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giornalismo o barbarie

Maya Issa: «La Palestina deve essere il cuore pulsante del 28 marzo»
VERSO TOGETHER. L’INTERVENTO DI MAYA ISSA, DEL MOVIMENTO STUDENTI PALESTINESI IN ITALIA, ALL’ASSEMBLEA DEI NO KINGS Dobbiamo rompere il muro di ipocrisia che circonda il massacro in corso. Dal momento esatto in cui è stato annunciato il fantomatico “cessate il fuoco”, sono stati uccisi oltre 600 palestinesi. Questa non è una tregua: è la prosecuzione metodica di un genocidio che non si è mai fermato. Dobbiamo essere chiari: quello a cui assistiamo non è un’operazione di sicurezza, ma l’attuazione violenta del progetto della “Grande Israele”. Israele mira all’espansione totale, cancellando i confini e annientando il popolo palestinese per occuparne ogni centimetro di terra. Ma questa non è solo una questione regionale: Israele rappresenta oggi una minaccia globale. Insieme agli Stati Uniti, agisce come un braccio armato che calpesta il diritto internazionale, come dimostra l’attacco all’Iran. L’obiettivo è destabilizzare intere aree per imporre regimi servili, come quello di Pahlavi, funzionali agli interessi imperialisti. 1 marzo 2026, l’assemblea nazionale del Movimento No Kings ospitata nella sala Ilaria Alpi dell’Arci Nazionale IL SIONISMO INQUINA LE DEMOCRAZIE La destra sa perfettamente cosa fare. Sta portando avanti la propria agenda con ferocia: dai decreti sicurezza che criminalizzano il dissenso, ai tentativi di equiparare per legge l’antisionismo all’antisemitismo per tappare la bocca a chiunque critichi il regime coloniale. Noi non possiamo rispondere con un linguaggio banale o appiattito. Serve una reale agenda politica capace di fermare le destre e il progetto sionista. E dobbiamo lottare da qui, perché il sionismo non è un concetto lontano: è presente nelle nostre città, nelle nostre istituzioni. Il sionismo è una forza che inquina le nostre democrazie, finanzia lobby come l’Enet con sede qui a Roma — l’equivalente dell’AIPAC — e spinge per leggi liberticide che equiparano l’antisionismo all’antisemitismo. Il governo italiano è complice due volte. Prima ha finanziato il genocidio e fornito armi; ora, attraverso il “Board of Peace” — un organismo palesemente incostituzionale — cerca di ripulirsi l’immagine parlando di pace. Ma dietro la parola “ricostruzione” si nasconde lo sciacallaggio. I grandi gruppi italiani — Webuild, Buzzi Unicem, Cementir, Leonardo, Terna, Italferr — sono già pronti a lucrare sulle macerie di Gaza. Vogliono trasformare la distruzione in profitto, trasformando il sangue palestinese in contratti per il cemento e le infrastrutture. Maya Issa, presidente del Movimento studenti palestinesi in Italia INTERSEZIONALITÀ E AUTODETERMINAZIONE Lottare per la Palestina significa lottare per ogni popolo oppresso. Non possiamo più separare le lotte: serve un’intersezionalità reale. Il filo conduttore che ci unisce non è solo l’opposizione ai nemici comuni, USA e Israele, ma la difesa dell’autodeterminazione. Oggi non servono parole banali, serve un’agenda politica di rottura: *  Sanzioni e isolamento totale di Israele. *  Embargo militare immediato. *  Boicottaggio di ogni azienda complice. Nella manifestazione del 28, la Palestina deve essere il cuore pulsante. La Palestina è la nostra cartina di tornasole: ci sta insegnando che è la sua resistenza a liberare noi, svelando la ferocia del sistema globale e ridandoci la dignità di lottare. The post Maya Issa: «La Palestina deve essere il cuore pulsante del 28 marzo» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Maya Issa: «La Palestina deve essere il cuore pulsante del 28 marzo» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 1, 2026
Popoff Quotidiano
Regno Unito, il tempo del crepuscolo del Labour
IL GREEN PARTY SCALZA IL LABOUR DA UN COLLEGIO DEL “RED WALL”. E CORBYN VINCE LA BATTAGLIA PER LA LEADERSHIP DEL NUOVO YOUR PARTY La candidata dei Verdi ha vinto l’elezione suppletiva destinata a rinnovare un seggio di deputato nel collegio di Gorton and Denton, tradizionale bastione del cosiddetto “muro rosso” dell’Inghilterra del nord. Il risultato viene definito da Dave Kellaway, su Anticapitalist Resistance, come storico: si trattava del 38° collegio più sicuro per il Labour e il settimo maggiore swing contro un governo laburista. Non era nemmeno un obiettivo prioritario per i Verdi. L’affluenza, simile a quella delle elezioni generali, dimostra che non si è trattato di un voto “anomalo”: molti elettori laburisti non sono rimasti a casa, ma sono passati direttamente ai Verdi, permettendo loro di eleggere il primo deputato nel Nord dell’Inghilterra e di vincere la prima suppletiva della loro storia. Questa sconfitta segna il fallimento della strategia della leadership laburista guidata da Keir Starmer, accusata di inseguire gli elettori di destra di Reform UK nei collegi ex “red wall”, trascurando l’elettorato progressista. Kellaway paragona questa linea alla “strategia Macron”, puntare sul voto utile contro l’estrema destra invece che su un programma capace di mobilitare. Figure della sinistra laburista come John McDonnell avevano già avvertito che inseguire Reform su temi come l’immigrazione avrebbe solo rafforzato la destra. Il risultato ha visto non solo Reform superare il Labour, ma lo hanno fatto anche i Verdi. Un tema centrale della campagna è stato il sostegno del Labour a Israele nella guerra a Gaza, che ha alienato molti elettori, soprattutto tra chi ha partecipato alle mobilitazioni per la Palestina. La nuova deputata verde, Hannah Spencer, ha collegato esplicitamente la crisi del costo della vita a Manchester con le sofferenze dei palestinesi a Gaza. Reform ha reagito accusando i Verdi di “settarismo” e insinuando brogli elettorali nelle comunità musulmane, accuse smentite pubblicamente da commentatori come Dan Hodges. Kellaway sostiene che la vittoria verde non sia stata solo un voto tattico anti-Reform, ma il frutto di un programma progressista rafforzato dalla nuova leadership di Zack Polanski, che ha affiancato a quello ambientalista un profilo socialdemocratico di sinistra. I Verdi hanno difeso politiche radicali su droghe, diritti LGBT+ e immigrazione, resistendo alla campagna di attacco del Labour. Una lezione per i socialisti: è possibile vincere con un programma coerentemente progressista, senza piegarsi al “consenso del centro estremo”. Il testo invita anche la sinistra marxista a non liquidare i Verdi come forza piccolo-borghese o destinata al tradimento, riconoscendo che oggi comprendono decine di migliaia di lavoratori e giovani. Pur sostenendo la necessità di un nuovo partito di sinistra, Kellaway propone un rapporto di alleanza e collaborazione con i Verdi, citando positivamente l’appello al voto verde di Jeremy Corbyn e Zarah Sultana. Per il Labour si apre ora una crisi interna: la sconfitta potrebbe favorire una sfida alla leadership, con figure come Andy Burnham o Angela Rayner viste come possibili alternative “soft left”, anche se giudicate insufficienti su temi come Palestina e diritti dei migranti. Intanto Reform, pur forte nei sondaggi, mostrerebbe limiti strutturali nell’andare oltre una solida base del 30%, e la vittoria verde dimostrerebbe che anche settori della classe operaia bianca nel Nord possono essere sottratti alla destra. Tutto ciò in un momento in cui è sempre più evidente la compromissione di pezzi del suo cerchio magico nell’affaire Epstein a partire dal potente e chiacchierato capo di gabinetto del premier, Morgan McSweeney,  indicato da più parti come una sorta di figlioccio politico del 72enne Peter Mandelson, considerato compromesso fino al collo con Epstein, e come promotore della sua nomina ad ambasciatore. Proprio da questi ambienti nostalgici del blairismo è partita la feroce campagna contro la sinistra del Labour che ha portato al disarcionamento di Corbyn e alle calunnie su un suo presunto antisemitismo. E proprio nella sinistra a sinistra del Labour, questi giorni registrano la vittoria di Jeremy Corbin nelle elezioni per il comitato centrale del nuovo soggetto politico di cui Popoff ha spesso dato conto del lungo processo di gestazione. “Jeremy Corbyn ora controlla Your Party. È una cosa positiva?”, si chiede Novara Media titolando il pezzo di Rivkah Brown che analizza l’esito delle votazioni.  In sintesi, le elezioni del Comitato Esecutivo Centrale (CEC) di Your Party hanno prodotto un risultato netto: la lista “The Many”, legata a Jeremy Corbyn, ha conquistato 14 dei 24 seggi, contro i 7 della corrente “Grassroots Left” vicina a Zarah Sultana. I restanti 3 sono andati a indipendenti. In termini di voti, The Many ha ottenuto circa 8.000 prime preferenze (37%), Grassroots Left circa 6.000 (28%), mentre il 35% si è distribuito su candidati indipendenti. Un dato importante: Corbyn ha la maggioranza relativa dei voti ma una quasi maggioranza assoluta nell’organo dirigente. Questo gli consente, di fatto, di orientare linea politica e scelte organizzative. Il paradosso è evidente. Il partito era nato con l’ambizione di superare personalismi e verticalismi, ma il risultato rafforza proprio la centralità del suo fondatore. L’ala di Corbyn ha già preannunciato la sua leadership parlamentare, contando sul voto compatto del proprio blocco nel CEC. L’idea di una direzione realmente collettiva esce notevolmente ridimensionata. Zarah Sultana aveva puntato su una maggiore democratizzazione interna, su proposte programmatiche radicali (abolizione della monarchia, trasparenza finanziaria, ecosocialismo esplicito) e su un modello di co-leadership. Secondo Rivkah Brown, però, avrebbe sottovalutato il peso simbolico di Corbyn nella base. Pur considerata da molti la sua erede naturale, non ha sfondato. Il tentativo di mobilitare la base contro un “establishment interno” – incarnato, ironicamente, da Corbyn stesso – non ha avuto successo. Per ora, la linea sembra chiara: collaborare con la maggioranza corbyniana sarà più produttivo che sfidarla frontalmente. Ma il rischio è che una centralizzazione eccessiva soffochi proprio quell’energia militante di cui il partito avrebbe bisogno per crescere. Secondo l’analisi di Simon Hannah su Anticapitalist Resistance, ciò che accade dentro Your Party riflette un problema più ampio: la debolezza strutturale della sinistra in Gran Bretagna. Quarant’anni di neoliberismo, austerità e campagne mediatiche razziste hanno spostato l’asse politico a destra. Dalla stagione thatcheriana in poi, sindacati combattivi sono stati sconfitti o ridimensionati; oggi il movimento sindacale opera sotto alcune delle leggi anti-lavoratori più restrittive dell’Europa occidentale. Questo contesto non può essere aggirato con ottimismo volontarista. È vero che la sinistra britannica ha saputo costruire grandi mobilitazioni – dalle proteste anticapitaliste dei primi anni 2000 al movimento contro la guerra in Iraq, fino alle campagne contro l’austerità e alla solidarietà con la Palestina – ma i movimenti, da soli, non sostituiscono un partito. Qui sta il punto centrale di Hannah: senza un partito che lotti per il potere, la sinistra resta confinata alla protesta o alla propaganda. La leadership di Corbyn nel Labour aveva rappresentato un ritorno alla strategia: la possibilità concreta di contendere il governo. Ma quell’esperienza ha anche mostrato quanto il Labour Party fosse strutturalmente radicato nell’ordine capitalistico britannico. La sconfitta del 2019 – e l’ascesa dell’ala blairiana oggi guidata da Keir Starmer – hanno chiuso quella finestra. Figure come Morgan McSweeney e gran parte del gruppo parlamentare laburista rappresentano, secondo questa lettura, la funzione storica del Labour: riformare senza mettere in discussione il capitalismo. Per anni si è chiesta la costruzione di una nuova forza a sinistra del Labour, capace di raccogliere l’eredità di Momentum. Corbyn, però, aveva esitato, limitandosi alla Peace and Justice Coalition. Questo vuoto ha permesso ai Verdi di occupare parte dello spazio elettorale a sinistra. Ma, avverte Hannah, lo “spazio” non è un oggetto astratto: è fatto di persone con bisogni, paure e contraddizioni. Un partito non cresce semplicemente presentandosi alle elezioni e proclamando il socialismo. Cresce se si radica nelle comunità operaie, nei sindacati, nelle campagne, nelle lotte contro austerità, razzismo e guerra. I Verdi, pur in crescita, restano un partito elettorale senza una strategia di trasformazione radicale dal basso. Your Party potrebbe colmare questo vuoto – ma solo se diventa un “partito utile nella lotta di classe”, per usare la formula della Quarta Internazionale: uno strumento capace di coordinare azioni efficaci e di far avanzare la coscienza collettiva contro il capitalismo. Salvo elezioni anticipate, c’è tempo fino al 2029. Questo periodo potrebbe servire a costruire una forza radicata e capace di capitalizzare la polarizzazione crescente in una società segnata da crisi economica, collasso climatico e ascesa dell’estrema destra (con figure come Nigel Farage pronte a intercettare il malcontento). Ma se Your Party resta chiuso nelle proprie faide interne – dogmatismo, settarismo, personalismi – rifletterà semplicemente le debolezze storiche della sinistra britannica. La vittoria di Corbyn nel CEC non risolve la crisi strategica: la rende più urgente. Può rappresentare una stabilizzazione necessaria oppure l’inizio di una nuova stagnazione, se non si traduce in organizzazione reale, formazione politica e intervento sistematico nelle lotte sociali. Per un osservatore italiano, la dinamica è familiare: un leader carismatico che tenta di trasformare un movimento in partito, una generazione più giovane e gli ambiti della sinistra radicale non stalinista che chiedono maggiore radicalità e democrazia interna, un contesto strutturale segnato da sconfitte storiche della sinistra. La vera domanda non è chi controlla il CEC oggi, ma se Your Party saprà diventare qualcosa di più di una proiezione del nome di Corbyn. Senza radicamento sociale e strategia di lungo periodo, anche una maggioranza interna può rivelarsi fragile. Con una strategia chiara, invece, potrebbe diventare l’inizio di una ricomposizione della sinistra britannica dopo decenni di arretramento. The post Regno Unito, il tempo del crepuscolo del Labour first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Regno Unito, il tempo del crepuscolo del Labour sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 28, 2026
Popoff Quotidiano
Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerra
