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Usa, il delirio maccartista di Trump
GLI STATI UNITI CREANO UNA “LISTA NERA” DI POLITICI E GRUPPI DI SPICCO DELLA SINISTRA NELL’AMBITO DI UN RAPPORTO SULLA “CAMPAGNA DI SOVVERSIONE” DI CUBA Simon Childs su Novaramedia Politici, influencer e gruppi di spicco della sinistra sono stati citati in un rapporto del Dipartimento di Stato americano sulla “campagna di sovversione prolungata” di Cuba contro gli Stati Uniti. Il sindaco di New York Zohran Mamdani, lo streamer Hasan Piker, la conduttrice di Democracy Now Amy Goodman e il fondatore di Ben & Jerry’s Ben Cohen figurano tra i nomi citati nel rapporto di 100 pagine intitolato «Cuba: la capitale del comunismo del XXI secolo», pubblicato lunedì. Il rapporto, descritto dal giornalista Ken Klippenstein come una «lista nera», include anche i Socialisti Democratici d’America (DSA), un importante gruppo di base che sostiene e appoggia politici di sinistra. Senza fornire prove, o quasi, a sostegno delle proprie affermazioni, il rapporto sostiene che Cuba abbia condotto «una campagna che si è infiltrata ai vertici del governo statunitense, ha reclutato e formato generazioni di attivisti americani, ha sostenuto un’ondata senza precedenti di terrorismo di sinistra sul suolo americano e ha messo in atto una delle infiltrazioni di intelligence straniera più durature e dannose nella storia americana». Promuovendo il rapporto su X, il segretario di Stato Marco Rubio ha scritto: «Da oltre sei decenni, il regime cubano è il principale sostenitore della sinistra radicale e del terzomondismo negli Stati Uniti». La scorsa settimana Rubio ha convocato una conferenza di 66 paesi per discutere del presunto terrorismo di sinistra, con Rubio che definiva i progressisti «un’oscurità invadente» e «i nemici della civiltà». Il rapporto menziona apertamente «liste nere, indagini e procedimenti giudiziari in stile McCarthy e una serie di leggi anticomuniste» degli anni ’50 che causarono il crollo del numero dei tesserati del Partito Comunista degli Stati Uniti. Oltre tre pagine sono dedicate al DSA, che annovera tra i propri membri le deputate Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib, nonché il sindaco di New York Zohran Mamdani. Il rapporto afferma che il gruppo «costituisce un esempio particolarmente significativo della vittoria ideologica dello sforzo di Cuba di posizionarsi come capitale spirituale del radicalismo terzomondista». Ciò è dovuto al fatto che «mantiene un impegno feroce, quasi religioso, nei confronti della causa del regime cubano – non perché il gruppo sia controllato da agenti cubani, di per sé, ma perché tale impegno rappresenta ormai semplicemente l’ortodossia politica de facto dell’estrema sinistra americana». Il rapporto arriva in un momento in cui l’embargo statunitense sta paralizzando l’economia cubana, sollevando interrogativi sul fatto che la piccola isola rappresenti davvero una «minaccia unica per la sicurezza nazionale americana». Il giornalista statunitense Ken Klippenstein ha affermato che la citazione di individui e gruppi costituisce una «lista nera virtuale» e «il massimo esempio di colpevolezza per associazione». «Ciò che il rapporto dimostra non è che queste persone stiano consapevolmente seguendo le direttive di una potenza straniera, ma solo che sono in disaccordo con il governo statunitense sulla politica nei confronti di Cuba (o, al massimo, sono d’accordo con Cuba)», ha scritto su Substack. Le loro opinioni possono essere sbagliate – persino in modo aggressivo e offensivo – ma è un loro maledetto diritto, in quanto americani, sostenerle». Simon Childs è redattore responsabile e giornalista per Novara Media. The post Usa, il delirio maccartista di Trump first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Usa, il delirio maccartista di Trump sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 23, 2026
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25 anni da Genova: ferita aperta o cicatrice?
GENOVA 2001 HA DIMOSTRATO LE REALI CAPACITÀ DI COORDINAMENTO INTERNAZIONALE E DI ARTICOLAZIONE DI STRUTTURE COME I FORUM SOCIALI MONDIALI, GETTANDO LE BASI ORGANIZZATIVE PER LE LOTTE FUTURE Richard Crowbar su El Salto illustrazioni di Emanuele Giacopetti Ultimamente non mi sembra strano ricordare, nelle conversazioni con gli amici e le amiche, cose accadute 25 anni fa. È questo il problema di avere i capelli grigi. Alcuni ricordi sono sfocati, ma questo è nitido. Eravamo tutti su quell’autobus: quei ragazzi di Siviglia con gli occhi che brillavano per l’entusiasmo di partecipare a un evento come quello e che sono tornati con il braccio al collo e il corpo pieno di lividi, quella compagna che stava finendo l’università e ora ha un lavoro precario come consulente, quel vecchio militante che, dopo tanti anni di lotte in città, si è ritirato a vivere in campagna, quel giovane punk che ormai non è più così giovane, ha una figlia adolescente e continua a lavorare nel settore della ristorazione rimanendo punk, quella compagna a cui quell’esperienza è costata un tentativo di suicidio, quel giovane libertario che anni dopo avrebbe condotto uno sciopero della fame di oltre 50 giorni in seguito alle mobilitazioni di Salonicco, quella ragazza che era nell’assemblea della facoltà di giornalismo e poi è diventata consigliera comunale, quello studente di dottorato che cercava di diventare docente universitario ma che, per riuscirci, ha dovuto emigrare, quella storica militante femminista che continua a lottare in prima linea, quell’hacker che fu imprigionato a Bolzaneto e tornò col terrore di ciò che aveva vissuto, ancora impresso nei suoi occhi, quel giovane che proveniva dalle Gioventù Comuniste e che poi divenne vicepresidente del Governo, quell’attivista ambientalista che continua a insistere nel costruire speranza con un sorriso stampato sul volto, quel tenace sindacalista ormai anziano che non è più tra noi… Quell’autobus era stato noleggiato dal Movimento di Resistenza Globale (MRG). Si trattava di una rete nata da un incontro convocato a L’Hamsa, storico centro sociale occupato del quartiere di Sants a Barcellona, un anno prima, con l’obiettivo di coordinare le azioni e la comunicazione tra i collettivi in vista delle proteste antiglobalizzazione a Praga indette in occasione del vertice del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Si tratta della prima, e forse unica, esperienza di una casa comune della sinistra radicale a livello nazionale nella nostra storia recente. Più tardi sarebbe arrivato lo slancio del 15M e i suoi epitaffi sotto forma di iniziativa elettorale e diversi tentativi di fronti ampi che ancora oggi danno segni di vita. Ma credo che nessuno sia stato in grado di cogliere la diversità che si respirava in quelle mobilitazioni, su quell’autobus. Dopo molte ore di viaggio arrivammo a Genova: la vista del porto della città, con centinaia di furgoni dei Carabinieri e i cassonetti della spazzatura che non erano stati ritirati dalle strade, era il presagio della battaglia che si sarebbe combattuta due giorni dopo. Arrivammo allo stadio Carlini. Era uno degli spazi destinati della città dove migliaia di persone fummo alloggiate per quelle giornate. Il clima era impressionante, i laboratori di disobbedienza e le assemblee riempivano ogni angolo dello spazio. Tutti sembravano avere ben chiaro cosa dovevano fare, quale fosse il proprio ruolo in quel formicaio di attivisti. La mattina seguente, prima di partire per la manifestazione che avrebbe cercato di sfondare la zona rossa, il cordone di polizia attorno al vertice del G8, un vecchio militante dell’autonomia madrilena prese la parola e, incitando i presenti, disse che stavamo per vivere una giornata storica di lotta. Credo che non potesse immaginare la reale portata di quelle parole. Non ho mai più rivissuto con quella stessa intensità la sensazione di stare costruendo la storia con i nostri stessi corpi. Come è ben noto, poche ore dopo, i Carabinieri uccisero Carlo Giuliani con un colpo di pistola alla testa e le scie di sangue provocate dalla brutale repressione della polizia italiana ricoprirono le strade del capoluogo ligure, dimostrando chiaramente che la liberalizzazione globale dei mercati e la democrazia sono come l’acqua e l’olio. Basti ricordare che i fatti di Genova furono definiti da Amnesty International come la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dal secondo dopoguerra e che, quattordici anni dopo, la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò lo Stato italiano per quanto accaduto, qualificando quei fatti come tortura. C’è chi vede Genova come una ferita aperta, sottolineando che il danno inflitto dagli apparati dello Stato italiano continua a causare sofferenza a causa dell’impunità e della mancanza di risarcimento. Ricordando il trauma della violenza di Stato incentrato sulla morte del giovane attivista Carlo Giuliani, i brutali assalti della polizia alla scuola Díaz e le torture sistematiche nella caserma di Bolzaneto hanno lasciato un dolore fisico e psicologico che la giustizia istituzionale ha riconosciuto a malapena e solo grazie all’enorme pressione e al lavoro dei team legali che hanno sostenuto le persone torturate e detenute. La violenza perpetrata dagli apparati dello Stato italiano a Genova, unita al radicale cambiamento geopolitico provocato dall’11 settembre, avvenuto appena poche settimane dopo, ha rappresentato una brusca cesura che ha interrotto l’ascesa di una promettente resistenza globale. La sensazione è quella di un corpo politico che è stato mutilato prima di raggiungere la maturità, lasciando un vuoto che ancora fa male quando si ricorda il potenziale troncato. C’è chi ricorda Genova come una cicatrice, riconoscendo che, sebbene il tessuto sociale sia stato gravemente danneggiato, la pelle si è ricucita, trasformando il dolore in memoria, esperienza, apprendimento e struttura. Tracciando a colpi di punti di sutura la mappa di un territorio che risultava sconosciuto, la cicatrice come prova visibile di una battaglia vinta o persa, ma soprattutto della sopravvivenza. Genova ha dimostrato le reali capacità di coordinamento internazionale e di articolazione di strutture come i Forum Sociali Mondiali, gettando le basi organizzative per le lotte future che avrebbero attinto dagli insegnamenti tratti dalla brutalità del sistema globalizzato, rafforzando la resistenza dei movimenti sociali del XXI secolo. Le analisi e gli insegnamenti che le cicatrici di Genova ci ricordano riguardo alla crisi climatica, alle disuguaglianze causate dalle grandi multinazionali e al controllo delle frontiere non sono scomparsi; si sono trasformate e hanno dato forma a movimenti successivi come le mobilitazioni contro la guerra in Iraq, il 15M, Occupy Wall Street o le attuali resistenze ecosociali, le lotte contro il sistema delle frontiere o le mobilitazioni di denuncia del genocidio israeliano contro il popolo palestinese. Forse Genova non è né l’una né l’altra cosa, ma entrambe allo stesso tempo in un costante processo dialettico. È una ferita perché l’ingiustizia e il dolore delle vittime dirette non scompaiono con il passare degli anni. Tuttavia, si è trasformata anche in una cicatrice che ricorda alle nuove generazioni il prezzo della dissidenza e la necessità costante di tessere reti globali di resistenza di fronte a un sistema che, in modo apparentemente inesorabile, guida un treno, a velocità sempre maggiore, verso un abisso, incapace di dare risposta alle molteplici crisi ecosociali che dobbiamo affrontare. Ferite e cicatrici che ci ricordano che, dato l’attuale stato delle cose, sembra evidente che le ipotesi e le diagnosi di 25 anni fa fossero a tutti gli effetti corrette e che, nonostante l’assalto alle recinzioni che delimitavano le zone rosse in cui si rifugiavano imprenditori e capi di Stato nei vari vertici del ciclo di mobilitazioni contro la globalizzazione, la rivoluzione non è tanto una presa del Palazzo d’Inverno, quanto piuttosto un modo di vivere la vita, che ancora oggi cerchiamo di mettere in pratica. In definitiva, la ferita e la cicatrice ci insegnano che i processi di cambiamento radicale sono possibili solo a partire da un soggetto politico che si configura attraverso un’espressione multitudinaria, nel senso descritto da Michael Hardt e Antonio Negri, che si riconosce nella diversità in cui il rapporto tra l’individuale e il collettivo si trasforma rispetto alle identità rivoluzionarie classiche. Nel frattempo, quella notte del 20 luglio 2001, una madre aspettava angosciata la telefonata di sua figlia, un padre guardava in televisione le notizie sull’omicidio di Giuliani al termine della sua giornata lavorativa pensando che suo figlio fosse a quella manifestazione, una sorella rivedeva le immagini dell’omicidio di Carlo cercando di confermare che quel cadavere non fosse quello di suo fratello, un fidanzato riceveva un SMS dal suo compagno che gli diceva che stava bene. The post 25 anni da Genova: ferita aperta o cicatrice? first appeared on Popoff Quotidiano. 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July 23, 2026
