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Uomini sull’orlo della violenza. Come intercettarli? 29 ottobre, webinar
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Cosa può succedere agli uomini quando perdono il lavoro o quando il lavoro diventa la loro unica dimensione esistenziale, quando una relazione affettiva, familiare, amicale entra in crisi o termina, quando stanno per diventare padri ma non sono ancora adulti? Perché quando accade è più probabile che agiscano violenza? Perché, prima di agire violenza, molte delle loro richieste di aiuto restano inevase? Esistono dei luoghi di prevenzione in cui essere ascoltati e in cui gli uomini in crisi possono trovare supporto e costruire nuovi modi di relazione? Di questo e altro si parlerà giovedì 29 ottobre 2026 dalle ore 18 alle ore 19, a conclusione del progetto “Prima che sia tardi – Nuovi percorsi di incontro e trasformazione del maschile”, promosso dall’associazione nazionale Maschile Plurale, in collaborazione con l’associazione Cambiamenti di Pescara, l’associazione Centro Famiglie di Catania e l’Associazione Persone comuni (editore di Comune). Dopo un anno di ricerca, prevenzione e formazione sulla violenza di genere, le associazioni promotrici del progetto – finanziato da ActionAid International Italia E.T.S e Fondazione Realizza il Cambiamento nell’ambito del progetto NORA against GBV* cofinanziato dall’Ue – condividono i principali risultati raggiunti. L’incontro è aperto a chiunque interessato. Intervengono Massimiliano Sfregola e Pietro Reggiani (coordinatori del progetto), Caterina Peroni (ricercatrice), Gianluca Carmosino e Riccardo Troisi (redazione di Comune), Luca Battaglia (presidente dell’associazione cambiamenti) e Antonello Arculeo (presidente dell’associazione Centro Famiglie). Il webinar si terrà in modalità diretta streaming su Facebook nella pagina di Comune: https://www.facebook.com/Comuneinfo. -------------------------------------------------------------------------------- . Scarica e diffondi la locandina . -------------------------------------------------------------------------------- Alcuni articoli sul progetto sono leggibili qui: > Prima che sia tardi -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- . -------------------------------------------------------------------------------- . . . . -------------------------------------------------------------------------------- *NORA against GBV Il progetto NORA against GBV (Network of Organization for Rights and Autonomy against gender-based violence) cofinanziato dall’Unione Europea e promosso da Fondazione Realizza il Cambiamento e ActionAid International Italia E.T.S. intende contribuire alla prevenzione e al contrasto della violenza maschile contro le donne in Italia attraverso il sostegno, il potenziamento e lo sviluppo delle capacità delle organizzazioni della società civile attive a livello nazionale, regionale e locale. Il progetto coinvolge cinquanta realtà attive in tutta Italia, creando così una rete del cambiamento in grado di ascoltare e rispondere ai bisogni specifici e concreti di ogni territorio e comunità. -------------------------------------------------------------------------------- Il contenuto di questa comunicazione rappresenta l’opinione degli autori che ne sono esclusivamente responsabili. Né L’Unione europea né DG JUST possono ritenersi responsabili per le informazioni che contiene né per l’uso che ne venga fatto. Analogamente non possono ritenersi responsabili ActionAid International Italia E.T.S. e Fondazione Realizza il Cambiamento. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Uomini sull’orlo della violenza. Come intercettarli? 29 ottobre, webinar proviene da Comune-info.
October 21, 2026
Comune-info
Acquisti pubblici per un’economia più giusta
OGNI ACQUISTO PUBBLICO È ANCHE UNA SCELTA POLITICA, ECONOMICA E SOCIALE. DALLE MENSE SCOLASTICHE ALL’ABBIGLIAMENTO DA LAVORO, I COMUNI POSSONO UTILIZZARE LA SPESA PUBBLICA PER TUTELARE I DIRITTI, PROMUOVERE FILIERE SOSTENIBILI E ORIENTARE IL MERCATO VERSO MODELLI PIÙ EQUI. È IL MESSAGGIO EMERSO DALL’INCONTRO INTERNAZIONALE DELLE FAIR TRADE TOWNS, CHE HA RIUNITO IN BELGIO QUATTROCENTO AMMINISTRATORI E ATTIVISTI EUROPEI. TRA NUOVE REGOLE SUGLI APPALTI, ESPERIENZE CONCRETE E PERCORSI EDUCATIVI, LA SFIDA È TRASFORMARE IL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE DA SCELTA VIRTUOSA A PRATICA ORDINARIA DELLE ISTITUZIONI Foto tratta dal sito fairtradetown Appalti pubblici, diritti e sostenibilità: i Comuni possono cambiare l’economia Tre giornate di confronto tra Bruxelles e Gand, in Belgio, per riflettere sul potere degli acquisti pubblici, sul commercio equo e solidale e sulla responsabilità delle istituzioni nella costruzione di un’economia più giusta, sostenibile e attenta ai diritti delle persone. Amministratori e attivisti da tutta Europa sono arrivati in quattrocento per fare il punto sulle politiche fair trade. Come possono le istituzioni contribuire a trasformare i sistemi produttivi e commerciali? È stata questa la domanda al centro dei tre giorni di incontri, approfondimenti e scambio di esperienze. Un percorso che ha messo in relazione le regole europee sugli appalti, le esperienze concrete delle amministrazioni locali, il monitoraggio delle filiere e l’educazione delle nuove generazioni. Le regole europee come leva di cambiamento La prima giornata è stata dedicata al futuro della disciplina europea degli appalti pubblici e alla proposta di revisione del quadro normativo, con l’obiettivo di rendere la spesa pubblica uno strumento più efficace per sostenere sostenibilità, responsabilità sociale e commercio equo. Il quadro europeo del 2014 è oggetto di revisione e la proposta presentata dalla Commissione europea il 9 settembre apre una fase di confronto istituzionale. Un elemento significativo è il riferimento esplicito al Fairtrade, per la prima volta nella proposta, seppure collegato all’oggetto del contratto.Rimane però aperta la questione di come rendere i criteri sociali più chiari, verificabili e facilmente applicabili dalle amministrazioni. Quando le regole sono vaghe e gli strumenti di verifica insufficienti, gli enti pubblici rischiano di essere scoraggiati dall’introdurre requisiti ambiziosi. Criteri più precisi possono invece offrire maggiore certezza giuridica, facilitare il lavoro degli uffici e consentire di premiare le imprese che rispettano i diritti dei lavoratori e l’ambiente. Le esperienze nazionali, come i criteri ambientali minimi italiani e la normativa francese sulla sostenibilità alimentare, dimostrano che è possibile orientare gli acquisti attraverso scelte pubbliche concrete. I Comuni non sono semplici acquirenti Il ruolo delle amministrazioni locali è decisivo. I Comuni acquistano ogni anno beni e servizi che vanno dalle mense scolastiche agli abiti da lavoro, dai dispositivi elettronici ai servizi di pulizia e manutenzione. Ogni appalto rappresenta quindi un’occasione per incidere sulle condizioni di produzione, sulla qualità dei servizi e sulle scelte delle imprese. Un Comune può limitarsi a rispettare gli obblighi minimi oppure utilizzare il proprio potere d’acquisto per promuovere innovazione sociale e ambientale. Può inserire criteri di sostenibilità nei bandi, chiedere trasparenza sulle filiere, verificare gli impegni dei fornitori e accompagnare le imprese in percorsi di miglioramento. Per farlo servono competenze tecniche, collaborazione tra gli uffici, formazione del personale e un dialogo costante con le organizzazioni della società civile e con le reti del commercio equo. Non si tratta soltanto di acquistare prodotti migliori, ma di contribuire a costruire un mercato nel quale il rispetto dei diritti non costituisca uno svantaggio competitivo. Dall’elettronica al tessile: controllare le filiere La