LA GUERRA RIMOSSA. IL LAVORO DEI SOCIOLOGI CHE SFIDANO IL CREMLINO: IL PS LAB, LABORATORIO INDIPENDENTE BOLLATO COME “AGENTE STRANIERO” Che cosa accade nella società russa dopo quattro anni di conflitto? In un Paese dove si può finire sotto processo per una parola sbagliata, rispondere a questa domanda è quasi impossibile. Dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, la società russa è diventata sempre più chiusa nei confronti dei ricercatori. Argomenti delicati e “politicizzati”, come la percezione della guerra da parte dei russi, la propaganda russa, il servizio militare e la resistenza ad esso, la società civile (compresi i segmenti favorevoli alla guerra), ecc. sono particolarmente difficili da studiare. Eppure un gruppo di sociologi indipendenti prova a farlo, costruendo un archivio che è già, di per sé, un atto politico. Il Laboratorio di Sociologia Pubblica (PS Lab) è un gruppo di ricerca autonomo che si occupa di politica e società in Russia e nella regione post-sovietica in una prospettiva comparativa. Dal 2022 conduce un’inchiesta permanente sulla Russia in tempo di guerra. Non sondaggi – troppo esposti a distorsioni in un contesto repressivo – ma ricerca qualitativa: lunghe interviste basate sulla fiducia, etnografie della vita quotidiana, osservazioni sul campo in regioni come Kursk, Buriazia, Krasnodar. L’archivio conta oggi circa 500 interviste approfondite – con russi “apolitici”, sostenitori e oppositori della guerra, volontari, potenziali coscritti, familiari di soldati – e oltre 700 pagine di osservazioni etnografiche. Tutto è conservato in forma anonima su cloud sicuri, accessibili solo ai ricercatori. Gli argomenti sono i più sensibili: percezione della guerra, propaganda, mobilitazione militare, resistenza civile, segmenti pro-guerra della società. Dal marzo 2024 il Ministero della Giustizia russo ha designato il laboratorio come “agente straniero”, imponendo obblighi burocratici, etichette pubbliche e nuovi rischi personali per i ricercatori. Ma il lavoro continua. Il cuore della loro missione è dichiarato: combinare rilevanza pubblica, rigore metodologico e profondità teorica. Per il PS Lab non esiste conoscenza neutrale: la pretesa di apoliticità è un’illusione. Meglio riconoscere i propri presupposti e fondare l’impegno su basi metodologiche solide. “Avere impegni politici senza metodologia significa essere un politico; avere una metodologia senza impegno significa essere un positivista sterile”, sintetizzano. LA SOCIOLOGIA PUBBLICA IN UNO STATO AUTORITARIO Fondato nel 2011, all’indomani delle grandi proteste contro il potere putiniano, il PS Lab affonda però le radici ancora prima, nel movimento studentesco dell’Università Statale di Mosca del 2007. Alcuni dei suoi membri si sono incontrati per la prima volta nel 2007 nell’ambito dell’OD Group, un movimento studentesco che lottava per la qualità dell’istruzione presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università Statale di Mosca. Da allora ha studiato movimenti sociali, trasformazioni del lavoro, economia politica dei regimi autoritari, fino ad arrivare alla guerra in Ucraina. Oggi il team è diviso in due: da una parte chi raccoglie i dati sul campo e resta anonimo; dall’altra ricercatori affiliati a università, che analizzano e firmano i lavori. Una divisione necessaria per proteggere chi opera nei territori. Il laboratorio non ha sponsor. Pubblica su testate di orientamenti diversi – purché non censurino dati o conclusioni – perché considera essenziale alimentare un dibattito pubblico informato. In una società che non discute, sostengono, non può esserci alcuna influenza sugli eventi. Studiare la Russia significa anche comprendere un fenomeno più ampio: l’emergere di regimi autoritari che non si limitano alla repressione ma combinano controllo politico e redistribuzione selettiva, capitalismo di Stato e gestione ideologica. La Russia di Putin, spiegano, non è un’eccezione isolata. La tendenza autoritaria è ben più ampia, e include la Turchia di Erdoğan, l’Ungheria di Orbán o gli Stati Uniti di Trump. «Ma questi regimi non sono solo repressivi. Cercano di soddisfare la popolazione ridistribuendo la ricchezza, passando dal neoliberismo al capitalismo di Stato», continua il sociologo. Studiare la Russia significa anche cercare di capire se questi nuovi regimi autoritari riusciranno a mettere in atto un modello politico ed economico alternativo al mondo liberale», spiega uno dei sociologi, Oleg Zhuravlev, a Justine Brabant di Mediapart. Una parte dei risultati è stata pubblicata a dicembre in un numero speciale della rivista Russian Analytical Digest. Il quadro che emerge è quello di una società che, nella sua maggioranza, sceglie di non vedere. La guerra “cessa di essere qualcosa di straordinario e viene relegata ai margini dell’attenzione”, scrivono i sociologi. Gli adesivi “Z” spariscono dalle auto, le bandiere vengono ritirate, gli eventi ufficiali si svuotano. La guerra non è argomento di discussione pubblica. Brabant cita la risposta emblematica di un giovane di Kursk, a pochi chilometri dal fronte, che ride quando gli chiedono cosa significhi vivere in tempo di guerra: “Quale guerra?”. Anche dove sirene, soldati e rifugiati sono presenza quotidiana, il conflitto viene trattato come fastidio logistico – traffico, carenza di alloggi – non come scelta politica. Quando la guerra viene evocata, è attribuita a decisioni prese “lassù”: “Sanno quello che fanno”, dice un intervistato. La mobilitazione ideologica del Cremlino non ha prodotto una vera unità nazionale. “La guerra non ha creato un’unità attorno alla bandiera”, osservano i ricercatori: la crisi ha accentuato la frammentazione sociale. Persino tra i volontari che sostengono materialmente i soldati – spesso donne – il consenso non è monolitico. Molte di queste persone criticano il ministero della Difesa e concentrano la propria lealtà sui singoli soldati, non sullo Stato. Una trentenne della regione di Perm protesta – “Se dicessero le cose come stanno realmente, Putin sarebbe stato fatto a pezzi già da tempo” – e promette di essere “in prima linea per farlo”. La motivazione principale del loro volontariato non sembra risiedere nell’allineamento politico, ma la ricerca di appartenenza e riconoscimento. Il legame con la guerra è emotivo, comunitario, quasi identitario. Le trascrizioni delle interviste rendono conto in modo sorprendente del legame singolare che sviluppano con la guerra. «Quando sei lì [al fronte], nonostante tutto, ti rilassi, perché ti senti con il tuo branco, con i tuoi. Lì ti ricarichi, vedi la guerra con i tuoi occhi e poi torni con questa nuova energia. Non puoi più stare lontano: ci torni», assicura una cinquantenne della regione di Saratov. Resta aperta la domanda su cosa accadrà dopo: questa mobilitazione produrrà lealtà duratura, smobilitazione civica o frustrazione politica? La ricerca del PS Lab mostra che tra propaganda e repressione esiste uno spazio grigio fatto di rimozione, adattamento, frammentazione. In una società in guerra, capire questo spazio è già una forma di resistenza intellettuale. The post Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerra first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerra sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 26, 2026
Popoff Quotidiano
Ma chi sono le nazi-femministe francesi?
DAL RN AI NEOFASCISTI VIOLENTI, NEMESIS AL CROCEVIA DELL’ESTREMA DESTRA Gli scambi rivelati da “L’Humanité” mostrano gli stretti legami che il collettivo identitario intrattiene con i militanti neofascisti di Lione. Fin dalla sua creazione, il movimento guidato da Alice Cordier naviga all’incrocio di tutte le estrema destra, dalla più settaria alla più istituzionalizzata. Youmni Kezzouf per Mediapart «Possiamo essere due o tre ragazze a distribuire volantini dove volete che li consegniamo. Un po’ per fare da esca, e non lo rivendicheremo come Nemesis…» Questa proposta è stata formulata nell’ottobre 2025 in un gruppo Telegram di cinque persone, secondo le informazioni fornite da L’Humanité. Proviene da una responsabile locale del movimento identitario femonazionalista e si rivolge a un dirigente di Audace Lyon, un gruppuscolo neofascista lionese. Obiettivo: tendere una trappola alla «sinistra» affinché i teppisti di Audace possano aggredirla. Questo scambio getta nuova luce sulle strategie di mobilitazione di un gruppo che rivendica l’agit-prop e la provocazione pacifica, ma che allo stesso tempo frequenta sia i militanti più radicali che i dirigenti dei partiti politici. In questa conversazione su Telegram, le militanti locali di Némésis si organizzano per un’azione a cui sono abituate: una provocazione in pochi, con slogan e cartelli, per disturbare una manifestazione di sinistra o scatenare le proteste degli studenti progressisti in una delle facoltà della città. Il tutto in stretta collaborazione con Calixte Guy, leader del gruppuscolo Audace Lyon, che è succeduto al Bastion social e al Lyon populaire in seguito ai rispettivi scioglimenti. «Voi andate a Lyon 2-Lyon 3 a fare la vostra azione, noi mettiamo insieme una squadra sul posto per catturare la sinistra», suggerisce l’attivista nella registrazione riportata alla luce da L’Humanité. Sabato 21 febbraio ha partecipato alla marcia in omaggio a Quentin Deranque a Lione (Rodano). Il 23 febbraio, durante la trasmissione di CNews, la presidente di Némésis, Alice Cordier, ha accusato il giornale all’origine di queste rivelazioni di «aver perso la testa» basandosi su «un oscuro scambio su Telegram con pseudonimi che nessuno capisce ». Contattata da Mediapart, non ha risposto alle nostre richieste. In un comunicato pubblicato su X, il collettivo denuncia «un’operazione di disinformazione» e annuncia di aver presentato una denuncia per diffamazione contro L’Humanité. Gli happening sono il marchio di fabbrica del gruppo femminista nazionalista sin dalla sua creazione nel 2019. Ha ripreso il repertorio di azioni degli identitari: srotolare striscioni durante le manifestazioni, disturbare i cortei e comunicare il più possibile su questi momenti. Con i rischi che ciò comporta: uno dei primi happening si è concluso con una rapida evacuazione della marcia contro la violenza sulle donne del 23 novembre 2019, che le militanti di Némésis erano venute a disturbare con slogan contro «gli stranieri stupratori». UNA MODALITÀ DI AZIONE EREDITATA DAGLI IDENTITARI Con la crescita del gruppo, che attualmente conta 550 aderenti su tutto il territorio, le sue leader hanno creato un servizio d’ordine informale per garantire la sicurezza delle loro militanti e poter intervenire con la forza, se necessario. Hanno quindi attinto dal vivaio di giovani militanti maschi di vari gruppi estremisti. «Chiedono protezione a militanti che sono felici di fare i cavalieri, ma si integrano poco nel movimento», commenta con sarcasmo un ex militante identitario che ha lavorato nel loro servizio d’ordine. «Vogliono prendersi dei colpi, perché è il loro modello di militanza, ma senza prenderne troppi. E per questo si servono di altri militanti che corrono i rischi al posto loro. Una storia come quella di Quentin doveva inevitabilmente accadere un giorno». Nel novembre 2021, un nuovo disturbo della marcia contro la violenza sulle donne si è trasformato in una battaglia campale. Con i volti coperti, a volte armati di cinture o di un paletto metallico, alcuni squadristi hanno attaccato il corteo femminista. Tra loro: due dirigenti del sindacato di estrema destra La Cocarde, tra cui Vianney Vonderscher, che presiederà il sindacato prima di diventare collaboratore di un eurodeputato del Rassemblement national (RN). Da buoni identitari, i dirigenti di Némésis lavorano su due fronti: l’attivismo, nelle strade e sui social network, e l’istituzionalizzazione per diffondere le loro idee nelle sfere dirigenziali «Hanno ripreso ciò che c’era di più nuovo in Génération identitaire, il suo repertorio di azioni», analizza la politologa Marion Jacquet-Vaillant. «Si tratta di azioni il cui scopo principale è quello di ottenere visibilità mediatica e di disturbare eventi politici». Nel 2020, Alice Cordier, ex membro dell’Action française e a lungo vicina a un militante del gruppo neofascista Zouaves Paris, ha preso la parola durante il «forum della dissidenza», organizzato dalla fondazione identitaria Polémia di Jean-Yves Le Gallou. L’attivista ha illustrato in dettaglio il suo progetto politico: «Il nostro ruolo è quello di difendere i nostri uomini, i nostri maschi bianchi, e di ridare lustro al comunitarismo, tra persone che considerano la Francia come la loro unica nazione e la cultura europea come la loro». Qualche anno dopo, il pubblico di Alice Cordier ha ampiamente superato le sfere dell’estrema destra di nicchia. La presidente di Némésis è ora regolarmente invitata dai media Bolloré e coltiva la sua vicinanza con i politici istituzionali. Nel febbraio 2024, il senatore di Marsiglia (Bouches-du-Rhône) Stéphane Ravier ha ricevuto una delegazione del suo gruppo al Palazzo del Lussemburgo per consegnare una medaglia simbolica a una delle sue attiviste. Nel novembre dello stesso anno, il gruppo RN al consiglio regionale di Bourgogne-Franche-Comté aveva brandito nell’emiciclo un cartello xenofobo – «Stupatori stranieri fuori» – esposto pochi giorni prima da un’attivista di Némésis durante il carnevale di Besançon. Nel settembre 2024, è stata l’eurodeputata RN Virginie Joron ad accogliere Alice Cordier al Parlamento europeo per un evento sulla libertà di espressione. Una delle dirigenti del movimento, Nina Azamberti, è stata per un breve periodo assistente parlamentare del deputato RN Romain Baubry, mentre Marie-Émilie Euphrasie, membro del gruppo sin dalla sua creazione, ha rappresentato il partito RN a Parigi durante le elezioni legislative del 2022. «Nemesis […], complimenti per la vostra lotta, sapete che vi sono molto vicino», aveva risposto Bruno Retailleau, allora ministro dell’Interno, quando Alice Cordier lo aveva pubblicamente interpellato sullo scioglimento della Jeune Garde nel gennaio 2025. Le affinità non sono solo politiche. Astrid Mahé O’Chinal, cofondatrice del movimento, è la figlia di Jildaz Mahé O’Chinal, una delle figure di spicco della «GUD connection». Alla fine del 2024, Le Monde aveva rivelato che il maniero di Montretout, proprietà storica della famiglia Le Pen, era servito da base alle militanti riunite per preparare un’azione durante la manifestazione annuale del collettivo femminista #NousToutes. Le immagini che hanno permesso questa rivelazione sono state girate da Jordan Florentin, direttore della rivista Frontières e ospite abituale dell’emittente CNews, che appare regolarmente in occasione di eventi festivi al fianco dei dirigenti di Némésis. Alice Cordier è ormai presente a tutti gli eventi che riuniscono l’estrema destra, dal “vertice delle libertà” co-organizzato da Vincent Bolloré e Pierre-Édouard Stérin alla messa in suffragio di Jean-Marie Le Pen. «Fin dall’inizio, questo movimento era al crocevia dell’estrema destra. Alice Cordier era fin dall’inizio molto inserita sia nell’ambiente partitico che in quello radicale più marginale. Questo spiega in parte il successo di Nemesis», sottolinea Marion Jacquet-Vaillant, specialista dei movimenti identitari. LOTTE IDEOLOGICHE INTERNE Ora, per le sue azioni più importanti, Nemesis si avvale di un servizio d’ordine professionale, come quando il collettivo cerca di infiltrarsi nelle sfilate ufficiali delle manifestazioni femministe parigine. Questi professionisti collaborano con militanti estremisti, con volti e tatuaggi nascosti, che continuano a garantire la sicurezza del movimento. Nel mese di novembre 2025, mentre i manifestanti aspettavano al freddo la partenza del piccolo corteo identitario, un giovane confidava al suo vicino le sue motivazioni: «Ho esitato a venire, ma poi mi sono detto: “Sei un uomo in età di combattere e non verresti a sostenere le ragazze che manifestano, ma chi sei tu?