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Le ragioni dei No Tav, oltre la criminalizzazione
Dieci anni di Alta Felicità. Da un decennio l’estate della Val di Susa viene «animata da lotta, socialità e cultura non addomesticate, vissute in modo diverso e sostenibile», come hanno detto gli organizzatori inaugurando questa edizione. NO ALLA DISTINZIONE TRA BUONI E CATTIVI La vicenda della linea ferroviaria ad Alta Velocità, parte del progetto Ten-T di corridoi europei, ed è da sempre sia un riferimento di resistenza popolare a progetti dannosi, quanto un laboratorio di repressione con la sistematizzazione di «zone rosse», restrizioni alle libertà personali, misure come la schedatura di massa, che si sono riproposte anche quest’ anno. Le autorità promotrici dell’opera sono sempre state sorde a ogni istanza emersa dalla comunità della valle, già da quando nel 2005 era stato rigettato il progetto, che nel tempo ha segnato un solco sempre più netto tra la popolazione e i vertici di governo e di società di interessi. Questi infatti sono sempre stati dediti a trasformare un’opera quanto meno onerosa e discutibile sul piano della pubblica utilità in una questione di sovranità politica delle élite politico-imprenditoriali sulla comunità locale. Anche per questo non c’è da stupirsi se la lotta per l’autodeterminazione della valle, organizzata in modo autonomo per rivendicare giustizia climatica e sociale, riesce a parlare oltre i confini nazionali, coinvolgendo anche attiviste e attivisti di altri paesi europei, come nella mobilitazione di sabato 25 luglio, che ha superato ventimila partecipanti. Perciò alla conferenza stampa conclusiva, Nicoletta Dosio, insegnante ottuagenaria e una delle figure storiche del movimento, insieme ad altri No Tav ha parlato di «tante generazioni scese in piazza». Dosio ha rivendicato la mobilitazione di migliaia di manifestanti, «senza distinzione fra buoni e cattivi» e respingendo al mittente anche le accuse per i sabotaggi, anzi affermando «il diritto alla difesa anche sui cantieri mentre ci viene imputata la devastazione di quello a Chiomonte» che in realtà sarebbe da addebitare, a quel progetto per cui «la devastazione noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio». Nell’arco di ventiquattr’ore le veline ministeriali hanno addirittura raddoppiato il bilancio di agenti rimasti feriti durante la manifestazione e la società dei lavori Tunnel Euralpin Lyon Turin (Telt) ha stimato in modo altamente veloce e approssimativo in un milione di euro i danni solo in Val Clarea. Ma il movimento punta nuovamente il dito contro un «modello di sviluppo fondato sulla sottrazione di risorse e la contaminazione del territorio». Al centro delle contestazioni c’è l’impatto ecologico e socio-sanitario di una linea la cui realizzazione conta oltre trecentoquaranta passaggi giornalieri di mezzi pesanti e sembrerebbe acuire del 10% malattie polmonari e cardiovascolari per la dispersione di materiali in polveri sottili, oltre al drenaggio di consistenti riserve idriche per lo scavo delle gallerie in un depauperamento generalizzato dal consumo di suolo. LEGGI ANCHE… AMBIENTE NON C’È LOTTA AL NEGAZIONISMO CLIMATICO SENZA LOTTA ALLE «GRANDI OPERE» Wu Ming 1 LA VIOLENZA INFINITA DI UN’OPERA INUTILE Il timore diffuso è che «la piana di Susa diventi la discarica di amianto e smarino dei cantieri, sventrata e sfruttata», per cui le stesse compensazioni, ottenute a caro prezzo per la repressione subita negli anni, risultino poi insufficienti a riparare i danni ecologici e le ricadute sanitarie di «un’opera che continua a procedere senza una reale direzione, senza una copertura finanziaria e senza il consenso territoriale». Un «viaggio che non promettiamo breve», come scriveva Wu Ming 1, in cui è difficile imputare a qualche danneggiamento i ritardi cronici fino a 18 anni e l’aumento esorbitante dei costi oltre il 120% rispetto ai piani iniziali secondo la Corte dei Conti Europea per complessivi 25 miliardi di euro. Tanto che pure La Stampa ne mette in discussione l’utilità, viste le tante criticità a partire dall’avvio del progetto nel 2001, poi rinviato sistematicamente ogni dieci anni, fino al termine dei lavori attualmente ipotizzato nel 2033, ma solo per la parte italiana. Se Oltralpe l’entrata in esercizio è fissata al 2045, con un’incongruenza di cronoprogramma che da sola pare spiegarne la finalità strategica relativa, anche sul versante nostrano l’ultimo progetto presentato da Rete Ferrovie Italiane (Rfi) e affidato alla società italo-francese Telt è stato bocciato dall’Unione montana per carenze di elementi fondamentali su movimentazione di materiali e mezzi di cantiere, ricadute sulla viabilità, lacune nelle lavorazioni necessarie, eccetera. Viene messo in discussione anche il quadro economico da circa 800 milioni di euro, a fronte di stime tecniche che raggiungono invece oltre 3 miliardi di costi, con questioni più ampie sui finanziamenti complessivi, tanto da spingere l’ente locale a suggerire il ritiro del progetto e la ridestinazione delle risorse pubbliche perinterventi per la mobilità della zona e i collegamenti con il capoluogo regionale, basandosi su «scelte condivise con chi quei luoghi li vive ogni giorno». Intanto la realizzazione del tunnel di base attraverso il Moncenisio si aggira intorno al 20%, mentre la crisi energetica, la deindustrializzazione e le criticità del trasporto intermodale acuiscono fra gli altri fattori la contrazione del traffico ferroviario di merci, cui ormai il progetto pare destinato; e la linea storica da Bussoleno attraverso il Frejus lavora secondo i No Tav attualmente a non più di un quarto del suo potenziale. Tutto questo a riprova di «come il Tav Torino-Lione non è un’opera ormai da dare per scontata, a partire da un’incongruenza di obiettivi dei due paesi promotori, nonostante la propaganda continui a raccontarla come tale». SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! LA GUERRA COME LOCOMOTIVA DELL’OPERA Tuttavia all’orizzonte si profila un probabile nuovo sbocco del tunnel per il progetto, con il pacchetto di misure per il Connecting Europe Facility approvato dalla Commissione eropea lo scorso giugno. Questo prevede il rilancio dell’alta velocità anche come infrastruttura per «rafforzare la prontezza operativa della difesa europea, intervenendo sui colli di bottiglia della mobilità militare e sostenendo una più rapida attuazione delle misure europee in materia», per cui vengono stanziati ben 1,75 miliardi di euro. L’inclusione di paesi come Ucraina e Moldavia nel bando europeo e lo stesso richiamo del Commissario ai Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, in audizione al Senato italiano  sulla necessità di individuare finanziamenti alternativi alle risorse pubbliche,  farebbe ulteriormente presagire una ridefinizione dell’opera per integrare il sistema logistico di tipo militare lungo il cosiddetto corridoio Mediterraneo. Un piano in palese contraddizione con le priorità sbandierate nel Libro bianco sui trasporti (2011) per la «mobilità sostenibile» e nel successivo Green Deal Europeo (2020) per «strategie di decarbonizzazione e riduzione dell’impatto ambientale». Di fatto diventano gli interessi bellici a trainare la locomotiva dell’opera con ricadute insostenibili sia sul territorio attraversato, che in quelli di destinazione delle merci trasportate. Una prospettiva pienamente integrata nello scenario di corsa agli armamenti mondiale ed europea, di cui il Tav diventerebbe un ingranaggio di circolazione. LEGGI ANCHE… IL VENTO NUOVO CONTRO QUEL FUTURO GIÀ DECREPITO Xenia Chiaramonte LA CRIMINALIZZAZIONE DELLA RESISTENZA All’indomani di una mobilitazione che, nonostante gli anni trascorsi, ha superato le aspettative in termini di partecipazione e determinazione,  non sono mancate le ritorsioni per essere riusciti a varcare i perimetri blindati del cantiere di Chiomonte.  Il bollettino sui media parla di circa millecinquecento persone identificate, di cui alcune centinaia già prima dell’arrivo al festival, comprese alcune delle band musicali che si recavano sul posto per esibirsi, altrettanti partecipanti allo spezzone che ha cercato di raggiungere il sito di San Didero; e quasi ottocento all’uscita dal festival nel lunedì mattina successivo, in un’operazione di accerchiamento della cittadina di Venaus con controlli a tappeto con fini intimidatori, svolti anche con «modalità non previste da alcuna normativa» secondo l’avvocato Gianluca Vitale. Altre misure restrittive, da quelle più risibili come il divieto di vendita di superalcolici, bottiglie di vetro e lattine, fino a Daspo o altri provvedimenti giudiziari come divieti di accesso ad aree urbane (Dacur) erano già stati adottati da Prefettura e Questura nei giorni precedenti. Anche per questo nella conferenza conclusiva un consigliere di Giaglione ha ribadito che «qui le forze di polizia non difendono le persone, ma gli interessi della devastazione» «La violenza è quella della militarizzazione che da trent’anni la Valle subisce», ha aggiunto ribadendo il doppio standard che vediamo con la reazione inorridita del governo Meloni ai danni occorsi sui cantieri, rispetto al silenzio ossequioso verso vittime in Stato di custodia, o stragi di civili e distruzione di abitazioni e postazioni sanitarie perpetrate da alleati internazionali dell’Italia. In un clima di strumentalizzazione elettorale che fa il paio con le reazioni securitarie dopo la morte di Fakir Aberrahim a Bologna.  