seconda giornata ha approfondito gli strumenti per rendere effettiva questa responsabilità. L’esperienza di Electronics Watch mostra come le amministrazioni possano essere sostenute nel monitoraggio delle condizioni di lavoro nelle filiere dell’elettronica, attraverso informazioni indipendenti, il coinvolgimento dei lavoratori e la collaborazione con i fornitori. Il tema riguarda anche l’industria tessile, segnata da salari insufficienti, condizioni di lavoro precarie, sfruttamento e impatti ambientali. Le scelte dei consumatori contano, ma non possono sostituire le politiche pubbliche: acquistare in modo etico deve diventare un’opzione concretamente accessibile, non un privilegio per chi può permetterselo. Un’esperienza particolarmente interessante è quella del Comune di Gand, che nel 2018, insieme alla VVSG, l’organizzazione dei Comuni fiamminghi, ha elaborato una guida per l’acquisto di abbigliamento da lavoro socialmente responsabile. Il modello prevede quattro livelli di impegno — coinvolgimento, trasparenza, azione e leadership — e promuove il miglioramento continuo delle condizioni sociali lungo la filiera. Il nuovo accordo quadro per l’abbigliamento da lavoro, avviato nel luglio 2025 e valido fino al 2031, attribuisce il 40% del punteggio al prezzo, il 35% alla qualità e il 25% alla sostenibilità. Un esempio concreto di come un’amministrazione possa superare la logica del prezzo più basso e dare un peso effettivo alla responsabilità sociale e ambientale. Il Comune ha inoltre prodotto un bando per contribuire con il 50% alle spese delle feste delle associazioni locali che decidono di scegliere prodotti fair trade all’interno della loro attività.  Educazione e partecipazione per cambiare la cultura La terza dimensione emersa dagli incontri riguarda l’educazione. Il programma olandese Jong & Fair porta nelle scuole lezioni sul cibo equo e solidale, sulla moda sostenibile, sulle filiere produttive, sui diritti dei lavoratori e sui salari dignitosi. Attraverso incontri interattivi e il coinvolgimento di docenti ospiti, l’obiettivo è aiutare i giovani a comprendere le conseguenze delle proprie scelte e a trasformare la consapevolezza in partecipazione. La moda, come è stato ricordato durante gli incontri, non è soltanto una questione di gusti personali: è anche un fatto sociale e politico. Allo stesso modo, le decisioni di acquisto delle istituzioni esprimono una visione del modello economico che si intende sostenere. Una responsabilità politica per i territori Il messaggio conclusivo delle tre giornate è che la transizione verso un’economia più giusta non può essere affidata soltanto alle scelte individuali o alla buona volontà delle imprese. Servono regole adeguate, strumenti di controllo, politiche pubbliche coerenti e cittadini consapevoli. I Comuni possono svolgere un ruolo fondamentale perché sono vicini alle comunità, conoscono i bisogni del territorio e dispongono di un potere d’acquisto capace di orientare il mercato. Possono sperimentare nuovi modelli, condividere le proprie esperienze e contribuire a chiedere regole europee più efficaci. Comprare non è mai un gesto neutrale, e lo stesso vale per le istituzioni. Ogni appalto può limitarsi a soddisfare un bisogno immediato oppure diventare un’occasione per tutelare i diritti, ridurre gli impatti ambientali e promuovere un’economia solidale. La sfida è trasformare queste esperienze in pratiche strutturali, affinché la responsabilità sociale e ambientale diventi la normalità degli acquisti pubblici.  Di quanti passi in avanti si saranno fatti nei prossimi mesi se ne parlerà a Colonia nel 2027. *Sindaco di Bonate Sopra  L'articolo Acquisti pubblici per un’economia più giusta proviene da Comune-info.
October 20, 2026
Comune-info
Il futuro del cibo si costruisce nei territori
LE CRISI CLIMATICHE, ECOLOGICHE E ALIMENTARI PONGONO UNA DOMANDA SEMPRE PIÙ URGENTE: COME POSSONO I TERRITORI TORNARE PROTAGONISTI DEL PROPRIO FUTURO? TRA IL CONFRONTO INTERNAZIONALE SULLA SICUREZZA ALIMENTARE ALLA FAO E LA COP31 SUL CLIMA, L’INCONTRO PROMOSSO DA NAVDANYA INTERNATIONAL IL 24 OTTOBRE A BRACCIANO PORTA AL CENTRO IL RUOLO DELLE COMUNITÀ NELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA. ATTRAVERSO AGROECOLOGIA, BIODIVERSITÀ, EDUCAZIONE E PARTECIPAZIONE, SCUOLE, GIOVANI, AGRICOLTORI E ISTITUZIONI SI CONFRONTANO SU COME TRASFORMARE LE ESPERIENZE LOCALI IN PROCESSI DI CAMBIAMENTO CAPACI DI INCIDERE ANCHE SULLE POLITICHE PUBBLICHE Dal 19 al 23 ottobre, nella sede della FAO a Roma, la 54ª sessione del Comitato per la sicurezza alimentare mondiale (CFS) avrà tra i suoi passaggi centrali le raccomandazioni politiche per la costruzione di sistemi alimentari resilienti. Poche settimane dopo, dal 9 al 20 novembre ad Antalya, la COP31 sul clima tornerà a porre agricoltura e sistemi alimentari dentro il confronto globale su adattamento, biodiversità e sicurezza alimentare. È in questo spazio tra grandi trasformazioni globali e capacità di azione delle comunità che si colloca “Agroecologia e Comunità Rigenerative. Reti di resilienza tra giovani, scuole, agricoltori e istituzioni”, la giornata organizzata da Navdanya International il 24 ottobre al Chiostro degli Agostiniani di Bracciano con la partecipazione anche di alcune realtà e delegati provenienti dal confronto internazionale sulla sicurezza alimentare. Dietro il termine “resilienza” c’è però una questione politica tutt’altro che astratta. Chi produce il cibo? Con quali sementi e con quale accesso alla terra e all’acqua? Quali sistemi agricoli vengono sostenuti dai mercati e dalle politiche pubbliche? Chi possiede le conoscenze e chi partecipa alle decisioni che determinano il futuro di un territorio? Le crisi globali – climatica, ecologica, alimentare – si materializzano infatti sempre in luoghi concreti. Nei campi esposti a condizioni climatiche sempre più instabili, nella perdita di biodiversità, nella fragilità delle filiere, nella difficoltà della piccola agricoltura, nella progressiva separazione tra giovani, produzione del cibo e territori. I sistemi alimentari industriali hanno contribuito a frammentare molte delle relazioni che sostengono la vita: tra chi coltiva e la terra, tra sapere e pratica, tra produzione e consumo, tra i giovani e i luoghi in cui vivono, tra le comunità e le istituzioni chiamate a sostenerle. La transizione ecologica deve partire necessariamente anche dalla ricostruzione di queste relazioni. DAL GLOBALE AL LOCALE, E RITORNO Così, mentre alla FAO il Comitato per la sicurezza alimentare mondiale discute di sistemi alimentari resilienti e la COP31 si prepara a riportare agricoltura, adattamento e sicurezza alimentare al centro dell’agenda climatica, a Bracciano scuole, giovani, agricoltori, ricercatori e istituzioni provano a capire come le grandi transizioni possano diventare processi concreti, partecipati e riproducibili. L’obiettivo è mettere in comunicazione scale che troppo spesso procedono separatamente. Da una parte le sedi internazionali, nelle quali si analizzano le crisi e si definiscono indirizzi e politiche. Dall’altra i territori, dove quelle crisi producono conseguenze concrete ma dove possono anche essere sperimentate risposte. Il passaggio, tuttavia, non può essere unidirezionale. Non si tratta semplicemente di tradurre localmente decisioni prese altrove. Le esperienze territoriali possono produrre conoscenze, pratiche ed evidenze che devono poter risalire verso i luoghi nei quali si costruiscono le politiche nazionali e internazionali. Il locale può essere un laboratorio della transizione se ciò che viene sperimentato entra in dialogo effettivo con i vari livelli istituzionali. IL TERRITORIO COME LABORATORIO È con questa prospettiva che dal 2023 Navdanya International porta avanti attorno al Lago di Bracciano il programma Terrae Vivae, un