Source - Popoff Quotidiano

Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente»
«ED È DENTRO QUESTA REGOLA CHE OGGI SI LOTTA PER IL DIRITTO ALL’ABITARE NELLE NOSTRE CITTÀ». L’INTERVENTO DI DOMENICO “MEGU” CHIONETTI ALLA PLENARIA NO KINGS NEL VENTICINQUENNALE DELLE GIORNATE DI LUGLIO 2001 Genova 2001, per molti, è la storia di responsabilità individuali mai punite. Ma in realtà è qualcosa di molto più profondo. È il momento in cui un apparato di potere non si è limitato a proteggere sé stesso: ha ostentato quella protezione e quella impunità, le ha esibite, come un’associazione a delinquere che uso’ il terrore come strumento di governo. E ha trasformato quell’impunità in un precedente politico e storico, fino a farla diventare una regola. Una regola che oggi è la regola del nuovo mondo. Ed è dentro questa regola che oggi si combatte anche la battaglia per la casa e per il diritto all’abitare nelle nostre città. Mentre le guerre e il riarmo drenano risorse, energie e attenzione, noi diciamo: nessuno basta a se stesso, solidarietà e azione collettiva sono la nostra forza, l’unica via di uscita. Costruiamo alleanze trasversali. Il Social Forum dell’Abitare è fatto proprio di questo: terzo settore e sindacato, spazi sociali e mondo cattolico, urbanisti, comitati, studenti. Se riusciamo a costruire queste alleanze, a individuare obiettivi comuni e a far diventare il diritto all’abitare una priorità politica nazionale, saremo più forti. Perché la crisi dell’abitare è già oggi una crisi sociale. È già oggi una forza espulsiva che attraversa le nostre città, allontana le persone, rompe le comunità, aumenta le diseguaglianze. La lotta per il diritto all’abitare non può limitarsi a rincorrere l’emergenza, sfratto dopo sfratto. Serve aprire una fase nuova, per aprire una stagione di mobilitazioni sull’abitare e il diritto alla città. Non una semplice vertenza destinata a consumarsi nell’autunno, ma una stagione lunga, radicale e determinata, in cui il diritto alla casa diventa diritto alla città. Perché la domanda vera è un’altra: chi governa le nostre città? Chi decide chi può restare e chi deve andarsene? Chi decide cosa si costruisce e cosa si demolisce? Chi governa le trasformazioni urbane mentre il capitale si mangia il territorio, lo stravolge e lo domina? Per questo crediamo nelle agenzie sociali per la casa, con una forte regia pubblica: strumenti capaci di mettere in relazione enti locali, proprietari, inquilini e terzo settore, per aumentare gli alloggi accessibili, prevenire gli sfratti, accompagnare le persone più fragili e restituire alla politica un ruolo di governo del diritto all’abitare. Il Social Forum dell’Abitare che si terrà a Genova il 12, 13 e 14 novembre sarà il luogo in cui confrontarci su questa proposta e provare a costruirla insieme. Il Social Forum sta facendo partire anche una Carovana per l’Abitare, per tenere insieme le esperienze dei territori, connettere le lotte e costruire una richiesta chiara: una legge scritta dal basso, da chi l’espulsione dalla città la subisce e da chi ogni giorno la contrasta. Ed è su questo terreno che misuriamo e respingiamo il Piano Casa del governo Meloni: risorse bloccate per cinque anni, un Commissario di Governo che decide al posto delle comunità locali, patrimonio pubblico venduto per fare cassa. E, per finanziare gli interventi sugli sfratti, si mettono le mani anche sulle risorse provenienti dagli affitti delle case popolari. Ancora una volta sono i più deboli a sostenere il peso delle politiche pubbliche, mentre lo Stato scarica il costo delle proprie scelte su chi ha meno. Domenico “Megu” Chionetti a Roma per una manifestazione a Spin Time nel gennaio scorso E, come se non bastasse, si accelerano le procedure di sfratto, come se questa fosse la vera emergenza del Paese. Il comitato Quarticciolo Ribelle, a Roma, lo scrive su un muro: “Ater, il vostro abbandono è il nostro degrado.” Credo che questa debba diventare un’agenda politica. Non è accettabile che pezzi fondamentali del governo delle nostre città siano sottratti al controllo democratico e alla politica, come se fossero poteri intoccabili. Vanno analizzati, criticati, messi in discussione e riportati dentro un confronto pubblico. E torno a Genova. Perché quel potere che nel 2001 ostentò la propria impunità non appartiene soltanto al passato: è diventato un paradigma. È la convinzione che tutto sia consentito, che la forza prevalga sul diritto, che chi detiene il potere possa agire senza rispondere delle proprie azioni. È lo stesso paradigma con cui oggi l’Europa assiste , perdendo la sua dignità alla più grande speculazione e demolizione genocidaria a Gaza. L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente. Per questo dobbiamo lottare. Per questo dobbiamo organizzarci. Per questo dobbiamo farlo insieme, tutte e tutti The post Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 18, 2026
Popoff Quotidiano
Albania, i fenicotteri all’attacco dei pilastri del potere
L’INTELLETTUALE ALBANESE FATOS LUBONJA: IN DISCUSSIONE È UN INTERO MODELLO DI SVILUPPO, FONDATO SULL’ESPROPRIAZIONE E SULLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA Fabien Escalona per Mediapart A prima vista, è un bel libro un po’ «di nicchia». Sessanta studi di architettura descrivono, in un voluminoso volume intitolato The Albanian Files (Lars Müller Publishers, 2026), il modo in cui hanno colto «l’opportunità specifica» offerta dal «rinnovamento» dell’Albania dopo la caduta del comunismo. Il tutto con una prefazione di Edi Rama, primo ministro, al potere da quasi tredici anni dopo aver ottenuto un quarto mandato nel maggio 2025. Il 1° luglio, tuttavia, questo libro è stato consegnato al tribunale speciale incaricato dei casi di corruzione e criminalità organizzata (Spak) da un gruppo di cittadin·e che vi vedono «una sintesi dei crimini commessi» dal capo del governo albanese. I progetti immobiliari portati avanti in spregio alle regole e all’interesse generale sono diventati l’incarnazione di un modello di sviluppo viziato, fondato sull’espropriazione della gente comune, sulla concentrazione della ricchezza e sul riciclaggio di denaro sporco. Ed è proprio un progetto turistico di lusso, promosso da una società legata al genero e alla figlia di Donald Trump (Jared Kushner e Ivanka Trump), che è all’origine della «rivoluzione dei fenicotteri rosa». Il movimento di protesta, senza precedenti per portata e durata, prende il nome dalla sosta di questi uccelli migratori nell’area protetta di Vjosa-Narta, dove le autorità pubbliche hanno autorizzato la costruzione del complesso alberghiero. Dopo oltre un mese di mobilitazione, sabato 4 luglio si è raggiunto il culmine con la marcia di decine di migliaia di persone nella capitale, Tirana. Sabato 11 sono attesi nuovamente raduni di grande portata. Per comprendere le motivazioni di questo movimento storico, Mediapart ha intervistato lo scrittore Fatos Lubonja. Ex prigioniero politico sotto la dittatura comunista di Enver Hoxha tra il 1972 e il 1991, è una voce importante della vita intellettuale albanese e della difesa dei diritti umani sin dal passaggio a un regime pluralista. «Mediapart»: Il 4 luglio, la 35ª manifestazione della «rivoluzione dei fenicotteri rosa» ha mobilitato più che mai contro l’esecutivo. Come ha fatto il movimento a raggiungere una tale portata di massa? Fatos Lubonja: All’inizio, il progetto attribuito alla coppia Kushner-Trump ha suscitato la contestazione degli ambientalisti e degli abitanti della regione. Mentre si opponeva ai lavori nell’area protetta, un manifestante è stato colpito e poi trascinato via con la forza da diversi uomini legati alla sicurezza privata, sotto gli occhi dei poliziotti che non hanno impedito l’intervento. Le immagini, ampiamente diffuse sui social, hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese. Il giorno seguente, il 31 maggio, sono iniziate le manifestazioni a Tirana. I partecipanti non protestavano più solo contro il progetto di Zvërnec, ma anche contro la violenza subita. In questo modo, la composizione sociale del movimento è cambiata. Al nucleo iniziale di manifestanti si sono aggiunti altri strati della società: i giovani, tra cui molti studenti; la classe media, tormentata dallo spopolamento del Paese e dall’impossibilità di costruirsi una vita dignitosa; o ancora persone sconvolte dalla mancanza di solidarietà con la Palestina da parte dell’esecutivo socialista, preoccupato di mantenere buoni rapporti con l’amministrazione Trump. Se questo allargamento è stato possibile, è perché il progetto immobiliare in questione è emblematico. Contestarlo significa prendere di mira i quattro pilastri del potere in Albania: la classe oligarchica dell’1% più ricco, come negli altri paesi capitalisti; i media, di cui quell’1% è per lo più proprietario; la criminalità organizzata, che è il principale investitore in Albania; e infine la tattica del potere di legittimarsi grazie a appoggi stranieri. In realtà, la gente si è identificata con i fenicotteri rosa, in quanto vittime di uno sviluppo che privatizza lo spazio pubblico e impedisce una vita normale, privando l’accesso alle risorse, facendo scomparire paesaggi, parchi, spazi per i bambini, ecc. Da dove deriva un simile modello di (mal)sviluppo? È necessario ricordare che il comunismo albanese era molto isolato, praticamente privo di proprietà privata, tanto che la “terapia d’urto” neoliberista degli anni ’90 si è svolta partendo da zero, senza risorse produttive né capitali interni. Nel corso di due decenni sono emersi imprenditori edili che hanno utilizzato il denaro degli emigranti per investire in progetti residenziali. Edi Rama, all’epoca sindaco di Tirana, ha costruito la sua ascesa politica proprio in relazione a questa industria del cemento. Ma a metà degli anni 2000 si è raggiunto il picco della domanda di alloggi, poiché l’Albania si era svuotata dei suoi abitanti. Metà della popolazione si è esiliata. In assenza di un’economia sostenibile, il denaro proveniente dal traffico di droga ha assunto un ruolo sempre più importante. Sono stati avviati progetti di costruzione di grattacieli che non rispondono ad alcuna esigenza, ma contribuiscono ad aumentare i prezzi degli immobili. Si parla anche molto di resort di lusso, ma non si tratta nemmeno di veri e propri progetti turistici, bensì di ville il cui acquisto permette alla criminalità organizzata di riciclare denaro sporco. Numerose indagini di polizia e giudiziarie in Europa lo hanno dimostrato: questo riciclaggio di denaro è massiccio e coinvolge anche rappresentanti dello Stato albanese. È per questo che il libro «Albanian Files» è stato accolto così male. Perché si sa che sono stati chiamati studi di architettura internazionali per legittimare questi circuiti economici contrari all’interesse generale. Il loro intervento rientra in quella logica generale di legittimazione attraverso l’estero di cui parlavo, e che spiega perché Edi Rama abbia offerto un pezzo di territorio a Giorgia Meloni [Presidente del Consiglio in Italia – ndr] per trasferirvi la detenzione dei migranti richiedenti asilo. Con un certo successo, dato che Meloni ha recentemente smentito il lavoro dell’emittente pubblica italiana, indignandosi per il fatto che l’Albania fosse presentata come uno Stato del narcotraffico e ritenendo che ciò meritasse delle scuse da parte di Edi Rama. In un recente editoriale, del resto, lei ha insistito molto sulla ricorrenza, nella storia dell’Albania, di questi sostegni ricercati con ogni mezzo all’esterno del Paese, che oggi suscitano indignazione… Il destino dell’Albania è stato fortemente segnato da due fattori: il vassallaggio e la sua posizione periferica. È proprio rendendo servizi al «centro», pur essendo sottoposti a un controllo minimo da parte di quest’ultimo, che molti leader hanno attinto alle risorse necessarie per governare e legittimarsi. Hanno riprodotto il proprio dominio basato sulle culture locali più retrograde, dannose per la maggioranza della popolazione, mentre i tutori o i protettori esterni chiudevano un occhio. Questo è stato il caso di numerosi governatori albanesi durante l’esistenza dell’Impero ottomano. Il meccanismo si è poi riproposto durante il periodo sovietico. Ma i dirigenti comunisti albanesi si sono talmente fusi con lo stalinismo che, quando quest’ultimo è stato condannato all’interno del blocco dell’Est, Enver Hoxha ha rotto con l’URSS. Poi il paradigma del vassallaggio e della periferia si è rinnovato con la ripresa dei legami con l’Occidente a cavallo degli anni ’90. Il nostro primo ministro, Edi Rama, paga a caro prezzo per farsi fotografare con Trump, si mette al servizio di Meloni, cerca attivamente l’appoggio di Macron, ecc.  