…”». Nel marzo 2025, la partecipazione delle militanti di Nemesis al corteo femminista era stata resa possibile dalla benevolenza delle forze dell’ordine, unita al sostegno di militanti maschi con il volto nascosto, muniti di ombrelli per impedire alla stampa di filmare da troppo vicino. Nel movimento radicalizzato caratterizzato da un maschilismo dichiarato, la posizione politica del gruppo femonazionalista, così come il suo repertorio d’azione, continua a dividere. Dopo la morte di Quentin Deranque, alcuni hanno criticato aspramente Nemesis, ritenendola colpevole di mettere consapevolmente in pericolo i camerati. continua a dividere. Dopo la morte di Quentin Deranque, alcuni hanno criticato aspramente Nemesis, ritenendola colpevole di mettere consapevolmente in pericolo i camerati. Altre critiche sono di natura più politica: identitario, il gruppo di Alice Cordier sostiene incondizionatamente il regime israeliano, che percepisce come un baluardo per la civiltà europea di fronte al mondo musulmano, considerato inevitabilmente ostile. In controtendenza rispetto alla posizione storica dei gruppi nazionalisti rivoluzionari, che l’antimperialismo e l’antisemitismo hanno portato a sostenere la causa palestinese. Il 13 febbraio, Alice Cordier ha risposto a queste critiche sui social network. «Non ho nulla da imparare dai militanti di Instagram», ha affermato in un video. «Noi siamo sul campo da sei anni. Non ho nulla da imparare da persone il cui unico lavoro di militanza è stato quello di picchiare più persone di destra che antifascisti». » Ma le dispute ideologiche tra i diversi movimenti di estrema destra tendono a svanire con le dissoluzioni e le ricomposizioni, come dimostra il percorso politico di Quentin Deranque, passato dai monarchici dell’Action française ai nazionalisti rivoluzionari di Allobroges Bourgoin. «Deranque è l’ideale tipo del militante radicale contemporaneo», riassume la ricercatrice Marion Jacquet-Vaillant. The post Ma chi sono le nazi-femministe francesi? first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Ma chi sono le nazi-femministe francesi? sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 25, 2026
Popoff Quotidiano
Lione, la marcia per Deranque apre l’offensiva contro l’antifascismo
IN UN CONTESTO DI LEGITTIMAZIONE ISTITUZIONALE DELL’ESTREMA DESTRA, IL CASO DERANQUE METTE IN CRISI UN’INTERA TRADIZIONE POLITICA Nella sua cronaca per Mediapart, Alexandre Berteau descrive la manifestazione, organizzata a Lione sabato 21 febbraio in memoria dell’attivista di estrema destra Quentin Deranque, come un evento ben più radicale rispetto alle rassicurazioni iniziali delle promotrici. Annunciata come un corteo “dignitoso” e privo di eccessi, la marcia ha radunato oltre 3.200 persone provenienti da tutta la Francia e dall’estero, in larga parte appartenenti alla galassia nazionalista-rivoluzionaria e neofascista. La vecchia guardia del movimento era presente. In prima fila nel corteo si poteva vedere l’antisemita Yvan Benedetti, ex capo del gruppo petainista sciolto L’Œuvre française. Era presente anche il suo pupillo Alexandre Gabriac, espulso nel 2011 dal Front National (FN) dopo aver fatto il saluto nazista. Non lontano, l’ex eletto frontista Fabrice Robert, leader del gruppo punk hardcore dall’ideologia nazionalista-rivoluzionaria Fraction, scherzava con Aurélien Verhassel, ex capo del gruppuscolo identitario di Lille La Citadelle, sciolto nel 2024, che gestiva un bar «riservato ai bianchi» nella capitale delle Fiandre. Il Rassemblement national (RN) aveva intimato ai suoi eletti di non partecipare alla marcia, a causa del profilo «di alcuni organizzatori, innegabilmente legati all’estrema destra». Solo il senatore del Rodano Étienne Blanc (LR) è stato avvistato – partecipava «a titolo personale», ha precisato a Le Monde. Il tono del raduno è stato segnato da una retorica marcatamente bellicosa. Deranque è stato elevato a “martire”, la sua morte definita “sacrificio”, e gli interventi dal palco hanno indicato nemici politici precisi — l’antifascismo, la sinistra e in particolare esponenti di La France insoumise — con espressioni che evocavano uno scontro senza tregua: “non si fa pace con il male, lo si combatte fino all’ultimo respiro”. «I responsabili della morte di Quentin sono all’interno di La France insoumise», ha dichiarato Raphaël Ayma, leader del gruppuscolo provenzale Tenesoun. Prima di fischiare il deputato LFI e cofondatore della Jeune Garde Raphaël Arnault, definito «leader della mafia antifascista criminale». La costruzione simbolica del “caduto” si è accompagnata a un immaginario militante che richiama apertamente la tradizione controrivoluzionaria e identitaria. Va ricordato che la morte di Quentin Deranque è stato un linciaggio, epilogo di una rissa scaturita dopo una provocazione militare di Nemesis, un gruppo di estremisti di destra venuti a dare manforte a una gazzarra di femonationaliste, femministe nazionaliste, che contestavano una conferenza, nella facolta di Sciences Po Lyon, della deputata europea Rima Hassan di LFI. Il reportage di Mediapart è piuttosto preciso sulla composizione del corteo. In prima fila c’erano figure storiche dell’estrema destra francese con trascorsi in organizzazioni sciolte per antisemitismo o apologia del collaborazionismo; altri partecipanti sono noti per precedenti condanne legate ad aggressioni politiche. Molti manifestanti sfilavano a volto coperto nonostante gli impegni presi dalle organizzatrici con la prefettura; il servizio d’ordine formato da militanti che ogni anno presidiano eventi neofascisti e tra i quali figurano soggetti condannati per violenze contro attivisti antirazzisti. Berteau segnala anche la presenza di simboli e codici riconducibili alla simbologia neonazista internazionale. L’atteggiamento verso la stampa è stato ostile: i “gorilla” (tra loro, il neonazista Marc de Cacqueray-Valménier, condannato due giorni prima in appello per aver picchiato alcuni militanti di SOS Racisme durante un comizio di Éric Zemmour nel 2021. O ancora il suo amico Gabriel Loustau, figlio dell’ex dirigente del GUD Alxel Loustau, ex collaboratore del Front National e vicino a Marine Le Pen) incaricati della sicurezza cercano di impedire riprese ravvicinate, mentre un videomaker di un media di estrema destra poteva muoversi liberamente. All’avvicinarsi di rue Victor-Lagrange, dove è avvenuta l’aggressione mortale a Deranque, fa la sua comparsa Eliot Bertin, con occhiali da sole Aviator sul naso marito dell’organizzatrice Aliette Espieux ed ex capo del gruppo Lyon Populaire, sciolto nel giugno 2025 per esaltazione della collaborazione con la Germania nazista. All’uomo è tuttavia vietato presentarsi a Lione nell’ambito dell’indagine avviata nel febbraio 2024 per il suo ruolo attivo nel violento attacco a una conferenza sulla Palestina nella Vieux-Lyon. Alla fine verrà srotolato un grande striscione nero. Accanto al messaggio «Adieu camarade» è stato stampato un chrismon, simbolo cristiano-romano adottato dall’estrema destra integralista. Il canto La Ligue noire, che commemora il massacro dei controrivoluzionari lionesi del 1793 da parte della Convenzione, viene intonato nel momento in cui vengono accese le torce. In più momenti spiccavano saluti nazisti e slogan apertamente razzisti; video circolati sui social mostrano insulti contro arabi e oppositori politici. A fine giornata, la prefettura del Rodano ha annunciato di aver segnalato alla magistratura questi episodi. Nel complesso, una mobilitazione che, dietro l’omaggio funebre, assume i tratti di una dimostrazione di forza dell’estrema destra radicale: una messa in scena identitaria, con posture muscolari e richiami simbolici alla violenza politica, che evidenzia la continuità tra memoria militante, radicalizzazione ideologica e presenza di soggetti già coinvolti in episodi di aggressione. La Jeune Garde in una iniziativa contro la legge sulla sicurezza globale del 2020 Intanto a livello politico continuano le polemiche. Il minuto di silenzio (prontamente imitato dalle estreme destre italiane) osservato all’Assemblea nazionale in omaggio a Deranque, militante neofascista morto il 12 febbraio, ha segnato un passaggio simbolico potente. Secondo Mathieu Dejean, che firma l’analisi su Mediapart, la sequenza di reazioni istituzionali e mediatiche mostra come l’antifascismo, spesso stigmatizzato ma mai annientato, stia entrando in una zona di turbolenza profonda, dove rischia di essere rovesciato semanticamente fino a essere dipinto come un «nuovo fascismo». Dejean richiama in apertura la profezia del comunista libertario Daniel Guérin, che nella prefazione a Fascisme et grand capital (Gallimard, 1945): «Domani le grandi “democrazie” potrebbero benissimo riporre l’antifascismo nel magazzino degli accessori. Già ora, questa parola magica, che ha fatto insorgere i lavoratori contro l’hitlerismo, è considerata da loro indesiderabile non appena serve da richiamo per gli avversari del sistema capitalista in sé». Oggi quella previsione sembra prendere forma: da Marine Le Pen, capogruppo del Rassemblement national, a Martine Vassal, esponente dei Les Républicains, si moltiplicano le richieste di classificare ufficialmente gli «antifa» come gruppi terroristici. Vassal ha persino rilanciato il motto pétainista «lavoro, famiglia, patria». Il ribaltamento non è solo francese. Il messaggio della presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, che ha attribuito «l’odio ideologico» in Europa all’«estremismo di sinistra», viene citato come ulteriore segnale del clima. Meloni, iscrittasi a 15 anni al Fronte della Gioventù del MSI, partito erede del fascismo, rappresenta per Dejean l’esempio di un’estrema destra ormai istituzionalizzata. La morte di Deranque, in una città storicamente contesa dall’estrema destra, diventa così il catalizzatore di un’offensiva ideologica iniziata da circa un decennio, che punta a svuotare l’antifascismo e, di riflesso, ogni opposizione radicale. L’indagine per omicidio volontario che coinvolge un collaboratore del deputato di Raphaël Arnault, esponente di La France insoumise e fondatore della Jeune Garde, sciolta nel giugno 2025, alimenta ulteriormente la pressione politica. Un «clima orwelliano» che chiama tutto il campo progressista a «fare fronte comune», spiega Olivier Besancenot, militante del Nuovo Partito Anticapitalista (NPA): «Marx parlava del ruolo degli “eventi banali” nello scatenarsi delle rivoluzioni, ma questo vale anche per le controrivoluzioni, dice. Stiamo vivendo un punto di svolta». In campo politico, anche una parte della sinistra è ormai permeabile a questa contrapposizione. «Nessun partito può accettare l’alleanza, anche lontana, con questo tipo di organizzazione, che si chiami Jeune Garde, Génération identitaire o Action française», ha scritto sul suo blog il primo segretario del Partito socialista (PS), Olivier Faure, prima di correggere il suo testo. «Qualunque sia il contesto, nella demonizzazione dell’antifascismo c’è sempre una prima fase di simmetrizzazione degli “estremi” in nome del rifiuto della violenza. Poi, in una seconda fase, quando tra i dominanti si impone l’idea di una necessaria coalizione delle destre che includa i fascisti, il loro discorso tende a fare della sinistra l’unico movimento violento: il comunismo nella Germania degli anni ’30 e la sinistra radicale, il wokismo o l’antifascismo oggi. Continuando a ignorare la questione della portata della violenza dell’estrema destra o delle violenze di Stato”, analizza il sociologo Ugo Palheta, autore di Comment le fascisme gagne la France (Come il fascismo conquista la Francia, La Découverte, 2025). Dal 2017, sei persone sono morte per mano di attivisti di estrema destra, secondo i dati raccolti da Isabelle Sommier, coordinatrice dell’opera Violences politiques en France. De 1986 à nos jours (Presses de Sciences Po, 2021), che parla di «specializzazione» delle destre radicali nelle aggressioni politiche. Lo storico Jean Vigreux colloca l’origine dell’antifascismo francese nella risposta alle Leghe degli anni Trenta, mentre Pierre Salmon, autore di Un antifascisme de combat, insiste sul carattere plurale del movimento, diviso tra metodi rivoluzionari e legalisti ma unito nell’opposizione all’autoritarismo. Salmon ricorda il clima ben più violento degli anni Trenta, evocando il massacro di Clichy del 1937. Storicamente l’antifascismo, in Francia come in Italia, nasce per contrastare le forme violente di partiti-milizia finanziati da settori imprenditoriali e conservatori. Nel libro Une vie de lutte plutôt qu’une minute de silence (Seuil, 2023), Sébastien Bourdon ricorda come la Jeune Garde volesse rompere con la tradizione settaria dell’antifascismo, militando a volto scoperto e intrecciando legami sindacali. Una strategia unitaria che oggi si rivela fragile di fronte alla pressione istituzionale. «Tra metodi rivoluzionari e metodi legalisti, l’antifascismo è un movimento che si scrive al plurale, ma che si ritrova nella sua opposizione alle forme di autoritarismo e violenza che nascono in quel periodo», afferma Pierre Salmon. È questa eredità, coltivata successivamente – e in modo diverso – a partire dagli anni ’60 dai militanti della Ligue communiste, della Section carrément anti-Le Pen (Scalp), di Ras l’Front o, più recentemente, dell’antifascismo autonomo e della Jeune Garde, fondata nel 2018, che oggi viene attaccata. Una manifestazione antifascista in memoria di Clement Cedric. Parigi, giugno 2025 Ma resta l’interrogativo: la varietà dei repertori di azione dell’antifascismo è stata utilizzata correttamente? «Nel repertorio strategico dell’antifascismo c’è l’autodifesa, in particolare sotto forma di servizi d’ordine che servono a proteggersi, fin dagli anni ’20, dai fascisti e dalla polizia. Ma non c’è solo questo, ricorda Ugo Palheta. Ci sono anche, ad esempio, le manifestazioni di massa essenzialmente non violente, che mirano a emarginare l’estrema destra, come a Saint-Brévin. Ciò che è in gioco non è quindi lo scontro fisico, ma il fatto di essere molto più numerosi e determinati». Infine, Action antifasciste Paris-Banlieue, pur critica verso la Jeune Garde, ha pubblicato un comunicato di sostegno il 20 febbraio, invitando a «fare fronte comune» contro l’accelerazione della “fascistizzazione”. Per Dejean, questo gesto segnala la gravità del momento: l’antifascismo, parola fondativa e riunificatrice del movimento operaio, rischia di essere trasformato in stigma, proprio mentre l’estrema destra consolida la propria legittimità politica.   The post Lione, la marcia per Deranque apre l’offensiva contro l’antifascismo first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Lione, la marcia per Deranque apre l’offensiva contro l’antifascismo sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 23, 2026
