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Internazionalismo e nuovi terreni di conflitto
Nelle ultime settimane sono salpate nuovamente le flottiglie per Gaza, poi sequestrate da Israele in acque internazionali, mentre le organizzazioni della flotta civile continuavano le operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale e rientrava da Cuba la Brigada internacional Primero de mayo, parte della seconda edizione dello European Convoy to Cuba. Eventi apparentemente slegati, ma che trovano un loro punto di convergenza nel tentativo di sfidare l’ingiustizia del potere attingendo a pratiche e repertori che, tradizionalmente, esulano dalla sfera del politico in senso stretto, spostandosi su ambiti diversi, quali quello dell’umanitario e del legale, a partire da una risignificazione del diritto internazionale. Per quanto un tale approccio stia diventando sempre più pratica di lotta condivisa, e da qualche anno a questa parte ci stiamo abituando a vederne vari esempi, in verità non è sempre stato così. Al contrario, nella storia dei movimenti sociali queste forme d’azione sono spesso state ben distinte e addirittura foriere, in taluni casi, di tensioni e contrasti – giusto a titolo di esempio, per guardare proprio a una delle sfere che ci interessano più da vicino, basti ricordare il diverso allineamento di varie organizzazioni del soccorso in mare rispetto alla posizione da assumere nei confronti del Codice di condotta elaborato da Marco Minniti nel 2017, proprio lungo la linea di frattura tra azione politica e missione umanitaria. La fase di ridefinizione in chiave politica di azioni umanitarie e legali alla quale stiamo assistendo in tempi recenti non è, insomma, né scontata né, in un qualche modo, inevitabile. Al contrario, è il frutto di una convergenza precisa, storicamente inquadrata in un contesto dato di condizioni materiali e orientata dalla capacità della società civile di organizzarsi, reagire e interagire. A nostro avviso, questa convergenza ruota attorno a quattro nuclei fondamentali. Il primo è quello di un contesto globale marcato da una fase estrema di aggressività dell’imperialismo estrattivo e bellicista – incarnato dagli Stati uniti di Trump e affiancato dalla schiera di suoi sodali – in cui genocidi e guerre, ecocidi e violenza organizzata (alle frontiere come altrove) si succedono senza tregua. Sempre più spesso, l’esercizio del potere politico alle nostre latitudini si riconduce al diritto di decidere chi può vivere e chi deve morire – la necropolitica teorizzata dal filosofo camerunense Achille Mbembe –, che ci si trovi sotto le bombe a Gaza, su un’imbarcazione in mezzo al Mediterraneo o in un reparto d’ospedale senza medicinali a Cuba. È davanti a questo orrore che ci si trova nella necessità impellente di riorganizzare una resistenza, riscoprendo pratiche e alleanze nel tentativo di opporsi alla barbarie. Qui si ritrova il significato politico dell’umano, dell’opporre pratiche di vita a politiche di morte, ma anche la valenza strategica di un diritto calpestato dalla folta schiera delle nuove autocrazie liberali. LEGGI ANCHE… GUERRA IN MARE RINASCE IL DIRITTO INTERNAZIONALE Tatiana Montella - Enrica Rigo Il secondo nucleo è quello dell’internazionalismo solidale. C’è un numero enorme di persone, collettivi e organizzazioni che dispiega la propria forza e utilizza le proprie energie per supportare la resistenza di altri popoli, a cominciare, ovviamente, da quelli che sono maggiormente colpiti proprio dalle politiche di morte dell’imperialismo estrattivo. Difficilmente, negli ultimi decenni, si è vista la compresenza di una tale varietà e intensità di azioni internazionaliste per mare, per terra e per aria, dal Mediterraneo alle frontiere terrestri europee, dalla Palestina al Kurdistan, fino, appunto, a Cuba. Questo quadro evidenzia l’opposizione all’individualismo sfrenato del capitalismo da parte di un internazionalismo che prova a non essere altruistico – scivolando pericolosamente verso il confine con un pietismo dal sapore neocoloniale – ma compiutamente solidale, trovando insieme e non per conto di altri popoli degli spazi comuni per resistere e reagire. Il modo in cui questo internazionalismo solidale si sviluppi proprio in risposta all’aggressività dell’imperialismo bellicista ci ricorda, naturalmente, come nessuno di questi nuclei vada considerato a sé stante: come in tutti i fatti sociali, le interconnessioni abbondano. Il terzo nucleo ruota attorno alla relazione dei movimenti con la dimensione spaziale, e in particolar modo con il mare come spazio di negoziato e contestazione politica. Tante di queste esperienze solidali e di resistenza sono non solo operativamente ma prima ancora ontologicamente connesse al mare, dal soccorso civile alle flottiglie, recuperando e rilanciando altre azioni storiche realizzate, per esempio, dall’attivismo ambientalista (le spettacolari azioni di Greenpeace sono senza dubbio un punto di riferimento al riguardo). Certo, non tutto passa via mare: il Nuestra América Convoy per Cuba aveva e ha una natura multimodale, con la componente maggiore, incluso lo European Convoy, che viaggiava per via aerea, così come le azioni via mare dirette a Gaza sono state affiancate da importanti missioni via terra, a cominciare dalla Global March to Gaza del 2025. Eppure il mare sembra offrire degli spazi unici per il dispiegamento di una lotta che si gioca sulle tensioni tra politico, umanitario e legale. Lo si deve ad aspetti politici e legali, in primis collegati alla limitazione della sovranità statale in acque internazionali, risultante nel principio della libertà di navigazione, ma anche all’esistenza di un apparato normativo perlopiù favorevole, che rende, ad esempio, non solo possibile ma obbligatorio (su un piano legale, oltre che morale) soccorrere persone in pericolo, come fatto dalle organizzazioni della flotta civile. In questo senso, il mare diventa quello spazio costituente di cui hanno scritto Enrica Rigo e Tatiana Montella, non solo in quanto foriero di una decolonizzazione del diritto e rinascita di un diritto internazionale delle persone e non degli Stati, ma ancor prima nel suo essere spazio di un conflitto più propriamente politico, che si esplica (anche) attraverso le forme del legale e dell’umanitario, ma che trova il suo quid nella natura disobbediente delle lotte che lo attraversano. Il quarto nucleo, infine, prende le mosse proprio dalla specificità del diritto internazionale e dalla tensione tra diritto degli Stati e diritto internazionale. Pur nella consapevolezza della natura essenzialmente statuale e colonizzatrice del diritto internazionale (appunto, il diritto internazionale degli Stati di cui sopra), appare evidente come questo corpus contenga al suo interno numerose norme che ruotano attorno alla tutela dei diritti umani. In questo senso, la resistenza internazionalista prova a fare un uso strategico e conflittuale del diritto, utilizzandolo per far leva sulle contraddizioni esistenti. E sono queste stesse contraddizioni a richiedere cautela, in un contesto di norme, quali quelle sui diritti umani, direttamente appellabili dalle persone, ma altrettanto direttamente ignorate dagli Stati – e non è un caso che a essere più colpite, o a esserlo prima, sono le popolazioni del sud globale (guardando alle ultime settimane, si pensi al diverso trattamento, per quanto nello stesso quadro di violazioni dei diritti umani, riservato da Israele al popolo palestinese e alle attiviste e agli attivisti della Global Sumud Flotilla). Risuona, in quest’ottica, l’ammonimento che arriva dalle montagne del sudest messicano: i diritti umani e lo stesso diritto internazionale rischiano talora di essere utilizzati per interventi parziali e cosmetici, capaci di correggere singole storture senza però intaccare minimamente le dinamiche strutturalmente predatorie del sistema. Possono, insomma, arginare abusi e arbitri dei potenti, ma – ci hanno ricordato le comunità zapatiste – risultano fatalmente incapaci di mettere in discussione il sistema neoliberale nel suo insieme. In questo senso, se da un lato essi possono essere alleati in campagne specifiche ed essere utilizzati con successo come strumenti di resistenza (e la mente corre inevitabilmente anche al processo attualmente in corso alla Corte penale internazionale contro El Hishri), dall’altro è necessario esercitare uno sguardo critico e una costante cautela, ricordando il contesto storico e socio-politico in cui sono nati e la loro sostanziale riconducibilità al colonialismo e a dinamiche proprie del Nord globale. LEGGI ANCHE… CONFINI GIOCHI SENZA FRONTIERE Redazione Jacobin Italia È attraverso l’incrocio di queste quattro dimensioni che si può comprendere la ridefinizione del nesso tra politico, umanitario e legale che sta caratterizzando la fase attuale di vari movimenti a livello globale, riuscendo a creare uno spazio nuovo di resistenza. Nuovo nelle alleanze, così come nelle pratiche e nell’orizzonte che i movimenti stanno provando a darsi. Al tempo stesso, però, proprio alla luce di questa disamina, è fondamentale tenere a mente due considerazioni critiche.  