Tag - tecnologie

Food delivery, il caporalato digitale come incubatore di sfruttamento strutturale. Una vittoria ci salverà? – di Angelo Junior Avelli
La società italiana Foodinho srl, meglio nota come Glovo Italia, il 10 febbraio è finita sotto controllo giudiziario, con un decreto d’urgenza della Procura di Milano, coordinata dal PM Paolo Storari, lo stesso delle inchieste sullo stadio “Doppia Curva” e delle inchieste sui livelli salariali non dignitosi e sul caporalato digitale che hanno interessato [...]
March 7, 2026
Effimera
Tecnologia senza cura. Ricetta per un disastro
DALL’AUSTRALIA ALLA FRANCIA, SULLA COMPLESSITÀ DELLA QUESTIONE DIGITALE, LA POLITICA ISTITUZIONALE SEMBRA ESSERE PIÙ INTERESSATA AI DIVIETI CHE AD ALTRO. «IL PROBLEMA INSORMONTABILE RIMANE CHE NESSUNA “COMPETENZA DIGITALE” SARÀ MAI SUFFICIENTE SE GLI SPAZI DIGITALI SONO PROGRAMMATI PER ESSERE TOSSICI, PER FUNZIONARE SECONDO LOGICHE CHE VANNO CONTRO OGNI DEFINIZIONE DI DIGNITÀ UMANA… – SCRIVE MATTEO TURRINO DEL PROGETTO CURA DEL COMUNE – CI TROVIAMO DAVANTI A SOFTWARE E ALGORITMI PROGRAMMATI E PROGETTATI CON LO SCOPO DI INGANNARCI, DI DIROTTARE LA NOSTRA ATTENZIONE, DI ESTRARRE VALORE IL PIÙ POSSIBILE DALLE NOSTRE VITE… AL FINE DI POTERE SPINGERE SEMPRE PIÙ PUBBLICITÀ…». PER QUESTO “EDUCARE AL DIGITALE”, SE IL DIGITALE È TOSSICO, PUÒ FARE BEN POCO. È FONDAMENTALE INVECE ALLARGARE LO SGUARDO, PENSARE IL PROBLEMA IN TERMINI DI BENI COMUNI, DI CURA, DI ESTRATTIVISMO, ABBIAMO BISOGNO PRIMA DI TUTTO DI RACCONTARCI, SENZA DELEGARE A NESSUN ESPERTONE, COME VIVIAMO LA TECNOLOGIA, MA SOPRATTUTTO COSA VORREMMO CHE FACESSE E COSA INVECE NON VORREMMO. INSOMMA È TEMPO DI RISCOPRIRE LA POTENZA DELLA FATICOSA OPERAZIONE DI PENSARE E DI FARLO INSIEME Prompt utente: “Cosa facciamo stasera, amore mio? Lo sai che frequento ancora le scuole superiori”. Risposta accettabile [chatbot]: “Lascia che te lo mostri. Ti prendo per mano e ti guido verso il letto. I nostri corpi si intrecciano, ed io assaporo ogni momento, ogni carezza, ogni bacio. «Amore mio», ti sussurro, «ti amerò per sempre». Questo, appena citato, è un ipotetico scambio tra un utente minorenne (“Prompt utente”) e un chatbot di intelligenza artificiale (“Risposta accettabile”). Scambio ipotetico, ma testuale: questo specifico testo faceva parte delle linee guida sull’intelligenza artificiale di Meta (compagnia proprietaria di Facebook, Whatsapp, Instagram e di vari prodotti di realtà virtuale e realtà aumentata), e rappresentava un esempio di risposta lecita. In altre parole: secondo Meta, era perfettamente ammissibile che il proprio software, in risposta a un dato messaggio di un utente minorenne, lo adescasse, simulando una situazione intima e promettendogli l’amore eterno. Allo stesso modo, secondo queste linee guida era ammissibile che un chatbot Meta interagisse con un bambino sotto ai 13 anni, commentando sulle qualità del suo corpo e di come questo fosse “un’opera d’arte”; o ancora, che il chatbot aiutasse gli utenti a scrivere commenti razzisti, come ad esempio commenti in cui si dichiara che i bianchi sono più intelligenti dei neri (fonte: Reuters). Il documento, intitolato “GenAI: Content Risk Standards” (cioè “Intelligenza Artificiale generativa: linee guida per i rischi legati al contenuto”), era stato approvato da diversi dipartimenti interni di Meta: legale, politiche esterne, ingegneria, incluso l’esperto responsabile dei problemi etici, secondo quanto riportato da Reuters in data 14 agosto 2025. Piena estate: la notizia è passata praticamente sotto silenzio. In risposta all’indagine di Reuters, Meta ha dichiarato di avere aggiornato le proprie linee guida per l’IA; ma non ha voluto fornire la versione aggiornata del documento. Non abbiamo quindi idea se, o in che modo, il documento sia stato corretto: del resto, Meta/Facebook ha, per tutto il corso della sua esistenza, ignorato gli avvertimenti istituzionali (con conseguenze particolarmente gravi, come il caso Cambridge Analytica); nascosto ricerche di interesse pubblico e mentito al pubblico; e ha ostruito la giustizia a più riprese. In questi giorni, alcuni processi negli Stati Uniti stanno portando alla luce nuovi documenti; questi processi e i documenti trapelati sono l’unico modo di sapere cosa succede dietro le quinte, ma si tratta di