I fantasmi di Antonio GramsciROSES FOR GRAMSCI DI ANDY MERRIFIELD RECENSITO DA ADITYA BAHL SU THE NATION
A cinquant’anni dalla prima pubblicazione di Selezioni dai Quaderni dal carcere
nel 1971, la battuta rimane popolare: Antonio Gramsci è un comunista che puoi
portare a casa dai tuoi genitori. Non importa se sono liberali o maoisti,
socialdemocratici o anti-imperialisti, populisti o pacifisti: tutti vanno
d’accordo con Antonio.
Le ragioni della popolarità di Gramsci, così come della sua versatilità,
risiedono nella forma unica della sua opera. I suoi temi, per esempio, sono
sorprendentemente vasti: romanzi a puntate e teatro popolare, consigli di
fabbrica e tenute contadine, cattolicesimo e comunismo, impaginazione dei
giornali e grammatica comparata, folklore e opera. C’è qualcosa per tutti. Allo
stesso tempo, gli scritti carcerari di Gramsci – oltre 3.000 pagine distribuite
su 33 quaderni – sono costellati da una miriade di codici e termini “esopici”.
Questi codici erano originariamente destinati a confondere i censori fascisti di
Benito Mussolini, ma i loro significati diffusi hanno da allora scatenato una
serie di accese polemiche. E così, oltre ad attrarre un pubblico insolitamente
eterogeneo, l’opera di Gramsci ha anche generato interpretazioni diverse, spesso
disparate.
“Subalterno” è un codice per indicare le classi lavoratrici? “Egemonia” è una
forza economica o un potere culturale? Gli “intellettuali organici” sono
intrinsecamente più progressisti? Le risposte a tali domande dipendono a seconda
dello studioso che scegliete: che si tratti, per esempio, di un critico
letterario foucaultiano o di un sociologo marxista, di uno storico dei
subalterni o di un antropologo postumano. Nel corso degli anni, gli scritti di
Gramsci sono stati rivisitati da critici di orientamenti così diversi che ora
sono diventati uno specchio: si aprono i suoi libri solo per confermare le
proprie convinzioni.
Non sorprende, quindi, che quando lo scrittore inglese Andy Merrifield è
arrivato a Roma, sentendosi «intellettualmente svuotato», Gramsci sia venuto in
suo soccorso. Nel giugno 2023, Merrifield ha seguito la moglie in Italia per il
suo nuovo lavoro. Avendo scritto una dozzina di libri – su pestilenze, città,
asini, magia – non era sicuro di avere ancora un libro da scrivere. Le “faccende
pratiche” del trasloco lo avevano lasciato esausto, alimentando i timori di un
pensionamento anticipato. Una visita al Cimitero Non Cattolico della città,
tuttavia, ha presto risolto il suo blocco dello scrittore.
Una splendida fioritura di fiori, cicale, uccelli e cipressi: questo cimitero
“tropicale” non assomigliava affatto al resto di Roma. Nelle vicinanze si ergeva
la piramide egizia di Caio Cestio, risalente a 2.000 anni fa. Le lontane mura
aureliane, altrettanto antiche, torreggiavano sulle tombe. Questo “regno magico”
era un luogo di riposo appropriato per i famosi abitanti del cimitero: i poeti
romantici inglesi John Keats e Percy Shelley. Ma Gramsci? La rigogliosa serenità
era in contrasto con le circostanze della vita del rivoluzionario. Gramsci aveva
trascorso il suo ultimo decennio sulla terra marcendo, letteralmente, nelle
prigioni fasciste. Soffriva di uremia, angina, gotta, lesioni tubercolari,
arteriosclerosi e morbo di Pott. Quando morì nel 1937, all’età di 46 anni, la
testa di Gramsci era talmente gonfia da assomigliare alle pietre di granito
ultraterrene che costellano il paesaggio meridionale della sua Ghilarza natale
sin dal Neolitico. In un appropriato ribaltamento di situazione, tuttavia, la
sua tomba è diventata da allora un simbolo della liberazione dell’Italia dal
regime fascista.
