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Francia, lo spread brandito per colpire le pensioni
IL DISCORSO DOMINANTE COLLEGA L’AUMENTO DEI TASSI A UNA PRESUNTA GENEROSITÀ DEL WELFARE. IL SOCIOLOGO BENJAMIN LEMOINE NE SVELA L’OBIETTIVO POLITICO E FINANZIARIO Romaric Godin su Mediapart Il differenziale tra il tasso decennale del debito francese e quello tedesco continua ad ampliarsi; lunedì 19 ottobre 2026, all’apertura dei mercati, si attestava a 137,5 punti base (1,375 punti percentuali), il livello più alto dal maggio 2012. Parallelamente, la narrativa allarmistica sul debito comincia a invadere il dibattito pubblico. Il sociologo Benjamin Lemoine, in diverse opere, in particolare *L’Ordre de la dette* (La Découverte, 2016), *La Démocratie disciplinée par la dette* (La Découverte, 2022) e *Chasseurs d’États* (La Découverte, 2025), ha analizzato questo tipo di discorso e gli obiettivi di chi lo porta avanti. Per *Mediapart*, cerca di caratterizzare questa nuova fase del panico sul debito. «Mediapart»: Da diverse settimane, la Francia è nuovamente sottoposta a un’intensa campagna mediatica sul rischio di bancarotta e sul peso del debito. Qual è la sua particolarità nell’attuale congiuntura? Benjamin Lemoine: Nel 2021, insieme ad Anne-Laure Delatte, descrivevamo la frustrazione delle classi dirigenti per non poter più ricorrere alla pressione dei tassi d’interesse per influenzare il dibattito pubblico. Con il Covid, il motto «a qualsiasi costo» e le politiche di allentamento creditizio della BCE, il terreno sembrava sgretolarsi sotto i piedi della narrativa disciplinare sul debito. Cinque anni dopo, l’aumento dei tassi in nome dell’obiettivo di inflazione ridà una dimensione concreta al discorso che incolpa lo Stato sociale. Questo inquadramento, che fa parte della battaglia narrativa, ignora deliberatamente l’insieme di fattori che hanno concorso ad aumentare concretamente la pressione dei mercati obbligazionari: il quantitative tightening [«restringimento quantitativo», che consiste nella riduzione da parte della BCE del proprio portafoglio di titoli di Stato – ndr] condotto in nome dell’obiettivo di inflazione, la concorrenza delle emissioni obbligazionarie legate all’IA, le incertezze geoeconomiche. La particolarità dell’offensiva attuale consiste nel concentrare il dibattito sulla questione delle pensioni, mettendo in scena una lotta generazionale, tra giovani e anziani, futuro e passato, al centro della quale si troverebbe il debito. Questa narrativa, che riprende lo schema delle generazioni future, solitamente riservato alle questioni climatiche, mobilita sia socialdemocratici come Pierre Rosanvallon (e la sua denuncia del «presentismo») sia il presidente del Movimento delle imprese francesi (Medef), Patrick Martin, che pretende di salvare una «generazione ostacolata» da uno Stato sociale e normativo eccessivo. La «bomba» del debito cristallizzerebbe questa ingiustizia intergenerazionale. In questa offensiva ritroviamo il consueto argomento dell’ovvietà e del buon senso… Come se fosse ovvio che le sfide demografiche rendessero il sistema insostenibile, mentre il sistema a ripartizione[1] non è né la causa principale del deficit pubblico né è sull’orlo del fallimento (il suo deficit, dell’ordine dello 0,2% del PIL nel breve termine, rimane vicino al pareggio, secondo il Consiglio di orientamento sulle pensioni). Questa diagnosi dice inoltre ben poco sulla gestione di bilancio del settore sociale, che avviene tramite trasferimenti discreti tra riduzioni dei contributi sociali e compensazioni fiscali. Il recente clamore sulle pensioni dei dipendenti pubblici ignora inoltre deliberatamente che la sovvenzione di equilibrio (che copre il deficit) è dovuta alla diminuzione del numero di dipendenti pubblici in servizio e alle politiche di impoverimento condotte dallo Stato datore di lavoro (congelamento dell’indice, retribuzione tramite premi anziché tramite stipendio, ricorso a collaboratori a tempo determinato), che prosciugano i contributi al regime. La questione delle entrate viene accantonata e, soprattutto, in nessun momento viene messa in discussione la politica dell’offerta, che ha aggravato il deficit pubblico (attraverso riduzioni delle imposte e aiuti senza contropartita alle imprese). Per tranquillizzare i mercati, l’unica soluzione sarebbe quella di ridurre la spesa pubblica e di attuare finalmente la riforma del sistema pensionistico a ripartizione. Questa «guerra tra generazioni» mira soprattutto a nascondere una guerra sociale? Si mascherano di proposito le differenze di classe: tra i pensionati, tra chi percepisce pensioni modeste e chi possiede un patrimonio; tra i giovani, tra studenti oberati dai debiti ed eredi. Nel tentativo di strumentalizzare la lotta degli studenti delle scuole superiori – e di appropriarsene a vantaggio della narrativa disciplinare sul debito –, si accusano le pensioni di essere responsabili dell’impoverimento generale dei servizi pubblici. Questa narrativa risponde a una lunga frustrazione, alimentata durante i mandati di Emmanuel Macron: la riforma sistemica a punti è stata abbandonata nel 2020, e quella del 2023, approvata con la procedura d’urgenza (49-3), è oggi sospesa. L’aspettativa del capitalismo finanziario è tanto più forte in quanto, in un mondo percepito come esaurito, dove i campi di profitto si stanno rarefacendo e devono essere conquistati, le pensioni rappresentano la nuova frontiera e la loro privatizzazione una manna abbondante. Per molto tempo, il potere ha cercato nei mercati obbligazionari lo strumento che rendesse inevitabile la terapia d’urto: durante le mobilitazioni sulle pensioni, era la minaccia di un declassamento del rating della Francia da parte delle agenzie di rating; poi, ogni anno dalla dissoluzione, il rischio finanziario sovrano è stato sbandierato in occasione del voto su un bilancio la cui equazione politica e parlamentare è irrisolvibile. Ma qualcosa resiste ancora. È questo, quindi, che spiega perché l’attuale ondata di panico sul debito sia alimentata dagli attori istituzionali francesi, sia pubblici che privati? Ad esempio, evocando le «fragilità» del debito a lungo termine, il ministro dell’Economia e delle Finanze, Roland Lescure, ha recentemente messo a repentaglio la visita del Tesoro francese a Londra, quei famosi roadshow volti a rendere il debito attraente agli occhi degli investitori e delle investitrici di tutto il mondo. Il ruolo di un ministro è quello di difendere il debito del proprio Paese, più raramente diandone in evidenza le fragilità. Questo gioco accusatorio sulla spesa pubblica e sulla funzione pubblica, che cerca di strumentalizzare il vincolo materiale del finanziamento da parte dei mercati, sta raggiungendo i propri limiti. Allo stesso modo, quando la presidente della BCE, Christine Lagarde, dichiara che l’istituzione ha i mezzi per calmare i mercati, alcuni editorialisti ritengono che eventuali interventi della Banca centrale rischierebbero di smorzare il messaggio di «verità» veicolato dai mercati obbligazionari. È come se si dovesse lasciare campo libero ai segnali di mercato, consentendo loro di svolgere appieno il proprio ruolo disciplinare e di imporre la politica auspicata senza alcun margine di contestazione. Questa ossessione non si basa forse su una scommessa pericolosa? L’aumento dei tassi sul debito pubblico indebolisce anche il sistema finanziario… È questo l’aspetto che tutti trascurano: il debito pubblico francese non è solo uno strumento di finanziamento dello Stato. Funge anche da garanzia per circa il 10% del mercato mondiale dei pronti contro termine (repo), quelle operazioni di rifinanziamento interne al settore finanziario che rappresentano quasi 13.000 miliardi di euro. È proprio per questo motivo che un intervento della BCE sotto forma di acquisti di titoli, in altre parole l’inversione del quantitative tighte-ning, è l’opzione più probabile. Esiste quindi questa contraddizione interna agli ambienti finanziari: da un lato, si tira la corda al massimo per mettere in riga il Paese; dall’altro, si vuole evitare che si spezzi e che si scateni una crisi finanziaria in grado di rimescolare le carte tra potere pubblico e attori privati – anche se, in passato, l’inerzia ha avuto la meglio. Soprattutto, ciò dimostra l’inutilità del «realismo» di questa narrativa sul debito. Si sostiene che, con l’aumento dei tassi, la Francia «venga raggiunta dalla realtà», ma si tralasciano interi aspetti della realtà finanziaria, pur ritenendo possibile continuare a prelevare risorse dal corpo sociale e dal mondo del lavoro, che sono tuttavia ormai allo stremo e piuttosto disposti a lottare. Per risolvere questa contraddizione, questa frangia radicalizzata della finanza sembra pronta a sostenere soluzioni autoritarie, come ha sottolineato Marlène Benquet nel suo ultimo libro «La finanza agli estremi»… Per il capo di Pimco, uno dei principali gestori obbligazionari mondiali, una vittoria di Marine Le Pen è ormai lo scenario principale. Interrogato sul presunto carattere apolitico dei mercati del debito, risponde che l’importante è che le opzioni politiche vengano concepite ed esercitate nel quadro immutato del capitalismo. Per molti, comprese le frazioni finanziarie a priori meno radicalizzate, la soluzione alle tensioni attuali risiede nella vittoria di una Marine Le Pen «tecnocratizzata», ovvero messa al servizio dell’agenda del settore finanziario e che si porrà al servizio dell’agenda del settore finanziario e garantendo il proseguimento delle politiche di offerta. Ciò costituirebbe al tempo stesso una garanzia di continuità e un mezzo per imporre con forza le proprie decisioni, lasciando al contempo le imprese al riparo da un adeguamento che graverebbe esclusivamente sui lavoratori e sulle lavoratrici e sulla popolazione. D’altra parte, una parte dell’aumento dei tassi di inizio ottobre è dovuta alle posizioni e alle scommesse degli hedge fund, quei fondi speculativi. Per questa fetta del settore finanziario, poco legata, a differenza delle banche, agli equilibri istituzionali neoliberisti, il debito pubblico non è altro che un’attività di trading come un’altra. Nell’ipotesi di una vittoria alle presidenziali di una sinistra che cercasse di resistere alla pressione dei mercati, quale scenario potrebbe verificarsi? Da parte degli investitori obbligazionari ci sarebbe la volontà di dare un esempio, e il rapporto di forza mi sembra inevitabile. Questa lotta si inserirebbe inevitabilmente in una battaglia con la BCE, la cui arma decisiva è lo «scudo anti-frammentazione», ovvero la sua capacità di placare i mercati per impedire il contagio finanziario, il rischio sistemico e la frammentazione dell’eurozona. Ma la controversia verterebbe sulla forma precisa di questo strumento: la sua versione condizionata potrebbe bloccare le scelte politiche per molti anni. Una sinistra di rottura deve prepararsi a rispondere a questa situazione, partendo dal presupposto che la sua capacità di governare in modo diverso dipenda dalla reinvenzione dell’architettura del finanziamento dello stato e dell’economia, sia attraverso canali di gestione del risparmio più centralizzati da parte dei poteri pubblici, un polo bancario pubblico concepito come braccio operativo dello Stato finanziario, sia attraverso la riduzione della quota di debito detenuta all’estero sul modello italiano (meno del 30% contro quasi il 60% in Francia). Al di là della gestione dello stress provocato da un «muro della finanza», è opportuno riattivare un circuito del Tesoro, che organizzi democraticamente l’allocazione del credito all’economia, e concepire una ripresa in parte «fuori bilancio», ovvero avviata dai salari, dai contributi sociali e dalle imprese pubbliche. Il punto decisivo sarà la risposta dell’alta funzione pubblica e dei consulenti a un programma di questo tipo. Nel 1983, la fazione dominante di questa élite pubblica (al Tesoro e alla Banca di Francia) si oppose, dall’interno della macchina burocratica, a scelte economiche, monetarie e di bilancio eterodosse. I suoi membri non si sono «convertiti» al neoliberismo: erano già convinti che quella fosse la strada da seguire e hanno lavorato per imporre l’idea che non ci fosse alternativa. [1] IL SISTEMA A RIPARTIZIONE (PAY-AS-YOU-GO) È UN METODO DI FINANZIAMENTO DELLA PREVIDENZA IN CUI I CONTRIBUTI VERSATI DAI LAVORATORI ATTIVI IN UN DETERMINATO PERIODO VENGONO UTILIZZATI IMMEDIATAMEN-TE PER PAGARE LE PENSIONI DI CHI È GIÀ IN PENSIONE.   The post Francia, lo spread brandito per colpire le pensioni first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Francia, lo spread brandito per colpire le pensioni sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 20, 2026
Popoff Quotidiano
Francia, l’ossessione di Macron per Mélenchon
SCONTRI DEL 17 OTTOBRE. UN COMMISSARIO DEI SERVIZI DI INTELLIGENCE AFFERMA DI AVER RICEVUTO L’ORDINE DI PRENDERE DI MIRA IL PARTITO DI JEAN-LUC MÉLENCHON Pauline Graulle, Pascale Pascariello, David Perrotin, Camille Polloni, Ellen Salvi e Matthieu Suc per Mediapart «Non è assolutamente ciò che posso confermare». La frase risuona con grande forza. Ospite di TF1 lunedì 19 ottobre mattina, il procuratore della Repubblica di Parigi, Laure Beccuau, ha assicurato di non poter «assolutamente confermare» che gli autori delle violenze avvenute a Parigi sabato 17 ottobre siano «persone politicizzate verso l’estrema sinistra». Ovvero l’esatto contrario di quanto sostengono con forza da due giorni i principali esponenti del governo. Le persone poste in stato di fermo sono «nella grande maggioranza persone poco conosciute», «mantengono il silenzio e non avanzano rivendicazioni politiche», ha inoltre sottolineato la magistrata, precisando tuttavia che «non tutte le persone che hanno purtroppo commesso atti di vandalismo sono state fermate». Accusato di aver sottovalutato la mobilitazione di questo fine settimana e di aver sottodimensionato gli effettivi di polizia, il governo continua tuttavia a ripetere il contrario. Appena poche ore dopo questa dichiarazione prudente del procuratore di Parigi, il primo ministro, Sébastien Lecornu, ha di nuovo accusato «il movimento di estrema sinistra» di voler «organizzare un disordine […] profondo nel Paese fino alle elezioni presidenziali». In ogni sua dichiarazione dall’inizio della mobilitazione degli studenti delle scuole superiori, il potere esecutivo non smette di puntare il dito contro «l’estrema sinistra», ma anche contro La France insoumise (LFI) e i suoi rappresentanti eletti. «La partecipazione dei rappresentanti eletti di LFI a questi movimenti è irresponsabile», ha affermato il ministro dell’Interno, Laurent Nuñez, il 28 settembre. «Quando renderete conto del fatto che vi recate ai blocchi stradali degli studenti delle scuole superiori per incitarli a commettere atti di violenza?», ha chiesto ancora ai membri di LFI il 5 ottobre. Da questo fine settimana, con centinaia di negozi saccheggiati, edifici pubblici incendiati e atti di violenza commessi, questi attacchi si sono intensificati e le accuse sono diventate ben più precise. «Ciò che è certo è che su tutto il territorio nazionale sono stati individuati moltissimi militanti dell’estrema sinistra», ha affermato il ministro dell’Interno già sabato sera. C’erano anarchici autonomi, antifascisti, movimenti dell’estrema sinistra radicale, sindacati studenteschi che a volte non esitano a ricorrere alla violenza». Interrogato sulle dichiarazioni del procuratore di Parigi, il ministro dell’Interno mantiene la sua versione. «Laure Beccuau si esprime in ambito giudiziario, ci viene fatto sapere da Mediapart. Abbiamo sempre detto che la maggior parte delle persone fermate si è unita ai militanti di estrema sinistra, identificati dai servizi di intelligence. Gli estremisti di sinistra, abituati a questo tipo di eventi, hanno evitato di farsi individuare». Una versione ripresa dal ministro della Giustizia, Gérald Darmanin, il quale ha affermato su France 2 che «i facinorosi dell’estrema sinistra che vorranno destabilizzare le istituzioni» rappresentano una delle principali minacce per la Francia. «I servizi di intelligence francesi sono al top nella lotta al terrorismo islamista […], sono forti contro la criminalità organizzata, sono importanti contro le ingerenze straniere, ma evidentemente non sanno combattere adeguatamente l’estrema sinistra», ha aggiunto il ministro della Giustizia. ACCUSE SMENTITE DALLA REALTÀ SUL CAMPO Secondo le nostre informazioni, tuttavia, queste accuse di interferenze politiche sono contestate persino all’interno degli stessi servizi di intelligence. In uno scambio di corrispondenza datato 18 ottobre e consultato da Mediapart, un commissario dei servizi di intelligence territoriale (RT) non riesce a crederci: «Ci sono cose indicibili, ma quando ci viene chiesto testualmente di scrivere che è LFI a stare dietro al movimento, mentre oggettivamente è falso secondo l’opinione generale dei servizi di intelligence territoriale, è inevitabile che si tratti di decisioni politiche», si lamenta con i suoi colleghi. Interrogato su questo punto specifico, il Ministero dell’Interno nega di aver dato istruzioni in tal senso. A Mediapart, anche un responsabile nazionale di un’organizzazione sindacale di polizia si dice sorpreso dalle dichiarazioni del primo ministro volte a difendere le forze dell’ordine. «Per tutto il giorno hanno dovuto affrontare un’estrema sinistra particolarmente violenta, con una rete molto ben organizzata che ha cercato metodicamente di colpire i beni, le persone ma anche le istituzioni della Repubblica», ha affermato Sébastien Lecornu la sera del 17 ottobre. Ha poi puntato il dito direttamente contro il partito di Jean-Luc Mélenchon e la presenza tra le sue file del deputato Raphaël Arnault, ex leader della Jeune Garde. «Esiste una nebulosa di estrema sinistra in cui La France insoumise occupa un posto importante e in cui ci sono persone e gruppuscoli che perseguono chiaramente un programma di violenza». «Sono rimasto molto sorpreso da queste accuse rivolte a LFI, che sarebbe responsabile del caos di sabato e dei saccheggi», prosegue il dirigente sindacale. «Non vedo cosa c’entri LFI nella vicenda di questo fiasco», deplora. «È pericoloso politicizzare in questo modo un fallimento così grossolano e, soprattutto, non assumersene la piena responsabilità. Eppure, non nutro particolare simpatia per LFI, visti i continui attacchi contro le forze dell’ordine». D’altra parte, secondo lui, «l’estrema sinistra è minoritaria: rappresenterebbe, secondo le segnalazioni dal campo e le informazioni raccolte, il 20%, mentre il resto, l’80%, è costituito da saccheggiatori senza che si possa attribuire alcuna appartenenza politica a questi delinquenti». Il 15 ottobre, una nota informativa pubblicata in vista della giornata del 17 e consultata da Mediapart sottolineava proprio la presenza dell’«estrema sinistra» che avrebbe tentato di «sfruttare la rabbia degli studenti delle scuole superiori per creare un movimento in grado di mobilitare ampie fasce della popolazione» e citava diversi esponenti politici quali Fabien Roussel, Marine Tondelier o Jean-Luc Mélenchon. Ma a sostegno di questa nota, i servizi riportavano una semplice ricerca su fonti aperte. «La France insoumise ribadisce oggi ancora di più il proprio sostegno alle mobilitazioni del 17 ottobre annunciando sul sito del partito la presenza dei propri eletti, parlamentari nazionali ed europei», si legge in particolare. Invitata a prendere posizione, Marine Tondelier ha annunciato ieri in diretta su BFMTV che avrebbe partecipato alla mobilitazione del 17 ottobre». Per quanto riguarda «l’estrema sinistra», essa «dispone di una “riserva operativa” di 5.000 militanti in Francia, in grado di organizzare e condurre azioni offensive contro i simboli dello Stato, del capitalismo e del complesso militare-industriale», ricordava inoltre la nota. Un numero stabile da anni secondo le stime dei servizi, senza che questi abbiano stabilito un nesso formale con la mobilitazione delle ultime settimane. UNA NOTA CONTESTATA Secondo Intelligence Online, la Direzione nazionale dell’intelligence territoriale (DNRT) non ha inoltre smesso da molti mesi di «allertare l’esecutivo su un’imminente escalation». Secondo diversi «interlocutori» del capo della DNRT, Bertrand Chamoulaud, quest’ultimo ripeteva incessantemente che il movimento dei Gilet Gialli sarebbe riemerso, in una forma diversa e potenzialmente più violenta. Dall’inizio del movimento studentesco, è sempre la stessa solfa da parte del governo: i giovani sarebbero manipolati da LFI e dai «suoi rappresentanti dell’estrema sinistra», secondo le parole di Sébastien Lecornu. Per lanciare queste accuse, il primo ministro si è basato su una nota, contestata in seguito, della Direzione dei servizi di intelligence della prefettura di polizia di Parigi (DRPP), datata 28 settembre e resa nota da Le Monde. «Se il servizio di intelligence intravede il dominio di un’estrema sinistra in grado di guidare i blocchi, quanto emerso sembra piuttosto illustrare la volontà di alcune organizzazioni politiche o sindacali di cavalcare un movimento studentesco particolarmente frammentato e spontaneo, e quindi difficile da controllare», precisava il quotidiano. Basandosi sulla situazione di una ventina di licei della Seine-Saint-Denis, mentre oltre 1.000 istituti erano coinvolti nel movimento sociale in tutta la Francia, i servizi concludevano un po’ affrettatamente che la responsabilità fosse interamente dell’estrema sinistra. «Questa nota non ha alcun valore informativo», concorda con Mediapart un ex commissario della pubblica sicurezza. «Il governo è ossessionato dal voler screditare LFI e attaccare l’estrema sinistra e ha mobilitato molti servizi di polizia per scrivere queste sciocchezze. Lo si vede con questa nota della DRPP. » «Si sa chi è il responsabile, è tutta colpa di LFI. Non sono né membro né elettore di questo movimento, ma non bisogna comunque esagerare», concorda ancora un maggiore di polizia in servizio presso la Pubblica Sicurezza in Occitania. La confusione alimentata dall’esecutivo tra «l’estrema sinistra» e LFI suscita perplessità anche in alcuni prefetti. «C’erano attivisti dell’estrema sinistra nelle mobilitazioni di sabato, ma non erano la maggioranza», sostiene uno di loro. I teppisti sono comunque ragazzini. Se sono arrivati a questo punto, è perché prima abbiamo sbagliato un sacco di cose. A meno che i nostri ragazzi non siano passati in massa all’estrema sinistra, ma non credo…» E aggiunge: «Per me, attribuire la responsabilità a LFI non è il giusto approccio da parte del governo». Anche nelle città vittime di numerosi saccheggi e violenze urbane, gli eletti condividono questa constatazione. «Non è stata LFI ad andare a distruggere tutto questo fine settimana a Parigi, come ha ripetuto il sindaco [Emmanuel Grégoire, su France Inter, lunedì 19 ottobre – ndr], e non si può sospettare che voglia risparmiare LFI quando ha rifiutato di allearsi con loro per le elezioni comunali», afferma un eletto della città di Parigi. L’unica domanda che conta oggi è: perché questo fine settimana nella capitale non c’erano forze di polizia sufficienti?» Stessa constatazione a Marsiglia (Bouches-du-Rhône), dove è eletto il deputato di LFI Manuel Bompard. «A parte scattare qualche foto, LFI non è sufficientemente organizzata in città per orchestrare alcunché», afferma un sindaco di quartiere. «In questo caso, penso che LFI sia stata la prima a essere sopraffatta.» ALTRI ALLARMI IGNORATI È una costante sotto Emmanuel Macron denunciare la politicizzazione della contestazione social che non corrisponde affatto alla realtà. Nel 2019, Mediapart aveva rivelato al culmine della crisi del Gilet gialli che il presidente della Repubblica fu contraddetto dai suoi stessi servizi di di intelligence. Infatti, alla fine di gennaio 2019 il capo dello Stato aveva parlato di «40.000-50.000 militanti estremisti che vogliono la distruzione delle istituzioni» nelle manifestazioni dei «Gilet Gialli». All’epoca metteva in guardia contro queste violenze orchestrate dagli «estremisti», di destra e di sinistra, uniti in un’improbabile convergenza delle lotte. Ma i suoi stessi servizi di intelligence giungevano nello stesso momento a una conclusione opposta. Le correnti definite di «estrema destra» e di «estrema sinistra» erano «praticamente inesistenti all’interno dei cortei», si leggeva nelle note indirizzate… al presidente della Repubblica e all’allora ministro dell’Interno. Persino al culmine della loro mobilitazione, nelle prime settimane del movimento, i servizi contavano solo «alcune centinaia di individui» appartenenti alle due correnti. Si era già ben lontani dal contingente di «40-50.000 individui» evocato dal capo dello Stato. All’epoca, i servizi di intelligence territoriali avevano segnalato in anticipo i rischi, quali l’indignazione legata all’introduzione del limite di velocità massimo di 80 km/h su alcune arterie stradali, o il senso di emarginazione di una popolazione non particolarmente politicizzata. Già allora, l’esecutivo non li aveva ascoltati. The post Francia, l’ossessione di Macron per Mélenchon first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Francia, l’ossessione di Macron per Mélenchon sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 20, 2026
