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Il diritto UE oltre i confini: analisi delle implicazioni extraterritoriali del Protocollo Italia-Albania
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Utrecht University Faculty of law economics and governance LL.M. European law EU LAW BEYOND BORDERS: EXPLORING THE EXTRATERRITORIAL. IMPLICATIONS OF THE ITALY-ALBANIA PROTOCOL Tesi di Isabella Orsi (2024/2025) Scarica l’elaborato (ENG) INTRODUZIONE Le questioni giuridiche più controverse connesse al Protocollo Italia-Albania sono emerse in modo particolarmente evidente a seguito della sentenza “CV vs Ministerstvo vnitra”(C-406/22) della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE). In tale pronuncia, la Corte ha chiarito che la qualificazione di un Paese come “Paese di origine sicuro” richiede una valutazione complessiva della situazione generale, e non può essere limitata a specifiche categorie di persone o circostanze particolari. L’impatto della decisione si è riflesso immediatamente nella fase iniziale di attuazione del Protocollo. Tra ottobre e novembre 2024, diversi tribunali italiani hanno rifiutato di convalidare gli ordini di trattenimento disposti nei centri situati in Albania, ritenendo che Egitto e Bangladesh, inclusi dal governo italiano nell’elenco dei Paesi di origine sicuri, non soddisfacessero gli standard delineati dalla CGUE, anche alla luce delle pratiche repressive documentate nei confronti di minoranze e oppositori politici. Da tali decisioni sono scaturiti vari rinvii pregiudiziali alla CGUE da parte dei tribunali di Roma, Firenze, Bologna e Palermo, confluiti nei procedimenti riuniti “Alace” (C-758/24) e “Canpelli” (C-759/24). Al di là del profilo relativo al concetto di “Paese di origine sicuro”, i casi sollevano una questione di carattere sistemico: l’applicabilità del diritto dell’Unione europea a procedure svolte nel territorio di un Paese terzo. La legge italiana di ratifica del Protocollo non chiarisce in modo espresso secondo quali modalità le direttive europee, concepite per operare entro l’ambito territoriale dell’Unione, possano disciplinare procedure condotte in Albania. Il generico riferimento alla loro applicazione “in quanto compatibili” non appare sufficiente a risolvere i dubbi interpretativi. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA/Papers CENTRI IN ALBANIA, BRUSCA ACCELERATA DEL GOVERNO. È IL MOMENTO DI UNA RISPOSTA ALL’ALTEZZA 90 presenze e intensificazione dei trasferimenti: il “modello Albania” cambia scala. La finestra per fermare la normalizzazione è ora Francesco Ferri 26 Febbraio 2026 Finora, i giudici italiani non hanno affrontato in modo diretto la questione dell’estensione territoriale dell’applicabilità diritto dell’Unione. Il Tribunale di Roma, chiamato a pronunciarsi sui primi trattenimenti, ha disapplicato la normativa nazionale di recepimento della Direttiva Procedure (2013/32/UE) e ha sollevato rinvio pregiudiziale, concentrando tuttavia l’analisi sul solo tema del Paese di origine sicuro. Tale impostazione presuppone implicitamente l’applicabilità del diritto UE alle procedure svolte in Albania, senza interrogarsi in modo esplicito sul fondamento giuridico di tale estensione. Ne deriva il rischio di lasciare irrisolta una questione preliminare che incide non solo sulla legittimità del Protocollo, ma più in generale sul rapporto tra ordinamenti e sulla struttura del sistema europeo comune di asilo. In questa prospettiva, assume rilievo anche la scelta del legislatore italiano di attribuire rango primario alla lista dei Paesi di origine sicuri. Tale opzione sembra orientata a ridurre gli spazi di contestazione fondati sul diritto dell’Unione, pur senza sottrarre formalmente la normativa al principio del primato del diritto dell’Unione. L’esito dei rinvii pregiudiziali potrà incidere in modo significativo non solo sul futuro del Protocollo, ma anche sull’evoluzione delle politiche migratorie europee, specie alla luce del nuovo Regolamento (UE) 2024/1348, che introduce eccezioni non previste dalla Direttiva Procedure, ancora applicabile ai procedimenti pendenti. Nel tentativo di superare lo stallo determinato dal contenzioso, il governo italiano ha adottato il Decreto-Legge n. 37/2025 1, trasformando i centri albanesi in Centri di Permanenza per il Rimpatrio. Tuttavia, il 29 maggio 2025 la Corte di cassazione ha sollevato ulteriori rinvii pregiudiziali, in apparente discontinuità rispetto a una precedente decisione dell’8 maggio che qualificava tali centri come estensioni del territorio italiano. Tale evoluzione conferma il persistente grado di incertezza giuridica che caratterizza la vicenda. Alla luce delle interazioni tra diritto nazionale, diritto dell’Unione e forme di cooperazione bilaterale con Paesi terzi come quella oggetto di analisi, la ricerca di questa tesi si propone di rispondere alla seguente domanda: “In che misura il diritto di asilo dell’Unione Europea può applicarsi a procedure svolte in un Paese terzo e quali sono le implicazioni giuridiche derivanti dal suo utilizzo quale quadro normativo per modelli di asilo extraterritoriale, con particolare riferimento al Protocollo Italia – Albania?” L’analisi si articola in tre capitoli. Il primo ricostruisce le condizioni in cui il diritto dell’Unione può trovare applicazione in contesti extraterritoriali, esaminando i presupposti