Accanto allo slogan «L’Albania non è in vendita» è fiorito l’appello a una «nuova Albania». Cosa si nasconde dietro questo termine, sapendo che la composizione del movimento dei «fenicotteri rosa» è molto eterogenea? Con questa espressione, la gente si oppone a un sistema predatorio che l’ha esclusa dal processo decisionale. Non si tratta di uno slogan contro il capitalismo in quanto tale, ma del rifiuto di essere espropriati degli spazi sia pubblici che privati a vantaggio di investitori più potenti. È la manifestazione della volontà che la giustizia non permetta che ciò avvenga in Albania, che non sia più la legge del più forte a dettare legge. Le dimissioni di Rama, richieste durante le manifestazioni, sarebbero solo l’inizio della costruzione di una nuova Albania. Il compito rimarrebbe molto difficile, poiché gli strati sociali del movimento sono molto eterogenei, ma non vi si riscontra, d’altra parte, un’espressione organizzata dei lavoratori e delle lavoratrici. Si tratta di una dimensione importante che ancora manca. D’altra parte, non esiste un’alternativa politica immediata che possa essere fornita dall’opposizione. Affinché questa possa emergere progressivamente, una condizione necessaria rimane comunque la fine del “Regime Rana”. L’opposizione tradizionale, incarnata da Sali Berisha, è infatti respinta tanto quanto il governo di Edi Rama. Come si è configurato il panorama politico albanese? Fin dall’inizio del cambio di regime, tutti i partiti albanesi si sono strutturati secondo lo stesso modello: organizzazioni di oligarchi, legate a ricchi imprenditori edili e proprietari dei principali mezzi di comunicazione. Anche il Partito Socialista di Edi Rama ha fatto da portavoce dei loro interessi. Per un certo periodo si è verificata un’alternanza regolare tra i due principali partiti di centro-sinistra e di centro-destra, senza che ciò cambiasse granché, poiché erano legati allo stesso sistema. La gente ha perso la speranza che l’opposizione potesse fare qualcosa, e l’opposizione non è credibile nelle sue attuali denunce a causa del suo passato. Da diversi anni, Edi Rama ha riunito sotto la sua ala tutti gli oligarchi che erano divisi tra diversi partiti, non senza una certa somiglianza con il patto stretto da Vladimir Putin all’inizio della sua ascesa al potere in Russia. Esistono sì due o tre partiti che si sono formati al di fuori di questo duopolio controllato da Rama e Berisha, ma mancano di risorse in un gioco politico piuttosto chiuso. E c’è una sola vera formazione di sinistra, il movimento Bashkë (Insieme), mentre l’Albania avrebbe bisogno di un partito di sinistra che rappresenti la parte vulnerabile della società. Va detto che nel nostro Paese la parola «sinistra» fa immediatamente riaffiorare la memoria traumatica del comunismo. I manifestanti di oggi gridano «Abbasso i comunisti», ma non bisogna interpretarlo come un rifiuto dell’egualitarismo in quanto tale. È uno slogan rivolto a chi detiene il potere e agisce contro gli interessi del popolo, senza rendere conto a nessuno. Cosa rappresenta l’Unione europea (UE) per questo ideale di una «nuova Albania»? È una promessa di affrancamento dalla tutela, o il rischio di una nuova forma di subordinazione?  L’utopia di entrare a far parte dell’Europa è stata importante, perché offre una direzione mobilitante, orientata verso i principi del pluralismo e dello Stato di diritto. E se proprio si deve far parte di un insieme geopolitico, tanto vale che sia quello europeo, che riduce al minimo i rischi di una ricostituzione della dittatura. D’altra parte, bisogna constatare che l’UE, a questo punto, ha fallito. L’approccio dei suoi leader denota uno spirito neocoloniale. Si considerano i padroni di una terra promessa, desiderosi di aiutare le élite dei paesi vicini a raggiungerla. Ma prestano pochissima attenzione alle popolazioni governate che, tuttavia, desiderano l’integrazione. E molti di loro hanno in realtà una visione molto strumentale dei paesi in questione (come quella di trasformarli in un territorio «di scarto» per i migranti che i paesi del centro non vogliono accogliere). I valori europei non vengono presi sul serio quando si pensa di accettare uno Stato controllato dal narcotraffico nel club europeo.   The post Albania, i fenicotteri all’attacco dei pilastri del potere first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Albania, i fenicotteri all’attacco dei pilastri del potere sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 12, 2026
Popoff Quotidiano
Che cos’è l’economia americana?
IL DIVARIO TRA CIÒ CHE DICONO I NUMERI E COME SI SENTONO LE PERSONE NON HA FATTO CHE AUMENTARE. Robert B. Reich su The Nation Spesso mi viene chiesto di esprimere un parere sull’economia americana: come sta andando, dove sta andando, come sarà tra un decennio, se favorirà i Democratici o i Repubblicani alle prossime elezioni. Ma che cos’è “l’economia americana”? I fondatori dell’esperimento americano fornirono le linee guida per un sistema economico nel 1776 e poi nuovamente nel 1787. Si stavano ribellando contro un impero che imponeva loro le proprie condizioni e cercavano di creare qualcosa di nuovo. Col tempo, ci riuscirono. Ma a che punto siamo ora che sono trascorsi 250 anni? Gli indicatori standard che utilizziamo per valutare l’economia mostrano un sistema che funziona abbastanza bene. Se si guarda più a fondo, però, si nota qualcosa di talmente fuori rotta che la maggior parte degli abitanti degli Stati Uniti potrebbe presto essere pronta a sostenere un cambiamento rivoluzionario — proprio come lo erano molti dei loro predecessori coloniali quando si stancarono delle manipolazioni della Compagnia britannica delle Indie orientali negli anni ’70 del Settecento. L’indicatore contemporaneo più comune della salute economica è il Prodotto Interno Lordo, che mostra come l’economia americana abbia continuato a crescere a un tasso annualizzato rispettabile dello 0,7% nel quarto trimestre dello scorso anno. La spesa dei consumatori è in aumento. Gli investimenti delle imprese sono in aumento. L’inflazione, misurata dall’Indice dei Prezzi al Consumo, si è attestata al 2,4%. Gli utili delle imprese sono a livelli record. La disoccupazione è relativamente bassa, al 4,3%. Allora perché così tante persone sono preoccupate per l’economia? Tutti i sondaggi mostrano che gli americani sono profondamente insoddisfatti della situazione. La fiducia dei consumatori è scesa di circa il 20 per cento rispetto a un anno fa. Se vogliamo spiegare il divario tra ciò che dicono i numeri e come le persone li vivono effettivamente, dovremmo partire dall’assistenza sanitaria, dagli alloggi, dai servizi pubblici, dal carburante e dai servizi finanziari. La maggior parte di noi sta pagando di più per tutte queste cose rispetto a uno o due anni fa — non perché ci piaccia consumarle molto di più o perché siano molto migliori, ma perché non abbiamo scelta. La maggior parte delle grandi aziende deve affrontare una concorrenza minore che mai sotto Donald Trump, che ha di fatto posto fine all’applicazione delle norme antitrust. Queste aziende stanno approfittando del loro potere di mercato per aumentare i prezzi, che i dazi di Trump hanno fatto salire ancora di più. Hanno inoltre aggiunto commissioni inspiegabili in ogni occasione possibile, hanno reso quasi impossibile parlare con una persona in carne e ossa per ottenere una risposta, hanno imposto procedure kafkiane per comprendere o contestare le fatture e hanno sottoposto i clienti a pratiche burocratiche infinite, percorsi online sempre più contorti e tempi di attesa più lunghi. Nel frattempo, i beni pubblici hanno subito un duro colpo. L’ambiente sta diventando sempre più inquinato. Le banche stanno assumendo maggiori rischi con il denaro altrui. I lavoratori sono esposti a maggiori pericoli sul posto di lavoro. Il tasso di disoccupazione ufficiale può essere relativamente basso, ma è diventato più difficile trovare un lavoro o lasciare quello che si ha per uno migliore. Mentre nel 2024 — l’ultimo anno dell’amministrazione dell’ex presidente Joe Biden — gli Stati Uniti hanno creato 1,46 milioni di posti di lavoro, nel 2025 ne sono stati creati solo 181.000 in tutto l’anno. Ciò rende il 2025 l’anno peggiore per l’occupazione dal 2003 (a parte il periodo più critico della pandemia di Covid). Nel 2025, il settore manifatturiero ha perso 108.000 posti di lavoro. Fino alla fine di febbraio, quando Trump è entrato in guerra con l’Iran, il valore di borsa delle società con sede negli Stati Uniti ha continuato a salire, così come il mercato stesso. Fino alla fine di febbraio, l’indice S&P 500 era a livelli quasi record. Ma questo è irrilevante per il 90 per cento degli americani che possiede poche o nessuna azione. Il tenore di vita della maggior parte delle persone dipende dal proprio reddito, non dai guadagni in conto capitale. E sebbene il salario medio degli americani stia aumentando, la retribuzione dei super-ricchi è cresciuta così tanto e così rapidamente da far salire la media. (Sapere che Shaquille O’Neal e io abbiamo un’altezza media di sei piedi non ti dà un’idea chiara della reale differenza di statura tra noi.) Osservare la retribuzione mediana degli americani ci avvicina di più alla realtà, perché una mediana significa che metà della popolazione si trova al di sopra di essa e metà al di sotto. Ma mentre la classe media si riduce e chi sta in cima vive sempre più come dei re, mentre un numero sempre più vasto di persone in fondo alla scala sociale è senza tetto, in cattive condizioni di salute e affamato, nemmeno la mediana descrive ciò che sta realmente accadendo. Come ha dimostrato l’economista francese Gabriel Zucman, l’attuale concentrazione della ricchezza è la più alta mai registrata nella storia della nostra nazione. Diciannove dei patrimoni più ingenti del Paese ammontano complessivamente a circa 3,4 trilioni di dollari — l’equivalente dell’11 per cento di tutti i beni e servizi prodotti negli Stati Uniti in un anno. Si tratta di quasi tre volte il valore dei patrimoni degli americani più ricchi al culmine dell’Età dell’Oro, al netto dell’inflazione. Sotto l’amministrazione Trump, la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 22% nel 2025, passando da 6,7 trilioni di dollari a 8,2 trilioni, e il numero dei miliardari è aumentato da 814 a 935. Ma la maggior parte delle persone negli Stati Uniti sta a galla a fatica o sta affondando. Che cos’è, allora, l’economia americana? È il tenore di vita della maggior parte delle persone che vivono, lavorano e cercano di sbarcare il lunario in un posto chiamato Stati Uniti. Secondo questo metro di misura, l’economia americana è un disastro. Non solo i posti di lavoro scarseggiano, i salari sono miseri e i servizi pubblici sono disfunzionali, ma anche molte delle altre cose su cui la gente fa affidamento stanno andando in pezzi. La concentrazione della ricchezza in America ha creato un sistema educativo in cui i super ricchi possono comprare l’ammissione all’università per i propri figli, un sistema politico in cui possono comprare il Congresso e la presidenza, un sistema sanitario in cui possono acquistare cure personalizzate, un clima in cui possono comprarsi aria e acqua pulite e l’accesso a montagne e litorali incontaminati, e un sistema giudiziario in cui possono comprarsi la libertà dalla prigione. Quasi tutti gli altri sono stati catapultati in una distopia fatta di arbitrarietà burocratica, indifferenza delle grandi aziende, peggioramento della qualità dell’aria e dell’acqua, e le voragini legali e finanziarie che sono diventate i tratti distintivi della vita americana moderna. Tutto questo andava male già prima di Trump. Lui ha peggiorato notevolmente la situazione. La buona notizia è che ora la maggior parte degli americani se ne sta rendendo conto. Lo stato reale dell’economia americana è stato nascosto dietro il PIL, l’IPC, l’indice S&P 500 e il tasso di disoccupazione. Eppure l’economia reale non può più essere nascosta, perché la maggior parte delle persone la sta vivendo in prima persona ogni giorno ed è spaventata e furiosa. Ricordate i «codici di rivelazione» nel software WordPerfect che vi mostravano sullo schermo i tag di formattazione nascosti incorporati in un testo? È come se la maggior parte di noi stesse ora cliccando su quei codici di rivelazione e vedesse la vera struttura della ricchezza e del potere in America. Non è un bel quadro. Ma vederla è l’inizio di un grande cambiamento strutturale. Quando il divario tra gli ideali delle persone e le realtà conosciute raggiunge un punto di rottura, abbiamo una reale possibilità di attuare una riforma rivoluzionaria. E con questo intendo riformare il nostro sistema politico-economico in modo rivoluzionario — ad esempio eliminando il grande capitale dalla politica, in modo da poter aumentare le tasse sui ricchi per finanziare l’assistenza sanitaria universale, l’assistenza all’infanzia, l’assistenza agli anziani e alloggi a prezzi accessibili. Intendo aumentare il salario minimo per renderlo un salario di sussistenza. Garantire a tutti congedi familiari e medici retribuiti, un reddito di base universale, una buona istruzione e un’istruzione superiore accessibile. Smantellare i monopoli per abbassare i prezzi e ridurre il potere politico dei colossi aziendali concentrati. Una riforma rivoluzionaria significa anche democrazia economica: rafforzare i sindacati e dare ai lavoratori voce in capitolo su come viene organizzato il lavoro. Condividere i profitti con i lavoratori. Garantire loro una maggiore sicurezza lavorativa. E significa invertire il cambiamento climatico e salvare il pianeta per le generazioni future. Quella che viene definita “l’economia americana” non è un sistema autonomo al di là del nostro potere di cambiarlo. È il prodotto di leggi e norme che regolano la fiscalità, l’antitrust, il lavoro e l’ambiente — che abbiamo il potere di modificare. Ma oggi non possiamo farlo, perché Trump, i suoi adulatori e i suoi sostenitori plutocratici hanno il controllo. Tuttavia, sempre più americani stanno decifrando i codici segreti e scoprendo la vera struttura della ricchezza e del potere in questo Paese — creando così le basi per una riforma rivoluzionaria. Questo è il lato positivo in questa cupa nube trumpiana. Man mano che il divario tra ciò che pensiamo che l’economia americana dovrebbe offrire e ciò che offre realmente diventa evidente a un numero sempre maggiore di noi, abbiamo una possibilità concreta di trasformare l’economia americana in un sistema che funzioni per tutti noi. Robert Reich è professore emerito all’Università della California, Berkeley, ed ex segretario di stato al lavoro nell’amministrazione Clinton. Il suo ultimo libro è *Coming Up Short: A Memoir of My America*.     