
La protesta contro Milei unisce le lotte per i diritti
Comune-info - Tuesday, October 20, 2026La difesa dell’università pubblica diventa il punto di incontro di una mobilitazione sociale più ampia contro le politiche di austerità del governo Milei. Nelle piazze argentine, studenti, lavoratori, pensionati, movimenti femministi e organizzazioni per i diritti delle persone con disabilità denunciano le conseguenze dei tagli alla spesa pubblica e rivendicano un modello di società fondato sull’accesso alla conoscenza, sulla giustizia sociale e sulla responsabilità dello Stato. Una protesta che va oltre la questione universitaria e interroga il futuro della democrazia argentina

La quinta Marcia federale universitaria ha riunito studenti, lavoratori e lavoratrici e movimenti sociali contro l’austerità della politica pubblica dell’era Milei. La protesta per l’università pubblica è diventata una battaglia per i diritti, la democrazia e la sovranità.
Il Congresso argentino è stato il centro di una giornata che avrebbe dovuto parlare di bilanci, leggi e numeri. Ma fuori dal Parlamento, nella piazza che si riempiva di studenti, docenti, lavoratori e lavoratrici, pensionati e organizzazioni sociali, la discussione era molto più ampia: quale Paese si sta costruendo sotto il governo di Javier Milei, e chi è destinato a pagarne il prezzo?
La quinta Marcia federale universitaria ha portato nuovamente migliaia di persone nelle strade di Buenos Aires e di numerose città argentine. Secondo gli organizzatori, circa un milione di persone ha partecipato alle mobilitazioni in tutto il Paese. Il motivo principale era chiaro: chiedere al governo di applicare la legge sul finanziamento delle università pubbliche, approvata dal Congresso e successivamente confermata nonostante il veto presidenziale.
Ma la manifestazione del 15 ottobre non è stata soltanto una protesta del mondo accademico o studentesco. Attorno alla difesa dell’università, pubblica e gratuita, si sono incontrate rivendicazioni diverse, accomunate dal rifiuto di un modello economico e sociale che considera la spesa pubblica un costo da comprimere, anziché uno strumento per garantire diritti.
Un’università sotto assedio
In Argentina, l’università pubblica è molto più di un’istituzione educativa. È una delle principali vie di accesso alla formazione superiore per chi proviene dalle famiglie lavoratrici, un luogo di produzione scientifica e culturale, uno spazio di mobilità sociale e di costruzione della cittadinanza.
Difenderla significa difendere l’idea che il diritto allo studio non debba dipendere dal reddito familiare. Significa anche tutelare la ricerca, la formazione professionale e la possibilità di sviluppare conoscenze al servizio della società, al di fuori delle sole logiche del mercato.
Dal suo insediamento, nel dicembre 2023, il governo di Milei ha imposto una politica di drastica riduzione della spesa pubblica. Il sistema universitario è stato investito da una crisi di finanziamento che ha colpito il funzionamento degli atenei, i salari di docenti e personale non docente e le condizioni materiali degli studenti. Secondo stime riportate dalla stampa argentina, il bilancio universitario ha subito una contrazione reale vicina al 25% dalla fine del 2023.
Il conflitto si è aggravato attorno alla legge sul finanziamento universitario, approvata dal Parlamento per recuperare parte delle risorse perse a causa dell’inflazione. Milei ha posto il veto, ma il Congresso ha successivamente confermato la norma. Nonostante ciò, l’esecutivo si è rifiutato di applicarla integralmente, richiamando l’obiettivo dell’equilibrio fiscale.
Anche la giustizia è intervenuta, ordinando al governo di rispettare gli obblighi previsti dalla legge. Eppure, al momento della mobilitazione, il contenzioso resta aperto e le risorse reclamate dalle università non sono state ripristinate nella misura richiesta.
La domanda che ha attraversato la piazza è quindi anche una domanda sul funzionamento della democrazia: che valore hanno una legge approvata dai rappresentanti eletti e le decisioni dei tribunali, se il potere esecutivo può rifiutarsi di applicarle?

