Sfidare i giganti del web. E vincere

Comune-info - Saturday, November 7, 2026

Il dogma dei grandi templi di dati, eretti a uso e consumo dei colossi del Big Tech, comincia finalmente a vacillare. In Italia, ma ancor più in Europa, sono diverse le comunità che mettono in discussione la costruzione dei data center (7 e 8 novembre, incontri e presidi ad Abbiategrasso, locandina in basso). In America Latina, il problema è presente da tempo. Una comunità in lotta nell’area metropolitana di Santiago del Cile – racconta Caminantes – dimostra che, malgrado la disparità di forze, si possa anche vincere contro un gigante di nome Google. Dietro quella straordinaria lotta, resiste una comunità – che speculazione e gentrificazione non hanno distrutto – unita da reti di micro-solidarietà quotidiana tessute soprattutto da donne

Santiago del Cile, 4 novembre 2026. Qualche anno fa Cerrillos, una comuna della periferia sudoccidentale di Santiago arrivò sulle cronache internazionali per qualcosa che sembrava impossibile, e di cui al tempo si parlava ancora poco: lx abitanti avevano bloccato la costruzione di un data center di Google. Nell’ultimo anno la febbre dei mega data center è arrivata anche in Europa: il caso di dibattito più recente è quello del bosco finlandese distrutto per far posto a un impianto, sempre di Google, senza che fosse stata svolta alcuna valutazione ambientale. E anche in Italia si inizia a discuterne e attivare percorsi di mobilitazione, soprattutto nelle regioni e nelle province maggiormente interessate dai progetti.

Intanto, a luglio di quest’anno, Dataluna, la filiale cilena di Google, ha ripresentato il progetto per il data center di Cerrillos, a cui è stato dato il via libera senza necessità di nuovi studi di impatto ambientale. L’esperienza dellx abitanti della comuna, che oggi come sette anni fa sono risolutx nell’idea di fermarne la costruzione, è un esempio prezioso di organizzazione comunitaria e dal basso in una lotta che, con forme e modalità distinte ma nemici comuni, oggi si estende a diverse latitudini – incluse quelle più vicine a noi.

Le riflessioni che presentiamo sulla vicenda sono emerse dalle conversazioni con attiviste e abitanti del quartiere e dalla partecipazione ad assemblee e iniziative nelle ultime settimane.

Dal plebiscito del 2019 a oggi

Nel 2012 Google annuncia la costruzione del primo data center in America Latina a Quilicura, nella regione metropolitana di Santiago. Inaugurato nel 2015, nel 2018 il data center di Quilicura arriva a occupare oltre 11 ettari di terreno. Solo un anno dopo il colosso del web, attraverso la sua filiale cilena Dataluna, acquisisce la proprietà di vari terreni nella zona del Mallplaza Oeste di Cerrillos per un totale di 23 ettari e presenta una Dichiarazione di Impatto Ambientale alla SEIA. Contestualmente, acquista i diritti per 228 litri d’acqua al secondo[1], con l’intenzione di utilizzarne 169 al secondo per i sistemi di raffreddamento dei server. Un consumo quotidiano enorme, pari a quello annuale di tutta la popolazione di Cerrilos, in un contesto territoriale già sottoposto a stress idrico.

È stato questo a far scattare l’allarme in alcunx abitanti, per lx quali, a fronte di un consumo così alto e impattante sul territorio, non era accettabile che il progetto prendesse piede senza uno Studio di Impatto Ambientale approfondito[2] che tenesse in considerazione non solo il data center in sé, ma l’impatto della sua installazione in un territorio già saturo come quello di Cerrillos. Davanti al mancato ottenimento di questo studio, lx abitanti decidono di iniziare a mobilitarsi per fare pressione sulle istituzioni locali. È in questo frangente che nasce il Mosacat, (Movimiento Socioambiental Comunitario por el Agua y el Territorio), che oggi continua ad essere il soggetto trainante della mobilitazione. Dopo settimane di azioni e iniziative, ottengono una prima presa di posizione dell’amministrazione comunale, che inserisce un quesito sul data center nel plebiscito comunal di dicembre. Parallelamente, attivistx ed abitanti procedono sul piano legale, assumendo un’avvocata ambientalista e presentando diversi ricorsi. Solo dopo la vittoria del no al data center nel plebiscito il comune si schiererà più convintamente, ingaggiando uno studio legale per portare la questione davanti ai tribunali ambientali.

