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La generazione che si ribella e spacca le vetrine
L’INIZIO DEL CICLO DI PROTESTE DI GIOVANI E GIOVANISSIMI PUÒ ESSERE RICONDOTTO AL 2020 IN ASIA E ALLE SUE NUMEROSE MANIFESTAZIONI, CHE OGGI SI ESTENDONO ALL’INDIA CON LE “PROTESTE DEGLI SCARAFAGGI”. ORA SEMBRA L’EUROPA L’EPICENTRO DEL MALCONTENTO GIOVANILE: LO SCORSO FINE SETTIMANA, CI SONO STATE GRANDI MANIFESTAZIONI IN GRECIA, BELGIO, ALBANIA, ITALIA, FRANCIA, PORTOGALLO, SPAGNA. INTANTO IN SERBIA, UN’OPZIONE ELETTORALE GUIDATA DA STUDENTI E STUDENTESSE HA VINTO LE ELEZIONI PARLAMENTARI. IN SPAGNA, COME IN ITALIA, SONO STATI FERMATI E ARRESTATI DECINE DI MINORENNI. “STA FORSE EMERGENDO IN POLITICA UNA NUOVA GENERAZIONE CON UN PROPRIO STILE, CHE REAGISCE ALLE PROPRIE ESPERIENZE?”, SI CHIEDE NURIA ALABAO. A PROPOSITO DEI SACCHEGGI RICORDA COME UN PRECEDENTE PER LE RECENTI ESPLOSIONI SI PUÒ TROVARE NEGLI STATI UNITI, DOVE DA ALCUNI ANNI, GRUPPI DI RAGAZZI E RAGAZZE SI ORGANIZZANO TRAMITE I SOCIAL MEDIA PER INCONTRARSI IN MASSA, BALLARE O SACCHEGGIARE CENTRI COMMERCIALI PER METTERE LE MANI SU ARTICOLI DI LUSSO. VENGONO CHIAMATI “FLASH RAPINE”. QUALCOSA TRA SVAGO E PROTESTA, SENZA UN ESPLICITO DISCORSO POLITICO. DI CERTO, LA SPAGNA E L’ITALIA NON SONO LA FRANCIA. MA IN TUTTI E TRE I PAESI SEMBRA EMERGERE LA PROTESTA DI GIOVANI A CUI VIENE NEGATO UN FUTURO DIGNITOSO E QUELLA DI GIOVANI DELLE PERIFERIE O DI ORIGINE MIGRANTE PER I QUALI LE PROMESSE DI MIGLIORARE LE PROPRIE CONDIZIONI DI VITA NON SI REALIZZERANNO MAI, A PRESCINDERE DA CIÒ CHE FARANNO. AGGIUNGE ALABAO: “UN PUNTO DI CONTATTO TRA LE DUE FORME DI LOTTA RISIEDE NEI NUOVI DESIDERI CHE EMERGONO QUANDO CI SI ORGANIZZA, PERMETTENDO DI INTRAVEDERE UNA VITA DIVERSA… PROIETTARE ORIZZONTI COLLETTIVI: QUESTA È LA TERAPIA NECESSARIA…” Foto Milano in movimento -------------------------------------------------------------------------------- I media hanno sfornato innumerevoli frasi sui giovani, etichettandoli come fragili, pigri o consumisti: una generazione egocentrica che si consuma tra TikTok, videogiochi, shopping online e lorazepam. La giovinezza è solo una fase della vita, eppure i giovani vengono incolpati di rivolte, crimini o stupri, soprattutto se sono migranti, persone razzializzate o vivono nelle periferie o nelle baraccopoli del mondo. Non sappiamo esattamente cosa siano i giovani, se siano qualcosa, ma quel che è certo è che in molte parti del mondo si stanno sollevando in proteste massicce e spettacolari. Abbiamo definito questo ciclo politico le rivolte della Generazione Z. Se l’estrema destra e la sua visione del mondo guidata dagli algoritmi cercano di impedire ai giovani di organizzarsi e tentano di deviare la loro rabbia verso nemici designati, queste lotte raccontano una storia diversa. Ma dobbiamo ascoltare. L’inizio di questo ciclo può essere ricondotto al 2020 in Asia e alle sue numerose manifestazioni, che oggi si estendono all’India con le “proteste degli scarafaggi”. Oggi, l’Europa sembra essere l’epicentro del malcontento giovanile, con un livello simile a quello osservato dopo la crisi finanziaria del 2008, sebbene le rivendicazioni siano più varie. Lo scorso fine settimana, le proteste si sono diffuse dalla Grecia al Belgio, passando per Albania, Francia, Portogallo e Spagna. In Serbia, un’opzione elettorale guidata dagli studenti ha vinto le elezioni parlamentari di domenica scorsa, 25 ottobre. Questo è stato il risultato inatteso di quasi due anni di mobilitazioni che hanno portato alle dimissioni del Primo Ministro Miloš Vučević lo scorso anno. Alcune di queste rivolte hanno assunto la forma di sommosse. Le immagini più eclatanti provengono dall’Albania, dove si sta combattendo una guerriglia urbana a colpi di fuochi d’artificio. Anche dalla Francia, dove gli studenti delle scuole superiori hanno dato vita a una protesta ormai diffusa contro Macron. Blocchi di scuole e poi di università, manifestazioni di massa, incendi di edifici e saccheggi stanno sconvolgendo la narrazione mediatica e alimentando il panico per il disordine e l’illegalità sia tra i conservatori che tra i progressisti. Alcune città italiane, come Milano, sembrano rispecchiare questa situazione, seppur con motivazioni specifiche. In Spagna, i giovani si accampano nelle piazze e manifestano per il diritto all’alloggio, ma alcuni hanno anche fatto ricorso alla disobbedienza civile per fermare gli sfratti quotidiani attraverso organizzazioni come l’Unione degli Inquilini e la PAH (Piattaforma delle Persone Colpite da Mutui). Sebbene la sinistra sembri contendersi la rappresentanza delle proteste, è importante ricordare che la legittimità di questa disobbedienza è appesa a un filo e può essere contrastata con tutta la forza delle leggi bavaglio e della repressione poliziesca, soprattutto dopo le elezioni. Scontri Questo fine settimana, gli appelli all’azione sui social media hanno scatenato disordini e saccheggi a Barcellona e in altre città catalane come Manresa. Queste proteste si sono svolte al di fuori dei canali più convenzionali e sono state guidate da minorenni: la maggior parte dei 128 arrestati erano minorenni. Sono fraintese e quindi facilmente attribuite alla guerra ibrida o all’offensiva di Netanyahu, oppure viste con sospetto perché non promsse da organizzazioni note. Tuttavia, molte delle rivolte di questa generazione sono state lanciate principalmente attraverso TikTok e Discord, spesso senza il supporto di partiti politici o istituzioni di mediazione. Gli scontri di strada, che troviamo comprensibili in Asia o nei paesi arabi – tanto più comprensibili quanto più sono lontani – qui ci sembrano orribili (forse potremmo riconoscere che le fiamme hanno un certo fascino estetico, così come le vetrine rotte e i saccheggi dei negozi di lusso, a patto di nutrire un certo odio per questo mondo, come molti giovani). Per i media e i politici, o forse per i vincitori, le rivolte sono brutte, quindi ne attribuiscono la colpa ad altri. Vox dice che sono colpa dei protetti di Pedro Sánchez, tutti immigrati, Le Pen fa un’affermazione simile riguardo alle rivolte in Francia, che attribuisce a Mélenchon e ai figli delle banlieue. Per alcuni politici di sinistra, i disordini sono il risultato di una cospirazione israeliana. Bisogna esorcizzare la possibilità che lo sciopero generale indetto in Spagna si trasformi in una protesta sconveniente, una trovata pre-elettorale. E quanto sono rassicuranti le teorie del complotto, perché così non c’è più niente a cui pensare! Il destino di questi giovani è lasciato al caso, perché sono strumenti del male. Si dice che sia facile criminalizzare tutte le proteste dopo queste rivolte, ma è proprio la preventiva delegittimazione di queste forme di rivolta che permette di perseguitarle poi senza freni. Che siano spontanee o istigate da interessi oscuri, nulla di tutto ciò spiega perché i giovani vadano a distruggere tutto. Né la loro rabbia, né il loro divertimento. Sta forse emergendo in politica una nuova generazione con un proprio stile, che reagisce alle proprie esperienze? Che c’entra la classe sociale? La cosa più sconcertante è che questi giovani non sembrano avanzare rivendicazioni di alcun tipo, almeno non nel quadro a cui siamo abituati: un insieme di richieste concrete e realizzabili, più o meno coerenti, che possono o meno essere soddisfatte dallo Stato. In una Spagna apparentemente prospera, dove l’economia “va bene”, non ci aspetteremmo che i giovani si ribellino saccheggiando o distruggendo tutto. Non ci aspettiamo di vederlo nelle vetrine