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Il mais ha già una casa
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Ceccam (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Dal 12 al 15 marzo, la Rete in Difesa del Mais ha tenuto la sua assemblea, ospitata questa volta da Radio Huayacocotla, “La Voce Contadina”, una storica emittente radiofonica comunitaria che trasmette da sessant’anni in quattro lingue: nahuatl, tepehua, Ñañú (otomi) e spagnolo. L’assemblea è iniziata presso la loro sede ed è proseguita nella comunità indigena di Cuatecomaco, nel comune di Zontecomatlán, Veracruz (Messico). Cuatecomaco è una delle comunità della regione di Veracruz Huasteca che ha subito gli effetti devastanti delle intense piogge dell’ottobre 2025, ben peggiori di quanto chiunque potesse ricordare. Il fiume è straripato, le colline sono franate e centinaia di persone in questa comunità e in altre della regione hanno perso le loro case e i loro averi. Le fonti d’acqua sono state contaminate, le strade e le autostrade sono state spazzate via, distrutte. Come altre comunità della regione, si sono riprese grazie alla solidarietà, ma ne subiscono ancora le conseguenze. È una comunità che mantiene viva e predominante la propria lingua, le assemblee e le proprie forme di organizzazione, assistenza sanitaria e lavoro. Nella regione si parlano il Nahuatl, il Tepehua e il Ñañú. Coltivano i loro campi di mais con grande varietà e anche il caffè. A Cuatecomaco non c’è internet e la copertura per i telefoni cellulari è scarsa. La vita si svolge e prospera grazie all’interazione diretta tra le persone, un lusso raro al giorno d’oggi. È così che si sono organizzati per accogliere la Rete in Difesa del Mais nel loro spazio; Hanno preparato 700 tamales e offerto ai partecipanti lo zacahuil, un delizioso piatto tradizionale della regione. All’incontro hanno partecipato autorità di diverse comunità della regione, insieme a membri della rete provenienti dagli stati di Oaxaca, Chiapas, Jalisco, Chihuahua, Guanajuato, Hidalgo, Veracruz, dalla penisola dello Yucatán, dallo Stato del Messico e da Città del Messico. A Cuatecomaco, è stato dedicato ampio spazio alla condivisione di ciò che viene coltivato in ogni luogo e dei problemi che si affrontano, per comprendere che molti sono comuni nonostante le diverse aree geografiche e culture. La giornata si è conclusa con una colorata celebrazione di scambio di semi. Le piogge che hanno devastato questa regione non sono state causate da chi vi abita, da chi coltiva la terra, si prende cura del territorio e di tutti gli esseri viventi. Il caos climatico è un fardello imposto alle comunità dal meccanismo distruttivo delle multinazionali dell’agroindustria, dell’energia, dell’industria mineraria, della tecnologia e di altri settori, che, per il loro profitto, riscaldano il pianeta con massicce emissioni di carbonio e sconvolgono il clima. Proprio come nel caso della contaminazione transgenica del mais autoctono, scoperta per la prima volta nel 2001 nella Sierra Juárez di Oaxaca, la Rete in Difesa del Mais è nata per contrastarla. Ora la rete è di nuovo in allerta: il governo (in particolare i Ministeri della Scienza, delle Scienze Umanistiche, della Tecnologia e dell’Innovazione e dell’Agricoltura e dello Sviluppo Rurale), sta cercando di instillare la minaccia dello sviluppo e della coltivazione di mais e altre colture geneticamente modificate. Le mascherano chiamandole colture “modificate geneticamente”, in modo che agricoltori e consumatori non capiscano che sono simili agli OGM e per evitare la valutazione del rischio e l’etichettatura. La Rete per la Difesa del Mais (CECCAM) ha fermamente respinto ogni forma di manipolazione genetica del mais e di tutte le sementi, nonché la loro privatizzazione e brevettazione. Non si tratta solo di un avvertimento sulla carta: è supportato da 25 anni di resistenza contro la contaminazione del mais da parte delle sue comunità, una resistenza che non ha mai vacillato nei suoi territori, nemmeno dopo che la semina di mais geneticamente modificato è stata vietata dalla Costituzione messicana nel 2025. Nonostante il divieto, ora emergono manovre all’interno delle stesse istituzioni governative per spianare la strada alle sementi manipolate di Bayer-Monsanto e di altre multinazionali del settore agrochimico e sementiero. Pertanto, è fondamentale organizzare più seminari informativi in tutto il paese, rafforzare la vigilanza, la denuncia e il coordinamento tra comunità e organizzazioni per fermare questi progetti (Pronunciamiento Red En Defensa del Maíz). All’interno della rete, vige la costante consapevolezza che le sementi non sono oggetti da depositare in banche del seme, né da manipolare o brevettare. Sono una parte vitale delle comunità che coltivano mais, che nutrono e che a loro volta nutrono loro. La rete condanna i tentativi di registrare i semi autoctoni e di inserirli in banche del seme “ufficiali”, un modo per facilitarne l’accesso e la brevettazione da parte delle multinazionali. Come affermato nella loro dichiarazione, “il mais ha già la sua casa nelle comunità”. Anche nelle città, abbiamo il diritto di decidere cosa mangiare: la rete respinge la legge sugli orti urbani nello stato di Jalisco, che mira a controllarli e a impedirne l’espansione. Le comunità denunciano gli inganni e gli abusi subiti a causa dei progetti sul carbonio – un’altra forma di appropriazione del territorio – e l’impatto dei progetti di agricoltura industriale e tossica nei campi e nelle grandi serre che sfruttano i lavoratori per la coltivazione di agave e more. Il Tribunale Permanente dei Popoli ha avviato quest’anno un processo internazionale per la difesa dei semi. Anche la rete sarà presente per unirsi alla difesa del mais dall’interno delle proprie comunità. Dalle comunità e dalla loro autonomia provengono le risposte concrete alle crisi. Pertanto, “la milpa è passato, presente e futuro”, conclude Neify, originaria di Chunhuhub, Quintana Roo. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada e qui con l’autorizzazione dell’autrice -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mais ha già una casa proviene da Comune-info.
