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Una conferenza sul clima senza lobbisti del petrolio
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Ehimetalor Akhere Unuabona su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Della conferenza internazionale sul clima in corso a Santa Marta, città porto carbonifero colombiano, dal 24 al 28 aprile, se ne parla poco, ma è un vero peccato perché rappresenta qualche cosa di nuovo nella lotta alla catastrofe climatica. Nel metodo e nel merito. Guidati da un significativo gruppo di governi dei paesi del sud globale – i più colpiti dagli effetti devastanti del surriscaldamento globale – decine di delegazioni ufficiali (oltre a Colombia, Brasile, Filippine, Messico, Senegal, Camerun, Figi, Turchia, Vietnam e molti altri stati ci sarà il Belgio e non pochi governi europei) e organizzazioni della società civile si riuniscono per la prima volta autonomamente, per autoconvocazione fuori dalle estenuanti liturgie onuiste. Dopo cinquant’anni di Cop (conferenze intergovernative), tanto spettacolari, quanto inconcludenti, l’uscita dagli accordi sul clima del maggiore inquinatore storico planetario (gli Stati Uniti) ha finalmente reso evidente che non vi possono essere soluzioni consensuali senza fuoriuscita dall’era dei fossili. E qui sta la novità di contenuto rispetto ai passati accordi stipulati in sede Onu: l’obiettivo è la phase-out dalle fonti fossili. In discussione è il percorso su come raggiungere la fuoriuscita dai sistemi energetici inquinanti, non la meta. Rimarranno fuori dalla porta della conferenza di Santa Marta i lobbisti delle compagnie petrolifere. Sono invece chiamati ad assumersi le loro responsabilità i decisori politici di ogni singolo stato, di ogni singolo parlamento. Con la conferenza di Santa Marta non sarà loro più consentito nascondersi dietro trattative infinite e mediazioni paralizzanti. Chi non farà la propria parte, anche unilateralmente, per libera scelta e per quel che serve, non sarà meno complice di quegli stati che si arricchiscono continuando ad estrarre, raffinare, vendere e consumare combustibili fossili. Ora lo scontro è chiaro. Da una parte i grandi inquinatori, dall’altra i popoli indigeni, i contadini, le comunità locali che si prendono cura dei loro territori. Da una parte le industrie estrattive e gli accaparratori delle risorse naturali, dall’altra le attività economiche che condividono equamente e preservano i beni comuni naturali. Da una parte i mercanti dei permessi di inquinamento (crediti di emissione), dall’altra vere politiche di transizione energetica orientate alla sostenibilità ecologica e all’equità sociale. Ci rimane un mistero da chiarire: cosa andrà a fare a Santa Marta la delegazione che il governo italiano sembra abbia deciso di inviare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una conferenza sul clima senza lobbisti del petrolio proviene da Comune-info.
April 22, 2026
Comune-info
Il mais ha già una casa
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Ceccam (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Dal 12 al 15 marzo, la Rete in Difesa del Mais ha tenuto la sua assemblea, ospitata questa volta da Radio Huayacocotla, “La Voce Contadina”, una storica emittente radiofonica comunitaria che trasmette da sessant’anni in quattro lingue: nahuatl, tepehua, Ñañú (otomi) e spagnolo. L’assemblea è iniziata presso la loro sede ed è proseguita nella comunità indigena di Cuatecomaco, nel comune di Zontecomatlán, Veracruz (Messico). Cuatecomaco è una delle comunità della regione di Veracruz Huasteca che ha subito gli effetti devastanti delle intense piogge dell’ottobre 2025, ben peggiori di quanto chiunque potesse ricordare. Il fiume è straripato, le colline sono franate e centinaia di persone in questa comunità e in altre della regione hanno perso le loro case e i loro averi. Le fonti d’acqua sono state contaminate, le strade e le autostrade sono state spazzate via, distrutte. Come altre comunità della regione, si sono riprese grazie alla solidarietà, ma ne subiscono ancora le conseguenze. È una comunità che mantiene viva e predominante la propria lingua, le assemblee e le proprie forme di organizzazione, assistenza sanitaria e lavoro. Nella regione si parlano il Nahuatl, il Tepehua e il Ñañú. Coltivano i loro campi di mais con grande varietà e anche il caffè. A Cuatecomaco non c’è internet e la copertura per i telefoni cellulari è scarsa. La vita si svolge e prospera grazie all’interazione diretta tra le persone, un lusso raro al giorno