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Una nuova pronuncia in difesa di Mohamed Shahin
Il 23 gennaio scorso la vicenda che vede coinvolto l’imam di Torino Mohamed Shahin ha visto un nuovo sviluppo significativo: la Corte d’Appello ha rifiutato la richiesta di espulsione ribadendo l’assenza di “concreti elementi per ritenere realmente sussistente la situazione di pericolosità, esposta nel provvedimento di trattenimento del questore, e quindi l’adeguatezza del trattenimento” 1. Come mettevamo in evidenza nell’articolo datato 16 dicembre 2026, la vicenda si è trovata a lungo al centro del dibattito pubblico. Giurisprudenza italiana/Notizie/CPR, Hotspot, CPA MOHAMED SHAHIN LIBERO: SMONTATA LA TESI DEL VIMINALE SULLA “PERICOLOSITÀ SOCIALE” Corte d'Appello di Torino, ordinanza del 15 dicembre 2025 Redazione 16 Dicembre 2025 Mohamed Mahmoud Ebrahim Shahin è un cittadino egiziano residente in Italia da oltre vent’anni e titolare di un permesso di soggiorno di lungo periodo, nonché imam della moschea Al Omar Ibn Al Khattab di Torino. Da sempre impegnato per l’impegno nel dialogo inter-religioso, da oltre due anni aveva preso parte in prima persona alle mobilitazioni in sostegno al popolo palestinese. La sua partecipazione a un blocco stradale durante una manifestazione a sostegno della Palestina in data 9 ottobre, infatti, era stato il presupposto per la richiesta della deputata Augusta Montaruli, Fratelli d’Italia, di espulsione di Shahin, facendo riferimento ad alcune frasi pronunciate pubblicamente durante un’iniziativa di denuncia del genocidio in corso in Palestina. Le frasi in questione, però, erano già state archiviate dalla procura lo scorso 16 ottobre con il fascicolo originato da una segnalazione della Digos, dal momento che i PM non avevano trovato elementi sufficienti a ipotizzare una violazione del codice penale, e quindi gli estremi di reato, né un’istigazione a delinquere. Nonostante questa evidenza, il decreto di espulsione ha raggiunto Mohamed Shahin in data 24 novembre, quando il cittadino è stato condotto in Questura e ha visto revocato il suo permesso di soggiorno di lunga durata. In quest’occasione, è stato notificato un decreto di espulsione dall’Italia giustificato “per motivi di ordine pubblico e di sicurezza per lo stato”, ai sensi dell’articolo 13, comma 1, del Testo unico sull’immigrazione ed è stato accompagnato in Tribunale, dove il giudice ha convalidato l’iter con decreto del Ministero dell’Interno. In quest’occasione, i legali hanno formalizzato una richiesta di protezione internazionale, ritenendo infatti che rientrare in Egitto potesse configurare seri rischi di incolumità per Shahin, in quanto oppositore politico. In merito, si sottolinea la decisione di disporre la reclusione nel Cpr (Centro di Permanenza per i Rimpatri) di Caltanissetta, in Sicilia, seguendo la strategia già ben nota dell’allontanamento della persona oggetto della misura dalle reti sociali in cui questa è inserita. Inoltre, il Cpr che è preso qua in considerazione era già stato segnalato dalla Rete Siciliana contro il Confinamento, la quale si è espressa a più riprese a proposito dei gravi episodi verificatisi in questa sede. Il trattenimento in attesa di espulsione si è prolungato fino al 15 dicembre, data in cui la Corte d’Appello di Torino ha disposto il suo rilascio immediato. Il ricorso contro il trattenimento disposto dai legali è stato vinto e il cittadino è stato autorizzato a rientrare nella città di Torino. La decisione è arrivata al termine del procedimento di riesame del trattenimento, affermando la mancanza di alcuna concreta e attuale pericolosità sociale e disponendo così la cessazione immediata della misura. È stato quindi confermato quanto evidenziato a suo tempo dalla Procura di Torino, la quale non aveva riconosciuto nessun pericolo in questa persona, dal momento che sul fascicolo di archiviazione del caso veniva scritto a chiare lettere che la frase pronunciata da Shahin rappresentava un’ “espressione di pensiero che non integra estremi di reato”. La vicenda, tuttavia, non era per questo ancora del tutto conclusa, dal momento che il procedimento di espulsione restava formalmente in vigore, oggetto di ulteriori ricorsi. Il 31 dicembre, la Corte d’Appello del Tribunale di Caltanissetta ha confermato la mancanza di presupposti