Tag - movimenti

Sem Terra in lotta nella memoria del massacro
Il 17 aprile 2026, duemila braccianti Sem Terra del Brasile hanno marciato verso Salvador, un fiume rosso che si snoda lungo l’autostrada BR-324. Sventolando striscioni, croci di legno e bandiere rosse su aste. «Se restiamo in silenzio – recita un cartello – le pietre urleranno». Ma non tacciono: piangono, suonano i tamburi, cantano. Le loro voci riecheggiano in India, in Indonesia, in Sudafrica, dove contadini e braccianti Senza terra si mobilitano in segno di solidarietà con i loro compagni brasiliani Questa straordinaria ondata di attività politica segna il trentesimo anniversario del massacro di Eldorado do Carajás, quando la polizia militare brasiliana aprì il fuoco su una manifestazione pacifica guidata dal Movimento dos Trabalhadores Rurais sem Terra (Mst, Movimento dei Lavoratori Senza Terra), uccidendo ventuno attivisti e ferendone più di sessanta. Un’atrocità nella storia della lotta operaia mondiale, paragonabile a Peterloo, Ciénaga e Marikana: una litania che testimonia il terribile potere dello Stato contro i poveri che protestano. Impunità e resistenza continuano a definire la lotta dei poveri senza terra brasiliani per la riforma agraria contro la più potente oligarchia rurale dell’America latina. Carajás rimane un punto di riferimento per l’estrema destra brasiliana, un’espressione estrema della violenza necessaria per mantenere uno dei sistemi di proprietà terriera più ineguali al mondo. Allo stesso tempo, Carajás riafferma la tenacia e l’orgoglio del movimento che è sopravvissuto. Il massacro di Eldorado do Carajás rimane tristemente poco conosciuto in Brasile e ancor meno nel resto del mondo. Eppure, segna una pagina di storia ancora viva e, ripercorrendo quest’atrocità alla luce del presente, possiamo tracciare un lungo arco della lotta per la terra. IL MASSACRO SULLA PA-150 Il massacro di Eldorado do Carajás è avvenuto sulla strada statale PA-150 nello Stato del Pará, nell’estremo nord del Brasile. Il fatto stesso che l’Mst fosse attivo nel Pará è di per sé sorprendente. Quest’immenso Stato, grande il doppio della Francia, è da tempo il feudo di una cricca di famiglie oligarchiche la cui ostilità alla riforma agraria è alimentata dalla polizia e dai tribunali, oltre che da intimidazioni, rapimenti, attentati incendiari e omicidi. «Agiscono come uno Stato nello Stato», afferma un osservatore della violenza rurale. «È difficile immaginare un ambito della pubblica amministrazione in cui non abbiano voce in capitolo». La povertà abissale del Pará è il prodotto diretto delle ricchezze estratte quotidianamente dalle sue foreste e dalla sua terra. Da quando la dittatura militare brasiliana, negli anni Settanta, ha aperto l’Amazzonia allo sfruttamento, il Pará ha generato miliardi di valore per le industrie minerarie e agroalimentari. Questi settori estrattivi hanno contemporaneamente attratto decine di migliaia di lavoratori senza terra per lavori precari nelle miniere e nelle grandi piantagioni, espellendo coloro che già vivevano nella regione, poiché la terra si è concentrata nelle mani di un numero ancora minore di persone. La mancanza di terra è diventata endemica all’ombra di latifondi grandi come piccoli Stati nazionali. Nel 1989, l’Mst iniziò a mobilitarsi in Pará, confidando nella propria disciplina e organizzazione per resistere al potere dei proprietari terrieri. La sua strategia era deliberatamente conflittuale, mirando, attraverso occupazioni di terreni su larga scala, a strappare concessioni alla leadership statale e ai ministeri governativi. In Pará, dopo aver esercitato pressioni sull’Instituto Nacional de Colonização e Reforma Agrária (Incra), l’agenzia statale brasiliana per la riforma agraria, affinché acquistasse un’azienda agricola per l’insediamento, l’Mst si mosse rapidamente per occupare una vasta fazenda chiamata