Gli umani di Riace
A RIACE, VINCERE È L’ULTIMA DELLE PREOCCUPAZIONI. I GIOCHI ANTIRAZZISTI
CELEBRANO DA QUASI TRENT’ANNI LO SPORT COME SPAZIO DI INCONTRO, MEMORIA E
RESISTENZA COLLETTIVA. UN RACCONTO DI PERSONE, SQUADRE E COMUNITÀ CHE CONTINUANO
A OPPORSI AL RAZZISMO, DENTRO E FUORI DAGLI STADI.
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Ci sono premi ai quali, in questo speciale torneo che va avanti da trent’anni,
tutti tengono meno. Ma alla fine, proprio alla fine della manifestazione, in un
tripudio di bandiere, torce e striscioni, mentre le casse fraternamente messe a
disposizione dai palermitani del “Mediterraneo antirazzista” continuano a
sparare a ruota la celebre “K’mon, k’mon, antifa hooligan” del gruppo street
punk veronese Los Fastidios, arriva il momento di attribuire anche quelli.
Se nel mondo dello sport, a tutti i livelli, ormai l’unica cosa che conta è
vincere, ai “Giochi antirazzisti” di Riace vincere è proprio l’ultima delle
preoccupazioni. Qui. Perché quasi ovunque, invece, avviene il contrario. Chi può
negare, infatti, che il desiderio di vincere sia ormai diventato talmente
pervasivo e ossessivo da aver emarginato, in piscine, campi e palestre,
qualsiasi approccio diverso? Chi non ritiene ormai grottesche le ipocrite frasi
di convenienza che, quasi settimanalmente, citano De Coubertin presentandolo
come un modello, per poi calpestarne i valori un minuto dopo, liberando le
peggiori pulsioni narcisistiche?
Qui l’aria che si respira è tutta un’altra. Ma alla fine, visto che si è
giocato, vengono attribuiti anche quei premi. Ai bolognesi di “Progetto Ultrà”,
quindi, che hanno affrontato in finale, ai rigori, i ragazzi degli “O Boy
Squad”, e alla storica società di pallavolo romana “Polisportiva Città Futura”,
che ha battuto la celebre e sempre presente ai Giochi “Palestra Popolare Gino
Milli” di Bologna.
Ma gli applausi ricevuti dai vincitori non sono stati maggiori di quelli
riservati a tutti gli altri.
Premiata “Lazionet” per il suo impegno e per la costanza con la quale, da
tantissimi anni, si batte contro il razzismo. Oggi la curva della Lazio non è né
più né meno schierata a destra di tante altre, ma, all’inizio del percorso di
conquista degli spalti attraverso slogan e parole d’ordine xenofobe e violente,
contrastarla era un gesto a dir poco eroico. Aver continuato a farlo senza
cedere a intimidazioni e minacce è ammirevole.
Premiato “Esquilino Football Club” per aver portato il maggior numero di giovani
atleti e aver dimostrato che si possono coniugare attività sportiva e politica
anche nelle scuole calcio, se lo si vuole. Il riconoscimento “Primavera
antifascista” è quindi andato alla squadra di questo complesso, ma altrettanto
bel rione romano.
Alla coloratissima e divertente compagine delle “Silvia’s Sixteen” è andato il
premio “Presa a bene per Claudia”, messo in palio proprio da “Lazionet”, che ha
voluto così ricordare la figura di una loro carissima compagna di strada,
prematuramente scomparsa l’anno scorso in un incidente di moto. Maria Claudia
Benincà, oltre a essere un’attivista conosciutissima a Roma, specialmente nel
quadrante sud, era infatti molto legata a questo gruppo di storici frequentatori
dei “Giochi antirazzisti” e con loro, l’anno scorso, era scesa a Riace. Di tutta
la cerimonia è stato sicuramente il momento più toccante: tanti gli occhi lucidi
e inevitabile qualche lacrima, perché il suo ricordo è ancora vivido.
Un titolo speciale, poi, inedito — il “premio drone” — è andato alla performer
messicana Ana Teresa Fernández, che, per denunciare la deriva disumana tipica
del nostro tempo, ha fatto disporre i partecipanti sulla spiaggia, riprendendoli
poi dall’alto mentre componevano la scritta S.O.S. in codice Morse. Le immagini,
riprese con un drone finalmente usato per ragioni di carattere estetico,
artistico e politico, e non militare, come purtroppo molto più spesso ci capita
di sentire, vogliono davvero contribuire a lanciare un grido d’allarme.
Ed è davvero un S.O.S. quello che si cerca di inviare con quanta più forza
possibile attraverso i “Giochi antirazzisti”: uniamoci! Stiamo vicini!
Resistiamo! Avanti, avanti!
Sono fatte così le persone, i compagni, le compagne e i militanti che, insieme a
“Progetto Ultrà” e a Carlo Balestri, continuano, spesso contro ostacoli molto
grandi — non insormontabili, ma molto grandi —, a promuovere questa iniziativa
ormai giunta quasi al trentennale.
Non tutti, soprattutto i più giovani, quelli che oggi portano avanti progetti
importantissimi come la “Scuola di italiano per migranti di Bolognina”, o le
ragazze e i ragazzi di “Mediterranea”, ricordano infatti quanto violenta e
offensiva fosse diventata, intorno alla metà degli anni Novanta, molta parte del
movimento ultras alle nostre latitudini. Pochi, forse, sanno quanto fossero
diventate quotidiane le offese contro i giocatori di pelle nera quando Carlo
Balestri ebbe l’idea di organizzare un festival di sport e cultura antirazzista
che facesse da cassa di risonanza per quella parte delle tifoserie e della
società italiana che non sopportava i “buuu”, gli “scimmia”, i “negro de m…”.
Dall’olandese Aaron Winter al camerunense François Omam-Biyik, quanti episodi
odiosi ci ritornano in mente andando indietro con la memoria a quel periodo.
Quanto furono ipocrite e accondiscendenti le istituzioni sportive nel tollerare
il fenomeno, prima di prendere seri provvedimenti e arrivare a chiudere le curve
e a sospendere le partite.
Oggi affrontiamo un momento diverso, nel quale proprio le incertezze e le
timidezze di chi ha governato, a destra o a sinistra, hanno contribuito a
determinare uno slittamento. Affrontare il razzismo, istituzionale e sociale, è
una sfida complessa, che ha bisogno, dentro e fuori dagli stadi, di molti nuovi
contributi.
E non è certo a iniziative come queste che possiamo immaginare di delegare una
responsabilità enorme come quella di arginare fenomeni ai quali neanche i più
pessimisti pensavano di dover assistere. Perché, se è vero che la violenza
contro l’alterità culturale ha raggiunto, anche in altri momenti della storia
del nostro Paese, vertici di gravità che non dobbiamo dimenticare, oggi inquieta
e allarma l’idea che possa farsi largo tra le persone un progetto di
“remigrazione” violenta.
Se, quindi, manifestazioni come i “Giochi antirazzisti” non possono costituire
il solo antidoto, possono però assolvere a quella importantissima funzione di
raccordo e condivisione delle esperienze che, almeno una volta l’anno, riempie
il cuore: vedere persone e realtà diverse avvicinarsi e conoscersi un po’ di
più.
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