per l’allontanamento immediato di Mohamed Shahin dal territorio italiano, rendendo così inefficace la decisione precedentemente presa dal Tar del Lazio che aveva invece confermato il decreto di espulsione. La decisione è stata raggiunta dalla nuova pronuncia della Corte d’Appello in data 23 gennaio, secondo la quale la richiesta di espulsione è stata rifiutata. In ultima battuta, almeno per quanto concerne il rischio di trattenimento in Cpr, il 1° di marzo arriva la notizia che la Cassazione ha respinto il ricorso del Ministero contro la Corte d’Appello di Torino. Come noto, a difesa di Mohamed Shahin si sono espresse molteplici voci della società civile tramite una petizione, una raccolta fondi, un appello di accademici, numerose manifestazioni di solidarietà partite da Torino e poi sparse in tutta Italia raggiungendo l’Europa e un comitato cittadino ad hoc. In merito alla sua vicenda è stato evidenziato il carattere simbolico della misura: mentre i recenti Decreti Sicurezza offrono sempre più una rilettura del diritto come orientato alla neutralizzazione del conflitto sociale e alla criminalizzazione di condotte di protesta collettiva, quello che appare particolarmente preoccupante è l’utilizzo di strumenti amministrativi per colpire l’esercizio della libertà di opinione. Il sistema stesso dei Cpr, ancora una volta, mostra un disegno più ampio in cui nessuna vicenda giudiziaria è isolata, ma è, piuttosto, tassello di un sistema penale e amministrativo che punisce e respinge. Nel caso di Shahin, del resto, la richiesta di protezione internazionale che ha presentato a seguito della revoca del permesso di soggiorno è stata rigettata come risposta a un procedimento di esame fortemente accelerato. Su questa ha pesato la classificazione dell’Egitto come “Paese di origine sicuro”, senza riservare la giusta attenzione ai rischi in cui l’imam incorrerebbe qualora fosse espulso verso il Paese di cui sopra. Come afferma l’associazione A Buon Diritto, nella vicenda qui analizzata a preoccupare è “l’utilizzo dello strumento del decreto d’espulsione e del trattenimento in Cpr, una procedura amministrativa che non prevede le garanzie di difesa del procedimento penale. L’applicazione di tale misura altamente restrittiva si basa peraltro su un sospetto riguardante una condotta che non configura una fattispecie penalmente rilevante e su alcune dichiarazioni poi rettificate” 2. Il comitato cittadino Free Mohamed Shahin nel suo comunicato del 23 gennaio evidenzia la gravità delle dichiarazioni del Ministro Nordio il quale, in seguito al pronunciamento, avrebbe affermato di voler avviare “un’attività istruttoria al fine di verificare l’eventuale sussistenza dei presupposti per l’esercizio dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati coinvolti”. Esortando a non “abbassare la guardia”, il comitato invita a continuare a seguire la vicenda, in merito alla quale la solidarietà e la mobilitazione dal basso sono state significative. 1. La corte d’appello ribadisce il no all’espulsione dell’imam Shahin – RaiNews (21 gennaio 2026) ↩︎ 2. La società civile chiede all’Italia di fermare l’espulsione di Mohamed Shahin verso l’Egitto, A Buon Diritto (3 dicembre 2026) ↩︎
Basta silenzio. Restiamo umani
Ormai da qualche mese un gruppo di lavoratori di Leonardo Torino si trova accomunato dal malessere, dall’incredulità, dallo sconcerto e dall’orrore per la violenza che la popolazione civile palestinese continua a subire nonostante il 17 novembre scorso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite abbia adottato il piano americano per Gaza che, di fatto, non ha però fermato né il genocidio dei Gazawi né le dinamiche oppressive e colonialiste in Cisgiordania. I lavoratori stanno vivendo sulla loro pelle un ulteriore disagio, rappresentato dall’implicita connivenza tra l’industria tecnologica in cui lavorano e una politica globale fattasi sempre più sbilanciata dalla parte israeliana e sempre meno attenta alla vita dei palestinesi. Nei mesi scorsi hanno sottoposto queste tematiche all’attenzione delle RSU di Sito, allo scopo di sensibilizzare altri lavoratori, allo scopo di fare massa critica e di contribuire a rendere più rilevante la forza dei movimenti d’opposizione alla politica di Israele e alle lobby che la sostengono. In più occasioni come Lavoratori