Macaxeira. L’occupazione di Macaxeira rappresentò una sfida sfacciata all’oligarchia rurale del Pará e una dimostrazione del disprezzo dell’Mst per l’approccio graduale dell’Incra alla riforma agraria. Quando circa 1.500 famiglie senza terra decisero di occupare l’autostrada PA-150 per costringere le autorità al tavolo delle trattative, lo Stato intervenne con la forza. Il governatore Almir Gabriel ordinò alla Polizia militare di sgomberare l’autostrada «a qualunque costo». C’erano poche possibilità che l’operazione si svolgesse pacificamente. I signori terrieri locali avevano fornito alle autorità liste di leader dell’Mst da eliminare e, quando la polizia arrivò, questi avevano già rimosso i distintivi. Il palcoscenico era pronto per un massacro. «Fin dall’inizio – disse un giornalista locale – volevano dare all’Mst una lezione che non avrebbe mai dimenticato». Poco dopo le 16:00 del 17 aprile 1996, 155 poliziotti militari arrivarono al blocco dell’Mst, accerchiando gli attivisti da entrambe le direzioni. Scoppiò immediatamente una scaramuccia. Nonostante la superiorità numerica degli attivisti, non c’era parità di forze. La polizia lanciò gas lacrimogeni sulla folla e sparò in aria con le mitragliatrici; i Sem terra risposero al fuoco con bastoni e pietre. Questo diede il via libera a un vero e proprio massacro. Nel giro di pochi minuti, la polizia aprì il fuoco sulla folla e non si limitò a sparare a distanza. La strage di Carajás fu prolungata. Gli agenti inseguirono i feriti sanguinanti nella boscaglia per finirli. Dei diciannove uomini uccisi durante il massacro (altri due sarebbero poi morti per le ferite riportate), sette furono colpiti alla testa a distanza ravvicinata. Ma alcuni poliziotti non si accontentarono della precisa eliminazione dei contadini tramite armi da fuoco. Si impadronirono degli attrezzi agricoli che trovarono a portata di mano e iniziarono a massacrare letteralmente le loro vittime. Dodici dei cadaveri furono ritrovati mutilati con falci e machete. Le testimonianze dei presenti dipingono una scena di frenetico pandemonio. «Hanno mitragliato un ragazzo di 22 anni che era in piedi accanto a me», ha detto Garoto da Conceição. «L’ho visto cadere. Tutti hanno iniziato a correre. C’era molto sangue. Molti morti. Non potevo credere a quello che stava succedendo». Eppure la polizia ha proceduto metodicamente, isolando i leader noti, che sono stati catturati, torturati e giustiziati. Tra questi c’era l’organizzatore diciottenne Oziel Alves Pereira, che è stato costretto a gridare «Viva l’Mst!» mentre veniva picchiato a morte. «Quando ho visto le foto del suo cadavere, non l’ho riconosciuto – ha detto Eva Gomes da Silva – Sapevano che era un leader e volevano che soffrisse per questo». Tredici dei diciannove uccisi confermati erano leader dell’Mst, a sostegno delle accuse secondo cui gli omicidi erano mirati. La strage non si è conclusa sull’autostrada. La polizia ha giustiziato sommariamente almeno un uomo ferito e la notte successiva ha perlustrato gli ospedali della vicina Curianópolis alla ricerca di altri manifestanti. «La polizia è entrata e ha sparato a morte a un uomo, così, senza pensarci due volte», ha raccontato Gomes da Silva. Ben presto i medici hanno avuto paura di curare i feriti, molti dei quali vivono ancora oggi con i proiettili negli arti. LEGGI ANCHE… EUROPA IL FRAGILE STOP AL TRATTATO MERCOSUR Monica di Sisto «CANAGLIE E VAGABONDI» «Missione compiuta», disse il colonnello Pantoja alle sue truppe una volta cessati gli spari,  «e nessuno ha visto niente». Si sbagliava su entrambi i fronti. Il massacro fu filmato da una troupe televisiva locale e fece rapidamente il giro del mondo. Il presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso interruppe la guerra contro l’Mst per denunciare l’uccisione come «una vergogna per il paese». Portogallo, Francia e Germania espressero formalmente