illuminate a giorno di Passeig de Gràcia, dove i turisti passeggiano con orologi da un milione di euro al polso. Perché mai coloro che dovrebbero essergli grati per essere i loro baristi, i loro autisti, i loro croupier, le loro cameriere, dovrebbero ribellarsi? Non dovremmo sorprenderci, perché il conto alla rovescia è iniziato da tempo. Piuttosto, dovremmo chiederci a quale classe sociale appartengono questi giovani e quali sono le loro aspettative di vita. Nella scintillante Barcellona degli affitti insostenibili, la disuguaglianza è una vetrina, uno stile di vita consumistico che funge da modello, da ideale, ma che, allo stesso tempo, rimane irraggiungibile, soprattutto per questi ragazzi provenienti dalle periferie. Alcuni rompono vetrine, altri, come quelli dei quartieri operai della Grande Buenos Aires, votano per Milei. Forse un precedente per queste esplosioni si può trovare in tutta una serie di eventi emersi nell’ultimo decennio. Negli Stati Uniti, ragazzi e ragazze molto giovani si organizzano tramite i social media per incontrarsi in massa, ballare o saccheggiare centri commerciali per mettere le mani su articoli di lusso. Vengono chiamati “flash rapine” o “takeover adolescenziali”, come quelli di Filadelfia. Tra svago e protesta, questi episodi mancano per lo più di un esplicito discorso politico, al di là del fatto che questi giovani, molti dei quali poveri e appartenenti a minoranze etniche, non sembrano farsi scrupoli a rubare a grandi aziende con profitti milionari. Alla base di tutto ciò c’è il tentativo di sfuggire al disprezzo sociale attraverso il consumo di marchi (con tutte le sue ambiguità intrinseche). Forse le rivolte di Barcellona sono più simili a questi eventi che a quelli che accompagnarono la Rivolta francese, o forse mancano di un movimento più ampio che le sostenga e le legittimi. Ma questo non significa che non ci sia una ragione dietro di esse. Possibilità Molti giovani aspirano alla vita dei loro genitori. A Sol, gli striscioni recitano: “Una famiglia, una casa” o “Alla mia età, i miei genitori potevano lavorare e comprarsi una casa”. In questi slogan, lontanissimi dai desideri espressi nelle rivolte del 1968 – anzi, il loro esatto opposto – si può leggere l’anelito all’emancipazione giovanile. Lasciare la casa dei genitori, essere indipendenti. Questi giovani della classe media, che, secondo gli studi, escono meno la sera e consumano meno alcol e droghe rispetto ai loro genitori, equiparano una bella vita a vivere come i loro genitori. Ottenere un buon lavoro, avere stabilità economica, fare carriera – se possibile, diventare funzionari pubblici o influencer, o magari vivere senza lavorare come investitore. E poi, poter consumare, crearsi una famiglia e raggiungere un certo grado di riconoscimento sociale. Sono loro quelli integrati. Non c’è disperazione nella loro posizione, ma hanno alle spalle cinquant’anni di neoliberismo e davanti a sé una maggiore incertezza. Questa posizione si esprime in rivendicazioni concrete, come quelle contenute nei decreti sugli affitti o quelle degli studenti francesi: più investimenti, più professori, la fine del sistema di selezione universitaria. Queste sono soluzioni possibili e concrete. Ma quali potrebbero essere le rivendicazioni di coloro per i quali le promesse di mobilità sociale non si realizzeranno mai, a prescindere da ciò che faranno? Che dire dei giovani delle banlieue, dei giovani migranti nordafricani, o di coloro che sono nati qui ma non saranno mai trattati come spagnoli, gli abitanti dei quartieri operai dove la discriminazione e la violenza quotidiana sono la norma? Per loro, anche se gli affitti diminuissero e l’istruzione migliorasse, le loro vite rimarrebbero immutate, i loro lavori nel settore dei servizi i più sfruttatori e degradanti, così come è degradante subire il razzismo. Ciò che questi giovani vogliono non è essere come i loro genitori, non vivere come loro, non lavorare come loro. Sono popolazione in eccesso. Dobbiamo riconoscere le differenze perché la Spagna non è la Francia; Non esiste nulla di paragonabile ai suoi grandi quartieri segregati, dove il risentimento e la disperazione covano tra le cosiddette “seconde generazioni”, che bruciano auto ogni settimana e arrivano persino a danneggiare i servizi pubblici nei loro quartieri. Quale atto di nichilismo più grande c’è che incendiare una biblioteca in un quartiere povero? Ma dobbiamo prestare attenzione ai parallelismi e alle somiglianze, perché nulla suggerisce che fenomeni simili non possano verificarsi anche qui, seppur su scala diversa. In ogni caso, se queste sono le loro esperienze di vita, non possiamo aspettarci che manifestino attraverso i canali tradizionali, che a quanto pare non funzionano in una Francia governata da un regime autoritario alla Macron e soggetta a una feroce repressione. E in Spagna, quanto tempo ci vorrà perché queste lotte portino a un drastico calo dei prezzi delle case? Raggiungeranno tutti? “Lo studente che manifesta per riaprire le porte al proprio futuro e il piccolo criminale che saccheggia per festeggiare ‘il miglior compleanno della sua vita’ non condividono lo stesso orizzonte temporale”, dice Gigi Roggero a proposito delle rivolte di Milano (Benvenuti nel deserto del globale). La differenza sta nell’accesso al futuro: se esso si cela dietro barriere che possono essere rimosse o se semplicemente non esisterà. Nello stesso articolo, Roggero sottolinea che “le forme caotiche di violenza e conflitto sono parte integrante della storia della lotta di classe”. In passato, le forme di lotta più organizzate – come quelle del movimento operaio – fungevano da ponte verso le agitazioni nichiliste o reattive. Costruivano un soggetto politico capace di dare significato a rivolte spontanee e disorganizzate, integrandole nel proprio quadro. Oggi non esiste più nulla di simile e dobbiamo iniziare a pensarle in modo diverso. Molte di queste proteste, infatti, hanno una durata brevissima, paragonabile ai cicli mediatici ormai accelerati o alle mode effimere dei social media. Un punto di contatto tra le due forme di lotta – quella degli integrati (o di coloro che sono in procinto di integrarsi) e quella della popolazione in eccesso – risiede nei nuovi desideri che emergono quando ci si organizza e si lotta, permettendo di intravedere una vita diversa, impossibile da trovare in un impiego regolamentato, nella proprietà privata e nella famiglia. Questi desideri si ritrovano anche nelle proteste o vengono scoperti partecipandovi. Organizzarsi, connettersi con gli altri nelle manifestazioni, smettere di essere così soli e uscire dall’onnipresente “io” che occupa tanto spazio sui social media, proiettare orizzonti collettivi: questa è la terapia necessaria. Quando si lotta, si può scoprire, dietro la rabbia e la furia, il desiderio di vivere al di là dei canali stabiliti, al di là dei ruoli sociali predeterminati. Non essere come i propri genitori, ma qualcosa di diverso ancora da inventare. “Tornare a vivere. Ritrovare la capacità di godere, desiderare, creare e vivere la vita al di là degli obblighi economici e sociali”, ha detto il Comitato Invisibile a proposito delle rivolte in Francia. Questo apre la strada a nuove lotte che indubbiamente arriveranno, che le comprendiamo o meno. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su ctxt.es -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PAOLO CACCIARI: > Vetrine -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La generazione che si ribella e spacca le vetrine proviene da Comune-info.