In quest’ottica non sorprende che la Procura di Torino stia ipotizzando di contestare il reato di «terrorismo», anche a corollario del processo «Sovrano», la cui udienza di appello è stata aperta pochi mesi fa per il ricorso contro le assoluzioni di primo grado, che hanno fatto decadere il reato di associazione a delinquere inizialmente addebitato ai manifestanti. In una nota il movimento precisa di aver «sempre caratterizzato le proprie pratiche alla luce del sole, indirizzandole contro le strutture materiali che distruggono e inquinano il territorio minacciando la salute pubblica», denunciando poi come i decreti sicurezza abbiano «riempito le mani dei Questori di nuovi strumenti che ora vogliono sperimentare sulle lotte che infastidiscono il potere, dalle rivendicazioni per l’autodeterminazione della Palestina, fino alle vertenze sui posti di lavoro», per cui c’è la necessità di «rispondere a questi tentativi repressivi con le uniche modalità che in questi anni si sono rivelate efficaci: la solidarietà e la lotta». La visita della premier Giorgia Meloni al cantiere ferito sembra voler a individuare un nuovo nemico interno, cercando di celare responsabilità e fallimenti macroscopici del governo sul piano socio-economico e più in particolare anche nei trasporti. In continuità con le posizioni «anti-antifa» del summit organizzato qualche settimana fa dal sottosegretario Usa, Marco Rubio, che associava i movimenti sociali antifascisti ai «gruppi terroristici».  Il festival dell’Alta Felicità è in realtà riuscito a rimettere al centro dell’attenzione il problema dell’insostenibilità delle grandi opere inutili, intrecciando la memoria della Resistenza con le lotte del presente, per un modello di sviluppo alternativo di giustizia ambientale e sociale, grazie al coinvolgimento di almeno tre generazioni determinate a riscattare spazi democratici praticando conflitto sociale nel ripudio di ogni deriva bellica.  *Tommaso Chiti, attivista del Gruppo di lettura jacobino della Piana toscana, già coordinatore regionale del progetto Antifascist Europe della fondazione Rosa Luxemburg, è laureato in Studi europei alla facoltà Cesare Alfieri dell’università di Firenze. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. 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July 29, 2026
Jacobin Italia
L’intoccabile Gianni De Gennaro
In occasione del venticinquesimo anniversario dei fatti del G8 di Genova sono stati scritti centinaia di articoli che ricordano i principali fatti di quei tragici giorni e le loro conseguenze. Tuttavia, in nessuno di questi testi ci si è soffermati su uno degli accadimenti più sconcertanti che riguardarono gli sviluppi giudiziari del G8: il processo all’allora capo della Polizia, Gianni De Gennaro. Il punto di partenza di questa storia è la settantesima udienza del processo Diaz, svoltasi nelle aule del Tribunale di Genova il 17 gennaio 2007. Durante questa seduta sarebbe dovuto iniziare il dibattimento riguardo alla questione delle molotov (che erano state piazzate all’interno della Diaz per decisione dei dirigenti delle Forze dell’ordine presenti sul campo), ma al momento di dover presentare i due reperti in aula, si scoprì che erano sparite. I pubblici ministeri avviarono subito un’indagine parallela per capire quale fosse stato il destino delle due bottiglie. Scoprirono che erano state distrutte per errore in un’ordinaria operazione di routine nel settembre del 2001, come affermò anche il poliziotto artificiere incaricato, Marcellino Melis. Il fatto che la scomparsa delle molotov fosse stata presentata come una distruzione erronea insieme ad altri reperti sembrò molto strano ai pm, considerando l’accuratezza con cui erano state conservate tutte le altre prove sequestrate quella sera e, soprattutto, tenendo conto dell’importanza che avevano trattandosi del corpo di un reato ascritto a 93 persone. Al tempo della scoperta della sparizione delle molotov, Marcellino Melis era sottoposto a intercettazione per un’altra inchiesta condotta da Enrico Zucca, il pm incaricato anche del caso Diaz. In questa indagine l’imputato principale era Ahmad Fouzi Hadj, uomo d’affari siriano che operava tra Genova e Montecarlo e che aveva molti contatti all’interno della polizia del capoluogo ligure, tra cui, appunto, Melis. Quest’ultimo affermò in una telefonata con un collega di non poter dire ai pm che la distruzione era stata richiesta dalla Digos e disse poi a suo fratello, in sardo stretto, che in questura gli avevano «messo i cavalli in bocca», ovvero lo avevano indotto a sostenere la tesi della distruzione erronea anche se non ne era convinto. Inoltre, in una telefonata proprio con Fouzi Hadj, gli venne suggerito di incontrare Spartaco Mortola (il capo della Digos genovese) in merito alla questione delle molotov: grazie a queste intercettazioni, i pm ottennero l’autorizzazione per mettere sotto controllo anche il telefono di Mortola. Alle 22.31 del 26 aprile 2007, Mortola ricevette una telefonata dall’ex questore di Genova Francesco Colucci; essendo a ridosso dell’interrogatorio che avrebbe dovuto sostenere per il processo Diaz, Colucci aveva telefonato a Mortola per riferirgli di un incontro con il capo, ovvero De Gennaro. La telefonata fu la seguente: > COLUCCI: Senti rapidamente poi domani mi chiami te. Io sono fuori a cena, sono > stato… sono stato dal capo oggi. > MORTOLA: Ah, che dice, che dice? > COLUCCI: Che gli hanno convo… hanno convocato, hanno convocato, hanno > convocato Manganelli il 2, a me il 3 e il capo il 9. > MORTOLA: Ah per… per… > COLUCCI: Sì, per Genova, sì. Il capo praticamente ha fatto marcia indietro… > nelle sue dichiarazioni ha fatto marcia indietro in un secondo interrogatorio > sul fatto del… sul fatto del… che m’ha preavvertito Colucci, non m’ha > avvertito… > MORTOLA: Eh… > COLUCCI: …ha fatto marcia indietro e invece io devo rivedere un po’ il > discorso del… di quello che ho dichiarato io di Sgalla, no? > MORTOLA: Eh, eh, eh. > COLUCCI: Questo essendo [incomprensibile]… Sgalla, stampa, eccetera. Questo > serve per aiutare i colleghi… > MORTOLA: Eh… > COLUCCI: …che sono inquisiti là a Genova. > MORTOLA: Ma scusa un attimo una cosa, tu il 2, ma perché Manganelli pure > l’hanno convocato? > COLUCCI: E infatti ho chiesto al capo che c’entra Manganelli? Moh, ha detto. > Comunque siamo stati un’oretta, un’oretta insieme stasera. […] > MORTOLA: Ma il capo com’era, tranquillo? Sì sì. > COLUCCI: Tranquillo, sì sì. > MORTOLA: Quindi l’8 maggio viene a Genova? > COLUCCI: Il 9, il 9. > MORTOLA: Il 9 maggio. Ho capito. > COLUCCI: Un abbraccio. > MORTOLA: Grazie, ciao Franco. > COLUCCI: Ciao bello, ciao ciao. LEGGI ANCHE… GENOVA IL BLOCCO NOIR Enrico Gargiulo A questa telefonata ne seguirono altre, nelle quali Colucci esplicitò meglio le sue intenzioni sul cambio di versione in seguito all’incontro con De Gennaro e in cui disse di aver letto i verbali di tutte le dichiarazioni fornite da De Gennaro ai pm, in modo da formulare una storia pienamente concordante con quella del capo. Egli, come preannunciato al telefono, cambiò versione in aula nell’interrogatorio del 3 maggio 2007 e nei giorni seguenti iniziò a vantarsi dell’esito positivo della sua deposizione e dei complimenti ricevuti dai colleghi, da De Gennaro e dagli avvocati. Tuttavia, grazie al materiale raccolto e alle intercettazioni, la procura genovese decise di aprire ufficialmente il fascicolo per l’indagine nei confronti di Francesco Colucci per falsa testimonianza e, soprattutto, nei confronti di Gianni De Gennaro e Spartaco Mortola per istigazione a commettere falsa testimonianza. L’avviso di garanzia arrivò al capo della polizia il 10 giugno 2007 e il governo, guidato in quel momento da Romano Prodi e dal centrosinistra, lo rimosse dal suo incarico dieci giorni dopo. De Gennaro non venne immediatamente allontanato da cariche governative, ma venne nominato capo di gabinetto al Viminale; il ministro dell’Interno in quel momento era Giuliano Amato, che era presidente del Consiglio quando De Gennaro era stato messo a capo delle forze di polizia. La notizia che De Gennaro fosse indagato dalla procura di Genova suscitò molto scalpore,  non essendo semplicemente il capo della polizia ma una figura quasi intoccabile nel panorama istituzionale italiano. Tra gli anni Ottanta e Novanta era stato uno dei principali «superpoliziotti» che avevano contribuito nella lotta alla mafia e per anni aveva lavorato a stretto contatto con Giovanni Falcone e con la Commissione antimafia presieduta da Luciano Violante. Inoltre, era stato per decenni il riferimento dell’Fbi in Italia, con cui aveva collaborato per il pentimento di Tommaso Buscetta; nel 2006 divenne il primo ufficiale di polizia non statunitense a cui l’Fbi consegnò la «medal of meritorious achievement». Ma perché De Gennaro aveva chiesto a Colucci di cambiare la sua versione? Durante il blitz alla Diaz e nei minuti successivi, moltissimi giornalisti si erano recati all’esterno dell’edificio convocati da Roberto Sgalla, responsabile delle relazioni esterne per la polizia. Quest’ultimo aveva