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Il migrante è un intralcio finché non alza una coppa
MONDIALI, POVERTÀ E RAZZISMO. LA ROJA, CAMPIONE DEL MONDO: DI QUALE SPAGNA STIAMO PARLANDO? Juanjo Ramón, portavoce della PAH, su El Salto La nazionale spagnola di calcio, La Roja, si è laureata per la seconda volta campione del mondo battendo l’Argentina nella finale dei Mondiali. Ferran Torres ha segnato ai supplementari e l’intero Paese è sceso in strada ad abbracciarsi con sconosciuti. In quelle immagini di festa c’è qualcosa che merita di essere osservato con attenzione, al di là dei festeggiamenti: gran parte dei giocatori che oggi indossano la maglia che tutti rivendicano come propria sono figli dell’immigrazione, figli dei quartieri popolari, figli di famiglie che in qualsiasi altro contesto, quello di un appartamento da affittare, di un lavoro da richiedere, di una stazione di polizia in cui identificarsi, sarebbero stati trattati come sospetti piuttosto che come compatrioti. Da anni assistiamo all’ascesa di una narrativa che ha bisogno di un nemico interno: il migrante, chi è vittima di discriminazione razziale, il povero che «viene a sottrarre» ciò che, secondo quel discorso, apparteneva ad altri per diritto di nascita. È il discorso che alimenta l’aporofobia (il disprezzo verso le persone povere, ndt) mascherata da buon senso e il razzismo mascherato da preoccupazione per «la convivenza». È il discorso che si è rafforzato, tra l’altro, alimentandosi della crisi abitativa: se mancano gli alloggi, se gli affitti salgono senza freni, è più facile puntare il dito contro il vicino appena arrivato piuttosto che contro i fondi di investimento che acquistano interi palazzi. Non c’è nemmeno bisogno di andare molto lontano per trovare l’ironia: è stato lo stesso Donald Trump a consegnare il trofeo alla Roja, eppure è riuscito a rivendicare la vittoria morale per gli Stati Uniti, suggerendo che il vero vincitore del torneo fosse stato il suo Paese per aver ospitato la manifestazione. L’uomo che ha fatto della persecuzione dei migranti il vessillo del suo governo, incoronando senza saperlo, o senza volerlo sapere, una squadra che è, in gran parte, figlia proprio di quella migrazione che lui stesso vorrebbe espellere. Poche immagini riassumono meglio la comodità selettiva di questo tipo di discorsi: il migrante è un intralcio finché non alza un trofeo, e allora, per un po’, smette di essere un intralcio. Anche l’estrema destra spagnola oggi festeggia. È difficile immaginare che non lo faccia, con la nazionale che alza la coppa, ma per poterlo fare deve distogliere lo sguardo: non può sostenere contemporaneamente che «quelli che vengono da fuori sono un problema» e che Lamine Yamal, figlio di padre marocchino e madre della Guinea Equatoriale, o Nico Williams, figlio di una famiglia ghanese, siano motivo di orgoglio nazionale. Si applaude il gol e si tace sull’origine, oppure si cita l’origine come aneddoto simpatico e non come ciò che in realtà smonta la stessa argomentazione. È qui che entra in gioco il problema degli alloggi, perché non si tratta di una metafora forzata: è lo stesso meccanismo. Il proprietario che rifiuta un affitto a causa del colore della pelle, del genere o della classe sociale, sta applicando il medesimo filtro di classe che a volte si maschera da criterio razziale e altre volte da puro calcolo economico. Noi della PAH (Plataforma de Afectados por la Hipoteca, Piattaforma delle Vittime del Mutuo, ndt) lo vediamo costantemente: famiglie che si scontrano con un doppio ostacolo, quello di non riuscire ad arrivare a fine mese e quello di non rientrare nel profilo richiesto da un proprietario sempre più selettivo in un mercato sempre più ristretto. L’aporofobia e il razzismo non sono fenomeni paralleli: si intrecciano e si rafforzano a vicenda proprio nel contesto concreto di chi può accedere a un tetto e chi no. La destra ha bisogno di tenere separati il «povero di qui» e quello «di fuori», affinché nessuno dei due alzi lo sguardo verso i veri responsabili della crisi abitativa: le banche, i rentier, i fondi avvoltoi, la mancanza di alloggi pubblici, decenni di politiche che trattano l’alloggio come merce e non come diritto. Finché questa narrativa riesce a far sì che alcuni poveri diffidino di altri poveri, nessuno si chiede perché esistano appartamenti vuoti nelle mani dei grandi proprietari, né perché l’edilizia popolare continui a essere una barzelletta rispetto al bisogno reale. Ci sarà chi interpreterà questo trionfo come la prova che il sistema funziona: guarda, ce l’ha fatta, quindi la porta è aperta per chi si dà da fare. È la stessa logica utilizzata per neutralizzare qualsiasi critica strutturale, applicata ora allo sport. Ma il calcio d’élite è l’eccezione che conferma la regola, non la regola stessa. Per ogni Yamal o Williams che supera il filtro grazie a un talento fisico e a una carriera sportiva straordinaria, ci sono migliaia di figli e figlie di famiglie migranti o impoverite che che, senza quel passaporto speciale, si scontrano con lo stesso muro contro cui si scontrano ogni giorno nelle assemblee della PAH: quello di un affitto irraggiungibile, quello di una garanzia che non arriva mai, quello di un “no” che a volte si maschera da burocrazia e a volte non si maschera affatto. La gioia di questi giorni è reale e condivisa, e non c’è bisogno di rovinarla per porre la domanda scomoda che dovrebbe rimanere sospesa nell’aria quando si spegnerà l’ultimo clacson: la stessa società che oggi accoglie a braccia aperte questi giocatori è disposta ad accogliere come vicini le loro famiglie? È disposta ad affittare loro un appartamento senza chiedere spiegazioni superflue, a non attraversare la strada quando li vede, a difendere il loro diritto a un tetto con la stessa passione con cui canta il proprio inno quando vincono? Se la risposta continua a essere no, abbiamo ancora molta strada da fare se vogliamo vantarci di qualcosa di più di una coppa. Forse sarebbe meglio costruire un Paese che difenda i diritti con la stessa passione con cui solleva i trofei, invece di continuare a vantarsi davanti al mondo di valori sempre più compromessi. The post Il migrante è un intralcio finché non alza una coppa first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Il migrante è un intralcio finché non alza una coppa sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 23, 2026
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Fakir, ucciso dall’ossessione neoliberista per la sicurezza
RAZZISMO DI STATO, VITTIMIZZAZIONE SECONDARIA, PROPENSIONE ALL’ABUSO IN DIVISA E NARRAZIONI TOSSICHE PER NUTRIRE LO STATO PENALE. COSA C’È DIETRO L’OMICIDIO DI ABDERRAHIM FAKIR DURANTE UN VIOLENTISSIMO INTERVENTO DI POLIZIA scritto per anticapitalista.org Sarà una lunga battaglia quella per ottenere verità e giustizia per Abderrahim Fakir, l’uomo di 42 anni ucciso a Bologna, il 19 luglio, durante un violentissimo intervento di polizia. Perché a uccidere Fakir è stato il razzismo di stato, una delle varianti dell’ossessione sicuritaria in voga nella narrazione dell’estrema destra. E lunga non sarà soltanto la vicenda processuale ma anche la mobilitazione necessaria per cancellare i decreti sicurezza con cui vari governi hanno deformato la libertà di movimento fino a intaccare lo stesso stato di diritto. Fakir è morto in un cortile del quartiere del Pilastro all’ora di pranzo di una domenica italiana. La polizia è intervenuta dopo aver ricevuto la segnalazione che l’uomo stava dando in escandescenze e prendendo a calci la saracinesca di un garage. Due agenti lo hanno immobilizzato tenendolo a terra a pancia in giù per diversi minuti e mettendosi a cavalcioni rispettivamente sulla sua schiena e sulle sue gambe, mentre un civile gli teneva i piedi. L’operazione è stata ripresa in un video da un residente: nel filmato si vede Fakir immobilizzato che grida e chiede aiuto per oltre due minuti, per poi rimanere immobile senza dare più segni di vita, fino alla constatazione del decesso avvenuta poco dopo. Attorno erano presenti operatori del 118 e volontari della Croce Rossa che non sono intervenuti. Al momento in cui mettiamo online questo articolo, la procura ha avviato un’inchiesta per omicidio colposo che coinvolge sei persone, ovvero i due agenti e quattro operatori sanitari, i quali tuttavia al momento non sono indagati per effetto di una nuova norma introdotta dal governo. Lo chiamano “scudo penale” e secondo Antigone è incostituzionale: il modello 45 bis, ossia il “Registro per le annotazioni preliminari del nome della persona cui è attribuito il fatto compiuto in presenza di una causa di giustificazione”, limita o esclude la responsabilità penale per determinati soggetti, come forze dell’ordine, medici o amministratori, mentre svolgono le loro funzioni in contesti complessi, di emergenza o ad alto rischio. A livello procedurale, evita che la presenza di un’indagine preliminare si traduca automaticamente nell’iscrizione formale della persona nel registro degli indagati. In altre parole è un tributo alla potente lobby delle forze dell’ordine inserito in uno dei tanti pacchetti sicurezza sfornati da questo governo più ancora che dai suoi predecessori. L’avvocata di Fakir, che l’assisteva per le pratiche relative al permesso di soggiorno, ha riferito che negli ultimi tempi l’uomo era preoccupatissimo per le conseguenze del nuovo patto europeo sull’immigrazione, temeva di essere deportato dopo oltre 35 anni trascorsi in Italia. Fakir, insomma, era una persona fragile ma per le persone in condizioni di vulnerabilità e sofferenza – sociale o psichica – lo stato sociale è sempre più evanescente e, al suo posto, si impone uno stato penale pronto a tramutare in problemi di ordine pubblico (nuovi reati e nuovi poteri di polizia) questioni legate al modo con cui il capitalismo produce profitti per pochi e miseria per tutti gli altri. Il controllo al posto della cura, semplice. Il racial profiling è uno degli strumenti preferiti dello stato penale: controllare la gente sulla base del colore della pelle in barba a ogni raccomandazione formulata dalla commissione del Consiglio d’Europa contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri). Secondo il Coordinamento Migranti di Bologna al Pilastro gli abusi in divisa sono pane quotidiano. Poche ore dopo la pubblicazione del primo video (ne stanno uscendo ancora di nuovi) relativo all’omicidio di Fakir, un rapper bolognese, Enrico Abumhere, in arte ‘Bubu’ ne ha postato un altro in cui si vedono tre agenti di polizia che lo immobilizzano in via Mazzini. Uno di loro, “il più sbruffone, è lo stesso poliziotto che domenica teneva le mani sulla testa di Abderrahim Fakir – ha detto il rapper, fermato perché trovato su un monopattino senza casco – sono sicuro al mille per mille che era lui, mi stava sopra e l’ho visto bene in faccia”. Il giovane, che ha una protesi in una gamba, racconta di essere stato buttato in terra, ammanettato e portato in Questura dove è stato denunciato per resistenza a pubblico ufficiale e in seguito ha denunciato il fatto ai carabinieri. A Genova, nelle stesse ore, diecimila persone si stavano preparando a sfilare contro la repressione nel venticinquesimo anniversario delle giornate di luglio del 2001. Fu la più grave sospensione dei diritti umani in Occidente dopo la II guerra mondiale. 