Popoff Quotidiano
Morte di Deranque: un dramma indicibile, una sordida strumentalizzazione
TUTTI, COMPRESO IL CAMPO ANTIFASCISTA, DEVONO INTERROGARSI PROFONDAMENTE SULLE PROPRIE PRATICHE E STRATEGIE. MA NULLA PUÒ GIUSTIFICARE IL TAPPETO ROSSO STESO ALL’ESTREMA DESTRA E L’INVERSIONE DEI VALORI A CUI STIAMO ASSISTENDO Lénaïg Bredoux ed Ellen Salvi su Mediapart Il fascismo uccide, ma un fascista è morto. Questa realtà, implacabile e drammatica, non ammette alcun “sì, ma”. Non c’è alcun piacere possibile nella morte di un giovane di 23 anni. Le sue convinzioni di estrema destra, il suo impegno in movimenti razzisti, antisemiti, contrari all’uguaglianza, non cambiano nulla. Quello che è successo giovedì sera a Lione è un affronto alla nostra comune umanità. Gli arresti di martedì sera confermano l’ipotesi della responsabilità diretta di diversi militanti del movimento antifascista La Jeune Garde. L’indagine giudiziaria in corso stabilirà i fatti e tutte le persone coinvolte, tra cui l’assistente parlamentare del deputato di La France insoumise (LFI) Raphaël Arnault, cofondatore del gruppuscolo, beneficiano della presunzione di innocenza. Ma senza attendere la verità giudiziaria, la morte di Quentin Deranque – e le immagini estremamente brutali del suo pestaggio – devono farci riflettere profondamente. Mettere in discussione le nostre certezze, scuotere le nostre convinzioni. Come l’aumento della violenza politica, largamente imputabile all’estrema destra nell’ultimo anno, ci ha condotti tutti a una tale situazione? Gli attivisti antifascisti che storicamente rivendicano il ricorso alla violenza come “autodifesa” o “controviolenza” hanno allegramente superato il limite morale ed etico che promettevano di preservare a tutti i costi? La France insoumise (LFI), alleandosi con la Jeune Garde, si è assicurata che questo argine essenziale dell’«autodifesa» fosse mantenuto? È lecito dubitarne. Queste domande richiedono delle risposte. Sono indispensabili per costruire un’alternativa credibile di fronte all’ascesa dell’estrema destra. Ma non devono impedirci di constatare ciò che sta accadendo dall’annuncio ufficiale della morte di Quentin Deranque: la sordida strumentalizzazione di un dramma; un attacco in piena regola contro l’antifascismo e contro qualsiasi alternativa alla politica del governo o all’avvento del Rassemblement national (RN); la messa in discussione di alcune libertà fondamentali. L’INVERSIONE DEI VALORI Abituati alle semplificazioni, i macronisti si sono subito precipitati nella breccia. A sentirli, il ragionamento è di una semplicità infantile: Quentin Deranque è stato ucciso dagli antifascisti. Gli antifascisti sono l’estrema sinistra. LFI è l’estrema sinistra, del resto Laurent Nuñez lo ha ufficializzato dalla Place Beauvau in occasione delle elezioni comunali. Quindi LFI ha ucciso Quentin Deranque. CVD. Il ministro della Giustizia Gérald Darmanin ha presentato una versione molto simile già domenica. «Per molto tempo, LFI ha detto che la “polizia uccide”, qui è chiaro che è stata l’estrema sinistra ad aver ucciso“, ha dichiarato colui che già nel 2023 parlava di ”terrorismo intellettuale dell’estrema sinistra“. Secondo lui, gli insoumis e gli antifascisti tengono tutti ”discorsi politici […] che purtroppo portano a una violenza molto sfrenata”. «Non è la polizia che uccide in Francia, è l’estrema sinistra», ha commentato su X anche un altro ex ministro dell’Interno di Emmanuel Macron, Bruno Retailleau, candidato dei Républicains (LR) alle presidenziali. «La milizia di Mélenchon e LFI ha ucciso», ha sintetizzato anche l’eurodeputata Marion Maréchal, all’unisono con la destra. Più sorprendente è il fatto che anche il suo collega di Place publique Raphaël Glucksmann abbia collegato LFI al pestaggio di un uomo a terra, su RTL: «Non si possono usare continuamente parole di estrema violenza senza pensare che queste parole si tradurranno in azioni. » Ciò ha incoraggiato la portavoce di un governo a fare appello alla «responsabilità» dei francesi che votano LFI, chiedendo subito dopo che «non ci sia mai più un deputato LFI all’Assemblea nazionale». L’ESEMPIO DEGLI STATI UNITI Tutte queste formule assomigliano in modo sorprendente ai ritornelli intonati da Donald Trump e dai suoi sostenitori dopo l’assassinio dell’influencer di estrema destra statunitense Charlie Kirk: un capovolgimento vertiginoso dei valori; il pretesto – drammatico – colto per farla finita una volta per tutte con la sinistra. Ricordate, è stato lo scorso settembre. «La violenza viene soprattutto dalla sinistra», s’è azzardato a dire il presidente Usa. Come i ministri francesi, aveva allora collegato la denuncia dell’estrema destra all’omicidio di Kirk, attaccando «quelli della sinistra radicale [che] per anni hanno paragonato americani meravigliosi come Charlie ai nazisti e ai più grandi assassini di massa e criminali del mondo». Negli Stati Uniti, gli antifascisti sono ormai definiti terroristi. ONG, associazioni, giornalisti e funzionari pubblici sono stati presi di mira in un clima di caccia alle streghe degno del maccartismo. Questo odore nauseabondo si diffonde fino a qui: martedì, il ministro dell’istruzione superiore Philippe Baptiste ha chiesto ai rettori delle università di vietare qualsiasi riunione politica nelle facoltà che possa creare disordini all’ordine pubblico. Realizza così un vecchio sogno della destra, fin dai tempi degli appelli a «démarxiser» l’università francese nel 1970. DUE PESI, DUE MISURE Questo capovolgimento dei valori porta inevitabilmente a una distorsione della realtà: negli ultimi anni l’estrema destra ha ucciso e sembra che nessuno, o quasi, se ne sia accorto. Se la responsabilità degli attivisti antifascisti fosse confermata dall’inchiesta sull’omicidio di Quentin Deranque, sarebbe “una prima volta”, spiega la sociologa Isabelle Sommier, coordinatrice dell’opera Violences politiques en France. De 1986 à nos jours (Presses de Sciences Po, 2021). Con un team di ricercatori, Isabelle Sommier tiene il conto di questi episodi di violenza: in base ai loro dati, dal 2017 sei persone sono morte per mano di attivisti di estrema destra. Gli attivisti curdi Emine Kara, Mehmet Şirin Aydin e Abdurrahman Kizil uccisi in rue d’Enghien a Parigi nel 2022; il rugbista argentino Federico Martín Aramburú, ucciso a Parigi nel 2022; Djamel Bendjaballah, investito da un militante della Brigata patriottica francese a Dunkerque (Nord) nel 2024; Hichem Miraoui, ucciso perché arabo nel Var nel 2025… Ma chi conosce i loro nomi? Quale Assemblea ha osservato un minuto di silenzio per render loro omaggio? Quale ministro ha reso loro omaggio (non Gérald Darmanin, in ogni caso)? Dove figurano questi morti nella memoria collettiva? Continuiamo con i numeri: sempre secondo il database compilato da Isabelle Sommier e dai suoi colleghi, tra il 2017 e oggi le aggressioni sono più che raddoppiate rispetto al precedente periodo studiato (1986-2016). Tra queste aggressioni, il 70% è stato perpetrato da attivisti di destra, che hanno preso di mira principalmente persone di colore o percepite come tali (70%) e avversari politici (30%). Questo contesto di aumento della violenza politica era perfettamente noto alle autorità. Ma cosa hanno fatto per evitare il dramma di giovedì sera? Hanno consapevolmente lasciato che gruppi di estrema destra aggredissero centinaia di persone e che gli antifascisti si radicalizzassero negli ultimi anni? Finché non c’erano morti, hanno lasciato fare? Anche in questo caso, bisognerà ottenere delle risposte. «Da anni ormai si verificano azioni particolarmente violente da parte di gruppi di estrema destra, aggressioni razziste, saccheggi di librerie. Ma le risposte della polizia e della giustizia sono particolarmente lassiste, per non dire talvolta inesistenti», spiega su Politis l’avvocato lionese Olivier Forray. Questo spiega anche la radicalizzazione del movimento di sinistra e antifascista: le autorità pubbliche non hanno svolto il loro ruolo di regolatori al fine di mantenere la pace sociale”. UNA NUOVA TAPPA SUPERATA Ciò sarebbe coerente con la politica condotta da Emmanuel Macron, che dal 2017 non ha smesso di offrire appoggi all’estrema destra. La tragica morte di Quentin Deranque e il modo in cui è stata trattata dalla politica e dai media rischiano oggi di farci entrare in «una fase di radicalizzazione della demonizzazione dell’antifascismo», secondo le parole di Ugo Palheta, sociologo e autore di Comment le fascisme gagne la France (Come il fascismo conquista la Francia, La Découverte, 2025). Questo movimento non è nuovo, ma ha subito una notevole accelerazione negli ultimi anni, sotto l’impulso di un potere macronista che ha consapevolmente scelto di mettere sullo stesso piano l’estrema destra e la sinistra. Questa strategia, volta a delegittimare prima il melenchonismo, poi gli ecologisti e talvolta anche i socialdemocratici a seconda delle loro alleanze, ha accompagnato soprattutto l’impresa di «dédiabolisation» del partito di Marine Le Pen. Forte dei suoi successi elettorali e di una deriva senza fine del dibattito pubblico, l’estrema destra ormai dà il “la” della discussione imponendo la sua versione a una velocità folgorante. «È Overton ++, riassume Simon Duteil, ex portavoce del sindacato Solidaires, riferendosi alla finestra di Overton che indica lo spettro delle idee considerate accettabili nel dibattito pubblico. Raramente ho visto una tale capacità dell’estrema destra di far riprendere integralmente in alcuni media il suo discorso e la sua interpretazione dei fatti. » Di fatto, questa finestra di Overton non ha smesso di ampliarsi, al punto da banalizzare parole e concetti fino ad allora riservati all’estrema destra. Gérald Darmanin che parla alternativamente di «ecoterrorismo» o di «ensauvagement» (imbarbarimento); Emmanuel Macron che nel 2023 invita a contrastare un curioso «processo di decivilizzazione»; Valérie Pécresse che usa l’espressione «grande sostituzione» durante un comizio per le presidenziali del 2022… Gli esempi sono numerosi e testimoniano da soli il cambiamento politico in atto. Qualche anno fa, Nicolas Sarkozy ha suscitato polemiche dichiarando pubblicamente che «Marine Le Pen [era] compatibile con la Repubblica». All’epoca, la destra classica considerava ancora l’estremismo come «un veleno» e rifiutava di discutere con i suoi rappresentanti. Oggi, nessuna delle sue figure oserebbe affermare il contrario. Molti non osano nemmeno più classificare il RN come estrema destra. Al contrario, gli stessi ritengono che il pericolo principale provenga dalle file della sinistra. Con il tempo, questa idea si è diffusa nelle menti al punto da far saltare tutti gli argini e i principi. Fino a che punto può spingersi la società prima di precipitare completamente? È difficile rispondere a questa domanda, vista la confusione che regna sovrana. Alimentata quotidianamente dal cinismo di alcuni e dalla perdita di punti di riferimento di altri, questa nebbia mediatico-politica non deve farci perdere di vista l’essenziale: la democrazia si basa su un edificio che deve essere protetto dalle minacce che lo erodono ogni giorno di più. The post Morte di Deranque: un dramma indicibile, una sordida strumentalizzazione first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Morte di Deranque: un dramma indicibile, una sordida strumentalizzazione sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 19, 2026
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Francia: dopo l’omicidio di Deranque, LFI e l’antifascismo nel mirino
NOVE ARRESTI NELL’INCHIESTA SULLA MORTE DEL NEOFASCISTA. L’ARIA CHE TIRA A LIONE. DESTRA ED ESTREMA DESTRA SCATENATE Secondo quanto riferito da Marie Turcan su Mediapart, nell’inchiesta sulla morte del militante neofascista ventitreenne Quentin Deranque sono state arrestate nove persone, tra cui Jacques-Elie Favrot, assistente parlamentare del deputato insoumis Raphaël Arnault. A questo stadio delle indagini, ha precisato il procuratore di Lione Thierry Dran, non è possibile stabilire «il grado esatto di coinvolgimento» di ciascun fermato nei fatti avvenuti la sera del 12 febbraio. Poche ore dopo gli arresti, Arnault ha annunciato su X di aver già risolto il contratto del collaboratore: «Spetta ora all’inchiesta determinare le responsabilità». L’indagine aperta dalla procura riguarda diversi capi d’accusa, tra cui omicidio volontario, violenze aggravate e associazione a delinquere, con livelli di gravità differenti. Mediapart aveva rivelato in precedenza la presenza di Favrot sul luogo degli scontri, senza poter stabilire se avesse partecipato direttamente alle violenze; il suo avvocato ha «smentito formalmente» qualsiasi coinvolgimento nella morte di Deranque. