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giornalismo o barbarie

I media che inventano la realtà alternativa di Trump
NEGLI USA, LO SPAZIO INFORMATIVO DEL 2026 NON HA PIÙ NULLA A CHE VEDERE CON QUELLO DEL 2016 E NEMMENO CON QUELLO DEL 2020 Maya Kandel →su Mediapart Trump I aveva aperto la finestra di Overton su ciò che è dicibile nella sfera pubblica. Trump II la sta polverizzando con un nuovo obiettivo: il deterioramento del dibattito grazie alla creazione di una vera e propria infrastruttura di propaganda. Questo tipo di mondo parallelo consolida la “realtà alternativa” trumpista, dove il miliardario ha vinto le elezioni del 2020 contro Joe Biden, dove l’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021 è stato una manifestazione pacifica e dove ogni critica non può che essere un complotto di una sinistra “terrorista”. Peter Baker, corrispondente del New York Times alla Casa Bianca, descrive bene il nuovo rapporto con i media dei membri dell’amministrazione Trump II: “Non considerano la sala stampa come un mezzo per trasmettere informazioni. Non la considerano nemmeno un mezzo per influenzare i giornalisti. Per loro è un teatro per il pubblico Maga [”Make America Great Again – ndr]”. Nel 2025, il Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) ha speso 51 milioni di dollari nella produzione di video YouTube che mostrano gli arresti effettuati dagli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement). Il budget per le relazioni pubbliche di questa polizia dell’immigrazione è esploso nel 2025 grazie alla «grande e magnifica legge» finanziaria per divenire una macchina mediatica in grado di inondare i social. L’équipe lavora come un’agenzia di  influencer professionali, utilizzando strumenti a pagamento di monitoraggio dei social network per valutare i propri post, classificati in base al numero di visualizzazioni e al tasso di coinvolgimento. L’amministrazione Trump difende volentieri questa operazione: «È quello che vogliono gli americani, la prova visiva che Trump sta mantenendo la promessa di espellere milioni di immigrati in tutto il Paese». Questo è solo un esempio tra tanti. Con il ritorno di Donald Trump, l’ecosistema mediatico Maga ha consolidato il suo dominio sullo spazio informativo. Questo non ha più nulla a che vedere con quello del 2016 e nemmeno con quello del 2020. La sconfitta del 2020, l’assalto al Campidoglio e la “depiattaformizzazione” di Donald Trump, sospeso per un certo periodo da Twitter e Facebook, hanno completamente trasformato il panorama. I MEDIA DELLA CASA BIANCA Si è rapidamente consolidato un ecosistema mediatico alternativo, con piattaforme video e social network finanziati e dominati dai conservatori, tra cui la rete di Donald Trump, Truth Social. L’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk nel 2022 ha amplificato questo ecosistema garantendo l’interconnessione dell’insieme. Donald Trump ha avuto per diversi decenni un rapporto simbiotico con i media tradizionali, inscindibile dalla sua carriera di promotore immobiliare, poi di star dei reality show e infine di uomo politico. Ma è passato da una dipendenza reciproca a uno scontro diretto, esigendo sottomissione sotto pena di distruzione. Donald Trump non ha più bisogno dei media per raggiungere il suo pubblico. Li attacca, li perseguita legalmente, minaccia la loro credibilità e, in definitiva, il loro modello economico. Il Congresso (a maggioranza repubblicana) ha inoltre approvato la maggior parte dei tagli di bilancio ai media pubblici, minacciati di scomparsa. Da quando è tornato al potere, Donald Trump ha anche favorito i nuovi media fedeli, trasformando la composizione della sala stampa della Casa Bianca. Tra le persone accreditate c’è, ad esempio, Brian Glenn, di Real America’s Voice, un canale fondato nel 2020 che trasmette tutto ciò che fa Trump senza commenti. È stato Brian Glenn che, nel febbraio 2025, ha rimproverato Volodymyr Zelensky per non aver indossato giacca e cravatta durante il suo incontro con Donald Trump e J. D. Vance nello Studio Ovale. La vicinanza e l’accesso a Trump e al suo team hanno dato una spinta ai media pro-Maga, che hanno visto esplodere il loro pubblico e i loro introiti pubblicitari, come Newsmax, Fox News o il Daily Wire di Ben Shapiro, valutato oltre 1 miliardo di dollari. L’obiettivo di Donald Trump è cambiato: non si tratta più solo di catturare l’attenzione, ma di dominare lo spazio informativo. La stessa Casa Bianca è diventata un media, producendo contenuti, meme e narrazioni con una rapidità e una strategia simili a quelle di un’azienda mediatica. Ha anche rafforzato il suo apparato di attacchi al giornalismo, distorcendo pratiche come la verifica dei fatti. Ne è testimonianza questo sito ufficiale che si presenta come «Alla ricerca dei pregiudizi dei media»: riprende il vecchio trucco trumpista che consiste nel definire «fake news» notizie e informazioni comprovate ma che vanno contro la versione ufficiale. Un’altra pagina dello stesso sito si presenta come un feed quotidiano in stile AFP, un altro tentativo di sabotare il lavoro dei giornalisti. Jesse Watters, il conduttore di punta di Fox News che ha sostituito Tucker Carlson, spiega: «Stiamo conducendo una guerra dell’informazione contro la sinistra con gli strumenti del XXI secolo. È come una guerriglia popolare: qualcuno dice qualcosa sui social media, Musk lo ritwitta, Rogan lo diffonde nel suo podcast, Fox lo ritrasmette. E in pochissimo tempo milioni di persone lo hanno visto» . UNA GUERRA CONTRO LA REALTÀ Parallelamente, l’amministrazione Trump si è dedicata alla distruzione delle istituzioni e degli strumenti destinati a documentare la realtà. All’inizio dell’estate 2025, il presidente ha licenziato la responsabile dell’Ufficio di statistica del lavoro, una delle fonti più rispettate dagli attori economici, perché non gli piaceva il suo rapporto trimestrale. Egli stesso inventa statistiche e le diffonde freneticamente sulla sua rete Truth Social. Ha pubblicato più di 2.000 messaggi nei primi cento giorni del suo secondo mandato, ovvero più del triplo dei tweet pubblicati nei primi cento giorni del primo mandato. Adora essere presentato come «il più grande influencer». L’Ufficio di statistica del lavoro non è l’unica istituzione aggredita da Trump II. I suoi primi obiettivi sono stati gli enti incaricati di documentare il cambiamento climatico. Si può citare anche la sanità, affidata a Robert Kennedy Jr., che ha licenziato i 17 membri del comitato di esperti sull’immunizzazione del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), sostituiti da antivaccinisti. Questi sforzi vanno inseriti in un’offensiva più ampia volta a smantellare l’infrastruttura della conoscenza e della documentazione dei fatti, storici o contemporanei. I responsabili della Biblioteca del Congresso e degli Archivi Nazionali sono stati licenziati. In alcuni casi, in particolare sotto l’impulso del Doge, il dipartimento per l’efficienza governativa un tempo guidato da Elon Musk, decine di banche dati sono state cancellate. Si può parlare della creazione di una “ignoranza strutturale”. Migliaia di pagine sono così scomparse dai siti governativi, che si tratti del sito ufficiale della Casa Bianca, del database del Dipartimento di Giustizia sull’assalto al Campidoglio o dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente. Decine di “parole chiave” – come nero, donna, discriminazione… – sono scomparse dai siti pubblici. Si tratta di imporre una “realtà alternativa” cancellandone le tracce: più di 150.000 pagine web governative sono scomparse dalla seconda investitura. Al loro posto, i responsabili dell’amministrazione Trump II utilizzano altre “fonti”. Harmeet Dhillon, ex avvocato di Donald ora responsabile della divisione dei diritti civili presso il Dipartimento di Giustizia, ha vantato al Wall Street Journal il suo “metodo”: “Inizio la giornata di lavoro sfogliando X, alla ricerca di denunce per discriminazione… Dopo aver individuato una lista di nuovi orrori, mando un SMS ai miei assistenti, assegniamo i casi e ci mettiamo al lavoro». Un trionfo dell’oscurantismo messo in scena come intrattenimento. INFLUENCER POLITICI Il quadro sarebbe incompleto senza la sua componente di intrattenimento: bisogna distrarre, occupare lo spazio e le menti, pena il ritorno della realtà. Questo è anche il motivo della presenza di influencer tra i giornalisti accreditati. A dicembre, il Pentagono ha imposto una carta che obbliga a far convalidare alcuni articoli e a rivelarne le fonti. Con l’obiettivo, raggiunto, di eliminare dai suoi briefing i veri giornalisti che potrebbero mettere in discussione la versione ufficiale. Tra i nuovi accreditati figurano il sito complottista Infowars e altri falsari, come James O’Keefe del Project Veritas, che da oltre un decennio fabbrica notizie false al servizio di Trump, Jack Posobiec, noto in Francia per il suo ruolo nella diffusione dei Macron Leaks durante le presidenziali del 2017, e l’influencer trumpista Laura Loomer. Alcuni degli stessi influencer si trovano al centro del processo politico, talvolta sui casi più importanti, o addirittura alla guida di agenzie federali, come l’FBI diretta da Kash Patel. È il caso di Charlie Kirk, arruolato nel gennaio 2025 nell’offensiva sulla Groenlandia, dove aveva accompagnato il figlio di Trump; di Jack Posobiec, integrato in una visita ufficiale in Ucraina; o ancora di Laura Loomer, responsabile dell’epurazione del Consiglio di sicurezza nazionale nell’aprile 2025. In politica estera, essi costituiscono una nuova categoria di soggetti attivi. Posobiec, ex ufficiale dell’intelligence della marina, aveva svolto un ruolo trainante online per difendere le pretese di Trump sul territorio della Danimarca, moltiplicando i video esplicativi su X e nel podcast di Steve Bannon. Il ruolo di questi influencer è emblematico della fusione tra politica e media nel trumpismo, che è tanto un potere narrativo quanto un movimento politico. Renée DiResta analizza questo potere nel suo libro Invisible Rulers. The People Who Turn Lies into Reality (“I decisori invisibili. Coloro che trasformano le bugie in realtà”, ed. PublicAffairs, 2024), dedicato alla trasformazione dei media e della politica sotto l’influenza degli algoritmi e delle piattaforme, dimostrando l’importanza del rapporto degli influencer con il loro pubblico, basato sulla fiducia e sull’autenticità. Un tale rapporto permette di influenzare le opinioni su tutti gli argomenti, come conferma un ampio studio delle università Columbia e Harvard. Secondo Samuel Woolley, docente all’università di Pittsburgh, «mostra che i creatori di contenuti sono una forza potente nella politica, che vogliono giocare un ruolo importante nelle elezioni di metà mandato del 2026 e ancora più importante nel 2028».   The post I media che inventano la realtà alternativa di Trump first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo I media che inventano la realtà alternativa di Trump sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
I ferrovieri spagnoli dopo la strage: aumento del traffico e mancanza di controlli
I SINDACATI CHIEDONO PIÙ CONTROLLI SU MANUTENZIONE E MATERIALI DOPO L’AUMENTO DEL TRAFFICO DOVUTO ALLA LIBERALIZZAZIONE DEI TRENI Laura L. Ruiz su El Salto Almeno 40 morti nello scontro tra due treni in Spagna, ‘un giunto rotto’ Decine di dispersi tra le lamiere nel deragliamento ad Adamuz, oltre i 100 L’indomani della tragedia è un mix di desolazione, angoscia e sconcerto. Dopo una notte “di profondo dolore”, come l’ha descritta il premier Pedro Sánchez, la Spagna si è svegliata in stato di shock per il disastro ferroviario ad Adamuz, paesino della provincia andalusa di Cordova. Il bilancio dello scontro sulla linea ad alta velocità tra un treno Iryo diretto a Madrid, di cui sono deragliate alcune carrozze, e un secondo convoglio della società pubblica iberica Renfe, che  viaggiava in senso contrario, è devastante: almeno 40 morti e  oltre 100 feriti. Ma il bilancio potrebbe non essere definitivo, perché le autorità non escludono altre vittime rimaste intrappolate tra le lamiere. Secondo le autorità dell’Andalusia in serata mancavano all’appello ancora 37 persone.    E mentre il Paese osserva tre giorni di lutto nazionale, si cercano risposte sulle cause dell’incidente: gli investigatori sono al lavoro e la pista più probabile è quella di una falla sui binari, un “giunto rotto” ritrovato, secondo prime indiscrezioni  dei media, da alcuni soccorritori. Il giorno dopo lo schianto, avvenuto alle 19:45 di domenica e  descritto come “una catastrofe, un incubo dantesco” dai  superstiti, tante le famiglie accorse sul luogo della tragedia  sprofondate nel dolore. Ma anche tante quelle attanagliate  dall’angoscia, ancora senza notizie dei loro cari. Un mesto via vai in attesa di informazioni, con le procedure di  identificazione delle vittime che si prospettano complesse e in  molti casi richiederanno le analisi del Dna.  “Ci sono ancora dei punti difficili da  raggiungere: serve l’aiuto di macchinari pesanti”, ha spiegato  Moreno, confermando che non si scarta l’ipotesi di “possibili  altre vittime”.    Al Reina Sofía di Cordova e in altri ospedali andalusi sono  stati assistiti 122 tra feriti gravi e lievi, secondo le autorità regionali: alcuni medicati e dimessi, una quarantina ricoverati,  di cui 12 in terapia intensiva. Alcuni sopravvissuti hanno  raccontato le loro drammatiche esperienze. “C’era gente che stava male, molto male. Li avevi davanti, e sapevi che stavano per  morire. E non potevi fare nulla”, ha raccontato Ana, estratta  malconcia insieme alla sorella incinta. “Lei è rimasta sotto  osservazione in terapia intensiva”, ha raccontato.    I media si sono riempiti dei racconti dei tremendi momenti  successivi al disastro. Così come delle dimostrazioni di  solidarietà dei primi, improvvisati, soccorritori: una parte dei  circa 4.000 abitanti di Adamuz, accorsi nel buio, non appena  appreso dell’accaduto, su quad e altri mezzi si sono diretti  nell’area della tragesia per dare una mano, prima ancora che  arrivassero ambulanze e polizia.    Intanto, sul disastro è stata aperta un’indagine affidata alla magistratura. Mentre i periti riscontravano un possibile guasto  sui binari, il ministro dei Trasporti Oscar Puente parlava di  “incidente molto strano”, sostenendo che sia avvenuto su un  tratto rettilineo di una linea appena rinnovata e abbia coinvolto un treno di Iryo (partecipata da Fs International) “praticamente  nuovo” e revisionato pochi giorni fa. A suo dire, quella del  giunto rotto è “una delle teorie esplorate”, e “va determinato se sia stato causa o conseguenza” del deragliamento.  Fin qui la notizia. Abbiamo tradotto un articolo di El Salto per capire le reazioni a caldo dei lavoratori delle ferrovie In attesa di conoscere i risultati dell’indagine ufficiale, della scatola nera e di altri dati che si stanno raccogliendo nella zona dell’incidente tra due treni ad alta velocità all’altezza della località cordovese di Adamuz, i lavoratori e i sindacati ferroviari sottolineano i cambiamenti che si sono verificati negli ultimi anni nella rete spagnola. Quello che si sa finora è che un treno della compagnia privata Iryo è deragliato per motivi sconosciuti nella notte di domenica e un treno della Renfe che in quel momento transitava sul binario adiacente non ha potuto evitare di scontrarsi con i vagoni deragliati. Un macchinista che conosce perfettamente la zona spiega a El Salto che sono tutti sorpresi. “Era un tratto appena rinnovato, mesi fa, senza alcun problema, è stata una grande sorpresa”. Questo ferroviere, che preferisce non rivelare il proprio nome, spiega che questa mattina ha potuto parlare con diversi colleghi che percorrono la tratta ogni giorno e sono molto scioccati: “Mi hanno detto che avrebbe potuto capitare a chiunque di loro”, spiega dopo la conferma della morte del suo collega, il macchinista dell’Alvia di 27 anni. “Confidiamo molto nell’infrastruttura, nella manutenzione, nella sicurezza, perché alla velocità a cui viaggiano questi treni non può essere altrimenti, siamo molto sorpresi”, insiste. “Crediamo che sia stata sfortuna. Le cose si rompono e la sfortuna è stata che proprio in quel momento è arrivato un treno sull’altro binario e non si è potuto fare nulla”, spiega il lavoratore, riferendosi al poco tempo trascorso tra il deragliamento di un treno e l’arrivo di un altro, circa 20 secondi, che non ha dato il tempo al sistema frenante di fermare il treno della Renfe. Alla domanda se ritengono che ci fossero possibili miglioramenti o se la maggiore diversità delle aziende che circolano sulle rotaie in Spagna abbia avuto un ruolo, assicurano che “ci sono sempre più treni che circolano con pesi diversi e questo significa che è necessaria una maggiore manutenzione, ma è vero che abbiamo potuto segnalare qualche problema, qualche buco, che viene segnalato e riparato, noi rallentiamo, ma in questo tratto non c’è nulla di tutto ciò”. Il sindacato CGT ritiene che gli investimenti nella manutenzione avrebbero dovuto aumentare con l’aumento del traffico. “Noi, nel settore ferroviario, denunciamo da tempo la mancanza di manutenzione, di personale e il trasferimento dei lavori professionali a subappaltatori”, spiega a questo giornale Miguel Montenegro, segretario dell’organizzazione CGT Andalusia, che assicura che si tratta di “aziende che vengono a fare affari d’oro e che non vengono controllate a sufficienza né a livello tecnico dei professionisti né per quanto riguarda il materiale che utilizzano”. Il sindacato è sicuro che “la precarietà sta caratterizzando questa situazione”. “Purtroppo ci dà ragione sulla situazione che si vive nel settore ferroviario”, denuncia Montenegro, che insiste sul fatto che “se il numero di viaggi triplica e la manutenzione non aumenta, abbiamo un grave problema”. Il segretario generale della CGT Andalusia sottolinea che la manutenzione deve riguardare sia i veicoli che le infrastrutture, cosa che potrebbe essere alla base del deragliamento del treno Aryo. “Si parla molto del fatto che siamo il Paese con il maggior numero di chilometri di treni ad alta velocità, ma anche il numero di incidenti è molto superiore rispetto ad altri Paesi. Questo genera una mancanza di fiducia nella popolazione nei confronti di un mezzo di trasporto che è tra i più sicuri ed ecologici che esistano”. MAGGIORE USURA E COMPLESSITÀ Il settore ferroviario dell’UGT assicura a El Salto che “logicamente, se su una linea circolano 60 treni, l’usura e la complessità sono molto maggiori rispetto a quando ne circolavano sei al giorno, il che implica maggiori interventi di manutenzione”. Questo sindacato sottolinea che “il personale è generalmente triste e molto frustrato, coloro che lavorano sul campo o nelle stazioni interessate stanno reagendo con grande professionalità, nonostante la gravità della situazione e l’enorme stress che stanno sopportando”, sottolineano che molti lavoratori si sono recati volontariamente sul posto di lavoro per dare il loro sostegno. Da parte sua, il sindacato CCOO assicura che “la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini deve essere sempre una priorità assoluta nel trasporto ferroviario” e chiede un’indagine completa ed esaustiva “per accertare le responsabilità e, soprattutto, per garantire che vengano adottate tutte le misure necessarie per evitare che un incidente di questo tipo si ripeta”. Il sindacato USO fa appello alla richiesta del Ministero dei Trasporti di usare prudenza e di non diffondere voci infondate, richiesta sostenuta anche dal Semaf (Sindacato spagnolo dei macchinisti ferroviari), che chiede ” a tutti i macchinisti e all’intera comunità ferroviaria di rispettare le persone coinvolte e di mantenere la necessaria prudenza per non ostacolare le indagini volte a determinare le cause che hanno provocato questo tragico incidente. L’incidente avvenuto domenica nella provincia di Cordova è il più grave incidente ferroviario dal 24 luglio 2013, quando un Alvia che copriva la tratta tra Madrid e Ferrol deragliò ad Angrois, nelle vicinanze di Santiago de Compostela. 79 persone morirono e altre 143 rimasero ferite a causa del deragliamento di un treno ad alta velocità. La causa fu l’eccessiva velocità. The post I ferrovieri spagnoli dopo la strage: aumento del traffico e mancanza di controlli first appeared on Popoff Quotidiano. 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Fermare l’attacco alla Luna!