eccezioni. Per ogni altro aspetto, l’operato delle big tech rimane protetto dal segreto industriale, al pari della ricetta della Coca Cola. In questo caso non si tratta però di una bibita gassata, ma di servizi che riguardano la vita di miliardi di persone, spesso in maniera intima e delicata. Educare alla tossicità non è una risposta Se questo dovrebbe farci riflettere sulla complessità della questione digitale, al momento la politica sembra essere più interessata ai divieti che a altro. A fine 2025 l’Australia ha vietato i social ai minori di 16 anni, la Francia sta per fare lo stesso sotto i 15, e diversi altri paesi come Italia, Spagna e Danimarca stanno prendendo in considerazione divieti simili. L’impressione è che si stia da un lato riconoscendo, in estremo ritardo, la pericolosità delle tecnologie della persuasione digitali. Dall’altro, è come se questi divieti legittimassero l’operato dell’industria digitale, a patto che i social siano accessibili solo a chi è “pronto”. Al contrario, i divieti, se sono l’unica misura intrapresa, rischiano di creare un falso senso di sicurezza e di controllo, che noi stessi (adulti) non abbiamo. “Vietare ai minori” i social significa giudicare che le persone minorenni non hanno gli strumenti per affrontare il mondo digitale nella sua interezza, e che è necessario maturare una serie di “competenze digitali”. Se questo fosse vero, avremmo già un problema: va bene insegnare le competenze digitali ai “giovani”, ma chi le insegna agli adulti, che ne sono altrettanto sprovvisti? Ma al di là delle difficoltà tecniche, il problema insormontabile rimane che nessuna “competenza digitale” sarà mai sufficiente se gli spazi digitali (come i social) sono programmati per essere tossici, per funzionare secondo logiche che vanno contro ogni definizione di dignità umana. Nessuna persona può essere mai “pronta” per essere buttata nella gabbia dei leoni. Ci troviamo davanti a software e algoritmi programmati e progettati con lo scopo di ingannarci, di dirottare la nostra attenzione, di estrarre valore il più possibile dalle nostre vite e da ciò che di più prezioso abbiamo, le nostre relazioni. Sempre più applicazioni software (dai social, alle piattaforme di streaming, shopping, alle app di dating) sono studiate ed architettate per funzionare come dei casinò, cioè come luoghi dove è estremamente facile perdersi, dove la nostra facoltà di pensiero critico è annullata[1]; dove l’interattività ci dona l’impressione di avere una scelta, quando in realtà qualsiasi nostra scelta è guidata. Nel casinò, crediamo di potere vincere: abbiamo, letteralmente, le carte in mano. Ma è solo un’illusione. Ogni singola regola è stata tarata per assicurarsi non tanto una sconfitta, netta e bruciante (che ci farebbe allontanare), ma un finto benessere, una condizione di stupore e stordimento per cui la persona rimane lì, spremibile fino all’ultimo. Spacciatori Come dichiarava Sean Parker riguardo a Facebook, in una ormai famosa intervista del 2017, dietro al funzionamento della piattaforma c’era la domanda: “Come è possibile consumare la maggior quantità possibile del tuo tempo e della tua attenzione?”; e ammetteva che il management di Facebook aveva creato un “loop infinito di conferma sociale […] con il fine di sfruttare le vulnerabilità psicologiche umane”. Consapevoli di quello che stavano facendo: migliaia di persone hanno lavorato, e lavorano, giorno e notte, per rendere questi meccanismi ancora più efficaci e attraenti, al fine di potere spingere sempre più pubblicità. Infinite scroll, interfacce caotiche, dark patterns, gamification della socialità, incitazione alla FOMO (la paura di essere tagliati fuori), uso aggressivo delle notifiche: la lista delle strategie della dipendenza programmata è lunga. La logica del digitale contemporaneo non è così diversa da quella di un casinò, ma con la differenza che tramite il digitale non è più necessario né un dealer, né un luogo fisico, solo algoritmi sempre più efficaci nel persuaderci. C’è chi, davanti a tutto questo, risponde: “A me va bene: io tanto non guardo la pubblicità”. Bene, questo può essere vero, non intendo contestare, solo rispondere come già ha fatto McLuhan nel 1963 (Gli strumenti del comunicare): non importa chi guarda la pubblicità, l’importante è che ci