comunicato alla stampa che gli arrestati erano probabilmente membri del Black Bloc, che gli agenti erano entrati in base all’articolo 41 Tulps per il sospetto che ci fossero delle armi, che un poliziotto era stato ferito con una coltellata e che le persone uscite in barella riportavano ferite precedenti ed erano stati soccorsi dalla polizia. Sgalla non era a disposizione del questore di Genova ma rispondeva a una gerarchia nazionale che faceva capo a De Gennaro; nonostante Colucci avesse confermato questo fatto nelle udienze preliminari e negli interrogatori precedenti, De Gennaro gli disse di affermare in aula che in realtà era a disposizione della questura di Genova. Sostenendo ciò, le difese volevano spostare le responsabilità dell’operazione su un piano più ristretto e che non vedesse al centro i vertici nazionali della polizia. Inoltre, De Gennaro aveva sempre negato di essere stato messo a conoscenza dei dettagli dell’operazione, affermando di essere stato informato solo della perquisizione. Ma se davvero fosse stato lui a mandare Sgalla sul posto, questa teoria non reggerebbe. In ogni caso, questo episodio rivela un evidente schema di coperture messo in moto dalle massime cariche della polizia, al fine di escludere i vertici da ogni tipo di coinvolgimento. De Gennaro, Mortola e Colucci vennero sentiti dai pm nell’aula bunker del Tribunale di Genova. In questa occasione, De Gennaro non negò né il colloquio con Colucci prima della sua testimonianza, né i complimenti fattigli in seguito alla deposizione in aula: egli descrisse questi colloqui come un «avanzamento verso una ricostruzione dei fatti improntata a verità», sembrando ammettere con un eufemismo di averlo indotto a cambiare versione. Alla luce delle prove acquisite, i pm decisero di procedere e portare gli indagati in aula. Si diramarono così due diversi processi: uno nei confronti di Colucci per falsa testimonianza e uno nei confronti di De Gennaro e Mortola per istigazione a falsa testimonianza. Quest’ultimo processo, considerando la delicatezza della posizione dell’ormai ex capo della polizia, si svolse a porte chiuse con la formula del rito abbreviato. La sentenza di primo grado, formulata il 7 ottobre 2009, assolse De Gennaro e Mortola per non aver commesso il fatto. Nelle motivazioni si legge che la condotta mantenuta dagli imputati nell’aver parlato con Colucci prima della sua testimonianza potesse essere considerata «inopportuna, rischiosa, moralmente criticabile» ma «non di per sé illecita». Il ruolo di Mortola venne considerato come «passivo» rispetto alle telefonate di Colucci, che era un suo superiore. De Gennaro, invece, venne scagionato in quanto non presente in alcuna delle intercettazioni, ma soltanto menzionato dalle parole di Colucci: la giudice Carparini accertò che il cambio di versione da parte di quest’ultimo fosse in realtà scaturito dalla lettura dei verbali degli interrogatori che De Gennaro aveva sostenuto con i pm nelle indagini preliminari del processo Diaz, ma ciò non implicava che fosse stato l’ex capo della polizia a indurlo a dire il falso. I pm e il procuratore generale della Corte di Appello di Genova scelsero di appellarsi, e in secondo grado la sentenza della corte ribaltò il verdetto: De Gennaro e Mortola furono entrambi giudicati colpevoli. Nello specifico, De Gennaro venne ritenuto responsabile del cambio di versione di Colucci su Sgalla proprio in virtù della posizione che ricopriva al momento del colloquio con l’ex questore di Genova. Secondo la corte, il fatto che un superiore diretto avesse suggerito di rivedere la propria testimonianza a un suo sottoposto, pur sapendo che la nuova versione suggerita fosse un falso storico, implicava un velato ordine a commettere falsa testimonianza: nella sentenza si sottolineò infatti che De Gennaro operò «abusando anche della funzione pubblica esercitata e connessa al suo ruolo di Direttore Generale del Dipartimento di Pubblica Sicurezza». La corte si rivelò molto severa nel giudicare l’operato di De Gennaro, tanto che nelle motivazioni della sentenza venne sottolineata la sua responsabilità nell’intera operazione: > traspare con evidenza l’interesse del De Gennaro a non far trapelare un suo > diretto coinvolgimento nella vicenda Diaz che, se pur non oggetto diretto di > accertamento giudiziale nel procedimento in cui il Colucci depose in qualità > di teste, rivestiva la sua rilevanza per la sua idoneità ad alterare > l’accertamento dei fatti, delle loro modalità e delle responsabilità, > politiche e penali, dei fatti posti in essere durante la «operazione Diaz». De Gennaro venne condannato a un anno e quattro mesi di reclusione, mentre a Mortola vennero comminati un anno e due mesi; furono anche condannati a pagare le spese processuali di entrambi i gradi di giudizio e a risarcire di 16.000 euro le parti civili. L’anno successivo la Corte di cassazione, dopo aver riesaminato il caso su volontà degli imputati e dei loro avvocati difensori, pronunciò la sua sentenza, dichiarando nuovamente De Gennaro e Mortola innocenti. Tra le motivazioni di questa decisione venne menzionato il principio per cui la Corte d’appello non può ribaltare una sentenza di primo grado semplicemente introducendo una diversa interpretazione, ma deve esserci una spiegazione comprovata della colpevolezza degli imputati. Oltre a questo principio, la Corte suprema si appellò anche alla rilevanza della falsa testimonianza di Colucci al fine dell’eventuale condanna di chi l’avesse istigata o indotta. Cosa presupponeva questo principio? Indipendentemente dall’aver commesso o no il reato di istigazione a falsa testimonianza, la Corte ritenne che l’episodio su cui De Gennaro aveva suggerito di cambiare idea, ovvero chi fosse veramente il mandante di Sgalla in quella notte di luglio del 2001, non fosse rilevante ai fini del processo Diaz e dunque non fosse punibile; come scrissero i giudici della Cassazione, «occorre anche che tale falsità dichiarativa abbia la possibilità di produrre un siffatto esito decisorio fuorviato». Dunque, per la Corte presieduta da Adolfo Di Virginio, i giudici in Appello non avevano sufficientemente provato la rilevanza testimoniale dei fatti falsificati da Colucci, e dunque la sentenza di colpevolezza per De Gennaro non era accettabile. LEGGI ANCHE… GENOVA LA GENEALOGIA DI GENOVA 2001 Fabio Sparagna L’unicum di questa sentenza fu proprio l’aver assolto due imputati per l’irrilevanza e non l’insussistenza del fatto: compiendo questa operazione la Corte di cassazione aveva chiarito un precedente, e la prassi prevederebbe di rimandare il caso alla Corte d’appello, che avrebbe dovuto rivedere il materiale probatorio alla luce di questo nuovo principio. Tuttavia, la Corte chiuse il caso senza possibilità di revisione. Il precedente introdotto fu così formulato nel massimario della Cassazione: > Ai fini della configurabilità del delitto di falsa testimonianza, la nozione > di pertinenza della dichiarazione indica che i fatti o le circostanze che ne > costituiscono l’oggetto devono essere direttamente o indirettamente attinenti > all’accertamento giurisdizionale svolto nel processo in cui viene raccolta la > deposizione, mentre la nozione di rilevanza, da ritenere diversa ma > complementare alla prima, ha carattere funzionale ed attiene alla efficacia > probatoria di quegli stessi fatti e circostanze, ossia alla loro capacità di > falsa rappresentazione in grado di influire sulla decisione del processo, > deviandone il corso dall’obiettivo dell’autentica e genuina verità > processuale. La singolarità di questo principio espresso risulta ancora più evidente se si osserva come la stessa Corte giudicò due casi analoghi del 2013: > È configurabile il delitto di falsa testimonianza anche quando le > dichiarazioni mendaci sono rese in risposta a domande dirette a sondare > l’attendibilità del teste, poiché le stesse sono dotate dei caratteri della > pertinenzialità, sia pur mediata, rispetto ai temi del processo e della > rilevanza ai fini di giudizio [Sentenza n. 41572 del 8 maggio 2013]. > Ai fini della configurabilità del delitto di falsa testimonianza, è > sufficiente che i fatti oggetto della deposizione siano pertinenti alla causa > e suscettibili di avere efficacia probatoria, anche se, in concreto, le > dichiarazioni non hanno influito sulla decisione del giudice [sentenza n. > 51032 del 5 dicembre 2013]. Nella richiesta di appello per il processo a Colucci, il pm Zucca ritornò su questa quantomeno peculiare sentenza della Cassazione e ne evidenziò altre fallacie. Ad esempio, la decisione sulla rilevanza o meno della testimonianza non sarebbe scaturita da una lettura approfondita, o anche solo sommaria, degli atti del processo Diaz, ma da un singolo accenno contenuto nell’atto di appello del pm; proseguendo, Zucca sottolineò che tale rilevanza era invece stata accertata fin dall’udienza preliminare: > Nel passo citato la Cassazione dimentica, infatti, com’è desumibile dalla > lettura dell’intera pronuncia, che il processo Diaz non è solo costituito > dalla «inusitata violenza», che non si manca di stigmatizzare, ma anche, come > pochi giorni dopo il deposito di questa motivazione, accerterà la stessa > Cassazione, dalla «scellerata operazione mistificatoria» […], perpetrata > proprio dai