ENTRO DIECI ANNI 400 MISSIONI POTREBBE INDUSTRIALIZZARE IL SATELLITE. A RISCHIO LA MEMORIA STORICA E LA LUNA STESSA Evrard-Ouicem Eljaouhari su Mediapart Sono più di cinquant’anni che nessun essere umano ha calpestato il suolo lunare. Ma questa lunga assenza dovrebbe presto finire. Numerose agenzie spaziali e aziende private intendono tornare sulla Luna nei prossimi anni. Con una differenza fondamentale rispetto alle missioni Apollo: questa volta non si tratterà di una semplice visita, ma sono previste installazioni permanenti. Alcuni prevedono addirittura lo sfruttamento delle risorse locali. Questa nuova corsa alla Luna è fonte di preoccupazione. Infatti, al momento non esiste alcun quadro giuridico. Sempre più esperti invitano a riflettere collettivamente sugli usi auspicabili di questo territorio comune a tutta l’umanità. Da alcuni anni, la Luna sta vivendo una netta ripresa di interesse. Nel 2017, Donald Trump ha fissato l’obiettivo di tornarci e di mantenere una presenza umana quasi continua, lanciando il programma Artemis. Dopo una prima missione nel 2022, che ha portato la navicella senza equipaggio Orion in orbita lunare, Artemis II dovrebbe imbarcare all’inizio del 2026 un equipaggio di quattro astronauti per un sorvolo della Luna. Se tutto andrà come previsto, i primi esseri umani potrebbero atterrarvi già nel 2028 con Artemis III. La Cina punta a un allunaggio nel 2030 e altri paesi, come la Russia o l’India, nutrono ambizioni simili. Tuttavia, questa moltiplicazione delle missioni con equipaggio umano è solo la parte visibile dell’attività lunare: la maggior parte delle visite è in realtà robotica. Il boom delle aziende private, assenti all’epoca dell’Apollo, porta il totale a oltre 450 missioni previste entro il 2033, più che negli ultimi cinquant’anni. NUOVO ELDORADO Se il ritorno sulla Luna porterà a un insediamento, ciò non avverrà senza lo sfruttamento delle sue risorse. L’acqua intrappolata nei suoi crateri di oscurità eterna, dove la luce del Sole non penetra mai, dovrebbe essere estratta per sostenere l’insediamento lunare. Ma altre risorse sono al centro dell’attenzione, a cominciare dall’elio 3, quasi inesistente sulla Terra. O ancora i metalli rari, fondamentali per le nuove tecnologie. «L’entusiasmo è così forte che potremmo presto assistere a un’industrializzazione della Luna», avverte Christine Daigle, filosofa dell’Università Brock, in Canada, specializzata in filosofia ambientale. Gli Stati Uniti, il Lussemburgo, il Giappone e gli Emirati Arabi Uniti hanno già adottato leggi nazionali che consentono alle loro aziende private di rivendicare le risorse estratte dalla Luna. Il nostro satellite è sempre più percepito come un nuovo Eldorado: uno spazio senza regole rigide, aperto all’estrazione di risorse minerarie e alla rapida appropriazione da parte degli Stati o delle aziende tecnologicamente più avanzate. Per anticipare le conseguenze disastrose che potrebbe avere un’industrializzazione della Luna,  Justin Holcomb, geologo all’Università del Kansas, negli Usa, ha proposto la nozione di antropocene lunare, per indicare che l’impronta umana sulla Luna è innegabile, aprendo così il dibattito sulla sua conservazione prima che sia troppo tardi. «La colonizzazione della Luna rischia di ripetere le dinamiche di appropriazione senza giustificazioni etiche chiare, favorendo i conflitti e la competizione tra le nazioni e le imprese», sottolinea Christine Daigle, che fa appello a smettere di considerare i pianeti e i loro satelliti come dei meri distributori di risorse. Secondo lei, la questione centrale risiede nella necessità stessa di sfruttare queste risorse. «Molti “bisogni” sono in realtà desideri trasformati in necessità dalle moderne tecnologie. » RIFIUTI LUNARI In questo contesto, l’istituzione di un quadro giuridico internazionale appare indispensabile per regolamentare i futuri utilizzi della Luna. Definire collettivamente ciò che può essere appropriato, sfruttato o, al contrario, preservato consentirebbe di anticipare le tensioni geopolitiche e di porre dei limiti prima che gli interessi economici e strategici si impongano in modo duraturo. Se questo pericolo rimane ancora ipotetico, poiché lo sfruttamento industriale della Luna è ancora allo stadio di progetto, si profila già un’altra minaccia, ben reale: il degrado del “patrimonio culturale lunare”, che sempre più esperti chiedono di proteggere. Il 14 settembre 1959, la sonda sovietica Luna 2 si schiantò sulla Luna, segnando il primo contatto dell’umanità con un corpo celeste diverso dalla Terra. Questo fu il punto di partenza di una corsa che culminò nel 1969 con l’Apollo 11 e l’impronta dello stivale di Buzz Aldrin. Dai programmi Luna e Apollo alle recenti missioni robotiche, come le cinesi Chang’e 4 – la prima sulla faccia nascosta del nostro satellite – e Chang’e 6 – la prima a riportarne dei campioni -, più di 300 tonnellate di detriti di ogni tipo si sarebbero accumulate sulla superficie lunare. «Queste attrezzature scientifiche, telecamere, rover, targhe commemorative… sono sicuramente dei rifiuti, ma sono allo stesso tempo delle vestigia, testimonianze dell’espansione umana al di là della Terra, spiega Beth O’Leary, archeloga all’Università statale del New Mexico, negli Usa. E oggi, queste vestigia sono minacciate». «E nessun quadro giuridico internazionale protegge finora i siti storici lunari», avverte Michelle Hanlon, avvocata specializzata in diritto dello spazio e fondatrice di For All Moonkind, associazione dedicata alla preservazione delle tracce umane extraterrestri. La « buona notizia» qui, e che le future missioni interesseranno soprattutto il polo sud lunare, dove si concentrano le risorse idriche ma senza nessuna vestigia umana. «Tutto ciò ci lascia ancora un po’ di tempo per arrivare a un accordo», dice l’avvocata. Tuttavia, la minaccia potrebbe ugualmente provenire dai numerosi satelliti già in orbita attorno alla Luna, per cui è molto difficile prevedere dove andranno a schiantarsi alla fine della loro missione. “Le aziende assicurano che eviteranno i siti storici e punteranno ai ‘cimiteri lunari’, ovvero aree designate dove far schiantare i satelliti fuori uso per limitare i rischi, ma l’operazione è complessa a 238.000 chilometri dalla Terra”, si preoccupa Beth O’Leary. La Luna deve quindi essere protetta, e in fretta”. Tuttavia, non si tratta semplicemente di trasferire i principi archeologici terrestri alla Luna. Infatti, sulla Luna, nulla di ciò che è stato lasciato dagli esseri umani ha più di sessantacinque anni. “Il che, da un punto di vista archeologico, non è affatto antico”, sottolinea la ricercatrice. “Ma l’importanza archeologica deve essere valutata in modo diverso sulla Luna rispetto alla Terra”. Soprattutto, il trattato sullo spazio del 1967 complica qualsiasi iniziativa di conservazione. “All’epoca non esisteva ancora alcun patrimonio lunare”, sottolinea Michelle Hanlon. Il testo mirava principalmente a mantenere la pace nel pieno della guerra fredda. Il suo principio centrale, la libertà di esplorazione, l’accesso di tutti ai corpi celesti e il divieto di qualsiasi rivendicazione territoriale, è in contraddizione con l’idea stessa di proteggere un sito particolare”. Un ostacolo che Beth O’Leary ha incontrato alcuni anni fa. PROTEGGERE UN BENE COMUNE Dopo una domanda innocente posta da uno dei suoi studenti, che voleva sapere se i diritti di conservazione sulla Terra si applicassero ugualmente sulla luna, la ricercatrice è la prima a ad aver preso di petto questi problemi. Lei ci prova dal 1999, a inventariare quei manufatti sul suolo lunare. Con sua sorpresa, alcune liste ci sono, sebbene siano parziali. Lei si concentra soprattutto sulla base della Tranquillità, sito dell’Apollo 11, dove ha censito centosei “reperti”, dall’impronta dello stivale di Buzz Aldrin alla bandiera a stelle e strisce, passando per una medaglia di Yuri Gagarin, un riflettore Terra-Luna e persino dei sacchi della spazzatura. Una volta completato il censimento, Beth O’Leary ha proposto di designare la base della Tranquillità e il suo contenuto come “sito storico nazionale”. “Ma la NASA ha rifiutato immediatamente”, ha riferito l’archeologa. L’agenzia temeva che ciò potesse essere percepito come una dichiarazione di sovranità da parte degli Stati Uniti su quella parte della Luna. La ricercatrice si è quindi rivolta agli Stati del New Mexico e della California, che hanno accettato di registrare la base della Tranquillità nei loro registri del patrimonio da preservare, ai quali si è poi aggiunta anche le Hawaii. “Questo non ha alcun valore sulla scena internazionale, ma ha un immenso valore simbolico”, afferma Michelle Hanlon. Più comunità si impegneranno in questo senso, più sarà facile puntare a un riconoscimento globale”. “L’idea è che questo concetto di conservazione sia accettato da tutti i paesi, compresi quelli che non sono coinvolti nelle missioni spaziali. Perché anche se il successo delle missioni Apollo è sicuramente merito degli Stati Uniti, oggi è un patrimonio universale”, sottolinea Beth O’Leary. Nel frattempo, nel 2011 la NASA ha creato una serie di linee guida da seguire per non danneggiare il patrimonio lunare, a cominciare dalla creazione di zone cuscinetto in cui non avventurarsi perché troppo vicine agli oggetti più importanti. Ma la prima grande vittoria è arrivata a gennaio del 2025, quando il World Monuments Fund, (WMF) ha inserito la Luna nella lista dei patrimoni a rischio in ragione dei pericoli insiti all’accelerazione delle attività umane. «E’ la prima volta che il WMF riconosce un corpo celeste che non sia la Terra», si rallegra Beth O’Leary. UN LASCITO INTANGIBILE Un accord internazionale per proteggere l’eredità culturale lunare permetterebbe comunque di preservare «le relazioni con la luna che non implicano artefatti umani», fa notare Beth O’Leary. Quello che viene chiamato “patrimonio immateriale”. “Ad esempio, per le First Nations, uno dei popoli indigeni del Canada, la Luna è parte integrante della loro storia e cultura. Se non teniamo conto di ciò che altre culture considerano importante, causiamo un danno all’umanità. ” Esiste un precedente: nel 1998, la NASA ha inviato sulla Luna parte delle ceneri del planetologo Eugene Shoemaker, un atto considerato irrispettoso da molti popoli indigeni, tra cui i Navajo, per i quali il nostro satellite è sacro. “La NASA si è scusata e ha promesso di consultarli prima di qualsiasi iniziativa simile”, riferisce Michelle Hanlon. Tuttavia, nel gennaio 2024, la missione lunare privata Peregrine ha rischiato di ripetere l’errore imbarcando le ceneri di diverse decine di persone e di un cane. Alla fine, la missione è fallita e le ceneri non sono state disperse, ma ciò non toglie che le comunità interessate non siano state consultate. La NASA si è difesa sostenendo che non si trattava di una sua missione. «I Navajo vogliono solo essere ascoltati, ed è questo il nocciolo della questione: le decisioni riguardanti la Luna vengono prese da una comunità molto ristretta. È un po’ preoccupante», si rammarica Michelle Hanlon. Proteggere il patrimonio lunare significa quindi onorare l’umanità e le sue imprese, conservando al contempo la memoria di un passato segnato dalla competizione e dal dominio. Ma è anche un appello a non ripetere gli errori che hanno accompagnato le conquiste terrestri del passato. The post Fermare l’attacco alla Luna! first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Fermare l’attacco alla Luna! sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Tra le proteste e il ricordo dello Shah: la solidità del regime iraniano alla prova
IL MALCONTENTO SOCIALE METTE IN LUCE IL DISAGIO DEL POPOLO IRANIANO, MA ANCHE LA CAPACITÀ DI RESISTENZA DEL SISTEMA INSTAURATO DOPO IL 1979 Redazione El Salto Poco si sa della portata di ciò che è accaduto in Iran nelle ultime tre settimane e che continua ad accadere, nonostante sembri che le proteste siano diminuite negli ultimi giorni. Il blackout informativo è stato il motivo per cui le notizie sono arrivate con il contagocce. Ad oggi, le organizzazioni internazionali per i diritti umani parlano di quasi 3.000 persone uccise dalla violenta repressione del regime, ma queste cifre, per il momento, non hanno potuto essere verificate. La popolazione iraniana è scesa in massa nelle strade, sia nelle grandi città che nei villaggi, per protestare, inizialmente, contro il crollo del rial iraniano e l’inflazione dei prezzi dei prodotti di base. Dopo diversi giorni di manifestazioni, il malcontento è andato crescendo e le richieste sono cambiate: una parte della popolazione vuole delle riforme, l’altra punta direttamente alla caduta del regime degli ayatollah, che governa il Paese con pugno di ferro dal 1979. Un Paese al buio Al momento in cui scriviamo, la connessione a Internet non è stata ripristinata e le chiamate in entrata e in uscita continuano ad essere limitate. Da giovedì 8 gennaio, Behruz (nome fittizio per proteggere la sua identità e quella della sua famiglia), un iraniano che vive in esilio nello Stato Spagnolo da oltre vent’anni, non può contattare la sua famiglia. Behruz arrivò dal suo paese perché era un attivista. Da giovedì 8 gennaio, Behruz (nome fittizio per proteggere la sua identità e quella della sua famiglia), un iraniano che vive in esilio in Spagna da oltre vent’anni, non riesce a contattare la sua famiglia. Behruz ha lasciato il Paese perché era un attivista. “L’altro ieri sono riuscito a parlare brevemente con mio fratello, che mi ha confermato che stavano tutti bene, ma non sono riuscito a parlare con mia madre in tutti questi giorni”, dice in una conversazione con El Salto. “C’è il coprifuoco e non possono uscire di casa; il paese è devastato”, spiega. Racconta anche che le poche informazioni che sono arrivate provengono da Teheran, la capitale, ma che nei paesi più piccoli, dove c’è un blackout totale, la repressione dello Stato è molto più dura. “Non potete nemmeno immaginare cosa sta succedendo fuori Teheran. Se il regime cadrà, vedremo la portata di ciò che è successo”. Insiste sul fatto che ciò che sta accadendo, tuttavia, non è una novità. Poiché le comunicazioni sono intercettate, Behruz spiega che parla in codice con la sua famiglia, usando parole segrete che solo loro conoscono. È a questo punto della conversazione che la sua voce si spezza. Ha paura di rivelare qualsiasi indizio sulla sua posizione geografica. Spiega che da quando ha memoria, “la gente è sempre scesa in strada”. Riconosce che forse non con la stessa forza di adesso, ma lo attribuisce ai sistemi di repressione del regime. “Il regime usa la strategia di dividere la società e, essendo un Paese con così tante etnie… Inoltre non ci sono leader, perché il regime li schiaccia. Non appena qualcuno emerge, lo uccidono”. Minacce di Trump e escalation della tensione Le proteste nel Paese hanno portato a un’escalation della tensione tra il regime e gli Stati Uniti, che  ha ripetutamente minacciato un attacco in risposta alla repressione della popolazione. Giovedì pomeriggio, tuttavia, durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha disinnescato la minaccia dopo aver appreso che le esecuzioni extragiudiziali previste per quello stesso giovedì in Iran erano state annullate. Tuttavia, mentre pronunciava quelle parole, evacuava la base di al-Udeid, in Qatar, che ospita circa 10.000 soldati statunitensi ed è  la più grande base militare americana in Medio Oriente. Sempre lo stesso giorno sono state chiuse le strutture dell’ambasciata britannica e paesi come Italia, Polonia e Spagna hanno consigliato ai propri cittadini di lasciare il territorio nella misura del possibile. Nonostante l’inasprimento dei toni, alcuni analisti come Rosa Meneses, vicedirettrice del Centro di Studi Arabi Contemporanei (CEARC), ritengono che l’opzione di un attacco su larga scala fosse – o sia – poco probabile. «L’Iran non è il Venezuela, e un attacco al Paese potrebbe incendiare l’intera regione. Tuttavia, ciò che è accaduto in Venezuela costituisce un messaggio diretto al regime degli ayatollah”, spiega a El Salto. Un eventuale attacco all’Iran avrebbe conseguenze