dipendenti Leonardo hanno subito la condanna del mondo civile, sia in contesti privati, sia nella loro stessa realtà lavorativa, dove sono arrivate manifestazioni di protesta e si sono anche verificati episodi di dileggio, insulti e di danneggiamento a mezzi privati di lavoratori. Hanno ascoltato con attenzione le parole del loro Amministratore Delegato, che si è esposto pubblicamente in alcuni interventi chiarificatori a difesa dei dipendenti e delle politiche aziendali, citando come fondamento la Legge 185 del 1990, legge che, secondo lui, affrancherebbe Leonardo da qualsiasi ombra di complicità con la politica criminale di Israele. Studiando e vagliando le fonti pubblicamente accessibili, hanno però appreso che in realtà sono molte le omissioni circa il reale coinvolgimento di Israele nelle strategie industriali Europee, Nazionali e di Leonardo stessa; in effetti le possibilità di aggirare le leggi vigenti sono piuttosto consistenti e all’ordine del giorno. In questo contesto, unitamente ai gruppi di lavoratori di Caselle, Nerviano e Grottaglie, vogliono far presenti le seguenti principali criticità: totale, immotivato, silenzio sulla questione palestinese all’interno delle sedi di lavoro; totale assenza, a questo proposito, di incontri informativi, assemblee sindacali o iniziative solidali all’interno delle stesse; totale omissione della questione etico-morale sulle continue collaborazioni con uno Stato platealmente riconosciuto come criminale dalla Corte internazionale dei diritti umani; totale mancanza di informazione (per quanto chiaramente contemplata dai vincoli sul need-to-know) su chi siano gli attori coinvolti all’interno delle forniture dei loro prodotti e non solo sul destinatario finale; netta propensione a convertire tutti i settori strategici ad esclusiva finalità militare, accantonando così la possibilità di convogliare studi e tecnologie verso un ambito civile, proprio in un’epoca dove il nostro pianeta assiste a drammatici cambiamenti ambientali. Alla luce dei molti documenti pubblici, consultabili anche online, che riportano gli accordi associativi tra Leonardo e Paesi o soggetti riconosciuti come criminali, c’è un’ulteriore punto, molto importante per gli stessi lavoratori, legato ai rischi relativi alla loro posizione legale. Per tali motivi, chiedono a gran voce che queste criticità vengano affrontate quanto prima, con serietà e autorevolezza attraverso il dialogo, attraverso assemblee indette dalle R.S.U. di Sito, attraverso incontri costruttivi e azioni concrete che possano favorire una reale comprensione reciproca e il superamento delle problematiche in modo efficace e condiviso, promuovendo soluzioni finalmente durature. LaResistenzaèlanostraforza,laGiustiziailnostroobiettivo. Torino, 12/02/2026 Gruppo Lavoratori Leonardo Torino Redazione Torino
March 2, 2026
Pressenza
Meloni-Ue: più bianchi e meno diritti
Articoli di Maurizio Alfano, Andrea Ceredani, Marco Bellandi Giuffrida e della redazione Diogene. A seguire un podcast di Lunaria.   La profilazione razziale. La militarizzazione delle politiche migratorie. di Maurizio Alfano I fenomeni migratori in Europa, come in Italia, sempre più rappresentati come una minaccia per autoctoni e vecchi residenti, sono attraversati, da alcuni anni, da un’analisi politico-istituzionale che non
February 19, 2026
La Bottega del Barbieri
El Salvador: sognare un viaggio, un viaggio da sogno
Sabato 21 febbraio, a Torino (Centro SABIR, Via Dego 6 – Circoscrizione 1 Centro-Crocetta), presentazione del viaggio solidale nel paese centroamericano promosso dall’associazione culturale Lisangà. Ingresso libero. C’è un momento in cui un viaggio nasce. Non quando si compra un biglietto, ma quando prende forma un desiderio di incontro, di ascolto, di partecipazione. Dopo il viaggio zero, Lisangà continua a raccontare e
February 18, 2026
La Bottega del Barbieri
Torino scende in piazza, ma non per il lavoro