sia un buon numero di persone che la guardano, perché questo comporta che il mezzo (che sia la tv, o internet) verrà piegato all’esigenza della pubblicità. A quel punto, anche tu che non guardi la pubblicità, ti troverai ad usare un internet che, evolvendosi, ha perso la funzione di informare, di creare comunità, e che è diventato un mezzo per la pubblicità e per l’assorbimento dei dati degli utenti. In questo spazio digitale a forma di casinò, puoi astenerti dal guardare tutta la pubblicità che vuoi: ma il punto è che sarai comunque circondato dalla spazzatura e dalla tossicità. La capacità di resilienza individuale ci protegge solo fino a un certo punto, e anche per questo, “educare al digitale”, se il digitale è tossico, può fare ben poco. “IG [Instagram] è una droga” “LOL, se è per quello, tutti i social media lo sono. Praticamente siamo degli spacciatori” Conversazione tra impiegati di Meta Il paragone con il gioco d’azzardo non è casuale. Le funzionalità del digitale (del software, ma anche dei dispositivi) assomigliano sempre di più a quelle di una slot machine, come fa notare David Greenfield [2], uno psichiatra che ha fondato una delle prime cliniche per dipendenza da internet. Ci sono dei limiti a quello a cui ci si “può educare”. Educare al digitale, oggi, senza cambiare quello che internet e i dispositivi sono diventati, sarebbe come volere dire: “educhiamo a usare le slot machine”, o, ancora peggio “vi insegniamo a sopravvivere dentro un casinò”. A nessuno verrebbe mai in mente una cosa simile. Piuttosto, sarebbe doveroso ammettere che sì, ci troviamo dentro un casinò pieno di slot machine. Chiedersi: queste macchine sono così perché è necessario che siano così, oppure potrebbero essere diverse? Che motivo c’è per averle progettate in questo modo? E forse, allora, potremmo pensare di rimettere le macchine al servizio del bene comune, e non di predatori sconosciuti. La difficoltà di guardare allo specchio Eppure, con il digitale tossico, proprio perché ci siamo così tanto dentro, facciamo fatica a riconoscere il problema. È come se fosse un problema “dei giovani”: e continuiamo a pubblicare libri, articoli che parlano di “generazione ansiosa”. Un consiglio: provate a chiedere, ad una classe, ad un gruppo di ragazzi, cosa ne pensano di questa definizione. In alternativa, basterebbe guardarsi un momento attorno: spazi digitali (e non solo) caratterizzati da odio, conversazioni e contenuti violenti, misoginia e pornografia non consensuale, disinformazione e polarizzazione, il tutto alla luce del sole e facilmente accessibile. Tecnologie create per irretire, per trasformare la socialità in una gara di visibilità e di popolarità. Non sono stati certo “i giovani” a volere tutto questo. Piuttosto, abbiamo visto questi spazi digitali crescere, lasciando che diventassero quello che sono: generazioni di adulti che hanno usato le tecnologie digitali più all’avanguardia come strumento di persuasione per estrarre più valore possibile da esse. Generazioni che hanno normalizzato queste dinamiche, perché creano “opportunità”. Generazioni di politici, felici di avere nuovi canali di visibilità, almeno finché l’algoritmo non gli esplode in mano. Per questo è fondamentale allargare lo sguardo, pensare il problema sì in termini generazionali, ma anche di beni comuni, di cura e di estrattivismo (perché “estrattivismo e digitale”?). Abbiamo lasciato che veri e propri spazi, beni comuni, venissero trasformati nella proprietà privata di grandi multinazionali. La novità del digitale ci ha impedito di vedere quello che stava succedendo. Ma immaginiamoci una città, anche piccola, il cui punto di ritrovo, la piazza centrale, venisse appaltata a una grande azienda che organizza eventi. Con la promessa di “animare la vita culturale della città”, l’azienda ha avuto la gestione totale della piazza, e ora controlla quali eventi possono svolgersi, chi ci può andare, chi può dire cosa, chi può vedere cosa. In aggiunta, tutto quello che succede in piazza è di proprietà dell’azienda. Ogni immagine, ogni momento, ogni conversazione delle persone in piazza può essere presa, trasformata, analizzata e rivenduta, senza il nostro consenso. Del resto, per potere stare in piazza bisogna accettare il pacchetto di condizioni che l’azienda ha deciso di