teorici e i limiti sistemici. Il secondo valuta la compatibilità della procedura accelerata di frontiera, fondata sul concetto di Paese di origine sicuro, con il diritto UE e con l’ordinamento italiano. Il terzo esamina le implicazioni giuridiche e istituzionali dell’utilizzo del diritto dell’Unione quale base per procedure extraterritoriali, con particolare attenzione ai rinvii pregiudiziali pendenti fino a giugno 2024 e ai possibili sviluppi della giurisprudenza della CGUE successivi a tale periodo. La ricerca, pertanto, si concentra sui procedimenti noti entro quella data e non considera le pronunce emesse successivamente. In tal modo, la tesi intende contribuire al dibattito sul ruolo del diritto dell’Unione nella progressiva esternalizzazione delle politiche migratorie e sulla compatibilità di tali modelli con l’architettura del sistema europeo comune di asilo. 1. Decreto legge 37/2025: un laboratorio autoritario delle politiche migratorie – Asgi (aprile 2025) ↩︎
Sinergie infrastrutturali per l’identificazione dei corpi in Italia
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Osnabrück University Master’s Thesis in the Master Programme Internationale Migration und Interkulturelle Beziehungen (IMIB) Tesi di Clara Aruanno (2025) INFRASTRUCTURAL SYNERGIES FOR BODY IDENTIFICATION IN ITALY: CONTESTING THE NECROPOLITICAL CONDITION OF THE CENTRAL MEDITERRANEAN BY RE-DIGNIFYING MIGRANT DEATHS Scarica l’elaborato (ENG) INTRODUZIONE Il Mediterraneo centrale è stato trasformato da tempo in un laboratorio di morte e abbandono, diventando l’incarnazione di un paradosso. Se da un lato, infatti, la tragica perdita di vite umane che avviene nelle sue acque è regolarmente oggetto di titoli sui giornali di tutto il mondo, rendendo così sempre più visibili le morti delle persone migranti, dall’altro lato i dispositivi normativi e operativi spesso fanno sì che queste morti vengano sistematicamente trascurate e normalizzate. Rapporti e dossier/Papers “CORPI, DIRITTI E MEMORIE IN LOTTA” Il nuovo rapporto di Memoria Mediterranea e Clinica Legale Diritti Umani di Palermo Maria Giuliana Lo Piccolo 4 Gennaio 2026 Questa apparente contraddizione è alla base della presente tesi, che esamina come i corpi delle persone migranti che muoiono alle frontiere marittime meridionali dell’Europa, e più specificamente mentre cercano di raggiungere l’Italia, vengono gestiti, non identificati e infine commemorati o dimenticati e lasciati senza nome. Assumendo la dignità umana come principio guida, la presente tesi si propone di indagare le ramificazioni della non identificazione, cercando così di far luce sul perché l’identificazione sia una responsabilità primaria, attualmente soggetta a diverse carenze e inadempienze, ed esplora il ruolo delle sinergie infrastrutturali multi-attore nel tentativo di porre rimedio a tali mancanze. Mantenendo in primo piano il concetto di dignità dei defunti e dei loro parenti sopravvissuti, questa tesi intende contribuire ad ampliare i dibattiti nell’ambito degli studi critici sulle frontiere (Critical Border Studies), degli studi femministi sulla migrazione (Feminist Migration Studies) e della bio-necropolitica (Bio-Necropolitics), che hanno spesso e a lungo evidenziato la violenza perpetrata alle frontiere ma, allo stesso tempo, hanno prestato relativamente meno attenzione al lavoro tangibile e simbolico dell’identificazione dei morti. Inoltre, questa tesi mira anche a contribuire al campo della medicina forense umanitaria (Humanitarian Forensics), cercando di mostrare come le pratiche e metodologie forensi e l’etica umanitaria possano unirsi per contrastare un contesto fatto di vuoti amministrativi e di negligenza e inazione politica. Empiricamente, essa arricchisce la letteratura sintetizzando le diverse prospettive legali, psicologiche, forensi e commemorative, offrendo così un quadro sfumato e multistrato che va oltre le pure considerazioni tecniche per dimostrare come l’identificazione possa attivamente restituire dignità sia ai morti che ai vivi. Nel tentativo di realizzare questi obiettivi, la tesi è strutturata come segue. Il capitolo 1 offre una contestualizzazione delle morti di confine nel Mediterraneo centrale. Lo fa fornendo una panoramica di diversi aspetti che vanno dall’importanza dei rituali funebri nel facilitare i processi di elaborazione del lutto, al fenomeno della perdita ambigua, che si materializza quando non c’è un corpo da ritualizzare e piangere, fino a una presentazione quantitativa della perdita di vite umane riconducibile al regime necropolitico che governa oggi il Mediterraneo centrale, per arrivare, infine, all’introduzione dell’idea che la medicina legale debba essere reinventata alla luce dell’assenza di un corpo, spostando il paradigma identificativo da un approccio tradizionalmente corpo-centrico a uno umano-centrico. Il quadro teorico a sostegno delle formulazioni della tesi in esame, così come il suo disegno di ricerca, costituiscono il contenuto dei capitoli 2 e 3. Segue una serie di capitoli analitici su considerazioni legali, psicologiche e forensi, nonché sulle pratiche di memorializzazione e sull’introduzione di sinergie infrastrutturali, che vengono così definite e spiegate. Il capitolo 9, seguito dalla conclusione di questo studio, discute i risultati evidenziati nelle precedenti dimensioni legali, psicologiche, forensi e memoriali.