d’oggi. È così che si sono organizzati per accogliere la Rete in Difesa del Mais nel loro spazio; Hanno preparato 700 tamales e offerto ai partecipanti lo zacahuil, un delizioso piatto tradizionale della regione. All’incontro hanno partecipato autorità di diverse comunità della regione, insieme a membri della rete provenienti dagli stati di Oaxaca, Chiapas, Jalisco, Chihuahua, Guanajuato, Hidalgo, Veracruz, dalla penisola dello Yucatán, dallo Stato del Messico e da Città del Messico. A Cuatecomaco, è stato dedicato ampio spazio alla condivisione di ciò che viene coltivato in ogni luogo e dei problemi che si affrontano, per comprendere che molti sono comuni nonostante le diverse aree geografiche e culture. La giornata si è conclusa con una colorata celebrazione di scambio di semi. Le piogge che hanno devastato questa regione non sono state causate da chi vi abita, da chi coltiva la terra, si prende cura del territorio e di tutti gli esseri viventi. Il caos climatico è un fardello imposto alle comunità dal meccanismo distruttivo delle multinazionali dell’agroindustria, dell’energia, dell’industria mineraria, della tecnologia e di altri settori, che, per il loro profitto, riscaldano il pianeta con massicce emissioni di carbonio e sconvolgono il clima. Proprio come nel caso della contaminazione transgenica del mais autoctono, scoperta per la prima volta nel 2001 nella Sierra Juárez di Oaxaca, la Rete in Difesa del Mais è nata per contrastarla. Ora la rete è di nuovo in allerta: il governo (in particolare i Ministeri della Scienza, delle Scienze Umanistiche, della Tecnologia e dell’Innovazione e dell’Agricoltura e dello Sviluppo Rurale), sta cercando di instillare la minaccia dello sviluppo e della coltivazione di mais e altre colture geneticamente modificate. Le mascherano chiamandole colture “modificate geneticamente”, in modo che agricoltori e consumatori non capiscano che sono simili agli OGM e per evitare la valutazione del rischio e l’etichettatura. La Rete per la Difesa del Mais (CECCAM) ha fermamente respinto ogni forma di manipolazione genetica del mais e di tutte le sementi, nonché la loro privatizzazione e brevettazione. Non si tratta solo di un avvertimento sulla carta: è supportato da 25 anni di resistenza contro la contaminazione del mais da parte delle sue comunità, una resistenza che non ha mai vacillato nei suoi territori, nemmeno dopo che la semina di mais geneticamente modificato è stata vietata dalla Costituzione messicana nel 2025. Nonostante il divieto, ora emergono manovre all’interno delle stesse istituzioni governative per spianare la strada alle sementi manipolate di Bayer-Monsanto e di altre multinazionali del settore agrochimico e sementiero. Pertanto, è fondamentale organizzare più seminari informativi in tutto il paese, rafforzare la vigilanza, la denuncia e il coordinamento tra comunità e organizzazioni per fermare questi progetti (Pronunciamiento Red En Defensa del Maíz). All’interno della rete, vige la costante consapevolezza che le sementi non sono oggetti da depositare in banche del seme, né da manipolare o brevettare. Sono una parte vitale delle comunità che coltivano mais, che nutrono e che a loro volta nutrono loro. La rete condanna i tentativi di registrare i semi autoctoni e di inserirli in banche del seme “ufficiali”, un modo per facilitarne l’accesso e la brevettazione da parte delle multinazionali. Come affermato nella loro dichiarazione, “il mais ha già la sua casa nelle comunità”. Anche nelle città, abbiamo il diritto di decidere cosa mangiare: la rete respinge la legge sugli orti urbani nello stato di Jalisco, che mira a controllarli e a impedirne l’espansione. Le comunità denunciano gli inganni e gli abusi subiti a causa dei progetti sul carbonio – un’altra forma di appropriazione del territorio – e l’impatto dei progetti di agricoltura industriale e tossica nei campi e nelle grandi serre che sfruttano i lavoratori per la coltivazione di agave e more. Il Tribunale Permanente dei Popoli ha avviato quest’anno un processo internazionale per la difesa dei semi. Anche la rete sarà presente per unirsi alla difesa del mais dall’interno delle proprie comunità. Dalle comunità e dalla loro autonomia provengono le risposte concrete alle crisi. Pertanto, “la milpa è passato, presente e futuro”, conclude Neify, originaria di Chunhuhub, Quintana Roo. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada e qui con l’autorizzazione dell’autrice -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mais ha già una casa proviene da Comune-info.
