I media che inventano la realtà alternativa di Trump
NEGLI USA, LO SPAZIO INFORMATIVO DEL 2026 NON HA PIÙ NULLA A CHE VEDERE CON
QUELLO DEL 2016 E NEMMENO CON QUELLO DEL 2020
Maya Kandel →su Mediapart
Trump I aveva aperto la finestra di Overton su ciò che è dicibile nella sfera
pubblica. Trump II la sta polverizzando con un nuovo obiettivo: il
deterioramento del dibattito grazie alla creazione di una vera e propria
infrastruttura di propaganda. Questo tipo di mondo parallelo consolida la
“realtà alternativa” trumpista, dove il miliardario ha vinto le elezioni del
2020 contro Joe Biden, dove l’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021 è stato
una manifestazione pacifica e dove ogni critica non può che essere un complotto
di una sinistra “terrorista”.
Peter Baker, corrispondente del New York Times alla Casa Bianca, descrive bene
il nuovo rapporto con i media dei membri dell’amministrazione Trump II: “Non
considerano la sala stampa come un mezzo per trasmettere informazioni. Non la
considerano nemmeno un mezzo per influenzare i giornalisti. Per loro è un teatro
per il pubblico Maga [”Make America Great Again – ndr]”.
Nel 2025, il Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) ha speso 51 milioni di
dollari nella produzione di video YouTube che mostrano gli arresti effettuati
dagli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement). Il budget per le
relazioni pubbliche di questa polizia dell’immigrazione è esploso nel 2025
grazie alla «grande e magnifica legge» finanziaria per divenire una macchina
mediatica in grado di inondare i social.
L’équipe lavora come un’agenzia di influencer professionali, utilizzando
strumenti a pagamento di monitoraggio dei social network per valutare i propri
post, classificati in base al numero di visualizzazioni e al tasso di
coinvolgimento. L’amministrazione Trump difende volentieri questa operazione: «È
quello che vogliono gli americani, la prova visiva che Trump sta mantenendo la
promessa di espellere milioni di immigrati in tutto il Paese».
Questo è solo un esempio tra tanti. Con il ritorno di Donald Trump, l’ecosistema
mediatico Maga ha consolidato il suo dominio sullo spazio informativo. Questo
non ha più nulla a che vedere con quello del 2016 e nemmeno con quello del 2020.
La sconfitta del 2020, l’assalto al Campidoglio e la “depiattaformizzazione” di
Donald Trump, sospeso per un certo periodo da Twitter e Facebook, hanno
completamente trasformato il panorama.
I MEDIA DELLA CASA BIANCA
Si è rapidamente consolidato un ecosistema mediatico alternativo, con
piattaforme video e social network finanziati e dominati dai conservatori, tra
cui la rete di Donald Trump, Truth Social. L’acquisizione di Twitter da parte di
Elon Musk nel 2022 ha amplificato questo ecosistema garantendo
l’interconnessione dell’insieme.
Donald Trump ha avuto per diversi decenni un rapporto simbiotico con i media
tradizionali, inscindibile dalla sua carriera di promotore immobiliare, poi di
star dei reality show e infine di uomo politico. Ma è passato da una dipendenza
reciproca a uno scontro diretto, esigendo sottomissione sotto pena di
distruzione.
Donald Trump non ha più bisogno dei media per raggiungere il suo pubblico. Li
attacca, li perseguita legalmente, minaccia la loro credibilità e, in
definitiva, il loro modello economico. Il Congresso (a maggioranza repubblicana)
ha inoltre approvato la maggior parte dei tagli di bilancio ai media pubblici,
minacciati di scomparsa.
Da quando è tornato al potere, Donald Trump ha anche favorito i nuovi media
fedeli, trasformando la composizione della sala stampa della Casa Bianca. Tra le
persone accreditate c’è, ad esempio, Brian Glenn, di Real America’s Voice, un
canale fondato nel 2020 che trasmette tutto ciò che fa Trump senza commenti. È
stato Brian Glenn che, nel febbraio 2025, ha rimproverato Volodymyr Zelensky per
non aver indossato giacca e cravatta durante il suo incontro con Donald Trump e
J. D. Vance nello Studio Ovale.
La vicinanza e l’accesso a Trump e al suo team hanno dato una spinta ai media
pro-Maga, che hanno visto esplodere il loro pubblico e i loro introiti
pubblicitari, come Newsmax, Fox News o il Daily Wire di Ben Shapiro, valutato
oltre 1 miliardo di dollari.
L’obiettivo di Donald Trump è cambiato: non si tratta più solo di catturare
l’attenzione, ma di dominare lo spazio informativo. La stessa Casa Bianca è
diventata un media, producendo contenuti, meme e narrazioni con una rapidità e
una strategia simili a quelle di un’azienda mediatica. Ha anche rafforzato il
suo apparato di attacchi al giornalismo, distorcendo pratiche come la verifica
dei fatti.
Ne è testimonianza questo sito ufficiale che si presenta come «Alla ricerca dei
pregiudizi dei media»: riprende il vecchio trucco trumpista che consiste nel
definire «fake news» notizie e informazioni comprovate ma che vanno contro la
versione ufficiale. Un’altra pagina dello stesso sito si presenta come un feed
quotidiano in stile AFP, un altro tentativo di sabotare il lavoro dei
giornalisti.
Jesse Watters, il conduttore di punta di Fox News che ha sostituito Tucker
Carlson, spiega: «Stiamo conducendo una guerra dell’informazione contro la
sinistra con gli strumenti del XXI secolo. È come una guerriglia popolare:
qualcuno dice qualcosa sui social media, Musk lo ritwitta, Rogan lo diffonde nel
suo podcast, Fox lo ritrasmette. E in pochissimo tempo milioni di persone lo
hanno visto» .
