Lione, la marcia per Deranque apre l’offensiva contro l’antifascismoIN UN CONTESTO DI LEGITTIMAZIONE ISTITUZIONALE DELL’ESTREMA DESTRA, IL CASO
DERANQUE METTE IN CRISI UN’INTERA TRADIZIONE POLITICA
Nella sua cronaca per Mediapart, Alexandre Berteau descrive la manifestazione,
organizzata a Lione sabato 21 febbraio in memoria dell’attivista di estrema
destra Quentin Deranque, come un evento ben più radicale rispetto alle
rassicurazioni iniziali delle promotrici. Annunciata come un corteo “dignitoso”
e privo di eccessi, la marcia ha radunato oltre 3.200 persone provenienti da
tutta la Francia e dall’estero, in larga parte appartenenti alla galassia
nazionalista-rivoluzionaria e neofascista. La vecchia guardia del movimento era
presente. In prima fila nel corteo si poteva vedere l’antisemita Yvan Benedetti,
ex capo del gruppo petainista sciolto L’Œuvre française. Era presente anche il
suo pupillo Alexandre Gabriac, espulso nel 2011 dal Front National (FN) dopo
aver fatto il saluto nazista. Non lontano, l’ex eletto frontista Fabrice Robert,
leader del gruppo punk hardcore dall’ideologia nazionalista-rivoluzionaria
Fraction, scherzava con Aurélien Verhassel, ex capo del gruppuscolo identitario
di Lille La Citadelle, sciolto nel 2024, che gestiva un bar «riservato ai
bianchi» nella capitale delle Fiandre.
Il Rassemblement national (RN) aveva intimato ai suoi eletti di non partecipare
alla marcia, a causa del profilo «di alcuni organizzatori, innegabilmente legati
all’estrema destra». Solo il senatore del Rodano Étienne Blanc (LR) è stato
avvistato – partecipava «a titolo personale», ha precisato a Le Monde.
Il tono del raduno è stato segnato da una retorica marcatamente bellicosa.
Deranque è stato elevato a “martire”, la sua morte definita “sacrificio”, e gli
interventi dal palco hanno indicato nemici politici precisi — l’antifascismo, la
sinistra e in particolare esponenti di La France insoumise — con espressioni che
evocavano uno scontro senza tregua: “non si fa pace con il male, lo si combatte
fino all’ultimo respiro”. «I responsabili della morte di Quentin sono
all’interno di La France insoumise», ha dichiarato Raphaël Ayma, leader del
gruppuscolo provenzale Tenesoun. Prima di fischiare il deputato LFI e
cofondatore della Jeune Garde Raphaël Arnault, definito «leader della mafia
antifascista criminale». La costruzione simbolica del “caduto” si è accompagnata
a un immaginario militante che richiama apertamente la tradizione
controrivoluzionaria e identitaria.
Va ricordato che la morte di Quentin Deranque è stato un linciaggio, epilogo di
una rissa scaturita dopo una provocazione militare di Nemesis, un gruppo di
estremisti di destra venuti a dare manforte a una gazzarra di femonationaliste,
femministe nazionaliste, che contestavano una conferenza, nella facolta di
Sciences Po Lyon, della deputata europea Rima Hassan di LFI.
Il reportage di Mediapart è piuttosto preciso sulla composizione del corteo. In
prima fila c’erano figure storiche dell’estrema destra francese con trascorsi in
organizzazioni sciolte per antisemitismo o apologia del collaborazionismo; altri
partecipanti sono noti per precedenti condanne legate ad aggressioni politiche.
Molti manifestanti sfilavano a volto coperto nonostante gli impegni presi dalle
organizzatrici con la prefettura; il servizio d’ordine formato da militanti che
ogni anno presidiano eventi neofascisti e tra i quali figurano soggetti
condannati per violenze contro attivisti antirazzisti. Berteau segnala anche la
presenza di simboli e codici riconducibili alla simbologia neonazista
internazionale.