October 28, 2026
Comune-info
C’è qualcosa che attraversa le piazze di questi giorni
DOBBIAMO IMPARARE A GUARDARE PIÙ DA VICINO. GUARDARE IL MONDO CHE CI CIRCONDA AL DI LÀ DEI GIORNALI, DEI PARTITI, DEI SINDACATI PER VEDERE UN MONDO DI ESPERIENZE DI AUTODETERMINAZIONE E DI LOTTE. NON SOLO: DOBBIAMO METTERE IL MONDO ALLA ROVESCIA, PENSARLO NELLA PROSPETTIVA DI QUELLE ESPERIENZE, DI QUELLE LOTTE. IN REALTÀ LA SFIDA È ANCHE GUARDARE A TUTTE LE PERSONE CHE CI SONO ACCANTO COSÌ DA SCORGERE, PER DIRLA CON HOLLOWAY, IL VULCANO SILENZIOSO CHE HANNO DENTRO. “C’È QUALCOSA CHE ATTRAVERSA LE PIAZZE DI QUESTI GIORNI, DALL’ITALIA AL RESTO D’EUROPA. QUALCOSA CHE TIENE INSIEME LE PROTESTE DEGLI STUDENTI, LA RABBIA DELLE NUOVE GENERAZIONI, IL FERMO DEGLI AUTOTRASPORTATORI NEL MEZZOGIORNO, GLI SCAFFALI VUOTI DEI SUPERMERCATI, IL CAROVITA, LA PRECARIETÀ DELLE FAMIGLIE E LA MOBILITAZIONE DEL 24 OTTOBRE CONTRO LA COSTRUZIONE DI UN NUOVO CPR A CASTEL VOLTURNO…”, COMINCIA COSÌ UN TESTO MOLTO RICCO SCRITTO DA “COME CHI ROM E…CHI NO” DI NAPOLI, STRAORDINARIA REALTÀ SOCIALE ED EDUCATIVA: “SENTIAMO CHE QUESTO MOMENTO CI CHIAMA DIRETTAMENTE IN CAUSA… LE NOSTRE PRATICHE NON SONO MAI STATE NEUTRALI… DOBBIAMO RICONOSCERE BAMBINI E RAGAZZI NON SOLTANTO COME DESTINATARI DI INTERVENTI EDUCATIVI, MA COME SOGGETTI CAPACI DI PENSIERO, PAROLA, DESIDERIO, CONFLITTO E TRASFORMAZIONE. SIGNIFICA NON AVER PAURA DELLA LORO RABBIA… SIGNIFICA COSTRUIRE ALLEANZE TRA GENERAZIONI E TRA TERRITORI, TRA CHI LAVORA NELLA SCUOLA E CHI VIVE NELLE PERIFERIE…”. LA RIBELLIONE È DENTRO TUTTI NOI -------------------------------------------------------------------------------- Sabato 24 ottobre, manifestazione nazionale contro i Cpr a Castel Volturno -------------------------------------------------------------------------------- C’è qualcosa che attraversa le piazze di questi giorni, dall’Italia al resto d’Europa. Qualcosa che tiene insieme le proteste degli studenti, la rabbia delle nuove generazioni, il fermo degli autotrasportatori nel Mezzogiorno, gli scaffali vuoti dei supermercati, il carovita, la precarietà delle famiglie e la mobilitazione del 24 ottobre contro la costruzione di un nuovo CPR a Castel Volturno. Non sono proteste uguali, non hanno gli stessi protagonisti, gli stessi linguaggi o le stesse rivendicazioni. Eppure raccontano una crisi comune: un modello economico, politico e sociale che produce disuguaglianze sempre più profonde, restringe gli spazi di futuro e continua a chiedere sacrifici soprattutto a chi ha già meno. I giovani non sono il problema. Sono lo specchio della crisi: dalla rivolta dei giovani al fermo dei trasporti, dalla crisi sociale alle mobilitazioni contro i CPR, è tempo di cambiare collettivamente direzione. Mentre cresce la distanza tra ricchezza e povertà, mentre il lavoro non garantisce più una vita dignitosa, mentre abitare, studiare, curarsi e perfino spostarsi diventano sempre più difficili in territori sempre più svuotati e desertificati, la risposta prevalente della politica sembra essere ancora una volta quella del controllo, della repressione, della criminalizzazione del dissenso. Si parla di ordine pubblico quando bisognerebbe parlare di giustizia sociale. Si parla di sicurezza quando bisognerebbe parlare di diritti. Si parla di violenza giovanile senza interrogarsi sulla violenza quotidiana di un sistema che sottrae ai giovani la possibilità di immaginare il proprio futuro. Le manifestazioni studentesche che attraversano l’Europa ci consegnano una domanda politica fondamentale: che cosa stiamo offrendo alle nuove generazioni? Scuole e università sottofinanziate, affitti insostenibili, lavoro precario, salari insufficienti, crisi climatica, guerre, confini sempre più militarizzati. Per molti ragazzi e ragazze, soprattutto per chi cresce nelle periferie, nelle famiglie impoverite, nei territori marginalizzati o porta con sé una storia migratoria, la promessa di emancipazione attraverso lo studio e il lavoro appare sempre meno credibile. E quando questi giovani occupano le piazze, interrompono la normalità, esprimono rabbia, vengono descritti e raccontati solo come pericolosi, incivili, violenti, incapaci di comprendere il mondo, quando è esattamente il contrario: lo comprendono fin troppo bene e non accettano più che questa sia l’unica realtà possibile. È significativo – e non ci sorprende troppo – che, di fronte alle proteste e ai disordini, il governo italiano abbia scelto ancora una volta la strada dell’inasprimento delle misure di sicurezza, intervenendo anche sui minorenni. Noi ci rifiutiamo di aderire a questa narrazione in cui questi episodi diventano l’unica chiave di lettura di un’intera generazione e delle sue rivendicazioni, senza che si racconti – con la complicità dei media mainstream che producono solo disinformazione – che oltre e accanto a quegli episodi ci sono persone giovani che insieme riflettono collettivamente sul proprio futuro e ci pongono continuamente domande, a cui pochi evidentemente possono dare una risposta chiara e univoca. La repressione autoritaria è la strada più semplice che i governi, di vecchi, a tutte le latitudini, riescono ad esprimere, dalla Palestina all’Europa. La violenza non comincia quando viene infranta una vetrina. Esiste anche una violenza che non fa rumore, che non produce immagini spettacolari, che non apre i telegiornali: è quella di chi viene escluso dalla scuola, respinto ai margini della città, discriminato per la propria origine, costretto a lavorare senza diritti e sotto ricatto e sfruttamento, o a rinunciare ai propri diritti di cittadinanza e alla propria autonomia. Una società che si indigna per la distruzione delle cose, ma tollera la distruzione delle possibilità di vita, dovrebbe interrogarsi profondamente sulle proprie priorità. La mobilitazione degli autotrasportatori nel Sud Italia rende visibile un’altra contraddizione fondamentale: bastano pochi giorni di blocco delle merci per mostrare quanto sia fragile il sistema su cui si regge la nostra quotidianità. Scaffali vuoti, carburanti che scarseggiano, merci che non arrivano, attività economiche che rallentano. Dietro questa crisi non ci sono soltanto i rincari energetici. Ci sono rapporti di forza profondamente diseguali all’interno della filiera produttiva, il potere della grande distribuzione, la fragilità delle piccole imprese, lo sfruttamento del lavoro agricolo e della logistica, la dipendenza dai combustibili fossili. Il piccolo autotrasportatore che non riesce più a sostenere il costo del carburante, il bracciante migrante sottopagato, la famiglia che non arriva alla fine del mese, il giovane costretto a lasciare il proprio territorio non occupano la stessa posizione sociale. A volte hanno interessi differenti e persino contrapposti. Ma sono tutti attraversati, in forme diverse, da un sistema economico che concentra ricchezza e potere e distribuisce verso il basso costi, rischi e precarietà. La sfida politica è riconoscere queste differenze senza rinunciare a costruire alleanze, perché la crisi non produce automaticamente solidarietà: può generare conflitto tra poveri, risentimento, razzismo, chiusura identitaria oppure può diventare il terreno su cui costruire nuove forme di riconoscimento reciproco e di organizzazione collettiva. Sta anche a noi scegliere quale direzione prendere e come concentrarci e agire collettivamente. La manifestazione nazionale del 24 ottobre contro il nuovo CPR di Castel Volturno si inserisce pienamente in questo scenario. La prospettiva di destinare 43 milioni di euro alla realizzazione di un centro di detenzione amministrativa in un territorio attraversato da profonde fragilità sociali rappresenta una scelta politica che dobbiamo mettere radicalmente in discussione. Castel Volturno è un territorio segnato da disuguaglianze, sfruttamento, abbandono istituzionale, ma anche da straordinarie esperienze di solidarietà, mutualismo, convivenza interculturale e organizzazione dal basso.  