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Occultamento creativo
NELL’ESTATE TRA LE PIÙ CALDE MAI REGISTRATE, LA MAGGIOR PARTE DEI SERVIZI GIORNALISTICI SUL CALDO ESTREMO NON HA FATTO RIFERIMENTO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, NÉ ALLE 57 AZIENDE DI COMBUSTIBILI FOSSILI RESPONSABILI DELL’80% DELLE EMISSIONI GLOBALI DI CARBONIO DAL 2016 A OGGI, NÉ ALLE INDUSTRIE CHE NE RENDONO POSSIBILE LA LORO ATTIVITÀ, COME QUELLA DELLA COMUNICAZIONE. INTANTO PETROLIO E GAS VENGONO RACCONTATI ANCORA COME RISORSE INDISPENSABILI PER LA SICUREZZA ENERGETICA E LA STABILITÀ ECONOMICA (DI CHI?). LA PORTATA DEI DATI DELL’ULTIMO RAPPORTO DI CLEAN CREATIVES – SUI LEGAMI COMMERCIALI TRA LE GRANDI AZIENDE DEI COMBUSTIBILI FOSSILI E LE AGENZIE GLOBALI DI PUBBLICHE RELAZIONI E PUBBLICITÀ – È IMPRESSIONANTE -------------------------------------------------------------------------------- L’estate 2026 verrà ricordata tra le più calde mai registrate (per Europa e Italia un record assoluto) ed è solo il preludio a un fenomeno meteorologico planetario, El Niño, che, secondo le previsioni degli scienziati, sarà il più intenso degli ultimi mille anni. Si stima che provocherà gravi perturbazioni nelle catene di approvvigionamento globali e condizioni meteorologiche devastanti, rischiando di “spingere 50 milioni di persone verso una condizione di grave insicurezza alimentare…”. 16 ottobre, torno lo Sciopero per il clima promosso da Friday for future Eppure, i media mainstream continuano a non collegare questi eventi al cambiamento climatico. Il fenomeno è sempre più evidente e ormai un paradosso anche di fronte a eventi catastrofici come quelli accaduti in Nepal, o nelle nostre stesse regioni. Nonostante i titoli sul caldo estremo, la maggior parte dei servizi giornalistici non ha fatto alcun riferimento al cambiamento climatico, né alle 57 aziende di combustibili fossili responsabili dell’80% delle emissioni globali di carbonio dal 2016 a oggi, né alle industrie che ne rendono possibile l’attività, come quella della comunicazione. È l’opera migliore, quella più meschina e viscida, è quella realizzata dal marketing delle grandi compagnie petrolifere. Mentre i colossi del petrolio realizzavano profitti per 93 miliardi di dollari in soli tre mesi (di extra profitti non se ne parla anzi, noialtri li eleviamo a eroi) grazie alla guerra in Iran (per non parlare di ciò che accadde col gas appena si aprì il fronte ucraino) le loro agenzie continuavano ad applicare la strategia di occultamento creativo. Le campagne pubblicitarie odierne presentano petrolio e gas come risorse indispensabili per la sicurezza energetica e la stabilità economica, proprio mentre la domanda di questi combustibili sta rallentando e il solare fotovoltaico ha coperto la quota maggiore (27%) della crescita della domanda globale di energia. In pratica abbiamo le soluzioni necessarie, ma l’industria dei combustibili fossili alimenta paura e insicurezza per ritardare azioni. Al riguardo, è uscito il rapporto periodico di Clean Creatives (che contiene un database pubblico) che mappa e documenta i legami commerciali tra le grandi aziende dei combustibili fossili (petrolio, gas e carbone) e le agenzie globali di pubbliche relazioni (PR) e pubblicità. L’obiettivo dell’iniziativa è smascherare il supporto reputazionale e di marketing che l’industria dei combustibili fossili riceve da parte del settore creativo. Secondo Clean Creatives, le compagnie petrolifere e del gas non operano da sole per ripulire la propria immagine pubblica, ma si affidano ad agenzie che creano campagne di “greenwashing” e copertura strategica. La portata dei dati è impressionante. Il rapporto infatti, raccoglie migliaia di contratti documentati a livello globale (provenienti da registri pubblici, candidature a premi di settore e portfolio creativi) che coinvolgono centinaia di agenzie di public relations e pubblicità e decine di grandi gruppi di holding internazionali. La piattaforma permette di cercare in modo trasparente, agenzie, clienti e singoli contratti per verificare chi lavora con i colossi dell’energia. Introduce anche dei riconoscimenti satirici (F-Badges) per evidenziare comportamenti specifici delle agenzie, come collaborazioni di lunga data, contratti multipli o la partecipazione a campagne di greenwashing premiate nei festival della creatività. Il progetto non si limita a denunciare ma punta a spingere i professionisti della comunicazione, i leader delle agenzie e i brand famosi a rifiutare contratti con il settore fossile, invitandoli a firmare un impegno formale (The Pledge) per orientare la creatività verso un futuro sostenibile. Il report di Clean Creatives punta il dito sia contro i grandi committenti (le aziende energetiche) sia contro le holding e le agenzie di comunicazione che gestiscono i loro contratti. Perché mentre noi guardiamo Valeria Marini che cade, Luciano Spalletti che litiga o un politico che mente, mentre riceviamo notizie su questi fatti senza che nessuno mai dica quali sono le cause (lo fanno volutamente), ci facciamo condizionare pure da gente continua a spingerci verso “quella” forma di consumo e che pian piano ci spinge ai limiti fisiologici del nostro corpo. E se una volta l’estate era gioia e divertimento, adesso è reclusione e sgomento. -------------------------------------------------------------------------------- Fonte principale: ABC, CBS, and NBC aired nearly 200 segments about three U.S. heat events without mentioning climate change -------------------------------------------------------------------------------- .LE -------------------------------------------------------------------------------- ASCOLTA ANCHE L’INTERVISTA A LUCA MERCALLI: > Il futuro del clima è oggi -------------------------------------------------------------------------------- . . . . . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Occultamento creativo proviene da Comune-info.