Negli ultimi anni, Merrifield si è guadagnato una reputazione per i suoi
ritratti eleganti di marxisti occidentali: il situazionista francese Guy Debord;
il critico, poeta e romanziere inglese John Berger; il filosofo e sociologo
francese Henry Lefebvre; e, più recentemente, lo stesso Marx. Roses for Gramsci
è un’aggiunta gradita, seppur prevedibile, a questa galleria di personaggi. Ciò
che sorprende, però, sono i metodi non convenzionali e ludici di Merrifield. In
precedenza, in The Amateur (2017), Merrifield aveva abbozzato una severa critica
agli “intellettuali professionisti”, la cui ricerca rimane distaccata dal mondo
al di fuori dei loro campus e uffici. Abbastanza appropriatamente, Roses for
Gramsci non è interessato a riciclare esegesi accademiche dei testi di Gramsci.
Merrifield cerca invece un Gramsci vivo, non più sepolto nei libri o nei musei,
e tanto meno in un cimitero. Il suo viaggio alla tomba di Gramsci non è stato
seguito da una visita in biblioteca. Al contrario, come si addice a un
dilettante, Merrifield ha immediatamente iniziato un nuovo lavoro al cimitero.
Gramsci è, a conti fatti, un pensatore incredibilmente popolare: ci sono oltre
23.000 riferimenti alla sua opera – opuscoli, tesi di laurea, articoli di
giornale, saggi accademici, opere d’arte — secondo la biografia informale curata
dalla Fondazione Gramsci. Solo negli ultimi due anni sono state pubblicate
almeno tre nuove biografie. Gianni Fresu ha scritto una biografia intellettuale
a tutto tondo, mentre Jean-Yves Frétigné ha messo sotto la lente d’ingrandimento
il rivoluzionario (le appendici includono alberi genealogici e un elenco dei
visitatori in carcere). George Hare e Nathan Sperber, nel frattempo, hanno
ampliato la portata biografica esaminando l’eredità di Gramsci in un contesto
contemporaneo di autoritarismo di destra.
Roses for Gramsci, tuttavia, non è una biografia, almeno non nel senso
convenzionale del termine. È un libro breve; si è tentati di descriverlo come un
ritratto in miniatura. I suoi otto capitoli – con titoli accuratamente curati
come “Goblin” e “Una rosa” – danno certamente l’impressione di un raffinato
letterato all’opera. Ma a uno sguardo più attento, Merrifield nutre
un’aspirazione più alta: vuole ridefinire le nostre idee canoniche e sacrosante
sul lavoro intellettuale. La narrazione di Merrifield consiste in appunti
istintivi di studi d’archivio, analisi politiche, viaggi, fotografie e ricordi
personali. Si avvicina a Gramsci come una persona potrebbe avvicinarsi alla
cucina o al giardinaggio. Non sorprende che alcune di queste note diaristiche
siano state inizialmente pubblicate sul suo blog.
La prosa di Merrifield è informale e, per questo motivo, accattivante. E non
solo per i lettori generici: anche i gramsciani professionisti apprezzeranno il
cambio di scenario. Al cimitero, Merrifield lavora al Centro Visitatori. Il suo
ruolo di volontario influenza anche il suo ritratto di Gramsci: Merrifield avrà
anche in mano il pennello, ma sono i visitatori a guidarlo. Ad esempio, se
l’anziano seduto sulla «panchina di Gramsci» vuole parlare degli antagonisti di
Antonio – gli ex hegeliani Benedetto Croce, che in seguito divenne un filosofo
liberale, e Giovanni Gentile, che in seguito divenne ministro dell’istruzione
fascista – allora quale scelta ha il custode? Dovrà tenere a freno la lingua
questa mattina.
Questi vincoli tornano molto utili a Merrifield. Per prima cosa, gli impediscono
di scrivere come un pedante o un predicatore, ruoli altrimenti tanto cari ai
marxisti di una certa vecchia guardia. Sempre al nostro fianco, Merrifield non
ci sta mai addosso. Allo stesso tempo, una dispersione casuale di estranei
ravviva l’ambientazione del cimitero. Oltre al flusso costante di devoti locali,
che periodicamente sistemano la tomba di Gramsci, incontriamo anche una folla
molto più numerosa e internazionale in occasioni festive chiave (il compleanno
di Gramsci e il Giorno della Liberazione). Queste celebrazioni tradiscono anche
un’inaspettata contesa politica: risulta che, al di fuori del mondo accademico,
l’eredità di Gramsci sia oggetto di dispute ancora più accese. L’International
Gramsci Society e la Fondazione Gramsci, i cui membri non si rivolgono la
parola, organizzano commemorazioni separate nel cimitero.