The post Che cos’è l’economia americana? first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Che cos’è l’economia americana? sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 12, 2026
Popoff Quotidiano
Marco Bersani: A Genova per riaprire il futuro
A VENTICINQUE ANNI DALLE GIORNATE DEL LUGLIO GENOVESE, L’INTERVENTO DEL PORTAVOCE DI ATTAC ITALIA 1.    Genova prima di Genova  Venticinque anni fa oltre 300mila persone arrivarono a Genova per contestare il vertice dei G8 che si sarebbe tenuto nella città. Ci arrivarono nonostante una campagna di stampa trasversale che preannunciava indicibili assalti e barbarie e riempirono la città dei colori di una moltitudine attraversata dalla speranza in un mondo migliore. Gli assalti e le barbarie in effetti ci furono, ma coi protagonisti rovesciati: quel movimento fu vittima della più grande violazione dei diritti umani dal dopoguerra, come giustamente sentenziò Amnesty International, e tornò da quelle piazze senza Carlo Giuliani, giovane ragazzo ucciso in Piazza Alimonda. Quel movimento non nacque a Genova, perché il nuovo secolo politico inizia in due contesti e tempi distinti, nel sud e nel nord del pianeta. Il primo atto di nascita è stata sicuramente l’insurrezione zapatista nel Chiapas messicano, che esplode il 1 gennaio 1994, giorno nel quale entra in vigore il Trattato di libero scambio fra Usa, Canada e Messico: quel giorno la sapienza della cultura indigena della Selva Lacandona indica al mondo la cifra della globalizzazione liberista come nuovo attacco ai diritti, ai beni comuni, ai territori e alla democrazia. Il secondo atto è la contestazione al vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio a Seattle nel 1999, quando la protesta assume la sfida della messa in discussione della legittimità da parte delle multinazionali e delle lobby finanziarie di poter esercitare il proprio potere a detrimento dei diritti umani, della giustizia sociale e della democrazia. Fino a prima di Seattle, ogni incontro delle grandi istituzioni internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio, Ocse, G8 etc.) vedeva in campo la società civile con contro-convegni che, dal basso, contestavano la narrazione del modello liberista sulle magnifiche sorti e progressive di una società regolata interamente dalle leggi del mercato e interamente votata alla produzione di profitti. Un modello con già quasi tre decenni alle spalle, dato che, pur con qualche cautela, possiamo collocare l’inizio della fase neoliberista del capitalismo in due eventi (anche questi uno nel sud e uno nel nord del pianeta) e contesti diversi e complementari: il colpo di Stato militare in Cile del settembre 1973, che rovesciò il governo democratico e socialista di Salvador Allende per consegnare il paese al generale fascista Pinochet e ai Chicago Boys, gli economisti liberisti statunitensi che lo affiancarono nelle scelte economico-sociali, e l’avvento di Margareth Thatcher al governo del Regno Unito, con la brutale repressione del movimento operaio agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso. Fu la stessa Thatcher a proclamare lo slogan che poi divenne il mantra dell’ideologia liberista. “La società non esiste, esistono solo gli individui e le famiglie”. A Seattle, e per la prima volta, i movimenti non si limitarono a criticare i contenuti della globalizzazione neoliberista, documentando con analisi ed evidenze i disastri che avrebbe prodotto dal punto di vista dei diritti umani, della giustizia sociale e della crisi ecologica, ma posero con forza il tema della legittimità del potere decisionale delle multinazionali e dei grandi interessi finanziari, bloccando fisicamente la partecipazione dei delegati al vertice dell’OMC e scontrandosi per giorni con le forze di polizia. Da allora, il tema della legittimità si pose in tutti gli incontri delle grandi istituzioni internazionali, che dovettero abbandonare nel tempo la scenografia ‘medievale’ di rappresentazione del potere con la quale quei vertici erano costruiti, per doversi confrontare con mobilitazioni sociali sempre più ampie, determinate e diffuse. Nel frattempo, nel gennaio 2001 a Porto Alegre in Brasile si riunì per la prima volta il Forum Sociale Mondiale in aperta contrapposizione con l’annuale Forum Economico Mondiale, che, negli stessi giorni, si teneva a Davos in Svizzera e a cui partecipavano tutti i motori politici, economici e finanziari della globalizzazione neoliberista. Fu a Porto Alegre che venne lanciata la sfida più alta, dichiarando, in radicale contrapposizione al “There is no alternative” di Margareth Thatcher, “Un altro mondo è possibile” e aprendo la sfida per il cambiamento globale. Genova arrivò sei mesi dopo, mentre quattro mesi prima e -importante sottolinearlo- con un governo di centro-sinistra, a Napoli vi fu una sorta di anticipazione e di prova della repressione contro i movimenti scesi in piazza per contestare il Global Forum, promosso da Ocse, Onu e Ue. continua qui https://attac-italia.org/a-genova-per-riaprire-il-futuro/ The post Marco Bersani: A Genova per riaprire il futuro first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Marco Bersani: A Genova per riaprire il futuro sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 9, 2026
Popoff Quotidiano
Dopo la canicola, l’impossibile ritorno al mondo di prima
IL MONDO IN CUI NON SI POTEVA MORIRE DI CALDO IN UNO DEI PAESI PIÙ RICCHI DEL MONDO NON TORNERÀ PIÙ. È IL MOMENTO DEL LUTTO, DELLA RABBIA E DELL’AZIONE Joseph Confavreux e Jade Lindgaard su Mediapart Finalmente la pioggia. E con essa l’oblio? I temporali e le masse d’aria più fresca che dovrebbero estendersi verso l’interno del Paese durante il fine settimana porteranno con sé anche un senso di sollievo e la voglia di voltare pagina. Finalmente è finita l’ondata di caldo! La comunità nazionale potrebbe immaginare di tornare alla normalità: lavoro, famiglia, vacanze, campagna elettorale. Ma sarebbe un grave errore. Il tempo del mondo di un tempo, in cui non si poteva morire di caldo in uno dei paesi più ricchi del mondo, non tornerà più. L’ondata di caldo del giugno 2026 in Francia è storica per la sua brutalità e la sua portata; ma costituisce anche la nostra nuova normalità. È fondamentale che alle nostre notti insonni segua un risveglio collettivo: siamo entrati nel vivo del cambiamento climatico. Ed è orribile. Allora balliamo sotto la pioggia per qualche ora, ma teniamo ben presente che è tempo di lutto, di rabbia e di azione. RENDERE OMAGGIO AL LUTTO Non dimentichiamo quei due fratellini di 2 e 4 anni morti di disidratazione in un’auto parcheggiata nel vialetto di una villetta a Carpentras (Vaucluse). Né quel bambino di 3 anni morto in Val-d’Oise dopo essere soffocato in un’automobile, bloccata dal “sistema di sicurezza per bambini”. Non dimentichiamo le oltre cinquanta persone che sono annegate in una settimana nel tentativo di sfuggire al caldo: due giovani di 23 anni sul lago di Annecy (Alta Savoia), un bambino di 6 anni a Bègles Plage (Gironda), un giovane calciatore della Ligue 2 a Caluire-et-Cuire nel Rodano, un padre di famiglia di 50 anni nella Sarthe al termine di un picnic. Ricordiamo Daniel S., morto durante la prima ondata di caldo, a fine maggio, per ipertermia nella Drôme, dopo aver lavorato tutto il giorno su un tetto. Pensiamo a quell’anziano in Gironda morto nella propria abitazione fin dal primo giorno dell’ondata di caldo, seguito da altre tre persone nel Pas-de-Calais. Nel 2003 ci sono voluti mesi per stabilire un bilancio di 15.000 persone, per lo più di età superiore ai 65 anni, morte da sole durante l’ondata di caldo. Migliaia di persone anche nel 2022, così come nel 2025. Il caldo miete almeno 5.400 vittime all’anno in Francia, secondo uno studio di Oxfam. Ricordiamo Eden, 18 anni, che vive negli edifici surriscaldati del Crous di Nanterre e non ha i mezzi per comprarsi un ventilatore portatile. Le infermiere della clinica Saint-Grégoire, a Rennes (Ille-et-Vilaine), che sono state vittime di ipertermia e hanno dovuto ricevere flebo. O ancora gli insegnanti che appendono coperte termiche alle finestre delle scuole e si mettono collettivamente in sciopero dopo aver dovuto accogliere i bambini in condizioni indegne. Al punto che quando il ministro dell’education nationale ha deciso di confermare le prove d’esame, la segretaria generale del sindacato Snes-FSU s’è domandata se fosse «incoscienza o provocazione». Non dimentichiamo nemmeno le centinaia di pesci morti per il caldo in uno stagno delle Côtes-d’Armor. Né quegli animali che muoiono a migliaia negli allevamenti della nostra industria alimentare spazzatura. Ricordiamo che a volte abbiamo anche riso durante questa ondata di caldo. Quando il presidente della Repubblica ha postato sul social network X che bisognava ricordarsi di bere acqua. Ballando, il 21 giugno, durante la Festa della Musica che sembrava un’apocalisse gioiosa. Stupendosi, davanti al parco giochi di Clichy-sous-Bois (Seine-Saint-Denis) durante la notte più calda della storia della Grande Parigi, quando i bambini, in preda alla follia, scivolavano dimenandosi su uno scivolo bagnato, in piena notte, e una domanda tormentava una bambina a cui raramente era stato permesso di stare sveglia così tardi: «A che ora arrivano i mostri?» Questi modi di non disperare di fronte a un mondo che ci sfugge sono anche punti d’appoggio per costruirne uno che possa rimanere vivibile. L’ARMA DELLE URNE: PUNIRE E SORVEGLIARE Il primo gradino del risveglio collettivo ha come arma le urne, mentre mancano ormai solo pochi mesi a un voto decisivo. Il Rassemblement National (RN), che oggi cerca di far dimenticare decenni di negazionismo climatico, deve essere respinto non solo in nome della sua eredità xenofoba, ma anche del suo DNA antiecologico. Il centro-destra che governa la Francia da dieci anni, e osa ancora ostentare la propria autocompiacenza mentre il Paese soffoca, dopo aver gettato al secchio ogni politica climatica ambiziosa, non merita altro che disprezzo e scherno. Ma, a meno di un anno dalle elezioni presidenziali, è in realtà ogni candidato che si rifiuterà di elaborare il proprio programma per rispondere a queste tragedie che dovrebbe subire tre misure politiche praticate per secoli e cadute troppo a lungo in disuso: la destituzione, l’ostracismo e la damnatio memoriae (la cancellazione dalla memoria collettiva). Procedure che sarebbe legittimo estendere ai ministri che si rifiutano di prendere in considerazione un «congedo climatico» quando la temperatura sul posto di lavoro diventa insopportabile; agli architetti che hanno continuato a costruire edifici inadeguati e vietano di aggiungervi tende o persiane; ai rettori e alle rettrici che si sono rifiutati di chiudere gli istituti scolastici per evitare che l’economia rallentasse; ai prefetti e alle prefette che non hanno previsto il sovraffollamento degli ospedali e danno la caccia ai momenti di festa; ai decisori economici che sono