Labirinto Schengen: il diniego dei diritti al confine triestino
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Università degli Studi di Torino
Corso di Laurea in Scienze Internazionali, dello Sviluppo e della Cooperazione
LABIRINTO SCHENGEN: IL DINIEGO DEI DIRITTI AL CONFINE TRIESTINO
Tesi di Laurea di Giorgia Malavenda (2024/2025)
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INTRODUZIONE
> To all the “illegals” in the world
L’idea di ricerca nasce da una riflessione personale scaturita da un periodo di
volontariato umanitario presso l’isola greca di Kos, tra i “punti di crisi”
europei, la cui emergenza umanitaria e generale situazione di disagio, dovuta
all’abbandono da parte delle istituzioni, mi era prima sconosciuta.
Le storie raccolte e le esperienze vissute in questa stazione di sosta, in cui
le persone si fermano anche mesi e l’unico aiuto concreto deriva dalle poche ONG
presenti, mi ha spinta a riflettere su che cosa accada lungo le tappe successive
della cosiddetta “Rotta Balcanica”, fino a giungere alla mia città, Trieste.
L’importanza del tema è chiara in quanto fortemente divisorio e presente sulla
bocca di qualsiasi politico grazie alla persistente connessione tra immigrazione
e sicurezza.
Ai confini estremi dell’Italia mitteleuropea, Trieste è da sempre abituata a un
mix etnico-religioso ma negli anni caldi della “crisi” dei rifugiati la
situazione dei migranti in città non era mai parsa nel dibattito pubblico né
nelle conversazioni tra conoscenti. Ciò che invece è sempre stato presente alla
tv e sui giornali sono liste e tabelle di numeri spesso decontestualizzati.
Si è voluto quindi dare un ordine e una ragione a questi “numeri”,
contestualizzarli prima nel territorio europeo e poi in quello triestino e
raccontarne le vicende e le dinamiche che hanno luogo lungo i confini interni
dell’Unione Europea, chiusi per qualcuno e aperti per altri.
La “Rotta Balcanica”, pur essendo tra le rotte cardine del fenomeno migratorio
che interessa l’Europa attuale, è assente nell’immaginario pubblico che associa
la persona migrante a chi è stato soccorso nel mare Mediterraneo. Eppure, è la
rotta con radici storiche più solide, che ha portato in salvo nel corso del
Novecento popoli diversi che ora rappresentano parte integrante della società
triestina.
Con il fenomeno odierno però l’accoglienza scende in secondo piano per dare
spazio alla necessità di “difendere la cultura e i valori europei”: chiara
espressione del processo di othering che caratterizza il nostro secolo, per cui
si definiscono linee nette tra gruppi distinti, e che tali devono rimanere, per
etnia, religione, fenotipo e così via.
Funzionale alla definizione dell’in-group europeo e infatti la definizione di un
out group, in questa fase storica identificato nella presenza immigrata per
paura di un presunto piano di sostituzione etnica.
È necessario quindi riflettere sulle conseguenze che questa prevalenza della
dimensione ideologia su quella giuridica nei dibattiti politici ha sulla vita di
migliaia di persone sul suolo europeo, che neanche 40 anni fa si proponeva come
emblema della libertà di circolazione.
La presente tesi si pone l’obiettivo di approfondire lo stato dell’accoglienza
dei rifugiati e dei richiedenti di protezione internazionale presenti sul suolo
triestino, partendo da un’analisi prima dei principi normativi da rispettare e
poi di una serie di meccanismi (leciti e illeciti) che sono messi in atto lungo
la Rotta dei Balcani per gestire i flussi.
Con il primo capitolo si vuole dare un quadro generale delle norme che tutelano
lo ius migrandi nella loro dimensione internazionale, comunitaria e nazionale e,
partendo dai principi che hanno fatto nascere la figura del “rifugiato”, ci si
focalizza sui diritti intrinsechi a tale status e sui limiti normativi
all’operato degli Stati nelle politiche di frontiera nello spazio Schengen.
Nel secondo capitolo si crea una mappa delle molteplici rotte balcaniche
partendo dall’evoluzione storica della crisi iniziata nel 2011, per poi
focalizzarsi sulle dinamiche lungo i due confini più emblematici, quello
turco-greco e quello nascente croato-bosniaco, fino a giungere al confine
triestino.
In un ultimo capitolo si analizza l’evoluzione storica del sistema d’accoglienza
italiano, specialmente quello triestino; infine, si vuole esplorare il fenomeno
che prende sempre più piede della criminalizzazione della solidarietà, per
riflettere in ultimo sull’esistenza o meno di un dovere di accoglienza
intrinseco al diritto di asilo.
Il consistente ricorso ad articoli e atti normativi è voluto per sottolineare
che, indipendentemente dall’ideologia da cui nasca una policy, essa dev’essere
conforme alla struttura normativa che è stata costruita negli anni. Nel corso
dell’elaborato si analizzano una molteplicità di teorie sociologiche che sfidano
la percezione diffusa che si ha sul fenomeno.
L’analisi qualitativa degli atti normativi è stata condotta in maniera
principalmente autonoma, appoggiandosi talvolta a sentenze pronunciate per
sostenere tesi personali; le dinamiche di confine e di accoglienza raccontate si
basano sull’analisi di numerosi report stilati dalle principali ONG e ONLUS
operanti sui territori.
Infine, la narrazione delle vicende riportate riguardanti gli avvenimenti
recenti in territorio triestino si fonda in parte su articoli di giornali della
zona.
I temi dei minori stranieri non accompagnati e dei Centri di Permanenza per il
Rimpatrio sono stati toccati in minima parte in quanto fenomeni complessi e che
richiederebbero un’analisi più approfondita e sostenuta da dati quantitativi
delle categorie vulnerabili e di come sono condotte le pratiche di rimpatrio.