A questo punto, inizia una fase di negoziazioni, durante le quali sono direttamente i rappresentanti di Google a dialogare con lx abitanti e le istituzioni di Cerrillos, e che si conclude con l’impegno – tuttavia non vincolante – di modificare i sistemi di raffreddamento per diminuire il consumo di acqua, a patto che lx abitanti interrompessero la mobilitazione e ritirassero i procedimenti legali in corso. È grazie alla caparbietà di un’abitante, che a differenza dellx altrx decide di proseguire a livello legale, che il procedimento resta aperto finché nel 2024 il Secondo Tribunale Ambientale non dichiara l’infattibilità del progetto in assenza di validi antecedenti ambientali, richiedendo ulteriori valutazioni che tenessero in considerazione l’impatto del data center in uno scenario contraddistinto da stress idrico e cambiamento climatico.

Google rinuncia momentaneamente ai suoi piani su Cerrillos, fino a giugno di quest’anno, quando Dataluna presenta una consulta de pertinencia per un progetto di data center con un nuovo nome (da “Cerrillos Data Center” a “Data Center Cerrillos”) e un sistema di raffreddamento ad aria, ma che insiste sui medesimi terreni. La popolazione si trova quindi nuovamente minacciata dal mega impianto: il progetto ha recentemente ottenuto il via libera in virtù della modifica del regolamento SEIA (Sistema de Evaluación de Impacto Ambiental) realizzata con il DS 17 del 2025, che tra le altre cose aumenta i margini di stoccaggio di sostanze pericolose e di lunghezza dei cavi ad alto voltaggio necessari perché sia obbligatoria una valutazione d’impatto ambientale (due dei criteri in virtù dei quali era stato bloccato).

Gli impatti ambientali

Gli impatti ambientali del data center di Cerrillos non si limitano alla questione idrica, ma coinvolgono la totalità dell’impianto. L’insostenibilità ecologica di data center di grandi dimensioni, d’altronde, è al centro di campagne di mobilitazione in tutto il mondo. A differenza del progetto del 2019, il nuovo progetto prevede che i sistemi di raffreddamento siano ad aria, riducendo il consumo di acqua (ma aumentando quelli energetici). Tuttavia, Dataluna mantiene i 228 litri d’acqua al secondo acquistati, che potrebbe decidere di utilizzare in caso di ulteriore modifica dei sistemi di raffreddamento, di ampliamento del sito, etc. Ma al di là dell’utilizzo diretto di acqua, il rischio idrico coinvolge anche quello di contaminazione. Cerrillos e le zone circostanti, infatti, si alimentano da falde sotterranee (e non dai fiumi Maipo e Machoco come nel caso di altri municipi di Santiago), che sarebbero messe in pericolo dalla fuoriuscita accidentale e dalla migrazione di combustibile e materiali altamente inquinanti presenti in ingenti quantità. Si prevede inoltre di stoccare 695,9 tonnellate di diesel, una quantità che, sebbene al di sotto del limite di mille tonnellate che imporrebbero uno studio di impatto ambientale, è in ogni caso sufficientemente elevata da aumentare considerevolmente il rischio di incidenti. L’alto rischio sismico della zona aumenta considerevolmente il rischio di contaminazione delle falde.

È prevista inoltre l’installazione di 44 gruppi elettrogeni, per un totale di 120,5 MW di potenza, come sistema di backup elettrico, vale a dire per garantire la funzionalità continua del sito 24/7 anche in caso di  blackout o guasti della rete elettrica. Oppure, come sospettano alcunx attivisti, per avere delle scorte garantite laddove il prezzo della fornitura di energia elettrica dovesse salire eccessivamente. In ogni caso, le emissioni inevitabilmente prodotte dall’impianto vanno ad aggiungersi ad un territorio già saturo in termini di emissioni a causa di traffico e industrie, ragion per cui se ne dovrebbero analizzare gli impatti sinergici e cumulativi. Tra questi, la generazione di un’isola di calore in tutta l’area circostante (secondo uno studio recente[3] spesso citato dallx attivistx, si parla di un aumento della temperatura media di 2° C, con picchi fino ai 9° C, in un raggio di circa 10 chilometri).