comandanti alle dirette dipendenze del prefetto De Gennaro, che > con lo Sgalla pensano anche di organizzare in loco «a cose fatte» una > improvvisata conferenza stampa. . Come se non bastasse, gli errori della Cassazione dettati dalla superficialità non si limitarono a questo, e ce ne fu uno ben più grave. Nella sentenza della Corte Suprema del processo Mortola-De Gennaro venne scritto che non fosse un caso che nessuno si fosse preoccupato di «domandare al teste […] da chi sia stato deciso l’ordine o l’invito a portarsi sul posto». Tuttavia, questa affermazione è incorretta e dettata da una mancata lettura degli atti processuali, in quanto non solo il pubblico ministero chiese riguardo a questo aspetto a Sgalla, ma si soffermò a lungo sull’argomento anche con Colucci, proprio per far emergere la discordanza tra le dichiarazioni rese dal teste. Zucca commentò così quest’altra svista della Cassazione: > È spiacevole dover evidenziare come il supremo organo di legittimità abbia > omesso di attingere ad un dato probatorio a sua disposizione, cioè la > trascrizione dell’esame dibattimentale dell’8.02.2007 in cui, contrariamente > alle affermazioni rese ex cathedra, le domande in questione sono state in > realtà poste al teste Sgalla (chi lo avesse informato e se su altrui > indicazione, in quella o in altre occasioni); il contrasto tra le versioni sul > punto, ben prima che deponesse il Colucci a sua volta il 25.06.2007, è stato > parimenti contestato allo stesso teste. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia Dunque, ricapitolando brevemente: il capo della Polizia di Stato ha indotto un suo sottoposto a mentire sotto giuramento in tribunale al fine di essere scagionato completamente dalla gestione dell’operazione Diaz, è stato scoperto finendo in tribunale e nonostante una chiara colpevolezza è stato assolto per irrilevanza del fatto (un precedente unico per la Cassazione) per altro inesistente e dettata da una lettura superficiale degli atti da parte della Corte Suprema del Diritto. De Gennaro ha così proseguito tranquillamente la sua carriera, venendo messo a capo dei servizi segreti durante il processo e poi ricoprendo le cariche di sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Monti, presidente di Finmeccanica-Leonardo dal 2013 al 2020 e presidente della Banca popolare di Bari. Dal 2023 De Gennaro è presidente di Eurolink, il gruppo incaricato della progettazione del ponte sullo Stretto di Messina, ed è stato scelto per la sua «esperienza istituzionale e di azienda, integrità e trasparenza sempre orientate ad un approccio di legalità e sicurezza per il Paese». Tutti i processi scaturiti dagli eventi del G8 hanno visto un’evidente prosecuzione da parte dalle forze dell’ordine italiane della «scellerata operazione mistificatoria» che venne invocata dalla stessa Corte di Cassazione e ricordata dal pm Zucca. Tuttavia, in nessun altro caso è così tanto evidente il tentativo di far cadere nel nulla un’imputazione inattaccabile e accertata al fine di salvaguardare l’integrità del Corpo. Corpo che, se avesse cercato di riconoscere i propri errori anziché insabbiare tutto, avrebbe fatto quantomeno una figura migliore. «Provate a immaginare – scrisse Zucca dopo la machiavellica sentenza della Cassazione –  un datore di lavoro che chiama il suo subordinato che sarà testimone in un processo per infortunio sul lavoro e gli chiede di allinearsi alla sua versione, sapendo di avere detto cosa diversa, o testimoni in un processo a carico di sfruttatori e spacciatori che parlano con gli imputati che gli spiegano come sono andate le cose. E immaginate lo stesso aplomb della Suprema Corte». *Francesco Berto, nato il 19 luglio del 2001, è laureato in Scienze Storiche presso l’Università di Torino e si occupa di storia giudiziaria e storia italiana dal secondo Novecento a oggi. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! L'articolo L’intoccabile Gianni De Gennaro proviene da Jacobin Italia.
July 28, 2026
Jacobin Italia
Gli scarafaggi sfidano Modi
Le proteste studentesche in India derivano da una pagina satirica sui social media chiamata «Cockroach Janta Party» (Cjp). L’attivista Abhijeet Dipke ha creato la pagina in risposta a un commento denigratorio del presidente della Corte suprema indiana, che aveva paragonato i giovani attivisti a «scarafaggi» per aver messo in discussione il governo. Quella che era iniziata come una campagna online si è presto trasformata in un movimento di protesta a livello nazionale contro le irregolarità negli esami condotti dalla National testing agency (Nta), in particolare la fuga di notizie sui quesiti del National eligibility-cum-entrance test (Neet) che ha spinto molti aspiranti studenti al suicidio in tutto il paese. La protesta ha acquisito slancio significativo quando Sonam Wangchuk, veterana del settore dell’istruzione e attivista sociale del Ladakh, si è unita alla campagna e ha iniziato uno sciopero della fame a oltranza chiedendo le dimissioni del ministro dell’istruzione dell’Unione, Dharmendra Pradhan. Sabato 25 luglio, la campagna ha potuto rivendicare il merito di aver costretto Pradhan a dimettersi. DAI SOCIAL MEDIA ALLE STRADE Sebbene la protesta iniziale si concentrasse su un unico punto, si è poi trasformata in un più ampio movimento anticorruzione guidato dal Presidente della Corte Suprema e dai giovani, con l’obiettivo di chiedere conto al governo autoritario di destra del Bharatiya Janata Party (Bjp). Con decine di migliaia di studenti che hanno risposto all’appello del Presidente della Corte Suprema per una marcia verso il Parlamento di Nuova Delhi il 20 luglio 2026, la protesta è emersa come uno dei più grandi movimenti sociali in India degli ultimi anni. Il movimento ha ottenuto il sostegno di un ampio spettro di partiti di opposizione, compresi quelli di sinistra, nonché di importanti personalità pubbliche e celebrità. Ha inoltre attirato una notevole attenzione internazionale grazie a campagne virali sui social media e a un’ampia copertura da parte di media indipendenti e della stampa estera, su una scala che non si vedeva dalle proteste degli agricoltori del 2020-2021. Il Bjp e i suoi sostenitori hanno risposto con la loro solita brutalità, lanciando una raffica di insulti e definendo i manifestanti «antinazionali», «finanziati dall’estero», «anti-indù», «terroristi», ecc. Quando tutti questi tentativi di screditare le proteste sono falliti, il Bjp ha fatto ricorso alla violenza della polizia, prelevando con la forza Sonam Wangchuk dal luogo della protesta a Jantar Mantar Road. Wangchuk è stata rinchiusa in un ospedale statale, isolata dalla famiglia e dagli alleati politici. In seguito all’appello del presidente della Corte suprema del 20 luglio per una marcia verso il Parlamento, il ministero degli interni guidato da Amit Shah ha schierato polizia e forze paramilitari per disperdere violentemente gli studenti radunatisi in Jantar Mantar Road e nelle zone circostanti. Ciò ha comportato il blocco dei servizi internet vicino al luogo della protesta, l’uso di gas lacrimogeni contro i manifestanti, percosse con i manganelli, lanci di pietre e arresti arbitrari. Diverse studentesse e studenti hanno subito violenze sessuali da parte della polizia. È stato segnalato l’uso di fucili a pallini da parte delle forze antisommossa : sebbene la polizia di Delhi neghi di aver utilizzato tali armi, almeno due manifestanti sono stati ricoverati in ospedale con ferite da proiettili di gomma. A decine sono rimasti gravemente feriti. LEGGI ANCHE… INDIA INDIA FIRST Luca Mangiacotti IL DISSENSO NELL’ERA MODI La repressione rientrava in una tattica ben nota che il governo del Bjp ha ripetutamente impiegato contro il dissenso, in particolare durante le proteste contro le leggi di modifica della cittadinanza del 2019-2020, che miravano a privare del diritto di voto una parte significativa della comunità musulmana in India. Questo schema prevede il rifiuto categorico di intavolare un dialogo, campagne diffamatorie sistematiche contro i manifestanti (amplificate dalla sezione informatica del Bjp) e l’uso eccessivo della forza da parte della polizia per reprimere le dimostrazioni, con il conseguente arresto degli attivisti in base a leggi antiterrorismo draconiane come l’Unlawful activities (prevention) act (Uapa). Tuttavia, l’approccio aggressivo del Bjp si è rivelato questa volta clamorosamente controproducente. Le folle hanno continuato ad aumentare dopo la repressione del 20 luglio e la leadership del Cjp ora chiede le dimissioni del Primo Ministro Narendra Modi. La difficoltà del Bjp nel controllare la narrazione deriva anche dal fatto che il movimento studentesco ha mobilitato preoccupazioni condivise dei giovani indiani al di là delle divisioni di classe, casta e religione. Una parte significativa dei manifestanti proviene da famiglie indù della classe media che hanno sostenuto con veemenza la politica Hindutva di Modi. Allo stesso tempo, sarebbe un errore liquidare l’attuale agitazione come un fenomeno passeggero della «Generazione Z» o un movimento guidato unicamente dalle ansie della classe media. Sebbene condivida alcune caratteristiche con le recenti mobilitazioni giovanili nei paesi vicini come Nepal e Bangladesh, il movimento è saldamente radicato nell’opposizione