Il capitalismo algoritmico. La guerra, il caos e noi--------------------------------------------------------------------------------
Pubblicato sul blog dell’associazione Transglobal, questo articolo contribuisce
alla discussione Società in movimento
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Foto Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali
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Non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che un cambiamento epocale, iniziato in
Occidente, stia sconvolgendo, passo dopo passo, l’intero pianeta. Il modello
neoliberale di società, emerso cinquant’anni fa dalla dissoluzione dello stato
sociale, è entrato in crisi. Ne hanno gravemente risentito tanto la
rappresentanza e la funzione delle istituzioni pubbliche – a diversi livelli –
quanto i modelli di produzione e riproduzione economica, sociale e culturale.
Stiamo assistendo a un cambiamento nel ceto dominante ai vertici del
capitalismo, a cui si associa una nuova fase del suo ciclo vitale. Nella
posizione apicale si trovano oggi gli oligarchi del capitale algoritmico, coloro
che estraggono rendita controllando gli snodi chiave – reti sociali, motori di
ricerca, servizi di pagamento – della digitalizzazione delle vite e della
produzione di “informazione astratta”.
Tra i tanti nomi utilizzati per descriverlo, abbiamo scelto quello di
capitalismo algoritmico, poiché ci sembra quello che meglio renda conto delle
tensioni che lo attraversano. Una delle sue caratteristiche più evidenti è la
concentrazione di capitali e potere sostanziale – così come della capacità di
influenzare una quota elevatissima della popolazione mondiale – nelle mani di un
numero esiguo di persone. Il contesto generale in cui ciò avviene è la continua
sollecitazione del caos, con la conseguente caduta di qualsiasi regola che dia
l’idea di limiti invalicabili.
È molto difficile trovare una situazione simile nelle fasi precedenti del
capitalismo.
Nel modello oggi in opera, la soglia tra l’interesse privato delle grandi
corporazioni e la funzione delle istituzioni pubbliche diventa quasi
impercettibile; le sovrapposizioni e le intersezioni tra i due ambiti sono alla
base della sua riproduzione.
A un livello “molecolare”, la nuova fase si traduce in un diverso rapporto tra
il soggetto e le strutture (sociali, economiche, giuridico-amministrative,
culturali) in cui il primo si definisce ed è, allo stesso tempo, definito e
contenuto.
Il rapidissimo sviluppo e l’applicazione dell’IA rappresenta uno dei punti di
maggiore forza di questo cambiamento.
Nascono nuove infrastrutture – formali e informali – insieme a discorsi, norme,
leggi, ed enunciati che le rendono concrete e “vere”. Nasce, infine, un nuovo
dispositivo, un concetto, questo, che sarà molto utile per lo sviluppo di quanto
si intende discutere qui.
L’obiettivo di queste pagine non è, tuttavia, soltanto tentare una descrizione –
per quanto molto parziale – del nuovo scenario.
Intendiamo invece abbozzare – in forma meramente interlocutoria – alcuni punti
che ci sembrano cruciali per intravedere una via di fuga, una possibile rotta di
collisione, un atto di pirateria, un respiro collettivo sincrono.
Vorremmo cominciare dal secondo livello, quello che è stato definito molecolare.
L’IA sta assumendo sempre più una funzione indiscutibile nella costituzione del
nuovo ente che – con i filosofi post-strutturalisti francesi – chiamiamo
uomo-macchina. Si tratta di un ente connotato dalla “piena integrazione tra
l’individuo in carne e ossa e le sue prolungazioni digitali, costituite
dall’insieme non omogeneo di dati, condivisi nella dimensione online”, come
scrive Davide Sisto nel suo saggio I confini dell’umano.
L’uomo-macchina trova nell’IA un orizzonte propizio per andare oltre le
connessioni cyborg che lo collocano, già da tre decenni, in uno spazio senza
confini fisici. In quell’orizzonte si creano le condizioni per un rapporto tra
sé e l’ambiente, contraddistinto da nuove caratteristiche, che lo include.