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, quel pomeriggio a Lione si sono verificati due episodi paralleli. Il primo riguardava un’azione del collettivo identitario femminista Némésis davanti alla sede di Sciences Po contro la visita dell’eurodeputata insoumise Rima Hassan. Il secondo, a circa quattrocento metri di distanza, ha visto un gruppo di militanti di estrema destra, giunti per garantire la sicurezza dell’iniziativa, scontrarsi con una quindicina di individui ritenuti vicini all’area antifascista. I video diffusi da alcuni media confermerebbero «scambi reciproci di pugni e calci»: dalle immagini emergerebbe l’uso, da parte degli attivisti di estrema destra, di una stampella metallica, un ombrello e un casco da moto come armi improvvisate, oltre al lancio di un fumogeno e allo spray al gas lacrimogeno. Dopo gli scontri, la maggior parte dei militanti di estrema destra è riuscita a fuggire, ma tre di loro sono stati picchiati; tra questi, Deranque sarebbe stato «gettato a terra e poi picchiato ripetutamente» da almeno «sei individui», riportando ferite alla testa risultate fatali. Secondo informazioni pubblicate da Le Progrès, sei sospetti — cinque uomini e una donna — sarebbero stati identificati e apparterrebbero alla Jeune Garde, gruppo antifascista cofondato da Raphaël Arnault e sciolto nel giugno 2025 dal Ministero dell’Interno per presunte attività violente o di incitamento alla violenza. Il ricorso presentato contro lo scioglimento è ancora pendente davanti al Consiglio di Stato, ma senza effetto sospensivo. Ciò significa che, se fosse accertata la presenza di ex militanti del gruppo antifascista durante le violenze che hanno portato alla morte di Quentin Deranque, anche questi potrebbero essere oggetto di un procedimento per ricostituzione di lega sciolta. Questo reato, previsto dall’articolo L431-15 del Codice penale, punisce con tre anni di reclusione e 45.000 euro di multa il fatto di «partecipare al mantenimento o alla ricostituzione, aperta o dissimulata, di un’associazione o di un gruppo sciolto». Dopo la morte a Lione del militante neofascista Quentin Deranque, La France insoumise (LFI) e l’area antifascista sono oggetto di una forte campagna politica e mediatica. Nonostante la condanna della violenza da parte del partito, si è diffusa una narrazione di «complicità morale» che ha alimentato intimidazioni e atti vandalici. Lo scrivono Sarah Benhaïda e Mathieu Dejean, su Mediapart che sta trattando senza alcuna reticenza il caso. Popoff ha già tradotto un primo articolo all’indomani del linciaggio del militante di estrema destra in cui si ricostruiva il contesto, l’ambiguità del ruolo della polizia – una delle più violente e abnusanti d’Europa – senza tuttavia fare alcuno sconto nella definizione dei fatti che hanno portato alla morte di Deranque. A Les Lilas, vicino Parigi, la casa di un candidato LFI è stata imbrattata con la scritta «LFI tue». Il candidato denuncia che la polemica nazionale sta colpendo anche le campagne locali: «Ciò che mi rattrista è che questo evento disastroso distolga l’attenzione dalla campagna locale, progetto contro progetto». Secondo LFI, dal 13 febbraio almeno dieci sedi o locali del movimento sono stati presi di mira. Nel frattempo, esponenti della destra e dell’estrema destra hanno diffuso messaggi violenti. Il polemista Jean Messiha ha scritto: «Bisogna sterminare gli antifascisti», mentre due candidati LFI hanno ricevuto minacce di morte. Uno di loro denuncia: «Ci stanno mettendo un bersaglio sulla schiena». La polemica nasce dal presunto legame tra LFI e il gruppo antifascista Jeune Garde: un ex membro dell’organizzazione era presente sul luogo della morte, ma ha negato ogni coinvolgimento e la procura non ha incriminato il gruppo. Nonostante ciò, politici e commentatori parlano di responsabilità morale del partito. Il capo della polizia di Parigi, Laurent Nuñez, ha dichiarato che «la radicalità nel discorso può talvolta tradursi in violenza nelle strade», evocando un legame «molto forte» tra LFI e la Jeune Garde. Sui social e nei comizi, lo slogan «LFI uccide» si è diffuso nell’area della destra e dell’estrema destra. Jean-Luc Mélenchon ha espresso «sconcerto», «empatia» e «compassione per la famiglia», ribadendo: «La morte non ha nulla a che vedere con le nostre pratiche… siamo ostili e contrari alla violenza». Anche il coordinatore Manuel Bompard ha preso le distanze dalle immagini degli scontri: «non ha nulla a che vedere con l’autodifesa popolare e l’ho condannato fin dal primo momento». Secondo diversi militanti e osservatori, però, l’offensiva politica colpisce l’intero campo antifascista. Simon Duteil parla di «Overton ++», denunciando la capacità dell’estrema destra di imporre la propria lettura dei fatti. Un sindacalista di Solidaires descrive «un clima molto pesante» dopo attacchi alla sede e minacce online. Attivisti e organizzazioni di sinistra denunciano una strategia di stigmatizzazione simile a quella adottata negli Stati Uniti. Youlie Yamamoto di Attac parla di «sfruttare le fake news… per stigmatizzare un movimento». Per l’attivista Sarah Durieux, «la sfida più grande è disinnescare l’inquadramento imposto», ricordando che «nessuno dovrebbe morire in questo modo» e che negli ultimi anni diversi attacchi mortali dell’estrema destra non hanno suscitato la stessa reazione politica. Il sociologo Kevin Vacher descrive «una terribile offensiva e un’ingiunzione a giustificarsi», avvertendo che la sinistra deve «resistere a questo bulldozer… continuando a diffondere un messaggio di pace». Mediapart ha anche cercato di ricostruire il percorso politico del ragazzo ucciso: secondo l’inchiesta di Alexandre Berteau e Donatien Huet, il ventitreenne Quentin Deranque, presentato dai familiari come «uno studente di matematica… che ha sempre difeso le sue convinzioni in modo non violento», si era in realtà avvicinato negli ultimi mesi a diversi ambienti dell’estrema destra radicale (fonte: Mediapart). Il giovane, residente a Saint-Cyr-sur-le-Rhône, partecipava come servizio d’ordine all’azione del collettivo identitario Némésis davanti a Sciences Po Lione quando è stato aggredito. In precedenza aveva militato nell’Action française, che ha ricordato come uno che aveva «militato nelle [sue] file», prima di cancellare il riferimento. Secondo le informazioni raccolte dal giornale, Deranque faceva parte del gruppuscolo neofascista Allobroges Bourgoin e nel maggio 2025 aveva partecipato alla parata neonazista del Comité du 9-Mai a Parigi, «inondata di riferimenti al Terzo Reich». Le immagini analizzate da Mediapart mostrerebbero il giovane presente alla manifestazione con il foulard ufficiale, anche se l’avvocato della famiglia ha parlato di «montature che non corrispondono all’identità della vittima». Il suo percorso politico includeva inoltre la partecipazione ad attività dell’Academia Christiana, ambiente cattolico tradizionalista di estrema destra, e la frequentazione del gruppo nazional-rivoluzionario lionese Audace, erede del Bastion social, organizzazione violenta sciolta nel 2019. Proprio Audace lo ha salutato come «[loro] camerata Quentin, ben noto ai [suoi] militanti». Alla messa in sua memoria erano presenti diversi esponenti dell’estrema destra locale, mentre uno dei coinquilini che lo ha descritto come «serio e equilibrato» era stato in passato rinviato a giudizio per il coinvolgimento in una spedizione punitiva di militanti del Bastion social. Nel comunicato diffuso dopo la morte del militante neofascista Quentin Deranque, il NPA (Nouveau Parti anticapitaliste) propone una lettura politica dell’episodio, inserendolo nel contesto della crescita dell’estrema destra e degli scontri con il movimento antifascista a Lione. Il partito ricorda innanzitutto il percorso del giovane ucciso, passato dall’Action française al gruppuscolo neofascista Allobroges Bourgoin, sottolineando che da anni nella città si assiste all’insediamento di gruppi neonazisti violenti. La sua morte, avvenuta dopo un’aggressione, riporta dunque «alla ribalta la situazione del movimento sociale che si oppone all’estrema destra a Lione». Il contesto lionese Secondo il comunicato, i fatti si inseriscono negli scontri avvenuti a margine di un incontro pubblico con l’eurodeputata LFI Rima Hassan, provocato dalla presenza del collettivo identitario Némésis. Il gruppo, afferma il NPA, agisce da anni con azioni provocatorie in diversi contesti. A Lione, si sostiene, collettivi di sinistra, realtà antirazziste, librerie, iniziative di solidarietà con la Palestina e singole persone vittime di discriminazioni subiscono da tempo aggressioni da parte di gruppi «violenti, razzisti e virilisti». In questo scenario, il movimento sociale avrebbe sviluppato forme di autodifesa, anche perché questi gruppi di estrema destra colpiscono «senza alcuna reazione da parte dello Stato». «L’estrema destra e il razzismo uccidono» Il comunicato insiste su una lettura generale del fenomeno: «l’estrema destra e le sue idee uccidono». Viene citato un dato secondo cui, tra il 1986 e il 2021, il 90% dei 53 omicidi di matrice ideologica sarebbe stato commesso da ambienti di estrema destra. Il testo richiama diversi casi: * l’uccisione nel 2022 dell’ex rugbista argentino Federico Martín Aramburú da parte di membri del GUD; * quella del militante antifascista Clément Méric nel 2013; * e una serie di omicidi a sfondo razzista, tra cui quelli di Ismaël Aali, Djamel Bendjaballah, Rochdi Lakhsassi, Mustafa e Ahmid, Hichem Miraoui e Aboubakar Cissé. La «demonizzazione» della sinistra Secondo il NPA, la copertura mediatica della morte di Deranque sarebbe «sproporzionata» e funzionale alla demonizzazione di una sinistra che si oppone all’avanzata dell’estrema destra. Il comunicato ricorda che, pochi giorni prima, il Ministero dell’Interno aveva classificato LFI come forza di «estrema sinistra», mentre il ministro Gérald Darmanin ha parlato della «milizia di Mélenchon». Per il partito anticapitalista, negli ultimi due anni si è assistito a una «normalizzazione e banalizzazione» delle idee razziste, maschiliste e LGBTQIAfobiche dell’estrema destra, favorita da politiche securitarie e antisociali e dalla repressione dei movimenti sociali sotto i governi Macron. Appello a un fronte unitario Il comunicato denuncia inoltre le reazioni successive alla morte del militante: piccoli gruppi fascisti avrebbero invocato vendetta e attaccato sedi politiche, locali sindacali e spazi culturali come la libreria La Plume Noire. Militanti antifascisti, in particolare dell’ex Jeune Garde, sarebbero stati accusati pubblicamente di omicidio, minacciati e colpiti da campagne di doxxing. Secondo il NPA, i gruppi fascisti «idealizzano e romanticizzano la violenza e la morte», mentre l’antifascismo rappresenterebbe il campo «degli sfruttati e degli oppressi» e lotterebbe per «uguaglianza e giustizia». Il partito conclude sostenendo che non esistono scorciatoie nella lotta al fascismo e che serve l’unità delle forze politiche e sindacali impegnate nella trasformazione sociale. L’obiettivo indicato è costruire «un fronte unitario di massa» capace di respingere l’estrema destra non solo alle urne, ma anche «nelle strade, nei quartieri, nelle aziende», mantenendo «una linea antifascista unitaria, popolare e di massa» di fronte alla crescita della destra radicale. Ma la situazione è davvero complicata: se la presenza di ex militanti del gruppo antifascista durante gli scontri che hanno portato alla morte di Quentin Deranque fosse provata, potrebbe influire sul loro ricorso contro il decreto che ne ha decretato lo scioglimento. Questi ultimi potrebbero anche essere oggetto di un procedimento per ricostituzione di un’associazione sciolta. Senza nemmeno attendere gli esiti dell’inchiesta, l’Assemblea Nazionale è teatro di un vero e proprio linciaggio del gruppo di LFI (anche da parte del PS e per scopi molto meno nobili di concorrenza elettorale) e l’antifascismo rischia seriamente di essere criminalizzato. La vicenda ha delle ricadute italiane sotto forma di sciacallaggio mediatico. In un commento pubblicato su Il Giornale di Francesco Giubilei insinua un collegamento tra la morte del militante neofascista di Lione a una presunta “internazionale dell’odio” dell’antifascismo, arrivando a tirare in ballo Ilaria Salis e Mimmo Lucano, eletti a Bruxelles con AVS, e un’esponente della CGIL colpevoli di aver sottoscritto, assieme ad alcuni nomi di LFI, l’adesione a un meeting antifascista che si terrà in estate in Brasile. A Giubilei non sfugge nulla, eccetto la realtà.         The post Francia: dopo l’omicidio di Deranque, LFI e l’antifascismo nel mirino first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Francia: dopo l’omicidio di Deranque, LFI e l’antifascismo nel mirino sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 18, 2026
Popoff Quotidiano
Lione, morte di un militante di estrema destra: le indagini e le domande senza risposta
PRENDE CORPO LA TEORIA DI UNA RISSA DEGENERATA IN UN LINCIAGGIO DOPO UNA PROVOCAZIONE DELLE FEMONATIONALISTE. SOTTO ACCUSA LFI Yannis Angles e Marie Turcan su Mediapart Ventiquattro ore dopo l’annuncio della morte dell’attivista identitario Quentin Deranque a Lione, le circostanze delle violenze che hanno preceduto il suo decesso devono ancora essere chiarite nella loro interezza. La procura di Lione ha tuttavia comunicato domenica 15 febbraio, in un breve comunicato, che «l’indagine si sta ora concentrando sull’identificazione dei diretti responsabili delle violenze correzionali e criminali». «La polizia ha raccolto diverse testimonianze significative», ha aggiunto il procuratore, che terrà una conferenza stampa lunedì 16 febbraio alle 15:00. La procura si è mostrata molto cauta dall’apertura dell’indagine per «violenza aggravata», giovedì 12 febbraio, la sera stessa del ricovero in ospedale del giovane di 23 anni in gravi condizioni. I suoi familiari parlavano già allora di «morte cerebrale». L’indagine è stata poi estesa ai «colpi mortali». La morte di questo attivista di estrema destra ha provocato un forte shock politico, amplificato dopo che TF1 ha diffuso, sabato 14 febbraio, un video raccapricciante in cui si vede una quindicina di persone pestare tre individui, uno dei quali potrebbe essere la vittima. Mediapart ha potuto tracciare una parte dei fatti di quel giovedì pomeriggio, che accredita la teoria di una rissa tra antifascisti e attivisti di estrema destra, che è degenerata in un linciaggio. IL VIOLENTO SCONTRO Quel giorno, un gruppo di attiviste fémonationalistes, femministe nazionaliste di Nemesis si è recato davanti alla sede di Sciences Po Lyon per srotolare uno striscione e protestare contro l’incontro con la deputata europea Rima Hassan (LFI). Nemesis ha ammesso di aver chiesto ad alcuni “amici” di venire a “sorvegliare da lontano” la loro azione, in modo “volontario”. Questi amici sono in realtà un gruppo di attivisti identitari provenienti da vari gruppi di estrema destra. Quentin Deranque ha fatto parte dell’Action française e fa parte del gruppuscolo neofascista Allobroges Bourgoin. Vestiti di scuro e muniti di passamontagna o sciarpe nere, gli attivisti si sono dati appuntamento a 400 metri dall’Istituto di studi politici (IEP) di Lione, alla fine di un lungo tunnel ferroviario, nel 7° arrondissement. Alla fine, la decina di identitari non ha mai raggiunto l’IEP, né ha incrociato le militanti di Némésis. Verso le 18, infatti, si sono imbattuti in un gruppo di persone che arrivava nella loro direzione e è scoppiata una prima rissa. Uno di questi giovani, che si presenta come «uno studente impegnato a sinistra», spiega a Mediapart che il suo gruppo, composto da membri del movimento antifascista, aveva programmato di andare ad ascoltare la conferenza di Rima Hassan. Al loro arrivo – prima ancora che avesse luogo l’happening di Nemesis – sarebbe stato loro negato l’ingresso dalle guardie di sicurezza di Sciences Po. «Abbiamo saputo che non era possibile entrare, perché non ci eravamo registrati per seguire la conferenza», ha detto. Conferma poi che il suo gruppo ha attraversato il tunnel ferroviario e si è imbattuto nei militanti identitari che gli sarebbero «saltati addosso». «C’era molta confusione. Ci hanno lanciato una torcia o un fumogeno che è finito direttamente in faccia a uno di noi». Anche una commerciante intervistata sul posto da Mediapart ricorda un fumogeno che è atterrato «davanti alla sua porta a vetri», senza però poter dire chi lo abbia lanciato. Conferma inoltre di aver visto almeno «una ventina di uomini» «scagliarsi l’uno contro l’altro». Un breve video ottenuto da Mediapart mostra infatti uno scontro violento tra le due parti. In un comunicato, l’avvocato della famiglia di Quentin Deranque ha denunciato esattamente il contrario, ovvero un «agguato, metodicamente