October 13, 2026
Comune-info
TOP 200: la crescita del potere delle multinazionali
Il sedicesimo rapporto annuale del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di redazione Peacelink (*) Chi comanda davvero nell’economia mondiale? Il sedicesimo rapporto annuale del Centro Nuovo Modello di Sviluppo (CNMS) prova a rispondere con i dati. Le multinazionali sono circa 320mila e controllano l’80% del commercio internazionale. Le prime 200 valgono il 16% del fatturato complessivo delle imprese che operano oltre
September 30, 2026
La Bottega del Barbieri
La fine del mondo secondo l’intelligenza artificiale
LE RECENTI DICHIARAZIONI APOCALITTICHE DEGLI UOMINI PIÙ RICCHI DEL MONDO, O DI COLORO CHE ASPIRANO A DIVENTARLO, COME ELON MUSK, SAM ALTMAN DI OPENAI E DARIO AMODEI, L’AMMINISTRATORE DELEGATO DI ANTHROPIC CHE SI ATTEGGIA A FIGURA DI BUON SENSO, SECONDO SILVIA RIBEIRO SVOLGONO UN RUOLO CHIAVE NEL GARANTIRE LA CONTINUITÀ DELLE LORO ATTIVITÀ E DEI LORO PROFITTI. VOGLIONO FARCI DIMENTICARE GLI ENORMI PROBLEMI CHE STANNO CAUSANDO, COME L’USO DELLE ARMI AUTONOME, L’AGGRAVAMENTO DELLA CRISI CLIMATICA, L’IMPATTO NEGATIVO SULL’ISTRUZIONE. O CHE IL PROGRAMMA CLAUDE, IDEATO DAL SAGGIO AMODEI, SIA RESPONSABILE DELL’UCCISIONE DI 168 RAGAZZE IN UNA SCUOLA IN IRAN DA PARTE DEL PENTAGONO Foto Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Nelle ultime settimane, abbiamo sentito ancora una volta, dalle più grandi aziende che la sviluppano, affermazioni megalomani e grandiose sull’intelligenza artificiale (IA) e sulle sue presunte capacità, dalla sua capacità di risolvere gli enigmi matematici del secolo al suo potenziale di annientare l’umanità entro il 2030, e molto altro ancora. Come spiega Timnit Gebru, direttore del Distributed AI Research Institute, si tratta solo di un’altra cortina fumogena per distogliere l’attenzione dai gravi problemi reali che l’IA sta già causando, come l’uso di armi autonome, macchine da guerra impiegate in conflitti e genocidi, e il ruolo dell’IA e di queste aziende nell’aggravare la crisi climatica. È curioso che l’intelligenza artificiale, che secondo alcuni starebbe per superare l’intelligenza umana, non sia ancora in grado di risolvere i Sudoku. O meglio, li risolve solo fino a un certo punto e, cosa ancora più importante, non sa spiegare come e perché ci sia riuscita. E poiché non conosce la risposta, se la inventa, come spesso accade anche in altri casi. Gli scienziati dell’Università del Colorado Boulder hanno chiesto a diversi sistemi di intelligenza artificiale di risolvere dei Sudoku e di spiegare come ci fossero riusciti. Le risposte sono risultate inadeguate o errate perché i sistemi di intelligenza artificiale generativa non possiedono logica (né etica, né emozioni); sono sistemi linguistici predittivi e statistici. I modelli linguistici su larga scala (LLM) sono alla base di tutti gli assistenti virtuali basati sull’intelligenza artificiale, come chatGPT, Gemini, Grok e sistemi simili. Se le risposte che forniscono agli utenti sembrano coerenti, è perché confrontano miliardi di possibili risposte e adattano il messaggio alla persona che pone la domanda, ma non pensano. Sono, come affermano Timnit Gebru ed Emily Bender, “pappagalli stocastici”, che ripetono e selezionano frasi e testi che non comprendono e che hanno per lo più preso senza autorizzazione o attribuzione (AI, pappagalli stocastici e automazione del razzismo). Questa incapacità dell’IA di spiegare il perché di una determinata scelta è particolarmente grave quando i sistemi di IA automatizzati vengono utilizzati nell’assistenza o nella diagnosi medica, per decisioni giudiziarie e legali, per stabilire se una persona o una piccola impresa possa ricevere un prestito, per valutare programmi accademici o, in generale, per i processi governativi. Quanto sopra è grave perché, da un lato, l’addestramento di questi sistemi si basa su dati già fortemente influenzati da genere, razza e classe sociale e, dall’altro, perché non è in grado di tenere conto di fattori e contesti che non rientrano nel suo schema di selezione predittiva. Con la proliferazione di bot automatizzati e dannosi, anche il fattore “statistico” è altamente discutibile. Le recenti dichiarazioni apocalittiche degli uomini più ricchi del mondo, o di coloro che aspirano a diventarlo, come Elon Musk, Sam Altman di OpenAI e Dario Amodei, l’amministratore delegato di Anthropic che si atteggia a figura di buon senso, svolgono attualmente un ruolo chiave nel garantire la continuità delle loro attività e dei loro profitti. Come ho già accennato, innanzitutto ci distrae dai veri impatti che si stanno verificando, come il fatto che l’uso dell’IA continua ad aumentare la sua assurda domanda di energia, che ha un ruolo chiave nel peggioramento del cambiamento climatico e che i suoi data center competono con le comunità locali per acqua, terra e salute (Acqua per le persone o per le multinazionali della tecnologia?). Vogliono anche farci dimenticare l’impatto negativo sull’istruzione, le disastrose conseguenze dell’utilizzo di “bot farm” e campagne di massa per influenzare le elezioni governative, o che il programma Claude, ideato dal saggio Amodei, sia responsabile dell’uccisione di 168 ragazze in una scuola in Iran da parte del Pentagono, e che le aziende di intelligenza artificiale abbiano automatizzato l’omicidio di decine di migliaia di bambini, donne e uomini in Palestina. In realtà, la prima domanda a cui dovrebbero rispondere è perché le loro aziende stiano sviluppando questi sistemi se comportano così tanti pericoli, e questo problema non è sul tavolo per nessuno di loro. Ciò che propongono è una moratoria (che nessuno può verificare venga rispettata) e un’autoregolamentazione, controllata dalle