April 9, 2026
Comune-info
«Fantomas contro i vampiri delle multinazionali» ovvero…
… quando Julio Cortazar scriveva in “jam session” di Saverio Pipitone Nel 1980, nei mesi di ottobre e novembre, lo scrittore argentino Julio Cortázar andò a insegnare all’Università californiana di Berkeley, tenendo un corso di otto lezioni, il giovedì dalle 14 alle 16. Era stato invitato dall’amico José Durand, titolare della cattedra di letteratura latinoamericana. C’erano un centinaio di studenti.
Trent’anni di Ogm
LE MULTINAZIONALI DEGLI OGM ASSICURAVANO RACCOLTI PIÙ ABBONDANTI E UN USO RIDOTTO DI PRODOTTI AGROCHIMICI. NON SOLO: GARANTIVANO PERSINO UN CONTRIBUTO DECISIVO CONTRO LA FAME NEL MONDO, PRECISANDO AL CONTEMPO CHE QUELLE COLTURE NON SAREBBERO FINITE NEI NOSTRI PIATTI. CHIUNQUE OSAVA SOLLEVARE DUBBI VENIVA PRONTAMENTE ARCHIVIATO COME RETROGRADO. A TRENT’ANNI DALL’AVVIO DELLA COLTIVAZIONE COMMERCIALE SU LARGA SCALA, NESSUNA DI QUELLE DICHIARAZIONI SI È MINIMAMENTE VERIFICATA. OGGI SONO QUATTRO LE GRANDI AZIENDE CHE CONTROLLANO LA COLTIVAZIONE GLOBALE DI COLTURE GENETICAMENTE MODIFICATE. SCRIVE SILVIA RIBEIRO, RICERCATRICE E DIRETTRICE PER L’AMERICA LATINA DEL GRUPPO ETC (ACTION GROUP ON EROSION, TECHNOLOGY AND CONCENTRATION): “GLI OGM SI SONO RIVELATI UN DISASTRO PER LA SALUTE, L’ALIMENTAZIONE E L’AMBIENTE, MA ANCHE UN AFFARE REDDITIZIO PER LE MULTINAZIONALI…” Foto di David Maunsell su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Sono trascorsi trent’anni dall’inizio della coltivazione commerciale di colture geneticamente modificate in tutto il mondo. Il risultato è una lunga lista di promesse non mantenute e una scia di contaminazione del suolo, dell’acqua e dell’aria con glifosato e altri prodotti agrochimici che hanno invaso i corpi di contadini, vicini e milioni di consumatori, lasciando residui chimici nel sangue, nelle urine e nel latte materno (leggi Atlante dell’agroindustria transgenica nel Cono Sud). Le multinazionali degli Ogm promettevano rese più elevate e un minore utilizzo di prodotti agrochimici. Promettevano anche colture con più nutrienti, come il “riso dorato” ricco di vitamina A, e altri presunti benefici. Nulla di tutto ciò si è avverato (“Raccolto amaro: 30 anni di promesse non mantenute“). Quattro aziende controllano la coltivazione globale di colture geneticamente modificate: Bayer (proprietaria di Monsanto), Corteva (nata dalla fusione di DuPont-Pioneer e Dow), Syngenta (di proprietà di Sinochem Holding) e BASF. Insieme, controllano anche metà del mercato globale delle sementi commerciali e due terzi del mercato degli agrofarmaci (Los diez gigantes de los agronegocios: la concentración corporativa en la alimentación y en la agricultura). La propaganda di queste aziende, attraverso associazioni che utilizzano per celare la loro vera natura (come Chilebio, Argenbio e Agrobio México), mira a creare l’impressione che gli Ogm siano presenti in tutto il mondo. La realtà, secondo i loro stessi dati, è che la superficie coltivata a livello globale con Ogm non raggiunge il 13% dei terreni arabili del pianeta, e solo 10 paesi coltivano il 98% di questa superficie. Solo tre paesi rappresentano l’80% della superficie coltivata: Stati Uniti, Argentina e Brasile. Seguono Canada, India, Paraguay, Cina, Sudafrica, Pakistan e Bolivia (Récord de adopción: los cultivos transgénicos alcanzan las 210 millones de hectáreas en 2024). Gli Stati Uniti sono stati i primi a coltivare soia geneticamente modificata tollerante al glifosato, seguiti dall’Argentina nel 1996. Attualmente, 32 paesi hanno approvato la coltivazione commerciale di una o più colture Ogm, ma solo una decina di paesi ha superfici significative coltivate. Al contrario, più di 150 paesi non ne consentono la coltivazione e 38 paesi hanno imposto restrizioni o divieti sulla semina di una o più colture geneticamente modificate, tra cui Messico, Ecuador, Perù, Belize e