Le seconde generazioni a Milano: tra cittadinanza e stigmatizzazione territoriale
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Sapienza Università di Roma Corso di laurea in Sociologia LE SECONDE GENERAZIONI A MILANO: TRA CITTADINANZA E STIGMATIZZAZIONE TERRITORIALE Tesi di Laurea di Alice Ridolfi (2024/2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE La seguente tesi si occupa di analizzare la condizione delle cosiddette seconde generazioni, o giovani con background migratorio, nel contesto urbano milanese, adottando una lente sociologica che mette in rapporto la stigmatizzazione territoriale e la marginalità sociale con il complesso percorso di ottenimento della cittadinanza. Il quadro teorico di riferimento parte dalle teorie e dalla letteratura del sociologo francese Loic Wacquant che analizza complessamente e complessivamente le geometrie urbane analizzando la dietrologia per cui queste acquisiscono il controllo della produzione sociale dello spazio (2016), andando poi ad approfondire il processo di stigmatizzazione territoriale che ha trovato terreno fertile per radicalizzarsi in un sistema neoliberale ed individualista 1. Emergerà come lo stigma agisce sulla provenienza territoriale infatti quasi sempre le seconde generazioni vivono in quartieri periferici e degradati, classificati come forza centrifuga per devianza e criminalità. Attraverso il contributo di Goffman (1963) si comprende come lo stigma non sia un attributo naturale o intrinseco all’uomo bensì il risultato di interazioni sociali e riproduzioni di rappresentazioni collettive, ciò viene approfondito tramite la teoria dei capitali di Bourdieu (1986) la quale fornisce elementi fondamentali per comprendere la riproduzione delle disuguaglianze che travolgono le seconde generazioni a Milano. Inoltre poiché la mobilità geografica si mostra come fenomeno che da sempre accompagna la storia dell’umanità e che ha profondamente influito, come bene emerge da alcune memorabili pagine della tradizione sociologica, sulla modernizzazione delle società occidentali e sulla nascita delle comunità statuali (Zanfrini 2016) 2, questa ricerca ha l’obiettivo di indagare il tema dell’ottenimento della cittadinanza sui giovani sans papiers 3, prendendo spunto dalla monografia della geografa critica Camilla Hawthorne 4 “Razza e cittadinanza, frontiere contese e contestate nel mediterraneo nero” (2023). Il terzo e ultimo capitolo, dopo un’analisi introduttiva degli studi postcoloniali; di cui principali elementi bibliografici sono dei sociologi Castel, Boaventura de Sousa Santos e della giornalista Louisa Yousfi. Si occupa di far emergere le voci e le testimonianze delle e dei giovani di seconda generazione attraverso delle interviste semistrutturate che mi hanno permesso di esplorare i loro vissuti e le loro rappresentazioni senza rigidità di categorie prestabilite così da avere la possibilità di approfondire le loro risposte liberamente mettendo in evidenza gli aspetti maggiormente rilevanti. 1. Il neoliberismo si configura come una categoria analitica decisamente “viscida”, difficile da afferrare e quindi difficilmente cristallizzabile in definizioni certe e condivise. Il dibattito contemporaneo, che trova nella crisi del 2007-2008 il suo principale punto di partenza, ruota principalmente attorno ai limiti epistemologici di questa categoria e alla sua utilità euristica per comprendere le forme contemporanee di organizzazione sociale, politica ed economica del capitalismo contemporaneo. Il neoliberismo viene spesso considerato un significante privo di una convincente capacità analitica, una sorta di guscio vuoto, utile al massimo per fini descrittivi ma non interpretativi. L’elusività del neoliberismo è considerata la ragione principale della sua debolezza come categoria analitica (…). In questa prospettiva il neoliberismo rappresenta quindi un variegato sistema di pensiero che individua nella libertà (economica) un principio di civilizzazione, ma che al contempo usa la gerarchia e il potere di coercizione dello Stato (o la forza dispotica della violenza nel caso cileno) per affermare questo principio (Moini, 2020). ↩︎ 2. La politologa Laura Zanfrini nell’introduzione del suo libro “Introduzione alla sociologia delle migrazioni”(2016) scrive: “L’immigrazione sta modificando strutturalmente il nostro continente, la sua composizione demografica, la sua economia, la sua stessa identità, al punto che è impossibile pensare all’Europa senza fare i conti con questo fenomeno.”. ↩︎ 3. Letteralmente “giovani senza documenti”, questa condizione preclude alcuni percorsi di istruzione, socializzazione, stabilità economica ecc. ↩︎ 4. Geografa umana critica e professoressa associata di sociologia e studi critici su razza ed etnia presso l’Università della California, Santa Cruz; studia migrazioni, cittadinanza, capitalismo razziale e le geografie abolizioniste ribelli del Mediterraneo nero. ↩︎
Labirinto Schengen: il diniego dei diritti al confine triestino