dirette sull’Iraq, e ciò sarebbe in contrasto con gli interessi degli Stati Uniti. “Israele è più propenso a farlo, ma non così tanto gli Stati Uniti, che puntano a destabilizzare il regime per vedere se cade da solo”, precisa, “anche se vediamo che Donald Trump gasato per come sono andate le cose in Venezuela e per come si sono susseguiti gli eventi a giugno“. Lo scorso giugno, gli Stati Uniti, con il pretesto della ”legittima difesa”, hanno bombardato tre impianti nucleari in Iran – Isfahan, Natanz e Fordow – causando circa un migliaio di morti. Era la prima volta dalla Rivoluzione Islamica del 1979 che gli Stati Uniti attaccavano con le forze aeree strutture all’interno del Paese. Il regime iraniano ha risposto in quel momento con una raffica di missili che hanno colpito zone delle città di Tel Aviv, Nes Tziona e Haifa, e con un secondo attacco missilistico che aveva come obiettivo le basi statunitensi in Qatar. “È chiaro che il piano deve essere sul tavolo, ma se non l’hanno fatto è perché qualcosa li trattiene”, spiega Meneses, che ritiene che “il Venezuela sia andato molto bene, ma in Iran le cose potrebbero non andare come loro [gli americani] si aspettano”. A questo proposito, l’analista Ignacio Álvarez-Ossorio, professore di Studi arabi e islamici all’Università Complutense di Madrid, guarda alle monarchie del Golfo, che avrebbero lanciato l’allarme di un possibile attacco e avrebbero raccomandato a Trump di tenere conto della possibilità di destabilizzazione regionale che un attacco potrebbe causare. Arabia Saudita, Qatar e Oman puntano sulla via diplomatica, consapevoli di quanto possa essere incendiario un intervento. Nelle ultime ore è stato anche reso noto dal New York Times che Israele aveva chiesto a Donald Trump di rinviare qualunque attacco pianificato per delle falle nel sistema di difesa antimissile, danneggiato durante il conflitto tra Israele e Iran nel passato mese di giugno. Fedele al suo stile, ieri il presidente americano ha negato l’evidenza: «Nessuno mi ha convinto, mi sono convinto da solo», ha detto. Nelle ultime ore è anche emerso che il presidente russo Vladimir Putin avrebbe avuto colloqui con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian per affrontare la situazione e offrirsi come mediatore al fine di “garantire la stabilità e la sicurezza nella regione”, secondo quanto riferito dal Cremlino. Un regime solido Sebbene in questi giorni si sia parlato di un’eventuale caduta del regime, secondo Meneses ciò era piuttosto complicato, poiché “si tratta di un regime molto consolidato a causa dell’enorme repressione che esercita sulla popolazione. La capacità di reprimere qualsiasi rivolta sociale è enorme, come abbiamo visto in precedenti occasioni”. Per precedenti occasioni, bisogna risalire alle proteste di massa per l’omicidio, mentre era in custodia della polizia, della giovane ventiduenne di origine curdo-iraniana Mahsa Amini o alle proteste del 2009 contro Ahmadinejad. Né allora né ora il regime è stato sul punto di cadere. “Sanno usare molto bene il pugno di ferro e riescono sempre [gli ayatollah] a placare le ondate di malcontento”, assicura Meneses, che non nega l’esistenza di un “terreno fertile” per l’erosione del regime. In concreto, parla di un “processo sociale di lungo corso” e di una base sociale che interagisce con tutti gli ambiti, come quello politico o economico. Questo malcontento diffuso costringe il regime a reinventarsi e a riposizionarsi dopo ogni ondata di proteste “per poter sopravvivere”. Anche se la caduta del regime non sembra imminente, potrebbe comunque verificarsi “un processo di rigenerazione”. Ieri, 16 novembre, data dell’anniversario della caduta dello scià, l’analista Andreas Krieg scriveva su Al-Jazeera: “I sistemi illiberali tendono ad apparire più durevoli proprio prima di cambiare. Ma i momenti di agitazione possono anche generare un’illusione diversa: che il sistema sia a un passo dal collasso a causa di un drastico colpo esterno. Con l’Iran sconvolto da proteste senza precedenti contro la leadership del Paese, è allettante immaginare che la potenza aerea degli Stati Uniti possa sferrare il colpo finale. Questa tentazione fraintende il modo in cui la Repubblica Islamica sopravvive realmente”. A causa del momento geopolitico che stiamo vivendo, forse c’è “una percezione esterna di un regime indebolito”, come spiega Meneses. “È la tempesta perfetta”, afferma Ignacio Álvarez-Ossorio. “La strategia di massima pressione da parte degli Stati Uniti si combina con il malcontento generalizzato della società iraniana di fronte al collasso economico, ma qui non si tiene conto delle alternative possibili, e questo è un aspetto di cui si parla poco. Si tratta di un Paese di 92 milioni di persone, e per far cadere il regime ci deve essere qualcosa di ben congegnato”, avverte. Oltre alla repressione, c’è un altro elemento che caratterizza questo regime, a differenza di altri, ed è l’assenza di fessure nel regime nel suo seno. Le forze armate e la guardia civile rivoluzionaria sono ciò che sostiene politicamente il regime, e al momento, funzionano all’unisono. Continua Krieg nella sua analisi: “La coesione coercitiva è il lavoro del sistema: la capacità delle istituzioni politiche e di sicurezza di procedere in parallelo e operare congiuntamente. Quando tale coesione viene mantenuta, il sistema assorbe gli impatti che potrebbero influenzare gli Stati più convenzionali. Krieg  sottolinea quanto il Paese sia interconnesso e come sia strutturato sulla base di «centri di potere  sovrapposti attorno all’ufficio del Leader Supremo, alla Guardia Rivoluzionaria, agli organi di intelligence, ai guardiani clericali e a un’economia clientelare». Pertanto, “eliminare un nodo, anche il più simbolico, non fa crollare la struttura in modo sicuro”. D’altra parte, ed è importante tenerlo presente, “il regime ha ancora una base sociale e un sostegno piuttosto solidi”, sottolinea Álvarez-Ossorio. Pahlaví, una figura controversa che sta cercando di approfittare dell’occasione Dall’inizio delle proteste, il figlio dell’ultimo scià di Persia – Mohammad Reza Pahlaví regnò dal 1941 fino alla sua destituzione nel 1979 – sta cercando, dagli Stati Uniti e attraverso i suoi social network, di proporsi come valida alternativa agli ayatollah. Il suo ruolo negli ultimi giorni è stato controverso. Per Menseses, “è altamente improbabile che l’Iran torni ad essere una monarchia; e questo è il risultato di una campagna orchestrata dagli Stati Uniti e da Israele sui social media; ma la verità è che Pahlavi non ha alcuna base di sostegno interno sul campo”. Pahlavi è una persona che non conosce né il Paese né la sua società, poiché ha lasciato l’Iran nel 1978 a soli 18 anni per studiare negli Stati Uniti. Un anno dopo, suo padre sarebbe stato detronizzato e costretto a fuggire. Da allora, il figlio dell’ultimo shah non ha più calpestato il suolo iraniani. «Si lascia coccolare e coglie l’occasione, ma all’interno dell’Iran nessuno lo vede come un leader politico, né come il leader di cui l’Iran ha bisogno, e il capitale di cui dispone è molto negativo. Suo padre era a capo di un regime dittatoriale protetto dalla SAVAK [la polizia segreta] che reprimeva, torturava e uccideva», ricorda Meneses. Oltre alla repressione, Pahleví è accompagnato dal collaborazionismo di suo padre e dal suo stesso collaborazionismo con gli Stati Uniti e dagli ottimi rapporti con Israele e il suo primo ministro Benjamin Netanyahu. Nell’aprile 2023 ha incontrato i rappresentanti del Ministero dell’Intelligence israeliano e lo scorso giugno ha visitato il Muro del Pianto a Gerusalemme, cosa che non è stata ben accolta dalla società iraniana. “È stato percepito come un leader venduto a interessi estranei all’Iran”. Álvarez-Ossorio è chiaro: “Si tratta, soprattutto, di una campagna di pubbliche relazioni”, cosa confermata dalle indagini del quotidiano israeliano Haaretz. Ricorda il caso dell’Iraq: “Quando Saddam Hussein fu rovesciato, fu promossa anche la figura di un oppositore che all’epoca viveva rifugiato negli Stati Uniti. Non ha funzionato“. A questo proposito, l’analista afferma che Pahlaví è ”il candidato di Israele, nemmeno quello degli Stati Uniti“. Rosa Meneses cita gli esempi dell’Afghanistan e della Libia, dove c’erano anche voci che scommettevano sul ripristino delle antiche monarchie, ”ma le società di quei paesi avevano voltato pagina e scartato l’opzione”. Un altro aspetto da considerare è l’opposizione politica. A differenza del Venezuela, in Iran l’opposizione non esiste. E non esiste nel modo in cui esiste in Venezuela – dove ci sono leader in esilio e anche all’interno del Paese con propri e altrui portavoce – perché è assolutamente messa a tacere, in carcere e sottoposta a torture. «C’è opposizione, ma è messa a tacere, incarcerata, minacciata e torturata. I leader che potrebbero galvanizzare la popolazione sono stati messi fuori gioco dal regime”, sostiene Meneses, che cita come esempio il caso di Mir-Hosein Musaví, che ha sfidato l’ex presidente Mahmud Ahmadinejad nelle elezioni del 2009 e ha guidato le successive proteste per frode elettorale. Attualmente vive in isolamento agli arresti domiciliari. Una delle opzioni, in caso di un’eventuale caduta del regime, sarebbe una transizione sostenuta dalle figure più riformiste del regime e procedere a una riforma della Repubblica islamica. “Entro i limiti di questo sistema si potrebbe puntare su una repubblica meno islamica, anche se oggi come oggi è complicato”, spiega Rosa Menses. Anche Álvarez-Ossorio mette sul tavolo questa opzione: “trovare qualcuno che, all’interno del regime, possa garantire ‘l’ordine’ ed evitare ‘il caos’; qualcuno del settore riformista, come Rohani”. Per la sua storia e la sua composizione etnica, l’Iran è un Paese estremamente complesso, con un sistema di etnie che potrebbe portare a una guerra civile o a conflitti in regioni come il Kurdistan, il Beluchistan o l’Arabistan, “per questo la cosa più logica sarebbe sostenere qualcuno all’interno del regime, ma con un programma riformista”, sottolinea Ignacio Álvarez-Ossorio. Cosa ne pensa la popolazione iraniana? Sebbene la popolazione iraniana viva sotto repressione e senza libertà, come ricordava Álvarez-Ossorio, il regime gode ancora di una solida base sociale. Inoltre, egli ritiene che un eventuale intervento statunitense potrebbe provocare l’effetto contrario e che la popolazione scesa in piazza potrebbe ritirarsi. “Un attacco massiccio alle caserme della Guardia Rivoluzionaria potrebbe accelerare il caos e produrre un effetto boomerang, con l’effetto contrario a quello desiderato. Cioè, la gente si smobiliterebbe per non partecipare al gioco degli Stati Uniti e di Israele. Un intervento americano e israeliano non andrebbe a vantaggio dell’Iran, ma a vantaggio dei progetti imperiali del primo. E non credo che la popolazione iraniana voglia diventare un protettorato israeliano o americano”, conclude Álvarez-Ossorio. Questa non è però l’opinione di Behruz che, dopo oltre vent’anni di esilio e vedendo la repressione subita dal suo popolo, assicura che la popolazione iraniana è arrivata a un punto di non ritorno. “Che altre opzioni abbiamo?”, si chiede. “Non posso continuare a vedere le immagini che arrivano da lì. Non può esserci niente di peggio di quello che c’è adesso”. Si considera antimonarchico, ma accetterebbe un eventuale ritorno di Pahlaví, perché crede che sia l’unica figura, al momento, in grado di unire il popolo iraniano. “Non possiamo continuare a pensare al futuro dell’Iran, ma dobbiamo pensare al presente. Più avanti vedremo cosa fare”. Scommetti sull’agire e poi “vediamo cosa si fa, perché in Iran ci sono persone molto preparate che stanno aspettando”, conclude. The post Tra le proteste e il ricordo dello Shah: la solidità del regime iraniano alla prova first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Tra le proteste e il ricordo dello Shah: la solidità del regime iraniano alla prova sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Come salvarsi dall’ombra in sé e da rapporti familiari avvelenati
“ORFANI DI GENITORI VIVENTI, VISIONI DELLA PSICOLOGIA DEL PROFONDO”, UN LIBRO DI ALESSANDRO IVAN BATTISTA PER ARGENTODORATO I libri non meritano tutti di essere letti. Gli uomini, invece, meritano tutti che gli si parli. Così il buon Togliatti, ai tempi andati. Parafrasandolo, potrebbe dirsi di questo libro: merita di essere letto, perché parla agli uomini. E alle donne, soprattutto, senza indulgere nel rovesciamento semantico del politicamente corretto. Fuor di citazioni d’antan, è un libro a dir poco illuminante, quello dato alle stampe per Argentodorato da Alessandro Ivan Battista: Orfani di genitori viventi. Sottotitolo: visioni della psicologia del profondo (237 pagine, 23 euro). E già qui, nel paradosso del titolo venuto a mente in sogno e citato pure da sua santità Giovanni Paolo II, assicura Battista, vien fuori tutto il bello dell’opera. O meglio si proietta la sua ombra. Opera in qualche modo biografica, frutto di una lunga gestazione e riedizione coeva che parte dal vissuto umano e professionale dello psicoterapeuta. Flusso di coscienza più che saggio strutturato, per dirla come l’autore. Ma andiamo con ordine. L’OMBRA JUNGHIANA Punto di partenza del saggio o flusso che dir si voglia è quel gnothi seauton (γνῶθι σεαυτόν) – conosci te stesso – posto sul frontespizio dell’oracolo di Delfi, dedicato ad Apollo. Posto che la frase per esteso si completava con: e conoscerai gli uomini ed entrerai in contato con gli dei, da qui muove l’opera. Dall’oscuro che è in noi, da disvelare anzitutto a noi stessi perché illumini, o meglio non rabbuj, oltre alla nostra, la vita altrui. A partire da chi ci è più vicino, figli e compagni. È l’ombra in noi, allumata da Jung e sulla sua falsariga, da conoscere per comprendere i lati più oscuri e non farci travolgere dalla nostra voragine interiore, che muove l’opera. Altro fil rouge è la sizigia (ovvero unione, congiunzione, o allineamento) puer/senex, l’oscillazione tra termini opposti ma complementari, di cui tener conto per una sana evoluzione del sé. Già qui si vede come l’opera sia pregna di termini tecnici e inusuali ma non pecca di tecnicismo. Si presta piuttosto a una lettura non banale ma al tempo fluida, come la coscienza che vuol smuovere. IL PUER E IL SENEX Il bambino che è in noi e la persona matura; il primo da non rimuovere e la seconda da conquistare per un sano dialogo con i nostri figli, per essergli vicini senza abbuffarli d’amore malsano o – ecco il punto – troppo distanti perché proiettati sempre verso altro, distolti da altri interessi e problemi, per stargli davvero accanto, comprenderli, aiutarli nel complicato gioco della vita. Ché questo è il compito genitoriale: accompagnarli nella crescita senza soffocarli o perderli per strada. Lasciarli andare, infine. Nocciolo della questione è comprendere come, anche alla luce dei tanti fatti cronaca, figli abbandonati o uccisi dai genitori, genitori soppressi o comunque vittime dei figli, sia possibile colmare il vuoto affettivo in cui tutti, chi più chi meno, ci dibattiamo. Insomma, il libro aiuta a capire come ci si possa occupare davvero dei propri figli, e non solo preoccuparsi per essi o, peggio, ignorarli per incapacità relazionale o affettiva. L’ombra che torna, da (ri)conoscere per non esserne dominati. UNA VIA DI SCAMPO DAL LABIRINTO DELLA VITA Non è un manualetto, una guida di cui l’autore, peraltro, invita a diffidare. Ché, come non esistono genitori perfetti, tantomeno qualcuno capace d’insegnarla, la perfezione. O anche solo una strada buona per tutte le scarpe. Un modo d’essere genitori valido per tutti. Però è un libro che fa chiarezza su molte nefandezze spacciate per verità. Su certa incultura nutrita di banalità, superficialità e violenza di cui è pregno il quotidiano vissuto, familistico e non. Dalla paura di crescere all’infantilismo di ritorno; dal ruolo del padre, che sembra aver perso ogni funzione, svuotato d’ogni autorevolezza, relegato ai margini e manco più buono per il bricolage domestico, all’importanza della madre, fondamentale ai fini dell’equilibrio psichico e dell’identità sessuale della prole, ognuno trova tra le righe di Orfani di genitori viventi un pensiero, una via di scampo per districarsi nel labirinto della vita, della relazione con l’altro e coi figli. Un libro illuminante, senza dubbio. Un libro che ti cambia la vita, per dirla come Stefanos Armakolas, intervenuto alla presentazione romana dell’opera, alla Galleria dei miracoli di via del Corso. Senza giungere a tanto, un libro da leggere, avrebbe detto Togliatti. The post Come salvarsi dall’ombra in sé e da rapporti familiari avvelenati first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Come salvarsi dall’ombra in sé e da rapporti familiari avvelenati sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Wikipedia, un’utopia riuscita nel mirino dell’estrema destra
