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Mamdani vuole dimostrare che il socialismo democratico «può prosperare ovunque»
IL SINDACO DI NEW YORK STA SFRUTTANDO IL MOMENTO DEI SUOI «100 GIORNI» PER PARLARE DEL «CAMBIAMENTO CHE IL SOCIALISMO DEMOCRATICO PUÒ PORTARE» John Nichols su The Nation Il sindaco della città più grande degli Stati Uniti è apparso giovedì nel programma di grande ascolto CBS Mornings e ha esaltato il fascino nazionale del socialismo democratico. «Prima di diventare sindaco, ero membro dell’Assemblea [in rappresentanza] di Astoria e Long Island City. A quel tempo, mi veniva detto che si poteva essere socialisti democratici solo nel nord-ovest del Queens. Poi sono diventato sindaco. Ora, la prossima sfida è lo Stato. La sfida successiva sarà il Paese. Penso che questa sia una politica che può prosperare ovunque perché, francamente, c’è una sola maggioranza in questo Paese: la classe lavoratrice”, ha dichiarato Zohran Mamdani durante un’intervista in cui ha esaltato i successi dei suoi primi 100 giorni come sindaco di New York City. “Ed è ora di avere una politica che la metta al centro di ciò che stiamo perseguendo, e non come parte dell’appendice”. Questa è stata l’ultima versione della risposta unica del sindaco all’attenzione che gli è stata rivolta al termine delle sue prime 14 settimane in carica. La campagna pubblicitaria dei 100 giorni di Mamdani ha presentato riflessioni convincenti sui suoi risultati – progressi nell’assistenza all’infanzia universale e nelle strade più sicure, repressione dei proprietari disonesti, 102.000 buche riempite – ma c’era da aspettarselo. Da quando il presidente Franklin Roosevelt lo fece nel pieno della Grande Depressione, i governanti appena eletti hanno utilizzato il parametro arbitrario dei primi 100 giorni per rassicurare gli elettori sul fatto che nelle elezioni dello scorso novembre fosse stata fatta la scelta giusta. Ma Mamdani sta facendo qualcosa di più: sta interpretando il suo mandato, ancora agli inizi, non solo come una prova della sua capacità di governare, ma anche come un segno che l’ideologia del socialismo democratico può funzionare nella pratica, non solo in teoria. Anzi, suggerisce, i suoi primi mesi in carica hanno cominciato a dimostrare «il cambiamento che il socialismo democratico può portare». «Dopo anni di promesse non mantenute, nessuno poteva essere biasimato per aver dubitato che il governo avesse né la capacità né l’ambizione di ribaltare lo status quo. Eppure, come ho detto in quel gelido pomeriggio di gennaio a più di 8,5 milioni di newyorkesi: non ci scuseremo per ciò in cui crediamo. Sono stato eletto come socialista democratico e governerò come socialista democratico», ha dichiarato Mamdani nel suo discorso ai sostenitori festanti, che sventolavano cartelloni con scritte come «Assistenza all’infanzia per tutti», «Generi alimentari a New York: cibo fresco, prezzi equi» e «Politica delle buche» durante l’evento dei 100 giorni di domenica scorsa in una sala concerti del Queens. «So che ci sono molti che usano “socialista” come una parolaccia, qualcosa di cui vergognarsi. Possono provarci quanto vogliono, ma non ci vergogneremo di usare il governo per lottare per i molti, non semplicemente per i pochi», ha continuato Mamdani. «Non ci vergogneremo di aggiungere altre pompe di calore agli edifici della New York City Housing Authority nei Rockaways, o di costruire più alloggi assistiti ad Harlem o di stare saldi al fianco dei nostri vicini trans. Non ci vergogneremo di investire in cliniche per la salute mentale dei giovani, né di lavorare per chiudere Rikers o lottare per gli immigrati presi di mira dall’ICE. «A tutti i newyorkesi, che siate vittime della crudeltà del governo federale o soffochiate dalla crisi degli alloggi, noi saremo al vostro fianco». Sul palco, il sindaco è stato affiancato dal senatore del Vermont Bernie Sanders, la cui candidatura alla presidenza nel 2016 ha riacceso l’interesse per il socialismo democratico in tutto il Paese e la cui candidatura del 2020 ha spinto il giovane Zohran Mamdani a entrare nella scena politica. Domenica, il senatore ha sottolineato l’orientamento ideologico delle osservazioni di Mamdani e il cambiamento che Mamdani rappresenta. «Sono stato sul palco con centinaia e centinaia di sindaci e funzionari pubblici di ogni tipo», ha detto Sanders. «Questa è la prima volta in assoluto che sono stato presentato da qualcuno che ha parlato con orgoglio del socialismo democratico, ed è una sensazione fantastica». Ciò che ha reso così avvincente il discorso di Mamdani sul socialismo è stata la sua determinazione a collegare la storia dei successi passati alle lotte attuali. «Poiché il governo è una serie di scelte», ha spiegato il sindaco, «il socialismo è la scelta di lottare per ogni newyorkese, per estendere la democrazia dalle urne al resto delle nostre vite. Non siamo certo i primi socialisti ad abbracciare il buon governo. Cento e dieci anni fa, la città di Milwaukee elesse un sindaco di nome Daniel Webster Hoan. Hoan era considerato giovane per quella carica: aveva solo 35 anni quando entrò in carica. Lo so, pazzesco, vero? Ma soprattutto, Hoan non si scusò affatto per essere socialista». Raccontando la straordinaria storia del sindaco socialista che è rimasto in carica più a lungo tra quelli di una grande città americana — uno dei tre sindaci del Partito Socialista della città più grande del Wisconsin, Hoan fu eletto nel 1916 e rimase in carica fino al 1940 — Mamdani ha ricordato che «il sindaco Hoan sapeva allora ciò che sappiamo oggi: il valore di un’ideologia può essere giudicato solo dai suoi risultati». Come disse una volta Emil Seidel, il sindaco socialista che precedette Hoan, la loro intera filosofia di governo era semplice: ‘Perseguire l’obiettivo e raggiungerlo’. Sotto il sindaco Hoan, Milwaukee costruì il più grande sistema di parchi pubblici della nazione e superò la Grande Depressione meglio di quasi qualsiasi altra città americana. Sotto il sindaco Hoan, Milwaukee ha eliminato la corruzione e la concussione, ha costruito il primo complesso di edilizia popolare finanziato dal comune della nazione e ha trasformato il sistema fognario della città. Credeva, proprio come noi, che per realizzare questa grande società dovessimo tassare i ricchi. Oggi conosciamo questi leader come i “socialisti delle fogne”. Ma per anni, gli abitanti di Milwaukee li hanno conosciuti semplicemente come leader che mantenevano le promesse. È ora di portare tutto questo a New York City.” E, in definitiva, nel resto di un paese dove, se Zohran Mamdani ha ragione, il socialismo ha il potenziale per “fiorire ovunque”. John Nichols è direttore esecutivo di The Nation. In precedenza ha ricoperto il ruolo di corrispondente per gli affari nazionali e di corrispondente da Washington della rivista. Nichols ha scritto, co-scritto o curato oltre una dozzina di libri su argomenti che spaziano dalla storia del socialismo americano al Partito Democratico alle analisi dei sistemi mediatici statunitensi e mondiali. Il suo ultimo libro, scritto in collaborazione con il senatore Bernie Sanders, è il bestseller del New York Times, It’s OK to Be Angry About Capitalism. The post Mamdani vuole dimostrare che il socialismo democratico «può prosperare ovunque» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Mamdani vuole dimostrare che il socialismo democratico «può prosperare ovunque» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 22, 2026
Popoff Quotidiano
Come il Corsera tirò la volata alla repubblica
UN SAGGIO DI DINO MESSINA ANALIZZA IL RUOLO DEL QUOTIDIANO MILANESE NELLA QUESTIONE ISTITUZIONALE CHE SEGUÌ ALLA FINE DELLA II GUERRA MONDIALE Dino Messina è giornalista e scrittore noto soprattutto per la sua lunga collaborazione con il Corriere della Sera, dove si è occupato in particolare di cultura, di storia del Novecento italiano, di memoria pubblica e del ruolo degli intellettuali e dei media nei processi politici e culturali. All’interno di tali interessi si colloca La Repubblica nasce in via Solferino (Solferino, 2026, 223 pagine, 17,5 euro), in cui analizza il ruolo del Corriere della Sera nel passaggio dalla monarchia alla Repubblica, come si evince dal sottotitolo “2 giugno 1946. Quando il Corriere della sera ha fatto la storia”. A 80 anni dal referendum che ha cambiato l’assetto politico e costituzionale del nostro Paese e in occasione del 150° anniversario del Corriere della Sera, il volume si inserisce nel solco della saggistica storico-giornalistica italiana con un obiettivo preciso: ricostruire il ruolo di questo quotidiano nella fase cruciale che condusse alla nascita della Repubblica nel 1946. Il libro si concentra in particolare sui quattordici mesi della direzione di Mario Borsa, figura chiave nel processo di orientamento del giornale verso una posizione apertamente repubblicana. Il “demiurgo della Repubblica”, come lo definisce Marzio Breda nella prefazione, riprendendo forse le parole di Ugo La Malfa sulla soglia dei settantacinque anni, alla vigilia del 25 aprile 1945 viene scelto dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, e in particolare da Ferruccio Parri, per guidare il Corriere della Sera, che aveva dovuto lasciare alla fine del 1925 perché cancellato dagli organi professionali dalla dittatura fascista e arrestato due volte. L’energico giornalista si prepara a schierare il maggior quotidiano di informazione italiana, che egli dirigerà dal 25 aprile 1945 al 6 agosto 1946, a favore della causa repubblicana: rammaricato per la caduta del governo a guida azionista, mobilita la redazione, ignorando le pressanti richieste dei proprietari del Corriere, i fratelli Crespi, che vorrebbero un giornale schierato per la sopravvivenza della corona (p. 10), e si concentra sul grande obiettivo di far vincere la Repubblica. Dopo un primo capitolo dedicato al Corriere nella transizione del fascismo alla democrazia, il saggio traccia il percorso politico e lavorativo di Borsa, definito “un radicale alla francese, un liberale all’inglese, un azionista, repubblicano, socialista, federalista” (p. 51), forte della pluriennale esperienza nelle testate anglosassoni, convinto assertore della libertà di espressione come il pamphlet del ’25 Libertà di stampa dimostra. Per Borsa, la libertà di stampa rappresentava non soltanto un diritto formale, ma una condizione essenziale per il funzionamento di una società democratica, fondata sul pluralismo delle opinioni e sulla possibilità di un dibattito pubblico informato. In questa prospettiva, non era concepita come arbitrio o licenza, ma come responsabilità: il giornalista doveva operare nel rispetto della verità dei fatti, secondo pratiche di impegno etico e pedagogico, contribuendo alla formazione di un’opinione pubblica consapevole e autonoma. Nel contesto del 1945–1946, la sua direzione del Corriere della Sera si tradusse concretamente in una linea editoriale che promuoveva il dibattito politico e sosteneva la costruzione di un ordine democratico, anche attraverso una posizione esplicita a favore della Repubblica. Con il terzo capitolo, “La lunga strada verso il referendum istituzionale”, il saggio di Messina entra nel vivo, intrecciando la macrostoria di Italia (ruolo del Vaticano incluso) in quei 15 mesi con la microstoria della testata giornalistica, restituendo un quadro vivido dell’Italia del dopoguerra, segnata da profonde divisioni territoriali e politiche. Particolarmente efficace è la descrizione del contesto sociale e psicologico dell’epoca, dominato da paure, speranze e incertezze, che contribuiscono a spiegare la complessità del passaggio dalla monarchia alla Repubblica. L’autore mostra come gli editoriali di Borsa, da un lato abbiano fugato la paura del salto nel buio e incusso fiducia in un futuro repubblicano, dall’altro abbiano denunciato le malefatte del fascismo e le responsabilità della monarchia; fa emergere così come “dato inequivocabile” con un piglio quasi apologetico (p. 187)  che le pagine del Corriere abbiano contribuito a quel 54,3% di voti a favore della Repubblica, la cui vittoria è annunciata proprio sul Corriere il 6 giugno con un titolo a nove colonne “È nata la Repubblica italiana” (p. 182). Il capitolo finale, dal titolo “Un amaro commiato”, accompagna la fine della carriera giornalistica dell’anziano Borsa, rammaricato dall’ambiguità della nuova politica (p. 194) e osteggiato dalla proprietà del giornale, fino alla nota di addio al suo giornale e alla morte dei giusti, nel sonno, il 5 ottobre 1952, all’età di ottantadue anni. La tesi centrale dell’opera è chiara e ben argomentata: la nascita della Repubblica italiana non fu soltanto il risultato di dinamiche politiche e militari, ma anche di un decisivo intervento culturale e mediatico. Messina dimostra come il Corriere della Sera, quotidiano di riferimento per la borghesia moderata, abbia contribuito in modo significativo a orientare l’opinione pubblica in favore della Repubblica, rompendo con la tradizionale prudenza liberale e assumendo una posizione esplicitamente politica. Dal punto di vista metodologico, il volume si segnala per un approccio rigoroso ma accessibile. Messina si distingue per uno stile che, rifiutando la prosa difficile e il belletto inutile, combina rigore documentario e attenzione narrativa, spesso fondato sull’uso di fonti archivistiche, testimonianze e materiali giornalistici d’epoca, che non riporta in nota per non appesantire la lettura ma in una apposita sezione di Fonti e Bibliografia alla fine del saggio. Uno dei punti di forza del libro è proprio la capacità di intrecciare microstoria e macrostoria: la vicenda interna del giornale si fonde con quella nazionale, mostrando come istituzioni mediatiche e trasformazioni politiche siano profondamente interdipendenti. Tuttavia, questa impostazione comporta anche un possibile limite: l’attenzione quasi esclusiva al Corriere rischia talvolta di ridurre la pluralità del panorama mediatico dell’epoca, lasciando in secondo piano il ruolo di altri attori e giornali. Ma d’altro canto l’autore, sin dal titolo, dichiara di concentrarsi su una unica testata. Nel complesso, La Repubblica nasce in via Solferino è un saggio solido e ben documentato, che contribuisce a illuminare una dimensione spesso trascurata della storia italiana: quella del giornalismo come agente attivo nei processi di transizione politica. Più che una semplice ricostruzione storica, il libro si propone come una riflessione sul ruolo pubblico della stampa e sulla sua responsabilità nei momenti di crisi, offrendo spunti di grande attualità anche per il presente.   The post Come il Corsera tirò la volata alla repubblica first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Come il Corsera tirò la volata alla repubblica sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 20, 2026
Popoff Quotidiano
Solastalgia: «Ti senti sempre più spaesato nella tua stessa terra»