la loro preoccupazione a Brasilia, e persino il Vaticano condannò il massacro. La narrazione prevalente sostiene che la genuina ondata di indignazione seguita al caso Carajás si sia ritorta a vantaggio dell’Mst. Una serie di riforme ha infatti accelerato le espropriazioni terriere e arginato la resistenza in ambito giudiziario. Tuttavia, gli attivisti nel Pará sono meno ottimisti. «Potrebbe aver influenzato il comportamento del governo federale, ma il governo statale qui in Pará non è cambiato – ha raccontato un osservatore – I proprietari terrieri continuano a godere di totale impunità». Ad oggi, giustizia non è stata fatta per i martiri di Carajás. Solo i comandanti di polizia, il colonnello Pantoja e il maggiore José Maria Pereira de Oliveira, sono stati condannati per crimini – e solo nel 2002, a seguito di un processo «pieno di irregolarità». Gli altri 153 poliziotti presenti sono stati completamente assolti. Questo non ha destato scalpore. In Brasile, i Sem terra possono essere uccisi impunemente. Dei 1.833 omicidi legati alla terra registrati dalla Commissione Pastorale per la Terra della Chiesa Cattolica tra il 1985 e il 2024, solo quarantadue pistoleiros sono stati condannati. Per il Movimento Sem terra, quindi, questa non è storia antica. Trent’anni dopo, molti dei sopravvissuti di Carajás rimangono traumatizzati e segnati. Alcuni, dopo aver ottenuto un appezzamento di terra, si sono ritrovati troppo sfigurati per poterlo coltivare. Mentre il paese virava a destra, Carajás veniva sempre più spesso invocato in termini elogiativi. Nel 2018, l’allora candidato alla presidenza Jair Bolsonaro scelse di tenere un discorso elettorale sul luogo del massacro, dichiarando: «Quelli che avrebbero dovuto essere incarcerati erano i membri dell’Mst, canaglie e vagabondi». Quanto alla polizia, loro «hanno reagito solo per non essere uccisi». LEGGI ANCHE… IL MARXISMO E LA QUESTIONE AGRARIA Daniel Finn FRUTTO DEL LATIFONDO Il massacro di Eldorado do Carajás non è stato un episodio isolato. La violenza è frutto del latifondo tanto quanto la soia o la carne bovina. È il corollario del colosso estrattivo che porta le ricchezze dell’Amazzonia sui mercati globali a spese della terra e dei lavoratori che la coltivano. «Una struttura agraria basata sull’estrema concentrazione della terra – come afferma Ayala Ferreira, leader dell’Mst – impone la violenza come meccanismo di [auto] mantenimento». In tutto il Brasile, oltre 350 persone sono state uccise per questioni di terra solo nell’ultimo decennio. A che punto è oggi la lotta del Movimento dei Lavoratori Sem terra? Per certi versi, la violenza efferata della fine degli anni Novanta rifletteva la reale minaccia che il Mst rappresentava per il sistema fondiario brasiliano. La forza del movimento risiedeva in una base di massa di lavoratori emarginati disposti a sopportare gravi privazioni pur di rivendicare la terra. Questa situazione, tuttavia, non sarebbe durata a lungo. L’ironia della sorte è che la lotta del Mst per la riforma agraria è stata invece ostacolata dal suo alleato politico, il Partito dei Lavoratori (Pt), che ha represso la violenza rurale e distribuito la terra più liberamente, ma a costo di consolidare il latifondo come fondamento del sistema agricolo brasiliano.  Con la crescita economica che ha allontanato i lavoratori senza terra dalle campagne, il Mst ha cessato gradualmente le sue occupazioni su larga scala. Oggi  non possiede la base di massa necessaria per affrontare direttamente l’agribusiness e l’industria estrattiva a livello sistemico. Si è invece orientato verso le sue pratiche di agroecologia, sfruttando la propria infrastruttura per alleviare la fame nelle città, la disoccupazione nelle zone rurali e l’analfabetismo. Nel coltivare una nicchia di mercato per i suoi prodotti (il movimento è il più grande produttore di riso biologico in America