In primo luogo, il relativo successo di alcune di queste pratiche non deve indurre alla loro esportazione indiscriminata: non sono una panacea per tutti i mali e nessun repertorio o scelta di campo va acriticamente considerata più valida di altre. E così, come il mare non sempre è la soluzione più praticabile, allo stesso modo la scelta di un repertorio legale può non essere adatta in un determinato contesto (per i tempi lunghi che implica o per il rischio di effetti controproducenti che può avere, ad esempio per la debolezza giuridica del caso in questione). Pur nella fisiologica diffusione di pratiche tra i movimenti, così come al loro interno, occorre prevenire gli automatismi e, ancor di più, la creazione di veri e propri brand, più o meno inconsapevoli, attorno a forme di mobilitazione.  In secondo luogo, va sottolineata l’ambivalenza intrinseca che il diritto gioca in questa partita. Se la riscoperta del legale può davvero essere fondamentale, su un piano non solo tattico ma anche strategico, è pur sempre vero che altre norme giuridiche vengono contemporaneamente utilizzate per una repressione legale che si fa sempre più intensa, per minare i diritti esistenti, per pratiche di lawfare e di scivolamento verso forme autocratiche che del diritto mantengono solo la forma, eliminandone la sostanza. In linea con quanto scritto sopra, va quindi recuperata la dimensione del diritto dei popoli, da contrapporre non soltanto al diritto nazionale, ma anche al diritto internazionale degli Stati, che esercitano piena discrezione nel decidere se rispettarlo o meno. Come ricordano Rigo e Montella, «il diritto si pratica, prima ancora di essere riconosciuto come tale». In questo senso, è fondamentale guardare al diritto come uno degli strumenti di conflitto e di costruzione di un nuovo ordine dal basso, e non come un apparato normativo che legittimi ex ante le azioni di resistenza. Riconducendo tanto l’umanitario quanto il legale a una più ampia risposta, pienamente e marcatamente politica, alla barbarie crescente e a poteri senza più limiti né controllo democratico sarà possibile continuare in quello che si va configurando come un internazionalismo conflittuale. Un internazionalismo in cui non solo alla solidarietà si affianca il conflitto, ma in cui questo conflitto diventa generativo, riuscendo, attraverso forme di azione diretta, a muovere dalla disobbedienza verso pratiche di autogoverno e di costruzione di istituzioni dal basso. *Federico Alagna è ricercatore in sociologia politica presso la Scuola Normale Superiore. Attivo da vent’anni in diversi movimenti, oggi fa parte dell’Assemblea No ponte e di Mediterranea Saving Humans. È stato assessore alla cultura a Messina nell’ambito dell’esperienza neomunicipalista di Cambiamo Messina dal Basso. Luca Casarini si è formato nei centri sociali del nordest, dove ha militato per oltre trent’anni. Ha frequentato la facoltà di Scienze Politiche a Padova durante il movimento della Pantera e ha partecipato a varie lotte fino ad arrivare al G8 di Genova e ai grandi movimenti contro la globalizzazione neoliberista. È tra coloro che hanno fondato Mediterranea Saving Humans, di cui è attualmente capomissione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Internazionalismo e nuovi terreni di conflitto proviene da Jacobin Italia.
June 12, 2026
Jacobin Italia
Fabbrica e territorio: due culture politiche
LA CENTRALITÀ CHE UN TEMPO RIVESTIVANO FABBRICHE, SALARI E RAPPORTI CON LO STATO, CHE SPAZIAVANO DALLO SCONTRO ALLA NEGOZIAZIONE, È DIVENTATA MOLTO MENO RILEVANTE NELLA VITA REALE DELLE PERSONE. UNA NUOVA CULTURA POLITICA, NATA INTORNO A CHI VIVE I TERRITORI, DOVE SONO PIÙ FEROCI LE NUOVE AGGRESSIONI DEL CAPITALISMO MA DOVE EMERGONO ANCHE INEDITE AZIONI COLLETTIVE INTORNO AI TEMI DELL’AUTONOMIA, HA COMINCIATO OVUNQUE A PRENDERE PIEDE NEGLI ULTIMI TRENT’ANNI. TUTTAVIA, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, RESTA APERTA UNA QUESTIONE DIFFICILE DA RISOLVERE: COME RAPPORTARSI CON LA CULTURA POLITICA DEL LAVORO SALARIATO E DELLE FABBRICHE: SEMBRA NECESSARIO COSTRUIRE PONTI A proposito di inedite alleanze e territorio: un’assemblea (7 giugno 2026) a Firenze del Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn con le filiere contadine di produzione diretta e con chi lotta contro lo sfruttamento nelle campagne -------------------------------------------------------------------------------- Per gran parte del XX secolo, e anche per una porzione del secolo precedente, i capitalisti erano determinati ad acquisire lavoratori, in particolare lavoratori qualificati, al fine di sfruttarli e accrescere la propria ricchezza. Il fulcro della vita economica ruotava attorno al lavoro salariato. I lavoratori si costituirono in classe attraverso conflitti con i capitalisti e lo Stato, dando vita a sindacati e partiti politici per contrastarne il potere. Con la “rivoluzione mondiale del 1968” (Wallerstein), il capitale si sentì messo alle strette e iniziò a smantellare i tradizionali complessi industriali, delocalizzando le fabbriche in Cina e in Asia e automatizzando gli impianti di produzione, fino ad arrivare alla robotizzazione, eliminando così la problematica presenza dei lavoratori. Il nucleo dell’accumulazione si spostò dal capitale produttivo a quello speculativo. L’accumulazione per espropriazione o furto (Harvey) è diventata più importante della riproduzione su larga scala del capitale (Marx), che non è mai scomparsa, ma ha cessato di essere il nucleo dell’arricchimento capitalistico in Occidente. Parallelamente, ma come parte dello stesso processo, il capitale più concentrato ha monopolizzato il potere politico, impadronendosi degli Stati nazionali per trasformarli in scudi per i propri interessi. Le cosiddette libertà democratiche sono sempre più limitate, quando ancora esistono. Con questi cambiamenti, sorgono anche nuove sfide per i popoli oppressi e sfruttati del mondo. La più importante è che la cultura dell’azione collettiva del periodo dell’egemonia industriale (sempre in Occidente) non era più sufficiente né utile nel periodo dell’espropriazione. La centralità che un tempo rivestivano fabbriche, salari e rapporti con lo Stato (che spaziavano dallo scontro alla negoziazione) è diventata molto meno rilevante nella vita reale. Ma questo non valeva per la coscienza collettiva, quindi il mondo del lavoro ha continuato a funzionare sostanzialmente allo stesso modo. Si tratta di un fenomeno comune nella storia sociale, poiché la cultura in generale, e la cultura politica in particolare, si evolve molto più lentamente delle relazioni sociali. Sebbene le arti spesso anticipino il futuro e mantengano un atteggiamento critico, il potere creativo viene solitamente soffocato dall’implacabile ostilità dei media mainstream e dalla mercificazione dell’espressione artistica, cosicché la creatività finisce per essere assoggettata al mercato o relegata ai margini. A poco a poco, le comunità scoprirono che la trasformazione capitalistica aveva trasformato i loro territori in centri di accumulazione attraverso l’espropriazione. Gli anni ’90 furono un decennio cruciale, con l’avvento del neoliberismo che generò ondate sismiche in grado di riorganizzare completamente i settori industriali e il mondo del lavoro. In quegli stessi anni, si verificò un profondo cambiamento nel concetto stesso di territorio, che cessò di essere lo spazio in cui si instaura il monopolio della violenza legittima (Weber), per diventare invece un insieme eterogeneo di territori all’interno dello stesso Stato-nazione. La vera novità risiede nel ruolo dei popoli che abitano questi territori: principalmente comunità indigene, nere e contadine, sebbene anche le periferie urbane abbiano iniziato a svolgere un ruolo di primo piano. L’accumulazione per espropriazione implica lo spostamento delle popolazioni per riorganizzare i territori a beneficio del capitale (Subcomandante Marcos), il che in realtà rende visibili i soggetti collettivi che li abitano. Pur non volendo cadere in un determinismo semplicistico, credo che la trasformazione del capitalismo e dello Stato, e l’emergere di nuovi soggetti collettivi, siano alla base dell’ascesa di una nuova cultura politica che ha iniziato a prendere piede negli anni ’90. Questa nuova cultura dell’azione collettiva, che pone al centro i territori e le persone che li abitano, ruota attorno all’autogoverno territoriale e alla difesa dei propri spazi: modalità che definiamo autonomia. Non è un caso che le autonomie stiano prendendo piede nel continente proprio quando si intensificano gli espropri, perché per queste popolazioni è il modo migliore per difendere il proprio territorio e la propria vita. I nuovi problemi che stanno emergendo sono: come difenderci meglio dalla violenza militare, narco-paramilitare che converge per facilitare l’espropriazione; come e in che modo costruire qualcosa di nuovo nei nostri territori, che non sia una mera copia del vecchio. Questi sono dibattiti di primaria importanza. Una questione difficile da risolvere, sulla quale abbiamo fatto pochi progressi, è come rapportarsi a queste due culture politiche: quella del lavoro salariato e quella della terra, quella che guarda allo Stato e quella che costruisce l’autonomia. È possibile che una sola di queste due culture non sia sufficiente a fermare il capitalismo, quindi sembra necessario costruire ponti e, auspicabilmente, stringere alleanze. Sono convinto che l’autonomia sia il modo migliore per difendere la vita, ma comprendo anche che per le popolazioni urbane rappresenta una sfida talmente ardua da sembrare irraggiungibile. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Fabbrica e territorio: due culture politiche proviene da Comune-info.