Infine, ogni componente di un impianto di questo tipo genera un rumore costante e insostenibile, costringendo chi abita o lavora nelle vicinanze a convivervi 24 ore al giorno.

Non vogliamo trasformarci in una zona di sacrificio: nelle parole di una giovane partecipante ad un’assemblea dellx abitanti a Villa Santa Adela, un quartiere nei pressi del terreno del data center, c’è un altro degli elementi centrali di questa lotta.

Nell’ultimo decennio, i grandi colossi tecnologici hanno dovuto fare i conti con la materialità delle infrastrutture (centralizzate) che tengono in piedi la rete: la maggiore richiesta di calcolo e archiviazione, dovuta negli ultimi anni in particolar modo all’intelligenza artificiale, ha comportato un aumento sostanziale delle dimensioni dei data center e, di conseguenza, un maggiore bisogno di spazio. E seguendo le logiche mai dismesse del colonialismo, questo spazio è stato individuato nei terreni di alcune regioni del Sud Globale (e in particolar modo dell’America Latina) ritenuti disponibili, economici e sacrificabili. Poco importa che queste infrastrutture vadano a installarsi in territori già segnati da siccità, inquinamento, sfruttamento. Anzi: se questo li rende più vantaggiosi, abbassando i costi del suolo e del lavoro, ben venga. In questo modo, l’estrattivismo digitale contribuisce alla dinamica di consolidamento di zone di sacrificio, a livello globale lungo la linea di separazione Nord-Sud, ma anche a livello locale, esacerbando le diseguaglianze urbane.

Il caso di Cerrillos si inserisce appieno in questa dinamica. Google è l’ultimo arrivato in un territorio già provato dalla speculazione industriale ed edilizia. Nelle storie di chi vive a Cerrillos da decenni emerge con forza la trasformazione conosciuta dalla comuna nel corso degli anni, una trasformazione che si può osservare con facilità in alcuni quartieri. È il caso di Buzeta, il quartiere antistante alla stazione della metro, dove gli immobiliaristi hanno acquistato i terreni su cui sorgevano le tradizionali case basse, per sostituirle con alte torri residenziali. Oggi sono in pochi a non aver ancora ceduto alle offerte, e queste ultime casette resistenti si perdono ai piedi dei palazzoni. Percorrendo il Camino a Melipilla, lo stradone principale che attraversa longitudinalmente la comuna, i cantieri sono interrotti solo dai grandi cartelloni che pubblicizzano altri edifici in costruzione. L’assenza di un piano regolatore comunale non fa che agevolare l’espansione edilizia incontrollata, tanto in termini residenziali che industriali e logistici. La vista sulle montagne della Cordillera, che prima accompagnava lo sguardo in quasi tutta la comuna, ora resiste solo in qualche angolo del Parque Bicentenario, che sorge sui terreni che fino a vent’anni fa ospitavano il primo aeroporto di Santiago. Ma anche lì il panorama sta cambiando, con nuovi complessi in costruzione (nonostante inizialmente l’edilizia residenziale fosse stata interdetta a causa della presenza di sostanze pericolose nel suolo legate alle operazioni dell’aeroporto), e oggi l’orizzonte è occupato quasi totalmente da palazzi, traffico e smog. Google, le industrie e gli immobiliari sono accomunate dal vedere Cerrillos come una distesa di terreni disponibili e a basso costo, in cui installare le proprie strutture generando entrate che non arriveranno mai sul territorio, a cui toccherà invece pagarne il prezzo.

È una delle facce della segregazione sociale urbana che attanaglia Santiago, in cui spostandosi da un capo all’altro delle linee di metropolitana ci si trova catapultate in contesti totalmente differenti. Come raccontano due abitanti storiche della comuna:

C’è una disuguaglianza tremenda: i servizi pubblici costruiti dallo Stato nei comuni dove vivono le classi ricche sono molto diversi da quelli di altre zone. Impressionante. Le piazze, le aree verdi, gli asili, quello che c’è là in alto[4], rispetto a quello che abbiamo qui… Si è visto ora, di recente con le tempeste e l’alluvione. Senza andare lontano, qui hanno fatto una strada nuova, il Mirador, e non hanno fatto i tombini per l’acqua piovana, per cui tutta l’acqua scende verso il basso e il quartiere si allaga. È una realtà costante, permanente. Invece lassù sono andati persino i pompieri a pulire le piscine. A Coquimbo, nel nord, c’è stata anche lì una devastazione per la pioggia e hanno impiegato sette giorni a dichiarare lo stato di catastrofe, a reagire. E qui a Las Condes[5], dopo tre ore il presidente ha firmato la dichiarazione di zona di catastrofe, perché Las Condes è un comune ricco: ci sono i voti sicuri, gli imprenditori, quelli che finanziano le sue campagne, i suoi amici, i suoi parenti. C’è una disuguaglianza atroce, feroce, che fa male. Uno si aspetta che lo Stato sia più presente dove è più necessario, e qui quasi mai è così. No, non è mai così.

Parlare esclusivamente di zone di sacrificio, però, rischia di invisibilizzare il ruolo e l’agency delle persone che le abitano, inchiodando la definizione di un territorio a quella delle dinamiche di sfruttamento esogeno che lo attraversano che, seppur necessarie da evidenziare per denunciare la persistenza di logiche coloniali ed estrattiviste dietro lo sviluppo industriale e tecnologico, non esauriscono la sua identità. Anzi: un filo rosso che connette tante “zone di sacrificio” è proprio la resistenza di chi le vive ad essere “sacrificabile”, l’irriducibilità al ruolo di “vittima” o spettatore inerme della devastazione. Così, nelle parole delle abitanti di Cerrillos, nella strenua volontà di non abbandonare la lotta per il proprio territorio, a discapito dell’età e della stanchezza, si ascolta anche tutto l’orgoglio di appartenere ad una comunità che non è disposta a vedere la propria storia cancellata dall’arroganza del potere e del denaro.

Data center e democrazia

L’arsenale di strategie messe in campo da Google al suo arrivo a Cerrillos segue pedissequamente il copione applicato dalle grandi compagnie del Big Tech quando si presentano in un territorio in cui installare le proprie infrastrutture: adulazione delle istituzioni locali, promesse di riqualificazione, garanzie di assunzioni, annunci di grandi investimenti. Nel 2019, racconta una ex consigliera municipale tra le prime a schierarsi contro il progetto, i rappresentanti di Dataluna erano stati particolarmente insistenti, spingendo per incontrare lx consiglierx individualmente e invitandolx a visitare le strutture di Quilicura. Fin dall’inizio, le false promesse erano state rispedite al mittente. Al di là degli annunci, i posti di lavoro che il data center potrebbe creare una volta operativo sono al massimo 40, per la maggior parte iper-specializzati e realisticamente non destinati ad abitanti del territorio; così come finirebbero altrove buona parte dei 200 milioni di dollari di investimenti previsti.

In termini di compensazioni ambientali, Dataluna si impegnava a contribuire alla riqualificazione e al verde urbano piantando 1.500 alberi come era stato fatto a Quilicura, dove già poco tempo dopo essere stato piantato il “bosco” di Google era secco e abbandonato. La risposta dellx abitanti di Cerrilos era stata chiara: certo, avremmo bisogno di 1500 alberi, ma con tutta l’acqua che usereste non avremo di che irrigarli. Lasciateci l’acqua e tenetevi gli alberi.

Ma al di là delle promesse specifiche, quello che un colosso del tech come Google porta in dotazione quando arriva in una città è la sua immagine, la garanzia di proiettare il territorio nel futuro e nel mondo, la retorica patinata del progresso; sono i suoi uffici marketing e comunicazione, i suoi legali, il suo potere di lobbying, finanziario e informativo. I colossi del Big Tech siedono allo stesso tavolo dei governi, cooptando leggi e regolamenti, aprendosi varchi e possibilità, rendendo indispensabili i propri servizi e imponendo le proprie infrastrutture. Quando le comunità reagiscono, contestando progetti che le avevano ignorate e rifiutando i ricatti, emerge con forza l’incompatibilità tra l’esistenza stessa dei grandi oligopoli digitali e il diritto di chi abita un territorio di decidere per e su quel territorio.

