincere con un programma coerentemente progressista, senza piegarsi al “consenso del centro estremo”. Il testo invita anche la sinistra marxista a non liquidare i Verdi come forza piccolo-borghese o destinata al tradimento, riconoscendo che oggi comprendono decine di migliaia di lavoratori e giovani. Pur sostenendo la necessità di un nuovo partito di sinistra, Kellaway propone un rapporto di alleanza e collaborazione con i Verdi, citando positivamente l’appello al voto verde di Jeremy Corbyn e Zarah Sultana. Per il Labour si apre ora una crisi interna: la sconfitta potrebbe favorire una sfida alla leadership, con figure come Andy Burnham o Angela Rayner viste come possibili alternative “soft left”, anche se giudicate insufficienti su temi come Palestina e diritti dei migranti. Intanto Reform, pur forte nei sondaggi, mostrerebbe limiti strutturali nell’andare oltre una solida base del 30%, e la vittoria verde dimostrerebbe che anche settori della classe operaia bianca nel Nord possono essere sottratti alla destra. Tutto ciò in un momento in cui è sempre più evidente la compromissione di pezzi del suo cerchio magico nell’affaire Epstein a partire dal potente e chiacchierato capo di gabinetto del premier, Morgan McSweeney,  indicato da più parti come una sorta di figlioccio politico del 72enne Peter Mandelson, considerato compromesso fino al collo con Epstein, e come promotore della sua nomina ad ambasciatore. Proprio da questi ambienti nostalgici del blairismo è partita la feroce campagna contro la sinistra del Labour che ha portato al disarcionamento di Corbyn e alle calunnie su un suo presunto antisemitismo. E proprio nella sinistra a sinistra del Labour, questi giorni registrano la vittoria di Jeremy Corbin nelle elezioni per il comitato centrale del nuovo soggetto politico di cui Popoff ha spesso dato conto del lungo processo di gestazione. “Jeremy Corbyn ora controlla Your Party. È una cosa positiva?”, si chiede Novara Media titolando il pezzo di Rivkah Brown che analizza l’esito delle votazioni.  In sintesi, le elezioni del Comitato Esecutivo Centrale (CEC) di Your Party hanno prodotto un risultato netto: la lista “The Many”, legata a Jeremy Corbyn, ha conquistato 14 dei 24 seggi, contro i 7 della corrente “Grassroots Left” vicina a Zarah Sultana. I restanti 3 sono andati a indipendenti. In termini di voti, The Many ha ottenuto circa 8.000 prime preferenze (37%), Grassroots Left circa 6.000 (28%), mentre il 35% si è distribuito su candidati indipendenti. Un dato importante: Corbyn ha la maggioranza relativa dei voti ma una quasi maggioranza assoluta nell’organo dirigente. Questo gli consente, di fatto, di orientare linea politica e scelte organizzative. Il paradosso è evidente. Il partito era nato con l’ambizione di superare personalismi e verticalismi, ma il risultato rafforza proprio la centralità del suo fondatore. L’ala di Corbyn ha già preannunciato la sua leadership parlamentare, contando sul voto compatto del proprio blocco nel CEC. L’idea di una direzione realmente collettiva esce notevolmente ridimensionata. Zarah Sultana aveva puntato su una maggiore democratizzazione interna, su proposte programmatiche radicali (abolizione della monarchia, trasparenza finanziaria, ecosocialismo esplicito) e su un modello di co-leadership. Secondo Rivkah Brown, però, avrebbe sottovalutato il peso simbolico di Corbyn nella base. Pur considerata da molti la sua erede naturale, non ha sfondato. Il tentativo di mobilitare la base contro un “establishment interno” – incarnato, ironicamente, da Corbyn stesso – non ha avuto successo. Per ora, la linea sembra chiara: collaborare con la maggioranza corbyniana sarà più produttivo che sfidarla frontalmente. Ma il rischio è che una centralizzazione eccessiva soffochi proprio quell’energia militante di cui il partito avrebbe bisogno per crescere. Secondo l’analisi di Simon Hannah su Anticapitalist Resistance, ciò che accade dentro Your Party riflette un problema più ampio: la debolezza strutturale della sinistra in Gran Bretagna. Quarant’anni di neoliberismo, austerità e campagne mediatiche razziste hanno spostato l’asse politico a destra. Dalla stagione thatcheriana in poi, sindacati combattivi sono stati sconfitti o ridimensionati; oggi il movimento sindacale opera sotto alcune delle leggi anti-lavoratori più restrittive dell’Europa occidentale. Questo contesto non può essere aggirato con ottimismo volontarista. È vero che la sinistra britannica ha saputo costruire grandi mobilitazioni – dalle proteste anticapitaliste dei primi anni 2000 al movimento contro la guerra in Iraq, fino alle campagne contro l’austerità e alla solidarietà con la Palestina – ma i movimenti, da soli, non sostituiscono un partito. Qui sta il punto centrale di Hannah: senza un partito che lotti per il potere, la sinistra resta confinata alla protesta o alla propaganda. La leadership di Corbyn nel Labour aveva rappresentato un ritorno alla strategia: la possibilità concreta di contendere il governo. Ma quell’esperienza ha anche mostrato quanto il Labour Party fosse strutturalmente radicato nell’ordine capitalistico britannico. La sconfitta del 2019 – e l’ascesa dell’ala blairiana oggi guidata da Keir Starmer – hanno chiuso quella finestra. Figure come Morgan McSweeney e gran parte del gruppo parlamentare laburista rappresentano, secondo questa lettura, la funzione storica del Labour: riformare senza mettere in discussione il capitalismo. Per anni si è chiesta la costruzione di una nuova forza a sinistra del Labour, capace di raccogliere l’eredità di Momentum. Corbyn, però, aveva esitato, limitandosi alla Peace and Justice Coalition. Questo vuoto ha permesso ai Verdi di occupare parte dello spazio elettorale a sinistra. Ma, avverte Hannah, lo “spazio” non è un oggetto astratto: è fatto di persone con bisogni, paure e contraddizioni. Un partito non cresce semplicemente presentandosi alle elezioni e proclamando il socialismo. Cresce se si radica nelle comunità operaie, nei sindacati, nelle campagne, nelle lotte contro austerità, razzismo e guerra. I Verdi, pur in crescita, restano un partito elettorale senza una strategia di trasformazione radicale dal basso. Your Party potrebbe colmare questo vuoto – ma solo se diventa un “partito utile nella lotta di classe”, per usare la formula della Quarta Internazionale: uno strumento capace di coordinare azioni efficaci e di far avanzare la coscienza collettiva contro il capitalismo. Salvo elezioni anticipate, c’è tempo fino al 2029. Questo periodo potrebbe servire a costruire una forza radicata e capace di capitalizzare la polarizzazione crescente in una società segnata da crisi economica, collasso climatico e ascesa dell’estrema destra (con figure come Nigel Farage pronte a intercettare il malcontento). Ma se Your Party resta chiuso nelle proprie faide interne – dogmatismo, settarismo, personalismi – rifletterà semplicemente le debolezze storiche della sinistra britannica. La vittoria di Corbyn nel CEC non risolve la crisi strategica: la rende più urgente. Può rappresentare una stabilizzazione necessaria oppure l’inizio di una nuova stagnazione, se non si traduce in organizzazione reale, formazione politica e intervento sistematico nelle lotte sociali. Per un osservatore italiano, la dinamica è familiare: un leader carismatico che tenta di trasformare un movimento in partito, una generazione più giovane e gli ambiti della sinistra radicale non stalinista che chiedono maggiore radicalità e democrazia interna, un contesto strutturale segnato da sconfitte storiche della sinistra. La vera domanda non è chi controlla il CEC oggi, ma se Your Party saprà diventare qualcosa di più di una proiezione del nome di Corbyn. Senza radicamento sociale e strategia di lungo periodo, anche una maggioranza interna può rivelarsi fragile. Con una strategia chiara, invece, potrebbe diventare l’inizio di una ricomposizione della sinistra britannica dopo decenni di arretramento. The post Regno Unito, il tempo del crepuscolo del Labour first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Regno Unito, il tempo del crepuscolo del Labour sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 28, 2026
Popoff Quotidiano
Parla Heidi Reichinnek, l’artefice della rinascita di Die Linke
LA POPOLARE LEADER DEL GRUPPO PARLAMENTARE, TORNA SULLA STRATEGIA CHE HA PERMESSO LA RINASCITA DELLA SINISTRA RADICALE TEDESCA Thomas Schnee per Mediapart Se l’estrema destra ha più peso che mai nella politica tedesca, la sinistra radicale ha fermato la marginalizzazione che la minacciava. Heidi Reichinnek, 37 anni, copresidente del gruppo parlamentare del partito Die Linke al Bundestag, è una delle principali artefici della rinascita di un partito dato per politicamente morto pochi mesi prima delle elezioni legislative anticipate del 23 febbraio 2025. Star dei social network tedeschi, è con un discorso virale al Bundestag contro una mozione per una politica migratoria dura, presentata dai conservatori e votata con il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD), che Heidi Reichinnek ha mobilitato un elettorato più giovane, più urbano e più femminile che in passato… e soprattutto più numeroso. Die Linke è riuscita a mantenere il suo seggio al Bundestag quasi raddoppiando il suo risultato del 2021 (8,8%). Il partito ha anche registrato un’ondata record di adesioni. Alla fine del 2025, il partito contava 123.000 membri, contro i 58.500 alla fine del 2024. Considerando l’ascesa dell’estrema destra nei parlamenti dei Länder (la Germania è un paese federale), Die Linke potrà giocare un ruolo significativo nella formazione di coalizioni democratiche al termine delle prossime elezioni regionali. Mediapart: Quali elementi della vostra strategia hanno contribuito alla ripresa inaspettata di Die Linke? Heidi Reichinnek: Il nostro successo si basa su molti fattori. Innanzitutto, l’arrivo di Ines Schwerdtner e Jan van Aken alla guida del partito nell’ottobre 2024. Sono riusciti a rimotivare il partito dopo l’uscita di Sahra Wagenknecht. Hanno anche messo in atto strutture operative che consentono di integrare i numerosissimi nuovi membri. Abbiamo potuto concentrarci sul cuore del nostro progetto. Ovvero parlare di giustizia sociale, affitti dignitosi, costo della vita accessibile, e ripeterlo fino a quando tutti hanno capito. Abbiamo anche rifiutato di partecipare a dibattiti generici in cui migrazione e politica di sicurezza vengono mescolate senza discernimento. Infine, abbiamo scelto in modo massiccio una campagna elettorale di prossimità, con un gran numero di porta a porta, stand informativi, attività sociali di tipo “cucina per tutti”. Parallelamente, c’è stato il lancio molto mediatico dell’operazione “Boucles d’argent” (Orecchini d’argento), durante la quale tre dei nostri veterani politici più popolari hanno conquistato tre circoscrizioni per consentire al partito di rimanere nel Bundestag. Per la prima volta dopo molto tempo, abbiamo beneficiato di una copertura mediatica positiva. Tutto ciò ha ovviamente facilitato notevolmente il lavoro dei nostri militanti e dei nostri candidati in prima linea sul territorio. Prima c’era sempre un dibattito interno destabilizzante, dispute a livello federale… È stata la scissione causata dall’uscita di Sahra Wagenknecht a rendere possibile questa evoluzione. Lei è nota per la sua presenza sui social network. A titolo personale, ha più di 1,5 milioni di follower su Instagram, TikTok e altri. Un altro fattore determinante? Si tende sempre ad attribuire a questo fattore più importanza di quanta ne abbia, credo. Ciò che ci sta a cuore è parlare con le persone da pari a pari. È quello che facciamo sui social network, così come bussando alle porte o negli stand informativi per strada. È l’insieme di queste cose che fa la differenza. Ho iniziato questo lavoro con il mio team nel 2021, quando sono entrata nel Bundestag, anche perché mi occupavo già di politica dell’infanzia e della gioventù ed era chiaro che se volevamo raggiungere principalmente i giovani, dovevamo essere presenti anche su TikTok. All’inizio ero titubante. Poi, a un certo punto, ho capito che dovevo semplicemente essere me stessa e dire: “Ecco il problema, critico questo, ecco la mia soluzione, ecco dove vogliamo arrivare”. E funziona bene. Tredici milioni di tedeschi vivono al di sotto della soglia di povertà. Considerando il vostro programma, rivolto in primo luogo a loro, perché non siete il partito più grande della Germania? È la domanda che tutti i partiti di sinistra dovrebbero porsi, ovunque e in tutti i tempi. Molte persone sono semplicemente incredibilmente deluse