April 9, 2026
Comune-info
Partiti o movimenti?
UN ARTICOLO DI LEA MELANDRI, UNA MAGGIORANZA RUMOROSA FINORA INASCOLTATA, HA APERTO UNA DISCUSSIONE SU COMUNE. DOPO LA RISPOSTA DI ANDREA SEGRE, NUOVE COMUNITÀ DEMOCRATICHE E ANTIFASCISTE, SONO INTERVENUTI EMILIA DE RIENZO, COME RESTARE MOVIMENTO E RADICARSI NEI TERRITORI, E CLAUDIO TOSI, UNA GRAN VOGLIA DI UMANO. QUESTO INVECE L’ARTICOLO DI GUIDO VIALE Roma, 28 marzo: corteo No Kings. Foto di Riccardo Troisi per Comune -------------------------------------------------------------------------------- Il problema fondamentale di fronte al quale si trovano i “movimenti” di opposizione e contrasto allo stato di cose presente è la costruzione (e in alcuni casi la ricostruzione, o la difesa) di relazioni sociali basate sulla condivisione attraverso cui costituire una rete di comunità aperte; cioè di ambiti entro cui ciascun individuo possa formarsi e sviluppare la propria autonomia in un contesto di rapporti personali diretti. Una cosa che gli consenta di sottrarsi almeno in parte ai condizionamenti imposti dalle forme di dominio vigenti: patriarcato, razzismo, capitalismo, militarismo e che ha come conseguenza immediata quella di spostare l’attenzione dal futuro al presente: dall’attesa di una società a venire alla “felicità pubblica” – pur tra le difficoltà, il dolore e il lutto dei conflitti in corso – di una vita autonomamente vissuta, sottratta al dominio a cui è ormai sottoposta tutta la popolazione del nostro pianeta. Ma senza consolidarsi in comunità aperte i movimenti che agitano la superficie della società sembrano destinati a dissolversi o a essere assorbiti da qualche istituzione preesistente. Comunità aperte vuole dire non esclusive (l’appartenenza ad una non esclude l’appartenenza a una o più altre, purché non in aperto conflitto tra loro), orientate al proselitismo, impegnate a svilupparsi sia in estensione, con l’ingresso di nuovi associati o la fusione con altre comunità, sia in profondità, con l’aggiunta di nuovi punti di convergenza: ciò che le può accomunare a movimenti dalle origini diverse. Senza un supporto di questo tipo nessuno e nessuna di noi è in grado di crescere e di sviluppare una propria autonomia di pensiero e di azione: cioè di sottrarsi al deserto dell’individualismo, della solitudine, della competizione, della guerra di tutti contro tutti, che non è “lo stato di natura” dell’essere umano, ma la subalternità a cui ci ha ridotti e ridotte l’evoluzione delle diverse forme di dominio. Sono processi – quelli dei movimenti, della loro costituzione in comunità, ma anche del loro dissolvimento – che in momenti differenti della storia recente (su quelli remoti è utile ma non indispensabile indagare) hanno attraversato le vicende della vita, lunga, corta o cortissima, di molti e molte di noi; e senza i quali non è possibile immaginare una forza in grado di confrontarsi e misurarsi con i maggiori problemi che attanagliano, in modi e con intensità diverse, tutti e tutte: la crisi climatica e ambientale (cornice ineludibile di tutto quanto succede), le guerre, l’accoglienza dei migranti, le diseguaglianze, le povertà materiali e spirituali, il senso di impotenza, la disperazione. Il tema del rapporto tra movimenti e partiti, in discussione su alcune recenti pagine di Comune, andrebbe affrontato a partire da queste premesse apparentemente astratte e generiche, ma in realtà concrete e intime. Se il personale è politico, senza il personale, e la sua aperta tematizzazione, non c’è politica. O quella politica non è la nostra. Dunque, quanto hanno contributo i partiti in Italia – ma, per quello che ne possiamo sapere, in molti altri paesi e in tutto il mondo – a costruire relazioni e comunità? E quanto i movimenti? E quanto hanno contribuito gli uni e gli altri a dissolvere quel tanto o poco di comunità e di relazione sociale fondate sulla condivisione in cui ciascuno di noi si è per un certo tempo ritrovato o ancora si ritrova? A queste domande non c’è una risposta univoca e generale e ciascuno e ciascuna di noi può avere avuto o vissuto, avere o vivere, esperienze differenti. Con l’avvertenza, però, che i partiti – alcuni partiti – che in altri tempi possono aver avuto un ruolo nel costruire o costituirsi in comunità oggi si presentano ai movimenti in corso soprattutto come emanazioni dello Stato e delle