Le ragioni dei No Tav, oltre la criminalizzazione
Dieci anni di Alta Felicità. Da un decennio l’estate della Val di Susa viene
«animata da lotta, socialità e cultura non addomesticate, vissute in modo
diverso e sostenibile», come hanno detto gli organizzatori inaugurando questa
edizione.
NO ALLA DISTINZIONE TRA BUONI E CATTIVI
La vicenda della linea ferroviaria ad Alta Velocità, parte del progetto Ten-T di
corridoi europei, ed è da sempre sia un riferimento di resistenza popolare a
progetti dannosi, quanto un laboratorio di repressione con la sistematizzazione
di «zone rosse», restrizioni alle libertà personali, misure come la schedatura
di massa, che si sono riproposte anche quest’ anno.
Le autorità promotrici dell’opera sono sempre state sorde a ogni istanza emersa
dalla comunità della valle, già da quando nel 2005 era stato rigettato il
progetto, che nel tempo ha segnato un solco sempre più netto tra la popolazione
e i vertici di governo e di società di interessi. Questi infatti sono sempre
stati dediti a trasformare un’opera quanto meno onerosa e discutibile sul piano
della pubblica utilità in una questione di sovranità politica delle élite
politico-imprenditoriali sulla comunità locale.
Anche per questo non c’è da stupirsi se la lotta per l’autodeterminazione della
valle, organizzata in modo autonomo per rivendicare giustizia climatica e
sociale, riesce a parlare oltre i confini nazionali, coinvolgendo anche
attiviste e attivisti di altri paesi europei, come nella mobilitazione di sabato
25 luglio, che ha superato ventimila partecipanti.
Perciò alla conferenza stampa conclusiva, Nicoletta Dosio, insegnante
ottuagenaria e una delle figure storiche del movimento, insieme ad altri No Tav
ha parlato di «tante generazioni scese in piazza». Dosio ha rivendicato la
mobilitazione di migliaia di manifestanti, «senza distinzione fra buoni e
cattivi» e respingendo al mittente anche le accuse per i sabotaggi, anzi
affermando «il diritto alla difesa anche sui cantieri mentre ci viene imputata
la devastazione di quello a Chiomonte» che in realtà sarebbe da addebitare, a
quel progetto per cui «la devastazione noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno
su questo territorio».
Nell’arco di ventiquattr’ore le veline ministeriali hanno addirittura
raddoppiato il bilancio di agenti rimasti feriti durante la manifestazione e la
società dei lavori Tunnel Euralpin Lyon Turin (Telt) ha stimato in modo
altamente veloce e approssimativo in un milione di euro i danni solo in Val
Clarea. Ma il movimento punta nuovamente il dito contro un «modello di sviluppo
fondato sulla sottrazione di risorse e la contaminazione del territorio». Al
centro delle contestazioni c’è l’impatto ecologico e socio-sanitario di una
linea la cui realizzazione conta oltre trecentoquaranta passaggi giornalieri di
mezzi pesanti e sembrerebbe acuire del 10% malattie polmonari e cardiovascolari
per la dispersione di materiali in polveri sottili, oltre al drenaggio di
consistenti riserve idriche per lo scavo delle gallerie in un depauperamento
generalizzato dal consumo di suolo.
LEGGI ANCHE…
AMBIENTE
NON C’È LOTTA AL NEGAZIONISMO CLIMATICO SENZA LOTTA ALLE «GRANDI OPERE»
Wu Ming 1
LA VIOLENZA INFINITA DI UN’OPERA INUTILE
Il timore diffuso è che «la piana di Susa diventi la discarica di amianto e
smarino dei cantieri, sventrata e sfruttata», per cui le stesse compensazioni,
ottenute a caro prezzo per la repressione subita negli anni, risultino poi
insufficienti a riparare i danni ecologici e le ricadute sanitarie di «un’opera
che continua a procedere senza una reale direzione, senza una copertura
finanziaria e senza il consenso territoriale».