Popoff Quotidiano
Il diabete non mette fuori gioco i sogni. Lo spiega un corto
ALLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA LA PROIEZIONE DI STILL GAME, CORTOMETRAGGIO DI RICCARDO DENARO: IL DIABETE DI TIPO 1 ATTRAVERSO LA STORIA DELLA GIOVANE ANNA Anna ha diciotto anni, gioca a pallavolo ed è appassionata di musica. La diagnosi di diabete di tipo 1 arriva inaspettata e spezza il ritmo della sua quotidianità, lasciandole addosso paura, rabbia e smarrimento. A offrirle una prospettiva diversa è l’incontro con Samu, un ragazzo che convive con la stessa patologia e che le mostra come sia possibile trovare un nuovo equilibrio senza rinunciare allo sport, all’amicizia e ai propri progetti. La consapevolezza della malattia non coincide con la rinuncia alla propria identità: è piuttosto l’inizio di un percorso per riprendere in mano la propria vita. In altre parole: anche quando una diagnosi cambia le regole, restano la possibilità di scegliere, la forza delle relazioni e il diritto di guardare avanti. Still game, ovvero “ancora in gioco”. Il 22 ottobre alla Casa del Cinema di Roma (alle 10.45 sala Cinecittà, nell’ambito della Festa del Cinema di Roma) verrà proiettato Still Game, il film di Riccardo Denaro, prodotto da ELIVE Multimedia, racconta il diabete di tipo 1 proprio attraverso la storia di Anna. Dopo la proiezione partirà un tour nazionale di sensibilizzazione che proseguirà fino al 2027. L’appuntamento segna una nuova tappa del progetto, già presentato in anteprima lo scorso 23 settembre nella sede del CONI, e anticipa un tour nazionale di proiezioni e incontri che coinvolgerà scuole, festival, associazioni, strutture sanitarie e realtà sportive fino al 2027. Realizzato in collaborazione con Diabete Italia – Rete Associativa ODV, che riunisce oltre 140 associazioni impegnate accanto alle persone con diabete e alle loro famiglie, il film sceglie il linguaggio del cinema per affrontare una condizione cronica spesso accompagnata da stereotipi e pregiudizi. Al centro non c’è la malattia come elemento che definisce una persona, ma la persona stessa, con i suoi desideri, le sue relazioni e la possibilità di continuare a costruire il proprio percorso. Lo sguardo di Riccardo Denaro è rivolto soprattutto alle nuove generazioni. Sport, musica, amicizia e tecnologia accompagnano il racconto senza trasformarlo in una lezione e senza ridurre i personaggi alla loro condizione clinica. Il diabete di tipo 1 richiede attenzione e gestione quotidiana, ma i progressi della ricerca e la disponibilità di sensori e dispositivi per il monitoraggio consentono oggi di affrontarlo con strumenti sempre più efficaci. «Raccontare una storia come questa significa restituire dignità e verità a una condizione spesso fraintesa – spiega il regista Riccardo Denaro – il cinema può essere uno strumento potente per creare consapevolezza e generare uno sguardo nuovo. Still Game vuole parlare soprattutto ai ragazzi e dire loro che una diagnosi cambia molte cose, ma non cancella la possibilità di scegliere chi diventare». Nel cast, Ludovica Longhini interpreta Anna, Simone Bertoncini è Samu e Isabella Pisani veste i panni di Sara. Tra gli interpreti anche Germano Lanzoni, attore e autore noto al grande pubblico per il personaggio del Milanese Imbruttito, Gloria Anselmi e William Angiuli, nel ruolo del diabetologo. La dimensione sportiva si avvale della partecipazione di Consolini Volley, della pallavolista professionista Veronica Minati, che convive con il diabete di tipo 1, e della campionessa Serena Ortolani. Le riprese si sono svolte tra Milano, San Donato Milanese e San Giovanni in Marignano, coinvolgendo professionisti dell’audiovisivo, giovani interpreti e protagonisti del mondo della pallavolo. Per Lanzoni, il progetto è stato anche un’occasione di confronto personale: «È stata un’esperienza emotivamente molto forte. Sono abituato a interpretare ruoli differenti, ma questo film mi ha permesso di mettermi in gioco in modo nuovo, sia dal punto di vista creativo sia da quello umano». La proiezione romana sarà accompagnata da un programma di incontri dedicati al ruolo delle associazioni, alla divulgazione attraverso il cinema e alla capacità delle collaborazioni tra imprese e Terzo settore di generare un impatto sociale concreto. Medici, psicologi, rappresentanti del mondo associativo, giornalisti e professionisti della comunicazione discuteranno di come raggiungere pubblici diversi, superare i luoghi comuni e creare occasioni di informazione e confronto. Tra i relatori sono previsti, tra gli altri, Fabiano Marra, presidente di Diabete Italia, la diabetologa pediatra Elisabetta Del Duca, il responsabile Marketing e Innovazione di Rai Cinema Carlo Rodomonti e il giornalista Alessandro Banfi. Il progetto proseguirà oltre la Festa del Cinema di Roma. Le successive tappe saranno definite insieme alle associazioni territoriali di Diabete Italia, alle scuole, agli enti, ai festival, alle strutture sanitarie e alle realtà sportive interessate a ospitare le proiezioni. Gli appuntamenti potranno essere accompagnati da incontri con medici, atleti, rappresentanti delle associazioni, autori e interpreti. Gli aggiornamenti saranno disponibili sul sito stillgame.it, mentre la diffusione del cortometraggio potrà contare anche sul contributo di Rai Cinema Channel, media partner dell’iniziativa.   The post Il diabete non mette fuori gioco i sogni. Lo spiega un corto first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Il diabete non mette fuori gioco i sogni. Lo spiega un corto sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 20, 2026
Popoff Quotidiano
L’imbarazzo degli sguardi, la vergogna dell’impotenza
FINO AL 25 OTTOBRE IL FESTIVAL DELLA FOTOGRAFIA ETICA DI LODI UTILIZZA LA FORZA DELLE IMMAGINI PER ACCENDERE UN FARO SULL’INGIUSTIZIA SOCIALE nella foto di copertina: Un sopravvissuto osserva la costa siciliana durante l'interminabile attesa di una risposta dalla Marina Militare italiana per ottenere un luogo sicuro dove sbarcare (@ Max Cavallari for SOS Humanity) L’imbarazzo dello sguardo, nell’imbarazzo della scelta. Dove deve chinarsi uno sguardo che non si voglia sottrarre alla sofferenza degli altri? A quale dolore, a quale dramma dare la priorità, nella consapevolezza che scegliere qualcosa o qualcuno è sempre omettere qualcos’altro o qualcun altro? ICE – BROKEN FAMILIES Ragazzine angosciate si aggrappano al padre Luis, un migrante proveniente dall’Ecuador, mentre viene arrestato dall’ICE al termine dell’udienza presso il tribunale dell’immigrazione nel Jacob Javits Federal Building di New York, NY, il 26 agosto 2025. Tanto più durante questi tempi ultimi, che consumano la mutazione antropologia irreversibile di un homo videns che aveva una media di esposizione a 25 immagini (sacre) nel Rinascimento fino all’iperproduzione di migliaia di immagini al giorno che minaccia oggi di travolgerlo da tutte le parti. Urban Relics Una ruota panoramica azionata manualmente se ne sta immobile nella notte, sovrastata dai grattacieli che si ergono alle sue spalle. Un tempo simbolo di semplice svago, oggi riflette la tensione tra la fugace gioia umana e l’inesorabile espansione verticale della città. Da diciassette anni il Festival della Fotografia Etica di Lodi si muove sull’aspro crinale di questi interrogativi.  Nato infatti  nel 2010 con l’obiettivo di focalizzare l’attenzione del grande pubblico su contenuti di rilevanza etica, avvicinandolo a tematiche sociali, ogni anno, attraverso un programma di 30 mostre con oltre 150 fotografi internazionali pluripremiati, conferenze, talk d’autore, visite guidate, videoproiezioni, presentazioni di libri e progetti educational per studenti, il Festival utilizza la forza del linguaggio fotografico per accendere un faro sull’ingiustizia sociale nel mondo. LIFE BEHIND THE NEW IRON CURTAIN ©Per Kristian Aale E offre anche quest’anno, fino al 25 ottobre, una selezione di scatti che coniuga nella medesima profondità di campo qualità tecnica e rilevanza dei contenuti. Dalle issues da tempo al centro dell’attenzione mediale, come il comportamento dell’ICE negli Stati Uniti e alle sue azioni di arresto illegale dei migranti in istituzioni un tempo considerati santuari inviolabili come ospedali, scuole e tribunali, a storie sconosciute che sconosciute sarebbero rimaste come le conseguenze sulla popolazione dei test delle armi nucleari dell’India, oppure il lato in ombra dell’industria del riciclo energetico, col racconto del recupero a mani nude e senza alcuna protezione delle batterie per auto. Elements of Wonder ©Jon McCormack Centro focale della manifestazione si conferma infatti il World Report Award – Documenting Humanity. Giunto alla sua sedicesima edizione, il premio rappresenta uno dei riconoscimenti più importanti che vengono assegnati da una giuria internazionale nell’ambito del fotogiornalismo e della fotografia documentaria. Tra i lavori in mostra spicca ICE – Broken Families di Carol Guzy, vincitrice della categoria MASTER, che documenta l’impatto emotivo e il trauma dei minori di fronte alle deportazioni di massa negli Stati Uniti tra giugno e dicembre 2025. Per la sezione SPOTLIGHT, Chinky Shukla racconta la memoria e la silenziosa resistenza delle comunità del Rajasthan legate ai test nucleari indiani con When Buddha Stopped Smiling, mentre Carlos Folgoso Sueiro indaga il declino ambientale della Galizia in Beyond The Lake, premiato grazie alla partnership siglata quest’anno con The Alexia Foundation della rinomata NewHouse School of Public Communications di Syracuse. La narrazione dei conflitti passati e presenti trova uno spazio toccante nella categoria SHORT STORY grazie ad Abdulmonam Eassa e al suo Sudan War, a Nation Trapped, una cronaca della devastante guerra civile esplosa nel 2023. Lo sguardo dei giovani autori emerge nella sezione STUDENT con Mashruk Ahmed, che analizza l’insurrezione studentesca del 2024 in Bangladesh in Broken Promises: July of Memory, e con Jubair Ahmed Arnob, che esplora l’urbanizzazione frenetica di Dhaka con The Place Where I Used to Play…. La categoria SINGLE SHOT va invece a Gianluca Panella con Boy with Kippah, un’immagine che cattura l’attesa carica di tensione per la liberazione degli ostaggi a Tel AvivL’ampia offerta espositiva si sviluppa e si articola poi attraverso le diverse anime che da sempre caratterizzano la mappa culturale del festival. ©Gianluca Panella Boy with Kippah La sezione Le vite degli altri permette di calarsi in realtà quotidiane e culture lontane dai riflettori della cronaca mainstream, coi lavori di Amy Gaskin che ripercorre l’eredità culturale e sociale di Marilyn Monroe; Deanne Fitzmaurice che ci fa entrare nella vita di Saleh Khalaf, segnato per sempre da un terribile incidente durante l’invasione dell’Iraq nel 2003; Aleksandra Kossowska che racconta la quotidianità di bambini ciechi e ipovedenti di una scuola in Etiopia; con Kristian Aale che osserva la quotidianità russa dal 2022, segnata da militarizzazione e una guerra impossibile da contestare apertamente. 01. In seguito alla caduta del primo ministro Sheikh Hasina, avvenuta il 5 agosto 2024, alcuni manifestanti a Dhaka hanno abbattuto una statua di suo padre, Sheikh Mujibur Rahman, leader della Guerra di Liberazione del Bangladesh del 1971, in un clima di indignazione diffusa nei confronti del governo della Lega Awami. Dhaka, Bangladesh. E’ la fedeltà alla mission del Festival di illuminare di scatti fermati nel tempo ciò che, a volte, preferiremmo non vedere. Per sottrarci alla fatica dell’empatia, ma anche alla disperazione dell’impotenza. Quando, come per esempio con Gaza, vediamo ormai tutto ma non riusciamo più a fare nulla. E tutto sembra consumarsi come dietro un vetro blindato infrangibile, impossibile solo da incrinare. Quando l’imbarazzo dello sguardo si colora allora della vergogna dell’impotenza. Per quanto ancora? When Buddha stopped smiling Shaheeda, Sabira e Kammo, braccianti senza terra che lavoravano in una fattoria vicina, ricordano vividamente il giorno del test nucleare del 1998, a soli 5 chilometri dal villaggio di Chacha, nel deserto di Pokhran, un comune della provincia nord-occidentale del Rajasthan, in India   Informazioni www.festivaldellafotografiaetica.it     The post L’imbarazzo degli sguardi, la vergogna dell’impotenza first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo L’imbarazzo degli sguardi, la vergogna dell’impotenza sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 20, 2026
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Pirandello il pupazzista
IL CAOS TRA LE RIGHE: I DISEGNI DELLO SCRITTORE IN MOSTRA AL CASTELLO DI SANTA SEVERINA, FINO AL 23 OTTOBRE Che Luigi Pirandello avesse dimestichezza con la parola, con l’animo umano e l’indicibile che ne è specchio, è cosa cògnita, come direbbe un suo conterraneo. Che avesse pratica col disegno è cosa meno nota assai, eppur vera. Per questo è di sommo interesse la mostra Pirandello disegnava, il caos tra le righe, in corso al castello di Santa Severina (Crotone), fino al 23 ottobre. Già presentata in anteprima alla terza università di Roma ma qui allestita in una veste nuova, l’esposizione viene portata al grande pubblico fuori dal contesto accademico per la prima volta. Schizzi, disegni, figurini e pupazzetti, a volte poco più che scarabocchi, altre disegni compiuti velati d’amara ironia, specchio dei tempi. C’è la ragazzetta che spicca le ali sul bel voto in vista del traguardo e il somaro dalla testa d’asino, il collega compìto e la professorina vezzosa, gattacci e civette; insomma il lato oscuro, o meglio gaudioso, d’una sessione d’esami in una scuola della Belle epoque. UNO SPACCATO DEL TEMPO CHE FU Non è dato sapere cosa ne pensassero i colleghi o gli esaminandi, ma par di vederlo il futuro nobel della letteratura, fiore all’occhiello del regime fascista, vergare annoiato distratto i brogliacci d’esame coi suoi pupazzetti, sotto il sorriso sornione dei commissari d’esame e lo sguardo altero del presidente di commissione. La mostra è, a tutti gli effetti, uno spaccato non solo dei sentimenti dello scrittore del Kaos – come contrada girgentana e dimensione esistenziale – ma del tempo che fu. D’una scuola dove il principio d’autorità, qualesia, non era menomamente messo in discussione e guai a dileggiare un insegnante, si sarebbe stati espulsi da ogni scuola del regno. Oggi, nel mondo a rovescio, provate a farlo con uno studente e verrete esposti al pubblico ludibrio o peggio, linciati da scalmanati genitori. Allora, invece, si poteva, e per fortuna il lascito è giunto fino a noi. IL RISO, MASCHERA DELLA FOLLIA D’ESISTERE Realizzati dallo scrittore durante il suo insegnamento durato cinque lustri, dal finire del XIX secolo all’avvento del fascismo, al regio istituto femminile di magistero, primo nucleo dell’università di Roma Tre, nei cui archivi sono confluiti i registri in mostra, i disegni mostrano anche altro, oltre il tempo che fu. Il tratto bozzettistico che dall’umorismo travalica nella compassione e forse nella complicità per l’amaro destino umano, preda dell’equivoco, di casa nel labirinto dell’esistenza. La cifra poetica che l’ha reso immortale, certo. E forse, con le sue pupazzerie, lo scrittore getta la maschera del docente esigente e bilioso verso le giovinette a cui insegnava lingua, stile e letteratura. Quelle studentesse che dettero alla moglie, Maria Antonietta Portulano, motivo ultimo della gelosia che ne segnò l’esistenza, conducendola alla pazzia. Il riso, la pupazzata a maschera della follia dell’esistere, allora e sempre. Il caos disegnato tra le righe della vita. The post Pirandello il pupazzista first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Pirandello il pupazzista sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 20, 2026
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Chi semina design, raccoglie riot
ALLA FINE A MILANO È ARRIVATA E HA SORPRESO TUTTI: ROMPERE UNA VETRINA PER CHIEDERE CHE CI SIA UN DOMANI. METTIAMOCI IN ASCOLTO [MARCO BERSANI] Alla fine è arrivata e ha sorpreso tutte e tutti Quelli in perenne attesa del nuovo soggetto rivoluzionario, pronti a cavalcare l’onda dell’illusione Quelli che serve la remigrazione, pronti a rivendicare piazza pulita Quelli che capiscono perché, pronti a spiegare il giusto protocollo di una protesta democratica Quelli che non capiscono perché, pronti a telefonare alla polizia Quelli che la mobilitazione sociale va incanalata in obiettivi razionali Quelli del “sapesse contessa” E’ arrivata la rivolta delle periferie. Dura, violenta e maleducata. Che non si accontenta del proprio quartiere ma assalta il centro, il lusso, il decoro Che tra un saccheggio e l’altro canta “Sono un italiano vero” di Toto Cotugno Quella che ha messo a nudo la Milano del design, dell’apericena e delle archistar. “Milan col coeur in man” divenuta la “Milan col Mastercard in sacca” 400mila abitanti di ceto medio-basso andati via, quasi altrettanti di ceto ricco insediatisi di recente La città dove chi vince un concorso pubblico rinuncia per il carovita La città dei ricchi che a chi sta ai margini offre solo precarietà, polizia e disprezzo E un universo di rabbia profonda, senza presente né futuro Nuovi decreti sicurezza saranno presto allo studio del Consiglio dei Ministri Nuovi anatemi sui mass-media dichiareranno l’adolescenza e la gioventù una casistica della criminologia Nessuno che si ponga nell’unico atteggiamento possibile: l’ascolto profondo di chi oggi rompe una vetrina per chiedere che ci sia un domani foto Milanoinmovimento The post Chi semina design, raccoglie riot first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Chi semina design, raccoglie riot sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 19, 2026
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La doppia morale di Washington: 73 vittime cubane, la CIA e mezzo secolo di impunità
DOCUMENTI SEGRETI, VERITÀ SCOMODE: GETTANO OMBRE NERE SULLA CIA LE CARTE DESECRETATE DEL VUELO 455 DE CUBANA DAI NATIONAL SECURITY ARCHIVES Dalla collaborazione della CIA con Luis Posada Carriles ai ripetuti interventi a protezione degli esuli anticastristi coinvolti in attività terroristiche: i documenti declassificati ricostruiscono una storia che mette a dura prova la pretesa di Washington di presentarsi come paladina della lotta al terrorismo internazionale. La Higuera, Bolivia, ottobre 1967. Ernesto Che Guevara viene ucciso dall’esercito boliviano per mano del sergente Mario Terán. Il suo corpo, esibito come un macabro trofeo e adagiato su un lavatoio, diventa uno strumento di propaganda. Gli agenti della CIA che affiancano l’esercito boliviano gli amputano le mani e le inviano a Washington: una prova destinata a confermarne l’identità, metodi che difficilmente avrebbero trovato posto nella retorica ufficiale della democrazia e dei diritti umani. È una scena che racchiude la brutalità degli Stati Uniti contro i nemici politici. Barbados, 6 ottobre 1976. Una bomba al plastico, nascosta in un tubetto di dentifricio Colgate, distrugge un aereo civile cubano, il volo 455 della Cubana de Aviación al largo delle coste delle Barbados. L’attentato terroristico provocò la morte di tutte le persone a bordo – erano 73 – compresa l’intera squadra cubana di scherma, che rientrava da una competizione panamericana con le medaglie d’oro appena conquistate. Non si tratta soltanto di una strage. È una vicenda che costringe a interrogarsi sulle responsabilità di una potenza che ha fatto della lotta al terrorismo uno dei pilastri della propria legittimazione internazionale, mentre alcuni dei suoi apparati di intelligence erano e sono i protagonisti del terrorismo e della violenza contro Cuba. I rapporti di intelligence della CIA e dell’FBI identificarono ben presto gli ideatori dell’attentato in Luis Posada Carriles, agente e informatore di lunga data della CIA, e Orlando Bosch, considerato uno dei principali ispiratori della violenza terroristica contro Cuba. Dopo che l’aereo precipitò nell’oceano, secondo una fonte riservata dell’FBI, un collaboratore di Posada, Hernán Ricardo Lozano, che aveva collocato la bomba sull’aereo telefonò a Bosch comunicandogli questo agghiacciante messaggio: «Un autobus con 73 cani è precipitato da una scogliera e sono morti tutti». Questo il linguaggio con cui si cancellava l’umanità delle vittime, trasformando in cani 73 esseri umani, in un messaggio cifrato tra uomini che avevano scelto la violenza come strumento politico. La disumanizzazione delle vittime non è un dettaglio marginale. Il 26 ottobre 1976 il vice commissario di polizia di Trinidad e Tobago, Dennis Ramdwar, che coordinò le indagini sull’incidente del volo 455 della Cubana de Aviación, nella sua dichiarazione scritta riferì che Freddy Lugo, il quale inizialmente aveva negato di essere a conoscenza dell’accaduto, otto giorni dopo, dichiarò invece a Ramdwar di essere convinto che fosse stato Hernán Ricardo Lozano a collocare la bomba a bordo dell’aereo. Affermò inoltre che Ricardo gli aveva detto per due volte di avere intenzione di far esplodere un aereo cubano mentre i due si stavano recando all’aeroporto, prima dell’attentato. Nel corso di un interrogatorio separato, Lozano descrisse a Ramdwar le modalità di fabbricazione dell’ordigno: «Una determinata sostanza chimica viene inserita in un tubetto di dentifricio Colgate, dopo averne estratto il dentifricio». LE PRIME PROVE E GLI AVVERTIMENTI IGNORATI: POSADA, BOSCH E LE INFORMAZIONI DELL’INTELLIGENCE 7 ottobre 1976. Il giorno successivo all’attentato contro il volo Cubana 455, fonti presenti a Caracas stavano già trasmettendo informazioni secondo cui Luis Posada Carriles e Orlando Bosch erano gli ideatori dell’attacco e si preparavano a lasciare il Venezuela. «La fonte confidenziale ha inoltre riferito», scriveva l’FBI, che «[riferimento oscurato al DISIP, il servizio di intelligence venezuelano] stava organizzando la partenza di Luis Posada e Orlando Bosch Ávila dal Venezuela nel più breve tempo possibile». La fonte, aggiungeva il rapporto, aveva di fatto ammesso che Posada e Bosch avevano organizzato l’attentato. 