preparato [che] sembrerebbe essere stato teso a Quentin da individui organizzati e addestrati, in netta superiorità numerica e armati». Lo stesso ha affermato un militante identitario presente sul posto al sito di estrema destra Frontières: «Ci avevano individuati e ci hanno attaccati di sorpresa passando da una strada dove erano nascosti prima». Lo studente di sinistra afferma di essere fuggito non appena ne ha avuto la possibilità e di non essere in grado di confermare se Quentin Deranque sia stato poi inseguito o se lo scontro sia proseguito in una strada adiacente. Quel che è certo è che molti degli uomini che si sono scontrati all’incrocio compaiono nel video del linciaggio diffuso da TF1 sabato sera. Ripreso da un abitante nella strada perpendicolare al tunnel ferroviario, mostra una quindicina di individui vestiti di nero o di chiaro, perdipiù incappucciati, mentre menano tre individui a gruppi di quattro o cinque. Almeno due delle vittime vengono colpite con calci alla testa. LA QUESTIONE DEL RUOLO D’UN COLLABORATORE PARLAMENTARE DI LFI Dopo la rissa di venerdì, il collettivo di estrema destra Némésis accusa i militanti antifascisti della Jeune Garde di essere responsabili dei colpi contro Quentin Deranque. Questa organizzazione antifascista è stata sciolta dal consiglio dei ministri lo scorso 12 giugno contemporaneamente al gruppo di estrema destra Lyon populaire, dopo un’offensiva del ministero dell’Interno, Bruno Retailleau. Il gruppo, successivamente, ha depositato un ricorso in sede di procedimento sommario al Consiglio di Stato per contestare la messa al bando. La Jeune Garde è stata cofondata da Raphaël Arnault, deputato eletto nel luglio 2024 sotto la bandiera di La France insoumise. Uno dei suoi collaboratori, Jacques-Élie Favrot, è stato accusato da diversi militanti identitari a partire da giovedì, i quali affermano di averlo riconosciuto durante uno degli scontri. Secondo testimonianze concordanti, provenienti in particolare dall’ambiente antifascista, l’assistente parlamentare insoumis era effettivamente presente sul posto. Mediapart non è tuttavia in grado di indicare se abbia preso parte ad atti violenti. Contattato, il suo avvocato Bertrand Sayn ha dichiarato per telefono di non voler rispondere alle richieste di Mediapart, precisando che il suo cliente non desiderava «né confermare né smentire la sua presenza sul posto», ma che «si mette a disposizione della giustizia se questa desidera ascoltarlo». In un comunicato diffuso in seguito, l’avvocato ha precisato: «Sulla stampa e sui social network, Jacques-Élie Favrot è accusato di aver causato la morte di Quentin D. Egli nega formalmente di essere responsabile di questo dramma». Ha indicato che il suo cliente «si dimette dalle sue funzioni di assistente parlamentare per la durata delle indagini». Il deputato Raphaël Arnault non ha risposto alle nostre numerose richieste. In un comunicato diffuso domenica sera, il collettivo della Jeune Garde ha dichiarato che l’organizzazione aveva «sospeso tutte le sue attività in attesa della decisione del Consiglio di Stato» e che «non poteva essere ritenuta responsabile dei tragici eventi» accaduti a Lione. E LA POLIZIA? Come si spiega che questi scontri violenti, seguiti dal linciaggio, abbiano potuto verificarsi a poche centinaia di metri da una conferenza organizzata, in un clima politico teso, da una personalità politica molto spesso presa di mira dall’estrema destra? Secondo le nostre informazioni, i servizi segreti territoriali erano stati avvertiti da diversi giorni del progetto di manifestazione delle fémonationalistes Nemesis davanti all’IEP. Tuttavia, nessuna presenza visibile della polizia è stata dispiegata nei dintorni dell’edificio, nemmeno a scopo deterrente. Solo quando alcuni studenti dell’IEP di Lione hanno iniziato a respingere il gruppo di militanti di estrema destra – uno dei quali è stato violentato a terra con un colpo a sorpresa ed è finito in ospedale – sono state chiamate e sono arrivate le forze dell’ordine. I furgoni sono stati poi parcheggiati in una strada adiacente all’istituto, ma dall’altra parte del tunnel dove si svolgevano gli scontri più violenti. La direttrice dell’istituto non ha voluto rispondere alle nostre domande. In un comunicato, Sciences Po Lyon ha presentato “le sue condoglianze alla famiglia e ai cari di Quentin Deranque” e ha ricordato che “contrariamente a quanto affermato in alcuni messaggi sui social network o sulla stampa, l’istituto ha fatto tutto il possibile per garantire la sicurezza delle persone e dei beni durante la visita di Rima Hassan”. “I vari servizi dello Stato sono stati informati in anticipo della tenuta di questa conferenza e di ciascun avanzamento della sua preparazione. Degli agenti della sicurezza e la direzione dell’istituto le hanno presentate per prevenire che degenerasse», ha precisato l’istituto. Interpellata, la prefettura di Auvergne-Rhône-Alpes non ha dato seguito alle richieste, né il ministero degli Interni. Il ministro Laurent Nuñez ha inoltre dichiarato di aver «inviato nel tardo pomeriggio un telegramma ai prefetti invitandoli a rafforzare la vigilanza intorno ai raduni di natura politica e alle sedi delle campagne elettorali, al fine di evitare qualsiasi turbativa dell’ordine pubblico e garantire la sicurezza delle persone e dei beni». OMAGGIO DELL’ESTREMA DESTRA A PARIGI, GIORNALISTA DI MEDIAPART AGGREDITO (YOUMNI KEZZOUF) Diverse centinaia di persone hanno sfidato la pioggia domenica 15 febbraio per partecipare al raduno organizzato in omaggio a Quentin Deranque, militante neofascista ucciso a Lione. Numerosi militanti del movimento, di tutte le generazioni, si sono riuniti in Place de la Sorbonne, a Parigi, insieme a esponenti politici dell’estrema destra con le loro fasce di eletti. Deputati e eurodeputati del Rassemblement national (RN), di Reconquête e dell’Union des droites pour la République (UDR) hanno così affiancato numerosi militanti di gruppuscoli radicali venuti a rendere omaggio alla memoria del giovane e a prendere di mira La France insoumise (LFI). «Le mani che hanno ucciso Quentin sono le piccole mani di Jean-Luc Mélenchon», ha accusato al microfono l’eurodeputato RN Pierre-Romain Thionnet, mentre Hilaire Bouyé, responsabile della sezione giovanile di Reconquête, ha invitato gli eletti a «non sedere più all’Assemblea finché Raphaël Arnault non si sarà dimesso», suscitando gli applausi della folla, che ha scandito «Arnault, assassino» e «LFI assassina». «Faccio un giuramento: noi proseguiremo, nelle urne, nei tribunali, nelle piazze», ha rilanciato Stanislas Tyl, portavoce del gruppo identitario Les Natifs, che ha organizzato il raduno. Un uomo, che si è presentato come «un amico di Quentin» ha preso a sua volta la parola per dire che «ogni militante patriota, nazionalista e identitario è un eroe. Quentin, tu eri un eroe, ora sei un martire». Al termine dell’omaggio, Mediapart ha cercato di intervistare i rappresentanti politici presenti, ma ha ricevuto un rifiuto da parte dei militanti incaricati del servizio d’ordine dell’organizzazione. Un partecipante alla commemorazione ci ha aggredito fisicamente alle spalle, mentre altri due sono stati incaricati dal responsabile dell’ordine di seguirci per impedirci di lavorare e cercare di intimidirci. «Conosciamo questo giornalista, non è qui per le giuste ragioni», ha giustificato uno di loro.   The post Lione, morte di un militante di estrema destra: le indagini e le domande senza risposta first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Lione, morte di un militante di estrema destra: le indagini e le domande senza risposta sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 16, 2026
Popoff Quotidiano
Palestine Action ha sconfitto Downing Street: che succede adesso?
IL GOVERNO BRITANNICO AVEVA PROVATO A METTERE FUORILEGGE LA DENUNCIA DEL GENOCIDIO. ORA LA POLIZIA POTREBBE ESSERE TRAVOLTA DALLE CAUSE Harriet Williamson su Novaramedia Secondo alcuni esperti legali, le forze di polizia che hanno effettuato arresti in seguito al divieto imposto a Palestine Action potrebbero essere oggetto di una serie di cause legali dopo la “monumentale vittoria” ottenuta dal gruppo in tribunale. Sebbene le implicazioni complete della sentenza dell’Alta Corte non siano ancora chiare – il divieto è ancora ufficialmente in vigore e il governo intende presentare ricorso – Novara Media ha appreso che i manifestanti che hanno resistito alla messa al bando del gruppo sono già stati incoraggiati a valutare la possibilità di un ricorso legale. Un tenente della polizia metropolitana ha dichiarato a Novara Media che gli agenti non procederanno più all’arresto di persone che espongono cartelli di sostegno al gruppo. La sentenza emessa venerdì 13 febbraio ha ritenuto illegale il divieto di Palestine Action per due motivi. In primo luogo, perché ha un impatto sproporzionato sulla libertà di espressione e, in secondo luogo, perché l’allora ministro dell’Interno Yvette Cooper ha violato la propria politica nel processo di messa al bando. Una giuria composta da tre giudici, Dame Victoria Sharp, Dame Karen Steyn e Sir Jonathan Swift, ha stabilito che la Cooper non aveva effettuato correttamente un test di “proporzionalità” e non aveva tenuto conto dell’impatto che la decisione avrebbe avuto sul diritto di protesta. I tre giudici hanno deliberato per oltre due mesi sulla storica revisione giudiziaria presentata dalla cofondatrice di Palestine Action, Huda Ammori. Sharp è il giudice più anziano della corte amministrativa ed è stato presidente fino al 2019 della King’s Bench Division dell’alta corte di giustizia. Leggento le 46 pagine di sentenza, Sharp ha dichiarato: “Un numero molto limitato di attività di Palestine Action costituiva atti di terrorismo secondo la definizione della sezione uno della legge del 2000. Per questi, e per le altre attività criminali di Palestine Action, resta applicabile il diritto penale generale. “La natura e la portata delle attività di Palestine Action che rientrano nella definizione di terrorismo non avevano ancora raggiunto il livello, la portata e la persistenza tali da giustificare la messa al bando”. Il governo intende presentare ricorso contro la decisione dell’Alta Corte e i giudici hanno sottolineato che il divieto nei confronti di Palestine Action rimarrà in vigore in attesa di un potenziale ricorso e di un’altra udienza alla fine del mese. La polizia metropolitana ha affermato che la sentenza la pone in una posizione “insolita” e che gli agenti si concentreranno sulla “raccolta di prove” dei reati in cui viene espresso il sostegno a Palestine Action “per fornire opportunità di applicazione della legge in un secondo momento” piuttosto che procedere ad arresti. Ammori ha definito la sentenza una “vittoria monumentale” e ha esortato il governo a “rispettare la decisione del tribunale e porre fine a questa ingiustizia senza ulteriori ritardi”. Amnesty International UK ha fatto eco al suo sentimento “esortando con forza” il governo a riconsiderare il suo ricorso. Tom Southerden, direttore del dipartimento legale e dei diritti umani di Amnesty International UK, ha dichiarato a Novara Media: “Riteniamo che [il governo] dovrebbe rispettare questa decisione, archiviare il caso e lasciarlo così com’è. È stato un errore disastroso. Migliaia di persone sono state arrestate. Deve finire oggi stesso”. Il divieto significa essere membro o mostrare sostegno per le azioni dirette del gruppo – che prende di mira il business complice nel genocidio di Israele a Gaza – è un reato punibile con 14 anni di prigione. Il ricorso giudiziario presentato da Ammori segna la prima volta nella storia britannica in cui un gruppo vietato è stato in grado di contestare legalmente il divieto in questo modo. In risposta alla sentenza, l’ex leader laburista Jeremy Corbyn ha dichiarato a Novara Media: “Questa è una rivincita per coloro che hanno avuto il coraggio e l’umanità di opporsi al genocidio. Questo governo pensa di potersi proteggere dalla responsabilità per il ruolo che ha svolto in uno dei più grandi crimini del nostro tempo. La storica sentenza odierna dimostra che non ci riuscirà”. L’attuale ministra dell’Interno Shabana Mahmood ha pubblicato su X che “contesterà questa sentenza in appello”, scrivendo: “La corte ha riconosciuto che Palestine Action ha compiuto atti di terrorismo. Ha concluso che le sue azioni non sono coerenti con i valori democratici e lo Stato di diritto. Sostenere la causa palestinese non equivale a sostenere Palestine Action. La messa al bando da parte del governo è stata preceduta da un rigoroso processo, approvato dal parlamento”. Jonathan Purcell, responsabile degli affari pubblici e della comunicazione dell’International Centre of Justice for Palestinians, ha definito la sentenza “una decisione di buon senso che è dalla parte della libertà di espressione e delle libertà civili” e ha criticato aspramente la decisione del governo di presentare ricorso definendola “una farsa”. Cosa significa in pratica la sentenza? Poiché la messa al bando di Palestine Action è stata dichiarata illegale, un esperto legale di Cage International ha dichiarato a Novara Media che ciò significa che le migliaia di arresti e le centinaia di accuse contro le persone che hanno protestato contro il divieto non avrebbe mai dovuto avere luogo, perché la legge stessa era illegittima. Una volta che il divieto sarà completamente revocato, le azioni di migliaia di persone che hanno esposto cartelli con la scritta: “Mi oppongo al genocidio. Sostengo Palestine Action” saranno considerate perfettamente legittime, come se il divieto non fosse mai esistito. Le persone che sono state arrestate ai sensi del Terrorism Act avranno anche motivo di citare in giudizio le forze di polizia competenti una volta che l’ordine di proscrizione sarà completamente annullato. Le forze di polizia potrebbero essere soggette a “migliaia di azioni legali”, ha dichiarato a Novara Media Tim Crosland, ex avvocato del governo e cofondatore di Defend Our Juries. “Il principio di base è che se l’ordinanza sottostante è illegale, allora anche tutti gli arresti, le perquisizioni e i procedimenti penali basati su tale ordinanza sono illegali”, ha affermato Crosland. “Non è ancora in vigore, perché l’ordinanza non è stata effettivamente annullata. Ma alla fine, se la decisione dell’Alta Corte sarà confermata e non verrà ribaltata, allora sì, in linea di principio, ci saranno migliaia di azioni legali contro la polizia, e forse anche contro il Ministero dell’Interno, per arresti illegali”. Crosland ha aggiunto che l’entità delle conseguenze finanziarie potrebbe essere enorme, anche con una stima prudente di 10.000 sterline a persona. Un altro esperto legale era tuttavia più pessimista, avvertendo che anche se l’appello del governo fallisse, un’azione legale sarebbe teoricamente possibile, ma senza precedenti e con scarse probabilità di successo. Southerden di Amnesty ha dichiarato a Novara