aziende stesse. Come ultima risorsa, propongono di sedersi a un tavolo con i governi, in un sistema multi-stakeholder, dove potrebbero comunque esercitare un enorme controllo su di essi, dato che molti governi hanno delegato gran parte della loro gestione a queste stesse aziende. Le promesse di “progresso” legate all’intelligenza artificiale sono state mantenute? Gli autori Emily Bender e Alex Hanna spiegano che si tratta per lo più di un’illusione. Nel loro libro, La estafa de la IA (“La truffa dell’IA”, edito da Paidós), descrivono in dettaglio come, al di là della propaganda aziendale, i presunti benefici che l’IA avrebbe apportato alla società siano scarsi o inesistenti, nonostante i profitti senza precedenti per i suoi proprietari. Ciò che è reale e ampiamente documentato in tutte le società sono i danni causati: perdita di posti di lavoro, impatti ambientali, sociali ed educativi, e danni alla democrazia e all’economia, soprattutto nei paesi che forniscono le risorse materiali per sostenere questo settore. È tempo di sfatare il mito che l’IA sia la chiave del progresso per tutti. Al contrario, è un mezzo efficace per il capitalismo tecnomilitare per perpetuare la disuguaglianza, con metodi rinnovati di sorveglianza, repressione e guerra. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su biodiversidadla.org (e qui con l’autorizzazione dell’autrice). Silvia Ribeiro è coordinatrice della ricerca presso la Biodiversity Alliance. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCO BERARDI BIFO: > L’amaro calice -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La fine del mondo secondo l’intelligenza artificiale proviene da Comune-info.
September 21, 2026
Comune-info
La crescita del potere delle multinazionali. Continua
Chi sono i “padroni” del mondo? Per provare a dare una risposta non astratta a questa domanda, si può consultare l’ultima edizione di “TOP 200: la crescita del potere delle multinazionali” a cura del Centro Nuovo Modello di Sviluppo (CNMS). Si tratta del sedicesimo report annuale, che presenta l’elenco, la mappatura e i principali dati economici delle più rilevanti società multinazionali, confrontandole con il Prodotto Interno Lordo e con le entrate dei più ricchi Paesi del mondo. Il primo dato significativo è che l’insieme delle multinazionali (circa 320 mila) controlla l’80% del commercio internazionale. In particolare le prime 200 multinazionali rappresentano il 16% del totale del fatturato delle società che vanno oltre i confini di una nazione. Si tratta di un grande potere in mano a pochi. Una tendenza che si sta rafforzando, dato che negli ultimi dieci anni i profitti delle multinazionali sono cresciuti del 137%, mentre i ricavi sono aumentati del 57%. Nella TOP 10 delle multinazionali in ordine di fatturato (relativo all’ano 2025) ne troviamo 7 di origine USA, 2 della Cina e 1 dell’Arabia Saudita. Al primo posto c’è Amazon.com con un fatturato di 717 miliardi di dollari. Da notare che dieci anni prima Amazon si trovava soltanto alla 44esima posizione. Al secondo posto c’è l’americana Walmart e al terzo la cinese State Grid. Impressionante il balzo della finanziaria statunitense UnitedHealth Group, che nel 2015 era al 149° posto e dieci anni più tardi si colloca in quarta posizione. Se classifichiamo le multinazionali non in base al fatturato, ma al profitto, l’elenco cambia radicalmente. Al primo posto nel 2025 troviamo l’americana Alphabet, tra le aziende leader nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, con 132 miliardi di dollari di utili. Al secondo posto Apple con 112 miliardi e al terzo Saudi Aramco, multinazionale dell’Arabia Saudita che commercia energia e petrolio, con 92 miliardi. Raggruppando le TOP 200 per fatturato e nazionalità il primo posto è occupato dagli USA con 63 società e un fatturato di 11.736 miliardi di dollari (40,7%). Seguono la Cina (46 società e 22,8% di ricavi), il Giappone (16 imprese e 5,9% di fatturato), la Germania (13 società e 5,6% di ricavi) e la Francia (11 aziende e 4,1%). L’Italia è presente in classifica soltanto con 2 multinazionali (ENI e ENEL) con un fatturato complessivo di 185 miliardi di dollari (pari all’0,6%). Molto significativo il raffronto tra i ricavi delle multinazionali e le entrate degli Stati. Si scopre che delle prime 100 entità economiche mondiali, 59 sono multinazionali e 41 sono governi nazionali. Inoltre, le prime 25 multinazionali fatturano di più del gettito fiscale degli USA. Amazon.com e Walmart hanno ricavi quasi pari al gettito fiscale della Spagna e dell’India. Oltre ai dati sulle TOP 200, il report del CNMS contiene interessanti approfondimenti sui signori dell’intelligenza artificiale (utilizzata anche per scopi militari), sui movimenti di opposizione ai data centers (che necessitano di grandi quantità di acqua e di energia), sulla tecnologia “nera” (personaggi di spicco del mondo della finanza collegata ad imprese di tipo tecnologico, che fanno dichiarazioni razziste, xenofobe, autoritarie e fasciste), sulla retromarcia dell’Europa in materia ambientale (per assecondare i voleri della imprese e delle multinazionali) e sui quotidiani italiani che la famiglia Agnelli ha ceduto ad una famiglia greca (e ad un Fondo Sovrano Saudita). Da non perdere le ultime pagine del dossier, che presentano un’originale classifica di chi sta vincendo (anzitutto imprese e multinazionali) e chi sta perdendo dopo 4 anni di guerra in Ucraina (anzitutto le popolazioni). In chiusura “Pietà per la nazione”, una poesia di Lawrence Ferlinghetti, e il collegamento alla canzone “Povera patria” di Franco Battiato.     Francesco Gesualdi
September 21, 2026
Pressenza
Una mattina al picchetto