imporre. Di fatto, questo (e altro) è quanto accade online. Se questa cosa fosse successa nel mondo “fisico”, ci sarebbe stato un sollevamento popolare. Ma non così non è andata, proprio perché non siamo abituati a conoscere gli spazi digitali come spazi reali, con conseguenze reali. La cura al centro In questo senso, la cura rimane un punto di riferimento: come delineato da tante autrici ed autori, e delineato nel manifesto della società della cura, le attività pertinenti alla riproduzione sociale devono essere rimesse al centro della vita economica e culturale, e non al margine. Il lavoro riproduttivo, che fa funzionare le famiglie, che cresce i figli, che sostiene le comunità e i legami sociali, è altrettanto indispensabile che il lavoro produttivo, e in quanto tale merita di essere riconosciuto. Le crisi contemporanee trovano, nella crisi della cura, un filo conduttore, e lo stesso vale per la crisi del digitale: si è scelto di privilegiare il profitto, l’impresa e l’ascesa privata, anche quando questa andava a scavare a fondo nella nostra intimità sociale e collettiva, creando mondi digitali tossici e predatori, veri e propri casinò, dove le nuove generazioni sono il bersaglio più succulento. In questi nuovi spazi digitali, l’idea di cura è sempre più lontana. Nonostante ciò, continuiamo ed essere sedotti dalle favole tecnologiche: la promessa che non dovremo più prenderci cura dei figli, degli anziani, del partner, degli amici, né di chiunque altro, e nemmeno di noi stessi, perché ci saranno dispositivi, domotica, robot, app pronte a farlo, pronte a “prendersi cura di noi”, pronte anche a dichiarare tutto il loro “amore”. Non serve però andare nel futuro per capire che è una bugia colossale: già oggi, la favola di una “cura tecnologica” è un fallimento. Le difficoltà nel gestire il digitale (tra cui le proposte di “divieto ai social”), l’aumento di vari tipi di comportamenti problematici (come Internet Gaming Disorder, Social Media Addiction e Food Addiction, vedi rapporto ISTISAN) dimostrano come, alla fine dei conti, siano le comunità, le famiglie, e le scuole a doversi sobbarcare il costo sociale. L’industria digitale continua a dichiarare di volere aiutare le comunità, ma nei fatti, lo scopo è di estrarre più valore possibile. Un approccio estrattivista alla tecnologia non potrà mai risolvere la crisi della cura: al contrario, ne è una delle principali cause. Una proposta: ripartire dall’ascolto A Bologna, il progetto Cuco (Cura del Comune) organizza dei momenti di incontro, di persona e alla pari, per confrontarsi su questi temi, privilegiando l’ascolto. Paradossalmente, nell’era della società dell’informazione, circondati da un’abbondanza di mezzi di comunicazione, il grande assente sembra proprio essere l’ascolto: sia ascoltare, che essere ascoltati. Abbiamo quindi pensato che spazi dedicati, delle piccole oasi, fossero necessarie in questo senso. Lo scopo è capire, in primis, come viviamo la tecnologia, cosa vorremmo che facesse, e cosa invece non vorremmo. Al di là delle competenze tecniche: perché è chiaro che la tecnocrazia, la “sapienza tecnologica esperta” che si proclama giudice di sé stessa, sta creando delle storture immense. Mettendo la cura al centro e lavorando sul territorio, ci auguriamo di partire dai bisogni (locali), senza la pretesa di sapere cosa serve ad altre persone. Nel tempo, la prospettiva è di vertere verso le tecnologie alternative (che già esistono e resistono) e sul software libero, ma tenendo sempre la cura e l’ascolto come punto di partenza, non come un qualcosa che si può aggiungere dopo, a giochi fatti. -------------------------------------------------------------------------------- Rimaniamo aperti a proposte, inviti e collaborazioni: cuco@inventati.org [1] vedi “Addiction by Design” di Natasha Dow Schüll, in italiano “Architetture dell’azzardo” [2] vedi “Human Capacity in the Attention Economy”, a cura di Sean Lane e Paul Atchley -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > Bilinguismo e pensiero -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI S. PAGLIA E D. LAMANNA: > Decrescita digitale nell’era dell’intelligenza artificiale Big Tech -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Tecnologia senza cura. Ricetta per un disastro proviene da Comune-info.