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Torino Corso di Laurea in Scienze Internazionali, dello Sviluppo e della Cooperazione LABIRINTO SCHENGEN: IL DINIEGO DEI DIRITTI AL CONFINE TRIESTINO Tesi di Laurea di Giorgia Malavenda (2024/2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE > To all the “illegals” in the world L’idea di ricerca nasce da una riflessione personale scaturita da un periodo di volontariato umanitario presso l’isola greca di Kos, tra i “punti di crisi” europei, la cui emergenza umanitaria e generale situazione di disagio, dovuta all’abbandono da parte delle istituzioni, mi era prima sconosciuta. Le storie raccolte e le esperienze vissute in questa stazione di sosta, in cui le persone si fermano anche mesi e l’unico aiuto concreto deriva dalle poche ONG presenti, mi ha spinta a riflettere su che cosa accada lungo le tappe successive della cosiddetta “Rotta Balcanica”, fino a giungere alla mia città, Trieste. L’importanza del tema è chiara in quanto fortemente divisorio e presente sulla bocca di qualsiasi politico grazie alla persistente connessione tra immigrazione e sicurezza. Ai confini estremi dell’Italia mitteleuropea, Trieste è da sempre abituata a un mix etnico-religioso ma negli anni caldi della “crisi” dei rifugiati la situazione dei migranti in città non era mai parsa nel dibattito pubblico né nelle conversazioni tra conoscenti. Ciò che invece è sempre stato presente alla tv e sui giornali sono liste e tabelle di numeri spesso decontestualizzati. Si è voluto quindi dare un ordine e una ragione a questi “numeri”, contestualizzarli prima nel territorio europeo e poi in quello triestino e raccontarne le vicende e le dinamiche che hanno luogo lungo i confini interni dell’Unione Europea, chiusi per qualcuno e aperti per altri. La “Rotta Balcanica”, pur essendo tra le rotte cardine del fenomeno migratorio che interessa l’Europa attuale, è assente nell’immaginario pubblico che associa la persona migrante a chi è stato soccorso nel mare Mediterraneo. Eppure, è la rotta con radici storiche più solide, che ha portato in salvo nel corso del Novecento popoli diversi che ora rappresentano parte integrante della società triestina. Con il fenomeno odierno però l’accoglienza scende in secondo piano per dare spazio alla necessità di “difendere la cultura e i valori europei”: chiara espressione del processo di othering che caratterizza il nostro secolo, per cui si definiscono linee nette tra gruppi distinti, e che tali devono rimanere, per etnia, religione, fenotipo e così via. Funzionale alla definizione dell’in-group europeo e infatti la definizione di un out group, in questa fase storica identificato nella presenza immigrata per paura di un presunto piano di sostituzione etnica. È necessario quindi riflettere sulle conseguenze che questa prevalenza della dimensione ideologia su quella giuridica nei dibattiti politici ha sulla vita di migliaia di persone sul suolo europeo, che neanche 40 anni fa si proponeva come emblema della libertà di circolazione. La presente tesi si pone l’obiettivo di approfondire lo stato dell’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti di protezione internazionale presenti sul suolo triestino, partendo da un’analisi prima dei principi normativi da rispettare e poi di una serie di meccanismi (leciti e illeciti) che sono messi in atto lungo la Rotta dei Balcani per gestire i flussi. Con il primo capitolo si vuole dare un quadro generale delle norme che tutelano lo ius migrandi nella loro dimensione internazionale, comunitaria e nazionale e, partendo dai principi che hanno fatto nascere la figura del “rifugiato”, ci si focalizza sui diritti intrinsechi a tale status e sui limiti normativi all’operato degli Stati nelle politiche di frontiera nello spazio Schengen. Nel secondo capitolo si crea una mappa delle molteplici rotte balcaniche partendo dall’evoluzione storica della crisi iniziata nel 2011, per poi focalizzarsi sulle dinamiche lungo i due confini più emblematici, quello turco-greco e quello nascente croato-bosniaco, fino a giungere al confine triestino. In un ultimo capitolo si analizza l’evoluzione storica del sistema d’accoglienza italiano, specialmente quello triestino; infine, si vuole esplorare il fenomeno che prende sempre più piede della criminalizzazione della solidarietà, per riflettere in ultimo sull’esistenza o meno di un dovere di accoglienza intrinseco al diritto di asilo. Il consistente ricorso ad articoli e atti normativi è voluto per sottolineare che, indipendentemente dall’ideologia da cui nasca una policy, essa dev’essere conforme alla struttura normativa che è stata costruita negli anni. Nel corso dell’elaborato si analizzano una molteplicità di teorie sociologiche che sfidano la percezione diffusa che si ha sul fenomeno. L’analisi qualitativa degli atti normativi è stata condotta in maniera principalmente autonoma, appoggiandosi talvolta a sentenze pronunciate per sostenere tesi personali; le dinamiche di confine e di accoglienza raccontate si basano sull’analisi di numerosi report stilati dalle principali ONG e ONLUS operanti sui territori. Infine, la narrazione delle vicende riportate riguardanti gli avvenimenti recenti in territorio triestino si fonda in parte su articoli di giornali della zona. I temi dei minori stranieri non accompagnati e dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio sono stati toccati in minima parte in quanto fenomeni complessi e che richiederebbero un’analisi più approfondita e sostenuta da dati quantitativi delle categorie vulnerabili e di come sono condotte le pratiche di rimpatrio.