pronti a farci bruciare pur di non mettere a rischio i dividendi. SOLUZIONI SUL TAVOLO Il secondo livello del risveglio collettivo richiede di riaprire alcuni fascicoli e di applicare determinati rapporti. L’azione pubblica, le cui carenze sono oggi così evidenti, dispone di una moltitudine di piani, applicabili senza indugio, per invertire la tendenza mortale. Alcuni rientrano addirittura nel quadro tradizionale della pianificazione economica e avrebbero potuto avviare la necessaria trasformazione senza attendere la grande rivoluzione. Il rapporto dell’economista Jean Pisani-Ferry e Selma Mahfouz, presentato a Élisabeth Borne nel maggio 2023, spiegava già che non serviva a nulla «ritardare gli sforzi» in nome del contenimento del debito pubblico, poiché «ciò non farebbe che aumentare il costo per le finanze pubbliche e lo sforzo necessario negli anni successivi» per raggiungere i nostri obiettivi climatici. La Convention citoyenne pour le climat, le cui conclusioni erano state ampiamente smontate dal governo di Jean Castex prima di finire ridotte a una legge di compromesso, tracciava un quadro molto completo delle azioni da intraprendere con urgenza per attuare una politica climatica degna di questo nome. Anche i rapporti del Segretariato generale per la pianificazione ecologica avevano delineato in lungo e in largo i possibili scenari d’azione per decarbonizzare il Paese nei settori dei trasporti, dell’edilizia abitativa, dell’agricoltura, dell’industria e dei consumi, nonché per proteggere la biodiversità – prima che tale segretariato venisse smantellato da Gabriel Attal e poi da François Bayrou. Sotto le sue sembianze idealistiche, se non addirittura utopistiche, la tabella di marcia proposta dal Laboratorio sulle disuguaglianze globali per decarbonizzare l’economia, riducendo al contempo le disuguaglianze, si basa su una diagnosi di precisione chirurgica sulla distribuzione della ricchezza nel mondo. Il suo strumento di punta, il «Fondo per la giustizia mondiale», finanziato dalla tassazione dei miliardari, ha anche il merito di ricordare un’evidenza: sebbene il «Titanic» climatico riguardi l’intero pianeta, noi non siamo tutti sulla stessa barca. La lotta contro il disastro ecologico ha senso e può essere efficace solo se è strettamente correlata a una massiccia ridistribuzione delle ricchezze accumulate, all’altezza delle vertiginose disuguaglianze attuali. LA RAGIONE DELL’UTOPIA Il «cerchio della ragione» che pretenderebbe di escludere alcune delle numerose proposte oggi sul tavolo deve fare i conti con una situazione sempre più evidente: la realtà non è più quella di un tempo. Di conseguenza, nemmeno «l’utopia». Oggi più che mai, è la realtà a essere invivibile e l’utopia l’unica via ragionevole. In un mondo in cui l’uomo più ricco del mondo raccoglie miliardi di dollari per finanziare la colonizzazione di Marte, le coordinate del reale si invertono. «Se la distopia radicale è possibile, come si vede con Trump, Elon Musk e questa fusione tra l’epistemologia politica arcaica e le nuove tecnologie cibernetiche, allora solo un’utopia dei corpi viventi potrà tirarci fuori da dove ci troviamo», spiegava recentemente a Mediapart il filosofo Paul B. Preciado. In altre parole, «l’utopia è più necessaria che mai, perché è del tutto possibile. L’utopia nel senso di una radicalità nei progetti di trasformazione planetaria». Partendo da qui, si possono effettivamente ribaltare i termini del dibattito e conciliare pragmatismo e radicalità. Perché non dovrebbe essere possibile smettere di pagare l’affitto se la temperatura della propria abitazione supera i 33 °C e che il proprietario non abbia avviato lavori di riqualificazione energetica? Sì, EDF fa bene a stanziare 80 milioni di euro per dotare rapidamente le scuole di «soluzioni di raffreddamento». Ma nel nuovo mondo in cui siamo collettivamente catapultati, non dovremmo forse anche requisire i superprofitti di TotalEnergies per rendere più verdi tutte le scuole elementari e medie della Francia? E tassare molto di più i GAFAM e i loro data center ad alto consumo energetico per ristrutturare e isolare termicamente tutti gli edifici che lasciano passare il calore e quelli che lo generano in eccesso sul territorio? Affinché queste soluzioni di emergenza non si riducano a un imperativo di adattamento al ribasso, continuando a sottomettere le nostre vite alle logiche del capitale, il terzo livello del risveglio collettivo consiste nel smentire un vecchio adagio: quello del professore di letteratura statunitense Fredric Jameson, secondo cui sarebbe più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo. Come riuscirci quando non è mai stato così evidente che l’umanità fosse sull’orlo del precipizio? In realtà, le vie alternative, le zone di resistenza, le strategie di sabotaggio e i desideri di rivolta contro il sistema estrattivista, coloniale e patriarcale non sono forse mai stati così vivaci, combattivi e creativi come oggi. Esistono molteplici «percorsi che possono contribuire a costruire una società più libera e appagante, più rispettosa del pianeta», come quelli, ad esempio, elencati in un’ambiziosa opera dedicata ai mondi post-capitalisti pubblicata di recente. Come si poteva leggere nelle manifestazioni per il clima degli ultimi anni: «Anche i dinosauri pensavano di avere tempo». The post Dopo la canicola, l’impossibile ritorno al mondo di prima first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Dopo la canicola, l’impossibile ritorno al mondo di prima sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 30, 2026
Popoff Quotidiano
Austria, la “migliore sindaca del mondo” è una comunista
I COMUNISTI CONSOLIDANO LA LORO PRESENZA A GRAZ, SECONDA CITTÀ DEL PAESE DOPO LA VITTORIA A SORPRESA DI CINQUE ANNI FA. MERITO DEL LAVORO DI PROSSIMITÀ DI ELKE KAHR Vianey Lorin su Mediapart Ancora una volta, la sorpresa era all’ordine del giorno. Se la rielezione di Elke Kahr, prima sindaca comunista di Graz, seconda città dell’Austria con oltre 300.000 abitanti, era stata annunciata, il risultato ottenuto dal suo partito, il KPÖ, lo era molto meno. I comunisti hanno raccolto quasi il 36% dei voti alle elezioni comunali di domenica 28 giugno. Un aumento di sette punti rispetto alle precedenti elezioni, cinque anni fa, dalle quali erano già usciti in testa, suscitando lo stupore tra i commentatori politici. Questa ampia vittoria conferma la strategia del partito e della sua leader, Elke Kahr, che punta sulla vicinanza ai cittadini e coltiva la sua immagine di rappresentante accessibile. Ha così rinunciato a utilizzare l’auto di servizio del Comune e quando, un anno fa, la città è stata sconvolta da una sparatoria mortale in un liceo, si è precipitata sul posto al volante della sua vecchia Citroën, riporta il quotidiano Der Standard. Secondo il giornale, due mesi fa, in occasione di un incendio, si è recata nuovamente sul posto e ha accompagnato personalmente un residente che aveva appena perso il proprio appartamento in un alloggio provvisorio. La rappresentante riceve regolarmente i cittadini per ascoltare i loro problemi: casa, difficoltà finanziarie, lavoro. Cinque anni fa Mediapart aveva assistito a uno di questi incontri in cui Elke Kahr aveva aiutato un’anziana signora a trovare una nuova sistemazione o una ragazza a finanziare l’intervento chirurgico del suo cane. Infatti, a Graz, il KPÖ non si limita a fornire consigli, ma a volte può offrire un aiuto finanziario ai residenti, prelevato in parte dallo stipendio dei propri rappresentanti eletti. OLTRE 300.000 EURO DEVOLUTI Elke Kahr devolve così più di due terzi del suo stipendio di sindaco e si trattiene 2.300 euro al mese. Anche gli altri rappresentanti eletti del KPÖ fanno lo stesso e, ogni anno, il partito organizza una conferenza stampa per presentare l’importo totale di queste donazioni: oltre 300.000 euro nel 2025, a beneficio di più di 2.500 famiglie. Un dato che fa digrignare i denti ad alcuni oppositori, che denunciano un approccio populista, se non addirittura un acquisto di voti. Questa pratica esiste tuttavia dal 1988 ed è ormai parte integrante del DNA del KPÖ a Graz. Dal 2005, Elke Kahr avrebbe così devoluto 1,3 milioni di euro. Questa immagine di eletta vicina alla gente, consapevole delle difficoltà dei suoi amministrati, spiega in parte i successi elettorali dei comunisti: «La dimensione personale è importante. Elke Kahr riesce a raggiungere un pubblico che va oltre la consueta base elettorale del KPÖ», analizza Matthias Kaltenegger, politologo dell’Università di Vienna, in un’intervista a Mediapart. La debolezza del partito a livello nazionale – il 2,4% dei voti alle ultime elezioni legislative del 2024 – può inoltre giocare a suo favore a livello locale, mobilitando i voti di protesta, secondo il ricercatore: «Il Partito Comunista non è più rappresentato in Parlamento dagli anni ’50. Nel suo programma critica il sistema politico, quindi può anche attrarre persone che guardano con sospetto alle istituzioni politiche». Un altro pilastro dell’identità politica del partito è la questione abitativa. Nel 1992, Ernest Kaltenegger, artefice delle prime vittorie del KPÖ, istituì il Mieternotruf, «il numero di emergenza per gli inquilini», che esiste ancora oggi. Chiamando questo numero, gli abitanti di Graz possono ricevere consulenza dal KPÖ in caso di controversie con un proprietario, per problemi relativi alla restituzione della cauzione o anche per far verificare il proprio contratto di locazione e accertarsi che i vari costi accessori non siano eccessivi. LA «MIGLIORE SINDACA DEL MONDO» Da allora, il partito non ha mai smesso di impegnarsi in questo ambito. Durante i suoi cinque anni alla guida della città, sono stati consegnati 420 nuovi alloggi comunali, ovvero alloggi sociali di proprietà del Comune. Il Comune ha acquisito terreni per costruire altri alloggi e per potenziare i trasporti pubblici. L’esecutivo comunale ha inoltre deciso di ridurre da cinque a un anno il periodo di residenza in città necessario per poter beneficiare di un alloggio comunale. Questa politica sociale è valsa a Elke Kahr il titolo di «miglior sindaco del mondo» nel 2024, assegnatole da City Mayors Foundation, una fondazione londinese che ha sottolineato «la sua dedizione e il suo altruismo al servizio della sua città e dei suoi cittadini». Si tratta tuttavia di misure che devono essere finanziate. Il Comune, però, è oggi indebitato per 2 miliardi di euro. Intervistata dall’emittente televisiva pubblica ORF su questo tema, Elke Kahr ha ricordato che la sua amministrazione aveva ereditato un debito di 1,6 miliardi, pur facendo fronte alle spese per l’edilizia abitativa e le infrastrutture pubbliche. Ha tuttavia ammesso di dover procedere a «adeguamenti strutturali», precisando: «Ma senza che ciò vada a discapito della popolazione. » Un altro punto di tensione: la politica di sviluppo dei trasporti pubblici, percepita da una parte della popolazione come ostile agli automobilisti. In particolare, sono stati eliminati 1.500 posti auto. Ciò limiterebbe l’attrattiva del centro città e l’attività commerciale, secondo i critici. «Bisogna chiedersi chi fa questo genere di affermazioni e perché. In realtà, grazie allo sviluppo dei trasporti pubblici e degli spazi verdi, il centro città sta diventando più attraente», ha risposto la sindaca nella sua intervista all’ORF. Un altro dato degno di nota di queste elezioni è il risultato modesto dell’FPÖ, il partito di estrema destra austriaco, che si è classificato al quarto posto con il 12% dei voti. Eppure governa la regione e rappresenta la prima forza politica del Paese. Un risultato che si spiega con la tradizionale divisione elettorale tra grandi città e zone rurali, ma anche con un caso di corruzione che continua a pesare sull’FPÖ a Graz, secondo Matthias Kaltenegger. Grazie a questo risultato, il KPÖ, che finora governava insieme ad altri due partiti, i socialdemocratici dell’SPÖ e i Verdi (Die Grünen), potrebbe limitarsi a un unico partner di coalizione, a priori gli ecologisti. Elke Kahr ha tuttavia promesso di avviare negoziati con tutti i partiti prima di prendere una decisione. Una cosa è certa: la prima sindaca comunista nella storia di Graz rimarrà tale. The post Austria, la “migliore sindaca del mondo” è una comunista first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Austria, la “migliore sindaca del mondo” è una comunista sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 30, 2026
Popoff Quotidiano
Francia, i partiti cercano di soffocare il richiamo degli Insoumis