June 12, 2026
Comune-info
Il grido di Tirana
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Nonostante le minacce e gli insulti, dopo undici giorni consecutivi, il movimento non solo resiste, ma cresce. Martedì nella città di Fier, durante una tappa del tour che celebra il trentacinquesimo anno dalla fondazione del Partito Socialista, Edi Rama ha detto che per venerdì 12 giugno la discussione sulle richieste del movimento deve finire. Una sorta di ultimatum. Non è chiaro cosa intendesse nel concreto, ma sappiamo che venerdì Edi Rama prevede di fare in pompa magna la grande festa per il trentacinquesimo del suo partito proprio a Tirana. Il Primo Ministro nei giorni scorsi ha pubblicato anche un comunicato rivolto alla stampa internazionale, dai toni surreali, dove attacca tutti i media del mondo che hanno parlato delle proteste e spiega loro che dalle informazioni e i calcoli che il Governo ha fatto, sono 2.000 le persone che stanno protestando. Avete capito bene: duemila. La risposta alle più o meno velate minacce sulla giornata di venerdì 12 giugno e su questi calcoli, che sono diventati un boomerang che ha prodotto centinaia di meme, la vedete nella foto della piazza di giovedì sera. Non è intelligenza artificiale. Forse la manifestazione più grande da quando è scoppiata la rivoluzione. Lo scarto tra il nervosismo, la volgarità, la violenza verbale e becera, le fake news che vengono agitate contro il movimento e la creatività, la dissacrazione, la bellezza e la popolarità del movimento è sempre più evidente. Ogni arma contro il movimento viene ribaltata, “memetizzata”, disinnescata. Nel frattempo, sul piano documentale, inchieste di Reporter.al e Shteg.org hanno svelato passaggi di proprietà da 306.000 euro nell’area di Zvërnec, ma anche gli atti del Governo che hanno disposto il passaggio di 5,6 milioni di metri quadrati dell’isola di Sazan, il 90 per cento dell’isola, dal demanio pubblico ad una struttura statale che ha la missione di valorizzare il patrimonio e gli “investimenti strategici”. Nel corso dei giorni, tra i tanti slogan che rappresentano le voci del movimento e delle tantissime ragioni della protesta, che attacca tutto il sistema e tante altre situazioni oltre alla questione della laguna di Narta, ce n’è uno che ora dopo ora è diventato sempre più importante, sempre più duro, sempre più popolare: Dorëheqje, Dimissioni. La diaspora in tutto il mondo sta continuando ad organizzare manifestazioni e presidi ovunque, ma questo fine settimana, a partire da domani, il luogo dove essere per chi ne ha la possibilità è proprio Tirana, il cuore della rivoluzione. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Per un’intera generazione, saranno per sempre tra i giorni più belli -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il grido di Tirana proviene da Comune-info.
June 11, 2026
Comune-info
L’eredità dei Weather Underground
Un Bill Ayers di mezza età chiese una volta al figlio Zayd Ayers Dohrn, allora adolescente, di accompagnarlo in Mississippi per il suo diciottesimo compleanno. Ayers e sua moglie, Bernardine Dohrn, due membri di spicco e carismatici del gruppo militante Weather Underground, uscito dal fermento degli anni Sessanta, conducevano ora una vita relativamente tranquilla con i loro tre figli. Il loro spirito avventuroso si era smorzato con l’età, ma continuava a brillare. Ayers disse di voler andare in Mississippi per uccidere Byron De La Beckwith. Quest’uomo bianco del Sud, ormai anziano, era l’assassino di Medgar Evers, direttore della National Association for the Advancement of Colored People (Naacp), che nel giugno del 1963 sparò alla schiena dell’attivista per i diritti civili da una distanza di circa 45 metri. Più di trent’anni dopo una giuria composta interamente da bianchi non era riuscita a raggiungere un verdetto durante il processo a De La Beckwith, l’assassino era ancora un uomo libero. Bill, simbolo della violenza politica della Nuova Sinistra durante l’era del Vietnam, sognava ad alta voce con suo figlio al suo fianco la vendetta. «E quando De La Beckwith sarebbe uscito, uno di noi — chi ? — premerebbe il grilletto», ricorda Ayers Dohrn, citando le parole del padre, nel suo nuovo e avvincente libro Dangerous, Dirty, Violent, and Young: A Fugitive Family in the Revolutionary Underground (W. W. Norton & Company, 2026). L’ambizioso memoir aggiunge nuovi elementi alla già nota storia degli anni Sessanta e mostra che c’è ancora molto da imparare sulla politica radicale di quell’epoca. Dal suo punto di vista privilegiato di figlio dei fondatori del Weather Underground, Ayers Dohrn costruisce una narrazione toccante che incoraggia anche i lettori a esaminare criticamente la vita dei suoi genitori nella clandestinità e la loro visione del mondo generale. Sebbene il tono di Ayers era in parte scherzoso quando propose il suo piano al figlio, Ayers Dohn lo prese sul serio. «Si meritava una sorta di resa dei conti. Ne ero convinto… Onestamente, mi sentivo quasi orgoglioso che mio padre me lo avesse chiesto». Poco dopo la loro conversazione, giustizia fu finalmente fatta dai tribunali anziché con la canna di una pistola. Lo stato del Mississippi processò De La Beckwith e un nuovo procedimento condusse a una condanna all’ergastolo. L’assassino di Evers morì in carcere nel 2001 a ottant’anni. Presentando l’aneddoto come un avvincente caso di studio sulla fede nella parabola morale dell’universo, Ayers Dohrn si meraviglia ora di «quanto fosse davvero strano». Presenta entrambi i lati del dibattito sul vigilantismo e ricorda ai lettori: «Aspettare che gli ingranaggi lenti della giustizia si mettessero in moto non è mai stato nello stile dei miei genitori». L’ORDINARIA FORMAZIONE DI BERNARDINE DOHRN A quasi quattro anni dall’uscita del pluripremiato podcast Mother Country Radicals, scritto da Ayers Dohrn con la storica Thai Jones e la produttrice Ariana Gharib Lee, il libro è meno incline al romanticismo e si concentra sui momenti più avvincenti. Le interviste ai veterani della clandestinità svettavano nel podcast, che ripercorreva una storia già ben conosciuta dalla maggior parte degli attivisti e degli studiosi della generazione dei baby boomer. Ma questa storia ha acquisito nuova rilevanza con l’ascesa di una sinistra rinvigorita nell’estate del 2020, al suo apice. I parallelismi tra gli sforzi passati per opporsi alla violenza di Stato e il presente erano particolarmente evidenti, e i protagonisti di Mother Country Radicals venivano presentati come rivoluzionari imperfetti ma coraggiosi. I protagonisti dei momenti più stimolanti del podcast erano i figli e i nipoti degli attivisti della clandestinità. In una scena la nipote di Bill Ayers discute con lui sui meriti dell’incursione di John Brown a Harper’s Ferry nel 1859. Ayers, che ha un tatuaggio di John Brown sulla schiena, difende le azioni dell’abolizionista di fronte alla nipote scettica, in un affascinante scambio intergenerazionale che coglie la tensione sempre presente tra riforma e rivoluzione nella sinistra. Scritto dopo il successo del podcast, il memoir di Ayers Dohrn è ancora più impressionante per la sua disponibilità ad esaminare i momenti di dubbio nella valutazione del movimento clandestino. Attraverso un mezzo diverso, Ayers Dohrn incoraggia in modo più esplicito i lettori del suo memoir a fermarsi e a interrogarsi sull’efficacia e la moralità della violenza politica in vari momenti storici. Dedica inoltre più spazio ad approfondire i punti di connessione tra le diverse organizzazioni che si opponevano all’ingiustizia razziale e alla guerra del Vietnam. A una generazione di distanza dai traumi condivisi degli anni Sessanta che hanno plasmato i suoi genitori, Zayd Dohrn è al contempo caloroso e penetrante, approfitta del suo distacco critico per concentrarsi sull’educazione americana dei suoi genitori, sulle loro motivazioni, sulle loro azioni e sulle spiegazioni della loro complessa eredità per la sinistra statunitense. «La cosa più straordinaria di Bernardine era quanto fosse assolutamente ordinaria», ha ricordato una compagna di liceo della madre di Ayers Dohrn. Nota soprattutto per i suoi abiti scuri e gli stivali di pelle alti, Bernardine Dohrn crebbe in una famiglia della classe medio-bassa in un sobborgo a nord di Milwaukee, dove era una studentessa brillante e popolare. Era una ragazza determinata, conduceva una vita convenzionale