Perché investire nella detenzione di persone – giovani per lo più, che non hanno commesso alcun reato – anziché nel diritto alla casa, nella salute, nelle scuole, nella mobilità, nella tutela ambientale, nei servizi sociali, nella regolarizzazione e nella dignità del lavoro? Perché continuare a rappresentare le persone migranti come un problema di sicurezza, invece di riconoscerle come parte integrante delle nostre comunità? Non possiamo accettare che la povertà diventi una colpa, che la migrazione diventi una minaccia, che la marginalità diventi una condizione da sorvegliare e punire. La lotta contro i CPR non riguarda soltanto le persone migranti: riguarda l’idea stessa di società che vogliamo costruire, il confine tra diritti universali e diritti concessi selettivamente, tra sicurezza sociale e controllo dei corpi, tra accoglienza ed esclusione. Esiste un filo politico e morale che collega la criminalizzazione delle nuove generazioni nelle città europee alla disumanizzazione dei popoli che subiscono guerre, genocidi, occupazioni e politiche di espulsione. Le dimensioni e le responsabilità delle diverse forme di violenza non sono equivalenti. Ma dobbiamo riconoscere una contraddizione profonda: governi e classi dirigenti che chiedono ai giovani disciplina, moderazione e rispetto delle regole sono spesso gli stessi che giustificano, finanziano o non contrastano adeguatamente politiche di guerra e distruzione. La Palestina rappresenta una delle espressioni più drammatiche di questa contraddizione: il piano genocidiario ormai confermato dagli stessi autori, la morte di tantissimi bambini e giovani che rappresentano la maggioranza della popolazione, la distruzione di scuole, università, ospedali, uliveti, terreni, case e luoghi di socialità. Non possiamo chiedere alle nuove generazioni di avere fiducia nel futuro mentre assistono all’annientamento del futuro di altre generazioni. Non è soltanto una questione anagrafica, di vecchi contro giovani: bisogna riconoscere che ormai siamo sovrastati a livello globale da un potere arrogante e mortifero e di una necropolitica che annienta il futuro, dove negli spazi della politica governativa non esistono più coerenza, responsabilità, visione politica e capacità di riconoscere il valore di ogni vita. Nessuno vuole più un mondo in cui la sicurezza di alcuni si costruisce sulla paura, sull’esclusione o sulla distruzione della vita di altri, ma è evidente che questa consapevolezza va tradotta in azioni pratiche e collettive, così come i giovani, gli studenti, e tutte le categorie oggi sotto attacco, ci stanno insegnando. Come chi rom e…chi no, insieme a tante altre realtà sociali, educative e culturali, sentiamo che questo momento ci chiama direttamente in causa, e non solo per le dirette conseguenze che subiamo come lavoratrici e lavoratori. Le nostre pratiche non sono mai state neutrali: da anni lavoriamo nelle periferie, nei territori attraversati da disuguaglianze, insieme a bambini, bambine, adolescenti, famiglie, comunità rom e non rom, persone con storie e provenienze differenti. Attraverso interventi di advocacy, di lotta per i diritti di cittadinanza, di dispositivi pedagogici come il teatro, le pratiche artistiche e culturali, la costruzione di spazi condivisi, proviamo a rovesciare narrazioni stigmatizzanti, a rompere i confini sociali, a costruire relazioni dove altri costruiscono separazioni. Ma oggi dobbiamo interrogarci ancora più profondamente sul significato politico del nostro lavoro. Non basta creare spazi di inclusione se intorno a quegli spazi continuano a crescere le disuguaglianze. Non basta promuovere la partecipazione se le decisioni fondamentali sul futuro dei territori vengono prese senza coinvolgere chi li abita. Non basta educare alla cittadinanza se la cittadinanza stessa diventa un privilegio negato a molti. Le nostre pratiche pedagogiche, culturali e sociali non possono limitarsi a rendere più sopportabile un mondo ingiusto: devono contribuire a cambiarlo. Questo significa riconoscere bambini e ragazzi non soltanto come destinatari di interventi educativi, ma come soggetti capaci di pensiero, parola, desiderio, conflitto e trasformazione. Significa non aver paura della loro rabbia, ma provare ad ascoltarla, comprenderla, attraversarla e trasformarla in possibilità di azione collettiva. Significa costruire alleanze tra generazioni e tra territori, tra chi lavora nella scuola e chi vive nelle periferie, tra lavoratori precari, famiglie, persone migranti, comunità marginalizzate, associazioni e movimenti sociali. Significa anche interrogare criticamente le nostre stesse pratiche: quanto siamo capaci di ascoltare davvero? Quanto spazio lasciamo all’autonomia dei giovani? Quanto riusciamo a uscire dalla frammentazione dei nostri progetti, delle nostre organizzazioni, delle nostre singole battaglie per una trasformazione collettiva? Forse è proprio questa la questione più urgente. Siamo circondati da esperienze straordinarie di resistenza, solidarietà, mutualismo, educazione popolare, cultura indipendente, autorganizzazione. Eppure troppo spesso queste esperienze restano separate, isolate, costrette a difendere quotidianamente la propria sopravvivenza. La frammentazione indebolisce la capacità di immaginare e costruire un’alternativa complessiva. Non possiamo continuare a inseguire ogni emergenza senza interrogarci sulle cause che le producono. Non possiamo rispondere separatamente al razzismo, alla povertà, alla crisi educativa, alla precarietà lavorativa, alla crisi ecologica e alla militarizzazione, come se fossero problemi indipendenti. Abbiamo bisogno di ricostruire un orizzonte comune, capace di tenere insieme la fine del mese e la fine del mondo, il diritto alla casa e quello alla mobilità, la giustizia climatica e quella sociale, l’antirazzismo e i diritti del lavoro, la libertà di movimento e il diritto a restare nei propri territori. Abbiamo bisogno di pratiche che non separino la cultura dalla politica, l’educazione dalla giustizia sociale, la solidarietà dalla trasformazione materiale delle condizioni di vita. Abbiamo bisogno di più confronto, anche tra posizioni differenti, di meno autoreferenzialità, di più capacità di costruire percorsi duraturi. E soprattutto abbiamo bisogno di restituire centralità alle nuove generazioni, non soltanto nel racconto del futuro, ma nelle decisioni del presente. Noi vogliamo stare dalla parte giusta. Dalla parte delle ragazze e dei ragazzi che riempiono le piazze e chiedono un futuro diverso. Dalla parte di chi lavora e non riesce più a vivere del proprio lavoro. Dalla parte delle persone migranti che attraversano confini e affrontano ogni giorno discriminazioni e sfruttamento. Dalla parte delle comunità che resistono all’abbandono, alla speculazione, alla devastazione dei propri territori. Dalla parte dei bambini e delle bambine della Palestina e di ogni luogo in cui guerre, occupazioni e violenze negano il diritto alla vita. Dalla parte di chi, ogni giorno, costruisce scuole aperte, spazi culturali, luoghi di incontro, pratiche di solidarietà e nuove forme di convivenza. Vogliamo una società che investa nell’educazione anziché nella repressione, nei servizi pubblici anziché nella detenzione, nella cura anziché nella guerra, nella solidarietà anziché nella paura. Dobbiamo sovvertire un ordine sociale che garantisca la tranquillità di pochi attraverso la precarietà e il silenzio di molti. Ci interessa costruire un mondo in cui la sicurezza significhi avere una casa, un reddito dignitoso, una scuola, un ospedale, una comunità, la libertà di muoversi e la possibilità concreta di scegliere il proprio futuro. Contro questo eterno presente in cui ci hanno relegato togliendoci la capacità di sognare e immaginare un nuovo futuro, da Scampia a Castel Volturno, dalle periferie italiane alle piazze europee, fino alla Palestina, dobbiamo continuare a costruire relazioni, mutualismo, alleanze e collettivamente invertire la rotta. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo C’è qualcosa che attraversa le piazze di questi giorni proviene da Comune-info.