14 ottobre 1976. Un’altra fonte in Venezuela fornì alla CIA informazioni dettagliate su una raccolta fondi organizzata a favore di Orlando Bosch e della sua organizzazione, CORU, dopo il suo arrivo a Caracas nel settembre 1976. La fonte descrisse una cena tenutasi nella casa di Hildo Folgar, un medico cubano in esilio, alla quale avevano partecipato anche funzionari del governo venezuelano. Secondo il rapporto, Bosch avrebbe preteso una tangente in cambio della promessa di astenersi da atti di violenza durante la riunione delle Nazioni Unite prevista per novembre, alla quale avrebbe partecipato anche il presidente venezuelano Carlos Andrés Pérez. La fonte riferì inoltre che Bosch aveva rivendicato con soddisfazione il «grande lavoro» compiuto dal suo gruppo nell’assassinio dell’ex ambasciatore cileno Orlando Letelier, ucciso a Washington il 21 settembre 1976, e aveva annunciato l’intenzione di «fare qualcos’altro». Pochi giorni dopo, secondo il rapporto d’intelligence, Luis Posada Carriles fu udito pronunciare due frasi inequivocabili: «Colpiremo un aereo cubano» e «Orlando ha i dettagli». Questi documenti dimostrano che le informazioni sui sospettati, sui loro contatti e sui loro progetti circolavano già prima e subito dopo l’attentato, e che la CIA e il governo statunitense ne conoscessero in anticipo tutti i dettagli. Mentre Washington rivendicava – allora come ora – la propria autorità nella lotta al terrorismo, uomini legati da rapporti pregressi con gli apparati statunitensi organizzavano un attentato contro civili. La distanza tra la retorica ufficiale e le responsabilità che emergono dai documenti merita di essere indagata fino in fondo. HENRY KISSINGER E I RAPPORTI SEGRETI: CHE COSA SAPEVA WASHINGTON? Il nome di Henry Kissinger compare ripetutamente nella documentazione ufficiale relativa all’attentato al volo Cubana 455. Nell’ottobre 1976, mentre le indagini cercavano di ricostruire la rete di responsabilità dell’attentato, il segretario di Stato ricevette una serie di rapporti che mettevano in evidenza i legami tra gli indagati e gli apparati statunitensi. Il 12 ottobre 1976, un memorandum del Dipartimento di Stato informò Kissinger dei sospetti crescenti nei Caraibi circa un possibile coinvolgimento della CIA e della presenza, tra gli effetti di due sospettati fermati a Trinidad, del nome e del numero telefonico dell’addetto legale statunitense a Caracas. Il documento mostrava che la questione non riguardava più soltanto l’identificazione degli esecutori: rischiava di compromettere la credibilità degli Stati Uniti nella regione. Sei giorni dopo, il 18 ottobre, il Bureau of Intelligence and Research del Dipartimento di Stato trasmise a Kissinger un rapporto sulle accuse cubane contro la CIA. Il documento riferiva che una fonte dell’intelligence aveva udito Luis Posada Carriles, alla fine di settembre, dichiarare: «Colpiremo un aereo di linea cubano». Secondo il rapporto, tuttavia, l’informazione sarebbe stata comunicata alla CIA soltanto dopo la distruzione dell’aereo. È un particolare decisivo: dimostra che negli ambienti dell’intelligence era circolata una segnalazione relativa a una possibile azione contro un velivolo cubano, ma non consente di concludere che i vertici statunitensi conoscessero in anticipo il piano concreto dell’attentato. Il 20 ottobre arrivò sulla scrivania del segretario di Stato un rapporto firmato dal direttore dell’FBI, Clarence M. Kelley. Il documento riguardava Joseph S. Leo, agente dell’FBI e addetto legale a Caracas, il cui nome era stato trovato tra gli effetti di Hernán Ricardo Lozano, uno dei sospettati dell’attentato. Il rapporto segnalava almeno due contatti tra i due nelle settimane precedenti alla distruzione dell’aereo. Un successivo rapporto del 29 ottobre ricostruì ulteriori contatti tra Leo, Lozano e Posada risalenti all’estate del 1975 e riferì che l’agente aveva sospettato Posada e Lozano di attività terroristiche, pur avendo concesso a Lozano un visto per gli Stati Uniti. Il 5 novembre, Kelley inviò a Kissinger un altro rapporto basato sulle informazioni di una fonte confidenziale. Secondo questa testimonianza, la pianificazione dell’attentato sarebbe avvenuta almeno in parte a Caracas, durante incontri ai quali avrebbero partecipato Posada, Frank Castro e Ricardo Morales Navarrete. Il documento riferiva inoltre di precedenti tentativi falliti di colpire aerei cubani e riportava la già citata telefonata: «un autobus con 73 cani era precipitato da una scogliera e tutti erano morti». Il 22 ottobre, nel frattempo, un memorandum interno del Dipartimento di Stato aveva già affrontato esplicitamente il problema dei rapporti pregressi tra il governo statunitense e alcune delle persone coinvolte. I funzionari riconoscevano che quelle associazioni avrebbero potuto generare «fraintendimenti e imbarazzo», pur sostenendo che gli Stati Uniti non avessero avuto conoscenza preventiva dell’attentato. LA CIA E POSADA CARRILES: UNA RELAZIONE CHE I DOCUMENTI NON CONSENTONO DI IGNORARE Washington, D.C., 8 ottobre 2026. Per commemorare le vittime dell’attentato al volo Cubana 455, a distanza di 50 anni, ieri il National Security Archive ha pubblicato dieci dei documenti di intelligence più significativi su questa atrocità e sui suoi responsabili. Dalla metà degli anni Novanta, il Cuba Documentation Project dell’Archive si dedica alla ricerca e alla diffusione di documenti declassificati relativi al caso. «Questo famigerato atto di terrorismo aereo, il più grave nell’emisfero occidentale prima dell’11 settembre, non deve mai essere dimenticato», ha dichiarato Peter Kornbluh, direttore del progetto su Cuba. «I documenti declassificati ci ricordano che cosa è accaduto e chi ne è stato responsabile». La documentazione pone una questione che Washington non può liquidare con formule rituali: quale credibilità può rivendicare nella lotta al terrorismo uno Stato i cui apparati hanno mantenuto rapporti con uomini successivamente accusati di essere coinvolti in attentati contro civili? I rapporti tra Posada e la CIA non sono una supposizione. Un documento del 21 luglio 1966 mostra che l’Agenzia conosceva Posada già da anni e ne valutava positivamente l’operato. Grover T. Lythcott, il funzionario incaricato di gestirne i rapporti, scriveva che la sua «prestazione in tutti gli incarichi assegnatigli è stata eccellente». Raccomandava inoltre di consentirgli di collaborare con una giunta militante anticastrista, suggerendo di rimuoverlo formalmente dal libro paga della CIA per agevolarne l’ingresso nell’organizzazione. La soluzione proposta era tanto semplice quanto politicamente significativa: interrompere il rapporto retributivo ufficiale per facilitare l’inserimento di un collaboratore in una struttura militante anticastrista. Lythcott sosteneva che Posada avrebbe svolto una funzione moderatrice, perché «pienamente consapevole delle implicazioni internazionali di attività contro Cuba pianificate in modo inadeguato o condotte con eccessivo entusiasmo». Nel memorandum allegato, Posada, che utilizzava il nome «Pete», prometteva che, se fosse entrato nella giunta, i suoi membri «non faranno mai nulla che possa mettere in pericolo la sicurezza di questo Paese», citando come esempio il sabotaggio di navi russe. Si dichiarava inoltre disponibile a «fornire all’Agenzia tutte le informazioni di intelligence che riuscirò a raccogliere». Queste parole documentano un rapporto di collaborazione e una valutazione favorevole da parte di un funzionario della CIA. Un riepilogo non classificato, preparato nel gennaio 2011 per il processo celebrato a El Paso, chiarisce ulteriormente la durata di questa relazione. La CIA aveva avuto i primi contatti con Posada in vista dell’invasione della Baia dei Porci del 1961. Posada era stato un agente retribuito dal 1965 al 1967 e nuovamente dal 1968 al 1974. Tra il 1974 e il 1976 aveva continuato a fornire spontaneamente informazioni sulle minacce e sulle operazioni violente condotte da lui e da altri esuli, compreso un primo tentativo di attentato contro un aereo cubano nel giugno 1976. Secondo lo stesso documento, l’ultimo contatto tra Posada e la CIA risaliva al 1993, quando funzionari dell’Agenzia lo contattarono telefonicamente in Honduras, in forma anonima, per avvertirlo di una minaccia alla sua vita. Il dato più importante è la continuità dei rapporti. Posada non era un personaggio sconosciuto agli apparati statunitensi, comparso improvvisamente sulla scena dopo la strage delle Barbados. La sua storia era intrecciata da decenni con le operazioni anticastriste e con l’intelligence americana. I SOSPETTI, I CONTATTI E LE INFORMAZIONI CHE ARRIVARONO DOPO LA STRAGE I documenti pubblicati dal National Security Archive mostrano anche quanto fossero articolati i rapporti tra i sospettati dell’attentato e i rappresentanti statunitensi presenti in Venezuela. I contatti e i sospetti documentati provano che Leo fosse complice dell’attentato o che il governo statunitense avesse ordinato di agevolarlo; sollevano inoltre interrogativi seri sulla circolazione delle informazioni, sui criteri con cui venivano valutati gli esuli anticastristi e sulle priorità politiche che guidavano i rapporti con loro. Un terzo rapporto dell’FBI riferiva inoltre che esuli cubani anticastristi, in collaborazione con la Dirección de Inteligencia Nacional (DINA), il servizio segreto cileno, avevano partecipato all’assassinio di Orlando Letelier a Washington il 21 settembre 1976. Considerate nel loro insieme, tutte le informazioni contenute nei rapporti di intelligence delineano una rete di militanti anticastristi, attività clandestine e rapporti con apparati di sicurezza statunitensi. Questi documenti, non provano che siano stati gli Stati Uniti a ordinare l’attentato, dimostrano però che, nelle settimane successive alla strage, il segretario di Stato ricevette informazioni dettagliate sui sospettati, sui loro rapporti con funzionari statunitensi e sulle accuse relative alla rete terroristica anticastrista. È in questa distanza tra la proclamazione della lotta al terrorismo e la gestione concreta dei rapporti con militanti anticastristi che si colloca una delle contraddizioni più profonde della vicenda. LA GUERRA DEI CONTRAS E LE OPERAZIONI CLANDESTINE DELL’AMMINISTRAZIONE REAGAN La vicenda di Posada non si esaurisce nel 1976. Nel 1985 corruppe alcuni funzionari per uscire da un carcere venezuelano, utilizzando fondi forniti segretamente da facoltosi sostenitori cubano-americani, e fuggì in America Centrale. Entrò quindi nelle operazioni clandestine dell’amministrazione Reagan, dirette da Oliver North dalla base aerea di Ilopango, in El Salvador, e finalizzate a rovesciare il governo sandinista in Nicaragua. Un interrogatorio condotto da due agenti dell’FBI il 7 febbraio 1992 presso l’ambasciata statunitense a Tegucigalpa, in Honduras, offre una ricostruzione dettagliata di questa attività. Posada descrisse la fuga dal Venezuela a bordo di un aereo privato, il trasferimento ad Aruba e poi in El Salvador, nonché le operazioni svolte in El Salvador e Guatemala dopo l’esplosione dello scandalo Iran-Contra nel novembre 1986. Secondo la sua testimonianza, Posada aveva accumulato 40.000 dollari grazie al lavoro svolto per i contras. Lui e altri collaboratori venivano pagati con i profitti ricavati dalla vendita di armamenti all’Iran. Quando le risorse finirono, Richard Secord gli inviò 1.000 dollari per acquistare un suo dipinto. Il quadro che emerge è quello di un uomo inserito in una rete di operazioni clandestine, finanziamenti e collaborazioni che attraversava diversi Paesi dell’America Centrale. È una storia che richiama direttamente le responsabilità dell’amministrazione Reagan e le conseguenze dello scandalo Iran-Contra: mentre Washington proclamava pubblicamente la propria difesa della democrazia, una parte della sua strategia regionale si affidava a operazioni segrete, canali finanziari opachi e interlocutori la cui condotta avrebbe richiesto un esame ben più rigoroso. Non è necessario attribuire automaticamente allo stato statunitense ogni azione compiuta da Posada per riconoscere la gravità politica di questa continuità. Orlando Bosch: il perdono politico e la memoria delle vittime Pochi giorni dopo l’attentato del 6 ottobre 1976, Posada e Bosch furono entrambi arrestati in Venezuela, diventato una base per le operazioni violente contro Cuba. Bosch fu rilasciato nel 1987 e l’anno successivo arrivò in Florida, entrando illegalmente negli Stati Uniti. Venne trattenuto dalle autorità per l’immigrazione per quasi due anni. Nel 1990, tuttavia, il presidente George H. W. Bush, ignorando le obiezioni del proprio procuratore generale, che aveva definito Bosch un «terrorista» e una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti, decise di sottrarlo a ulteriori conseguenze giudiziarie e gli concesse la residenza permanente negli Stati Uniti. La decisione fu una scelta politica. E proprio qui si manifesta una delle contraddizioni più difficili da ignorare: mentre gli Stati Uniti rivendicavano il diritto di perseguire i responsabili di attentati e di chiedere ad altri Paesi di negare rifugio ai terroristi, un uomo accusato di avere avuto un ruolo nella campagna di violenza anticastrista otteneva la possibilità di stabilirsi legalmente sul loro territorio. Tra i documenti desecretati ieri figura anche l’interrogatorio di Posada condotto da Lawrence Walsh, il procuratore speciale incaricato dell’inchiesta sul caso Iran-Contra. Fabio Di Celmo: anche un italiano tra le vittime della campagna contro Cuba Posada rimase in America Centrale, operando in Guatemala e Honduras, ma continuò le proprie attività terroristiche contro Cuba. A metà degli anni Novanta Posada organizzò una serie di attentati dinamitardi contro importanti alberghi dell’Avana, con l’obiettivo di scoraggiare il turismo verso Cuba. Il 4 settembre 1997, poco prima di mezzogiorno, una bomba esplose al bar dell’Hotel Copacabana, nel quartiere dell’Avana di Miramar. A perdere la vita fu anche Fabio Di Celmo, un imprenditore italiano di 32 anni, originario di Genova e residente a Montréal, in Canada. Era a Cuba per ragioni legate alla propria attività commerciale e aveva già visitato l’isola insieme al padre Giustino, con il quale aveva avviato rapporti d’affari nel settore delle forniture alberghiere. La deflagrazione proiettò schegge e frammenti contro le persone presenti; Di Celmo fu colpito alla gola e morì quasi immediatamente. Quel giorno si verificarono esplosioni anche negli hotel Chateau e Tritón. Gli attentati si inserivano in una più ampia campagna diretta contro le strutture turistiche cubane, un settore strategico per un’economia ancora duramente segnata dalla crisi seguita al crollo dell’Unione Sovietica. Per l’attentato al Copacabana fu arrestato il salvadoregno Raúl Ernesto Cruz León, che ammise di aver collocato l’ordigno. Le indagini e le dichiarazioni successive chiamarono in causa Luis Posada Carriles, il quale, in un’intervista al New York Times, commentò la morte di Di Celmo con parole che rivelano il cinismo con cui si può arrivare a trattare la vita umana come un costo accettabile di una strategia politica: «Quell’italiano si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato», dichiarò. «Ma io dormo come un bambino». Nel novembre 2000 Posada fu fermato a Panama, mentre Fidel Castro si trovava nella capitale per partecipare al vertice iberoamericano. Fu accusato di aver pianificato l’assassinio del leader cubano mediante una bomba di circa 90 chilogrammi collocata nell’auditorium destinato a ospitare i capi di Stato e di governo latinoamericani. Nel 2004 venne condannato a otto anni di carcere, ma nell’agosto dello stesso anno la presidente panamense Mireya Moscoso lo graziò, senza che emergesse una spiegazione convincente della decisione. Con l’aiuto di sostenitori cubano-americani residenti in Florida, all’inizio del 2005 Posada entrò illegalmente negli Stati Uniti e si stabilì a Miami. Nonostante la politica di sicurezza adottata dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, l’amministrazione di George W. Bush gli permise di vivere liberamente in Florida e persino di presentare domanda per ottenere la cittadinanza statunitense. Soltanto dopo che il New York Times e il Miami Herald pubblicarono in prima pagina articoli sulla sua responsabilità nell’attentato al volo Cubana 455, basati su documenti di intelligence della CIA e dell’FBI diffusi dal National Security Archive, le autorità lo arrestarono, il 17 maggio 2005. Alla fine Posada non fu incriminato per atti di terrorismo, bensì per falsa testimonianza e frode in materia di immigrazione, in relazione alla domanda di cittadinanza. In vista del processo celebrato a El Paso, la CIA presentò una breve sintesi dei suoi legami di lunga data con l’agenzia: rapporti iniziati nei primi anni Sessanta e conclusisi nei primi anni Novanta, quando alcuni funzionari della CIA in Honduras lo avvertirono di aver scoperto un complotto per assassinarlo. Il processo, celebrato a El Paso e durato tre mesi, si concluse con l’assoluzione dell’imputato. Posada aveva allora 83 anni. La giuria raggiunse il verdetto dopo appena tre ore di deliberazione. Un uomo con una lunga storia di rapporti con la CIA, accusato di essere coinvolto in operazioni terroristiche contro Cuba, non venne giudicato negli Stati Uniti per l’attentato che aveva ucciso 73 persone. DUE PESI E DUE MISURE NELLA LOTTA AL TERRORISMO Orlando Bosch e Luis Posada Carriles trascorsero entrambi gli ultimi anni della loro vita da uomini liberi in Florida. Bosch morì a Miami il 27 aprile 2011, all’età di 84 anni. Posada morì nel maggio 2018, a 90 anni. «Considerata la parodia di giustizia subita dalle 73 vittime del volo Cubana 455 nel corso dell’ultimo mezzo secolo», ha dichiarato Kornbluh, «i documenti declassificati sul ruolo di Posada e Bosch forniscono l’unico verdetto possibile: quello della storia». Tuttora Cuba è presentata da Washington come una minaccia alla sicurezza. Ma i documenti raccontano che sono gli Stati Uniti i veri fiancheggiatori dei terroristi, allora come ora. La storia di cittadini cubani uccisi da attentati, di operazioni clandestine condotte da esuli anticastristi affiancati da apparati statunitensi, di informazioni raccolte prima o dopo gli attentati, di sospetti documentati e di scelte politiche che non impedirono a uomini accusati di gravi violenze di trovare rifugio negli Stati Uniti parla anche al presente. Secondo Kornbluh, questa vicenda resta rilevante anche nell’attuale crisi delle relazioni tra Stati Uniti e Cuba. «In un momento in cui l’amministrazione Trump ha cercato di giustificare le proprie operazioni per il cambio di regime accusando Cuba di attività terroristiche contro gli Stati Uniti, i documenti dimostrano che Cuba è stata per decenni bersaglio del terrorismo perpetrato da individui violenti da tempo legati agli Stati Uniti». Il contrasto con la retorica ufficiale è evidente. Uno Stato che pretende di guidare la lotta internazionale al terrorismo deve essere giudicato non soltanto dalle dichiarazioni dei suoi presidenti, ma anche dalla condotta dei suoi apparati, dalla trasparenza delle sue indagini e dal modo in cui tratta gli uomini che hanno collaborato con essi.   The post La doppia morale di Washington: 73 vittime cubane, la CIA e mezzo secolo di impunità first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La doppia morale di Washington: 73 vittime cubane, la CIA e mezzo secolo di impunità sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 11, 2026
Popoff Quotidiano
Spagna, la censura sui poliziotti infiltrati colpisce la stampa. Attacco a El Salto
L’AEPD, EQUIVALENTE SPAGNOLO DEL GARANTE DELLA PRIVACY CHIEDE UNA SANZIONE PECUNIARIA A EL SALTO E LO OBBLIGA A CENSURARE LE INCHIESTE SUGLI AGENTI INFILTRATI FINO A RENDERLE INCOMPRENSIBILI La redazione de El Salto Diario, quotidiano cooperativo spagnolo L’Agenzia spagnola per la protezione dei dati (AEPD) ha comminato a El Salto una sanzione pecuniaria di 5.000 euro, oltre all’obbligo di censurare diversi articoli in cui veniva smascherata l’infiltrazione di agenti di polizia in movimenti politici e sociali. La decisione è stata presa dopo aver respinto le contestazioni in primo grado presentate dal media cooperativo, che è il quarto a essere sanzionato per gli stessi fatti. Quest’estate, sia La Directa che Vilaweb e Diari de Balears hanno ricevuto una sanzione simile dall’AEPD. Complessivamente ammontano a oltre 30.000 euro, una somma considerevole se si tiene conto del fatturato annuo di ciascuna testata. «Siamo sorpresi da questo provvedimento, che interpretiamo come una ritorsione per aver portato alla luce la pratica illegale dello spionaggio nei confronti della dissidenza politica», afferma Sara Plaza, giornalista del media cooperativo. Plaza avverte inoltre che questa sanzione «potrebbe rappresentare un freno alle nostre indagini sull’infiltrazione di agenti di polizia nei movimenti sociali che non svolgono attività criminali e ha gravi conseguenze per il diritto all’informazione e alla libertà di stampa». L’AEPD non mette in dubbio che le informazioni pubblicate siano attendibili e precise, ma impone ai media interessati di eliminare tutte le immagini (nonostante esse siano state elaborate per rendere difficile l’identificazione dei soggetti ritratti) in contrasto con le proprie raccomandazioni precedenti, le iniziali dei nomi reali dei funzionari di polizia interessati, anche in questo caso in contrasto con i suoi criteri abituali, le identità fittizie utilizzate dagli agenti indagati e persino i riferimenti alle coperture ideate per infiltrarsi (dati irreali e non soggetti ad alcuna protezione), nonché i riferimenti al corso al termine del quale si sono diplomati all’Accademia di Polizia di Ávila e qualsiasi riferimento al loro passato, alla loro formazione, alle loro opinioni o a quelle dei loro familiari. «Ciò implica mutilare i testi per impedire qualsiasi tracciabilità, qualsiasi elemento oggettivo verificabile con cui si dimostri che questi agenti abbiano commesso il reato di spionaggio», spiega Raúl Maíllo, avvocato di El Salto. «Ricorreremo a tutte le vie legali per far valere il diritto e la libertà di informazione, nonché il diritto di tutta la società a ricevere informazioni veritiere e verificabili, cercando di ottenere non solo l’annullamento della sanzione economica, ma anche il ripristino delle informazioni pubblicate» afferma Maillo. Da parte sua, Sara Plaza sostiene che «la pubblicazione dei dati da noi effettuata, sempre in forma limitata, con foto sgranate e iniziali al posto dei nomi veri, concilia adeguatamente il rispetto della privacy con i principi giornalistici di tracciabilità, credibilità e verificabilità». L’impunità giudiziaria delle infiltrazioni contrasta con le sanzioni inflitte ai media che le hanno portate alla luce, e persino con le precedenti azioni della stessa AEPD, la quale, ad esempio, non ha ritenuto degna di alcuna indagine la fuga di notizie a un organo di stampa di fotografie provenienti dagli archivi della polizia relative a giudici che il media aveva collegato al movimento indipendentista, in un chiaro tentativo di intimidazione nei confronti dei membri del potere giudiziario. Le persone sottoposte a intercettazioni, vittime di torture da parte delle forze dell’ordine secondo quanto riconosciuto da diversi tribunali e organismi, non sono riuscite a ottenere che alcun tribunale spagnolo giudicasse i fatti, nonostante abbiano presentato diverse denunce, alcune delle quali proprio contro gli agenti smascherati oggetto della presente sanzione. La Procura, in tutti i casi, si è schierata dalla parte degli agenti, bloccando i vari procedimenti; rimane ora solo il ricorso costituzionale, in attesa di risoluzione, nonché i ricorsi presentati ai tribunali europei per i diritti umani. L’unica conseguenza giuridica è stata la sanzione a cui sono soggetti sia El Salto che La Directa, Vilaweb e Diari de Balears. Inoltre, queste indagini hanno avuto ripercussioni politiche: al Parlamento della Catalogna è stata istituita una commissione d’inchiesta parlamentare che mira a fare chiarezza sulla portata e sullo svolgimento di tali pratiche, mentre al Congresso dei Deputati sono state presentate diverse iniziative per interrogare il governo in merito a tali situazioni. Ciò ne attesta l’importanza e l’impatto sulla vita pubblica. Il Ministero dell’Interno non ha riconosciuto apertamente nessuno dei casi venuti alla luce, ma, grazie alla risonanza politica e sociale che hanno avuto, le infiltrazioni sarebbero state presumibilmente giustificate dalla figura dell’«agente dei servizi segreti», diversa da quella dell’agente sotto copertura, che richiede la supervisione giudiziaria, eludendo così qualsiasi controllo nonostante siano stati lesi diritti fondamentali quali la libertà sessuale, l’inviolabilità del domicilio, la protezione dei dati, la libertà politica e di opinione. Così ha affermato l’allora Segretario di Stato per la Sicurezza, Rafael Pérez Ruiz, in sede di commissione per gli affari interni tenutasi il 19 giugno 2024, in risposta alle domande del deputato di EH Bildu Jon Iñarritu. UN CASO ECLATANTE DI SLAPP Il caso rientra nel contesto delle cosiddette SLAPP, acronimo inglese che sta per “contenziosi strategici contro la partecipazione pubblica” che, secondo la stessa Commissione europea, sono «azioni legali infondate o esagerate e altre forme di intimidazione legale avviate da organi statali, società commerciali e persone al potere contro soggetti più deboli — giornalisti, organizzazioni della società civile, difensori dei diritti umani e altri — che esprimono critiche o trasmettono messaggi scomodi ai potenti su una questione di interesse pubblico». Questo approccio contrasta nettamente con le denunce di infiltrazione emerse nel Regno Unito, nell’ambito del caso “Spy Cops”, riportato dai media tradizionali che riportano i nomi reali e le fotografie degli agenti coinvolti in uno scandalo per il quale diverse istituzioni statali hanno chiesto pubblicamente scusa. Inoltre, lo Stato britannico ha declassificato i documenti che dimostrano che gli agenti infiltrati hanno effettivamente svolto attività di spionaggio, con una misura volta a riparare il danno causato alle vittime. Ciò è ancora più sorprendente alla luce della direttiva anti-SLAPP 2024/1069, ignorata dalla stessa AEPD, che mira a proteggere le persone fisiche e giuridiche coinvolte nella partecipazione pubblica a questioni di interesse pubblico — tra cui i giornalisti, gli editori, le organizzazioni dei media,  gli informatori e i difensori dei diritti umani, nonché le organizzazioni della società civile, le ONG, i sindacati, gli artisti, i ricercatori e gli accademici— da azioni legali intentate contro di loro per dissuaderli dal partecipare alla vita pubblica. Le quattro testate giornalistiche sanzionate hanno segnalato la questione alle organizzazioni giornalistiche a livello europeo, come il Media Freedom Rapid Response, che ha inserito il nostro caso nel “Mapping Media Freedom”, un rapporto che documenta gli attacchi al diritto all’informazione e gli atti di censura subiti dai mezzi di comunicazione. The post Spagna, la censura sui poliziotti infiltrati colpisce la stampa. 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October 8, 2026
Popoff Quotidiano
Addio a Stefano Zolea, compagno di strada di Popoff