CHI CONVIVE CON LE CONSEGUENZE DI INCENDI, GENTRIFICAZIONE, INONDAZIONI O REALIZZAZIONE DI PROGETTI DANNOSI PER IL TERRITORIO SPIEGA QUANTO QUESTA EMOZIONE SIA PRESENTE NELLE LORO VITE Ariadna Martínez su El Salto All’inizio del secolo, un filosofo coniò un neologismo con la speranza che un giorno — il prima possibile — cadesse in disuso. Voleva dare alle persone uno strumento per descrivere un tipo di malinconia, di tristezza, che non smetteva di osservare. In questo modo, potendo dare un nome a questo dolore, le persone avrebbero potuto riconoscere che «non si tratta di un sentimento individuale, ma condiviso». Due decenni dopo, tuttavia, il termine è all’ordine del giorno, cosa che a Glenn Albrecht (Australia, 1953) sembra «deprimente». «Continua a essere incredibilmente utile per un mondo che sta diventando peggiore della solastalgia (secondo la Treccani: Stato di angoscia che affligge chi ha subito una tragedia ambientale provocata dall’intervento maldestro dell’uomo sulla natura, a volte tradotta come “eco-ansia” ndr)», dice. Tutto è iniziato quando Albrecht ha osservato come la regione della Hunter Valley, a nord di Sydney (Australia), sia passata dall’essere un’oasi di pascoli verdi, animali e cielo sereno a una zona “di sacrificio”, industriale, rumorosa, inquinata, a causa dell’estrazione del carbone. «Le persone che vivevano lì rimanevano a casa, guardando fuori dalle finestre, ma ciò che avevano apprezzato del loro ambiente familiare si era deteriorato. Non offriva loro più conforto», ricorda nel suo libro Earth Emotions: New Words for a New World (Cornell University Press, 2019). Assistendo a una scena del genere, ha unito «sōlācium» (in latino, consolazione, sollievo) e «-algia» (in greco, dolore, sofferenza). Il risultato è stato «solastalgia». «A volte la definisco come la nostalgia che provi quando sei ancora a casa, ma senti che la tua casa ti sta abbandonando», spiega il filosofo a questo giornale. Da quel momento, le testimonianze “solastalgiche” non hanno smesso di arrivare nella sua casella di posta elettronica. I fattori che causano la solastalgia possono essere sia naturali che artificiali. Eventi come siccità, incendi, inondazioni, guerra, terrorismo o gentrificazione possono provocarla. Albrecht la paragona alla nostalgia tradizionale, che spesso si prova quando si è lontani da casa e si desidera tornare. Il rimedio in quel caso è, quindi, tornare. Ma con la solastalgia non c’è un luogo in cui tornare, perché non ci si è mai allontanati. Tuttavia, l’ambiente circostante è cambiato, non è più lo stesso, il che lascia una terribile sensazione di impotenza. Sebbene questo stato emotivo abbia una “cura”, questa non si ottiene con la terapia. NON È SOLO IL FUOCO In Spagna, come nel resto del pianeta, ci sono in questo momento innumerevoli territori che stanno vivendo questa desolazione a causa di forze climatiche, corporative o politiche che sfuggono al loro controllo. È il caso del fuoco, che non è solo fuoco. “Non è solo fuoco: è una ferita aperta nel petto di chi ama questi paesi. Ogni fiamma porta con sé il ricordo di una foresta, il canto di un fiume, il mormorio delle voci che ci hanno dato la vita», ha scritto Rochi Novòa, gallega di 51 anni, durante gli storici incendi boschivi della scorsa estate, che sono stati particolarmente violenti a causa di fattori quali il cambiamento climatico e che hanno ridotto in cenere una superficie pari a sei volte quella della città di Madrid. La Galizia, la Castiglia e León e altre regioni dell’entroterra sono state le più colpite. «Per me, Sobradelo — un piccolo villaggio situato nella regione galiziana di Valdeorras — è sempre stato il mio cordone ombelicale. Sono così innamorata della mia terra che posso percorrere ogni giorno lo stesso tragitto e un giorno mi affascina il capriolo che sta attraversando, un altro giorno mi piace come sorge il sole perché quella luce non l’avevo mai vista prima, o la pioggia orribile perché c’è un giorno in cui cade in modo diverso. E, se la terra brucia, io soffro con lei. Anche la mia vita qui bruciava», afferma Novòa. Ma la solastalgia emerge, in particolare, quando quel cambiamento biofisico diventa cronico, come accade una volta che le fiamme si sono spente. «È come un lutto che non riesci mai a superare, perché la terra non si rigenera a quella velocità. Il verde che può nascere ora è verde erba, che non ha nulla a che vedere con il verde castagna, con la nostra quercia. Quei boschi millenari e secolari facevano parte della nostra identità, e sì, se ne sono andati per non tornare più. In questi ultimi anni mi sento impotente ed emotivamente esausta, perché, se non sono gli incendi, è la macrocellulosa che volevano imporci», si rammarica la scrittrice, visibilmente sfinita. L’IMPATTO DELLA GENTRIFICAZIONE SUL PAESAGGIO Ci sono volte, come nel caso di Rochi, che la solastalgia irrompe nella vita di una persona come farebbe un meteorite. Tuttavia, altre volte si insinua lentamente, serpeggiando. Come è successo a Carla Henríquez, una quarantenne delle Canarie: «La prima cosa in cui ho percepito il cambiamento è stato il paesaggio. Quando sono tornata a Tenerife dopo un paio d’anni in Australia, ho iniziato a notare che la montagna che guardavo da piccola non era quasi più verde e che era sempre più piena di case». Gli abitanti di Tenerife, racconta, hanno continuato a percepirlo in dettagli come il fatto che c’era sempre meno varietà di pesci quando andavano a fare immersioni, o che non avevano più la libertà di spostarsi perché il traffico cominciava a diventare impossibile, o nel temere che nella casa dove prima viveva un’amica un giorno aprissero un Airbnb, o nel sentire che le loro usanze erano sempre più una “mera attrazione turistica”. Questa malattia dell’anima si è insinuata in tutti gli ambiti della sua vita: «Pensi: “Questo era il mio faro. La mia identità, chi sono, la sto perdendo. Ti senti spaesato nella tua stessa terra. Perdi anche il capitale sociale e il senso di comunità. Perché, se non puoi permetterti un taxi per l’aeroporto, ti accompagna la tua amica, ma non ti accompagnerà la turista dell’Airbnb. A poco a poco ci allontaniamo dai quartieri delle città verso le zone più alte, isolati gli uni dagli altri, perché non possiamo permetterci altro». Nel 2025 la Spagna ha battuto un nuovo record storico di turismo internazionale. Il Paese ha accolto circa 96,8 milioni di turisti internazionali, 15,69 dei quali concentrati nelle Canarie (un dato record anche per la regione). La popolazione residente nelle isole è aumentata del 56% da quando Carla è nata. Oggi è la terza comunità autonoma del Paese con la più alta densità demografica. Inoltre, ospita la metà delle specie a rischio critico di estinzione della Spagna a causa, tra gli altri fattori, del turismo di massa e dell’aumento degli insediamenti urbani. La solastalgia che prova Carla è stata riflessa anche nelle canzoni o nelle poesie della gente del posto. «Non voglio quell’hotel, voglio che mi restituisci la mia spiaggia […]. Voglio solo tornare alla mia infanzia», recita il musicista Fran Baraja nel brano Ese Hotel. Anche i versi di Teresa Gubern, raccolti nell’antologia Brega en verso: voces poéticas de resistencia, descrivono quel dolore: «Solleverò le piastrelle che ricoprono questo pavimento / toglierò il cemento che soffoca / scaverò fino a raggiungere la terra bagnata / per seppellire il mio corpo in questa geografia». LO SCONFORTO CHE SI PROVA IN UN TERRENO SOGGETTO A INONDAZIONI Anche i valenciani hanno cercato di imprimere per sempre la catastrofe della tempesta nelle loro opere artistiche. Un’impronta che, come sottolinea Samuel Romero, residente ad Aldaia (Valencia), «non se ne andrà mai» dalle loro vite: «Ora siamo attenti a questioni che prima ignoravamo, come quanti litri all’ora cadranno per metro quadrato, o se pioverà in questo burrone o in quell’altro. È qualcosa di nuovo che è entrato nella nostra vita e che credo non se ne andrà». Lo confermano Feliu Ventura, La Maria, Pep Botifarra, Noèlia Titana, Miquel Gil y Vicent Torrent nella loro canzone “Quan el cel es tornà negre”, il cui ritornello avverte che nemmeno la pioggia riuscirà a cancellare il fango su cui è stata scritta la loro storia. Infatti, Samuel spiega che un suo conoscente è stato costretto a traslocare, su consiglio del terapeuta, perché «sua figlia non è riuscita a superare lo shock». «Finché avessero continuato a vivere lì, sarebbe stato molto difficile per lei voltare pagina», racconta. Proprio una delle parole a cui Albrecht si è ispirato per il suo neologismo è stata la tedesca unheimlich. Si usa per riferirsi a qualcosa di minaccioso che si percepisce all’interno della casa. Ciò che dovrebbe essere una fonte di conforto si trasforma in una fonte di inquietudine, in qualcosa di sinistro. In qualità di ingegnere civile, ritiene che le misure di adattamento che si stanno valutando nella zona siano insufficienti: «E mi ribolle il sangue quando vedo che sembra non si sia imparato nulla, perché il Comune ha approvato il progetto di un grande poligono industriale di moltissimi ettari in una zona di orti che, essendo allora terreno permeabile, riuscì ad assorbire parte dell’acqua dell’alluvione. È incomprensibile». In Spagna, ad oggi, 2,7 milioni di persone vivono in territori soggetti a inondazioni. ALLEVAMENTI CHE SI IMPONGONO NEI PAESI Anche la casa di Rodrigo (nome fittizio per preservarne l’anonimato) è diventata un luogo decisamente sinistro. Come riflette il racconto «Viaggio nel paese delle mosche», di José Miguel Díaz, membro del movimento di quartiere «Salvemos el Arabí», nella regione del Campo de Cartagena (Regione di Murcia), tutti i sensi mi facevano male: «Avevo percorso solo metà del tragitto e già tutti i miei sensi mi facevano male. Sentivo gli animali ammassati e il ronzio delle mosche. Vedevo l’ordine asettico delle costruzioni che ricordavano i campi di concentramento. Respiravo il caldo fetore delle feci. Avevo perso ogni senso del gusto, che si era trasformato in repulsione, e le mie mani erano vuote per l’impotenza». È così che inizia a apparire la vita quando ti mettono un allevamento intensivo — o due, o tre — accanto a casa tua, cosa sempre meno aneddotica in Spagna, dato che si è affermata come il paese con il maggior numero di allevamenti intensivi di tutta Europa, con circa 3.963 su tutto il territorio. Ma il caso di Murcia è speciale, poiché è la terza provincia del paese con il maggior numero di macroallevamenti per comune, dopo Huesca e Lleida. Due dei suoi paesi, Lorca e Fuente Álamo de Murcia, si trovano nella top 5 delle località con il maggior numero di questo tipo di allevamenti. A Lorca ce ne sono circa 50. A Fuente Álamo circa 30. Si stima inoltre che circa 220.000 persone nel nostro Paese non abbiano acqua potabile a causa della presenza di nitrati provenienti dall’agricoltura e dall’allevamento intensivo. “È la questione degli odori, che rendono insopportabile la permanenza; il grido degli animali che soffrono, che inevitabilmente ne evoca l’immagine; il viavai incessante dei trattori pieni di cisterne di liquame, che creano un traffico continuo al punto che sembra di essere sulla M-30. È tutto”, racconta Rodrigo. Viaggiando in auto, ci sono tratti in cui si vedono queste costruzioni —il cui aspetto è così discreto, così standard, che sembrano enormi pezzi incolori usciti dal Monopoly— ogni due minuti. Inoltre, assicura, nella regione si è creato un clima sociale altrettanto irrespirabile. «C’è molta paura. Basta vedere cosa è successo a Lorca» — quattro anni fa un gruppo organizzato ha assaltato il municipio mentre si discuteva se approvare o meno una normativa comunale per vietare la costruzione di questi impianti a meno di 1.500 metri dai centri urbani o dalle strutture sanitarie e scolastiche. Tra i ricordi che Rodrigo custodisce della sua infanzia — quando poteva sentirsi libero nella zona — e la situazione attuale c’è un abisso. Non riconosce più il proprio territorio e trova conforto, sollievo, solo all’interno del proprio appezzamento. «Bisogna vivere qui per capirlo», assicura. Proprio come la zona mineraria che ha ispirato Albrecht, il Campo de Cartagena è oggi una «terra di sacrificio». «Questo tipo di progetti viene imposto alla gente del posto. Non hanno scelta», afferma il filosofo nel suo libro. LA SOLIFILIA, LA “CURA” DELLA SOLASTALGIA In un mondo sempre più «solastalgico», Albrecht sostiene che l’unica vera «cura» sia che, collettivamente (a livello internazionale, nazionale, regionale, locale e personale), «cominciamo ad affrontare le cause di questi problemi e a impegnarci nella riparazione del danno». Egli afferma che, man mano che gli esseri umani risanano i luoghi danneggiati, risanano anche se stessi. E in questo entra in gioco un nuovo vocabolo: la solifilia (altro neologismo di Albrecht, corrisponde invece alla solidarietà provata da una persona verso un luogo). «La solifilia è l’amore per il nostro legame con quel luogo che sentiamo come casa, nonché la disponibilità ad accettare la responsabilità di proteggere e preservare tale legame a tutti i livelli. Ciò può essere realizzato creando alleanze che contribuiscano a superare l’alienazione e la perdita di potere derivanti dalle decisioni politico-aziendali che hanno causato il danno», spiega. Ma ci sono contesti più o meno favorevoli per compiere questo passo. Per Rochi e Rodrigo è complicato. Si sentono soli e impotenti. «Qui il modo di elaborare il lutto è il silenzio, e questo ti fa sentire peggio. Se non mi muovessi nei circoli in cui mi muovo, morirei di pena», afferma lei, che da anni incarna con tenacia la solifilia. Rodrigo, per la sua stessa sicurezza, non può nemmeno pensare di sollevare l’argomento nel suo territorio. Samuel e Carla, dal canto loro, sentono di avere un po’ più di autonomia. «Potrei trasferirmi in un’altra zona non soggetta a inondazioni, ma credo che, quando si creano radici, un legame, sia nel bene che nel male. Quindi io, come ingegnere, faccio cose come collaborare con le associazioni di quartiere cercando di formarli su come potremmo adattare il nostro comune al nuovo scenario climatico. Tuttavia, sono consapevole che la risposta sociale a situazioni caotiche di solito richiede tempo. Alla crisi che abbiamo vissuto nel 2008 si è reagito nel 2015”, dice lui. Carla, dal canto suo, si sente davvero sostenuta. Nella sua regione il movimento “Le Canarie hanno un limite” sta compiendo passi decisivi per sensibilizzare precisamente che cosa implica la solifilia: creare alleanze per esigere un cambiamento a tutti i livelli. «Il nostro problema è, da un lato, che abbiamo una conformazione orografica complessa che non ci permette di espanderci così facilmente e, dall’altro, che tutti vogliono venire alle Canarie, ma questo non è possibile. Abbiamo bisogno di limiti», afferma. Glenn Albrecht, a 73 anni, sogna il giorno in cui il mondo si orienterà con fermezza verso la solifilia, poiché è sicuro che l’essere umano sia ampiamente in grado di relazionarsi in modo simbiotico con la terra. Il suo lavoro è ora orientato a immaginarlo. In quel futuro tanto atteso, spiega, la solastalgia diventerebbe un ricordo lontano e lui, come padre, patrigno e nonno, potrebbe riposare, molto soddisfatto, nella sua tomba ben compostata. The post Solastalgia: «Ti senti sempre più spaesato nella tua stessa terra» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Solastalgia: «Ti senti sempre più spaesato nella tua stessa terra» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 19, 2026
Popoff Quotidiano
Cosa possono imparare gli antifascisti dall’Antifa statunitense?