L’esternalizzazione di organi, funzioni e memorie nelle prolungazioni digitali
ha un impatto sul modo in cui ci percepiamo come soggetti – attivi e passivi –
della conoscenza. Cambia, di conseguenza, il nostro coinvolgimento diretto nella
definizione di ciò che è vero, giusto ed eticamente praticabile. In sintesi, se
la rete ci ha offerto, a partire dagli anni Novanta, connessioni, dati e
possibilità di intrusione in ambiti che fino al decennio precedente ci erano
preclusi, l’IA non solo amplifica – verticalmente e orizzontalmente – questa
possibilità in modo incommensurabile, ma “altera il locus del potere
rappresentazionale, ossia il punto di vista che organizza tutte le prospettive”,
come scrive Lucas Vilalta, nella presentazione di una conferenza di Kate
Crawford.
Di altri strumenti entrati nelle nostre vite nei decenni passati sapevamo molto:
le basi del loro funzionamento, i processi produttivi che li avevano portati
nelle nostre mani, le lotte condotte dalla classe operaia che in quei prodotti
entrava come “lavoro vivo”. Gli studiosi “operaisti” italiani degli anni
Sessanta e Settanta ci hanno insegnato molto sulla necessità di avere questo
tipo di conoscenza.
La natura dell’IA e la velocità brutale con cui sta permeando il nostro modo di
vivere ostacola la possibilità di avviare un processo di comprensione – seppur
basilare, superficiale e, se possibile, critica – di ciò che abbiamo di fronte.
Questo, però, non sembra rappresentare un problema: l’IA appare da subito come
uno strumento che non è utilizzato solo per migliorare le prestazioni
individuali, come il PC su cui questo testo viene digitato. Nasce come un
ambiente di fiducia, dove è possibile e piacevole vivere. Il tono divertente e
conciliante di qualsiasi strumento dell’IA ci fa sentire a nostro agio nel
dialogare con un bot. Arriviamo persino a congratularci ogni volta che la
risposta contenga un apprezzamento per ciò che stiamo digitando.
La capacità dei sistemi LLM (Large Language Model) di produrre creativamente e
deduttivamente diversi tipi di opere, senza basarsi su processi di addestramento
diretto e continuo da parte degli esseri umani, ha un impatto travolgente sulla
nostra idea di uso tradizionale delle macchine. Lo stupore e la sorpresa ci
rendono immuni dalla voglia di conoscere – più approfonditamente e criticamente
– ciò che sta accadendo.
Chi è interessato a conoscere la quantità di energia e acqua di cui ha avuto
bisogno la nostra domanda? O a sapere quanto sono stati pagati i lavoratori
filippini e indiani che hanno inserito miliardi di dati e immagini per
addestrare la macchina che ci risponde? O dove e come sono stati estratti i
minerali di cui i data center hanno bisogno per funzionare? O, ancora, se esiste
qualche relazione tra il trattamento dei nostri dati resi disponibili
gratuitamente e quelli utilizzati nelle strategie delle corporazioni
specializzate per addestrare le macchine nelle scelte letali dei bersagli
militari?
Vi è un altro aspetto specifico che deve essere menzionato, poiché rappresenta
simbolicamente un cambiamento che coinvolge direttamente la parte più emotiva e
intima della vita. I siti di incontri erotici e sentimentali degli anni Novanta
e del primo decennio del nuovo millennio rappresentano l’archeologia di ciò che
le chatbot ci offrono oggi.
Nel 2013, Spike Jonze ha realizzato un bellissimo film, Her; la storia narrata
sembrava – all’epoca – qualcosa di abbastanza lontano dalla realtà. Un uomo si
innamorava di un bot, una donna virtuale di nome Samantha. Dodici anni dopo, nel
dicembre del 2025, una donna giapponese ha sposato un bot, un uomo virtuale il
cui profilo aveva creato lei stessa su ChatGPT. In questo secondo caso, non si
tratta di un film.
Ciò che appare nell’immagine di quella donna in abito da sposa non rappresenta
necessariamente il futuro del matrimonio; si tratta di un caso limite o, se
vogliamo, di un esempio-sintomo. Non importa quante persone si sposeranno in
questo modo nei prossimi anni; ciò che importa è mostrare che un limite è già
stato raggiunto, è diventato, proprio per questo, superabile.