insieme di progetti pilota attraverso i quali mettere in relazione scuole, agricoltori, giovani, istituzioni, ricerca e cittadinanza e verificare sul campo quali condizioni possano rafforzare la resilienza di una comunità. Uno dei principali terreni di sperimentazione sono state le scuole. Attraverso percorsi di ecoliteracy, agroecologia e Formazione Scuola Lavoro, ragazze e ragazzi sono stati chiamati non soltanto a studiare biodiversità, suolo, sistemi alimentari e cambiamento climatico, ma a osservare il territorio nel quale vivono, incontrare chi lo coltiva, riconoscerne criticità e risorse e formulare proposte. Comprendere le possibilità di advocacy per difendere i diritti dell’ambiente e di tutte le forme di vita che lo abitano. Una parte di questo lavoro prosegue con “RiGenerAzione Ecologica – Cittadinanza e Partecipazione”, progetto cofinanziato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica nell’ambito della Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile. La collaborazione con il MASE assume in questo senso un valore che va oltre il singolo progetto: mette alla prova la possibilità di collegare politiche nazionali, sperimentazione territoriale e partecipazione delle nuove generazioni. La questione educativa diventa così immediatamente politica. Non basta aumentare le informazioni disponibili sulla crisi ecologica. Occorre chiedersi di quali conoscenze, esperienze, strumenti e spazi decisionali abbiano bisogno i giovani per diventare protagonisti della transizione. Anche le Officine Municipali di Bracciano, spazio civico gestito in collaborazione con il Comune, stanno diventando uno degli hub di questo processo: un luogo nel quale studenti, cittadini, produttori, associazioni e istituzioni possono incontrarsi, formarsi e progettare insieme. DALLE BUONE PRATICHE ALLE CONDIZIONI PER IL CAMBIAMENTO È anche questo il senso dell’incontro del 24 ottobre. Al mattino le organizzazioni e le reti giovanili, comprese quelle promosse a livello nazionale dal MASE, si confronteranno sul ruolo delle nuove generazioni nella rigenerazione dei territori, costruendo domande e proposte da portare al successivo dialogo con le istituzioni. Nel pomeriggio il confronto si allargherà ad agricoltori, ricercatori, scuole, amministratori e comunità agroecologiche provenienti da diversi territori attraverso tre conversazioni: educazione alla rigenerazione ed ecoliteracy; biodiversità e resilienza di fronte alla crisi climatica; processi di transizione ecologica guidati dalle comunità. Il punto non sarà soltanto individuare buone pratiche. Le buone pratiche esistono già. Più difficile è capire perché alcune riescano a consolidarsi mentre altre rimangano esperienze isolate. Significa interrogarsi sulle condizioni nelle quali operano gli agricoltori, sui mercati, sull’accesso alle risorse, sui sistemi sementieri, sulle politiche di sostegno, sugli spazi di governance e sulla possibilità reale dei cittadini di partecipare alle decisioni. Dentro questa riflessione si inserisce anche l’intervento di Salvatore Ceccarelli. Il suo lavoro sulle popolazioni evolutive di cereali – fondate sulla diversità genetica e sulla capacità delle colture di adattarsi progressivamente agli ambienti nei quali vengono coltivate – offre un esempio concreto di come biodiversità, autonomia sementiera e adattamento climatico possano concorrere alla resilienza agricola di un territorio. Ma anche in questo caso una soluzione agronomica ha bisogno di agricoltori, ricerca, accesso ai semi, mercati, politiche pubbliche e comunità capaci di sostenerla. Parlare di esperienze territoriali non significa dunque cercare una formula da replicare meccanicamente altrove. Non esiste un unico modello di comunità resiliente esportabile da un luogo all’altro. Possono invece essere condivisi processi e principi: mettere in relazione attori diversi, costruire fiducia, riconoscere gli squilibri di potere, distribuire responsabilità, custodire biodiversità e beni comuni, creare spazi reali di partecipazione e restituire alle comunità capacità di incidere sulle decisioni. La relazione tra Bracciano e Tubas, che sarà esposta durante la giornata, introduce un’ulteriore dimensione di questo approccio: mettere in relazione territori differenti attraverso il rapporto con la terra, l’acqua, l’agricoltura, il cibo e la continuità delle culture rurali per costruire relazioni tra comunità che affrontano, in contesti diversi, alcune delle grandi questioni che attraversano oggi i sistemi alimentari. DAI TERRITORI ALLE POLITICHE Il valore dell’incontro di Bracciano si misurerà  nella capacità di portare le esperienze territoriali dentro un confronto politico più ampio. Le istituzioni presenti saranno per questo chiamate non soltanto a intervenire, ma ad ascoltare e a rispondere alle domande emerse nel corso della giornata. Le urgenze globali devono trovare risposte nei territori; i territori devono poter sperimentare soluzioni; quelle esperienze devono produrre conoscenze e proposte; e politiche nazionali e internazionali devono creare le condizioni perché ciò che funziona possa consolidarsi e diffondersi. In questa circolarità tra locale e globale si colloca il lavoro sull’agroecologia comunitaria. La transizione ecologica non può essere lasciata esclusivamente alla buona volontà delle comunità, così come non può essere realizzata soltanto attraverso decisioni istituzionali prese dall’alto. Richiede entrambe le dimensioni: rafforzare la capacità collettiva dei territori di agire e, contemporaneamente, trasformare le condizioni economiche, politiche e istituzionali entro cui quell’azione diventa possibile. 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October 20, 2026
Comune-info
Il mutuo aiuto anziché la concorrenza spietata fra individui isolati
-------------------------------------------------------------------------------- Un tetto Comune… è necessario in questi tempi oscuri. Il mutuo aiuto anziché la concorrenza spietata fra individui isolati è una colonna portante dell’anarchismo. [Giovanni Pandolfini] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mutuo aiuto anziché la concorrenza spietata fra individui isolati proviene da Comune-info.
October 20, 2026
Comune-info
Se il concetto di pluralità diventa raro
-------------------------------------------------------------------------------- Come dice già il nome stesso, oggi il concetto di pluralità è diventato raro. Per questo penso che Comune sia uno spazio che fa davvero la differenza, un vero “tetto comune” sotto cui trovarsi. Condivido volentieri questa riflessione. -------------------------------------------------------------------------------- [Zakaria Mohamed Ali] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Se il concetto di pluralità diventa raro proviene da Comune-info.
October 18, 2026
Comune-info
Un argine
-------------------------------------------------------------------------------- Grazie Comune di essere un argine alla preoccupante diminuzione degli spazi di partecipazione e riflessione democratica. [Carla Verdecchia] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un argine proviene da Comune-info.
October 17, 2026
Comune-info
Un tetto Comune, con un fuori e un dentro tutti da pensare
-------------------------------------------------------------------------------- Aderisco alla campagna 2026-2027, con gioia! Mi piace un Tetto Comune, offre riparo ma non prevede una casa strutturata, con stanze e pareti, un fuori e un dentro già pensati prima di essere abitati. Un Tetto Comune offre riparo alle intemperie ma anche spazio dove stare protetti a guardare cosa capita, e magari anche a far festa. Grazie! [Roberta Padovano] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un tetto Comune, con un fuori e un dentro tutti da pensare proviene da Comune-info.