alle radicali riforme neoliberiste del sistema educativo attuate dal governo del Bjp. SMANTELLARE L’ISTRUZIONE PUBBLICA Sebbene la leadership del Cjp abbia limitato le proprie richieste in materia di istruzione alla semplice richiesta di responsabilità da parte delle autorità, le rimostranze derivano dalle più ampie politiche neoliberiste perseguite dal Bjp. La Nuova politica nazionale sull’istruzione (Nep), varata nel 2020, ha accelerato la commercializzazione e la centralizzazione dell’istruzione. Tale politica segna un significativo arretramento dello Stato rispetto al suo impegno nei confronti dell’istruzione pubblica, consentendo alle aziende e alle grandi società informatiche di ristrutturare il sistema educativo. La crescente dipendenza dai test computerizzati e l’espansione degli esami a risposta multipla, anche in discipline umanistiche e delle scienze sociali che enfatizzano il ragionamento critico e la scrittura analitica, esemplificano la più ampia spinta verso la standardizzazione e la digitalizzazione della valutazione educativa. La Nep 2020 ha inoltre rafforzato il controllo del governo centrale sugli istituti scolastici e sugli organi di regolamentazione, diminuendo la loro autonomia istituzionale e facilitando una maggiore influenza politica sulle nomine e sui processi decisionali. Questi sviluppi hanno favorito i tentativi del Bjp di rivedere il curriculum scolastico al fine di perpetuare la propria ideologia di supremazia indù. Nel complesso, la politica ha acuito le disuguaglianze di classe e di casta esistenti, rendendo l’accesso a un’istruzione di qualità sempre più dipendente dalle risorse private e indebolendo così il suo ruolo storico di percorso di mobilità sociale per i gruppi a basso e medio reddito. Il governo centrale ha recentemente pubblicato un rapporto, dopo molti ritardi, come ormai consuetudine del Bjp, basato sull’indagine nazionale sull’istruzione superiore (Aishe). Il rapporto afferma che l’India ha registrato un forte calo delle iscrizioni ai corsi di laurea triennale in tutto il paese, soprattutto nei principali indirizzi come lettere, scienze e commercio, tra il 2022 e il 2024. Questo dato è particolarmente rilevante, considerando che le iscrizioni ai corsi di laurea triennale rappresentano il 75% del totale delle iscrizioni all’istruzione superiore, che comprende anche studi post-laurea, diplomi e altri corsi di certificazione. In questo periodo si è registrato anche un aumento significativo del numero di istituti di istruzione superiore partecipanti all’indagine Aishe, il che indica un’espansione delle università private. Allo stesso tempo, abbiamo assistito allo smantellamento sistematico degli istituti pubblici che non solo fornivano istruzione sovvenzionata ai poveri e alla classe media, ma erano anche costituzionalmente obbligati a riservare posti ai Dalit e alle caste svantaggiate, storicamente oppresse. Insieme al crescente tasso di disoccupazione nel paese, questi sviluppi segnalano una grave crisi all’interno dell’economia indiana, alimentando il risentimento diffuso nei confronti del governo. LEGGI ANCHE… INDIA LO SCIOPERO IN INDIA E IL GOVERNO MODI Thomas Crowley L’ECONOMIA INDIANA IN CRISI Il tasso di disoccupazione è particolarmente elevato tra i laureati e i possessori di titoli post-laurea. Nel 2025, circa dodici milioni di candidati hanno presentato domanda per 8.868 posti di lavoro presso le Ferrovie Indiane, azienda statale. È significativo notare che coloro che si candidano per questi posti tendono ad essere sovraqualificati rispetto ai requisiti richiesti. Dei 2,5 milioni di candidati per i 53.000 posti vacanti di fattorino a Jaipur, molti erano laureati e alcuni addirittura in possesso di un dottorato di ricerca. La crisi occupazionale è ulteriormente aggravata dall’alto costo della vita, dall’aumento dei prezzi del gas e della benzina e da condizioni meteorologiche estreme come ondate di calore e inquinamento atmosferico, che hanno reso la vita particolarmente insopportabile per i lavoratori. Molti indiani della classe operaia si sono uniti alla protesta del Cjp per chiedere un futuro migliore per i loro figli, affinché non debbano affrontare le stesse difficoltà delle generazioni precedenti. L’indebolimento dei programmi di sicurezza sociale come il Mahatma Gandhi National Rural Employment Guarantee Act e l’attuazione da parte del Bjp di codici del lavoro altamente discriminatori hanno lasciato molti lavoratori, soprattutto nel settore informale, in una condizione di estrema precarietà e vulnerabili allo sfruttamento sul posto di lavoro. Il governo ha risposto alle recenti agitazioni sindacali nelle città industriali dell’India settentrionale con una repressione simile a quella subita durante la protesta del Cjp, e diversi giovani attivisti e studenti che si erano schierati a sostegno dei lavoratori in lotta sono stati arrestati. Un altro fattore importante che alimenta la rabbia dell’opinione pubblica contro il governo e i suoi ricchi sostenitori è il fatto che molti dei suoi esponenti di spicco hanno figli che studiano e vivono all’estero. La figlia del ministro dell’istruzione è attualmente studentessa alla Tufts University, mentre suo padre supervisiona il sistema scolastico in rovina nel suo paese. L’élite indiana rimane isolata dalle dure realtà che affrontano i lavoratori del paese. Questo riflette anche la più ampia tendenza delle élite ad «abbandonare» l’economia indiana, sia trasferendosi all’estero, sia attraverso il consumo eccessivo di beni di lusso importati che non contribuiscono alla crescita e all’occupazione interne. Il governo indiano sta incentivando queste tendenze riducendo i dazi doganali sulle importazioni di merci straniere. Ad esempio, il possibile accordo commerciale indo-statunitense potrebbe comportare un’ulteriore riduzione delle tariffe doganali sui prodotti americani da parte dell’India, che sono già basse al 14,6%. La riduzione delle tariffe potrebbe avere un impatto negativo su numerosi piccoli agricoltori e imprese, e le associazioni di agricoltori si preparano a intensificare le proteste contro l’accordo, mettendo ulteriormente sotto pressione il governo. LEGGI ANCHE… INDIA  IL NAZIONALISMO HINDU A CACCIA DI VOTI Luca Mangiacotti PIÙ DI UNA PROTESTA MONOTEMATICA Le proteste del Cjp hanno catturato l’immaginazione nazionale proprio perché sono riuscite a incanalare il risentimento latente contro il Bjp tra i giovani, gli agricoltori e le classi lavoratrici, così come le comunità indigene che stanno subendo la distruzione diffusa delle loro case e dei loro habitat a causa delle politiche estrattive del governo. Sembra essere la prima volta che un movimento incentrato su una singola questione si trasforma in una protesta anti-Bjp e anti-Modi. I movimenti precedenti includevano le proteste a livello nazionale contro gli emendamenti sulla cittadinanza che escludevano le persone. Si sono diffusi ampiamente in tutto il paese, ma non non sono mai riusciti a trasformarsi in un vero e proprio movimento anti-Bjp. La protesta più eclatante degli ultimi tempi è stata la mobilitazione degli agricoltori contro una serie di proposte di legge sull’agricoltura nel 2020. Sebbene siano riusciti ad ampliare la mobilitazione includendo le rivendicazioni delle donne e dei lavoratori Dalit, la protesta non si è estesa all’opposizione al governo, cosa che il movimento Cjp sembra aver invece realizzato. Il peso schiacciante della crisi economica che affligge il paese, senza alcuna prospettiva di miglioramento, sembra aver riunito un folto gruppo di persone le cui preoccupazioni vanno ben oltre il settore dell’istruzione. Ciò ha trasformato la protesta del Cjp in una mobilitazione contro Modi e il Bjp intaccando gravemente il culto della personalità del primo ministro. I giovani del movimento si fanno significativamente promotori del secolarismo, rifiutando le politiche divisive e anti-musulmane del Bjp. Il governo Modi sta usando tutti gli strumenti a sua disposizione per reprimere il movimento studentesco. Sta autorizzando la polizia a utilizzare una sorveglianza invasiva basata sull’intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale e minaccia di revocare i passaporti degli attivisti identificati e di detenerli arbitrariamente per un periodo prolungato. È dovere della sinistra indiana unirsi e mobilitare i propri quadri e sindacati affinché aderiscano in massa alla protesta. Ed è significativo che le sezioni studentesche dei principali partiti comunisti indiani abbiano partecipato al movimento fin dai suoi esordi. Solo la sinistra può spingere il movimento studentesco oltre la sua agenda monotematica, verso la piena realizzazione del suo potenziale radicale e trasformativo. Non è affatto certo che queste proteste possano tradursi in risultati elettorali concreti, come dimostrato anche dalle proteste degli agricoltori del 2020. Ciononostante, offre alla sinistra l’opportunità di radicarsi più profondamente e di ampliarne la portata, spingendo le lotte contro la ristrutturazione neoliberale del sistema educativo verso un orizzonte anticapitalista. *Komal Mohite è una studiosa e attivista, vive a Nuova Delhi. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! L'articolo Gli scarafaggi sfidano Modi proviene da Jacobin Italia.
