Castel Volturno, in ventimila in corteo contro i CPR: «Né qui né altrove»

Progetto Melting Pot Europa - Monday, October 26, 2026

Sabato 24 ottobre ventimila persone hanno attraversato Castel Volturno, in provincia di Caserta, contro il CPR da 120 posti che il governo Meloni vuole costruire nel parco umido “La Piana”, il cui appalto è stato aggiudicato appena quattro giorni prima.

Oltre 200 organizzazioni avevano firmato l’appello del Comitato regionale campano «No CPR, né qui né altrove». In piazza, accanto al no alla detenzione, il caro vita e lo sfruttamento: «Sicurezza è salario, casa, servizi». Il giorno dopo, a Napoli, l’assemblea del Network Against Migrant Detention.

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«Né qui né altrove». Sabato 24 ottobre Castel Volturno, territorio abbandonato dallo Stato ma ricco di umanità, ha risposto in modo compatto e plurale al progetto di un nuovo Centro di permanenza per il rimpatrio nel parco umido “La Piana”, l’area protetta per la sua biodiversità dove il governo vorrebbe imporre il cemento. Il concentramento era fissato alle 13 davanti al Centro Fernandes, da trent’anni casa dell’accoglienza sul litorale domitio. Da lì il corteo ha sfilato per più di 5 km fino alla piazza del Municipio della cittadina.

Un corteo straordinario, arrivato poche settimane dopo la commemorazione della strage del 18 settembre 2008. Quel giorno il clan dei Casalesi uccise Antonio Celiento e sei lavoratori africani lungo la via Domitiana: Kwame Julius Francis, Affun Yeboa Eric, El Hadji Ababa, Jeemes Alex, Samuel Kwako e Christopher Adams. L’unico sopravvissuto, Joseph Ayimbora, testimoniò con coraggio contro gli assassini.

Il corteo si è mosso anche nel solco della memoria di Jerry Essan Masslo, il bracciante e attivista sudafricano assassinato a Villa Literno nel 1989. La sua morte diede vita al primo grande movimento antirazzista italiano.

In testa al corteo, una folta rappresentanza del Comitato e del Movimento migranti e rifugiati di Caserta. Dietro, uno spezzone dopo l’altro, le diverse organizzazioni, i collettivi, le realtà ecclesiali, i sindacati, le associazioni antirazziste, gli spazi sociali, le reti che da anni monitorano i CPR – tra cui il Network Against Migrant Detention – arrivate da tutta Italia.

Una risposta che è venuta soprattutto dal territorio, dalle reti antirazziste e dai movimenti di migranti e rifugiati di Caserta e Napoli. In tantissime e tantissimi hanno raggiunto Castel Volturno nonostante le difficoltà del viaggio, rese ancora più pesanti dal caro benzina: per molte persone arrivare fin qui ha significato costi e sacrifici non da poco, segno di quanto questa mobilitazione fosse sentita.

Molto lo si deve al primo appello, in aprile, lanciato da monsignor Pietro Lagnese, vescovo di Caserta e arcivescovo di Capua, che fu tra i primi a denunciare l’inumanità dei CPR guidando una vasta mobilitazione ecclesiale e civile nel territorio.

Da lì è cresciuta un’alleanza riunita nel Comitato regionale campano “No CPR, né qui né altrove”, che dopo mesi di assemblee, concerti e catene umane ha portato in strada la parola d’ordine che le dà il nome.

Con Lagnese hanno sfilato altri sei vescovi. Prima della partenza si sono raccolti sul luogo della strage, dove sul muro restano ancora visibili i colpi di kalashnikov, proponendo di realizzare lì un memoriale al posto del CPR. Dal camioncino in testa al corteo l’arcivescovo di Napoli, cardinale Domenico Battaglia, ha poi detto che “il problema non sono gli immigrati ma le disuguaglianze e le mafie”.

Dal camion di testa, i portavoce del Comitato e delle tante organizzazioni presenti hanno ribadito le tante ragioni per essere in piazza: «Siamo 20mila contro questo governo fascista, contro chi vuole rinchiudere le persone nei lager. Nessuno è illegale».

Il CPR di Castel Volturno si inserisce nel piano del governo per sei nuovi centri (Trento, Bolzano, Aulla in provincia di Massa-Carrara, Crotone e Bologna) e nell’attuazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che fa del trattenimento e delle procedure accelerate l’architrave di un sistema che abolisce di fatto il diritto di asilo e punta sul binomio detenzione di massa e deportazione.

Le rivendicazioni hanno messo insieme tanti “No”, dal CPR, al Patto europeo su migrazione e asilo e ai nuovi centri PAF; la contrarietà alle guerre, il ricordo dei morti in mare, ma anche anche la denuncia del carovita e dello sfruttamento lavorativo. Ogni “no” ha però tratteggiato anche tanti sì: dal permesso di soggiorno slegato dal ricatto del contratto di lavoro fino alla libertà di circolazione per tutte e tutti.

Pochi giorni prima del corteo, il 20 ottobre, Invitalia ha aggiudicato l’appalto per il CPR campano, dalla progettazione esecutiva all’esecuzione dei lavori. Come ha ricostruito Altreconomia, tra le 19 offerte presentate ha vinto la cordata guidata dalla Ge.Di Group Spa di Altamura, parte del consorzio stabile Conpat Scarl, insieme a studi di architettura e di ingegneria campani.