October 17, 2026
Comune-info
Decrescita, creatività popolare e contropotere
-------------------------------------------------------------------------------- La campagna «Un tetto comune», lanciata da «Comune», si inserisce perfettamente nel quadro della (ri)costruzione di un mondo comune, proposta nel mio ultimo libro Metapolitica della decrescita. Di fronte all’offensiva dei grandi predatori, che manipolano l’opinione pubblica grazie al loro quasi-monopolio sui principali mezzi di informazione, è necessario rafforzare la resistenza all’avanzata di progetti populisti antidemocratici e tecnofascisti. «Un tetto comune» offre un riparo minimo contro il bombardamento massiccio delle lobby antiecologiste e antisociali, e costituisce la condizione per proteggere le innumerevoli iniziative di creatività popolare che, purtroppo, hanno un impatto limitato sulle politiche pubbliche nazionali o europee, e nessuno sulla geopolitica globale. È fondamentale consentire loro di acquisire maggiore visibilità e credibilità; in caso contrario, si metterebbe a rischio la sopravvivenza stessa dell’umanità. Con «un tetto Comune», diventiamo un contropotere non trascurabile e una forza con cui è necessario fare i conti. [Serge Latouche] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Decrescita, creatività popolare e contropotere proviene da Comune-info.
October 16, 2026
Comune-info
Lavoratori invisibili, diritti negati
DAGLI SPORTEDAGLI SPORTELLI TERRITORIALI DELL’AREA VESUVIANA E NOLANA EMERGE UN QUADRO SEMPRE PIÙ PREOCCUPANTE: PROCEDURE BLOCCATE, ATTESE INTERMINABILI PER I PERMESSI DI SOGGIORNO E LAVORATORI E LAVORATRICI CHE RISCHIANO DI ESSERE RICACCIATI NELL’IRREGOLARITÀ E NELLO SFRUTTAMENTO. MA INSIEME ALLA PRECARIETÀ CRESCE ANCHE LA VOLONTÀ DI REAGIRE E ORGANIZZARSI. LO RACCONTA LA STRAORDINARIA PARTECIPAZIONE ALLA MARCIA DEI LAVORATORI INVISIBILI E ALLA MOBILITAZIONE CONTRO IL CPR DI CASTEL VOLTURNO. UN’ESPERIENZA CHE INTERROGA IL MONDO DELL’ASSOCIAZIONISMO E DEL SINDACATO E CI RICORDA CHE LA LOTTA PER I DOCUMENTI, LA LIBERTÀ DI MOVIMENTO E IL DIRITTO ALL’ABITARE È PARTE INTEGRANTE DELLA LOTTA PER LA DIGNITÀ E I DIRITTI DI TUTTI I LAVORATORI.LLI DELL’AREA VESUVIANA E NOLANA ALLA MARCIA DEI LAVORATORI INVISIBILI. LE DIFFICOLTÀ CRESCENTI NELL’ACCESSO AI DOCUMENTI, LA MOBILITAZIONE CONTRO IL CPR DI CASTEL VOLTURNO E UNA DOMANDA CHE RIGUARDA TUTTI: SE QUESTO STA SUCCEDENDO QUI, COSA STA SUCCEDENDO ALTROVE? Dai nostri sportelli, le storie dei lavoratori invisibili Gli sportelli territoriali sono luoghi particolari. Sono spazi di ascolto, orientamento e accompagnamento, nei quali ogni giorno incontriamo persone alle prese con problemi molto concreti: un permesso di soggiorno da ottenere o rinnovare, un appuntamento in Questura che non arriva, un contratto di lavoro che non corrisponde alle condizioni effettive di impiego, una casa che non si trova, una residenza anagrafica che non si riesce a ottenere. Ma sono anche qualcosa di più. Sono luoghi dai quali è possibile osservare le trasformazioni che attraversano i nostri territori, cogliere l’emergere di nuovi problemi e riconoscere, attraverso le storie individuali, fenomeni che assumono progressivamente una dimensione collettiva. Sono, soprattutto, luoghi nei quali si percepisce lo stato d’animo delle persone. Le preoccupazioni, le aspettative, le speranze, la stanchezza, la rabbia. E dove si può osservare come queste cambino nel tempo, anche in relazione alle politiche pubbliche e al funzionamento delle istituzioni. È da uno di questi punti di osservazione che vogliamo partire. Da oltre un decennio, attraverso gli sportelli territoriali delle associazioni che oggi compongono la Rete Vesuviana Solidale, incontriamo e accompagniamo persone migranti che vivono e lavorano nella provincia di Napoli, tra l’area vesuviana e quella nolana. Nel tempo abbiamo conosciuto migliaia di persone, ascoltato le loro storie, cercato insieme soluzioni ai problemi più diversi. Negli ultimi anni, una parte crescente di queste storie ha cominciato ad assomigliarsi. Abbiamo incontrato persone arrivate in Italia attraverso il Decreto Flussi, dopo aver investito somme enormi, spesso indebitandosi con familiari e conoscenti, per scoprire che il datore di lavoro che avrebbe dovuto assumerle era irreperibile o non aveva alcuna intenzione di farlo. Persone entrate regolarmente, attraverso un canale previsto e disciplinato dallo Stato, che si sono ritrovate senza lavoro e senza la possibilità concreta di completare il percorso per ottenere un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Per molte di loro, in assenza di altre strade concretamente accessibili, la richiesta di protezione internazionale è diventata il tentativo di trovare una via d’uscita. Sono diventate così persone in attesa di un appuntamento per formalizzare la domanda d’asilo. Poi richiedenti asilo in attesa dell’audizione davanti alla Commissione territoriale. Poi persone in attesa di conoscerne l’esito, non di rado negativo. E ancora persone costrette a ricostruire, insieme a un avvocato, le ragioni della propria richiesta, per presentare un ricorso e affrontare un nuovo periodo di attesa. Mesi, talvolta anni, durante i quali la possibilità di costruire un progetto di vita rimane sospesa, condizionata da procedure, scadenze e decisioni sulle quali le persone hanno pochissimo controllo. Nel frattempo, continuano ad arrivare ai nostri sportelli nuove persone. E sempre più spesso ci raccontano storie che assomigliano a quelle delle vittime delle truffe legate al Decreto Flussi italiano, ma che hanno avuto inizio altrove. Sono persone arrivate in Europa attraverso canali di ingresso per lavoro in altri Paesi: dalla Romania alla Serbia, ad esempio, e attraverso altri territori dell’Europa orientale e balcanica. Anche loro hanno pagato intermediari, contratto debiti, inseguito la promessa di un lavoro regolare e di una vita migliore. Alcune hanno conosciuto condizioni di sfruttamento gravissime, salari mai corrisposti, documenti trattenuti, minacce e condizioni di vita degradanti. Per alcune, l’unica possibilità di sottrarsi a quelle condizioni è stata una nuova fuga. Un altro viaggio, talvolta pagato contraendo ulteriori debiti. E infine l’arrivo in Italia, dove spesso si ritrovano ad affrontare nuove difficoltà per ottenere documenti, un lavoro dignitoso e un’abitazione. Sono queste alcune delle persone che incontriamo quotidianamente. Sono i lavoratori invisibili che versano sudore e sangue negli opifici, sui cantieri, nei campi della nostra provincia. Persone indispensabili al funzionamento di interi settori dell’economia locale, eppure esposte a condizioni di precarietà e ricattabilità che rendono enormemente difficile rivendicare i propri diritti. È dall’ascolto di queste storie, dal riconoscimento di ciò che le accomuna, che è nata l’idea del Presidio dei Lavoratori Invisibili. Dalla consapevolezza che non bastava più affrontare ogni vicenda individualmente, che occorreva costruire occasioni di incontro e organizzazione collettiva. Nella primavera del 2026 abbiamo cominciato a discuterne insieme ai lavoratori e alle lavoratrici, dedicando anche diverse giornate normalmente riservate alle attività degli sportelli alla realizzazione di assemblee collettive. Non volevamo semplicemente organizzare una manifestazione in solidarietà con le persone migranti. Volevamo contribuire a costruire uno spazio nel quale fossero loro stesse a prendere parola, riconoscersi in una condizione comune, formulare rivendicazioni e organizzarsi. Il Primo Maggio, a Napoli, insieme alla FLAI CGIL, questa esperienza ha cominciato a prendere forma pubblicamente. Da quel primo Presidio è nato un percorso che abbiamo chiamato Marcia dei Lavoratori Invisibili e che, attraverso successive iniziative e mobilitazioni, ha portato nelle strade e nelle piazze della nostra provincia rivendicazioni che riguardano il lavoro, i documenti, la casa, la libertà e la dignità. Un percorso che non nasce soltanto per chiedere il riconoscimento di diritti negati, ma anche per affermare il