LE DIREZIONI DI ECOLOGISTI, PCF E PLACE PUBLIQUE STANNO MOLTIPLICANDO LE MISURE PUNITIVE CONTRO I DISSIDENTI CHE APPOGGEREBBERO MÉLENCHON Sarah Benhaïda e Pauline Graulle su Mediapart A meno di un anno dalle elezioni presidenziali, i partiti di sinistra si dividono in due categorie: quelli che, come La France insoumise (LFI), si sono già schierati in ordine di battaglia dietro Jean-Luc Mélenchon e quelli che stanno perdendo terreno. Oltre al Partito Socialista (PS), che annaspa in un pantano strategico senza fine, è anche il caso di Place publique (PP), il cui «candidato» Raphaël Glucksmann si concede ancora tre mesi per decidere se si candiderà davvero. La situazione è altrettanto complessa anche all’interno del Partito comunista francese (PCF), dove il segretario nazionale Fabien Roussel sembra sempre più deciso a lanciarsi nella corsa nonostante la riluttanza di una parte dei suoi sostenitori. E non è più semplice nemmeno tra gli Ecologisti, dove regna l’incomprensione di fronte alle velleità di Marine Tondelier di rimanere candidata in assenza di primarie a cui ormai nessuno crede più. Finora incapaci di unirsi attorno a una prospettiva politica chiara e terrorizzate da una possibile fuga di militanti verso il sostegno al candidato di La France Insoumise, le direzioni di questi apparati di partito preferiscono stringere i bulloni per arginare le impazienze. Minacce, introduzione di nuove procedure per sospendere o espellere i dissidenti, moltiplicarsi delle commissioni disciplinari… In questo chiaroscuro strategico, i leader sono improvvisamente colti da una grave forma di «sanzionite». Ultimamente, è all’interno di Les Écologistes che il clima si è deteriorato in modo particolarmente marcato. Nell’organizzazione di Marine Tondelier, le tensioni non sono una novità. Già a gennaio, la segretaria nazionale aveva subito un primo avvertimento con la defezione di un certo numero di dissidenti verso LFI, sotto la bandiera dei Verts populaires. Sebbene all’epoca la vicenda avesse dato adito a una serie di minacce e ad alcune sanzioni a titolo di avvertimento per i militanti tentati di seguire l’esempio, non ha sortito l’effetto sperato. Per il momento, nessuna figura di spicco degli Ecologisti ha annunciato di voler sbattere la porta. Ma molti ci stanno pensando seriamente. Sull’ala sinistra, Sandrine Rousseau non nasconde più che alla fine potrebbe sostenere la candidatura di Jean-Luc Mélenchon, mentre all’altra estremità dello spettro ecologista, Yannick Jadot si mostra al fianco di esponenti socialdemocratici pubblicamente ostili alle primarie della sinistra. FEBBRILITÀ Temendo che una tale frammentazione possa portare all’implosione prima ancora del 2027, il Consiglio federale degli Ecologisti ha votato a larga maggioranza, a metà giugno, un ulteriore inasprimento delle misure, introducendo una sanzione finora senza precedenti: un’espulsione «definitiva» – in realtà di tre anni. Anticipando i fatti, l’ex candidato alle presidenziali Yannick Jadot ha recentemente espresso allarme per un tentativo di «epurazione» nei suoi confronti, sostenendo su L’Opinion che «escludere il candidato che ha ottenuto il maggior numero di voti nella storia dell’ecologia politica – 3 milioni alle elezioni europee del 2019», non risolverà nulla dei «problemi di Marine Tondelier». Sandrine Rousseau, dal canto suo, critica aspramente «l’autoritarismo» del suo partito. «In mancanza di un vero dibattito interno, la nostra unica opzione è quella di far sentire la nostra voce all’esterno attraverso la stampa. E quando lo facciamo, ci sanzionano e ci cacciano!», si lamenta con Mediapart. Se molti ritengono normale sanzionare i transfughi – nella storia recente del partito, numerose figure di primo piano si erano unite a Emmanuel Macron nel 2017 –, alcuni vi vedono tuttavia un segnale preoccupante di chiusura. «Questo può essere visto come un modo per cercare di unire il partito contro alcune personalità. Non mi sembra un buon metodo per garantire la nostra coesione», commenta Cyrielle Chatelain, presidente del gruppo all’Assemblea nazionale, preoccupata dal ritorno alla logica del “meglio un piccolo posto tutto nostro che un grande posto tra gli altri”. Il nervosismo della dirigenza degli Ecologisti ha dato luogo a un nuovo episodio di gioco al bluff alla fine della scorsa settimana. Per avallare il mantenimento della candidatura di Marine Tondelier alle presidenziali – con o senza primarie –, la direzione ha messo su una consultazione diretta dei militanti ritenuti più favorevoli all’idea rispetto al Consiglio federale. Ma invece di darsi per vinti dopo che gli organi interni hanno definito «irregolare» tale procedura, l’entourage della segretaria nazionale si è affrettato a pubblicare giovedì un comunicato in cui annunciava che la suddetta consultazione sarebbe stata «ben organizzata» all’inizio di luglio, «come confermato dal Consiglio statutario». «Una manipolazione!», esclama indignato un ecologista che preferisce rimanere anonimo, denunciando una «distorsione della realtà». «I dirigenti di questo partito sono alle corde, sembrano dei pazzi rinchiusi nel loro bunker che sparano a tutti», afferma questa fonte. «Le questioni relative ai metodi e alle procedure servono a garantire che alla fine tutti rispettino la decisione. Invito tutti a seguire le regole», avverte con parole misurate il deputato Jérémie Iordanoff, ricordando che solo i 120 membri eletti del consiglio federale sono autorizzati a decidere in materia strategica. Riconoscendo a Mediapart che la «formulazione» scelta avrebbe potuto prestarsi a «interpretazioni», François Thiollet, vice segretario nazionale per gli affari interni degli Ecologisti, respinge tuttavia qualsiasi intenzione di aggirare il Consiglio federale. «Fin dall’inizio sapevamo che questa consultazione non avrebbe avuto valore decisionale», afferma. «Ciò che ci interessa è il parere degli iscritti, che potrà orientare la decisione del Consiglio federale». Un modo per riconoscere che, senza l’influenza dei militanti sul parlamentino del partito, la validazione della candidatura autonoma di Marine Tondelier sarà tutt’altro che una formalità. «PURO DOGMATISMO» Anche per il PCF il percorso verso le presidenziali è costellato di ostacoli. Il 40° congresso deciderà alla fine di questa settimana sull’opportunità di una nuova candidatura di Fabien Roussel (2,28% dei voti nel 2022). Anche in questo caso, la scadenza si preannuncia delicata per la dirigenza uscente, il cui testo ha raccolto solo il 61% dei voti degli iscritti, ovvero 20 punti in meno rispetto al congresso precedente. Quindi anche qui si sta stringendo la morsa, ritengono gli oppositori della dirigenza, che non hanno esitato a interpretare i procedimenti disciplinari avviati all’indomani delle elezioni comunali come «un’intollerabile strumentalizzazione a fini politici», secondo le parole della corrente «Alternative communiste». «La candidatura di Mélenchon crea un effetto ventosa, per cui si avverte che è in corso un inasprimento delle misure per eliminare le voci dissidenti», afferma il militante unitarista Robert Injey, che cita le turbolenze provocate nelle Alpi Marittime, nel Tarn o nelle Bocche del Rodano. «Il moltiplicarsi delle riunioni della commissione per i conflitti è diventato un metodo per trattenere le persone. Ma questo comportamento è guidato esclusivamente dalla sopravvivenza dell’apparato», deplora ancora. Contattata da Mediapart, Marie-Jeanne Gobert, presidente della commissione per i conflitti e la mediazione del PCF, non ha dato seguito alle nostre richieste. A «Place publique», è la questione della linea politica e delle alleanze a dividere. Anche in questo caso, le elezioni comunali hanno lasciato tracce e rancori. Nella Mosella, nel Rodano, nei Pirenei Orientali o ancora in Indre-et-Loire, le e-mail hanno cominciato a piovere per annunciare «sospensioni a titolo cautelare» nelle città in cui era stata presa in considerazione l’alleanza con LFI. Una nuova raffica di lettere disciplinari è arrivata nel mese di maggio, accusando ancora una volta i responsabili di «mancato rispetto della posizione adottata dagli organi competenti del partito in materia di alleanze». Prima di dare ai militanti interessati la possibilità di scegliere: o porre fine volontariamente alla propria adesione al PP, oppure «presentare una memoria scritta e/o documenti giustificativi» per essere ascoltati da una commissione ad hoc. Quante espulsioni sono state pronunciate da allora? Difficile dirlo. A Lione (Rodano), in primavera si è verificata una vera e propria emorragia. Dopo aver sospeso prima del primo turno i militanti che si erano schierati a fianco di Georges Képénékian, l’erede dell’ex sindaco Gérard Collomb, la direzione ha sospeso nel periodo tra i due turni un’altra parte delle proprie truppe: i candidati di «Place publique» presenti nella lista nata dall’alleanza tecnica tra gli Ecologisti e i «Insoumis» per contrastare la candidatura di Jean-Michel Aulas. «In un primo momento siamo stati espulsi dai canali interni con l’accusa di antisemitismo. Poi non abbiamo più ricevuto alcuna notizia dalla sede nazionale», testimonia un eletto di Lione. Come una dozzina di altri membri di PP, anch’essi eletti su liste di unione della sinistra, l’interessato ha iniziato a redigere una memoria per presentare la propria difesa presso quella famosa commissione ad hoc, «di cui nessuno, dice, sa come funzioni». Nel frattempo, traccia un bilancio amaro della sua esperienza: «Stavamo vivendo la nostra prima vera campagna locale, gli ecologisti hanno giocato la partita fino in fondo mantenendo l’accordo anche se non avevamo più un’appartenenza politica. Siamo riusciti a farci rispettare, a farci valere sul campo, a ottenere dei rappresentanti eletti… Ma come ringraziamento, verremo espulsi», sospira questo eletto, scettico nel vedere il suo partito lanciarsi nella campagna presidenziale tagliandosi fuori da decine di rappresentanti eletti – e dai finanziamenti pubblici che ne derivano – «per puro dogmatismo». Un’opinione condivisa da un’attivista della Francia occidentale che ha recentemente lasciato il PP: «La regola di non stringere alleanze con LFI non è mai stata votata. Ok, a Raphaël Glucksmann non piace Jean-Luc Mélenchon, ma è una ragione sufficiente? Tanto più in occasione di elezioni locali in cui Mélenchon non è nemmeno candidato!» Nel suo comune, anche gli attivisti del PP che volevano stringere un’alleanza con LFI per opporsi a una candidatura di destra «che flirta con l’estrema destra» sono stati invitati a dimettersi dal partito. «Questo ha suscitato grande scalpore», riferisce. Alla direzione del PP si minimizzano questi casi, assicurando che la stragrande maggioranza dei candidati alle elezioni comunali ha accettato di ritirarsi piuttosto che stringere un’alleanza con LFI. Jérôme Auslender, membro della direzione che ha perso a sua volta il posto di consigliere comunale a Clermont-Ferrand (Centro) ritirandosi, assume questa scelta: «Siamo una sinistra democratica nel proprio DNA, mentre LFI è autoritaria sia nel suo funzionamento interno che nel sostegno a regimi autoritari», sostiene. «Sappiamo che una parte dell’elettorato non ci seguirà mai se ci sarà la minima ambiguità». The post Francia, i partiti cercano di soffocare il richiamo degli Insoumis first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Francia, i partiti cercano di soffocare il richiamo degli Insoumis sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 30, 2026
Popoff Quotidiano
«Hanno scambiato una Terra Promessa per una promessa di terra»