Tornando ad argomenti più generali, notiamo come tra la seconda metà degli anni
Ottanta e la prima dei Novanta, due dei più importanti pensatori del XX secolo,
Gilles Deleuze e Félix Guattari, avessero ben chiaro quale fosse la direzione
già tracciata.
Nel nuovo ente – scrive Deleuze – che nasce dopo la “morte dell’uomo”, le forze
interiori dell’individuo si relazionano con altre forze del Fuori. Sono quelle
del silicio, dei componenti genetici, degli agrammaticali. Queste forze
producono una certa letteratura, la biologia molecolare, le macchine di terza
generazione, cibernetiche e informatiche.
Qui sembra risiedere la grande visione di Deleuze riguardo a qualcosa che non
aveva sperimentato direttamente. L’IA fa getta i tre “essere” – del linguaggio,
della vita e del lavoro – nella dimensione del finito-illimitato a cui fa
riferimento il nuovo soggetto, quello che Deleuze, nel suo saggio dedicato a
Foucault, chiama “superuomo”.
Nella seconda metà degli anni Ottanta, Guattari scrisse la sceneggiatura di
quello che doveva essere un film di fantascienza cyberpunk, ma che non arrivò
mai a esserlo: Un amour d’UIQ (Universo Infra-Quark), molto ben analizzato
recentemente da Felice Cimatti.
Da un lato, abbiamo una forma iperintelligente, l’UIQ, che trascende le vite
carnali degli esseri umani e, dall’altro, i corpi di questi, che con lei
interagiscono. Il risultato è una combinazione macchinica tra i due enti, in cui
si costituisce una soggettività che “non possiede né delimitazioni corporee
fisse, né personalità costante, né orientamento sessuale predefinito”.
Il filosofo psicanalista francese presenta qui una “lettera d’amore al corpo”.
Recuperare il corpo con i suoi limiti, le sue euforie e disforie, significa
sottrarlo, almeno parzialmente, al delirio del concatenamento macchinico
innestato nella nuova “cosmotecnica” – usando qui in modo non ortodosso la
definizione utilizzata da Yuk Hui nell’omonimo saggio – che sta plasmando le
nostre vite.
È un argomento che tornerà nelle ultime pagine di questo testo, poiché ha molto
a che fare con le forme di resistenza al quadro apocalittico che il capitalismo
algoritmico sta definendo con crescente chiarezza e drammaticità.
Riprendiamo il concetto di dispositivo che è stato enunciato più sopra e, con
esso, il livello più ampio che, con Deleuze, chiamiamo “molare”. Per spiegare
chiaramente l’importanza di questo concetto nell’economia di queste provvisorie
riflessioni, presentiamo la definizione data da Foucault in un saggio incluso in
Dits et Écrits. Il dispositivo è “un insieme decisamente eterogeneo, che
comprende discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni norme,
leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, filosofici, morali,
proposte filantropiche […]. Il dispositivo stesso è la rete che si può stabilire
tra questi elementi”.
Ci sembra che, con l’inizio del secondo decennio del secolo, questi elementi
abbiano cominciato a presentare caratteristiche che si vanno allontanando dai
dettami del neoliberismo, quelli che hanno segnato la vita politica ed economica
a partire dalla svolta avvenuta cinquant’anni fa. Oggi, dopo quindici anni,
possiamo affermare che un nuovo dispositivo definisce le relazioni di potere in
opera a tutti i livelli.
L’insieme degli elementi che costituiscono il dispositivo attivo oggi va
associato a due sostantivi che, a nostro avviso, si adattano alla situazione che
stiamo vivendo: caos e guerra.
Il capitalismo algoritmico propone uno schema di operatività sempre più definito
da linee circolari che uniscono i due termini, producendo scenari che non sembra
esagerato definire apocalittici.