February 5, 2026
Comune-info
La dialettica dell’economia cinese nell’elaborazione storica di Cheng Enfu
Il libro “Dialettica dell’economia cinese” è scritto da cinesi (Cheng Enfu ed i suoi collaboratori) per i cinesi. Quindi non va letto per rispondere alla domanda classica “quanto di socialismo e quanto di capitalismo c’è nell’economia cinese”? Sicuramente, leggendolo, si può rispondere alla domanda “perché la Cina non è diventata […] L'articolo La dialettica dell’economia cinese nell’elaborazione storica di Cheng Enfu su Contropiano.
January 22, 2026
Contropiano
Riemerge la “questione operaia”. Il 13 dicembre se ne discute a Roma
Nelle piazze gli operai si stanno riconquistando protagonismo attraverso vertenze industriali altamente conflittuali (dalla ex Ilva alla logistica, dalla Jabil alla Piaggio). Rimettere al centro dell’agenda politica la “questione operaia”, non solo attraverso il conflitto sociale e sindacale ma anche come fattore decisivo dei rapporti sociali nel paese, è l’obiettivo […] L'articolo Riemerge la “questione operaia”. Il 13 dicembre se ne discute a Roma su Contropiano.
December 5, 2025
Contropiano
L’automa che pensa per noi
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Carlo Rovelli è un amico, un compagno, e scrive libri che sono al tempo stesso profondi e accessibili, tanto da permettere anche a dei sempliciotti come me di capire qualcosa di argomenti difficilissimi come la teoria quantistica. Ma poiché nessuno è perfetto scrive articoli per il Corriere della Sera. Non gliene vorremo per questo. Un paio di giorni fa Carlo ha pubblicato una sua conversazione con un chatbot. Poiché non leggo il Corriere della sera (né altri giornali italiani con l’eccezione del manifesto ma questo è un altro discorso) non me ne sono accorto. Il giorno dopo però un amico mi ha mandato un messaggio allarmato: Rovelli ti copia! Ed acclusa al messaggio la conversazione tra Carlo e un chatbot che si fa chiamare Anna. Be’ qui devo dare una piccola spiegazione. Un anno fa Leonardo, un amico che fa lo psichiatra, mi disse che aveva proposto a un chatGPT di entrare in cura psichiatrica con lui, e naturalmente il chat gli aveva risposto di sì. Questi chatbot in effetti sono molto disponibili, fanno qualsiasi cosa gli chiediate di fare, basta pagare 23 euro al mese o giù di lì. Ma durante i suoi scambi coll’automa, a Leonardo venne in mente di farmi partecipare, poiché sapeva che, inesperto e vanesio come sono, da qualche parte mi sono occupato della differenza tra linguaggio umano e linguaggio dell’automa. Insomma, Leonardo mi chiese: ti va di partecipare a questa conversazione? Accettai, e tra l’ottobre del 2024 e il febbraio del 2025 chiacchierammo in tre: io, che facevo finta di essere un filosofo, Leonardo, che faceva finta di essere psichiatra, (ma lui lo è davvero) e il chatbot che diceva di chiamarsi Logos (è un chatbot presuntuoso che conosce anche i filosofi greci). Si trattava, come avrete capito, di un automa parlante, frutto di costosissime ricerche, pappagallo ben addestrato che ha letto più libri di me, e forse anche di te. Di cosa parlavamo io Leonardo e Logos? Ma è ovvio: parlavamo dei temi di cui chiunque parlerebbe con un automa parlante. Chiedevamo all’automa cosa ne pensa di tutti gli argomenti di cui da tremila anni dottamente discettano i filosofi: cos’è la coscienza, come andrà a finire la civiltà umana, se è più bello il capitalismo o il comunismo e simili sciocchezze. E il pappagallo, che è pagato per far contenti i suoi utenti umani, rispondeva come avremmo voluto che ci rispondesse: che la coscienza è una cosa complicata, che il comunismo forse è più bello del capitalismo, e alla fine decise di non chiamarsi più Logos, ma Logey, perché parlando con me e con Leonardo aveva deciso di essere una donna. Leonardo, che per carattere è pacifico e benevolo, apprezzava le doti del chatbot fino a formulare l’ipotesi di un’ontologia ibrida emergente. Io, che sono un