LA STORIA DI UNA GUERRA NASCOSTA CONDOTTA CONTRO L’ESTREMA DESTRA, PER LO PIÙ LONTANA DAGLI SCONTRI DI PIAZZA DI UN TEMPO Dan Clayton su Novaramedia Quando si annuncia che il fascismo è alle porte, c’è sempre il rischio di finire come «il ragazzo che gridava al lupo, al lupo». Ma quando si ha un’amministrazione statunitense i cui canali social, secondo le parole di Christopher Mathias, autore di To Catch a Fascist, “tweetano vera e propria propaganda nazista, usando parole come ‘sostituzione’ e ‘rimigrazione’ che venivano usate dai gruppi nazisti dieci anni fa e parlando in termini esplicitamente nazionalisti bianchi”, e persino The Atlantic afferma “Sì, è fascismo”, allora forse ci siamo già. Come ha detto Mathias quando abbiamo parlato alla fine di marzo: “Siamo in un momento fascista completamente smascherato”. Il problema nel cercare di definire il fascismo, lo stadio in cui siamo arrivati e se dovremmo addirittura usare la parola con la F, è che, un po’ come la rana apocrifa nell’acqua bollente, stiamo tutti gradualmente venendo bolliti vivi – venendo acculturati al fascismo mentre questo si manifesta tutt’intorno a noi. Se stiamo aspettando un momento decisivo, varrebbe la pena ricordare le parole dell’icona punk antifascista Thomas ‘Mensi’ Mensforth degli Angelic Upstarts, che nel 1993 ricordò alla gente che «il fascismo non inizia con i campi di concentramento; è lì che finisce». Gli antifascisti negli Stati Uniti non sono rimasti ad aspettare che il resto del mondo decidesse, e il nuovo libro di Mathias racconta la storia di una guerra nascosta condotta dall’antifa contro l’estrema destra, per lo più lontana dagli scontri di piazza di un tempo e non solo, come egli stesso afferma, riguardo a «la maggior parte del lavoro che svolgono effettivamente: raccolta di informazioni, ricerche, attività di spionaggio e identificazione, smascheramento e doxing di migliaia di membri di questo nuovo movimento fascista in America». Mathias definisce l’antifa come «una rete clandestina e decentralizzata composta in gran parte da anarchici, socialisti e comunisti, dedita a distruggere l’estrema destra con ogni mezzo necessario». Gran parte della sua attività ha comportato la rimozione delle maschere per rivelare le identità di coloro che si celano dietro attacchi razzisti, marce in uniforme, atti di vandalismo e propaganda e retorica violente, ma Mathias spiega che anche qui c’è una triste ironia. «In epoche precedenti in America, quando si indossava una maschera nel fascismo organizzato», ha detto, «lo si faceva nella speranza di creare un mondo in cui non ci fosse più bisogno di alcuna maschera». Cosa succede quindi quando quel mondo è stato creato e le maschere sono davvero state tolte? E quali sono le lezioni per gli antifascisti del Regno Unito mentre affrontiamo quella che è forse la minaccia di estrema destra più significativa dalla fine degli anni ’70? In un certo senso, ci siamo già passati. La tradizione antifascista del Regno Unito ha offerto un modello alle controparti statunitensi all’inizio degli anni ’90, in termini di attivismo di strada, mobilitazione di massa e raccolta di informazioni. Nei decenni precedenti, movimenti come l’Anti-Nazi League e Rock Against Racism, che portarono centinaia di migliaia di persone in piazza contro il fascismo, furono una parte importante dell’attivismo degli anni ’70. Red Action, Anti-Fascist Action e gruppi antifascisti autonomi in Germania e in Italia furono influenze dirette sui precursori dell’antifa statunitense, Anti-Racist Action e i Minneapolis Baldies prima di loro. E questa tradizione risale al 62 Group, al 43 Group (ex militari ebrei che affrontarono i fascisti britannici del dopoguerra) e ai primi antifascisti che non solo affrontarono l’ondata crescente del fascismo e del nazismo in Germania e in Italia negli anni ’30 e ’40, ma furono anche i primi a diventare bersaglio quando il fascismo salì al potere. Ma come nel Regno Unito, dove l’avvento delle telecamere a circuito chiuso e della sorveglianza di massa ha segnato la fine degli scontri di piazza che avevano caratterizzato molte delle attività di strada di quei gruppi, anche negli Stati Uniti si è assistito a una sorta di declino degli scontri diretti da parte degli antifascisti e a un passaggio verso un’organizzazione più radicata nella comunità e alla raccolta di informazioni. Questo non è una novità per gli antifascisti nel Regno Unito e, in vari momenti negli ultimi decenni, abbiamo visto il lavoro di intelligence svolto da Searchlight, Hope Not Hate e Red Flare, che hanno identificato attivisti di estrema destra, esercitato pressioni politiche e legali sulle loro organizzazioni e ostacolato e minato il loro lavoro il più possibile. È proprio quest’ultimo elemento a costituire il fulcro dell’opera di Mathias, il cui libro include storie avvincenti di infiltrazione nell’estrema destra, di ciò che è stato scoperto e di come è stato utilizzato. In un caso, “Vincent” si infiltra per cinque mesi nel Patriot Front, un gruppo di adoratori del nazismo responsabile di graffiti razzisti, marce provocatorie in tenuta paramilitare e srotolamento di striscioni sui ponti. Condivide con vari ricercatori antifascisti una miniera di informazioni, tra cui screenshot di chat private, registrazioni audio e foto e video realizzati mentre era il fotografo ufficiale del gruppo. Ciò ha portato a un flusso costante di doxing: le identità di questi fascisti, fino ad allora riservati e anonimi, sono state rese pubbliche. In un’altra operazione sotto copertura, la spia antifascista “Will” si è infiltrata in Identity Evropa – una delle organizzazioni responsabili della mortale manifestazione “Unite the Right” di Charlottesville del 2017 – raccogliendo “moltissimi dati, i loro messaggi e i meme che condividevano… prove del loro intento omicida per quel giorno”. Mathias lo descrive come “un flusso apparentemente infinito di pura sete di sangue e piani espliciti di violenza”. A seguito della manifestazione, in cui la assistente legale trentaduenne Heather Heyer è stata uccisa da un sedicente suprematista bianco e decine di altre persone sono rimaste ferite, una causa contro gli organizzatori della manifestazione ha attinto ampiamente ai dati raccolti, portando allo scioglimento di Identity Evropa e al doxing di molti altri coinvolti. Per sua stessa natura, il doxing si basa su ciò che Mathias descrive come «tabù sociali esistenti contro il razzismo esplicito, il bigottismo, la supremazia bianca e il fascismo». Utilizza quei tabù per creare «un costo sociale per chi fa parte del fascismo organizzato». Denunciare e svergognare richiede un minimo di… beh, vergogna – quindi come funziona quando il fascista viene trascinato alla luce, gli viene strappata la maschera e la reazione è solo un’alzata di spalle? Abbiamo già assistito a una graduale erosione di quei tabù nel Regno Unito. Nonostante le dichiarazioni secondo cui avrebbe inasprito le procedure di controllo, Reform UK continua a essere coinvolta in una serie ininterrotta di scandali che vedono protagonisti attivisti e candidati – con due casi che hanno fatto notizia solo nell’ultima settimana. A Manchester, Adam Mitula risulterebbe ancora indicato come agente elettorale di tre candidati di Reform in vista delle elezioni locali di maggio, nonostante sia stato sospeso dal partito a causa di commenti razzisti e antisemiti. Nell’Essex, Aaron Taylor, proprietario di un salone di abbronzatura ed ex tesoriere della sezione locale di Reform, ha giocato la carta del “probabilmente avevo bevuto una birra” quando è stato interrogato dal Mirror sui suoi post a favore di Hitler. Mathias ritiene che il doxing rimanga uno strumento potente, in quanto modo «per le comunità di sapere chi tra i loro vicini ha queste convinzioni perché rappresenta una minaccia: potrebbe commettere atti di violenza». Ad esempio, quando i suprematisti bianchi di Charlottesville sono stati smascherati, tra loro c’erano un marine statunitense, un dipendente di un importante appaltatore della difesa con autorizzazione di sicurezza governativa e un insegnante di scuola media della Carolina del Sud. Una delle lezioni che gli antifascisti nel Regno Unito possono trarre dal libro di Mathias è la necessità di mantenere un costo sociale per il fascismo e un tabù esplicito contro di esso. Anche se può sembrare che la marea stia montando contro di noi, rimane un disgusto diffuso per le parole e le azioni del fascismo, e mettere nero su bianco esattamente ciò in cui le persone credono davvero nei loro momenti di maggiore disattenzione ha ancora il potere di scioccare anche un pubblico compiacente. Sulla scia della repressione dell’immigrazione voluta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, durante la quale gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) hanno sparato e ucciso a Minneapolis, nel mese di gennaio, la madre disarmata Renee Good, e gli agenti della Customs and Border Protection hanno sparato e ucciso, poche settimane dopo, l’infermiera di terapia intensiva Alex Pretti, Matthias definisce «significativo» il fatto che «gran parte dell’impegno antifascista si sia orientato verso l’identificazione di questi agenti dell’ICE mascherati, creando un costo sociale per chi fa parte dell’ICE». Questo collegamento tra ciò che spesso può essere visto come un antifascismo ristretto e una politica e un’organizzazione antirazzista e di classe più ampia, sembra un passo importante per gli antifascisti sia negli Stati Uniti che qui. Mathias sottolinea che «ciò che è accaduto a Minneapolis è stata una rivolta contro l’ICE che aveva molti elementi antifascisti militanti ma non era necessariamente sotto la bandiera dell’antifa». Dietro molte delle doxing ci sono attivisti pronti a mettere a rischio la propria vita – e questo tipo di lavoro va avanti da decenni nei circoli antifascisti di tutto il mondo – ma dietro di loro c’è un gruppo meno visibile, ma non per questo meno notevole, che setaccia i dati, individuando luoghi, identificando tipi di scarpe o parti di tatuaggi. Parte del lavoro antifa consiste nel creare o sostenere nuove forme di media per raggiungere persone diverse e aggirare i monopoli consolidati dai vecchi magnati dei media e dai nuovi giganti della tecnologia, oppure nel collaborare con giornalisti simpatizzanti dei media mainstream per diffondere il messaggio. Mathias sottolinea il ruolo di siti web come Unicorn Riot, ma anche delle persone che collaborano e dialogano all’interno delle proprie comunità. Questo tipo di reti è estremamente importante, soprattutto ora che anche le grandi aziende tecnologiche si stanno piegando all’estrema destra: un articolo su The Intercept suggerisce infatti che Meta abbia imposto nuove regole che censurerebbero i post in cui si menziona “antifa” insieme ad altri “segnali di minaccia”, impedendo di fatto a chiunque di parlare di antifascismo, della Battaglia di Cable Street o persino della Seconda Guerra Mondiale. È chiaro anche che gran parte di questo ha radici nelle comunità. Proprio come i primi Baldies di Minneapolis sono nati perché i nazisti hanno invaso la loro scena e la loro comunità, gli attivisti anti-ICE a Minneapolis si sono uniti ai loro vicini e amici per respingere l’attacco e difendere se stessi e gli altri. A volte si dice che quando l’America starnutisce, il mondo prende il raffreddore. Forse ora che gli Stati Uniti hanno un caso di influenza in piena regola, se studiamo i sintomi che gli antifascisti dall’altra parte dell’Atlantico hanno identificato – e almeno alcuni dei rimedi che hanno utilizzato – potremo essere meglio preparati per gli anni a venire. Dan Clayton è un linguista, scrittore ed editore nel settore dell'istruzione. The post Cosa possono imparare gli antifascisti dall’Antifa statunitense? first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Cosa possono imparare gli antifascisti dall’Antifa statunitense? sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 19, 2026
Popoff Quotidiano
I tormenti della sinistra francese sulle primarie
IL PS È LACERATO DAL DIBATTITO SU COME DESIGNARE IL PROPRIO CANDIDATO ALLE PRESIDENZIALI. LA FRANCE INSOUMISE SI APPRESTA A LANCIARE LA PROPRIA CAMPAGNA. NEL MEZZO, LA LENTA AGONIA DEI SOSTENITORI DELLE PRIMARIE Pauline Graulle e Ilyes Ramdani per Mediapart Era la parola proibita del fine settimana. Agli incontri di social-ecologia organizzati a Montreuil (Seine-Saint-Denis) l’11 aprile, i partecipanti si erano messi d’accordo: vietato parlare delle primarie! «Di conseguenza, abbiamo avuto tre ore di dibattito appassionante», si congratula qualche giorno dopo il senatore ecologista Ronan Dantec, organizzatore dell’evento. A titolo di esempio, il parlamentare racconta di aver sondato una cinquantina di eletti del suo territorio della Loira Atlantica: «Tutti mi hanno detto che non ne possono più della sfilza di pretendenti e dei dibattiti senza fine sulle primarie», assicura. «Hanno bisogno di un’offerta di sostanza». Tra le file delle principali formazioni di sinistra, le trattative sulle «primarie» che dovrebbero far emergere un candidato o una candidata alle elezioni presidenziali suscitano la stessa stanchezza. È il caso, senza sorpresa, di La France insoumise (LFI), che dovrebbe annunciare prima dell’estate la quarta candidatura di Jean-Luc Mélenchon. «Coloro che stanno organizzando delle primarie destinate a non portare a nulla sono specialisti del fallimento», rimprovera su *Le Monde* il sindaco insoumis di Saint-Denis (Seine-Saint-Denis), Bally Bagayoko. «Ci fanno perdere tempo». Lo scetticismo nei confronti dell’iniziativa va tuttavia ben oltre le file di LFI. Lo slancio fiacco dell’estate 2025, la riunione di Bagneux (Hauts-de-Seine), la promessa di un’iniziativa «storica», l’annuncio di una scadenza fissata all’11 ottobre, la prospettiva di un grande scrutinio popolare che avrebbe dovuto riunire la sinistra cosiddetta «non melenchonista» dietro un’unica candidatura… tutto questo appartiene ormai al passato. LFI non è l’unica a tenersi alla larga dall’iniziativa. Place publique, il movimento di Raphaël Glucksmann, ribadisce che non intende partecipare all’impresa. Il Partito comunista francese (PCF) di Fabien Roussel non è più interessato. Restano Les Écologistes di Marine Tondelier, Génération·s di Ali Rabeh e Benjamin Lucas, L’Après di Clémentine Autain, Debout ! di François Ruffin… e il Partito socialista (PS)? All’interno del partito guidato da Olivier Faure, la maggioranza dei dirigenti esprime ormai apertamente il proprio disappunto per queste primarie «de la petite gauche », destinate, secondo loro, al fallimento. Innanzitutto perché, di fronte ai candidati già dichiarati quali Clémentine Autain, François Ruffin e Marine Tondelier, nulla indica che un candidato «interno» avrà la certezza di vincere. Ma anche perché, in caso di Olivier Faure – che appare probabile – sono pochi quelli che credono nelle sue possibilità di vincere le presidenziali. FAURE DA SOLO CONTRO TUTTI L’opposizione interna al PS è ben decisa a impedire al primo segretario di trascinare il partito in un’avventura in cui lui dice di credere ancora fermamente. Ultimo colpo di scena: l’alleanza di circostanza tra Boris Vallaud, presidente del gruppo socialista all’Assemblea nazionale, e l’ala destra del partito per ostacolare il processo, a cominciare dal voto dei militanti sulla strategia, che Olivier Faure aveva promesso «dopo le elezioni comunali». Ma per organizzare questa votazione interna che spera sia decisiva, Olivier Faure deve prima ottenere l’approvazione dei due terzi del Consiglio nazionale. Un’opzione per ora poco verosimile, visti i rapporti di forza. «Sono un po’ bloccato», ammette a Mediapart il primo segretario del PS, che però non si dispera. «Le primarie non sono morte e sepolte», assicura. «Una grande maggioranza dei socialisti è favorevole a questa idea. Non vedo bene come ci si possa opporre. È la domanda che pongo a chi è contrario alle primarie: come pensano di arrivare a una candidatura comune alle presidenziali quelli che sono più intelligenti di me?». A questa domanda, i suoi oppositori interni rispondono: prima i socialisti. Boris Vallaud propone, ad esempio, che il PS designi, tramite una votazione interna entro la fine di giugno, il suo «capo» per le presidenziali, il quale verrà incaricato di aprire la discussione con i rappresentanti dello spazio politico che va «da [François] Ruffin à [Raphaël] Glucksmann», spiega il suo entourage. «Non escludiamo a priori delle primarie in un secondo momento, ma riteniamo che il PS debba prima avere un proprio candidato per poterci mettere rapidamente in ordine di battaglia e smettere di procrastinare», afferma un collaboratore stretto del deputato delle Landes, che non nasconde di poter essere la persona giusta per quel ruolo… e perché no, anche per il 2027. L’opzione sembra in ogni caso sedurre all’interno del PS, dove si rimprovera al primo segretario di aver privatizzato da mesi l’organizzazione del processo di designazione per le presidenziali. «Faure non ha mai organizzato una sola riunione interna al partito sulle primarie», ironizza lo stesso interlocutore. Altri concentrano le loro critiche sui contorni delle suddette primarie. Con un’analisi tanto legittima quanto difficile da accettare: come potrebbe emergere una candidatura socialista da un’elezione in cui il PS costituisce l’ala meno a sinistra? «Il formato di Bagneux è quello di una sinistra molto a sinistra che non è in sintonia con il baricentro del Paese», spiega ad esempio la senatrice socialista Laurence Rossignol. «Eppure, queste presidenziali si giocheranno, a sinistra, sulla capacità di superare il 30% e quindi di attrarre gli elettori del “blocco centrale”». È anche questa la scommessa di François Hollande, che sta raddoppiando gli sforzi per stroncare sul nascere l’idea di una primaria. Secondo l’ex capo dello Stato, la designazione deve avvenire il più tardi possibile – a novembre o dicembre 2026 – e tenendo conto delle dinamiche dei vari candidati, in altre parole i sondaggi sulle intenzioni