E’ VENUTO A MANCARE PREMATURAMENTE UNO DEI PRIMI COLLABORATORI DEL NOSTRO BLOG COLLETTIVO. ANTIFASCISTA, INTRANSIGENTE, CURIOSO E CRITICO. LO RICORDIAMO CON AFFETTO Ieri, 5 ottobre, è stata una brutta giornata per Popoff quotidiano. Il nostro blog ha perso uno dei primi e più preziosi collaboratori. Chi scrive ha perso un amico. E’ mancato Stefano Zolea. Il primo pensiero è per Stefania, Sirio e Riccardo con tutto l’affetto di cui siamo capaci. Stefano aveva l’età di chi si è formato politicamente a Roma negli anni ’70. Da allora non ha mai smesso di essere curioso e critico. Sempre attento, cordialissimo, fraterno ma anche incalzante. Non era facile, a volte, stare dietro alle sue sollecitazioni. Ma era bello ascoltarlo, un onore passare i suoi pezzi, trovargli un titolo. Ci eravamo conosciuti in Rifondazione comunista, lui nella segreteria della Federazione di Roma, io redattore al quotidiano Liberazione. Succedeva poco meno di una ventina di anni fa. Quando ci siamo incontrati si presentò come analista. Ci è voluto poco a capire che quella definizione indicava molto di più della sua laurea in Biologia. Era il nome della sua capacità di scovare l’ordito, di non fermarsi alla trama, di conservare e trasmettere la memoria con precisione, di esercitare quella capacità per non arrendersi alla violenza e alle bassezze della crisi materiale e morale in cui ci avrebbe trascinato la connivenza tra poteri economici, soggetti criminali e apparati istituzionali. Stefano era questo e molto altro. Era antifascista, soprattutto, attento alle dinamiche della repressione. Sapeva i fili neri che collegano questa stagione con altre solo apparentemente remote. Il suo sapere ispirato dall’attitudine a fare controinformazione è stato un antidoto anche al complottismo: che esistano livelli di potere quasi invisibili, che ci siano ambiti di opacità e zone oscure non deve esimerci mai dagli sforzi di cercare nomi, fatti, nessi per metterli a disposizione di chi vuole capire il mondo per cambiarlo. Per questo il nostro dolore personale è molto, molto politico e ci permettiamo di parlare di Stefano da queste pagine. Un abbraccio a Stefania, Sirio e Riccardo e a tuttз quelli che gli hanno voluto bene   La cerimonia del commiato è prevista per giovedì 8 ottobre alle 15 a San Giuseppe al Trionfale The post Addio a Stefano Zolea, compagno di strada di Popoff first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Addio a Stefano Zolea, compagno di strada di Popoff sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 6, 2026
Popoff Quotidiano
Guccini, la biblioteca cantata
LETTERATURA, STORIA E MEMORIA NELLA CANZONE DI FRANCESCO GUCCINI 1. DUE DATE PER COMINCIARE Con una certa dose di ironia, il calendario sembra quasi aver preparato a Guccini un’entrata e un’uscita degne del personaggio: nato lo stesso giorno del Che e morto nel giorno di Hiroshima, della Trasfigurazione e di Paolo VI, ma anche di Jorge Amado e Theodor Adorno. È nato il 14 giugno 1940, lo stesso giorno in cui, dodici anni prima, era nato Ernesto Guevara, il Che. Una coincidenza curiosa: da una parte il rivoluzionario che avrebbe imbracciato il fucile, dall’altra un ragazzo che avrebbe finito per imbracciare soprattutto la chitarra e la penna, “perché con questa spada vi uccido quando voglio”, come dice il suo Cirano. Due destini diversissimi, quelli del Maestrone e del guerrigliero rivoluzionario, ma entrambi destinati a diventare, ciascuno a modo proprio, simboli di una generazione. Una coincidenza che a Guccini piaceva ricordare con il consueto sorriso ironico: “È nato il 14 giugno. Come me e come, purtroppo, anche Trump”, disse una volta. Non è difficile immaginare che, fra i due il Maestrone avrebbe preferito essere accomunato al Che, per il quale ha scritto due canzoni: Stagioni, iniziata a scrivere “a botta calda” e poi rivista e terminata nel 2000 per essere inserita nell’omonimo album, e Canzone per il Che, del 2004, contenuta in Ritratti e influenzata da un testo di Manuel Vázquez Montalbán costruito a partire da parole e discorsi di Guevara. Ma, a ben vedere, Guccini e Guevara non avevano in comune solo il calendario: il primo era un cantautore, scrittore e coltivatore professionale di dubbi; il secondo un rivoluzionario che, sui dubbi, aveva probabilmente un rapporto più sbrigativo. Ma entrambi una rivoluzione l’hanno fatta davvero. Il Mastrone anche senza guerriglia e senza Sierra Maestra. La sua arma è stata la parola, e la sua rivoluzione quella di dimostrare che una canzone poteva contenere storia, politica, filosofia, memoria, letteratura e perfino qualche dubbio senza per questo smettere di essere una canzone. C’è La locomotiva, con il suo anarchico lanciato contro l’ingiustizia, che negli anni Settanta divenne una sorta di inno rivoluzionario; ma c’è anche L’Avvelenata, dove il rivoluzionario, per così dire, scende dal piedistallo e manda allegramente al diavolo critici, etichette e sacerdoti della canzone impegnata. Ed è forse proprio qui che sta il Guccini più autentico: uno che poteva scrivere una canzone come La locomotiva e subito dopo ricordarci, con L’Avvelenata – che il Nostro tuttavia non amava particolarmente – , di non prenderlo troppo sul serio. La sua rivoluzione non era quella di chi pretende di cambiare il mondo con una formula. Semmai, proprio come il poeta di Non chiederci la parola, Guccini sembrava diffidare delle formule definitive, delle risposte assolute e delle verità confezionate. La sua era una rivoluzione più ostinata: quella di chi pretendeva di poter usare le parole per interrogare il mondo, senza ritenere di possederne la verità, era quella, molto più ostinata, di chi pretendeva di poter dire ciò che pensava senza farsi mettere un’etichetta addosso. E poi c’è l’altra data. Il 6 agosto 2026, il giorno di Hiroshima, Guccini è morto a Pavana – “e Pavana un ricordo lasciato tra i castagni dell’Appennino” (Amerigo, 1978). Anche qui, naturalmente, nessun destino da cercare e nessuna cabala da costruire. Ma la coincidenza è troppo singolare per non essere almeno osservata. Hiroshima è la catastrofe atomica, e il suo day after è già inscritto nell’immaginario gucciniano de Il vecchio e il bambino (1972): un mondo perduto, una natura devastata, un passato che può ormai essere restituito soltanto attraverso il racconto e la memoria. A ricordare la particolare densità di quella data è stato anche il cardinale Matteo Zuppi[1], durante l’ultimo saluto a Pavana: il 6 agosto è per la Chiesa il giorno della Trasfigurazione, ma è anche l’anniversario della morte di Paolo VI, morto nel 1978; e proprio Paolo VI, da Papa, quando nel 1967 uscì Dio è morto, permise che quella canzone venisse trasmessa da Radio Vaticana, mentre la Rai l’aveva censurata e ne aveva inizialmente ostacolato la diffusione. Tra le due date ci sono ottantasei anni di canzoni, libri, amori, politica, osterie, viaggi, amici, vino, dubbi e soprattutto parole. Ottantasei anni durante i quali un uomo ha passato la vita a trasformare il tempo in racconto. Ed è proprio attraverso queste parole che è possibile comprendere la singolarità della sua opera. Guccini ha infatti costruito la propria scrittura intorno a due grandi patrimoni della memoria: la letteratura e la storia. La prima gli offre personaggi, miti, immagini, modelli narrativi e forme del pensiero; la seconda gli offre eventi, conflitti, individui e memorie collettive. Ma nella canzone questi due patrimoni non rimangono separati. La letteratura diventa uno strumento per interpretare la storia, mentre la storia viene trasformata attraverso forme e dispositivi propri della letteratura. È in questo spazio di intersezione che si colloca la poetica gucciniana. 2. GUCCINI LETTORE, NARRATORE E CANTAUTORE Francesco Guccini, “eterno studente” (Addio, 2000), occupa nella storia della canzone d’autore italiana una posizione singolare. La sua opera musicale, sviluppatasi nell’arco di quasi sei decenni, è stata associata alla dimensione politica, alla memoria autobiografica, all’avversione o alla nostalgia per la provincia — “la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia” (Canzone quasi d’amore, 1976) —, alla riflessione sul tempo — “Cantare il tempo andato sarà il mio tema” (Il tema, 1971) — e alla rappresentazione delle trasformazioni sociali dell’Italia contemporanea. Tuttavia, accanto a queste componenti esiste una dimensione altrettanto importante: quella letteraria. Guccini è infatti un cantautore profondamente segnato dalle proprie letture. I suoi testi non si limitano a raccontare esperienze personali o avvenimenti storici, ma dialogano continuamente con una biblioteca ideale composta da poeti, narratori, filosofi, personaggi mitologici e figure della cultura popolare. Nelle sue canzoni possono incontrarsi Omero e Dante, Gozzano e Montale, Pavese e Borges, Ginsberg e Cervantes, Rostand e Swift, Folgòre da San Gimignano e Flaubert. La presenza di questi autori non è tuttavia riconducibile a un semplice repertorio di citazioni erudite. Guccini assorbe temi, immagini, strutture narrative e atteggiamenti intellettuali e li trasforma in una voce personale. È questo il primo elemento da chiarire. Studiare i riferimenti letterari nelle canzoni di Guccini non significa compilare un catalogo delle fonti. Una simile operazione può essere utile, ma non è certamente sufficiente. La questione più interessante riguarda infatti il modo in cui un riferimento letterario cambia significato quando passa dalla pagina scritta alla canzone. Una figura come Ulisse, per esempio, non rimane semplicemente l’eroe dell’Odissea o il personaggio del ventiseiesimo canto dell’Inferno: attraverso la tradizione che va da Omero a Dante, da Foscolo a Kavafis, diventa nel testo gucciniano (Odysseus, 2004) una maschera attraverso la quale interrogare il rapporto fra viaggio, destino, conoscenza e inquietudine contemporanea. Allo stesso modo, Cyrano de Bergerac non viene riproposto soltanto come protagonista della commedia di Edmond Rostand. In Cirano (1996), il personaggio diventa uno strumento per riflettere sulla diversità, sull’amore, sull’orgoglio e soprattutto sul rapporto fra parola e società. Don Chisciotte (2000), invece, consente di mettere in scena il conflitto eterno fra utopia e realismo, fra la necessità di credere in qualcosa e la consapevolezza dell’impossibilità di trasformare il mondo. Questa caratteristica permette di considerare Guccini non soltanto come un autore che “cita” la letteratura, ma come un autore che pensa letterariamente. Una citazione può essere occasionale; una forma mentis letteraria è invece una modalità permanente di interpretare l’esperienza. Paolo Jachia, nel suo studio dedicato a quarant’anni di attività gucciniana, ha individuato una fitta rete di rapporti che va dalla poesia italiana del Novecento, con D’Annunzio, Pascoli, Gozzano e Montale, alla tradizione francese degli chansonniers e dei poeti maledetti, fino alla cultura americana della Beat Generation e del folk[2]. Altri studi sulle fonti dei testi gucciniani hanno messo in evidenza riferimenti che coinvolgono, fra gli altri, Gozzano, Gadda, Carducci, Eliot, Borges, Flaubert, Swift, Masters, Villon e Salgari[3]. La vastità di questo orizzonte rende difficile parlare di una sola “tradizione” gucciniana. Più corretto sarebbe parlare di una biblioteca mobile, continuamente ricomposta. Guccini passa dalla poesia alla narrativa, dal mito classico alla letteratura contemporanea, dal romanzo d’avventura alla cultura dei fumetti, senza costruire una gerarchia rigida fra materiali alti e bassi. Omero può convivere con una battuta quotidiana, Borges con la provincia emiliana, una reminiscenza dantesca con un’immagine appartenente alla cultura popolare. È proprio questa capacità di mescolare registri differenti a costituire una delle caratteristiche fondamentali della sua poetica. Se la letteratura costituisce, dunque, una delle principali forme attraverso cui Guccini interpreta l’esperienza, occorre ora osservare più da vicino come questa biblioteca venga concretamente riattivata nei suoi testi. Il rapporto con i modelli letterari non segue infatti un ordine cronologico né rispetta gerarchie canoniche: Guccini può attraversare secoli di poesia e narrativa, accostando autori apparentemente lontanissimi e facendo convivere il mito classico con la poesia novecentesca, la tradizione colta con la cultura popolare. In questo continuo movimento fra epoche e registri, la tradizione medievale occupa un posto tutt’altro che marginale. Essa non rappresenta per Guccini soltanto un repertorio di temi e immagini, ma costituisce una delle matrici attraverso cui egli recupera il rapporto fra poesia e concretezza dell’esistenza, fra parola letteraria e mondo quotidiano, fra ironia e memoria. 3.     FOLGÒRE DA SAN GIMIGNANO E LA DIGNITÀ POETICA DEL QUOTIDIANO Uno dei testi nei quali la biblioteca letteraria di Guccini si manifesta con maggiore evidenza è La canzone dei dodici mesi, pubblicata nell’album Radici del 1972. Il brano non è infatti un semplice racconto del succedersi delle stagioni, ma una complessa costruzione poetica nella quale il ciclo naturale diventa occasione per una vera e propria stratificazione di memorie letterarie e artistiche, partendo dalle formelle del ciclo dei mesi scolpite sulla faccia interna degli stipiti del Duomo di Modena, città natale di Guccini. Le formelle, attraverso la rappresentazione delle attività agricole, dei lavori e dei gesti che scandiscono l’anno, traducono il trascorrere del tempo in una successione di scene concrete della vita quotidiana. Quanto alla letteratura, Guccini convoca esplicitamente Folgòre e Cenne della Chitarra (o Cenne da Pistoia, come è comunemente chiamato), trasformando la canzone quasi in una moderna tenzone tra poeti medievali: “mentre la canto con la mia chitarra / brindo a Cenne e Folgòre”. Il riferimento è tutt’altro che ornamentale, perché inserisce la voce del cantautore contemporaneo all’interno di una tradizione poetica nella quale la celebrazione dei mesi, della natura, della convivialità e dei piaceri della vita costituiva già materia lirica. La struttura della Canzone dei dodici mesi conferma, del resto, la vastità della biblioteca cui Guccini attinge. Accanto alla tradizione medievale compaiono infatti richiami ad altre epoche e ad altri autori: la strofa dedicata a maggio evoca la Ballata delle rose di Angelo Poliziano, in particolare nel verso: “Ben venga maggio, ben venga la rosa / che è dei poeti il fiore”, mentre quella dedicata ad aprile “Con giorni lunghi al sonno dedicati / il dolce aprile viene / quali segreti scoprì in te il poeta / che ti chiamò crudele?”, dialoga con l’incipit della Terra desolata di T. S. Eliot, “Aprile è il più crudele dei mesi”. Anche dicembre riprende, con una significativa variazione, l’immagine eliotiana di Cristo associato alla tigre. Il brano diventa così una sorta di palinsesto letterario, nel quale il ciclo dei mesi permette di attraversare secoli diversi della poesia occidentale. Persino il mese di marzo contiene un’allusione a ʿUmar Khayyām – il cui nome compare esplicitamente in Via Paolo Fabbri 43 (1976), il cui verso “L’ala del tempo batte troppo in fretta, la guardi è già lontana”, diventa nel testo gucciniano “Riempi il bicchiere, e con l’inverno butta/ la penitenza vana,/ l’ala del tempo batte troppo in fretta”, mentre il richiamo alla tradizione dei Sonetti de’ mesi di Cecco Angiolieri amplia ulteriormente la genealogia medievale del testo. Questa densità intertestuale è importante perché mostra come Guccini non si limiti a riprodurre un modello antico, ma lo riattivi all’interno della cultura contemporanea. Il medioevo, in particolare, non appare come un repertorio museale di forme e personaggi, ma come una tradizione ancora disponibile al riuso. Folgòre e Cenne vengono evocati da un cantautore che canta accompagnandosi con la chitarra: la distanza secolare viene così annullata attraverso la continuità della voce poetica e musicale. Il verso “brindo a Cenne e Folgòre” è, in questo senso, quasi una dichiarazione di poetica: Guccini riconosce i propri predecessori e, nello stesso tempo, li porta dentro il presente. Nelle sue canzoni, infatti, osterie, bar, strade, stazioni, case, luoghi della provincia acquistano una dignità letteraria proprio attraverso la loro concretezza. Canzone delle osterie di fuori porta (1974) costituisce, da questo punto di vista, un esempio particolarmente significativo. L’osteria è – fin dai tempi medievali dei carmina potatoria e Cecco Angiolieri -, contemporaneamente un luogo concreto e un microcosmo umano: attorno ad essa si raccolgono amici, bevitori, viaggiatori, discorsi e ricordi, mentre la convivialità diventa il modo attraverso cui una generazione racconta se stessa. È proprio questa capacità di assumere il quotidiano come materia poetica, senza sottoporlo necessariamente a una trasfigurazione colta o solenne, a creare una delle consonanze più interessanti con la tradizione comico-realistica. La consonanza, naturalmente, non implica una derivazione diretta. Più interessante è riconoscere una comune disponibilità a fare della realtà ordinaria materia di letteratura, senza stabilire una rigida gerarchia fra ciò che è nobile e ciò che è umile. In Guccini questa disposizione assume però una tonalità profondamente novecentesca: il quotidiano è quasi sempre accompagnato dalla consapevolezza del tempo che passa. Il vino, l’osteria, gli amici, le strade e i luoghi della giovinezza sono contemporaneamente presenti e già consegnati alla memoria. La concretezza diventa così inseparabile dalla nostalgia. Anche l’ironia svolge un ruolo importante. La tradizione comico-realistica medievale aveva già messo in discussione la separazione fra registro alto e registro basso, introducendo nella poesia una lingua e una materia lontane dalla solennità. Guccini porta questa libertà nella canzone contemporanea, alternando continuamente riflessione filosofica, lirismo, colloquialità, sarcasmo e descrizione concreta. La cultura letteraria non allontana dunque Guccini dalla realtà quotidiana: gli fornisce gli strumenti per riconoscerla come materia poetica. Ed è forse proprio qui che il confronto con Folgòre acquista il suo significato più profondo: il cantautore non recupera il Medioevo per evadere dal presente, ma per costruire una lingua capace di raccontarlo. In questo senso, La canzone dei dodici mesi costituisce una sorta di manifesto della biblioteca gucciniana: una canzone apparentemente semplice, fondata sul ciclo delle stagioni, si rivela in realtà un testo stratificato, nel quale la memoria letteraria medievale dialoga con Poliziano, Eliot e Khayyām. La cultura alta non viene esibita, ma incorporata nel racconto e nella musica; può sfuggire all’ascoltatore, ma continua a operare nella struttura profonda del testo. Guccini dimostra così che la canzone può essere contemporaneamente racconto popolare e testo colto, memoria quotidiana e memoria letteraria. 4. GOZZANO, L’ISOLA E LA RICERCA DELL’IMPOSSIBILE Un altro dei casi più evidenti di dialogo con la letteratura italiana è L’isola non trovata, canzone che dà il titolo all’album del 1970. Il riferimento a Guido Gozzano è particolarmente significativo ed esplicitato nelle note al disco, dove il Maestrone scrive: “Profonde scuse, ovviamente, a Guido Gozzano […] per L’isola non trovata […] Sarò mai perdonato?”. La canzone riprende la suggestione della poesia La più bella sin dal suo incipit “ma bella più di tutte l’isola non trovata”, e trasforma il motivo dell’isola irraggiungibile in una riflessione sulla ricerca e sulla delusione. L’isola rappresenta ciò che potrebbe esistere ma che non può essere posseduto. È un luogo dell’immaginazione, della speranza e contemporaneamente della perdita “Svanì di prua dalla galea come un’idea, / come una splendida utopia è andata via e non tornerà mai più”. Ma l’isola è anche una metafora storica. È la rappresentazione di ciò che una generazione cerca e non riesce pienamente a raggiungere: una società diversa, una felicità possibile, una forma di autenticità. La letteratura diventa così già una modalità di interpretazione del presente storico. Guccini non riproduce semplicemente Gozzano: ne attualizza una disposizione spirituale, quella del crepuscolarismo, che con la sua ironia, la sua diffidenza verso le grandi parole e la consapevolezza della crisi dei valori tradizionali, diventa uno degli ingredienti attraverso cui il cantautore costruisce la propria voce. In alcuni casi, Guccini riprende esplicitamente immagini e movenze linguistiche gozzaniane. È quanto accade in Incontro, dove l’espressione “stoviglie color nostalgia” rinvia alla Signorina Felicita ovvero la Felicità, nella quale gli occhi della protagonista sono descritti come “azzurre di un azzurro di stoviglia”. L’immagine viene sottratta al contesto originario e profondamente trasformata: ciò che in Gozzano appartiene alla descrizione della fisionomia della Signorina Felicita diventa in Guccini una metafora della memoria e della distanza temporale. La “stoviglia” perde così la propria funzione puramente descrittiva e, attraverso l’aggiunta di “color nostalgia”, si trasforma in un oggetto della memoria, capace di condensare il sentimento di un passato ormai irrecuperabile. La “stoviglia” perde così la propria funzione puramente descrittiva e, attraverso l’aggiunta di “color nostalgia”, si trasforma in un oggetto della memoria, capace di condensare il sentimento di un passato ormai irrecuperabile. Il colore azzurro, del resto, è legato alla distanza e al desiderio già ne L’isola non trovata, dove l’isola “si tinge d’azzurro, color di lontananza”: l’azzurro non è più semplicemente una qualità cromatica, ma diventa il colore stesso dell’irraggiungibile, ciò che separa il soggetto dall’oggetto del desiderio. Se in Incontro la stoviglia si tinge idealmente di “nostalgia” e restituisce la distanza temporale del passato, ne L’isola non trovata l’azzurro traduce invece una distanza spaziale ed esistenziale. In entrambi i casi il colore trasforma la percezione in sentimento e rende visibile la distanza. Nel primo caso è la distanza dal tempo e da un’esperienza sentimentale ormai trascorsa; nel secondo è quella da un luogo che esiste soprattutto nella dimensione del desiderio. Il rapporto con Gozzano, dunque, non consiste soltanto nella presenza di una citazione riconoscibile. Guccini ne recupera una più profonda poetica del quotidiano e della disillusione: come nel poeta crepuscolare, anche nella sua scrittura le realtà umili, gli oggetti domestici e i luoghi possono diventare depositi di memoria e assumere un valore inatteso. 5. MONTALE: L’OGGETTO, L’EPIFANIA E L’OCCASIONE La memoria gucciniana procede per frammenti, associazioni ed epifanie. Il passato non si ricompone secondo un ordine cronologico, ma riaffiora attraverso immagini improvvise, dettagli apparentemente marginali, luoghi e incontri che acquistano retrospettivamente un significato inatteso. È una memoria che funziona per illuminazioni: un particolare del presente apre improvvisamente uno squarcio sul passato e trasforma l’esperienza individuale in racconto. Pensiamo a Autogrill (1978). L’incontro casuale in un luogo anonimo e transitorio della modernità — l’autogrill, appunto — diventa il punto di partenza per una memoria che si costruisce intorno a una figura femminile, a poche parole scambiate e a ciò che non è accaduto. L’episodio è minimo, quasi insignificante nella sua dimensione fattuale, ma assume nella canzone la forza di un’epifania: un istante ordinario si carica improvvisamente di un significato che lo oltrepassa. L’autogrill, spazio di passaggio per eccellenza, si trasforma così in un luogo della memoria, nel quale un incontro fugace continua a vivere proprio perché è rimasto incompiuto. In questo senso, l’epifania gucciniana non coincide necessariamente con una rivelazione risolutiva. Al contrario, spesso lascia aperta una domanda. Il ricordo non restituisce ciò che è stato nella sua completezza, ma conserva un frammento, un’immagine, una possibilità perduta. È precisamente questa incompletezza a trasformare il dettaglio quotidiano in materia poetica. Nelle sue canzoni il passato non è quasi mai semplicemente un insieme di fatti già conclusi. È una presenza che ritorna, spesso attraverso un’immagine minima: una strada, una stazione, un’osteria, una fotografia, un incontro casuale. La memoria gucciniana procede per frammenti e associazioni. Da questo punto di vista, il suo procedimento presenta significative consonanze con la lirica novecentesca, soprattutto con quella poesia che ha fatto dell’oggetto quotidiano il punto di partenza per una rivelazione improvvisa. È qui che il rapporto con Montale diventa particolarmente significativo. Non è necessario individuare una citazione letterale – anche se in Quello che non (1990) la citazione è piuttosto esplicita e “la religiosa sonnolenza d’ un orto” (Giorno d’estate, 1970) non può non far pensare a Meriggiare – per parlare di intertestualità. Può essere sufficiente riconoscere una struttura poetica comune: l’oggetto quotidiano appare improvvisamente caricato di un significato che supera la sua materialità e si fa correlativo oggettivo, diventando la forma concreta attraverso cui un’esperienza interiore si rende percepibile. È il caso particolarmente significativo dell’eskimo nell’omonima canzone di Guccini (1978). L’indumento non è semplicemente un elemento della vicenda narrata: diventa il deposito materiale della memoria di un amore, dei venti anni, di una intera generazione[4]. La strada, il viaggio, il paesaggio e l’incontro diventano occasioni. Il termine è importante perché rimanda alla poetica montaliana, ma anche perché descrive efficacemente il funzionamento di molte canzoni gucciniane. Un dettaglio apparentemente insignificante apre una fenditura nella quotidianità. Le “luci nel buio di case intraviste da un treno” di Incontro (1972) che riecheggiano la lezione di Montale (“la vita che dà barlumi / è quella che sola tu scorgi”, Il balcone) sono così una perfetta immagine della sua poetica: la realtà si lascia intravedere, non possedere; si manifesta a sprazzi[5]. Ma c’è una differenza decisiva: laddove la poesia montaliana tende a condensare l’epifania nel frammento lirico, Guccini tende a trasformare l’occasione in racconto. Il dettaglio diventa scena, la scena diventa vicenda, la vicenda diventa memoria e la memoria diventa canzone. È forse proprio in questa trasformazione che si riconosce uno degli aspetti più originali della sua scrittura: Guccini assorbe una modalità propriamente poetica e la traduce nella forma narrativa della canzone. 