1 omicidio senza giustizia, quello di Carlo Giuliani, 21 anni; migliaia di abusi commessi dalle forze dell’ordine, oltre 300 arresti quasi tutti illegittimi (solo 93 alla scuola Diaz), decine e decine di casi di tortura accertati nel carcere provvisorio di Bolzaneto, solo 32 tra funzionari e agenti di polizia sarebbero stati condannati nei processi Diaz e Bolzaneto. Da allora gli abusi si sono moltiplicati, è sicuramente cresciuta una sensibilità di massa su questi temi ma la postura dei due poli politici non è stata minimamente incrinata. Anche i sindaci progressisti, ad esempio, non hanno fatto mancare la propria adesione all’approccio meloniano delle “zone rosse” nei territori considerati a rischio. Il Pilastro è un quartiere proletario, settemila abitanti di cui duemila con background migratorio, il 27% contro una media bolognese del 16%. Nel ’91 fu teatro di una delle stragi della Uno bianca, nel 2020 fu lo scenario in cui Salvini si esibì nella grottesca citofonata (“Scusi, lei spaccia?). Un quartiere dove esiste comunque un tessuto di associazioni, comitati, sindacati che si battono contro la marginalizzazione di chi vive in quelle strade. Scrive Lorenzo Guadagnucci, il giornalista che venne torturato alla Diaz la notte del 21 luglio: «La fine di Fakir, diciamolo subito, evoca i casi di Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini (sarà lo stesso legale di parte civile di questi due casi, Fabio Anselmo, a rappresentare la famiglia di Gakir, ndr) anche loro morti per strada durante fermi di polizia – il primo a Ferrara nel 2005, il secondo nel 2014 a Firenze – e la terribile vicenda di George Floyd, la cui agonia, il 20 maggio 2020 a Minneapolis, durò nove lunghi minuti e fu ripresa da una passante. Il “basta, aiuto” di Abderrahim Fakir risuona sinistramente come l’”I can’t breathe”, non respiro, di George Floyd. Chiediamo e ci chiediamo, innanzitutto, perché si continui a usare la tecnica di immobilizzazione mostrata dal filmato di Bologna, con il fermato schiacciato a terra e gli operatori che gli serrano le mani dietro la schiena mentre si appoggiano e spingono per fermare le sue escandescenze. Siamo o no di fronte in questo caso -lo chiediamo alle forze di polizia- alla tecnica detta del “ginocchio sul collo”? È una tecnica nota per la sua pericolosità, a causa dell’alto rischio di soffocamento, specie su persone con problemi respiratori o cardiaci, impossibili da conoscere sul momento. È questa -chiediamo agli esperti che sicuramente sovrintendono le scelte e attività di formazione delle polizie– la tecnica più appropriata per calmare una persona che appare in forte stato di alterazione? Sì o no? La Corte europea per i diritti umani ha condannato l’Italia nel gennaio 2026 a risarcire la famiglia per la morte di Riccardo Magherini, avendo giudicato non necessaria la tecnica di immobilizzazione utilizzata e carente la formazione degli operatori». “Ridurre tutto questo alla teoria delle “mele marce” significa rifiutarsi di vedere il quadro più ampio”, avverte Osservatorio Repressione e dalla sua ha un catalogo di storie che sembra non finire mai. «Siamo purtroppo abituati alla narrazione che segue queste tragedie, anche alla narrazione delle sentenze che vengono depositate chiudendo ogni spiraglio di verità su questi casi. E pensiamo così a Riccardo Magherini, la cui vicenda giudiziaria si concluse con un’assoluzione di chi lo pestò e soffocò fino alla morte “perché il fatto non costituisce reato”, nonostante prove audiovisive che avevano registrato Riccardo dire “sto morendo, aiutatemi” – ha scritto Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa – molto simili le parole di Abderrahim mentre era costretto a terra da due poliziotti, guardato a distanza da due sanitari: “basta, aiuto”». Intanto è già scattato tutto il repertorio della criminalizzazione della vittima, la cosiddetta vittimizzazione secondaria da parte dei politici, dei soliti media e dei vertici delle forze dell’ordine. Le indagini sono state affidate allo stesso corpo degli indagati. Ancora Acad: «Non serve chiamare in causa episodi simili ma lontani, come il caso di George Floyd. Citare quanto accade fuori e non in casa nostra aumenta solo la polvere che si vuole nascondere sotto al tappeto, senza affrontare un problema che è ben radicato nella storia del nostro paese. Sono anni che è evidente. Lo è in storie simili a questa di Abderrahim, quando una precisa manovra di fermo e blocco della persona portano alla morte. Ricordiamo, oltre a Riccardo Magherini, Michele Ferrulli, Arafet Arfaoui, o Andrea Soldi. Lo è anche, per lo sviluppo giudiziario, politico e mediatico nelle vicende di tanti altri morti in presenza di uomini in divisa: Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Carlo Lattanzio. Vittime tutte di un sistema che schiaccia, che opprime e soffoca, che si addestra e si arma per andare nella giungla urbana che ormai viene dipinta come contesto di guerra emergenziale. Dove il nemico è un soggetto bestiale e ogni pratica di costrizione è legittimata». Dal punto di vista di un’organizzazione rivoluzionaria, un abuso in divisa non evoca solo la tenuta democratica e i rapporti tra Stato e violenza. Alla doverosa solidarietà di classe con le vittime e i loro familiari, da esprimere nell’internità alle campagne di supporto, va aggiunta una capacità di analisi per individuare il filo nero tra la cultura che ispira addestramento e postura delle polizie con i meccanismi feroci del neoliberismo nella sua mission rivolta all’accumulazione dei profitti. Inoltre in molti Paesi, Italia compresa, i riferimenti valoriali delle forze delle forze dell’ordine, quelli trasmessi in modo formale e informale, nella relazione addestrativa e operativa, affondano le radici nei passati coloniali e autoritari degli apparati statali. Allora come oggi, quei valori sono assolutamente funzionali in una società orientata al riarmo, alla guerra, all’austerità. Se tutto questo è vero, la cancellazione dei pacchetti sicurezza deve essere non solo una rivendicazione da inserire nelle mobilitazioni di convergenza ma anche una discriminante nella messa a terra di qualsiasi discorso su un’alleanza costituzionale che contrasti le destre sempre più estreme perché sempre più liberiste. Sarà una lunga battaglia ma è anche la battaglia di chi si batte per un modello alternativo di società. The post Fakir, ucciso dall’ossessione neoliberista per la sicurezza first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Fakir, ucciso dall’ossessione neoliberista per la sicurezza sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 22, 2026
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Lettera dal Brasile: il rischio di un “7 a 1 sociale”
CRONACHE DI MONDIALI E DI LOTTE. CI SCRIVE SOLANGE CAVALCANTE, AUTRICE DI “COMPAGNI DI STADIO. SÓCRATES E LA DEMOCRAZIA CORINTHIANA” (FANDANGO LIBRI) La maggior parte dei brasiliani è solita scansionare la vita attraverso i Mondiali di calcio. Io, per esempio, ricordo di essere stata malata durante i Mondiali del 1966. e quanto fosse rassicurante avere i miei accanto a me, ancora vivi [lacrime]. Ai Mondiali del 1970, perfino chi era ancora bambino come me, si accorse che nel Paese c’era qualcosa che non andava. Alla vigilia dell’inizio del torneo, e senza alcun preavviso, i militari andarono a prendersi una Nazionale già pronta, la strapparono dalle mani dell’allenatore (il compagno comunista João Saldanha) e la consegnarono a Mario Zagallo, servo dei golpisti. Sì, vincemmo il Mondiale. E allora? La Storia racconta che fu proprio in quel periodo che la dittatura militare torturò tanti prigionieri politici in Brasile, nascondendosi dietro le vittorie della nostra nazionale. Per i brasiliani che amano il calcio d’arte (e per me, con tutto l’amore che ho per la mia sempre cara Democracia Corinthiana) il Mondiale più bello resterà sempre quello del 1982. Avere Sócrates in Nazionale e vederla giocare con quel tanto di bellezza significava dimostrare che il calcio ha tutto a che fare con la politica. Ah, sì, il Brasile non alzò la Coppa. Ma, come diceva il nostro Doutor: «Vincere o perdere, sempre con democrazia». La verità è che il calcio d’arte è morto, travolto dal calcio-business. Mi perdonino i tifosi più fanatici, ma i successi successivi del Brasile si devono a un certo talento combinato con l’ascesa continua di un calcio di destra, sopravvalutato, planetario e alimentato da cifre astronomiche. E, come ogni bolla economica, il calcio delle società di scommesse, degli influencers, delle modelle hype e dei calciatori con abbastanza denaro da comprarsi le società sportive, la stampa, gli allenatori e le coscienze non durerà per sempre. Speriamo. Oggi, vigilia della finale del 2026, i militanti della Conspiração Socialista, legati alla scuola pubblica, sono stati convocati per un impegno politico nella sede del nostro sindacato degli insegnanti, un piccolo edifício in un piccolo quartiere nell’immensa città di San Paolo. Sappiamo che è tempo di Mondiali e di vacanze scolastiche, ma sappiamo anche che siamo nel pieno della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, del Senato, della Camera federale, delle Assemblee legislative statali e dei governatori, previste per il prossimo ottobre. È una splendida mattina di sole, nel pieno dell’inverno. È quasi uno spreco essere chiusi nel sindacato così presto, di sabato. «Non possiamo parlare dei Mondiali?», chiede qualcuno. Ridiamo una risata assonnata. E, siccome ogni brasiliano che si rispetti ricorre alle metafore calcistiche per spiegare la vita, un altro compagno risponde: «Altro che Mondiali. È il momento di pensare alla politica, perché ogni giorno è un 7 a 1 diverso». La metafora del 7 a 1 richiama la nostra sconfitta contro la Germania nel 2014 e, da allora, è diventata il modo di nominare le situazioni più difficili. La riunione comincia. Il nostro recente sciopero per un salario dignitoso e per la stabilità lavorativa è stato un disastro e non è riuscito né a fermare la privatizzazione né la precarizzazione della scuola pubblica. Siamo sempre più isolati come categoria. Lottiamo da soli, senza i bancari (praticamente scomparsi dopo la digitalizzazione delle banche), senza i lavoratori della metropolitana, senza gli autisti dei trasporti pubblici, senza gli addetti ai servizi idrici e senza quelli dell’energia elettrica. Negli ultimi anni, i servizi pubblici dello Stato e della città di San Paolo sono stati quasi tutti privatizzati. Nell’istruzione siamo arrivati al 35% di insegnanti precari nella rete comunale e al 50% in quella statale. Cominciamo a definire un calendario di attività per la campagna elettorale, ma dovremo agire con estrema prudenza. Il sindaco di destra vuole che qualsiasi dipendente pubblico che esprima le proprie opinioni sui social network possa arrivare a perdere il posto di lavoro. Silenzio. Ognuno di noi prende il proprio cellulare per controllare se, e in quale misura, abbia manifestato recentemente le proprie opinioni politiche sui social. Sul piano nazionale, la situazione non è più incoraggiante. I risultati dei sondaggi elettorali che, da qualche giorno, indicano Lula in vantaggio hanno provocato le più gravi minacce di Trump contro il Brasile, a cominciare dall’imposizione di dazi del 25% sui prodotti brasiliani. Per evitare queste tariffe, gli Stati Uniti pretendono che Lula abbandoni gli accordi commerciali firmati con la Cina. Le conseguenze di un rifiuto potrebbero avvicinarci a quanto è accaduto – e continua ad accadere – in Venezuela, Ecuador, Bolivia, Cile, Perù e Colombia. Compagni di stadio NE «Le elezioni di ottobre saranno una guerra, con la pesante interferenza di Trump, di Rubio e della rete di relazioni della famiglia Bolsonaro, oggi un nome consolidato della destra», osserva una compagna. Mi guardo intorno. Siamo pochi. Siamo stanchi, invecchiati, e alcuni se ne sono andati troppo presto, ancora prima della pensione. Ho paura di ciò che i nostri nemici di classe potrebbero ancora riuscire a sottrarci. Ma so anche che sessant’anni di Mondiali e quattro decenni di lotte non sono poca cosa. Mentre scrivo questo testo per i cari compagni italiani, è prudente non fidarsi dei sondaggi e continuare a lavorare con determinazione in vista delle prossime elezioni. Non sappiamo ancora chi vincerà il Mondiale del 2026. Basta però guardare le tante squadre per capire che continuiamo a vivere nella genetica dei tanti calciatori di etnie diverse. Perché siamo stati, siamo e continueremo a essere seme e resistenza. Até a vitória, companheiros. Sempre. 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July 20, 2026