Il ruolo dei Centri di permanenza per i rimpatri nella gestione dei migranti successivamente agli accordi tra Italia e Albania
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Padova Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali Corso di laurea triennale in Scienze politiche, relazioni internazionali e diritti umani IL RUOLO DEI CENTRI DI PERMANENZA PER I RIMPATRI NELLA GESTIONE DEI MIGRANTI SUCCESSIVAMENTE AGLI ACCORDI TRA ITALIA E ALBANIA Tesi di Elena Regonesi (2024/2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE L’Italia, da diversi decenni, è al centro di intensi e costanti flussi migratori, che hanno reso necessario lo sviluppo di politiche volte a gestire i processi di ingresso, permanenza e rimpatrio dei cittadini stranieri. La regolamentazione dei migranti in Italia si è scontrata con questioni della sicurezza interna e del controllo delle frontiere. Tra i vari strumenti giuridici e amministrativi rilevanti per il contesto ci sono i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), istituiti originariamente con la legge Turco-Napolitano del 1998 sotto la denominazione di Centri di Permanenza Temporanea (CPT). La nascita di queste strutture ha segnato l’introduzione della detenzione amministrativa destinata ai cittadini stranieri irregolari, privandoli della libertà personale. Fin dalle origini ha suscitato un dibattito politico e giuridico, suscitando ambiguità legale verso i CPR, spazi nei quali la privazione della libertà viene utilizzata come strumento di controllo migratorio, ma senza le garanzie proprie della detenzione penale. La questione dei CPR ha assunto un rilievo centrale nelle politiche migratorie italiane, rappresentando una preoccupazione nell’equilibrio tra sicurezza, gestione dei flussi e tutela dei diritti. Negli anni le scelte dei governi sono cambiate verso un ampliamento e una restrizione della detenzione amministrativa, ma sempre vincolata dalle normative UE, che attraverso regolamenti ha determinato dei limiti da rispettare. Negli ultimi anni, la gestione dei flussi migratori ha assunto un carattere sempre più emergenziale. Un passo significativo è stato compiuto con il Decreto-Legge n. 37 del 28 marzo 2025, introdotto dall’attuale governo Meloni, con l’istituzione di un nuovo CPR al di fuori del territorio italiano, in Albania. L’accordo tra Italia e Albania è volto ad alleggerire il sistema d’accoglienza e rimpatri con l’esternalizzazione dei flussi migratori in uno Stato terzo. Questa politica, in linea con le tendenze europee di esternalizzazione delle politiche migratorie, ha suscitato un ampio dibattito pubblico da parte delle opposizioni politiche e delle associazioni italiane e internazionali per i diritti umani, sui rischi di violazioni di diritti umani e fondamentali, nonché sull’incertezza dei risultati e sui costi elevati per lo Stato. Partendo da queste premesse, in questo elaborato analizzerò il ruolo e la funzione dei CPR nella gestione dei migranti, con particolare attenzione all’accordo stipulato nella forma di un Protocollo tra Italia e Albania con valenza per gli anni 2023–2025 e alle sue implicazioni sul piano costituzionale e dei diritti umani. L’obiettivo principale è quello di approfondire la compatibilità della detenzione amministrativa, ovvero il trattenimento dei migranti, con i principi fondamentali dello Stato di diritto. Nel primo capitolo verrà ricostruito il percorso storico e normativo della detenzione amministrativa in Italia, analizzando lo sviluppo delle politiche nazionali e i vincoli dettati dall’Unione Europea. Il secondo capitolo sarà dedicato all’analisi del funzionamento dei CPR, alla loro distribuzione sul territorio nazionale, alla gestione e alle problematiche, e al rispetto dei diritti fondamentali dei trattenuti, analizzando il tema dei Paesi terzi sicuri. Infine, il terzo capitolo si concentrerà sull’accordo Italia-Albania, vale a dire sul contenuto, sulla normativa che questo Protocollo incrocia e sulle conseguenze che esso sta determinando nella gestione di alcune tipologie di migranti.
L’eco dell’oggetto: restituzione digitale e archeologie postcoloniali
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università di Bologna Tesi di Laurea Magistrale in Archeologia Digitale L’ECO DELL’OGGETTO: RESTITUZIONE DIGITALE E ARCHEOLOGIE POSTCOLONIALI Tesi di Marianna Sorrini (2024/2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE Che cosa significa restituire un oggetto? Questa è la domanda da cui prende il via il presente lavoro. Insita nella natura della disciplina archeologica c’è la centralità della riflessione sugli oggetti: manufatti, reperti e resti diventano la materia attraverso cui raccontare il passato, costruire narrazioni e stabilire quei legami che danno forma al concetto di cultura. Tuttavia, non tutti gli oggetti hanno goduto della stessa linearità di percorso, alcuni sono determinati da traiettorie spezzate, spostamenti forzati, dislocazioni così prepotenti da chiamare le istituzioni a rendere conto del proprio contributi ancora oggi. Sono gli oggetti figli delle appropriazioni coloniali. Riflettere oggi sul tema della restituzione significa allora interrogarsi su come la storia coloniale continui a determinare il destino di una cultura materiale che diventa, per estensione, specchio della cultura stessa. Significa chiedere come le istituzioni museali e accademiche siano ancora intrappolate in quella struttura di potere che ha trasformato gli oggetti sottratti in oggetti esotici, spogliati della loro biografia e allontanati dalla dimensione di patrimonio condiviso. La prima parte di questo lavoro ricostruisce il quadro storico e teorico attraverso