sue articolazioni. Esistono in quanto tali – e le elezioni, ma soprattutto la legittimazione di chi è già insediato, sono i veicoli di accesso a questo status – e se perdono questo ruolo rischiano la dissoluzione o l’irrilevanza. Le loro scelte sono indissolubilmente legate a mantenere, consolidare o conquistare questo ruolo; il loro rapporto con i “movimenti”, con ciò che si agita nella società, è indissolubilmente finalizzato a valorizzare quel ruolo. Per questo è probabile che nelle manifestazioni di rifiuto o di rivolta contro l’esistente vedano più il fattore che mette a rischio la loro posizione che non un’occasione per costruirla o consolidarla. E viceversa: i giovani e giovanissimi che hanno alimentato le recenti mobilitazioni sono naturalmente esposti a percepire maggiormente questa estraneità. Nei “movimenti” il meccanismo è l’opposto: nascono, crescono e si consolidano nella misura in cui esprimono un sentire comune, più ancora e molto prima di condividere una “ideologia”, o anche solo una visione o un punto di vista – che è ciò che contribuiscono a creare – anche se anch’essi non sono immuni dai rischi di una sclerotizzazione burocratica. Ma la loro autonomia e la loro efficacia sono misurate della distanza che sanno prendere dal rischio di venir fagocitati (a piccoli pezzi, o anche uno o una alla volta) da uno o più partiti. Certo, per i “movimenti”, la possibilità di crescere in peso e dimensioni passa necessariamente per la capacità di coinvolgere sui propri obiettivi le istituzioni della Stato, ai suoi diversi livelli. E non c’è dubbio che in questo ambito il ruolo dei partiti si dimostri indispensabile. A condizione che sia un processo dal basso in alto e non viceversa. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Partiti o movimenti? proviene da Comune-info.
April 2, 2026
Comune-info
Nuove comunità democratiche e antifasciste
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 28 marzo: corteo No Kings. Foto di Riccardo Trosi, Comune -------------------------------------------------------------------------------- Ho letto l’intervento – apparso su Comune e il manifesto – di Lea Melandri sulla maggioranza rumorosa che i partiti non hanno ascoltato. Mi sembra chiaro che il tema centrale oggi per la sinistra sia trovare nuovi spazi e metodi di confronto tra i movimenti sempre più vivaci e partecipati delle nuove generazioni e i partiti ancora segnati da ferite, errori e divisioni di cui iniziano ad essere consapevoli. È un tema che si è posto diverse volte nella storia della sinistra, ma penso che siamo di fronte ad un passaggio storico rilevante: non c’è dubbio che una parte consistente dei partiti legati alla tradizione comunista, socialista e socialdemocratica nel mondo occidentale abbiano consumato fino alle estreme conseguenze la propria identità, arrivando da una parte ad una alleanza sistemica con i poteri finanziari del capitalismo mondiale e dall’altra all’accettazione di derive illiberali e discriminatorie nel campo dei diritti civili (fino all’estremo, in alcuni paesi, del sostegno al genocidio palestinese nella guerra di Gaza). Questo ha lasciato spazio a sinistra (o quasi) a nuove formazioni ed esperimenti: alcuni di questi hanno dialogato pericolosamente con elementi di populismo mediatico e opportunista ed altri non sono riusciti ad andare oltre orizzonti locali o comunque decisamente minoritari. In questo forte disorientamento della sinistra si è aperta una voragine o una prateria, che, unita alle paure e alle solitudini dell’individualismo nella società capitalistica globale, ha permesso alla destra di radicalizzarsi con una chiara spregiudicatezza, lasciando così spazio a politiche, pratiche e ideologie che erano state a lungo escluse o tenute periferiche dalle destre dopo la seconda guerra mondiale. Nazionalismi, autoritarismi, attacchi alla magistratura, limitazioni di libertà civili, criminalizzazione di opinioni antagoniste, forme estreme di politiche securitarie, discriminazioni etniche, crescita delle spese e dei poteri militari, negazionismo delle crisi climatiche, difesa dei privilegi di oligarchie e poteri industriali sono diventati elementi normali, accettabili e in molti casi maggioritari nell’arena politica internazionale. Fino all’estrema naturale conseguenza: il ritorno della guerra. Di fronte a ciò le nuove