L’ENCICLOPEDIA ONLINE, GRATUITA E COOPERATIVA, È STATA LANCIATA IL 15 GENNAIO 2001. IL CAMPO REAZIONARIO LA INDICA COME UNO DEI SUOI PRINCIPALI NEMICI Dan Israel su Mediapart Ogni giorno Lucie fa la sua ronda. «A volte mentre faccio colazione, mentre mi lavo i denti o quando non dormo, tra le 3 e le 4 del mattino… Ci dedico un’ora al giorno, ma quando ero studentessa erano piuttosto quattro ore», racconta questa ingegnere chimico di 42 anni. Per svolgere il suo compito non ha bisogno di uscire di casa: il suo campo d’azione è la versione francofona di Wikipedia, dove risponde con lo pseudonimo di «Esprit Fugace». Per chi frequenta abitualmente l’enciclopedia online, gratuita e partecipativa, la “pattuglia” indica il monitoraggio delle modifiche più recenti apportate al sito, poiché qualsiasi utente, anche non registrato, può modificare liberamente uno qualsiasi dei 2,7 milioni di articoli disponibili in francese, rendendo la versione francofona la quarta più grande al mondo, dopo quelle inglese, cebuana (dal cebuano, lingua parlata nelle Filippine) e tedesca. Arrivata sul sito nel gennaio 2006, quando era una studentessa un po’ isolata in Germania, che consiste nel partecipare alla sua manutenzione, assicurarsi che le regole comuni (riassunte nei cinque principi fondatori) siano rispettate o che i nuovi arrivati siano accompagnati. Esprit Fugace è diventata amministratrice di Wikipedia in pochi mesi. Una funzione assegnata dopo l’elezione da parte dei redattori e delle redattrici del sito, che consiste nel partecipare alla sua manutenzione, assicurarsi che le regole comuni (riassunte nei cinque principi fondatori) siano rispettate e che i nuovi arrivati siano accompagnati. Jules frequenta Wikipedia dal 2010, quando, all’età di 16 anni, ha modificato le pagine dedicate al suo comune e alla sua serie televisiva preferita. Oggi, come “Jules*”, vi dedica almeno tre ore al giorno e ha provato un po’ di tutto: manutenzione, accoglienza dei nuovi arrivati, caccia agli articoli promozionali o autopromozionali, creazione di pagine sulle vendite di armi da parte della Francia o sulle polizie ebraiche nei ghetti creati dai nazisti… “Non pensavo di restare, ma sono stato accolto molto calorosamente”, racconta. E sono stato molto motivato dai grandi principi del progetto: condivisione gratuita della conoscenza con il maggior numero di persone possibile, funzionamento molto orizzontale senza dirigenti, tutte le decisioni prese all’unanimità…”. Questi due volontari, come 250.000 collaboratori al mese in tutto il mondo, sono il motore del successo di Wikipedia. L’iniziativa è stata lanciata esattamente venticinque anni fa, il 15 gennaio 2001, dall’uomo d’affari statunitense Jimmy Wales, che aveva concepito Wikipedia solo come progetto collaterale di un’enciclopedia scritta da specialisti, Nupedia, e da un giovane laureato in filosofia, Larry Sanger, che ha lasciato il progetto nel 2003 perché diffidava del funzionamento puramente cooperativo. L’enciclopedia è diventata enorme: 65 milioni di articoli in 326 lingue, 15 miliardi di consultazioni al mese. In Francia, dove è stata lanciata a maggio 2001, ha assemblato circa 30 milioni di visitatori unici ogni mese, secondo Mediamétrie. Ogni sito nazionale è indipendente dagli altri, ma anche dalla fondazione Wikimedia, l’organizzazione senza scopo di lucro che ospita tutti i siti dagli Stati Uniti, senza alcun diritto di controllo sui loro contenuti. SCETTICISMO INIZIALE «La storia di Wikipedia è quella di un’istituzionalizzazione. È il più grande progetto collettivo nella storia del mondo digitale e probabilmente anche oltre», afferma Nicolas Jullien. Il ricercatore dirige il gruppo di interesse scientifico Marsouin, che riunisce duecento ricercatori e ricercatrici che lavorano sugli usi di Internet. Nel 2023, insieme allo statistico Laurent Mell, ha intervistato 11.000 persone in otto lingue sul loro rapporto con Wikipedia, per stabilire una tipologia di lettori e lettrici. «Durante i suoi primi anni, il progetto è stato ignorato. Poi, quando è uscito dall’invisibilità a partire dal 2005, è stato inizialmente molto criticato», ricorda lo specialista. In Francia, il piccolo libro scritto nel 2007 dagli studenti di giornalismo di Sciences Po Paris sotto la guida dello scrittore Pierre Assouline rimane un eccellente esempio dello scetticismo manifestato all’epoca. Wikipedia è considerata troppo inaffidabile e soggetta a manipolazioni eccessive. All’epoca, per insegnanti e giornalisti era impensabile considerare il sito come una fonte accettabile. «Queste critiche hanno fatto evolvere il progetto, che ha integrato un maggiore controllo sugli articoli prodotti e una maggiore attenzione verso le fonti e i luoghi accademici», sottolinea Nicolas Jullien. «Nel 2001 eravamo un’utopia, molti pensavano che il progetto non avesse alcuna possibilità di successo. In venticinque anni, Wikipedia ha superato tutte le aspettative”, ha dichiarato con soddisfazione Rémy Gerbet, direttore esecutivo di Wikimedia France, l’organizzazione che si occupa di sostenere e promuovere il sito francofono, senza avere alcun legame gerarchico o ufficiale con i wikipediani attivi sul sito, durante una conferenza stampa organizzata per l’occasione. La conferenza stampa si è tenuta il 13 gennaio nella prestigiosa sede parigina degli Archivi nazionali, partner di Wikimedia dal 2013. Marie-François Limon-Bonnet, direttrice del servizio archivi, era presente per testimoniare che oggi tutto il mondo istituzionale considera che il ruolo di Wikipedia sia quello di «contribuire a un’informazione documentata, contestualizzata e affidabile». L’archivista paleografo Rémi Mathis è stato uno dei principali promotori di questo progressivo riconoscimento nel Paese. Presidente di Wikimedia France dal 2009 al 2014, ha supervisionato la firma di partnership con numerosi musei e istituzioni culturali, come la Bibliothèque nationale de France (BnF) o il castello di Versailles. “Questo ha dato una legittimità intellettuale e amministrativa al progetto”, afferma divertito. PRINCIPI INTANGIBILI “La legittimità c’è, ma senza la comprensione dei meccanismi del progetto”, precisa Jérôme Hergueux, ricercatore al CNRS e autore di un libro su Wikipedia. Venticinque anni dopo la sua apertura, quando spiego che qualsiasi utente può apportare modifiche in tempo reale a un articolo, anche in modo anonimo, la gente continua a non crederci! I principi sono tuttavia intangibili: qualsiasi modifica a un articolo viene accettata automaticamente e rimarrà per sempre registrata nella cronologia della pagina, anche se successivamente viene cancellata; tutto viene deciso per consenso, spesso al prezzo di lunghi scambi tra i wikipediani; l’opinione di ciascuno non deve apparire negli articoli; ogni affermazione deve essere supportata da una o più fonti affidabili. «È il modello decentralizzato e la contraddizione che esso porta al centro del progetto a determinare la qualità degli articoli: non ci sono pagine migliori di quelle sul conflitto attualmente in corso in Sudan, sulla situazione della Palestina o su Donald Trump, sottolinea Jérôme Hergueux. Si è costretti a negoziare collettivamente per creare insieme un prodotto unico, in modo che rifletta al meglio posizioni spesso divergenti. E la questione non è sapere se si ha ragione o torto, ma se si hanno fonti fattuali da produrre”. Prima di trovare la loro forma definitiva, alcuni articoli diventano campi di battaglia culturali, specchi delle tensioni dell’epoca. Come Mediapart ha ampiamente raccontato nel 2023, le voci anticolonialiste, ad esempio, sono ancora regolarmente considerate troppo militanti, e gli articoli riguardanti le donne minoritari. E iniziative come «Noircir Wikipédia» (Annerire Wikipedia), lanciata nel 2018 per colmare le lacune relative alle persone di origine africana, o «Les Sans PagEs» (I Senza Pagine), volta a colmare il divario di genere, non producono effetti sufficienti per contrastare queste tendenze. ENTRISMO ORGANIZZATO Grazie alla sua totale apertura, l’enciclopedia è anche molto minacciata dai tentativi di entrismo organizzato. Ad esempio, Mediapart ha raccontato come una consigliera di Christophe Béchu, quando era ministro della transizione ecologica, abbia cercato di modificare favorevolmente la sua pagina e abbia soprattutto svelato le attività della società di influenza Avisa Partners, incaricata di smussare le pagine di LVMH, EDF o del gigante chimico Bayer. Questa infiltrazione da parte di aziende commerciali o semplici privati che fanno autopromozione è un pericolo ampiamente riconosciuto, contro il quale i wikipediani lottano da tempo. Ma questi tentativi non sono nulla in confronto a quelli del campo reazionario. Nel febbraio 2022, gli amministratori di Wikipedia hanno bandito sette contributori che avevano “zemmourizzato” l’enciclopedia partecipativa, come rivelato da un libro sui retroscena della campagna presidenziale di Éric Zemmour. A capo di questa impresa c’era “Cheep”, un wikipediano forte dei suoi 160.000 contributi. Oggi sono innumerevoli le modifiche volte a eliminare l’espressione «estrema destra» dalle pagine di Wikipedia. Jules* ha persino messo a punto un piccolo motore che segnala tutte le cancellazioni di queste parole, per consentire di reinserirle dove meritano di apparire. “La pagina in cui questo fenomeno è più massiccio è quella relativa alla “grande sostituzione”, un concetto che è il punto di incontro di tutte le estrema destra”, testimonia il giovane. Le prime tre righe di questa pagina descrivono infatti una “teoria complottista di estrema destra”, “distorta da una sfiducia di natura xenofoba e razzista”. Stanchi di dover rintracciare le cancellazioni di queste parole, gli amministratori dell’enciclopedia francofona hanno preso una decisione unica nel 2020: per un periodo illimitato, per avere il diritto di modificare la pagina è necessario essere iscritti a Wikipedia da più di tre mesi e aver già effettuato cinquecento modifiche. OFFENSIVA REAZIONARIA «Le critiche dell’estrema destra hanno assunto grande rilevanza negli ultimi due o tre anni», descrive Jules*. «Questo perché Wikipedia non si sta spostando a destra e continua a basarsi su dati di qualità, e quindi non su fonti di estrema destra, il cui rapporto con la realtà è difettoso». Questi attacchi hanno assunto una dimensione globale da quando, all’inizio del 2025, Elon Musk ha chiesto a gran voce il boicottaggio di Wikipedia, che descrive come una roccaforte della cultura «woke». A ottobre ha persino lanciato un surrogato, Grokipedia, alimentato dalla sua intelligenza artificiale Grok. Oltre ai siti di estrema destra di tutto il mondo che la alimentano, quest’ultima attinge regolarmente… da Wikipédia. Grokipedia «continua a trarre la maggior parte dei suoi articoli da Wikipedia, ai quali aggiunge solo riferimenti reazionari», ha recentemente osservato su Le Monde Robert Darnton, storico statunitense famoso per i suoi lavori sull’enciclopedia. Ma l’accademico non ha minimizzato la gravità di questa offensiva, sottolineando che, ancora una volta, «il potere si impadronisce della conoscenza» nel tentativo di metterla al passo. Gli esempi internazionali sono numerosi: la Cina blocca la piattaforma dal 2019 e la Turchia ha fatto lo stesso dal 2017 all’inizio del 2020. La Russia, dal canto suo, ha duplicato Wikipedia nel 2023 su Ruwiki, una versione approvata dal Cremlino, con modifiche significative alle pagine riguardanti la Seconda Guerra Mondiale, le persone LGBTQI+, la cultura russa… In una metafora che gli piace, presa in prestito dai videogiochi, Jérôme Hergueux definisce Wikipedia il “boss finale della libertà di espressione”: “È la cosa più difficile da abbattere”, spiega. Nessuno può vendertelo e, con questo modello totalmente decentralizzato, non hai un numero di telefono da chiamare per cercare di controllarlo”. Ma il boss finale, “è anche quello di cui ci occupiamo dopo aver già battuto tutto il resto”, ricorda il ricercatore. E quel momento sembra essere arrivato, in un’epoca in cui «i nostri spazi pubblici dedicati al dibattito e allo scambio sono sempre più posseduti, monetizzati, controllati e sorvegliati». Quale sarà l’influenza di questa offensiva proveniente dalla sfera reazionaria dappertutto nel mondo occidentale? «Ci si chiede come andranno le cose nei prossimi anni», ammette Rémi Mathis. «Ma questo vale per tutto il mondo». LA CONCORRENZA DELL’IA GENERATIVA L’ex presidente di Wikimedia France è più preoccupato dall’arrivo in pompa magna dell’intelligenza artificiale nelle abitudini degli utenti di Internet negli ultimi due anni. «Se le pratiche informative cambiano, se le persone non visitano più Wikipedia, avranno anche meno voglia di scriverci», teme. E ancora meno voglia di donare denaro, mentre la fondazione americana Wikimedia ha raccolto quasi 175 milioni di dollari (150 milioni di euro) da giugno 2023 a giugno 2024, quasi quanto il suo budget operativo annuale. Il suo patrimonio finanziario totale raggiunge i 286 milioni di dollari, ai quali si aggiunge un fondo di dotazione di 144 milioni per garantirne la sicurezza futura. Non c’è quindi alcuna minaccia finanziaria immediata. «Ma Wikipedia potrebbe scomparire. In due anni, Stack Overflow, il forum dove gli sviluppatori informatici di tutto il mondo venivano a scambiarsi opinioni e chiedere aiuto, si è svuotato», sostiene Rémi Mathis. Il direttore di Wikimedia France, Rémy Gerbet, riconosce «un calo dei lettori di circa l’8% entro il 2025» per Wikipedia in francese. E il declino del sito «è uno degli scenari possibili, ma non quello a cui [lui] preferisce credere», afferma. Le IA generative hanno infatti “un bisogno morboso di utilizzare contenuti nuovi, umani e di qualità”, e Wikipédia resta una fonte cruciale per nutrirle. Il responsabile vuole credere che le aziende che gestiscono questi chatbot non taglieranno il ramo su cui sono sedute e che troveranno un modo per rendere visibile, o addirittura finanziare, il contributo dell’enciclopedia ai grandi modelli linguistici. Un altro fenomeno, molto più banale, potrebbe insidiosamente incrinare il modello Wikipedia: la diminuzione del numero dei suoi membri attivi. Nell’area francofona, solo 37.000 persone hanno contribuito nel corso dell’ultimo mese a un articolo e solo cinquanta amministratori sono realmente attivi ogni mese. Questo è pericoloso in uno spazio in cui l’omogeneità dei profili è già marcata: il redattore di Wikipedia è molto spesso un uomo bianco sotto i 50 anni, studente o laureato, proveniente da una fascia piuttosto agiata della popolazione. «L’integrazione dei nuovi arrivati è un punto interrogativo per il futuro», si preoccupa anche Esprit Fugace. «La comunità sta diventando piuttosto conservatrice, non è più sempre accogliente. Ci sono tantissime regole, abitudini, cose non dette… Affinché il progetto continui, bisogna tenere presente che altri devono arrivare dopo di noi». NOTA: IN FRANCIA, «LE POINT» ALL’ATTACCO Sul fronte francese, la battaglia culturale è stata condotta da Le Point. La rivista di proprietà della famiglia Pinault non ha digerito il fatto che la pagina Wikipedia che la descrive menzioni, a partire dal febbraio 2025, la «svolta populista» che ha intrapreso da una decina d’anni. Ampiamente modificata da allora, la voce le attribuiva «un certo numero di editorialisti controversi vicini al movimento complottista». Il settimanale ha contrattaccato con un articolo intitolato “Come l’”enciclopedia libera“ è diventata una macchina per diffamare”. L’articolo metteva violentemente in discussione il funzionamento del sito. La rivista ha anche inviato una diffida alla fondazione Wikimedia, che non ha alcun legame con i contributori. Per realizzare l’articolo, il giornalista Erwan Seznec ha anche minacciato di rivelare l’identità del collaboratore “FredD”, autore delle modifiche, il che ha scatenato la pubblicazione della prima lettera aperta di protesta di Wikipedia in francese, firmata da oltre un migliaio di persone. Da parte sua, Le Point ha lanciato una petizione che ha raccolto un ampio consenso, dai direttori delle redazioni di Le Figaro e L’Express, Alexis Brézet ed Éric Chol, ai deputati Jérôme Guedj (Partito Socialista) e Philippe Juvin (Les Républicains). Tra i firmatari figurano anche Denis Olivennes, dirigente del gruppo mediatico di Daniel Kretinsky, e i suoi giornalisti Ève Szeftel (Marianne), Caroline Fourest e Raphaël Enthoven (Franc-Tireur), così come i giornalisti di Libération Jean Quatremer e Luc Le Vaillant, e gli scrittori Bernard-Henri Lévy e Kamel Daoud, cronisti di Le Point. The post Wikipedia, un’utopia riuscita nel mirino dell’estrema destra first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Wikipedia, un’utopia riuscita nel mirino dell’estrema destra sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Attivisti di Palestine Action interrompono lo sciopero della fame in carcere