latina), il Mst ha dato priorità all’autonomia e alla sicurezza dei suoi due milioni di membri rispetto alla conquista di nuovi territori. Obiettivi lodevoli, ma ben lontani dal terrorizzare i latifondisti, come l’organizzazione era riuscita a fare decenni prima. Eppure la liberazione è un cammino lungo e tortuoso: un’elaborata interazione tra consolidamento ed espansione, militanza e cooptazione. Dopo sette anni di governo di estrema destra e le devastazioni della pandemia, la stessa sopravvivenza del movimento è un fatto notevole. L’Mst rimane il più grande movimento sociale in America latina e senza dubbio il collegamento più importante tra il Pt di Luiz Inácio Lula da Silva e i poveri delle zone rurali. Negli ultimi anni ha iniziato a rivitalizzare la propria posizione militante, cercando di galvanizzare la base di massa necessaria per riportare la lotta per la terra al centro dell’attenzione nazionale. Per i suoi membri, i frutti della lotta sono innegabili: la terra è una cosa tangibile. «Certo, non è molto – riflette Raimundo Gouvêa, un leader dell’Mst in Pará – Ma è molto di più di prima, quando non avevamo niente, solo i sogni che a volte ci facevamo, di un pezzo di terra da coltivare. Dico a volte perché quasi mai riuscivamo a sognare». Quei sogni – di terra, di lavoro dignitoso – risuonano ben oltre i confini del Brasile. Sono alla base delle lotte dei Dalit in India, degli occupanti abusivi in Sudafrica e dei contadini emarginati dalla Colombia alle Filippine. Quest’universalità ha spinto la più grande coalizione mondiale di movimenti rurali, La Vía Campesina, a proclamare il 17 aprile Giornata internazionale della lotta contadina. I sogni, di per sé, non possono strappare la terra ai proprietari terrieri. Ma il loro ripetersi è la prova che una lotta così lunga non può essere abbandonata. «Perché se i sogni sono eterni – scrisse il poeta dell’Mst Ademar Bogo – eterna è anche la certezza della vittoria». Oggi questa certezza trova conferma in Brasile. *Tyler Antonio Lynch è un economista politico e dottorando che si occupa di ricerca su terra, lavoro e Stato in America Latina. Questo articolo è uscito su Jacobin Magazine. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Sem Terra in lotta nella memoria del massacro proviene da Jacobin Italia.
April 21, 2026
Jacobin Italia
Pensare il futuro mentre il presente crolla
-------------------------------------------------------------------------------- Iftar, il pasto che rompe il digiuno durante il Ramadan, preparato a Casa Acmos, Torino, un luogo che da oltre vent’anni apre le porte a giovani che vogliono condividere la sobrietà nei consumi, l’accoglienza, l’approccio nonviolento ai conflitti e la formazione permanente -------------------------------------------------------------------------------- Era il 1942 e il 1943 quando Simone Weil, nel pieno della tragedia della guerra e poco prima di perdere la vita, dedicava tutte le sue energie a pensare una costituente per l’Europa. Un anno prima Altiero Spinelli e gli altri antifascisti confinati a Ventotene immaginavano il loro Manifesto, a cui ancora oggi continuiamo a guardare. Perché tornare a questi esempi, così noti? Perché in entrambi c’è qualcosa che oggi sembra smarrito: la capacità di pensare il futuro mentre il presente crolla. Non dopo, non quando tutto sarà finito. Ma dentro la crisi, dentro la ferita della storia. È una lucidità che non consola. Non promette ritorni. Sa, piuttosto, che nulla di ciò che verrà potrà essere semplicemente una restaurazione di ciò che è stato. Eppure oggi, anche quando arrivano segnali che sembrano incrinare equilibri dati per intoccabili, la tentazione è quella di accontentarsi. Di leggere ogni cambiamento come un possibile ritorno alla normalità. Come se bastasse che qualcosa finisca perché tutto possa ricominciare come prima. È questa, forse, la forma più sottile di rinuncia: la nostalgia. Affidarsi al passato per difendersi dall’inquietudine del presente. Immaginare che la storia possa riavvolgersi, che le democrazie possano semplicemente essere ripristinate, che le categorie di ieri bastino ancora a leggere il mondo. Ma ciò che Weil e Spinelli avevano compreso è esattamente il contrario: il “dopo” non esiste se non viene pensato a partire da ciò che accade. Non si esce indenni da una frattura storica. La si attraversa, e da lì si prova a immaginare. Per questo oggi il problema non è solo politico, nel senso più ristretto del termine. È più profondo: riguarda la nostra incapacità di sottrarci a un presente che si impone come unico orizzonte possibile. Una sorta di presentismo che soffoca l’immaginazione e riduce la politica a gestione dell’esistente. E tuttavia, proprio qui si apre una domanda decisiva: chi è chiamato a pensare — e a costruire — il futuro? Se restiamo dentro l’idea che la politica sia solo ciò che accade nelle istituzioni, nei partiti, nelle leadership, allora la risposta sarà sempre delegata. Qualcuno dovrà farlo al posto nostro. Ma forse è proprio questo il limite da superare. Perché il futuro non nasce prima nei programmi, ma nelle pratiche. Non prende forma solo nelle decisioni ufficiali, ma nei modi in cui viviamo, lavoriamo, insegniamo, costruiamo relazioni. Lo si intravede ogni volta che la partecipazione rompe la passività. Non come gesto improvviso, ma come esito di un lavoro lento, spesso invisibile. Anche i referendum, quando accadono davvero, non nascono all’improvviso. Sono lo sbocco di una trama di rifiuti disseminati nel tempo e nello spazio: tanti “no” che prendono forma nei territori, nelle esperienze quotidiane, nei conflitti locali, nelle parole che circolano e resistono. È lì che qualcosa comincia a muoversi. Quando ciò che sembrava frammentato trova un punto di convergenza. Quando una somma di voci isolate diventa, per un momento, voce collettiva. Ma proprio per questo il referendum non è un punto di arrivo. È un passaggio. Perché senza quel lavoro diffuso, la politica ufficiale resta vuota. Resta forma senza vita, linguaggio senza esperienza, promessa senza radicamento. Al contrario, quando nei territori si moltiplicano pratiche democratiche partecipate, quando le persone tornano a esercitare una responsabilità condivisa, allora anche ciò che sembra impensabile può accadere. È in questi momenti che un “No King” può emergere — non come esplosione improvvisa, ma come rivelazione di qualcosa che era già in atto. Un rifiuto che si è costruito nel tempo, fino a diventare visibile, fino a trovare la forza di nominarsi. E forse è proprio qui che possiamo tornare a Weil, a Spinelli, a Zambrano. Perché ciò che li accomuna non è solo la capacità di immaginare il futuro dentro la crisi, ma il modo in cui questo immaginare non è mai separato dalla vita. In Weil è attenzione radicale al reale, fino a farsi responsabilità. In Spinelli è progetto che nasce anche nelle condizioni più estreme e non rinuncia a incidere nella storia. In Zambrano è una ragione che non si chiude nella tecnica o nel calcolo, ma si lascia attraversare dall’esperienza, diventando capace di generare senso. Tre modi diversi di dire la stessa cosa: il futuro non si attende, non si delega, non si eredita. Si pensa, certo. Ma soprattutto si comincia a vivere. E comincia sempre da qui. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Pensare il futuro mentre il presente crolla proviene da Comune-info.
April 21, 2026
Comune-info
Note al rapporto Censis 2025 – di Gianni Giovannelli
L’età selvaggia, del ferro e del fuoco (prima e seconda parte del rapporto)   I sat upon the shore Fisching, with the arid plain behind me Shall I at least set my lands in order? (Sedetti sulla riva Pescando, con l’arida pianura alle spalle: Riuscirò infine a mettere ordine nella mia terra?) Thomas Stearns [...]