A distanza di due settimane Torino ha mostrato due volti molto diversi di sé. Il 31 gennaio decine di migliaia di persone hanno attraversato la città contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Il 14 febbraio circa mille lavoratrici e lavoratori metalmeccanici hanno manifestato per il futuro industriale del territorio e contro la crisi dell’automotive. La sproporzione ha colpito molti osservatori. Com’è possibile che la difesa di uno spazio sociale mobiliti più della difesa del lavoro? La risposta più immediata — disinteresse, superficialità, radicalismo — è anche la meno utile. Non aiuta a capire Torino. E soprattutto non aiuta a capire l’Italia di oggi. Infatti, non è diminuita la capacità di mobilitazione, è cambiato ciò che mobilita. Per oltre un secolo il lavoro industriale è stato la struttura stessa della vita collettiva. La fabbrica non era soltanto produzione: era mobilità sociale, organizzazione del tempo, identità urbana. Scioperare significava difendere non solo il salario ma il futuro. Oggi quella promessa non esiste più. La deindustrializzazione non è solo un processo economico: è diventata un fatto interiorizzato. L’automotive appare un settore in ritirata globale, deciso da catene produttive e centri finanziari lontani dalla città. Anche chi ne subirebbe le conseguenze fatica a immaginare che una manifestazione possa davvero modificarne il destino. Il lavoro resta un valore, ma non è più percepito come terreno politico contendibile. Lo spazio urbano sì. La mobilitazione per Askatasuna ha avuto una forza simbolica immediata: non parlava di scenari economici complessi, ma di presenza dello Stato, libertà di dissenso, possibilità di esistere nella città. Era un conflitto leggibile senza mediazioni tecniche. Non riguardava una categoria, ma un “noi” potenziale, anche per chi non frequenta quel luogo. È una differenza decisiva: il lavoro oggi non unisce perché segmentato — tra occupati, precari, studenti, professionisti — mentre il conflitto simbolico unisce perché riguarda il riconoscimento. Il primo chiede previsione del futuro, il secondo reazione nel presente. La scarsa mobilitazione per il lavoro racconta una città che non crede più che il proprio destino industriale si decida nelle piazze. Non si mobilita per ciò che si pensa perduto, ma per ciò che si ritiene ancora contendibile. La rassegnazione è percepibile proprio nel quartiere simbolo della Fabbrica: Mirafiori. Qui la gente non ha perso solo il lavoro, ma la fiducia nelle grandi istituzioni: la fabbrica, il sindacato, i partiti. È un cambiamento ormai quarantennale. Il 14 febbraio non è stato un giorno qualunque, ma forse il momento in cui la città ha scoperto di abitare già un’altra storia (e non sembra molto bella). Fabrizio Floris
February 17, 2026
Pressenza
Energia, salute, rischio e potere: noi cosa possiamo fare
due articoli di Luca Graziano. Riflessioni scomode per gli amministatori imprudenti ma utili alla collettività, a livello locale come su quello planetario. Costruire nella pianura dell’acqua Il dissesto idrogeologico e la scelta del nuovo ospedale a Torino Nord (*) Negli stessi giorni in cui le immagini della frana di Niscemi, innescata dal ciclone Henry, scorrono nei notiziari come l’ennesimo capitolo
February 17, 2026
La Bottega del Barbieri
Orrori consueti e orrori dimenticati
TORINO NEL DICEMBRE 2011 SI È MACCHIATA DI UN POGROM IN PIENA REGOLA. CHE MOLTI HANNO GIÀ DIMENTICATO. NIZZA MONFERRATO, QUALCHE GIORNO FA HA CERCATO DI REPLICARLO. MA ANCHE IN QUESTO CASO NON LA RIMOZIONE È COMINCIATA SUBITO. DEL RESTO CI SONO I GIOCHI INVERNALI DI MILANO-CORTINA. FEMMINICIDI, RAZZISMO E MEMORIA CORTA Disegno di Gianluca Costantini -------------------------------------------------------------------------------- La prima scena è quella di Zoe dentro al bar. Sta per uscire e dice “a domani” perché ha appena finito il turno di lavoro: non sa, non può sapere che sarà l’ultimo. È una serata come tante, a Nizza Monferrato, e lei sta per recarsi a una cena a casa di amici. Tra di loro c’è anche Alex, che si è lasciato da poco con la sua migliore amica. La seconda scena è per strada, dopo cena. Zoe viene colpita ripetutamente dal destro di Alex, che con i pugni sa e può fare male perché pratica la boxe. Sono rimasti soli, lui ci ha provato, lei lo ha respinto: nell’Italia del 2026 è ancora, incredibilmente, la premessa perfetta per un femminicidio. La scarica è micidiale, Zoe è tramortita e non si regge in piedi. Alex capisce la gravità della situazione, si fa prendere dal panico e anziché chiamare i soccorsi la butta in un canale. La terza scena è il volto di Zoe – i lineamenti dolci, la smorfia sbarazzina – che campeggia su tutti i media. Perché la ragazza in quel canale ci è morta, se per annegamento o per i colpi subiti non è ben chiaro e a questo punto nemmeno ha più importanza. E tanti saluti ai suoi diciassette anni, a tutta la vita davanti e a tutti i sogni nella testa. Quello di Zoe Trinchero andrebbe in archivio come il femminicidio numero 7 dall’inizio dell’anno senza nemmeno troppo clamore, dato che l’Italia tutta, istituzioni comprese, è concentrata su un comico che si chiama Pucci e sui giochi invernali di Milano-Cortina. Ma non va così, l’archivio dovrà aspettare: perché nel frattempo di scena ce n’è stata un’altra.  