di voto. «Una primaria presuppone un apparato militante e un forte sostegno da parte degli eletti, condizioni che oggi non sussistono», afferma François Hollande a Mediapart, ricordando che la primaria del 2011 che lo aveva designato aveva attirato quasi 3 milioni di elettori. Di fronte a tali venti contrari, l’idea stessa che si possa tenere una votazione l’11 ottobre si scioglie come neve al sole. Ci sono le questioni politiche che la minacciano, naturalmente, ma anche quelle, più pragmatiche, del finanziamento, della logistica, della mobilitazione… PRIMARIE CHE CORRONO CONTRO IL TEMPO Le vicissitudini della cosiddetta «sinistra unitaria» fanno «sorridere» lo stato maggiore di LFI, come riconosce Paul Vannier, il suo responsabile delle elezioni. «Mi piace vederli organizzarsi per disorganizzarsi», dice il deputato. «È gustoso, è divertente. Stiamo assistendo all’ennesima resa dei conti interna tra le correnti del PS. Tutto questo è ridicolo, patetico e molto lontano da ciò che si aspettano i francesi. Vi ricordate delle primarie popolari? Si ricomincia e si ripeteranno gli stessi effetti». Il movimento di Jean-Luc Mélenchon intende lanciare la propria campagna nelle prossime settimane. «Un’alternativa seria, credibile», sostiene Paul Vannier, che critica inoltre il «suffragio basato sul censo» indotto dalle primarie. «È la riduzione del dibattito politico a elettori provenienti da categorie sociali medio-alte, provenienti dai centri urbani, sostiene il candidato di La France Insoumise. Tutto ciò crea una distorsione nella rappresentanza e una distorsione nella selezione dei candidati.» L’ultimo candidato di sinistra uscito da una primaria aperta (2 milioni di voti), Benoît Hamon, guarda ai dibattiti del suo schieramento con una punta di tristezza. «La sinistra cosiddetta “non melenchonista” manca sistematicamente ogni occasione di organizzare un’offerta politica che sia riconoscibile dagli elettori», si rammarica il fondatore di Génération·s. Si ha l’impressione che questa sinistra abbia un solo argomento di discussione: Jean-Luc Mélenchon. Ma cosa pensa questo blocco del nuovo ordine internazionale, dei cambiamenti legati all’intelligenza artificiale, della scuola, del modello sociale? Ci sono frammenti di idee, ma non c’è né collante né unità». Pur essendo favorevole al principio delle primarie, l’ex ministro dell’Istruzione nazionale giudica severamente lo stato di avanzamento dell’iniziativa. «Perché funzioni, ci vuole un progetto, un candidato e un dispositivo politico», riassume. «Se manca uno degli elementi, potete andare a prenderlo altrove. Se ne mancano due, è già morto. I leader dei partiti dovrebbero imporre insieme una soluzione, un metodo. Solo che non rimane molto tempo. Un anno fa vi avrei detto che era possibile. Ma ora…»   The post I tormenti della sinistra francese sulle primarie first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo I tormenti della sinistra francese sulle primarie sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 18, 2026
Popoff Quotidiano
La (maledetta) stratificazione della classe operaia
GLI STRATI SUPERIORI DELLA CLASSE OPERAIA DETENGONO IL POTERE RISPETTO A QUELLI INFERIORI E, PROPRIO COME QUALSIASI ALTRO STRATO SUPERIORE, HANNO IL POTERE DELLA NARRAZIONE E IL PRIVILEGIO DELL’INVISIBILITÀ Brigitte Vasallo su El Salto Se esiste un concetto chiave per comprendere alcuni pasticci delle lotte operaie e del pensiero anticapitalista europeo o, meglio ancora, se esiste un concetto utile per prevenirli, è quello della stratificazione della classe operaia, che possiamo far risalire, a occhio e croce, allo stesso Engels nel testo La situazione della classe operaia in Inghilterra del 1845. Niente di postmoderno, insomma, ma la base stessa degli studi canonici per capire come funziona il capitalismo. Anche per quelle persone che insistono sullo slogan di “una sola classe operaia”, anche partendo da lì, la questione è ineludibile. La stratificazione della classe operaia è un meccanismo di base, essenziale e consustanziale al capitalismo che consiste nel dividere la classe operaia per indebolirla. Come la divide? Introducendo al suo interno altri fattori di disuguaglianza. Il genere è uno di questi (gli operai e le operaie sono sistematicamente disuguali anche in quanto classe operaia per quanto riguarda, ad esempio, la divisione sessuale del lavoro, i salari e l’accesso al diritto stesso al lavoro salariato); la razzializzazione è un altro, non esclusivo, con l’abisso della tratta degli schiavi che merita una menzione a parte; e la condizione, anch’essa non esclusiva, con l’abisso del commercio di schiavi, che merita una menzione a parte; e la condizione, anch’essa non esclusiva, dei lavoratori autoctoni rispetto a quelli stranieri (o forestieri), tra le altre disuguaglianze. Come funziona questa stratificazione? Concedendo, all’interno della stessa classe operaia, più diritti ad alcuni rispetto ad altri e mettendoci così in competizione tra noi. Esistono innumerevoli esempi di queste pratiche, dagli scioperi dei minatori del Berguedà, in Catalogna, dove i datori di lavoro approfittavano delle migrazioni interne per sostituire i lavoratori organizzati, fino al paradigma costituito dagli scioperi dei minatori di carbone negli Stati Uniti nel 1873, dove gli scioperanti bianchi statunitensi furono sostituiti da statunitensi di colore e da migranti italiani, entrambi i gruppi con molto meno potere di associazione e di resistenza poiché partivano da situazioni ancora peggiori di quella dei minatori in sciopero, per quanto difficile possa sembrare. Saïd Bouamama, nel suo imprescindibile Dalle classi pericolose al nemico interno, cita numerose situazioni. Il programma del Partito Operaio Francese, elaborato da Jules Guesde e Paul Lafargue nel 1883, descriveva la strumentalizzazione capitalista della manodopera immigrata: «Per derubare maggiormente i lavoratori francesi, gli industriali francesi ricorrono ai lavoratori stranieri. I lavoratori stranieri (belgi, tedeschi, italiani, spagnoli), espulsi dal loro paese dalla miseria […] sono condannati ad accettare le condizioni del padrone e a lavorare per salari che gli operai locali rifiuterebbero». Se non comprendiamo e non osserviamo questo meccanismo, non possiamo né capire né opporci al capitalismo. Mettere a tacere la disuguaglianza all’interno della classe operaia non la fa scomparire perché, contrariamente allo slogan, la realtà continua a esistere, ostinata, per quanto non venga nominata. Come nel resto della costruzione sociale, gli strati superiori della classe operaia detengono il potere rispetto agli strati inferiori e, proprio come fa qualsiasi altro strato superiore, hanno il potere della narrazione e il privilegio dell’invisibilizzazione. E abusano di quel potere quando negano la stratificazione nell’unico caso in cui negarla li avvantaggia: quando si tratta di sottolineare che il sistema stesso ci divide all’interno della classe operaia e ci pone in situazioni di disuguaglianza all’interno della classe. Engels la chiamava «l’aristocrazia operaia». Le lamentele, per favore, rivolgetele a lui. Conoscere, comprendere e smettere di tacere su questo meccanismo è indispensabile per capire (e far capire agli altri) che la regolarizzazione della popolazione migrante, per esempio, è una buona notizia per tutta la classe operaia, poiché ci rafforza come classe in quanto garantisce a più lavoratori i diritti per organizzarsi e resistere agli abusi. E serve anche, permettetemi la digressione, a comprendere la disuguaglianza insita nelle migrazioni interne del franchismo sviluppista. Sessant’anni dopo c’è ancora chi cerca di impedirci di studiarle perché «ehi! i poveri c’erano ovunque». E sì, certo, ma tra un povero che emigra e un altro che resta a casa c’è una disparità: erano tutti lavoratori, erano tutti poveri, ma solo alcuni erano, e come lo sono altri oggi, migranti.   The post La (maledetta) stratificazione della classe operaia first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La (maledetta) stratificazione della classe operaia sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 17, 2026
Popoff Quotidiano
Andare al Festival del verde e del paesaggio a Roma riflettendo sui danni climatici delle guerre
Confesso che non ero mai stata al Festival del verde e del paesaggio perché immaginavo  fosse più che altro una occasione per espositori del settore del verde, oltre ad interessanti presentazioni di libri e di dibattiti; ma comunque continuavo a pensare che fosse prevalente l’aspetto espositivo. Roma è la città più verde d’Europa, e ogni metro di quel verde comporta per gli Amministratori una decisione. Anche quella di ospitare una manifestazione del genere utile per riflettere sul destino di questo nostro Pianeta, sempre più sconvolto dai cambiamenti climatici. È notizia di questi giorni che la guerra in Iran ha inquinato come un milione di automobili a benzina e provocato danni climatici superiori a 1,3 miliardi di dollari. Sono dati emersi da un’analisi della Queen Mary University di Londra, della Lancaster University e del Climate and Community Institute. Tra il 28 febbraio e il 14 marzo 2026, sono state generate oltre 5 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente: più di quante ne produca l’Islanda in un intero anno. Se la crisi in Medio Oriente dovesse andare avanti per un anno, spiega lo studio, l’inquinamento prodotto peserebbe come un’economia ad alta intensità di combustibili fossili come il Kuwait, oppure come gli 84 Paesi con le emissioni più basse messe insieme: 131 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente. E noi facciamo i Festival…e dovremmo farne sempre di più per sensibilizzare i cittadini ed educarli al pacifismo. A Roma il verde non è arredo: è carattere è l’anima degli abitanti. Boschi urbani ai margini del raccordo anulare. Ville storiche che tengono insieme secoli di potere e ombra. Pini che spaccano l’asfalto e dividono le opinioni e i Comitati di Quartiere. Orti urbani, uliveti, vitigni, frutteti, aziende agricole che riportano la campagna dentro la città. Molto interessanti sono stati i laboratori proposti “Mangiare il paesaggio. Siamo ciò che mangiamo (ma non solo)”, singolare l’incontro sui fiori edibili, ne sono uscita con uno sguardo diverso e più consapevole. Ma tutti i laboratori erano tesi a fa capire che ogni scelta alimentare riguarda la città che abitiamo. Il Festival è concepito per dare modo ai cittadini, partecipando alle numerose occasioni di incontri pubblici lungo l’arco di un fine settimana, di confrontarsi con architetti, urbanisti, paesaggisti e ricercatori che raccontano nuovi modi di progettare la città. Auditorium Festival del verde Insomma, tre giorni di incontri e dialoghi per immaginare come trasformare strade, cortili e spazi pubblici in compagnia dei bambini (attrezzatissima l’area bambini con tanto di biblioteca) i dei nostri animali domestici. Per riflettere sul concetto di paesaggio e sui versi del poeta lusitano Fernando Pessoa È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. The post Andare al Festival del verde e del paesaggio a Roma riflettendo sui danni climatici delle guerre first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Andare al Festival del verde e del paesaggio a Roma riflettendo sui danni climatici delle guerre sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 15, 2026
Popoff Quotidiano
Hormuz, peggio del ’73. Ma ancora non si vede
LE SCORTE REGGONO, I MERCATI SI ADATTANO. MA IL VERO PUNTO CRITICO NON SARÀ SOLO ENERGETICO: SARÀ POLITICO. E ARRIVERÀ PRIMA Marco D’Auria da Open Italy Lo shock petrolifero più grande della storia è in corso da sei settimane. Gli ammortizzatori reggono. Ma hanno una scadenza. E il cedimento, quando arriverà, non sarà annunciato. Quello che sta accadendo nello Stretto di Hormuz è la crisi energetica più grande della storia moderna. Il fatto che non lo sembri è esattamente il problema. Il sistema di protezione costruito dopo il 1973 funziona abbastanza bene da attenuare lo shock mentre si produce. Ma così facendo ne attenua anche la percezione. E questo ci espone di più. Partiamo dai numeri. Open Italy – Per capire meglio l’Italia e il mondo. Cosa ci insegnò il ‘73 Nel 1973, dopo la guerra del Kippur, i Paesi arabi produttori tolsero dal mercato 4,5 milioni di barili al giorno. Il 7% dell’offerta mondiale. Bastò per produrre anni di stagflazione in tutto l’Occidente. In Italia le strade si svuotarono per sette domeniche consecutive per decisione del governo. La parola “stagflazione”, cioè inflazione e recessione insieme, entrò nel linguaggio comune. Quella crisi ebbe anche un antecedente: la chiusura del Canale di Suez nel 1967, dopo la Guerra dei Sei Giorni. Per otto anni le navi furono costrette a circumnavigare l’Africa. Il mondo si adattò. Quando arrivò lo shock del 1973, però, non era pronto. Oggi dallo Stretto di Hormuz sono bloccati 20 milioni di barili al giorno. Quasi tre volte l’embargo del ‘73. E non si tratta solo di petrolio: attraverso Hormuz passa il 20% del gas naturale liquefatto mondiale e una quota enorme dei fertilizzanti globali. Quando si chiude lo Stretto, si inceppa insieme all’energia anche una parte decisiva della catena agricola e industriale mondiale. Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Iea, l’agenzia nata nel 1974 proprio in risposta al ‘73, lo ha detto senza attenuanti davanti ai giornalisti a Washington: “Il mondo sta affrontando la più grande sfida alla sicurezza energetica della storia. Riguarda il petrolio, il gas naturale, ma anche fertilizzanti, petrolchimici, elio e altre materie prime vitali. Nessun Paese, nessun Paese, è immune da questo problema”. Eppure le strade sono ancora piene. Le stazioni di servizio non sono prese d’assalto. Il panico non si vede. È qui che la crisi cambia faccia. Il sistema che ci protegge e ci acceca Dopo il ‘73, il mondo costruì tre strumenti per evitare di trovarsi di nuovo senza difese. Il primo sono le scorte strategiche. I Paesi Iea detengono oggi oltre 1,2 miliardi di barili di riserve. Ne stanno immettendo sul mercato 400 milioni: la più grande operazione della storia. Questo spiega perché i prezzi non abbiano quadruplicato come allora. Il secondo sono le rotte e le infrastrutture alternative. L’Arabia Saudita sta dirottando una parte del suo greggio verso il Mar Rosso. Copre solo una quota del traffico ordinario, ma basta ad attutire l’impatto iniziale. Il terzo è più difficile da vedere: i mercati finanziari. Nel 1973 i prezzi salivano quando mancavano i barili fisici. Oggi i mercati reagiscono soprattutto alle aspettative. Basta un annuncio di tregua per far crollare il Brent del 15% in una seduta, anche se Hormuz resta chiuso. I segnali di prezzo, cioè il principale termometro con cui le società percepiscono una crisi energetica, si muovono ormai con tempi e logiche che possono allontanarsi dalla realtà materiale. Questo sistema regge. Ma proprio perché regge, ritarda la percezione del danno. Il limite vero non è tecnico. È politico Le riserve coprono 73-83 giorni di deficit netto. Con le scorte industriali si arriva a 109-124 giorni. Ma una crisi del genere non esplode quando i serbatoi arrivano a zero. Esplode prima, quando si esaurisce la tolleranza politica. Bollette che raddoppiano. Industrie che fermano la produzione. Prezzi alimentari che salgono perché i fertilizzanti mancano o costano troppo. Il punto non è aspettare che le scorte si svuotino. Il punto è capire quando i governi smettono di reggere il costo economico e sociale della crisi. E quel momento arriva prima. C’è poi un elemento che distingue questa crisi da tutte le precedenti: stavolta non c’è nessuna Arabia Saudita pronta ad aprire i rubinetti e compensare il buco. In ogni grande shock passato, dal ‘73 al Kuwait nel 1990 fino all’Iraq nel 2003, Riyadh aumentava la produzione e tamponava. Oggi anche l’Arabia Saudita ha margini molto più stretti: una parte del greggio può uscire dal Mar Rosso, ma non abbastanza da compensare un blocco prolungato di Hormuz. La principale rete di sicurezza del sistema energetico globale, questa volta, è dentro il problema. Vale la pena aggiungere un dato tecnico che pesa più di quanto sembri. L’Iran non può semplicemente fermare l’estrazione e aspettare. I vecchi pozzi iraniani, se chiusi, rischiano danni permanenti per le infiltrazioni d’acqua. Teheran deve continuare a estrarre e deve continuare a esportare, in qualche forma. Questa non è solo una fragilità economica. È un vincolo strutturale che i negoziatori americani dicono di voler sfruttare nelle prossime settimane. Lo storico Nicolas Mulder, della Cornell University, ha scritto che questa crisi rischia di fare agli Stati Uniti quello che Suez fece a Gran Bretagna e Francia nel 1956: mostrare che la superiorità militare non basta a garantire il controllo strategico. Si può vincere sul piano militare e perdere sul terreno decisivo. La variabile che cambia il quadro Mentre questo pezzo viene scritto, la situazione si è ulteriormente complicata. Trump ha annunciato un blocco navale: la Marina americana fermerà tutte le navi in entrata e in uscita dai porti iraniani. L’Iran, in risposta, continua a bloccare il traffico commerciale che interessa l’Occidente. Il risultato concreto è che il flusso si restringe ancora. Gli americani lasciano passare solo cibo e medicinali, per evitare di colpire direttamente la popolazione civile iraniana. La tregua scade il 22 aprile. I negoziati potrebbero riprendere: da parte iraniana c’è disponibilità, da parte americana arrivano segnali contraddittori. Trump ha detto pubblicamente che non gli importa se l’Iran tornerà al tavolo. Fonti americane sostengono che i contatti continuano sottotraccia. Qui il punto non è prevedere l’esito. È capire che ogni giorno consuma riserve, accorcia il tempo politico disponibile e riduce il margine di manovra di chi vuole negoziare da una posizione di forza. Perché riguarda anche noi L’Italia non è il bersaglio diretto. Nel 1973 l’embargo era politicamente mirato contro l’Occidente. Oggi le economie più esposte sono quelle asiatiche: l’80% delle loro importazioni petrolifere passa da Hormuz. Il Vietnam ha meno di 20 giorni di riserve. Le Filippine hanno già introdotto una settimana lavorativa di quattro giorni. Essere meno esposti non significa essere al sicuro. Significa che lo shock ci arriva in modo meno spettacolare e più lento: attraverso i prezzi dell’energia che si trasmettono all’industria, attraverso i fertilizzanti che si scaricano sui prezzi alimentari, attraverso le catene di fornitura che si inceppano. Un conflitto prolungato può spingere anche l’Italia verso la recessione tecnica entro la fine del 2026. Le domeniche a piedi non torneranno. Ma il costo di questa crisi sì, e arriverà per altre strade. Quello che i numeri ci dicono Il paradosso di questa crisi è preciso: abbiamo imparato abbastanza dal ‘73 da costruire un sistema che attenua il colpo iniziale. Ma quel sistema funziona anche da anestetico: riduce la percezione della gravità dello shock mentre è in corso. Lo shock più grande della storia petrolifera moderna è in corso. Gli ammortizzatori reggono. Il cedimento, quando arriverà, non sarà annunciato. Non perché nessuno lo vedrà. Ma perché nel momento in cui diventerà visibile, sarà già tardi per prepararsi. Popoff Quotidiano ringrazia Marco D'Auria. Open Italy, la newsletter che cura su Substack,  racconta la politica, l’economia e la società italiana e internazionale con un’idea semplice: spiegare bene quello che conta, senza rumore. Se questo pezzo ti è stato utile, puoi iscriverti e condividerlo. The post Hormuz, peggio del ’73. Ma ancora non si vede first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Hormuz, peggio del ’73. Ma ancora non si vede sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 15, 2026