Il caso di Cerrillos ci permette di osservare questo intreccio tra questione democratica e opposizione alle mega infrastrutture del digitale attraverso almeno tre angolazioni:

La prima. La vittoria al plebiscito comunal del 2019 ha palesato l’esistenza di un soggetto imprevisto, capace di farsi riconoscere anche attraverso gli strumenti della democrazia rappresentativa, spesso inadeguati o incapaci di accogliere le istanze e le lotte che nascono dalle comunità e dal basso. Oggi quella vittoria resta nelle mani dei comitati come una leva per rivendicare i propri diritti di fronte al nuovo tentativo di Google. Inoltre, la decisione del Secondo Tribunale Ambientale ha costituito in ogni caso un precedente rilevante, al di là delle successive modifiche dei regolamenti – costringendo Google a rivedere almeno parzialmente le proprie strategie. Ma il processo di Cerrillos ha rappresentato un precedente anche al di fuori delle aule di tribunale per le comunità che si trovavano (e si troveranno) a fronteggiare una minaccia simile: la testimonianza che vincere contro i giganti è possibile.

La seconda. Il conflitto attraversa immediatamente il piano infrastrutturale. Quando parliamo di data center (ma più in generale di infrastrutture digitali) una domanda centrale da porsi è: a chi e a cosa servono? Per immagazzinare quali dati? Con che funzione? Le risposte a questi interrogativi portano spesso lontano dai territori che ospitano gli impianti, lungo traiettorie descritte dai flussi delle merci informazionali che continuano a percorrere le rotte tracciate del colonialismo e dell’imperialismo. Risulta così, ad esempio, che il fabbisogno cileno in termini di elaborazione ed archiviazione dati sia già ampiamente soddisfatto e che i data center di cui le comunità pagano i costi in termini sociali e ambientali siano utili solo per il mercato estero, in particolar modo statunitense.

La terza. Nel 2024 il governo Boric ha lanciato il Piano Nazionale sui data center (PDATA), con l’obiettivo di attrarre investimenti tecnologici e rendere il Cile competitivo su scala globale. Il PDATA avrebbe potuto essere un’occasione di regolamentazione reale e tutela delle comunità e dei territori dallo strapotere dei giganti del tech, ma già durante le prime fasi di implementazione è emerso come il coinvolgimento delle organizzazioni della società civile (presenti nel Comité Multiactor) non fosse altro che uno specchietto per le allodole. I pareri espressi dal Comité non erano infatti in alcun modo vincolanti, rendendolo uno strumento utile soprattutto a ripulire l’immagine del piano e disinnescare il conflitto. Questo, unito alla mancanza di trasparenza, ha portato lx attivistx del Mosacat ad abbandonare il tavolo. Il tempo ha dato loro ragione: la proliferazione incontrollata di data center in tutto il Paese, e in particolar modo nella regione metropolitana, non rispetta alcun vincolo di sostenibilità ambientale o sociale. Al contrario, a beneficiare di tutto il processo sono stati i rappresentanti dell’industria dei data center, che hanno avuto l’opportunità di incidere direttamente sulle strategie di sviluppo economico e tecnologico del Paese. 

Pedagogia delle lotte e relazioni di prossimità

Da quando il “nuovo” progetto ha ottenuto il primo via libera, lx attivistx del Mosacat hanno ripreso le fila della mobilitazione. Rispetto al 2019, sono cambiate molte cose in Cile: dopo i mesi segnati dalla tensione rivoluzionaria dell’Estallido Social e dall’enorme partecipazione popolare nel processo costituente, la sconfitta nel plebiscito costituzionale ha inflitto un colpo duro ai movimenti e a chiunque avesse sperato nell’approvazione della nuova carta, lasciando ancora oggi strascichi di sfiducia, delusione, stanchezza e minore disponibilità alla mobilitazione. E anche se nei primi mesi dall’insediamento del governo Kast le piazze non sono mancate, permane la sensazione che organizzarsi e mobilitarsi sia più difficile, ma anche più urgente, su molteplici fronti.