6.     FLAUBERT: PROVINCIA, DESIDERIO E DISILLUSIONE Il rapporto fra Guccini e la tradizione letteraria ottocentesca trova una formulazione particolarmente esplicita nell’album Signora Bovary (1987), il cui titolo riprende direttamente quello del celebre romanzo di Gustave Flaubert, e nel quale la seconda traccia si intitola proprio Signora Bovary. Non si tratta, tuttavia, di una semplice allusione colta: la figura di Emma Bovary diviene per Guccini una metafora della condizione esistenziale contemporanea, della distanza fra aspettative e realtà e, soprattutto, della difficoltà di attribuire un senso a una quotidianità apparentemente ordinaria. Il personaggio flaubertiano diventa una figura attraverso la quale interrogare il rapporto fra ciò che si desidera e ciò che esiste effettivamente e concretamente “quando bene o male daremo due conti”, fra l’immagine che l’individuo costruisce della propria vita e la concretezza, spesso deludente, dell’esistenza quotidiana. In Madame Bovary, Emma è infatti una donna che ha imparato a desiderare attraverso i libri: le sue aspettative sentimentali, sociali ed esistenziali sono alimentate da un immaginario letterario che la realtà non riesce a soddisfare. Flaubert mostra così la progressiva divaricazione fra l’esperienza concreta e i modelli di vita prodotti dall’immaginazione, facendo della frustrazione del desiderio uno dei nuclei strutturali del romanzo. Il riferimento non costituisce dunque soltanto un’allusione letteraria, ma offre una vera e propria maschera interpretativa, attraverso la quale il cantautore può interrogare una condizione esistenziale più generale: quella di chi sperimenta una distanza dolorosa fra ciò che desidera e ciò che la realtà gli consente di vivere. La canzone omonima si apre significativamente con una domanda insistita “Ma che cosa c’è in fondo a quest’oggi?» trasformando l’apparente ordinarietà del presente in una domanda sul senso dell’esistenza e costruisce immediatamente uno spazio quotidiano di disgregazione e solitudine popolato da “coppie che passano sfilacciate” e da una “gente che si frantuma”, trasformando la normalità della vita borghese in una condizione di inquietudine e disgregazione incapace di corrispondere alle aspirazioni individuali. La letteratura può dunque costruire desideri, ma può anche rendere più evidente la sproporzione fra i desideri e la realtà: è precisamente questa tensione, già centrale nell’esperienza di Emma, che Guccini trasferisce nella modernità. I soggetti gucciniani sperimentano la frattura fra la realtà vissuta e un desiderio che tende continuamente verso un altrove; ma mentre il bovarismo flaubertiano nasce anche dall’assorbimento di modelli letterari e sentimentali che deformano la percezione del reale, Guccini trasferisce questa tensione nella modernità, dove l’immaginario è ormai costituito da consumi, relazioni, viaggi, media e possibilità solo apparentemente infinite. Lo mostrano le immagini delle “stazioni secondarie”, delle “avventure solitarie”, delle “valigie vuote” e dei “piaceri a rate”: un repertorio di oggetti e situazioni che sembra promettere evasione e felicità ma che non riesce a colmare il vuoto esistenziale. La Signora Bovary diventa così il nome di una condizione che può appartenere a uomini e donne, a una generazione e, più ampiamente, a una società nella quale il desiderio è continuamente alimentato da immagini di una vita diversa da quella realmente vissuta. Il confronto con Flaubert permette di approfondire ulteriormente il significato della provincia nella poetica gucciniana. In Madame Bovary, infatti, la provincia non è un semplice scenario nel quale si svolge la vicenda, ma costituisce una componente essenziale della condizione esistenziale di Emma. Tanto Tostes quanto, soprattutto, Yonville-l’Abbaye sono rappresentate come comunità caratterizzate dalla ripetizione, dalla prevedibilità dei rapporti sociali e dalla ristrettezza degli orizzonti individuali. Anche il celebre incipit della descrizione di Yonville “C’était un bourg à huit lieues de Rouen” (Flaubert, Madame Bovary, II, 1) colloca immediatamente il paese in una geografia periferica, definendolo attraverso la distanza dal grande centro urbano. Ma è soprattutto la vita sociale del paese a rendere evidente la natura claustrofobica della provincia: le conversazioni, le abitudini, gli incontri e le figure che popolano Yonville sembrano riprodursi secondo schemi immutabili, mentre Emma continua a proiettare sulla propria esistenza immagini di una vita diversa, più intensa e più raffinata. La frizione fra l’ambiente provinciale e l’immaginario della protagonista costituisce uno dei dispositivi fondamentali del romanzo. La provincia diventa così, per Flaubert, il luogo nel quale la distanza fra esperienza e desiderio assume la sua forma più evidente: quanto più ordinario, ripetitivo e prevedibile è il mondo circostante, tanto più intenso diventa per Emma il bisogno di immaginare un altrove. È precisamente questa dialettica fra provincia e desiderio di fuga che rende significativo il richiamo flaubertiano nella scrittura di Guccini. Anche nella sua opera la provincia è simultaneamente luogo dell’appartenenza e dell’insofferenza, della memoria e del desiderio di evasione. La formula di Canzone quasi d’amore (1970) “la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia”, condensa perfettamente questa ambivalenza. La provincia può essere “grazia” perché conserva relazioni, luoghi e memorie riconoscibili; ma può diventare anche “tedio a morte” proprio per la ripetizione e la limitatezza delle possibilità che offre. La provincia è uno spazio concreto, ma anche un luogo mentale nel quale le possibilità sembrano limitate e nel quale il desiderio di un’esistenza diversa può diventare tanto più intenso quanto più difficile è realizzarlo. In Canzone delle osterie di fuori porta, per esempio, le osterie e i luoghi della periferia bolognese sono osservati attraverso il passaggio del tempo e la trasformazione dei suoi frequentatori: il soggetto ritorna idealmente in uno spazio del passato e scopre che gli amici di allora hanno ormai intrapreso percorsi diversi, entrando nella vita “matura”, con “famiglia e figli”, sono diventati adulti, professionisti, coniugi, persone integrate nella normalità sociale; il cantautore registra però questa trasformazione come perdita di un orizzonte di possibilità, “una morte un po’ peggiore”. 7. SALINGER: ADOLESCENZA, FORMAZIONE E MEMORIA È proprio il tema della giovinezza come stagione della formazione, dell’immaginazione e delle possibilità non ancora determinate a introdurre il successivo riferimento alla letteratura americana e, in particolare, a J. D. Salinger. Esempio significativo è La collina, tratta anch’essa dall’album L’isola non trovata nella quale la dimensione letteraria americana entra nella poetica gucciniana attraverso il riferimento a J. D. Salinger, autore di Il giovane Holden, al quale, come a Gozzano, chiede venia. Il titolo originale del romanzo dello scrittore americano è The Catcher in the Rye (alla lettera “l’acchiappatore nella segale”) e allude a una strofa di una nota canzone tradizionale scozzese, resa famosa dal poeta Robert Burns a fine Settecento, Comin’ Through the Rye. I versi di Guccini “Anch’io tra i fiori, tempo fa, / giocavo sulla sommità, / con i compagni miei, dentro alla segale” rendono esplicito io riferimento a Salinger. La presenza di Salinger introduce un diverso modello di inquietudine. Se Gozzano permette a Guccini di confrontarsi con il crepuscolarismo italiano e con la crisi dell’individuo adulto, Salinger porta nel suo universo la voce dell’adolescenza, della marginalità e del rifiuto delle convenzioni sociali. Il giovane Holden è un personaggio liminare. Non appartiene pienamente al mondo degli adulti, ma non può nemmeno tornare all’infanzia, il cui ricordo è affidato a un’immagine concreta, quella dei bambini che giocano immersi in un campo di segale. Nel romanzo, infatti, la fantasia del protagonista di essere “il guardiano nel campo di segale” esprime il desiderio di proteggere i bambini dalla caduta nel mondo adulto. La consonanza con Guccini sta nella funzione narrativa e affettiva dell’immagine: la segale diventa uno spazio dell’infanzia, separato dal mondo adulto e associato a una condizione di libertà, gioco e innocenza. Tuttavia, quel mondo è già definitivamente trascorso: l’“anch’io” introduce una frattura temporale e trasforma il campo in un luogo della memoria. La segale non è più soltanto il luogo nel quale il bambino gioca, ma il segno concreto di un’età perduta. È proprio qui che il riferimento a Salinger diventa particolarmente significativo. Guccini sembra trasformare il simbolo letterario della soglia fra infanzia e maturità in un’immagine autobiografica della memoria. Se Holden guarda al campo di segale come al luogo nel quale vorrebbe preservare l’innocenza prima della caduta nell’età adulta, Guccini guarda retrospettivamente a quello stesso paesaggio come a qualcosa che appartiene ormai al passato. La citazione o l’eco letteraria diventa quindi esperienza personale: la letteratura fornisce a Guccini un’immagine attraverso la quale può raccontare il proprio rapporto con il tempo trascorso. 8. DALLA “MORTE DI DIO” ALLA RINASCITA: NIETZSCHE, GINSBERG E LA CRISI GENERAZIONALE 8.1 Nietzsche e Ginsberg: le matrici culturali di Dio è morto Con Dio è morto, il rapporto di Guccini con la letteratura americana assume per la prima volta una dimensione apertamente generazionale e politica, trasformando il riferimento letterario in uno strumento di interpretazione della contemporaneità. Scritta nel 1965, quando Guccini aveva venticinque anni, è stata successivamente pubblicata nell’LP Diamoci del tu di Caterina Caselli e resa celebre dall’interpretazione dei Nomadi, che la pubblicarono nell’album Per quando noi non ci saremo, e contemporaneamente lanciata come lato A del 45 giri Dio è morto (se Dio muore, è per tre giorni poi risorge)/Per fare un uomo del 1967. La canzone nasce dall’incontro di tre differenti matrici culturali: la filosofia di Friedrich Nietzsche, la poesia della Beat Generation di Allen Ginsberg e la realtà sociale e culturale dell’Italia degli anni Sessanta. Non si tratta, tuttavia, della semplice sovrapposizione di tre riferimenti eruditi. Guccini costruisce piuttosto un vero e proprio percorso di trasferimento culturale, nel quale un motivo filosofico ottocentesco e un testo poetico della cultura americana contemporanea vengono riutilizzati per dare voce a una generazione italiana che avverte la crisi dei valori tradizionali e l’esigenza di un radicale cambiamento. La canzone diventa così un esempio particolarmente efficace di quella modalità gucciniana di fare letteratura attraverso la canzone: leggere il presente attraverso testi precedenti, ma contemporaneamente trasformare quei testi alla luce di una nuova esperienza storica. Il primo elemento da considerare è il titolo, Dio è morto, che rinvia immediatamente alla celebre formula nietzscheana della “morte di Dio”. Il riferimento non va però inteso come una semplice dichiarazione di ateismo. In Nietzsche, infatti, la morte di Dio designa soprattutto la crisi del fondamento assoluto sul quale la cultura occidentale aveva costruito il proprio sistema di valori. La formula compare già nella Gaia scienza, al paragrafo 125, nel celebre racconto dell’uomo folle che corre al mercato annunciando di avere ucciso Dio e chiedendo dove siano finiti i valori che fino a quel momento avevano orientato l’esistenza; ritorna poi, in una diversa forma, in Così parlò Zarathustra, dove la crisi della trascendenza diviene il punto di partenza per la necessità di una nuova creazione dei valori. In altre parole, la “morte di Dio” non coincide semplicemente con la fine della fede religiosa, ma indica il venir meno di un sistema di certezze condivise e, di conseguenza, l’apertura di una condizione storica nella quale l’uomo è costretto a confrontarsi con il problema della costruzione di nuovi valori. È precisamente questa dimensione di crisi dei valori che Guccini trasferisce nella società italiana degli anni Sessanta. Nella canzone, infatti, “Dio è morto” non soltanto “ai bordi delle strade” o” nelle auto prese a rate” o “nei miti dell’estate”, ma anche nei “miti eterni della patria o dell’eroe”, “nella politica che è solo far carriera”, nel “perbenismo interessato, nell’ipocrisia di chi sta sempre / Con la ragione e mai col torto”, e nella perdita di autenticità. La formula nietzscheana viene dunque sottratta al suo originario contesto filosofico e trasformata in una diagnosi della società contemporanea: ciò che è “morto” è un intero sistema di valori, ormai svuotato e incapace di dare significato all’esperienza delle nuove generazioni. La crisi filosofica diventa così crisi sociale e generazionale. La ripetizione del ritornello “Dio è morto” produce un effetto quasi liturgico, ma rovesciato: non viene celebrata la permanenza di un ordine, bensì denunciata la sua dissoluzione. Il secondo elemento fondamentale è Allen Ginsberg e, in particolare, Howl (Urlo), il poema pubblicato nel 1956 che era diventato uno dei testi emblematici della Beat Generation. L’incipit di Dio è morto riprende chiaramente la struttura e il procedimento di Howl: anche Guccini comincia con una serie di immagini introdotte dal verbo “ho visto”, trasformando la canzone in una sorta di testimonianza collettiva. In Ginsberg, il celebre “I saw the best minds of my generation” introduce una lunga enumerazione di giovani distrutti dalla droga, dall’emarginazione, dalla follia e dall’impossibilità di trovare un posto nella società americana. Il poeta non parla semplicemente di sé: costruisce un “noi” generazionale attraverso una galleria di individui, corpi, esperienze e fallimenti. La sua poesia assume così la forma di un grande grido contro una società percepita come perbenista, repressiva, materialista e incapace di accogliere le aspirazioni dei giovani. Guccini conserva questo procedimento ma lo italianizza radicalmente. Là dove Ginsberg osserva la generazione americana segnata dalla marginalità, dalla droga, dalla repressione e dal fallimento dell’American Dream, Guccini osserva “la gente della mia età” – quindi riprende il riferimento generazionale di Ginsberg – nelle strade italiane, nelle automobili, nelle notti trascorse tra vino e droghe, dentro una società che egli percepisce come dominata dal conformismo e dalla ricerca del successo. La Beat Generation diventa, per il cantautore, una sorta di modello interpretativo attraverso il quale leggere la crisi della gioventù italiana. Il rapporto con Howl non si limita dunque all’incipit. In Ginsberg, la prima parte del poema costruisce un interminabile catalogo di esistenze spezzate: i giovani attraversano le città, consumano droghe, cercano esperienze spirituali e sessuali, rifiutano le convenzioni sociali e sperimentano sulla propria pelle il fallimento di una civiltà fondata sulla razionalizzazione e sul consumo. Nella seconda parte, questa civiltà assume la forma mostruosa di Moloch, figura simbolica della macchina sociale e industriale che divora i corpi, le menti e l’immaginazione. Moloch rappresenta precisamente ciò contro cui si leva il grido di Ginsberg: una società nella quale il denaro, il lavoro, la produzione e il conformismo finiscono per sostituire la libertà individuale e la ricerca di un senso. Anche Guccini costruisce una galleria di immagini nelle quali la modernità appare come una macchina che ha prodotto benessere materiale ma contemporaneamente ha svuotato l’esistenza. Guccini assume da Ginsberg il procedimento retorico, il tono profetico, la rappresentazione della crisi generazionale e la capacità di trasformare una serie di esperienze individuali in un affresco collettivo, ma sostituisce all’America le strade, le automobili e le contraddizioni dell’Italia degli anni Sessanta. La trasformazione del desiderio di libertà in consumo e integrazione sociale, la felicità prefabbricata, il carrierismo politico, il perbenismo e le ideologie irrigidite costituiscono altrettante manifestazioni di quella civiltà che la canzone sottopone a critica. Il riferimento a Ginsberg permette quindi di comprendere come la protesta di Guccini non sia soltanto politica in senso stretto: è innanzitutto una protesta contro un modello di civiltà, contro l’idea che il progresso materiale coincida necessariamente con il progresso umano. 8.2 Dalla crisi alla possibilità di un “mondo nuovo È proprio qui che Nietzsche e Ginsberg entrano in relazione. Nietzsche aveva individuato nella “morte di Dio” il venir meno del fondamento tradizionale dei valori; Ginsberg, quasi un secolo dopo, rappresenta artisticamente gli effetti di una società nella quale quei valori sembrano ormai incapaci di offrire una risposta all’esperienza individuale. Guccini compie un ulteriore passaggio: prende la diagnosi filosofica nietzscheana e la rappresentazione poetica ginsberghiana e le applica alla propria generazione. Il titolo fornisce dunque la categoria filosofica della crisi, mentre Howl fornisce la forma poetica della testimonianza generazionale. La realtà italiana degli anni Sessanta costituisce infine il terzo elemento, quello nel quale i due riferimenti acquistano un nuovo significato storico. La struttura della canzone rende particolarmente evidente questo procedimento. La prima parte è dominata dalla constatazione della crisi: la generazione descritta da Guccini “va via”, percorre strade che sembrano non condurre a nulla, cerca un sogno e finisce per incontrare la droga, l’alienazione e il vuoto. La seconda amplia la prospettiva individuale e la trasforma in critica delle istituzioni e dei valori collettivi: la fede ridotta ad abitudine, la patria e l’eroe trasformati in miti, la politica ridotta a carriera, il perbenismo e l’ipocrisia. Ma la terza parte introduce una svolta decisiva. Dopo la diagnosi della morte, compare la possibilità della rinascita: la generazione (era già nel vento l’aria del ’68) può prepararsi a “un mondo nuovo”, a “una speranza appena nata”, a una “rivolta senza armi”. Qui Guccini si allontana tanto da Nietzsche quanto da una lettura puramente pessimistica di Ginsberg. La “morte di Dio” non rappresenta infatti la conclusione della canzone, ma il punto di partenza di una possibile rifondazione. La celebre conclusione, nella quale alla morte si contrappone la resurrezione, introduce un elemento che non è presente nello stesso modo né nella filosofia nietzscheana né nella poesia di Ginsberg: la possibilità di una nuova comunità fondata sulla scelta consapevole dei valori. La ripetizione finale di “Dio è risorto” sposta il significato della formula dal piano metafisico a quello etico e storico: ciò che risorge è ciò che la generazione decide di credere, volere e costruire. La fede non viene semplicemente recuperata nella sua forma tradizionale; viene reinterpretata come possibilità di trasformazione del mondo. La relazione con Nietzsche diventa, pertanto, particolarmente interessante proprio perché Guccini non riproduce fedelmente il significato originario della formula, la morte nietzscheana viene trasformata in una condizione provvisoria che rende possibile una nuova costruzione; la negazione diventa premessa dell’affermazione. Se Nietzsche aveva posto il problema di ciò che accade all’uomo quando vengono meno i valori assoluti, Guccini trasferisce la domanda sul terreno della storia: che cosa può fare una generazione quando scopre che i valori ricevuti non sono più sufficienti? La risposta della canzone è affidata alla stessa generazione, chiamata a costruire “il mondo che faremo”. In questo senso, Dio è morto rappresenta uno snodo fondamentale nella poetica gucciniana della letteratura come strumento di lettura della storia. Guccini non cita Nietzsche e Ginsberg per dimostrare la propria cultura letteraria, ma perché quei testi gli permettono di nominare e interpretare un’esperienza storica che sta emergendo. Il procedimento è dunque profondamente diverso da quello della semplice citazione erudita: la letteratura e la filosofia diventano forme di conoscenza del presente. Nietzsche offre una parola per descrivere la crisi dei valori; Ginsberg offre una voce per rappresentare una generazione; Guccini combina le due prospettive e le trasforma nella voce di una generazione italiana. Il cortocircuito culturale prodotto da Dio è morto è quindi particolarmente significativo: Nietzsche, Ginsberg e la storia italiana degli anni Sessanta vengono posti sullo stesso piano interpretativo. Il filosofo tedesco fornisce la formula della crisi; il poeta americano ne traduce la dimensione esistenziale e generazionale nel linguaggio della controcultura; Guccini trasferisce quella stessa crisi nel contesto italiano, trasformandola in una canzone destinata a diventare uno dei testi più rappresentativi della contestazione giovanile. Tre epoche, tre linguaggi e tre contesti culturali vengono così messi in comunicazione. La letteratura americana, in questo caso, non viene semplicemente importata nella cultura italiana; viene tradotta, adattata e rifunzionalizzata. Allo stesso modo, Nietzsche non viene utilizzato come autorità filosofica, ma come una categoria attraverso la quale interpretare il presente. La canzone diventa così uno spazio di incontro fra filosofia, poesia, storia e memoria generazionale, si fa uno strumento di lettura della contemporaneità. La canzone non racconta semplicemente il Sessantotto che sta per arrivare; ne registra, prima ancora che il movimento si manifesti pienamente, il clima culturale, la crisi dei valori, il bisogno di ribellione e soprattutto la convinzione che dalla crisi possa nascere una nuova possibilità collettiva. In questo senso, Dio è morto non è soltanto una canzone di protesta. Per i giovani che si riconoscevano nella cultura emergente della contestazione, Dio è morto funzionò come una sorta di manifesto generazionale. Quando la canzone cominciò a circolare, fu immediatamente percepita come una delle espressioni più efficaci del clima di cambiamento che attraversava la società italiana. La RAI interpretò invece il titolo Dio è morto in maniera letterale e lo considerò blasfemo. Limitandosi al titolo e non comprendendo il contenuto complessivo della canzone, la escluse dalla programmazione radiofonica e la censurò “per blasfemia”. Radio Vaticana, invece, ne comprese il significato morale e Paolo VI considerò il testo “un lodevole esempio di esortazione alla pace e al ritorno a giusti e sani principi morali”. 9. CIRANO TRA ROSTAND E GUCCINI: LA PAROLA COME IDENTITÀ E COME OPPOSIZIONE 9.1 Rostand e la trasformazione di Cirano in Guccini Un esempio particolarmente significativo della capacità di Guccini di trasformare la letteratura in uno strumento di interpretazione del presente è rappresentato da Cirano, pubblicata nel 1996 nell’album D’amore di morte e di altre sciocchezze. Il brano si ispira al personaggio di Cyrano de Bergerac, protagonista dell’omonimo dramma di Edmond Rostand, rappresentato per la prima volta nel 1897, ma non si limita a riproporne la vicenda. Guccini assume direttamente la voce del personaggio e la trasferisce nella società contemporanea, facendo di Cirano una figura attraverso la quale esprimere una posizione etica, politica e poetica. Il personaggio teatrale diventa così una maschera attraverso cui il cantautore può parlare del proprio rapporto con la parola, con il pubblico, con il potere e con la marginalità. Nel dramma di Rostand, Cyrano è un uomo caratterizzato da viva intelligenza, una straordinaria capacità verbale, un talento poetico fuori dal comune e da un’abilità eccezionale nel duello, ma anche da una diversità fisica che egli percepisce come un ostacolo insuperabile alla realizzazione amorosa. Il lungo naso diventa il segno visibile di una condizione di esclusione: Cyrano è capace di dominare la scena attraverso la parola, ma si sente privo della possibilità di essere amato per il proprio corpo. La sua tragedia nasce dunque dalla contraddizione fra ciò che possiede interiormente e ciò che ritiene di non poter offrire esteriormente. L’amore per Rossana viene affidato alla voce di Cristiano, il giovane bello e apparentemente privo della stessa capacità espressiva, mentre Cyrano rimane nascosto dietro le parole di un altro. La scena del balcone, nella quale il protagonista parla nell’oscurità e conquista Rossana attraverso la propria eloquenza senza rivelare la propria identità, costituisce il momento più evidente di questa separazione fra corpo e linguaggio. Guccini riprende questa struttura fondamentale, ma la trasforma in una dichiarazione poetica. La figura del poeta-spadaccino diventa una voce capace di contestare i nuovi poteri; il conflitto amoroso fra Cirano, Rossana e Cristiano diventa una riflessione più generale sulla diversità, sull’identità e sul bisogno di essere riconosciuti e amati per quello che siamo. Il personaggio letterario non viene semplicemente citato, ma assunto come interlocutore e come alter ego. Cirano non è un eroe invulnerabile, ma un uomo che conosce la solitudine, il desiderio e la sconfitta, la sua figura consente a Guccini di proporre un’idea dell’intellettuale libero, non asservito al potere, che critica con la forza della parola poetica, e, nonostante tutto, non abdica al sogno. 