protagonismo di persone che troppo spesso vengono raccontate esclusivamente come vittime dello sfruttamento o destinatarie di interventi assistenziali. Ma oggi qualcosa sta cambiando. E troppo in fretta. Da mesi osserviamo un progressivo allungamento dei tempi di attesa per ottenere un appuntamento in Questura e formalizzare una richiesta di protezione internazionale. Tempi già molto lunghi, che continuano a dilatarsi, lasciando le persone in una condizione di incertezza sempre più difficile da sostenere. Intanto cresce la preoccupazione per l’entrata a pieno regime delle nuove procedure previste dal Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Un cambiamento profondo del quadro normativo, che introduce procedure più rapide e stringenti, con conseguenze potenzialmente molto gravi per le persone che cercano protezione. Sapevamo di essere nel mezzo di un passaggio cruciale. Eppure, quello che sta accadendo ci sta cogliendo alla sprovvista. Da qualche settimana, la Questura di Napoli ha interrotto gli appuntamenti per la manifestazione della volontà di richiedere asilo. Per oltre quindici giorni, gli appuntamenti sono rimasti sospesi. Poi è arrivata la comunicazione della volontà di riprenderli, ma in numero drasticamente ridotto e con la prospettiva di applicare le nuove procedure. Nel frattempo, la notizia di quanto stava accadendo ha cominciato a circolare tra le persone migranti, attraverso le comunità, i gruppi di amici e conoscenti, le reti informali attraverso le quali ci si scambia informazioni e si cerca di orientarsi. Le giornate ai nostri sportelli sono cambiate. Alle consuete richieste di assistenza si sono aggiunte domande sempre più insistenti sugli appuntamenti in Questura. Persone che tornano a chiedere aggiornamenti, che vogliono sapere se ci sono novità, se la propria richiesta è stata presa in considerazione, se esiste ancora la possibilità di ottenere una convocazione. E le nostre risposte, giorno dopo giorno, sono diventate sempre più incerte. Non perché avessimo smesso di cercare informazioni o di sollecitare risposte. Ma perché anche noi, che quotidianamente accompagniamo le persone in questi percorsi, ci siamo trovati nell’impossibilità di dare indicazioni attendibili sui tempi e sulle modalità di accesso alla procedura. Poi hanno cominciato ad arrivare altre notizie. Alcune persone ci hanno raccontato di aver ricevuto comunicazioni di cancellazione di appuntamenti già fissati. Altre riferivano di amici o conoscenti ai quali era accaduta la stessa cosa. Informazioni che non sempre siamo stati in grado di verificare, ma che hanno contribuito ad alimentare un clima di crescente preoccupazione. L’ansia sale. Monta il nervosismo. Le persone tornano, chiedono, aspettano. Le vedi sempre più provate, consumate da un’incertezza che si aggiunge a tutte le altre difficoltà della loro vita quotidiana. Perché dietro ogni appuntamento che non arriva non c’è semplicemente una pratica amministrativa in sospeso. C’è una persona che non sa quando potrà formalizzare la propria domanda, ottenere un documento, accedere pienamente ai diritti connessi alla propria condizione, provare a costruire una prospettiva di stabilità. E per molte delle persone che incontriamo, già segnate da percorsi di indebitamento, sfruttamento e precarietà, questa ulteriore incertezza rischia di diventare insostenibile. Quando anche rinnovare un permesso diventa un’impresa Ma le difficoltà non riguardano soltanto chi sta cercando di formalizzare una nuova richiesta d’asilo. Ai nostri sportelli accompagniamo quotidianamente persone che devono rinnovare il proprio permesso di soggiorno per richiesta asilo, che sono in attesa dell’esito di un ricorso contro il diniego della protezione internazionale o che, dopo aver ottenuto il riconoscimento di una forma di protezione, devono finalmente ricevere il relativo permesso. Per queste pratiche utilizziamo ordinariamente Prenota Facile, il sistema telematico attraverso il quale la Questura gestisce la prenotazione degli appuntamenti. Ma per queste tipologie di permesso il sistema è diventato, nei fatti, praticamente inutilizzabile. Si accede alla piattaforma, si compilano i campi richiesti, si segue l’intera procedura. Poi, arrivati al momento di selezionare un appuntamento, si scopre che non ci sono date disponibili. Si riprova. Il giorno dopo, la settimana successiva. Il risultato non cambia. In assenza di appuntamenti disponibili, inviamo una PEC alla Questura, chiedendo formalmente che venga fissata una convocazione. È il tentativo di lasciare traccia della richiesta e di ottenere comunque accesso alla procedura. Ma anche attraverso questo canale le risposte tardano ad arrivare. In molti casi non arrivano affatto. Conosciamo persone che attendono un appuntamento da mesi. In alcuni casi, l’attesa ha già superato abbondantemente i sei mesi di validità del permesso di soggiorno per richiesta asilo. Sei mesi. Il tempo nel quale un documento dovrebbe accompagnare una persona nel suo percorso amministrativo. Un tempo che può trascorrere interamente aspettando anche soltanto la possibilità di presentarsi a uno sportello della Questura. E ancora una volta, davanti alle domande delle persone che accompagniamo, ci ritroviamo a dare risposte sempre più insicure. Quando arriverà l’appuntamento? Cosa succede se il permesso scade? Posso continuare a lavorare? Il mio datore di lavoro mi rinnoverà il contratto? Come faccio a dimostrare che sto aspettando una convocazione che non dipende da me? Sono domande alle quali dovrebbero esistere risposte chiare, procedure accessibili, tempi ragionevoli. Invece, troppo spesso, ci troviamo a spiegare che abbiamo inviato una richiesta, che abbiamo sollecitato, che non abbiamo ancora ricevuto riscontro. E tutto questo ha conseguenze molto concrete. Perché la precarietà dei documenti si traduce facilmente in precarietà del lavoro, dell’abitare, dell’intera esistenza. Chi non riesce a documentare la regolarità del proprio soggiorno incontra ostacoli enormi nell’accesso a un’occupazione regolare, ai servizi, a un contratto di locazione. E finisce più facilmente esposto al lavoro nero, a retribuzioni arbitrarie, ad alloggi sovraffollati e degradanti, alla dipendenza da intermediari e datori di lavoro senza scrupoli. Ma c’è un’altra conseguenza, che osserviamo con particolare preoccupazione. Tra le persone che accompagniamo ce ne sono alcune che, dopo una lunga gavetta nel lavoro nero, nello sfruttamento e nell’iper-precarietà, sono finalmente riuscite a ottenere un contratto di lavoro regolare. Non è stato facile. Hanno dovuto cercare alternative, costruire relazioni, acquisire competenze, sottrarsi a situazioni di ricatto. A volte hanno dovuto cambiare lavoro, casa, territorio. Hanno conquistato, passo dopo passo, un minimo di stabilità. E adesso rischiano di perdere tutto. Perché un permesso scaduto, una ricevuta che non si riesce a ottenere, un appuntamento che non arriva possono diventare, agli occhi di un datore di lavoro, un motivo per non assumere, interrompere un rapporto o non rinnovare un contratto. Anche quando la normativa consente di continuare a lavorare durante le procedure di rinnovo, l’incertezza documentale e la difficoltà di dimostrare la propria condizione finiscono per trasformarsi in ostacoli concreti. E talvolta offrono un ulteriore pretesto a chi vuole liberarsi di un lavoratore o di una lavoratrice. Così persone che credevano di essersi lasciate alle spalle il lavoro nero e lo sfruttamento rischiano di tornarci. Non perché abbiano smesso di lavorare, di cercare un’occupazione regolare o di rispettare le procedure. Ma perché quelle procedure, nei fatti, non riescono a garantire loro tempi e strumenti adeguati per esercitare i propri diritti. È un meccanismo che rischia di vanificare anni di percorsi individuali di emancipazione e il lavoro quotidiano di associazioni, sindacati, operatori sociali e istituzioni impegnati nel contrasto allo sfruttamento lavorativo. E che ci pone una domanda difficile da eludere: che senso ha investire risorse e lavoro per