Media: “Se la messa al bando è stata effettuata illegalmente, come hanno stabilito oggi, che tale divieto non dovrebbe essere applicato e che i reati penali ad esso associati non dovrebbero esistere”. Cosa è successo dopo il divieto di Palestine Action? La controversa messa al bando ha portato a oltre 2.700 arresti durante le proteste, con anziani e disabili, ex sacerdoti e un veterano della RAF arrestati e portati via da gruppi di agenti di polizia. Anche un uomo che teneva in mano una vignetta di Private Eye e un uomo che indossava una maglietta con la scritta “Plasticine Action” sono stati arrestati in base al divieto. Persino gli agenti della polizia metropolitana hanno criticato il divieto. Diversi di loro hanno dichiarato a Novara Media, a condizione di rimanere anonimi, di sentirsi “vergognosi e disgustati” per aver arrestato persone disabili come terroristi. “Invece di catturare veri criminali e terroristi, stiamo arrestando pensionati e disabili che chiedono di salvare la vita dei bambini”, ha detto un agente della polizia metropolitana. “Mi chiedo perché continuo a fare questo lavoro”. La federazione di polizia ha affermato che gli agenti erano “esauriti emotivamente e fisicamente” e che la richiesta “incessante” di interventi di polizia non era sostenibile. Da quando Palestine Action è stata messa al bando nel luglio 2025, ci sono stati più arresti effettuati in base alla legge antiterrorismo del Regno Unito che durante l’intera “guerra al terrorismo”. Asim Qureshi, direttore della ricerca presso Cage International, ha dichiarato a Novara Media: “La disobbedienza civile di Defend Our Juries ha giustamente sottolineato l’uso ridicolo della legislazione antiterrorismo per minare l’azione diretta nel Regno Unito. Invece di impedire che le armi lasciassero il Regno Unito e fossero direttamente coinvolte in un genocidio, hanno cercato di criminalizzare coloro che agiscono secondo coscienza”. Ammori ha ottenuto una revisione giudiziaria da parte del giudice Sir Martin Chamberlain in una sentenza storica risalente al mese di luglio. Il governo ha tentato senza successo di appellarsi contro la sua decisione a settembre e ad Ammori sono stati concessi altri due motivi per contestare la legalità del divieto, oltre ai due inizialmente concessi da Chamberlain. La contestazione legale di Ammori, discussa in tre giorni dal 26 novembre al 2 dicembre, si basava su quattro motivi: la messa al bando di Palestine Action interferisce in modo sproporzionato con i diritti di libertà di parola e di riunione; il ministro dell’Interno non ha consultato Palestine Action prima di prendere la sua decisione; il Ministero dell’Interno non ha considerato fattori rilevanti, tra cui il livello di sostegno pubblico a Palestine Action; il ministero non ha rispettato la propria politica nel decidere la messa al bando. Sharp, Steyn e Swift sono stati sostituiti inaspettatamente a novembre, al posto di Chamberlain. I legami filogovernativi e filoisraeliani dei tre giudici hanno portato gli attivisti a condannare il processo come una “montatura”. La revisione giudiziaria ha incluso le testimonianze dell’autrice irlandese Sally Rooney, delle organizzazioni per i diritti umani Amnesty International e Liberty, del relatore speciale delle Nazioni Unite per la protezione dei diritti umani Ben Saul e di Novara Media. Defend Our Juries ha organizzato due settimane di eventi di disobbedienza civile di massa in 20 città in concomitanza con la revisione. Perché Palestine Action è stata messa al bando? L’allora ministro dell’Interno Yvette Cooper ha bandito Palestine Action come organizzazione terroristica dopo un voto della Camera dei Comuni con cui le azioni dirette del gruppo sono state  “associate” a due organizzazioni suprematiste bianche: la Maniacs Murder Cult e il Russian Imperial Movement. L’obiettivo di Palestine Action è porre fine alla partecipazione globale al “regime genocida e di apartheid” di Israele nei Territori palestinesi occupati. La guerra genocida di Israele contro Gaza ha ucciso, secondo stime prudenti, 72.000 palestinesi e ferito 171.000 persone dall’ottobre 2023. La messa al bando ha posto Palestine Action nella stessa categoria di Al Qaeda e Isis. È stata la prima volta nella storia britannica che un gruppo di azione diretta è stato bollato come organizzazione terroristica. Cooper ha dichiarato al Parlamento in giugno che intendeva mettere al bando Palestine Action a seguito dei suoi “attacchi aggressivi e intimidatori contro aziende, istituzioni e cittadini, che hanno superato le soglie stabilite dal Terrorism Act 2000”. Secondo la legge britannica, la legislazione antiterrorismo definisce gli atti terroristici come “gravi danni alla proprietà”. Il divieto è stato emanato dopo una presunta irruzione di cinque attivisti in una base aerea della RAF a Brize Norton, durante la quale due aerei sono stati spruzzati con vernice rossa nel giugno 2025. Ma il governo laburista di Keir Starmer stava valutando un divieto già nel marzo dello stesso anno. I documenti visionati da Declassified relativi a questo periodo mostrano che il Joint Terrorism Analysis Centre (JTAC), con sede presso l’MI5, ha concluso che “la maggior parte delle azioni dirette di Palestine Action non sarebbero classificate come terrorismo… ma spesso comportano atti criminali”. Hanno anche dimostrato che lo stesso Proscription Review Group (PRG) del governo ha concluso che un divieto sarebbe stato “inedito e senza precedenti”, poiché “non esistono precedenti noti di organizzazioni messe al bando… principalmente a causa del loro ricorso o della minaccia di azioni che comportano gravi danni alla proprietà”. Il JTAC e il PRG hanno ritenuto che la soglia per bandire il gruppo fosse stata raggiunta sulla base di tre dei 385 incidenti totali che hanno comportato “gravi danni alla proprietà” alle fabbriche di armi. Un documentario di Channel 4 Dispatches andato in onda questa settimana ha messo in dubbio che le affermazioni su un legame tra Palestine Action e l’Iran siano state utilizzate per oscurare il fatto che la vera base del divieto fosse il danno criminale. Il revisore indipendente del governo sulla legislazione antiterrorismo, Jonathan Hall KC, che ha fornito consulenza sul divieto, ha dichiarato al programma che le conferenze stampa del governo che collegavano Palestine Action all’Iran erano “errate”, aggiungendo di “non essere a conoscenza” di alcuna prova a sostegno di tali affermazioni. Secondo un articolo pubblicato sulla rivista Private Eye, le affermazioni sul legame con l’Iran, ampiamente diffuse dalla stampa mainstream, sono state diffuse da un’agenzia di pubbliche relazioni. The post Palestine Action ha sconfitto Downing Street: che succede adesso? first appeared on Popoff Quotidiano. 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February 14, 2026
Popoff Quotidiano
Israele avanza verso l’annessione formale della Cisgiordania
GRAZIE ALL’INERZIA INTERNAZIONALE, ISRAELE ESTENDE IL CONTROLLO SU AREE FINORA SOTTO L’EGIDA DELL’ANP. SI VUOLE «UCCIDERE L’IDEA DI UNO STATO PALESTINESE» Clothilde Mraffko su Mediapart Di fatto, la Cisgiordania, occupata da Israele dal 1967, è già stata annessa. Sulle mappe ufficiali israeliane, la linea verde che separa questo territorio palestinese da quello israeliano non è tracciata; non esiste nemmeno nella mente di molti israeliani. Ogni mattina, ai checkpoint, lunghe file di auto israeliane passano dalla Cisgiordania a Israele con la stessa facilità con cui gli automobilisti attraversano un casello autostradale in Francia. Un’intera rete di linee di autobus collega il territorio dal Mar Mediterraneo al Giordano, collegando gli insediamenti alle grandi città israeliane. I coloni «godono degli stessi diritti e vantaggi degli israeliani che vivono all’interno di Israele», ricordava un rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani pubblicato il 7 gennaio, che evidenzia le discriminazioni tra palestinesi e coloni ebrei in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. L’esercito israeliano di occupazione conduce incursioni quotidiane nelle città delle zone A e B, che secondo gli accordi di Oslo dovrebbero essere sotto la giurisdizione amministrativa dell’Autorità palestinese. Israele ha già il pieno controllo della sicurezza e dell’amministrazione della zona C, che rappresenta il 60% della Cisgiordania e dove si trova la stragrande maggioranza degli insediamenti. Il ministro suprematista ebreo Bezalel Smotrich, diventato una sorta di governatore della Cisgiordania dal febbraio 2023, nutre tuttavia sogni più ambiziosi. Incoraggiato dalle sue truppe nazionaliste-religiose, sostiene presso il governo l’annessione de jure della Cisgiordania e, più in generale, la sovranità ebraica su tutto il territorio compreso tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano, e anche oltre. Domenica 8 febbraio, Bezalel Smotrich ha ottenuto una nuova vittoria. Il suo ministero delle Finanze, insieme a quello della Difesa, ha annunciato una serie di misure che rafforzano il controllo israeliano sulla Cisgiordania occupata e dovrebbero «modificare radicalmente la realtà giuridica e civile» di questo territorio palestinese. SEPPELLIRE OSLO E LO STATO PALESTINESE Israele abolirà le norme risalenti al periodo in cui la Giordania amministrava la Cisgiordania, prima del 1967, che vietavano agli ebrei di acquistare terreni. Bezalel Smotrich promette che gli israeliani potranno diventare proprietari senza dover passare attraverso un lungo iter burocratico presso l’amministrazione militare responsabile degli affari civili nei territori occupati. I catasti non saranno più protetti da norme di riservatezza: i potenziali acquirenti potranno contattare direttamente i proprietari. Il quotidiano israeliano Haaretz esprime preoccupazione per possibili falsificazioni di questi registri. Le colonie israeliane sono tuttavia illegali secondo il diritto internazionale, che vieta il trasferimento di parte della popolazione civile della potenza occupante nel territorio occupato. Le autorità israeliane dovrebbero ora amministrare anche la Tomba dei Patriarchi – la moschea di Ibrahim per i musulmani – a Hebron e la tomba di Rachele a Betlemme – entrambi i siti religiosi si trovano in zone sotto l’autorità palestinese. A Hebron, la prima città della Cisgiordania, dove i coloni vivono nel cuore della città, gli israeliani non dovranno più richiedere l’approvazione del comune palestinese per i permessi di costruzione. SEPPELLIRE OSLO E LO STATO PALESTINESE Israele abolirà le norme risalenti al periodo in cui la Giordania amministrava la Cisgiordania, prima del 1967, che vietavano agli ebrei di acquistare terreni. Bezalel Smotrich promette che gli israeliani potranno diventare proprietari senza dover passare attraverso un lungo iter burocratico presso l’amministrazione militare responsabile degli affari civili nei territori occupati. I catasti non saranno più protetti da norme di riservatezza: i potenziali acquirenti potranno contattare direttamente i proprietari. Il quotidiano israeliano Haaretz esprime preoccupazione per possibili falsificazioni di questi registri. Le colonie israeliane sono tuttavia illegali secondo il diritto internazionale, che vieta il trasferimento di parte della popolazione civile della potenza occupante nel territorio occupato. Le autorità israeliane dovrebbero ora amministrare anche la Tomba dei Patriarchi – la moschea di Ibrahim per i musulmani – a Hebron e la tomba di Rachele a Betlemme – entrambi i siti religiosi si trovano in zone sotto l’autorità palestinese. A Hebron, la prima città della Cisgiordania, dove i coloni vivono nel cuore della città, gli israeliani non dovranno più richiedere l’approvazione del comune palestinese per i permessi di costruzione. L’ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE DELLA CISGIORDANIA IN VIRTÙ DEGLI ACCORDI DI OSLO DEL 1993                                     ZONA A (18% DEI TERRITORI): CONTROLLO PALESTINESE Zona B (22% dei territori): controllo condiviso israelo-palestinese Zona C (60% dei territori): controllo israeliano Mappa: MediapartCreata con Datawrapper © Infografica Donatien Huet / Mediapart In generale, il gabinetto di sicurezza ha giustificato l’estensione del controllo israeliano sulle zone A e B amministrate dall’Autorità palestinese in nome delle «infrazioni legate all’acqua», dei «danni ai siti archeologici» e della lotta contro «i danni ambientali che inquinano l’intera regione». Le misure annunciate sono l’ennesimo colpo agli accordi di Oslo, che Israele ha smesso da tempo di rispettare. «Continueremo a seppellire l’idea di uno Stato palestinese», ha dichiarato con orgoglio Bezalel Smotrich. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha chiesto un intervento immediato degli Stati Uniti e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, denunciando la confisca delle terre palestinesi e «un evidente tentativo israeliano di legalizzare l’espansione della colonizzazione». Hamas ha invitato i palestinesi a «intensificare il confronto con l’occupazione e i suoi coloni». Finora, “l’apartheid israeliano faceva parte di un sistema burocratico molto sofisticato”, spiega un responsabile dell’Istituto palestinese per la diplomazia pubblica (PIPD): “Ci voleva tempo per espropriare i palestinesi. Questi ultimi potevano quindi sperare di guadagnare qualche anno di tempo prima degli sfratti, moltiplicando i ricorsi alla giustizia israeliana, anche se l’esito non era quasi mai favorevole, essendo la Corte Suprema uno degli strumenti di difesa dell’apartheid israeliana. «Oggi non abbiamo più tempo. Assistiamo all’accelerazione dei processi legislativi e burocratici che consentiranno a chissà quanti coloni di installarsi molto facilmente in Cisgiordania», prosegue la fonte du PIPD. IMPUNITÀ ISRAELIANA In un comunicato congiunto, Arabia Saudita, Giordania, Qatar, Pakistan, Indonesia, Egitto, Turchia e persino gli Emirati Arabi Uniti, solitamente il più compiacente alleato arabo di Israele, hanno condannato le misure annunciate domenica sera dal governo. L’Unione Europea ha denunciato «un altro passo nella direzione sbagliata». Israele, tuttavia, intensifica la sua colonizzazione senza ostacoli. A ottobre, la Knesset, il Parlamento israeliano, ha votato in prima lettura un testo che apre la strada all’annessione della Cisgiordania. A dicembre l’ONU ha segnalato un «netto aumento» dei progetti di costruzione di alloggi israeliani in Cisgiordania, con piani per «circa 47.390 unità abitative avanzate, approvate o presentate» nel 2025, contro una media di 12.800 all’anno tra il 2017 e il 2022 , prima dell’arrivo al potere dell’attuale coalizione. A Gerusalemme Est, annessa illegalmente da Israele nel 1980, una trentina di famiglie palestinesi, per un totale di circa 175 persone, sono minacciate di espulsione nel quartiere di Silwan, ai piedi della città vecchia, ricorda l’ONG anticolonialista Ir Amim. L’organizzazione parla di un “punto di svolta” per questo quartiere, in un contesto di “violazioni mortali del cessate il fuoco che continuano a Gaza [e] di aumento della violenza dei coloni, [di] sequestro di terre e [di] espansione degli insediamenti nei territori palestinesi occupati”. Otto famiglie sono già state cacciate dalle loro case a Silwan e le loro abitazioni sono state immediatamente occupate da coloni israeliani. Di fronte al genocidio a Gaza e mentre più di mille palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania dall’esercito o dai coloni dal 7 ottobre, i paesi europei, tra cui la Francia, hanno emesso sanzioni che colpiscono solo alcuni coloni, mascherando la realtà della violenza di Stato. L’Unione europea è tuttavia il principale partner commerciale di Israele. «La dissonanza cognitiva e la totale disconnessione tra i discorsi diplomatici o le soluzioni politiche proposte e la realtà sul campo sono sempre più evidenti», osserva il responsabile del PIPD. «Israele accelera l’annessione, ma la comunità internazionale si concentra sulla riforma dell’Autorità palestinese». Anche se le «tattiche» delle autorità israeliane differiscono a seconda dei territori interessati – Gaza e la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est –, l’obiettivo rimane lo stesso, continua la fonte: «sostituire la popolazione palestinese». Nell’enclave meridionale, il blocco e poi il genocidio hanno spinto i più abbienti e le classi intellettuali a fuggire da una vita diventata impossibile. Il fenomeno si ripete in Cisgiordania: i raid dell’esercito, gli arresti, le strade bloccate e la disoccupazione in forte aumento, gli attacchi dei coloni che svuotano alcune zone dei loro abitanti palestinesi, hanno reso la vita quotidiana insopportabile e i più fortunati emigrano. Un’annessione de jure amplificherebbe questa violenza e questa espansione coloniale e, di conseguenza, accelererebbe la scomparsa di una società la scomparsa di una società palestinese ricca e diversificata nei suoi territori. 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February 10, 2026