9.2 La parola come arma: poesia, politica e critica del potere Il suo Cirano non è soltanto l’uomo che soffre per un amore impossibile: è soprattutto colui che possiede la parola e la utilizza come strumento di difesa, di denuncia e di opposizione. L’incipit della canzone, rivolto ai “signori imbellettati”, introduce immediatamente una situazione di conflitto. Il personaggio non entra in scena per chiedere di essere accolto, ma per contestare coloro che rappresentano il potere, il decoro sociale e l’autocompiacimento. La parola assume fin dall’inizio una funzione aggressiva: è una forma di combattimento che sostituisce e insieme accompagna la spada. Nel passaggio dalla scena teatrale alla canzone, la dimensione cavalleresca viene quindi trasferita nel campo della polemica civile e culturale. Il parallelismo fra penna e spada è decisivo. Nel dramma di Rostand, Cyrano è uno spadaccino capace di difendere il proprio onore attraverso il duello; nella canzone di Guccini, la penna diventa una vera e propria arma simbolica. La scrittura è presentata come un potente strumento di opposizione e di denuncia. Il poeta può colpire l’orgoglio degli avversari “vi infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio”, smascherarne l’ipocrisia e mettere in discussione la loro autorità. La parola possiede dunque una forza che non coincide con il potere istituzionale: è una forma di potere alternativa, fondata sulla capacità di nominare ciò che la società preferirebbe nascondere. La trasformazione del duello in invettiva mostra come Guccini trasferisca il conflitto di Rostand dal terreno dell’onore individuale a quello della critica sociale. La vis polemica emerge soprattutto nella dimensione politica della canzone. Cirano si rivolge ai “nuovi protagonisti”, ai “politici rampanti”, ai “portaborse” e ai rappresentanti di una società nella quale il potere sembra riprodursi attraverso il clientelismo, l’opportunismo e l’autopromozione. Il personaggio oppone alla mediocrità la propria parola, alla falsità il proprio orgoglio, al conformismo la propria capacità di sognare. La resistenza comincia dalla lingua, dal rifiuto di chiamare valore ciò che valore non è. In questa prospettiva, Cirano è anche una riflessione sul ruolo dell’intellettuale contemporaneo. L’intellettuale non è rappresentato come colui che possiede una verità definitiva o che può guidare direttamente la trasformazione della società. È piuttosto colui che mantiene aperto lo spazio della critica, che rifiuta le parole convenzionali e che impedisce al linguaggio del potere di presentarsi come l’unico linguaggio possibile. La sua funzione consiste nel denunciare la distanza fra i valori proclamati e i comportamenti reali, fra l’immagine pubblica e la sostanza morale. La figura di Cirano permette così a Guccini di mettere in scena una particolare idea dell’artista: non un individuo separato dalla storia, ma un soggetto che entra nella storia attraverso la parola. Il suo gesto poetico non è neutrale, perché implica una scelta di campo contro l’ipocrisia, l’arrivismo e la mediocrità; ma non è neppure onnipotente, perché la parola non coincide con l’azione politica e non può sostituirla. La canzone conserva quindi una tensione fra orgoglio e impotenza, fra la convinzione che la parola abbia una forza propria e la consapevolezza che essa non basti, da sola, a modificare il mondo. Il riferimento a Cirano consente inoltre a Guccini di riflettere sul rapporto fra poesia e successo. La canzone si rivolge non soltanto ai politici e ai rappresentanti dell’establishment, ma anche ai “poeti sgangherati” e agli “inutili cantanti” che hanno trasformato la parola in una merce. Il bersaglio polemico è costituito da coloro che dispongono di versi e di visibilità, ma che, secondo il giudizio del personaggio, non possiedono autentica forza morale. La contrapposizione fra “soldi e gloria” e “scorza” introduce una distinzione fra il successo esteriore e la consistenza interiore: il riconoscimento pubblico non garantisce necessariamente né il valore dell’opera né l’integrità di chi la produce. In questo senso, Cirano diventa una figura attraverso la quale Guccini difende un’idea esigente della funzione poetica, fondata sulla sincerità, sull’autonomia e sulla capacità di resistere alle convenzioni. 9.3 Diversità, sogno e identità Questa critica del successo si collega a una più ampia polemica contro l’arrivismo e il conformismo. Quando il personaggio dichiara di non sopportare “la gente che non sogna”, la contrapposizione non riguarda semplicemente chi possiede o non possiede immaginazione. Sognare significa, in questo contesto, rifiutare una vita interamente subordinata all’interesse, al prestigio e all’adattamento sociale. Il sogno rappresenta la possibilità di immaginare un ordine diverso, mentre gli “orpelli” e “l’arrivismo” indicano tutto ciò che sostituisce l’autenticità con l’apparenza. Il Cirano gucciniano è dunque anticonformista non perché si collochi al di fuori della società, ma perché rifiuta i criteri con i quali la società stabilisce il valore degli individui. La diversità fisica del personaggio “con questo naso al piede” assume, a sua volta, un significato che va oltre la vicenda amorosa. Nel dramma di Rostand, il naso è il segno di una condizione di inferiorità percepita, ma anche il tratto che rende Cyrano immediatamente riconoscibile e irriducibile. In Guccini, questa diversità diventa una metafora della posizione dell’intellettuale e dell’artista rispetto alla società. Cirano è colui che non si adegua, che non accetta di nascondere la propria eccentricità e che trasforma ciò che potrebbe essere vissuto come una debolezza in una forma di identità. Il naso, la spada e la parola costituiscono così tre aspetti della stessa figura: il corpo segnato dalla differenza, l’orgoglio che rifiuta l’umiliazione e il linguaggio che consente di reagire all’esclusione. 9.4 Rossana, la parola d’amore e il diritto all’autenticità Il rapporto con Rossana introduce però una dimensione diversa e impedisce di ridurre il personaggio a un semplice portavoce dell’invettiva. Dopo la prima parte, dominata dalla polemica contro i potenti e contro la mediocrità, la canzone si apre infatti alla confessione amorosa. Cirano riconosce di avere perduto le donne amate – “per colpa o per destino le donne le ho perdute” – e di vivere una condizione di solitudine; quando rimane solo, la rabbia si spegne e lascia spazio al dolore. È proprio in questo passaggio che la figura del poeta si rivela nella sua complessità: l’uomo capace di affrontare i nemici “giganti” attraverso la parola è anche colui che, nell’esperienza privata, si scopre fragile e vulnerabile. La forza pubblica e la debolezza privata non si escludono, ma convivono nello stesso soggetto. La parola, allora, non è soltanto un’arma contro gli altri: è anche il mezzo attraverso il quale Cirano può esprimere ciò che non riesce a dire direttamente: “a parlarle non riesco / le parlerò coi versi”. Nel rapporto con Rossana, la scrittura diventa una forma di mediazione fra il desiderio e l’impossibilità di manifestarlo. Il personaggio può parlare alla donna amata soltanto attraverso i versi, proprio come nel dramma di Rostand la sua voce raggiunge Rossana attraverso l’oscurità e attraverso la mediazione di Cristiano. La canzone conserva dunque il nucleo romantico dell’opera teatrale, ma lo rilegge in chiave metapoetica: il poeta è colui che riesce a dire l’amore proprio quando non riesce a viverlo pienamente. Il contrasto fra Cirano e Cristiano può essere letto, in questa prospettiva, come una contrapposizione fra parola e apparenza. Cristiano possiede la bellezza del corpo, ma non la capacità di esprimere il sentimento; Cirano possiede la parola, ma non si ritiene degno di essere amato a causa della propria diversità fisica. Il problema non è soltanto che la società privilegia la bellezza rispetto all’intelligenza, ma che l’individuo interiorizza i criteri sociali del valore e finisce per giudicarsi attraverso di essi. Cirano è escluso anche perché ha assimilato l’idea secondo cui il corpo costituisce la condizione preliminare dell’amore (un po’ come la Saffo leopardiana “virtù non luce in disadorno ammanto”). La sua liberazione passa quindi attraverso il riconoscimento di un valore diverso, fondato sulla possibilità di essere amato “come sono”. In questo senso, il finale della canzone è particolarmente importante. La richiesta di essere amato nella propria autenticità non rappresenta un semplice lieto fine sentimentale, ma una vera e propria dichiarazione di principio. Il personaggio non chiede di diventare diverso, di correggere il proprio corpo o di adeguarsi alle aspettative altrui; chiede che la propria identità venga riconosciuta nella sua interezza e amata. La conclusione privata risponde alla polemica pubblica: contro una società fondata sull’apparenza, sull’arrivismo e sul successo, Cirano afferma il diritto a essere riconosciuto per ciò che è. 10. DON CHISCIOTTE: UTOPIA, REALTÀ E MEMORIA DELLA SCONFITTA 10.1 Cervantes: Don Chisciotte e l’utopia Lo stesso procedimento di riscrittura letteraria ritorna in Don Chisciotte, pubblicata nell’album Stagioni del 2000. Se in Cirano Guccini assume la voce di un personaggio teatrale per riflettere sulla parola, sulla diversità e sul ruolo dell’intellettuale, in Don Chisciotte sceglie una delle figure più celebri della letteratura occidentale per interrogare il rapporto fra ideale e realtà, fra immaginazione e concretezza, fra aspirazione alla giustizia e consapevolezza della propria impotenza. Anche in questo caso il personaggio di Cervantes non viene semplicemente citato: viene riattivato e trasferito nel presente. Il cavaliere della Mancia diventa infatti una figura attraverso la quale Guccini può parlare del proprio tempo e, più precisamente, della difficoltà di conservare un ideale in una società nella quale prevalgono il disincanto, il pragmatismo e la convinzione che ogni tentativo di trasformazione sia destinato al fallimento. Il riferimento a Cervantes è immediatamente dichiarato dal protagonista stesso, che apre la canzone presentandosi come un uomo che ha letto “millanta storie di cavalieri erranti / di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti”. Il rapporto con la letteratura è dunque inscritto direttamente nella costruzione del personaggio: Don Chisciotte è diventato ciò che è anche attraverso i libri che ha letto. La sua follia nasce precisamente dalla sovrapposizione fra il mondo della letteratura cavalleresca e il mondo reale. Ma Guccini introduce una modifica decisiva rispetto alla tradizionale interpretazione del personaggio: non presenta la lettura come una fuga dalla realtà, bensì come ciò che rende intollerabile l’ingiustizia della realtà stessa. Don Chisciotte non può più limitarsi a rimanere “chiuso” fra i libri perché ciò significherebbe accettare passivamente la sofferenza che lo circonda. La letteratura, dunque, non conduce all’evasione: produce una forma di responsabilità nei confronti del mondo e assume un significato quasi militante. Il protagonista stesso dichiara di avere costruito il proprio immaginario attraverso le storie dei cavalieri erranti. I libri, dunque, non sono soltanto un patrimonio culturale: hanno prodotto un modo di guardare il mondo. È proprio perché Don Chisciotte ha letto quelle storie che non riesce ad accettare passivamente l’ingiustizia. La lettura genera un’aspettativa etica nei confronti della realtà. Da questo punto di vista, Guccini propone implicitamente un’idea molto alta della funzione della letteratura: leggere significa anche imparare a immaginare ciò che il mondo potrebbe essere. È questo il punto nel quale la figura di Don Chisciotte si collega direttamente alla poetica gucciniana della letteratura come strumento di interpretazione e azione nella Storia. Il protagonista riconosce che “nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia”, ma proprio questa consapevolezza lo induce ad agire. La formulazione è significativa perché colloca la vicenda cavalleresca di Cervantes nel presente: il problema non è più soltanto quello dei mulini a vento o dei cavalieri erranti, ma quello di un mondo contemporaneo nel quale l’ingiustizia continua a esistere. Il passato letterario diventa quindi una lente attraverso la quale osservare il presente. Don Chisciotte non appartiene più soltanto alla Mancha di Cervantes: è un individuo contemporaneo che si domanda se sia ancora possibile opporsi all’ingiustizia. 10. 2. L’ingiustizia e il valore della sconfitta La risposta del personaggio è volutamente paradossale: proprio perché “non abbiamo più” cavalieri capaci di combattere i prepotenti, diventa necessario un nuovo slancio ideale “generoso”, anche se questo dovesse apparire come un “sogno matto”. Il sogno, qui, non è sinonimo di evasione dalla realtà, è invece ciò che permette di immaginare una realtà diversa da quella esistente. L’apparente follia di Don Chisciotte acquista quindi un valore etico: egli sa, o almeno intuisce, che il mondo non corrisponde all’immagine ideale che porta dentro di sé, ma rifiuta di considerare questa distanza una ragione sufficiente per rinunciare all’azione. È precisamente questa la forza del personaggio: l’ideale può essere irrealizzabile senza per questo essere inutile. Don Chisciotte può essere sconfitto nella dimensione pratica, può confondere i mulini con giganti, le “pecore indifese “con “un esercito di Mori”, e può subire continuamente le conseguenze della propria ingenuità; tuttavia, dal punto di vista etico, la sua sconfitta non coincide con il fallimento. Se il valore di un’azione fosse determinato esclusivamente dal suo risultato, ogni tentativo di modificare una realtà ingiusta sarebbe destinato a essere giudicato inutile quando non producesse immediatamente il risultato sperato. Guccini, rispondendo agli incalzanti interrogativi del “realista” Sancho, introduce invece una concezione diversa dell’impegno: ciò che conta è anche la capacità di mantenere vivo un principio, persino quando le condizioni storiche sembrano renderne impossibile la realizzazione. In questo passaggio il personaggio letterario diventa uno strumento per formulare una domanda politica: che cosa accade quando una società smette di credere nella possibilità di cambiare se stessa? La risposta di Don Chisciotte è radicale: anche quando l’impresa appare folle, non bisogna scegliere l’immobilità. 10.3. Sancho e Don Chisciotte: idealismo e realismo Il personaggio di Sancho Panza svolge, in questo senso, una funzione essenziale. Non è semplicemente la caricatura dell’uomo pragmatico contrapposto al folle idealista. Sancho rappresenta il principio del realismo, della concretezza e della sopravvivenza quotidiana. La sua prospettiva è quella di chi osserva le conseguenze materiali delle imprese del padrone: i calci ricevuti, la fame, la mancanza di una direzione concreta e soprattutto la sproporzione fra gli ideali di Don Chisciotte e ciò che effettivamente accade. Quando si definisce “più realista” e dichiara di accontentarsi di un castello, Guccini costruisce un’ironia che impedisce di trasformare il conflitto fra i due personaggi in una semplice opposizione fra bene e male. Sancho, infatti, non è semplicemente il personaggio “sbagliato”. Il suo buon senso ha una funzione necessaria: ricorda continuamente al folle Don Chisciotte che gli ideali devono confrontarsi con la realtà. Ma, contemporaneamente, Don Chisciotte, interpreta la realtà attraverso categorie che non le corrispondono, rivela qualcosa che il realismo di Sancho non riesce completamente a vedere e fa capire al suo “scudiero” che una realtà priva di ideali rischia di diventare semplicemente l’accettazione dell’esistente. Il cavaliere vede un mondo nel quale potrebbe esistere la giustizia perché rifiuta di considerare l’ingiustizia come una condizione naturale e definitiva. La sua illusione diventa quindi una forma di critica: vedere il mondo diversamente significa anche rendere visibile ciò che il mondo reale ha normalizzato. I due personaggi formano così una coppia dialettica: l’uno impedisce all’altro di essere completamente autosufficiente. Senza Sancho, l’idealismo rischierebbe di trasformarsi in pura follia; senza Don Chisciotte, il realismo rischierebbe di trasformarsi in rassegnazione. La dialettica fra i due viene resa esplicita dalla struttura stessa della canzone, costruita come un dialogo nel quale le due voci si alternano. La scelta di affidare la parte di Don Chisciotte a Guccini e quella di Sancho a Juan Carlos Biondini “Flaco” rafforza ulteriormente questa dimensione teatrale e permette di trasformare il conflitto filosofico fra idealismo e realismo in un confronto concreto fra due voci. Non siamo quindi di fronte a una narrazione tradizionale in terza persona: il personaggio parla direttamente e si presenta attraverso le proprie parole, proprio come accadeva in Cirano. Guccini fa di Don Chisciotte il suo alter ego e costruisce ancora una volta un io letterario attraverso il quale esprimere una posizione sul presente. 10.4. Don Chisciotte e Cirano: due figure dell’outsider La scelta di Don Chisciotte è particolarmente significativa perché il personaggio possiede una caratteristica che lo avvicina profondamente a molti altri protagonisti della poetica gucciniana: è un outsider. Non riesce a coincidere con il mondo nel quale vive perché continua a giudicarlo sulla base di un sistema di valori che il mondo stesso non riconosce più. La sua marginalità non nasce dunque soltanto dalla follia, ma dalla distanza fra ciò che egli considera giusto e ciò che la società considera normale. In questo senso, Don Chisciotte è vicino sia a Cirano sia ad altre figure gucciniane: tutti condividono, in forme differenti, l’impossibilità di adattarsi completamente alla realtà senza tradire una parte fondamentale di sé. Il parallelismo con Cirano è particolarmente evidente nel rapporto con la parola. Cirano combatte attraverso la lingua; Don Chisciotte attraverso l’azione. Il primo dispone della parola come arma, il secondo trasforma la parola in promessa e in impegno. Quando dichiara di voler “colpire con la mia lancia” l’ingiustizia, il personaggio non sta semplicemente descrivendo un’avventura cavalleresca: sta formulando un programma etico. La lancia di Don Chisciotte diventa, nella riscrittura gucciniana, il corrispettivo simbolico della penna di Cirano. Entrambi combattono contro ciò che percepiscono come ingiusto, ma entrambi devono confrontarsi con i limiti della propria efficacia. Questo confronto permette di precisare ulteriormente l’idea gucciniana dell’intellettuale. Se Cirano rappresenta colui che dispone della parola ma non del potere, Don Chisciotte rappresenta colui che dispone dell’ideale ma non della forza e dei mezzi necessari per realizzarlo pienamente. Guccini non costruisce eroi invincibili; sceglie personaggi che continuano a combattere pur sapendo, implicitamente o esplicitamente, di poter essere sconfitti. Questa è precisamente la ragione per cui Don Chisciotte diventa una figura della resistenza all’esistente. Resistere non significa necessariamente vincere; significa rifiutare l’idea che ciò che esiste sia anche ciò che necessariamente deve esistere. L’utopia svolge allora una funzione critica: anche quando non può essere realizzata integralmente, permette di misurare la realtà con un criterio diverso e di individuarne le contraddizioni. La storia gucciniana non coincide con quella dei vincitori. Al contrario, tende spesso a concentrarsi sui marginali, sui perdenti, sui ribelli e su coloro che hanno tentato di modificare il corso degli eventi senza necessariamente riuscirci. Il valore della loro esperienza non dipende soltanto dall’esito finale, ma dalla scelta di non accettare passivamente ciò che appariva inevitabile. In La locomotiva (1972), per esempio, il protagonista è un ferroviere anarchico che tenta un gesto estremo contro l’ordine sociale e va incontro alla sconfitta e alla morte. Significativamente, Guccini apre il racconto proprio sottolineando l’anonimato del personaggio: “Non so che viso avesse, / neppure come si chiamava”, per poi sostituire alla conoscenza documentaria la costruzione di un’immagine mitica: “gli eroi son tutti giovani e belli”. Il gesto del protagonista nasce inoltre da una precisa esperienza di disuguaglianza sociale. Il treno di lusso che quotidianamente passa davanti alla sua stazione diventa il simbolo di una società divisa fra privilegiati e lavoratori: egli vede “un treno pieno di signori”, mentre pensa al “magro giorno” della propria gente. La decisione di agire viene quindi ricondotta a una “rabbia antica” e alle “generazioni senza nome”: l’individuo non è soltanto un ribelle isolato, ma diventa il punto di condensazione di una più ampia esperienza collettiva di esclusione. La sconfitta concreta dell’azione, tuttavia, non coincide con l’annullamento del suo significato. Il racconto storico registra la fine della corsa “la storia ci racconta come finì la corsa” e il fallimento dell’impresa; la canzone, invece, ne conserva e ne rilancia il valore simbolico. È significativo che, nell’ultima parte, Guccini abbandoni il piano della semplice ricostruzione storica e introduca esplicitamente quello della memoria collettiva: “a noi piace pensarlo ancora” mentre la locomotiva continua a correre “contro l’ingiustizia”. La formula “a noi piace pensarlo ancora” è decisiva: il protagonista non viene ricordato perché abbia vinto, ma perché il suo gesto continua a offrire un’immagine della possibilità di ribellarsi all’esistente. In questa prospettiva, anche figure letterarie come Don Chisciotte e Cirano possono essere ricondotte alla stessa costellazione. Il valore della loro esperienza, dunque, non dipende soltanto dall’esito finale, ma dalla scelta di non accettare passivamente ciò che appariva inevitabile. È questo uno dei punti di contatto più significativi fra la poetica letteraria e quella storica di Guccini: tanto i personaggi della letteratura quanto le figure della storia diventano strumenti attraverso i quali interrogare il rapporto fra individuo e potere, fra ideale e realtà, fra sconfitta e memoria. La canzone non modifica retroattivamente l’esito degli eventi, ma può modificare il modo in cui quegli eventi vengono ricordati. In questo senso, raccontare i perdenti significa sottrarre la storia alla sola logica della vittoria e restituire dignità anche a chi, pur avendo perso, aveva scelto di non arrendersi. 11. ODYSSEUS: LA BIBLIOTECA DENTRO IL VIAGGIO 11.1 Una biblioteca in movimento: le fonti di Odysseus Odysseus rappresenta probabilmente uno dei punti più complessi dell’intero sistema intertestuale gucciniano. Pubblicata nell’album Ritratti (2004), la canzone si presenta infatti come una vera e propria dichiarazione di poetica: il sottotitolo recita “con ringraziamenti e scuse a Omero, Dante, Foscolo, C. Kavafis, J. C. Izzo, A. Prandi”, rendendo esplicita la fitta rete di riferimenti letterari sulla quale il testo è costruito. Non si tratta infatti di una semplice lista, ma una biblioteca mobile e stratificata che caratterizza la scrittura di Guccini: una biblioteca nella quale il canone classico e quello moderno convivono con letture personali e persino con riferimenti appartenenti alla sfera familiare. In un’intervista rilasciata a Vincenzo Mollica in occasione dell’uscita di Ritratti nel 2004 (https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=62106&lang=it&noimg=1&printpreview=1&utm), Guccini chiarì infatti la diversa natura dei propri debiti: Omero è all’origine delle “concavi navi dalle vele nere”, Dante del “folle volo”, Foscolo della “petrosa isola”, mentre Kavafis interviene soprattutto nella parte finale del viaggio; Jean-Claude Izzo gli aveva fornito “alcune impressioni sulla vita marinara»”, mentre Alberto Prandi, suo cugino, aveva scritto diverse poesie dedicate ai personaggi dell’Odissea. La presenza di Izzo e Prandi è particolarmente significativa proprio perché amplia la nozione di intertestualità oltre il rapporto con i grandi autori della tradizione. Jean-Claude Izzo (1945–2000), scrittore francese legato a Marsiglia e alla cultura mediterranea, rappresenta infatti una modernizzazione dell’immaginario del viaggio: il mare non è più soltanto lo spazio mitico dell’epica, ma anche un luogo concreto di partenze, approdi, attraversamenti, identità e marginalità. Con il riferimento ad Alberto Prandi, cugino del cantautore, la biblioteca di Guccini esce definitivamente dai confini del canone letterario e diventa anche biblioteca privata, affettiva e familiare. Omero e Dante, Foscolo e Kavafis convivono così con una voce appartenente alla cerchia personale dell’autore: la tradizione non viene soltanto ereditata dai grandi testi della cultura occidentale, ma anche trasmessa attraverso relazioni, letture condivise e memorie individuali. È un dettaglio apparentemente marginale, ma decisivo per comprendere la natura della scrittura di Guccini: la sua biblioteca non è un catalogo gerarchico di autorità letterarie, bensì un archivio in continuo movimento nel quale canone, contemporaneità e memoria privata possono occupare lo stesso spazio. È proprio a partire da questa pluralità di voci che va letto Odysseus. La canzone non si limita infatti a ripercorrere l’Odissea omerica, ma costruisce un Odisseo composito, nel quale confluiscono l’eroe antico, l’Ulisse dantesco, l’esule foscoliano, il viaggiatore di Kavafis e la moderna sensibilità mediterranea filtrata attraverso Izzo. A questi riferimenti si aggiunge la dimensione personale rappresentata da Prandi. Il viaggio di Odisseo diventa così anche il viaggio attraverso una biblioteca: non un percorso lineare dalla fonte all’imitazione, ma una successione di incontri, reminiscenze, sovrapposizioni e trasformazioni. 