Venezuela. Quattro colture occupano quasi l’intera superficie coltivata e sono tutte destinate al consumo umano: soia, mais, cotone e colza. Si diceva che le colture geneticamente modificate avrebbero alleviato la fame nel mondo, e che non erano destinate al consumo umano, bensì all’industria. La maggior parte viene utilizzata come mangime per il bestiame allevato in spazi ristretti e circa un terzo per la produzione di combustibili e altri usi industriali. In sintesi: quattro multinazionali controllano tutte le colture transgeniche, solo 10 paesi detengono il 98% della superficie coltivata, quattro colture occupano il 99,4% di tale superficie (soia, mais, cotone e colza) e ci sono solo due tipi di colture transgeniche, oltre il 90% tolleranti agli agrofarmaci e il resto “insetticidi” con la tossina Bt, che in molti casi hanno “accumulato geni” per essere tolleranti anche agli agrofarmaci. Si è ridotto l’uso di pesticidi? No, al contrario, il loro utilizzo è aumentato esponenzialmente. Poiché le colture sono state geneticamente modificate per essere tolleranti al glifosato, l’uso di questo erbicida, classificato come cancerogeno dall’OMS, è aumentato di oltre 20 volte. Ciò ha portato alla creazione di decine di “super-erbacce”: infestanti invasive che hanno sviluppato resistenza al glifosato. Per combatterle, sono state aumentate le concentrazioni e le dosi applicate e sono state immesse sul mercato colture geneticamente modificate con geni che conferiscono tolleranza a vari agrofarmaci sempre più pericolosi come glufosinato, dicamba e 2,4-D (GM crops fuel rise in pesticide use despite early promises, study shows). Rese più elevate? Assolutamente no. Studi a lungo termine dimostrano che le rese sono pari o inferiori a quelle delle colture ibride. Uno studio condotto dall’Unione degli Scienziati Preoccupati degli Stati Uniti ha dimostrato che, in 13 anni di coltivazione, le colture geneticamente modificate (OGM) hanno aumentato la resa di appena lo 0,2% all’anno, mentre le pratiche agricole convenzionali e agroecologiche l’hanno incrementata di oltre il 10% nello stesso periodo. Le colture di mais Bt sembravano avere una resa maggiore, ma sono state gradualmente ritirate dal mercato perché i bruchi hanno sviluppato resistenza, il che ha portato anche a un maggiore utilizzo di pesticidi. Studi successivi hanno confermato le stesse tendenze (GM Delivers No Advantage in Crop Yields After 20 Years). Tutte le colture OGM sono brevettate e i semi costano fino al 30% in più. Le aziende hanno tratto ulteriore profitto da migliaia di cause legali intentate contro gli agricoltori per aver “utilizzato” geni brevettati quando i loro campi erano contaminati da impollinazione incrociata. Gli organismi geneticamente modificati (OGM) si sono rivelati un disastro per la salute, l’alimentazione e l’ambiente, ma anche un affare redditizio per le multinazionali. In molti paesi, si sono combattute battaglie con un ampio sostegno popolare per proibirne la coltivazione e il consumo. Ovunque nel mondo, se si chiede, la stragrande maggioranza delle persone risponde di preferire non mangiare OGM. Per continuare a trarre profitto e ingannare produttori e consumatori, il trucco attuale delle multinazionali è quello di cambiare il nome delle colture geneticamente modificate, chiamandole “editing genetico”, il che ha permesso loro di eludere le leggi sulla biosicurezza e sull’etichettatura in diversi paesi, e ora stanno tentando di farlo anche in Messico (Asalto tecnológico a la agricultura y alimentación: edición genómica, digitalización y corporaciones). La resistenza continua e noi non lo permetteremo. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada (e qui con l’autorizzazione dell’autrice) con il titolo Treinta años de transgénicos: promesas incumplidas y contaminación -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trent’anni di Ogm proviene da Comune-info.