Oggi a Cerrillos lx abitanti sanno di non avere alleati istituzionali (tutt’altro) e proprio per questo stanno adottando strategie differenziate con l’obiettivo di costruire un’opposizione capillare ed efficace. A livello legale, il Mosacat ha fatto ricorso alla Comisión Interamericana de Derechos Humanos sostenendo che lo Stato abbia violato l’Acuerdo de Escazú in materia di partecipazione cittadina e giustizia ambientale e sta valutando i prossimi passi con OLCA e un team di avvocate. Hanno presentato una mozione in consiglio municipale, ottenendo che la commissione sull’ambiente si faccia carico della questione, ma sanno che il rischio che si concluda in un nulla di fatto è alto, dati i toni delle ultime interlocuzioni con l’amministrazione comunale. Nel 2019, la presa di posizione dell’alcalde era stata decisiva per portare la questione davanti ai tribunali ambientali, per questo oggi sanno che è necessario fare tutto il possibile per spostare quest’asse e mettere sindaco e giunta davanti all’impossibilità di sottrarsi alla volontà popolare. In quest’ottica, stanno portando avanti un grande lavoro sul piano comunicativo, interfacciandosi con media internazionali, nazionali e locali, dalle grandi testate alle radio studentesche. Ma soprattutto, stanno lavorando sull’allargamento della partecipazione e della sensibilizzazione, promuovendo assemblee nei quartieri, organizzandosi per i porta a porta, coinvolgendo i sindacati, partecipando a mobilitazioni cittadine e iniziative comunitarie e continuando il lavoro di informazione dal basso iniziato nel 2019.

Nel corso degli anni, infatti, questa lotta è stata anche un laboratorio pedagogico collettivo, nel quale in tante e tanti hanno avuto la possibilità – e il bisogno – di documentarsi su tutti gli impatti celati dell’infrastruttura che tiene in piedi quella che troppo spesso viene raccontata come una nuvola eterea. A differenza del 2019, quando le preoccupazioni si concentravano sulla questione idrica, oggi c’è molta più consapevolezza sul funzionamento dell’impianto e sui suoi molteplici impianti ambientali. Nelle prime assemblee di quartiere, oltre a raccontare gli avvenimenti degli ultimi sette anni, si spiega con linguaggio chiaro e diretto cos’è e come funziona un data center, avvicinando alle persone una conoscenza che troppo spesso viene strumentalmente resa inaccessibile e spacciata come eminentemente tecnica. Parlando con tantx abitanti emerge subito come questo lavoro funzioni: le ragioni del no al data center si fanno via via più diffuse e articolate, l’informazione cresce, e bastano poche parole con chi ancora non è a conoscenza del nuovo progetto perché anche questi esprima la propria contrarietà.

Ma tutto questo sarebbe impossibile, o quantomeno molto più difficile, se mancasse il tessuto relazionale che caratterizza la comunità di Cerrillos. Una comunità che si tiene stretta, in cui ci si conosce, in cui le relazioni personali e di prossimità costituiscono un’infrastruttura sociale fondamentale che né la speculazione edilizia né la gentifricazione sono ancora riuscite a distruggere, nonostante le minino sempre di più. Che Cerrillos non sia solo la distesa di terreno edificabile che appare agli occhi del capitale privato lo testimoniano infatti le reti di micro-solidarietà di quartiere tessute quotidianamente dalle donne che si prendono cura della propria comunità lottando per gli spazi comuni, combattendo i palazzinari, dandosi una mano ad andare a prendere i mezzi, fare la spesa… mettendo a disposizione il proprio tempo, le proprie energie e la propria generosità per mantenere vivi i legami che la speculazione e la ridefinizione delle geografie economiche e territoriali vorrebbero spezzare. Si tratta di legami e di un modo di vivere lo spazio urbano con radici profonde. Lo racconta bene una storia legata alla comuna, ancora oggi motivo di orgoglio di tante persone che vivono nel quartiere: quella di Villa Valentina Tereshkova, una cooperativa abitativa fondata più di sessant’anni fa e intitolata dagli abitanti alla cosmonauta sovietica, la quale nel 1972 andrà a visitare quell’angolo di periferia cilena che porta il suo nome[6] e che, oggi come allora, sembra voler continuare ad esistere nelle cartografie della resistenza oltre che in quelle della devastazione.

La lotta contro il data center, allora, è uno dei tanti atti di cura della comunità nei confronti di chi la abita e di chi la abiterà in futuro, in un movimento ricorsivo in cui le connessioni interpersonali alimentano i percorsi collettivi e ne traggono nuova linfa, mantenendo la comunità viva, curiosa, combattiva. Non stupisce che tra le fila del Mosacat, nelle piazze, nelle assemblee e nelle iniziative la grande maggioranza delle persone siano donne, che quotidianamente risignificano la cura come pratica organizzativa e di lotta contro la solitudine e l’ingiustizia. La cura come strumento di trasformazione dei rapporti di forza, inevitabilmente collettivo e al contempo materiale, nel senso che attraversa il corpo-territorio di ciascuna, con le sue storie e cicatrici.