cui l’archeologia ha elaborato, nel tempo, il proprio rapporto con la cultura materiale. In questo percorso, l’attenzione si sposta progressivamente dal significato degli oggetti come testimoni del passato al loro ruolo come attori nei processi di costruzione identitaria. Solo a partire da questa consapevolezza si è potuto aprire, in epoca recente, un dibattito sul potenziale trasformativo delle tecnologie digitali. In questo contesto si inserisce la riflessione sulla digital repatriation: la possibilità di restituire, in forma digitale, gli oggetti sottratti alle comunità ex coloniali. Una pratica emergente che apre scenari inediti e controversi sul significato del possesso, dell’accesso e della condivisione. La seconda parte sposta lo sguardo sul presente, incrociando l’archeologia con le migrazioni contemporanee. Gli “oggetti mancanti” – titolo del capitolo – sono gli oggetti che mancano nel senso in cui sono assenti, ma sono anche oggetti che mancano a qualcuno, che evocano nostalgia, desiderio, appartenenza. Non sono quelli custoditi nei musei o trafugati nei secoli, ma quelli che un ristretto gruppo di migranti ha evocato come memorie materiali legate alla sfera familiare. Attraverso una metodologia che si può definire “archeologia della cura”, ho cercato di costruire uno spazio di ascolto in cui l’oggetto smarrito potesse emergere non come feticcio, ma come traccia di relazioni. La riflessione non si concentra sul valore materiale dell’oggetto, ma sulla sua capacità di testimoniare una genealogia personale, comunitaria e culturale. La terza parte presenta la sperimentazione: la ricostruzione digitale di questi oggetti. Si passa dal processo tecnico che ha portato alla creazione dei modelli 3D fino alla restituzione a chi li aveva evocati. Le reazioni suscitate da questi oggetti digitali offrono un terreno fertile per riflettere sui limiti e le possibilità della restituzione attraverso il digitale. Le conclusioni raccolgono i principali risultati e li rilanciano sul piano critico: se da un lato il digitale appare come uno strumento capace di ampliare accessi e connessioni, dall’altro si rivela in tutta la sua fragilità quando si confronta con la densità materiale ed emotiva degli oggetti originali. Questa tesi non offre risposte definitive. Propone un percorso: dall’analisi storica e teorica, all’indagine sperimentale, fino alla riflessione critica, con l’unico obiettivo di interrogare i significati, le pratiche e i limiti della restituzione digitale in archeologia.
Gli accordi tra la Libia e l’Unione Europea nella gestione delle migrazioni
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università di Bologna Dipartimento di Scienze politiche e sociali Corso di laurea in Scienze politiche, sociali e internazionali GLI ACCORDI TRA LA LIBIA E L’UNIONE EUROPEA NELLA GESTIONE DELLE MIGRAZIONI Tesi di Gemma Martini (2022/2023) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE La questione migratoria, oggigiorno, rappresenta certamente uno dei fenomeni maggiormente discussi. La migrazione incarna in sé stessa la maggiore rappresentazione del diritto alla mobilità che esercita ciascun essere umano, tutelato da Convenzioni e norme internazionali. Il fenomeno migratorio risulta enormemente attuale, infatti, quotidianamente la cronaca non manca di sottolinearne la problematicità e la presunta pericolosità in termini economici, sociali, culturali e di sicurezza per il Paese di destinazione. In particolare, si farà riferimento alla Libia poiché è stato rilevato tra il 2013 e il 2017 che oltre il 90% degli arrivi in Italia siano partiti da quel Paese 1. Inoltre, è stato evidenziato che nel 2017 vi fu un notevole calo di partenze dalla Libia e, conseguentemente, di decessi in mare, dovuto alle politiche miranti all’esternalizzazione delle frontiere che portarono a pratiche di respingimento per diminuire il numero di arrivi in Europa 2. Alla luce di queste considerazioni il presente elaborato nasce dall’esame di questi fattori, tentando di comprendere ed indagare i rapporti che intercorrono tra la Libia e l’Unione Europea in materia di immigrazione, conoscerne l’origine e le caratteristiche principali a livello giuridico. L’obiettivo di questo studio è quello di delineare la base giuridica europea di riferimento in materia d’immigrazione, con un focus sull’Italia ed evidenziarne infine le violazioni da parte dei Paesi membri nella definizione della propria politica migratoria. Dunque, nel primo capitolo sarà trattato il quadro giuridico europeo in materia di immigrazione e asilo analizzando dapprima le fonti internazionali e poi quelle regionali. Si cercherà di descriverne la complessità nel coinvolgimento di molteplici Paesi, sistemi giuridici e basi giuridiche internazionali. Si affronterà anche la questione della gestione delle richieste d’asilo e le politiche di contrasto all’immigrazione irregolare attraverso le pratiche di esternalizzazione delle frontiere ponendo particolare attenzione all’area Schengen. Il secondo capitolo concentrerà la propria attenzione sul perché l’Unione europea sia così interessata al mantenimento di una Libia stabile ed unita, sulla natura degli accordi tra i due e sulle conseguenti violazioni dei diritti umani insieme ad una crescente tendenza alla criminalizzazione dei migranti. Più precisamente, si affronterà la relazione tra l’Unione europea e la Libia analizzando in primo luogo le ragioni storico-politiche della precarietà del Paese, successivamente, gli accordi e le operazioni dell’Unione europea a sostegno della Libia e in terzo luogo le politiche instaurate nello specifico tra Italia e Libia volte al contrasto dell’immigrazione