Lo sviluppo dell’IA rafforza quell’intreccio, che diventa sempre più evidente,
attraverso strategie dichiarate e il compimento di azioni in cui non è
necessario mascherare nulla. Tutto trova una spiegazione negli enunciati
scientifici – o pseudoscientifici – che uniscono fiducia assoluta nella
tecnologia, credenze religiose e differenze tra esseri umani basate sul
quoziente d’intelligenza. I principali esponenti della classe vettorialista non
si lasciano scappare nessuna opportunità per ribadire questi principi, come
ricorda Quinn Slobodan.
Christian Marazzi, uno degli studiosi più lucidi e prolifici delle
trasformazioni del capitalismo, è arrivato a definire il coinvolgimento dello
Stato nelle strategie di sviluppo del capitalismo algoritmico come una rinascita
e un aggiornamento del “capitalismo di Stato”. Una lettura pienamente
condivisibile, che lascia però aperta una questione. Qual è il futuro dello
Stato?
Le istituzioni statali con cui siamo abituati a confrontarci sembrano essere
messe in discussione dai pensatori più radicali della nuova estrema destra a
livello mondiale, con ancora una volta gli Stati Uniti in prima linea. Quinn
Slobodan, nel Capitalismo della Frammentazione, identifica questa tendenza con
la frammentazione delle entità statali e la creazione di zone dove il modello di
sviluppo e gestione delle risorse, nonché di produzione della ricchezza –
persino della vita degli abitanti – si sottrae alle regole che, in forme
diverse, rappresentano le fondamenta della forma-Stato uscita dall’Illuminismo.
È in queste zone che i vettorialisti pianificano un’esistenza che – come se non
bastasse la ferocia del loro protettore – sia libera dalla minaccia, sempre
presente, dell'”Anticristo”, come è stato definito da Peter Thiel.
Il fondatore di Palantir vede questa minaccia in coloro che lottano contro le
disuguaglianze e propongono misure sociali a vantaggio delle vittime del vorace
sistema economico che egli promuove e vuole spingere ancora più avanti.
L’Anticristo di Thiel ha anche i tratti di chi propone ostacoli ecologisti ai
disegni tracciati dalla vocazione che anima lui e gli altri vettorialisti.
Il dispositivo che emerge oggi come rete degli elementi sopra elencati è diretta
espressione del “regime di guerra e caos” che gestisce le relazioni su scala
globale. Questo ci sembra il cambiamento che stiamo affrontando oggi e che
spiega tutto ciò che di abominevole stiamo vivendo.
Quando parliamo di caos intendiamo la scelta di strategie basate su una modalità
di produzione e divulgazione continua e stordente di enunciati e immagini, il
cui risultato viene valutato nei primi minuti successivi alla dichiarazione. In
questa strategia, tutto può essere affermato e allo stesso tempo negato. Non
importa se ciò che è stato detto ha una correlazione con i fatti o meno, perché
dopo pochissimi minuti arriva un’altra dichiarazione che distoglie l’attenzione
dalla prima. Le conseguenze di questa strategia si diffondono verticalmente e
orizzontalmente in qualsiasi ambito, dai nostri luoghi di lavoro alle relazioni
tra Stati.
L’IA favorisce questa modalità di produzione comunicativa. Le correlazioni
statistiche sostituiscono la comprensione logica e graduale; definiscono
percorsi cognitivi che presentano le decisioni come obiettive, e proprio per
questo incontestabili. Attraverso l’IA si trovano spiegazioni, chiavi di
lettura, che offrono una giustificazione a tutto ciò che viene portato avanti
come oggettivamente vero, o falso.
Valga solo come esempio la narrazione sulla sostituzione etnica, il più grande
terrore per un’ampia parte della popolazione europea, invecchiata, rancorosa e
razzista. Che sia o meno realistica, basta presentarla, supportandola con una
ricerca su un chatbot qualsiasi, e i risultati sono lì.