Popoff Quotidiano
Speciale Genova. «No Kings, la convergenza più larga e più giovane»
«C’È UNA GENERAZIONE, LA GENERAZIONE GAZA, LA GENERAZIONE CHE HA VINTO IL REFERENDUM E CHE GUIDA TUTTE LE LOTTE DI QUESTO TEMPO INFAME A CUI PASSIAMO IL TESTIMONE». L’INTERVENTO DI RAFFAELLA BOLINI ALL’ASSEMBLEA NO KINGS, 25 ANNI DOPO IL SOCIAL FORUM Noi che abbiamo organizzato Genova, ogni volta che si avvicina un anniversario, abbiamo sempre paura che interessi solo noi reduci. Invece, ogni volta, sono tantissimi i giovani che ne vogliono parlare. Ed è un segno che qui si tenga, ad un quarto di secolo dal Genoa Social Forum, l’assemblea No Kings – il movimento dei movimenti più giovane, la convergenza più larga di questo periodo. Noi siamo diventati vecchi. Iniziamo ad andare via: in pochi mesi abbiamo perso – ed erano i più giovani fra di noi-Stefano Kovac, Matteo Jade, Anubi D’Avossa. Ma c’è una generazione, la generazione Gaza, la generazione che ha vinto il referendum e che guida tutte le lotte di questo tempo infame a cui, con grande fiducia, passiamo il testimone. Noi fummo vittime della più grande repressione del dopoguerra, loro vivono in un tempo in cui la repressione è strumento normale di governo e di dominio Noi volevamo evitare la guerra, loro lottano in un mondo in cui la guerra ha sostituito la politica. Per noi un mondo diverso era possibile, per loro è indispensabile. RAFFAELLA BOLINI RETE STOP REARM EUROPE —— 25 anni fa, l’avevamo capito dove ci stava portando il capitalismo. Avevamo ragione, non ci hanno permesso di invertire la rotta, e siamo arrivati fino a qui, a questo mondo impossibile. Ma non è vero che a Genova il movimento dei movimenti sia nato e pure finito. Non è vero. L’anno dopo, quello stesso movimento portò 100.000 persone al Forum Sociale Europeo di Firenze. E li promuovemmo il 15 febbraio del 2003, la manifestazione più grande mai realizzata al mondo, 110 milioni di persone in piazza contro la guerra all’Iraq. E quelle resistenze, quelle lotte sono passate nel DNA delle generazioni successive. Nella sponda sud del Mediterraneo, il movimento ispirò le rivoluzioni arabe: tenemmo due enormi Forum Sociali Mondiali a Tunisi, ospitati da chi la rivoluzione l’aveva fatta. In America Latina, il movimento dei forum diede la spinta decisiva alla vittoria della sinistra in cinque paesi, uno dietro l’altro. In Grecia, dal movimento nacque una sinistra nuova, che dal 3% passò al governo prima di essere strangolata dalla Troika. —— Ma fu una eccezione, la Grecia, in Europa. Perché in Europa tutto il quadro politico mainstream, inclusa la famiglia progressista, non stava con noi, stava dalla parte del neoliberismo. In Italia e in Europa fummo lasciati soli, da chi sarebbe dovuto stare al nostro fianco. —— È da inizio millennio che nella sfera della rappresentanza manca un progetto alternativo all’esistente. E questo ha lasciato uno spazio enorme alla destra, che è stata capace di intercettare le paure e le frustrazioni della gente. E ora siamo qui, nel mezzo di una nuova transizione verso forme sempre più estreme di dominazione globale, per centralizzare il controllo, reprimere e chiudere gli spazi democratici, privatizzare ed estrarre profitto da tutto ciò che esiste. Con la forza, con la guerra, con la repressione, distruggendo il diritto internazionale, lo Stato di diritto e lo Stato sociale. Per il capitalismo, la democrazia è solo ormai un impiccio. —— E ancora una volta, la montagna che abbiamo di fronte si chiama Europa. L’Unione Europea, in un mondo di guerra e di despoti, sceglie la guerra e il riarmo. Conferma l’austerità, l’estrattivismo, la fortezza Europa fino alla remigrazione, e continua a sostenere il genocidio in Palestina. Ora Trump dice che ci abbandona: dovremmo approfittare di questa opportunità per liberarci dalla gabbia atlantica e occidentale in cui siamo prigionieri da ottant’anni, e invece l’Europa ne rinforza le sbarre. Noi non siamo Occidente, noi siamo per geografia, storia e cultura un continente intersezionale fra tre grandi regioni del mondo. Dovrebbe essere la nostra ricchezza, l’essere ponte, invece ci circondiamo di muri e cannoni. —— L’anno prossimo andranno al voto la Francia, l’Italia, la Spagna. In tutti questi tre paesi, la destra reazionaria, razzista fascista, può vincere o rimanere al governo. Per batterla, bisogna contare su quel nostro popolo che si sente abbandonato da anni. Che va rimesso al centro di un progetto politico di democrazia radicale, di uguaglianza radicale, di un orizzonte di alternativa di sistema. E l’ideale socialista che ricomincia a conquistare spazio, e a vincere, a partire dal centro dell’impero, negli Stati Uniti, è una speranza. —— Il metodo che usammo per fare Genova ancora ci può dire qualcosa. Le prime volte qui ci guardavamo con sospetto e diffidenza. Venivamo da mondi ed esperienze diverse. Scegliemmo di mettere al centro ciò che ci univa, non mediando al ribasso i nostri contenuti, ma trovando il contenuto più radicale che apparteneva a tutti: voi 8, noi 6 miliardi. Quello slogan vale oggi più che mai: voi pochissimi, noi tutto il pianeta. No Kings: ci impegniamo a mettere insieme i frammenti di alternativa che ciascuno di noi possiede, per rendere visibile un progetto leggibile di un’altra società contro tutti i re e le loro guerre. Per essere non tante oasi nel deserto, ma carovana che insieme attraversi il deserto e approdi a un nuovo mare. E in quest’autunno, irromperemo dal basso con i nostri contenuti e le nostre lotte nella campagna elettorale. Oggi siamo qui per questo, oggi qui faremo la nostra agenda. E discuteremo delle nuove forme per fare insieme conflitto e consenso. —— E lavoriamo per superare i confini nazionali, perché abbiamo bisogno con il pane di un movimento dei movimenti europeo. Dalla prima manifestazione europea contro il riarmo del 14 giugno a Bruxelles è uscita una proposta: organizzare il 21 novembre, il giorno dopo del possibile sciopero europeo degli studenti, manifestazioni nazionali in tutti i paesi dove sarà possibile. ‘ “Stato sociale, non Stato di guerra” mentre i governi europei e la stessa Unione staranno discutendo le loro leggi di bilancio, che saranno ovunque una gigantesca macelleria sociale. E anche di questa proposta, cominciamo a discutere qui oggi. Buon lavoro, e avanti tutta, No Kings. Con Carlo, sempre per sempre, nel cuore. The post Speciale Genova. «No Kings, la convergenza più larga e più giovane» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Speciale Genova. «No Kings, la convergenza più larga e più giovane» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 19, 2026
Popoff Quotidiano
Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente»
«ED È DENTRO QUESTA REGOLA CHE OGGI SI LOTTA PER IL DIRITTO ALL’ABITARE NELLE NOSTRE CITTÀ». L’INTERVENTO DI DOMENICO “MEGU” CHIONETTI ALLA PLENARIA NO KINGS NEL VENTICINQUENNALE DELLE GIORNATE DI LUGLIO 2001 Genova 2001, per molti, è la storia di responsabilità individuali mai punite. Ma in realtà è qualcosa di molto più profondo. È il momento in cui un apparato di potere non si è limitato a proteggere sé stesso: ha ostentato quella protezione e quella impunità, le ha esibite, come un’associazione a delinquere che uso’ il terrore come strumento di governo. E ha trasformato quell’impunità in un precedente politico e storico, fino a farla diventare una regola. Una regola che oggi è la regola del nuovo mondo. Ed è dentro questa regola che oggi si combatte anche la battaglia per la casa e per il diritto all’abitare nelle nostre città. Mentre le guerre e il riarmo drenano risorse, energie e attenzione, noi diciamo: nessuno basta a se stesso, solidarietà e azione collettiva sono la nostra forza, l’unica via di uscita. Costruiamo alleanze trasversali. Il Social Forum dell’Abitare è fatto proprio di questo: terzo settore e sindacato, spazi sociali e mondo cattolico, urbanisti, comitati, studenti. Se riusciamo a costruire queste alleanze, a individuare obiettivi comuni e a far diventare il diritto all’abitare una priorità politica nazionale, saremo più forti. Perché la crisi dell’abitare è già oggi una crisi sociale. È già oggi una forza espulsiva che attraversa le nostre città, allontana le persone, rompe le comunità, aumenta le diseguaglianze. La lotta per il diritto all’abitare non può limitarsi a rincorrere l’emergenza, sfratto dopo sfratto. Serve aprire una fase nuova, per aprire una stagione di mobilitazioni sull’abitare e il diritto alla città. Non una semplice vertenza destinata a consumarsi nell’autunno, ma una stagione lunga, radicale e determinata, in cui il diritto alla casa diventa diritto alla città. Perché la domanda vera è un’altra: chi governa le nostre città? Chi decide chi può restare e chi deve andarsene? Chi decide cosa si costruisce e cosa si demolisce? Chi governa le trasformazioni urbane mentre il capitale si mangia il territorio, lo stravolge e lo domina? Per questo crediamo nelle agenzie sociali per la casa, con una forte regia pubblica: strumenti capaci di mettere in relazione enti locali, proprietari, inquilini e terzo settore, per aumentare gli alloggi accessibili, prevenire gli sfratti, accompagnare le persone più fragili e restituire alla politica un ruolo di governo del diritto all’abitare. Il Social Forum dell’Abitare che si terrà a Genova il 12, 13 e 14 novembre sarà il luogo in cui confrontarci su questa proposta e provare a costruirla insieme. Il Social Forum sta facendo partire anche una Carovana per l’Abitare, per tenere insieme le esperienze dei territori, connettere le lotte e costruire una richiesta chiara: una legge scritta dal basso, da chi l’espulsione dalla città la subisce e da chi ogni giorno la contrasta. Ed è su questo terreno che misuriamo e respingiamo il Piano Casa del governo Meloni: risorse bloccate per cinque anni, un Commissario di Governo che decide al posto delle comunità locali, patrimonio pubblico venduto per fare cassa. E, per finanziare gli interventi sugli sfratti, si mettono le mani anche sulle risorse provenienti dagli affitti delle case popolari. Ancora una volta sono i più deboli a sostenere il peso delle politiche pubbliche, mentre lo Stato scarica il costo delle proprie scelte su chi ha meno. Domenico “Megu” Chionetti a Roma per una manifestazione a Spin Time nel gennaio scorso E, come se non bastasse, si accelerano le procedure di sfratto, come se questa fosse la vera emergenza del Paese. Il comitato Quarticciolo Ribelle, a Roma, lo scrive su un muro: “Ater, il vostro abbandono è il nostro degrado.” Credo che questa debba diventare un’agenda politica. Non è accettabile che pezzi fondamentali del governo delle nostre città siano sottratti al controllo democratico e alla politica, come se fossero poteri intoccabili. Vanno analizzati, criticati, messi in discussione e riportati dentro un confronto pubblico. E torno a Genova. Perché quel potere che nel 2001 ostentò la propria impunità non appartiene soltanto al passato: è diventato un paradigma. È la convinzione che tutto sia consentito, che la forza prevalga sul diritto, che chi detiene il potere possa agire senza rispondere delle proprie azioni. È lo stesso paradigma con cui oggi l’Europa assiste , perdendo la sua dignità alla più grande speculazione e demolizione genocidaria a Gaza. L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente. Per questo dobbiamo lottare. Per questo dobbiamo organizzarci. Per questo dobbiamo farlo insieme, tutte e tutti The post Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 18, 2026
Popoff Quotidiano
Albania, i fenicotteri all’attacco dei pilastri del potere