MONI OVADIA A VIAREGGIO: «IL SIONISMO NON HA NIENTE A CHE FARE CON L’EBRAISMO. È UN FENOMENO COLONIALISTA» C’è una barca che attraversa il Mediterraneo e le coste italiane con un carico insolito: non merci, non turisti, ma testimonianze, solidarietà e una richiesta di giustizia. Si chiama Ghassan Kanafani, come lo scrittore e intellettuale palestinese assassinato nel 1972, ed è il simbolo del progetto nazionale “Cento porti, cento città”, la campagna promossa da Freedom Flotilla Italia per tenere alta l’attenzione sulla tragedia che si consuma in Palestina. Dopo essere partita simbolicamente da Taranto il 2 maggio, la Flotilla sta risalendo la penisola affiancata da un camper che attraversa l’entroterra, con l’obiettivo di unire città, associazioni e cittadini in una mobilitazione permanente contro la guerra e l’assedio di Gaza. Dal 19 al 21 giugno la Ghassan Kanafani ha fatto tappa a Viareggio, dove Freedom Flotilla Italia e il Coordinamento Versilia per la Palestina hanno organizzato tre giornate di incontri, dibattiti e iniziative culturali. Il momento più atteso è stato l’intervento di Moni Ovadia, attore, musicista e intellettuale da anni impegnato sui temi della pace e dei diritti umani. Fin dalle prime battute Ovadia chiarisce la propria posizione senza lasciare spazio ad ambiguità. «Io sono un antinazionalista radicale, sono ebreo e sono anti-sionista. Il sionismo non ha niente a che fare con l’ebraismo. È un fenomeno colonialista». Una distinzione che attraversa tutto il suo ragionamento e che diventa la chiave di lettura storica e politica dell’attuale conflitto. Per spiegare le origini del colonialismo moderno, Ovadia richiama la Conferenza di Berlino del 1884-1885, quando le potenze europee si spartirono il continente africano introducendo il principio della terra nullius, la “terra di nessuno”. «Nel 1884 a Berlino i colonialisti si incontrarono per spartirsi le terre. Dichiararono che esistevano terrae nullius, non perché fossero disabitate, ma perché abitate da selvaggi.» Secondo l’artista, quella cultura coloniale costituisce il terreno storico sul quale si è sviluppato il progetto sionista, pur essendo nato ufficialmente alcuni anni dopo con il Congresso di Basilea del 1897. Ma è sul piano etico e religioso che Ovadia costruisce la sua critica più radicale. Richiamando il Levitico, ricorda come nella tradizione ebraica la terra non appartenga agli uomini, ma a Dio. «C’è un passo del Levitico che racconta bene la differenza tra la realtà dell’ebraismo e la sua interpretazione sionista. Dio dice: “Questa terra è mia e voi l’abiterete come ospiti e stranieri”.» E ancora: «La terra non verrà venduta in perpetuità perché la terra è mia. Tu abiterai quella terra come soggiornante straniero insieme allo straniero che godrà dei tuoi stessi statuti.» Per Ovadia il principio fondamentale dell’ebraismo non è il possesso, ma l’ospitalità, il riconoscimento dell’altro, la memoria di essere stati a propria volta stranieri. Da qui nasce quella che definisce la più grande distorsione ideologica del nostro tempo. «I sionisti hanno scambiato una Terra Promessa per una promessa di terra.» Una frase che sintetizza l’intero impianto del suo intervento e che il pubblico accoglie con un lungo applauso. L’attore non risparmia parole durissime contro quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania, parlando di un processo di progressiva disumanizzazione del popolo palestinese e di una violazione sistematica del diritto internazionale. «Non c’è mai stato un sionismo buono. Lo sarebbe stato soltanto se fossero state rispettate tutte le risoluzioni dell’ONU, a partire dalla 194 sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi.» Secondo Ovadia, il problema non riguarda soltanto il Medio Oriente. L’impunità di cui avrebbe goduto il governo israeliano rappresenterebbe un precedente destinato ad avere conseguenze globali. «L’impunità concessa al governo sionista è cresciuta deliberatamente come laboratorio. Le azioni militari e politiche a Gaza e in Cisgiordania sono tollerate dall’Occidente e diventano un modello di controllo esportabile altrove». Il suo sguardo si allarga quindi alle trasformazioni della società contemporanea, denunciando un sistema economico che sacrifica i diritti e la dignità delle persone agli interessi finanziari. «Dobbiamo prepararci a una lunga marcia. Non dobbiamo farci prendere dallo sconforto e non dobbiamo fermarci mai». E aggiunge: «Non dobbiamo accettare l’economia liberista ma lottare per un’economia umana, che anteponga il benessere sociale e la salvaguardia dell’individuo agli interessi finanziari». Nel corso dell’incontro viene ricordato anche il riconoscimento conferito a Moni Ovadia dal Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, che gli ha attribuito la cittadinanza palestinese honoris causa. Un riconoscimento che Ovadia interpreta come una responsabilità morale più che come un’onorificenza. «Sono solo un libero cittadino, ma credo che la liberazione del popolo palestinese e i suoi pieni diritti siano un valore che riguarda tutti.» E ancora: «Io, da ebreo, mi sento profondamente palestinese. Come ricordava Marek Edelman, un ebreo deve stare con gli oppressi.» Il suo intervento si chiude con una riflessione che supera la politica e diventa una domanda rivolta a ciascuno dei presenti. «Quella dei palestinesi è una delle più gravi ingiustizie della modernità. Se non contribuiremo alla loro piena dignità e ai loro diritti, saremo giudicati dalle generazioni future. Io non voglio che sputino sulla mia tomba». Poi l’ultima esortazione, pronunciata quasi sottovoce ma destinata a rimanere impressa. «Siamo un popolo di partigiani, dobbiamo ancora esserci. Dobbiamo dire a tutti che stiamo rischiando di perdere il nostro statuto di esseri umani». Ed è probabilmente questa l’immagine che resta al termine dell’incontro di Viareggio: una barca che continua il suo viaggio lungo le coste italiane, una folla che ascolta in silenzio e una domanda che attraversa il mare e raggiunge ogni porto. Perché il punto, alla fine, non è soltanto scegliere da che parte stare in un conflitto. Il punto è decidere se vogliamo ancora appartenere a un’umanità capace di riconoscere il dolore dell’altro. Se perdiamo questa capacità, nessuna vittoria politica potrà restituirci ciò che avremo definitivamente smarrito: la nostra coscienza. The post «Hanno scambiato una Terra Promessa per una promessa di terra» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo «Hanno scambiato una Terra Promessa per una promessa di terra» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 20, 2026
Popoff Quotidiano
Un sabato fascista, a Roma
REMIGRAZIONISTI, PROVITA E VANNACCIANI, CIASCUNO PER SÉ, IN UN SABATO ROMANO. LA CITTÀ SI RIBELLA MA A COMPARTIMENTI STAGNI Si è conclusa con il coro “Boia chi molla è il grido di battaglia” e il saluto fascista, la manifestazione del 13 Giugno a Roma di “Remigrazione e riconquista”, dopo un corteo che ha percorso via Cola di Rienzo per chiedere l’approvazione di proposta di legge di iniziativa popolare che ha raccolto 150mila firme, il triplo del necessario. In piazza, a giudicare dalle immagini prese dall’alto c’erano forse 4-5mila persone che gli speaker hanno moltiplicato per quattro per galvanizzare un corpaccione militante che vive nel mondo immaginario della sostituzione etnica e nel terrore della crisi del maschio bianco occidentale ma che, con evidenza riesce a pescare in settori popolari smarriti dalla policrisi. “L’immigrazione non è solo un problema di sicurezza, ma di identità nazionale. È in atto una sostituzione del popolo italiano ed europeo – ha gridato durante un comizio finale a piazza Risorgimento, a pochi metri dal Vaticano, il presidente del Comitato, Luca  Marsella – e la soluzione non può essere importare qui nuovi italiani perché nuovi italiani non lo saranno mai”. Marsella è il portavoce di Casa Pound Italia, sodalizio che si autodefinisce di “squadristi del III millennio” e vanta un cumulo di condanne per reati legati a episodi di squadrismo, la più recente è la condanna del Tribunale di Bari di 12 camerati della tartaruga frecciata (simbolo di CPI), nell’inverno di quest’anno, per l’aggressione al corteo antifascista nel capoluogo pugliese avvenuta nel 2018 (tra le persone aggredite anche l’allora europarlamentare Prc, Eleonora Forenza). Eppure sono loro a sentirsi vittime: per non essere riusciti a presentare la legge in una conferenza al Parlamento, per essere stati processati (così giurano) “per aver sventolato un tricolore”, e per essere vittime della censura dei media perché «non facciamo parte di questo sistema marcio». Ecco quanti erano i remigrazionisti su via Cola di Rienzo I riconquistatori-remigrazionisti si dichiarano contro la “Società aperta” perché sarebbe questa a produrre solitudine, degrado e precarietà nelle periferie e denunciano quello che chiamano «senso di colpa europeo». Si rifanno a teorie che dalla Nouvelle Droite francese si sono riverberate nell’arco di una trentina d’anni sulle destre fascistoidi di tutta Europa, oggi ne sono alfiere esperienze naziste come gli identitari austriaci di Martin Sellner, i tedeschi di AfD, e gli autori del recentissimo pogrom di Belfast. Nessuna bandiera di partito, nessun cartello fatto in casa, «porta solo un tricolore», chiedevano i promotori negli appelli sui social, rivolgendosi a «tutti gli italiani che vogliono rialzare la testa», «non vi sarà spazio per personalismi o sigle». Remigrazione e riconquista è la coalizione di scopo con cui la diaspora fascistoide brandisce la parola d’ordine della remigrazione per coagulare forze a destra dell’attuale destra di governo con cui ha comunque molti rapporti e “porte girevoli” dalle quali transitano esponenti locali dei vari gruppuscoli. I più riconoscibili, oltre a CPI, sono il Popolo delle mamme (no vax, la cui fondatrice, Simona Boccuti, nel 2024 aveva festeggiato il compleanno del Duce a Predappio), la Rete dei Patrioti (scissione di Forza Nuova), poi c’è Rinascita nazionale, l’associazione Evita Perón, vicina a Forza Nuova, il Veneto Fronte Skinheads e alcuni amministratori locali in quota Lega che, con Borghezio prima e Salvini poi, ha sempre flirtato con ambienti identitari il cui mood si condensa così: «I popoli europei hanno diritto a esistere, a restare sé stessi, a perseverare la propria continuità storica, antropologica e culturale», come tuona dai social un faccione corrucciato convocando questa manifestazione come primo passo della “riconquista”. Il secondo sarà quello di provare a rientrare in Parlamento per illustrare la legge in una conferenza stampa. E’ esplicita la pressione sui partiti di destra perché la proposta arrivi in Aula. Il messaggio agli eletti di Lega e FdI è che tutto ciò dovrebbe rappresentare lo “spartiacque” che svelerà chi tra loro è davvero “dalla parte della nazione”. La prima volta gli è andata male: era il 30 gennaio e un parlamentare salviniano, Frugiele, aveva apparecchiato per loro la sala stampa di Montecitorio ma alcuni deputati di M5S, Pd, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa l’hanno occupata provocando l’annullamento della conferenza. Il 1° Aprile, l’Ufficio di presidenza della Camera dei deputati, ha sospeso per diversi giorni 32 parlamentari dell’opposizione. Ma che cos’è la proposta di legge che ha raccolto 150mila firme intercettando un senso comune degradato da decenni di emergenza sicurezza enfatizzata per coprire i mandanti reali del massacro sociale? La remigrazione sarebbe, parole loro, un po’ meno di deportazione, ma molto più di un decreto sicurezza sui rimpatri, una «postura politica dello Stato» contro tre categorie di esseri umani. Primi della lista i “clandestini”: per loro tolleranza zero, registro nazionale delle espulsioni e blocco delle Ong. In secondo luogo i “regolari” che commettono reati e allora dovrebbero scontare la pena nel paese d’origine e, se già cittadini per naturalizzazione, dovrebbero perdere la cittadinanza. Infine i regolari “non assimilati” o che pesano sullo stato sociale, ossia chi vivrebbe in “comunità separate tentando di imporre usi incompatibili con le nostre leggi” o che “lavora e grava sui servizi pubblici”, per loro niente ricongiungimenti familiari e una remigrazione “non forzata” ma “incentivata”, oltre all’abolizione del decreto flussi. Una proposta insostenibile a tutti i livelli (etico, politico, economico, storico) ma che alle destre serve per spacciare paura tra i settori popolari per i quali non possono agire collanti di altro tipo visto che ogni risorsa sarà dirottata sul riarmo negli anni a venire. Tutto questo è avvenuto in un sabato italiano attraversato da altre manifestazioni: sul fronte destro quella dei Pro Vita, composito fronte antiabortista non meno reazionario dei remigrazionisti, e la kermesse di fondazione di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci (già intorno al 5% nei sondaggi). Quale sarà il rapporto tra i “futuristi” dell’ex europarlamentare leghista e i “riconquistatori”, futuristi anche loro nel senso dell’attitudine manesca e guerresca della tradizione marinettiana? Certo è che la remigrazione è una parola d’ordine che li accomuna dentro il medesimo milieu allucinato. Ma per adesso si profila una sorta di contesa dello spazio a destra della destra. Significative alcune parole di Marsella nel comizio finale: «Non ci servono generali, a noi servono combattenti e voi dovete esserlo – prosegue rivolgendosi ai manifestanti – noi non siamo qui per perdere ma per “vincere e vinceremo”». Da sinistra la risposta c’è stata, ma per ora solo con due manifestazioni romane e rigidamente separate a sancire una difficoltà, che segnaliamo da tempo, nella costruzione di un movimento sociale all’altezza delle necessità, convergente sulle questioni cruciali della guerra, del riarmo, dell’opposizione sociale. Da un lato l’ombra lunga del “campo largo” su alcuni importanti settori della sinistra radicale legati ad AVS e a parte del Prc, dall’altro il richiamo autorenferenziale alla costruzione di un polo indipendente da parte di Pap e Usb su posizioni anti-Cgil e pure campiste sul piano internazionale. Un contesto deformato sia dalle strettoie del sistema elettorale, sia da una attitudine alla frammentazione politica che pare inarrestabile da almeno dieci anni. Ai due cortei complessivamente hanno partecipato intorno alle 10mila persone: due terzi hanno sfilato tra il Colosseo a piazza Vittorio, nel quartiere più multietnico del centro cittadino, dietro uno striscione che diceva Fuck Remigration, i restanti (la galassia Usb) hanno raggiunto in corteo la sede del ministero dei trasporti guidato da Salvini. The post Un sabato fascista, a Roma first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Un sabato fascista, a Roma sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 14, 2026