11.2. Omero: la patria, il mare e il desiderio della partenza Da qui prende avvio la complessa riscrittura gucciniana dell’eroe omerico. L’elenco degli autori a cui il Maestrone si dice debitore rende esplicita la natura stratificata del testo e suggerisce che l’Odisseo gucciniano non possa essere ricondotto a un’unica fonte. La sua identità nasce piuttosto dall’intreccio di diverse tradizioni, che il cantautore riunisce e rielabora all’interno di sette strofe di endecasillabi a rima alternata. La forma metrica, a sua volta, colloca una materia profondamente contemporanea entro un orizzonte poetico che dialoga con la tradizione italiana e con la dizione dell’epica. L’Odisseo di Guccini non è dunque semplicemente un personaggio della mitologia classica: è il risultato di una lunga storia di riscritture e porta con sé, come una vera “biblioteca mobile”, le diverse interpretazioni che la letteratura ha costruito intorno alla sua figura. Il punto di partenza è naturalmente l’Odissea omerica, come il titolo greco della canzone rende subito evidente. L’Odisseo di Omero è innanzitutto l’eroe del nostos, del ritorno: dopo la guerra di Troia, il suo lungo viaggio attraverso il Mediterraneo è orientato verso Itaca, la patria, la moglie Penelope e il figlio Telemaco. Il mare costituisce lo spazio della prova, dell’errore e dell’avventura, ma anche ciò che separa l’eroe dalla propria casa. Guccini conserva questo nucleo originario, ma lo sottopone immediatamente a una significativa trasformazione. Il suo Odisseo dichiara infatti “non appartenevo al mare”, e si presenta attraverso immagini legate alla terra e alla cultura contadina: l’“anima mia che è contadina” è associata all’“aratro”, al “frumento”, al “vino” e all’”olio”. Prima ancora di essere il navigatore, dunque, l’Odisseo gucciniano è un uomo radicato in una terra dalla quale tuttavia sente progressivamente il bisogno di allontanarsi. Questa caratterizzazione richiama, per contrasto, la descrizione omerica di Itaca. Nell’Odissea l’isola è definita τραχεῖα cioè aspra, scabra, accidentata, in Odissea IX, 27 e XIII, 242. L’epiteto non coincide letteralmente con l’espressione gucciniana “isola petrosa” (di cui tratteremo poco più avanti), ma ne costituisce un antecedente semantico significativo. L’Itaca omerica è infatti una terra aspra, poco adatta ai cavalli, ma al tempo stesso fertile e capace di nutrire i propri abitanti. La descrizione insiste sulla presenza di pascoli, capre, coltivazioni e alberi: un paesaggio nel quale la dimensione rurale non è un elemento secondario, ma parte integrante dell’identità dell’isola. Guccini riprende questo immaginario attraverso una serie di immagini concrete: “ulivi e armenti”, “aratro e frumento”, “vino e olio”. Non si tratta di semplici dettagli paesaggistici, ma di elementi che contribuiscono a definire la patria e, insieme, il soggetto che la abita. L’espressione “l’anima mia che è contadina” costituisce, in questo senso, una delle principali trasformazioni operate dal cantautore. L’eroe antico viene trasferito dalla dimensione mediterranea dell’epica a un universo rurale che richiama la sensibilità autobiografica e provinciale di Guccini. L’Ulisse moderno non è quindi un uomo privo di radici: è, al contrario, colui che parte proprio perché possiede una terra da cui allontanarsi e alla quale continuare a appartenere attraverso la memoria. Anche il riferimento al vino e all’olio assume una funzione precisa. Nell’Odissea essi appartengono al mondo materiale dell’ospitalità e dei banchetti; in Guccini diventano invece gli “ori” del protagonista. La ricchezza non è rappresentata dal possesso di metalli preziosi o di tesori conquistati durante il viaggio o presi come bottino di guerra, ma dai prodotti della terra. Il cantautore sostituisce così all’immaginario eroico della conquista una concezione della ricchezza fondata sul lavoro, sulla fertilità e sull’appartenenza comunitaria. L’Odisseo gucciniano è, prima di tutto, un uomo che riconosce il valore della propria origine contadina. Questa tensione fra appartenenza e partenza costituisce uno dei nuclei fondamentali della canzone. L’orizzonte produce continuamente un altro orizzonte: il monte che si trova al di là del primo, l’isola che si intravede oltre un’altra isola, il mare che sembra invitare a una navigazione senza termine. Guccini trasforma così il viaggio da semplice percorso geografico in una condizione esistenziale: l’uomo parte non soltanto perché desidera raggiungere una meta, ma perché ciò che non conosce esercita su di lui una forza irresistibile. In questo senso, l’Odisseo gucciniano si allontana dall’eroe esclusivamente omerico e si avvicina alla figura elaborata da Dante nel canto XXVI dell’Inferno. 11.3. Dante: il folle volo e il superamento del limite Il passaggio da Omero a Dante comporta infatti una trasformazione radicale del significato del viaggio. L’Ulisse dantesco non è più principalmente l’uomo del ritorno a Itaca: è l’uomo che, una volta raggiunto il limite conosciuto, decide di oltrepassarlo. Dopo aver superato le colonne d’Ercole, con la “oraccion piccola” persuade i compagni a proseguire il viaggio attraverso il celebre richiamo alla “virtute e canoscenza” (Inferno, XXVI, 120). Il viaggio diventa così ricerca, esperienza, conoscenza del mondo e superamento dei limiti imposti all’uomo. Ma proprio questa aspirazione conduce al “folle volo” e al naufragio. L’Ulisse dantesco è quindi una figura ambivalente: la sua grandezza consiste nella tensione verso ciò che ancora non conosce, ma questa stessa tensione può trasformarsi in hybris e condurlo alla rovina. Guccini riprende esplicitamente questa immagine quando fa dire al proprio Odisseo di aver trasformato “i remi […] in ali al folle volo”, riprendendo l’immagine dantesca di Inferno XXVI, 125. Il riferimento è troppo preciso per essere considerato un semplice richiamo ornamentale. Guccini assume la concezione dantesca del viaggio come superamento del limite e la trasferisce in una dimensione esistenziale moderna. Il “folle volo” non rappresenta più soltanto la colpa di chi oltrepassa un confine proibito: diventa la condizione di chi non riesce ad accettare come definitivo il mondo che gli è stato consegnato. L’Odisseo gucciniano è dunque colui che continua a cercare perché non si accontenta dell’orizzonte già conosciuto. Il lessico della navigazione contribuisce a rendere riconoscibile questa matrice epica. L’espressione “concavi navi” richiama infatti la formula omerica κοῖλαι νῆες, cioè le “navi cave” o “concave”, una delle formule ricorrenti della dizione dell’Iliade e dell’Odissea. L’aggettivo κοῖλος, “cavo” o “concavo”, rinvia alla forma dello scafo e caratterizza la nave come elemento tipico dell’epica. Allo stesso modo, il riferimento alle “vele nere” richiama le formule omeriche relative alle navi scure, spesso designate attraverso espressioni come νῆες μέλαιναι, “navi nere”. Guccini non si limita dunque a nominare le navi: ne recupera una caratterizzazione lessicale che conserva, all’interno dell’italiano moderno, qualcosa della dizione formularia dell’epos. La scelta di parlare di “concavi navi dalle vele nere” è significativa anche per un’altra ragione. Il cantautore inserisce un frammento di linguaggio epico in una canzone che, al tempo stesso, mette in discussione l’identità eroica di Odisseo. Il protagonista dichiara infatti di non appartenere al mare: il lessico tradizionale della navigazione viene così pronunciato da un uomo che non si presenta come navigatore per natura, ma come individuo costretto o spinto a diventarlo da “Dei di Olimpo e umana gente”. L’effetto è quello di una doppia operazione: da un lato, Guccini evoca immediatamente l’universo omerico; dall’altro, lo trasforma in una metafora della condizione moderna. Anche la triade asindetica “timone, vela, remo” appartiene a questo processo. I tre elementi ricostruiscono concretamente il lessico della navigazione antica e richiamano le numerose scene dell’Odissea nelle quali i marinai governano la nave, remano, issano le vele e cercano di orientarsi nel mare. Tuttavia, nel testo gucciniano, tali oggetti compaiono soprattutto in relazione alla memoria. Il vecchio Odisseo non conserva più un’immagine perfettamente ordinata del proprio viaggio: i nomi, gli incontri e gli strumenti della navigazione si sovrappongono e si confondono. Il lessico epico, dunque, non serve soltanto a ricostruire l’avventura, ma anche a rappresentare la sua progressiva trasformazione in ricordo. Il viaggio finisce per coinvolgere anche la memoria: Odisseo attraversa il proprio passato e incontra nuovamente le figure della tradizione omerica — Nausicaa, le Sirene, Circe, Calipso, Polifemo — ma queste esperienze appaiono ormai lontane, quasi indistinte. Il tempo ha trasformato l’esperienza in racconto e il racconto in leggenda. Il riferimento all’ “Orsa” e al “nord della Polare” richiamano l’orientamento attraverso le stelle della navigazione antica, ma la presenza della stella Polare introduce anche un elemento di riflessione sul bisogno umano di trovare una direzione. In una canzone nella quale il viaggio appare continuamente esposto all’incertezza, le stelle rappresentano il tentativo di individuare un ordine nel movimento. La stessa funzione è svolta dal riferimento al destino: Guccini presenta il proprio Odisseo come un uomo che procede “come spinto dal destino, / verso la guerra e verso l’avventura”. Il concetto è profondamente radicato nell’universo omerico, nel quale il rapporto fra volontà individuale, intervento divino e necessità costituisce uno dei nuclei fondamentali della narrazione. Guccini traduce questa concezione greca in una formula moderna. Il viaggio non è presentato come il risultato di una libertà assoluta, ma come l’intreccio di desiderio e necessità. Odisseo parte perché vuole partire, ma anche perché è spinto da eventi, circostanze, dèi e paure. La canzone insiste così sulla tensione fra libertà e destino: l’individuo non sceglie interamente le condizioni della propria esistenza, ma costruisce la propria identità attraverso il modo in cui risponde a ciò che gli accade. La formula “verso una guerra, verso l’avventura” condensa inoltre i due grandi nuclei dell’epopea omerica: la guerra di Troia iliadica, da cui prende avvio la vicenda di Odisseo, e il lungo itinerario di prove e incontri che costituisce il contenuto principale dell’Odissea. In poche parole, Guccini riunisce la biografia mitica dell’eroe: la guerra, il viaggio, il pericolo, la perdita e il ritorno. Ma la presenza di questi elementi non produce una semplice sintesi narrativa, essi vengono selezionati e ricomposti per costruire un personaggio che vive il viaggio come una condizione permanente dell’esistenza. 11.4. Foscolo e Kavafis: patria, esilio e senso del viaggio Accanto a Omero e Dante emerge poi la presenza di Ugo Foscolo. Il riferimento all’ “isola petrosa” richiama A Zacinto, dove l’isola natale di Foscolo, Zacinto, è definita “petrosa” e viene ricordata proprio attraverso la figura di Ulisse, l’eroe classico che, a differenza del poeta, eroe romantico, riuscirà a tornare alla propria patria dopo il lungo viaggio. Il confronto con Foscolo introduce nella canzone una dimensione ulteriore: quella della nostalgia, dell’esilio e del rapporto fra identità e luogo d’origine. L’isola non è più soltanto il punto di partenza o di arrivo di un viaggio, ma diventa il luogo della memoria. Partire significa allontanarsi fisicamente da uno spazio che, tuttavia, continua a vivere dentro chi lo ha lasciato. L’Itaca gucciniana, come quella foscoliana, è dunque contemporaneamente patria e distanza, origine e nostalgia. È proprio questa dialettica fra radicamento e movimento a rendere particolarmente significativo l’Odisseo di Guccini. Il suo eroe è attaccato patria e il nostos acquista significato proprio perché esiste una terra alla quale appartenere. Ma la patria non è sufficiente a esaurire l’esperienza dell’individuo. L’identità nasce dalla tensione fra ciò che si conosce e ciò che ancora deve essere conosciuto, fra il luogo d’origine e il desiderio di oltrepassarlo. In questo senso, l’Odisseo gucciniano può essere letto anche come una figura dello stesso Guccini: un uomo profondamente legato ai luoghi dell’infanzia e alla provincia, ma contemporaneamente spinto dalla necessità di attraversare altri mondi, altre culture e altre esperienze. A modificare ulteriormente questa concezione del viaggio interviene il poeta neogreco di inizio Novecento, Kostantinos Kavafis. Nella poesia Itaca, il significato dell’itinerario viene infatti rovesciato rispetto alla concezione tradizionale del nostos. Itaca rimane la meta del viaggio, ma il suo valore consiste soprattutto nell’aver reso possibile il viaggio stesso. Kavafis invita il viaggiatore a desiderare un percorso lungo, ricco di esperienze, conoscenze e incontri: “Quando ti metterai inviaggio per Itaca / devi augurarti che la strada sia lunga, / fertile in avventure e in esperienze”, ciò che conta non è semplicemente arrivare, ma ciò che accade durante il tragitto. La meta, in altre parole, è necessaria perché il viaggio possa iniziare, ma non costituisce necessariamente il suo significato ultimo: “Itaca ti ha dato il bel viaggio, /senza di lei mai ti saresti messo in viaggio: / che cos’altro ti aspetti?”. È precisamente questa idea che Guccini sembra fare propria quando trasforma il viaggio in un processo continuo di conoscenza e reinvenzione. Nel suo Odisseo, ogni esperienza modifica il viaggiatore e ogni “incontro” contribuisce a “ridisegnare” la sua percezione del “mondo”. Il viaggio non conduce dunque verso una conoscenza definitiva, ma produce una conoscenza sempre provvisoria, destinata a essere nuovamente messa in discussione. In questo senso, l’Odisseo di Guccini è più vicino al viaggiatore di Kavafis che all’eroe che semplicemente aspira a recuperare la propria condizione originaria: Itaca non è la soluzione del viaggio, ma la condizione che gli conferisce un senso: “fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso / gia’ tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare”. 11.5. Dalla biblioteca al mito: la memoria dell’eroe e la poetica gucciniana La sovrapposizione di questi modelli produce una figura di Odisseo profondamente diversa da quella di ciascuna delle sue fonti. Da Omero Guccini eredita il motivo del ritorno e il legame con la patria; da Dante quello della conoscenza e del superamento del limite; da Foscolo la nostalgia dell’isola e il rapporto fra viaggio e identità; da Kavafis la concezione del percorso come esperienza il cui valore risiede più nel viaggio che nella meta. La biblioteca gucciniana non funziona dunque per semplice accumulazione: ogni autore modifica il precedente e contribuisce a costruire un Odisseo nuovo. Questa dimensione metapoetica diventa particolarmente importante nella parte conclusiva della canzone. L’Odisseo di Guccini non sopravvive soltanto perché ha viaggiato, ma perché qualcuno, un Omero cieco, ha raccontato il suo viaggio: “solo leggende perse nella notte / perenne di chi un giorno mi ha cantato / donandomi però un’eterna vita”. Il personaggio omerico è diventato, attraverso Dante, Foscolo, Kavafis e innumerevoli altre riscritture, una figura letteraria continuamente reinventata. Quando Guccini riprende il mito, dunque, non racconta soltanto la storia di un eroe: racconta anche la storia della sua trasmissione attraverso la letteratura. Odysseus costituisce pertanto uno degli esempi più compiuti della “biblioteca mobile” gucciniana. La tradizione non viene conservata come un patrimonio immobile, ma rimessa continuamente in movimento: Omero conduce a Dante, Dante a Foscolo, Foscolo a Kavafis, e tutti confluiscono nella voce di un cantautore contemporaneo. Il passato letterario non viene semplicemente ricordato, ma riattivato per interpretare il presente. È proprio in questo movimento fra epoche, testi e identità che la letteratura gucciniana diventa storia: non una storia fatta soltanto di eventi, ma una storia delle idee, delle esperienze e delle forme attraverso cui gli uomini hanno cercato di dare un significato al proprio viaggio. 12. UNA BIBLIOTECA MOBILE IN FORMA DI CANZONE La canzone gucciniana nasce dall’incontro fra una formazione profondamente letteraria, un’attenzione costante alla dimensione storica e una specifica disposizione alla memoria. Libri, personaggi, vicende storiche e biografie individuali entrano nel testo non come semplici riferimenti culturali, ma come strumenti attraverso i quali leggere l’esperienza contemporanea e attribuire significato alle contraddizioni del proprio tempo. Da questo punto di vista, la biblioteca occupa nella poetica di Guccini una funzione che supera quella dell’erudizione. Essa costituisce un vero e proprio archivio attraverso il quale il cantautore seleziona, conserva e riattiva forme di esperienza appartenenti a epoche diverse. Anche la dimensione autobiografica assume una funzione specifica. Il ricordo personale non costituisce semplicemente una materia privata, ma diviene un dispositivo attraverso cui entrare in rapporto con processi storici e culturali più ampi. La provincia, l’infanzia, i luoghi della formazione, i viaggi e le esperienze individuali diventano punti di osservazione privilegiati sul cambiamento sociale. La memoria individuale e quella collettiva non risultano quindi contrapposte: la prima costituisce spesso la soglia attraverso cui la seconda viene resa percepibile. È dunque possibile leggere l’intero percorso analizzato come una progressiva ridefinizione del rapporto fra parola, storia e memoria. La parola poetica non pretende di offrire formule definitive sul reale; al contrario, conserva nel proprio interno il dubbio, la contraddizione e la consapevolezza della distanza fra ciò che si vorrebbe dire e ciò che è possibile dire. La letteratura offre tuttavia gli strumenti per attraversare questa distanza: attraverso la citazione, la riscrittura, il racconto storico e il recupero della memoria individuale, Guccini costruisce una forma di conoscenza non sistematica ma narrativa, nella quale il passato continua a interrogare il presente. In questa prospettiva, le canzoni del Maestrone si configurano come un particolare dispositivo di memoria culturale: rendono nuovamente disponibili testi e figure della tradizione, ma anche eventi e soggetti marginalizzati dalle narrazioni dominanti; li sottrae all’oblio e, nello stesso tempo, li sottopone a una nuova interpretazione. La “biblioteca” di Guccini può essere intesa, in conclusione, come un archivio dinamico, nel quale continua è la circolazione fra passato e presente, esperienza e memoria, letteratura e storia che si colloca una delle caratteristiche più rilevanti della poetica gucciniana: la capacità di fare della canzone non soltanto uno spazio di espressione personale, ma un luogo di conservazione, trasmissione e interrogazione critica della memoria culturale. [1] M. Zuppi, L’eco di un controcanto ironico, “L’Osservatore Romano”, 13 agosto 2026. [2] P. Jachia, Francesco Guccini. 40 anni di storie, romanzi, canzoni, Roma, Editori Riuniti, 2002. [3] Cfr. Francesco Guccini: musica, parola, memoria e storia italiana, Passerino Editore (consultato il 27 agosto 2026). [4] C. Giusberti, Il critico Bertoni: “Leggete i versi di Guccini, sono vere poesie”, “La Repubblica”, 7 agosto 2026. [5] N. Ferrara, «Musica parolabile, parole musicabili»: echi e suggestioni letterarie nel canzoniere di Francesco Guccini, Rossocorpolingua, Anno IV, Numero 3, Settembre 2021, p. 49-58. The post Guccini, la biblioteca cantata first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Guccini, la biblioteca cantata sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 5, 2026
Popoff Quotidiano
La sinistra e la seduzione dell’intelligenza artificiale