È di nuovo la sera del 6 dicembre, solo un po’ più tardi di prima. Sotto casa di Naudy Carbone, musicista di origini guineane che vive a Nizza Monferrato da quando aveva tre anni, si è radunata una folla inferocita: una cinquantina di persone, diverse delle quali armate di bastone o di coltello, ansiose di “fare giustizia”. Perché, subito dopo avere ucciso Zoe, Alex ha pensato di salvare sé stesso addossando a qualcun altro il delitto. Chi meglio di un nero un po’ eccentrico che si dice abbia dato qualche segno di fragilità emotiva? Detto fatto, neanche il tempo di puntare l’indice che il tribunale del popolo ha già emesso la sentenza: morte al nero, morte al pazzo. Naudy si spaventa e chiama i carabinieri, che lo salvano dal linciaggio. La verità farà in fretta a emergere, insieme alla vergogna che la maggioranza degli abitanti di Nizza proverà per l’accaduto. Una ferita collettiva che costringe il frastuono a lasciare spazio al silenzio. Ma è dura fare i conti con una realtà del genere, specie se non si sa o se ci si è dimenticati che certi orrori – ma anche certi errori – possono accadere ovunque. E relegarli nel dimenticatoio è il peggio che si possa fare. Torino, quartiere Vallette, 7 dicembre 2011. Si diffonde a tempo di record e suscita sgomento in tutta la città la notizia dello stupro subito da una ragazzina di sedici anni. È lei stessa a raccontare che a violentarla sono stati due stranieri, due ragazzi del vicino campo rom della cascina Continassa. Le cronache corrono e la rabbia monta in fretta, insieme al desiderio di vendetta. Tanto che la si ritrova in strada neanche tre giorni dopo, in una fiaccolata alla quale prendono parte, tutti insieme appassionatamente, esponenti dell’estrema destra, ultrà della Juventus e rappresentanti locali del Pd. Una parte di manifestanti si stacca dal corteo e, incoraggiata dagli applausi di parte dei partecipanti, va a dare fuoco al campo rom della Continassa. A impedire una strage è stata solo la paura che ha consigliato ai suoi abitanti di passare la serata altrove. È così che Torino si macchia di un pogrom in piena regola, del quale in molti si vergognano mentre altri arrivano a giustificare l’accaduto con l’esasperazione legata alla presenza dei rom e con l’orrore per quanto accaduto alla ragazza. Che però nel frattempo, messa alle strette dalle perplessità dei medici e delle forze dell’ordine, ritratta tutto e cambia la versione dei fatti: nessuno l’ha violentata, si è inventata la storia dello stupro per giustificare i segni di un rapporto sessuale avuto con il fidanzato. Perché nell’Italia del 2011 i suoi genitori – civilissimi italiani, mica zingari – la sottopongono periodicamente a una visita ginecologica per a verificarne la verginità. Da lì a dare fuoco a un campo rom, come si vede, il passo può essere incredibilmente breve.  Ora, se queste due storie hanno una morale è quella dello sporco spazzato sotto il tappeto, della memoria corta, dell’ipocrisia. Perché chiunque in cuor suo sa bene – e se ne vergogna, o almeno si spera che lo faccia – che il pugno, l’indice puntato, il controllo asfissiante vanno sempre a colpire il più debole, il più fragile, il diverso. E che le cento e più vittime di femminicidio che contiamo ogni anno vengono uccise dalla stessa logica che muove il razzismo e la xenofobia. Dovremmo ricordarcene, dovremmo denunciarlo ogni singolo giorno, custodendo la memoria e chiamando le cose con il loro nome. Perché Cristo non è morto di freddo e un ghetto che brucia non è mai una fatalità. E Marinella, proprio come Zoe, dentro al fiume non ci è scivolata. Sarebbe ora di dirselo chiaramente.  -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Orrori consueti e orrori dimenticati proviene da Comune-info.