L’INTELLETTUALE ALBANESE FATOS LUBONJA: IN DISCUSSIONE È UN INTERO MODELLO DI SVILUPPO, FONDATO SULL’ESPROPRIAZIONE E SULLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA Fabien Escalona per Mediapart A prima vista, è un bel libro un po’ «di nicchia». Sessanta studi di architettura descrivono, in un voluminoso volume intitolato The Albanian Files (Lars Müller Publishers, 2026), il modo in cui hanno colto «l’opportunità specifica» offerta dal «rinnovamento» dell’Albania dopo la caduta del comunismo. Il tutto con una prefazione di Edi Rama, primo ministro, al potere da quasi tredici anni dopo aver ottenuto un quarto mandato nel maggio 2025. Il 1° luglio, tuttavia, questo libro è stato consegnato al tribunale speciale incaricato dei casi di corruzione e criminalità organizzata (Spak) da un gruppo di cittadin·e che vi vedono «una sintesi dei crimini commessi» dal capo del governo albanese. I progetti immobiliari portati avanti in spregio alle regole e all’interesse generale sono diventati l’incarnazione di un modello di sviluppo viziato, fondato sull’espropriazione della gente comune, sulla concentrazione della ricchezza e sul riciclaggio di denaro sporco. Ed è proprio un progetto turistico di lusso, promosso da una società legata al genero e alla figlia di Donald Trump (Jared Kushner e Ivanka Trump), che è all’origine della «rivoluzione dei fenicotteri rosa». Il movimento di protesta, senza precedenti per portata e durata, prende il nome dalla sosta di questi uccelli migratori nell’area protetta di Vjosa-Narta, dove le autorità pubbliche hanno autorizzato la costruzione del complesso alberghiero. Dopo oltre un mese di mobilitazione, sabato 4 luglio si è raggiunto il culmine con la marcia di decine di migliaia di persone nella capitale, Tirana. Sabato 11 sono attesi nuovamente raduni di grande portata. Per comprendere le motivazioni di questo movimento storico, Mediapart ha intervistato lo scrittore Fatos Lubonja. Ex prigioniero politico sotto la dittatura comunista di Enver Hoxha tra il 1972 e il 1991, è una voce importante della vita intellettuale albanese e della difesa dei diritti umani sin dal passaggio a un regime pluralista. «Mediapart»: Il 4 luglio, la 35ª manifestazione della «rivoluzione dei fenicotteri rosa» ha mobilitato più che mai contro l’esecutivo. Come ha fatto il movimento a raggiungere una tale portata di massa? Fatos Lubonja: All’inizio, il progetto attribuito alla coppia Kushner-Trump ha suscitato la contestazione degli ambientalisti e degli abitanti della regione. Mentre si opponeva ai lavori nell’area protetta, un manifestante è stato colpito e poi trascinato via con la forza da diversi uomini legati alla sicurezza privata, sotto gli occhi dei poliziotti che non hanno impedito l’intervento. Le immagini, ampiamente diffuse sui social, hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese. Il giorno seguente, il 31 maggio, sono iniziate le manifestazioni a Tirana. I partecipanti non protestavano più solo contro il progetto di Zvërnec, ma anche contro la violenza subita. In questo modo, la composizione sociale del movimento è cambiata. Al nucleo iniziale di manifestanti si sono aggiunti altri strati della società: i giovani, tra cui molti studenti; la classe media, tormentata dallo spopolamento del Paese e dall’impossibilità di costruirsi una vita dignitosa; o ancora persone sconvolte dalla mancanza di solidarietà con la Palestina da parte dell’esecutivo socialista, preoccupato di mantenere buoni rapporti con l’amministrazione Trump. Se questo allargamento è stato possibile, è perché il progetto immobiliare in questione è emblematico. Contestarlo significa prendere di mira i quattro pilastri del potere in Albania: la classe oligarchica dell’1% più ricco, come negli altri paesi capitalisti; i media, di cui quell’1% è per lo più proprietario; la criminalità organizzata, che è il principale investitore in Albania; e infine la tattica del potere di legittimarsi grazie a appoggi stranieri. In realtà, la gente si è identificata con i fenicotteri rosa, in quanto vittime di uno sviluppo che privatizza lo spazio pubblico e impedisce una vita normale, privando l’accesso alle risorse, facendo scomparire paesaggi, parchi, spazi per i bambini, ecc. Da dove deriva un simile modello di (mal)sviluppo? È necessario ricordare che il comunismo albanese era molto isolato, praticamente privo di proprietà privata, tanto che la “terapia d’urto” neoliberista degli anni ’90 si è svolta partendo da zero, senza risorse produttive né capitali interni. Nel corso di due decenni sono emersi imprenditori edili che hanno utilizzato il denaro degli emigranti per investire in progetti residenziali. Edi Rama, all’epoca sindaco di Tirana, ha costruito la sua ascesa politica proprio in relazione a questa industria del cemento. Ma a metà degli anni 2000 si è raggiunto il picco della domanda di alloggi, poiché l’Albania si era svuotata dei suoi abitanti. Metà della popolazione si è esiliata. In assenza di un’economia sostenibile, il denaro proveniente dal traffico di droga ha assunto un ruolo sempre più importante. Sono stati avviati progetti di costruzione di grattacieli che non rispondono ad alcuna esigenza, ma contribuiscono ad aumentare i prezzi degli immobili. Si parla anche molto di resort di lusso, ma non si tratta nemmeno di veri e propri progetti turistici, bensì di ville il cui acquisto permette alla criminalità organizzata di riciclare denaro sporco. Numerose indagini di polizia e giudiziarie in Europa lo hanno dimostrato: questo riciclaggio di denaro è massiccio e coinvolge anche rappresentanti dello Stato albanese. È per questo che il libro «Albanian Files» è stato accolto così male. Perché si sa che sono stati chiamati studi di architettura internazionali per legittimare questi circuiti economici contrari all’interesse generale. Il loro intervento rientra in quella logica generale di legittimazione attraverso l’estero di cui parlavo, e che spiega perché Edi Rama abbia offerto un pezzo di territorio a Giorgia Meloni [Presidente del Consiglio in Italia – ndr] per trasferirvi la detenzione dei migranti richiedenti asilo. Con un certo successo, dato che Meloni ha recentemente smentito il lavoro dell’emittente pubblica italiana, indignandosi per il fatto che l’Albania fosse presentata come uno Stato del narcotraffico e ritenendo che ciò meritasse delle scuse da parte di Edi Rama. In un recente editoriale, del resto, lei ha insistito molto sulla ricorrenza, nella storia dell’Albania, di questi sostegni ricercati con ogni mezzo all’esterno del Paese, che oggi suscitano indignazione… Il destino dell’Albania è stato fortemente segnato da due fattori: il vassallaggio e la sua posizione periferica. È proprio rendendo servizi al «centro», pur essendo sottoposti a un controllo minimo da parte di quest’ultimo, che molti leader hanno attinto alle risorse necessarie per governare e legittimarsi. Hanno riprodotto il proprio dominio basato sulle culture locali più retrograde, dannose per la maggioranza della popolazione, mentre i tutori o i protettori esterni chiudevano un occhio. Questo è stato il caso di numerosi governatori albanesi durante l’esistenza dell’Impero ottomano. Il meccanismo si è poi riproposto durante il periodo sovietico. Ma i dirigenti comunisti albanesi si sono talmente fusi con lo stalinismo che, quando quest’ultimo è stato condannato all’interno del blocco dell’Est, Enver Hoxha ha rotto con l’URSS. Poi il paradigma del vassallaggio e della periferia si è rinnovato con la ripresa dei legami con l’Occidente a cavallo degli anni ’90. Il nostro primo ministro, Edi Rama, paga a caro prezzo per farsi fotografare con Trump, si mette al servizio di Meloni, cerca attivamente l’appoggio di Macron, ecc.  Accanto allo slogan «L’Albania non è in vendita» è fiorito l’appello a una «nuova Albania». Cosa si nasconde dietro questo termine, sapendo che la composizione del movimento dei «fenicotteri rosa» è molto eterogenea? Con questa espressione, la gente si oppone a un sistema predatorio che l’ha esclusa dal processo decisionale. Non si tratta di uno slogan contro il capitalismo in quanto tale, ma del rifiuto di essere espropriati degli spazi sia pubblici che privati a vantaggio di investitori più potenti. È la manifestazione della volontà che la giustizia non permetta che ciò avvenga in Albania, che non sia più la legge del più forte a dettare legge. Le dimissioni di Rama, richieste durante le manifestazioni, sarebbero solo l’inizio della costruzione di una nuova Albania. Il compito rimarrebbe molto difficile, poiché gli strati sociali del movimento sono molto eterogenei, ma non vi si riscontra, d’altra parte, un’espressione organizzata dei lavoratori e delle lavoratrici. Si tratta di una dimensione importante che ancora manca. D’altra parte, non esiste un’alternativa politica immediata che possa essere fornita dall’opposizione. Affinché questa possa emergere progressivamente, una condizione necessaria rimane comunque la fine del “Regime Rana”. L’opposizione tradizionale, incarnata da Sali Berisha, è infatti respinta tanto quanto il governo di Edi Rama. Come si è configurato il panorama politico albanese? Fin dall’inizio del cambio di regime, tutti i partiti albanesi si sono strutturati secondo lo stesso modello: organizzazioni di oligarchi, legate a ricchi imprenditori edili e proprietari dei principali mezzi di comunicazione. Anche il Partito Socialista di Edi Rama ha fatto da portavoce dei loro interessi. Per un certo periodo si è verificata un’alternanza regolare tra i due principali partiti di centro-sinistra e di centro-destra, senza che ciò cambiasse granché, poiché erano legati allo stesso sistema. La gente ha perso la speranza che l’opposizione potesse fare qualcosa, e l’opposizione non è credibile nelle sue attuali denunce a causa del suo passato. Da diversi anni, Edi Rama ha riunito sotto la sua ala tutti gli oligarchi che erano divisi tra diversi partiti, non senza una certa somiglianza con il patto stretto da Vladimir Putin all’inizio della sua ascesa al potere in Russia. Esistono sì due o tre partiti che si sono formati al di fuori di questo duopolio controllato da Rama e Berisha, ma mancano di risorse in un gioco politico piuttosto chiuso. E c’è una sola vera formazione di sinistra, il movimento Bashkë (Insieme), mentre l’Albania avrebbe bisogno di un partito di sinistra che rappresenti la parte vulnerabile della società. Va detto che nel nostro Paese la parola «sinistra» fa immediatamente riaffiorare la memoria traumatica del comunismo. I manifestanti di oggi gridano «Abbasso i comunisti», ma non bisogna interpretarlo come un rifiuto dell’egualitarismo in quanto tale. È uno slogan rivolto a chi detiene il potere e agisce contro gli interessi del popolo, senza rendere conto a nessuno. Cosa rappresenta l’Unione europea (UE) per questo ideale di una «nuova Albania»? È una promessa di affrancamento dalla tutela, o il rischio di una nuova forma di subordinazione?  L’utopia di entrare a far parte dell’Europa è stata importante, perché offre una direzione mobilitante, orientata verso i principi del pluralismo e dello Stato di diritto. E se proprio si deve far parte di un insieme geopolitico, tanto vale che sia quello europeo, che riduce al minimo i rischi di una ricostituzione della dittatura. D’altra parte, bisogna constatare che l’UE, a questo punto, ha fallito. L’approccio dei suoi leader denota uno spirito neocoloniale. Si considerano i padroni di una terra promessa, desiderosi di aiutare le élite dei paesi vicini a raggiungerla. Ma prestano pochissima attenzione alle popolazioni governate che, tuttavia, desiderano l’integrazione. E molti di loro hanno in realtà una visione molto strumentale dei paesi in questione (come quella di trasformarli in un territorio «di scarto» per i migranti che i paesi del centro non vogliono accogliere). I valori europei non vengono presi sul serio quando si pensa di accettare uno Stato controllato dal narcotraffico nel club europeo.   The post Albania, i fenicotteri all’attacco dei pilastri del potere first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Albania, i fenicotteri all’attacco dei pilastri del potere sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 12, 2026
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Che cos’è l’economia americana?