come studentessa universitaria all’Università di Chicago, dove in seguito si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza. Come altri giovani studenti universitari idealisti e di mentalità liberal della sua generazione, Bernardine fu ispirata dal Movimento per i diritti civili durante la sua giovinezza, ma non si immerse immediatamente nell’attivismo. Dopo gli omicidi degli attivisti del Freedom Summer James Chaney, Andrew Goodman e Michael Schwerner in Mississippi, inizialmente decise di recarsi al Sud per unirsi al movimento. Tuttavia, Dohrn cambiò idea e rimase a Chicago per evitare una rottura. Il suo ragazzo di allora pensava che il viaggio fosse troppo rischioso e lei non voleva perderlo. «Avrei dovuto ricominciare tutto da capo», ricorda Dohrn. Fu l’ultimo momento in cui Bernardine permise a una relazione personale di prevalere sul movimento. La relazione finì presto, e la futura rivoluzionaria ebbe la fortuna di essere «testimone della storia» con il Movimento per i diritti civili di Martin Luther King Jr. a Chicago nel 1966. Assistere alla reazione negativa agli sforzi di King per combattere la discriminazione abitativa «la avrebbe indirizzata verso la rivoluzione». Nel giro di pochi anni, da promettente studentessa di legge si sarebbe trasformata in una delle dieci latitanti più ricercate dall’Fbi. Nel 1968, Dohrn era il presidente degli Students for a Democratic Society (Sds), un’organizzazione che si era allontanata dalle sue origini riformiste per abbracciare varie correnti di settarismo rivoluzionario. I limiti delle riforme per i diritti civili degli anni Sessanta e la violenza genocida della guerra del Vietnam spinsero molti giovani attivisti ad adottare una retorica e tattiche più provocatorie e distruttive. Bernardine, che fino ad allora «non si era mai messa nei guai, non aveva mai infranto la legge», ora difendeva apertamente l’uso della violenza politica alle manifestazioni dell’Sds. «Non c’è modo di essere fedeli alla nonviolenza, nel bel mezzo della società più violenta che la storia abbia mai creato». Il futuro volto della resistenza non si sarebbe lasciata sfuggire un’altra occasione in cui sentiva di poter cambiare la storia. LEGGI ANCHE… STORIA DIETRO IL BLITZ OMICIDA CONTRO FRED HAMPTON Aaron J. Leonard IL VIAGGIO DI BILL AYERS Cresciuto in un ricco sobborgo dell’Illinois, William Ayers si avvicinò al movimento per la prima volta durante gli studi all’Università del Michigan. Nonostante la sua educazione privilegiata, il percorso di Bill verso la clandestinità fu simile a quello di Bernardine. Anche Bill, da studente all’Università del Michigan, si unì all’Sds dopo aver partecipato all’importante seminario sulla guerra del Vietnam nell’aprile del 1965. Non poté ignorare ciò che apprese sulla guerra e gradualmente si impegnò sempre di più nell’organizzazione studentesca. Oltre all’attivismo, Ayers si dedicò anche all’educazione della prima infanzia, lavorando presso una scuola materna progressista, la Children’s Community School. Fu lì che conobbe la sua futura fidanzata, Diana Oughton, una studentessa di master presso la Facoltà di scienze dell’educazione del Michigan, che in precedenza aveva lavorato per l’American Friends Service Committee in Guatemala. Nel 1968, sia Bill che Diana divennero figure di spicco all’interno dell’Sds, giungendo alla conclusione che i giovani attivisti dovevano «portare la guerra a casa» per salvare il popolo vietnamita. «Forse insegnare non basta. Forse niente sembra abbastanza», scrive Zayd a proposito della decisione di suo padre di accantonare la sua passione per l’insegnamento e unirsi alla rivoluzione. Il lavoro lento e costante che poteva migliorare gradualmente la sua comunità non era sufficiente. Dopo anni di seminari e altre proteste pacifiche, Bill voleva essere in prima linea. In uno dei suoi momenti di maggiore riflessione, Ayers critica il modo in cui lui e i suoi compagni hanno gestito il loro risveglio. «Abbiamo visto qualcosa di simile a un lampo di luce, il tipo di intuizione di una singola lampadina brillante in una stanza buia…». Aggiunge: «Penso che un’intuizione del genere possa essere sia illuminante che accecante… Se non riesci a vedere le sfumature e la complessità ai margini, ti fai nemici di persone che non lo sono. E compi azioni che non dovresti compiere». DALL’ORGANIZZAZIONE DI MASSA AI GIORNI DELLARABBIA Diana e gli altri militanti radicali che componevano la fazione Weathermen dell’Sds contribuirono al crollo dell’Sds e iniziarono a pianificare azioni violente contro la guerra. Nella stessa settimana in cui milioni di attivisti parteciparono alla storica Moratoria per porre fine alla guerra del Vietnam, il 15 ottobre 1969, i Weathermen organizzarono a Chicago i ben più combattivi Giorni della rabbia. Gli organizzatori presentarono la Moratoria come una giornata di protesta che avrebbe potuto includere imprenditori, famiglie e altri elementi della società americana. Fu la più grande protesta contro la guerra nella storia degli Stati uniti. Anni dopo, divenne chiaro che l’ampia protesta contribuì a convincere il presidente Richard Nixon ad annullare una devastante campagna di bombardamenti sul Vietnam del Nord. I Weathermen e altri gruppi radicali con idee simili, nel frattempo, derisero la Moratoria definendola una semplice gita scolastica domenicale. Solo poche centinaia di persone parteciparono ai Giorni della rabbia, che consistettero in scontri a pugni con agenti di polizia, distruzione di proprietà e altri piccoli atti di vandalismo. «È un’azione di stampo custeriano, perché i suoi leader portano le persone in situazioni in cui possono essere massacrate, e la chiamano rivoluzione, mentre non è altro che un gioco da ragazzi. È una follia», sostenne Fred Hampton, presidente del Black panther party dell’Illinois, poco prima di essere drogato e assassinato dall’Fbi e dalla polizia di Chicago. A Chicago, il tentativo di portare la guerra in patria fallì, ma i Giorni della rabbia rappresentarono comunque una corrente di radicalismo di estrema sinistra che attraeva un numero ristretto ma crescente di radicali bianchi e neri. Ayers Dohrn ricorda ai lettori che i suoi genitori vivevano all’interno di una rete complessa di radicali e altri sostenitori disposti a entrare in conflitto con lo stato. I Weathermen ricevettero critiche, come fece Hampton, ma ebbero anche sostenitori che contribuirono allo sviluppo di una rete clandestina. Ad esempio, nessuno degli otto imputati dei Chicago 8, processati in seguito alle proteste della Convention nazionale democratica del 1968 a Chicago, condannò i Giorni della rabbia. Uno degli imputati, l’ex presidente degli Sds Tom Hayden, intervenne ai Giorni della rabbia e partecipò alla riunione del Consiglio di Guerra dei Weathermen a Flint il 27 dicembre 1969. Convinti di essere soldati, l’uso delle bombe era il passo successivo logico. L’escalation era l’unica via da seguire. Ripensando all’autunno del 1969, Bernardine Dohrn dichiarò al Consiglio di guerra: «Abbiamo fatto una cazzata: Non abbiamo dato fuoco a Chicago quando Fred [Hampton] è stato ucciso!». Dividendosi in cellule in tutto il paese, i Weathermen della costa orientale bombardarono la casa di Inwood, a Manhattan, del giudice della Corte suprema dello Stato John M. Murtagh, che presiedeva le udienze del caso Panther 21, accusato di cospirazione per uccidere agenti di polizia e bombardare luoghi pubblici. I Weathermen fecero esplodere bombe molotov davanti alla porta d’ingresso e sotto un’auto nel garage, distruggendo le finestre e incendiando il tetto della proprietà. Sul marciapiede si leggeva la scritta: «I Vietcong hanno vinto! Uccidete i porci! Liberate i Panther 21!». Oltre cinquant’anni dopo, Ayers Dohrn rievoca quelli come «i primi obiettivi civili di una cellula dei Weathermen della costa orientale sempre più radicalizzata». Si assicura inoltre di includere una citazione del figlio di Murtagh, John Jr., che all’epoca dell’attentato aveva nove anni. «Ricordo di essere in cucina con i miei genitori- racconta a Fox News – Potevamo vedere le fiamme attraverso la finestra. Sei intrappolato in una casa in fiamme, ma non sai se è sicuro uscire». Alla fine dell’inverno, Diana Oughton era morta. Insieme a Ted Gold e Terry Robbins, era una delle tre vittime dei Weathermen nell’esplosione avvenuta il 6 marzo 1970 in una casa a schiera del Greenwich Village. Nella