February 14, 2026
Comune-info
CPR: si continua a morire
-------------------------------------------------------------------------------- PH: Stop CPR Roma -------------------------------------------------------------------------------- Nel CPR di Bari-Palese muore un ragazzo di 25 anni mentre il governo approva nuove norme per rafforzare trattenimenti ed espulsioni. Nello stesso giorno, a Torino, arriva la condanna dell’ex direttrice del centro per la morte di Moussa Balde: riconosciuta la responsabilità del gestore, ma resta fuori quella dello Stato. Nello stesso momento in cui il Consiglio dei ministri approvava l’ennesimo disegno di legge in continuità con la linea repressiva degli ultimi anni (più detenzione amministrativa, più espulsioni, più procedure accelerate di frontiera, meno diritti), nel CPR di Bari un giovane di circa 25 anni, di origine marocchina, veniva trovato privo di vita. Le prime informazioni parlano di arresto cardiocircolatorio, di “cause naturali“. Sul posto, secondo quanto riportato dai quotidiani locali, sarebbe intervenuta la polizia che non avrebbe rilevato segni di violenza. Gli accertamenti sono in corso, ma c’è un elemento che precede ogni esito: un altro ragazzo è morto mentre era sotto “custodia” dello Stato. È l’ennesima morte in un luogo di trattenimento amministrativo, dove le persone vengono private della libertà fino a 18 mesi (!), in attesa di un improbabile rimpatrio. Se lo Stato decide di rinchiudere qualcuno, il minimo che deve garantire è la tutela della sua vita e della sua integrità. E invece, dentro i CPR, la lista dei morti continua ad allungarsi. Intanto il governo rivendica una nuova “riforma organica volta a potenziare gli strumenti di contrasto all’immigrazione illegale e a garantire una gestione più rigorosa dei flussi migratori”: detto in termini più comprensibili, il disegno di legge rafforza il trattenimento, amplia le ipotesi di espulsione, accelera le procedure di frontiera in perfetta continuità con un impianto securitario che considera la migrazione e la solidarietà un problema di ordine pubblico. Mentre a Palazzo Chigi si parla di “sicurezza e controllo”, dentro i CPR si muore. LE DENUNCE IGNORATE Sul CPR di Bari-Palese le criticità e le proteste delle persone trattenute non sono una novità. A settembre 2025, dopo un sopralluogo effettuato anche a seguito delle rivolte esplose nei mesi estivi, la Commissione CPR dell’Unione Camere Penali Italiane insieme alla Camera penale di Bari aveva lanciato un allarme sulle condizioni di vita all’interno della struttura. La parlamentare Rachele Scarpa e l’europarlamentare Cecilia Strada, esprimendo «un pensiero di vicinanza va alla famiglia e agli affetti del ragazzo deceduto», hanno chiesto subito che sia fatta piena luce sulla morte: «Chiediamo che venga accertata con rapidità e trasparenza la causa e la dinamica dei fatti e che sia fornita al più presto una ricostruzione completa di quanto accaduto». Da anni le parlamentari insieme ad associazioni, garanti e avvocati denunciano nei CPR un deterioramento grave del benessere psicofisico delle persone trattenute: autolesionismo, tentativi di suicidio, isolamento, uso massiccio di psicofarmaci – che tra gli effetti collaterali possono avere anche l’arresto cardiaco – difficoltà di accesso a cure adeguate e alla difesa legale. Troppo spesso le morti vengono archiviate come “naturali“. Ma cosa significa “naturale” quando avvengono in un contesto di restrizione forzata, violenza e assenza di tutele? Quando una persona muore in “custodia” dello Stato, lo Stato non può fare finta di nulla. A Torino c’è un giudice, ma non basta Nello stesso giorno della morte a Bari, a Torino si è concluso il processo per la morte di Moussa Balde, il giovane guineano che il 23 maggio 2021 si tolse la vita nel CPR di corso Brunelleschi. Balde era stato brutalmente pestato a Ventimiglia da tre uomini mossi dall’odio razziale. Invece di essere inserito in un percorso di cura e tutela, venne rinchiuso nel CPR con un decreto di espulsione. Dopo nove giorni di isolamento nell’“ospedaletto” del CPR, si impiccò. La sua vicenda è stata raccontata come l’emblema del sistema razziale e punitivo italiano nei confronti delle persone straniere.  