Per guerra non intendiamo soltanto gli eventi bellici, in qualsiasi forma siano
essi dichiarati. Questi conflitti sono drammatici, criminali, genocidi (molti
dimenticati o ignorati), ma non sono gli unici. Ci sono guerre implicite contro
l’ambiente o contro i popoli che rivendicano forme di vita sottratte alle
logiche del capitalismo algoritmico. Ci sono guerre implicite contro le nazioni
che scelgono una direzione diversa, rivendicando forme autonome di sovranità. Ci
sono guerre contro quegli strati di popolazione che difendono spazi sociali e
forme produttive di reddito autogestite e collettive, o che difendono il diritto
a un lavoro dignitoso. C’è guerra contro le strutture del welfare, contro la
cultura, contro i poveri, i marginali, le “vite infami”.
In altre parole, dove non c’è guerra dichiarata, vi è una politica che non è
altro che “guerra condotta con altri mezzi”. Elon Musk, rispondendo a una
domanda sui numerosi senzatetto negli USA, non ha perso tempo in giri di parole,
definendoli drogati, violenti, affetti da gravi malattie mentali: non sono altro
che spazzatura e come tale devono essere trattati.
Anche di fronte alle molte perplessità sollevate da studi specializzati sulla
scarsa applicabilità nei conflitti bellici dei parametri utilizzati in tempo di
pace per addestrare l’IA, come nel caso di Sérgio Amadeu da Silveira, il suo
utilizzo è massiccio. L’IA offre descrizioni di nemici, strategie per colpirli,
quantificazione dei “danni collaterali” e accelerazione della “kill-chain”,
ossia il tempo necessario per prendere una decisione.
Le conseguenze a Gaza sono sotto gli occhi di tutti.
I programmi Lavender e Gospel offrono esempi chiari e inquietanti sull’uso
dell’IA nel massacro dei palestinesi da parte dell’esercito israeliano. Lavender
sceglie i bersagli sulla base delle informazioni acquisite nell’addestramento.
La rapidità è la sua caratteristica principale, lo sterminio di massa la
conseguenza più visibile. “Durante le fasi iniziali della guerra, l’esercito ha
dato approvazione generale affinché gli ufficiali adottassero le liste di
obiettivi da eliminare di Lavender, senza richiedere una verifica minuziosa”.
“L’esercito israeliano ha attaccato sistematicamente gli individui presi di mira
mentre si trovavano nelle loro case – generalmente di notte, quando tutta la
famiglia era presente […]. Secondo le fonti, ciò avveniva perché, dal punto di
vista di quella che consideravano l’intelligence, era più facile localizzare gli
individui nelle loro residenze private”. Questi brani sono contenuti nel
rapporto di Yval Abraham sull’uso e gli effetti di Lavender e di altri strumenti
di IA da parte dell’esercito israeliano a Gaza.
In questo senso, Gaza ha segnato la soglia tra un prima e un dopo. Con Gaza, è
diventato chiaro che qualsiasi azione, anche la più brutale e sconvolgente, non
ha bisogno di spiegazioni o scuse. Con Gaza, è finita definitivamente la
distinzione storicamente accettata tra obiettivi militari e popolazione civile,
e con essa è finito qualsiasi riferimento al diritto internazionale.
La guerra non ha né contorni né inizio né fine, perché – come sta diventando
sempre più evidente –ha smesso di essere una condizione di eccezione. Prima
ancora, assume una posizione centrale nelle relazioni internazionali e
nazionali, così come nella definizione dei programmi economici dei principali
paesi dell’Occidente, e non solo.
L’uso della forza – materiale o immateriale –, della ritorsione, del ricatto,
della minaccia in qualsiasi situazione ritenuta utile, non ha nemmeno bisogno di
essere mascherato. La sua accettazione interseca e unisce paesi in apparenza
distanti per orientamento politico, così come diversi settori delle società
civili.
Ma, per fortuna, c’è sempre chi resiste.
“Dove c’è potere, c’è resistenza”. La resistenza “non si trova mai in posizione
di esteriorità rispetto al potere”. Le resistenze devono essere considerate al
plurale: esse sono “possibili, necessarie, improbabili, spontanee, selvagge,
solitarie, concertate, striscianti, violente, irriconciliabili, pronte al
compromesso, interessate o destinate al sacrificio”.