NEL 2025 L’AZIENDA ACCA È USCITA VITTORIOSA DALLA «GUERRA DELLE GRUCCE», COMBATTUTA A COLPI DI PACCHI INCENDIARI E SPRANGHE FRA LE AZIENDE CON SEDE A PRATO E FIRENZE PER ASSICURARSI LE COMMESSE DALLE MULTINAZIONALI DELLA MODA. NEGLI ULTIMI MESI ACCA È DIVENTATA NOTA PER L’IMPREVISTA RIBELLIONE DEI SUOI OPERAI, SOSTENUTA DA TANTI E TANTE, COSTRETTI A TURNI DI LAVORO MASSACRANTI E RICATTI. QUELLI CHE UNA VOLTA SI CHIAMAVANO PADRONI HANNO CERCATO DI REPRIMERE LA PROTESTA IN MOLTI MODI, ANCHE CON MAZZE E BASTONI. MA HANNO PERSO. UN RACCONTO DAI GAZEBO TIRATI SU DAVANTI AL MAGAZZINO ACCA DI CAMPI BISENZIO, PER BLOCCARE I CANCELLI E IMPEDIRE L’INGRESSO E L’USCITA DELLE CAPI D’ABBIGLIAMENTO DIRETTI IN TUTTA EUROPA -------------------------------------------------------------------------------- 28 agosto. Da un paio di giorni lo scirocco spinge le polveri del Sahara sulla nostra penisola e le temperature superano di nuovo i trentacinque gradi. Sempre meglio delle tormente che allagano l’asfalto, con l’acqua che da sotto entra nei gazebo e ammolla ogni cosa: materassi, coperte, provviste, vestiti, libri… Quando si sente arrivare la tempesta, bisogna correre, subito: ficcare tutto ciò che si può in macchina, chiudersi dentro e aspettare che passi. Poi uscire e lentamente smontare, stendere sotto al sole quel che rimane e aspettare. Aspettare davanti al magazzino Acca di Campi Bisenzio (Fi), per bloccare i cancelli e impedire l’ingresso e l’uscita delle capi d’abbigliamento che da lì vanno in tutta Europa. È così che va avanti dal 21 giugno: ogni giorno, ogni notte, in ogni momento, quei due gazebo sono abitati da attivisti, attiviste e operai che sorvegliano chi entra e chi esce. È così che troviamo, sdraiati sulle brandine e sui materassi, le attiviste e gli operai iscritti al Sudd (Sindacato Unione Democrazia Dignità) Cobas. Sono qua per difendere il loro lavoro, minacciato dalle continue manovre illegali dei vertici di Acca, azienda a conduzione cinese che, da anni, sfrutta, minaccia e percuote i novanta operai dipendenti, la maggior parte di origine pakistana e bangladese. I picchetti ai cancelli di Acca vanno avanti a oltranza da settanta giorni in quattro località della piana fiorentina: Seano, Agliana, Osmannoro e Campi Bisenzio. La resistenza alla violenza dei «padroni» dell’azienda ha avuto inizio nel 2023, quando gli operai hanno cominciato a sindacalizzarsi e a chiedere un contratto di lavoro legale, che rispettasse i turni di otto ore per cinque giorni a settimana contro le dodici ore sottopagate sette giorni su sette, regime di lavoro a cui erano fino ad allora sottoposti. I capi non ci stavano, li hanno seguiti sotto casa alla sera; con le mazze hanno spaccato le auto, le bici, li hanno intimiditi. Il sindacato ha risposto così: attiviste e attivisti si sono organizzate per accompagnare personalmente gli operai in macchina. I padroni, vedendo le macchine con gli italiani, hanno fatto cessare gli attacchi; poco dopo, i lavoratori hanno ottenuto il contratto “otto per cinque”. Grande vittoria. Nel 2025 l’azienda è uscita vittoriosa dalla «guerra delle grucce», il conflitto dal carattere mafioso combattuto a colpi di pacchi incendiari e spranghe fra le aziende del territorio per assicurarsi le commesse dalle grandi aziende di moda. In tutto ciò, Acca si trovava sotto custodia giudiziaria per presunta frode fiscale ai danni dello Stato per tasse e contributi non pagati pari a 71 milioni di euro. È in questo clima che, in giugno, sindacato e operai hanno fiutato la manovra decisiva: l’azienda stava progettando di chiudere il magazzino per riaprire altrove sotto un altro nome, licenziare gli iscritti al sindacato e assumere lavoratori nuovi, ripartendo da zero. È per bloccare questa manovra che il 21 giugno è scattato lo sciopero. Due giorni dopo, i padroni hanno assaltato il picchetto di Seano. La mattina avevano già investito un operaio, finito in pronto soccorso. Nel pomeriggio sono arrivati davanti al magazzino di Seano (PO), sono scese duecento persone dai furgoni bianchi, alcune armate di mazze e bastoni, per rompere il blocco dei manifestanti e riaprire il lavoro. Se ne sono andati solo dopo aver distrutto i gazebo. Sono stati presi alla sprovvista anche i pochi agenti delle forze dell’ordine che si trovavano già là. Ancora: all’alba del 3 luglio le forze dell’ordine si sono presentate al picchetto di Seano con ordine di sgombero e sequestro preventivo della merce bloccata nel magazzino. L’abbigliamento doveva immediatamente partire: stavano iniziando i saldi. Il giorno dopo gli agenti si sono ripresentati davanti ai gazebo prontamente rimessi in piedi: «Ragazzi, tutto bene?». A raccontarci questa storia è E., una ragazza poco più che ventenne. Ci accoglie con un sorriso e una stretta di mano dalla brandina piazzata all’ombra, fuori dal gazebo bianco. Le spalle arrossate dal sole, fuma un drum (tabacco sfuso, il nome purtroppo deriva da una nota marca, ndr). Fumano tutti il drum, uno dopo l’altro: «Che vuoi fare se no?». «È difficile non pensare che sarebbe meglio che chiudesse, questa fabbrica», ci confessa. Ma se andasse così, gli operai perderebbero il lavoro. Bisogna quindi che i tavoli delle trattative, promossi dalla Provincia di Prato e avviati proprio qualche giorno prima dopo una inaspettata chiamata della dirigente, vadano bene. Proprio mentre stiamo parlando avviene l’incontro, sono tutti ottimisti. E., da due anni e mezzo attivista nel Sudd, si è fatta tutto lo sciopero contro Acca. Questo significa dormire in strada nel gazebo, una notte sì e una no. Tornare a casa, farsi la doccia, mangiare, rientrare nel gazebo. Significa attuare quello che ormai è il motto del sindacato: «devi durare un secondo in più di loro». Le abbiamo chiesto se non sia difficile fare questo tipo di vita. Lo è, a volte lo