generazioni hanno reagito: con istinto, con viscerale emozione, con ricerca profonda di un nuovo senso politico e civico, ma chiaramente anche con qualche mancanza di organizzazione ed esperienza. Questa mancanza ha reso facile per chi nei partiti della sinistra tradizionale e istituzionale ha preferito sminuire i movimenti, aspettare che si sgonfiassero, pensare che fossero marginali e non capaci di creare cambiamento, a volte anche elogiandoli ma di fatto non ascoltandoli fino in fondo. Una reazione miope, ma comprensibile perché legata alla paura di perdere consenso, di essere giudicati. Ma i movimenti non si sono fermati, neanche di fronte alle criminalizzazioni e alle persecuzioni legali che hanno subito dalle destre di governo, anzi sono cresciuti e hanno continuato ad esprimere i contenuti, le idee e i sogni più chiari, nuovi e urgenti nel mondo ingiusto e violento in cui sono e siamo immersi. Fino a diventare protagonisti e anche elettoralmente determinanti. Ora a mio avviso tocca ai partiti. Se credono nella necessità si costruire una alternativa di giustizia sociale, economica e civile che possa non solo fermare le destre, ma anche e soprattutto togliere loro lo spazio enorme delle praterie nelle quali hanno potuto dilagare, penso dovrebbero mettersi in ascolto reale, in posizione di orizzontalità e di reciprocità con le persone e le associazioni che hanno dato vita ai movimenti. Dovrebbero rinunciare alla difesa dei loro poteri che rischiano di essere sempre più minoritari e isolati, capire che la loro posizione di costante visibilità mediatica è insufficiente a garantire loro una reale tenuta del potere, e mettersi a disposizione di cambiamenti reali nei contenuti, nelle idee, nei progetti e poi anche nelle persone da candidare. D’altra parte dovrebbero essere anche le persone e le associazioni attive nei movimenti ad accettare il dialogo con i partiti, provando a slegarlo da momenti o occasioni di convenienza elettorale. Come fare? Non ho certo la bacchetta magica, voglio portare solo un contributo, un’idea. Un concetto utile, che ho provato a studiare durante la preparazione del mio film Berlinguer, La Grande Ambizione, è quello gramsciano di comunità. Provando a sintetizzarlo, per Gramsci la comunità è lo spazio sociale e culturale in cui le classi subalterne possono elaborare una propria visione del mondo, superando il “senso comune” imposto dalla classe dominante per formare e organizzare una volontà collettiva. Penso che Gramsci suggerirebbe oggi di ripartire dalla costruzione di nuove comunità democratiche e antifasciste, spazi di elaborazione delle idee espresse dai nuovi movimenti per aiutarle a diventare progetti politici di cambiamento della società, anche attraverso il confronto con esperienze e competenze di politica istituzionale. Comunità territoriali diffuse e libere, alle quali partecipino anche esponenti dei partiti non per essere eletti ma per decidere insieme come si vuole cambiare la società, l’economia, la politica. Non spazi aperti a tutti, in modo genericamente civico, ma legati a un quadro etico e ideologico chiaro: la lotta comune per una società più equa e democratica, non subalterna alle logiche del capitale e delle sue oligarchie autoritarie, radicalmente contraria alla guerra e alle violenze patriarcali e coloniali, capace di rispettare e valorizzare le diversità e irrinunciabilmente ecologica e sostenibile. Tutti orizzonti espressi con chiarezza dai nuovi movimenti, ma presenti anche nella storia dei partiti della sinistra europea, o almeno in alcuni di essa. Sono questi i principi e gli orizzonti che potrebbero essere alla base delle nuove comunità democratiche e antifasciste. Il lavoro di queste comunità porterà a individuare programmi e candidati. È un processo troppo lungo e complesso per il mondo di oggi? Forse no, se è mosso da energie, bisogni e urgenze, se è partecipato e vivo. Ed ora sembrerebbe non solo necessario, ma anche possibile. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: Una maggioranza rumorosa finora inascoltata [Lea Melandri] Vogliamo vincere. Come? [John Holloway] Questa generazione non ha nazione [Fabio Alberti] No. Alcuni pensieri condivisi dopo la vittoria del No [aa.vv.] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nuove comunità democratiche e antifasciste proviene da Comune-info.