Popoff Quotidiano
Messico, le madri dei desaparecidos irrompono ai Mondiali
DESAPARECIDOS, GENTRIFICAZIONE, ACCESSO ALL’ACQUA, SFRATTI, IPERTURISMO, CORRUZIONE E SPORTWASHING: LE MAGAGNE DEI MONDIALI FIFA 2026 Le «madres buscadoras», le “madri in cerca” sono giunte giovedì 11 giugno allo Stadio Azteca di Città del Messico per denunciare la crisi delle sparizioni nel Paese e chiedere giustizia per i propri familiari dispersi, in occasione dell’inaugurazione dei Mondiali 2026. La Newsroom del sito Infobae racconta che le madri cantavano “México campeón en desaparición” (Messico campione di sparizioni), mentre la palla rotolava sul campo e le autorità cercavano di respingere le manifestazioni ai margini dello stadio che, con l’inaugurazione di questo pomeriggio della Coppa del Mondo, ha visto tre mondiali di calcio. Durante la protesta si sono registrati arresti e momenti di tensione, quando alcuni manifestanti hanno cercato di impedire gli arresti tra spintoni, urla e colluttazioni. Al contrario, le madri in cerca dei propri cari invitavano con i megafoni a mantenere l’ordine ed evitare provocazioni. Con striscioni che recitavano “¿La pelota vuelve a casa y nuestros desaparecidos cuándo?”, “Gobierno omiso, regresa a nuestros hijos”, “Con las buscadoras hasta la final” y “La sangre del país no se limpia con pintura” (“Il pallone torna a casa e i nostri dispersi quando?”, “Governo indifferente, restituisci i nostri figli”, “Con le madri alla ricerca fino alla finale” e “Il sangue del Paese non si lava via con la vernice”), i collettivi hanno cercato di portare al centro dell’attenzione internazionale la crisi delle sparizioni, più di 133.000 persone desaparecidos in Messico. Le manifestanti hanno anche scandito un conteggio, fino a 43, in ricordo degli studenti di Ayotzinapa scomparsi a Iguala, Guerrero, nel settembre 2014, uno dei casi più emblematici di sparizione forzata in Messico, che include il coinvolgimento dello Stato in combutta con gruppi criminali. «Tutti i soldi che vengono investiti per dipingere, realizzare decorazioni, abbellire la città in vista dei Mondiali. Tutta questa sicurezza che abbiamo qui dietro, tutte quelle risorse economiche, materiali e umane dovrebbero essere concentrate sulla ricerca delle persone scomparse”, ha denunciato Yoltzi Martínez, che da 16 anni cerca sua sorella Yatzil, scomparsa nella località balneare di Acapulco, e che ha contestato il dispiegamento di forze di sicurezza messo in atto in occasione della partita inaugurale. «Il governo ha cercato di abbellire una città, mentre il Paese è sommerso da fosse comuni», ha criticato. Una delle manifestanti, Ted, ha criticato come “inverosimile che si stia organizzando una festa (per i Mondiali) nel Paese quando ci sono più di 130.000 dispersi”, definendo al contempo “brutale” il fatto che ci siano “un sacco di stranieri e nient’altro per uno spettacolo che avvantaggia economicamente le grandi aziende”. Ha anche definito “terribile” il fatto che le autorità si scontrino “con le madri in cerca dei propri figli” e con persone che manifestavano pacificamente. Più tardi, un altro gruppo di manifestanti, alcuni dei quali incappucciati, si è scontrato con centinaia di poliziotti che impedivano loro di avanzare verso lo Stadio Città del Messico. In risposta, i manifestanti hanno lanciato pietre e transenne metalliche contro le forze dell’ordine. Scrive il quotidiano La Jornada che a Città del Messico un contingente di incappucciati del «blocco nero» è arrivato fino al retro dello stadio Azteca, in particolare all’ingresso del parcheggio presso il cancello 8, dopo aver percorso l’Avenida del Imán, il che ha provocato il ritiro del personale di supporto e dei volontari che si trovavano agli accessi per timore di subire aggressioni. I manifestanti sono riusciti a raggiungere gli edifici poiché in quel tratto della strada non era presente alcuna forza di polizia. Una volta giunti nelle immediate vicinanze dell’area, i manifestanti incappucciati hanno dato il via a uno scontro contro un gruppo di agenti della polizia antisommossa (granaderos) che presidiava uno degli accessi. I manifestanti hanno lanciato transenne di plastica verdi, pietre e oggetti vari contro la linea di sicurezza, colpendo gli scudi degli agenti in divisa che effettuavano il contenimento sul posto. Il Dipartimento di Sicurezza Civica ha dispiegato agenti della polizia a cavallo e personale dei servizi segreti per controllare la situazione. Le forze di polizia hanno effettuato manovre di ripiegamento, costringendo il contingente a ritirarsi dalle porte dello stadio verso il Circuito Azteca e l’Avenida del Imán. Dopo l’operazione, le forze di sicurezza pubblica mantengono la sorveglianza degli accessi allo Stadio Azteca, mentre il gruppo di persone incappucciate rimane concentrato sulle strade adiacenti sotto la sorveglianza della polizia. Le contestazioni ai Mondiali FIFA 2026 in Messico non sono arrivate da un unico soggetto politico, ma da una costellazione di movimenti sociali, sindacati, collettivi territoriali e organizzazioni per i diritti umani. Le critiche principali riguardano la gentrificazione, l’accesso all’acqua, gli sfratti, la turistificazione delle città, la gestione delle risorse pubbliche e il tentativo di “ripulire” l’immagine del paese mentre persistono problemi sociali irrisolti. Solo una settimana fa, il Guardian ha riportato la protesta degli insegnanti del sindacato CNTE, il 5 giugno, che chiedono migliori condizioni di lavoro: hanno bloccato il traffico, mentre altri gruppi hanno fatto irruzione in edifici governativi e hanno organizzato una partita di calcio su una strada bloccata. All’inizio della settimana, la polizia antisommossa aveva lanciato gas lacrimogeni contro un gruppo di insegnanti in manifestazione che aveva sfondato una delle barriere metalliche che bloccavano lo Zócalo (in pieno centro, fin dall’epoca coloniale luogo delle grandi manifestazioni popolari, delle celebrazioni nazionali e delle proteste politiche) mentre era in corso l’allestimento dell’arena del fan festival. In occasione dei Mondiali, infatti, lo Zócalo è stato trasformato nel principale FIFA Fan Festival del Messico. Si tratta di una gigantesca area pubblica gratuita dove i tifosi possono seguire le partite su maxischermi, assistere a concerti, partecipare ad attività sportive e vivere eventi culturali legati al torneo. Qui gli insegnanti dissidenti hanno allestito un accampamento per chiedere salari e pensioni più alti. il sindacato ha protestato contro ogni governo indipendentemente dal partito guida, ma il governo attuale lo accusa di azioni violente, la FIFA che esige operazioni di sportwashing e l’inquitante figura di Ricardo Salinas Pliego, una sorta di Berlusconi messicano (possiede tv e un impero economico diversificato), noto per le sue posizioni liberiste e per la forte presenza sui social network, dove interviene frequentemente su economia e politica. Mexico Solidarity Media, sito collegato con The Nation e Jacobin, lo definisce un mix esplosivo. CIUDAD DE MÉXICO. 20MAYO2025.- Se amplio el plantón de maestros de la CNTE, en el centro histórico de la Capital. Durante el día algunos profesores salen a protestar y otros se quedan con el resguardo del campamento. FOTO: VICTORIA VALTIERRA/CUARTOSCURO.COM Già parecchi mesi prima dell’evento, i residenti dell’Assemblea di quartiere contro le megacostruzioni a Tlalpan e Coyoacán hanno lanciato un appello per la creazione di un piano d’azione contro gli effetti che i Mondiali del 2026 avranno su Città del Messico. I residenti dei quartieri circostanti lo stadio Azteca hanno espresso la loro preoccupazione per i progetti che l’amministrazione comunale ha portato avanti in vista dell’evento, accusando le autorità di opacità e negligenza. Sostengono che, mentre la Coppa del Mondo andrà a vantaggio delle grandi aziende partecipanti, tra cui Airbnb, a Città del Messico si registrerà un aumento dell’accaparramento dei terreni e della gentrificazione. Il Piano d’Azione avrebbe dovuto includere gli impatti ambientali della Coppa del Mondo, principalmente per quanto riguarda l’acqua e la produzione di rifiuti. Il piano avrebbe dovuto inoltre considerare la pianificazione territoriale, gli effetti che avranno la nuova linea di filobus, la pista ciclabile e il Cablebús, il sistema di telecabine progettato per collegare le zone collinari e periferiche della metropoli con la rete dei trasporti urbani tradizionali. Per quanto riguarda la turistificazione, si temono aumenti gli sfratti e la perdita di spazi pubblici e collettivi a causa del sovraffollamento turistico. Loro lo hanno chiamato “un Piano d’Azione che nasca dalla nostra rabbia, dal nostro desiderio di costruire spazi per noi che li abitiamo, non per il grande capitale”. Ora i sindacati degli insegnanti hanno chiesto la sospensione del Fan Fest; Pedro Hernandez Morales della CNTE ha dichiarato ad Al Jazeera che «il pallone non girerà» se le loro richieste non saranno soddisfatte, ma il governo si rifiuta di fare marcia indietro. La grande abbuffata di calcio è iniziata. Gran parte del centro storico della città, tra cui la Cattedrale Metropolitana e le rovine azteche del Templo Mayor, è stata chiusa al pubblico, ma l’amministrazione della presidente Claudia Sheinbaum è irremovibile: lo Zócalo rimarrà aperto per tutta la durata del torneo.     The post Messico, le madri dei desaparecidos irrompono ai Mondiali first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Messico, le madri dei desaparecidos irrompono ai Mondiali sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 12, 2026
Popoff Quotidiano
Giacobini neri, fornelli in rivolta e altre storie working class
DAL 12 AL 14 GIUGNO TORNA A ROMA IL FESTIVAL CONTRATTACCO DI EDIZIONI ALEGRE Inizia venerdì 12 giugno e andrà avanti fino a domenica 14 il Festival di letteratura sociale Contrattacco, organizzato da Edizioni Alegre a Roma al Parco del Torrione al Pigneto, a Roma (via Prenestina 73), ospiti per tre giorni dell’Estate al Torrione organizzata dai circoli Arci del quartiere, Sparwasser e Trenta formiche, e dall’Associazione mutualistica Nonna Roma. Nei tre giorni si parlerà di Giacobini neri in rivolta, fornelli da assaltare, letteratura working class femminista e senza patria, movimenti di resistenza al genocidio in Iran e in Palestina, Flotille di mare e Flotille di terra lanciate contro l’ingiustizia. Tra gli altri interverranno il professor Alessandro Portelli, la storica fondatrice del manifesto Luciana Castellina, la scrittrice Giusi Palomba, il giornalista Gabriele Polo, l’attivista iraniana Negin Bank, la politologa Paola Rivetti, l’operaio dell’ex Gkn Dario Salvetti e gli attori Nicola Borghesi e Niccolò Fettarappa. Clicca per leggere tutto il programma The post Giacobini neri, fornelli in rivolta e altre storie working class first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Giacobini neri, fornelli in rivolta e altre storie working class sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 11, 2026
Popoff Quotidiano
Osservare l’inguardabile, sviluppare libertà