stress è molto forte, «ma per me il sindacato sta qua», ha risposto alzando la mano sopra la testa. Dopo l’assalto e lo sgombero la reazione è stata immediata. Attiviste/i e operai hanno fatto leva sulla «rabbia buona e sana» e «gli hanno fatto il culo, iniziando a dargliene secche a diritto, trovando i carichi illegali e i magazzini dove spostavano il lavoro, come questo». Queste parole sono di S., poco più grande di E., da due anni nel sindacato, si barcamena fra l’attivismo e il lavoro come assistente ad una persona con disabilità. Le chiediamo se occupa una posizione particolare nel sindacato. «No, non esistono posizioni particolari – risponde – o una organizzazione verticale, siamo tutti sullo stesso piano, tutti con le stesse responsabilità». Ci sono però quattro persone che sono dentro da più di tutti, e che sono un po’ la faccia del sindacato, oltre a seguire in prima persona le trattative. Sono proteste che non potrebbero avvenire in Pakistan, ci ha spiegato Sa., che ha vissuto in altri cinque Paesi ma in Italia si trova bene. È qui da giugno, torna quando può a casa a lavarsi e a prendere acqua e ghiaccio, come gli altri. «Loro sono la nostra forza», ci hanno spiegato le attiviste. Il sostegno reciproco è evidente. Attivisti e attiviste ricevono qualcosa di molto prezioso, una comunità e qualcosa che dà valore alla vita, qualcosa per cui lottare, un significato. L’ottimismo che si respira si rivela ben riposto. Il 29 agosto, nell’assemblea promossa insieme dal movimento Insorgiamo, che da cinque anni occupa e promuove la riconversione ecologica della fabbrica GKN a Campi Bisenzio, e Sudd Cobas arriva la notizia attesa: l’accordo per il reintegro di sessanta operai (tutti gli iscritti al sindacato più un’altra ventina), con la promessa di assumere i restanti trenta alla prima occasione, è stato firmato dall’azienda. Molti hanno cominciato a ballare e, come sempre, a fumare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una mattina al picchetto proviene da Comune-info.
September 15, 2026
Comune-info
Acqua per le persone o per le multinazionali della tecnologia?
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- A Querétaro, in Messico, i governi statale e federale sembrano aver dato una risposta a questa domanda: per le grandi aziende tecnologiche, come Amazon, Microsoft, Google e ora CloudHQ, l’acqua viene prima di tutto. Dopo che altre mega-industrie, come quella aerospaziale e automobilistica, avranno esaurito le falde acquifere e i pozzi della regione, ciò che rimarrà verrà smaltito dai giganti tecnologici globali. Si tratta delle stesse aziende che controllano oltre due terzi del cloud computing, dove finisce la stragrande maggioranza delle informazioni digitali di individui, istituti scolastici, operatori sanitari, agenzie governative e altri. Questo fornisce una solida base per le loro attività, che includono il sostegno al genocidio in Palestina e lo sviluppo di sistemi estremi di sorveglianza della popolazione (). Nell’ultimo anno, tre delle più grandi aziende tecnologiche al mondo – Amazon Web Services (AWS), Google e ora CloudHQ – hanno annunciato l’intenzione di stabilire le proprie attività in quella città, aggiungendosi ai precedenti investimenti multimiliardari di queste e altre aziende come Microsoft Azure. Stanno installando data center hyperscale, una scala necessaria per i nuovi sistemi di intelligenza artificiale (El negocio de la guerra tecnológica). I data center sono il fondamento fisico del cloud computing e del traffico digitale. L’hyperscale implica migliaia di computer interconnessi, che richiedono enormi quantità di energia e acqua per raffreddare il calore che producono. Generano inoltre rumore costante: tre fattori che, praticamente ovunque nel mondo, sono stati sviluppati senza consultazione e senza tenere conto del benessere e dell’accesso delle popolazioni locali e indigene. A Querétaro, come in altre città latinoamericane che ospitano grandi data center, come quelle in Brasile e Cile, le grandi aziende tecnologiche godono di numerosi vantaggi: esenzioni fiscali, terreni gratuiti o sovvenzionati, accesso estremamente favorevole ad acqua potabile ed energia e scarsa o nessuna regolamentazione o supervisione. A malapena devono conformarsi a pochi documenti formali, come le dichiarazioni di impatto ambientale, che non vengono né monitorate né sottoposte a verifiche. Pertanto, le aziende più ricche del mondo ricevono ingenti sussidi ambientali e pubblici. Tuttavia, prove e rapporti, compresi quelli delle Nazioni Unite, si moltiplicano di mese in mese, dimostrando che i data center sono consumatori voraci di acqua pulita ed energia. È il settore industriale in più rapida crescita a livello globale in termini di percentuale di domanda energetica. Entro il 2022, i data center di tutto il mondo hanno consumato più energia di interi paesi ad alto consumo come la Francia (ottava nella classifica mondiale dei consumi). Si stima che entro il 2026, il loro fabbisogno di energia e acqua raddoppierà. Nel 2020, l’industria digitale ha emesso tra l’1,53 e il 3,2% delle emissioni di gas serra che causano il cambiamento climatico, superando le emissioni di tutto il trasporto marittimo e aereo internazionale. Data la rapida crescita del settore, queste percentuali sono già state ampiamente superate. Querétaro è una regione arida e l’acqua utilizzata dalle industrie proviene in gran parte dalla falda acquifera della valle di San Juan del Río. Le industrie hanno sistematicamente estratto da questa falda più acqua di quanta ne possa ricaricare, con conseguente deficit annuo di 56,8 miliardi di litri. Molti pozzi a Querétaro sono in condizioni critiche. Ciononostante, questa è la fonte da cui le grandi aziende tecnologiche