accompagnare le persone fuori dallo sfruttamento, se poi gli ostacoli amministrativi rischiano continuamente di ricacciarle nelle stesse condizioni dalle quali stavano cercando di uscire? Dall’incertezza alla mobilitazione. Perché diciamo no al CPR di Castel Volturno È dentro questo scenario che si colloca la mobilitazione contro la realizzazione di un Centro di permanenza per il rimpatrio a Castel Volturno. Per noi, il CPR rappresenta l’esatto contrario della visione delle migrazioni e delle politiche migratorie che cerchiamo quotidianamente di praticare e costruire. Alla criminalizzazione delle persone migranti, alla detenzione amministrativa, alla violenza e alla produzione di marginalità contrapponiamo un approccio fondato sull’accesso ai diritti, sull’inclusione sociale, sull’emancipazione e sulla conquista dell’autonomia. Un approccio che riconosce nelle persone migranti non soltanto destinatari di interventi e servizi, ma soggetti capaci di organizzarsi, partecipare alla vita pubblica e diventare protagonisti delle trasformazioni dei territori nei quali vivono e lavorano. È questa la visione che orienta il nostro impegno quotidiano nel contrasto allo sfruttamento lavorativo e all’intermediazione illecita. Un impegno che ci ha insegnato quanto la precarietà della condizione giuridica e la difficoltà di accedere ai diritti possano diventare strumenti di ricatto nelle mani di chi sfrutta il lavoro altrui. Per questo guardiamo con profonda preoccupazione a politiche migratorie che attribuiscono un ruolo sempre più centrale alla detenzione, al controllo delle frontiere e ai rimpatri, anziché alla costruzione di percorsi accessibili di regolarità del soggiorno e inclusione. È in questa prospettiva che leggiamo tanto l’espansione del sistema dei CPR quanto le trasformazioni introdotte dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Quando è stata annunciata la realizzazione di un CPR in Campania, a Castel Volturno, abbiamo sentito immediatamente la necessità di prendere parte alla mobilitazione. Non soltanto per le ragioni che ci portano a opporci ai CPR in generale, ma anche per il significato particolare che Castel Volturno ha nella storia delle migrazioni e delle lotte per i diritti nel nostro Paese. Castel Volturno è uno dei luoghi simbolo delle mobilitazioni delle persone migranti, delle esperienze di organizzazione contro lo sfruttamento e delle battaglie che hanno contribuito a trasformare il dibattito pubblico e il quadro delle tutele in materia di immigrazione e asilo. Una storia di movimenti, associazioni, lavoratori e lavoratrici nella quale riconosciamo anche una parte delle nostre radici politiche e sociali. Per noi, dunque, partecipare alla mobilitazione contro il CPR e per politiche migratorie radicalmente diverse non poteva che rappresentare una tappa naturale del percorso intrapreso con la Marcia dei Lavoratori Invisibili. Del resto, il Presidio nato il Primo Maggio si era già rimesso in movimento il 20 giugno, in occasione delle mobilitazioni contro il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. E quando abbiamo cominciato a discutere della nuova mobilitazione con i lavoratori e le lavoratrici che frequentano i nostri sportelli, abbiamo trovato immediatamente un consenso molto ampio. Ma non avremmo mai immaginato quello che sarebbe accaduto. Abbiamo convocato alcune assemblee per discutere della manifestazione, spiegare le ragioni della mobilitazione, confrontarci sulla proposta di partecipare collettivamente. Fin dal primo momento la partecipazione è stata straordinaria. A ciascuna assemblea hanno preso parte più di cento persone. E un dato ci ha colpito particolarmente: la grande maggioranza dei partecipanti non aveva ancora un permesso di soggiorno. Avevamo la sensazione di aver intercettato qualcosa di profondo. Che le preoccupazioni, le incertezze e il crescente nervosismo che registravamo quotidianamente agli sportelli stessero trovando nella proposta di mobilitazione una possibilità di espressione collettiva. Ma la sorpresa più grande è arrivata quando abbiamo cominciato a raccogliere le adesioni e i contributi per il viaggio. In una sola giornata, nel solo sportello di Poggiomarino, più di 120 persone hanno chiesto di partecipare e acquistare un biglietto per raggiungere la manifestazione. Nel giro di un paio di giorni avevamo raccolto adesioni sufficienti a riempire quattro autobus. A quel punto ci siamo fermati. Avevamo raggiunto il limite delle possibilità organizzative che eravamo riusciti a mettere in campo. Ma le richieste non si sono fermate. Chi tra noi si occupa di rispondere ai telefoni dell’associazione ha continuato a raccontarci, quasi incredulo, della quantità di chiamate e messaggi che arrivavano ogni giorno. Persone che chiedevano se ci fossero ancora posti, se fosse possibile aggiungere un autobus, se ci fosse un modo per partecipare. Abbiamo provato a fare una stima. Tra richieste dirette, telefonate e messaggi, calcoliamo di aver ricevuto fino a oggi circa seicento manifestazioni di interesse a partecipare. Seicento persone. In pochi giorni. A partire da una rete di sportelli territoriali nella provincia di Napoli. Non sappiamo quante di queste persone avrebbero effettivamente partecipato se avessimo avuto la possibilità di organizzare altri autobus. Ma sappiamo che una risposta di queste dimensioni non può essere liquidata come un semplice successo organizzativo. Ci racconta qualcosa. Ci racconta che, dietro l’ansia, la stanchezza e la paura che osserviamo quotidianamente, esiste anche una fortissima domanda di partecipazione, di riconoscimento e di protagonismo. Che persone alle quali viene continuamente chiesto di aspettare, di dimostrare, di giustificare la propria presenza, di accettare condizioni di lavoro e di vita che altri non accetterebbero, vogliono invece prendere parola e rendersi visibili. E che proprio tra coloro che vivono le condizioni di maggiore precarietà giuridica può emergere una straordinaria disponibilità a mobilitarsi collettivamente per rivendicare i propri diritti. Forse, attraverso i nostri sportelli, avevamo colto il crescente disagio delle persone che incontriamo. Ma non avevamo compreso fino in fondo quanto fosse grande anche la loro volontà di reagire. Se questo sta succedendo qui, cosa sta succedendo altrove? Siamo partiti dal racconto di quello che osserviamo quotidianamente nei nostri sportelli, in una porzione relativamente piccola della provincia di Napoli, tra l’area vesuviana e quella nolana. Abbiamo raccontato le storie delle persone che incontriamo, le difficoltà crescenti nell’accesso ai documenti, l’incertezza che accompagna percorsi di vita già profondamente segnati dalla precarietà e dallo sfruttamento. Abbiamo raccontato il clima di ansia, stanchezza e nervosismo che si respira ogni giorno di più. Ma anche la risposta, per molti versi inattesa, alla proposta di partecipare a una mobilitazione collettiva. Una risposta che ci ha sorpresi e che continua a interrogarci. Perché se tutto questo sta succedendo qui, che cosa sta succedendo altrove? Che cosa stanno osservando gli altri sportelli territoriali, le associazioni, i sindacati, le realtà che accompagnano quotidianamente le persone migranti nell’accesso ai diritti? Si stanno registrando difficoltà simili nell’accesso alle procedure d’asilo e nel rinnovo dei permessi di soggiorno? Si percepisce lo stesso deterioramento del clima di fiducia e delle aspettative? E soprattutto, esiste anche altrove una domanda di partecipazione e mobilitazione collettiva che rischiamo di non vedere, perché troppo impegnati a rispondere, una per una, alle emergenze quotidiane? Non conosciamo le risposte. Ma crediamo che sia importante cominciare a cercarle insieme. Perché dietro le pratiche amministrative, gli appuntamenti mancati, i documenti scaduti e le procedure che si allungano ci sono persone, relazioni sociali, condizioni di lavoro e di vita. E ci sono anche aspettative, rivendicazioni, capacità di organizzazione e volontà di partecipare. L’esperienza della Marcia dei Lavoratori