Merrifield fa spesso la spola tra il cimitero e i luoghi chiave della vita di
Gramsci: alloggi, musei e cliniche. Qui, però, non ci si arrovella troppo sui
«metodi di ricerca». Di conseguenza, i suoi cambiamenti di prospettiva
mantengono la loro freschezza. Quando è pronto, Merrifield annuncia
semplicemente: «Mi trovo sotto l’arco d’ingresso dell’Hotel Villa Morgagni».
Cento anni fa, questa era una modesta pensione dove Gramsci fu arrestato dagli
scagnozzi di Mussolini; ora è “un lussuoso hotel boutique a 4 stelle con 34
camere, dotato di vasche idromassaggio”. Poco dopo, Merrifield ci trasporta a
New York, dove è andato a trovare David Harvey per discutere delle teorie
economiche dell’amico di Gramsci, Pierro Sraffa. (Harvey era stato allievo di
Sraffa a Cambridge e relatore di dottorato di Merrifield a Oxford.) Tra gli
altri personaggi del libro – sia viventi che defunti – figurano John Berger (a
cui il libro è dedicato), il pittore Renato Guttuso, la traduttrice Maria
Nadotti e il regista Pier Paolo Pasolini, il cui lungo poema “Le ceneri di
Gramsci” è, di fatto, ambientato al Cimitero non cattolico.
Ma questa è la storia di Gramsci e, come la maggior parte degli studiosi di
Gramsci, anche Merrifield incentra la sua narrazione su due figure storiche
chiave. Tatiana Schucht, cognata di Gramsci, gli forniva penne e libri, fungeva
da contraltare intellettuale nelle loro lettere e alla fine riuscì a far uscire
di nascosto i suoi quaderni di prigione. Sraffa, dal canto suo, era il partner
di dibattito preferito di Gramsci nei circoli di sinistra: anche dopo essersi
trasferito in Inghilterra, continuò a pagare le spese ospedaliere e librarie di
Gramsci e condusse una campagna internazionale per la sua liberazione. Le altre
relazioni di Gramsci, tuttavia, si rivelarono meno fortunate e furono
definitivamente interrotte dalla sua incarcerazione: la sua padrona di casa,
Clara, a Torino (non venne mai a sapere della sua morte); sua madre, Giuseppina,
a Ghilarza (anche in questo caso non venne mai a sapere della sua morte); e il
suo figlio minore, Guiliano, a Mosca (non lo vide mai). Sette decenni dopo,
Guiliano, che si era ritirato dall’insegnamento al Conservatorio di musica di
Mosca, era ancora alle prese con i costi personali del fascismo italiano:
Caro papà, sono invecchiato, ho ottant’anni. Tu sei sempre lo stesso: giovane,
intelligente, acuto e bello. Non ti ho mai toccato con le mie mani, ma ti ho
sempre accarezzato sulla carta e ti ho abbracciato nei miei sogni.
Anche i gramsciani più esperti troveranno nuovi dettagli nel ritratto di
Merrifield. In particolare, sono i margini banali dell’opera di Gramsci a
brillare di una vivace e ammiccante freschezza. Si pensi al suo pseudonimo
preferito – Raksha – per alcuni primi articoli su Avanti! e Il Grido del Popolo.
Perché un rivoluzionario dovrebbe prendere in prestito le sembianze di una lupa
da Il libro della giungla di Rudyard Kipling? L’attrazione peculiare, persino
problematica, di Gramsci per Kipling può essere interpretata in modo proficuo
come una tattica machiavellica. Nei suoi Quaderni dal carcere, Gramsci
sottolinea esplicitamente l’importanza di estrarre «immagini di potente
immediatezza», specialmente dalle opere di un imperialista reazionario come
Kipling. Ciononostante, Merrifield avverte che il fascino deviante dei lupi e
delle manguste nella vita di Gramsci non può essere semplicemente sommato come
gli zero e gli uno su un abaco politico.
Le radici di questo fascino per gli animali affondano nell’infanzia sarda di
Gramsci. Spesso vittima di bullismo a causa del suo aspetto gobbo (la sua
colonna vertebrale era deformata a seguito di un incidente avvenuto in tenera
età), gli unici amici di Gramsci da bambino erano gli animali: uccelli di ogni
tipo (barbagianni, fringuelli, corvi, gazze), oltre a serpenti, lucertole,
donnole e ricci. Scrivendo dal carcere al figlio maggiore, Delio, Gramsci
mescolava spesso brani tratti da Il libro della giungla con le sue storie sugli
amici animali; per i figli di sua sorella, Gramsci tradusse le fiabe dei
fratelli Grimm. Sebbene queste favole tedesche avessero ormai 100 anni, Gramsci
ipotizzò che avrebbero ancora trovato riscontro nei bambini delle zone più
remote del Sud Italia, dove il folklore popolare era pieno di banditi, streghe e
creature magiche di ogni genere.