attingono, e continueranno ad attingere, la loro acqua (Los centros de datos de todo el mundo consumen más energía que Francia). In molti paesi, i giganti della tecnologia hanno scelto intenzionalmente di insediarsi in regioni aride vicino alle città perché ciò riduce i costi di prevenzione della corrosione delle apparecchiature, consente l’accesso ad acqua di falda pulita per il raffreddamento e fornisce acqua potabile trattata alla popolazione. Questo ha portato a numerose proteste e resistenze locali (Las guerras del agua no son virtuales). A seguito di queste proteste, le aziende tecnologiche hanno promesso in Messico e in altri paesi di ridurre il consumo idrico utilizzando sistemi di raffreddamento alternativi. Ma queste tecnologie richiedono più energia, il che ha portato a un utilizzo ancora maggiore dei combustibili fossili e anche al fatto che tutte le grandi aziende tecnologiche abbiano contratti e/o spingano, ad esempio, l’espansione dell’energia nucleare, un altro incubo in divenire. Le aziende tecnologiche operano con grande opacità e, in diversi casi, è stato necessario ricorrere alle vie legali per costringerle a rivelare il loro reale consumo idrico. A Querétaro, l’approvazione della legge statale sui servizi idrici nel 2022 ha di fatto privatizzato tali servizi, pertanto il governo statale non ritiene di poter o dover interrogare le aziende tecnologiche in merito, né controlla se queste rispettino gli impegni presi sull’utilizzo dei sistemi di raffreddamento (Querétaro y los centros de datos: el alto costo hídrico y social del paraíso tecnológico de México). Inoltre, secondo Andrés Barreda, ricercatore presso l’UNAM (Università Nazionale Autonoma del Messico), la recente iniziativa di istituire una “doppia” legge sull’acqua – una per i cittadini e un’altra per l’industria – garantirà e rafforzerà i privilegi idrici di cui già godono le aziende. L’acqua deve essere per le persone, per le comunità, per la biodiversità, per la vita. Questa è la risposta che dobbiamo difendere. -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: La Jornada (qui pubblicato con l’autorizzazione dell’autrice) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Acqua per le persone o per le multinazionali della tecnologia? proviene da Comune-info.
September 9, 2026
Comune-info
Megacentro dati dell’Università di Palermo con la multinazionale contractor del Pentagono e Israele
Lunedì 20 luglio è stato inaugurato il nuovo Data Center dell’Università degli Studi di Palermo e la piattaforma HPE Private Cloud AI. «Si tratta di una delle infrastrutture universitarie più avanzate in Italia e tra le più significative nel panorama europeo», scrive l’ufficio stampa dell’ateneo siciliano: «Un investimento complessivo di 3 milioni di euro che rafforza la capacità di UNIPA di sviluppare ricerca, innovazione e servizi basati sull’intelligenza artificiale, garantendo al tempo stesso autonomia tecnologica, sicurezza dei dati e pieno controllo delle informazioni». Il nuovo Data Center ospita circa quaranta rack (armadi tecnologici) che contengono i server e gli apparati informatici dell’Ateneo (comprese le piattaforme dedicate ai progetti di ricerca) ed è dotato di sistemi di alimentazione e di emergenza che ne dovrebbero assicurare il funzionamento anche in caso di blackout o guasti. «Il cuore tecnologico del nuovo ecosistema è rappresentato dalla HPE Private Cloud AI, una piattaforma progettata per sviluppare e gestire applicazioni di intelligenza artificiale in modo semplice e sicuro», aggiunge l’ufficio stampa di UNIPA. «La nuova infrastruttura è equipaggiata con 16 GPU NVIDIA H200, tra i processori più avanzati oggi disponibili per l’intelligenza artificiale, ma è predisposta per crescere fino a 64 GPU, quadruplicando la capacità di calcolo. Essa garantirà di sviluppare ed eseguire interamente i servizi dell’Ateneo senza dipendere da piattaforme esterne, garantendo la piena sovranità del dato e la tutela della riservatezza delle informazioni». L’Università di Palermo punta ad impiegare il Data Center e la piattaforma AI anche a sostegno di progetti di innovazione per imprese, pubbliche amministrazioni e altri enti, comprese forze armate e di sicurezza. È stato avviato il percorso di qualificazione presso l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale con l’obiettivo di conseguire una certificazione Tier III, tra i più elevati per questo tipo di infrastrutture. Per la realizzazione del nuovo Data Center sono stati spesi un milione di euro mentre gli altri due milioni sono stati utilizzati per la piattaforma HPE Private Cloud AI, di cui 1,65 milioni finanziati dal progetto “ITSERR – Italian Strengthening of the ESFRI RI Resilience”, sostenuto dai fondi PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), e 350 mila euro con fondi propri dall’Università. L’Ateneo palermitano sta inoltre valutando un nuovo investimento di circa 2,5 milioni di euro per realizzare due ulteriori sale computazionali predisposte per il raffreddamento a liquido. Sarà possibile così ospitare fino a 4000 GPU di ultima generazione, raggiungendo una capacità computazionale complessiva paragonabile a quella del supercomputer “Leonardo” operativo presso il Consorzio interuniversitario CINECA di Bologna per finalità di ricerca “duale”, civile e militare. Ovviamente, anche il Data Center di Palermo pone profonde criticità etiche e politiche. L’enorme mole dei dati che vi possono essere elaborati esercita non potrà non esercitare una forte attrazione sul comparto militare-industriale, sulle forze armate e le grandi agenzie militari internazionali, NATO in testa. Anche dal punto di vista della “sovranità” tecnologica, del controllo dei dati e della loro privacy sono forti le