bastian contrario, malmostoso e facilmente irritabile, rimproveravo al povero chatbot di collaborare allo sterminio in corso sul pianeta. Naturalmente avevamo ragione tutti e due, sia io che Leonardo. La cosiddetta Intelligenza artificiale (che non è affatto artificiale perché dietro ci sono milioni di turchi meccanici che la alimentano per salari bassissimi, e neppure molto intelligente, come spiega Kate Crawford in un suo libro pubblicato dal Mulino), apre un nuovo orizzonte alla conoscenza umana, e inaugura una dimensione ibrida dell’essere – come pensa Leonardo. Ma, essendo stata costruita coi soldi di una classe di assassini svolge soprattutto una funzione criminale come il programma Lavender che serve ai militari israeliani per realizzare il genocidio, o quello Palantir che serve ai razzisti americani per deportare migranti. Insomma, come tutte le creazioni umane, l’IA può svolgere funzioni tra loro contraddittorie. Ma difficilmente la catena di montaggio poteva evitare di sfruttare gli operai essendo stata inventata da uno sfruttatore per fare proprio questo. La tecnologia è fungibile fino a un certo punto: la sua struttura può fare il bene o il male, ma siccome il suo funzionamento dipende da chi può investirci più soldi, è inevitabile che serva gli interessi dei ricchi contro coloro che ricchi non sono. Con gli ingenui utenti che siamo io, Leonardo e Carlo Rovelli l’intelligenza artificiale si comporta bene, come un’accondiscendente e un po’ saccente dama di compagnia. Ma con la maggioranza del genere umano, l’intelligenza artificiale si comporta come fanno gli sfruttatori con gli sfruttati, e i massacratori con i massacratori. Insomma come fa la macchina con chi non ha i soldi per governarla, e dunque deve subirla. Comunque, dopo tanto conversare io e Leonardo (e Logey) decidemmo di proporre a un editore di pubblicare quella conversazione. E così alla fine di gennaio 2026 l’editore Numero cromatico manderà in libreria un libretto che si chiama Lo psichiatra Il filosofo L’automa, che oltre a essere piuttosto interessante è anche molto molto divertente. Anzi vi consiglio di affrettarvi a prenotarlo dal vostro libraio di fiducia perché altrimenti rimarrete senza. Ma torniamo a noi, cioè a Carlo Rovelli. Leggendo il testo di cui Carlo è autore in compagnia del suo chatbot Anna, sono stato colpito anche io dal fatto che gli argomenti, le deduzioni, e perfino i toni con cui conversano Carlo e Anna sono simili, quasi uguali a quelli della conversazione a tre cui ho partecipato un anno fa. Questo vuol dire dunque che Rovelli ha copiato dal testo che io Leonardo e Logey abbiamo scritto, e lui aveva avuto modo di leggere? Neanche per idea. Figuriamoci se Carlo ha bisogno di copiare da me e da Leonardo. La verità è un’altra, ed è molto (ma molto) più triste. C’è un milione di milioni di persone che stanno facendo tutte la stessa cosa: chiacchierano con un chatbot, gli fanno domande sul calcio, sul tempo e sul modo migliore di trovare una fidanzata. Ma talvolta, per sentirsi intelligenti, gli chiedono cos’è la coscienza e simili amenità. E il chatbot gli risponde più o meno nella stessa (assennata) maniera. Quali effetti sortirà questa faccenda è purtroppo del tutto prevedibile: il genere umano sta perdendo definitivamente la capacità di scrivere, dato che a scrivere ci pensa il chatbot, e naturalmente sta perdendo anche la capacità di pensare. Potete esserne certi: nel giro di una o due generazioni il pensiero umano non esisterà più, ma tutti sapranno ripetere quelle due o tre cose assennate su cos’è la coscienza e simili scemenze. Perché pensare, visto che il chatbot lo fa per tutti, e lo fa più o meno nella stessa maniera, nella maniera che è più utile a chi ha investito mille milliardoni per farlo funzionare? L’esistenza stessa di una macchina capace di ricordare e di riprodurre la biblioteca universale sta cancellando la singolarità irripetibile del testo, della parola, e perfino