IL DIVARIO TRA CIÒ CHE DICONO I NUMERI E COME SI SENTONO LE PERSONE NON HA FATTO CHE AUMENTARE. Robert B. Reich su The Nation Spesso mi viene chiesto di esprimere un parere sull’economia americana: come sta andando, dove sta andando, come sarà tra un decennio, se favorirà i Democratici o i Repubblicani alle prossime elezioni. Ma che cos’è “l’economia americana”? I fondatori dell’esperimento americano fornirono le linee guida per un sistema economico nel 1776 e poi nuovamente nel 1787. Si stavano ribellando contro un impero che imponeva loro le proprie condizioni e cercavano di creare qualcosa di nuovo. Col tempo, ci riuscirono. Ma a che punto siamo ora che sono trascorsi 250 anni? Gli indicatori standard che utilizziamo per valutare l’economia mostrano un sistema che funziona abbastanza bene. Se si guarda più a fondo, però, si nota qualcosa di talmente fuori rotta che la maggior parte degli abitanti degli Stati Uniti potrebbe presto essere pronta a sostenere un cambiamento rivoluzionario — proprio come lo erano molti dei loro predecessori coloniali quando si stancarono delle manipolazioni della Compagnia britannica delle Indie orientali negli anni ’70 del Settecento. L’indicatore contemporaneo più comune della salute economica è il Prodotto Interno Lordo, che mostra come l’economia americana abbia continuato a crescere a un tasso annualizzato rispettabile dello 0,7% nel quarto trimestre dello scorso anno. La spesa dei consumatori è in aumento. Gli investimenti delle imprese sono in aumento. L’inflazione, misurata dall’Indice dei Prezzi al Consumo, si è attestata al 2,4%. Gli utili delle imprese sono a livelli record. La disoccupazione è relativamente bassa, al 4,3%. Allora perché così tante persone sono preoccupate per l’economia? Tutti i sondaggi mostrano che gli americani sono profondamente insoddisfatti della situazione. La fiducia dei consumatori è scesa di circa il 20 per cento rispetto a un anno fa. Se vogliamo spiegare il divario tra ciò che dicono i numeri e come le persone li vivono effettivamente, dovremmo partire dall’assistenza sanitaria, dagli alloggi, dai servizi pubblici, dal carburante e dai servizi finanziari. La maggior parte di noi sta pagando di più per tutte queste cose rispetto a uno o due anni fa — non perché ci piaccia consumarle molto di più o perché siano molto migliori, ma perché non abbiamo scelta. La maggior parte delle grandi aziende deve affrontare una concorrenza minore che mai sotto Donald Trump, che ha di fatto posto fine all’applicazione delle norme antitrust. Queste aziende stanno approfittando del loro potere di mercato per aumentare i prezzi, che i dazi di Trump hanno fatto salire ancora di più. Hanno inoltre aggiunto commissioni inspiegabili in ogni occasione possibile, hanno reso quasi impossibile parlare con una persona in carne e ossa per ottenere una risposta, hanno imposto procedure kafkiane per comprendere o contestare le fatture e hanno sottoposto i clienti a pratiche burocratiche infinite, percorsi online sempre più contorti e tempi di attesa più lunghi. Nel frattempo, i beni pubblici hanno subito un duro colpo. L’ambiente sta diventando sempre più inquinato. Le banche stanno assumendo maggiori rischi con il denaro altrui. I lavoratori sono esposti a maggiori pericoli sul posto di lavoro. Il tasso di disoccupazione ufficiale può essere relativamente basso, ma è diventato più difficile trovare un lavoro o lasciare quello che si ha per uno migliore. Mentre nel 2024 — l’ultimo anno dell’amministrazione dell’ex presidente Joe Biden — gli Stati Uniti hanno creato 1,46 milioni di posti di lavoro, nel 2025 ne sono stati creati solo 181.000 in tutto l’anno. Ciò rende il 2025 l’anno peggiore per l’occupazione dal 2003 (a parte il periodo più critico della pandemia di Covid). Nel 2025, il settore manifatturiero ha perso 108.000 posti di lavoro. Fino alla fine di febbraio, quando Trump è entrato in guerra con l’Iran, il valore di borsa delle società con sede negli Stati Uniti ha continuato a salire, così come il mercato stesso. Fino alla fine di febbraio, l’indice S&P 500 era a livelli quasi record. Ma questo è irrilevante per il 90 per cento degli americani che possiede poche o nessuna azione. Il tenore di vita della maggior parte delle persone dipende dal proprio reddito, non dai guadagni in conto capitale. E sebbene il salario medio degli americani stia aumentando, la retribuzione dei super-ricchi è cresciuta così tanto e così rapidamente da far salire la media. (Sapere che Shaquille O’Neal e io abbiamo un’altezza media di sei piedi non ti dà un’idea chiara della reale differenza di statura tra noi.) Osservare la retribuzione mediana degli americani ci avvicina di più alla realtà, perché una mediana significa che metà della popolazione si trova al di sopra di essa e metà al di sotto. Ma mentre la classe media si riduce e chi sta in cima vive sempre più come dei re, mentre un numero sempre più vasto di persone in fondo alla scala sociale è senza tetto, in cattive condizioni di salute e affamato, nemmeno la mediana descrive ciò che sta realmente accadendo. Come ha dimostrato l’economista francese Gabriel Zucman, l’attuale concentrazione della ricchezza è la più alta mai registrata nella storia della nostra nazione. Diciannove dei patrimoni più ingenti del Paese ammontano complessivamente a circa 3,4 trilioni di dollari — l’equivalente dell’11 per cento di tutti i beni e servizi prodotti negli Stati Uniti in un anno. Si tratta di quasi tre volte il valore dei patrimoni degli americani più ricchi al culmine dell’Età dell’Oro, al netto dell’inflazione. Sotto l’amministrazione Trump, la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 22% nel 2025, passando da 6,7 trilioni di dollari a 8,2 trilioni, e il numero dei miliardari è aumentato da 814 a 935. Ma la maggior parte delle persone negli Stati Uniti sta a galla a fatica o sta affondando. Che cos’è, allora, l’economia americana? È il tenore di vita della maggior parte delle persone che vivono, lavorano e cercano di sbarcare il lunario in un posto chiamato Stati Uniti. Secondo questo metro di misura, l’economia americana è un disastro. Non solo i posti di lavoro scarseggiano, i salari sono miseri e i servizi pubblici sono disfunzionali, ma anche molte delle altre cose su cui la gente fa affidamento stanno andando in pezzi. La concentrazione della ricchezza in America ha creato un sistema educativo in cui i super ricchi possono comprare l’ammissione all’università per i propri figli, un sistema politico in cui possono comprare il Congresso e la presidenza, un sistema sanitario in cui possono acquistare cure personalizzate, un clima in cui possono comprarsi aria e acqua pulite e l’accesso a montagne e litorali incontaminati, e un sistema giudiziario in cui possono comprarsi la libertà dalla prigione. Quasi tutti gli altri sono stati catapultati in una distopia fatta di arbitrarietà burocratica, indifferenza delle grandi aziende, peggioramento della qualità dell’aria e dell’acqua, e le voragini legali e finanziarie che sono diventate i tratti distintivi della vita americana moderna. Tutto questo andava male già prima di Trump. Lui ha peggiorato notevolmente la situazione. La buona notizia è che ora la maggior parte degli americani se ne sta rendendo conto. Lo stato reale dell’economia americana è stato nascosto dietro il PIL, l’IPC, l’indice S&P 500 e il tasso di disoccupazione. Eppure l’economia reale non può più essere nascosta, perché la maggior parte delle persone la sta vivendo in prima persona ogni giorno ed è spaventata e furiosa. Ricordate i «codici di rivelazione» nel software WordPerfect che vi mostravano sullo schermo i tag di formattazione nascosti incorporati in un testo? È come se la maggior parte di noi stesse ora cliccando su quei codici di rivelazione e vedesse la vera struttura della ricchezza e del potere in America. Non è un bel quadro. Ma vederla è l’inizio di un grande cambiamento strutturale. Quando il divario tra gli ideali delle persone e le realtà conosciute raggiunge un punto di rottura, abbiamo una reale possibilità di attuare una riforma rivoluzionaria. E con questo intendo riformare il nostro sistema politico-economico in modo rivoluzionario — ad esempio eliminando il grande capitale dalla politica, in modo da poter aumentare le tasse sui ricchi per finanziare l’assistenza sanitaria universale, l’assistenza all’infanzia, l’assistenza agli anziani e alloggi a prezzi accessibili. Intendo aumentare il salario minimo per renderlo un salario di sussistenza. Garantire a tutti congedi familiari e medici retribuiti, un reddito di base universale, una buona istruzione e un’istruzione superiore accessibile. Smantellare i monopoli per abbassare i prezzi e ridurre il potere politico dei colossi aziendali concentrati. Una riforma rivoluzionaria significa anche democrazia economica: rafforzare i sindacati e dare ai lavoratori voce in capitolo su come viene organizzato il lavoro. Condividere i profitti con i lavoratori. Garantire loro una maggiore sicurezza lavorativa. E significa invertire il cambiamento climatico e salvare il pianeta per le generazioni future. Quella che viene definita “l’economia americana” non è un sistema autonomo al di là del nostro potere di cambiarlo. È il prodotto di leggi e norme che regolano la fiscalità, l’antitrust, il lavoro e l’ambiente — che abbiamo il potere di modificare. Ma oggi non possiamo farlo, perché Trump, i suoi adulatori e i suoi sostenitori plutocratici hanno il controllo. Tuttavia, sempre più americani stanno decifrando i codici segreti e scoprendo la vera struttura della ricchezza e del potere in questo Paese — creando così le basi per una riforma rivoluzionaria. Questo è il lato positivo in questa cupa nube trumpiana. Man mano che il divario tra ciò che pensiamo che l’economia americana dovrebbe offrire e ciò che offre realmente diventa evidente a un numero sempre maggiore di noi, abbiamo una possibilità concreta di trasformare l’economia americana in un sistema che funzioni per tutti noi. Robert Reich è professore emerito all’Università della California, Berkeley, ed ex segretario di stato al lavoro nell’amministrazione Clinton. Il suo ultimo libro è *Coming Up Short: A Memoir of My America*.     The post Che cos’è l’economia americana? first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Che cos’è l’economia americana? sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 12, 2026
Popoff Quotidiano
Marco Bersani: A Genova per riaprire il futuro