March 27, 2026
Comune-info
Territorio e terra
ROMPERE LA GABBIA CHE LE GEOPOLITICA IMPONE AL CONCETTO DI TERRITORIO CONSENTE DI ASCOLTARE IL MONDO DI QUELLI CHE SONO IN BASSO. NEGLI ULTIMI ANNI INFATTI IL TERRITORIO È DIVENTATO IL CENTRO IN CUI SI MATERIALIZZATA L’ECONOMIA GLOBALE, MA AL TEMPO STESSO È DIVENTATO IL FULCRO DELLA RESISTENZA DELLE COMUNITÀ INDIGENE, NERE E CONTADINE. COME DIMOSTRANO SEMPRE PIÙ TERRITORI, A COMINCIARE DAL SUD AMERICA, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, OGGI LA RESISTENZA AL CAPITALISMO È GUIDATA PRIMA DI TUTTO DA QUELLE COMUNITÀ, LE UNICHE IN GRADO DI FERMARE I PROGETTI DELLE GRANDI MULTINAZIONALI E DI PORRE UN FRENO AI PROCESSI DI PRIVATIZZAZIONE DI BENI COMUNI COME TERRA E ACQUA IN MERCI Foto: @Tukuma_pataxo per APIB / Articulação dos Povos Indígenas do Brasil -------------------------------------------------------------------------------- «La terra e i territori non sono semplicemente uno sfondo per la riconfigurazione geopolitica», scrive Oscar Bazoberry, coordinatore dell’Istituto per lo Sviluppo Rurale in Sud America (IPDRS), nell’introduzione al Decimo Rapporto: Accesso alla Terra e al Territorio in Sud America. Aggiunge che la terra e i territori «continuano a essere lo spazio in cui si materializzano cicli politici, strategie estrattive e nuove agende ambientali». Bazoberry sostiene che porre l’accesso alla terra e ai territori al centro dell’analisi e dell’attenzione globale è necessario per comprendere come il potere si stia riorganizzando, sia a livello locale che globale. Il rapporto, pubblicato da dieci anni, copre nove paesi della regione, poiché quest’anno non è stato possibile ottenere contributi dal Venezuela per ovvie ragioni. Secondo l’IPDRS, si tratta di un progetto di «ricerca collaborativa situata» che si avvale di informazioni fornite da movimenti e organizzazioni sociali, media alternativi e alcuni rapporti istituzionali per sistematizzare i dati disponibili, rendendoli utili per i soggetti collettivi che i rapporti intendono mettere in luce. Redatte da accademici strettamente legati ai movimenti, le relazioni annuali offrono approfondimenti sulle principali tendenze della lotta per la terra e il territorio nel subcontinente, avvicinandoci al contempo alle persone che difendono la terra e la vita. Ogni sezione mette in luce un particolare movimento di resistenza, illustrato con fotografie dei suoi leader. È importante sottolineare i cambiamenti avvenuti in appena un decennio, che hanno radicalmente modificato i conflitti. “Per anni, la terra è stata considerata una questione rurale e settoriale, legata all’agricoltura, e marginale in termini di occupazione e residenza”, si legge nell’introduzione. Ora, invece, il territorio è diventato il centro della formazione del valore, “dove si è materializzata l’economia globale”, nonché il fulcro della resistenza delle comunità. In breve, la terra è centrale come risorsa globale, come accesso alle fonti energetiche, all’estrazione mineraria e forestale, e come fonte di speculazione finanziaria attraverso i crediti di carbonio, tra le altre cose. Uno dei cambiamenti più significativi riguarda le modalità di accumulazione del capitale. Le catene del valore globali esercitano ora un’influenza molto maggiore sulla proprietà terriera da parte delle vecchie oligarchie latifondiste, con tutte le implicazioni che ciò comporta per le lotte sociali. Mentre il capitalismo impatta sui territori dei popoli indigeni, cercando di espropriarli per privatizzare i beni comuni trasformandoli in semplici merci, emergono nuove forme di resistenza e nuovi soggetti collettivi: le comunità indigene, nere e contadine. In relazione a ciò, si sta verificando una trasformazione di lunga durata: la lotta per la riforma agraria, intesa come distribuzione