I DETENUTI LO HANNO DECISO DOPO CHE IL GOVERNO STARMER HA BLOCCATO UN CONTRATTO A ELBIT SYSTEMS UK CHE PRODUCE ARMI PER IL GENOCIDIO Kamran Ahmed, Heba Muraisi e Lewie Chiaramello, attivisti di Palestine Action, detenuti in Gran Bretagna, hanno annunciato la loro decisione di porre fine agli scioperi della fame, i più lunghi della storia britannica, dopo che a Elbit Systems UK è stato negato un contratto governativo cruciale, una delle principali rivendicazioni degli scioperanti. «È sicuramente un momento di celebrazione. Un momento per gioire e per abbracciare la nostra gioia come rivoluzione e come liberazione. Lo facciamo per la Palestina, perché siamo stati ispirati, perché siamo stati messi nelle condizioni di agire e di provare a realizzare i nostri sogni: una Palestina libera, un mondo emancipato», ha dichiarato Lewie Chiaramello, uno dei tre attivisti per la vita dei quali i movimenti che denunciano il genocidio a Gaza temevano il peggio a causa del protrarsi della loro protesta. Il precedente terribile era quello dello sciopero della fame del 1981 di Bobby Sands e dei suoi compagni dell’IRA. Heba Muraisi, 31 anni, avrebbe raggiunto il 73° giorno di digiuno, lo stesso numero di giorni raggiunto dallo scioperante della fame repubblicano irlandese Kieran Doherty, che è sopravvissuto più a lungo dei 10 uomini morti nel 1981. Il primo decesso tra i repubblicani irlandesi avvenne dopo 46 giorni. Heba Muraisi, Kamran Ahmed, Lewie Chiaramello, Teuta Hoxha, Jon Cink, Qesser Zuhrah e Amu Gib hanno iniziato la fase di rialimentazione, in conformità con le linee guida sanitarie. Tuttavia, secondo il Guardian, Umar Khalid, 22 anni, che sabato ha ripreso il suo sciopero della fame dopo averlo precedentemente sospeso, continua a rifiutare il cibo. La notizia giunge in Italia poco dopo una manifestazione convocata dalle reti palestinesi davanti l’ambasciata britannica di Roma, a Porta Pia. Popoff aveva anche ripreso un articolo di NovaraMedia. Palestine Action è ufficialmente fuorilegge nel Regno Unito come organizzazione terroristica ai sensi del Terrorism Act 2000 dal 5 luglio scorso. Questo significa che da quella data essere membri del gruppo o esprimere supporto per esso è un reato penale nel Regno Unito, con pene fino a 14 anni di carcere e sanzioni anche per chi porta simboli o dichiara pubblicamente sostegno. Per il governo Starmer, la proscrizione si basa sulla natura delle sue azioni dirette contro infrastrutture militari e legate alla difesa e sulla percezione di un rischio alla sicurezza nazionale. Il movimento e i gruppi di attivisti per i diritti civili contestano la misura come eccessiva e non motivata da criteri oggettivi di terrorismo.   Elbit Systems UK è la filiale britannica dell’azienda israeliana produttrice di armi. E adesso ha perso un contratto decennale da 2 miliardi di sterline che le avrebbe permesso di addestrare 60.000 soldati britannici. Dal 2012 Elbit ha ottenuto oltre 10 contratti pubblici. Il contratto è stato perso nonostante i massimi sforzi di funzionari sia del Ministero della Difesa sia dell’Esercito britannico. Palestine Prisoner segnala che questi ultimi erano collusi con Elbit Systems UK e con la sua società madre, Elbit Systems, in incontri riservati e “tour” nella capitale della Palestina, Gerusalemme. Venerdì 9 gennaio 2026, la svolta con i vertici nazionali della sanità penitenziaria che hanno finalmente incontrato i rappresentanti dei prigionieri in sciopero della fame, su richiesta del Ministero della Giustizia, per discutere delle condizioni carcerarie e delle raccomandazioni sul trattamento sanitario. La decisione arriva mentre il gruppo Prisoners for Palestine ha dichiarato una serie di vittorie dello sciopero della fame, elencandole in un comunicato: «Oltre al raggiungimento di questa richiesta chiave, vogliamo cogliere l’occasione per rendere pubbliche le diverse vittorie ottenute nel corso dello sciopero della fame: Nelle sole ultime settimane, 500 persone si sono impegnate ad intraprendere azioni dirette contro il complesso militare-industriale genocida: un numero superiore a quello di chi ha partecipato alle azioni di Palestine Action durante l’intera campagna quinquennale. In quei cinque anni, quattro fabbriche di armi israeliane sono state chiuse. Elbit Systems sta vivendo di tempo rubato: la vedremo chiudere definitivamente, non grazie al governo, ma grazie al popolo. Il trasferimento di Heba a HMP Bronzefield è stato accettato da HMP Newhall, dove attualmente è detenuta in isolamento intenzionale dalla sua famiglia e dai suoi amici. A T. Hoxha è stato offerto un incontro con il responsabile della JEXU (Joint Extremism Unit) del suo istituto, la stessa organizzazione che coordina il trattamento dei prigionieri come “terroristi”. Nonostante la crudele e costante negligenza medica subita dagli scioperanti — inclusa la mancata registrazione del rifiuto di cibo, il rifiuto di ambulanze in situazioni di emergenza potenzialmente letali e trattamenti degradanti in ospedale — i vertici nazionali della sanità penitenziaria hanno incontrato il nostro gruppo su richiesta del Ministero della Giustizia. Durante lo sciopero della fame, alcuni prigionieri hanno iniziato a ricevere pacchi cumulativi di posta precedentemente trattenuta e, in un caso, hanno ricevuto le scuse del personale carcerario per una lettera consegnata con sei mesi di ritardo. Sono stati inoltre consegnati libri su Gaza e sul femminismo dopo mesi di attesa. Nell’ambito della richiesta di un giusto processo, gli scioperanti hanno chiesto la divulgazione delle licenze di esportazione di Elbit Systems degli ultimi cinque anni. Dopo ripetute richieste, queste informazioni sono state fornite a un ricercatore indipendente dal Dipartimento del Commercio durante lo sciopero della fame». Questi attivisti imprigionati hanno fatto la storia britannica, partecipando al più grande sciopero della fame coordinato e al più lungo mai avvenuto nel Regno Unito, durato complessivamente 73 giorni, con Heba Muraisi che ha concluso lo sciopero proprio al 73° giorno. Gli esperti spiegano che, dopo 40 giorni senza cibo, il rischio di eventi catastrofici — come insufficienze cardiache, respiratorie, renali, epatiche, aritmia e morte improvvisa — è estremamente elevato. Il corpo, dopo aver esaurito le riserve di glucosio e grasso, inizia a consumare muscoli e organi vitali, incluso il cuore. Ahmed è stato ricoverato più volte per complicazioni cardiache e respiratorie, mentre gli altri mostrano segni di possibili danni neurologici. Le carenze vitaminiche, in particolare di tiamina (la B1), aumentano il rischio di danni permanenti a cervello, nervi e cuore. Anche in caso di interruzione dello sciopero, i medici avvertono che potrebbero verificarsi gravi conseguenze a lungo termine, inclusi danni neurologici irreversibili e la sindrome da rialimentazione, potenzialmente fatale. Il gruppo Prisoners for Palestine sottolinea che la vittoria più importante dello sciopero della fame è stata l’impennata dell’impegno nell’azione diretta: «Lo sciopero della fame dei nostri prigionieri sarà ricordato come un momento storico di pura sfida; un imbarazzo per lo Stato britannico. Ha mostrato al mondo che la Gran Bretagna ha prigionieri politici al servizio di un regime genocida straniero e ha portato centinaia di persone a impegnarsi nell’azione diretta seguendo le orme dei prigionieri. Mentre questi prigionieri pongono fine allo sciopero della fame, la resistenza è appena iniziata. Mettere al bando un gruppo e imprigionare i nostri compagni si è ritorto contro lo Stato britannico: l’azione diretta è viva e sarà il popolo a cacciare definitivamente Elbit dalla Gran Bretagna». Amu Gib ha dichiarato: «Non ci siamo mai affidati al governo per le nostre vite, e non inizieremo certo ora. Saremo noi a decidere come dare le nostre vite alla giustizia e alla liberazione». 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Chatbot per sostituire il tuo ex: l’IA al servizio dell’amore normativo
I COSIDDETTI “CHATBOT EMOTIVI” PER CREARE UN AVATAR DIGITALE DI UNA PERSONA REALE. RISCHI ETICI E IMPLICAZIONI MORALI Pilar López-Cantero su El Salto Apri Netflix e ti imbatti nell’account condiviso. I luoghi salvati nell’applicazione delle mappe che non visiterai mai. Una serie di fotografie che il cellulare ti mostra senza preavviso. L’ex che si vanta della sua nuova vita sui social. La fine di un amore fa male e la tecnologia a volte tormenta dopo una rottura. Ma questo era prima. Ora, l’intelligenza artificiale promette proprio il contrario: evitare il dolore e fare quasi come se nulla fosse successo. È semplice come creare un avatar digitale dell’ex che imita il suo stile di conversazione e conosce la storia condivisa. Non è un episodio di Black Mirror, né una distopia tratta dal film Her. Perché, al giorno d’oggi, esistono già diversi strumenti di IA che consentono di creare un avatar digitale di una persona reale o immaginaria. I cosiddetti “chatbot emotivi” sono progettati specificamente per questo scopo, e anche le applicazioni di IA generativa che molti usano quotidianamente possono essere personalizzate in questo modo. L’avatar può essere più o meno fedele all’originale, a seconda che vengano fornite istruzioni generali (“il mio ex è introverso e legge molto Houellebecq”) o che vengano inseriti dati più specifici, come file con messaggi di testo e fotografie. È anche possibile addestrare l’avatar valutando se le sue risposte sono simili a quelle che darebbe la persona in questione. In questo modo, è possibile continuare a condividere la vita con l’ex partner, almeno attraverso lo schermo del cellulare. Noi che ci dedichiamo alla filosofia siamo in prima linea nella resistenza contro il vuoto ottimismo tecnologico, e molti hanno già lanciato l’allarme sui rischi etici di alcuni chatbot emotivi, come quelli che producono avatar di persone care che sono morte. Tuttavia, quasi nessuno sta prestando attenzione alle implicazioni morali dell’uso dell’IA nelle rotture sentimentali. Per cominciare, cercare di preservare una relazione interrotta con l’uso dell’IA è dannoso per l’utente. Le relazioni di coppia sono un esempio di ciò che Susan Wolf chiama “progetti di valore”, ovvero azioni e piani che danno senso alla vita. In questo senso, l’interazione con avatar di persone reali non può mai essere un progetto di valore, perché è una forma di autoinganno, di amore mal indirizzato. Proprio come Roxane pensava di amare Christian ma si innamorò delle parole di Cyrano, chi usa i chatbot dopo una rottura agisce e si comporta come se la relazione con il proprio ex non fosse finita, quando in realtà si trova in una relazione senza senso, con un oggetto inerte che non è in grado di ricambiare. Ancora più gravi sono le ideologie di subordinazione che si rafforzano e si costruiscono con l’uso dell’IA nelle rotture sentimentali. Le filosofe femministe hanno sempre avvertito che le relazioni romantiche presuppongono un gran rischio per l’autonomia delle donne. Sebbene alcuni insistano sul post-femminismo, esistono fenomeni sociali che mirano proprio ad annientare questa autonomia, come dimostrano i messaggi misogini della machosfera o l’emergere delle tradwives [mogli-traditrici]. I chatbot emotivi sono una minaccia molto più subdola. Le fidanzate IA non si lamentano né si aspettano che tu lavi i piatti, e hanno la personalità e i gusti che tu decidi. Anche se chiedi a una fidanzata IA di essere più indipendente e di non darti sempre ragione, lei lo fa perché lo hai deciso tu: non ha una volontà propria, poiché esiste per te e per te. In altre parole, l’IA offre uno spazio di totale subordinazione ed è dannosa anche senza che l’utente lo intenda. Il potenziale danno nel contesto delle rotture sta nella promozione di questi atteggiamenti di subordinazione, ma soprattutto nella svalutazione del valore dell’autonomia. Non è necessario che l’utente sia violento, maschilista o uomo perché i chatbot post-rottura siano moralmente dannosi. Nel nostro contesto sociale, la libertà di scelta del partner è considerata un diritto, sia morale che legale. Questo diritto si esercita non solo quando si inizia una relazione con qualcuno, ma anche quando si decide di terminarla. L’annullamento di questo potere decisionale senza consenso, anche se in modo simbolico, è una forma di abuso, poiché è una privazione diretta dell’autonomia. Ma è un problema anche quando c’è il permesso dell’ex partner, poiché comporta la rinuncia a un potere normativo che è inalienabile, pertanto, svaluta la propia autonomia. Le donne e altri gruppi a rischio di subire subordinazione nelle relazioni di coppia (come le persone vittime di razzismo o disabili) corrono un rischio maggiore di subirne le conseguenze, ma sminuire l’autonomia amorosa è dannoso per tutti. Va inoltre tenuto presente che la subordinazione non è l’unico rischio morale che esiste nel contesto delle relazioni amorose. Ho detto prima che la fine dell’amore fa male e che le relazioni amorose possono dare un senso alla vita. Tuttavia, non bisogna pensare che la fine dell’amore debba sempre essere dolorosa, né che le relazioni siano l’unica cosa che dia senso alla vita. Nel 2012, la filosofa Elizabeth Brake ha coniato il termine “amatonormatività” (Amatonormativity, l’insieme di presupposti sociali secondo cui tutti prosperano grazie a una relazione romantica esclusiva) per riferirsi al discorso egemonico che privilegia l’amore romantico rispetto ad altre relazioni come l’amicizia o altri progetti di valore come l’attivismo o l’arte. Le rotture sono uno dei contesti più propizi per mettere in discussione e smantellare le tendenze amatonormative che la maggior parte di noi ha. Rifiutarci di attraversare quel momento di disorientamento e decostruzione, mantenendo artificialmente una relazione, significa privarci di un’opportunità di progresso personale. Allo stesso tempo, ci rende complici nella costruzione della narrativa sociale secondo cui non si può essere felici se non in coppia. L’urgenza di affrontare l’uso dell’IA nelle rotture è duplice. Da un lato, molte di queste tecnologie sono commercializzate come aiuti emotivi, ma il loro design mira a mantenere l’interazione – e quindi il beneficio economico – al di sopra del benessere dell’utente. D’altra parte, l’uso di queste tecnologie può creare e rafforzare le ingiustizie sociali. I chatbot post-rottura contribuiscono a mantenere una “nicchia narrativa oppressiva”: un ambiente sociale e tecnologico che consolida aspettative dannose su come dovrebbero essere le relazioni sentimentali. Ogni volta che scegliamo di sostenere una relazione attraverso l’IA, contribuiamo a normalizzare modalità di relazione che privilegiano la continuità artificiale rispetto alla riconfigurazione della vita affettiva dopo una rottura e l’imposizione del proprio criterio rispetto all’autonomia dei nostri partner. Questo non solo influisce su chi utilizza questi strumenti, ma rende l’utente co-creatore delle strutture sociali che rafforzano idee dannose sull’obbligatorietà del legame romantico, la percezione del celibato e la disuguaglianza nelle relazioni. Il modo in cui incorporiamo la tecnologia nella nostra vita, quindi, non è neutro. Costruendo nicchie narrative con determinati valori e pratiche, modelliamo la società in cui viviamo e il modo in cui gli altri potranno raccontare le loro vite affettive. Ecco perché richiedere regolamenti etici per la progettazione e l’uso dei chatbot post-rottura non è una crociata anti-tecnologica, ma una resistenza politica che va a vantaggio di tutti. In definitiva, la regolamentazione e la supervisione del mercato dei chatbot emotivi è una misura necessaria per proteggere l’autonomia individuale e collettiva e per garantire che la tecnologia non distorca né impoverisca le nostre esperienze più intime. Pilar López-Cantero è filosofa all'Università di Anversa.   The post Chatbot per sostituire il tuo ex: l’IA al servizio dell’amore normativo first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Chatbot per sostituire il tuo ex: l’IA al servizio dell’amore normativo sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Iran, attenzione agli utili idioti dell’Occidente