IL RUOLO DELLA FOTOGRAFIA MILITANTE NEI PERCORSI DI SMANTELLAMENTO DEL SISTEMA MANICOMIALE A PARTIRE DALLA MOSTRA IN CORSO A CASTELNUOVO MAGRA “Non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragione d’essere”: questa le parole che Franco Basaglia pronuncia nelle conferenze che, tra il giugno e il novembre del 1979, tenne a San Paolo, Rio de Janeiro e Belo Horizonte, dove si era recato per dialogare con studenti, professori, medici, terapeuti e sindacalisti. Queste parole sono un po’ il suo testamento intellettuale un anno prima della sua scomparsa, ed è proprio la figura dello psichiatra Franco Basaglia (1924-1980) il motivo ispiratore della mostra fotografica La liberazione possibile. Il manicomio, Franco Basaglia e noi, inaugurata Venerdì 5 giugno a Castelnuovo Magra (SP). La mostra, che è curata da Archivi della Resistenza, con la collaborazione di Tatiana Agliani, vede la partecipazione dei fotografi Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin, Luciano D’Alessandro, Uliano Lucas, Paola Mattioli, Emilio Tremolada e Enzo Umbaca, che con i loro scatti hanno dato visibilità al cammino che Franco Basaglia ha tracciato rivoluzionando l’assistenza mentale e promuovendo la progressiva abolizione dei manicomi con la Legge 180 del 1978, che porta il suo nome. “La mostra offre uno sguardo sulla questione psichiatrica e sulla straordinaria storia di Franco Basaglia – scrive Agliani – Abbiamo scelto di concentrarci sul lavoro di sette autori particolarmente significativi che, in diversi momenti storici, hanno raccontato la riforma con scelte narrative diverse l’una dall’altra”. Se Franco Basaglia fu indubbiamente il protagonista assoluto di quella straordinaria stagione, alla base ci fu una battaglia corale, che consentì di trasformare l’approccio alla malattia mentale da reclusione a cura, e i pazienti da malati a ospiti, restituendo dignità, diritti e libertà a chi era stato recluso ed emarginato. La chiusura di queste istituzioni totali disumanizzanti fu un atto rivoluzionario e trovò nella comunicazione, e in particolare nella fotografia, una alleata fondamentale, che consentì di denunciare la condizione dei malati reclusi, suscitare indignazione e creare consapevolezza. Accanto all’azione politica e scientifica dello psichiatra veneziano, un gruppo di fotografi italiani contribuì infatti a mostrare all’opinione pubblica la realtà nascosta dei manicomi. Nomi come Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin, Luciano D’Alessandro, Uliano Lucas, Paola Mattioli ed Emilio Mattioli documentarono le condizioni di vita delle persone internate, trasformando la fotografia in uno strumento di denuncia sociale. Le loro immagini restituivano i volti, i corpi e la dignità negata dei ricoverati, mostrando ambienti segnati da isolamento, contenzione e spersonalizzazione. Particolarmente influente fu il volume Morire di classe (1969), realizzato da Cerati e Berengo Gardin con testi di Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, che contribuì a scuotere la coscienza pubblica e a mettere in discussione l’istituzione manicomiale. Questi fotografi non si limitarono a registrare una realtà esistente, ma parteciparono attivamente a un processo di cambiamento culturale: le loro immagini divennero prove visive della necessità di superare una concezione della malattia mentale fondata sull’esclusione e sulla segregazione. Gianni Berengo Gardin, Ospedale Psichiatrico Provinciale di Parma a Colorno In questo senso, la fotografia fu parte integrante della battaglia che avrebbe portato alla Legge 180 del 1978, contribuendo a diffondere il messaggio basagliano secondo cui la persona affetta da sofferenza psichica doveva essere riconosciuta anzitutto come cittadino titolare di diritti e non come un soggetto da nascondere alla società. Carla Cerati, Ospedale Psichiatrico Provinciale di Gorizia Come Morire di classe, Gli esclusi di Luciano D’Alessandro ha contribuito a rendere visibile una realtà che fino ad allora era rimasta nascosta agli occhi della società italiana. Attraverso la forza del linguaggio fotografico, D’Alessandro ha trasformato la macchina fotografica in uno strumento di denuncia civile, anticipando e sostenendo il processo di sensibilizzazione che avrebbe accompagnato le battaglie di Franco Basaglia per la chiusura dei manicomi. Gli esclusi è stato uno dei primi reportage fotografici italiani dentro un manicomio, mostrando al grande pubblico ciò che accadeva dietro le mura delle istituzioni totali denunciate dal Nostro psichiatra. Manicomio Materdomini, Nocera Superiore, Salerno Questo reportage, che appresenta ancora oggi una testimonianza storica di straordinario valore, capace di mostrare come l’esclusione dei malati mentali fosse prima di tutto una questione sociale e politica, oltre che sanitaria, adesso è integralmente in mostra a Castelnuovo Magra. Il progetto fotografico Tracce di creatività di Paola Mattioli, anch’esso in mostra, documenta la trasformazione culturale avviata da Basaglia, concentrandosi sulle attività artistiche, espressive e creative sviluppate all’interno dei servizi di salute mentale e delle comunità terapeutiche. Le fotografie non mostrano più il malato mentale come vittima passiva della segregazione, ma come soggetto capace di esprimere emozioni, desideri e potenzialità creative. Attraverso laboratori di pittura, teatro, scrittura e attività manuali, Mattioli restituisce un’immagine della sofferenza psichica profondamente diversa da quella veicolata dall’istituzione manicomiale tradizionale. La creatività diventa così una forma di comunicazione, relazione e riconquista della propria identità, in piena sintonia con la visione basagliana che poneva al centro la persona e non la malattia. Tra le testimonianze fotografiche più significative della stagione basagliana a Trieste si colloca la serie Paradiso terrestre, realizzata da Mattioli nel 1973 presso l’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Trieste. “Paradiso terrestre e un titolo meraviglioso dato a una mia fotografia da qualcuno negli archivi dell’ospedale […] L’ho assunto perché mi sembra un nome meraviglioso e che dà proprio il senso di questo grande stupore che ho provato quando ho aperto una porta, e mi sono trovata davanti un controluce magico di cose appese, un inno alla creatività, una cosa magica, meravigliosa. Poi sai, davanti alle immagini vedi il clima, capisci il clima che ci doveva essere stato” leggiamo nell’intervista all’autrice presente nel catalogo della mostra.   Padiglione P, Ospedale Psichiatrico Provinciale di Trieste “Il Paradiso terrestre” A differenza dei reportage di denuncia che avevano caratterizzato la fine degli anni Sessanta, il lavoro di Mattioli documenta una fase diversa della rivoluzione psichiatrica: non più soltanto la sofferenza prodotta dall’istituzione totale, ma i processi di liberazione, creatività e reintegrazione sociale promossi da Basaglia e dai suoi collaboratori. Le fotografie sono legate alle attività del Laboratorio P, coordinato da Giuliano Scabia, e ai progetti artistici che coinvolgevano pazienti, operatori e cittadini in uno spazio comune di espressione culturale. Il titolo Paradiso terrestre richiama proprio l’idea di un luogo in cui fosse possibile immaginare nuove forme di convivenza e di libertà, superando la separazione tra il “dentro” e il “fuori” del manicomio. E a Trieste arrivò anche Emilio Tremolada, in mostra con due album. “Ho avuto la fortuna di conoscere Franco Basaglia. Nel 1975 sono stato al San Giovanni, l’ospedale psichiatrico di Trieste, prima a febbraio per alcuni giorni e poi per tutto il mese di agosto. È stata un’esperienza che ha segnato per diversi motivi la mia vita ed è stato il mio primo lavoro da fotografo”, ha dichiarato nell’intervista. Da questa esperienza nasce La follia del posto, una serie di scatti in cui ritrae il lavoro che l’artista Ugo Guarino teneva nell’ospedale psichiatrico, all’interno del padiglione Q, il cosiddetto “modulo Arcobaleno”, oltre a tanti ritratti delle persone incontrate lì dentro.  “Mi ricordo molto bene di alcune persone, mi ricordo di Liubo, che suonava il pianoforte nel reparto Q, mi ricordo un altro tipo fantastico con cui non ho mai parlato, solo che lo incontravamo nei viali e lui ci faceva delle suonate con l’armonica a bocca. Una volta si mise a cantare una vecchia canzone con il suo accento friulano e con piccola modifica al testo: ‘Pino solitario ascolta… la canzone dell’alcolizà…’, da lì abbiamo iniziato a chiamarlo Pino Solitario. Poi c’era Regina che ci accompagnava, io e Alessandra arrivavamo di mattina nell’ospedale e cominciavamo a girare nel grande parco con i diversi padiglioni, Regina ci veniva incontro, ci salutava, chiacchierava, era una presenza bellissima, era talmente presente che poi l’ho vista in molte foto di altri fotografi, insomma era proprio una personalità”, ha raccontato Teulada nell’intervista riportata nel catalogo. Con Regina al bar il Posto delle Fragole, OPP Trieste (agosto 1975) Nel secondo album, Una perfezione manicomiale, Tremolada riflette sull’eredità materiale e simbolica dell’istituzione manicomiale. Il suo lavoro si concentra sugli spazi rimasti dopo la chiusura dei manicomi, interrogando il rapporto tra architettura, controllo sociale e memoria. Le fotografie ritraggono padiglioni abbandonati, corridoi vuoti, cancelli, mura e ambienti ormai privi dei loro abitanti, ma ancora carichi delle tracce lasciate da decenni di internamento. L’espressione “perfezione manicomiale” richiama l’efficienza con cui l’istituzione totale organizzava e regolava ogni aspetto della vita dei ricoverati, secondo una logica di separazione dal resto della società. Tremolada affronta la decostruzione concettuale del sistema del manicomio per cui fotografa gli spazi manicomiali e li affianca in una serie di dittici alle cartelle cliniche dei pazienti, e ragiona sulla memoria e su quella che è stata la segregazione per i pazienti. Cella di isolamento. Reparto Lombroso. Ospedale Psichiatrico San Lazzaro, Reggio Emilia, a fianco: Pazzo. Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso”, Torino “In certo modo la stessa operazione la fa anche Enzo Umbaca – scrive la curatrice Agliani – che entra al Paolo Pini, dove ancora ci sono, negli anni ‘90, gli ultimi degenti, durante un laboratorio artistico dentro la struttura: dà la macchina fotografica in mano agli utenti e li lascia liberi di raccontare la propria quotidianità. E la casualità vuole che, all’interno dell’ospedale, trovi una serie di lastre di ritratti fatti ai pazienti fra gli anni ‘30 e ‘60, che e accosta a quelle degli utenti fotografi. Ne nasce una contrapposizione fortissima”. Uliano Lucas affronta la malattia mentale dal 1975 proponendosi una nuova iconografia attenta a non stigmatizzarla. La sua fotografia non ha abbandonato questi temi, anche dopo l’abolizione del manicomio, ma ha continuato a lavorarci, fornendo così una testimonianza fondamentale per indagare le trasformazioni successive. “Nel corso degli anni Ottanta e Novanta, egli si è focalizzato sull’essere umano, sulla sua riconquistata fisicità, sulle sue piccole storie vissute al di fuori delle mura delle strutture psichiatriche, sulle esperienze di integrazione sociale sperimentate dai nuovi indirizzi psichiatrici”, ha scritto di lui Gioacchino Toni. Lucas ha raccontato il momento di passaggio, l’apertura delle porte dei manicomi e ha seguito, nel corso di decenni, i vari momenti della nascita dei nuovi centri di assistenza, delle case alloggio, delle nuove forme di terapia, realizzando un reportage lungo 35 anni, come testimonia l’ultima foto in mostra che è del 2010. Sono scatti realizzati in varie parti d’Italia, da Trieste, che non poteva mancare visto che ha ospitato l’avventura di Basaglia, alla Puglia. In una casa alloggio del Centro di salute mentale, Grosseto, 2010 Le sue fotografie testimoniano come la chiusura dei manicomi non abbia rappresentato soltanto una riforma sanitaria, ma anche un cambiamento culturale volto a restituire cittadinanza, dignità e possibilità di espressione a persone per lungo tempo escluse dalla vita sociale. Utenti del centro diurno di Lequile ai corsi del laboratorio teatrale “Espressività e benessere”, Lecce, 1998 La mostra offre a tutti e a tutte noi una grandissima opportunità, quella di vedere in una sola volta i materiali di alcuni dei più importanti fotografi e artisti italiani che, nel corso degli anni, si sono occupati della salute mentale e della rivoluzione che in questo campo portò Franco Basaglia, dapprima denunciando la condizione di umiliazione e segregazione dei manicomi, poi documentando e interpretando mano a mano il fermento culturale e politico che riuscì promuovere quella presa di coscienza, con l’apertura delle strutture e il progressivo superamento dell’istituzione. Una straordinaria stagione culturale e sociale dell’anti-autoritasimo italiano, per certi versi irripetibile, a cui la fotografia ha dato un contributo di fondamentale importanza, ma una stagione che ci induce anche a riflettere sul presente e sul fatto che se una liberazione è stata possibile, allora anche altre liberazioni sono oggi possibili. La mostra, purtroppo non accessibile ai disabili motori, sarà visitabile presso la Torre dei Vescovi di Luni a Castelnuovo Magra (SP), dal 5 giugno al 18 ottobre 2026. Il catalogo della mostra, a cura di Archivi della Resistenza, è uscito nella collana “Verba manent – Serie sguardi” presso Edizioni ETS di Pisa. Si può acquistare in loco o sulla grande distribuzione al prezzo di 25 EUR. “La gente se lo dimentica, ma la liberazione è possibile, perché è stata possibile, perché è possibile sempre… e anche adesso è possibile. Basterebbe crederci ancora” (Uliano Lucas).   The post Osservare l’inguardabile, sviluppare libertà first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Osservare l’inguardabile, sviluppare libertà sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 11, 2026
Popoff Quotidiano