March 31, 2026
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Dipingere cucire ricamare insieme: donne per la pace in piazza
-------------------------------------------------------------------------------- Dalla pag. fb 10, 100,1000 Piazze di Donne per la PACE -------------------------------------------------------------------------------- Sabato 28 marzo, non c’è solo l’attesa Manifestazione nazionale contro i Re e le loro guerre: la rete “10 100 1000 piazze di donne per la pace” porta infatti in più di 150 comuni, grandi e piccoli, dal nord al sud d’Italia, il suo grido di pace fatto di arazzi, bandiere, tappeti, lenzuoli e chiamerà altre donne a finirli insieme. Il 20 giugno questi manufatti, frutto dello “stare insieme” di migliaia di donne di età, provenienze ed esperienze diverse, saranno portati a Roma per una manifestazione nazionale per la pace. Cucire, ricamare, tessere, lavorare a maglia, ad uncinetto, dipingere, insieme per settimane, ha creato in tutta Italia un meraviglioso ordito di partecipazione contro la violenza armata. “È il momento dell’assunzione di responsabilità e di trasformare paura e rabbia in parola e azione – scrivono le promotrici dell’iniziativa – È il momento di far valere l’etica della cura, della giustizia e dell’amore, centrale nell’esperienza storica delle donne contro la logica patriarcale del più forte. Le donne della rete nazionale non permetteranno che si azzeri il futuro, faranno risuonare in tutte le piazze il loro No alla guerra fino a che non diventi un boato… Vogliamo, pretendiamo, faremo in modo che la vita continui…”. -------------------------------------------------------------------------------- Elenco delle piazze (in aggiornamento): 1. Acireale (CT) 2. Acquedolci (ME) 3. Alba (CN) 4. Alcamo (TP) 5. Alimena (PA) 6. Alpignano (TO) 7. Alto Garda e Ledro (TN) 8. Arese (MI) 9. Ascea Marina (SA) 10. Augusta (SR) 11. Bagheria (PA) 12. Belmonte Mezzagno (PA) 13. Bergamo (BG) 14. Bisacquino (PA) 15. Bologna (BO) 16. Bricherasio (TO) 17. Buseto Palizzolo (TP) 18. Caltagirone (CT) 19. Caltanissetta (CL) 20. Capaci (PA) 21. Capo d’Orlando (ME) 22. Carini (PA) 23. Carpi (MO) 24. Casale Monferrato (AL) 25. Castelbuono (PA) 26. Castelfranco Emilia (MO) 27. Castellammare del Golfo (TP) 28. Castelnuovo Cilento (SA) 29. Castelvetrano (TP) 30. Catania (CT) 31. Cecina (LI) 32. Cefalù (PA) 33. Cerda (PA) 34. Cernusco sul Naviglio (MI) e Gessate (MI) 35. Chiavari (GE) 36. Chioggia (VE) 37. Cinisi (PA) 38. Cividate al Piano (BG) 39. Colleferro (RM) 40. Collegno (TO) e Pianezza (TO) 41. Colli a Volturno (IS) 42. Comacchio (FE) 43. Como (CO) 44. Corleone (PA) 45. Cortenuova (BG) 46. Cremona (CR) 47. Cuneo (CN) e Mondovì (CN) 48. Desenzano del Garda (BS) – Castiglione delle Stiviere (MN) 49. Enna (EN) 50. Erice (TP) 51. Fenestrelle (TO) 52. Figline Valdarno (FI) 53. Firenze (FI) 54. Foggia (FG) 55. Garbagnate Milanese (MI) 56. Genova (GE) 57. Giarre (CT)  58. Gioia Tauro (RC) 59. Ionico Etnea (CT) 60. Isnello (PA) 61. Lercara Friddi (PA) 62. Licata (AG) 63. Livorno (LI) 64. Mantova (MN) 65. Marineo (PA) 66. Marsala (TP) 67. Messina (ME) 68. Mestre – Venezia (VE) 69. Milano (MI) 70. Militello in Val di Catania (CT) 71. Misiliscemi – Locogrande (TP) 72. Modena (MO) 73. Modica (RG) 74. Monopoli (BA) 75. Montedoro (CL) 76. Musile di Piave (VE) 77. Napoli (NA) 78. Narni (TR) 79. Noventa di Piave (VE) 80. Oleggio (NO) 81. Otricoli (TR) (insieme a Calvi dell’Umbria – TR) 82. Paderno Dugnano (MI) 83. Padova (PD) 84. Palermo (PA) 85. Palmi (RC) 86. Partinico (PA) 87. Patti (ME) 88. Pavia (PV) 89. Perugia (PG) 90. Pesaro (PU) 91. Petralia Soprana (PA) 92. Petralia Sottana (PA) 93. Pinerolo (TO) 94. Piombino (LI) 95. Piossasco (TO) 96. Polizzi Generosa (PA) 97. Pratrivero in Valdilana (BI) 98. Quattro Castella (RE) 99. Ragusa (RG) 100. Reggio Calabria (RC) 101. Resuttano (CL) 102. Rivoli (TO) 103. Roccafiorita (ME) 104. Roma (RM) 105. Rovereto (TN) 106. San Cataldo (CL) 107. San Donà di Piave (VE) 108. Santo Stefano Quisquina (AG) 109. Santa Caterina di Villarmosa (CL) 110. Sant’Agata di Militello (ME) 111. Saronno (VA) 112. Sarzana (SP) 113. Sesto San Giovanni (MI) 114. Siracusa (SR) 115. Settimo Torinese (TO) 116. Sondrio (SO) 117. Soverato (CZ) 118. Termini Imerese (PA) 119. Tione (TN) 120. Torino (TO) 121. Tortorici (ME) 122. Trapani (TP) 123. Tusa (ME) 124. Uboldo (VA) 125. Valledolmo (PA) 126. Venezia (VE) 127. Vignola (MO) 128. Vittoria (RG) CARTA DELL’IMPEGNO PER UN MONDO DISARMATO (3)Download -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dipingere cucire ricamare insieme: donne per la pace in piazza proviene da Comune-info.