July 27, 2026
Jacobin Italia
A proposito del caso Fakir e dintorni | La tanatopolitica del dispotismo che imita l’America di Trump e l’Israele di Netanyahu – di Salvatore Palidda
Fakir, Magherini, Aldrovandi, Cucchi, Uva e tanti altri sono stati fatti morire o lasciati morire nelle strade, nelle carceri e nei CPR con modalità simili a quelle che si ripetono per mano dell’ICE di Trump o col genocidio dei palestinesi da parte dei militari israeliani. È la tanatopolitica per eliminare l’“umanità in eccesso”, superflua, [...]
July 26, 2026
Effimera
Cosa imparare dalle due Flotille per Gaza
Negli ultimi 15 anni nessuna esperienza di movimento è riuscita a costruire un immaginario collettivo potente come quello prodotto dalle due Flotille per Gaza, quella di settembre-ottobre 2025 e quella di aprile-maggio 2026.  Una semplice pratica umanitaria è riuscita a rompere la sensazione di impotenza di fronte alla guerra e al genocidio, a rianimare le piazze in tutta Italia e a produrre una convergenza politica e sociale come non si vedeva almeno dai tempi di Genova 2001. Una convergenza durata purtroppo troppo poco, ma che è riuscita non solo a smascherare la natura dello Stato di Israele, ma anche a costringere i Governi a cambiare strategia politica e comunicativa. Lo stesso vergognoso «Board of peace» di Trump è stato un cambio di strategia militare sul campo scaturito anche dalla pressione crescente del movimento per Gaza cresciuto grazie all’esperienza della Flotilla.  Non c’è stato però un dibattito approfondito su qual è stata l’efficacia del «metodo Flotilla», né sulle differenze tra la prima e la seconda missione. Se lo scorso autunno si era prodotto un vero e proprio movimento durato un mese, le mobilitazioni della scorsa primavera sono state importanti per rimettere in primo piano ciò che accade in Palestina ma indubbiamente meno esplosive. E, soprattutto, se in autunno il movimento per Gaza aveva intrecciato il conflitto di classe e la pratica dello sciopero, questa primavera non siamo riusciti ad andare oltre alle manifestazioni di solidarietà. Del resto andrebbero analizzati anche i sei mesi intercorsi tra una Flotilla e l’altra, in cui c’è stato un sostanziale vuoto di mobilitazione interrotto in modo significativo solo dalla manifestazione No Kings.  Abbiamo posto tali questioni ad Alessandro Mantovani, giornalista del Fatto quotidiano salito a bordo in entrambe le Flotille, Giulia Bucalossi, attivista di Acrobax e dell’esperienza romana degli Equipaggi di terra, e Dario Salvetti, del Collettivo di fabbrica ex Gkn imbarcatosi nella seconda missione per Gaza. Per capire cos’è e cosa ci insegna il metodo Flotilla e se può essere davvero esteso alle esperienze di attivismo quotidiano nei luoghi sociali.  Iniziamo da te Alessandro. Ti sei imbarcato in entrambe le Flotille e hai subito per due volte le torture dell’esercito israeliano. La reazione israeliana alla seconda missione è sembrata più violenta, o almeno con una violenza più esplicita, in pieno giorno. Cos’è cambiato secondo te, concretamente e sul piano della comunicazione, tra le due missioni, sia da parte israeliana che nelle dinamiche interne alla Global Sumud Flotilla? Alessandro Mantovani: L’esibizione della violenza che ha fatto Ben Gvir nella seconda missione è stata più grave della violenza stessa, perché segnala la degenerazione a cui è arrivata gran parte della società israeliana. In Israele i voti ormai si prendono in quel modo.  Come hai detto, nella seconda Flotilla l’abbordaggio da parte dell’esercito israeliano è avvenuto in pieno giorno, eppure lo scorso autunno i militari israeliani avevano sostenuto, anche con i loro colleghi italiani, che di giorno non potevano agire. A ciò si aggiunge che il primissimo abbordaggio di questa primavera è avvenuto a seicento miglia da casa loro, cioè a ovest di Creta, dove tutti i sistemi radar delle marine militari europee e italiane non possono non accorgersi dei movimenti delle navi israeliane. A settembre avevamo avuto l’attacco con i droni a sud di Creta (attacco non rivendicato ma difficile da attribuire a qualcun altro) e a quell’attacco seguì l’impegno di una nave militare italiana ad accompagnarci con l’idea di fare soccorso, ma in realtà con un’evidente funzione di deterrenza. La cosa strana è che il nostro Governo, pur di fronte a un comportamento più grave ed esplicito, durante la seconda missione non ha fatto nulla. Ciò fa pensare che le relazioni con il governo israeliano si siano in realtà approfondite, nonostante non ci siano più esportazioni dirette di armi.  LEGGI ANCHE… «FLOTILLA È CONFLITTO SOCIALE E MUTUO AIUTO» Salvatore Cannavò - Dario Salvetti La differenza tra le due missioni all’interno della Flotilla è invece che la seconda ha deciso di avere una rappresentazione più consistente dei paesi del Sud del mondo. Rispetto alla prima spedizione, infatti, sono stati molto più presenti i paesi musulmani, e il peso delle organizzazioni di paesi come la Malesia e la Turchia è stato più rilevante anche dal punto di vista finanziario rispetto all’autunno. La Flotilla è diventata un’organizzazione mondiale, pur con le caratteristiche sui generis di un’organizzazione di scopo. Io non ricordo niente di simile a livello di movimento. Lo stesso Movimento No Global, di cui ricorre il venticinquesimo anniversario, era in larga parte europeo e occidentale, mentre la Flotilla si posiziona in modo più forte anche nel Sud del mondo, accogliendo una partecipazione anche di matrice religiosa.   Un’altra differenza tra le due spedizioni è che se a settembre siamo partiti durante l’occupazione militare di Gaza City, a maggio ci siamo imbarcati per rompere il silenzio prima ancora che l’assedio intorno a Gaza. Ma è un silenzio che riguarda soprattutto noi europei perché, come ci hanno raccontato sulle barche, in tutto il mondo arabo e islamico di Gaza si parla tutti i giorni.  Giulia, voi avete lanciato la rete romana degli «equipaggi di terra» della Flotilla durante le mobilitazioni dello scorso autunno. Come avete letto le differenze che ci sono state tra le due mobilitazioni? A cosa attribuisci il sostanziale vuoto di movimento dopo la convergenza inedita degli scioperi dello scorso ottobre? Sicuramente c’è da tener conto di un cambiamento strutturale dei movimenti, che ovunque nel mondo mostrano da anni grandi fiammate ma una durata breve e un radicamento sociale e organizzativo modesto. C’è però anche qualcosa di specifico in questa vicenda su cui varrebbe la pena riflettere meglio? Giulia Bucalossi: Il movimento dello scorso autunno è stato corale, fatto di singolarità, diversità aggregative, organizzative, generazionali e di genere. Una ricchezza che si vede solo nei momenti moltitudinari. Nelle emozionanti piazze di fine estate 2025 si è finalmente visto un popolo.  Il vuoto che c’è stato subito dopo quelle settimane è in realtà lo stesso vuoto che c’era prima. Per tanti anni ci siamo battuti faticosamente per riuscire a parlare di Palestina, e quando è cominciato il genocidio ci chiedevamo: ma possibile che nemmeno di fronte a un tale massacro in diretta tv esploda l’indignazione popolare? A Roma, nello specifico, prima dello scorso autunno c’erano state solo manifestazioni di poche migliaia di persone, spesso tra l’altro diversi cortei in contemporanea in competizione tra loro. Quando il genocidio si è acuito fino ad arrivare all’invasione di terra, con i carri armati diretti verso Gaza City, eravamo una pentola a pressione: c’era bisogno di fare qualcosa.  A volte la storia è fatta anche di contingenze: per fortuna qualcuno ha messo in gioco il proprio corpo, ha lanciato una scommessa che è stata assolutamente vinta. Qualcuno ha detto: dobbiamo andare a Gaza, perché non stanno più facendo entrare neanche le associazioni umanitarie, neanche gli aiuti alimentari, neanche le associazioni legate all’Onu. E sono partite queste barche con dentro un’umanità plurale. Mentre viaggiavano, giorno dopo giorno, miglio dopo miglio, avvicinandosi a quell’obiettivo, siamo stati tutti coinvolti in un processo collettivo. Per la prima volta abbiamo sentito la forza della possibilità: l’idea di potercela fare.  Di fronte all’enorme generosità di chi ha messo i propri corpi su quelle barche, il tappo è saltato. Grazie a una semplice pratica, perché le pratiche aprono spazi e possibilità anche per nuove teorie. La pratica della Flotilla ha aperto delle maree che nessuno si aspettava: né noi né tanto meno loro. Lo stesso Trump, come hai detto, si inventa il Board of Peace perché era diventato impossibile andare avanti nello stesso modo di prima, non aveva più il consenso per farlo. Così, dopo aver guardato con invidia le altre piazze in giro per il mondo, stavolta l’Italia ha dato un segnale importantissimo e l’ha dato attraverso la pratica dello sciopero, con il metodo del blocchiamo tutto. Una pratica che si è affiancata a quella svolta in mare dalle barche, mettendo anche noi a terra il nostro corpo nei luoghi in cui stavamo. Sono stati bloccati porti, fabbriche, scuole, tangenziali e aeroporti. Per anni abbiamo discusso se fosse possibile o meno fare uno sciopero politico: in un attimo abbiamo avuto la prova lampante che si può fare. A Roma abbiamo bloccato la tangenziale in centinaia di migliaia in barba ai decreti sicurezza. Abbiamo denunciato dappertutto il nesso tra il genocidio e le forme di speculazione che l’economia della guerra scarica direttamente sulle nostre vite. Il genocidio del resto ha svelato fino a dove può arrivare il capitalismo colonialista ed estrattivista.  