È GIUSTO DIRE CHE NÉ GLI STATI UNITI NÉ ISRAELE HANNO A CUORE LA VOLONTÀ DEL POPOLO IRANIANO, NÉ LA VITA DEI GIOVANI UCCISI DALLA POLIZIA Steven Methven su Novara Media Il cambio di regime è la frase del giorno per la seconda settimana consecutiva. Lo scorso fine settimana era il Venezuela, con una puntata in Groenlandia a metà settimana. Ora è l’Iran, dove una rivolta popolare contro il governo è entrata nel suo quindicesimo giorno. L’Iran non è nuovo a proteste su larga scala, con rivolte di massa avvenute nel 2017, 2019 e 2022, solo per citare alcuni esempi degli ultimi anni. In ciascuno di questi casi, il governo islamico è sopravvissuto grazie a un mix di repressioni violente e concessioni silenziose. Ma questa volta, secondo gli esperti, la situazione sembra diversa. Ora, non sono qualificato per giudicare se ciò sia corretto. Ma posso assolutamente giudicare la risposta delle classi politiche occidentali a una potenziale rivoluzione in Iran, che ha le stesse caratteristiche di sempre: vischiosa, scivolosa e, soprattutto, densa come il mince. È impossibile sapere quanti iraniani stiano attualmente chiedendo la caduta dell’ayatollah conservatore Ali Khamenei. Con il blocco totale di Internet e le proteste che si svolgono principalmente di notte, non è facile tenerne traccia. Quest’ultimo ostacola e allo stesso tempo aiuta quei manifestanti che coraggiosamente mettono in pericolo la propria vita, contribuendo a tenerli lontani dagli oltre 500 che si stima siano stati uccisi (la cifra potrebbe essere molto più alta) e dagli oltre 10.000 che si ritiene siano stati arrestati dal regime fino ad ora. La rivolta dura ormai da più di due settimane. Da quando è iniziata come sciopero dei commercianti alla fine di dicembre, in risposta al crollo della valuta e alle crescenti difficoltà economiche causate dall’inasprimento delle sanzioni petrolifere statunitensi, la protesta non ha fatto che crescere, diffondendosi in decine di città e paesi in tutte le 31 province del Paese. Qualcosa di enorme sta accadendo in Iran. Di cosa si tratti, quali siano i suoi obiettivi finali e quale sarà il risultato finale è attualmente poco chiaro. Ma ciò non ha impedito alle élite occidentali, che non hanno alcun interesse in Iran, di dare lezioni dalla sicurezza di quella che considerano una posizione moralmente superiore, ma che in realtà è intellettualmente inferiore. “Sostenete i manifestanti”, chiedono, sostenendo felicemente anche Tommy Robinson e vari guerrafondai. E coloro che esercitano cautela sono stati oggetto delle critiche più aspre. A quanto pare, bisogna immediatamente abbandonare la conoscenza sia della storia che ci ha portato qui, sia del prezzo – in termini di vite umane – che tali eventi spesso richiedono. Ma coloro che gridano più forte devono ancora considerare che, tra i manifestanti, il singolare appello a porre fine al regime potrebbe nascondere molti potenziali futuri. Per quanto ne sa chiunque al di fuori dell’Iran, non esiste una resistenza organizzata né all’Ayatollah né al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC). Si tratta di una milizia statale forte di 125.000 uomini che influenza quasi ogni aspetto della politica e della società iraniana, sostenuta da reti socialmente radicate di clientelismo commerciale e privilegi. Se il regime clericale dovesse cadere completamente, invece di essere sostituito da figure più riformiste, l’IRGC sarebbe pronto a prendere il potere nel Paese, come alcuni sostengono abbia già fatto nel 2009. Fuori dall’Iran, i contendenti alla nuova leadership abbondano. Il principale tra loro è Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, deposto dalla rivoluzione islamica del 1979 (che, vale la pena ricordare, è stata l’ultima rivolta popolare riuscita del popolo iraniano). La decadenza e l’autoritarismo di quell’ultimo re – per non parlare della sua collaborazione con le potenze britannica e statunitense nel rovesciare il primo ministro democraticamente eletto e nazionalizzatore del petrolio Mohammad Mosaddegh in cambio di un potere maggiore e incontrollato – hanno portato gli iraniani a scegliere l’unica altra strada che allora era loro disponibile. Quali alternative hanno a disposizione ora? È improbabile che Pahlavi, che la scorsa estate ha apertamente incoraggiato Israele a bombardare i suoi connazionali, o qualsiasi altro candidato riformista in esilio, abbiano il sostegno politico necessario per unire la maggioranza dei 90 milioni di cittadini iraniani in un Paese cinque volte più grande della Germania. Ciò significa che avrebbero bisogno di un forte sostegno, con gli Stati Uniti pronti a dare una mano. Secondo quanto riferito, il presidente Donald Trump è stato informato sulle opzioni per attacchi militari nel Paese, affermando che manterrà la sua promessa che “gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!”. Il parlamento iraniano ha, in cambio, minacciato attacchi preventivi alle basi statunitensi nella regione. Nel frattempo, anche l’agenzia di spionaggio israeliana Mossad, che la scorsa estate ha condotto operazioni sanguinose in Iran, ha incoraggiato le proteste. Pahlavi e altre figure iraniane antiregime all’estero sono sempre pronte a fare appello ai valori liberali sostenuti da gran parte del loro pubblico occidentale, sottolineando il trattamento riservato alle donne, alle minoranze e ai dissidenti in Iran. Ma tendono a tralasciare le profonde difficoltà economiche causate dalle sanzioni, che hanno unito con successo un ampio spaccato della società iraniana in queste proteste: i commercianti che hanno dato il via a tutto questo non sono una forza liberale ben nota nella storia del Paese, ma tradizionalmente un baluardo del conservatorismo. Gli studenti liberali, alleati con una classe mercantile conservatrice che si schiera con un movimento femminista in crescita e una generazione di lavoratori giovani senza speranza, costituiscono una forza potente unita contro un nemico comune. È abbastanza chiaro che l’attuale regime è stato significativamente – persino eroicamente – indebolito; potrebbe ancora cadere. Se ciò accadesse, quella stessa coalizione potrebbe cadere con esso, aprendo la strada a interessi esterni che vorrebbero spartirsi il Paese in nome della “pace”, da parte di attori per i quali il controllo, e non il liberalismo, è l’obiettivo finale. È giusto dire che né gli Stati Uniti né Israele hanno a cuore la volontà del popolo iraniano, né la vita dei giovani iraniani uccisi dalla polizia del loro Paese. Ma godranno del sostegno cieco e rumoroso che emerge dagli attori occidentali, contando i voti di approvazione che stanno ricevendo per perseguire i propri interessi. Data la storia di violente interferenze occidentali nella regione, non si può biasimare chi, con il cuore vicino ai manifestanti e pregando per la nascita di un’opposizione politica popolare, rifiuta di essere uno strumento utile per potenze imperialiste senza scrupoli. Steven Methven è il redattore di Novara Live, il programma serale di attualità e politica di Novara Media su YouTube. 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Jack London, socialista famoso a 150 anni dalla nascita
UN RITRATTO SENZA RETICENZE DELLO SCRITTORE. IL TALLONE DI FERRO, SUO ROMANZO MIGLIORE HA SEMPRE VENDUTO MOLTO MEGLIO NEL RESTO DEL MONDO CHE NEGLI USA Jonah Raskin su Counter Pick Per oltre 100 anni, il suo racconto breve “To Build a Fire” è stato una lettura obbligatoria per quasi tutti gli studenti delle scuole statunitensi, probabilmente per insegnare loro la necessità della sopravvivenza, anche se il racconto poteva essere interpretato anche come un inno alla morte. Il protagonista immaginario senza nome muore da solo nel freddo e nella neve, incapace di accendere un fuoco. È un fallito, non un esempio di successo. Ora, nell’anniversario della sua nascita a San Francisco, 150 anni fa, Jack London, come il suo protagonista immaginario, potrebbe essere definito un altro maschio bianco morto, relegato nella discarica degli autori americani in gran parte dimenticati. Forse è lì che avrebbe dovuto finire decenni fa, anche se l’anarchica di origine russa Emma Goldman lo definì “l’unico scrittore rivoluzionario in America”. Cosa pensava e cosa intendeva per rivoluzionario? È vero che appartenne al Partito Socialista per 20 anni e che si dimise, come spiegò in una lettera, “a causa della sua mancanza di ardore e combattività e della sua perdita di enfasi sulla lotta di classe”. Il Partito Socialista degli Stati Uniti era contrario all’entrata degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale. London era favorevole.  Strano tipo di socialista, voleva diventare ricco, vivere in una villa con servitù e allo stesso modo dei magnati che sosteneva essere suoi nemici. Con un socialista democratico appena eletto sindaco di New York, potrebbe valere la pena riesaminare la carriera politica del radicale Jack London, che si candidò due volte a sindaco di Oakland e perse entrambe le volte. A differenza di Zohran Mamdani, non aveva un’organizzazione di base né organizzatori locali al suo fianco. È vero, abbracciò cause genuine; fece pressioni per ottenere la giornata lavorativa di otto ore e la fine del lavoro minorile nelle fabbriche. Inoltre, a suo merito, difese Charles Moyer, William “Big Bill” Haywood e George Pettibone, i tre membri dell’Industrial Workers of the World (IWW) sotto processo in Idaho e falsamente accusati dell’omicidio del governatore Frank Steunenberg nel 1905. Nello stesso anno, sulla scia della rivoluzione fallita in Russia, tenne discorsi appassionati da Berkeley ad Harvard in cui incitava alla violenza e agli omicidi per rovesciare il vecchio ordine e inaugurare quello nuovo. Allo stesso tempo, sostenne anche l’invasione statunitense delle Filippine e di Porto Rico e sostenne che gli indiani d’America dovessero abbandonare i loro costumi e abbracciare quelli dell’uomo bianco. In una lettera datata 12 giugno 1899, scrisse: “Le razze negre [sic], le razze bastarde, le razze schiavistiche, le razze non progressiste, hanno sangue cattivo, cioè sangue che non è in grado di permettere loro di sopravvivere con successo alla selezione per cui sopravvivono i più adatti”. Undici giorni dopo scrisse dei «negri d’Africa», come li chiamava, e insistette sul fatto che il socialismo era «concepito per la felicità di alcune razze affini». Dodici giorni prima del Natale del 1899, London ribadì le sue opinioni sulla supremazia bianca e spiegò a un amico: «Il nero si è fermato, proprio come si è fermata la scimmia. Nemmeno le scimmie antropomorfe più evolute potranno mai evolversi in esseri umani; allo stesso modo, i negri [sic] non potranno mai evolversi in una specie umana superiore a quelle esistenti”. Jay Craven, che ha diretto la versione cinematografica del 2021 del romanzo autobiografico di London Martin Eden, è stato abbastanza saggio da scegliere attori neri per interpretare i personaggi bianchi immaginari, evitando così le critiche. I difensori di London (leggi anche qui, ndt) hanno sostenuto che egli si è limitato a riflettere le opinioni predominanti del suo tempo. È vero, Jim Crow governava gran parte della nazione, ma W. E. B. Du Bois pubblicò The Souls of Black Folk nel 1903, lo stesso anno in cui fu pubblicato The Call of the Wild, e nel 1909 Du Bois e i suoi amici fondarono la National Association for the Advancement of Colored People (NAACP). Stranamente, anche se forse non così tanto, London fu cresciuto da una donna di colore che chiamava “mammy” e si descriveva come il suo “piccolo negro bianco”, ben sapendo che si trattava di un insulto razziale. Sebbene London fosse socialista, era anche imperialista, sciovinista e razzista; in breve, un uomo pieno di contraddizioni che riflettevano le profonde contraddizioni sociali e politiche della società americana all’indomani della guerra civile e alla vigilia della prima guerra mondiale, una guerra alla quale voleva che gli Stati Uniti partecipassero per sconfiggere i tedeschi. Dal 1896, quando aderì al Partito Socialista, fino al 1916, quando lo lasciò, London non fu un socialista democratico. Nel saggio “How I Became a Socialist” (Come sono diventato socialista), pubblicato per la prima volta su Comrade nel 1903, scrisse che la paura di cadere nella “fossa sociale” lo spinse ad aderire al Partito Socialista. «La donna della strada e l’uomo dei bassifondi mi erano molto vicini», spiegò. «Li vedevo, vedevo me stesso al di sopra di loro… e confesso che fui preso dal terrore». Come sottolineò sua figlia Joan London nella biografia dedicata al padre, egli era attratto da figure carismatiche e forti, non da organizzatori e organizzazioni di base. Secondo Joan, aveva molto in comune con Mussolini. George Orwell notò che aveva «una vena fascista». Per sua stessa ammissione, London non partecipò mai a una riunione del Partito Socialista. Socialista famoso, socialista con un nome famoso, nonché oratore dinamico con un entourage che includeva Mother Jones ed Emma Goldman, fu utilizzato dal movimento per promuovere la causa del socialismo. Raramente, se non mai, fece sacrifici per essa. Le celebrità possono essere un peso: rendono popolari le cause, ma attirano anche l’attenzione su se stesse e sulla loro carriera, come è successo negli anni Sessanta. Infatti, le pubblicazioni socialiste hanno promosso il lavoro di London e hanno contribuito a renderlo un autore di best seller. In rare occasioni, è stato definito un falso socialista che viveva una vita di lusso al Beauty Ranch nella contea di Sonoma, lontano dalla contesa politica. Se gli insegnanti avessero assegnato le sue opere per esplorarne le contraddizioni, London sarebbe stato l’autore perfetto da inserire nelle liste di lettura. Ma per decenni gli studiosi di London hanno ignorato le sue opinioni suprematiste bianche, il suo sciovinismo e la sua paura e avversione per il meticciato. Ci sono state delle eccezioni, come Philip Foner, curatore di Jack London: American Rebel, una raccolta degli scritti di London su questioni sociali. Foner ha sottolineato che London non ha mai denunciato la schiavitù dei popoli indigeni nel Pacifico meridionale, anche se in un’occasione si è unito agli schiavisti e ha osservato la loro spedizione nella giungla. Per la maggior parte, biografi e critici hanno difeso London e i suoi libri. È vero, c’erano sempre alcune crepe nella folla di adoratori, ma ciò che sembra aver fatto davvero la differenza nel mondo degli studi e della pedagogia su London è stato il movimento Black Lives Matter. Sulla scia dell’omicidio di George Floyd, gli insegnanti non potevano continuare a essere apologeti acritici dell’autore di Il richiamo della foresta, Zanna Bianca e Il lupo di mare. Gli studenti non credevano alle lodi che venivano loro propinate. Ora, con Trump alla Casa Bianca, il risorgere del razzismo e il ritorno delle statue dei generali della Confederazione, London potrebbe essere considerato in alcuni ambienti una sorta di eroe culturale. Ma non è così semplice. Il libro di London Il tallone di ferro prediceva l’avvento di un’oligarchia negli Stati Uniti. In quell’opera profetica, descrive una sinistra cospirazione per sopprimere la libertà di parola e di riunione, imprigionare gli oppositori e i critici più schietti, controllare le notizie e le informazioni, istituire un esercito professionale di mercenari pagati, creare una polizia segreta e intraprendere una guerra globale per l’egemonia economica. Ha sempre venduto molto meglio nel resto del mondo che negli Stati Uniti. Leggete The Iron Heel, naturalmente, e poi leggete il suo libro meno razzista, The People of the Abyss, sulla povertà nel cuore dell’Impero britannico, e The Road, sulle sue esperienze di vagabondo in viaggio attraverso gli Stati Uniti, e sul suo arresto e incarcerazione a Buffalo, New York. Speriamo che Mamdani non venga risucchiato dal circolo delle celebrità e che la sua famiglia, i suoi amici e i cittadini di New York lo aiutino a rimanere onesto in una città che ha dato i natali a Trump e Giuliani. Jonah Raskin è l'autore di Beat Blues, San Francisco, 1955. 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«Per la Russia è normale che gli USA rivendichino la Groenlandia»