October 27, 2026
Comune-info
Il futuro della città si decide insieme
SABATO 31 OTTOBRE A ROMA, ASSOCIAZIONI, COMITATI E CITTADINI SI INCONTRANO PER RIMETTERE AL CENTRO DEL CONFRONTO PUBBLICO IL FUTURO DI VIVE A ROMA, TRA CRISI ABITATIVA, RENDITA E DISUGUAGLIANZE. DI FRONTE A UNA CITTÀ ATTRAVERSATA DA CONFLITTI, QUESTIONI SOCIALI E SFIDUCIA NELLE ISTITUZIONI, L’INIZIATIVA “PER CHI È ROMA” VUOLE DARE VOCE ALLE REALTÀ CIVICHE E COSTRUIRE PROPOSTE CONDIVISE PER UNA CITTÀ PIÙ GIUSTA, SOLIDALE E ATTENTA ALL’INTERESSE COMUNE Sabato 31 ottobre i promotori dell’appello “Per chi è Roma”, di cui faccio parte,  hanno organizzato una giornata di incontro con il sottotitolo “il futuro della città si decide insieme” invitando associazioni, comitati di quartiere e cittadine e cittadini impegnati nei territori,  per avviare una riflessione e lavorare a proposte in vista della campagna elettorale. Una campagna cominciata da tempo e che è ormai è nella fase finale, dato che le elezioni per il Campidoglio e i Municipi si terranno  tra pochi mesi. Il Sindaco Gualtieri lancerà  ufficialmente la sua candidatura il 7 novembre prossimo, rinnovando il rito che si è tenuto ad ogni anniversario della sua elezione con una kermesse in cui raccontava dal palco tutte le conquiste della sua Amministrazione, già al centro di centinaia  di video diffusi sui social in questi anni, nei quali lo stesso Sindaco presentava le novità introdotte, dai nuovi autobus ai parchi giochi, dalle grandi opere giubilari ai cassonetti.  Un protagonismo inusuale nella tradizione della sua parte politica, sicuramente figlio dei tempi social, ma che riflette anche la postura del primo cittadino  e il rapporto di questa maggioranza di centro sinistra con i cittadini.  Spostando lo sguardo sui cittadini, l’impressione è che in questi anni l’impegno della cittadinanza attiva sia andato attenuandosi, soprattutto per le difficoltà del vivere individuale, ma anche per la mancanza di fiducia nella possibilità di contare e di cambiare le cose.  Il quadro – sicuramente limitato – che emerge dall’osservatorio di Carteinregola è quello di una città divisa. Una massa di persone che – per disinteresse o disillusione – non partecipa ai destini collettivi cittadini, ma che spesso esprime un generico dissenso con l’astensione dal voto, seguita da un grande numero  di persone che valuta l’operato dell’Amministrazione  sulla base di quanto può vedere sotto casa, come  la raccolta dei rifiuti, la manutenzione, le nuove opere  o le nuove aiuole. Tra queste  l’attuale maggioranza  raccoglie  un discreto consenso negli strati sociali  benestanti dei quartieri più centrali, forse perché  più beneficiati dalle opere giubilari. Infine ci sono  le voci critiche, più o meno accentuate, dei gruppi di cittadini che sono inciampati in qualche trasformazione per loro insostenibile o delle realtà sociali che aspettavano un cambiamento che non è arrivato.  E’ il mondo delle voci critiche che potrebbe – dovrebbe – essere il motore di una città migliore, il contraltare dialettico di un’Amministrazione dialogante. Purtroppo questa Amministrazione ha dimostrato una scarsa disponibilità al dialogo con comitati e cittadini  per molte vertenze importanti, mentre si è troppo spesso dimostrata sensibile alle richieste di categorie imprenditoriali e commerciali. Dalle “semplificazioni” urbanistiche alle occupazioni di suolo pubblico, dalle tutele paesaggistiche  all’ampiezza degli spazi commerciali financo nel centro storico, alla gestione dei beni indisponibili. Con  l’ombrello dei poteri speciali al Sindaco per il Giubileo della Chiesa Cattolica, sono state varate anche opere che si sapeva fin dall’inizio che sarebbero state terminate  ben oltre la fine dell’evento,   senza alcun confronto democratico con la città. Basti pensare all’inserimento nel progetto del Porto turistico di Fiumicino di un molo per grandi navi da crociera,  al termovalorizzatore, al mega parcheggio accanto a Castel Sant’Angelo.   Un “modello Giubileo” che viene portato dal Sindaco a modello di buona amministrazione ed efficienza,  sulla stessa linea politica, in un certo senso speculare,  della riforma costituzionale di Roma Capitale – anche questa in assenza di  informazione e confronto con la cittadinanza – che intende  conferire a Roma i poteri legislativi di una Regione per 11 materie, tra le quali  urbanistica,  trasporto pubblico locale, commercio, turismo, servizi e politiche sociali. Materie di area vasta,  il cui  ambito è limitato al solo perimetro comunale,  con l’archiviazione di fatto della prospettiva della Città metropolitana, il cui territorio è parte integrante di Roma, così come  continuano ad essere romani  i cittadini che per necessità  si sono dovuti spostare più lontano a che continuano a lavorare e avere come riferimento principale la Capitale. Il cahier de doleance di Carteinregola rispetto a questi 5 anni è piuttosto lungo, ma ancora più lungo e articolato è l’elenco delle vertenze e dei conflitti scoppiati in  città: oltre ai già citati inceneritore/termovalorizzatore di Santa Palomba e Porto turistico-crocieristico di Fiumicino, gli ex Mercati Generali, il deposito AMA a Piazza dei Caduti della  Montagnola, lo Stadio della Roma a Pietralata, lo Stadio della Lazio al Flaminio,  la tutela degli alberi, l’uso del patrimonio comunale e il rapporto con le realtà sociali che in questi anni sono stati presidio di socialità nei quartieri più dimenticati. Il tema adesso è: come far sentire la voce dei comitati e dei cittadini in questa campagna elettorale e quali possibilità ci sono di incidere sui programmi che si stanno approntando? E soprattutto, come avere l’assicurazione che le eventuali concessioni programmatiche non siano per l’ennesima volta poi disattese in nome della realpolitik? Diverse  sono le posizioni nel variegato mondo che abbiamo invitato:  alcuni ritengono che esistano ancora dei margini di confronto con l’attuale maggioranza per  “correggere la rotta”, altri lo ritengono un obiettivo irrealistico e non sono interessati a un’interlocuzione con la classe politica alla guida – ma nemmeno  all’opposizione – della città e si orientano verso proposte alternative o l’astensione.  Quindi a cosa serve questa iniziativa? L’intento è innanzitutto ritrovarsi per  ridare voce a tutti quelli – realtà civiche, cittadine e cittadini – che, pur nelle reciproche diversità, si battono per una città più giusta, più uguale e solidale, più rispettosa dell’identità collettiva e della qualità della vita delle persone.  Sappiamo che non sarà facile coniugare tante vertenze puntuali con una visione generale della città, e soprattutto le vertenze su scelte ancora in corso con quelle che sono in avanzato stato delle procedure o che  hanno già raggiunto il punto di non ritorno.  Ma pensiamo che sia importante incontrarsi, confrontarsi e dare un segnale di responsabilità e impegno per chiedere, non solo alla maggioranza capitolina,  ma a tutta la politica romana e regionale, un cambio di passo, unica possibilità per ricostruire il  rapporto di fiducia che è andato perdendosi con molti cittadini e territori.  Sabato 31 ottobre sarà un momento di confronto e di raccolta, ma vogliamo proseguire ulteriormente  il percorso,  per provare a costruire proposte il più possibile condivise, che rispecchino una visione della città che risponde all’interesse pubblico e a quello delle generazioni che verranno. E’ una sfida difficile, ma dobbiamo provarci. *Presidente di Carteinregola-ODV L'articolo Il futuro della città si decide insieme proviene da Comune-info.