Dalla protesta universitaria a una convergenza sociale: Unir las luchas
La partecipazione di sindacati, organizzazioni studentesche, centrali dei lavoratori e movimenti sociali ha dato alla giornata una dimensione che va oltre il conflitto tra governo e università.
Insieme alla comunità accademica si sono mobilitati rappresentanti delle persone con disabilità, famiglie indebitate, pensionati, organizzazioni popolari e settori contrari alle misure di deregolamentazione della proprietà terriera. Le due principali articolazioni della Central de Trabajadores de la Argentina (CTA), la Confederación General del Trabajo (CGT), l’Associazione dei lavoratori dello Stato e diverse organizzazioni politiche e sociali hanno sostenuto la mobilitazione.
Questa convergenza non cancella le differenze tra le organizzazioni né risolve le divisioni che attraversano l’opposizione argentina. Indica, tuttavia, un elemento politicamente significativo: le conseguenze dell’austerità vengono sempre meno percepite come problemi separati.
Il salario di un docente, il funzionamento di un ospedale, l’accesso alle cure e ai sostegni per le persone con disabilità, il costo dell’affitto e il diritto allo studio appartengono a uno stesso terreno di conflitto. Quando si riducono le risorse destinate ai servizi pubblici e alla protezione sociale, il peso delle difficoltà ricade sulle famiglie e sulle reti comunitarie, spesso già impegnate a compensare ciò che lo Stato non garantisce più.
Per questo la piazza del 15 ottobre ha assunto un significato più ampio: ha reso visibile una società nella quale la questione sociale non può essere ridotta a una somma di problemi individuali.
L’austerità non è neutrale
Ogni politica di bilancio produce effetti differenti a seconda della posizione che le persone occupano nella società. I tagli alla spesa pubblica non colpiscono tutti allo stesso modo: incidono con maggiore intensità su chi dipende dai servizi collettivi, dispone di redditi bassi o deve affrontare quotidianamente il lavoro di cura. Non è un caso che l’immagine del presidente Milei sia particolarmente negativa tra le donne argentine che storicamente si fanno carico dei lavori di cura sia nell’ambito domestico che comunitario.
Quando diminuiscono le risorse per l’istruzione, la sanità e le politiche sociali, una parte crescente delle responsabilità viene trasferita alle famiglie. E all’interno delle famiglie, in una società ancora attraversata da profonde disuguaglianze di genere, il lavoro aggiuntivo di cura e organizzazione della vita quotidiana ricade spesso sulle donne.
La crisi universitaria ha anche questa dimensione. L’accesso gratuito alla formazione superiore può rappresentare un’opportunità decisiva per donne e giovani provenienti dai settori popolari, comprese le persone che devono conciliare studio, lavoro remunerato e responsabilità familiari. La riduzione delle borse di studio, il deterioramento dei salari e le difficoltà economiche degli atenei possono trasformare un diritto formalmente riconosciuto in una possibilità sempre più difficile da esercitare.
La stessa logica attraversa l’economia popolare e solidale, le cooperative e le organizzazioni territoriali che sostengono la riproduzione quotidiana della vita. Quando arretrano le politiche pubbliche, questi spazi vengono spesso chiamati a intervenire con risorse limitate, mentre le persone che li animano devono affrontare condizioni di lavoro più precarie.
Da una prospettiva femminista, dunque, contestare l’austerità significa anche chiedersi chi sostiene materialmente la società quando lo Stato ritira il proprio sostegno. Significa riconoscere che la cura, l’educazione e la protezione sociale non sono questioni marginali, ma condizioni essenziali della vita collettiva.

Terra, disabilità e democrazia
La mobilitazione si è svolta mentre in Parlamento si tentava di riaprire il dibattito sul decreto di necessità e urgenza 70/2023, uno dei principali strumenti normativi del programma di deregolamentazione del governo. L’ufficialismo e i suoi alleati non hanno dato il quorum necessario e di conseguenza non si è potuto riaprire il dibattito.