INTERVISTA A MARZIO G. MIAN: L’ARTICO È L’ULTIMO ELDORADO PER LE POTENZE CAPITALISTE Pablo Elorduy su El Salto Mary Shelley ha ambientato la fine della fuga della sua creatura più celebre nell’Oceano Artico. Il moderno Prometeo, Frankenstein, si dirigeva verso una terra tanto inospitale quanto enigmatica all’inseguimento del mostro che aveva creato. Duecento anni dopo, il prometeismo, una corrente di pensiero basata sulla capacità umana di dominare la natura, ha trovato nell’Artico un’ultima frontiera da aprire, un territorio vasto, con risorse sconosciute e illimitate; ma anche un punto di connessione tra l’emisfero orientale e quello occidentale. L’ultima fuga del capitalismo tardivo sta rivolgendo lo sguardo verso il Nord. Lo scioglimento del permafrost, il suolo perennemente ghiacciato, è una catastrofe in termini climatici, ma un’opportunità di business per le grandi potenze che oggi si dividono l’egemonia del pianeta. Quella che è sembrata l’ultima stravaganza dell’imprenditore newyorkese Donald Trump, l’annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, è in realtà un passo calcolato per trasformare l’impero in declino in una superpotenza artica. Uno studio del Servizio Geologico Usa (USGS) pubblicato nel 2019 ha calcolato che la Groenlandia detiene reserve che possono raggiungere i 31,4 miliardi di barili equivalenti di petrolio, gas naturale e liquidi di gas naturale, per un valore monetario di circa due trilioni di dollari. L’isola possiede giacimenti medi o elevati di 25 dei 34 minerali considerati critici dalla Commissione Europea e un altro studio del Servizio Geologico della Danimarca e della Groenlandia stima che il Paese possieda il 25% delle terre rare di tutto il mondo. Pochi giornalisti conoscono l’oceano settentrionale meglio di Marzio G. Mian (ha fondato insieme con altri giornalisti internazionali la società no profit The Arctic Times Project con sede negli Usa. In Italia fa parte di The River Journal, progetto di racconto multimediale attraverso i grandi fiumi del mondo. Collabora con Rai, Sette, Il Giornale, GQ, L’Espresso. È stato per sette anni vicedirettore di Io donna, il femminile del Corriere della Sera. Ha realizzato inchieste e reportage in 56 paesi, ndt). Per Mian, il XXI secolo è “il secolo artico” o, in altre parole, un territorio che è rimasto estraneo alle grandi guerre della storia sta diventando il teatro principale di un conflitto mondiale iniziato, se si vuole scegliere una data, il giorno dell’invasione russa dell’Ucraina. Mian racconta nel suo libro che per anni ha lavorato alla travolgente trasformazione dell’Artico: “Era chiaro che la realtà avrebbe finito per prevalere sulle buone intenzioni di facciata: quella fragile regione era destinata a essere contesa con la forza, perché non esistono principi o accordi in grado di garantire la pace nell’unica regione del pianeta ancora inesplorata, che custodisce le risorse ambite da un mondo affamato ed essenziali per sostenere il modello capitalista di crescita perpetua”. Una settimana dopo che il rapimento di Nicolás Maduro ha dato un nome definitivo alla nuova dottrina imperiale statunitense, gli sguardi si rivolgono al lontano nord e all’isola della Groenlandia. Un territorio che la Danimarca ha sfruttato colonialmente e sul quale gli Stati Uniti hanno già dispiegato il proprio esercito. Mian ritiene più che probabile che l’isola cambi finalmente il proprio status e passi esplicitamente sotto la sfera di influenza statunitense. Si profilano cambiamenti nel territorio chiamato Kalaallit Nunaat dagli Inuit, che costituiscono quasi nove abitanti su dieci dell’isola. Il moderno Prometeo è arrivato ai confini della terra e nulla sarà più come prima. Nel 2022 qualcuno ti ha detto che l’Artico era già in guerra. Lo hai scritto nel libro. Il mondo intero si è appena reso conto che questa guerra è in corso? Esiste un Artico prima e dopo il 2022, e questo è un punto di svolta, perché anche se prima c’era una competizione, anche dura, brutale, tra potenze, superpotenze e aziende, c’era comunque cooperazione. Fino a quella data c’erano progetti di sviluppo e una pianificazione per il futuro: nuovi porti e strategie. C’era il Consiglio dell’Artico, che si occupava di molti problemi e riuniva attorno allo stesso tavolo gli Stati Uniti, la Russia, gli otto paesi artici e una serie di osservatori, tra cui Spagna, Italia e, naturalmente, Cina. Ma dopo il 2022 tutto è cambiato: il Consiglio dell’Artico si è sciolto e sette paesi hanno rotto con l’ottavo, la Russia. In questo momento E a causa della guerra in Ucraina, i sette paesi appartengono alla NATO. E poi abbiamo la Russia che collabora molto, molto intensamente con la Cina sotto molti aspetti, sia dal punto di vista economico che militare e strategico. Vedremo come andrà a finire. Ma questo è un altro discorso. Il 2022 va di pari passo con la rielezione di Trump, ed è questo che stiamo vedendo. In un’epoca in cui il diritto internazionale non esiste più, abbiamo la politica dei cannoni. Cosa rappresenta l’Artico per queste potenze? In un momento come questo abbiamo questo “nuovo continente”. Per me, la sua importanza è paragonabile alla scoperta dell’America. Si possono fare molte differenze, naturalmente, ma l’impatto in questo secolo è enorme. Ha a che fare con la ricchezza delle risorse e, naturalmente, con la geografia. E la Groenlandia, in particolare? Nel 2016 ho scritto un reportage per il quale ho fatto ricerche su una miniera cinese-australiana, in cui ho descritto la Groenlandia come il nuovo Congo. Credo che sia proprio così, in termini di ricchezza, naturalmente, ma anche in termini di geografia. Dobbiamo iniziare a guardare il pianeta dall’alto, dalla testa. Se lo guardi in questo modo, puoi vedere che la Groenlandia è davvero al centro. Naturalmente, non è vero ciò che si sente dire in questi giorni, ciò che ha detto Trump, sulle navi cinesi e russe. Ma la verità è che la Russia è davvero vicina. Se guardi la mappa dall’Artico russo, il 52% dell’Artico è Russia, circa 22.000 chilometri. Dalla sua costa, i missili possono attraversare la Groenlandia. Quindi sì, abbiamo la Russia molto vicina agli Stati Uniti. A parte il fatto che la Russia e gli Stati Uniti condividono praticamente il confine, ci sono solo sei o sette chilometri che separano la Russia dagli Stati Uniti, nelle isole Diomede. Che c’entra la Cina? Fino a tre anni fa, la Cina era il primo partner del governo inuit. C’era un consolato inuit a Pechino. Posso raccontarti una storia. Quando sono stato in Groenlandia per la prima volta, credo fosse nel 2016, ricordo di aver incontrato un tizio che era il presidente dell’Organizzazione dei pescatori di questa città, Narsaq. Questo tizio mi ha detto: “Sai qual è il nostro incubo, il nostro grande nemico? Brigitte Bardot”. È a causa della campagna contro la caccia alle foche. La Groenlandia e gli Inuit in Canada hanno smesso di esportare pellicce in Europa. E questo ha rappresentato un grosso problema per gli Inuit della Groenlandia. Quando i cinesi hanno iniziato ad avere contatti e relazioni con gli Inuit, hanno comprato pellicce di foca, e questo è stato un buon biglietto da visita per conquistare i loro cuori. Come è stato questo processo di seduzione da parte della Cina? Sicuramente gli Inuit non amano la Danimarca. Vogliono emanciparsi da quel passato, da quella terribile esperienza. E sono aperti a trovare nuovi partner. Ecco perché è arrivata la Cina. E l’amministrazione Biden, tre anni fa, ha cacciato i cinesi dalla Groenlandia: in modo sottile, silenzioso, senza usare il linguaggio di Trump, ma lo ha fatto. Questo dimostra che quello è lo scenario del conflitto, anche se questo sono certo che Putin e Trump abbiano un accordo sull’Artide. Di che tipo? Ad Anchorage (Alaska) è stato raggiunto un accordo tra Putin e Trump per istituire una sorta di Yalta per l’Artico e un accordo di massima affinché le aziende statunitensi tornino nell’Artico russo per introdurre la loro tecnologia e sfruttare il petrolio e il gas. E, in quel momento, Putin ha chiarito che per loro è normale che gli Stati Uniti rivendichino, in qualche modo, la Groenlandia. D’altra parte, credo che un accordo con Trump sia peggiore di un accordo con Putin sotto alcuni aspetti. Perché? Perché Putin è prevedibile. Soprattutto se si conosce la storia della Russia, o anche la storia dell’Unione Sovietica, per quanto riguarda l’Artico, è prevedibile. Ma Trump non lo è. E credo che questo sia il problema del suo accordo con la Groenlandia. Perché ci sono già molti accordi sottobanco, anche con persone molto vicine a Trump; e si potrebbe arrivare a un’intesa se gli Stati Uniti potessero offrire due o tre volte di più, anche cinque volte di più, di quanto la Danimarca fornisce in sussidi a quel paese. Ma l’unico problema è Trump. Che tipo di accordo possono offrire gli Stati Uniti? Uno come quello che hanno le Isole Marshall, per esempio. Ci sono moltissime ricette in termini di diplomazia internazionale. Credo che non ci sia alcun problema nel raggiungere una forma di associazione. Ad esempio, proponendo e adattando un accordo con gli Inuit agli stessi termini di quello stipulato con gli Inuit dell’Alaska. Gli Inuit dell’Alaska sono i proprietari dei diritti sul petrolio, sul gas, sulle risorse della loro terra. Gli inuit dell’Alaska hanno dieci aziende e sono quotati a Wall Street, e sono molto ricchi. Ciò non toglie che, comunque, siano fottuti. È possibile che lo siano proprio perché hanno soldi. L’alcolismo e i tassi di suicidio sono altissimi. In ogni caso, quello può essere un punto di riferimento per l’accordo. Non è un po’ strano che venga presentato nei termini che stiamo vedendo? Certo, è molto complesso, perché ogni giorno vediamo aumentare la tensione. Ma vediamo anche la debolezza dell’Europa. La situazione rispetto alla Danimarca è molto interessante, perché fino a circa dieci anni fa la Danimarca, il suo popolo, il suo governo e le sue istituzioni erano pronti a rendere la Groenlandia completamente indipendente. Ma era un altro mondo, in cui avere una colonia non era cool, non era sexy. Ora, invece, in questo momento storico, il colonialismo è una cosa normale ed è strano vedere come in Danimarca, dove il movimento anticolonialista era forte – così come lo era il movimento antinucleare – ora tutti difendano il diritto di mantenere la Groenlandia. Perché attraverso la Groenlandia, la Danimarca è una sorta di piccola superpotenza nell’Artico. E grazie alla Groenlandia, potrebbero persino avere delle ambizioni: rivendicare i diritti sul Polo Nord proprio come sta facendo la Russia. La Danimarca, e l’Europa attraverso la Danimarca, stanno difendendo il diritto di mantenere una colonia in Groenlandia, così com’è ora, perché tutte le enclavi importanti sono danesi. C’è qualche possibilità per l’UE di mantenerne la sovranità o l’unica soluzione è dare un prezzo all’isola?   Quando i leader europei dicono che solo la Danimarca e Groenlandia hanno voce in capitolo, che hanno il diritto di decidere il futuro, va spiegato un fatto: che que tienen el derecho de decidir el futuro, hay que explicar un hecho: che la Groenlandia non ha una sua voce. Nonostante le parole del primo ministro groenlandese, non vogliono tornare a quel periodo coloniale. Infatti, la Groenlandia ha lasciato l’Europa prima del Regno Unito. Ovviamente, la Groenlandia è preoccupata per la sicurezza. La NATO è presente lì da molto tempo, ma chi guida la NATO sono gli Stati Uniti, i paesi europei non sono altro che vassalli. Senza il leader non si può decidere nulla. L’Europa è debole e non ha argomenti solidi, credo, perché in termini di denaro gli Stati Uniti possono offrire di più. Quindi sì, sono pessimista, sono molto pessimista. Quindi si tratta solo di trasformare in realtà ciò che sta già accadendo? Possiedono già la Groenlandia, hanno forze armate, dominano la Groenlandia e possono fare quello che vogliono. Si tratta di un accordo antico. E l’accordo è stato firmato con la Danimarca perché la Danimarca aveva una cattiva reputazione dopo la seconda guerra mondiale a causa dei suoi rapporti con i nazisti, perché aveva collaborato con i nazisti in modo molto intenso. Questo li ha indeboliti molto nell’accordo NATO. Quindi hanno più o meno ceduto la Groenlandia agli Stati Uniti, affinché facessero ciò che volevano e la Danimarca pagasse il meno possibile. Pertanto, i militari possono già fare ciò che vogliono lì, ma vogliono estendere questo alla Groenlandia affinché sia ufficialmente nella sfera degli Stati Uniti, con la fiducia che questo li renderà una superpotenza artica. Al momento non sono una superpotenza artica, perché l’unica di questo tipo è la Russia. È chiaro che il possesso della Groenlandia non è solo un’idea venuta in mente a Trump. La cosa principale è che ci sono troppe ragioni per cui gli Stati Uniti hanno questa ossessione per la Groenlandia. Questo va oltre la cerchia di Trump, e la prova è che non abbiamo sentito grandi voci contrarie dal resto dell’establishment politico statunitense. Si lamentano del metodo, si lamentano delle parole, ma non della sostanza. E, naturalmente, Trump vuole farsi un nome e passare alla storia per aver reso di nuovo grande gli Stati Uniti in termini di territorio. Ma c’è un’enorme urgenza per gli Stati Uniti, e anche per il deep state – chiamatelo come volete – di guadagnare posizioni nell’Artico, perché sono molto lontani dalla Russia e persino dalla Cina in termini di rompighiaccio, tra molti altri aspetti. Lo scioglimento del permafrost nell’Artico è, allo stesso tempo, un’opportunità per il capitalismo e una maledizione per l’umanità. In che misura l’Artico è il termometro globale del pianeta in questo momento? Il cambiamento climatico è ancora lì. Ho appena sentito un tizio del nord-ovest della Groenlandia: diceva che il ghiaccio avrebbe dovuto esserci già da due mesi, ma quest’inverno c’è ancora acqua aperta. Questo è un disastro per la caccia, la pesca e tutto il resto. Perché anche quando il ghiaccio si formerà da qui a marzo, sarà uno strato sottile. Non è ghiaccio spesso. Non si può andare con le motoslitte; è un grosso problema. Le cose vanno molto male. Allo stesso tempo, ho appena scritto un lungo articolo su come la Russia e il Canada siano in qualche modo benedetti dal cambiamento climatico, per il presente e il futuro, specialmente nell’agricultura. In che senso? La Russia sta già espandendo il territorio agricolo fino agli Urali