irregolare, specificandone i relativi vantaggi. Nell’intento di costituire una panoramica chiara, il terzo capitolo esaminerà la legittimità dei rapporti con la Libia evidenziandone alcuni aspetti peculiari nella gestione della migrazione irregolare e delle operazioni di salvataggio; si tratterà il coinvolgimento dell’Unione europea e dell’Italia nella presunta violazione delle convenzioni internazionali e delle normative relative alla gestione dei flussi migratori provenienti dalla Libia. In prima istanza si evidenzieranno i dubbi rispetto alla zona SAR libica, data l’assenza di un porto sicuro in Libia e la mancanza di norme a tutela dei rifugiati irregolari in transito. In seguito, si presenteranno alcuni case studies relativi a due respingimenti che sono stati oggetto di condanna nei confronti dell’Italia per presunte violazioni dei diritti umani. Si tenterà infine di sottolineare la rilevanza, dal punto di vista giuridico, dell’azione della società civile nel monitoraggio, nella sorveglianza, nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica e nella denuncia di violazioni come supporto al diritto nella tutela del diritto internazionale. 1. Villa M., Migrazioni nel Mediterraneo tutti i numeri, ISPI, 2020. Reperibile [consultato 20/09/2023] ↩︎ 2. Ibid ↩︎
La rappresentazione delle persone con background migratorio nella stampa cuneese: analisi linguistica e semantica
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Torino Corso di Laurea in Lettere LA RAPPRESENTAZIONE DELLE PERSONE CON BACKGROUND MIGRATORIO NELLA STAMPA CUNEESE: ANALISI LINGUISTICA E SEMANTICA Tesi di Michela Gallo (2024/2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE Secondo il XII Rapporto Carta di Roma 1 (report annuale, redatto dall’Associazione Carta di Roma, che monitora come i media italiani parlino di migrazione), nel 2024, la stampa italiana ha registrato un calo dell’attenzione verso il fenomeno migratorio: nei giornali nazionali si parla meno di migranti e, quando se ne parla, la questione assume sempre più una connotazione politica. Partendo da tale prospettiva, l’intento di questo elaborato è stato quello di indagare come si parli, invece, di persone con background migratorio nei giornali locali piemontesi. La ricerca si è focalizzata sull’analisi di quali siano state, nel corso del 2024, le etichette utilizzate per riferirsi a migranti nel contesto mediatico della provincia di Cuneo, prendendo in esame cinque settimanali afferenti alle zone del Saluzzese, Fossanese e Saviglianese. A partire dalla letteratura e da uno spoglio preliminare delle versioni digitali dei giornali selezionati si è costituito un elenco di parole chiave riferite alla descrizione di persone migranti.  Si è quindi verificata l’occorrenza di tali etichette all’interno dei giornali scelti, selezionando estratti di articoli di interesse per il tema. Il corpus che ne è derivato ha fornito dati quantitativi, indicando quali fossero gli appellativi più diffusi. Le analisi numeriche hanno poi condotto a riflessioni di tipo linguistico e semantico: i risultati hanno evidenziato il riferimento a frame ricorrenti e all’utilizzo di particolari strutture di frase. Da un lato, i dati ottenuti si sono rivelati in linea con le tendenze proprie della stampa nazionale; dall’altro, alcune etichette, hanno evidenziato tipicità proprie del contesto analizzato. Lo studio contribuisce, dunque, a fornire una lettura contestualizzata e su piccola scala di un fenomeno complesso, quale l’immigrazione e la sua rappresentazione mediatica. 1. Vai al rapporto ↩︎
L’esternalizzazione delle frontiere in Europa: caso di studio sul Patto Italia-Albania
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Torino Corso di Laurea in Global Law and Transnational Legal Studies FRONTIERS’ EXTERNALISATION IN EUROPE: CASE STUDY ON THE ITALY-ALBANIA PACT Tesi di Elettra Catizzone (2024/2025) Scarica l’elaborato (ENG) INTRODUZIONE Negli ultimi decenni la gestione delle frontiere esterne è stata una delle principali preoccupazioni dell’agenda politica e di sicurezza dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri. Tra le strategie adottate, l’esternalizzazione delle frontiere è diventata un metodo diffuso per controllare la migrazione. Questa tesi indaga l’evoluzione e le implicazioni delle pratiche di esternalizzazione in Europa, concentrandosi sugli aspetti politici, giuridici e umanitari. Lo studio fornisce una panoramica delle politiche europee di esternalizzazione a partire dagli anni ’90 fino ai giorni nostri, concentrandosi su due casi di studio, ovvero il Piano Regno Unito-Ruanda e il Protocollo Italia-Albania. Il primo viene analizzato in quanto tentativo fallito di esternalizzare il trattamento delle domande di asilo, mentre il secondo viene presentato come un esempio contemporaneo di accordi bilaterali volti a frenare la migrazione irregolare. Attraverso un’analisi dettagliata di questi casi, la tesi valuta l’efficacia, le criticità e le conseguenze che tali accordi hanno sia per i migranti interessati che per gli Stati coinvolti. Il documento evidenzia inoltre la crescente tendenza degli Stati a eludere gli obblighi giuridici internazionali attraverso strumenti di soft law e finzioni giuridiche territoriali, spesso a scapito dei diritti dei migranti e delle garanzie costituzionali. Giustapponendo un’analisi giuridica alle questioni di carattere umanitario, questa tesi mira a far luce sulle implicazioni che le politiche migratorie europee hanno sulla vita di migliaia di persone migranti, contribuendo alla comprensione delle tendenze attuali e delle prospettive future della governance europea in materia migratoria.