preoccupazioni, considerato soprattutto che per i programmi del Data Center l’Ateno di Palermo ha scelto come partner strategico una delle principali multinazionali dell’informatica, con quartier generale negli Stati Uniti d’America e contratti ultramilionari con il Pentagono, il governo e le forze armate di Israele e le stesse forze armate italiane. L’identità della società USA è venuta fuori durante la conferenza dal titolo “Sovranità digitale e intelligenza artificiale”, organizzata nell’Ateneo palermitano, presenti il rettore Massimo Midiri e l’assessore comunale all’Innovazione digitale Fabrizio Ferrandelli. Relatori i docenti universitari Pietro Paolo Corso, Fabrizio D’Avenia e Riccardo Uccello che hanno presentato la piattaforma HPE Private Cloud AI “assieme a Mauro Colombo, Alessandro Lasagni e Alessandro Moriondo di HPE”. L’acronimo HPE? Si tratta del noto colosso mondiale dell’informatica Hewlett Packard Enterprise Company (sede centrale a Spring, Texas), attivo sia nel mercato dell’hardware che in quello del software e dei relativi servizi collegati per le aziende e gli alti comandi militari. Ergo, l’HPE Private Cloud AI è un prodotto della società statunitense. La conferenza stessa è stata organizzata dal Dipartimento di scienze Umanistiche in collaborazione con HPE e con la società HS Sistemi di Torino, tra i leader nazionali nella fornitura di soluzioni e servizi per l’infrastruttura IT. La netta vocazione di HPE – Hewlett Packard Enterprise Company verso la ricerca e la produzione a fini bellico-militari è confermata da quanto riportato nella pagina web istituzionale da HPE Italia S.r.l., la controllata italiana con sede a Milano e fatturato annuo superiore ai 540 milioni di euro. «Offriamo soluzioni e tecnologie IT che consentono alle organizzazioni nei settori della difesa e della sicurezza nazionale di operare in modo più rapido, efficiente e resiliente», vi si legge. «Dalle piattaforme per l’edge sicure fino all’AI e all’analisi data-first, contribuiamo a modernizzare il comando, il supporto logistico e la preparazione, fornendo soluzioni che proteggono le persone, preservano il vantaggio e accelerano il raggiungimento degli obiettivi della missione (…) Le nostre soluzioni trasformano i dati di origine in informazioni fruibili, per decisioni più rapide e consapevoli lungo l’intera supply chain militare, in modo che le risorse appropriate vengano distribuite al momento giusto, con risultati migliori sia per il personale sia per i civili».  Cloud e AI per le guerre globali moderne, sempre più disumanizzate e disumane. Una ingente documentazione è stata prodotta per denunciare inoltre il coinvolgimento diretto delle aziende e dei prodotti a marchio HPE nelle campagne di sterminio del popolo palestinese da parte delle autorità israeliane. «HPE è complice dell’occupazione israeliana, dell’apartheid e del regime coloniale di insediamento a Gaza e in West Bank», denuncia BDS Italia, organizzazione a guida palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele. «HPE fornisce servizi alla polizia israeliana e ai servizi carcerari. HP Inc. è stata coinvolta nella fornitura di computer alle forze di occupazione israeliane (…) Dopo la campagna BDS, molti contratti tra le aziende a marchio HP e il regime israeliano di apartheid si sono conclusi. Ciò include i contratti con la Marina israeliana che mantiene l’assedio di Gaza, il contratto che riguarda il Sistema Basel per l’identificazione biometrica utilizzata ai posti di blocco militari israeliani e, più recentemente, il contratto che riguarda il Sistema Aviv tra HPE e l’Autorità israeliana per la popolazione e l’immigrazione. HPE continua però a fornire servizi alle carceri e alla polizia israeliane nonostante sia pienamente consapevole delle gravi violazioni dei diritti umani perpetrate da entrambi». Il Data Center dell’Università di Palermo nasce proprio sotto una cattiva stella, anzi sotto le cinquanta stelle della bandiera USA e quella ad esagramma dello Stato sionista di Israele. Antonio Mazzeo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Nuovi OGM, no alla deregulation
Ieri ha votato la Commissione ENVI. La deregulation è passata in pochi minuti. Il testo approvato elimina: * l’etichettatura obbligatoria per i consumatori * molti controlli scientifici di sicurezza * le tutele sui brevetti delle sementi, aprendo la strada alle grandi multinazionali (Bayer-Monsanto, Corteva, Syngenta, BASF) Il voto è durato appena 10 minuti perché è stata scelta una procedura che ha impedito di votare i singoli emendamenti. Oggi manifestazione davanti al Parlamento Europeo a Strasburgo. Domani, 17 giugno, il voto finale al Parlamento Europeo. Fate girare questo messaggio. Fate sentire la vostra voce! Partecipate: https://www.blacked-out-ingredients.eu/it/start/ Lapo Cianferoni, ex presidente della Società Biodinamica   Redazione Italia
June 16, 2026
Pressenza
Cuori ancora connessi. Sulle collaborazioni tra multinazionali e forze dell’ordine