March 27, 2026
Comune-info
A piedi nudi: per non parlare più la lingua della guerra
IN QUESTI GIORNI, A ROMA, DUE DONNE HANNO CAMMINATO INSIEME, A PIEDI NUDI: REEM AL-HAJAJREH E YAEL ADMI. UNA PALESTINESE, L’ALTRA ISRAELIANA. METTERSI A PIEDI NUDI SIGNIFICA ESPORSI, ACCETTARE LA PROPRIA VULNERABILITÀ E, SOPRATTUTTO, TORNARE A SENTIRE IL TERRENO COMUNE. CERTO, NON TUTTE LE VITE, NEL DISCORSO PUBBLICO, VENGONO RICONOSCIUTE ALLO STESSO MODO: IN PALESTINA, QUELLA GERARCHIA È CONTINUAMENTE PRODOTTA. REEM E YAEL NON SI INCONTRANO SU UN PIANO NEUTRO, COME SE LE LORO PERDITE FOSSERO EQUIVALENTI NEL DISCORSO PUBBLICO. SI INCONTRANO “NONOSTANTE” QUELL’ASIMMETRIA. E IN QUEL NONOSTANTE FANNO QUALCOSA DI PRECISO: SI SOTTRAGGONO ALLA LOGICA CHE VORREBBE IL LUTTO DELL’UNA INCOMPATIBILE CON IL LUTTO DELL’ALTRA Foto Fondazione Gariwo (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- C’è una domanda che Virginia Woolf poneva già alla vigilia della catastrofe europea: che rapporto c’è tra la cultura che esalta il dominio, il prestigio, la competizione e la guerra? Non era una domanda teorica. Era una diagnosi. Nel suo saggio Le tre ghinee, Woolf suggeriva che la guerra non nasce all’improvviso. Cresce dentro un certo modo di pensare il potere, la forza, l’identità. Una cultura che non appartiene agli uomini in quanto tali, ma che è storicamente maschilista: costruita sull’idea che vincere significhi imporsi, che la sicurezza passi attraverso la superiorità, che l’altro sia un ostacolo da eliminare. E questa cultura – Woolf lo intuiva con lucidità – può essere assunta anche dalle donne, quando entrano in quel linguaggio senza metterlo in discussione. Per questo oggi non basta dire “pace”. Bisogna chiedersi: in quale lingua stiamo parlando? Il gesto: la forza della vulnerabilità In questi giorni, a Roma, tra l’Ara Pacis e il Pincio, due donne hanno camminato insieme, a piedi nudi: Reem Al-Hajajreh e Yael Admi. Una palestinese, l’altra israeliana. Rappresentano i movimenti Women of the Sun e Women Wage Peace. Perché a piedi nudi? Non è solo un richiamo alla penitenza o all’umiltà. Camminare scalzi significa, prima di tutto, deporre le armi dell’armatura. La scarpa, storicamente, è parte dell’uniforme, della marcia militare, della protezione che separa dal suolo. Mettersi a piedi nudi significa esporsi, accettare la propria vulnerabilità e, soprattutto, tornare a sentire il terreno comune. È un modo per dire che la terra non è un territorio da conquistare o una frontiera da tracciare, ma una superficie condivisa che calpestiamo con la stessa fragilità. Due storie attraversate dalla violenza, dalla perdita, dalla paura. Eppure, insieme. Non è solo un gesto simbolico. È una presa di parola politica. Dicono: i nostri figli meritano altro. Dicono: non vogliamo che crescano per uccidere o per essere uccisi. Dicono: la pace è possibile, ma bisogna cambiare strada. Rompere la logica del potere In un tempo in cui il linguaggio pubblico sembra irrigidirsi nella logica dello scontro, queste donne fanno qualcosa di più radicale: rifiutano quella logica. Non la negano, non la semplificano. Ma non la accettano come inevitabile. E soprattutto pongono una questione politica decisiva: perché le donne, e in particolare le madri, continuano a essere escluse dai luoghi in cui si decide della guerra e della pace? Qui la loro voce non è solo testimonianza. È critica. È il rifiuto di un ordine in cui chi paga il prezzo più alto non ha diritto di parola. La gerarchia del dolore È a questo punto che il pensiero di Judith Butler ci aiuta a comprendere fino in fondo la portata di questo gesto. Butler parla di “vite degne di lutto”: non tutte le vite, nel discorso pubblico, vengono riconosciute allo stesso modo. Alcune morti ci colpiscono, ci indignano, vengono raccontate. Altre restano sullo sfondo, diventano numeri, statistiche, rumore. La guerra si regge anche su questa gerarchia invisibile. Ma c’è qualcosa di più. Nel conflitto israelo-palestinese quella gerarchia non è solo invisibile: è attivamente prodotta, disputata, strumentalizzata. Il dolore viene distribuito in modo asimmetrico, nei media, nella politica internazionale, nel diritto. Non si tratta di dimenticare alcune vittime: si tratta di decidere sistematicamente quali vite