Sicurezza presunta e vulnerabilità reali: il sistema dei Paesi di origine sicuri
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Catania Dipartimento di Giurisprudenza Corso di laurea magistrale a ciclo unico SICUREZZA PRESUNTA E VULNERABILITÀ REALI: IL SISTEMA DEI PAESI DI ORIGINE SICURI, NEL PRISMA DEL PROCESSO, ALLA PROVA DELLE ECCEZIONI Tesi di Paola Lovato (2023/2024) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE Sancito dall’articolo 10 della Costituzione, il diritto di asilo rappresenta uno dei pilastri fondamentali del sistema di tutela internazionale dei diritti umani. Questo istituto garantisce a chi subisce impedimenti nell’esercizio delle libertà democratiche nel proprio Paese, o è costretto a lasciarlo a causa di persecuzioni o di gravi violazioni dei diritti fondamentali, la possibilità di trovare protezione in un altro Stato. Tuttavia, questo diritto è oggi messo a dura prova, trovandosi al centro di un acceso dibattito che vede contrapporsi, da un lato, l’esigenza di proteggere individui in fuga da persecuzioni e violenze e, dall’altro, la necessità degli Stati di regolare i flussi migratori attraverso procedure rapide, efficienti ed efficaci. In questo contesto si inserisce l’istituto dei “Paesi di origine sicuri”, strumento giuridico che negli ultimi anni ha assunto un ruolo centrale nelle politiche migratorie dell’Unione Europea e degli Stati membri. Questo istituto, codificato nella direttiva 2013/32/UE e recepito dall’ordinamento italiano attraverso l’art. 2-bis del d.lgs. 25/2008, si fonda su una presunzione di sicurezza, secondo cui determinati Paesi non generano esigenze di protezione nei propri cittadini, non essendo questi esposti, nei confini nazionali, a rischi di persecuzione o di danno grave. Le domande presentate da richiedenti provenienti da questi Paesi vengono così presunte infondate, e le garanzie generalmente previste nelle procedure di esame ridimensionate, rendendo così il regime procedimentale più gravoso ed in generale più sfavorevole. Con l’obiettivo dichiarato di evitare un’applicazione generalizzata e discriminatoria dell’istituto, non è raro che gli Stati membri introducano delle eccezioni alla presunzione di sicurezza, privilegiando aspetti territoriali e/o soggettivi meritevoli di tutela che di volta in volta emergono dai rapporti elaborati ora da organismi ufficiali, ora da organizzazioni non governative sugli indici di tutela dei diritti umani nei Paesi terzi. Questo strumento, però, lungi dal rappresentare un mero dettaglio tecnico, solleva profonde perplessità sulla sua compatibilità con i principi fondanti del sistema di protezione internazionale. In particolare, l’etichetta di “Paese sicuro” assegnata a Paesi in cui il numero di categorie a rischio è molto alta suggerisce non pochi interrogativi: sicuro per chi? Come può uno Stato essere contemporaneamente rifugio per alcuni e luogo di persecuzione per altri? È possibile definire “generalmente sicuro” un Paese che non tutela categorie specifiche di persone, soprattutto se vulnerabili? Che perseguita o tollera persecuzioni sistematiche di anche solo parte dei suoi cittadini? In che misura, quindi, le eccezioni soggettive rappresentano un necessario correttivo e non rivelano piuttosto un ossimoro giuridico , una contraddizione intrinseca dell’istituto stesso? Le questioni si presentano particolarmente attuali nel contesto italiano, dove la disciplina dei Paesi di origine sicuri è oggetto di un intenso dibattito giuridico alimentato da pronunce giurisprudenziali che a più riprese hanno contestato la legittimità di designazioni che non rispettano i criteri normativi, e riforme legislative che non poche volte hanno mostrato difficoltà nel conformarsi ai principi fondamentali della materia. Particolarmente significativa appare l’analisi dei recenti sviluppi giurisprudenziali, tanto a livello europeo quanto nazionale: la sentenza della Corte di Giustizia del 4 ottobre 2024 sulla causa C-406/22 e i numerosi rinvii pregiudiziali sollevati dai tribunali italiani testimoniano la centralità che l’istituto ha assunto nel dibattito giuridico contemporaneo, nonché le difficoltà interpretative che lo circondano. La presente tesi intende analizzare con un approccio multilivello gli aspetti e le problematiche principali di questo istituto, nell’obiettivo di trovare risposta ai quesiti avanzati. Il primo capitolo ripercorre l’evoluzione storica e normativa dell’istituto dei Paesi di origine sicuri nel diritto europeo e italiano, analizzandone le origini, lo sviluppo e l’attuale configurazione. Il secondo capitolo esamina il regime procedurale italiano in merito all’applicazione dell’istituto e i suoi effetti nei confronti di richiedenti provenienti da uno di questi Paesi, con un focus particolare sul regime delle procedure accelerate, l’inversione dell’onere della prova, il regime sospensivo dell’impugnazioni e le limitazioni alla motivazione dei provvedimenti di rigetto. Infine, il terzo capitolo si concentra specificamente sulle eccezioni soggettive alla presunzione di sicurezza, analizzandone la base giuridica, le criticità sistematiche e le applicazioni pratiche, anche attraverso un confronto con altri ordinamenti europei. A chiusura di questa analisi globale, si delinea il futuro dell’istituto alla luce dell’imminente entrata in vigore delle nuove riforme, quali i nuovi Regolamenti (UE) 2024/1347 e 2024/1348, e il nuovo Patto europeo migrazione e asilo. Metodologicamente, la ricerca adotta un approccio qualitativo basato sull’analisi comparata delle normative europee e nazionale, esaminando la giurisprudenza e la dottrina specialistica rilevante al fine di esplorare le diverse interpretazioni del concetto di sicurezza e le relative eccezioni, con particolare attenzione alle conseguenze concrete, sostanziali e procedurali, per i richiedenti asilo. Particolare attenzione è dedicata all’analisi delle più recenti pronunce giurisprudenziali, che hanno contribuito a delineare i contorni dell’istituto e a evidenziarne le criticità.