dalla politica, dai partiti democratici, perché hanno sempre ricevuto molte promesse che non sono state mantenute. Non votano più o si lasciano sedurre dalle promesse dell’estrema destra, che offre loro soluzioni semplicistiche, come se tutto migliorasse una volta che gli stranieri se ne fossero andati. Il che è ovviamente un’assurdità razzista. Per questo motivo sviluppiamo azioni concrete sul campo, per dimostrare che siamo in grado di migliorare la vita delle persone. Apriamo centri di assistenza sociale nei quartieri. Abbiamo anche creato un “calcolatore di affitti abusivi” online, molto utilizzato. Nei consigli comunali in cui siamo presenti, affrontiamo temi che nessun altro prende in considerazione. Durante la pandemia di Covid, ad esempio, ci siamo occupati dei bambini e degli adolescenti che, a causa della chiusura degli asili e delle scuole, non avevano più accesso a pasti gratuiti o almeno economici. Durante la pandemia di Covid, abbiamo anche lottato affinché i bambini e gli adolescenti provenienti da famiglie senza risorse potessero beneficiare di un pranzo consegnato a domicilio, poiché gli asili nido e le scuole erano chiusi. Abbiamo un ministro dell’istruzione nel Land di Meclemburgo-Pomerania Anteriore che ha introdotto la gratuità degli asili nido. Lottiamo anche contro la propaganda e il discorso dominante. L’AfD continua la sua ascesa. In che misura siete disposti a stringere alleanze, anche con la CDU-CSU, per bloccare l’estrema destra? Abbiamo sempre affermato di essere disposti a collaborare con tutte le forze democratiche per difendere la democrazia e migliorare la vita dei cittadini. Se una legge è nell’interesse dei cittadini, votare con i conservatori non è un problema. In Sassonia, dove il ministro presidente conservatore guida un governo di minoranza, il bilancio del Land non sarebbe mai stato approvato senza il nostro sostegno, per esempio. Dubito che questo valga a livello federale. A questo livello, non si parla con noi. Per combattere l’AfD, si può sempre contare su Die Linke. Ma non sono sicura che sia ancora così con la CDU-CSU,. L’AfD, ma anche il partito fondato da Sahra Wagenknecht, giocano molto sulla nostalgia di un modello di crescita ed esportazione che sarebbe fallito a causa della moneta unica, del peso delle migrazioni e della rottura delle relazioni energetiche con la Russia. Quale alternativa offrite a questa visione? L’Unione europea (UE) ci ha permesso di conoscere una prosperità senza precedenti negli ultimi decenni, in tutta Europa. E, con poche eccezioni, non abbiamo conosciuto guerre. Affermiamo quindi chiaramente che abbiamo bisogno di più scambi all’interno dell’UE. È la cosa migliore da fare per la prosperità di tutti. Dobbiamo naturalmente affermare chiaramente che rispettiamo il diritto internazionale e che le strategie sovraniste, alla fine dei conti, non portano che all’impoverimento. Ad esempio, l’AfD vorrebbe reintrodurre il marco, poiché l’euro  perché l’euro è considerato una valuta terribile. Se lo facessimo, il marco tedesco subirebbe una forte rivalutazione rispetto all’euro e avremmo un problema di inflazione e di esportazioni. È favorevole al mantenimento del modello esportatore tedesco? La Germania è diventata campione mondiale delle esportazioni perché ha abbassato massicciamente il livello dei salari. È in parte grazie all’Agenda 2010 che la Germania ha oggi una consistente fascia di lavoratori a basso reddito, un risultato di cui l’ex cancelliere Schröder si è peraltro vantato. Ma a che serve essere campioni mondiali delle esportazioni se ciò non è dovuto all’innovazione, ma ai bassi salari e alle cattive condizioni di lavoro? Il modo migliore per rafforzare l’economia è ricorrere a investimenti pubblici e a direttive affidabili. Dobbiamo sostenere la domanda interna, ad esempio riformando l’imposta sul reddito per ridistribuire la ricchezza dall’alto verso il basso e alleggerire il carico fiscale sui redditi medio-bassi. Dobbiamo garantire salari dignitosi e buone prestazioni sociali affinché le persone possano permettersi prodotti alimentari a prezzi ragionevoli, pagare l’affitto, andare al cinema o al bar all’angolo, in modo che quest’ultimo non sia costretto a chiudere. I servizi pubblici devono essere protetti dalla logica di mercato e rimanere nelle mani dello Stato, in particolare l’alloggio, la sanità, l’istruzione o la mobilità. Cosa proponete per contrastare il declino della vostra industria? Dobbiamo promuovere la nostra industria locale. L’esempio dell’acciaio lo dimostra: esiste acciaio molto economico proveniente dalla Cina. Ma l’industria siderurgica qui non deve andare in rovina. E se le autorità pubbliche sostengono le imprese con investimenti multimiliardari, come hanno fatto il Land Renania Settentrionale-Vestfalia e il governo federale per ThyssenKrupp, ciò deve essere accompagnato da obiettivi concreti. I diritti di cogestione nelle imprese devono essere estesi, i posti di lavoro preservati e i siti garantiti. I dividendi e gli stipendi dei dirigenti devono essere limitati e, nel migliore dei casi, le autorità pubbliche devono diventare azionisti. I costi in Germania sono elevati, è vero. Ma ciò che possiamo offrire è una buona formazione dei lavoratori, se investiamo nell’istruzione. E una buona infrastruttura, se investiamo in essa. Ciò include anche energia a basso costo. Abbiamo bisogno di maggiori investimenti in energia verde e accessibile a tutti. L’Europa è stretta tra l’imperialismo di Trump, sempre più coercitivo nei nostri confronti, e l’imperialismo di Putin. Quale ruolo dovrebbe svolgere la Germania? Come ho detto, l’Unione europea e le Nazioni Unite sono i nostri punti di riferimento che devono diventare o tornare ad essere strumenti più potenti. Perché sì, lo stiamo vivendo con Trump, lo stiamo vivendo con Putin, lo stiamo vivendo purtroppo anche in altri paesi europei, dove si trovano  dove si trovano attori sempre più potenti che tornano a sostenere una politica egoistica o che improvvisamente rivendicano territori confinanti. Ecco perché abbiamo ancora più bisogno di attori forti come l’Unione europea, con un pilastro franco-tedesco rafforzato. Ma per questo ho anche bisogno di un’UE che si interessi al benessere della sua popolazione e che non agisca principalmente nell’interesse delle imprese. Con l’UE potremmo fare tante cose positive, sia sul piano della politica internazionale che su quello della politica sociale… L’UE è più forte di quanto creda. E dobbiamo smettere di sperare che Trump ci lasci in pace se gli diciamo quello che vuole sentire senza criticarlo. Dall’altra parte c’è la Russia di Putin e la sua guerra di aggressione in Ucraina. Qual è la vostra posizione sul riarmo della Bundeswehr e sulla reintroduzione del servizio militare? Siamo contrari al ritorno del servizio militare sia per gli uomini che per le donne, perché riteniamo che nessuno debba essere costretto a portare le armi e che l’intera procedura, la raccolta dei dati, la visita medica, sia semplicemente degradante. Sosterremo attivamente tutti i giovani che si rifiutano di partecipare. Siamo favorevoli alla soppressione, nella Costituzione, di ogni possibilità di reintrodurre il servizio militare. Se l’esercito tedesco ha bisogno di più soldati, bisogna prima pensare alle condizioni di lavoro e a quelle salariali, e chiedersi perché i giovani non sono più disposti a arruolarsi. Ci viene sempre detto che le nostre missioni all’estero hanno lo scopo di mantenere la pace, ma in gran parte sono anche subordinate a interessi economici. Anche le esportazioni di armi dovrebbero essere esaminate con occhio critico. Inoltre, vogliamo che la Bundeswehr sia un esercito di difesa, come stabilito dalla Costituzione. Dobbiamo armarci in funzione di questo obiettivo, ma non di più. Siamo contrari all’attuale spirale di rimilitarizzazione. Ogni centesimo speso per gli armamenti è un centesimo che manca al settore sociale. Questo è inaccettabile. Stessa posizione per un bilancio della difesa pari al 5% del PIL, come richiesto da Trump e dalla NATO? Abbiamo abbastanza armi su questo pianeta per distruggerlo una dozzina di volte. Non è la strada giusta. Del resto, ciò che sta funzionando di nuovo, da alcune settimane e alcuni mesi, è sorprendentemente la diplomazia. E quando parliamo di diplomazia, non significa che diciamo a Putin: «Venga, per favore, prendiamo un caffè e forse potremo discutere». Dobbiamo esercitare pressioni, anche sul piano economico, ad esempio sequestrando i beni privati degli oligarchi russi che sostengono Putin. E sì, dobbiamo anche discutere con attori come la Cina. Non è necessario sostenere il suo regime, ma il fatto è che si tratta di un attore importante a cui Putin presta attenzione. Se voglio discutere solo con democratici irreprensibili, il mondo rischia di divenire molto silenzioso. Lei parla dei preparativi per i negoziati di pace in Ucraina. Ma Putin attacca senza sosta e mantiene le sue richieste massime. Non dovremmo continuare a sostenere l’Ucraina con armi e denaro? La posizione del nostro partito è chiara: siamo contrari alle forniture di armi all’Ucraina. Dobbiamo risolvere questo conflitto con la diplomazia. Nonostante tutti gli orrori che si sono verificati, ci sono stati progressi significativi nei negoziati di pace. E questo dimostra, a mio avviso, ancora una volta che avremmo dovuto intraprendere questa strada molto prima. 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February 5, 2026
Popoff Quotidiano
Copenaghen, come la sinistra radicale ha scalzato i socialdemocratici
PER LA PRIMA VOLTA IN 120 ANNI, IL SINDACO DELLA CAPITALE NON È SOCIALDEMOCRATICO. SPOILER: PERCHÉ IL SUO PARTITO NON È DI SINISTRA Romaric Godin su Mediapart Copenaghen (Danimarca).– La Danimarca non è nota per essere una terra ad alto rischio sismico. Ma il 18 novembre 2025, un vero e proprio terremoto ha colpito il maestoso municipio di Copenaghen. Completato nel 1905, questo gigantesco edificio in mattoni rossi che troneggia nel centro della capitale danese aveva sempre visto solo sindaci provenienti dal partito socialdemocratico (Socialdemokratiet, SD). Tuttavia, al termine delle elezioni comunali di novembre, l’evidenza è chiara: i socialdemocratici sono stati schiacciati alle urne. La loro lista non ha ottenuto più del 12,7% dei voti, ha perso 4,5 punti e si è classificata al terzo posto. Davanti a loro ci sono due liste di sinistra: la Lista dell’Unità (Enhedslisten, EL, detta anche lista rosso-verde), che, come nel 2021, è il primo partito della capitale con il 22% dei voti, e il Partito Popolare Socialista (Socialistisk Folkeparti, SF), che è il grande vincitore delle elezioni con il 17,9% dei voti, sette in più rispetto a quattro anni fa. Una replica ancora più forte si è verificata il 5 dicembre durante il primo consiglio comunale. Nel 2021, i socialdemocratici avevano già perso il primo posto a Copenaghen ma avevano conservato la carica di sindaco principale (overborgmester) grazie al sostegno dei partiti di destra. Questa volta l’ex partito dominante ha conosciuto la disfatta totale. I suoi eletti sono stati esclusi vistosamente dalle negoziazione per l’elezione del sindaco e la ripartizione degli assessori. «Mentre la maggior parte dei partiti discuteva della ripartizione delle cariche, i rappresentanti socialdemocratici sono stati tenuti all’oscuro», racconta Carsten Mai, ex portavoce del comune negli anni ’90, ora analista politico e profondo conoscitore della politica della capitale. «Un’umiliazione», secondo la giornalista politica del quotidiano Politiken (centro-sinistra) Elisabet Svane, che per lei significa che «il partito socialdemocratico è diventato nemico di tutti». Per la prima volta dal 1903, il sindaco di Copenaghen non è più un membro di questo partito. Il 5 dicembre 2025, Sisse Marie Welling, dell’SF, è stata eletta sindaco della città. Ha assunto le sue funzioni il 1° gennaio 2026. Visto dalla Francia, questo cataclisma può sorprendere. Copenaghen è una città dinamica, che se la cava piuttosto bene e che negli ultimi trent’anni è stata oggetto di una profonda campagna di rinnovamento. La città è verde, l’uso della bicicletta è molto diffuso e i trasporti pubblici sono efficienti e capillari. È anche molto ricca. Secondo Eurostat, il PIL pro capite della città è di 70.900 euro, ovvero il 51% in più rispetto alla media danese. La capitale danese è stata un esempio per molte grandi città europee, a cominciare da Parigi durante i due mandati di Anne Hidalgo. Risultati delle elezioni comunali di novembre 2025 LA QUESTIONE CENTRALE DEL DIRITTO ALLA CASA Ma il