L’atteggiamento verso la stampa è stato ostile: i “gorilla” (tra loro, il
neonazista Marc de Cacqueray-Valménier, condannato due giorni prima in appello
per aver picchiato alcuni militanti di SOS Racisme durante un comizio di Éric
Zemmour nel 2021. O ancora il suo amico Gabriel Loustau, figlio dell’ex
dirigente del GUD Alxel Loustau, ex collaboratore del Front National e vicino a
Marine Le Pen) incaricati della sicurezza cercano di impedire riprese
ravvicinate, mentre un videomaker di un media di estrema destra poteva muoversi
liberamente. All’avvicinarsi di rue Victor-Lagrange, dove è avvenuta
l’aggressione mortale a Deranque, fa la sua comparsa Eliot Bertin, con occhiali
da sole Aviator sul naso marito dell’organizzatrice Aliette Espieux ed ex capo
del gruppo Lyon Populaire, sciolto nel giugno 2025 per esaltazione della
collaborazione con la Germania nazista. All’uomo è tuttavia vietato presentarsi
a Lione nell’ambito dell’indagine avviata nel febbraio 2024 per il suo ruolo
attivo nel violento attacco a una conferenza sulla Palestina nella Vieux-Lyon.
Alla fine verrà srotolato un grande striscione nero. Accanto al messaggio «Adieu
camarade» è stato stampato un chrismon, simbolo cristiano-romano adottato
dall’estrema destra integralista. Il canto La Ligue noire, che commemora il
massacro dei controrivoluzionari lionesi del 1793 da parte della Convenzione,
viene intonato nel momento in cui vengono accese le torce.
In più momenti spiccavano saluti nazisti e slogan apertamente razzisti; video
circolati sui social mostrano insulti contro arabi e oppositori politici. A fine
giornata, la prefettura del Rodano ha annunciato di aver segnalato alla
magistratura questi episodi.
Nel complesso, una mobilitazione che, dietro l’omaggio funebre, assume i tratti
di una dimostrazione di forza dell’estrema destra radicale: una messa in scena
identitaria, con posture muscolari e richiami simbolici alla violenza politica,
che evidenzia la continuità tra memoria militante, radicalizzazione ideologica e
presenza di soggetti già coinvolti in episodi di aggressione.
La Jeune Garde in una iniziativa contro la legge sulla sicurezza globale del
2020
Intanto a livello politico continuano le polemiche. Il minuto di silenzio
(prontamente imitato dalle estreme destre italiane) osservato all’Assemblea
nazionale in omaggio a Deranque, militante neofascista morto il 12 febbraio, ha
segnato un passaggio simbolico potente. Secondo Mathieu Dejean, che firma
l’analisi su Mediapart, la sequenza di reazioni istituzionali e mediatiche
mostra come l’antifascismo, spesso stigmatizzato ma mai annientato, stia
entrando in una zona di turbolenza profonda, dove rischia di essere rovesciato
semanticamente fino a essere dipinto come un «nuovo fascismo».
Dejean richiama in apertura la profezia del comunista libertario Daniel Guérin,
che nella prefazione a Fascisme et grand capital (Gallimard, 1945): «Domani le
grandi “democrazie” potrebbero benissimo riporre l’antifascismo nel magazzino
degli accessori. Già ora, questa parola magica, che ha fatto insorgere i
lavoratori contro l’hitlerismo, è considerata da loro indesiderabile non appena
serve da richiamo per gli avversari del sistema capitalista in sé». Oggi quella
previsione sembra prendere forma: da Marine Le Pen, capogruppo del Rassemblement
national, a Martine Vassal, esponente dei Les Républicains, si moltiplicano le
richieste di classificare ufficialmente gli «antifa» come gruppi terroristici.
Vassal ha persino rilanciato il motto pétainista «lavoro, famiglia, patria».
Il ribaltamento non è solo francese. Il messaggio della presidente del Consiglio
italiana Giorgia Meloni, che ha attribuito «l’odio ideologico» in Europa
all’«estremismo di sinistra», viene citato come ulteriore segnale del clima.
Meloni, iscrittasi a 15 anni al Fronte della Gioventù del MSI, partito erede del
fascismo, rappresenta per Dejean l’esempio di un’estrema destra ormai
istituzionalizzata.
La morte di Deranque, in una città storicamente contesa dall’estrema destra,
diventa così il catalizzatore di un’offensiva ideologica iniziata da circa un
decennio, che punta a svuotare l’antifascismo e, di riflesso, ogni opposizione
radicale. L’indagine per omicidio volontario che coinvolge un collaboratore del
deputato di Raphaël Arnault, esponente di La France insoumise e fondatore della
Jeune Garde, sciolta nel giugno 2025, alimenta ulteriormente la pressione
politica.