October 27, 2026
Comune-info
“Portentosa Cura Intergalattica”: intervista a Erica Cardin
Nel corso dell’ultimo Eirenefest locale di Firenze ho avuto modo di incontrare Erica Cardin, attivista della PCI, Portentosa Cura Intergalattica, un nuovo movimento ambientalista di cui potete leggere qualcosa qui https://www.pressenza.com/it/2026/07/portentosa-cura-intergalattica-quando-la-politica-abbraccia-la-poesia/ Visto che già al link potete informarvi sulla nascita del movimento, nell’intervista a Erica ho preferito concentrarmi su altro: So che recentemente avete avuto un incontro nazionale a Subiaco, può dirci come è andato? L’incontro nazionale che abbiamo tenuto a Subiaco è per me ancora indescrivibile e indefinibile a parole per la ricchezza di contenuti ed emozioni che si sono susseguiti, ma proverò a raccontare qualcosa brevemente. Tra volontarie e partecipanti eravamo circa una sessantina di persone, provenienti da una trentina di realtà dell’attivismo italiano. Il programma dell’incontro è stato costruito ascoltando i bisogni delle realtà partecipanti, e tutta la conduzione e la guida del processo sono state affidate a una facilitazione esterna. La mattina le diverse realtà presenti proponevano workshop sul tema della giornata, mentre nel pomeriggio si lavorava in plenaria sul processo che abbiamo proposto. Siamo partite dall’analisi della situazione attuale, cosa vediamo accadere nel mondo attorno a noi e come ci sentiamo riguardo a questo. Siamo passati poi a esplorare le competenze, le qualità e le ombre, quindi le mancanze, che ogni organizzazione presente riconosceva in se stessa e nelle altre. Questo lavoro è stato un passo propedeutico per poi individuare effettivamente cosa manca e come creare la struttura per sostenere questo grande ecosistema di movimenti. Abbiamo inoltre messo a confronto le teorie del cambiamento delle diverse organizzazioni, un lavoro che è riuscito a scalfire forse solo la superficie del conflitto e che ci ha lasciato diversi spunti interessanti da approfondire sia al nostro interno come PCI che tutte insieme nei prossimi incontri. Abbiamo anche indagato le nostre anime per riconoscere come all’interno degli spazi che attraversiamo siamo portate a perpetrare gli stessi assi di oppressione che viviamo nel mondo capitalista, coloniale e patriarcale. Abbiamo toccato con mano le differenze culturali che ancora ci attraversano all’interno del movimento stesso e ci siamo lasciate, alla fine, con la definizione dei prossimi passi. In base a questo incontro che riflessioni può trarre sullo stato e la saluto dei movimenti? Mi piacerebbe raccontare che le emozioni emerse durante l’incontro fossero tutte positive, ma non sarei onesta. Soprattutto dall’analisi del mondo che ci circonda e di come ci rapportiamo a esso, è emersa una profonda sfiducia nelle istituzioni e in una politica sempre più distante dai problemi reali delle cittadine, la solitudine della lotta, lo sconforto nel vedere che nonostante l’impegno spesso non cambia niente e, soprattutto, la difficoltà di resistere a un clima politico sempre più ostile verso ogni forma di dissenso. Sono proprio questi sentimenti, però, che hanno fatto emergere in maniera forte e potente un grande bisogno di comunità. Il bisogno di unione, di sentire che dietro di me una rete che possa sorreggermi in caso di necessità c’è davvero, è viva ed esiste. Allora forse la cura, che non a caso è al centro del nostro acronimo, può effettivamente diventare la chiave affinché, anche e soprattutto in tempi bui, riusciamo non solo a non perderci di vista le une con le altre, ma a tessere legami personali e di fiducia più profondi che, rafforzando l’intero ecosistema, ci aiuteranno effettivamente a resistere. Passando più al movimento di cui fa parte, può dirci cosa lo differenzia dagli altri movimenti ambientalisti e quali obbiettivi ha nel breve e lungo periodo? Tante delle persone che fanno parte della Portentosa Cura Intergalattica hanno attraversato i due più grandi movimenti ambientalisti d’Italia, Extinction Rebellion e Ultima Generazione, altre arrivano dalla solidarietà con la Palestina, da spazi transfemministi, dall’antirazzismo. La nostra lettura è ecotransfemminista: la crisi climatica nasce dallo stesso sistema che sfrutta i corpi e i territori, e non può essere separata dalle altre lotte. Tutte noi abbiamo vissuto l’urgenza della spada di Damocle che la crisi climatica faceva ondeggiare sulle nostre teste ancora prima che fosse visibile a molte altre persone, e adesso la crisi climatica è qui. Le istituzioni non hanno mai fatto abbastanza in questi anni e continuano tuttora a proteggere gli interessi delle multinazionali del petrolio, rimanendo di fatto immobili o addirittura ostacolando qualsiasi iniziativa che possa effettivamente arginare la crisi climatica. Forse quindi una delle cose che possiamo effettivamente fare è trovare strumenti di mitigazione e mutuo supporto per quello che succederà. Adesso non si tratta più di impedire che avvenga, ma di capire come prenderci cura le une delle altre, di non azzannarci per le briciole che ci lascia il sistema ma di camminare insieme nelle nostre diversità per creare davvero un mondo diverso. Purtroppo anche il mondo dell’attivismo è attraversato spesso da conflitti profondi che perpetrano le dinamiche di oppressione che viviamo nello stesso sistema che diciamo di voler abbattere. E allora la vera domanda è: come riuscire a creare qualcosa di nuovo e duraturo senza che gli egocentrismi si insinuino nelle dinamiche relazionali tra movimenti? Come lo facciamo davvero tutte insieme? Noi la risposta non ce l’abbiamo: vogliamo cercarla con l’intelligenza collettiva. L’obiettivo di questo incontro era creare uno spazio in cui realtà diverse si potessero riconoscere come un unico ecosistema; nei prossimi anni sogniamo un movimento con pratiche e culture condivise che possa effettivamente costruire un’alternativa sana a questo sistema. Per concludere: cosa la spinge a fare attivismo e che messaggio vuole lanciare a tutti gli attivisti ambientalisti, anche a coloro che non appartengono al suo movimento? Mi spinge a fare attivismo la consapevolezza che quello che abito non è il mondo che vorrei per i miei figli, per i miei nipoti e per nessun essere umano e non umano. Sento la responsabilità, come persona bianca privilegiata, di usare questo privilegio a servizio di un mondo più equo e più giusto, dove la vita venga messa al centro e dove si possa recuperare e dare un nuovo significato alle relazioni. La mia generazione e tutte quelle che verranno non potranno godere dei comfort e del boom economico in cui sono cresciuti i nostri genitori. Ci hanno raccontato un futuro che in realtà ci è stato scippato dalle mani. Ma forse è un bene, perché ogni fine fa parte di un ciclo e, nella catastrofe di un mondo che crolla, abbiamo ora la possibilità di immaginarne uno nuovo da zero, partendo dal riscoprire pratiche di cura e di riconnessione con noi stesse e con la terra. Abbiamo ora la responsabilità di trasformare con le nostre azioni la realtà attorno a noi.     Andrea Vitello
October 26, 2026
Pressenza
Il vento della rivolta giovanile