Questa natura arcaica del suo sud natale – Gramsci la teorizzò notoriamente come
la “questione meridionale” – era un prodotto storico del “colonialismo interno”
dell’Italia. I contadini del sud erano costretti a estrarre materie prime,
principalmente prodotti agricoli e minerali, per le fabbriche del nord, che,
protette dai dazi all’importazione, godevano di un mercato interno pronto. Oltre
ad essere sfruttati, quindi, i meridionali erano anche costretti ad acquistare i
beni più costosi del nord. Ma questo squilibrio economico non era sostenuto solo
dalla repressione politica. Secondo Gramsci, «un gruppo sociale può, e anzi
deve, esercitare la “leadership” (cioè essere egemonico) prima di conquistare il
potere governativo». In Italia, la base «egemonica» del «colonialismo interno»
risiedeva nella formazione reazionaria della sua intellighenzia. Nel Sud,
«intellettuali tradizionali» come Benedetto Croce servivano a legittimare il
dominio del clero e dei proprietari terrieri, mentre nel Nord i sindacalisti
diffondevano pregiudizi anti-meridionali come lubrificante essenziale per
gestire le fabbriche in modo redditizio.
I meridionali si ribellavano periodicamente, ma le rivolte dei banditi e dei
veterani di guerra rimanevano «disorganizzate ed episodiche», piene di ogni
sorta di idee reazionarie e feudali. Ciononostante, Gramsci si astenne dal
liquidare le ribellioni dei subalterni come semplici sintomi di una «falsa
coscienza». «Tutti gli uomini», ribatteva, «sono intellettuali», anche se la
divisione capitalistica del lavoro permetteva solo a una manciata di loro di
diventare «intellettuali di professione». In questo contesto, la propensione di
Gramsci per il folklore meridionale era più di un semplice attaccamento
sentimentale da parte di un nativo: era una risposta tattica alle forze
esistenti dell’egemonia politica. Invece di importare semplicemente una linea
marxista “corretta” dall’esterno, Gramsci immaginava un “Manuale popolare del
marxismo”, in sintonia con le culture popolari subalterne e in grado di
trasformare i semi del malcontento meridionale in germogli organici di coscienza
critica.
Come è ormai consuetudine nei cultural studies, Merrifield inquadra l’interesse
di Gramsci per le culture subalterne come una critica implicita ai dogmi
sovietici contemporanei, compresa la diffusa convinzione nel “primato
dell’economia”. Le sue argomentazioni sono certamente convincenti. Né vi è alcun
dubbio sull’ingegnosità di Merrifield come narratore. I suoi schizzi della vita
di Gramsci scorrono fluidamente, anche se la sua devozione a volte sembra
teatrale (a un certo punto, pontifica sull’«animalità» mentre accarezza «Il
Generale», un gatto selvatico del cimitero a cui ha dato il soprannome di
Engels). È però proprio la gestione maldestra dell’attivismo pre-carcerario di
Gramsci a sminuire il suo ritratto, altrimenti vivace. Merrifield propone la
consapevolezza culturale come un antidoto sicuro all’ortodossia economica. Ma la
sua stessa fissazione sull’identità culturale di Gramsci — «un ragazzo del sud»
— oscura i meccanismi sistemici della «questione meridionale».
Come diversi teorici critici nel corso degli anni, Merrifield sostiene l’idea
gramsciana di «intellettuali organici» come contrappunto agli «intellettuali
tradizionali» e ai «comunisti del nord». Ma come la maggior parte di loro, anche
Merrifield rende questa opposizione in termini culturali, celebrando in
particolare la capacità degli intellettuali organici di articolare le «passioni
elementari» delle classi subalterne. Per Gramsci, tuttavia, un intellettuale
organico era essenzialmente un attore politico, uno che svolgeva “funzioni
organizzative” organiche al suo contesto. Nessuna delle attività politiche di
Gramsci, tuttavia, trova qui menzione. Durante il biennio russo del 1919–20,
organizzò attivamente i consigli operai nelle fabbriche metallurgiche di Torino.