siano “spiegabili” e quali no, quali lutti siano legittimi e quali eccedano la soglia della comprensione pubblica. Ed è proprio qui che il gesto di Reem e Yael assume tutta la sua radicalità. Non si incontrano su un piano neutro, come se le loro perdite fossero equivalenti nel discorso pubblico. Si incontrano “nonostante” quell’asimmetria. E in quel nonostante fanno qualcosa di preciso: si sottraggono alla logica che vorrebbe il lutto dell’una incompatibile con il lutto dell’altra. Dire “ogni vita perduta è una perdita assoluta” non è un’affermazione ovvia. In questo contesto, è un atto politico. Perché implica rifiutare la gerarchia, non ignorarla. Il rischio di una differenza Ma questo spazio è fragile. E chiede responsabilità. Perché la cultura della guerra non è solo nei governi, nelle strategie, nelle armi. È anche nelle parole che usiamo, nei riflessi che abbiamo, nelle frasi che ripetiamo senza accorgercene. Quando diciamo che “serve forza”, che “non ci sono alternative”, che “la pace è un’illusione”, stiamo già parlando quella lingua. Per questo, forse, oggi più che mai, il punto non è rivendicare semplicemente una presenza. È assumersi il rischio di una differenza. Noi donne dobbiamo farci sentire, ma non per occupare lo stesso spazio con le stesse parole: per cambiarne il linguaggio. Simone Weil scriveva che la forza trasforma chi la subisce in una cosa. Ma, aggiungeva, finisce per trasformare in “cosa” anche chi la esercita. È una macchina che disumanizza tutti. Spezzarla non è semplice. Non basta opporsi. Bisogna sottrarsi alla sua logica. Forse è questo che fanno quelle donne a piedi nudi. Non offrono soluzioni facili. Non cancellano il conflitto. Ma indicano una soglia: un punto in cui si può scegliere di non parlare più la lingua della guerra. In un tempo che ci chiede continuamente di schierarci, di semplificare, di reagire, la loro voce introduce una domanda più esigente: che tipo di mondo vogliamo rendere possibile attraverso le nostre parole? Perché ogni guerra, prima di essere combattuta, è stata detta. E ogni pace, prima di essere costruita, deve trovare il coraggio di essere pronunciata. A piedi nudi, se necessario. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo A piedi nudi: per non parlare più la lingua della guerra proviene da Comune-info.
March 26, 2026
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Territorio e terra
ROMPERE LA GABBIA CHE LE GEOPOLITICA IMPONE AL CONCETTO DI TERRITORIO CONSENTE DI ASCOLTARE IL MONDO DI QUELLI CHE SONO IN BASSO. NEGLI ULTIMI ANNI INFATTI IL TERRITORIO È DIVENTATO IL CENTRO IN CUI SI MATERIALIZZATA L’ECONOMIA GLOBALE, MA AL TEMPO STESSO È DIVENTATO IL FULCRO DELLA RESISTENZA DELLE COMUNITÀ INDIGENE, NERE E CONTADINE. COME DIMOSTRANO SEMPRE PIÙ TERRITORI, A COMINCIARE DAL SUD AMERICA, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, OGGI LA RESISTENZA AL CAPITALISMO È GUIDATA PRIMA DI TUTTO DA QUELLE COMUNITÀ, LE UNICHE IN GRADO DI FERMARE I PROGETTI DELLE GRANDI MULTINAZIONALI E DI PORRE UN FRENO AI PROCESSI DI PRIVATIZZAZIONE DI BENI COMUNI COME TERRA E ACQUA IN MERCI Foto: @Tukuma_pataxo per APIB / Articulação dos Povos Indígenas do Brasil -------------------------------------------------------------------------------- «La terra e i territori non sono semplicemente uno sfondo per la riconfigurazione geopolitica», scrive Oscar Bazoberry, coordinatore dell’Istituto per lo Sviluppo Rurale in Sud America (IPDRS), nell’introduzione al Decimo Rapporto: Accesso alla Terra e al Territorio in Sud America. Aggiunge che la terra e i territori «continuano a essere lo spazio in cui si materializzano cicli politici, strategie estrattive e nuove agende ambientali». Bazoberry sostiene che porre l’accesso alla terra e ai territori al centro dell’analisi e dell’attenzione globale è necessario per comprendere come il potere si stia riorganizzando, sia a livello locale che globale. Il rapporto, pubblicato da dieci anni, copre nove paesi della regione, poiché quest’anno non è stato possibile ottenere contributi dal Venezuela per ovvie ragioni. Secondo l’IPDRS, si tratta di un progetto di «ricerca collaborativa situata» che si avvale di informazioni fornite da movimenti e organizzazioni sociali, media alternativi e alcuni rapporti istituzionali