Il tribunale ha condannato in primo grado per omicidio colposo Annalisa Spataro, l’allora direttrice del centro gestito dalla multinazionale Gepsa, a un anno di reclusione con pena sospesa, disponendo il risarcimento immediato di più di 300mila euro ai familiari della vittima, parte civile con l’avvocato Gianluca Vitale. Il medico responsabile è stato assolto. Per l’avvocato Gianluca Vitale, «la sentenza deve essere un monito per chiunque voglia gestire luoghi come il CPR, che non dovrebbero esistere. Deve sapere che poi potrebbe essere chiamato a rispondere, anche penalmente, di ciò che lì succede. Il tribunale ha riconosciuto la responsabilità dell’ente gestore del centro nella morte di Balde. Purtroppo, è rimasto al di fuori di questo processo la responsabilità dello Stato nella gestione del CPR e in tutto ciò che lì succedeva, perché non c’era nessun controllo reale da parte della prefettura». È una condanna che almeno segna un importante precedente, anche se lascia intatto il nodo politico della responsabilità sistemica dei governi che hanno costruito e continuano a sostenere il sistema della detenzione amministrativa in Italia.  Un sistema da abolire che produce violenza istituzionale Il filo che unisce Bari e Torino è la natura stessa dei CPR: luoghi di segregazione amministrativa dove lo Stato esercita un potere pieno e arbitrario su persone che sono prive di un titolo di soggiorno. Ogni morte non è solo una tragedia individuale che colpisce una comunità immigrata e una famiglia. È la riprova più evidente delle condizioni materiali dei CPR, dell’isolamento, dell’assenza di controllo pubblico sui gestori privati, della compressione delle possibilità di difesa legale e di comunicazione con l’esterno, di semplice richiesta di aiuto. Mentre il governo procede nella stretta, rafforzando trattenimenti ed espulsioni, la realtà restituisce un’immagine nitida: i CPR sono luoghi di morte che dovrebbero essere chiusi immediatamente. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Melting pot (sostieni) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo CPR: si continua a morire proviene da Comune-info.
February 12, 2026
Comune-info
Le polizie del governo neofascista fra brutalità, “gioco del disordine” e divisione fra “sovversivi” e pacifici grazie all’assist del sindaco PD – di Turi Palidda
Per cercare di capire al meglio i fatti del 31 gennaio scorso a Torino è innanzitutto indispensabile osservare che il governo Meloni e il suo ministro dell’interno hanno agito lo sgombero brutale della sede dell’Askatasuna grazie all’assist del sindaco Lo Russo che ha scelto di assecondare l’obiettivo della criminalizzazione di questo centro sociale come [...]
February 10, 2026
Effimera
Torino: appello per le donne nelle carceri
Riprendiamo e rilanciamo l’appello del Coordinamento Transfemminista contro il carcere (*) COORDINAMENTO TRANSFEMMINISTA CONTRO IL CARCERE APPELLO PER LA DIGNITA’ E I DIRITTI DELLE DONNE DELLE SEZIONI FEMMINILI DEL CARCERE LORUSSO E CUTUGNO DI TORINO Da anni, come associazioni, movimenti e Coordinamento transfemminista contro il carcere seguiamo la situazione delle sezioni femminili del carcere Lorusso e Cutugno di Torino, per
February 6, 2026
La Bottega del Barbieri