e persino alla Siberia meridionale. Naturalmente c’è la maledizione dello scioglimento del permafrost, che è un problema enorme per la Russia in termini di infrastrutture e rimane un grande interrogativo per gli scienziati: non sanno quale sarà realmente l’effetto dello scioglimento del permafrost. Anche il Canada deve affrontare questo problema, oltre a quello degli incendi. Ma allo stesso tempo sta espandendo i suoi terreni coltivabili e anche il settore immobiliare. Ho fatto delle ricerche per questo articolo e ho visto quante agenzie immobiliari, anche le più grandi, stanno promuovendo investimenti per il pubblico statunitense. E gli slogan sono: “Negli Stati Uniti abbiamo un clima terribile e imprevedibile, grandi disastri: investite in Canada”. I fondi pensione statunitensi, gli hedge fund, stanno investendo nel settore immobiliare in Canada. Quindi, non c’è solo l’Artico, con tutto ciò che sappiamo e sentiamo in questi giorni, ma anche il subartico e l’Alto Nord. L’Alto Nord è una grande opportunità. Come pensi che possa evolversi la questione nell’Artico se il cambiamento climatico continua ad accelerare? Non è la prima volta nella storia dell’umanità che questa approfitta del cambiamento climatico e lo provoca addirittura: l’Australia è stata completamente bruciata per poterla coltivare. In Nord America, circa il 70% dei mammiferi è stato sterminato. Credo che il pianeta si adatterà come sempre ha fatto. Sono pessimista soprattutto per quanto riguarda la civiltà occidentale, senza dubbio. È una crisi in cui il compromesso non è più una parola utilizzata, mentre il compromesso è la spina dorsale della diplomazia. Ho paura e sono pessimista perché vedo scomparire il logos in Occidente, la logica, la parte razionale della nostra cultura. E senza questo, si ha solo caos, teorie del complotto, leader che non hanno credibilità né sostegno e che si lanciano in guerra, dicendo che il conflitto è inevitabile. Ciò che mi spaventa è che la Germania si stia armando, sentire il leader tedesco dire che saranno i guardiani dell’Europa, ecc. Questo fa molta paura perché sappiamo per esperienza che, quando i tedeschi indossano gli elmetti, succedono cose brutte. The post «Per la Russia è normale che gli USA rivendichino la Groenlandia» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo «Per la Russia è normale che gli USA rivendichino la Groenlandia» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Teva, la farmaceutica israeliana al servizio del capitalismo brutalizzato
Teva Pharma opera come braccio sanitario ed economico del progetto sionista, traendo profitto direttamente dall’apartheid e dal genocidio contro il popolo palestinese Marina H. Eva M. Elvira P. Soledad A. su El Salto Poco prima della truffa del 2008 – eufemisticamente chiamata crisi economica – Naomi Klein ha pubblicato un’opera che continua a risuonare ancora oggi, La Dottrina dello shock (2007). Il nuovo sistema definito da Klein come corporativista era caratterizzato da un enorme trasferimento della ricchezza pubblica alla proprietà privata, dall’aumento della disuguaglianza economica e dalla comparsa di un nazionalismo violento che giustificava l’aumento della spesa per la difesa e la sicurezza militare. Quasi 20 anni dopo, il risultato di questa terapia d’urto è un’economia al servizio di un capitalismo bestializzato, come ha affermato la giornalista Laura Arroyo. Sotto la tutela di un variegato gruppo di élite neoliberiste fasciste e sioniste come Donald Trump, Elon Musk, Benjamin Netanyahu, Javier Milei o Ursula von der Leyen, Klein aveva già previsto nel 2007 che l’economia avviata nell’era di George Bush junior avrebbe continuato a funzionare fintanto che l’ideologia suprematista e imprenditoriale non fosse stata smascherata. All’interno di questo capitalismo corporativista e bestializzato, l’industria farmaceutica rappresenta il terzo settore dell’economia mondiale, dietro il traffico di armi e droga. Tale industria esercita il proprio potere in due modi: facendo pressione sui legislatori e sull’Organizzazione mondiale del commercio. Peter C. Gotzsche in Medicamentos que matan y crimen organizado (2014) dimostra come l’industria farmaceutica sia diventata il principale attore della propria regolamentazione. Le aziende farmaceutiche sono le prime responsabili di migliaia di casi di corruzione nel mondo, di frodi scientifiche, di iatrogenia e di disparità di approvvigionamento tra la popolazione mondiale. Sebbene le pratiche più discutibili dal punto di vista etico o corrotte delle aziende farmaceutiche siano quelle legate ai farmaci di marca, attraverso l’estensione dei brevetti dopo modifiche minime nella loro composizione, il marketing illegale e la promozione di farmaci per usi non approvati dalle autorità di regolamentazione e le pratiche di lobbying aggressivo nei confronti degli organismi di regolamentazione, tali pratiche corrotte hanno trovato anche nella produzione di farmaci generici una nuova nicchia di mercato per massimizzare i profitti, utilizzando a tal fine strategie capitalistiche di sfruttamento delle risorse e pratiche anticoncorrenziali. Da due decenni, la maggior parte dei paesi europei ha aumentato l’uso dei cosiddetti farmaci generici: farmaci che contengono le stesse caratteristiche farmacocinetiche, farmacodinamiche e terapeutiche del farmaco originale o di marca, ma il cui brevetto è scaduto. Questi hanno goduto di un’aura di bontà e quindi di tolleranza nei confronti delle critiche per aver facilitato l’accesso ai farmaci essenziali a una parte più ampia della popolazione grazie al loro costo inferiore e alla produzione decentralizzata. Tuttavia, come già accennato, la loro produzione e commercializzazione non sono esenti da logiche capitalistiche e pratiche aggressive che minacciano l’umanità, come nel caso dell’azienda farmaceutica israeliana Teva Pharma, una delle più grandi aziende produttrici di farmaci generici al mondo. Un articolo apparso recentemente su El Público sottolineava che il patrocinio dei progetti di ricerca e sviluppo di Teva España era cresciuto dell’88% dal 2023 e che l’investimento totale in pubbliche relazioni tra il 2023 e il 2024 era stato ridotto di 800.000 euro. Nello stesso articolo si sottolineava che, secondo Teva, nulla di tutto ciò aveva a che fare con il genocidio in corso. La notizia citava l’organizzazione Who Profits, che ha indicato Teva come azienda che trae vantaggio economico dall’occupazione illegale della Palestina e che figura nell’elenco delle aziende coinvolte nel business dell’occupazione stilato dal movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS). Ciò che l’articolo non menzionava è che, per quanto riguarda Teva Spagna, dal 2021 l’azienda farmaceutica ha investito quasi 40 milioni di euro solo per l’ampliamento della sua sede nel poligono industriale di Malpica en Zaragoza. L’allora sindaco di Saragozza, oggi presidente della comunità autonoma dell’Aragona, Jorge Azcón, affermò che Teva avrebbe beneficiato di un quadro fiscale vantaggioso. Sì, è sempre il profitto che conta. I VANTAGGI DELL’OCCUPAZIONE ILLEGALE Oltre alle molteplici forme di corruzione tipiche delle aziende farmaceutiche, Teva è un’azienda israeliana che ha tratto vantaggio dall’occupazione illegale, dal sistema di apartheid e dal mercato vincolato derivante dal Protocollo di Parigi del 1994, accordo economico nell’ambito degli Accordi di Oslo (1993-1995). Questo accordo economico ha stabilito una dipendenza economica della Palestina dalle politiche e dalle leggi doganali israeliane per l’importazione e l’esportazione di merci. Per quanto riguarda l’industria farmaceutica, questa dipendenza ha avuto e continua ad avere ripercussioni negative sul popolo palestinese. L’importazione di medicinali in Cisgiordania è consentita solo se questi sono registrati in Israele. Ciò impedisce al mercato palestinese di mantenere relazioni eque di importazione ed esportazione di medicinali con altri mercati vicini. Ad esempio, per motivi di “sicurezza”, l’industria farmaceutica palestinese non può spedire medicinali attraverso l’aeroporto Ben Gurion, ma deve farlo – sempre con il permesso di Israele – attraverso la Giordania; ciò rende questi medicinali più costosi e quindi meno competitivi rispetto a quelli israeliani. Questo è uno dei numerosi esempi di come le aziende farmaceutiche israeliane si vedono favorite dal sistema di occupazione e apartheid. Nel caso della Striscia, Israele vieta deliberatamente l’esportazione di farmaci sviluppati a Gaza da quando, il 19 settembre 2007, ha dichiarato la Striscia di Gaza entità nemica. In questo modo, Israele impedisce lo sviluppo dell’industria farmaceutica di Gaza. In un rapporto pubblicato nel 2020 dall’Alto Commissariato per i diritti umani, “Gaza 2020: Uninhabitable and Unnoticed as Israel’s Restrictions Tighten” (Gaza 2020: Inabitabile e ignorata mentre le restrizioni di Israele si inaspriscono), si menzionava la frammentazione e lo smantellamento del sistema sanitario di Gaza come conseguenza del blocco della Striscia. All’origine di questa crisi sanitaria vi era il complesso regime di permessi di uscita per motivi sanitari e il rifiuto arbitrario di tali permessi imposto dalle forze di occupazione israeliane, che causava ansia ai pazienti e alle loro famiglie, aggravando le loro condizioni di salute. Il rapporto segnalava la violazione del diritto del popolo palestinese alla salute e alla vita e citava come esempio la morte di due bambini palestinesi di 9 giorni e 8 mesi a causa del ritardo deliberato nel rilascio di tali permessi di evacuazione. Va sottolineato che alcuni degli elementi costitutivi del crimine di apartheid sono la creazione di regolamenti e leggi che limitano la libera circolazione delle persone nel territorio (i permessi sanitari e i checkpoint ne sono un chiaro esempio in Palestina). Per quanto riguarda il genocidio, sappiamo che dopo che la Corte internazionale di giustizia ha richiesto nel gennaio 2024 misure immediate per fermare atti suscettibili di genocidio e ha riconosciuto il “rischio reale e imminente di danno irreparabile” ai diritti dei palestinesi di Gaza ai sensi della Convenzione contro il genocidio, l’azienda farmaceutica Teva ha mantenuto uno stretto rapporto con le politiche di Israele. Nell’ottobre 2023, Teva ha donato 1,5 tonnellate di attrezzature sanitarie all’ONG israeliana Pitchon Lev, tra cui la raccolta di attrezzature per i soldati dell’IDF. Nello stesso mese di ottobre, Teva ha colto l’occasione per rafforzare la cooperazione con l’organizzazione no profit Haverim Le Refuah e ha aumentato la sua donazione di medicinali. Solo per citare un esempio di ipocrisia, questa organizzazione benefica ha espresso la sua preoccupazione sul Jerusalem Post per gli 11 prigionieri israeliani del 7 ottobre affetti da diabete, ma non ha mai preso posizione sulle migliaia di casi di diabete, cancro o cardiopatie gravi tra gli oltre 11.000 ostaggi palestinesi. Teva ha anche donato attrezzature sanitarie al servizio di emergenza e assistenza medica israeliano, Magan David Adom (MDA), che collabora strettamente con l’IDF e, in particolare, con il comando di retroguardia come braccio medico ausiliario. Non solo, ma il presidente di un comitato di supervisione della MDA nel 2007, il rabbino Shmuel Eliyahu, ha esortato Israele in alcune dichiarazioni nel maggio 2007 a massacrare un milione di palestinesi e di impiccare agli alberi i figli dei palestinesi considerati terroristi. La MDA è stata denunciata da numerose organizzazioni per i diritti umani, tra cui il Sindacato dei giornalisti palestinesi, per aver negato assistenza medica ai palestinesi feriti. Richard Francis, amministratore delegato di Teva, ha dichiarato il 20 febbraio 2024 al quotidiano Times of Israel che la resilienza del team di Teva era stata straordinaria e che la grande sfida era quella di gestire rapidamente un’attività su scala globale in un momento di tensione. In altre parole: nel bel mezzo del genocidio del popolo palestinese bisognava fare affari. Infatti, il 10% del personale di Teva è stato chiamato alle armi dall’inizio del genocidio e questi sono stati ricompensati economicamente dall’azienda farmaceutica. Un mese prima, alla fine di gennaio 2024, undici ministri e quindici deputati della coalizione dell’attuale governo israeliano hanno tenuto una serie di conferenze in cui è stata richiesta, tra canti e balli, l’espulsione definitiva dei palestinesi dalla Striscia di Gaza e il reinsediamento dei coloni. Il coinvolgimento di Teva è stato ribadito dalle parole di Yossi Ofek, direttore generale di Teva Israele e del cluster Ucraina, Africa e Medio Oriente. Ofek ha dichiarato a Ice System il 10 aprile 2024 che Teva si è mobilitata fin dal primo giorno di guerra a beneficio di Israele, ovvero dei feriti, delle loro famiglie e… delle forze di sicurezza. È più che evidente che se si finanziano un governo, organizzazioni e aziende che esigono la deportazione di un popolo, il mantenimento di un sistema di apartheid e la pulizia etnica; e se si finanziano e si aiutano i soldati che compiono questi atti, si stanno finanziando crimini contro l’umanità. Questo è qualcosa che noi di Health Workers For Palestine España denunciamo da più di un anno. Le guerre, i massacri, i genocidi sono costosi, per questo, nella logica del capitalismo corporativista e bestializzato, le politiche eliminazioniste tengono conto del rapporto costi-benefici. Lo sterminio di migliaia di persone ha un altro obiettivo, oltre a quello già intrinseco, ed è quello di rifondare i rapporti di potere e creare altre regole del gioco economico in cui solo pochi abbiano benefici assoluti. Questi pochi sono quelli che Klein ha collocato nella bolla dell’estrema ricchezza e per i quali la sentenza di Noam Chomsky ha pieno senso: profit over people. Migliaia di multinazionali hanno guadagnato e continuano a guadagnare enormi quantità di dollari ed euro dal genocidio in corso, come ha dimostrato nel suo rapporto “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio” Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi. L’impunità e l’inerzia istituzionale internazionale giocano a favore dei genocidi. Per il capitalismo corporativista e bestializzato, se il costo dell’uccisione di migliaia di persone a Gaza fosse stato un rischio economico, non sarebbe mai avvenuto. Quindi, se è avvenuto è perché uccidere un intero popolo è economicamente redditizio. E questo è qualcosa che non dovremmo dimenticare. In un altro rapporto precedente, “Il genocidio come soppressione coloniale” dell’ottobre 2024, Albanese ha sottolineato che la diffusione della dottrina secondo cui la determinazione del popolo palestinese è una minaccia per la sicurezza di Israele è la giustificazione per legittimare un’occupazione illegale permanente. Secondo Yakov Rabkin, il sionismo, come progetto nazionalista europeo e statunitense, giustifica l’aumento della spesa per la difesa in Israele come l’unico modo per salvaguardare tutti gli ebrei del mondo, anche se molti ebrei non sono d’accordo con il progetto sionista. Per questo motivo, la disumanizzazione e la reificazione del popolo palestinese dal 1948 ad oggi è uno dei fondamenti della politica statale di Israele, indipendentemente dal tipo di governo che si sia succeduto. Sostenere economicamente un’entità etnocratica e razzista come Israele significa finanziare politiche di estrema crudeltà. Tutto questo variegato gruppo di canaglie e assassini come Benjamin Netanyahu, Bezalel Yoel Smotrich, Itamar Ben-Gvir, Daniella Weiss sono ancora lì perché migliaia di aziende finanziano i loro crimini contro l’umanità. Teva è una di queste aziende. Ma a tutti questi psicopatici e imprenditori collaborazionisti ricordiamo che, prima o poi, quell’economia avviata nell’era di George Bush junior sarà smascherata, così come un giorno la Palestina sarà libera. The post Teva, la farmaceutica israeliana al servizio del capitalismo brutalizzato first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Teva, la farmaceutica israeliana al servizio del capitalismo brutalizzato sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.