Sistematicamente trascurati dai critici, questi episodi pre-carcerari
custodiscono la chiave non solo dell’enigma della «questione meridionale», ma
anche della gamma insolitamente ampia dei testi di Gramsci. Fu proprio il
trambusto settentrionale dei partiti socialisti e comunisti italiani – che
gestivano giornali, circoli di lettura proletari e club culturali – a plasmare
Gramsci in un intellettuale unico e mutevole, altrettanto abile nel recensire
romanzi a puntate e la politica del lavoro.
A Torino, i consigli operai intendevano mandare all’aria il «compromesso
nordico» tra i sindacati riformisti e gli imprenditori. Ma, non avendo alcun
controllo sulle banche o sulla burocrazia, e tanto meno sull’esercito, la loro
azione rimase fortemente limitata. Gli operai potevano occupare le fabbriche e
persino dimostrare di essere in grado di gestirle autonomamente. Ma tali
occupazioni non potevano durare, tanto meno trasformare i rapporti di potere
esistenti in Italia. Sebbene fosse stato sonoramente sconfitto, Gramsci
continuava a insistere sul fatto che una vittoria politica al nord fosse
essenziale per costruire un fronte unico con i contadini del sud. Dati gli
scarsi livelli di produttività agricola nel sud, la rigenerazione politica dei
meridionali non era semplicemente un problema culturale. A meno che gli operai
del nord non avessero conquistato in modo permanente le loro fabbriche, un
trasferimento democratico di nuove tecnologie agrarie verso il sud era
impossibile. In assenza di queste trasformazioni materiali, Gramsci avvertì che
politiche progressiste come le riforme agrarie avrebbero solo alimentato gli
«istinti da latifondista» dei compagni meridionali.
Tali riflessioni interconnesse sulla politica nazionale e di classe mancano nel
ritratto di Merrifield. Queste omissioni, a loro volta, influenzano anche le sue
ansie riguardo alla rilevanza contemporanea di Gramsci: «No, non è stato
dimenticato, mi rassicurai; no, non è stato dimenticato». Come per sottolineare
questo punto, quindi, ovunque vada, Merrifield vede solo Gramsci: nei musei,
negli archivi, nelle cliniche, per le strade. È significativo, inoltre, che le
sue escursioni etnografiche non ci presenta mai operai, contadini, pastori o
rifugiati. Al contrario, Merrifield è sempre più ossessionato dal voler
catturare le proprie impressioni sull’epoca di Gramsci: «un odore, la trama del
paesaggio culturale e naturale… lo sguardo sui volti delle persone, la luce e il
calore della regione, la sua aridità polverosa, il sole che picchia forte». La
succulenza di queste dense descrizioni, tuttavia, non alimenta la visione
politica di Gramsci.
Quando Merrifield occasionalmente alza lo sguardo da queste trame per valutare
il mondo che lo circonda, anche le sue frasi, fino a quel momento crepitanti di
arguzia e intuizione, cominciano a vacillare. Per spiegare l’attuale virata a
destra del Paese, ricicla una serie di pallidi cliché, tra cui il «lavaggio del
cervello diffuso». La gente, ci viene detto, soffre di «falsa coscienza». Gli
intellettuali, nel frattempo, hanno «deluso il popolo, si sono ritirati nei
nostri campus universitari, si sono dedicati ai comitati di gestione e alle
valutazioni di ricerca». Queste critiche agli accademici sono curiose – non
perché non siano vere, ma piuttosto perché, nonostante il suo vagare al di fuori
dei campus, gli orizzonti politici del «dilettante» di Merrifield sembrano
altrettanto limitati. Affascinato dalla figura storica di Gramsci, egli appare
sempre più slegato dalle realtà politiche ed economiche contemporanee.