disastro socialdemocratico si spiega con un duplice fenomeno: l’erosione del consenso intorno alla politica municipale socialdemocratica e la nazionalizzazione delle elezioni del 2025. E queste due tendenze sono, in realtà, strettamente legate. La trasformazione di Copenaghen non è avvenuta senza profondi dibattiti all’interno della sinistra locale, anche se ha provocato un profondo cambiamento demografico. Il potere socialdemocratico si è costruito attorno a una base operaia locale che la sua politica di rinnovamento urbano ha contribuito proprio a ridurre e a cacciare dalla città. Diventando più ricca in generale, la città ha cambiato la sua composizione sociale. «Come in altre grandi città europee, con la terziarizzazione abbiamo assistito all’emergere di una classe precaria, spesso di origine straniera, e di una classe molto giovane che arriva in città per trovare servizi educativi di alta qualità», riassume Rune Møller Stahl, responsabile di Oxfam a Copenaghen. Secondo Carsten Mai, quasi il 20% degli elettori della città sono studenti e quasi il 30% sono di origine straniera o stranieri (alle elezioni comunali, il diritto di voto è attribuito a tutti gli stranieri in possesso di un permesso di soggiorno in Danimarca). Tuttavia, secondo l’analisi, queste popolazioni hanno esigenze di welfare e di servizi pubblici che si collocano più a sinistra rispetto al partito socialdemocratico. Tanto più che le politiche del comune hanno approfondito il divario tra queste categorie e il partito allora dominante. “Da alcuni decenni, i movimenti di sinistra si sono opposti ai progetti socialdemocratici nella città sulla base della lotta contro il cambiamento climatico, la gentrification e per lo sviluppo dei servizi pubblici”, ricapitola Rune Møller Stahl. Uno dei principali punti di frizione, è stata la politica sul diritto alla casa. La municipalità socialdemocratica ha sostenuto le politiche di “rigenerazione urbana” che hanno contribuito alla gentrification dei quartieri un tempo popolari a sud ovest di Vesterbro, a ovest rispetto al centro. Nello stesso tempo, sono nati dei nuovi quartieri, costruiti su progetti privati a scapito dell’accessibilità degli alloggi. “Per rinforzare le entrate fiscali della città, i social-democratici hanno privilegiato i grandi progetti di sviluppo dei nuovi quartieri presentati dalle imprese private”, spiega Rune Møller Stahl. Progetti ambiziosi, accompagnati da nuove stazioni della metropolitana, come a Nordhavn, per esempio. Ma questi nuovi quartieri sono inarrivabili per i meno abbienti e il loro finanziamento con il debito favorisce il rialzo dei prezzi. Progressivamente una gran parte della popolazione di Copenaghen s’è ritrovata nella difficoltà di trovare casa in città. Il fenomeno un’accelerazione negli ultimi anni, specialmente dopo la crisi pandemica. Secondo la banca Nykredit, il prezzo medio degli alloggi, a Copenaghen è aumentato del 18% nel 2025, contro un calo dell’1,5% ad Aarhus, la seconda città del Paese. Gli affitti hanno seguito lo stesso andamento. In termini assoluti, il prezzo medio al metro quadro nel 2025 ha raggiunto le 64.300 corone danesi nella città (circa 8.611 euro), ovvero il 63,6% in più rispetto alla media nazionale e quasi tre volte il prezzo medio a Odense, terza città del Paese nell’isola di Fionia. Tra i temi locali, quello degli alloggi è stato uno dei più presenti nella campagna elettorale. E, logicamente, ha avvantaggiato i partiti di sinistra, che sono il prodotto dei movimenti storicamente in opposizione a queste politiche di rigenerazione urbana. Sofie, responsabile della campagna sul campo dell’Enhedslisten, conferma l’importanza del tema e la grande disapprovazione dei socialdemocratici su questo fronte. «La gente era molto attenta alle nostre proposte di sviluppo di alloggi a prezzi accessibili e di regolamentazione degli affitti», spiega. Secondo lei, «i socialdemocratici sono visti come i principali responsabili dei problemi abitativi della città». Progressivamente, quindi, la politica municipale condotta dal partito socialdemocratico ha alienato gran parte della popolazione. A ciò il partito ha risposto con una certa arroganza, vantandosi di un bilancio che riteneva eccellente, vista l’evoluzione della città. «Il partito sembrava dire: “Abbiamo creato una delle città più sicure, vivibili e migliori al mondo, perché non ci ringraziate?” Dimenticando i problemi attuali della popolazione e le sue richieste di maggiore solidarietà», analizza Carsten Mai. Il fenomeno era già molto avanzato nel 2021, quando la lista rosso-verde EL è diventata il primo partito della città con il 24,6%. I socialdemocratici hanno quindi perso più di dieci punti. Ma il punto determinante delle elezioni del 2025 è stata la nazionalizzazione del voto. UN’ELEZIONE VISTA COME UN TEST NAZIONALE Naturalmente, l’elezione municipale di Copenaghen, una città di 670.000 abitanti in un agglomerato che raggruppa un quarto della popolazione danese, ha una forte dimensione nazionale. Ma questa volta il voto si è concentrato in modo particolare sul rapporto con il governo centrale. Per capirlo, occorre fare un passo indietro. A partire dal 2015, Mette Frederiksen, l’attuale primo ministro, ha avviato un cambiamento radicale di posizione per il partito socialdemocratico. «Ha cercato di recuperare gli elettori del Partito Popolare Danese (DF) con un discorso repressivo sull’immigrazione e la sicurezza», spiega Frederik Klaaborg Kjøller, docente di scienze politiche all’Università di Copenaghen. In un primo momento, questa mossa è stata accompagnata dal mantenimento di una politica redistributiva al fine di conservare una parte degli elettori di sinistra. La manovra sembrava funzionare. Nel 2022, i socialdemocratici hanno ottenuto il 27,5% dei voti alle elezioni parlamentari, il Folketing, il loro miglior risultato dal 2001. «I voti persi a sinistra sono stati compensati dai guadagni sull’elettorato DF», osserva Frederik Klaaborg Kjøller. Ma poiché si è allontanata dagli altri partiti di sinistra sulle questioni sociali, Mette Frederiksen decide, dopo queste elezioni, di costruire una coalizione centrista con il suo tradizionale avversario, il partito di destra Venstre, e un nuovo partito centrista, i Moderati, dell’ex primo ministro Lars Løkke Rasmussen. «Con questa nuova coalizione, Mette Frederiksen si è convertita a una politica sociale più neoliberista, ponendo l’accento sull’offerta di lavoro», riassume Frederik Klaaborg Kjøller. Questo cambiamento ha portato a un abbandono degli elettori di sinistra, che si sono rifugiati nell’EL o nell’SF, e, più in generale, a una forte impopolarità dei socialdemocratici. Il divorzio tra i socialdemocratici e la sinistra è stato consumato nel dicembre 2022, quando Mette Frederiksen ha deciso di abolire un giorno festivo, lo Store Bededag, o grande giorno di preghiera, una festa protestante istituita nel 1686 e che cade il quarto venerdì dopo Pasqua. La proposta ha suscitato grande scalpore tra la popolazione e una manifestazione che ha riunito 50.000 persone davanti al Folketing. Sofie, l’attivista di EL, sottolinea l’importanza di questo evento nel rifiuto del governo durante la campagna municipale. «Il primo ministro ha perso molto capitale politico in quel momento», spiega Carsten Mai. Il fallimento della strategia di Mette Frederiksen era ormai completo. Perdendo l’ala sinistra del suo elettorato, si trovava ad affrontare, a livello nazionale, l’ascesa di nuovi partiti xenofobi, come i Democratici danesi (DD), fondati da un ex ministro di Venstre. Del resto, le elezioni del 18 novembre sono state un disastro per i socialdemocratici in tutta la Danimarca. Il partito ha perso cinque punti percentuali ed è passato da quarantaquattro a ventisei seggi di sindaco. Oltre alla capitale, sono state perse alcune roccaforti storiche del partito, come Næste, a sud della Zelanda, nelle mani del partito da cento anni. «Lo shock è stato così forte che il partito di destra, Venstre, ha conquistato sette nuove città pur perdendo voti, per il solo motivo che i socialdemocratici erano crollati», riassume Elisabet Svane. UNA CAMPAGNA DISASTROSA Sentendosi in pericolo a Copenaghen, il partito socialdemocratico ha deciso di giocare il tutto per tutto inviando una candidata nota, mediatica e vicina a Mette Frederiksen, il che ha contribuito ancora di più a nazionalizzare la campagna. Ma, fin dall’inizio, la situazione era compromessa. La candidata prevista, Pernille Rosenkrantz-Theil, era ministro degli Affari sociali. Su richiesta del primo ministro, quest’ultima si è dimessa nel luglio 2024 ed è stata sostituita dall’allora sindaca di Copenaghen, Sofie Hæstrop-Andersen. «Normalmente, il candidato deve essere designato dalla sezione locale del partito, ma questa volta la designazione è stata imposta dalla direzione nazionale», spiega Frederik Klaaborg Kjøller, aggiungendo che «molti elettori non hanno gradito molto». Considerata una “creatura” di Mette Frederiksen, Pernille Rosenkrantz-Theil ha immediatamente alzato la posta in gioco proclamando di voler diventare “sindaco di Copenaghen e nient’altro”. Ciò giustificherà, il 5 dicembre, l’ostracismo degli altri partiti, poiché questa ambizione si è rivelata alla fine impossibile… La campagna elettorale della candidata socialdemocratica è stata infatti disastrosa. Messa alle strette dalla situazione politica, ha tentato una sorta di fuga in avanti in tutte le direzioni. Da un lato, ha proposto la gratuità degli asili nido e dei servizi di assistenza all’infanzia, superando le proposte della sinistra. Dall’altro, ha difeso la costruzione di parcheggi in città, come fa la destra. Alla fine, nessuno ha capito più nulla. Per Carsten Mai, questa campagna confusa e aggressiva è stata la prova che «i socialdemocratici sono persi e non sanno più cosa dire». Nelle sue campagne porta a porta, Sofie ha avuto vita facile. «La candidata socialdemocratica era molto impopolare», ricorda. I partiti di sinistra hanno potuto combattere la demagogia delle sue proposte mettendo in guardia contro gli aumenti delle tasse che la gratuità degli asili nido avrebbe comportato. Una benedizione per i partiti che da alcuni anni hanno iniziato una sorta di ricentramento delle loro proposte, in particolare in politica estera, al fine di attirare chi è deluso dalla socialdemocrazia. In sintesi, l’impopolarità del governo di Mette Frederiksen a Copenaghen, sia sui temi economici che sull’escalation anti-immigrazione, ha pesato molto sul partito locale durante questa campagna. Ha aggravato la tendenza iniziata nel 2021 che aveva eroso la fiducia nelle politiche municipali passate. In questo senso, la perdita di Copenaghen riflette il fallimento della strategia di “triangolazione” della premier danese. Una strategia che era stata applaudita dalla destra europea, ma che ora ha raggiunto i suoi limiti. Anche se, naturalmente, la crisi con gli Stati Uniti potrebbe salvarla alle prossime elezioni del Folketing previste quest’anno. Il grande vincitore della vicenda è stato il partito SF, un partito creato negli anni ’50 da dissidenti del Partito Comunista. Inizialmente fortemente antieuropeista, l’SF ha ripreso le posizioni della socialdemocrazia storica in materia di difesa dello Stato sociale e delle politiche ecologiche. Questo partito è diventato, naturalmente, l’altra opzione per gran parte dell’elettorato socialdemocratico disorientato, consentendo il ribaltamento della situazione nel comune.   The post Copenaghen, come la sinistra radicale ha scalzato i socialdemocratici first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Copenaghen, come la sinistra radicale ha scalzato i socialdemocratici sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 4, 2026
Popoff Quotidiano
Iran: il campismo e la cancellazione della teocrazia