Sporgendosi dai margini e ancorandosi bene al suolo – contaminato, cementificato, sfruttato, eppure ancora umido, fertile e vivo – le abitanti di Cerrillos disturbano l’intoccabilità della nuvola del web. La loro battaglia è la stessa di tante altre comunità, di territori nelle geografie più disparate che, contro gli insostenibili piani sul futuro scritti a tavolino dalle oligarchie tecnologiche, continuano a difendere la vita.

[1] In Cile la Costituzione (risalente alla dittatura di Pinochet) riconosce il diritto di proprietà privata dell’acqua. La commercializzazione dell’acqua ha storicamente privilegiato il settore minerario, idroelettrico, agroalimentare e, oggi, anche quello del tech.  La pubblicizzazione dell’acqua era uno dei grandi temi presenti nella proposta di nuova costituzione del 2021.

[2] A differenza della Dichiarazione di Impatto Ambientale, che è una procedura semplificata e che non prevede partecipazione cittadina, presupponendo la sostenibilità del progetto presentato, uno Studio di Impatto Ambientale prevede ricerche indipendenti, modelli predittivi, considerazione degli effetti sinergici e cumulativi del progetto, nonché l’obbligo di consultazione della popolazione.

[3] Andrea Marinoni  et al., 2026. The Data Heat Island Effect: Quantifying the Impact of AI Data Centers in a Warming World. https://arxiv.org/pdf/2603.20897 (preprint)

[4] A Santiago, i quartieri alti della zona orientale, a ridosso della Cordillera, sono i quartieri più ricchi, con una differenza profonda dal resto della città in termini architettonici, urbanistici, socioeconomici.

[5] Il quartiere più colpito dall’alluvione dell’8 ottobre 2026.

[6] La storia di Villa Valentina Tereshkova è raccontata nel libro Una cooperativa de vivienda con nombre de cosmonauta (2023, a cura di Pía Acevedo Méndez e Carlos Rojas Sancristoful), frutto di un lavoro collettivo realizzato dalla Junta de Vicinos Villa Valentina, dai suoi abitanti e dall’Instituto de Estudios Patrimoniales.

Alcune fonti per approfondire

Manuel García Domínguez, Los centros de datos como centros de conflictos: el caso de los humedales en Quilicura y Cerrillos (Chile), Revista Controversia, 2025. https://revistacontroversia.cinep.org.co/index.php/controversia/article/view/1356/1098

Martin Tironi e Camila Albornoz, Divergent Futures in a Damaged Territory: The Rise of Data Centers and Water Conflicts in Santiago de Chile, Journal of Urban Technology, 2025. https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/10630732.2025.2546784#abstract

Enol Nieto Jiménez e Daniel Pena, Exposing Google’s Seizure of Water in Drought-Impacted Uruguay, Logic(s) Magazine, 2025. https://logicmag.io/land/exposing-googles-seizure-of-water-in-drought-impacted-uruguay-a-conversation/

Hippolyte Radisson, Au Chili, les data centers, portés par le boom de l’IA, encerclent Santiago, Le Monde, 2026. https://www.lemonde.fr/economie/article/2026/10/20/au-chili-les-data-centers-portes-par-le-boom-de-l-ia-encerclent-santiago_6797911_3234.html

Álvaro Marchant Cuevas, El boom de los data centers y el cambio ambiental: siete proyectos buscan avanzar sin ingresar al SEIA, El Desconcierto, 2026. https://eldesconcierto.cl/reportajes/el-boom-los-data-centers-y-el-cambio-ambiental-siete-proyectos-buscan-avanzar-ingresar-al-seia-n5462381

Florencia Vargas, Expertos advierten sobre el desorden en la regulación de los data centers en Chile. Doble Espacio, 2026. https://doble-espacio.uchile.cl/desorden-regulacion-data-centers-en-chile/

Pubblicato da Arianna (che ringraziamo) su Caminantescentrodocumentazione.org

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