Poli civici: comunità educanti per il diritto alla cittàLA VICENDA DI SPIN TIME RIPORTA AL CENTRO UNA QUESTIONE DECISIVA: SENZA COMUNITÀ
I QUARTIERI RESTANO INDIFESI DI FRONTE ALLA SPECULAZIONE E ALLA DESERTIFICAZIONE
SOCIALE. RIPENSARE I POLI CIVICI COME COMUNITÀ EDUCANTI SULL’EREDITÀ DEI
CONSIGLI SCOLASTICI DISTRETTUALI SIGNIFICA RESTITUIRE ALLA SCUOLA E AI TERRITORI
LUOGHI STABILI DI PARTECIPAZIONE, CURA E TRASFORMAZIONE DEMOCRATICA
Foto tratte dal “Centro Estivo-Casa Esquilino alla Di Donato”
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Una delle cose che sta emergendo in questo periodo in seguito allo sgombero di
Spin Time è l’importanza della comunità, del quartiere, per dirlo in termini
pedagogici, della “comunità educante” nelle nostre città.
I fondi immobiliari, la speculazione urbanistica, i palazzinari hanno accumulato
un potere enorme a Roma. Un potere che ha radici lontane perché da sempre, se
pensiamo al legame tra scandali finanziari e bancari e lo sviluppo urbanistico
della città che costò il governo a Giolitti, questo intreccio ha determinato lo
sviluppo economico della città. Ma anche tornando a periodo più recenti, ci
accorgeremmo facilmente di come il quadro non sia cambiato. Dopo più di un
secolo di battaglie, occupazioni, lotte, infatti, ci ritroviamo a fronteggiare
di fatto dinamiche molto simili. Dove però esiste un rapporto, un legame, una
rete di realtà che tra loro dialogano costantemente, la possibilità di difendere
un territorio da questi processi e dalla desertificazione che determinano,
aumenta. La posizione dalla quale lo difendi, se stai in queste reti, rimane una
posizione di svantaggio, una posizione di debolezza, data la correlazione di
forze sbilanciata in modo schiacciante dal lato del potere economico, eppure,
anche da questa posizione, l’ambizione di poter fermare e condizionare gli
interessi speculativi non è del tutto utopistica.
Ad accorgersi del valore di questo patrimonio di relazioni, dovremmo essere in
particolare noi insegnanti, lavoratori della scuola, genitori: la possibilità di
costruire “comunità educanti” forti costituisce un ostacolo alla realizzazione
dei processi di gentrificazione e sussunzione di un territorio agli interessi
dominanti e per questo conservatori e reazionari, negli anni, queste esperienze
di resistenza le hanno combattute.
Per questo si sono sempre impegnati per far diventare praticamente impossibile,
quasi ovunque, lo scenario che i decreti delegati approvati nel 1974 pensavano
di voler perseguire nel nostro paese. L’orizzonte nel quale si muovevano i
movimenti per la democratizzazione della scuola faceva si che essi avessero
chiaro quanto fosse necessario costruire degli spazi di incontro nei quartieri
all’interno dei quali ci potessero essere tutti, dai negozianti alle
associazioni ai partiti e certamente la scuola e tutte le agenzie educative che
affianco ai partiti cominciavano ad affacciarsi sulla scena sociale.
L’educazione non doveva quindi più essere intesa come un perimetro limitato alla
scuola, ma una preoccupazione diffusa e il futuro delle nuove generazioni un
orizzonte di cui avere cura insieme. Ciò era, secondo la convinzione di tutti,
possibile solo creando contesti di discussione e incontro allargati, che
fungessero come organi intermedi tra la politica istituzionale e la società.
Quei movimenti, in quegli anni, vedevano nella costruzione del “distretto
scolastico” la ricaduta di un’idea di società diversa, in cui dire “politica”
significava dire “educazione” e dire “educazione” volesse dire automaticamente
dire “politica”. Il “consiglio scolastico distrettuale” era il tassello che
avrebbe completato il percorso di democratizzazione interno alla scuola e
rimesso finalmente la scuola stessa al centro di una rete di relazioni di cui
doveva fare parte, spingendola a stabilire una relazione dialettica con le altre
forze sociali a essa esterne. Riducendo le distanze, eliminando steccati,
stabilendo invece dei ponti. Il “consiglio scolastico distrettuale” doveva
essere il parlamento del quartiere: doveva essere il luogo dove tutte le forze
sociali, una volta messa la pedagogia al centro dell’azione politica, dovevano
incontrarsi perché a partire dalle preoccupazioni educative i territori
diventassero effettivamente luoghi di trasformazione democratica della società
nella sua interezza.
Democratica e progressista
Questo disegno fallì per varie ragioni e venne definitivamente e non casualmente
derubricato in un drammatico ciclo di aggressione ai diritti dei lavoratori
portato avanti dal governo Berlusconi nei primi anni di questo millennio.
Oggi sembra utopistico di fronte al deserto sociale che in molti quartieri è
avanzato radendo al suolo esperienze fondamentali dai comitati ai centri sociali
alle associazioni e certo anche ai partiti. Territori nei quali le scuole,
spesso isolate, non possono svolgere il loro ruolo né all’interno dei loro
edifici, tantomeno concependosi come spazi in interazione con i luoghi nei quali
si trovano. Eppure, la si può rilanciare.
In fondo, ci è stata una stagione di lotte e battaglie in cui questa idea di
democrazia, di partecipazione, di democrazia partecipativa, si stava di nuovo
facendo largo. Poi si è arrestata. Ma è importante ricordarlo, non parliamo di
due secoli fa. È stato, infatti, il movimento contro la globalizzazione
economica a riprendere attraverso l’esperienza dei “social forum” alcune di
quelle istanze. Dando vita a una stagione di mobilitazioni forse tra le più
ambiziose del recente passato, e tra le più vicine alla esperienza della
democratizzazione della scuola negli anni ‘70.
L’importanza dei poli civici
Oggi ci dovremmo impegnare perché in tutte le città, in tutti i quartieri la
cittadinanza possa contare su reti forti, su “comunità educanti” forti, non
necessariamente omogenee, ma forti come hanno dimostrato di esserlo quelle
all’Esquilino, dove, a facilitare la comunicazione e l’interazione esiste da
anni il “Polo civico”, la cui preziosa funzione è emersa in maniera lampante e
andrebbe rafforzata. Ogni territorio dovrebbe avere un Polo civico e in qualche
modo, al suo interno bisognerebbe fare in modo che vi confluissero tutte le
realtà che compongono il variegato tessuto di un quartiere perché possano
esercitare quella funzione di scambio e co-costruzione dei processi di cura
rivolti ai più giovani (ma anche ai meno giovani) per cui era stato pensato il
“consiglio scolastico distrettuale”.
Solo intendendo in questo modo, politico ed educativo, pedagogico e politico, la
funzione della “comunità educante”, immaginando che essa si possa configurare
come un vero e proprio “polo civico”, per il quale agire politicamente
significhi agire pedagogicamente e mettere pedagogia e cura al primo posto delle
proprie linee strategiche. Solo così potremo nutrire l’ambiziosa, utopistica ma
concreta, convinzione di poter ancora giocare questa partita, contrastare la
speculazione e la voracità dei grandi gruppi economici e difendere le nostre
città.
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