NUOVE FORME DI CAMPISMO STANNO MINANDO L’INTERNAZIONALISMO Simon Pearson ne discute su Anticapitalistic Resistance Recentemente ho letto alcune analisi di sinistra sull’Iran e ho notato un modello ricorrente in molte di esse. La religione scompare. La struttura teocratica dello Stato svanisce dall’analisi. La Repubblica Islamica diventa “lo Stato iraniano” o “formazione borghese nazionale” e ci si aspetta che trattiamo il governo clericale come se fosse decorativo. Come se fosse irrilevante per l’analisi materialista. Questo mi infastidisce perché non è serio. Non si può fare un’analisi materialista della Repubblica Islamica ignorando sistematicamente il funzionamento dello Stato. E lo Stato funziona attraverso l’autorità religiosa. Questo non è incidentale. È costitutivo. Prendiamo un recente post che ho letto sulle proteste. L’argomentazione era questa: le sanzioni sono la causa di tutto, l’imperialismo occidentale spiega tutte le dinamiche interne iraniane, lo Stato teocratico non ha alcuna autonomia se non quella di reagire alle pressioni esterne. Va bene. Tranne che la parola “teocrazia” è apparsa esattamente due volte, entrambe come descrittore neutro, come dire ‘repubblica’ o “monarchia”. Cosa fa la teocrazia, come funziona, cosa significa per le persone che vivono sotto di essa: completamente assente. Perché? Penso perché affrontare seriamente il carattere religioso dello Stato iraniano complica la cosiddetta narrativa anti-imperialista. Richiede il riconoscimento di forme di oppressione che non possono essere ridotte alle sanzioni occidentali. Significa ammettere che la working class iraniana subisce lo sfruttamento e la repressione da parte della propria borghesia (che include le élite clericali) indipendentemente da ciò che fa Washington. COME FUNZIONA REALMENTE Il velayat-e faqih (tutela del giurista islamico) non è una peculiarità culturale aggiunta a uno Stato capitalista altrimenti standard. È il principio organizzativo. Il Leader Supremo deriva la sua autorità da un presunto mandato divino mediato dalla giurisprudenza sciita. Non dalla sovranità popolare. Nemmeno dalla legittimità rivoluzionaria nel senso normale del termine. Questo determina il modo in cui il dissenso viene classificato e represso. L’opposizione non è un disaccordo politico o una lotta di classe. Diventa apostasia, corruzione sulla terra, inimicizia contro Dio. Quando la polizia morale impone l’obbligo dell’hijab, sono le autorità religiose che applicano quella che sostengono essere la legge divina. Quando le donne vengono arrestate per aver indossato un copricapo inadeguato, stanno sfidando i comandi di Dio. Quando i manifestanti vengono giustiziati, si tratta di una punizione giusta per coloro che muovono guerra a Dio e al Suo messaggero. Non si può spiegare come funziona il potere in Iran senza questo. Non si può spiegare chi soffre di più, quali forme può assumere la resistenza. La dimensione religiosa non è separabile dalla dimensione di classe. Lavorano insieme. Eppure queste analisi anti-imperialiste lo ignorano. Come se riconoscere l’oppressione teocratica significasse in qualche modo un endorsement al regime-change. LA QUESTIONE DI GENERE Notate come l’assenza di religione coincida con l’assenza di genere. I corpi e il comportamento delle donne sono luoghi dove il potere statale, l’autorità religiosa e il controllo patriarcale si intersecano. L’obbligo di indossare l’hijab non è paragonabile ad altri codici di abbigliamento. È il segno visibile di un sistema di leggi religiose basate sul genere che regolano il matrimonio, il divorzio, l’eredità, la testimonianza, la libertà di movimento e la partecipazione sociale. Mahsa Amini è stata uccisa dalla polizia morale per aver indossato il velo in modo improprio. Si è trattato di violenza teocratica nell’applicazione della legge religiosa. Le proteste che ne sono seguite (Donna, Vita, Libertà) hanno sfidato un ordine religioso che subordina le donne attraverso un mandato divino. Un’analisi materialista che non riesce a spiegare questo fenomeno è collassata in un rozzo economicismo. L’oppressione specifica delle donne diventa nel migliore dei casi secondaria, nel peggiore dei casi una distrazione dalla lotta antimperialista. Politica identitaria liberale. Preoccupazione occidentale. Tranne che si tratta di metà della popolazione che vive sotto una subordinazione religiosa sistematica. Non si può fare un’analisi di classe ignorando come la classe operaia sia divisa dalla legge religiosa basata sul genere. Non si può parlare di potenziale rivoluzionario ignorando le lotte contro il controllo teocratico come meno importanti dell’opposizione alle sanzioni. Tranne che non ti interessi davvero della classe operaia iraniana. Tranne che ciò che ti interessa sia la posizione geopolitica dello Stato iraniano come ostacolo all’egemonia occidentale. In tal caso, basta dirlo. I RELIGIOSI COME FAZIONE BORGHESE C’è qualcos’altro che scompare in queste analisi. L’establishment religioso non è semplicemente un apparato ideologico. L’élite clericale sono essi stessi una fazione borghese con interessi materiali distinti. Le bonyad (fondazioni caritatevoli) controllano enormi risorse economiche. Edilizia, farmaceutica, petrolio. Istituzioni nominalmente religiose supervisionate da religiosi, che operano al di fuori delle normali strutture fiscali e normative. Accumulano capitale mentre dichiarano di perseguire scopi religiosi. La Guardia Rivoluzionaria è diventata un vasto impero economico con interessi inseparabili dal proprio impegno ideologico a preservare la Repubblica Islamica. Quindi, quando parliamo di “borghesia iraniana”, a chi ci riferiamo esattamente? Alla classe mercantile? Ai capitalisti industriali? All’establishment clericale? Alle reti della Guardia Rivoluzionaria? Queste fazioni competono e cooperano tra loro. Non è possibile comprendere il capitalismo iraniano senza esaminare come l’autorità clericale consenta particolari forme di accumulazione. Ma questo richiede di osservare come funziona lo Stato teocratico. Richiede di riconoscere che il termine “borghesia nazionale” non descrive uno Stato in cui l’autorità religiosa è costitutiva del potere di classe. LOGICA DEL RINVIO A TEMPO INDETERMINATO Un post sulle proteste sosteneva che esse “servono oggettivamente l’imperialismo” perché mancano di coerenza ideologica e di organizzazione. Pertanto indeboliscono lo Stato in un momento in cui è probabile una guerra imperialista. Pertanto (anche se non dichiarato esplicitamente) non dovrebbero essere sostenute. Questo accetta interamente l’impostazione del regime. L’opposizione rafforza i nemici esterni. Il dissenso tradisce la nazione. La classe operaia iraniana deve subordinare le sue lotte alle necessità geopolitiche di mantenere uno stato che si oppone all’Occidente. Ma perché i marxisti dovrebbero accettarlo? La classe operaia iraniana ha interessi ben distinti sia dall’imperialismo occidentale che dai propri sfruttatori. Questi ultimi includono la borghesia clericale, l’impero delle Guardie Rivoluzionarie e tutti coloro che traggono vantaggio dal controllo teocratico. L’affermazione secondo cui le proteste rischiano di trasformare lo Stato in un regime fantoccio presuppone che la scelta sia binaria: o la Repubblica Islamica o il dominio occidentale. Questa è la logica del regime. È anche la logica di ogni Stato autoritario che deve affrontare disordini. Tutta l’opposizione diventa una cospirazione straniera. Sì, i servizi segreti occidentali cercano di sfruttare i movimenti di protesta. Certo. Ma questo non significa che non esista una vera opposizione interna. Non significa che le persone che protestano contro la repressione teocratica siano degli ingenui o che la loro sofferenza sia meno importante del mantenimento di un regime che si oppone a Washington. C’è una mossa che continua a ripetersi. Le proteste mancano di coerenza ideologica, quindi non possono avere successo, quindi servono oggettivamente l’imperialismo, quindi non possiamo sostenerle. Dobbiamo aspettare le condizioni rivoluzionarie adeguate. Questo stabilisce uno standard impossibile. I movimenti rivoluzionari non nascono già completamente formati. Si sviluppano attraverso la lotta. I bolscevichi non hanno liquidato la Rivoluzione di febbraio come spontanea e incoerente. Sono intervenuti. Ma a quanto pare i lavoratori iraniani devono aspettare. Continuare a soffrire mentre noi spieghiamo che le loro proteste mancano di coerenza teorica. Subordinare le loro lotte alle necessità geopolitiche. Anche se lo Stato li sfrutta. Anche se l’autorità clericale struttura la loro subordinazione. Quando finirà l’attesa? Dopo la sconfitta dell’imperialismo a livello globale? Dopo la rivoluzione nel cuore dell’impero? Questa logica porta a un rinvio indefinito. A trattare la classe operaia iraniana come oggetti piuttosto che come soggetti. QUESTO È CAMPISMO Penso che dobbiamo essere onesti. Questo è campismo. Scegliere l’allineamento geopolitico piuttosto che la lotta di classe. La Repubblica Islamica si oppone all’Occidente. Pertanto deve essere difesa, o almeno non minata. Pertanto l’opposizione, anche da parte dei lavoratori iraniani che subiscono lo sfruttamento e la repressione teocratica, diventa sospetta. Meglio mantenere lo Stato esistente, per quanto repressivo, che rischiare la sua sostituzione con qualcosa di più allineato agli interessi occidentali. Questo abbandona la liberazione della classe operaia. Subordina le lotte del proletariato iraniano a calcoli strategici. Tratta l’oppressione teocratica come un danno collaterale accettabile. Tuttavia richiede un’evasione sistematica. Evasione dalla religione. Evasione dal genere. Evasione dagli interessi della borghesia clericale. Evasione dall’azione dei lavoratori e dalle loro genuine rivendicazioni. Tutto si dissolve in: le sanzioni sono la causa di tutto, le proteste servono l’imperialismo, aspettiamo condizioni migliori. UN’ALTERNATIVA È perfettamente possibile opporsi alle sanzioni occidentali e al cambio di regime e allo stesso tempo opporsi alla repressione teocratica. Queste posizioni derivano dallo stesso principio: solidarietà con la classe operaia iraniana contro tutte le forme di oppressione. Ciò significa ascoltare i socialisti, i comunisti e gli organizzatori sindacali indipendenti iraniani. Quali sono le loro argomentazioni? Cosa stanno facendo? Quali forme di organizzazione esistono? Queste domande sono assenti dalle analisi astratte formulate a distanza. Significa riconoscere che opporsi all’Occidente non rende progressista lo Stato iraniano. Il regime teocratico è al servizio del capitale iraniano, compreso quello clericale. Sfrutta i lavoratori. Sottomette le donne attraverso la legge religiosa. Schiaccia le organizzazioni sindacali indipendenti. Giustiziano comunisti e socialisti. Niente di tutto questo è causato dalle sanzioni. Le sanzioni peggiorano le condizioni. Sono una punizione collettiva brutale che dovrebbe essere contrastata. Ma il carattere dello Stato teocratico, la sua natura di classe, la sua repressione: questi aspetti sono antecedenti alle sanzioni e continuerebbero anche senza di esse. Un’analisi marxista che non riesce a definire l’oppressione teocratica per paura di servire l’imperialismo ha smesso di essere marxismo. È diventata un posizionamento geopolitico vestito di linguaggio rivoluzionario. Il risultato è sempre lo stesso. La religione scompare. Il genere scompare. La borghesia clericale scompare. Le donne che protestano contro l’hijab obbligatorio diventano delle ingenue. I lavoratori in sciopero rischiano di servire i servizi segreti occidentali. Il carattere dello Stato teocratico si dissolve in una “formazione borghese nazionale sotto pressione esterna”. Simon Pearson è un attivista politico con sede nelle Midlands e membro dell'ACR. The post Iran: il campismo e la cancellazione della teocrazia first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Iran: il campismo e la cancellazione della teocrazia sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
January 28, 2026
Popoff Quotidiano
Your Party, parte la sfida per la leadership