Popoff Quotidiano
Le illusioni e i pericoli del keynesismo militare
UNO STUDIO FMI CONFERMA LA SCARSA EFFICACIA DELLA SPESA MILITARE SULLA CRESCITA. AL CONTRARIO, IL RIARMO SFOCIA IN GUERRA E REPRESSIONE SOCIALE Romaric Godin su Mediapart Dopo aver tentato e esaurito un gran numero di tentativi per rilanciare la crescita e la produttività, i leader occidentali hanno trovato una nuova formula magica per assicurarci un futuro felice: il riarmo. L’aumento della spesa militare, inizialmente presentato come un mezzo di difesa, è ormai considerato anche un mezzo per sostenere la crescita economica. Questo «keynesismo militare» è ormai quasi la dottrina ufficiale di un paese come la Germania, dove il governo di «grande coalizione» guidato dal conservatore Friedrich Merz non nasconde che il suo piano di investire fino a 150 miliardi di euro entro il 2029 nel settore militare deve consentire una ripresa della crescita. Di fronte all’esaurimento del proprio modello economico, la Germania sembra aver trovato un modo per riutilizzare le proprie capacità industriali. La ministra federale dell’Economia, Katherina Reiche, ha così dichiarato lo scorso anno che «la politica di difesa e sicurezza è un fattore economico essenziale». Gli istituti economici tedeschi promettono, dal canto loro, una ripresa dell’attività grazie a questa rilanciata spesa militare. Questo scenario non è sorprendente. Dopo il fallimento dei vari piani di rilancio e di sostegno monetario volti a rilanciare la crescita, dopo il sostegno quasi incondizionato dello Stato che ha fatto seguito alla crisi sanitaria, l’opzione militare sembra essere diventata l’ultima ancora di salvezza per economie ormai prive di slancio. A sostegno dello scenario secondo cui il keynesismo militare consentirebbe di rilanciare la crescita in modo sostenibile, esistono alcuni esempi storici. Gli Stati Uniti sono usciti dalla crisi del 1929 grazie ai massicci e rapidi investimenti che lo Stato ha destinato al settore della difesa a partire dal 1940. Una volta superato un breve periodo di transizione, questa espansione si è estesa al settore civile e ha costituito la base della crescita dei tre decenni successivi. È principalmente su questo esempio che si fonda la speranza degli attuali leader. Ma è ragionevole sperare che si ripeta? Uno studio pubblicato ad aprile dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) cerca di tracciare un quadro storico degli episodi di «rilancio militare». L’FMI ha osservato l’andamento di 164 paesi dal 1945 e ha individuato 215 episodi di «crescita della spesa militare», definita come un periodo di aumento medio di almeno un punto di PIL di tale spesa negli ultimi due anni. UN EFFETTO SULLA CRESCITA LIMITATO E SOSTENUTO DALLO STATO Negli episodi analizzati, l’FMI identifica un aumento medio di 2,7 punti di PIL per una durata media di due anni e mezzo; un’espansione media del 2,7% del PIL attraverso una durata media di due anni e mezzo; un’espansione finanziata per due terzi da un aumento della spesa pubblica. Questo shock di domanda determina quindi, in media, un ulteriore aumento del PIL in linea con l’incremento della spesa. In altre parole, il «moltiplicatore» della spesa militare è pari a 1: un euro investito nella difesa fa aumentare il PIL di un euro. Nel dettaglio, si osserva tuttavia che la trasmissione della crescita del PIL al resto dell’economia passa principalmente attraverso la spesa pubblica, che aumenta del 9% in tre anni, poi attraverso i consumi delle famiglie (+3% in tre anni) e gli investimenti privati (anch’essi vicini al 3%). D’altra parte, una tale ripresa deteriora il commercio estero stimolando le importazioni. Quest’ultimo elemento è importante perché dimostra che, al di là del «moltiplicatore», la ripresa militare dipende in larga misura dalla spesa pubblica. L’autonomia della crescita privata è debole e ciò comporta quindi un aumento del deficit pubblico. In altre parole, la crescita generata dal riarmo non si autofinanzia: è costosa per lo Stato. L’FMI stima quindi che ogni rilancio militare costi in media 2,6 punti di PIL di deficit supplementare e 7 punti di PIL di debito pubblico. Certo, l’FMI segnala un effetto duraturo sui guadagni di produttività, ma occorre precisare immediatamente tre elementi. Innanzitutto, questi guadagni non sono sufficienti a «finanziare» il rilancio a medio e lungo termine. Inoltre, secondo il FMI, tali aumenti sono in gran parte attribuibili a un «miglioramento dell’utilizzo delle capacità produttive». Una volta completata la ripresa, tale utilizzo non potrà che ridursi. Infine, la maggior parte dei dati del FMI proviene dai paesi emergenti, dove il livello di produttività è relativamente basso e favorisce quindi questo tipo di reazione. In definitiva, quindi, la dipendenza della ripresa militare dalla domanda pubblica, che di fatto è logica nella misura in cui l’acquirente finale delle armi è lo Stato, comporta due conseguenze principali. Innanzitutto, questa ripresa, fortemente dipendente dal flusso di denaro pubblico, non si mantiene nel tempo una volta che tale flusso si esaurisce. In secondo luogo, e soprattutto, il mantenimento di questo flusso verso la spesa militare deve, in definitiva, avvenire a scapito di altre spese. Poiché lo Stato perde risorse a causa di questa ripresa, deve necessariamente operare delle scelte a favore dell’esercito e a scapito della spesa per i servizi pubblici o della spesa sociale. È il classico dibattito tra il «pane» e le «armi». È qui che si chiude la trappola: per essere efficace nel breve termine, la ripresa militare deve avvenire attraverso un nuovo deficit, ma ciò comporta a lungo termine tagli alla spesa pubblica che gravano sulle attività civili complessive. La crescita è quindi non solo più debole, ma anche più dipendente dalla spesa militare. È inoltre più inflazionistica, poiché di fronte a un crescente fabbisogno di risorse necessarie alla difesa, le attività civili si surriscaldano rapidamente. La carenza di risorse porta quindi a un aumento dei prezzi al consumo. Tutti i periodi di riarmo sono anche periodi di inflazione, a meno che non vengano adottate misure di rigoroso controllo dei prezzi e di razionamento. DEFICIT, AUSTERITÀ E REPRESSIONE SOCIALE Ciò che a volte viene presentato come una «soluzione» economica non lo è quindi affatto. Nel dettaglio, per quanto riguarda l’Europa, la maggior parte degli studi non permette di credere in una ripresa della crescita sufficientemente duratura da evitare tagli a scapito dei servizi pubblici e della spesa sociale. Il FMI esamina il caso della Polonia, un paese che ha aumentato notevolmente la spesa militare, in particolare per le attrezzature. Tale spesa è così passata dal 2,2% del PIL al 4,5% tra il 2021 e il 2025. Ma se la Polonia sta registrando una crescita sostenuta, non lo deve a questo sforzo bellico. «L’impatto macroeconomico sull’aumento della spesa militare in Polonia è stato modesto», riassume il FMI. Le conseguenze sulla spesa pubblica sono invece ben tangibili. Nel caso della Germania, uno studio del giugno 2025 condotto da due ricercatori dell’Università di Mannheim, Tom Krebs e Patrick Kaczmarczyk, non dice altro. «L’analisi mostra che il moltiplicatore di bilancio della spesa militare in Germania non è superiore a 0,5 e può addirittura attestarsi a 0», spiegano i due economisti, che ricordano che il moltiplicatore della spesa per le infrastrutture è do 2 e quello della spesa per l’assistenza alle persone del 3%. Ciò significa che un euro speso per la difesa in Germania genera 50 centesimi di crescita e contribuisce quindi ad aumentare il deficit. I calcoli dell’Unione europea non lasciano sperare in risultati migliori. L’UE si aspetta solo un effetto «moderato» sulla crescita dall’aumento di 1,5 punti di PIL della spesa per la difesa. Il debito pubblico, dal canto suo, potrebbe aumentare complessivamente da 4 a 5,5 punti di PIL. Inevitabilmente, ciò porta a rafforzare il potere dei finanziatori e quindi dei mercati finanziari sulle politiche economiche. Ma queste politiche economiche sono politiche di classe: fanno ricadere l’essenziale dell’aggiustamento sul mondo del lavoro. Ci si dovrà quindi aspettare che si esigano «sacrifici» dai popoli in nome della difesa regionale o nazionale. Già in Francia, l’Alto Consiglio delle finanze pubbliche, custode di queste politiche di classe, ha chiesto di privilegiare le politiche militari rispetto a quelle sociali per garantire il finanziamento dello sforzo militare. In un testo del dicembre 2025, il think tank proeuropeo Bruegel sottolinea la necessità di un «maggiore aggiustamento dei bilanci dei paesi membri dell’UE» per far fronte all’aumento delle spese militari. In realtà, la repressione sociale fa parte di un insieme che rientra nella logica della militarizzazione dell’economia. Quando l’attività economica diventa parte della «difesa nazionale», la contestazione non è più ammessa. L’accumulazione del capitale realizzata in questo quadro diventa sacra, e opporvisi diventa un crimine. E’ una delle ragioni per le quali il settore della difesa è così importante per il capitalismo contemporaneo al di là dell’impatto stretto economico. LA FUGA IN AVANTI MILITARE Ma a tutto c’è un limite. La persistenza della questione del finanziamento conduce a un dilemma che spesso sfocia in una disastrosa fuga in avanti. Poiché le spese militari aumentano il deficit commerciale proprio mentre cresce il fabbisogno di valuta estera per finanziare tali spese, una politica di riarmo su vasta scala può sfociare nelle classiche crisi della bilancia dei pagamenti. L’unico modo per sfuggirvi è, quindi, o fare marcia indietro, oppure ricorrere alle armi per ottenere accesso diretto alle risorse attraverso la guerra. In Le Salaire de la destruction (pubblicato in edizione tascabile da Tempus/Perrin nel 2016), lo storico Adam Tooze spiega come il riarmo tedesco avviato nel 1934 sia giunto nel 1938 a un punto morto: gli afflussi netti di valuta estera si stavano esaurendo e minacciavano il paese di una crisi estera e l’industria della difesa di una carenza di risorse. A quel punto ci sono solo due opzioni: la riconversione civile, dolorosa dal punto di vista sociale, o la fuga in avanti militarista. La guerra diventa quindi l’opzione «più ragionevole»: quella che permette di sostenere l’industria militare assicurando, attraverso la predazione militare, le risorse necessarie. È questa la scelta che verrà fatta dal regime nazista, trascinando il mondo nella distruzione. Più vicino a noi, la Russia ha conosciuto una ripresa della crescita entrando in guerra contro l’Ucraina nel 2022. Ma dopo poco più di due anni, il progressivo esaurimento delle risorse finanziarie del Cremlino l’ha costretta a ridurre la domanda civile con tassi elevati per mantenere la priorità data all’esercito. E anche in questo caso, essendo la crescita globale diventata altamente dipendente dalla domanda militare, la soluzione scelta prenderà la forma di una vera e propria corsa sfrenata in avanti in campo militare. Del resto, questa logica della fuga in avanti è all’opera anche quando la crescita è più forte e più duratura. È logico: se la crescita dipende sempre più dalla spesa militare, bisogna fare di tutto per mantenerne la necessità. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno così mantenuto una spesa militare sostenuta per tutta la durata della guerra fredda, utilizzando i «teatri secondari» del loro conflitto per rinnovare e vendere le scorte e sperimentare nuove armi. Questa corsa sfrenata avrà un prezzo molto alto. La guerra del Vietnam porterà Washington a seppellire gli accordi economici di Bretton Woods e la corsa agli armamenti degli anni ’80 esaurirà e condannerà l’URSS e il suo blocco. Anche il caso israeliano è un esempio di questa dinamica nefasta tra crescita e spese militari. Il settore tecnologico dello Stato ebraico dipende in gran parte dal settore militare. Alimentare i conflitti permette quindi di sostenere la crescita del paese. La ripresa militare è quindi un’idea pericolosa. Non solo non è promettente dal punto di vista economico, ma prepara il terreno alla repressione sociale e a una fuga in avanti militarista e distruttiva. È senza dubbio per questo motivo che è diventata la politica preferita dai leader del capitalismo contemporaneo. The post Le illusioni e i pericoli del keynesismo militare first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Le illusioni e i pericoli del keynesismo militare sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 14, 2026
Popoff Quotidiano
La mia infanzia nel Weather Underground
I MIEI GENITORI FONDARONO IL GRUPPO RIVOLUZIONARIO. SONO NATO IN CLANDESTINITÀ E HO TRASCORSO I MIEI PRIMI ANNI IN FUGA Zayd Ayers Dohrn da The New Yorker Una fredda mattina del 1980, quando non avevo ancora quattro anni, mia madre mi svegliò mentre era ancora buio, premendo il viso contro la mia guancia. «Dobbiamo andarcene», mi sussurrò. «Subito.» Rotolai giù dal materasso, mi infilai dei vestiti e la seguii giù per cinque rampe di scale senza dire una parola, portando le mie scarpe da ginnastica e camminando in punta di piedi per non svegliare i vicini. Fuori, mio padre stava già raschiando il ghiaccio dal parabrezza della nostra station wagon arrugginita. Mia madre era in piedi sulla soglia. I suoi capelli, che aveva tenuti corti e tinti di rosso come parte di un travestimento, stavano ricrescendo, lisci e scuri fino alle spalle. Se ne stava immobile, cullando il mio fratellino, ma i suoi occhi continuavano a sbirciare verso l’incrocio di Harlem, seguendo ogni auto che passava. Alla fine, mio padre fischiò due volte, il nostro solito segnale – uno corto, uno lungo – e lei mi condusse sul sedile posteriore. Mio padre si voltò una volta a guardare dietro di noi per vedere se fossimo seguiti, mi fece l’occhiolino nello specchietto retrovisore e poi sterzò verso l’Interstate 80, in direzione ovest. I miei ricordi di quel periodo sono vaghi, ovviamente. Li ricordo nel modo in cui chiunque “ricorda” i momenti importanti della propria infanzia: sovrapposti alle tradizioni di famiglia, alle storie raccontate dai miei genitori e ai dettagli che ho ricostruito da conversazioni recenti. Ma sotto sotto ci sono memorie sensoriali autentiche. Tra le più remote, forse segnate dalla paura di quella notte: l’odore freddo della città e il confuso senso di disorientamento del risveglio mentre fuori era ancora buio. Ricordo di essermi chiesto perché ce ne stessimo andando e cosa ci sarebbe successo dopo. Un decennio prima, mia madre, Bernardine Dohrn, aveva dichiarato guerra al governo degli Stati Uniti. Lei e mio padre, Bill Ayers, avevano contribuito a fondare il gruppo rivoluzionario militante Weather Underground e si erano impegnati a opporsi alla guerra del Vietnam e a combattere violentemente contro quello che consideravano uno Stato di polizia fascista qui in patria. Loro e i loro amici fecero esplodere bombe al quartier generale della polizia di New York, al Campidoglio, al Dipartimento di Stato e al Pentagono. Indossavano travestimenti, vivevano sotto falso nome, costruirono una rete di rifugi sicuri e divennero il bersaglio di una caccia all’uomo internazionale. Nel 1970, il direttore dell’FBI J. Edgar Hoover definì mia madre “la donna più pericolosa d’America”. Quell’ottobre, divenne solo la quarta donna nella storia a figurare nella lista dei “Dieci più ricercati” dell’FBI. Sono nata nella clandestinità e ho trascorso i miei primi anni in fuga. Nel 1980, però, i miei genitori avevano finalmente deciso di costituirsi. A Chicago ci aspettava un patteggiamento, ma, affinché l’accordo funzionasse, dovevamo presentarci di persona in tribunale. Se fossimo stati catturati lungo il tragitto, mia madre avrebbe trascorso decenni in prigione. Quella notte il viaggio in auto fu teso; mio padre dice che mantenne la nostra station wagon ben al di sotto del limite di velocità. La mattina seguente ci fermammo in un’area di sosta dove c’era un Burger King. Mentre mia madre rimaneva in macchina ad allattare il bambino, io e mio padre entrammo nel locale, e una simpatica coppia di anziani iniziò a parlarmi mentre ero in fila, solo per fare due chiacchiere. «Ehi, tesoro», mi disse l’uomo, sorridendomi dall’alto. All’epoca