loro situazione, portare la guerra a casa significava costruire una bomba a chiodi che intendevano far esplodere durante un ballo per sottufficiali a Fort Dix, nel New Jersey. L’obiettivo era uccidere militari e altri partecipanti. Invece di commettere un brutale atto di terrorismo, il gruppo fece esplodere accidentalmente la bomba nel seminterrato, uccidendo tre delle cinque persone che si trovavano nell’edificio. Kathy Boudin e Cathy Wilkerson (il cui padre era il proprietario dell’immobile) sopravvissero e riuscirono a fuggire per un pelo prima dell’arrivo della polizia. Bill fu devastato dalla morte della sua compagna, un momento cruciale in cui non poté fare a meno di interrogarsi sulle sue decisioni passate. Ayers Dohrn ricorda che suo padre lo portò sul posto quando era piccolo. Quando gli fu chiesto cosa fosse successo ai suoi amici, un Ayers addolorato rispose al figlio: «Eravamo tutti arrabbiati a quei tempi. Per la guerra. Per altre cose». L’esplosione accidentale scosse l’intera rete del Weather Underground e convinse Bernardine Dohrn del fatto che il gruppo con le sue bombe non avrebbe più dovuto tentare di uccidere persone. D’ora in poi, avrebbero lanciato alla sicurezza o alla polizia locale avvisi preventivi per consentire l’evacuazione degli edifici che avrebbero colpito. Negli anni successivi, Bernardine, Bill e ciò che restava del loro gruppo organizzarono decine di attentati dinamitardi, ampiamente documentati da diversi storici nei loro libri sul Weather Underground. Ciò che rende unico il libro di memorie di Ayers Dohrn è la sua capacità di mettere in discussione direttamente le scelte dei suoi genitori e di presentare ai lettori un ritratto impietoso della loro mentalità rivoluzionaria. A un certo punto, in seguito all’assalto del 6 gennaio 2021 da parte dei sostenitori del presidente Donald Trump, Zayd chiede al padre se si pente dell’attentato dinamitardo del Weather Underground contro il Campidoglio nel 1972. «Beh, ci sono insurrezioni contro lo Stato che appoggio pienamente – risponde Ayers – Ma questi fascisti che prendono il controllo di Washington? Certo. Quella è un’insurrezione fascista. Bisogna opporsi. La domanda è: perché lo fate?». Nel 2026, Ayers-Dohrn chiarisce ai lettori di non essere d’accordo con i suoi genitori e di credere che «i mezzi contano», aggiungendo che «un movimento di resistenza che giustifica la violenza, soprattutto contro i civili, spesso si aliena i suoi alleati naturali e tradisce i propri ideali». Molti altri hanno espresso questo concetto nel dibattito sull’impatto del Weather Underground, ma sentirlo da un figlio che nutre un grande affetto per i suoi genitori rende l’argomentazione ancora più incisiva. Ayers-Dohrn elogia i suoi genitori per aver rinunciato a prendere di mira i civili con le loro bombe, ma riconosce anche la pericolosità delle loro operazioni successive all’attentato alla casa a schiera. LEGGI ANCHE… STORIA LE NOTTI IN FIAMME DI LOS ANGELES Mike Davis - Meagan Day - John Wiener SETTARISMO E VIOLENZA AYers Dohrn prende di mira anche gli aspetti più settari che caratterizzarono il Weather Underground e altri gruppi della Nuova Sinistra dei primi anni Settanta, indebolendo il movimento nel suo complesso. La decisione di usare le bombe per uccidere creò una spaccatura all’interno del gruppo, e alla fine sia Bernardine che Bill furono vittime di lotte intestine di stampo settario. Il desiderio di trasformarsi in un essere rivoluzionario portò a sessioni distruttive di autocritica, volte a correggere qualsiasi cosa assomigliasse all’individualismo borghese. «Si viene frustati di più… e più si viene frustati, più si ha la sensazione di essere purificati», ricordava Kathy Boudin a proposito delle sedute. Ayers ricordò una sessione di autocritica particolarmente dolorosa, successiva a una giornata trascorsa al cinema e poi a mangiare un gelato con una compagna. La donna lo rimproverò per aver letto una poesia malinconica di Bertolt Brecht, che secondo lui descriveva le sue emozioni sempre più contrastanti riguardo all’adesione alla resistenza. «Mi ha letto questa fottuta poesia. Abbiamo mangiato il gelato. Sono critica con me stessa, ma soprattutto critico con lui. Quel fottuto Brecht», disse la donna. Bill era profondamente turbato, ma ringraziò il gruppo per il feedback e «si rimise subito in linea». Suo figlio, invece, proverebbe sentimenti ancora più ambivalenti riguardo alla perdita della propria identità all’interno di un collettivo e ammette persino di avvertire un persistente disagio durante i comizi politici. L’impegno di Bernardine e Bill per la causa si complicò ulteriormente con la decisione di costruire una famiglia insieme anni. La seconda parte del libro non solo offre un vivido resoconto della loro vita clandestina, ma rivela anche la scoperta di Ayers Dohrn che la sua storia d’origine, secondo cui la sua nascita nel 1977 avrebbe cambiato tutto per i suoi genitori, era una menzogna. Vivendo a New York con il loro figlio piccolo, Bill lavorava in un asilo nido locale, mentre Bernardine lavorava da Broadway Baby, un negozio specializzato in abbigliamento e accessori per neonati. Vivendo sotto falso nome, la coppia sembrava essersi sistemata. Ma il percorso per uscire dalla clandestinità era tutt’altro che lineare. Entrambi erano ancora impegnati in attività, seppur più discrete, a sostegno della Black Liberation Army, un’altra organizzazione marxista-leninista clandestina dedita alla lotta contro il governo degli Stati uniti, e dei resti del Weather Underground. Attraverso le sue ricerche, Ayers Dohrn ha scoperto che Bernardine forniva documenti d’identità rubati a militanti trasformatisi in rapinatori di banche alla fine degli anni Settanta. È poi venuto a sapere che Bill si era spinto fino a partecipare alla missione che portò all’evasione di Assata Shakur dal carcere nel novembre del 1979. «Bill e Bernardine desideravano ancora disperatamente far parte di qualcosa di più grande di loro stessi. Più grande della loro relazione. Più grande, persino, della nostra famiglia», scrive Ayers Dohrn. Perché Bill mise a rischio la sua famiglia nel 1979? «Perché era importante. Perché il mondo aveva bisogno che accadesse», dice a suo figlio. E aggiunge: «Ognuno di noi trova un modo per mentire ai propri figli». L’autore lascia in qualche modo ai lettori la libertà di giudicare le motivazioni dei suoi genitori. Erano spinti principalmente da un miope bisogno di adrenalina o da un sincero impegno per un mondo migliore? In ogni caso, Ayers Dohrn conclude che i suoi «genitori e i loro compagni hanno sempre scelto la causa». Il problema, tuttavia, non era la scelta della causa. Una moltitudine di organizzatori, inclusi autoproclamatisi rivoluzionari, scelsero la causa senza imbracciare le armi. Invece di attentati e fughe di massa, molti attivisti del movimento credevano che il mondo avesse bisogno di forme di organizzazione più convenzionali per rafforzare un movimento di massa. Numerosi altri membri dell’Sds si sentirono frustrati, e a volte scoraggiati, dalla guerra del Vietnam, ma solo un piccolo numero si unì alla clandestinità e fece esplodere bombe. LE LEZIONI DEL FIGLIO Nel 1980, Bill e Bernardine ebbero un secondo figlio, Malik, il cui nome completo alla nascita era Zayd Malik Shakur, in onore dell’ex ministro dell’informazione della sezione di Harlem del Black Panther Party. Shakur fu ucciso nella sparatoria con gli agenti di polizia del New Jersey che portò alla cattura di Assata Shakur nel 1973. Con un bambino piccolo e un neonato a casa, la coppia radicale decise di uscire allo scoperto. Dopo un decennio di clandestinità, Bernardine e Bill si consegnarono alle autorità federali nel 1980. Mentre le accuse contro Bill furono ritirate a causa di irregolarità procedurali emerse durante lo scandalo Watergate, Bernardine dovette affrontare alcune procedimenti relativi a lesioni aggravate e violazione della libertà vigilata. Fu infine condannata a sette mesi di carcere per essersi rifiutata di fornire informazioni sui complici coinvolti in rapine in banca. Nel 1981, i loro amici intimi Kathy Boudin e David Gilbert furono arrestati per una rapina fallita compiuta da membri del Black Liberation Army a Nyack, New York. Ne seguì una sparatoria, durante la quale i rapinatori uccisero una guardia giurata della Brinks e due agenti di polizia locali. Boudin e Gilbert si