JEREMY CORBYN E ZARAH SULTANA SONO CANDIDATI RIVALI ALLA LEADERSHIP DEL NUOVO PARTITO DELLA SINISTRA RADICALE BRITANNICA Harriet Williamson su Novara Media Jeremy Corbyn guiderà la propria lista di candidati per il comitato esecutivo del partito Your Party, mentre lui e la cofondatrice Zarah Sultana si sfideranno per il controllo del nuovo partito di sinistra. Corbyn, deputato di Islington North ed ex leader laburista, ha confermato venerdì 16 gennaio che si candiderà alle prossime elezioni del comitato esecutivo centrale (CEC) del partito Your Party con il nuovo gruppo elettorale “The Many”. Corbyn l’ha definita “la nostra occasione per riportare il partito sulla strada giusta”, mentre una fonte interna al partito ha dichiarato a Novara Media che è ‘positivo’ che i dibattiti si svolgano finalmente “alla luce del sole”. Anche Sultana si candiderà con una propria lista, denominata Grassroots Left, resa nota la scorsa settimana. Il nome di Corbyn era inizialmente incluso in cima alla lista dei candidati di Sultana, ma in seguito è stato rivelato che il suo team ha espressamente chiesto che il suo nome non fosse utilizzato. Secondo quanto riferito, Corbyn era “molto turbato” dal fatto che ciò fosse stato fatto senza il suo consenso, dando falsamente l’impressione che egli appoggiasse la lista di Grassroots Left. I membri del Your Party hanno votato a favore di un modello di leadership collettiva durante la conferenza fondativa di novembre, il che significa che il partito sarà controllato dal CEC piuttosto che da un singolo leader o da una coppia di co-leader. All’inizio di questa settimana, un insider ha descritto le elezioni inaugurali del CEC come una “guerra per procura”, ma una fonte interna al Your Party ha dichiarato a Novara Media che I candidate hanno «legittime divergenze» su direzione e strategia del nuovo partito, e e il fatto che i membri possano scegliere una leadership che rifletta le loro istanze è “l’essenza stessa della costruzione di un partito democratico”. La fonte di Your Party ha aggiunto: “Queste elezioni possono tracciare una linea di demarcazione e dare forza a un nuovo CEC per andare avanti e concentrarsi sulle questioni che contano”. La lista dei candidati di Corbyn include anche i parlamentari dell’alleanza indipendente Shockat Adam (Leicester South) e Ayoub Khan (Birmingham Perry Barr), la consigliera indipendente ed ex parlamentare laburista Laura Smith, e la sindacalista senior e presidente nazionale della Palestine Solidarity Campaign Louise Regan. Jenn Forbes, candidata del sud-ovest per la lista di Corbyn, ha dichiarato a Novara Media che “non si tratta di singoli individui” e che “in realtà siamo stati un piccolo gruppo di noi a riunirci per primi e poi ad andare da Jeremy, non il contrario!”. Grassroots Left di Sultana ha dichiarato che si presenterà con un programma basato sulla massima democrazia dei membri e ha chiesto che non ci sia più una leadership “dall’alto verso il basso” di Your Party. La lista dei candidati di Grassroots Left include Riccardo La Torre, funzionario del sindacato dei vigili del fuoco, Max Shanly, membro dei Socialisti Democratici per Your Party, e Anjona Roy, attivista di Unison. La fondazione e la costituzione di Your Party – che attualmente conta 55.000 membri – è stata segnata da disaccordi pubblici e divisioni tra i cofondatori Corbyn e Sultana e i loro team. Questi dissidi risalgono al luglio 2025, quando il team di Corbyn ha informato il Sunday Times contro Sultana dopo che lei aveva annunciato la formazione del partito con Corbyn senza il suo consenso. A settembre, Sultana è stata accusata di aver lanciato il portale per l’iscrizione al partito e di aver raccolto dati e donazioni con un’altra mossa unilaterale. Ha poi rincarato la dose con accuse di sessismo e di “club per soli uomini” rivolte ai parlamentari dell’alleanza indipendente e l’ex capo di gabinetto di Corbyn come leader dell’opposizione, Karie Murphy. La rottura dell’accordo di condivisione del potere tra i campi di Corbyn e Sultana, con il controllo dei dati dei membri e dei fondi suddiviso tra MoU Operations Ltd (MoU) – una società diretta dall’attivista anti-apartheid Andrew Feinstein, dall’ex sindaco di North of Tyne Jamie Driscoll e dall’ex deputata laburista Beth Winter – e gli alleati di Corbyn del Peace and Justice Project e il leader del gruppo dell’opposizione, ha provocato minacce di azioni legali. Da allora Driscoll è entrato a far parte del partito dei Verdi, mentre Feinstein ha appoggiato la lista CEC di Sultana. In una dichiarazione, Corbyn ha affermato: “Voglio che il vostro partito unisca le nostre comunità sulle questioni che riguardano la vita delle persone: l’aumento delle bollette, l’impennata degli affitti e la grottesca disuguaglianza. “Questo è ciò che significa fornire una vera alternativa di sinistra, che difenda le politiche richieste da milioni di persone in tutto il Paese: proprietà pubblica, tasse sul patrimonio, controllo degli affitti, giustizia per i disabili, sostenibilità ambientale e fine della guerra. “Promuovendo una cultura dell’inclusività, della diversità e della collaborazione, possiamo costruire un partito veramente di massa e democratico che mobiliti le persone ovunque. E possiamo finalmente costruire una società per i molti, non per i pochi”. Il CEC di Your Party eleggerà 24 seggi in totale. Diciotto sono seggi di “membri ordinari”, con ogni regione inglese che elegge due rappresentanti, di cui almeno uno deve essere una donna. La Scozia e il Galles ottengono un seggio ciascuno per un rappresentante e, secondo il sito web del partito Your Party, i membri in Scozia e Galles stanno “creando le proprie strutture autonome e decideranno democraticamente come rapportarsi al partito britannico”. Quattro seggi saranno assegnati a titolari di cariche pubbliche (parlamentari, sindaci, consiglieri ecc.) scelti tra tutti i membri. Le schede elettorali per le elezioni del CEC dovrebbero essere distribuite il 9 febbraio e i risultati saranno annunciati alcune settimane dopo. Harriet Williamson è redattrice e giornalista per Novara Media. The post Your Party, parte la sfida per la leadership first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Your Party, parte la sfida per la leadership sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
January 22, 2026
Popoff Quotidiano
Venezuela: una «caduta del muro di Berlino» per la sinistra?
IL DISCREDITO DI NICOLÁS MADURO È TALE DA PARALIZZARE OVUNQUE LE AZIONI CONTRO LA PIÙ GRAVE INTERVENTO IMPERIALISTA DEGLI ULTIMI TEMPI Pablo Stefanoni su El Pais Nell’agosto 2024, dopo le elezioni venezuelane, concludevo così un articolo pubblicato su El País: «Le immagini della repressione in Venezuela – e di un governo che si barrica senza nemmeno voler mostrare i verbali della sua presunta vittoria – costituiscono un regalo inestimabile per i reazionari di ogni schieramento. Un “socialismo” associato alla repressione, alle carenze quotidiane e al cinismo ideologico non sembra essere la base migliore per “make progressism great again”, per così dire. » Sottolineavo che «se in passato il chavismo era una risorsa – materiale e simbolica – per le sinistre regionali, dalla metà degli anni 2010 è diventato sempre più un peso». Alla fine del XX secolo, per una sinistra che credeva di dover affrontare ancora molti anni di disordine politico, il chavismo è caduto dal cielo come un miracolo. Dopo la caduta del muro di Berlino e in pieno regno del «pensiero unico» neoliberista, sentire un presidente latinoamericano parlare di socialismo era davvero qualcosa di inaspettato. Chávez era in grado di citare il libro Bolshevism: The Road to Revolution, del marxista britannico Alan Woods –  sull’importanza del partito rivoluzionario – e di leggerne alcuni brani in televisione. Oppure di regalare una copia di Le vene aperte dell’America Latina (di Eduardo Galeano) a Barack Obama, o ancora di invitare pensatori di sinistra a discutere delle loro visioni sul cambiamento sociale a Caracas. In breve, Chávez riapriva il dibattito sul socialismo proprio quando questo sembrava chiuso dal crollo del blocco sovietico e dall’inserimento della Cina nella globalizzazione neoliberista. LA PRECOCE EMERGENZA DI UNA «CASTA BUROCRATICA» Diverse iniziative di «potere popolare» sembravano dare corpo a questa rivoluzione: Fidel Castro aveva finalmente trovato a chi passare il testimone. L’America Latina era tornata ad essere il territorio dell’utopia e un variegato turismo rivoluzionario sbarcava a Caracas e nei suoi quartieri più combattivi, come l’emblematico 23 de Enero. Ma sotto questo manto di radicalità si formò rapidamente un’élite che utilizzò lo Stato come fonte di arricchimento personale e di saccheggio delle risorse nazionali, compreso il petrolio. I servizi pubblici che la rivoluzione bolivariana avrebbe dovuto garantire si deteriorarono rapidamente o diedero luogo fin dall’inizio a esperienze fallimentari. Il “potere popolare” nascondeva una casta burocratica e autoritaria che controllava il potere reale e uno Stato che rendeva inutilizzabile tutto ciò che nazionalizzava. Le famose “missioni” sanitarie organizzate da Cuba, oggi esaurite o svanite, erano in realtà operazioni di squadre di medici di base il cui sviluppo è stato parallelo alla distruzione del sistema sanitario pubblico. Paradosso di un «socialismo» che ha smantellato le forme di welfare state, modeste ma reali, che esistevano prima di Chávez in Venezuela e le ha sostituite con iniziative irregolari finanziate dalle risorse petrolifere. Tutto ciò è peggiorato dopo la morte di Chávez. Una parte della sinistra – dentro e fuori il Venezuela – ha allora cercato delle scuse attribuendo tutti i mali al «madurismo», che si era allontanato dalla strada tracciata da Chávez: il «chavismo non madurista». L’ERA «MADURISTA» Con l’aggravarsi delle crisi successive, dopo il periodo di prosperità petrolifera, l’energia della popolazione si è concentrata sulla ricerca di soluzioni improvvisate ai problemi quotidiani. Questa ricerca di risposte individuali a una vita quotidiana diventata impossibile ha trovato la sua espressione più drammatica in uno dei più grandi – se non il più grande – esodo migratorio dell’America Latina. Nel frattempo, il regime si allontanava sempre più dalla sua base di legittimità elettorale, che era stata uno dei motori del chavismo. Un populismo senza popolo sostituiva il “popolo di Chávez”. Sui muri delle città venezuelane si poteva vedere ovunque il disegno stilizzato degli “occhi di Chávez” – come comandante eterno –, ma quello sguardo vigile era sempre più invisibile all’uomo della strada. Come era già successo in passato con il «socialismo reale», le parole avevano perso il loro significato. Ancora una volta, come ieri a Cuba, la fonte della legittimità politica non erano più le conquiste sociali, ma la resistenza all’«accerchiamento imperialista» (che certamente aveva una parte di realtà). Il fatto che il Venezuela fosse una potenza petrolifera alimentava anche il sospetto che l’Impero cercasse di “rubarne” il petrolio – un’idea un po’ semplicistica che Donald Trump sta cercando oggi di rilanciare, anche se le compagnie petrolifere statunitensi sembrano mostrare un certo scetticismo al riguardo. L’epopea della resistenza ha sostituito quella della costruzione di un modello politicamente democratico ed economicamente sostenibile. Come scrive il filosofo cubano Wilder Pérez Varona a proposito del proprio Paese, il lessico della rivoluzione – sovranità, popolo, uguaglianza, giustizia sociale – ha smesso di funzionare come grammatica comune e come orizzonte di senso in grado di organizzare l’esperienza sociale. Il rovescio della medaglia è una crescente repressione, con la partecipazione attiva del temibile e temuto Servizio di intelligence nazionale bolivariano (Sebin), che gode del potere di incarcerare chiunque senza il minimo rispetto per i diritti umani. Il Venezuela si è così trasformato in un potente strumento di propaganda per la destra. I media internazionali hanno finito per concentrarsi su questo paese caraibico rispetto ad altri regimi autoritari: il Venezuela faceva vendere. le Venezuela faisait vendre. L’ASSENZA PREGIUDIZIALE DI UNA CRITICA DA SINISTRA L’emigrazione di massa ha poi reso il dibattito sul chavismo un argomento di attualità nazionale in vari paesi. L’enorme numero di venezuelani sparsi in tutto il mondo rappresentava una testimonianza militante molto più potente di quella di Corina Machado o dei suoi predecessori nei forum della destra – e dell’estrema destra – mondiale. Ogni emigrante venezuelano era una testimonianza del fallimento del sistema. In generale, con alcune eccezioni, la sinistra latinoamericana non è riuscita a trovare né il linguaggio né il quadro teorico che le consentisse di mettere in discussione le derive del regime bolivariano, né è riuscita a ritagliarsi uno spazio nel dibattito pubblico su questo tema, anche se spesso ha preso silenziosamente le distanze dal Venezuela. Nei dibattiti interni dei vari paesi, criticare il chavismo sembrava equivalere a schierarsi con la destra, il che non aiutava a definire un «luogo di enunciazione» adeguato. Lo stesso vale in gran parte anche per l’invasione russa dell’Ucraina. Oggi il risultato è catastrofico. Stiamo assistendo a una sorta di caduta del muro di Berlino per le sinistre latinoamericane – e anche per quelle di alcuni paesi europei. Il discredito di Maduro è tale da paralizzare ovunque le azioni contro la più grave intervento imperialista degli ultimi tempi, che rimane impunito. La Casa Bianca ha chiaramente indicato che sta attuando il «corollario Trump» della dottrina Monroe, tuttavia dichiarata decaduta dal Segretario di Stato John Kerry nel 2013. Questa dottrina, concepita contro l’intervento delle potenze extra-continentali alla fine delle lotte per