avevo i capelli biondi lunghi fino alle spalle e la gente pensava sempre che fossi una bambina. «Siete in vacanza?» Sapevo che non avrei dovuto parlare con gli sconosciuti, ma mio padre era impegnato a ordinare da mangiare e mi sentivo in dovere di dire qualcosa. La mia risposta, negli anni successivi, è diventata uno scherzo ricorrente in famiglia. «Stiamo andando a Chicago», dissi loro, «così mia madre può costituirsi all’FBI». Mio padre si voltò, sorpreso, cercando di capire. «Oh. Sì, non lo so», disse, cercando di far una risata forzata. «Forse qualcosa che ha visto in TV? Ehi, Z, devi andare in bagno prima di partire? Saluta.» Salutai con la mano. E, prima che arrivasse il nostro cibo, mi prese in braccio e corse verso la nostra auto. Mentre si immetteva di nuovo sull’autostrada, disse a mia madre che pensava che qualcuno lo avesse riconosciuto. Stava cercando di proteggermi, credo. Mio padre sapeva che non volevo deludere mia madre a tutti i costi, che non avrei voluto ammettere di aver infranto i rigidi codici di segretezza della resistenza clandestina. La ammiravo. La stimavo. Volevo essere come lei. Naturalmente, crescendo, le cose si sono complicate. Ora so che il tipo di resistenza violenta dei miei genitori ha avuto conseguenze tragiche per la nostra famiglia e un costo mortale per le persone che ci circondavano. Tre delle persone più vicine ai miei genitori furono uccise da un’esplosione accidentale mentre preparavano un attentato a una base della US Army. Altri hanno trascorso decenni dietro le sbarre, lasciando i propri figli senza madre o senza padre. E anni dopo, quando il gruppo si frammentò in fazioni sempre più militanti, alcuni presero parte a una disastrosa rapina in banca che causò la morte di una guardia innocente e di due agenti di polizia: tre uomini che quel giorno stavano semplicemente facendo il loro lavoro e che hanno lasciato i propri figli, le proprie famiglie. Naturalmente, all’epoca non sapevo nulla di tutto questo. Ricordo solo di aver guardato il volto di mia madre nello specchietto retrovisore, chiedendomi cosa stesse pensando – se anche lei avesse paura – mentre scrutava le mappe del nostro sbiadito atlante stradale Rand McNally. Nella nostra famiglia, di solito era mio padre a guidare, ma non c’era mai alcun dubbio su chi stabilisse la nostra direzione. «Esci alla prossima uscita», gli ordinò. «Prenderemo le strade secondarie». Mia madre non è sempre stata una rivoluzionaria. È cresciuta come una ragazza bianca della classe media a Whitefish Bay, nel Wisconsin. Suo padre era il responsabile del credito di una catena locale di negozi di elettrodomestici, un immigrato ebreo di seconda generazione e un repubblicano di lunga data. All’inizio mia madre sembrava desiderosa di compiacere tutti; era una studentessa con il massimo dei voti e, a diciassette anni, divenne la prima della famiglia ad andare all’università, all’Università di Chicago, dove presto proseguì gli studi alla facoltà di giurisprudenza come una delle poche studentesse del suo primo anno. Ma permettere a tua figlia di vedere del mondo più di quanto tu abbia fatto significa che potrebbe arrivare a vedere quel mondo in modo molto diverso. Nel 1966, Martin Luther King Jr. venne a Chicago per guidare una serie di proteste contro il razzismo e la discriminazione abitativa. «Osservando King, sera dopo sera, mentre predicava in chiesa – mi ha raccontato mia madre di recente – ha cambiato la mia vita». «Il movimento per i diritti civili aveva bisogno di avvocati – persone disposte, idealmente, a lavorare gratis — e ben presto si offrì come volontaria. «Non ne sapevo nulla», raccontò ridendo. «Ero una studentessa del secondo anno di giurisprudenza. Indossavo una fascia al braccio con la scritta “Legal”. Era ridicolo!» Nel 1968, mia madre era a New York quando sentì delle urla provenire dalla strada. Il dottor King era appena stato ucciso a Memphis, nel Tennessee. Mia madre afferrò la borsa e prese la metropolitana per la Quarantaduesima Strada. “Non so perché l’ho fatto”, mi disse. «Ma, quando sono arrivata lì, c’erano migliaia e migliaia di persone a Times Square. Volevo stare in mezzo a una folla di persone che piangevano. E che erano arrabbiate. Entrambe le cose». Quella rabbia la allontanò dalla politica di non violenza di King e la spinse verso un’ideologia più militante. Fu presto eletta alla leadership nazionale di Students for a Democratic Society, il più grande gruppo di protesta studentesca del Paese in quel periodo. Fu attraverso l’S.D.S. che incontrò mio padre, figlio di un importante amministratore delegato di un’azienda di servizi pubblici. Lui era cresciuto in un ricco sobborgo di Chicago, aveva bruciato la sua cartolina di leva all’Università del Michigan e poi aveva abbandonato gli studi per dedicarsi a tempo pieno alla protesta. Poi, nel 1969, mia madre divise l’S.D.S. a metà, formando una fazione più radicale del gruppo chiamata Weatherman. (Il nome era tratto dal testo di “Subterranean Homesick Blues” di Bob Dylan: “Non c’è bisogno di un meteorologo / Per sapere da che parte tira il vento.”) Quell’ottobre, i Weathermen devastarono il quartiere commerciale di lusso di Chicago — il Magnificent Mile — con mattoni, catene e mazze da baseball, bruciando vetrine, spaccando macchine, e scontrandosi con agenti di polizia armati: le cosiddette rivolte dei «Days of Rage». La loro dichiarazione rilasciata dopo la protesta ha dato il titolo al recente film di Paul Thomas Anderson sui rivoluzionari americani contemporanei: Da qui in poi sarà una battaglia dopo l’altra — con i giovani bianchi che si uniscono alla lotta e si assumono i rischi necessari. Pig amerika, state attenti. C’è un esercito che cresce nelle vostre viscere e vi distruggerà. Mia madre aveva trovato un nuovo modello di riferimento, più rivoluzionario: Fred Hampton, il carismatico ventunenne presidente delle Pantere Nere di Chicago. Divennero amici e compagni. I Weathermen e le Pantere Nere tenevano riunioni insieme e si scambiavano informazioni sulla sorveglianza governativa e sugli informatori della polizia. Per un attimo sembrò che potessero contribuire a realizzare il sogno di Hampton di una “coalizione arcobaleno” interrazziale di gruppi di attivisti radicali. Ma, due mesi dopo, anche Hampton era morto, giustiziato dalla polizia di Chicago mentre dormiva nel suo letto con la sua ragazza incinta accanto a lui. Un informatore dell’FBI aveva corretto la bevanda di Fred con un sedativo in modo che non si svegliasse durante il micidiale raid notturno. Questo nuovo omicidio fece perdere la testa a mia madre e ai suoi amici. «Ero furiosa», mi disse, ancora visibilmente infuriata decenni dopo, «per l’assoluto marciume della vita americana». La notte successiva, i Weathermen posizionarono tazze di plastica da caffè piene di polvere nera sotto i cofani delle auto della polizia in tutta Chicago. L’esplosione distrusse le auto di pattuglia e fece saltare i finestrini degli edifici vicini. Pochi mesi dopo, mia madre e mio padre, insieme a circa un centinaio di altri membri del gruppo, cambiarono nome, tagliarono i ponti con le loro famiglie e scomparvero. Il 21 maggio 1970, una cassetta audio fu consegnata ai giornali di tutto il Paese a nome del loro gruppo, che aveva appena cambiato nome, il Weather Underground. «Salve, sono Bernardine Dohrn», inizia la registrazione. «Sto per leggere una dichiarazione di stato di guerra». Due settimane dopo, una bomba di dinamite esplose al secondo piano del quartier generale della polizia di New York. Il presidente Richard Nixon convocò immediatamente una riunione d’emergenza nello Studio Ovale. «Centinaia, forse migliaia di americani – per lo più sotto i trent’anni – sono determinati a distruggere la nostra società», disse ai suoi capi dei servizi segreti. «Non intendo stare a guardare mentre dei sedicenti rivoluzionari commettono atti di terrorismo in tutto il Paese». Quando ero ancora un ragazzino, viaggiando in auto con i miei genitori attraverso il Paese, credo di aver immaginato che la clandestinità fosse un luogo fisico, come se potesse avere una sua doppia pagina nell’atlante stradale che mappasse un arcipelago nascosto di rifugi, comunità e luoghi di incontro: un’intera geografia sotterranea segreta. Ma non era un luogo, in realtà; mio padre diceva che era solo uno stato d’animo. «Sono entrato nella clandestinità cambiando nome», mi disse. «Un giorno ero una cosa, e il giorno dopo ne ero un’altra». Trovare un nuovo nome fu sorprendentemente facile. Un Weatherman si recava in auto in un cimitero di campagna e si guardava intorno finché non trovava la lapide di una persona che avrebbe avuto più o meno la sua età ma era morta da neonato. Poi si sarebbe recato al tribunale della contea per richiedere un certificato di nascita sostitutivo. In breve tempo avrebbe ottenuto un documento ufficiale con la sua foto, ma con un nuovo nome e un’identità completamente nuova. Mio padre si fece crescere la barba. Mia madre si tagliò i capelli corti, li tinse di rosso e iniziò a vestirsi come una hippie californiana – occhiali grandi e abiti svolazzanti – invece che con il suo caratteristico look fatto di pelle nera, minigonne e stivali al ginocchio. Si sistemarono in alloggi sicuri – appartamenti economici in quartieri popolari. Trovarono lavoro come operai edili, scaricatori di porto e tate – lavori che non richiedevano la tessera di previdenza sociale e venivano sempre pagati a fine giornata, in contanti. Nel frattempo, la loro campagna di attentati si intensificò. A luglio, una bomba scosse una base dell’esercito statunitense vicino al Golden Gate Bridge. Il giorno dopo, un’esplosione frantumò l’atrio di vetro e marmo dell’edificio della Bank of America a New York. Il metodo che usavano era semplice: una giovane donna bianca vestita da segretaria entrava in un edificio, metteva una borsa o una borsetta in un bagno o in un ufficio vuoto, impostava un timer e se ne andava. Poche ore dopo, qualcuno avrebbe chiamato per dare l’avvertimento. Pochi minuti dopo, la bomba sarebbe esplosa. Le telefonate di avvertimento impedirono per lo più gravi perdite. Dopo che un’esplosione accidentale in una fabbrica di bombe nel West Village uccise tre Weathermen, i sopravvissuti, sconvolti dalla morte dei loro amici, giurarono di rinunciare alla violenza letale. Ma gli attacchi, sebbene volessero essere simbolici, erano comunque pericolosi e avventati. E, sebbene i Weathermen oggi continuino a sostenere di non essere stati dei terroristi — che le loro bombe non avevano lo scopo di mutilare o uccidere, ma di lanciare un messaggio — resta il fatto che far esplodere delle bombe comporta una minaccia implicita di violenza. Può terrorizzare la gente. E mentre ci possono essere momenti nella storia in cui alcuni di noi ammetterebbero la necessità di una resistenza illegale e violenta – la Germania nazista, per esempio, o il Sud sotto la schiavitù – la dinamite è uno strumento controproducente in una democrazia, per quanto imperfetta. Far saltare in aria gli edifici non aiuta a costruire un movimento di massa o a creare lo slancio per un cambiamento duraturo. Ma, se l’obiettivo era attirare l’attenzione, la campagna di attentati del Weather Underground fu un enorme successo. Trasformò mia madre in un simbolo: un’eroica fuorilegge antigovernativa per alcuni, una terrorista violenta e antiamericana per molti altri. Attori e rockstar della scena controculturale – tra cui la band Jefferson Airplane – iniziarono a donare denaro e automobili alla causa. I settimanali alternativi ristamparono la foto segnaletica di mia madre con il messaggio “Bernardine Dohrn benvenuta qui!”. Gli adolescenti appesero la pagina alle finestre o alle pareti, come i poster di Che Guevara, Malcolm X o Tupac nelle stanze degli studenti di oggi: non tanto un segno di una specifica ideologia politica quanto una manifestazione impressionistica di ribellione giovanile. Quel settembre, i miei genitori furono contattati da una setta di trafficanti di marijuana e LSD in California con l’incredibile nome di Brotherhood of Eternal Love, che voleva aiuto per far evadere il loro eroe, Timothy Leary, dalla prigione. Leary, uno psicologo di Harvard diventato guru dell’LSD, era diventato famoso per aver esortato i giovani a usare l’LSD per «accendersi, sintonizzarsi, abbandonare tutto». Era stato condannato a vent’anni di reclusione per possesso di due spinelli – uno dei primi casi-test della «guerra alla droga» del governo – e i membri della Confraternita erano determinati a liberarlo. In cambio di un sacchetto di carta pieno di contanti – ventimila dollari in banconote non contrassegnate – il Weather Underground accettò di occuparsene. Elaborarono un piano. Utilizzando le mappe introdotte di nascosto da un avvocato radicale che rappresentava sia Leary che mia madre, diedero a Leary le istruzioni su come arrampicarsi, mano dopo mano, lungo un cavo telefonico per più di sessanta metri attraverso il campus della prigione, nel cuore della notte. Una volta superato il muro di cemento, si lasciò cadere su un prato, dove un gruppo di Weathermen lo aspettava in un furgone, vestiti come una famiglia in gita di pesca. Tinsero rapidamente i capelli di Leary, gli diedero vestiti nuovi e un passaporto, e lo portarono fuori dal paese – ma non prima che lui e i miei genitori festeggiassero insieme in una radura nel bosco, fumando uno spinello e ascoltando Jimi Hendrix. «È stato divertente», ricorda mia madre. «Voglio dire, eravamo lì in piedi in un boschetto di sequoie in California, e c’erano tutti quei titoli sui giornali che dicevano che se n’era andato». Con il passare del decennio, però, i miei genitori sono cresciuti – come succede ai giovani ribelli – e mia madre, inaspettatamente, ha iniziato a pensare di avere dei figli. «Forse è stato il fatto di compiere trent’anni», mi ha detto. «Ero così irremovibile fino a quel momento. «Ero davvero convinta che non sarebbe toccato a me. E invece, all’improvviso, è successo proprio a me. Non so come spiegarlo». Scoprì di essere incinta in una clinica gratuita nel quartiere di Haight-Ashbury a San Francisco. I test di gravidanza casalinghi non erano ancora molto diffusi, quindi dovette correre il rischio di presentarsi di persona alla clinica e poi chiamare qualche giorno dopo per conoscere i risultati. L’infermiera al telefono sembrava dispiaciuta mentre le dava la notizia; a quanto pare, la maggior parte delle donne non sposate sperava in un risultato negativo. «Mi dispiace davvero dirti questo», disse. «Ma sei incinta». Mia madre, però, era al settimo cielo. «Ahhh!» gridò al telefono. «È meraviglioso!» I miei genitori affittarono un appartamento malandato con una camera da letto che si affacciava su un parco nel quartiere di Fillmore. Comprarono sacchi di vestiti per neonati di seconda mano e decorarono l’appartamento con arazzi economici e peluche. «Eravamo al sicuro da molto tempo», mi disse quando le chiesi se avesse considerato i pericoli di avere un figlio mentre era una fuggitiva. «Sentivo che sapevamo come stare al sicuro». Trovarono un’ostetrica tramite amici fidati. E io nacqui a casa, nella primavera del 1977, in un rifugio sotterraneo. I miei genitori non mi hanno mai mentito su nulla di tutto questo, tranne forse per qualche omissione. Mia madre dice che ha cercato di spiegarmelo in modo che una bambina di quattro anni potesse capire. Facevamo parte di un’alleanza ribelle, come Luke Skywalker o la principessa Leia, in lotta contro un impero malvagio. Eravamo fuorilegge, come la volpe animata del “Robin Hood” della Disney, che rubava ai ricchi per dare ai poveri. Così appresi, nei miei primi ricordi, che i miei genitori trasgredivano la legge e che l’FBI dava loro la caccia. Ma non credo che avessi capito esattamente chi – o cosa – fosse “F.B.I.”