Con un ribasso del 25% sui lavori, si è passati da una base d’asta di 43,3 milioni di euro a 31,4 milioni, cioè circa 260 mila euro per ognuno dei 120 posti. Su indicazione del Viminale, la gara si è svolta “in deroga ad ogni disposizione di legge diversa da quella penale”, come consente il decreto Cutro, che ha equiparato i CPR alle opere per la difesa nazionale. Di conseguenza, i requisiti di chi ha vinto verranno verificati solo in corso d’opera. 

Inoltre, i 63 ettari del parco, un’area preziosa per il transito degli uccelli migratori e compresa nella Zona a protezione speciale istituita dalla Regione Campania, verranno cementificati senza alcuna valutazione di impatto ambientale. Il progetto ripropone il modello del Panopticon di Jeremy Bentham: moduli disposti in cerchio e un ballatoio rialzato da cui le forze dell’ordine sorvegliano dall’alto. Secondo i tempi fissati dalla gara, la struttura dovrebbe essere pronta entro la fine del 2028.

Dal camion è stato ridadito che “questi 43 milioni vanno spesi per il territorio, per i servizi, la scuola, la salute – a partire dalle bonifiche ambientale, la sanità». Sui cartelli e negli interventi questa cifra è stata messa accanto a quelle che le famiglie del territorio conoscono a memoria: l’affitto, la bolletta della luce, il carrello della spesa, il prezzo del biglietto di un autobus che spesso non passa.

Il caro vita, qui, non fa distinzioni di passaporto. Le famiglie italiane e quelle migranti di Castel Volturno condividono gli stessi salari fermi, gli stessi affitti in nero, la stessa assenza di asili, presidi sanitari, trasporti pubblici.

Mentre il costo della vita mette alla fame intere comunità, il governo sceglie di investire decine di milioni nella reclusione, dopo i fondi già impegnati per i centri in Albania. È la propaganda securitaria del governo contro la sicurezza sociale che il territorio chiede con posti di lavoro, sostegno al reddito, scuole, sanità territoriale. 

A Castel Volturno vive una delle comunità africane più grandi d’Italia. Molte persone lavorano nei campi della piana del Volturno, nell’edilizia, negli allevamenti, spesso a giornata e senza contratto. Per questo, è stato ribadito negli interventi, il CPR è collegato direttamente allo sfruttamento, anzi ne è il complemento.

Un sistema che chiude le vie d’ingresso regolari e lega il permesso di soggiorno al contratto produce irregolarità, e con essa lavoratrici e lavoratori ricattabili. La minaccia della detenzione e dell’espulsione rende quel ricatto efficace: chi rischia di finire in un CPR teme di denunciare lo sfruttatore e rivendicare un salario dignitoso, e se decide di lottare per i suoi diritti può essere facilmente tolto di mezzo.

Il Comitato campano ha inoltre avanzato tre richieste. La sicurezza sociale, anzitutto: risorse per i servizi, il lavoro, il sostegno al reddito, i trasporti, le famiglie e le persone più fragili. La cura del territorio e dell’ambiente: bonifica dei suoli, tutela dei fiumi, difesa dei litorali, contrasto agli sversamenti e all’abusivismo, restituzione alla comunità degli spazi sottratti alle mafie. E il cambiamento delle politiche migratorie: superare respingimenti e reclusione, per una politica fondata sulla lotta alla povertà, sugli ingressi regolari, sul permesso di soggiorno, sul diritto d’asilo, sull’accoglienza e sul contrasto allo sfruttamento.

L’appalto è stato aggiudicato, ma il Comitato regionale campano nell’intervento finale ha annunciato che bloccherà l’iter per la realizzazione con qualsiasi mezzo necessario. Anche la Regione Campania si prepara a dare battaglia. Quella di sabato è stata una giornata importante, che può essere l’inizio di una stagione di lotte per tutto il movimento antirazzista italiano, che si oppone al peggiore governo di sempre e chiede un cambio radicale nelle politiche sull’immigrazione.

Domenica 25 ottobre la mobilitazione è proseguita a Napoli, all’ex Asilo Filangieri, con l’assemblea del Network Against Migrant Detention. Dopo la fondazione a Bologna il 13 ottobre 2024, l’assemblea transnazionale di Roma e le mobilitazioni in Albania, la rete è tornata a riunirsi. La scelta della Campania, all’indomani del corteo, è in perfetta continuità con i temi e le rivendicazioni che hanno attraversato le strade di Castel Volturno.

L’assemblea si è articolata in quattro tavoli di lavoro e in una plenaria conclusiva.

Il primo ha fatto il punto sui CPR in Italia e in Albania; il secondo sulla campagna «La cura non è reato» e sul coinvolgimento del personale sanitario; il terzo sul monitoraggio dell’attuazione del Patto UE, dalle procedure accelerate ai nuovi PAF; il quarto sullo sfruttamento lavorativo e sulle lotte di chi lavora. Nei prossimi giorni verranno diffusi il report dei tavoli e le proposte emerse dall’assemblea.

E chissà che le parole d’ordine che sabato hanno attraversato il litorale domitio non possano arrivare tra non molto a Roma perchè dignità, diritti e sicurezza sociale devono camminare insieme, per tuttə.