Ammettiamo che lo scenario delle relazioni di potere in cui siamo coinvolti sia
composto dai punti che abbiamo finora presentato. Ognuno di noi potrebbe fare un
elenco – chi più lungo, chi meno – di situazioni che ritiene presentino una o
più delle caratteristiche di resistenza descritte da Foucault in “La Volontà di
sapere“.
La questione principale rimane la stessa che attraversa i dibattiti della
sinistra da decenni. Quanto elevato è l’impatto di ciascuna delle resistenze
elencate, non solo rispetto al proprio specifico ambito di riferimento, ma anche
nella costruzione e rappresentazione simbolica di altri mondi possibili.
In ogni atto di resistenza vi è un processo di soggettivazione, con
caratteristiche che cambiano da una resistenza all’altra, e su scale diverse.
Quali articolazioni, risonanze si possano cogliere, favorire, sviluppare tra
soggettività diverse è una questione affrontata da vari approcci. Alimenta una
discussione che esiste da quando è diventato chiaro che non vi è più un soggetto
unico, attorno al quale costruire il processo che ci condurrà a un futuro
radioso.
Resistenze e conflitti attraversano le società senza avere una direzione unica.
Assumono, piuttosto, forme, tempi e direzioni variabili, in accordo con le
emergenze che sorgono nei vari ambiti in cui appare una minaccia,
un’ingiustizia, un valore da difendere o da conquistare.
Tenendo conto della frammentazione su scala globale dei processi di
valorizzazione del capitale, la prima cosa che ci sembra evidente è che il
concatenamento delle resistenze – attuate da soggetti diversi – produce effetti
maggiori nella misura in cui si articola su quella scala.
Questo ci conduce ad argomenti importanti.
In primo luogo, la visibilità delle azioni e la capacità di intervenire nei
punti sensibili dell’organizzazione del sistema che abbiamo chiamato capitalismo
algoritmico. I portuali di Genova e i popoli indigeni dell’Amazzonia agiscono
con mezzi, modalità e obiettivi diversi, che a loro volta lo sono rispetto a
quelli utilizzati da un hacker che lavora su una qualsiasi piattaforma o dai
magazzinieri di Amazon.
Questi quattro esempi di soggetto producono atti di resistenza, la cui
visibilità e rilevanza strategica sono dettate da molteplici fattori. La loro
collocazione lungo le catene di produzione del valore, fa delle resistenze e dei
conflitti altrettante emergenze di elementi di rottura politica. Quegli atti
problematizzano dall’interno l’ordine globale che li include, a partire dalle
sue fratture e contraddizioni.
Le condizioni per trasformare il potere espresso dalla polifonia di voci e
azioni resistenti in potenza sovversiva si fondano su questioni essenziali e
complesse. Due, in particolare, sono brevemente argomentate nella parte finale
di questo testo.
La prima ha a che fare con una definizione delle azioni in sé, che ci aiuti ad
abbracciare la loro molteplicità di cui siamo – direttamente o indirettamente –
testimoni.
Riprendiamo i quattro esempi di prima, ai quali potremmo aggiungerne altri che
sono quotidianamente davanti ai nostri occhi, come i comitati di cittadini
contro lo sfratto degli inquilini o per la difesa di spazi sociali comuni.
Se vediamo quelle lotte come punti – implicitamente o esplicitamente –
interconnessi, non sarà sufficiente definirle spontanee, collettive,
auto-organizzate. Come suggerisce Rodrigo Nunes in Nem Horizontal nem Vertical,
(2023) il termine migliore per descriverle è quello di azioni distribuite,
poiché c’è qualcosa che, in ogni caso, le unisce. Distribuita non è sinonimo di
sciolta.
Un semplice concetto di statistica ci aiuta a rappresentare la distribuzione
delle azioni. Le azioni distribuite sono tali in funzione di una linea, rispetto
alla quale i punti (le azioni) risultano dispersi, a maggiore o minore distanza.