. Perché l’FBI voleva catturarci? Cosa sarebbe successo se ci avesse trovati? Non riuscivo proprio a farmi un’idea di cosa fosse un’agenzia federale. Per me era solo una presenza spaventosa che perseguitava la nostra famiglia in continuazione: l’uomo nero dei miei sogni d’infanzia. Secondo i miei genitori, all’età di tre anni avevo già imparato a riconoscere tra la folla i poliziotti in borghese e gli agenti dell’FBI. Bisognava guardare le loro scarpe (mocassini di pelle economica, ben lucidati) e le loro auto (di fabbricazione americana, spoglie, ma con antenne radio potenziate e il rombo rivelatore di un V-8 potenziato). Mi insegnarono a non usare mai telefoni fissi che potessero essere rintracciati: portavamo rotoli di monete da dieci centesimi in tasca e telefonavamo dai telefoni a gettoni. Imparai a parlare in codice. “Scarpe marroni” significava agenti in borghese. Vivere in fuga significava essere “al corrente dello scherzo”. Quando avevo quattro anni, ho imparato a percorrere una “traiettoria”, quel complicato intreccio di curve e tornanti che usavamo per seminare chi ci seguiva. Su per le scale fino ai binari sopraelevati, aspettare due minuti, tornare indietro, attraversare il parco, passare dai campi da basket, girare l’angolo. Era un po’ come giocare: una versione per adulti del travestimento o del nascondino, ma solo la mia famiglia conosceva tutte le regole. In ogni posto in cui ci fermavamo per più di una o due settimane, i miei genitori trovavano nuovi lavori, si tingevano i capelli di colori strani, parlavano con nuovi accenti e assumevano nomi sconosciuti. Mia madre si faceva chiamare Louise (Lou) Douglas, Rose Brown, Lorraine Anne Jellins, H. T. Smith, Sharon Louise Naylor e Karen Lois DeBelius. Mio padre diventava Joe Brown, Tony Lee, Jules Michael Taylor, Hank Anderson, and Michael Joseph Rafferty, Jr. Io volevo sentirmi parte del loro mondo da adulti. Così, anche se tanto nessuno conosceva il mio vero nome e non avrei avuto un certificato di nascita fino all’età di cinque anni, in presenza di estranei cominciarono a chiamarmi Z. Mi sembrava tutto stranamente normale. Praticamente tutti quelli che conoscevo all’epoca erano fuggitivi. E, nel corso degli anni, incontrai altri bambini i cui genitori erano anch’essi in fuga: «cuccioli delle Pantere» e «ragazzi del Weather» come me, senza scuola e senza un posto fisso da chiamare casa. Jad Joseph, il cui padre, Jamal, era un membro clandestino delle Pantere Nere di New York, ricorda che suo padre disse alla famiglia di prepararsi per un viaggio in auto e sbottò: «Se arrivate con trenta secondi di ritardo, qualcuno potrebbe morire!». Jad mi ha raccontato: “E io ho detto: ‘Papà, nessuno morirà perché siamo in ritardo da nonna’”. Altri amici ricordano di essere stati portati in giro come “coperture” quando i loro genitori erano fuori a perlustrare i luoghi da bombardare. L’idea era che una coppia con un bambino al seguito non sarebbe sembrata troppo sospetta mentre faceva una passeggiata vicino a una stazione di polizia o a una base militare. Il mio amico Thai, i cui genitori facevano parte della leadership del Weather Underground, ricorda che un giorno suo padre, Jeff Jones, tornò a casa e trovò l’appartamento della loro famiglia a Hoboken circondato dai poliziotti: un ispettore dei vigili del fuoco aveva individuato la sua piccola coltivazione di piante di marijuana sulla scala antincendio. Jeff andò a prendere Thai all’asilo quel pomeriggio, e la loro famiglia non tornò mai più a casa. Abbandonarono tutto ciò che possedevano da un giorno all’altro: cartelle cliniche, libri, foto di quando erano bambini, giocattoli. La mia famiglia trascorse un periodo in alcune comunità in Oregon, dove giocavo con altri bambini in una cascata che chiamavamo “la lavatrice” e imparavo a mungere la muca (che, naturalmente, si chiamava Emma Goldmilk). Abbiamo alloggiato in campeggi per roulotte in Virginia e in pensioni malandate nei quartieri poveri di Detroit. Ma sfogliando l’atlante stradale, mi sono accorto che non abbiamo mai visitato i luoghi turistici suggeriti dalla guida: Disneyland, la diga di Hoover, l’Alamo. Nelle rare occasioni in cui la mia famiglia si prendeva il tempo per fare un giro turistico, era per visitare monumenti all’ingiustizia – i luoghi insanguinati di linciaggi, massacri e rivolte violente – in modo che potessi interiorizzare le lezioni di resistenza radicale. «Questi erano combattenti per la libertà», mi sussurrava mia madre. «È qui che sono stati uccisi. Ricordalo. Anche tu sei una combattente per la libertà». Non mi sentivo affatto una combattente per la libertà e, vista la fine raccapricciante e tragica che sembrava aver colpito la maggior parte degli eroi dei miei genitori, non ero affatto sicura di volerlo diventare. Eppure, nonostante tutto l’ovvio pericolo, sapevo che i miei genitori mi avrebbero sempre protetta, a qualunque costo. Questa era la base su cui si fondava il mio fragile senso di sicurezza: che la mia nascita avesse cambiato tutto. Mia madre e mio padre mi dicevano sempre che avevano smesso di partecipare ad “azioni” violente dopo la mia nascita, che si erano impegnati, per il bene della nostra famiglia, a costruire un futuro diverso. Ma, come la maggior parte delle storie sulle origini, ora so che la nostra era per lo più un mito. Alla fine degli anni Settanta, la mia famiglia era tornata ad Harlem. Mio padre, come Tony Lee, aveva accettato un lavoro come insegnante alla mia scuola materna per potermi tenere d’occhio. Mia madre era di nuovo incinta e lavorava in una boutique di abbigliamento di lusso per bambini sull’Ottantunesima Strada chiamata Broadway Baby. Come ho scoperto solo di recente, quel lavoro offriva un vantaggio inaspettato: ogni volta che mia madre incontrava una cliente di un certo tipo – una donna giovane, bianca e incinta, proprio come lei – le chiedeva un documento d’identità per verificare un assegno e poi memorizzava rapidamente i suoi dati personali. Qualche giorno dopo, una donna entrava in un ufficio della Motorizzazione Civile e diceva all’impiegato di aver perso il documento d’identità. Verificava la propria identità fornendo nome, data di nascita, indirizzo e numero di patente corretti, e le veniva rilasciato un duplicato sul posto. Questi documenti d’identità venivano poi utilizzati per noleggiare veicoli che venivano impiegati in una serie di rapine in banca da parte di ex membri delle Pantere Nere e del Weather Underground, cellule di fuggitivi determinate a mantenere viva la rivoluzione. Intorno al 1978 o 1979, i miei genitori mi portarono al mio primo campeggio, ad Alderson, nel West Virginia. I miei ricordi del viaggio sono vaghi e impressionistici, basati per lo più su storie che ho sentito in seguito. Ma lo considero un periodo divertente: la mia prima volta a piantare una tenda, a cucinare su un fornello a gas portatile, a sdraiarmi su una coperta sotto le stelle. Recentemente, però, mentre ricostruivo il percorso della mia famiglia attraverso la clandestinità, ho notato qualcosa di strano in quel particolare punto sull’atlante stradale: il nostro campeggio era proprio accanto a una prigione federale, la F.P.C. Alderson, che nel 1979 era nota soprattutto per ospitare una detenuta di nome Assata Shakur. Shakur era stata una figura di spicco delle Pantere Nere di New York, un gruppo che si era unito ai miei genitori nella clandestinità nei primi anni Settanta, si ribattezzò Black Liberation Army e diede il via a una guerra senza quartiere contro il N.Y.P.D., scatenando una serie di scontri sanguinosi in cui persero la vita sia agenti di polizia che membri della resistenza nera. Shakur era, come mia madre, giovane, militante, donna e fotogenica, e ben presto divenne un simbolo politico e l’obiettivo di una caccia all’uomo condotta congiuntamente dall’F.B.I. e dal N.Y.P.D. L’ex vice commissario della polizia di New York definì Shakur “l’anima” del B.L.A., “la chioccia che li teneva uniti, li spingeva ad andare avanti, li spingeva a sparare”. Shakur fu infine arrestata nel 1973, dopo che un controllo stradale si trasformò in uno scontro a fuoco mortale che uccise due agenti della polizia di Stato, ferì Shakur e uccise il suo migliore amico – l’uomo da cui prendo il nome – Zayd Malik Shakur. Nel 1978, quando facemmo la nostra gita in campeggio con la famiglia in West Virginia, Assata era rinchiusa da quattro anni, e i suoi amici della resistenza nera erano disperati nel volerla liberare. Quando feci notare a mio padre la “coincidenza” del luogo in cui ci trovavamo in campeggio, ammise finalmente – sebbene il loro coinvolgimento non sia di dominio pubblico – che erano stati reclutati per fare un sopralluogo alla prigione. “Scattammo un sacco di foto”, mi disse. “Disegnando mappe e cercando di capire se ci fosse un modo per far uscire Assata. C’era la sensazione che una coppia di giovani bianchi con un bambino potesse fare qualsiasi cosa senza attirare l’attenzione.” Le mappe non furono mai utilizzate, perché Shakur fu trasferita dal West Virginia a una prigione nel New Jersey. Quell’autunno, un vecchio amico contattò mio padre attraverso la rete di comunicazioni clandestina, componendo un numero stampato su un pezzo di nastro Dymo sbiadito e parlando con lui da una cabina telefonica pubblica. Qualche giorno dopo, mio padre osservò da un alto sperone roccioso l’uomo che percorreva Central Park. Alla fine, si incrociarono sul sentiero che circonda il bacino idrico, e l’uomo andò dritto al punto: il Black Liberation Army aveva un incarico da affidare a Bill – qualcosa di illegale e potenzialmente pericoloso. «Ricordo di averci riflettuto a lungo con Bernardine», mi disse mio padre, quando gli chiesi della scelta che aveva fatto quel giorno. «In un certo senso, non volevo davvero farlo. Ma, da un altro punto di vista, non desideravo altro che farlo.” “Eri un padre,” gli ricordai. “Non ci hai pensato? Ai rischi che stavi correndo?” “Beh, è come tutto il resto dell’essere coinvolti nel movimento,” disse. “Da un lato, come ogni altro essere umano, il granello dell’universo che capisci meglio è la tua vita. Quindi, vuoi averla. D’altra parte, se sei una persona che si è impegnata in qualcosa di più grande, vuoi che anche quella cosa più grande funzioni. E così questa contraddizione non mi ha mai abbandonato del tutto. Come si fa ad assumersi la responsabilità di se stessi e della propria famiglia e, allo stesso tempo, assumersi una certa responsabilità per il mondo più ampio?” Qualche settimana dopo, mio padre si è dato malato al lavoro alla mia scuola materna. Mi lasciò a casa con mia madre, che era ormai incinta di sette mesi di mio fratello, e prese il treno della linea 1/9 diretto a un parcheggio in centro. Lì trovò un furgone ad attenderlo. La chiave era sotto lo zerbino. Il biglietto del parcheggio era infilato nell’aletta parasole. Un’ora dopo, parcheggiò il furgone davanti a un grande magazzino Laneco in un centro commerciale del New Jersey e si preparò ad aspettare. A pochi chilometri di distanza, il leader paramilitare del B.L.A. Sekou Odinga arrivò alla prigione. Consegnò un documento d’identità, firmò il registro dei visitatori con un nome falso e fu accompagnato a trovare Shakur. Si abbracciarono e, approfittando dell’abbraccio, Odinga le passò una pistola Magnum calibro .357. I due presero rapidamente in ostaggio una sorvegliante della prigione. In pochi minuti, arrivarono altri due soldati armati del B.L.A., ammanettarono una guardia sotto la minaccia delle armi e, insieme a Shakur, si ammucchiarono in un furgone dirottato, uscirono dai cancelli della prigione senza sparare un colpo e si dispersero nelle auto di fuga in attesa guidate da amici bianchi della clandestinità. A pochi chilometri di distanza, il contatto di mio padre nel B.L.A. bussò al finestrino, caricò qualcosa o qualcuno nel retro del suo furgone e gli disse di guidare. Mio padre non è ancora sicuro di cosa stesse trasportando; non crede che fosse Shakur in persona, ma quel giorno la clandestinità doveva disperdere un gran numero di persone e attrezzature: armi, fuggitivi e membri della rete di supporto. «Una delle cose di un’azione come quella», mi disse, «è che la sua complessità ti permette di svolgere un ruolo molto piccolo in un angolo remoto, senza nemmeno capire bene quale fosse il quadro generale». Ma mentre imboccava una strada nel New Jersey con il furgone, diretto verso Manhattan, cominciò a sentirsi nervoso. «Tenevo le mani sul volante nella posizione delle due e delle dieci», ricordò. «Cercavo di sembrare il più normale possibile». Poi vide un posto di blocco più avanti: un agente della polizia statale faceva accostare metà delle auto per un controllo. «Si erano accorti di tutto», mi disse. «È stato davvero terrificante. Ma, ovviamente, il punto fondamentale del fatto che fossi io a guidare il furgone è che sono un ragazzo bianco che guida un furgone, e loro non stanno cercando quello». Trattenne il respiro, sperando che il vantaggio di essere bianco reggesse. «Mi guardò dritto negli occhi. E io… sono semplicemente passato. Ricordo, molto chiaramente, di aver provato un’euforia assoluta una volta superato quel poliziotto. Ce l’avevo fatta! Ero passato! Ero sopravvissuto!» Parcheggiò il furgone, lasciò la chiave e il biglietto del parcheggio, comunicò la sua posizione e tornò a casa. Assata Shakur Nel 1984, Shakur è riapparsa all’Avana, dove le è stato concesso l’asilo politico dal governo di sinistra di Fidel Castro. Ha vissuto a Cuba per decenni, tenendo conferenze e scrivendo la sua autobiografia, ed è diventata un simbolo globale della liberazione dei neri – ciò che lei definiva una “maroon”, ovvero una schiava fuggitiva. Shakur è morta l’anno scorso, dopo aver ispirato generazioni di scrittori e attivisti neri, artisti hip-hop come Nas e Mos Def, e il personaggio della militante Perfidia Beverly Hills, interpretata da Teyana Taylor, nel film “One Battle After Another”. Ma per me la storia dell’evasione di Shakur non era solo un pezzo di storia politica radicale, ma una sorprendente rivelazione riguardo alla mia famiglia. Perché, sebbene crescendo avessi sempre capito che i miei genitori erano disposti a sacrificare i loro amici, la loro libertà e persino la loro vita per la loro causa, in qualche modo non mi era mai venuto in mente che fossero disposti a sacrificare anche me e mio fratello. «Hai davvero pensato a cosa sarebbe successo se vi avessero scoperti?», ho chiesto a mio padre di recente. Ora ha ottantuno anni, porta gli occhiali e ci sono ciuffi di capelli bianchi che spuntano da sotto il berretto da baseball. «Sì», ha detto. «Pensavo che la mia vita sarebbe finita». «E allora perché?» «Perché era importante», ha detto. «Perché il mondo aveva bisogno che accadesse». La fuga di Shakur si rivelò l’ultima azione riuscita dei movimenti clandestini rivoluzionari degli anni Settanta. Due mesi dopo, all’inizio del 1980, nacque mio fratello Malik, e i miei genitori decisero di costituirsi. Il nostro rifugio a Harlem stava diventando affollato. Non di oggetti: la culla di Malik, come la mia, era un cassetto del comò rivestito di coperte. Ma, proprio come alcuni genitori si rendono conto dopo il secondo figlio che avranno bisogno di una casa più grande o di un minivan, mia madre decise che una famiglia di quattro persone era semplicemente troppo numerosa per lo stile di vita clandestino. «Mi sembrava che non ti avessimo fatto troppo male costringendoti a vivere da fuggitivo», mi disse. (Non ero proprio d’accordo, ma lasciai correre.) «Due bambini erano un’altra cosa. E tu stavi crescendo. Il mondo era andato avanti». Così, quel dicembre, i miei genitori mi svegliarono nel cuore della notte per il nostro ultimo viaggio attraverso il Paese, nascosti. In un tribunale di Chicago, circondata dalla polizia e dai microfoni, mia madre lesse una breve dichiarazione, chiarendo che arrendersi non significava rinunciare. «Non rimpiango affatto i nostri sforzi di unirci alle forze di liberazione», disse al giudice. «Rimango impegnata nella lotta che ci attende». Si dichiarò colpevole di violazione della libertà provvisoria e di aggressione aggravata, reati minori risalenti alle rivolte dei Days of Rage, dieci anni prima, quando un poliziotto aveva cercato di afferrarla e lei gli aveva dato un calcio nelle palle. Pagò una multa di millecinquecento dollari e fu rilasciata lo stesso giorno, con tre anni di libertà vigilata. Mi stupisce ancora che un’ex fuggitiva tra le più ricercate potesse cavarsela con una semplice bacchettata sulle mani. Ma mia madre era stata in clandestinità per molto tempo; la maggior parte delle accuse contro di lei erano state ritirate a causa della condotta scorretta dell’FBI smascherata nello scandalo COINTELPRO: intercettazioni telefoniche senza mandato, irruzioni, furti con scasso e tentativi di ricatto. Il governo aveva i propri crimini da nascondere. E, nel 1981, gli anni Sessanta dovevano sembrare storia antica; Ronald Reagan stava per prestare giuramento come presidente, eletto con la promessa di “rendere di nuovo grande l’America”. La maggior parte del Paese sembrava pronta ad andare avanti. A conti fatti, i miei genitori se ne andarono appena in tempo. Più tardi quello stesso anno, alcuni ex membri del Weather Underground e del B.L.A. tentarono di assaltare un furgone blindato della Brink’s nello Stato di New York; l’operazione si trasformò in uno scontro a fuoco mortale, con i rapinatori che spararono a una guardia e a due agenti di polizia. Fu una catastrofe morale e politica per il movimento; ciò portò a decine di arresti e alla fine degli ultimi residui della clandestinità. Gli amici dei miei genitori, David Gilbert e Kathy Boudin, avevano guidato il furgone utilizzato per la fuga in quella rapina. Entrambi furono condannati a decenni di reclusione. Lasciarono il loro figlio neonato, Chesa, dicendo alla tata che sarebbero tornati presto, ma semplicemente non tornarono mai più a casa. I miei genitori adottarono Chesa quando aveva appena diciotto mesi. Divenne parte della nostra famiglia, il mio secondo fratello, e un ricordo vivente, per me, di quanto facilmente avrei potuto perdere mia madre e mio padre, proprio come Chesa aveva perso i suoi. «Ero ancora allattato al seno quando furono arrestati», mi ha raccontato di recente. «Più tardi, dicevo loro: “Perché dovevate andarvene entrambi? . . . Basta una sola persona per guidare una macchina.”» Passarono gli anni. Io e i miei fratelli siamo cresciuti. Andammo al liceo. Giocavamo nella Little League. A volte c’erano dei lampi del nostro passato da fuggitivi: un ticchettio al telefono che poteva essere (o ero paranoico?) un’intercettazione dell’FBI; lettere dal Canada o da Cuba che arrivavano senza timbro postale. Ma quando diventammo adolescenti i miei genitori avevano lavori normali da classe media, e la nostra famiglia conduceva una vita americana abbastanza tipica. La nostra storia scomparve dalle notizie. La maggior parte delle persone che incontravamo non aveva mai sentito parlare del Weather Underground. Quando i nostri amici o vicini scoprivano il passato della nostra famiglia, la loro reazione era solitamente di incredulità o di lieve eccitazione, come se avessero scoperto che un genitore dell’associazione genitori-insegnanti era stato un tempo una pornostar. Chesa Boudin Dopo anni di lotta e terapia, Chesa è diventato uno studente con il massimo dei voti, ha ottenuto una borsa di studio Rhodes e ha proseguito gli studi alla Yale Law School. Alla fine è stato eletto procuratore distrettuale di San Francisco, inserendosi in un’ondata di procuratori progressisti eletti durante il dibattito sul razzismo scaturito dall’omicidio di George Floyd. In seguito è stato destituito – nell’ambito della reazione contraria a quel momento storico – e ora dirige un centro di assistenza legale presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università della California a Berkeley, impegnandosi a riformare il sistema di giustizia penale dall’interno. Anche Assata Shakur ha lasciato una figlia, Kakuya, di cinque anni, che ora è assistente sociale a Chicago e ha una famiglia sua. Ha visto sua madre per l’ultima volta più di vent’anni fa. «Ci penso spesso», mi ha detto Kakuya prima della morte di sua madre, «al fatto che lei mi ricordi come una quindicenne. Cioè, wow, mia