Un «viaggio che non promettiamo breve», come scriveva Wu Ming 1, in cui è
difficile imputare a qualche danneggiamento i ritardi cronici fino a 18 anni e
l’aumento esorbitante dei costi oltre il 120% rispetto ai piani iniziali secondo
la Corte dei Conti Europea per complessivi 25 miliardi di euro. Tanto che pure
La Stampa ne mette in discussione l’utilità, viste le tante criticità a partire
dall’avvio del progetto nel 2001, poi rinviato sistematicamente ogni dieci anni,
fino al termine dei lavori attualmente ipotizzato nel 2033, ma solo per la parte
italiana.
Se Oltralpe l’entrata in esercizio è fissata al 2045, con un’incongruenza di
cronoprogramma che da sola pare spiegarne la finalità strategica relativa, anche
sul versante nostrano l’ultimo progetto presentato da Rete Ferrovie Italiane
(Rfi) e affidato alla società italo-francese Telt è stato bocciato dall’Unione
montana per carenze di elementi fondamentali su movimentazione di materiali e
mezzi di cantiere, ricadute sulla viabilità, lacune nelle lavorazioni
necessarie, eccetera. Viene messo in discussione anche il quadro economico da
circa 800 milioni di euro, a fronte di stime tecniche che raggiungono invece
oltre 3 miliardi di costi, con questioni più ampie sui finanziamenti
complessivi, tanto da spingere l’ente locale a suggerire il ritiro del progetto
e la ridestinazione delle risorse pubbliche perinterventi per la mobilità della
zona e i collegamenti con il capoluogo regionale, basandosi su «scelte condivise
con chi quei luoghi li vive ogni giorno».
Intanto la realizzazione del tunnel di base attraverso il Moncenisio si aggira
intorno al 20%, mentre la crisi energetica, la deindustrializzazione e le
criticità del trasporto intermodale acuiscono fra gli altri fattori la
contrazione del traffico ferroviario di merci, cui ormai il progetto pare
destinato; e la linea storica da Bussoleno attraverso il Frejus lavora secondo i
No Tav attualmente a non più di un quarto del suo potenziale. Tutto questo a
riprova di «come il Tav Torino-Lione non è un’opera ormai da dare per scontata,
a partire da un’incongruenza di obiettivi dei due paesi promotori, nonostante la
propaganda continui a raccontarla come tale».
SCUOLA GIACOBINA
18•19•20
Settembre 2026
Firenze
Scopri il programma e iscriviti!
LA GUERRA COME LOCOMOTIVA DELL’OPERA
Tuttavia all’orizzonte si profila un probabile nuovo sbocco del tunnel per il
progetto, con il pacchetto di misure per il Connecting Europe Facility approvato
dalla Commissione eropea lo scorso giugno. Questo prevede il rilancio dell’alta
velocità anche come infrastruttura per «rafforzare la prontezza operativa della
difesa europea, intervenendo sui colli di bottiglia della mobilità militare e
sostenendo una più rapida attuazione delle misure europee in materia», per cui
vengono stanziati ben 1,75 miliardi di euro.
L’inclusione di paesi come Ucraina e Moldavia nel bando europeo e lo stesso
richiamo del Commissario ai Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, in audizione al
Senato italiano sulla necessità di individuare finanziamenti alternativi alle
risorse pubbliche, farebbe ulteriormente presagire una ridefinizione dell’opera
per integrare il sistema logistico di tipo militare lungo il cosiddetto
corridoio Mediterraneo. Un piano in palese contraddizione con le priorità
sbandierate nel Libro bianco sui trasporti (2011) per la «mobilità sostenibile»
e nel successivo Green Deal Europeo (2020) per «strategie di decarbonizzazione e
riduzione dell’impatto ambientale».
Di fatto diventano gli interessi bellici a trainare la locomotiva dell’opera con
ricadute insostenibili sia sul territorio attraversato, che in quelli di
destinazione delle merci trasportate. Una prospettiva pienamente integrata nello
scenario di corsa agli armamenti mondiale ed europea, di cui il Tav diventerebbe
un ingranaggio di circolazione.
LEGGI ANCHE…
IL VENTO NUOVO CONTRO QUEL FUTURO GIÀ DECREPITO
Xenia Chiaramonte
LA CRIMINALIZZAZIONE DELLA RESISTENZA
All’indomani di una mobilitazione che, nonostante gli anni trascorsi, ha
superato le aspettative in termini di partecipazione e determinazione, non sono
mancate le ritorsioni per essere riusciti a varcare i perimetri blindati del
cantiere di Chiomonte.