Per questo penso che sia sbagliato pensare che gli scioperi dello scorso autunno non abbiano cambiato niente. Nelle mobilitazioni intorno alla seconda Flotilla siamo partiti già dal consenso raccolto intorno alla prima: un consenso diffuso su pratiche radicali e conflittuali. Non a caso la seconda volta anche il Governo Meloni è stato costretto a usare parole diverse, oltre che per il fatto che il conflitto è ormai esteso al Libano e all’Iran, e l’Europa si trova in enorme difficoltà politica.  Gli equipaggi di terra sono nati dal desiderio di tenere vivo uno spazio pubblico accessibile a strutture e a singoli. Uno spazio di confronto che mette al centro, come ha saputo fare la Flotilla, la pratica di obiettivi chiari contro il genocidio e l’economia di guerra. Uno spazio pubblico a cui tutte le realtà sociali, sindacali e culturali possono contribuire. È il metodo della convergenza. Dobbiamo curare questo metodo, perché non riusciremo a fare conflitto in questa fase politica così atroce se non ci cureremo le une delle altre, se non continueremo a tessere le relazioni.  Dario, hai vissuto la prima flotilla negli equipaggi di terra fiorentini, poi la seconda dentro a una delle barche. Come Collettivo di fabbrica ex Gkn avete deciso di portare, in modo per nulla scontato, il vostro conflitto di classe dentro a una missione umanitaria internazionale. In autunno avevano fatto una cosa simile i portuali del Calp di Genova. Ma se proprio gli scioperi e il conflitto di classe intorno alla questione palestinese, come ha sottolineato Giulia, hanno suscitato interesse in ogni parte del mondo lo scorso autunno, nella seconda missione questo intreccio non è scattato, se non per la vostra presenza. Qual è la tua riflessione da questo punto di vista?  Nell’ottica invece di provare a portare il metodo Flotilla nelle lotte di tutti i giorni, ci puoi spiegare cosa intendete quando presentate il vostro progetto di reindustrializzazione dal basso come una «Flotilla nell’economia»?  Dario Salvetti: Qualcuno ha polemizzato con la Flotilla perché trasmetterebbe l’idea del «bianco salvatore» ma, come ha detto Alessandro, le navi in cui ci siamo imbarcati non erano affatto composte da bianchi. C’erano 60-70 nazionalità, in grossa parte del Sud del mondo, con persone con enormi differenze politiche. Per capire cos’è il metodo Flotilla dobbiamo infatti innanzitutto chiederci: com’è possibile rimanere uniti nelle differenze per tre settimane, con quella tensione, con la consapevolezza che si sta per essere rastrellati dall’esercito più armato del mondo?  Durante l’intercettazione del 18 maggio ho visto una delle nostre barche a vela tirare dritto prua contro prua contro una nave militare israeliana. Sopra quella barca c’erano persone che, se va bene, si conoscevano da un mese, che non parlavano la stessa lingua, non praticavano la stessa religione, eppure in un attimo decidono insieme di fare questa scelta coraggiosa e pericolosa. Si tratta di un’unità che ancora prima che essere politica è umana. Il metodo Flotilla permette, rimanendo sulla semplice pratica, di politicizzare l’aiuto, di far diventire conflittuale il mutualismo, su un obiettivo che è legato a un grosso evento della storia, drammatico e devastante, come il genocidio. Si tratta di un metodo che dovrebbe insegnare qualcosa a una sinistra radicale italiana talmente frammentata da non riuscire a trovarsi d’accordo nemmeno di fronte alla contromanifestazione sulla remigrazione.  LEGGI ANCHE… MOVIMENTI IL METODO FLOTILLA CURA LA «SINDROME GENOVA» Salvatore Cannavò Quel 18 maggio io avevo appena mandato un messaggio a Radio Popolare in cui dicevo che, essendo passata la nottata, eravamo tranquilli perché loro sono la forza delle tenebre, attaccano di notte. E invece poco dopo ci hanno attaccato, di giorno. Il messaggio che ci hanno dato è stato chiaro: ormai anche i rigurgiti nazisti possono essere espressi alla luce del sole perché lo stesso capitalismo mostra senza più infingimenti le proprie dinamiche più distruttive, sdogando la guerra, la deportazione, la stessa speculazione immobiliare nella terra di un genocidio.  Il capitalismo che mostra ormai in pieno giorno i suoi lati più atroci, ha nel fattore tempo uno dei principali strumenti. Da parte nostra siamo infatti letteralmente sospesi tra due tempi: quello dell’accelerazione della catastrofe del capitale e quello immobile delle istituzioni.  La distruzione capitalista è ormai talmente rapida che non ti lascia nemmeno la possibilità di provare a intervenire sull’ultimo avvenimento. Una delle cose che veniva chiesta criticamente alla seconda missione della Flotilla era: cosa partite a fare per la Palestina se ora c’è anche la guerra in Libano e in Iran? Come se l’accelerazione della catastrofe fosse una ragione per bloccarsi, per rimanere fermi. C’è poi il tempo immobile delle istituzioni: ad esempio nel caso del movimento ambientalista tutto viene sempre rimandato alla Cop successiva (la conferenza intergovernativa dell’Onu sui cambiamenti climatici), mentre nel caso di Gkn ci dicono di aspettare le prossime elezioni o la prossima legge da approvare che risolverà i nostri problemi. Si tratta di un tempo in cui si rimane in attesa, immobili. Mentre le istituzioni sembrano intente a far sì che nulla cambi, persino quando accettano le tue richieste. Come Gkn lo abbiamo visto con il Consorzio regionale pubblico che avrebbe dovuto rilevare la fabbrica e far partire la nostra reindustrializzazione e invece rimane fermo. A Roma vediamo qualcosa di simile ad esempio al Quarticciolo, dove i cittadini ottengono dei riconoscimenti per le loro proposte e poi però concretamente non succede nulla.  Dobbiamo infine fare i conti anche con un tempo asimmetrico all’interno dei movimenti. Noi qui discutiamo e poi torniamo alle nostre case, ma è una cosa che le compagne e i compagni con cui parliamo in Palestina a Gaza non possono più fare. Allo stesso modo noi qui ci immaginiamo a un domani lontano in cui cambieranno le cose, ma questo domani è inimmaginabile per i sei milioni di poveri assoluti del nostro paese.  Salpare, decidere di rompere il tempo dell’attesa, è quindi fondamentale per la lotta contro il genocidio così come per tutte le lotte sociali. L’efficacia del metodo Flotilla è quella di riportare tutti noi al fatto che se non riusciamo ad affrontare il problema della sopravvivenza oggi, non riusciamo nemmeno a parlare del domani, anche se sappiamo che l’unica soluzione sta in un domani diverso da questo, in cui la realtà viene trasformata radicalmente.  Il metodo Flotilla dovrebbe far ristrutturare la nostra militanza e probabilmente non è quello che è avvenuto dopo il movimento di settembre e ottobre 2025. Una serie di realtà organizzate infatti hanno supportato e sostenuto la Flotilla ma, appena scesi da quelle barche, sono tornati al vecchio modo di far politica. Gli scioperi separati di Usb e Cgil di novembre e dicembre 2025 hanno testimoniato che non abbiamo imparato il metodo della generalizzazione dello sciopero, dell’unità nella radicalità.  Non siamo inoltre riusciti a individuare e a provare a far saltare tutte le articolazioni sioniste nella nostra società. Noi per esempio non siamo riusciti a evidenziare il legame materiale che c’è tra la gentrificazione e la speculazione immobiliare a Firenze e il sionismo, cosa che avrebbe rafforzato l’unità e l’efficacia delle lotte. Ci è mancato insomma quello che sta invece succedendo nel movimento dei fenicotteri in Albania, dove c’è la perfetta convergenza tra la lotta contro la speculazione immobiliare, la svendita del paese, e i legami con i Kings (Trump, Kushner e il sionismo).  Nel caso dell’ex Gkn facciamo nostro il metodo Flotilla perché non vogliamo semplicemente fare importanti mobilitazioni contro il riarmo e il genocidio, ma mettere in pratica un esempio concreto in mezzo all’economia con la nostra reindustrializzazione dal basso, anche con delle barche che non sono quelle che vorremmo, che non risolvono davvero e complessivamente i problemi in campo. Adottiamo poi una forma simile. La Flotilla non è privata ma non è statale. È una forma pubblica comunitaria, finanziata da una raccolta fondi di associazioni e persone private che mettono un capitale a disposizione e creano una forza comunitaria. Non a caso la nostra missione in mare è stata trattata come un esercito nemico da affossare perché gli aiuti umanitari quando vuoi annientare una popolazione a livello psico-fisico, diventano un’arma. Nella lotta dell’ex Gkn abbiamo cercato di far cambiare strada al capitale privato lottando contro la speculazione e i licenziamenti. Abbiamo poi cercato di far intervenire le istituzioni con il Consorzio regionale pubblico. Ora non possiamo più attendere e abbiamo messo in campo un capitale comunitario per far ripartire la fabbrica con una produzione per la comunità stessa, che quindi non può che essere ecologica.  In questo modo usciamo anche dalla mera enunciazione del fatto che dobbiamo fermare il riarmo e iniziamo a scardinare il ricatto che subiamo: quello che per poter avere un lavoro dobbiamo affidarci alla riconversione bellica. Il metodo Flotilla per noi è questo: la rottura dell’attesa, la rottura del tempo asimmetrico per cui per me, da disoccupato, è impossibile continuare a lottare se non faccio ripartire qualche forma di lavoro; e contemporaneamente costruire, con i nostri corpi, un esempio concreto che a sua volta può innescare movimenti più grandi ed efficaci per cambiare i rapporti di forza.  *Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, è editor di Jacobin Italia. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! L'articolo Cosa imparare dalle due Flotille per Gaza proviene da Jacobin Italia.