Un «clima orwelliano» che chiama tutto il campo progressista a «fare fronte
comune», spiega Olivier Besancenot, militante del Nuovo Partito Anticapitalista
(NPA): «Marx parlava del ruolo degli “eventi banali” nello scatenarsi delle
rivoluzioni, ma questo vale anche per le controrivoluzioni, dice. Stiamo vivendo
un punto di svolta». In campo politico, anche una parte della sinistra è ormai
permeabile a questa contrapposizione. «Nessun partito può accettare l’alleanza,
anche lontana, con questo tipo di organizzazione, che si chiami Jeune Garde,
Génération identitaire o Action française», ha scritto sul suo blog il primo
segretario del Partito socialista (PS), Olivier Faure, prima di correggere il
suo testo.
«Qualunque sia il contesto, nella demonizzazione dell’antifascismo c’è sempre
una prima fase di simmetrizzazione degli “estremi” in nome del rifiuto della
violenza. Poi, in una seconda fase, quando tra i dominanti si impone l’idea di
una necessaria coalizione delle destre che includa i fascisti, il loro discorso
tende a fare della sinistra l’unico movimento violento: il comunismo nella
Germania degli anni ’30 e la sinistra radicale, il wokismo o l’antifascismo
oggi. Continuando a ignorare la questione della portata della violenza
dell’estrema destra o delle violenze di Stato”, analizza il sociologo Ugo
Palheta, autore di Comment le fascisme gagne la France (Come il fascismo
conquista la Francia, La Découverte, 2025).
Dal 2017, sei persone sono morte per mano di attivisti di estrema destra,
secondo i dati raccolti da Isabelle Sommier, coordinatrice dell’opera Violences
politiques en France. De 1986 à nos jours (Presses de Sciences Po, 2021), che
parla di «specializzazione» delle destre radicali nelle aggressioni politiche.
Lo storico Jean Vigreux colloca l’origine dell’antifascismo francese nella
risposta alle Leghe degli anni Trenta, mentre Pierre Salmon, autore di Un
antifascisme de combat, insiste sul carattere plurale del movimento, diviso tra
metodi rivoluzionari e legalisti ma unito nell’opposizione all’autoritarismo.
Salmon ricorda il clima ben più violento degli anni Trenta, evocando il massacro
di Clichy del 1937. Storicamente l’antifascismo, in Francia come in Italia,
nasce per contrastare le forme violente di partiti-milizia finanziati da settori
imprenditoriali e conservatori.
Nel libro Une vie de lutte plutôt qu’une minute de silence (Seuil, 2023),
Sébastien Bourdon ricorda come la Jeune Garde volesse rompere con la tradizione
settaria dell’antifascismo, militando a volto scoperto e intrecciando legami
sindacali. Una strategia unitaria che oggi si rivela fragile di fronte alla
pressione istituzionale. «Tra metodi rivoluzionari e metodi legalisti,
l’antifascismo è un movimento che si scrive al plurale, ma che si ritrova nella
sua opposizione alle forme di autoritarismo e violenza che nascono in quel
periodo», afferma Pierre Salmon. È questa eredità, coltivata successivamente – e
in modo diverso – a partire dagli anni ’60 dai militanti della Ligue communiste,
della Section carrément anti-Le Pen (Scalp), di Ras l’Front o, più recentemente,
dell’antifascismo autonomo e della Jeune Garde, fondata nel 2018, che oggi viene
attaccata.
Una manifestazione antifascista in memoria di Clement Cedric. Parigi, giugno
2025
Ma resta l’interrogativo: la varietà dei repertori di azione dell’antifascismo è
stata utilizzata correttamente? «Nel repertorio strategico dell’antifascismo c’è
l’autodifesa, in particolare sotto forma di servizi d’ordine che servono a
proteggersi, fin dagli anni ’20, dai fascisti e dalla polizia. Ma non c’è solo
questo, ricorda Ugo Palheta. Ci sono anche, ad esempio, le manifestazioni di
massa essenzialmente non violente, che mirano a emarginare l’estrema destra,
come a Saint-Brévin. Ciò che è in gioco non è quindi lo scontro fisico, ma il
fatto di essere molto più numerosi e determinati».
Infine, Action antifasciste Paris-Banlieue, pur critica verso la Jeune Garde, ha
pubblicato un comunicato di sostegno il 20 febbraio, invitando a «fare fronte
comune» contro l’accelerazione della “fascistizzazione”. Per Dejean, questo
gesto segnala la gravità del momento: l’antifascismo, parola fondativa e
riunificatrice del movimento operaio, rischia di essere trasformato in stigma,
proprio mentre l’estrema destra consolida la propria legittimità politica.
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