A VENTICINQUE ANNI DALLE GIORNATE DEL LUGLIO GENOVESE, L’INTERVENTO DEL PORTAVOCE DI ATTAC ITALIA 1.    Genova prima di Genova  Venticinque anni fa oltre 300mila persone arrivarono a Genova per contestare il vertice dei G8 che si sarebbe tenuto nella città. Ci arrivarono nonostante una campagna di stampa trasversale che preannunciava indicibili assalti e barbarie e riempirono la città dei colori di una moltitudine attraversata dalla speranza in un mondo migliore. Gli assalti e le barbarie in effetti ci furono, ma coi protagonisti rovesciati: quel movimento fu vittima della più grande violazione dei diritti umani dal dopoguerra, come giustamente sentenziò Amnesty International, e tornò da quelle piazze senza Carlo Giuliani, giovane ragazzo ucciso in Piazza Alimonda. Quel movimento non nacque a Genova, perché il nuovo secolo politico inizia in due contesti e tempi distinti, nel sud e nel nord del pianeta. Il primo atto di nascita è stata sicuramente l’insurrezione zapatista nel Chiapas messicano, che esplode il 1 gennaio 1994, giorno nel quale entra in vigore il Trattato di libero scambio fra Usa, Canada e Messico: quel giorno la sapienza della cultura indigena della Selva Lacandona indica al mondo la cifra della globalizzazione liberista come nuovo attacco ai diritti, ai beni comuni, ai territori e alla democrazia. Il secondo atto è la contestazione al vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio a Seattle nel 1999, quando la protesta assume la sfida della messa in discussione della legittimità da parte delle multinazionali e delle lobby finanziarie di poter esercitare il proprio potere a detrimento dei diritti umani, della giustizia sociale e della democrazia. Fino a prima di Seattle, ogni incontro delle grandi istituzioni internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio, Ocse, G8 etc.) vedeva in campo la società civile con contro-convegni che, dal basso, contestavano la narrazione del modello liberista sulle magnifiche sorti e progressive di una società regolata interamente dalle leggi del mercato e interamente votata alla produzione di profitti. Un modello con già quasi tre decenni alle spalle, dato che, pur con qualche cautela, possiamo collocare l’inizio della fase neoliberista del capitalismo in due eventi (anche questi uno nel sud e uno nel nord del pianeta) e contesti diversi e complementari: il colpo di Stato militare in Cile del settembre 1973, che rovesciò il governo democratico e socialista di Salvador Allende per consegnare il paese al generale fascista Pinochet e ai Chicago Boys, gli economisti liberisti statunitensi che lo affiancarono nelle scelte economico-sociali, e l’avvento di Margareth Thatcher al governo del Regno Unito, con la brutale repressione del movimento operaio agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso. Fu la stessa Thatcher a proclamare lo slogan che poi divenne il mantra dell’ideologia liberista. “La società non esiste, esistono solo gli individui e le famiglie”. A Seattle, e per la prima volta, i movimenti non si limitarono a criticare i contenuti della globalizzazione neoliberista, documentando con analisi ed evidenze i disastri che avrebbe prodotto dal punto di vista dei diritti umani, della giustizia sociale e della crisi ecologica, ma posero con forza il tema della legittimità del potere decisionale delle multinazionali e dei grandi interessi finanziari, bloccando fisicamente la partecipazione dei delegati al vertice dell’OMC e scontrandosi per giorni con le forze di polizia. Da allora, il tema della legittimità si pose in tutti gli incontri delle grandi istituzioni internazionali, che dovettero abbandonare nel tempo la scenografia ‘medievale’ di rappresentazione del potere con la quale quei vertici erano costruiti, per doversi confrontare con mobilitazioni sociali sempre più ampie, determinate e diffuse. Nel frattempo, nel gennaio 2001 a Porto Alegre in Brasile si riunì per la prima volta il Forum Sociale Mondiale in aperta contrapposizione con l’annuale Forum Economico Mondiale, che, negli stessi giorni, si teneva a Davos in Svizzera e a cui partecipavano tutti i motori politici, economici e finanziari della globalizzazione neoliberista. Fu a Porto Alegre che venne lanciata la sfida più alta, dichiarando, in radicale contrapposizione al “There is no alternative” di Margareth Thatcher, “Un altro mondo è possibile” e aprendo la sfida per il cambiamento globale. Genova arrivò sei mesi dopo, mentre quattro mesi prima e -importante sottolinearlo- con un governo di centro-sinistra, a Napoli vi fu una sorta di anticipazione e di prova della repressione contro i movimenti scesi in piazza per contestare il Global Forum, promosso da Ocse, Onu e Ue. continua qui https://attac-italia.org/a-genova-per-riaprire-il-futuro/ The post Marco Bersani: A Genova per riaprire il futuro first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Marco Bersani: A Genova per riaprire il futuro sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 9, 2026
Popoff Quotidiano
Dopo la canicola, l’impossibile ritorno al mondo di prima
IL MONDO IN CUI NON SI POTEVA MORIRE DI CALDO IN UNO DEI PAESI PIÙ RICCHI DEL MONDO NON TORNERÀ PIÙ. È IL MOMENTO DEL LUTTO, DELLA RABBIA E DELL’AZIONE Joseph Confavreux e Jade Lindgaard su Mediapart Finalmente la pioggia. E con essa l’oblio? I temporali e le masse d’aria più fresca che dovrebbero estendersi verso l’interno del Paese durante il fine settimana porteranno con sé anche un senso di sollievo e la voglia di voltare pagina. Finalmente è finita l’ondata di caldo! La comunità nazionale potrebbe immaginare di tornare alla normalità: lavoro, famiglia, vacanze, campagna elettorale. Ma sarebbe un grave errore. Il tempo del mondo di un tempo, in cui non si poteva morire di caldo in uno dei paesi più ricchi del mondo, non tornerà più. L’ondata di caldo del giugno 2026 in Francia è storica per la sua brutalità e la sua portata; ma costituisce anche la nostra nuova normalità. È fondamentale che alle nostre notti insonni segua un risveglio collettivo: siamo entrati nel vivo del cambiamento climatico. Ed è orribile. Allora balliamo sotto la pioggia per qualche ora, ma teniamo ben presente che è tempo di lutto, di rabbia e di azione. RENDERE OMAGGIO AL LUTTO Non dimentichiamo quei due fratellini di 2 e 4 anni morti di disidratazione in un’auto parcheggiata nel vialetto di una villetta a Carpentras (Vaucluse). Né quel bambino di 3 anni morto in Val-d’Oise dopo essere soffocato in un’automobile, bloccata dal “sistema di sicurezza per bambini”. Non dimentichiamo le oltre cinquanta persone che sono annegate in una settimana nel tentativo di sfuggire al caldo: due giovani di 23 anni sul lago di Annecy (Alta Savoia), un bambino di 6 anni a Bègles Plage (Gironda), un giovane calciatore della Ligue 2 a Caluire-et-Cuire nel Rodano, un padre di famiglia di 50 anni nella Sarthe al termine di un picnic. Ricordiamo Daniel S., morto durante la prima ondata di caldo, a fine maggio, per ipertermia nella Drôme, dopo aver lavorato tutto il giorno su un tetto. Pensiamo a quell’anziano in Gironda morto nella propria abitazione fin dal primo giorno dell’ondata di caldo, seguito da altre tre persone nel Pas-de-Calais. Nel 2003 ci sono voluti mesi per stabilire un bilancio di 15.000 persone, per lo più di età superiore ai 65 anni, morte da sole durante l’ondata di caldo. Migliaia di persone anche nel 2022, così come nel 2025. Il caldo miete almeno 5.400 vittime all’anno in Francia, secondo uno studio di Oxfam. Ricordiamo Eden, 18 anni, che vive negli edifici surriscaldati del Crous di Nanterre e non ha i mezzi per comprarsi un ventilatore portatile. Le infermiere della clinica Saint-Grégoire, a Rennes (Ille-et-Vilaine), che sono state vittime di ipertermia e hanno dovuto ricevere flebo. O ancora gli insegnanti che appendono coperte termiche alle finestre delle scuole e si mettono collettivamente in sciopero dopo aver dovuto accogliere i bambini in condizioni indegne. Al punto che quando il ministro dell’education nationale ha deciso di confermare le prove d’esame, la segretaria generale del sindacato Snes-FSU s’è domandata se fosse «incoscienza o provocazione». Non dimentichiamo nemmeno le centinaia di pesci morti per il caldo in uno stagno delle Côtes-d’Armor. Né quegli animali che muoiono a migliaia negli allevamenti della nostra industria alimentare spazzatura. Ricordiamo che a volte abbiamo anche riso durante questa ondata di caldo. Quando il presidente della Repubblica ha postato sul social network X che bisognava ricordarsi di bere acqua. Ballando, il 21 giugno, durante la Festa della Musica che sembrava un’apocalisse gioiosa. Stupendosi, davanti al parco giochi di Clichy-sous-Bois (Seine-Saint-Denis) durante la notte più calda della storia della Grande Parigi, quando i bambini, in preda alla follia, scivolavano dimenandosi su uno scivolo bagnato, in piena notte, e una domanda tormentava una bambina a cui raramente era stato permesso di stare sveglia così tardi: «A che ora arrivano i mostri?» Questi modi di non disperare di fronte a un mondo che ci sfugge sono anche punti d’appoggio per costruirne uno che possa rimanere vivibile. L’ARMA DELLE URNE: PUNIRE E SORVEGLIARE Il primo gradino del risveglio collettivo ha come arma le urne, mentre mancano ormai solo pochi mesi a un voto decisivo. Il Rassemblement National (RN), che oggi cerca di far dimenticare decenni di negazionismo climatico, deve essere respinto non solo in nome della sua eredità xenofoba, ma anche del suo DNA antiecologico. Il centro-destra che governa la Francia da dieci anni, e osa ancora ostentare la propria autocompiacenza mentre il Paese soffoca, dopo aver gettato al secchio ogni politica climatica ambiziosa, non merita altro che disprezzo e scherno. Ma, a meno di un anno dalle elezioni presidenziali, è in realtà ogni candidato che si rifiuterà di elaborare il proprio programma per rispondere a queste tragedie che dovrebbe subire tre misure politiche praticate per secoli e cadute troppo a lungo in disuso: la destituzione, l’ostracismo e la damnatio memoriae (la cancellazione dalla memoria collettiva). Procedure che sarebbe legittimo estendere ai ministri che si rifiutano di prendere in considerazione un «congedo climatico» quando la temperatura sul posto di lavoro diventa insopportabile; agli architetti che hanno continuato a costruire edifici inadeguati e vietano di aggiungervi tende o persiane; ai rettori e alle rettrici che si sono rifiutati di chiudere gli istituti scolastici per evitare che l’economia rallentasse; ai prefetti e alle prefette che non hanno previsto il sovraffollamento degli ospedali e danno la caccia ai momenti di festa; ai decisori economici che sono pronti a farci bruciare pur di non mettere a rischio i dividendi. SOLUZIONI SUL TAVOLO Il secondo livello del risveglio collettivo richiede di riaprire alcuni fascicoli e di applicare determinati rapporti. L’azione pubblica, le cui carenze sono oggi così evidenti, dispone di una moltitudine di piani, applicabili senza indugio, per invertire la tendenza mortale. Alcuni rientrano addirittura nel quadro tradizionale della pianificazione economica e avrebbero potuto avviare la necessaria trasformazione senza attendere la grande rivoluzione. Il rapporto dell’economista Jean Pisani-Ferry e Selma Mahfouz, presentato a Élisabeth Borne nel maggio 2023, spiegava già che non serviva a nulla «ritardare gli sforzi» in nome del contenimento del debito pubblico, poiché «ciò non farebbe che aumentare il costo per le finanze pubbliche e lo sforzo necessario negli anni successivi» per raggiungere i nostri obiettivi climatici. La Convention citoyenne pour le climat, le cui conclusioni erano state ampiamente smontate dal governo di Jean Castex prima di finire ridotte a una legge di compromesso, tracciava un quadro molto completo delle azioni da intraprendere con urgenza per attuare una politica climatica degna di questo nome. Anche i rapporti del Segretariato generale per la pianificazione