Tra le questioni contestate figurava anche la modifica delle restrizioni all’acquisto di terreni rurali da parte di cittadini stranieri. Il decreto aveva abrogato le limitazioni previste dalla legge del 2011 sulla proprietà fondiaria rurale. Di fronte alla resistenza politica e sociale, il governo ha annunciato un passo indietro su questo punto, ripristinando i limiti precedenti attraverso modifiche normative.
La controversia mostra come il dibattito sull’austerità si intrecci con quello sulla sovranità. La terra non è soltanto un bene immobiliare: in un Paese con enormi risorse agricole e naturali, riguarda la produzione alimentare, il controllo del territorio, le comunità rurali e le possibilità di sviluppo futuro.
Nella stessa giornata, le organizzazioni che rappresentano le persone con disabilità hanno portato in piazza la richiesta di garantire i diritti e di prorogare l’emergenza del settore. Le famiglie indebitate hanno denunciato le difficoltà di sostenere il costo della vita. Altri manifestanti hanno contestato le politiche che indeboliscono le protezioni sociali e le condizioni di lavoro.
Non tutte queste rivendicazioni hanno la stessa storia o richiedono le medesime risposte. Ma la loro presenza simultanea ha mostrato quanto sia difficile separare la politica economica dalle condizioni concrete dell’esistenza.
La repressione come risposta
La risposta repressiva ha segnato il finale di una giornata nella quale la partecipazione di massa aveva reso visibile la portata del conflitto sociale. I lacrimogeni hanno raggiunto anche il palco, impedendo ai rappresentanti della comunità universitaria di leggere integralmente il documento conclusivo.
Gli scontri non devono cancellare il significato politico della mobilitazione,che ha dimostrato l’importanza di unire la protesta, di formulare risposte collettive a una crisi che non è solo economica ma anche sociale e culturale. Inoltre la manifestazione rappresenta un richiamo all’opposizione a essere piú attenta ai reali bisogni e a sforzarsi per costruire spazi di ascolto ed elaborazione di proposte.
Mentre, la risposta del governo è stata la violenza e la repressione; resta da interrogarsi sulla gestione dell’ordine pubblico e sulle condizioni che rendono possibile l’esercizio effettivo del diritto di protesta.
Il governo di Milei presenta l’equilibrio fiscale come il criterio fondamentale della propria azione. La sua politica promette di ridurre l’intervento statale e di affidare maggiori spazi al mercato ma la questione decisiva è chi si beneficia di questa trasformazione e chi ne sostiene i costi.
L’università pubblica costituisce un punto di osservazione privilegiato proprio perché mette in discussione l’idea che l’accesso alla conoscenza debba essere regolato esclusivamente dalla capacità individuale di pagare. La sua difesa riguarda non soltanto studenti e docenti, ma anche il futuro della ricerca, della produzione culturale e delle possibilità di sviluppo di un’intera società.
La marcia del 15 ottobre non ha risolto il conflitto, né ha cancellato le difficoltà dell’opposizione nel costruire un’alternativa politica condivisa. Ha però mostrato che il programma di Milei incontra resistenze che non possono essere liquidate come la difesa corporativa di singoli settori.
Dalle università ai luoghi di lavoro, dalle organizzazioni della disabilità ai movimenti sociali, una parte significativa della società argentina continua a rivendicare diritti collettivi e responsabilità pubbliche.
La sfida è trasformare questa convergenza in una forza capace di incidere sulle decisioni politiche, senza perdere la pluralità delle esperienze che la compongono.
Davanti al Congresso, la domanda non era soltanto quanto dovesse spendere lo Stato per le università. Era quale società l’Argentina voglia essere: una società nella quale l’istruzione, la cura e la conoscenza diventano privilegi sempre più difficili da raggiungere, oppure una società che le riconosce come diritti e investimenti comuni.
La risposta non è ancora scritta. Ma il 15 ottobre, nelle strade argentine, migliaia di persone hanno ribadito che il futuro non può essere deciso soltanto nei palazzi del potere o nei bilanci pubblici.
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