trovavano nell’auto della fuga e furono entrambi condannati a lunghe pene detentive. Boudin fu rilasciata nel 2003, mentre Gilbert ottenne la libertà vigilata nel 2021. Lasciarono un figlio di diciotto mesi, il futuro procuratore distrettuale di San Francisco Chesa Boudin, che Bernardine e Bill adottarono. Con l’arrivo di Chesa nella famiglia Ayers Dohrn, Chesa rappresentava un promemoria quotidiano dei rischi che avevano quasi sconvolto la loro stessa unità familiare. Prima della sua scarcerazione, Dohrn dichiarò in tribunale: «Credo sia necessario che io resista. Desidero ardentemente che i nostri figli crescano in un mondo migliore di quello che abbiamo offerto loro finora». Nel corso del libro, Ayers Dohrn attinge all’archivio di famiglia per mostrare come le tensioni tra la politica rivoluzionaria dei suoi genitori e i suoi bisogni di bambino abbiano plasmato i suoi primi ricordi. Dalle lettere di Bernardine che documentano i suoi problemi coniugali e le difficoltà dei primi anni di maternità, alla sua campagna per convincere i genitori ad acquistare un’action figure di GI Joe, il giovane Weathermen ci permette con ammirevole maestria di sbirciare tra i segreti, le contraddizioni e i dibattiti irrisolti della sua famiglia, legati alla loro storia condivisa. La storia del Weather Underground continua ad avere un ruolo di primo piano nella cultura popolare (più recentemente, ad esempio, nel film di Paul Thomas Anderson One Battle After Another), poiché rappresenta un monito sul fatto che la speranza e l’idealismo di fronte all’ascesa dell’autoritarismo possono trasformarsi in avventurismo sconsiderato. Nonostante la descrizione equilibrata dell’attivismo dei suoi genitori, Ayers Dohrn sostiene che non bisogna concentrarsi solo sugli errori della clandestinità della Nuova Sinistra: «Se ereditiamo solo il loro fallimento e la loro tragedia, perdiamo il valore della loro speranza e del loro idealismo». Contestualizzare Bernardine, Bill e gli altri radicali che scelsero la clandestinità in un quadro più ampio è positivo, ma lo è altrettanto confrontare la loro efficacia con quella di molti altri che optarono per forme di organizzazione più tradizionali per i diritti civili e contro la guerra del Vietnam, organizzazioni che contribuirono concretamente a fare progressi nella lotta al razzismo e alla fine della guerra. «C’è qualcosa di scomodo, di sleale, in questo tipo di inchiesta – scrive Ayers Dohrn – Esaminare a fondo la storia privata dei miei genitori mi sembra ancora rischioso, persino un po’ pericoloso». La disponibilità a essere sleali porta a una storia molto più interessante dei suoi genitori e della storia più ampia che li ha generati. Dangerous, Dirty, Violent, and Young: A Fugitive Family in the Revolutionary Underground dovrebbe incoraggiare i veterani del movimento, gli studiosi e gli attivisti di oggi ad aprirsi a valutazioni più sincere della Nuova Sinistra, dalla clandestinità agli organizzatori di base che hanno scelto un percorso più costruttivo. I momenti di dubbio e di sincera autocritica presenti nelle memorie di Ayers Dohrn contribuiscono a una storia migliore degli anni Sessanta, una storia che può offrire insegnamenti utili a coloro che cercano di contrastare le guerre dell’attuale amministrazione, sia in patria che all’estero. *Michael Koncewicz è il vicedirettore dell’Institute for Public Knowledge presso la New York University. Attualmente sta lavorando a una biografia di Tom Hayden. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’eredità dei Weather Underground proviene da Jacobin Italia.
June 9, 2026
Jacobin Italia
Tassazione delle grandi fortune: non “patrimoniale”, solo buon senso – di Andrea Fumagalli
La raccolta delle firme a favore di una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo “Imposta sui grandi patrimoni” (che avevamo già presentato qui lo scorso 10 maggio) si fonda sui principi costituzionali di capacità contributiva (art. 53, primo comma, Costituzione); progressività del sistema tributario (art. 53, secondo comma, Costituzione); eguaglianza sostanziale (art. [...]
June 8, 2026
Effimera
La rivolta dei fenicotteri
Solo 50 miglia nautiche dalla Puglia, nel canale di Otranto, l’isola di Saseno è stata per gran parte dell’età moderna un possedimento veneziano, per poi passare sotto il controllo di diversi imperi – britannico, francese e ottomano – fino al fascismo italiano e infine al regime comunista di Hoxha. Oggi è una piccola zona militare, abbandonata alla vegetazione e circondata da un’area di tutela marittima. Eppure, in un Mediterraneo sempre più militarizzato e saccheggiato, è diventata negli ultimi giorni uno dei punti focali delle più grandi mobilitazioni in Albania da decenni. Secondo la narrazione autocelebrativa del progetto, tutto inizia nel 2021, quando Jared Kushner, genero di Donald Trump, visita l’isola e individua la possibilità di trasformarla in un’area di turismo di lusso. Da quel momento prende forma un processo che porta all’approvazione del piano da parte del governo albanese, subito dopo la rielezione di Trump alla fine del 2024. Il progetto è riconducibile alla società di investimento di Kushner, Affinity Developments, un veicolo multimiliardario sostenuto maggiormente da capitali sauditi e grande investitore nella tecnologia israeliana. Si tratta, in altre parole, del principale nodo finanziario di quella normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele che ha portato al cambiamento strategico di Hamas nel 2023. Lo stesso circuito di capitali che oggi immagina di espandersi nel Mediterraneo attraverso operazioni immobiliari di lusso nella «Riviera del Mediterraneo’ costruite sulle case, rovine e tombe di Gaza. NARTA È NOSTRA! ABBASSO L’OLIGARCHIA! RAMA IN PRIGIONE! BERISHA IN PRIGIONE! NON VOGLIAMO ESSERE MIGRANTI NEL MONDO E TURISTI NELLA NOSTRA TERRA! I FENICOTTERI NON VOTANO PER QUESTO LI SACRIFICATE! Per incentivare l’investimento in Albania, il governo di Edi Rama ha promesso la sospensione di tutti gli obblighi fiscali e, allo stesso tempo, si è impegnato a farsi carico dei costi infrastrutturali. Si tratta, quindi, di un massiccio trasferimento di risorse pubbliche verso soggetti privati, in larga parte statunitensi. Inoltre, la dimensione ambientale del progetto è difficile da occultare: numerose organizzazioni ambientaliste hanno firmato a gennaio una lettera aperta per chiedere la sospensione degli accordi e l’inclusione dell’area terrestre in un regime di tutela effettiva. Nonostante ciò, all’inizio di maggio sono arrivate le ruspe nell’area costiera di fronte all’isola, la zona Nartë-Vjosa, e le organizzazioni ambientali hanno spostato il conflitto dal piano del monitoraggio a quello della mobilitazione. Quest’area è probabilmente ancora più fragile dal punto di vista ecologico rispetto alla stessa Saseno, ed è stata in passato anche oggetto di interventi dell’Aics (Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo) nell’ambito di progetti di tutela ambientale. LEGGI ANCHE… MIGRANTI DOVE CI PORTA IL MODELLO ALBANIA Federico Alagna - Vanessa Guidi Nell’ultima settimana, le proteste si sono trasformate: da mobilitazioni di attivisti ambientali a un movimento più ampio e popolare contro il governo e le élite economiche. L’apertura di un’indagine da parte della Procura anticorruzione, con il congelamento dei conti della società coinvolta, segnala la profondità della crisi politica che attraversa il paese e la convergenza tra pressione istituzionale e mobilitazione sociale. Le proteste si rivolgono contro un sistema cleptocratico, contro la subordinazione a interessi imperialisti e contro l’uso della forza di polizia per proteggere interessi privati. Dopo le cariche della polizia contro i manifestanti il 30 maggio, le piazze di Tirana hanno visto una risposta immediata e massiccia, con un’escalation di partecipazione contro la violenza dello Stato. Al momento della scrittura si sono già svolti diversi giorni di grandi manifestazioni nella capitale, mentre nuove mobilitazioni sono previste nel sud del paese, vicino all’area direttamente coinvolta dal progetto. QUESTA VOLTA NON EMIGRIAMO! RAMA IN PRIGIONE BERISHA IN PRIGIONE! CARA IVANKA, TROVATI UN ALTRO SOGNO! BRO TOCCA L’ERBA NON ZVËRNEC! LEGGI ANCHE… MIGRANTI L’ACCORDO ITALIA-ALBANIA RIGUARDA (ANCHE) LA DEMOCRAZIA Federico Alagna Le proteste sono fondamentali – e ci insegnano tanto – perché