La loro rappresentazione grafica è un diagramma di dispersione, con i “punti di
resistenza” che si distribuiscono attorno a quella linea, che, in questo caso,
potremmo definire come la tendenza – in un momento e in uno spazio specifico –
delle azioni contro il biopotere del capitalismo algoritmico.
I punti variano, sia nella posizione nel diagramma, sia nel numero. Così facendo
cambiano l’inclinazione della linea e definiscono un divenire che non è costante
e prevedibile – contrariamente a quanto credono ancora oggi i seguaci
dell’ortodossia marxista circa l’unico soggetto rivoluzionario.
Volendo usare la terminologia di Laclau, potremmo chiamare quella linea
“significante vuoto”: non appartiene direttamente ed esclusivamente a nessuno
dei punti, ma ciascuno di essi mantiene un rapporto, più o meno stretto, con
essa. Maggiore il numero dei punti di resistenza e la loro prossimità alla
linea, altrettanta sarà l’intensità e la potenza in sé della linea stessa.
Il secondo elemento – correlato al primo – ha a che fare con la questione
dell’organizzazione. I punti di quella dispersione possono produrre effetti
locali, circoscritti, preziosi e ben relazionati con altri. Il problema, annoso,
è come avviare processi di consolidamento e moltiplicazione che rendano quegli
effetti un punto di svolta, da cui non si torni indietro. Le esperienze nella
maggior parte dei paesi del mondo mostrano come quella prospettiva sia
tutt’altro che facilmente raggiungibile.
Essendo la scala globale l’unica di cui abbia senso parlare oggi, il modello
organizzativo deve anch’esso corrispondere a quella scala. Ciò significa che non
esiste il modello ideale, esportabile o importabile, come accadeva decenni fa
con la forma-partito. Ogni azione contestualizzata localmente deve trovare la
propria collocazione in una “rete di lavori” (worknet), più che in un lavoro di
rete (network), secondo la felice distinzione di Bruno Latour. Ciò che è
centrale non è la struttura della rete in sé, ma la capacità dei lavori di
produrre connessioni di rete, che vadano oltre l’immediata identificazione di
ciò che è contiguo.
A questo proposito, il suggerimento di Nunes nel saggio sopra citato è
abbastanza chiaro. Non ha senso pensare in termini di organizzazioni
individuali, ma piuttosto concepire l’organizzazione “come un’ecologia
distribuita di relazioni che attraversano e riuniscono diverse forme di azione”.
O, in termini ancora più chiari, “una rete non totalizzabile, composta di
innumerevoli reti, un’ecologia di rete in costante evoluzione” (205).
Azioni distribuite ed ecologia dell’organizzazione producono una tensione,
basata sulla valorizzazione di specificità e diversità, nel segno di una logica
di funzionamento rizomatica. Una tensione che amplia il numero dei nodi, salendo
e scendendo lungo le catene di approvvigionamento. Una tensione, infine, che
definisce nuovi obiettivi, ogni volta che se ne creano le condizioni,
ridisegnando e favorendo le connessioni tra nuovi e vecchi soggetti resistenti.
L’esperienza della lotta dei portuali contro la guerra e la movimentazione di
qualsiasi tipo di merce ad essa correlata ci insegna molto.
Avviata a Genova nel 2019, è arrivata, nel 2026, ad assumere una dimensione
internazionale e internazionalista. Nel corso di questi sette anni, la “linea” –
come è stata definita sopra – aveva una direzione abbastanza chiara e ha
favorito l’estendersi delle iniziative all’intero tessuto sociale della città.
Nel 2025 quelle mobilitazioni sono arrivate, con la solidarietà alla Palestina,
ad avere una dimensione inusitata. Ci sono state molte occupazioni di scuole e
dell’università, mente i centri sociali organizzavano dibattiti sul significato
del “regime di guerra”; alcuni partiti politici minori della sinistra e il
sindacato di base USB hanno ampliato ulteriormente la lettura della fase
attuale, coinvolgendo altri soggetti, soprattutto nella logistica. Persino il
consiglio comunale della città di Genova ha preso una posizione chiara contro il
traffico di armi nel porto. Molti artisti si sono offerti di sostenere la lotta
con le loro opere. Un’organizzazione di volontariato ha raccolto circa 400
tonnellate di prodotti da inviare in Palestina, in concomitanza con la missione
della “Global Sumud Flotilla”.