Invisibili ci sta mostrando quanto sia importante riconoscere questa dimensione collettiva. Ci ricorda che le persone migranti non sono soltanto destinatarie delle politiche pubbliche, né soltanto vittime delle loro contraddizioni. Sono soggetti che possono prendere parola, organizzarsi, costruire alleanze e partecipare alla definizione delle politiche che riguardano le loro vite e i territori nei quali vivono. Non c’è lotta di classe senza lotta per il permesso di soggiorno Quello che stiamo osservando ci impone anche di riflettere sul significato di queste mobilitazioni e sulla responsabilità che abbiamo di fronte a esse. Perché le persone di cui abbiamo raccontato le storie sono lavoratori e lavoratrici. Sono coloro che ogni giorno lavorano nei campi, negli opifici, nei cantieri, nella logistica, nella ristorazione, nei servizi e nel lavoro di cura. Persone il cui lavoro contribuisce a sostenere interi settori dell’economia, ma che troppo spesso rimangono invisibili quando si tratta di riconoscerne i diritti. E quello che stiamo vivendo ci porta a ribadire una convinzione: non può esserci lotta di classe senza lotta per il permesso di soggiorno. Non può esserci una lotta efficace contro lo sfruttamento lavorativo che non affronti le condizioni giuridiche e materiali che rendono una parte della classe lavoratrice più vulnerabile al ricatto, più esposta al lavoro nero, meno libera di scegliere dove e per chi lavorare, di cambiare occupazione, di organizzarsi e rivendicare i propri diritti. Nella nostra lettura, le politiche migratorie fondate sulla precarietà del soggiorno, sulla detenzione e sul rimpatrio contribuiscono a produrre e riprodurre gerarchie all’interno del mondo del lavoro. Alimentano divisioni, frammentazione, processi di razzializzazione e ghettizzazione che separano lavoratori e lavoratrici, rendendo più difficile riconoscere la comunanza delle loro condizioni e dei loro interessi. Per questo, se vogliamo contrastare lo sfruttamento, dobbiamo intervenire anche sulle leve strutturali che alimentano queste disuguaglianze. E per questo crediamo che le mobilitazioni che nascono dal protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici migranti debbano essere riconosciute, sostenute e accompagnate. Non si tratta soltanto di solidarizzare con chi rivendica un diritto negato. Si tratta di riconoscere che quelle rivendicazioni riguardano la condizione dell’intero mondo del lavoro. La mobilitazione è anche una palestra. È il luogo nel quale si impara a riconoscersi, a discutere, a costruire rivendicazioni comuni, a organizzare una vertenza collettiva. È il luogo nel quale persone abituate ad affrontare individualmente problemi che sembrano insormontabili scoprono la possibilità di affrontarli insieme. È così che si costruiscono una grammatica dell’agire comune, una cultura della solidarietà e una coscienza collettiva. Non come presupposti che devono necessariamente esistere prima delle mobilitazioni, ma come possibilità che prendono forma nel vivo delle lotte, attraverso la pratica quotidiana dell’organizzazione e della partecipazione. La mobilitazione contro il CPR di Castel Volturno si colloca, per noi, dentro questa prospettiva. È una mobilitazione contro i CPR e contro un modello di politiche migratorie che attribuisce centralità alla detenzione amministrativa, al controllo e ai rimpatri. Ma è anche una mobilitazione per politiche dell’immigrazione radicalmente diverse, fondate sulla libertà di movimento, sull’accesso ai diritti, sulla possibilità di costruire percorsi di autonomia e sulla partecipazione delle persone migranti alla vita sociale, economica e politica dei territori. È una mobilitazione che contesta anche l’idea di poter intervenire dall’alto sui territori, attraverso operazioni di ingegneria sociale che li trattano come tabulae rasae, ignorandone la storia, le relazioni, i conflitti e le esperienze di solidarietà che li attraversano. A questa visione contrapponiamo la possibilità di costruire politiche di sviluppo dal basso, attraverso la partecipazione della società civile, delle comunità locali, dei cittadini e delle cittadine, delle persone migranti. Politiche capaci di valorizzare le pratiche di accoglienza, inclusione e integrazione che già esistono, di rafforzarle e di farne strumenti di rigenerazione dei territori e delle comunità. Una prospettiva che richiede rivendicazioni concrete. Significa battersi per la libertà di movimento e per canali di ingresso e soggiorno che non subordinino continuamente la possibilità di vivere regolarmente in Italia alla disponibilità di un datore di lavoro. Significa rivendicare permessi di soggiorno per attesa occupazione e, ancora meglio, per ricerca di occupazione, che permettano alle persone di cercare un lavoro senza essere costrette a dipendere da intermediari o da rapporti di impiego già costituiti. Ma significa, soprattutto in questa fase, rivendicare la possibilità effettiva di accedere a procedure certe, rapide e giuste per manifestare, quando lo si desidera, la volontà di richiedere protezione internazionale. E a procedure di valutazione delle domande che garantiscano il pieno rispetto dei diritti, tempi ragionevoli e la possibilità di far valere le proprie ragioni. Significa chiedere una drastica riduzione dei tempi di attesa per gli appuntamenti, per il rilascio e per il rinnovo dei permessi di soggiorno. Significa impedire che le inefficienze amministrative si traducano in nuove condizioni di precarietà e ricattabilità. E significa anche battersi per il diritto alla residenza anagrafica. Una rivendicazione che può apparire distante dalle questioni del lavoro, ma che nella nostra esperienza rappresenta uno degli strumenti più importanti per costruire autonomia e rafforzare la capacità contrattuale delle persone. La residenza, insieme alla disponibilità di documenti validi e al riconoscimento effettivo dei diritti, facilita l’accesso ai servizi bancari, ai rapporti di lavoro regolari, a un’abitazione dignitosa, ai servizi sociali e sanitari. Può rendere più semplice costruire un rapporto diretto con i proprietari degli immobili, sottraendo spazio al potere degli intermediari che controllano l’accesso agli alloggi e spesso lucrano sulla precarietà abitativa. Sono condizioni materiali di autonomia. E l’autonomia è una delle premesse fondamentali per poter rifiutare un lavoro sottopagato, denunciare uno sfruttatore, cambiare occupazione, organizzarsi insieme ad altri lavoratori e lavoratrici. Non sono quindi rivendicazioni separate dalla lotta per condizioni di lavoro giuste. Ne costituiscono una parte essenziale. A chi sostiene che tutto questo non sia propriamente lotta di classe, o che non lo sia ancora, vorremmo rispondere che la coscienza di classe e la solidarietà di classe non nascono per decreto, né possono essere attese come condizioni preliminari dell’azione collettiva. Si costruiscono insieme, nel vivo delle mobilitazioni. Si imparano praticandole, diffondendone la cultura e la grammatica attraverso esperienze concrete di organizzazione, conflitto e solidarietà. E oggi abbiamo davanti agli occhi persone che, pur vivendo condizioni di estrema precarietà, chiedono di esserci, di partecipare, di prendere parola. Non possiamo considerare questa disponibilità un fatto secondario. Se vogliamo ricostruire la forza di un movimento collettivo di lavoratori e lavoratrici capace di rivendicare condizioni di lavoro giuste, rapporti di impiego che garantiscano sicurezza, condizioni abitative e di vita caratterizzate da dignità e benessere, dobbiamo riconoscere l’importanza di ciò che sta accadendo. E se vogliamo che quel movimento sappia tenere insieme persone con storie, provenienze e condizioni giuridiche differenti, dobbiamo cominciare dalle lotte che oggi stanno prendendo forma. Non possiamo lasciare sole le persone migranti. Non possiamo lasciare soli i lavoratori e le lavoratrici invisibili. Se vogliamo ricostruire solidarietà e forza collettiva, dobbiamo esserci ora. L'articolo Lavoratori invisibili, diritti negati proviene da Comune-info.