stanno aprendo uno spazio dentro una contraddizione molto attuale del capitale. Uno dei nodi centrali dell’intera operazione promossa da Kushner e dal governo Rama è il suo rapporto contraddittorio con il processo di adesione dell’Albania all’Unione europea. Nel silenzio generale, a febbraio 2024 il governo ha sospeso parte del regolamento ambientale nazionale, aprendo la strada agli investimenti. Tuttavia, proprio su questo punto si è aperta una frizione con l’Unione europea, che ha ricordato come l’assenza di adeguate tutele ambientali sia incompatibile con i requisiti minimi del cosiddetto «capitolo 27» dei negoziati di adesione. Bruxelles ha infatti richiesto l’abrogazione delle misure più controverse entro il 2027 e l’allineamento di tutti i nuovi progetti agli standard europei. In questo quadro, i capitalisti albanesi si trovano davanti a una scelta politica molto concreta e non facilmente risolvibile: aderire alla logica regolatoria del capitale europeo, ancora vincolata a norme ambientali e istituzionali (che tutelano soprattutto la composizione dell’industria tedesca), oppure seguire una traiettoria più deregolata e aggressiva, in linea con una visione anarco-capitalista di stampo trumpiano, dove il territorio diventa spazio di estrazione senza mediazioni. CON IL POPOLO CON IL FUOCO E CON L’ACQUA NON SI SCHERZA! NARTA È NOSTRA ANNULLATE IL PROGETTO! LE BUGIE A QUANTO PARE AVEVANO LE GAMBE LUNGHE! MEGLIO AVERE I FENICOTTERI CHE AVERE TE! LEGGI ANCHE… POLITICA PER UN COSMOPOLITISMO DI SINISTRA Meagan Day - Lea Ypi In questo senso, la contraddizione che attraversa il capitale albanese e che ha alimentato la protesta non è separata dalle tensioni che negli ultimi anni hanno coinvolto anche l’Italia. L’istituzione dei Cpr a Gjader e Shengjin si fonda infatti sull’idea dell’Albania come una sorta di terra nullius, una zona di sospensione giuridica dove delocalizzare la gestione delle migrazioni europee. Formalmente, le persone coinvolte dovrebbero avere gli stessi diritti dei richiedenti asilo in Italia, ma nella pratica operano in un contesto con garanzie ancora più deboli rispetto a quelle applicate in Italia (già risibili). Quest’architettura dipende proprio dalla collocazione esterna dell’Albania rispetto all’Unione europea, motivo per cui recentemente il ministro degli Esteri albanese ha lasciato intendere che l’accordo con l’Italia potrebbe non essere rinnovato dopo i primi cinque anni, nella prospettiva di un’eventuale adesione del paese all’Unione. In altre parole: l’Albania è un polo attraente per l’Italia proprio perché non fa parte dell’Ue, ma allo stesso tempo accetta di giocare questo ruolo nella prospettiva di un futuro ingresso. La stessa logica si applica anche all’investimento di Kushner: in parte Rama vuole l’investimento per dimostrare all’Europa che il paese è sufficientemente avanzato e ricco da poter entrare nel mercato unico, ma per farlo è costretto a trasgredire le regole dell’Unione stessa. I capitalisti non possono risolvere la contraddizione che essi stessi producono. Sono invece i movimenti sociali a rendere visibile come questo gioco vada contro la tutela dell’ambiente e delle persone. *Richard Braude, traduttore e attivista antirazzista, vive a Palermo. Valentina Bonizzi è un’artista e ricercatrice che vive a Tirana. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La rivolta dei fenicotteri proviene da Jacobin Italia.
June 8, 2026
Jacobin Italia
Per un ecologismo radicale del qui e ora
NON DOVREMMO FORSE CHIEDERCI CHE COSA POSSIAMO FARE NOI QUI E ORA, PIUTTOSTO CHE IMMAGINARE IL PROGRAMMA DI UN IPOTETICO GOVERNO ALTERMONDISTA CHE SI MATERIALIZZI NEL PRESENTE PER EFFETTO DI UNA IMPROBABILE DISCONTINUITÀ SPAZIO-TEMPORALE? Boicottaggio supermercati promosso da Ultima generazione. Foto Ries -------------------------------------------------------------------------------- Si è svolto a Roma il 27 aprile scorso un incontro organizzato dall’Associazione per la Decrescita, dal Movimento per la Decrescita Felice e dai Quaderni della Decrescita dal titolo “Convergenze?”, che ha visto la partecipazione di attivisti di molte realtà della galassia ecologista: Fridays for Future, Ultima Generazione (UG), No Kings, Climate Pride, Scuola GEA, Società delle/dei Territorialiste/i, Sinistra Anticapitalista, Rete Ecosocialista, Associazione per la Decrescita, Movimento per la Decrescita Felice. L’incontro ha promosso una riflessione sulle difficoltà che movimenti ed associazioni ecologiste sperimentano nel fare sistema e nell’esprimere strategie trasformative condivise che vadano oltre il momento della protesta. Queste difficoltà a convergere appaiono tanto più sorprendenti se si considera l’ampia condivisione di prospettive e la comune consapevolezza che i rapporti di dominio propri della logica estrattivista, coloniale, classista e patriarcale che dominano il presente siano responsabili tanto della violenza e della miseria che affliggono le società umane quanto della crisi ecosistemica globale. Quali passi concreti potrebbero permettere al movimento ecologista di individuare obiettivi comuni e promuovere un’azione collettiva realmente incisiva? Dall’incontro sono emersi sei punti di consenso molto chiari. Il primo: guerre, sopraffazione e disastro ecologico sono manifestazioni di una stessa policrisi sistemica al tempo stesso ambientale, sociale, politica ed economica che ha le sue radici nei rapporti di dominio. Il secondo: è unanime la preoccupazione per la gravità della situazione presente e l’urgenza di costruire risposte adeguate. Il terzo: è necessario creare spazi condivisi di confronto, elaborazione e azione comune dove mettere a sistema idee, pratiche e competenze. Il quarto: è necessario delineare una prospettiva in cui riconoscersi, un orizzonte comune, un immaginario collettivo di trasformazione, un’idea di futuro ispirata da un sistema di valori condivisi, capace di collegare le singole lotte e orientare le pratiche sociali. Il quinto: è necessario al contempo mettere in campo e sostenere azioni concrete e incisive. Queste non possono aspettare che ci si accordi su ogni aspetto di un futuro astratto. Alcuni (Scuola GEA, Rete Ecosocialista, Territorialisti/e…) hanno sottolineato l’importanza di una mobilitazione dal basso, motivata dai bisogni che nascono dalle nuove povertà (oltre che dalle vecchie): degrado ambientale, precarietà, marginalità, perdita di identità, eccetera. Il sesto: le diversità che attraversano il mondo dell’ecologismo non costituiscono un ostacolo all’azione collettiva, ma piuttosto una ricchezza da valorizzare, capace aumentarne l’efficacia nel contrastare e nel fornire un’alternativa al capitalismo dominante. Il sistema del potere è pervasivo ed occupa ogni settore della società, incluse le nostre menti; per contrastarlo è necessario contrapporre alla sua la nostra complessità, quel grande patrimonio di esperienze di cui è portatore “chi si fa il pane in casa con lievito di pasta madre come chi assalta i cantieri del TAV” (dagli atti dell’incontro). È necessario abbandonare l’idea di una gerarchia delle lotte: nessuna battaglia può essere considerata secondaria, perché ciascuna contribuisce a costruire una visione complessiva di trasformazione sociale (ibid.). Le tante realtà dell’ecologismo costituiscono un ecosistema di conoscenze e pratiche trasformative; limitare l’azione comune soltanto al loro spazio di intersezione significa perdere in biodiversità. Estensione e forma di uno spazio condiviso Questi elementi di convergenza emersi dall’incontro di Roma possono aiutarci a delineare estensione e forma di uno spazio condiviso di confronto e di elaborazione di strategie, iniziative e pratiche trasformative. A questo fine è utile innanzitutto ragionare sugli sviluppi che hanno avuto in passato esperienze analoghe; fra le altre, particolarmente significativa è quella della “Società della Cura” che, in tempo di Covid, ha prodotto una grande convergenza intorno a un manifesto e una traccia di programma politico, il Recovery PlanET, “la nostra alternativa al PNRR del Governo”. La “Società della Cura” adotta una visione sistemica della policrisi contemporanea in cui i grandi ambiti tematici in cui si articolano la critica e la mobilitazione contro l’attuale assetto economico, politico e sociale (lavoro, ambiente, diritti, rapporti di genere, democrazia, pace, qualità della vita…) sono tutti