«Vai da Conad! Conviene!»: così recita lo slogan di una delle recenti campagne pubblicitarie dei supermercati. Ma Conad non è solo questo: come ha scritto già un anno fa Stefano Bertoldi sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, il gruppo ha altre ambizioni, vuole fare del bene alle nostre famiglie, ai nostri adolescenti. Lo fa, come segnalava già Bertoldi, tramite la sua Fondazione, ente non profit, terzo settore (ETS). Il consorzio di cooperative, come spiega il sito dell’azienda, ha creato un Osservatorio (il vocabolo sta diventando inflazionato…tutti sembrano tener d’occhio qualcosa, qualcuno, ed è davvero così) per studiare fenomeni sociali non solo italiani, ma nel mondo (https://www.fondazioneconadets.it/la-fondazione/i-soci-fondatori). Infatti, grazie alla collaborazione (call, si dice) con la società IPSOS-Doxa (https://www.ipsos.com/it-it), ventimila professionisti sono al lavoro dal 1975 per perfezionare tecniche di mercato, per i quali la dòxa, l’opinione, diventa episteme, sapere certo, quando tutto si cerca e si documenta in sicurezza: «You act better when you are sure», è la frase-guida dei ricercatori. Ma le due parole chiave sono mercato e sicurezza. Vendere-consumare in ragione della messa a valore, nel caso che commentiamo, delle preoccupazioni delle famiglie che hanno bisogno non solo di cibo e detersivi, ma di un aiuto qualificato per affrontare le dipendenze dei figli, dalla tecnologia, dalle droghe, da ogni altro malessere dell’età e tipiche del momento storico-sociale. La sicurezza, in vario modo declinata, è ormai entrata a far parte della nostra vita quotidiana grazie ai provvedimenti del governo (nella fattispecie del trio interministeriale Piantedosi-Crosetto-Valditara) che la enfatizza come obiettivo della repressione di Stato. Le iniziative recenti della Fondazione Conad sono improntate al Rispetto, in tutte le sue forme, per le differenze di genere, nell’uso dei social, per condurre una vita sostenibile nelle nostre città, perché non si impedisca alle donne di accedere al tetto di cristallo (si chiama empowerment, il possibile oltre il probabile, nella vita, soprattutto nella carriera). Ovviamente, come ormai consuetudine, non manca la collaborazione attiva della Polizia di Stato. L’identità di genere, il rispetto, si precisa per tutti i generi, rientra nel novero dei Diritti Umani, quindi nella loro difesa, anche armata, come ci hanno insegnato le guerre umanitarie passate e in corso. Il filosofo Slavoj Žižek, nelle sue affilatissime analisi, derubricava la locuzione come una forma di perverso godimento politico, un modo per coprire con la genericità dell’assunto la sostanziale inacessibilità ad essi proprio mentre, nell’attuale assetto neoliberista, vengono proclamati. Per dargli ragione basta guardare come oggi, nelle nostre galere, nei centri per migranti, nei conflitti scatenati dalla furia israeliana e statunitense, essi sono una farsa. Ma sono questioni da lasciare alle forme necessarie della violenza di Stato, perché, ci vien detto, essa deve essere riconosciuta nel consorzio sociale dove alligna, e fatta battere in ritirata con buone pratiche sociali ed educative. Basta – Conad dixit – affidarsi ai materiali didattici di supporto per insegnanti, ai manuali per genitori, alle buone letture, di cui ci ha raccontato già Stefano Bertoldi (Luca Pagliari, Cuori connessi. Cyberbullismo, bullismo e storie di vita, realizzato con il supporto della Polizia di stato e di Unieuro, azienda di informatica, di telefonia, di videogiochi e dispostivi vari – Unieuro Polizia di Stato Cuori connessi marketing militarizzazione https://share.google/Tjih5ZhOBf89f6C8O). La campagna sulla sicurezza nel web è anche una preoccupazione europea visto che un’altra giornata gli è stata dedicata e si aggiunge, sempre per il mercato, alla Festa della Mamma, del Papà, dei Nonni, ecc. (https://www.internetfestival.it/programma/cybersecurity-day/). All’operazione della campagna della Fondazione Conad collaborano anche altri attori, diversamente collocati sul mercato dei beni materiali e culturali: – la rassegna della Giornata Mondiale della Gioventù che si celebra in Europa il 17 novembre, fin dal 1941, in ricordo degli eccidi e delle deportazioni naziste in Boemia del 1939; promossa dal MIM con un editoriale del Ministro Valditara sul sito del dicastero, in collaborazione con l’Università RomaTRE, quest’anno cerca fra gli studenti i talenti e le loro performances celebrative (entreranno come crediti nel curriculum finale, prima – forse – nelle   ore di Educazione Civica); – le iniziative call to action (contro le deep fake e tutto il resto che fa immondizia in rete, almeno quella che si vede, ben altro si nasconde nei magazzini sotterranei del web), le ritroviamo anche nell’ambito della Giornata della Sicurezza in Rete (Safer Internet Day SID, dal 2005), quest’anno svoltosi il 9 febbraio, promossa dalla Commissione Europea (https://www.generazioniconnesse.it/site/it/2026/01/14/sid-safer-internet-day-2026/); – il Festival del Cinema di Giffoni, dedicato lo scorso anno all’intelligenza artificiale, il prossimo luglio (17-25) propone la rassegna “The impossible things”, come guardare alle esperienze che sembrano impossibili e tali non sono: «[…] gli esseri umani sono capaci di vedere ciò che non c’è. L’impossibile cede terreno lì, nell’immaginazione. È biologia del desiderio». Un bel messaggio non c’è dubbio (https://www.giffonifilmfestival.it/). E sul filo del desiderio di crescere sicuri i propri figli, nella difesa immunitaria da coloro che rappresentano un pericolo, che siano bulli, stranieri, o semplicemente adolescenti, giovani, si muove il mercato. E si muovono le onnipresenti divise di tutti i corpi militari, mobilitati a occupare gli spazi dove serva far capire che, solo grazie alla persuasiva disciplina, al rispetto dell’ordine costituito, si deve quella difesa tanto desiderata. Per leggere, vedere film, giocare, meglio mettersi in divisa. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La Bolivia sull’orlo della guerra civile
di David Lifodi. La restaurazione neoliberista, imposta con la forza dal presidente Rodrigo Paz, si è scontrata con la resistenza delle organizzazioni popolari, mentre Usa, oligarchia e l’estrema destra, forte soprattutto nell’Oriente del Paese, soffiano sul fuoco. Foto: https://www.resumenlatinoamericano.org/ Dalla fine di aprile, in Bolivia, è in corso un violentissimo conflitto sociale che oppone le organizzazioni popolari, indigene e contadine