October 16, 2026
Comune-info
La Conad non deve passarla liscia
SE C’È UN LUOGO IN CUI LO SCIOPERO GLOBALE PER IL CLIMA DI OGGI TROVA UN FORTE ORIZZONTE DI SENSO È REGGIO EMILIA, DOVE UN CORTEO BOSCHIVO RAGGIUNGERÀ QUEL CHE RESTA DI BOSCO OSPIZIO, DEVASTATO PER FARE SPAZIO A UN SUPERMERCATO CONAD, MALGRADO IL RICORSO DI CITTADINI E REALTÀ AMBIENTALISTE ACCOLTO AL CONSIGLIO DI STATO. PER QUESTO UN APPELLO PROMOSSO DA 19 ASSOCIAZIONI, BLOG, RIVISTE (CI SIAMO ANCHE NOI DI COMUNE), GRUPPI DI BASE PROMUOVE UN PRIMO BOICOTTAGGIO NAZIONALE DI MASSA DI CONAD IL 6 NOVEMBRE. “È NOTO CHE UN CALO ANCHE SOLO DEL 5 PER CENTO NELLE VENDITE FA CAMBIARE “IDEA” ANCHE AI GIGANTI….” IN ARRIVO ALTRE ADESIONI Bosco Ospizio di Reggio Emilia: qualche settimana fa. Foto Bosco Ospizio -------------------------------------------------------------------------------- Nonostante gli appelli e la difesa coraggiosa di reggiane/i, le ruspe della Conad hanno distrutto gran parte del Bosco Ospizio. Con formalismi di ogni genere il Comune di Reggio Emilia ha lasciato fare… in base a vecchi accordi. Tempi “vecchi” appunto ma nel frattempo è esplosa una grave crisi climatica che peggiora ogni anno: distruggere un bosco è un attentato diretto alla salute delle persone. Ridicole le scuse Conad-Comune tipo “stiamo piantando nuovi alberi”: se pure cresceranno… ci vorranno trent’anni perché ci aiutino. Conad ha violato il suo «Codice Etico» e ogni decenza. Noi associazioni di base sottoscritte non crediamo che sia tollerabile. L’unica cosa che interessa a Conad sono i soldi subito? Bene, noi vogliamo organizzare un boicottaggio in tutta Italia. È noto che un calo anche solo del 5 per cento nelle vendite fa cambiare “idea” anche ai giganti. Proviamoci. Abbiamo deciso una prima giornata di mobilitazione in tutte le città dove siamo presenti per venerdì 6 novembre, con volantini ai supermercati e magari con la pubblica e collettiva restituzione delle tessere Conad. Se la nostra prima protesta mostrerà una rete solida e riscuoterà consensi – e nuove adesioni – proporremo una seconda mobilitazione prima di Natale, periodo “delicato” per chi deve vendere. Facciamo pagare a Conad gli alberi distrutti. * ABC – Ambiente Bene Comune (Mestre) * Archivio “Marco Pezzi” (Bologna) * Assemblea anarchica imolese * Attac Italia * Bologna respira * Bottega d’arte sociale aps (Imola) * Centro Documentazione Polesano – Badia Polesine (Rovigo) * centro Francesco Lorusso (Bologna) * circolo “Chico” Mendes – Bologna * Cobas Imola * Comune-info * Gas (gruppo acquisto solidale) di Imola * Giolli cooperativa * Il rosso non è il nero – Savona * La bottega del barbieri * Movimento decrescita felice * Odissea blog * Opera di Imola * Salviamo gli alberi a Cesena Adesioni: pkdick@fastmail.it -------------------------------------------------------------------------------- Punto di riferimento essenziale della protesta è un blog con cui camminiamo insieme da molti anni: La bottega del barbieri -------------------------------------------------------------------------------- . . -------------------------------------------------------------------------------- Cinque chiarimenti in vista del 6 novembre 1- Il nostro appello sta ancora girando; lo ripubblicheremo il 3 novembre con le adesioni vecchie e nuove (però mandatecele entro ottobre, per favore). Grazie da subito a chi ci aiuterà a farlo girare. 2 – Ovviamente fin dall’inizio abbiamo coinvolto (per mail) le realtà reggiane che per ora non ci hanno risposto; molto ci piacerebbe la loro adesione o il loro «placet». 3- Ci sono arrivate alcune adesioni individuali (fra le prime quelle di Alessandro Ghebreigziabiher) che però non pubblichiamo. Il nostro intento infatti è che il 6 novembre gruppi e associazioni si impegnino nel volantinaggio “di massa” davanti ai negozi Conad. Certo può farlo anche un singolo, meglio se polipo… come dice la battuta in voga durante i volantinaggi. 4 – Da due città ci sono giunti messaggi quasi analoghi che in sintesi dicevano: “Ci piacerebbe aderire ma la nostra associazione riceve molti prodotti da Conad che noi distribuiamo alle persone più povere…”. Ci aspettavamo qualcosa del genere perché il silenzio si compra in due modi: con la pubblicità sui media e con le “donazioni” (di solito prodotti in scadenza) spacciate per animo nobile. Questo non riguarda solo Conad ma tutti i “grandi” che così si sentono al riparo da ogni domanda scomoda su qualità e sicurezza delle merci, scelte politiche e nell’organizzazione del lavoro interno, etica e conflitti di interessi. 5 – Per il 6 novembre noi proporremmo un testo da distribuire ma ovviamente ognuna/o cambierà o aggiungerà. Ci piacerebbe però avere un riscontro in modo da segnalare la mappa della «prima giornata». Per proseguire… -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La Conad non deve passarla liscia proviene da Comune-info.
October 16, 2026
Comune-info