L’eco internazionale è stata enorme: allo sciopero generale proclamato dai
portuali nel novembre del 2025, erano presenti a Genova Greta Thunberg, Yanis
Varoufakis, Chris Hedges e i rabbini newyorkesi oppositori all’occupazione della
Palestina.
Il passo successivo è stato a febbraio del 2026, con la proclamazione di uno
sciopero internazionale. Hanno aderito i lavoratori di più di venti città
europee e mediterranee. La manifestazione a Genova è stata per un tratto di
percorso guidata da Chris Smalls, il lavoratore di Amazon di Staten Island che
ha organizzato il primo sindacato all’interno di una delle unità statunitensi di
quella azienda.
Ogni scuola, università, centro sociale, fino ad arrivare alle organizzazioni di
lavoratori di altre città, ha scelto autonomamente il modo di unirsi a quella
lotta, o, per meglio dire, di farla propria. Ci sono state discussioni
collettive – in sale stracolme di gente – dove ogni rappresentante di uno dei
“punti” spiegava il modo di portare avanti la propria resistenza.
In sintesi, azioni distribuite che mostrano un’attitudine a fare i conti con
leadership ugualmente distribuite. Come sedimentare, ampliare e rafforzare
queste worknet di esperienze di lotta è una questione lontana dall’essere
sufficientemente analizzata. Ciononostante, ci sembra che quella logica di
azione e organizzazione rappresenti oggi l’unica direzione praticabile.
Questo ci riporta, in modo interlocutorio, all’argomento con cui è cominciato
questo testo.
Se accettiamo che il nostro presente sia segnato dall’emergenza di un nuovo
ordine mondiale che chiamiamo capitalismo algoritmico – con le sue declinazioni
in guerra e caos e le sue fondamenta nella logica del connettivismo tra uomo e
macchina – quali sfide abbiamo di fronte, in termini di azioni di lotta e della
loro organizzazione?
O, detto altrimenti, come costruire le connessioni con quei segmenti della
catena indispensabili affinché il conflitto sia portato là dove il capitale
acquista maggiore forza, ossia dove produce informazione astratta, attraverso
l’appropriazione della cooperazione sociale su scala globale?
Queste questioni, che non sono altro che dubbi, su cui il dibattito è, per
fortuna, vivo e aperto, sono state già presentate in un altro articolo. Lì, sono
state anche discusse le possibilità di promuovere l’uso e la funzione di
internet in chiave democratica, come è descritta da molti studiosi.
Ciò non toglie nulla all’urgenza di produrre noi stessi le connessioni di cui
abbiamo bisogno, tra lotte fisicamente visibili e lotte digitalmente vivibili.
Senza queste connessioni, i nostri atti di pirateria non ci condurranno al
tesoro più importante, quello per cui vale ancora la pena vivere.
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Stefano Rota è ricercatore indipendente. Gestisce il blog “Transglobal”. Le sue
più recenti pubblicazioni collettive sono La fabbrica del soggetto. Ilva
1958-Amazon 2021 (Sensibili alle foglie, 2023) e in G. Ferraro (a cura
di), Altraparola. La figura di sé (Efesto Edizioni, 2023). Collabora
occasionalmente con riviste online italiane e lusofone.
Marco Codebò, già ordinario di lingua e letteratura italiana a Long Island
University, Marco Codebò è autore di Narrating from the Archive (2010),
un’analisi dei rapporti fra romanzo, archivio e burocrazia, e di Novels of
Displacement (2020), uno studio delle relazioni fra soggettività e territorio
nella contemporaneità. Come narratore ha pubblicato tre romanzi, Via dei
Serragli (2003), Appuntamento (2009) e La bomba e la Gina (2012), e una raccolta
di racconti, École Normale Supérieure (2006).
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L'articolo Il capitalismo algoritmico. La guerra, il caos e noi proviene da
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