UNA GUERRA CONTRO LA REALTÀ
Parallelamente, l’amministrazione Trump si è dedicata alla distruzione delle
istituzioni e degli strumenti destinati a documentare la realtà. All’inizio
dell’estate 2025, il presidente ha licenziato la responsabile dell’Ufficio di
statistica del lavoro, una delle fonti più rispettate dagli attori economici,
perché non gli piaceva il suo rapporto trimestrale.
Egli stesso inventa statistiche e le diffonde freneticamente sulla sua rete
Truth Social. Ha pubblicato più di 2.000 messaggi nei primi cento giorni del suo
secondo mandato, ovvero più del triplo dei tweet pubblicati nei primi cento
giorni del primo mandato. Adora essere presentato come «il più grande
influencer».
L’Ufficio di statistica del lavoro non è l’unica istituzione aggredita da Trump
II. I suoi primi obiettivi sono stati gli enti incaricati di documentare il
cambiamento climatico. Si può citare anche la sanità, affidata a Robert Kennedy
Jr., che ha licenziato i 17 membri del comitato di esperti sull’immunizzazione
del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), sostituiti da
antivaccinisti.
Questi sforzi vanno inseriti in un’offensiva più ampia volta a smantellare
l’infrastruttura della conoscenza e della documentazione dei fatti, storici o
contemporanei. I responsabili della Biblioteca del Congresso e degli Archivi
Nazionali sono stati licenziati. In alcuni casi, in particolare sotto l’impulso
del Doge, il dipartimento per l’efficienza governativa un tempo guidato da Elon
Musk, decine di banche dati sono state cancellate.
Si può parlare della creazione di una “ignoranza strutturale”. Migliaia di
pagine sono così scomparse dai siti governativi, che si tratti del sito
ufficiale della Casa Bianca, del database del Dipartimento di Giustizia
sull’assalto al Campidoglio o dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente.
Decine di “parole chiave” – come nero, donna, discriminazione… – sono scomparse
dai siti pubblici. Si tratta di imporre una “realtà alternativa” cancellandone
le tracce: più di 150.000 pagine web governative sono scomparse dalla seconda
investitura.
Al loro posto, i responsabili dell’amministrazione Trump II utilizzano altre
“fonti”. Harmeet Dhillon, ex avvocato di Donald ora responsabile della divisione
dei diritti civili presso il Dipartimento di Giustizia, ha vantato al Wall
Street Journal il suo “metodo”: “Inizio la giornata di lavoro sfogliando X, alla
ricerca di denunce per discriminazione… Dopo aver individuato una lista di nuovi
orrori, mando un SMS ai miei assistenti, assegniamo i casi e ci mettiamo al
lavoro». Un trionfo dell’oscurantismo messo in scena come intrattenimento.
INFLUENCER POLITICI
Il quadro sarebbe incompleto senza la sua componente di intrattenimento: bisogna
distrarre, occupare lo spazio e le menti, pena il ritorno della realtà. Questo è
anche il motivo della presenza di influencer tra i giornalisti accreditati.
A dicembre, il Pentagono ha imposto una carta che obbliga a far convalidare
alcuni articoli e a rivelarne le fonti. Con l’obiettivo, raggiunto, di eliminare
dai suoi briefing i veri giornalisti che potrebbero mettere in discussione la
versione ufficiale. Tra i nuovi accreditati figurano il sito complottista
Infowars e altri falsari, come James O’Keefe del Project Veritas, che da oltre
un decennio fabbrica notizie false al servizio di Trump, Jack Posobiec, noto in
Francia per il suo ruolo nella diffusione dei Macron Leaks durante le
presidenziali del 2017, e l’influencer trumpista Laura Loomer.
Alcuni degli stessi influencer si trovano al centro del processo politico,
talvolta sui casi più importanti, o addirittura alla guida di agenzie federali,
come l’FBI diretta da Kash Patel. È il caso di Charlie Kirk, arruolato nel
gennaio 2025 nell’offensiva sulla Groenlandia, dove aveva accompagnato il figlio
di Trump; di Jack Posobiec, integrato in una visita ufficiale in Ucraina; o
ancora di Laura Loomer, responsabile dell’epurazione del Consiglio di sicurezza
nazionale nell’aprile 2025.
In politica estera, essi costituiscono una nuova categoria di soggetti attivi.
Posobiec, ex ufficiale dell’intelligence della marina, aveva svolto un ruolo
trainante online per difendere le pretese di Trump sul territorio della
Danimarca, moltiplicando i video esplicativi su X e nel podcast di Steve Bannon.
Il ruolo di questi influencer è emblematico della fusione tra politica e media
nel trumpismo, che è tanto un potere narrativo quanto un movimento politico.
Renée DiResta analizza questo potere nel suo libro Invisible Rulers. The People
Who Turn Lies into Reality (“I decisori invisibili. Coloro che trasformano le
bugie in realtà”, ed. PublicAffairs, 2024), dedicato alla trasformazione dei
media e della politica sotto l’influenza degli algoritmi e delle piattaforme,
dimostrando l’importanza del rapporto degli influencer con il loro pubblico,
basato sulla fiducia e sull’autenticità.
Un tale rapporto permette di influenzare le opinioni su tutti gli argomenti,
come conferma un ampio studio delle università Columbia e Harvard. Secondo
Samuel Woolley, docente all’università di Pittsburgh, «mostra che i creatori di
contenuti sono una forza potente nella politica, che vogliono giocare un ruolo
importante nelle elezioni di metà mandato del 2026 e ancora più importante nel
2028».
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