Lavorando a Torino, Gramsci ipotizzò che la “centralizzazione industriale” si
sarebbe presto “diffusa all’intero mondo dell’economia borghese”. Eppure le
industrie del Nord del mondo hanno da tempo chiuso i battenti, per poi
riemergere sotto forma di fabbriche informali a condizioni di sfruttamento e
impianti di assemblaggio nel Sud del mondo. Analogamente, la ristrutturazione
dell’agricoltura mondiale guidata dagli Stati Uniti ha da tempo vanificato le
speranze riposte da Gramsci nell’agricoltura meccanizzata. A partire dal
dopoguerra, i programmi statunitensi di aiuti alimentari hanno diffuso nuovi
macchinari e fertilizzanti in tutto il mondo postcoloniale, esponendo i
contadini locali alla concorrenza delle aziende agricole capitalistiche
altamente sovvenzionate del Nord del mondo. Nel corso del tempo, le crisi
economiche ed ecologiche in queste zone interne del Sud hanno creato enormi
masse urbane di lavoratori superflui. Di conseguenza, i “meridionali”
contemporanei appaiono sempre più intrappolati nelle maglie globali delle catene
di approvvigionamento e delle rotte migratorie. Anche se Merrifield punzecchia
gli “intellettuali professionisti” nelle loro gabbie universitarie, dice poco
della “questione meridionale” del nostro tempo, e ancora meno degli
“intellettuali organici” che combattono queste nuove divisioni globali del
lavoro.
Dato il suo evidente talento di scrittore, non sorprende che Merrifield sia in
grado di superare questi limiti per evocare un finale, artistico volo di
immaginazione. La sua narrazione si conclude con un’aria di contro-storia,
indagatrice e forense: e se, nel 1937, Gramsci fosse sopravvissuto alla sua
malattia a Roma, invece di morire pochi giorni prima di essere rilasciato dal
carcere? E se fosse riuscito a tornare in Sardegna? È affascinante immaginare il
nostro rivoluzionario appassito in modo diverso: dotato di una scintillante
dentiera, mentre beve l’aperitivo con i suoi paesani, e fare tranquille
passeggiate avvolti nel tipico scialle da pastore. Questa vacanza sarda,
tuttavia, non poteva durare a lungo. L’esercito fascista di Mussolini avrebbe
presto calpestato l’isola, pronto a gettare oltre il Mediterraneo una rete di
imperialismo ancora più ampia.
Dove sarebbe andato Gramsci? Un traghetto da Porto Torres a Marsiglia? E da lì,
un viaggio sulla famosa Capitain Paul Lemerle verso la Martinica? Sui ponti di
questa famosa nave da carico, il nostro folklorista del comunismo si sarebbe
scontrato con un gruppo chiassoso di dissidenti in fuga dalla Gestapo: i
surrealisti André Breton e Wilfred Lam, la fotografa Germaine Krull,
l’antropologo Claude Lévi-Strauss e l’anarco-bolscevico Victor Serge. Ma la
Martinica, controllata dalle forze collaborazioniste di Vichy, non avrebbe
offerto un rifugio sicuro. Né Gramsci avrebbe potuto seguire i suoi compagni di
viaggio a New York: gli sarebbe stato negato l’ingresso negli Stati Uniti perché
era stato membro del Partito Comunista Italiano. Come il compagno Serge, allora,
Gramsci si sarebbe stabilito invece a Città del Messico? E gli apparatchik di
Stalin, che gli negarono la richiesta di asilo prima della sua morte (pensavano
che fosse un «trotskista nascosto»), lo avrebbero alla fine seguito nella sua
nuova dimora?
Queste speculazioni sono stimolanti. Ma mettendoci oggi nei panni di Gramsci,
non è la favola di una partenza individuale, bensì la notizia di un arrivo
collettivo a stimolare la nostra immaginazione. Se socchiudessimo leggermente
gli occhi, probabilmente vedremmo una strana imbarcazione alla deriva al largo
di Porto Torres, che trasporta decine di rifugiati provenienti da Tunisia, Iraq,
Marocco, Siria, Afghanistan, Senegal e India. Una pattuglia della Guardia di
Finanza intercetterà questa imbarcazione prima che possa attraccare? Oppure i
membri di Arci Mediterraneo (si riferisce a Mediterranea Saving Humans, ndT)
accoglieranno i rifugiati con coperte e cibo? E che ne sarà di questi rifugiati
nei prossimi giorni? Troveranno alloggio in un centro di accoglienza locale? O
verranno prelevati dai famigerati caporali, che, sequestrando loro i documenti,
li condanneranno al purgatorio delle campagne del Sud Italia? Raccoglieranno
pomodori e angurie in Puglia o olive e agrumi in Sicilia? Intrappolati in una
varietà di barracopoli e tendopoli, questi fuggitivi incontreranno mai un
riferimento ad Antonio Gramsci, ad esempio, nei graffiti di strada o in una
stazione radio gestita da Campagna de Lotta (così nel testo, ndT)? E se sì, cosa
ne penseranno della “questione meridionale”?
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