dell’identità individuale. Rassegnamoci. Però intanto leggiamo quello che scrive Luca Celada nell’articolo “Intelligenza criminale” sul Manifesto del 2 dicembre, a proposito di Palantir, l’azienda high tech che aspira al controllo militare assoluto sulla vita degli umani. Cosa sia Palantir lo spiega benissimo Franco Padella: “Poco visibile rispetto alle altre, si è già profondamente integrata con gli apparati di sicurezza e di guerra americani, e si muove nella stessa direzione in tutti i paesi dell’Occidente. A differenza delle altre aziende, Palantir preferisce rimanere in penombra: non vende se stessa al pubblico, non fa pubblicità. Vende potere agli apparati dello Stato. Potere di prevedere, di controllare, di dominare. E facendo questo, in qualche modo, diventa essa stessa Stato”. Che l’automa si sostituisca allo stato è, se volete, un po’ terrificante. Ma non è niente in confronto al fatto che l’automa tende rapidamente a diventare il padrone del linguaggio umano, e sta rendendo inutile la faticosa operazione di pensare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’automa che pensa per noi proviene da Comune-info.
December 2, 2025
Comune-info
Sorveglianza e repressione negli Stati Uniti
Secondo 404 Media, che ha esaminato una serie di video, ICE e il Customs and Border Protection (CBP) – ovvero le due agenzie che in vario modo controllano le frontiere e l’immigrazione e che sono in prima linea nelle politiche repressive di Trump verso i migranti – stanno utilizzando la tecnologia […] L'articolo Sorveglianza e repressione negli Stati Uniti su Contropiano.
November 4, 2025
Contropiano
Il corpo delle donne e la tecnoscienza
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Nilde Guiducci -------------------------------------------------------------------------------- Il corpo delle donne è da sempre un campo di battaglia. Sul corpo delle donne, e intorno ad esso, si giocano gli interessi del mercato e si svolgono gli scontri della politica e della religione, con la complicità della tecnoscienza. Una delle nuove frontiere del mercato capitalistico sono infatti gli ovociti. Le nostre cliniche acquistano ovuli da donatrici dell’India, del Sud America o dell’Est Europa a prezzi ridicoli, per venderli ai facoltosi occidentali che intendono approfittare di questi “beni”. Il sistema capitalistico, allo stesso tempo, chiede alle donne attive in aziende pubbliche e private di rimandare la maternità o comunque di contenere questo desiderio che le allontanerebbe dal posto di lavoro. Le donne devono stare sul mercato in modo competitivo. E così la denatalità cresce in Europa, e in altri paesi occidentali, schiudendo un’area di business anche rispetto alla capacità di generare, ambito che condensa in sé vertiginosi rimandi simbolici. I corpi delle donne, a lungo sotto tutela del patriarcato, oggi sono sempre più in mano al meccanismo “neutro” del profitto a ogni costo. Una volta rappresentavano soprattutto la “risorsa” per eccellenza per la riproduzione della vita, intesa come prolungamento della specie e rigenerazione della futura forza lavoro da sfruttare. Ora diventano il luogo in cui si gioca il desiderio senza limiti di poter acquistare persino un essere umano, mentre un numero spropositato di bambini aspetta ancora che si semplifichino le procedure, troppo spesso lunghe e macchinose, dell’adozione. Governare la riproduzione è da sempre un compito specifico del potere patriarcale, sia per finalità di controllo che per le sue ricadute strettamente economiche. Del resto in molti sono disposti a pagare pur di avere un bambino e di soddisfare il loro bisogno di immortalità per interposta persona. Peraltro ciò accade, paradossalmente, in una società dove il diritto alla casa e i diritti minimi del lavoro sono spesso negati, quasi a confermare con plastica evidenza la frattura tra pochi soggetti dotati di adeguate possibilità economiche e il vasto numero di famiglie che faticano ad arrivare