l’indipendenza, avrebbe finito per giustificare, come spiega il politologo brasiliano Reginaldo Nasser, la pura e semplice ingerenza di Washington negli affari interni dei suoi vicini di fronte a qualsiasi minaccia o presunta minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti. Il «corollario Trump» serve oggi a difendere spudoratamente gli interessi statunitensi e a rafforzare le forze di estrema destra nella regione. A differenza dei neoconservatori dell’era Bush, Trump non parla più di democrazia e diritti umani per giustificare i suoi interventi. Non c’è alcuna ipocrisia nei suoi discorsi, è imperialismo allo stato puro che si permette di rapire Maduro, di aspirare a rubare la Groenlandia alla Danimarca, o di dire che gli Stati Uniti gestiranno il Venezuela fino a quando non ci sarà una transizione accettabile per Washington, facendo spazio alle compagnie petrolifere gringas. Infatti, perché un «lumpencapitalista» con velleità autocratiche nel proprio paese, che disprezza e sabota l’ordine multilaterale, dovrebbe pretendere di instaurare la democrazia oltre i propri confini? La sua politica gode del sostegno della galassia dell’estrema destra regionale, che considera Trump, sotto molti aspetti, come il «suo» presidente. La voce più forte di questo coro è quella dell’argentino Javier Milei, che si commuove quasi fino alle lacrime ogni volta che racconta i suoi incontri con il magnate newyorkese. L’eredità tossica di Maduro oggi squalifica le azioni anti-imperialiste e, proprio come durante la caduta del muro di Berlino, le macerie di questo crollo ricadono sia su coloro che hanno criticato Maduro sia su coloro che lo hanno sostenuto. Le crisi di tipo catastrofico non tengono conto delle sfumature: fanno oscillare il pendolo all’estremo opposto. Oggi, questo estremo è l’ondata reazionaria che si sta abbattendo sulla regione e che definisce il difficile nuovo campo di battaglia politico su cui devono agire le forze democratiche di sinistra, indebolite ma non sconfitte. The post Venezuela: una «caduta del muro di Berlino» per la sinistra? first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Venezuela: una «caduta del muro di Berlino» per la sinistra? sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
January 6, 2026
Popoff Quotidiano
Mamdani: «Governerò come socialista democratico»
IL SINDACO ZOHRAN MAMDANI SFIDA IL FREDDO E GLI INVITI A SPOSTARSI AL CENTRO CON LA PROMESSA DI UNA NEW YORK CHE APPARTIENE ALLE PERSONE CHE LA ABITANO D.D. Guttenplan su The Nation Quanto faceva freddo nel City Hall Park la mattina in cui è stato insediato il “111° o 112° sindaco” di New York? Così freddo che ho dovuto riporre continuamente la penna in tasca per evitare che l’inchiostro si congelasse. Faceva così freddo che il difensore civico Jumaane Williams, in attesa sul palco che la cerimonia avesse inizio, tremava visibilmente, anche se lui, come il controllore Mark Levine e il sindaco eletto (e l’ex sindaco Bill de Blasio, anch’egli sul podio) è rimasto a capo scoperto per tutto il tempo. Quando Bernie Wagenblast, meglio conosciuta, come lei stessa ha sottolineato, come la voce che esorta i pendolari a “stare lontani dal bordo della piattaforma” , ha presentato la rappresentante Alexandria Ocasio Cortez per dare inizio al programma, molte delle decine di migliaia di persone riunite per quella che era stata annunciata come “una festa di quartiere gratuita e aperta al pubblico” nelle strade a sud della piazza del municipio, e che avevano atteso al freddo per oltre tre ore, saltellavano da un piede all’altro solo per mantenere attiva la circolazione. Eppure solo una manciata di persone se n’è andata prima del tempo. E quando il procuratore generale di New York Letitia James, lei stessa bersaglio del vendicativo Dipartimento di Giustizia del presidente Donald Trump, che aveva ufficialmente insediato Zohran Mamdani allo scoccare della mezzanotte (e che si era saggiamente tenuta al caldo con un cappotto color cammello e un berretto abbinato), ha prestato giuramento a Levine, i temi della giornata – e della nuova amministrazione – hanno cominciato ad emergere. Il primo era l’affermazione che la diversità è l’arma segreta di New York. Come ha osservato Levine, “Oggi abbiamo tre giuramenti: uno da parte di un leader che usa il Corano, uno da parte di un leader che usa la Bibbia cristiana e uno da parte di un leader che usa il Chumash, o Bibbia ebraica”. Levine, che ha parlato brevemente in spagnolo, ebraico e greco oltre che in inglese, ha osservato che “mentre la nostra città è in forte espansione per le persone al vertice, sta diventando sempre più difficile per le famiglie lavoratrici”. Il secondo tema era che New York deve mantenere, celebrare e proteggere il suo status di “Madre degli esuli”. Come ha ricordato alla folla Williams, egli stesso figlio di migranti provenienti da Grenada, “questa celebrazione al Municipio si svolge a pochi isolati dalla tribolazione di Federal Plaza”. Williams è stato presentato dall’attore e produttore Amadou Ly, la cui odissea personale da immigrato senza documenti dal Senegal alla cittadinanza statunitense – argomento di un articolo in prima pagina sul New York Times nel 2006 – sembra ora un relitto di un’epoca perduta. Ma lo stesso vale per l’invocazione di Williams del rivoluzionario grenadiano Maurice Bishop, che «ha intrapreso la lotta per ideali socialisti “radicali” come l’alloggio, l’assistenza sanitaria e l’istruzione». Fu Bishop, ha detto Williams, a proclamare che “i rivoluzionari non hanno il diritto di essere codardi”. Entrambi i funzionari che lo hanno preceduto hanno concordato con il messaggio di Mamdani secondo cui, affinché New York appartenga veramente alle persone che vi vivono, la città deve diventare più accessibile. È stato proprio Bernie Sanders a smorzare i toni accesi della giornata, ricordando alla folla: «Nel Paese più ricco della storia del mondo, garantire che le persone possano vivere in alloggi a prezzi accessibili non è una cosa radicale… Fornire servizi di assistenza all’infanzia gratuiti e di alta qualità non è una cosa radicale. Paesi di tutto il mondo lo fanno da anni». Tuttavia, la natura storica della vittoria di Mamdani e le aspettative genuinamente radicali che essa ha suscitato non potevano essere negate. Quando il senatore del Vermont ha anche cercato di sottolineare che «chiedere ai ricchi e alle grandi aziende di iniziare a pagare la loro giusta quota di tasse» non era esattamente radicale – come Sanders ha spesso osservato altrove, sotto il presidente repubblicano Dwight Eisenhower l’aliquota fiscale marginale sui più ricchi americani era del 92% – la folla è esplosa in cori di «Tassate i ricchi!». Mamdani si è limitato a sorridere, ma come tutti quelli che potevano vedere uno dei tanti maxischermi intorno al municipio hanno potuto notare, sua moglie, Rama Duwaji, protetta dal freddo da quello che il New York Times ha descritto come un “cappotto di tendenza”, annuiva in segno di approvazione. Per quanto riguarda il nuovo sindaco, ha iniziato dimostrando lo stesso mix di eloquenza altisonante e semiologia da strada che lo ha portato da meno dell’1% nei sondaggi alla vittoria a settembre – l’elezione che normalmente decide le sorti in questa città a stragrande maggioranza democratica – e a novembre. Rivolgendosi ai “newyorkesi che guardano dalle cucine anguste di Flushing e dai barbieri di East New York, dai cellulari appoggiati sui cruscotti dei taxi parcheggiati a LaGuardia, dagli ospedali di Mott Haven e dalle biblioteche di El Barrio che da troppo tempo conoscono solo l’abbandono“, Mamdani ha detto di stare al fianco di ”ogni persona che giorno dopo giorno, anche quando sembra impossibile, sceglie di chiamare la nostra città casa”. Coloro che hanno guardato sperando in una svolta verso il centro – un segnale che, come osservò una volta un politico della generazione precedente, “si fa campagna elettorale con la poesia, ma si governa con la prosa” e che ora era il momento di cominciare a ridimensionare le aspettative – devono essere rimasti profondamente delusi: Troppo spesso nel nostro passato, momenti di grandi possibilità sono stati prontamente ceduti a una scarsa immaginazione e a ambizioni ancora più scarse. Ciò che era stato promesso non è mai stato perseguito, ciò che avrebbe potuto cambiare è rimasto uguale. Per i newyorkesi più desiderosi di vedere la nostra città rinnovata, il peso è solo diventato più pesante, l’attesa solo più lunga. Ha continuato: Mi è stato detto che questa è l’occasione per ridefinire le aspettative, che dovrei cogliere questa opportunità per incoraggiare i newyorkesi a chiedere poco e ad aspettarsi ancora meno. Non farò nulla di tutto ciò. L’unica aspettativa che intendo ridefinire è quella delle piccole aspettative. A partire da oggi, governeremo in modo espansivo e audace. Potremmo non avere sempre successo. Ma non saremo mai accusati di non avere il coraggio di provarci. E infine, per fugare ogni dubbio: Sono stato eletto come socialista democratico e governerò come socialista democratico. Non abbandonerò i miei principi per paura di essere considerato radicale. Come disse una volta il grande senatore del Vermont: «Ciò che è radicale è un sistema che dà così tanto a così pochi e nega a così tante persone i beni di prima necessità». Per quello che il mio defunto amico Paul Du Brul e l’ex collega Jack Newfield hanno definito il «governo permanente» della città, queste sono parole di sfida. L’ultimo socialista democratico ad aver assunto il potere nel municipio è stato David Dinkins (anche lui, come Mamdani, membro pagante del DSA). Ero presente anche quando prestò giuramento e ricordo le grandi speranze suscitate dalla sua dichiarazione che «siamo tutti soldati in marcia verso la libertà», dalla sua visione di «uno splendido mosaico di razze e fedi religiose, di origini nazionali e orientamenti sessuali, di individui le cui famiglie sono arrivate ieri o generazioni fa, passando per Ellis Island o l’aeroporto Kennedy o sugli autobus diretti alla Port Authority». Anche Dinkins promise un’amministrazione che avrebbe “difeso e sostenuto la giustizia in tutto il mondo”. Questo accadeva 35 anni fa. E mentre Mamdani ha citato il suo predecessore socialista democratico, insieme a de Blasio e Fiorello La Guardia, solo uno di questi sindaci è ampiamente considerato un successo. E LaGuardia aveva un alleato alla Casa Bianca, mentre Mamdani ha… qualcosa di completamente diverso. Eppure, anche se ha suscitato grandi aspettative, Mamdani ha riconosciuto che solo mantenendo quelle promesse nel governo potrà riscattare il suo impegno a guidare una città che “appartiene a tutti coloro che vi abitano”. Per ora, va sottolineato che ha iniziato bene e che nella battaglia che lo attende, il nostro nuovo sindaco non solo può contare sulle sue notevoli risorse di intelligenza, carisma e sicurezza politica, ma anche su un esercito di fedeli sostenitori – decine di migliaia di persone – che giovedì hanno sfidato il freddo proprio come hanno sfidato le aspettative a novembre. Il governatore Kathy Hochul, la cui collaborazione sarà fondamentale per fornire le risorse finanziarie necessarie all’ambizioso programma di Mamdani per la ricostruzione urbana e la rinascita del settore pubblico, deve aver guardato la folla che riempiva un tratto della parte bassa di Broadway noto come Canyon of Heroes con un misto di ammirazione e invidia. 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January 3, 2026
Popoff Quotidiano
USA: la vittoria di Mamdani dà slancio ai candidati progressisti