Il bollettino sui media parla di circa millecinquecento persone identificate, di
cui alcune centinaia già prima dell’arrivo al festival, comprese alcune delle
band musicali che si recavano sul posto per esibirsi, altrettanti partecipanti
allo spezzone che ha cercato di raggiungere il sito di San Didero; e quasi
ottocento all’uscita dal festival nel lunedì mattina successivo, in
un’operazione di accerchiamento della cittadina di Venaus con controlli a
tappeto con fini intimidatori, svolti anche con «modalità non previste da alcuna
normativa» secondo l’avvocato Gianluca Vitale.
Altre misure restrittive, da quelle più risibili come il divieto di vendita di
superalcolici, bottiglie di vetro e lattine, fino a Daspo o altri provvedimenti
giudiziari come divieti di accesso ad aree urbane (Dacur) erano già stati
adottati da Prefettura e Questura nei giorni precedenti. Anche per questo nella
conferenza conclusiva un consigliere di Giaglione ha ribadito che «qui le forze
di polizia non difendono le persone, ma gli interessi della devastazione» «La
violenza è quella della militarizzazione che da trent’anni la Valle subisce», ha
aggiunto ribadendo il doppio standard che vediamo con la reazione inorridita del
governo Meloni ai danni occorsi sui cantieri, rispetto al silenzio ossequioso
verso vittime in Stato di custodia, o stragi di civili e distruzione di
abitazioni e postazioni sanitarie perpetrate da alleati internazionali
dell’Italia. In un clima di strumentalizzazione elettorale che fa il paio con le
reazioni securitarie dopo la morte di Fakir Aberrahim a Bologna.
In quest’ottica non sorprende che la Procura di Torino stia ipotizzando di
contestare il reato di «terrorismo», anche a corollario del processo «Sovrano»,
la cui udienza di appello è stata aperta pochi mesi fa per il ricorso contro le
assoluzioni di primo grado, che hanno fatto decadere il reato di associazione a
delinquere inizialmente addebitato ai manifestanti.
In una nota il movimento precisa di aver «sempre caratterizzato le proprie
pratiche alla luce del sole, indirizzandole contro le strutture materiali che
distruggono e inquinano il territorio minacciando la salute pubblica»,
denunciando poi come i decreti sicurezza abbiano «riempito le mani dei Questori
di nuovi strumenti che ora vogliono sperimentare sulle lotte che infastidiscono
il potere, dalle rivendicazioni per l’autodeterminazione della Palestina, fino
alle vertenze sui posti di lavoro», per cui c’è la necessità di «rispondere a
questi tentativi repressivi con le uniche modalità che in questi anni si sono
rivelate efficaci: la solidarietà e la lotta».
La visita della premier Giorgia Meloni al cantiere ferito sembra voler a
individuare un nuovo nemico interno, cercando di celare responsabilità e
fallimenti macroscopici del governo sul piano socio-economico e più in
particolare anche nei trasporti. In continuità con le posizioni «anti-antifa»
del summit organizzato qualche settimana fa dal sottosegretario Usa, Marco
Rubio, che associava i movimenti sociali antifascisti ai «gruppi terroristici».
Il festival dell’Alta Felicità è in realtà riuscito a rimettere al centro
dell’attenzione il problema dell’insostenibilità delle grandi opere inutili,
intrecciando la memoria della Resistenza con le lotte del presente, per un
modello di sviluppo alternativo di giustizia ambientale e sociale, grazie al
coinvolgimento di almeno tre generazioni determinate a riscattare spazi
democratici praticando conflitto sociale nel ripudio di ogni deriva bellica.
*Tommaso Chiti, attivista del Gruppo di lettura jacobino della Piana toscana,
già coordinatore regionale del progetto Antifascist Europe della fondazione Rosa
Luxemburg, è laureato in Studi europei alla facoltà Cesare Alfieri
dell’università di Firenze.
DIAMOCI UN TAGLIO
La rivoluzione non si fa a parole.
Serve la partecipazione collettiva.
Anche la tua.
Abbonati
a Jacobin Italia
L'articolo Le ragioni dei No Tav, oltre la criminalizzazione proviene da Jacobin
Italia.