APPROPRIARSI DELL’IA GENERATIVA? LE PERICOLOSE ILLUSIONI DI QUESTA POSIZIONE STRATEGICA IN UN DIBATTITO FONDAMENTALE  Romaric Godin su Mediapart È una delle sfide più importanti del nostro tempo per coloro che rivendicano l’appartenenza al campo dell’emancipazione. Una sfida che dovrebbe essere oggetto di un ampio dibattito teorico e strategico e che si potrebbe sintetizzare semplicemente con questa domanda: cosa fare dell’intelligenza artificiale generativa (IAG)? Il dibattito è urgente, poiché questa nuova tecnologia sta per ridefinire le condizioni della produzione di valore nel capitalismo contemporaneo. Anche se l’attuale bolla finanziaria finirà per scoppiare, cosa su cui non vi sono dubbi, la tecnologia, dal canto suo, rimarrà e si radicherà (il processo è già ampiamente in corso) nella vita quotidiana degli esseri umani poiché quest’ultima è determinata, nel capitalismo, dalla merce. Di fronte a questa emergenza, nel campo di coloro che intendono combattere l’attuale organizzazione sociale capitalista si possono individuare, per semplificare, tre posizioni. La prima potrebbe essere sintetizzata come la volontà di domare l’IAG riducendone gli effetti negativi attraverso la regolamentazione o la fiscalità. È la classica posizione riformista. La seconda è quella che abbraccia l’IAG per metterla al servizio del superamento del capitalismo, in altre parole per sfruttare le potenzialità di questa tecnologia utilizzandole contro i suoi creatori e farne il motore di una trasformazione sociale ed economica. La terza è quella che intende combattere l’IAG perché rappresenta la forma emergente del capitalismo e la sua principale forza di dominio. In questo testo non mi soffermerò molto sulla prima opzione, che ho già trattato in un articolo pubblicato su Mediapart, per concentrare la discussione sulle ultime due scelte strategiche. L’occasione è data dalla pubblicazione di due articoli che esortano «la sinistra» a fare propria l’IAG: quello di Evgeny Morozov, tradotto su Le Monde Diplomatique del mese di agosto e intitolato La sinistra e l’IA, e quello di Paul Bartali, pubblicato sul Club di Mediapart e intitolato Di fronte all’IA, superare l’impotenza. Questi due testi non sostengono esattamente le stesse posizioni, ma sono simili in quanto rifiutano proprio le altre due opzioni: l’idea di una regolamentazione, così come quella di un boicottaggio o di un rifiuto dell’IAG. A dire il vero, Evgeny Morozov accenna a malapena all’idea del boicottaggio e ritiene che l’IAG non sia altro che l’ultima versione del processo attraverso il quale «le capacità umane», imprigionate nella proprietà privata, «ritornano sul mercato sotto forma di merci». Il compito della sinistra, secondo lui, è quello di riprendere possesso di queste capacità per orientarle verso il bene comune. Paul Bartali, dal canto suo, rivolge i propri attacchi più direttamente contro quello che definisce il «purismo» militante, che si caratterizzerebbe nel il rifiuto di questa tecnologia. A suo avviso, questa posizione di rifiuto «lascia campo libero» al capitalismo e «ai tecno-fascisti che la controllano». Per questo difende l’idea di un’appropriazione attraverso la socializzazione, in parte guidata dallo Stato. LIBERARE LA TECNOLOGIA? Queste due posizioni esortano quindi la sinistra a fare uso dello «strumento IAG» per combattere il capitalismo. E questa posizione mi sembra al tempo stesso un vicolo cieco strategico e una caricatura di ciò che il rifiuto di questa tecnologia può comportare in termini di potenziale rivoluzionario. Partiamo dalla posizione di Evgeny Morozov. Secondo lui, una visione emancipatrice del lavoro, che rifiuta l’approccio ridistributivo, consiste nel riprendere il controllo delle «capacità umane» incluse nell’IAG perché esse costituiscono i fondamenti dell’azione. Paul Bartali riprende questa idea ispirandosi al famoso «frammento sulle macchine» dei Grundrisse di Marx: «l’intelletto generale» contenuto nelle macchine permette di emanciparsi una volta spezzate le catene della proprietà privata. Queste posizioni sono tuttavia un po’ meccanicistiche. Partono dal presupposto che ogni innovazione capitalista, poiché si basa necessariamente sul lavoro umano, contenga potenzialità che non aspettano altro che di essere «liberate». In realtà, nel processo di produzione capitalista, il lavoro umano non è autonomo. Esso produce sotto gli ordini del capitale e, in quanto tale, produce merci utili al capitale. Il processo di emancipazione non può quindi considerare come buone per natura le tecnologie capitalistiche solo perché sarebbero il prodotto del lavoro. Basti pensare a tutti i prodotti dannosi per l’uomo e la natura che vengono realizzati dagli uomini sotto il comando del capitale, a cominciare dalle tecnologie militari. Il socialismo non dovrebbe rifiutare la bomba H perché è una “capacità umana”? In realtà, questa posizione dimentica il fatto che la tecnologia è il prodotto di una società e di un’epoca. Essa non risponde ai bisogni umani, ma alle priorità della forza organizzatrice della società in un determinato momento. La grande lezione del marxismo, rilevata in particolare da Karl Korsch, è proprio questa visione profondamente storica. Per valutare la dimensione strategica dell’IA, occorre innanzitutto comprenderne la sua «specificità storica». Ritenere che ogni tecnologia non attenda altro che essere liberata dalla proprietà per diventare emancipatrice significa dimenticare quest’elemento che impone necessariamente non solo di modificare i rapporti di proprietà, ma anche di riorganizzare completamente il panorama tecnologico in funzione dei bisogni della nuova società. Il primo compito dell’intelletto generale liberato sarà quindi, piuttosto che lanciarsi sulle tecnologie disponibili, quello di esaminarle per valutarne l’utilità nel contesto di una società emancipata, ovvero nel quadro di bisogni definiti indipendentemente dalla produzione di valore. In ogni caso, queste tecnologie non potranno essere mantenute così come sono. Dovranno essere adattate a una società liberata dalla centralità dell’accumulazione di capitale e che potrà finalmente essere cosciente sia dei bisogni umani, sia del contesto naturale in cui l’uomo evolve. Verranno così definite le condizioni d’uso delle tecnologie e alcune di esse potranno essere abbandonate perché il loro costo in termini di risorse risulterà insensato rispetto ai servizi resi. A dire il vero, ignoriamo se l’IAG potrà trovare il proprio posto in questo contesto. Come cerco di sostenere nella sesta parte del mio libro Il problema dei tre corpi del capitalismo (Le problème à trois corps du capitalisme : Sur la gestion autoritaire du désastre (et les moyens de lui faire face, La Découverte, February 2026), il compito del fronte dell’emancipazione non è quello di immischiarsi, per il momento, in questa questione. Si tratta piuttosto di liberare le popolazioni dall’alienazione e dallo sfruttamento per consentire loro di compiere questa scelta senza la mediazione del capitale. In altre parole, il rifiuto dell’attuale IAG non pregiudica le scelte che verranno compiute in futuro, nel contesto di un’altra società. Semplicemente perché questa tecnologia non sarà la stessa. La tecnologia è il prodotto di una società, non una forza metafisica e astorica irresistibile che, a prescindere, costituisce un progresso indiscutibile. Difendere questa idea significa considerare, come fanno gli apologeti del capitalismo, che quest’ultimo sia il culmine della storia, oppure, come sostenevano i marxismi ufficiali del XX secolo, che sia un passaggio obbligato verso l’emancipazione. I recenti lavori di Marcello Musto sull’ultimo Marx dimostrano come questi, alla fine della sua vita, aveva compreso che erano possibili altre traiettorie. Insomma, la vera questione riguarda una scelta strategica interna al capitalismo e si riduce a determinare in che cosa l’uso dell’IAG, così come si presenta attualmente, possa costituire uno strumento di lotta contro il capitalismo. Da questo punto di vista, le proposte dei nostri due autori sono, a mio avviso, poco convincenti. Evgeny Morozov sembra accontentarsi di questo collegamento semplicistico tra capacità umane e azione per mettere in scena progetti di uso rivoluzionario della tecnica del passato. L’IAG diventa sinonimo di azione, ma facciamo fatica a capire di quale azione si tratti concretamente. In che modo l’IAG fornisca gli strumenti per agire contro l’accumulazione del capitale, rimane una questione incerta. Paul Bartali, dal canto suo, difende una strategia di socializzazione-nazionalizzazione per contrastare gli aspetti negativi, compresi quelli ecologici, dell’IAG, al fine di non lasciare spazio all’estrema destra. E cita come esempio di sconfitta il «Web 2.0», che sarebbe stato abbandonato dalla sinistra e sarebbe diventato un motore dell’estrema destra. In realtà, questa analisi trascura i meccanismi di produzione della tecnologia. La sinistra non ha abbandonato YouTube e TikTok, ma è stata emarginata ed esclusa da queste piattaforme proprio a causa del loro stesso funzionamento, basato sulla legge del valore, che penalizza i contenuti emancipatori o li costringe a conformarsi accettando pubblicità, sensazionalismo e fake news. E lo stesso accadrà con l’IAG. Il capitale è il principio dominante di questa tecnologia, che è al suo servizio. Per quanto riguarda la socializzazione, essa sarà ovviamente inutile se si sviluppa nel quadro capitalista perché, di per sé, non emancipa dalla legge del valore. È questa la grande lezione storica del XX secolo: il socialismo non può limitarsi a un semplice cambiamento di proprietà che lasci intatta la centralità dell’accumulazione del capitale. La legge del valore applicata al socialismo non è emancipatrice. Il controllo di un’infrastruttura non ne modifica automaticamente l’uso e gli effetti; ciò può avvenire solo quando la legge del valore non è più centrale. Ora, sia lo Stato che le strutture cooperative possono benissimo collocarsi in questa centralità del valore. Se lo Stato prendesse oggi il controllo dell’IAG, la metterebbe al servizio della società capitalista come una materia prima. Ne garantirebbe quindi l’abbondanza ben più che la sobrietà. Ciò cambierebbe certamente i rapporti di forza all’interno del capitale, ma non cambierebbe nulla riguardo alla centralità del capitale nella società. Il controllo statale della produzione di energia elettrica nel dopoguerra non ha avviato la transizione verso il socialismo, ma ha semplicemente modificato le condizioni della produzione capitalista. Questo perché uno dei pilastri del dominio capitalista è l’alienazione, ovvero la mediazione del capitale attraverso i rapporti sociali. La tradizione marxista-statalista trascura, se non addirittura disprezza, questa questione. Ma ignorarla porta direttamente alle illusioni che si pretende di combattere ricorrendo all’IAG. LA VERA NATURA DELL’IAG È necessario riproporre ancora una volta la questione alla luce del tema dell’alienazione: a cosa serve l’IAG nella lotta per l’emancipazione? In realtà, questa tecnologia non è solo un semplice strumento che si potrebbe facilmente ribaltare. La gestione dell’economia del tardo capitalismo passa attraverso la negazione delle crisi economiche, antropologiche ed ecologiche. E l’IAG è lo strumento concepito per organizzare questa negazione. Il suo sviluppo è una scelta del capitale che ha investito e continua a investire in questa tecnologia a scapito di altre tecnologie che potrebbero rispondere meglio ai bisogni dell’umanità. L’IAG mira innanzitutto a rilanciare gli incrementi di produttività grazie all’automazione delle professioni nel settore dei servizi. In questo senso, essa è, per sua natura, una macchina di disumanizzazione delle attività di contatto. Questa disumanizzazione rafforza inevitabilmente l’atomizzazione degli individui, il cui rapporto con il mondo è più che mai mediato dall’IAG, ovvero dal capitale. Questa tecnologia è concepita come uno strumento di controllo sociale perché mira a definire la verità e a colonizzare la vita realmente vissuta. Determina le scelte individuali, stabilisce ciò che è vero o falso, sostituisce il percorso del pensiero con un’immediatezza ingannevole e instaura una dipendenza compulsiva. In breve, è una macchina che decuplica l’alienazione, già rafforzata dagli strumenti digitali che la «sinistra» non ha affatto combattuto e che l’hanno divorata. È proprio qui che sta il problema: da quando il campo dell’emancipazione ha rinunciato a combattere l’alienazione e ha adottato le «innovazioni» del capitale salutandole come progressi, non fa moltiplicare le sconfitte. Perché, precisamente, queste innovazioni garantiscono una passività di fronte alla realtà capitalista che mina le basi di ogni serio tentativo di emancipazione. L’IAG non è l’ultima tappa sulla via della liberazione delle capacità umane, come sostiene Evgeny Morozov, ma è l’ultima tappa delle delizie che lo Spettacolo offre alle popolazioni per assicurarne la passività, negare l’esistenza di una vita autonoma dal capitale e convincerle che la loro vita dipende dai progressi dell’accumulazione. Eppure, come si diceva un tempo, «non si combatte l’alienazione con mezzi alienanti». Adottare l’IAG in questa lotta oggi significherebbe sancire la vittoria definitiva del capitalismo. Guy Debord riassumeva lo Spettacolo con questa semplice frase: «ciò che è buono appare, ciò che appare è buono». È il motto del tecno-soluzionismo, sia esso di destra o di sinistra. È un motto che trascura la realtà dell’IAG, che allontana le masse da quel famoso «movimento reale» descritto da Marx ed Engels come capace di abolire le condizioni di produzione esistenti e che, secondo loro, era l’altro nome del comunismo. L’IAG è stato concepito come il nemico delle condizioni di esistenza dell’essere umano, sia in quanto essere sociale che in quanto essere naturale. Non può essere uno strumento di emancipazione perché è uno strumento di distruzione. Il suo impatto ambientale non è una «semplice giustificazione» per un presunto boicottaggio, ma è una minaccia diretta, esistenziale e, come lo si vede quest’estate in Europa, molto concreta. Nelle sue Banalità di base (Banalités de base), pubblicate nel 1962 su L’Internazionale situazionista (e ristampate dalle edizioni Verticales nel 2018), il compianto Raoul Vaneigem, che ci ha appena lasciati, sottolineava che «l’alienazione rende i bisogni innumerevoli perché non ne soddisfa nessuno». L’emancipazione dal capitale consisterà proprio nel soddisfare bisogni che saranno definiti e quindi limitati. Questo processo passa attraverso la rinuncia a quella povertà sempre rinnovata che il capitalismo organizza, questa mancanza permanente che l’IAG pretende di colmare rinnovandola sempre, poiché non esiste un solo problema a cui la macchina non possa rispondere, anche se divagando. In questo contesto, la negazione di questo tipo di innovazioni non è un «purismo», ma al contrario una scelta strategica razionale fondata sui fatti piuttosto che sul dolce sogno di una IAG «liberata» che elargisca le sue delizie alla futura società socialista. L’emancipazione consiste proprio nel ritrovare questo «movimento reale» negando l’illusione spettacolare del capitalismo attuale, le sue false soluzioni e le sue promesse stantie. Si tratta quindi di un movimento in cui il rifiuto è centrale. Il rifiuto di questo processo di negazione porterà ad amare disillusioni, in cui l’IAG «socializzata» o militante rimarrà sempre un’IAG disumanizzante e divoratrice di risorse. Ecco perché il rifiuto dell’IAG non è una presa di posizione morale o una forma di «ritiro dal mondo», come lo dipingono in modo caricaturale i nostri autori. Non è nemmeno un «rifiuto della realtà». È invece, al contrario, una presa di coscienza della realtà concreta che viene negata dall’IAG e che si fonda su una pratica di negazione dell’alienazione. IL RIFIUTO DELL’IAG COME NEGAZIONE STORICA Come ha dimostrato Györgyi Lukács in Storia e coscienza di classe, è la pratica della lotta che permette di combattere l’oggettivazione e la reificazione all’opera nel capitalismo. Di fronte a questa grande macchina di reificazione che è l’IAG, la pratica del rifiuto, attraverso i boicottaggi, le lotte contro i centri di dati, le azioni di disturbo del corretto funzionamento dell’IAG, sono delle pratiche che permettono d’ingaggiare una contestazione del modo di vita capitalista. Il superamento di quest’ultimo non è una semplice questione di disposizione tecnica che consentirebbe, come per magia, di passare da una socializzazione capitalista a una socializzazione socialista. Occorre innanzitutto finirla con legge del valore che determina il modo di socializzazione capitalista. E per farlo, è necessario entrare in conflitto con le modalità di questa socializzazione, ovvero con l’IAG. Gil Scott Heron lo ricordava negli anni ’70: «La rivoluzione non sarà trasmessa in televisione», non sarà «proposta dalla Xerox in quattro parti senza pubblicità». «Non ti sarà permesso restare a casa, fratello», avvertiva la canzone, a ragione. Allo stesso modo, la rivoluzione non sarà portata da Chat GPT o da Claude. Si farà contro di loro, perché è un momento di negazione senza il quale l’impresa di emancipazione è destinata al fallimento. L’idea che si possa pilotare l’emancipazione attraverso un’IAG socializzata, ognuno dietro al proprio computer, è un’illusione pericolosa. È qui che bisogna ormai rispondere positivamente alla domanda posta il 28 ottobre 1984 dal romanziere statunitense Thomas Pynchon sul New York Times: «is it ok to be a luddite?» («va bene essere un luddista?»). E. P. Thompson, nel suo La formazione della classe operaia inglese, aveva già riabilitato quel movimento di distruzione di macchine degli anni 1811-1816, dimostrando che era diretto contro l’aspetto distruttivo della tecnologia, non contro la tecnologia in sé. I sabotaggi luddisti non erano solo un movimento dettato dalla rabbia, ma il primo atto della lotta di classe agli albori del capitalismo. Un movimento in cui gli artigiani minacciati dalla dequalificazione – ovvero dall’emarginazione imposta dalla logica del capitale – intendevano, attraverso la rivolta concreta, non lasciarsi dettare cosa fosse il progresso. Byron li sosteneva così come, più tardi, sostenne i greci che lottavano per la loro indipendenza. Era un movimento che prendeva sul serio l’emancipazione. Thomas Pynchon mostra che questo movimento ha ispirato i coniugi Shelley, amici di Byron, e il Frankenstein di Mary Shelley, una sorta di monito contro il tecno-soluzionismo che affonda le sue radici nella lotta dei luddisti. Un monito che d’ora in poi va preso sul serio. La rivolta contro l’IAG, il suo rifiuto radicale, non è un «TINA al contrario» [There Is No Alternative (Non c’è alternativa)] come sostiene Paul Bartali: è, al contrario, la capacità di costruire un’autentica alternativa. Il TINA risiede piuttosto in coloro che sostengono che sia impossibile contrastare le tecnologie capitalistiche e che occorra quindi adottarle senza battere ciglio. «Zelanti servitori del vuoto, il vuoto li paga con moneta a sua immagine», scriveva Debord. Ed è proprio questo che attende i nostri tecno-soluzionisti di sinistra. L’IAG li inghiottirà, loro e i loro bei progetti, così come inghiottirà tutti noi, perché è quel Moloch creato dai capitalisti per rendere superflua la vita umana, l’ultimo ostacolo al dominio dell’astrazione reale del capitale. Il rifiuto attivo dell’IAG, del suo «hype», dei suoi «risparmi di tempo», delle sue «soluzioni», può costituire il fondamento di un movimento sociale in grado di contestare l’ordine capitalista e la distruzione che lo accompagna. Certo, resta ancora da costruire, ma è comunque l’unica via coerente per resistere al disastro che sta per arrivare. 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September 28, 2026
Popoff Quotidiano
Omicidio di Ramy, una perizia indipendente smentisce i carabinieri
MILANO, 24 NOVEMBRE 2024, RAMY ELGAML, 19 ANNI, MUORE INVESTITO PER BEN DUE VOLTE DA UN’AUTO DEI CARABINIERI ALL’INSEGUIMENTO. UNA PERIZIA 3D SMONTA LA VERSIONE UFFICIALE  Il 24 novembre 2024, alle 4:03 del mattino, Ramy Elgaml, 19 anni, muore all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta, a Milano. Era passeggero di uno scooter guidato da Fares Bouzidi, 22 anni. I due giovani erano fuggiti dopo un controllo stradale, dando il via a un inseguimento di diversi minuti con un’auto dei Carabinieri. Secondo l’autopsia, la morte è dovuta alla compressione del corpo di Ramy Elgaml da parte del veicolo dei Carabinieri. Gli agenti a bordo hanno sempre affermato che il conducente dello scooter avesse tentato di svoltare a sinistra all’incrocio, tagliando loro la strada e perdendo il controllo del proprio veicolo. Nel marzo 2025, la famiglia Elgaml, tramite il proprio avvocato, ha incaricato Index di redigere una controperizia indipendente sulle circostanze della morte di Ramy. Un perito nominato dalla Procura aveva già presentato le proprie conclusioni. L’analisi di Index le contesta su diversi punti (Nell’equipe di Index che ha realizzato la perizia, pubblicata da il manifesto e dall’organo del PCF, l’Humanitè, ci sono Francesco Sebregondi, Nadav Joffe, Filippo Ortona, Guillaume Seyller, Basile Trouillet, Léonie Montjarret). IL METODO Sulla base delle rilevazioni effettuate in loco con un drone, Index ha ricostruito in tre dimensioni l’incrocio dove si è concluso l’inseguimento, per poi analizzare le immagini delle telecamere di videosorveglianza allegate al fascicolo giudiziario. La tecnica del frame-matching consiste nel riposizionare ogni telecamera nel modello 3D, nel punto esatto da cui ha ripreso — il che permette di riportare, fotogramma per fotogramma, la posizione reale dei veicoli nella scena, per poi ricostruirne le traiettorie. Visualizzazione dell’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta, e delle telecamere di sorveglianza che hanno ripreso la scena Queste posizioni sono state incrociate con le tracce rilevate sul terreno dalla polizia municipale: l’impronta lasciata dallo pneumatico posteriore dello scooter e il solco scavato nell’asfalto al momento della caduta. Ogni misurazione è accompagnata da un margine di incertezza quantificato. Ricostruzione della traiettoria dello scooter: frame-match di un’immagine tratta dal verbale di constatazione della Polizia Municipale di Milano, che mostra la traccia lasciata dal pneumatico posteriore dello scooter e l’incavo scavato nell’asfalto da un elemento metallico del veicolo durante la caduta LE CONCLUSIONI La ricostruzione di Index stabilisce che l’auto dei Carabinieri abbia deviato due volte verso sinistra, in direzione dello scooter, mentre lo seguiva a meno di un metro di distanza e a oltre 50 km/h. La prima deviazione avviene in via Ripamonti, prima dell’ingresso nell’incrocio. Diversi indizi concordanti portano Index a ritenere altamente probabile che in quel momento si sia verificato un primo contatto tra i due veicoli, che ha destabilizzato lo scooter. Dopo questo contatto, la traiettoria dello scooter rimane sostanzialmente rettilinea: né le immagini, né le tracce sul terreno mostrano una svolta a sinistra verso via Quaranta. Le dichiarazioni degli agenti sono incompatibili con le misurazioni di Index. Ricostruzione della traiettoria dello scooter e del veicolo dei Carabinieri, fotogramma per fotogramma, tramite frame-match nel modello 3D La seconda deviazione avviene all’incrocio. È questa che porta l’auto a passare sopra il corpo di Ramy Elgaml, prima di terminare la sua corsa contro un palo del semaforo. Traiettorie dei due veicoli durante la parte finale della sequenza. Sono visibili le due deviazioni del veicolo dei Carabinieri in direzione dello scooter Infine, le posizioni dei veicoli stabilite dal perito nominato dalla Procura si discostano di quasi tre metri da quelle misurate da Index sulle stesse immagini. Tale discrepanza lo ha portato a sovrastimare la distanza tra l’auto e lo scooter e, di conseguenza, a non prendere in considerazione l’ipotesi di un primo contatto prima dell’incrocio. SEGUITI GIUDIZIARI La morte di Ramy Elgaml ha suscitato importanti manifestazioni a Milano e in tutta Italia; la battaglia legale condotta dalla sua famiglia è diventata emblematica della lotta contro le violenze delle forze dell’ordine nel Paese con un rilievo paragonabile ad altre vicende a partire dagli omicidi di Federico Aldrovandi del 2005 e di Stefano Cucchi quattro anni dopo. Il rapporto di Index, corredato da un allegato metodologico dettagliato, è stato versato agli atti. Attraverso la nuova consulenza, depositata alla gup di Milano Tiziana Landoni davanti alla quale si aprirà l’udienza preliminare il 24 settembre (ma potrebbe essere rinviata per l’astensione nazionale degli avvocati), i legali di Fares Bouzidi, gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, ribadiscono, in sostanza, la linea dell’omicidio volontario da parte del carabiniere che era alla guida dell’ultima macchina che inseguiva lo scooter guidato dal giovane e con in sella anche Ramy Elgaml. Come spiega l’avvocato Romagnoli, la consulenza dimostra che «Ramy è morto per esclusiva responsabilità dei carabinieri». Secondo i legali di Fares, come già era emerso nell’attività tecnica difensiva, ci sarebbe stato uno «speronamento volontario», seguito da un investimento. Un omicidio volontario, dunque, nella forma del “dolo eventuale”, ossia “l’accettazione del rischio del verificarsi dell’evento morte”.  «Non è stato un incidente», ha ribadito il legale, chiarendo poi che Fares Bouzidi, invece, andrebbe prosciolto. L’udienza preliminare è a carico del carabiniere Antonio Lenoci, che era alla guida della macchina inseguitrice, per omicidio stradale, come contestato dalla Procura, con “eccesso colposo nell’adempimento del dovere” e di Fares Bouzidi, che guidava lo scooter inseguito per 8 km, sempre per concorso in omicidio stradale. Proprio come in altri processi per “malapolizia”, imputati anche altri sei carabinieri accusati, a vario titolo, di favoreggiamento, depistaggio e falso nel verbale d’arresto dell’amico di Ramy, accusa quest’ultima di cui risponde anche Lenoci. L’ipotesi di depistaggio e favoreggiamento per i militari riguarda il fatto di aver costretto testimoni a cancellare video. Poi, i presunti falsi nel verbale d’arresto: avrebbero omesso “di menzionare l’urto”, scrivendo “falsamente” che lo scooter “a causa del sovrasterzo scivolava”. Avrebbero pure omesso di “menzionare lo ‘schiacciamento’ del corpo” di Ramy da parte della Giulietta. Poi, non avrebbero fatto cenno alla presenza di un teste oculare, di una dashcam e di una bodycam. Tra le parti offese, oltre ai familiari di Ramy e allo stesso Fares, per l’accusa anche di lesioni stradali contestata a Lenoci, figura pure il ministero della Giustizia. La richiesta di rinvio a giudizio, firmata dai pm Giancarla Serafini e Marco Cirigliano con l’aggiunto Paolo Ielo, era stata inoltrata ad aprile, dopo che l’inchiesta era passata almeno per due chiusure indagini. Il carabiniere Lenoci è accusato di aver mantenuto “una distanza e una velocità inidonee a prevenire eventuali collisioni o tamponamenti con il mezzo in fuga”, con una “manovra particolarmente avventata”. In quell’inseguimento, per i pm, ha agito “nell’adempimento di un dovere”, anche se poi ha “ecceduto colposamente i limiti stabiliti dalla legge”, con una “condotta di guida sproporzionata”, anche rispetto alla “necessità” di bloccare lo scooter, dato che era già stata comunicata via radio la “targa”. Ramy morì dopo l’urto tra il lato posteriore destro del TMax con la “fascia anteriore del paraurti” della Giulietta e il conseguente schianto nella fase finale, all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta.  Anche Bouzidi è accusato di omicidio stradale in concorso in relazione a quella fuga, senza patente, a tratti “contromano” e con picchi di velocità superiori ai 120 km/h. «La nuova perizia in 3D, propone una ricostruzione delle traiettorie che contraddice quanto sostenuto subito dai carabinieri coinvolti. La nuova consulenza tecnica non chiude la vicenda, anche perché l’accertamento della verità spetta alla magistratura, ma sicuramente le nuove prove pubblicate da il manifesto gettano una nuova luce sul caso. Morti come quelle di Ramy Elgaml meritano una spiegazione, meritano verità e giustizia», hanno detto Ilaria Cucchi, oggi senatrice di Avs e il suo capogruppo, Peppe De Cristofaro, presidente del gruppo Misto di palazzo Madama. The post Omicidio di Ramy, una perizia indipendente smentisce i carabinieri first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Omicidio di Ramy, una perizia indipendente smentisce i carabinieri sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
September 15, 2026
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