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La Guardia Costiera greca uccide ancora
EGEO, UNA ONG DENUNCIA UNO SPERONAMENTO A CHIOS: 15 MORTI E UNA DUBBIA VERSIONE UFFICIALE Un nuovo naufragio nel Mar Egeo riapre le ferite mai rimarginate delle politiche di frontiera europee. Nella notte tra il 3 e il 4 febbraio, al largo dell’isola greca di Chios, un’imbarcazione con migranti a bordo si è capovolta dopo una collisione con una motovedetta della Guardia costiera ellenica. Il bilancio provvisorio è di almeno quindici morti: undici uomini e quattro donne. Tra i feriti, ricoverati all’ospedale di Chios, anche due donne incinte che hanno perso i feti. Secondo le autorità, il motoscafo viaggiava senza luci e non avrebbe rispettato i segnali della pattuglia, invertendo la rotta e urtando la motovedetta sul lato di dritta. L’impatto avrebbe provocato il ribaltamento e l’affondamento dell’imbarcazione, con tutti i passeggeri in mare. Le operazioni di soccorso, coordinate dal centro EKSED, hanno coinvolto motovedette, un’imbarcazione privata e due elicotteri. Venticinque persone sono state recuperate ferite, tra cui numerosi bambini, alcune in condizioni gravissime. Il giorno successivo, lo spazio sociale autogestito Antivaro ha convocato una protesta al porto di Chios con lo slogan “Basta morti nel Mar Egeo”, denunciando le “politiche omicide di Bruxelles e Atene” e chiedendo condizioni di accoglienza umane e legali per rifugiati e migranti. LE TESTIMONIANZE DEI SOPRAVVISSUTI: “CI HANNO COLPITI” Un reportage esclusivo pubblicato da The Press Project e firmato dalla giornalista Nektaria Psaraki racconta una versione molto diversa da quella ufficiale. Secondo operatori sanitari dell’ospedale di Chios, che hanno raccolto le prime testimonianze, i sopravvissuti avrebbero riferito che è stata la motovedetta della Guardia costiera a speronare l’imbarcazione dei rifugiati, e non il contrario. Un operatore sanitario, citato dal sito, racconta: “Ci hanno detto che la guardia costiera si è avvicinata e li ha colpiti. Le ferite sono quasi da guerra”. Un altro testimone riferisce che uno dei sopravvissuti, incapace di parlare, ha ricostruito la dinamica con le mani, indicando la rotta della barca e l’impatto della motovedetta. I medici descrivono lesioni gravissime: craniotomie, fratture toraciche, asportazioni di organi. “Ferite che vediamo solo in incidenti stradali molto gravi”, ha dichiarato una fonte sanitaria. Il reportage solleva anche dubbi su un elemento chiave: la telecamera di bordo della motovedetta non era attiva. Secondo il ministro della Migrazione, non sarebbe stata necessaria perché il motoscafo era visibile a occhio nudo. Intanto, i sopravvissuti restano sotto sorveglianza in ospedale mentre prosegue l’indagine preliminare. IL DOSSIER: PRATICHE PERICOLOSE E RESPINGIMENTI Il naufragio si inserisce in un quadro più ampio di denunce contro le operazioni della Guardia costiera greca. Un rapporto pubblicato nel novembre 2025 dall’organizzazione Refugee Support Aegean (RSA) parla di “gravi violazioni dei diritti umani” nelle operazioni marittime. Secondo il dossier, sono documentate pratiche “estremamente pericolose”: uso arbitrario delle armi, traino delle imbarcazioni con funi che provocano onde e collisioni, distruzione dei motori, abbandono dei rifugiati su gommoni senza equipaggio e respingimenti sistematici verso la Turchia. RSA denuncia anche gravi lacune nelle indagini: interrogatori interni condotti dalle stesse autorità portuali, prove digitali scomparse, autopsie e perizie ritardate, mancanza di interpreti e comunicazioni non registrate. Un sistema che, secondo l’organizzazione, rende difficile accertare le responsabilità. L’OMBRA LUNGA DI PYLOS Il naufragio di Chios richiama inevitabilmente la tragedia di Pylos, nel giugno 2023, quando il peschereccio Adriana affondò con a bordo centinaia di persone. Morirono circa seicento migranti. Secondo numerose testimonianze e inchieste indipendenti, la Guardia costiera tentò di rimorchiare l’imbarcazione durante un’operazione di respingimento, provocandone il ribaltamento. I nove sopravvissuti inizialmente accusati di traffico di esseri umani sono stati poi assolti, mentre resta aperta una causa contro le autorità greche. Per molti attivisti e operatori umanitari, il naufragio di Chios rischia di diventare “un’altra Pylos”: una tragedia con versioni contrastanti, poche prove e responsabilità difficili da accertare. Intanto, nel Mar Egeo, il conteggio delle vittime continua. The post La Guardia Costiera greca uccide ancora first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La Guardia Costiera greca uccide ancora sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 9, 2026
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A Cortina , la promessa mancata di Olimpiadi “sostenibili”
IL DOSSIER DI CANDIDATURA PROMETTEVA UNA COMPETIZIONE A IMPATTO ZERO. LA REALTÀ È BEN DIVERSA, IN PARTICOLARE NELLE DOLOMITI su Mediapart Cortina d’Ampezzo – Mentre sale lungo la strada asfaltata che serpeggia attraverso uno spesso strato di neve, Patrizia Perucon non riesce a calmarsi. «Sembra un ottovolante, un gigantesco tubo», commenta questa abitante di Cortina indicando la nuovissima pista da slittino che serpeggia sopra il terreno, a pochi metri dalle case con le facciate in legno e dai rari larici che non sono stati abbattuti per la sua costruzione. «Prima era un bosco, con più di cinquecento alberi, alcuni dei quali centenari», continua l’attivista dell’associazione ambientalista WWF. La vecchia pista da slittino era a livello del suolo, quasi invisibile. Di quella pista oggi rimane solo la promessa non mantenuta di organizzare le Olimpiadi invernali “più sostenibili di sempre”, secondo il dossier di candidatura. Costruita all’inizio degli anni ’20 e utilizzata durante le Olimpiadi invernali del 1956 a Cortina, la vecchia pista da slittino doveva essere una delle dodici infrastrutture sportive (su quattordici) già esistenti. Il dossier prevedeva importanti lavori di ristrutturazione, ma solo due siti olimpici dovevano essere costruiti da zero, a Milano, e dunque in zone urbanizzate e spesso industriali. «Dovevano essere Olimpiadi a costo zero, ma alla fine la maggior parte delle infrastrutture è stata demolita e ricostruita consumando nuovi terreni, in particolare per tutte le infrastrutture collaterali come parcheggi o strade», riassume Fabio Tullio, che segue il dossier per l’associazione ambientalista Legambiente e per la sezione italiana della Commissione internazionale per la protezione delle Alpi (Cipra). Per questi Giochi invernali, molti impianti sportivi richiedono anche notevoli risorse idriche, spiega Fabio Tullio: «Per consentire l’innevamento artificiale, sono stati costruiti o ampliati bacini artificiali, poi l’acqua viene prelevata dal torrente e congelata per produrre ghiaccio per la pista di slittino e la pista di pattinaggio. Durante i Giochi, ogni secondo potranno essere prelevati 98 litri d’acqua dal torrente Boite, che scende dalle alture di Cortina fino alla valle, per circa 45 chilometri. PILONI NELLA PRATERIA «La montagna non può diventare così!», sbotta Patrizia Perucon. A pochi minuti di strada dalla pista da slittino, la neve si è trasformata in fango denso a causa del passaggio di camion e macchine da cantiere. Enormi piloni si ergono in mezzo alla neve, dominando i dintorni. «Al posto di questi mostri c’era una magnifica distesa che arrivava fino al borgo di Mortisa, uno degli ultimi ancora preservati», commenta l’attivista. Pochi metri più in basso, la struttura metallica d’una stazione della teleferica è ancora inattiva, nonostante l’inaugurazione dei Giochi. La funivia Apollonio-Socrepes dovrebbe trasportare migliaia di spettatori e spettatrici verso il sito sciistico femminile, situato a un’altitudine maggiore, evitando così gli ingorghi per accedere alle piste. Oltre alla costruzione di enormi parcheggi ai diversi livelli della funivia, gli attivisti che abbiamo incontrato denunciano la realizzazione di un’infrastruttura in una zona a rischio idrogeologico. «Un pilone ha già iniziato a muoversi», spiega Silverio Lacedelli, mostrando una serie di foto sul suo telefono. «Questa zona è a rischio di frane, su una lunghezza di quasi 3 chilometri e una larghezza di 300-400 metri». Il progetto di fattibilità tecnica ed economica realizzato dalla società che supervisiona i lavori, consultato da Mediapart, tiene conto di movimenti del terreno da 2 a 10 centimetri all’anno. I piloni sono stati costruiti con un sistema di supporti scorrevoli per adattarsi. «Avevamo proposto un sistema di navette elettriche gratuite per raggiungere le piste», ricorda Giovanna Ceiner, vicepresidente regionale dell’associazione Italia Nostra. Insieme a una ventina di altre associazioni ambientaliste, tra cui Legambiente e Cipra, dal giugno 2021 ha partecipato a tavole rotonde con la Fondazione Milano-Cortina, che organizza le Olimpiadi. «Purtroppo, la legge olimpica non includeva alcun articolo relativo all’obbligo di valutazione ambientale», deplora da uno degli storici caffè di Belluno, nella valle sottostante a Cortina. In Italia, i cantieri di grandi dimensioni sono normalmente soggetti a una valutazione ambientale strategica. Ma per le Olimpiadi è stato nominato un commissario speciale incaricato di supervisionare i lavori, accelerare le procedure amministrative e rispettare il calendario. «Abbiamo sbattuto la porta nel settembre 2023, perché questi Giochi non erano sostenibili e tutte le nostre richieste di vedere i progetti e discuterne non sono mai state prese in considerazione», racconta. Le associazioni hanno quindi creato l’osservatorio Open Olympics per chiedere la pubblicazione dei costi di ogni progetto. Ad oggi, il budget iniziale di 1,5 miliardi di euro è quadruplicato, raggiungendo quasi i 6 miliardi di euro. Quando sente queste osservazioni, Enrico Valle fa spallucce. Questo abitante di Cortina è stato presidente dell’ente locale che ha organizzato le gare di Coppa del Mondo di sci a Cortina d’Ampezzo fino al 2018: «Ogni volta che si fa qualcosa, c’è un impatto. Le prime Olimpiadi invernali del 1956 ci hanno permesso di abbandonare l’allevamento di mucche e capre e di sviluppare il turismo, e oggi queste Olimpiadi ci permetteranno di fare ancora meglio. Pensate davvero che senza le Olimpiadi ci avrebbero costruito un nuovo ospedale?». UN VILLAGGIO OLIMPICO USA E GETTA In questa città arroccata a 1.200 metri di altitudine, che conta quasi 4.000 residenti annuali per circa 50.000 posti letto turistici, la sua voce risuona con quella di molti abitanti. L’organizzazione di questi Giochi pone soprattutto la questione dello sviluppo turistico in alta montagna dal momento che gli abitanti sono sempre meno numerosi. Roberta De Zanna, consigliera comunale per la lista Cortina bene comune, parla di «occasione perduta» e di Giochi «piombati dall’alto»: «Siamo stati esclusi da ogni decisione, le nostre proposte non sono mai state prese in considerazione, ci sarà un impatto ambientale sul territorio e non crediamo che sarà troppo positivo». Roberta De Zanna, consigliera comunale della lista minoritaria Cortina Bene comune, parla di «occasione persa» e di Olimpiadi «calate dall’alto»: «Siamo stati esclusi da tutte le decisioni, le nostre proposte non sono mai state prese in considerazione, c’è un impatto ambientale sul territorio e non si intravede un’eredità positiva». » Cita l’esempio del villaggio olimpico situato a nord di Cortina: 1.400 posti letto distribuiti in piccole case smontabili e temporanee, che saranno demolite al termine dei Giochi. Come altri, aveva proposto la ristrutturazione di un vecchio villaggio turistico, 15 chilometri più a valle. «Si è preferito un villaggio in affitto, monouso, che è costato quasi 40 milioni di euro che avrebbero potuto essere utili al territorio», si rammarica l’eletta. «La montagna è diventata il parco divertimenti degli abitanti delle pianure. Bisogna costruire nuove case, hotel di lusso anche in alta quota, mentre i villaggi vengono abbandonati», afferma l’attivista ecologista Giovanna Ceiner. Gli abitanti di Cortina, dal canto loro, sono divisi. Alcuni hanno appeso ai balconi o alle finestre la bandiera dei Giochi distribuita dal comune. Altri hanno preferito la bandiera tricolore blu-bianco-verde dei Ladini, una minoranza culturale e linguistica alpina che vive nelle Dolomiti, in segno di silenziosa protesta. Le trecento bandiere messe a disposizione dall’associazione ladina locale sono andate via in due mezze giornate e centinaia di altre ordinate per il debutto dei Giochi. The post A Cortina , la promessa mancata di Olimpiadi “sostenibili” first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo A Cortina , la promessa mancata di Olimpiadi “sostenibili” sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 7, 2026
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