Un sondaggio della Stampa pubblicato il 26 ottobre, dice che a livello nazionale «l’81,1% degli intervistati è favorevole a un inasprimento delle sanzioni per i minori», percentuale che tra i 18 e i 24 anni scende al 56,1%. «Il sondaggio ci dice quindi – scrive Alessandra Ghisleri – che la distanza tra le generazioni è forte ed è reale». Sulle responsabilità, gli italiani sono altrettanto netti. «Il 73,7% degli intervistati ritiene che vadano riviste l’età imputabile e le pene previste, mentre l’82,5% pensa che dei danni debbano rispondere anche genitori, famiglie o tutori». Sono dati perfettamente in linea con le scelte prese dal governo Meloni dopo i riot del 17 ottobre e gli assalti ai negozi e alle vetrine di Milano. Un chiaro segnale che le misure governative hanno un audience a cui parlare e probabilmente sanno farlo molto bene. Una parvenza di Italia progressista emerge solo quando un italiano su tre (33,6%), riconosce che «tra le misure più efficaci ci sono percorsi educativi e lavori socialmente utili obbligatori». Insomma, una domanda di recupero sociale.  Non sappiamo quanto il sondaggio sia attendibile, ma anche se presentasse delle esagerazioni e andasse corretto un po’ al ribasso, quei numeri aiutano a cogliere una delle questioni che è tornata in ballo il 24 ottobre quando migliaia di ragazzini hanno saputo mettere sotto scacco Giorgia Meloni e la sua coalizione. Viviamo in un’Italia «vecchia», anzi, come scrive sempre sulla Stampa Massimo Cacciari, in un continente interamente «vecchio» che ha un problema serio con le nuove generazioni. Le avversa, in parte le odia, non ha nessuna idea di integrazione sociale, nessuna risorsa da offrire, e i ragazzi e le ragazze dell’ultima generazione hanno deciso di presentare il conto. LEGGI ANCHE… GEN Z AVERE VENT’ANNI NELLA CATASTROFE Redazione Jacobin Italia Il conto è stato presentato il 17 e 18 ottobre nelle modalità già ampiamente analizzate e discusse e ha visto come protagonisti soprattutto giovanissimi delle periferie cittadine, in particolare a Milano con un’alta componente di seconde generazioni. Sabato 24 a prendere la piazza sono state soprattutto le generazioni studentesche, quelle che avevano già riempito lo sciopero del 16 ottobre, ma con una componente altissima di prima politicizzazione e una dose di radicalità e determinazione inedite. I e le giovani hanno capito l’inconsistenza delle promesse che vengono fatte loro, la pochezza del futuro che viene loro preparato e stanno imparando a riconoscere la contraddizione descritta, appunto, da Cacciari nell’articolo citato: quella tra «un’Europa vecchia» e «una generazione cresciuta nel tracollo delle speranze di fine secolo».  Si potrebbe riempire di più contenuti questo gap: la contraddizione che viene al pettine è quella tra un’Europa che si è sottomessa ai diktat dell’austerità, in nome del monetarismo e di un capitalismo trainato dagli Stati più forti, e di un corpo sociale pensato solo come laboratorio su cui sperimentare ricette economiche pesantissime. Ma anche la contraddizione tra uno spazio geopolitico, tra i più ricchi al mondo, che rimanda all’esterno ancora una luce di benessere tra i più alti mai raggiunti dall’umanità e l’umanità medesima che arriva da ogni parte giustamente desiderosa di partecipare a quella agiatezza. E che per questo viene respinta. L’Europa vecchia è fatta così di popolazioni che si rinchiudono, che accettano la versione autoritaria della convivenza civile che viene loro proposta – in Italia da Meloni, in Francia da Le Pen, in Germania dall’AfD e così via – e che hanno deciso di tirare giù la saracinesca del dialogo e dell’apertura. Questo è lo scontro che si è aperto a Milano e in altre città del nord e che è destinato a proseguire. La giornata del 24 ha visto una capacità di azione politica da parte dei più giovani che non era scontata in un tale clima di intimidazione repressiva: capacità di cogliere il momento e il vuoto che si era creato; di gestire la piazza; di non farsi stringere nella trappola del minoritarismo, per quanto le manifestazioni non siano state oceaniche. Il fatto che anche dal traballante ed esitante centrosinistra siano venute parole di parziale sostegno alle «ragioni dei giovani» dicono quanto certe manifestazioni abbiano radici nelle contraddizioni del reale e invece nulla abbiano a che vedere con le fantasie, la propaganda razzista e il richiamo all’ordine pubblico delle destre e dei suoi giornali farsa. LEGGI ANCHE… MOVIMENTI L’AUTUNNO DEL NOSTRO SCONTENTO Lorenzo Zamponi Anche la vicenda dell’arresto del ricercatore Youssef Siher è emblematica di una situazione kafkiana. La «mente» del 17 ottobre è stato arrestato per un presunto reato che, secondo quanto scrive l’ordine di fermo da parte del Pubblico ministero, è stato creato dopo il 17 ottobre. In quel documento, infatti, si legge che il fermo è stato disposto «in qualità di amministratore del canale Movimento 17 ottobre presente sulla piattaforma social Instagram, creato a seguito degli scontri». Sehir è ancora in stato di fermo, scrive la Procura, per aver pubblicato contenuti del seguente tenore: «lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame»; oppure, «dobbiamo fare come la Francia, li sono ben organizzati e soprattutto attivi», mentre il manuale con le istruzioni per l’uso della Rivoluzione «è ispirato dal manuale della Rivoluzione Egiziana del 2011» e, come ammette la stessa Pm, «consistente in una sorta di vademecum per come affrontare gli scontri di piazza». Sono accuse per le quali qualche milione di cittadini o cittadine potrebbe essere fermato, limitandosi a opinioni politiche senza che sia al momento provata alcuna capacità di indirizzare, organizzare o sollecitare manifestazioni violente.  La vicenda Sehir è sintomatica di uno Stato che ha sempre bisogno di un capro espiatorio, ma soprattutto di un sistema del discorso pubblico che deve rimuovere il problema di fondo e spostare l’attenzione su fattori esterni: l’’immigrazione incontrollata, il presunto radicalismo islamico – il cui pericolo è denunciato ormai da 25 anni, senza che abbia mai provocato danni in Italia –, i social network da vietare ai giovani e da lasciare a politici e giornalisti che ne fanno un uso abietto. I e le giovani hanno invece chiaro che il problema del presente è il futuro a loro negato. Lo hanno capito in Francia e lo capiscono in Italia dove le manifestazioni sembrano ora muoversi in modo più o meno confuso, con piazze improvvisate, strutture collettive deboli o assenti, capacità di dialogo tra settori diversi ancora da costruire, piattaforme se non inesistenti per lo meno parziali. Sarà chi si mobilita a cercare le forme adeguate ai propri bisogni, non servono certo indicazioni esterne o lezioncine impartite da generazioni più anziane. Ma è anche un fatto concreto che le date di mobilitazione generale che si annunciano, come gli scioperi indetti il 30 ottobre dall’Usb e il 20 novembre dalla Cgil, sono già individuate dai manifestanti come piazze da attraversare. E quindi ancora una volta occasione di incontro e di connessioni sociali, sempre che i settori più organizzati e sperimentati vogliano facilitare questa disponibilità. Si sta ricreando il clima dello scorso anno sulla Palestina: la gioventù in piazza è ancora quella, le forze anche, le lezioni di quelle giornate, purtroppo, non sono state mai tirate, in termini di modalità della mobilitazione, di sforzi unitari, di rivendicazioni in grado di far lievitare e sedimentare la mobilitazione e di non disperderla dopo l’ennesima manifestazione oceanica. Ma se si torna alla capacità di convergenza unitaria mostrata nello sciopero del 4 ottobre dello scorso anno si può davvero incidere sui rapporti di forza sociali.  