fra loro intrecciati. A questi ambiti appartengono i tanti temi affrontati nel manifesto: sistema industriale, commercio internazionale, sistema bancario, investimenti finanziari, paradigma energetico, relazioni di potere, welfare, diritti, stili di vita, filiera del cibo, acqua, istruzione, ricerca, sanità, edilizia, trasporti, logistica, turismo, telecomunicazioni, sovranità digitale, intelligenza artificiale, fibra ottica, fondamenti etici della società e altri. Attraversando questo vasto paesaggio tematico, il Manifesto fornisce indicazioni su cosa “occorre fare”. Ma a chi sono destinate queste indicazioni? Non dovremmo forse chiederci che cosa possiamo fare noi qui e ora, piuttosto che immaginare il programma di un ipotetico governo altermondista che si materializzi nel presente per effetto di una improbabile discontinuità spazio-temporale? La “Società della Cura” ha avuto il grande merito di far emergere una prospettiva comune, nella quale si sono riconosciuti oltre 1.800 aderenti complessivi, di cui circa 400 organizzazioni, reti e associazioni. Tuttavia, l’ampiezza stessa del suo spettro tematico ha reso difficile il suo consolidarsi come laboratorio permanente di iniziativa politica, per “fare ciò che occorre fare”. Non a caso, non esiste un tale laboratorio nel campo opposto: pur nella coerenza che lega i suoi tanti aspetti (economici, politici, sociali, culturali, simbolici e perfino antropologici), non esiste una cabina di regia del capitalismo, unica e onnicomprensiva. L’esperienza della “Società della Cura” suggerisce dunque che, se da un lato un laboratorio di iniziativa politica deve fondarsi su una visione sistemica del proprio orizzonte di trasformazione, dall’altro può perdere di efficacia operativa quando ambisce a porsi come centro di gravità di una galassia eccessivamente ampia ed eterogenea. Allo stato attuale esistono diversi spazi di larga convergenza, fra gli altri: No Kings e Climate Pride. Alcune importanti campagne, anche a livello internazionale, sono sostenute dalle reti di organizzazioni che abitano questi spazi, come il processo di Santa Marta e la Global Sumud Flotilla. A livello locale, le numerose mobilitazioni a difesa dei territori costituiscono anch’essi luoghi di convergenza tra organizzazioni ambientaliste, associazioni territoriali e comitati cittadini. Sono spazi importanti, che creano fratture nel sistema del dominio. Sebbene ampiamente intersecati, questi spazi nascono prevalentemente per coordinare la protesta (marce per la pace, per il clima…) o la resistenza civile (No TAV, No TAP, No Ponte…). Climate Pride, per esempio è uno spazio di mobilitazione dove convergono realtà anche molto diverse fra loro, se non negli obiettivi generali (riduzione della crisi climatica, tutela della biodiversità…), certamente però nelle strategie e culture operative. Convergere sulla protesta è spesso possibile anche fra sensibilità politiche diverse; più complessa è una elaborazione condivisa di strategie trasformative capaci di incidere strutturalmente sul sistema; questo richiede necessariamente un maggiore livello di condivisione di obiettivi e prospettive rispetto a quanto avviene in uno spazio di protesta, per sua natura più eterogeneo. Un laboratorio dell’ecologismo radicale Come è emerso chiaramente dall’incontro “Convergenze?”, l’ecosistema ecologista soffre della mancanza di uno spazio condiviso, di un laboratorio permanente dove elaborare un orizzonte, una visione comune della trasformazione e allo stesso tempo discutere e condividere strategie politiche, coordinare pratiche e sostenere azioni concrete capaci di portare il movimento oltre la dimensione della protesta, mettendosi al servizio degli spazi di convergenza più ampi già esistenti. Esiste uno stesso orizzonte dove l’intero movimento ecologista possa riconoscersi? Che metta d’accordo, ad esempio, decrescenti e fautori di un capitalismo verde ispirato allo sviluppo sostenibile? Probabilmente no, perché motivazioni e lettura della policrisi di queste due realtà sono fondamentalmente opposte. Per i decrescenti, come per molti altri che hanno partecipato a “Convergenze?”, lo sviluppo sostenibile, la crescita verde, supportate dal mito di una tecnologia onnipotente e salvifica, sono solo false soluzioni messe in campo (già da “Our Common Future”, 1987) dal capitalismo estrattivo per continuare ad estrarre, a beneficio dei pochi, da un ecosistema esausto. In 40 anni di retorica sullo sviluppo sostenibile i conflitti ambientali si sono moltiplicati. Dobbiamo accordarci? Personalmente sono molto allineato con la testimonianza che ha portato all’incontro di Roma Elisa Sermarini (Scuola GEA) che, online da Santa Marta, ha detto: “Le convergenze non si costruiscono evitando il conflitto!”. Già, l’orizzonte non può essere la socialdemocrazia. Lo spazio che auspichiamo è quello dell’ecologismo radicale, quello cioè che riconosca appieno le cause strutturali della crisi ecologica. Questo non significa rinunciare al dialogo o alla collaborazione con altre culture ecologiste su singole campagne, vertenze o obiettivi condivisi, ma riconoscere che una convergenza politica stabile richiede una sostanziale comunanza di analisi e di orizzonte. Allo stesso tempo, quest’orizzonte non deve essere una gabbia. Lo spazio comune non può ridursi a una intersezione ma deve fondarsi sul riconoscimento del valore di approcci differenti dal proprio; deve essere sufficientemente ampio da accogliere visioni e pratiche che si richiamano a diverse teorie della trasformazione sociale (vedi ad esempio le tipologie proposte nel modello interpretativo di Erik Olin Wright in Envisioning real utopias, 2010: strategie di rottura, interstiziali, simbiotiche). Se ben orchestrata, la pluralità di approcci moltiplica l’efficacia dell’azione comune piuttosto che depotenziarla, generando una forza collettiva che va oltre la semplice somma dei singoli contributi. La biodiversità è grande nel movimento ecologista. Un esempio paradigmatico: la campagna di boicottaggio del supermercato recentemente promossa da UG è in piena continuità strategica con le esperienze dell’economia solidale (GAS, CSA, CERS…): la prima usa un approccio di rottura per attaccare il sistema, per affamarlo; contemporaneamente, le seconde nutrono ed estendono il campo delle alternative possibili, secondo l’approccio interstiziale alla trasformazione. A completare questa articolazione strategica, possono essere attivati canali istituzionali che consentano all’economia trasformativa di negoziare politiche e normative a sostegno dei suoi obiettivi, oltre che di accedere a sovvenzioni regionali, statali, europee: una strategia simbiotica. In conclusione, auspichiamo la nascita di una casa comune dell’ecologismo radicale, un laboratorio politico permanente dove le iniziative promosse dalle realtà che lo animano, nel rispetto della loro autonomia, possono rafforzarsi, articolarsi, e acquisire maggiore complessità e coerenza, ampliando al contempo la base della mobilitazione. La forma concreta che questo laboratorio potrà assumere dovrà emergere da un percorso partecipativo che coinvolga tutte le realtà che si riconoscano in questo progetto, alcune delle quali già rappresentate a “Convergenze?”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per un ecologismo radicale del qui e ora proviene da Comune-info.
June 6, 2026
Comune-info
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Rete istituti tecnici: “Keynes, Serpieri, Belluzzi-Fioravanti, Scarabelli-Ghini hanno deliberato adozione alternativa per i manuali del primo anno. Aldini-Valeriani e Majorana non adozione”. Contro le linee guida per i licei una raccolta firme nata da docenti universitari: “Difendiamo l'insegnamento della filosofia a scuola”. E i Centri antiviolenza regionali: "Ddl Valditara un ostacolo alla prevenzione".
Contro lo sfruttamento lavorativo sono necessarie le lotte e le alleanze sociali – di Gennaro Avallone
Sappiamo tutto Sappiamo tutto su sfruttamento lavorativo, caporalato e sistemi generalizzati di intermediazione. Sappiamo tutto sulle filiere agricole, sul modo in cui funzionano e sui meccanismi di potere che le governano. Sappiamo anche come si produce l'irregolarità tanto salariale e contributiva (con il lavoro grigio e nero) quanto quella amministrativa (ad esempio, con le [...]
June 6, 2026
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