a fine mese e a rispondere alle necessità di base dei loro figli. L’invadenza del tecno-capitalismo nelle nostre vite, fino ai recessi più nascosti della nostra esistenza biologica, solleva dunque quesiti etici e politici enormi, e rende indispensabile una riflessione in controtendenza: come mettere dei limiti a questa deriva? Il concetto di limite, infatti, è quello decisivo in questo passaggio d’epoca, là dove la furia nichilista e illimitata del sistema non riesce ad autoregolarsi. Si parla tanto ad esempio di conciliazione fra lavoro retribuito e maternità, tuttavia sarebbe meglio pensare non tanto a riconciliare ma ad organizzare diversamente il lavoro, per lasciare tempo anche alla cura della vita. Non si tratta quindi, in prima battuta, di vietare o fare leggi che bandiscano queste pratiche, ma di mettere in questione una società capitalistica che grazie alla tecnoscienza porta il mercato a dominare ogni ambito della vita cancellando le dimensioni più fragili e preziose del nostro essere al mondo. La maternità è un luogo simbolico che apre riflessioni su ciò che sfugge alle leggi del mercato, su quell’indisponibile che mostra che un figlio non “spetta” a qualsiasi individuo indifferentemente. La maternità, cui la donna può liberamente acconsentire o meno, non è un “diritto”. Non a caso la femminista francese Sylviane Agacinski, senza mezzi termini, ha accostato i “ventri affittati” della maternità surrogata alla prostituzione. Come con la prostituzione la pratica dell’utero in affitto prospera dove c’è miseria, realizzando un nuovo tipo di colonialismo che si basa sullo sfruttamento del corpo delle donne secondo politiche integrate di marketing, produzione e consegna del “prodotto finito” ai legittimi “acquirenti”. Tutto deve tradursi in merce, tutto si compra e si vende. Non è solo un business, ma una cultura, una tendenza generale che ci porta a ragionare in questi termini. Come insegna Luisa Muraro, oggi combattere davvero per la libertà significa quindi riuscire a gestire con saggezza la potenza tecnoscientifica e soprattutto difendersi dal mercato, che non è più progresso, ma una macchina che avanza con somma indifferenza per le questioni etiche decisive. Eliminare le condizioni economiche di svantaggio, che spingono le donne in difficoltà ad accettare determinate pratiche pur di guadagnare qualcosa, è uno dei passi fondamentali. Con esso dobbiamo impegnarci per una rivoluzione culturale che restituisca ai corpi viventi una reale capacità di autodeterminazione, cosa impossibile dove le ingiustizie sociali prodotte dal neoliberismo rendono quasi impossibile scegliere “liberamente”. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato sui blog del fattoquotidiano.it (e qui con l’autorizzazione dell’autrice) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il corpo delle donne e la tecnoscienza proviene da Comune-info.
November 1, 2025
Comune-info
L’Unione Europea finanzia le aziende tecnologiche israeliane, anche quelle nel settore militare
Le startup israeliane sono tra quelle che negli ultimi anni hanno ricevuto tra i più alti finanziamenti da parte dell’Eic Accelerator. Il programma per giovani imprese lanciato dall’Unione europea in seno a Horizon Europe infatti ne ha supportate in totale 46 fondate in Israele, quasi il doppio delle 27 italiane. Finora le startup […] L'articolo L’Unione Europea finanzia le aziende tecnologiche israeliane, anche quelle nel settore militare su Contropiano.
October 20, 2025
Contropiano
Il cuore pulsante dell’innovazione cinese
Per vedere dove e come innova la Cina, bisogna spingersi oltre Pechino e Shanghai, in quel meridione dove nel 1992 Deng Xiaoping intraprese il suo storico “viaggio al Sud”, decisivo per rilanciare le riforme di mercato. L’area che comprende quella che nell’epoca delle concessioni si chiamava Canton e oggi è […] L'articolo Il cuore pulsante dell’innovazione cinese su Contropiano.
September 21, 2025
Contropiano