per sistematizzare i dati disponibili, rendendoli utili per i soggetti collettivi che i rapporti intendono mettere in luce. Redatte da accademici strettamente legati ai movimenti, le relazioni annuali offrono approfondimenti sulle principali tendenze della lotta per la terra e il territorio nel subcontinente, avvicinandoci al contempo alle persone che difendono la terra e la vita. Ogni sezione mette in luce un particolare movimento di resistenza, illustrato con fotografie dei suoi leader. È importante sottolineare i cambiamenti avvenuti in appena un decennio, che hanno radicalmente modificato i conflitti. “Per anni, la terra è stata considerata una questione rurale e settoriale, legata all’agricoltura, e marginale in termini di occupazione e residenza”, si legge nell’introduzione. Ora, invece, il territorio è diventato il centro della formazione del valore, “dove si è materializzata l’economia globale”, nonché il fulcro della resistenza delle comunità. In breve, la terra è centrale come risorsa globale, come accesso alle fonti energetiche, all’estrazione mineraria e forestale, e come fonte di speculazione finanziaria attraverso i crediti di carbonio, tra le altre cose. Uno dei cambiamenti più significativi riguarda le modalità di accumulazione del capitale. Le catene del valore globali esercitano ora un’influenza molto maggiore sulla proprietà terriera da parte delle vecchie oligarchie latifondiste, con tutte le implicazioni che ciò comporta per le lotte sociali. Mentre il capitalismo impatta sui territori dei popoli indigeni, cercando di espropriarli per privatizzare i beni comuni trasformandoli in semplici merci, emergono nuove forme di resistenza e nuovi soggetti collettivi: le comunità indigene, nere e contadine. In relazione a ciò, si sta verificando una trasformazione di lunga durata: la lotta per la riforma agraria, intesa come distribuzione individuale della terra, è stata soppiantata dall’emergere dei territori indigeni. I movimenti di resistenza realmente esistenti si basano sull’attaccamento ai propri spazi e sull’impregnazione di spiritualità, che ha trasformato la terra in un territorio integrale, abitato da comunità forgiate all’interno di questi processi. Il mutamento del panorama degli attori storici nella lotta anticapitalista ha modificato l’intero contesto istituzionale e politico. L’importanza di questi popoli (indigeni, neri e contadini, che in Brasile vengono definiti “popoli della campagna, delle acque e delle foreste”) implica non solo un cambiamento negli attori coinvolti, ma anche una trasformazione fondamentale nelle modalità di conduzione della politica, che d’ora in poi appare incentrata sull’autogoverno e sull’autonomia territoriale. Osserviamo come la resistenza al capitalismo sia guidata dalle autonomie indigene, nere e contadine in tutto il continente, sebbene alcuni “analisti” ritengano che i lavoratori industriali rimangano la classe che resiste al sistema. In Brasile, i popoli indigeni rappresentano meno dell’1% della popolazione totale, ma sono gli unici in grado di fermare i progetti delle grandi multinazionali, come dimostra la recente vittoria di 14 comunità amazzoniche contro i piani di Cargill (L’importanza di riconoscere le vittorie dei popoli). Questa resistenza si sta riaccendendo oggi grazie alle donne indigene del fiume Xingu, che chiedono la revoca della licenza ambientale della compagnia mineraria canadese Belo Sun. Da tre settimane occupano la sede dell’Istituto Indigeno e hanno bloccato l’autostrada per l’aeroporto di Altamira. I movimenti di resistenza si stanno diffondendo in tutto il continente e ogni giorno veniamo a conoscenza di nuove esperienze. Ho chiesto a Silvia Adoue, che accompagna alcune di queste lotte, perché siano proprio gli indigeni a resistere maggiormente. Dopo averci pensato, ha risposto: “Sono più preparati degli abitanti delle città ad affrontare la guerra del capitale, perché non ne sono mai stati al di fuori. E sono meno contaminati dal capitalismo”. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada con il titolo Tierra y territorios en Sudamérica -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Territorio e terra proviene da Comune-info.
March 21, 2026
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