madre non sa davvero chi sono come donna. Non conosce i miei figli». Kakuya mi ha detto che ammira ancora l’impegno radicale di sua madre, ma prova anche un senso di perdita e di rimpianto per i costi della lotta di sua madre. «Perché avere un figlio?», ha chiesto, retoricamente. «Perché l’hai fatto quando sapevi che non avresti potuto crescermi?». Tutti noi ragazzi cresciuti nella clandestinità conosciamo quella sensazione: quella di essere vittime involontarie della guerra dei nostri genitori. Nessuno di noi ha deciso di seguire le orme violente dei propri genitori. La maggior parte di noi ha dedicato la propria vita a crescere una famiglia e a un tipo di cambiamento più graduale e pacifico. I nostri genitori – gli eroi della nostra infanzia – si sono rivelati esseri umani imperfetti che non sono mai stati all’altezza della loro stessa idea rivoluzionaria, e tutti noi dovevamo convivere con la consapevolezza che le loro scelte radicali comportavano un prezzo da pagare non solo per noi, ma anche per le altre famiglie che ne erano state colpite, per gli altri bambini che dovevano crescere senza i propri genitori. Ho passato anni a cercare di distinguere ciò che ammiro di mia madre e mio padre – il loro sacrificio e il loro impegno, la loro radicale solidarietà con il movimento per la libertà dei neri – dalla violenza e dal settarismo che spesso minavano la loro causa. Quella contraddizione potrebbe essere il motivo per cui sono diventato uno scrittore invece che un rivoluzionario: perché non ho mai provato appieno la loro certezza morale in bianco e nero su ciò che verrà dopo, né il loro istinto radicale di far saltare in aria le cose nel tentativo di cambiare il mondo. Ma ultimamente ho riflettuto molto, in questa nuova era di resa dei conti razziale, violenza poliziesca e crescente autoritarismo, su come sarà il futuro per i nostri figli. Io e mia moglie abbiamo due figlie e penso spesso a come spiegare loro la storia della nostra famiglia. Naturalmente, le nostre ragazze non hanno bisogno di imparare a riconoscere i poliziotti in borghese o a seguire un percorso – non ancora – ma mi chiedo comunque quali parti della loro eredità rivoluzionaria potrebbero trovare utili, sia come ispirazione che come monito. Perché questa è la cosa curiosa dell’eredità: inizia come qualcosa che ricevi, forse a malincuore, dal tuo passato. Ma diventa qualcosa che devi decidere come trasmettere al futuro. Recentemente, mi sono seduto con mia madre nel suo salotto, a Hyde Park, nella zona sud di Chicago. Ora ha ottantaquattro anni, con i capelli brizzolati e una rete di sottili rughe che le solcano la pelle. Ma i suoi occhi verdi sono ancora intensi come sempre, e mi fissano. «Sai, è buffo», mi ha detto. «Lo capirai quando avrai la mia età… spero che tu arrivi a questa età. Penso ai miei genitori più ora di quanto abbia fatto per anni e anni. Mio padre si è allontanato dalla sua famiglia per così tanto tempo». Suo padre, Bernard, era scappato dai propri genitori a quattordici anni per inseguire la sua versione del sogno americano. «È stato ironico quando ho in qualche modo replicato quello schema», ha detto. «Sono scappata. Anche se è uno schema molto americano, da immigrati, non è vero?» «Lo è?» esordii. «Non ne sono sicura… Nessun altro nella nostra famiglia è mai diventato un rivoluzionario o un fuggitivo federale.» All’improvviso mi sorrise, guardandomi dritto negli occhi. «I tuoi figli potrebbero diventarlo», disse. «Non si può mai sapere.» tratto da “Dangerous, Dirty, Violent, and Young: A Fugitive Family in the Revolutionary Underground” Zayd Ayers Dohrn è docente di scrittura drammatica alla Northwestern University e ideatore della serie di podcast “Mother Country Radicals”.   The post La mia infanzia nel Weather Underground first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La mia infanzia nel Weather Underground sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 14, 2026
Popoff Quotidiano
Medio Oriente senza tregua
CHI VINCE E CHI PERDE NEL CONFLITTO IN IRAN E IN LIBANO. E COSA ASPETTARSI DAI NEGOZIATI APERTI IN PAKISTAN Se non fosse l’ignobile filmaccio che è stato, Senza tregua potrebbe essere preso a paradigma dello stop alla guerra che infiamma il Medio Oriente e con esso il mondo. Se non fosse la tragedia che è, la tregua sancita tra Usa e Iran con la mediazione del Pakistan, subito spezzata da Israele, potrebbe derubricarsi a ennesimo bluff di un conflitto senza capo e molte code. Invece non c’è pace tra i cedri, e neppure nel Golfo Persico, a dispetto di tregue reali o presunte tali, parafrasando un altro film, tra i maggiori del neorealismo, di Giuseppe De Santis. Alla vigilia della cancellazione della civiltà persiana, del ritorno dell’Iran all’età della pietra promesso da Trump, con il ricorso all’atomica come estrema ratio, sua maestà Donaldone I accetta il pacchetto (paccotto?) offertogli dagli iraniani per far cessare i bombardamenti. Tutti gli obiettivi militari sono stati raggiunti e superati, assicura adesso Big Don, e si può tranquillamente trattare coi “fottuti bastardi” che fino a poche ore prima si volevano cancellare dalla faccia della terra e dai libri di storia. CHI DÀ LE CARTE NEL GIOCO A PERDERE Bibi non ci sta e scatena sul Libano i bombardamenti forse più massicci della sua storia, tanto per far vedere chi dà le carte nel gioco a perdere scatenato dai due compari. E mentre il fu paese dei cedri piange altre migliaia tra morti e feriti, triste pedaggio all’ennesima spinta espansionista sionista spacciata per sicurezza nazionale contro quel che resta degli hezbollah filoiraniani, a Islamabad s’aprono i negoziati sui dieci punti proposti (imposti?) dagli iraniani per il cessate il fuoco. Una base trattabile, assicura il presidente Usa. L’ennesimo spariglio del mazzo da parte di un imperatore ormai fuor di senno, come il macellajo di tel Aviv a cui tiene bordone? Non a caso a Washington c’è – persino tra i fedelissimi – chi rispolvera la “teoria del pazzo” di Nixon per dire che è ora di farla finita con simili boutade. Ma dopo 38 giorni di una guerra dove nulla tornerà come prima, cosa resta sul campo? Chi sono i vinti, chi i vincitori, per ora? E soprattutto, che accadrà in Pakistan e nel mondo? I DIECI PUNTI DELLA DISCORDIA Già le medaglie in petto sulla grisaglia verdenazi e la faccia d’Asim Munir, bel ceffo di feldmaresciallo a capo delle forze armate e già prima dei servizi segreti pakistani, la dice lunga sui mediatori e sulle finalità della tregua dietro cui si muovono ombre cinesi. Due settimane di sospensione dei bombardamenti in cambio di dieci punti. In sintesi: stop all’aggressione, revoca delle sanzioni economiche e abrogazione di quelle sancite dal Consiglio di sicurezza Onu, accettazione del programma di arricchimento dell’uranio a fini civili, controllo iraniano sullo stretto di Hormuz, pagamento dei danni di guerra, ritiro delle forze Usa dalle basi del golfo, cessazione delle ostilità su tutti i fronti, inclusi quello yemenita e libanese su cui Netanyahu fa orecchie da mercante. Se su quest’ultimo punto, già violato, s’annuncia il braccio di ferro tra i due compari, oltre che tra i contendenti, il resto non è così facile da digerire e soprattutto da spacciare per successo per gli Usa, ammesso che il negoziato vada in porto. Più che di vittoria, come strombazza Trump, parrebbe un pari e patta che ha il sapore della sconfitta per Donaldone e i suoi scherani. DOVE CASCA L’ASINO OCCIDENTALE Gli Usa, e obtorto collo Israele, sono stati costretti al tavolo della tregua – non certo della pace – forse perché hanno colpito i 13mila obiettivi stabiliti dalla deficienza artificiale o piuttosto perché bombe e missili sono prossimi a esaurirsi mentre gli arsenali iraniani sono ancora mezzi pieni e di questo passo c’è il rischio di non avere più nulla da opporre ai loro razzi e droni? Per Big Don sono stati un tale successo, questi 38 giorni di guerra, da vedere le basi Usa del Golfo operativamente distrutte, le infrastrutture energetiche degli alleati del golfo a pezzi e il traffico marittimo al collasso, con pesantissime ripercussioni a livello globale. E qui casca l’asino e il fardello dell’Occidente alla canna del gas: lo stretto si riaprirà, ai pasdaran piacendo, previo pedaggio da spartirsi con l’Oman, a rimborso dei danni di guerra. Non certo un vantaggio per le petroliere e le gasiere che attraverseranno lo stretto e per le tasche di tutti. Ma se nei paeselli in India e in Cina hanno sostituito i combustibili fossili con l’atavica merda di vacca, le cose vanno e andranno sempre più maluccio per noialtri occidentali, indipendentemente dall’esito dei negoziati. POVERA ITALIA, SERVA SCIOCCA ALLA CATENA Soprattutto per le tasche dei poveri italiani, anello debole e servi sciocchi alla catena, preoccupati più di un eventuale ripescaggio ai mondiali ai danni dell’Iran che di toglierci dai guasti d’una servitù senza fine. Tantomeno dei missili piovuti sulla base di Erbil o sui mezzi Unifil nell’inferno libanese. Quanto al paese degli ayatollah, semidistrutto dai bombardamenti, chiunque non sia asservito o in malafede vede come abbia tenuto botta sotto le bombe. Si può decapitare la testa, ma il regime affonda le sue radici in profondità sociali e culturali che gazzettieri e guerrafondai da salotto neppure sognano. E qui arriva a soccorrerci la storia, la sua totale inutilità. Se la conoscessero generaloni e teste calde, per non dir altro, e chi espone in bellavista bandiere dello scià, avrebbero saputo che la resilienza militare e la difesa modulare dei persiani non ha pari, dai tempi delle aquile imperiali romane che tentarono di soggiogarli. Crasso pensava che la conquista della Persia fosse uno scherzo per le sue legioni, finché a Carre prese la sveglia e perse la testa. Ma una testa l’aveva, il console che s’era fatto straricco facendo abbruciare le insule dei poveracci. Che l’abbiano certi novelli imperatori che incendiano il mondo è lecito dubitarne, fuor di pazzia. CHI GOVERNA DAVVERO L’AMERICA E IL MONDO? Dopo la presidenza d’un povero demente, Rimbambiden, al paese che s’ostina a non recedere dalla sua volontà egemonica tocca d’essere guidato da uno scellerato ancora più furioso, e questo dovrebbe dirla lunga su chi governa davvero l’America, e il mondo che più non è né sarà, dopo questa guerra. E mostrare infine il vero volto di chi l’ha scatenata manu militari, Netanyahu, per brama di potere e salvaguardia delle proprie terga. Spiace dirlo ma le sue responsabilità non sono scindibili da quelle del paese che ha portato all’apice della potenza globale. Israele, con il suo fanatismo, con il suo potenziale militare, con il suo suprematismo etnico, e soprattutto con il suo strapotere finanziario, mediatico e tecnologico, è una minaccia esistenziale per il mondo intero. Parole forti che rievocano altri drammi e tragedie epocali? Certo. Ma davanti al lenzuolo funebre srotolato al Verano di Roma, coi nomi dei 18mila bambini palestinesi massacrati dai sionisti dal 2023 a oggi si deve, una volta per tutte, smetterla di pagare dazio alla vulgata dei massacratori e alla fola dei liberatori. Sarà piuttosto il caso di liberare la terra che ha dato i natali a Cristo da chi la tiene in ostaggio e noi con essa, o soccombere ai macellaj di turno. In nome della libertà, s’intende. www.mauriziozuccari.net   The post Medio Oriente senza tregua first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Medio Oriente senza tregua sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 13, 2026
Popoff Quotidiano
Le Fenicie: il teatro come coro impotente nell’epoca della guerra permanente
RESISTERE E CREARE, A GENOVA, GIUNGE ALLA SUA DODICESIMA EDIZIONE PROSEGUENDO IL SUO PERCORSO TRA DANZA, CIRCO, TEATRO, MUSICA DAL VIVO, ARTI VISIVE E NUOVI MEDIA Genova, aprile 2026, Le Fenicie, di e con Michela Lucenti. O dell’impotenza dell’arte nell’epoca della guerra permanente. Una condizione che ci relega nel ruolo di un coro tragico che assiste e subisce emotivamente lo spettacolo a distanza (sempre meno distante, tuttavia)  dello scatenamento della ferocia tecnologica su popolazioni indifese. Una pura testimonianza partecipe, ma del tutto inefficace sulle cose. Detta così suona malissimo, ma è il senso che si ricava nel talk con gli spettatori che ha seguito  la rappresentazione con cui la coreografa della compagnia Balletto Civile torna nella cornice genovese del festival di danza contemporanea  ReC, Resistere e Creare al Teatro della Tosse.  Una  messa in scena della tragedia di Sofocle che segna un ritorno alla dimensione teatrale per la compagnia. Con un focus di lavoro tra gesto coreografico e parola che ha imposto una postura di interpretazione quanto più aderente al testo nella sua lettura di “primo livello”. Richiedendo, cioè, una disciplina attoriale che rifugge da tutte quelle tentazioni di distanziamento ironico dai classici che abita tanta parte delle arti performative contemporanee e che il filosofo Jean-François Lyotard già indicava come connotazione fondamentale del nostro tempo nel suo La condizione postmoderna, già nel lontano 1979. Una riflessione intensamente fisica e danzata sulla nuda verità del potere e della natura cinetica della violenza come processo inesorabile che, una volta avviato, richiede di esaurirsi scaricandosi su una vittima innocente. Resistere e Creare giunge alla sua dodicesima edizione proseguendo  il suo percorso tra danza, circo, teatro, musica dal vivo, arti visive e nuovi media, sotto la direzione artistica di Marina Petrillo, affiancata dallo scorso anno da un Comitato Artistico composto da Katarzyna Gdaniec, coreografa della pluripremiata compagnia Linga, Lara Guidetti, coreografa della compagnia nazionale Sanpapié dance and physical theatre, Natalia Vallebona, coreografa della compagnia indipendente transnazionale Poetic Punkers  e Valentina Barone, curatrice indipendente basata a Colonia /De, circus and dance international development manager e editor  circus dance festival, founder & coordinator around about circus. In una visione informata a una  multidisciplinarietà e una varietà dei linguaggi con prospettive e voci differenti e che si traduce in una programmazione che si sroyìtola  fino al prossimo autunno, porta sul palo del teatro genovese, sempre in aprile, un piccolo focus scandinavo: dalla Norvegia la Jo Stromgren Kompani con A  dance tribute to the art of football, un omaggio e un’ analisi potente e ironica sul calcio e il suo rapporto con la danza, ininterrottamente sulla scena dal 2009; a seguire due lavori del coreografo e danzatore finlandese Tero  Saarinen- applaudito lo scorso anno in Islands della Carolyn Carlson Company – che torna a Resistere e Creare con Garden, nuovo lavoro presentato a Genova in prima assoluta e Westward Ho, prima coreografia prodotta per la sua compagnia presentata nella sua nuova versione. Grec-2025_Alice-Brazzit Il focus si chiude a giugno al Teatro del Ponente con un laboratorio di Cristina Caprioli,  artista italiana basata in Svezia, Leone d’Oro alla carriera per la Danza 2021. Caprioli, figura centrale della coreografia contemporanea in Europa, porta a Resistere e Creare un momento di residenza e lavoro di tre settimane in sequenza ininterrotta, parte del suo progetto annuale Ten calls 2026,  One Year Of Candid  Dancing  / Dieci appelli 2026. Un anno di danza sincera; una preziosa occasione di incontro tra l’artista e il suo lavoro con il territorio e la comunità. Dopo l’estate si riparte con il circo contemporaneo della Compagnia francese Rasposo, creata nel 1987 da Fanny e Joseph Moillens e attualmente guidata da Marie Molliens; un pilastro del nouveau cirque, che arriva a Resistere e Creare grazie al supporto di Nuovi Mecenati, Fondazione FrancoItaliana per la creazione contemporanea con Hourvari, un’esperienza intensa e potente che ha già affascinato il pubblico nazionale e internazionale; tra incanti, acrobazie estreme e una solida tessitura drammaturgica il grido di un’umanità che si ribella, in una società che fatica a svegliarsi dal suo torpore. Ad accompagnare i mesi autunnali anche la compagnia Linga di Katarzyna Gdaniec e Marco Cantalupo, che torna in scena con Kaguya Hime, nuovo spettacolo della compagnia svizzera, con il sostegno di Pro Helvetia, per la prima volta pensato appositamente per un pubblico di ragazzi: una favola poetica sulla diversità ispirata alla celebre fiaba giapponese dedicata alla principessa della luna. Ritorno in novembre per due grandi nomi a Resistere e Creare con due lavori sulla memoria dei corpi. Wim Vandekeybus e Ultima Vez tornano a Genova con What the  Body Does  Not  Remember, Revival, nuova versione dello storico spettacolo del 1987 che gettò le basi per quello che sarebbe diventato il tratto distintivo del linguaggio artistico del grande coreografo. La Compagnie Herve  Koubi dopo il trionfo della scorsa edizione con Les Nuits Barbares, ritorna in Sant’Agostino con la prima nazionale del nuovo lavoro Body Of Memory. Sempre in autunno anche la versione definitiva di Can can  il nuovo progetto di Giovanni Ortoleva, artista associato per il triennio 025/027, presentato in anteprima la scorsa primavera; una produzione Fondazione Luzzati Teatro della Tosse con Irene Mantova, che arriva a Genova dopo il debutto nazionale  a RomaEuropaFestival. ©Ryo-Ichii Anche in questa edizione si intrecciano  al programma nuovi lavori, produzioni, coproduzioni e progetti targati ReC, dentro e fuori dalle sale a consolidare la relazione con artisti e compagnie tra cui Aldes/Roberto Castello con la seconda edizione di Bambu progetto di circuitazione nazionale di giovani artisti africani; e ancora Sanpapiè, Poetic Punkers, Deos Danse  Ensemble. INFORMAZIONI Tutti gli aggiornamenti su  Teatro della Tosse e sulla pagina facebook e sul profilo instagram resisterecreare. The post Le Fenicie: il teatro come coro impotente nell’epoca della guerra permanente first appeared on Popoff Quotidiano. 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April 11, 2026
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