July 24, 2026
Jacobin Italia
Nuove generazioni militanti in “campo”, al Sierra Maestra
L’immagine di 850 giovani comunisti e comuniste, alcuni giovanissimi, ad un campeggio politico, scalda il cuore e dà una speranza impagabile, merce rara in tempi cupi. Questo piccolo grande fatto straordinario è successo alla V edizione del Sierra Maestra Camp, il campeggio organizzato da Cambiare Rotta e Osa, svoltosi a […] L'articolo Nuove generazioni militanti in “campo”, al Sierra Maestra su Contropiano.
July 24, 2026
Contropiano
Il silenzio non può reggere
Non sempre le piazze sono facili da comprendere, soppesare e tantomeno giudicare. Ma le piazze - sempre - palpitano, respirano e lasciano qualcosa dentro a chi le attraversa. Non sarà tutto quello che c'è da dire, ma un pezzetto di questo qualcosa l'abbiamo intercettato e gli diamo voce.
La scuola Diaz è un luogo del futuro
-------------------------------------------------------------------------------- 19 luglio 2026, Genova. Foto di Paolo Palazzo (che ringraziamo), tratta dalla pag. fb di Elena Giuliani -------------------------------------------------------------------------------- Venticinque anni fa sono uscito da questa scuola in barella, umiliato e offeso potrei dire, e dopo tanto tempo sono di nuovo qui, in piedi, ancora offeso, perché lo stato in questi anni non è stato all’altezza della situazione e non ha avuto nemmeno la dignità e il coraggio di chiedere scusa, ma ho superato l’umiliazione, che è diventata consapevolezza e soprattutto voglia di fare, di pensare, di non essere come mi e ci volevano loro, cioè atterriti, impotenti, ridotti all’inerzia. Questo luogo, la scuola Diaz, è oggi un luogo della memoria, come piazza Alimonda, come la caserma di Bolzaneto, come il G8 di Genova nel suo insieme: non è ancora nella memoria di tutti gli italiani, ma è nella memoria di tutte le persone che non si rassegnano al mondo così com’è, delle persone che vogliono cambiare il mondo nella direzione della giustizia climatica e sociale e quindi lo stanno immaginando e anche costruendo. Perché la memoria serve a questo: a capire il presente, a immaginare il futuro, e intanto agire, costruire reti e anche spezzoni della società di domani. La scuola Diaz, in questo senso, è un luogo del futuro. Se siamo qui è perché siamo coscienti della storia che abbiamo alle spalle, di che cos’è stato davvero il G8 di Genova, e perché sappiamo che il nostro compito è politicizzare i nostri desideri, trasformarli in un desiderio collettivo e su questa base lottare per un mondo nuovo, un mondo che farà tesoro delle idee portate in piazza 25 anni fa. Questo è anche un luogo del dolore e della consapevolezza: un luogo in cui le persone, noi che dormivamo nella scuola, sono state ridotte a oggetti, umiliate e offese appunto, ed è per questo che in tutti noi, noi che abbiamo subito le violenze ma anche chiunque abbia compreso che cos’è stata l’irruzione alla Diaz, tutti noi abbiamo acuito, non perduto, l’empatia e l’attenzione per tutti quei casi nei quali le vite umane sono squalificate, ridotte a non-persone, a vite di scarto. Per questo la memoria della Diaz ci porta a indignarci e a chiedere non solo giustizia – quella dovrà arrivare nei tribunali – per Abderrahim Fakir, morto nelle mani della polizia due giorni fa a Bologna, come Federco Aldrovandi, Riccardo Magherini, George Floyd e troppi altri in passato. Noi da qui chiediamo alla polizia spiegazioni, e le vogliamo adesso, perché nel 2001 e negli anni seguenti le forze di polizia hanno dimostrato, nei loro vertici, d’essere incapaci di assumersi le proprie responsabilità e di rendere conto ai cittadini del proprio operato. Ora devono farlo. Non possono pensare di normalizzare queste pratiche, queste morti, così come hanno tentato di normalizzare le violenze istituzionali del 2001. La memoria della Diaz – l’attenzione alle “vite di scarto” di questa società sempre più violenta – ci fa essere vicini alla popolazione della Striscia di Gaza sottoposta a genocidio con la complicità delle democrazie occidentali, alle persone migranti che vengono lasciate morire in mare e ai confini dell’Europa, umiliate e offese ben più di noi. Chi ha riempito le piazze contro il genocidio nell’autunno scorso, chi è salpato con la Flotilla, chi soccorre in mare, chi aiuta le persone migranti a esercitare il diritto a muoversi nel mondo porta in sé la memoria della Diaz, del G8, la memoria di un movimento che ha rivendicato la giustizia globale, il disarmo, il diritto alla vita, la libertà di movimento. La memoria è utile perché ci aiuta a capire il presente e poiché viviamo anche noi in un mondo fatto di leggi, di elezioni, di governi e parlamenti, chiediamo che la lezione di Genova sia fatta propria da chi si candida a governare in futuro al posto della destra e quindi diciamo loro – dalla scuola Diaz – che occorre cambiare le leggi e anche cambiare registro. Devono impegnarsi, queste forze politiche, ad abrogare gli ultimi decreti sicurezza del governo Meloni, e anche buona parte di quelli precedenti, che hanno inutilmente e scioccamente limitato libertà e diritti; devono impegnarsi a introdurre l’obbligo per gli agenti di avere un codice di riconoscimento sulle divise; devono fare in modo che le polizie abbiano regole di condotta ben chiare, trasparenti, note a tutti e pensate per garantire la salute e l’incolumità dei cittadini in qualsiasi situazione si trovino, anche al momento del fermo e dell’arresto; devono prevedere la formazione degli agenti alle tecniche della nonviolenza, come chiedemmo inascolati più di vent’anni fa; devono lavorare perché in futuro le polizie siano disarmate nei servizi di ordine pubblico: la memoria di piazza Alimonda ce lo impone. Serve anche cambiare registro e dare un nuovo senso, anzi il vero senso, alla nozione di sicurezza. Non è vero che la sicurezza non è né di destra né di sinistra; la sicurezza della quale si parla nel discorso pubblico, la sicurezza armata, repressiva, basata sulla paura e sulla percezione di insicurezza senza dati statistici che la confortino, è di destra, è sempre stata di destra, anche quando è stata ed è praticata dalla sinistra; la nostra sicurezza è la sicurezza sociale, la sicurezza sul posto di lavoro, la sicurezza di avere una vita almeno dignitosa: questa è la sicurezza che dobbiamo perseguire se vogliamo essere degni della Costituzione e di chi la scrisse. Un’ultima cosa, la più importante, con la quale vorrei non celebrare ma dare un senso ai miei 25 anni di sopravvissuto all’irruzione alla scuola Diaz, per usare la definizione di Mark Covell, “survivors”. In tutti questi anni Io non ho mai dimenticato, neanche per un minuto, che cosa facevo qui. Ero a Genova perché avevo letto i comunicati e i testi dell’Ezln e del subcomandante Marcos, perché ero stato al primo Forum sociale mondiale di Porto Alegre, perché sentivo che un movimento pieno di competenza, di slancio, di creatività stava conquistando i pensieri e i desideri di tanta gente, di sempre più gente, e stava lavorando per rendere possibile la trasformazione di questo mondo verso la giustizia sociale. Se ne sono accorti anche nei palazzi del potere, si sono spaventati e hanno agito di conseguenza, con la violenza e con il preciso intento di criminalizzarci. Ma non mi hanno e non ci hanno cambiati: continuiamo a lottare per un mondo di giustizia, di conciliazione con Madre Terra, per un mondo disarmato e nel quale chiunque possa muoversi liberamente, perché il movimento fa parte della natura umana. Ci dicono che è impossibile, che è un’illusione, che nulla può essere davvero cambiato, ma noi sappiamo, perché conosciamo la storia e la memoria dei movimenti sociali, che questo non è vero. La storia è fatta di sorprese, di imprevisti e di rivoluzioni. Alla scuola Diaz ci hanno umiliati e offesi ma non ci hanno cambiati e perciò questa scuola è un luogo della memoria non solo per noi che abbiamo subito le violenze, o per chi partecipò alle giornate del luglio 2001, ma anche per chi è venuto dopo: è un luogo nel quale il dolore si è trasformato in desiderio e in azione. Non siamo qui per fare le vittime; siamo qui ma per riprendere il filo del discorso e condividere, più che passare, il testimone: un altro mondo era e continua a essere possibile. La scuola Diaz è un luogo della memoria e un luogo del futuro. -------------------------------------------------------------------------------- . Testo dell’intervento alla fiaccolata promossa a Genova il 21 luglio 2026. L’ultimo libro di Lorenzo Guadagnucci è Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova (Altreconomia) . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La scuola Diaz è un luogo del futuro proviene da Comune-info.
July 22, 2026
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