MAMDANI È SINDACO DI NEW YORK DAL 1° GENNAIO E LA SINISTRA OSCILLA TRA LA SPERANZA DI SUCCESSO AL MIDTERMS E LO SPETTRO DEL COMPROMESSO Alexis Buisson per Mediapart New York (Stati Uniti).– Un’aria di radicalità aleggia in questa serata di dicembre nella sede del South Bronx United, un’associazione sportiva del Bronx. In una piccola sala adiacente a un campo da calcio indoor, sui muri sono affissi manifesti con slogan provocatori: «Fate pagare i miliardari», “Votate socialista”, “Fermate la guerra contro l’America nera”… Siamo a una delle riunioni della campagna elettorale di Andre Easton. Questo candidato progressista si presenta al Congresso contro il rappresentante uscente, il democratico moderato Ritchie Torres, al quale rimprovera in particolare di aver ricevuto il sostegno finanziario della potente lobby filoisraeliana Aipac (“American Israel Public Affairs Committee”). Quella sera, davanti a una ventina di persone, l’insegnante di origine giamaicana tiene un workshop tematico sulle questioni che riguardano il sud del Bronx, il collegio elettorale che vuole rappresentare a Washington. Sebbene abbia dichiarato la sua candidatura prima dell’elezione di Zohran Mamdani, che ha assunto la carica di sindaco di New York il 1° gennaio, Andre Easton fa parte dei candidati “gauche de gauche” che sperano di sfruttare la sua vittoria in vista del midterms di novembre prossimo, queste elezioni locali, statali e nazionali di metà mandato. Non è certo l’unico a voler beneficiare di questo “Zohmentum” – fusione di Zohran e momentum (“slancio”). Diversi giovani outsider progressisti si stanno già affollando alle primarie democratiche per sostituire i candidati uscenti, giudicati distaccati dalla realtà e troppo deboli e molli nella loro opposizione a Donald Trump. In questa ondata troviamo in particolare la deputata filopalestinese Ruwa Romman, candidata alla carica di governatore della Georgia; l’ostricoltore Graham Platner, che spera di diventare senatore del Maine; o ancora Saikat Chakrabarti, ex collaboratore di Alexandria Ocasio-Cortez, che punta al seggio di rappresentante di San Francisco occupato da Nancy Pelosi. Kshama Sawant, in copertina Mamdani e sua moglie Rama Duwaji UN SUCCESSO REPLICABILE “Ci sarà un prima e un dopo Zohran”, afferma Andre Easton. “Ha dimostrato in particolare che il denaro non è una garanzia di vittoria. I suoi avversari hanno speso decine di milioni di dollari per diffamarlo con pubblicità razziste e islamofobe. Ma lui è riuscito a superare le percezioni negative attraverso le sue interazioni quotidiane e dirette con gli abitanti, difendendo al contempo una visione di trasformazione. Chiunque voglia vincere un’elezione oggi deve adottare una versione di ciò che ha fatto Zohran”. Sebbene ogni elezione sia diversa, il trionfo di Mamdani offre insegnamenti universali. Ha dimostrato che un democratico-socialista, musulmano e immigrato, può affermarsi in una grande città sulla base di un programma specifico e concreto per ridurre il costo della vita (gratuità dei trasporti pubblici, congelamento degli affitti…) e rivolgendosi a tutti gli elettori ed elettrici, non solo a quelli già convinti. Si stima infatti che il 10% dell’elettorato di Mamdani abbia votato Trump nel 2024. Il redattore capo di Left Voice, una pubblicazione socialista, Juan Cruz Ferre assicura che la vittoria di «Zohran» può essere replicata al di fuori della roccaforte democratica che è la «Grande Mela», come hanno dimostrato i buoni risultati ottenuti negli ultimi mesi dai candidati apertamente filopalestinesi e critici del capitalismo nel resto del Paese (ad esempio nel New Jersey o nell’Ohio). Anche negli Swing States, i famosi «Stati altalenanti» noti per la loro moderazione che determinano l’esito delle elezioni presidenziali, i giovani progressisti hanno ottenuto notevoli successi in diverse elezioni locali (municipi, consigli scolastici…), a volte contro avversari democratici più esperti. “È un momento storico per costruire un movimento popolare”, riprende Juan Cruz Ferre. “Il socialismo non è più così stigmatizzato negli Stati Uniti. Inoltre, la Palestina è diventata una questione importante per i giovani. Ce l’hanno con i due grandi partiti per il genocidio a Gaza. Questa tendenza va oltre New York”. Per Geoff Simpson, responsabile dei finanziamenti della campagna di Justice Democrats, un gruppo che sostiene le candidature progressiste, il successo di Zohran Mamdani offre all’ala sinistra l’opportunità di rimodellare il Partito Democratico. Secondo lui, infatti, la sua vittoria ha inviato un segnale chiaro: i tempi in cui il partito si inchinava alle lobby favorevoli a Israele o alle criptovalute e ai grandi donatori e donatrici sono finiti. «Abbiamo l’opportunità di riallineare il Partito Democratico a favore delle classi popolari nel 2026. La vittoria di Zohran ci fornisce una tabella di marcia per farlo”, ha affermato durante una conferenza virtuale a dicembre. LO SPETTRO DEL COMPROMESSO L’emergere di questa sinistra popolare non avverrà in un batter d’occhio. Dipenderà in parte dall’ecosistema dei gruppi che forniscono supporto logistico, finanziario e umano ai candidati. Tra i progressisti, Justice Democrats, ma anche altre organizzazioni come il Working Families Party (WFP) e Democratic Socialists of America (DSA) sono state accusate di sostenere solo le campagne che hanno buone possibilità di vincere alle primarie. «Siamo in un momento in cui dobbiamo essere disposti a correre grandi rischi», ha riconosciuto Geoff Simpson. «Se vincerà solo Zohran, il nostro movimento avrà fallito». Ma all’estrema sinistra, alcuni non sono convinti che il nuovo sindaco di New York sia l’esempio da seguire. A Seattle, culla di Amazon sulla costa occidentale, la socialista Kshama Sawant rimprovera al sindaco di New York di seguire la via del compromesso di Alexandria Ocasio-Cortez e di «capitolare di fronte all’establishment democratico». L’ex consigliera comunale, che ha acquisito fama nazionale guidando la lotta per l’aumento del salario minimo locale a 15 dollari lora, critica la decisione di Mamdani di confermare Jessica Tisch, capo della polizia per conto del sindaco centrista uscente, Eric Adams, criticato per la sua gestione delle manifestazioni filopalestinesi. Il team di transizione di Mamdani, incaricato di preparare l’insediamento del nuovo sindaco, comprende anche Jed Walentas, un ricco imprenditore immobiliare, e personalità del mondo della finanza. In contrasto con il messaggio di uguaglianza economica sostenuto durante la campagna elettorale. Zohran Mamdani è inoltre intervenuto presso il DSA, di cui è membro, per dissuadere il partito dal sostenere la candidatura di Chi Ossé, consigliere comunale progressista di 27 anni, contro il leader della minoranza democratica alla Camera dei Rappresentanti, Hakeem Jeffries, alle prossime primarie. Eletto a Brooklyn e volto dell’establishment detestato dalla base, quest’ultimo aveva tuttavia esitato a sostenere la campagna di Zohran Mamdani. «È molto sorprendente che qualcuno che si dichiara contro la guerra possa difendere Hakeem Jeffries, che è stato favorevole al finanziamento del genocidio a Gaza», si indigna Kshama Sawant a proposito del sindaco. Da parte sua, ha deciso di sfidare il rappresentante democratico di Seattle e dintorni, Adam Smith, alle elezioni di medio termine di novembre, promuovendo un «socialismo rivoluzionario» portatore di riforme radicali (aumento significativo del salario minimo, copertura sanitaria per tutti…). «Da un lato, è tragico per le classi popolari che i cosiddetti socialisti finiscano per vendere la loro anima. Dall’altro, è utile che vedano che questa strategia, che consiste nel fare pace con il Partito Democratico e nel trattare con i guanti la classe dei miliardari, non funziona», afferma la candidata. 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January 2, 2026
Popoff Quotidiano
1995, la “vittoria” che ha disarmato la gauche
TRENT’ANNI DOPO GLI SCIOPERI CONTRO IL PIANO JUPPÉ, IL MITO FONDATIVO CHE HA PARALIZZATO LA SINISTRA FRANCESE Trent’anni fa giunsero anche in Italia le immagini di Parigi completamente bloccata dallo sciopero dei lavoratori dei trasporti e del settore pubblico contro i tentativi del governo Juppé di riformare i regimi pensionistici. Colpì soprattutto l’empatia con cui centinaia di migliaia di utenti solidarizzarono con gli scioperanti, partecipando a manifestazioni oceaniche in tutto il Paese. In Francia, il trentennale degli scioperi dell’autunno 1995 ha riaperto un dibattito importante. Nel senso comune, quelle settimane di scioperi riconducibili contro il “piano Juppé” restano l’ultimo esempio di una sinistra capace di far arretrare un governo. Per altri, al contrario, il 1995 rappresenta una trionfo solo apparente, una sorta di vittoria di Pirro che in realtà ha contribuito a disarmare strategicamente il movimento sociale per i decenni successivi. È questa la tesi centrale sviluppata da Romaric Godin su Mediapart: il mito del 1995 non rafforza le lotte contemporanee, ma le indebolisce, perché fissa come orizzonte insuperabile una forma di mobilitazione che ha prodotto più passività che potenza collettiva. Il punto chiave è la natura stessa del movimento: uno “sciopero per procura”, fondato sulla centralità dei settori pubblici strategici – in particolare SNCF e RATP – e sull’adesione benevola, ma sostanzialmente passiva, del resto del mondo del lavoro. Un modello spettacolare, per usare il lessico di Guy Debord, che mette in scena una minoranza attiva mentre la maggioranza osserva, sostiene nei sondaggi, applaude nelle manifestazioni, ma si continua ad andare al lavoro o a cercare di andare al lavoro, applaudendo gli scioperanti. Chi ha vissuto il movimento del 1995 ricorda le barche affollate sulla Senna che trasportavano, come potevano, i lavoratori favorevoli al movimento, ma sempre desiderosi, da parte loro, di andare al lavoro. Scrive ancora Godin: L’immensa ondata di occupazioni di fabbriche che ha invaso il Paese tra il 15 e il 31 maggio 1968, poi all’inizio degli anni ’70, appartiene ormai al passato. I lavoratori sono ora terrorizzati e atomizzati. Ognuno cerca di cavarsela al meglio, anche se i sogni neoliberisti, dall’ingresso nell’euro alla globalizzazione, stanno distruggendo la sua vita quotidiana. I giorni passano e lo sciopero continua. Ogni giorno, ingorghi mostruosi complicano l’accesso e l’uscita dalla capitale. Come quel 30 novembre 1995 a Bagnolet (Seine-Saint-Denis). DALLO SCIOPERO SPETTACOLARE ALLA PASSIVITÀ POLITICA Lo schema dello sciopero per procura segna una rottura netta con i grandi movimenti offensivi del Novecento, dal 1936 al 1968. Nel dicembre 1995 non si occupano fabbriche, non si costruisce un controllo diffuso dei luoghi di produzione, non si generalizza lo sciopero oltre i comparti già sindacalizzati. La “solidarietà” si gioca nello spazio mediatico: dichiarazioni di intellettuali, come quella celebre di Pierre Bourdieu alla Gare de Lyon sulla “lotta contro la distruzione della civiltà”, e una aspettativa diffusa che il governo ceda prima delle vacanze di Natale. Quando Alain Juppé ritira la parte del piano relativa ai regimi pensionistici speciali, l’episodio viene letto come una vittoria. A rafforzare questa percezione contribuisce la vittoria elettorale della “sinistra plurale” nel 1997. Ma proprio qui si annida un secondo pilastro del mito: l’idea che l’unità sindacale e la mobilitazione sociale conducano automaticamente a uno sbocco politico progressivo. In realtà, l’elettoralismo che segue il 1995 riproduce la stessa passività: si delega al voto ciò che non si è costruito come rapporto di forza permanente. Il governo Jospin potrà così sviluppare, senza una pressione sociale costante, un compromesso di classe che combina globalizzazione, privatizzazioni e finanziarizzazione con la riforma delle 35 ore, ultimo grande aumento di produttività a beneficio del capitale. Per aiutare i lavoratori non scioperanti a recarsi al lavoro, vengono messi a disposizione mezzi di trasporto sorprendenti. Autobus e battelli gratuiti vengono così messi a disposizione degli utenti, come in questo caso, il 4 dicembre 1995. UNA VITTORIA CHE APRE LA STRADA ALLE SCONFITTE Il punto forse più controverso dell’analisi riguarda però la natura concreta della “vittoria” del 1995. Perché mentre la riforma delle pensioni viene congelata, il cuore del piano Juppé sulla sicurezza sociale passa. Come ricorda J.