individuale della terra, è stata soppiantata dall’emergere dei territori indigeni. I movimenti di resistenza realmente esistenti si basano sull’attaccamento ai propri spazi e sull’impregnazione di spiritualità, che ha trasformato la terra in un territorio integrale, abitato da comunità forgiate all’interno di questi processi. Il mutamento del panorama degli attori storici nella lotta anticapitalista ha modificato l’intero contesto istituzionale e politico. L’importanza di questi popoli (indigeni, neri e contadini, che in Brasile vengono definiti “popoli della campagna, delle acque e delle foreste”) implica non solo un cambiamento negli attori coinvolti, ma anche una trasformazione fondamentale nelle modalità di conduzione della politica, che d’ora in poi appare incentrata sull’autogoverno e sull’autonomia territoriale. Osserviamo come la resistenza al capitalismo sia guidata dalle autonomie indigene, nere e contadine in tutto il continente, sebbene alcuni “analisti” ritengano che i lavoratori industriali rimangano la classe che resiste al sistema. In Brasile, i popoli indigeni rappresentano meno dell’1% della popolazione totale, ma sono gli unici in grado di fermare i progetti delle grandi multinazionali, come dimostra la recente vittoria di 14 comunità amazzoniche contro i piani di Cargill (L’importanza di riconoscere le vittorie dei popoli). Questa resistenza si sta riaccendendo oggi grazie alle donne indigene del fiume Xingu, che chiedono la revoca della licenza ambientale della compagnia mineraria canadese Belo Sun. Da tre settimane occupano la sede dell’Istituto Indigeno e hanno bloccato l’autostrada per l’aeroporto di Altamira. I movimenti di resistenza si stanno diffondendo in tutto il continente e ogni giorno veniamo a conoscenza di nuove esperienze. Ho chiesto a Silvia Adoue, che accompagna alcune di queste lotte, perché siano proprio gli indigeni a resistere maggiormente. Dopo averci pensato, ha risposto: “Sono più preparati degli abitanti delle città ad affrontare la guerra del capitale, perché non ne sono mai stati al di fuori. E sono meno contaminati dal capitalismo”. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada con il titolo Tierra y territorios en Sudamérica -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Territorio e terra proviene da Comune-info.
March 21, 2026
Comune-info
La piccola bottega contro l’iper-mondo
Il nuovo libro di Saverio Pipitone (*) «Dentro la società dei consumi: dal supermercato globale alle comunità di scambio locale» è in cerca di editore, speriamo che lo trovi presto. Anticipiamo la presentazione e la scheda con l’indice.   La bottega contro l’iper-mondo Una volta c’era la bottega con il commerciante che accoglieva, conversava e accontentava i clienti. La sua
La « Grande Dame »  dell’altermondialismo, Susan George
Ci ha lasciato questo  febbraio 2026, all’età di 91 anni. Tra gli attivisti della società civile che negli ultimi 50 anni hanno segnato a livello internazionale la lotta contro la  globalizzazione nefasta dell’economia imposta dai  poteri dominanti, Susan George rappresenta sicuramente la « Grande Dame » dell’altermondialismo. Vandana Shiva è la Pasionaria; Jean Ziegler, il Grande Demistificatore che denuncia; Walden Bello, Il Ribelle; il tandem Ignacio Ramonet-Bernard Cassen, I Testimoni mobilitatori; Samir Amin, L’Ideologo; Pablo Solon Romero, Il Diplomatico; Manu Chao, il Cantante dell’Umanità, Aminata Traoré, la Scomoda; Danielle Mitterrand , la Coscienza. (con le mie scuse agli altri amici e amiche di grande valore che non ho potuto menzionare). Susan è stata “Grande” dal punto di vista intellettuale e umano, per la profondità, il rigore e l’ampiezza delle sue analisi, le sue prese di posizione pubbliche e i suoi interventi all’interno dei movimenti sociali, e “Dame” per la sua gentilezza, la sua cortesia (anche nei confronti degli oppositori), la sua capacità di ascoltare gli altri , la sua saggezza al servizio delle istituzioni e dei gruppi impegnati nella ricerca militante (come il Transnational Institute ad Amsterdam, Attac a Parigi e il Collectif Roosevelt a Parigi di cui è stata, per tutti e tre, presidente e presidente onorario per molti anni). Le sue convinzioni e il suo impegno altermondialista si strutturano in occasione della sua prima importante opera pubblicata nel 1978 contro la fame nel mondo Comme  meurt l’autre moitié du monde. In essa critica aspramente il capitalismo liberale come sistema sociale responsabile del massacro e nomina le multinazionali occidentali , in particolare quelle americane , come principali responsabili della morte dell’altra metà del mondo. Denuncia inoltre con forza e attenzione il sostegno e l’aiuto complici forniti dalle grandi istituzioni intergovernative internazionali finanziarie e commerciali, dominate dagli Stati del “Nord” , come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale , il GATT (diventato OMC – Organizzazione Mondiale del Commercio nel 1994). Evidenzia inoltre i tre strumenti/meccanismi attraverso i quali, a suo avviso, le multinazionali hanno provocato la morte per fame: gli investimenti, il debito imposto ai paesi del Sud, il commercio. Ricordiamo che siamo nel 1978, quando il mondo cercava di riprendersi dalla grande crisi del sistema finanziario internazionale del 1971-73, mentre era in piena crisi alimentare e i dominanti si preparavano a lanciare la loro grande offensiva di politiche di adeguamento strutturale per garantire la loro sopravvivenza e consolidare il loro potere . A partire dal suo libro, le multinazionali, le istituzioni finanziarie e commerciali internazionali pubbliche e i tre strumenti (investimenti, debito e commercio) sono stati i temi centrali e permanenti del lavoro di ricerca e dell’impegno militante di Susan. In questo modo , ha offerto all’altermondialismo preziosi strumenti di lotta – contro le strategie di investimento delle multinazionali e delle istituzioni di Bretton Wood e, in particolare, contro l’approvazione dell’AMI , il pericolosissimo Accordo multilaterale sugli investimenti negoziato in segreto all’interno dell’OCSE (29 paesi del mondo occidentale) tra il 1995 e il 1997. Dopo la loro vittoria ottenuta con la creazione dell’Organizzazione mondiale del commercio, i dominanti credevano di poter consolidare il loro potere mondiale chiudendo il binomio commercio + investimenti, ma sono stati costretti ad abbandonare l’AMI nel 1998 sotto la pressione dell’opposizione di un vasto movimento popolare mondiale; – contro il debito e l’indebitamento dei paesi del Sud. Di grande lucidità sono i suoi due libri sull’argomento Jusqu’au cou: enquête sur la dette du Tiers Monde (1988) e L’effet boomerang. Choc en retour de la dette du Tiers Monde (1992) . Una battaglia portata avanti con forza, passione e rigore da oltre vent’anni, tra gli altri, da Eric Toussaint e dalla straordinaria rete internazionale del Comitato per l’abolizione del debito del Terzo Mondo (CADTM), di cui Eric è il portavoce;  – contro il commercio iniquo e predatorio. Ricorderemo gli innumerevoli interventi di Susan George contro l’AGCS – Accordo generale sul commercio dei servizi. Resta il fatto che, a mio avviso, il suo contributo culturale, ideologico e politico più simbolico è rappresentato dalla sua critica alle multinazionali capitaliste, che lei stigmatizza come Gli usurpatori, (Les Usurpateurs) in un ouno dei suoi ultimi libri ( 2014). In questo campo, Susan ci ha regalato un “piccolo” capolavoro, Il Rapporto di Lugano, un’opera di 355 pagine pubblicata in inglese nel 1999 e poi, in francese, da Fayard, nel 2000. In questo