ecologica avevano delineato in lungo e in largo i possibili scenari d’azione per decarbonizzare il Paese nei settori dei trasporti, dell’edilizia abitativa, dell’agricoltura, dell’industria e dei consumi, nonché per proteggere la biodiversità – prima che tale segretariato venisse smantellato da Gabriel Attal e poi da François Bayrou. Sotto le sue sembianze idealistiche, se non addirittura utopistiche, la tabella di marcia proposta dal Laboratorio sulle disuguaglianze globali per decarbonizzare l’economia, riducendo al contempo le disuguaglianze, si basa su una diagnosi di precisione chirurgica sulla distribuzione della ricchezza nel mondo. Il suo strumento di punta, il «Fondo per la giustizia mondiale», finanziato dalla tassazione dei miliardari, ha anche il merito di ricordare un’evidenza: sebbene il «Titanic» climatico riguardi l’intero pianeta, noi non siamo tutti sulla stessa barca. La lotta contro il disastro ecologico ha senso e può essere efficace solo se è strettamente correlata a una massiccia ridistribuzione delle ricchezze accumulate, all’altezza delle vertiginose disuguaglianze attuali. LA RAGIONE DELL’UTOPIA Il «cerchio della ragione» che pretenderebbe di escludere alcune delle numerose proposte oggi sul tavolo deve fare i conti con una situazione sempre più evidente: la realtà non è più quella di un tempo. Di conseguenza, nemmeno «l’utopia». Oggi più che mai, è la realtà a essere invivibile e l’utopia l’unica via ragionevole. In un mondo in cui l’uomo più ricco del mondo raccoglie miliardi di dollari per finanziare la colonizzazione di Marte, le coordinate del reale si invertono. «Se la distopia radicale è possibile, come si vede con Trump, Elon Musk e questa fusione tra l’epistemologia politica arcaica e le nuove tecnologie cibernetiche, allora solo un’utopia dei corpi viventi potrà tirarci fuori da dove ci troviamo», spiegava recentemente a Mediapart il filosofo Paul B. Preciado. In altre parole, «l’utopia è più necessaria che mai, perché è del tutto possibile. L’utopia nel senso di una radicalità nei progetti di trasformazione planetaria». Partendo da qui, si possono effettivamente ribaltare i termini del dibattito e conciliare pragmatismo e radicalità. Perché non dovrebbe essere possibile smettere di pagare l’affitto se la temperatura della propria abitazione supera i 33 °C e che il proprietario non abbia avviato lavori di riqualificazione energetica? Sì, EDF fa bene a stanziare 80 milioni di euro per dotare rapidamente le scuole di «soluzioni di raffreddamento». Ma nel nuovo mondo in cui siamo collettivamente catapultati, non dovremmo forse anche requisire i superprofitti di TotalEnergies per rendere più verdi tutte le scuole elementari e medie della Francia? E tassare molto di più i GAFAM e i loro data center ad alto consumo energetico per ristrutturare e isolare termicamente tutti gli edifici che lasciano passare il calore e quelli che lo generano in eccesso sul territorio? Affinché queste soluzioni di emergenza non si riducano a un imperativo di adattamento al ribasso, continuando a sottomettere le nostre vite alle logiche del capitale, il terzo livello del risveglio collettivo consiste nel smentire un vecchio adagio: quello del professore di letteratura statunitense Fredric Jameson, secondo cui sarebbe più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo. Come riuscirci quando non è mai stato così evidente che l’umanità fosse sull’orlo del precipizio? In realtà, le vie alternative, le zone di resistenza, le strategie di sabotaggio e i desideri di rivolta contro il sistema estrattivista, coloniale e patriarcale non sono forse mai stati così vivaci, combattivi e creativi come oggi. Esistono molteplici «percorsi che possono contribuire a costruire una società più libera e appagante, più rispettosa del pianeta», come quelli, ad esempio, elencati in un’ambiziosa opera dedicata ai mondi post-capitalisti pubblicata di recente. Come si poteva leggere nelle manifestazioni per il clima degli ultimi anni: «Anche i dinosauri pensavano di avere tempo». The post Dopo la canicola, l’impossibile ritorno al mondo di prima first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Dopo la canicola, l’impossibile ritorno al mondo di prima sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 30, 2026
Popoff Quotidiano
Austria, la “migliore sindaca del mondo” è una comunista
I COMUNISTI CONSOLIDANO LA LORO PRESENZA A GRAZ, SECONDA CITTÀ DEL PAESE DOPO LA VITTORIA A SORPRESA DI CINQUE ANNI FA. MERITO DEL LAVORO DI PROSSIMITÀ DI ELKE KAHR Vianey Lorin su Mediapart Ancora una volta, la sorpresa era all’ordine del giorno. Se la rielezione di Elke Kahr, prima sindaca comunista di Graz, seconda città dell’Austria con oltre 300.000 abitanti, era stata annunciata, il risultato ottenuto dal suo partito, il KPÖ, lo era molto meno. I comunisti hanno raccolto quasi il 36% dei voti alle elezioni comunali di domenica 28 giugno. Un aumento di sette punti rispetto alle precedenti elezioni, cinque anni fa, dalle quali erano già usciti in testa, suscitando lo stupore tra i commentatori politici. Questa ampia vittoria conferma la strategia del partito e della sua leader, Elke Kahr, che punta sulla vicinanza ai cittadini e coltiva la sua immagine di rappresentante accessibile. Ha così rinunciato a utilizzare l’auto di servizio del Comune e quando, un anno fa, la città è stata sconvolta da una sparatoria mortale in un liceo, si è precipitata sul posto al volante della sua vecchia Citroën, riporta il quotidiano Der Standard. Secondo il giornale, due mesi fa, in occasione di un incendio, si è recata nuovamente sul posto e ha accompagnato personalmente un residente che aveva appena perso il proprio appartamento in un alloggio provvisorio. La rappresentante riceve regolarmente i cittadini per ascoltare i loro problemi: casa, difficoltà finanziarie, lavoro. Cinque anni fa Mediapart aveva assistito a uno di questi incontri in cui Elke Kahr aveva aiutato un’anziana signora a trovare una nuova sistemazione o una ragazza a finanziare l’intervento chirurgico del suo cane. Infatti, a Graz, il KPÖ non si limita a fornire consigli, ma a volte può offrire un aiuto finanziario ai residenti, prelevato in parte dallo stipendio dei propri rappresentanti eletti. OLTRE 300.000 EURO DEVOLUTI Elke Kahr devolve così più di due terzi del suo stipendio di sindaco e si trattiene 2.300 euro al mese. Anche gli altri rappresentanti eletti del KPÖ fanno lo stesso e, ogni anno, il partito organizza una conferenza stampa per presentare l’importo totale di queste donazioni: oltre 300.000 euro nel 2025, a beneficio di più di 2.500 famiglie. Un dato che fa digrignare i denti ad alcuni oppositori, che denunciano un approccio populista, se non addirittura un acquisto di voti. Questa pratica esiste tuttavia dal 1988 ed è ormai parte integrante del DNA del KPÖ a Graz. Dal 2005, Elke Kahr avrebbe così devoluto 1,3 milioni di euro. Questa immagine di eletta vicina alla gente, consapevole delle difficoltà dei suoi amministrati, spiega in parte i successi elettorali dei comunisti: «La dimensione personale è importante. Elke Kahr riesce a raggiungere un pubblico che va oltre la consueta base elettorale del KPÖ», analizza Matthias Kaltenegger, politologo dell’Università di Vienna, in un’intervista a Mediapart. La debolezza del partito a livello nazionale – il 2,4% dei voti alle ultime elezioni legislative del 2024 – può inoltre giocare a suo favore a livello locale, mobilitando i voti di protesta, secondo il ricercatore: «Il Partito Comunista non è più rappresentato in Parlamento dagli anni ’50. Nel suo programma critica il sistema politico, quindi può anche attrarre persone che guardano con sospetto alle istituzioni politiche». Un altro pilastro dell’identità politica del partito è la questione abitativa. Nel 1992, Ernest Kaltenegger, artefice delle prime vittorie del KPÖ, istituì il Mieternotruf, «il numero di emergenza per gli inquilini», che esiste ancora oggi. Chiamando questo numero, gli abitanti di Graz possono ricevere consulenza dal KPÖ in caso di controversie con un proprietario, per problemi relativi alla restituzione della cauzione o anche per far verificare il proprio contratto di locazione e accertarsi che i vari costi accessori non siano eccessivi. LA «MIGLIORE SINDACA DEL MONDO» Da allora, il partito non ha mai smesso di impegnarsi in questo ambito. Durante i suoi cinque anni alla guida della città, sono stati consegnati 420 nuovi alloggi comunali, ovvero alloggi sociali di proprietà del Comune. Il Comune ha acquisito terreni per costruire altri alloggi e per potenziare i trasporti pubblici. L’esecutivo comunale ha inoltre deciso di ridurre da cinque a un anno il periodo di residenza in città necessario per poter beneficiare di un alloggio comunale. Questa politica sociale è valsa a Elke Kahr il titolo di «miglior sindaco del mondo» nel 2024, assegnatole da City Mayors Foundation, una fondazione londinese che ha sottolineato «la sua dedizione e il suo altruismo al servizio della sua città e dei suoi cittadini». Si tratta tuttavia di misure che devono essere finanziate. Il Comune, però, è oggi indebitato per 2 miliardi di euro. Intervistata dall’emittente televisiva pubblica ORF su questo tema, Elke Kahr ha ricordato che la sua amministrazione aveva ereditato un debito di 1,6 miliardi, pur facendo fronte alle spese per l’edilizia abitativa e le infrastrutture pubbliche. Ha tuttavia ammesso di dover procedere a «adeguamenti strutturali», precisando: «Ma senza che ciò vada a discapito della popolazione. » Un altro punto di tensione: la politica di sviluppo dei trasporti pubblici, percepita da una parte della popolazione come ostile agli automobilisti. In particolare, sono stati eliminati 1.500 posti auto. Ciò limiterebbe l’attrattiva del centro città e l’attività commerciale, secondo i critici. «Bisogna chiedersi chi fa questo genere di affermazioni e perché. In realtà, grazie allo sviluppo dei trasporti pubblici e degli spazi verdi, il centro città sta diventando più attraente», ha risposto la sindaca nella sua intervista all’ORF. Un altro dato degno di nota di queste elezioni è il risultato modesto dell’FPÖ, il partito di estrema destra austriaco, che si è classificato al quarto posto con il 12% dei voti. Eppure governa la regione e rappresenta la prima forza politica del Paese. Un risultato che si spiega con la tradizionale divisione elettorale tra grandi città e zone rurali, ma anche con un caso di corruzione che continua a pesare sull’FPÖ a Graz, secondo Matthias Kaltenegger. Grazie a questo risultato, il KPÖ, che finora governava insieme ad altri due partiti, i socialdemocratici dell’SPÖ e i Verdi (Die Grünen), potrebbe limitarsi a un unico partner di coalizione, a priori gli ecologisti. Elke Kahr ha tuttavia promesso di avviare negoziati con tutti i partiti prima di prendere una decisione. Una cosa è certa: la prima sindaca comunista nella storia di Graz rimarrà tale. The post Austria, la “migliore sindaca del mondo” è una comunista first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Austria, la “migliore sindaca del mondo” è una comunista sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 30, 2026
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