-C. Delavigne sull’ Hebdo L’Anticapitaliste (il settimanale del Noveau Parti Anticapitaliste), è in quegli anni che vengono introdotti strumenti destinati a strutturare l’austerità sanitaria e sociale per i decenni successivi: – la CRDS (Contribution au remboursement de la dette sociale), un contributo proporzionale che finanzia la CADES (Caisse d’amortissement de la dette sociale), sottraendo risorse alla Sécurité sociale; – l’ONDAM (Objectif national des dépenses d’assurance maladie), che fissa tetti di spesa annuali per la sanità, aprendo la strada all’austerità ospedaliera; – l’aumento delle tariffe ospedaliere, la riduzione dei rimborsi dei farmaci, la fiscalizzazione crescente del finanziamento della protezione sociale. Il risultato paradossale è che la “vittoria” del 1995 crea le condizioni politiche e mediatiche per il racconto del “buco della Sécurité sociale”, utilizzato poi per giustificare riforme sempre più dure. In questo senso, il 1995 non frena il neoliberismo: ne stabilizza l’architettura. IL CICLO CHE SI CHIUDE: DAL COMPROMESSO ALLA VIOLENZA Secondo Godin, l’umiliazione politica di Juppé ha un effetto duraturo: insegna ai governi successivi a non cedere più. Dopo la crisi del 2008, l’ipotesi stessa di compromesso sociale scompare. Alle sconfitte del 2003, 2010, 2016, 2020 e 2023 risponde una crescente violenza istituzionale, in particolare poliziesca, che mira a disciplinare il conflitto sociale. Popoff ha scritto spesso del vistoso aumento della delinquenza poliziesca in Francia. Dal 2005, più di 500 persone sono morte durante un’interazione con le forze dell’ordine – come segnala un rapporto della Ong Flagrant déni – negli ultimi anni, il numero di questi omicidi ha raggiunto soglie senza precedenti – fino a 65 morti nella sola annata 2024. Così il “sostegno senza partecipazione” non basta più. Le manifestazioni restano l’unica arma, ma sono strutturalmente incapaci di bloccare le riforme. Il movimento sociale, anziché fare la storia, la subisce. È in questo vuoto che prospera l’estrema destra, capace di catturare la rabbia sociale e di trasformarla in razzismo e autoritarismo, mentre il neoliberismo radicalizzato e la reazione culturale finiscono per funzionare come due facce della stessa dominazione. Sul piano strategico, lo «sciopero spettacolare» ereditato dal 1995 presenta fragilità strutturali destinate a emergere nel tempo. La prima è la dipendenza da una minoranza attiva chiamata a “scioperare per gli altri”, una dinamica difficilmente riproducibile all’infinito per stanchezza o mancanza di interesse diretto. Non a caso, nel 2023 i trasporti – storicamente perno del blocco del Paese – hanno in larga parte disertato la mobilitazione contro la riforma delle pensioni. Di fronte alla passività della maggioranza, diventa sempre più arduo mandare ripetutamente in prima linea gli stessi settori. La seconda fragilità riguarda il fatto che il capitale non resta mai immobile: ridefinisce continuamente i propri snodi strategici, costringendo il movimento sociale a inseguirli. Digitalizzazione, telelavoro ed espansione del terziario hanno ridotto il peso dei settori tradizionali, mentre moderazione salariale, delocalizzazioni e precarietà hanno accresciuto i costi dello sciopero nel settore privato. In questo contesto, i trasporti risultano meno decisivi di un tempo e le alternative appaiono rare e frammentate. OLTRE LA NOSTALGIA: IL PROBLEMA STRATEGICO DELLA SINISTRA Qui si innesta il ragionamento di Joseph Confavreux, sempre su Mediapart, che invita a diffidare di una nostalgia “in seppia” per il 1995. Quel momento storico conteneva già molte delle contraddizioni esplose negli anni successivi: politiche di rigore, securitarismo, razzializzazione del dibattito pubblico, fratture interne alla sinistra. Il problema, oggi, non è rimpiangere una presunta età dell’oro, ma interrogarsi sulle condizioni di possibilità di un fronte per l’uguaglianza e l’emancipazione in un contesto segnato da un’offensiva reazionaria globale, sostenuta da miliardari, apparati mediatici e nuove tecnologie. Le divisioni della sinistra – sull’Europa, sulla laicità, sull’anticolonialismo, sulla geopolitica – non possono essere superate né dall’irenismo colpevole né dal settarismo. Come ricorda Frédéric Lordon, si tratta di riconoscere l’uguale legittimità delle lotte contro le dominazioni, senza pretendere che una annulli le altre. Mettere fine al mito del 1995 non significa rinnegare quella mobilitazione, ma liberarsi della sua ombra paralizzante. Significa riconoscere che uno sciopero fondato sulla delega e sulla passività non può affrontare un capitalismo entrato in una fase autoritaria. Se una lezione può essere tratta, è quella indicata – in modo paradossale – da esperienze recenti come la vittoria di Zohran Mamdani a New York: centralità delle questioni sociali materiali, radicamento territoriale, rinnovamento generazionale, capacità di tenere insieme conflitto sociale e battaglia culturale senza irrigidirsi in una postura minoritaria. Trent’anni dopo, il problema non è celebrare il 1995, ma evitare che continui a funzionare come un alibi. Perché, parole di Godin, con vittorie di questo tipo non c’è nemmeno bisogno delle sconfitte.   The post 1995, la “vittoria” che ha disarmato la gauche first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo 1995, la “vittoria” che ha disarmato la gauche sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
December 29, 2025
Popoff Quotidiano
«L’utopia è più necessaria che mai, perché è assolutamente possibile»
IL FILOSOFO PAUL B. PRECIADO RIFIUTA DI LASCIARSI ANDARE ALLA DISPERAZIONE DI FRONTE ALL’ASCESA DELL’ESTREMA DESTRA E INVITA A LANCIARSI IN UN ESPERIMENTO SOCIALE ESUBERANTE E COLLETTIVO. PERCHÉ ABBIAMO PROVATO TUTTO, TRANNE QUESTO. Joseph Confavreux e Jade Lindgaard su Mediapart Filosofo e autore di importanti libri sulle esperienze queer, trans e subalterne (Dysphoria Mundi, Fandango 2022; Sono un mostro che vi parla, Fandango 2021…), Paul B. Preciado è uno dei pensatori più agili e curiosi della nostra epoca: tutto lo interessa, dall’«happening con la motosega» di Javier Milei in Argentina alle farneticazioni di Elon Musk sulla colonizzazione del pianeta Marte. Rifiuta di lasciarsi andare alla disperazione di fronte all’ascesa dell’estrema destra e invita a lanciarsi in un esperimento sociale esuberante e collettivo. Mediapart: Nel suo libro “Dysphoria Mundi”, lei sostiene l’idea che il crollo dei pilastri storici del pensiero di sinistra (il progresso, l’universalismo, la grande rivoluzione, ecc.) apra nuovi spazi di emancipazione. Ma non è forse l’estrema destra che oggi approfitta dell’indebolimento del progressismo? Paul B. Preciado: I movimenti femministi, omosessuali e antirazzisti in Europa e negli Stati Uniti, a partire dagli anni ’70 ma soprattutto negli anni ’80-’90, hanno modellato le loro strategie di emancipazione sulle politiche di identità. Era quasi inevitabile: i movimenti subalterni si sono organizzati seguendo le segmentazioni identitarie della modernità coloniale. Ciò ha portato a lotte per «integrare», ovvero normalizzare – in realtà disciplinare – un insieme di minoranze in una società maggioritaria apparentemente democratica, ma ancora patriarcale e razzista. Storicamente, il linguaggio identitario è quello del fascismo. L’estrema destra reclama oggi una «rivoluzione paleoconservatrice», per dirla con Joe Lowndes [ricercatore in scienze politiche – ndr], ma alimenta paradossalmente strategie che, alla base, sono state sviluppate dalle politiche emancipatorie. Ha persino recuperato le politiche performative dei movimenti minoritari subalterni, compresi quelli queer, come si è potuto vedere durante il fallito colpo di Stato al Campidoglio il 6 gennaio 2022, con l’attivista Jake Angeli e il suo copricapo di pelle di coyote con le corna; o negli «happening con la motosega» di Milei e Musk, che ricordano una sorta di drag ultranazionalista e ultramachista. Ma dietro questa nuova teatralizzazione del nazionalismo suprematista bianco, ci sono anche nuove strategie necropolitiche, politiche estreme della morte. Cosa intende per necropolitica? È l’uso che il potere sovrano, e oggi tecno-corporativo, fa della morte come tecnica di governo. Achille Mbembe mostra che questo governo attraverso la violenza e la morte si perpetua con il dominio coloniale. I Queer e il Transfemminismo spiegano che il Patriarcato è una forma di necropolitica naturalizzata, attraverso la violenza inflitta ai corpi delle donne e dei bambini, ma anche attraverso il dominio dei corpi sessuali e dei generi subalterni. Si potrebbe avere l’impressione che la democratizzazione nell’era moderna abbia eliminato questa politica di morte. Ma guardate cosa sta succedendo negli Stati Uniti con Trump: la rapidità con cui si sta instaurando una forma di necropolitica estrema, che prima era utilizzata solo nel contesto coloniale o ai confini degli Stati, rivela quanto l’architettura cognitiva delle istituzioni (la rappresentazione che esse hanno del proprio ruolo) fosse patriarcale e coloniale. E quindi sistematicamente violenta. Trump è la versione kitsch e heavy metal della necropolitica, e Musk il suo braccio tecnopolitico. E noi, dall’altra parte, suoniamo tre flauti. No! Qui bisogna dare il massimo nella depatriarcalizzazione e nella decolonizzazione. La depatriarcalizzazione può essere condotta dai movimenti femministi, queer, decoloniali, antirazzisti? Penso che non si possano più immaginare strategie di emancipazione e resistenza in termini di identità: nera, lesbica, femminista, omosessuale… È a livello del corpo politico che avviene, non a livello di «identità» né a livello di «individuo». Da un lato, l’identità produce naturalizzazione e quindi esclusione. Come nel versante transfobico del femminismo conservatore, che pensa di poter utilizzare un’identità “femminile”, definita in termini “biologici”, per escludere le donne trans. D’altra parte, l’individuo è una variabile di consumo tecnologico depoliticizzato. Non si può chiedere all’individuo di agire perché, per definizione, appena diventa individuo, significa che è depoliticizzato. Ciò che lo costituisce come soggetto politico, ovvero le sue relazioni con gli altri, viene reciso e distrutto. Dobbiamo costruire una composizione trasversale dei corpi viventi di fronte alla distruzione necropolitica planetaria. Ma sono comunque molto ottimista. Perché noi, i subalterni, siamo dalla parte dei vivi e della realtà. La vita è fatta della proliferazione costante delle differenze, non delle identità. Sono mutazioni e transizioni in tutti i sensi. Per fissare un’identità nazionale, è necessario uno sforzo straordinario, terribile. Buona fortuna… Cosa bisognerebbe fare secondo lei? Il 90% delle proposte di Elon Musk sono totalmente deliranti, distopiche, assurde. Andare su Marte è la soluzione? In realtà è molto più ragionevole aprire le frontiere o abolire le prigioni e la fissazione sul genere che andare su Marte. Se la distopia radicale è possibile, come si vede con Trump, Elon Musk e questa alleanza tra epistemologia politica arcaica e nuove tecnologie cibernetiche, allora solo un’utopia dei corpi viventi potrà tirarci fuori da dove siamo. L’utopia è più necessaria che mai, perché è assolutamente possibile. L’utopia nel senso di una radicalità nei progetti di trasformazione planetaria. Perché tutto il resto è già stato sperimentato. Abbiamo sperimentato la violenza estrema. Abbiamo sperimentato i massacri alle frontiere. Abbiamo sperimentato tutto a livello familiare: il potere totale del Pater Familias. L’estrazione di ogni potere e di ogni produzione sui corpi naturalizzati “donne”, “bambini”, “binari”, ‘razzializzati’, “animalizzati”, ecc. Proviamo il contrario, no? Vediamo come va. Con #MeToo, siamo andati nella direzione della criminalizzazione e della sorveglianza della sessualità, e quindi di dare più potere allo Stato. Non abbiamo provato l’altra strada, quella della soggettivazione radicale delle culture subalterne. Non ci siamo mai detti: svuotiamo l’Assemblea nazionale e mettiamoci tutti i bambini che sono stati vittime di abusi sessuali, e diamo loro un mese, due mesi, un anno per scrivere una carta delle nuove pratiche relazionali e sociali. Perché no? Le critiche istituzionali a partire dagli anni ’70 non sono state sufficientemente radicali nel loro lavoro di defascistizzazione e decolonizzazione di queste strutture. Ci sono degli zombie all’interno delle nostre istituzioni. Per liberarcene, lanciamoci in un esperimento sociale esuberante e collettivo. Questa intervista fa parte della serie di Mediapart dal titolo Neuf idées pour empêcher une société fasciste Il fascismo che ha caratterizzato l'Europa negli anni '30 ha assunto forme (regime totalitario, leader carismatico, asservimento di un'intera società e militarizzazione estrema) che oggi non si ritrovano più tali e quali. La diffusione di idee di estrema destra aggressive, trasgressive, popolari tra un numero crescente di persone e coronate da successi elettorali in Europa e nel continente americano sembra aprire la strada a sentimenti politici e desideri di potere autoritario che delineano una forma di fascismo contemporaneo. Le nove persone scelte per questa serie di interviste sono state selezionate sulla base di un libro, un'opera o un intervento militante particolarmente significativo. Appartenenti a generazioni diverse, hanno la particolarità di articolare nel loro lavoro riflessioni teoriche e proposte concrete. The post «L’utopia è più necessaria che mai, perché è assolutamente possibile» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo «L’utopia è più necessaria che mai, perché è assolutamente possibile» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
December 29, 2025
Popoff Quotidiano