Nell’ultimo numero di Jacobin Italia dedicato alla Generazione Z, abbiamo colto con un po’ di anticipo sugli eventi le contraddizioni in atto, analizzando e raccontando la Gen Z nelle sue varie sfumature e gradazioni. Perché occorre guardare a fondo nelle striature sociali per leggere dinamiche che a loro volta indicano anche obiettivi di lotta. Chi ha paura della Gen Z Acquista l’ultimo numero della rivista La «vecchia» Europa, ad esempio, aveva ampiamente promesso un piano di rilancio sociale e infrastrutturale durante la pandemia da Covid interamente dedicato alle nuove generazioni: NexGenerationEu. Quel piano è stato abilmente sotterrato per far posto a RearmEu, cioè al riarmo europeo inteso come propensione bellicista e aumento indiscriminato delle spese militari. Questa contraddizione da facilmente vita a una rivendicazione diretta: più soldi per l’ambiente e il futuro, meno per le armi. Ora, subito. L’altra grande questione aperta è la scuola e la formazione. La Francia è all’avanguardia, ma tocca un tasto scoperto ovunque in Europa, particolarmente in Italia. Fondi per l’istruzione, pratiche di democrazia interne alle scuole e università, programmi adeguati alla contemporaneità e non alle nostalgie da libro Cuore di Meloni e Valditara.  Così come centrale è divenuto il problema casa e l’utilizzo speculativo degli studentati sulla pelle di famiglie e giovani che devono quasi indebitarsi per studiare da fuori sede. C’è poi un aspetto che ancora, sorprendentemente, non viene valorizzato fino in fondo: la sincronia internazionale. Per chi ha vissuto a pieno l’esperienza del movimento No global, l’idea di incontri internazionali tra movimenti che lottano sulla stessa lunghezza d’onda sarebbe naturale. Tanto più in presenza di fatti simbolici, come la vittoria degli studenti serbi in una partita del tutto inedita come le elezioni politiche, che danno ulteriore forza alle proteste giovanili. Il 26 ottobre alla Sapienza si tiene forse per la prima volta un incontro a distanza tra lotte francesi e studenti italiani e italiane: questa strada, se praticata con cura, potrebbe portare all’emersione di quella generazione che nella politica europea è totalmente esclusa e cancellata da qualsiasi preoccupazione anche formale. Imporrebbe sul piano generale le istanze politiche e generazionali che servono per rinnovare un continente, rimasto imprigionato nelle ricette neoliberali, intossicato da un capitalismo vetusto che si dibatte per non essere schiacciato dalla competizione mondiale e che sta preparando l’insorgenza di nuovi mostri.  Serve una ramazza in grado di spazzare via quest’aria mefitica che imperversa sull’Europa, serve una rivolta giovanile. *Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Rivoluzione e libertà (Alegre, 2026). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il vento della rivolta giovanile proviene da Jacobin Italia.
October 26, 2026
Jacobin Italia
Controllo degli affitti e diritto all’abitare, verso lo sciopero generale del 30 ottobre
Venerdi in Piazza Maricarmen è stata presentata la proposta di legge per mettere un tetto all’affitto e fareil punto della situazione sulla raccolta firme. Al termine dell’ottava notte in tenda, e dopo una settimana di iniziative, assemblee e dibattiti, piazza Maricarmen Abascal ha ospitato due assemblee centrate sul tema del […] L'articolo Controllo degli affitti e diritto all’abitare, verso lo sciopero generale del 30 ottobre su Contropiano.
October 26, 2026
Contropiano
Il tempo dell'appartenenza In contemporanea con il cinquantesimo anniversario del Congresso di Rimini (31 ottobre – 4 novembre 1976) che decretò lo scioglimento di Lotta Continua, pubblichiamo un libro che intende raccontare una storia della più numerosa organizzazione della sinistra extraparlamentare italiana, e più in… https://links.grafton9.net/e74c3c09e1dd/ #books #movimenti #archivi
October 25, 2026
archivio grafton9
Se ChatGPT va in guerra
di Andrea Daniele Signorelli (Giornalista freelance)   «La guerra è il dominio dell’incertezza», scriveva Carl Von Clausewitz nel trattato di strategia militare Della guerra. A due secoli di distanza dalla pubblicazione, uno dei principali obiettivi dell’impiego dell’intelligenza artificiale in Continua a leggere L'articolo Se ChatGPT va in guerra proviene da ATTAC Italia.
October 25, 2026
ATTAC Italia
Non è questione pedagogica
IN MIGLIAIA DI GIOVANI E GIOVANISSIMI, SENZA SIGLE E SENZA PAURA HANNO MANIFESTATO IN TANTE CITTÀ. POTREBBERO FARLO OGNI SABATO, MALGRADO DECINE DI FERMI PREVENTIVI IN APPLICAZIONE DEGLI ULTIMI DECRETI SICUREZZA. LO FANNO PERCHÉ SONO SEMPRE DI PIÙ GLI ESCLUSI, I NUOVI POVERI, QUELLI CHE DEVONO SOLO GUARDARE, ASPETTARE, DESIDERARE, RINCORRERE, FARSI SOTTOMETTERE MA ANCHE PRODURRE E SEMPRE BRAMARE IL LUSSO. LA PRIMA DOMANDA, SCRIVE ANDREA SATTA, CHE BUONA PARTE DEGLI ADULTI DOVREBBERO FARSI NON È SE È GIUSTO SPACCARE LE VETRINE. LA DOMANDA È: SE COSTRUIAMO PERCORSI DOVE MI FAI DESIDERARE TUTTO IL TUO BENESSERE, PERCHÉ DOVRESTI SENTIRTI SICURO DI POTERTELO GODERE PER SEMPRE NELLE LUCI SOFFUSE DELLA TUA AGIATEZZA? Foto Milan in Movimento -------------------------------------------------------------------------------- Non è questione pedagogica, né va fatta una crociata moralistica, non c’è questo in ballo. Il sistema propone l’irraggiungibile, non il pane. Non sono più i tempi dei poveri di Totò con i vestiti di tre taglie più grandi e gli spaghetti rubati, infilati nelle tasche. Oggi i poveri sono obesi, mangiano troppo e male, ingoiano calorie e immagini, cibi e ultra-processati, catene e filiere multinazionali. Diventare una star dei social equivale a comprarsi una Ferrari. Oggi, sabato 24 ottobre, alla Stazione Centrale di Milano, sono in attesa della coincidenza di un treno e insieme a tutto il resto del mondo sono in piedi a guardare i tabelloni rullare. Non c’è un posto a sedere in tutta la Stazione Centrale che pure è grande. Scientemente non è possibile sedersi. Io e pochi altri possiamo attendere nel lounge, con i vetri fumè, a bere qualcosa, comodi, in attesa dell’uscita del binario. Noi sì, tutti loro e sono migliaia, no. Loro devono guardare, aspettare, desiderare, educati a sbavare a rincorrere, a volere. Devono volere e farsi sottomettere, produrre, arricchirsi, inseguire e in qualche modo raggiungere un surrogato che plachi la frustrazione. E se un giorno un gruppo di ragazzini ancora non sufficientemente ammaestrati, ma allevati a bramare il lusso e alla durezza che se è mio e mio e se tu non puoi non puoi, s’incazzano e si fottono tutto quello che gli si è sempre sventolato davanti e negato, ti meravigli? Se gli sbatti in faccia il tuo successo, anzi il tuo potere perché prima o poi qualcuno non dovrebbe reagire sovvertendo tutto e prendendosi quello che gli si è sempre fatto annusare? Non c’è politica in questo, non c’è niente, c’è di avere impostato un sistema che pettina tutto in un verso fino al nodo, puntando sul fatto che l’unica reazione sia adeguarsi e sgobbare. E può darsi che un giorno qualcuno spacchi tutto. È giusto? No. Ma è questa la domanda da farsi? No. La domanda è se io costruisco un percorso dove mi fai desiderare tutto il tuo benessere, perché dovresti sentirti sicuro di potertelo godere per sempre nelle luci soffuse della tua agiatezza? È uscito il binario, in prima classe c’è più posto per le gambe e ti offrono il caffè. Fino a che siamo vivi. “‘A livella” non esiste. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non è questione pedagogica proviene da Comune-info.
October 25, 2026
Comune-info