Rapporto (tutto fittizio) riunisce in una villa a Lugano nove rappresentanti del mondo degli affari e della finanza che si interrogano sul futuro del capitalismo. Preoccupati, arroganti, cinici, le loro riflessioni e proposte sono perverse. Susan ha saputo sondare l’anima, e non solo la mente, dei sostenitori del capitalismo, tanto che gran parte delle loro “previsioni”, scelte e obiettivi – spaventosi – sono diventati realtà negli ultimi anni. La nostra Grande Dame non esce disperata da questo esercizio. Propone elementi chiave per l’azione, per la costruzione di un pianeta capace di ragione, responsabilità, giustizia, fraternità e pace. Di questo abbiamo bisogno più che mai. La lotta continua. Fontaine de Vaucluse, 24 febbraio 2026   Riccardo Petrella
February 25, 2026
Pressenza
UE-INDIA: OLTRE L’ACCORDO, LA GUERRA AGLI INDIGENI PER L’ACCESSO ALLE RISORSE
L’Unione Europea e l’India hanno rafforzato la loro collaborazione con un nuovo accordo strategico. L’intesa punta a intensificare i rapporti economici, commerciali e politici tra le due parti. Al centro ci sono gli scambi, gli investimenti e la sicurezza delle catene di approvvigionamento. Grande spazio è dedicato alle tecnologie digitali e all’innovazione. L’accordo prevede anche una cooperazione più stretta su clima ed energia. Un altro obiettivo è ridurre le dipendenze strategiche da Paesi terzi. Europa ed India lavoreranno insieme su standard tecnologici comuni. L’intesa rafforza il dialogo geopolitico e il multilateralismo in un contesto internazionale complesso. Per Bruxelles, l’India diventa quindi un partner sempre più centrale. Un passo importante verso una cooperazione più solida e di lungo periodo. Nel giorno della firma dei negoziati, che sono durati vent’anni, in diverse città italiane, ma anche a Bruxelles, si è mobilitato il Comitato internazionale contro l’operazione Kagaar. Spesso sostenuto in Italia da sigle come Slai Cobas, il Comitato protesta contro le operazioni militari indiane contro le minoranze etniche, in primis la popolazione Adivasi, denunciando violenze e repressione dello Stato contro le comunità indigene. Il 26 e 27 gennaio, in occasione della riunione della Commissione Affari Esteri – Sottocommissione Diritti Umani del Parlamento Europeo a Bruxelles, il Comitato internazionale contro l’operazione Kagaar ha organizzato un doppio sit-in di protesta, sia di fronte alla sede dell’eurocamera, sia davanti l’Ambasciata Indiana in Belgio. Il giorno della sigla dell’accordo, diversi presidi anche in Italia, in particolare a Ravenna e a Dalmine (BG). Nello speciale realizzato da Radio Onda d’Urto su questo tema, abbiamo intervistato Enzo Diano ed Ernesto Palatrasio del Comitato internazionale contro l’operazione Kagaar e Luca Mangiacotti, esperto di India, collaboratore di DinamoPress. Ascolta o scarica
January 29, 2026
Radio Onda d`Urto
Manca il lavoro? Per fare cosa?
Le riflessioni di Enrico Semprini sul processo comunitario per dare ai nostri lavori un senso che non sia quello dei padroni ma strumento per il benessere collettivo.  Sono Enrico Semprini e da anni mi occupo di attivismo politico attraverso diverse attività, una delle quali è la partecipazione alla costruzione della redazione Emilia-Romagna del progetto radiofonico di Radio Onda d’Urto. Grazie
January 17, 2026
La Bottega del Barbieri
Poesia e resistenza: «Voglio raccontarti una storia»
Renée Nicole Good e Facundo Jones Huala: versi di fuoco. di Valentina Fabbri Valenzuela Come Sirio e Procione: stelle che bruciano nella notte Introduzione — Leggenda yagan: stelle di fuoco Ogni popolo ha le sue fiabe della buonanotte, i suoi racconti originari. Spesso nascono guardando il cielo, tra paure, speranze, freddo e silenzio. In questo tempo buio segnato da guerre
January 16, 2026
La Bottega del Barbieri