April 20, 2026
Effimera
Non possono essere gli stati a contrastare il neofascismo globale
COME HA DIMOSTRATO L’IMPRESA DELLA FLOTILLA E COME DIMOSTRANO LE MOBILITAZIONI NO KINGS, LE NUOVE FORME DI FASCISMO PLANETARIO OGGI SI CONTRASTANO MEGLIO ESTENDENDO UNA PRATICA TEORICO-POLITICA DIVERSA DALLA RAGION DI STATO. SECONDO PAOLO VERNAGLIONE BERARDI QUESTO APPROCCIO PUÒ AIUTARE ANCHE A IMMAGINARE E CREARE FORME NUOVE PER DIFENDERSI DAL DOMINIO TECNOLOGICO, NEL TEMPO IN CUI L’INDUSTRIA DIGITALE È VIRATA DALLA COMUNICAZIONE, L’INTRATTENIMENTO E LA PUBBLICITÀ VERSO LA SORVEGLIANZA E SOPRATTUTTO LE APPLICAZIONI MILITARI. DEL RESTO SI TRATTA DI UN PROCESSO CHE HA FAVORITO UNA CONCENTRAZIONE DI POTERE ECONOMICO SENZA PRECEDENTI, ALIMENTATO NON SOLO DALL’ENORME CAPITALIZZAZIONE DI BORSA, MA ANCHE DALL’UTILIZZO INDIVIDUALE QUOTIDIANO DELLE PIATTAFORME CHE CATTURANO ATTIVITÀ ECONOMICHE E SOCIALI, PENSIERI, EMOZIONI, CONVERSAZIONI E RELAZIONI Foto di Jimi Malmberg su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il 13 febbraio 2016 il “Wall Street Journal” riporta la notizia di ‘Claude’, l’Intelligenza Artificiale di Anthropic, l’infrastruttura di Intelligenza Artificiale di Amazon, che sarebbe stata impiegata dall’esercito statunitense, nel rapimento dell’ex-presidente venezuelano Maduro, tramite l’infrastruttura di Palantir. Palantir, partner tecnologico del Dipartimento della Difesa, è una piattaforma d IA creata da Peter Thiel, co-fondatore di Paypal. Thiel è l’artefice di una neofilosofia reazionaria, che afferma un cristo-nazionalismo tecnoautoritario, veicolato dal vice di Trump, JD Vance, in previsione dell’ascesa, ha scritto Luca Celada (“Il manifesto”, 15/03/2026), di “un sovrano/Ceo che governi la società con efficienza e un consiglio di sacerdoti-filosofi, custodi della saggezza – il software operativo di una società eugenetica”. Nelle settimane successive, Dario Andrei, Ad di Anthropic, in un confronto con il segretario alla Difesa Hegseth, avrebbe invocato limiti contrattuali e linee rosse etiche all’impiego di ‘Claude’ in azioni di guerra, dal momento che gli attuali sistemi di IA non sarebbero affidabili per alimentare armi robotiche che aumentano il rischio per truppe e civili e sorveglianza di massa della popolazione. Il Pentagono ha lanciato un ultimatum ad Anthropic: o autorizza l’uso militare di ‘Claude’ senza restrizioni, o perde un contratto federale da 200 miliardi di dollari. Le grandi piattaforme statunitensi, OpenAI, Google Gemini, xAI di Elon Musk già da tempo hanno portato le loro tecnologie nei sistemi militari classificati. L’uso dell’IA con finalità di genocidio è stato sperimentato da Israele nei bombardamenti su Gaza con Lavender, sistema di analisi ed elaborazione dati utilizzato per individuare obiettivi da colpire all’interno della Striscia; a seconda dell’importanza del presunto combattente di Hamas, Lavender gradua gli effetti collaterali, cioè il numero di vittime da fare. Al contrario di quanto millantano imprese come Palantir, i sistemi militari di IA non operano attacchi “chirurgici”. Il 17 settembre 2024 in Libano sono esplosi simultaneamente centinaia di cercapersone in dotazione ai dirigenti del partito sciita Hezbollah, compresi i vertici dell’ala militare. Tra le persone coinvolte, l’ambasciatore iraniano in Libano, che è stato ucciso a causa dell’attacco. Due giorni dopo, walkie-talkie utilizzati da Hezbollah per evitare intercettazioni e cyberattacchi sono stati fatti esplodere a distanza. L’azione ha provocato 42 vittime e circa 4.000 feriti. In Imperialismo digitale, frutto di dieci anni di lavoro, Dario Guarascio, docente di Politica Economica all’Università di Roma “Sapienza”, raccoglie e sistema la storia dell’insieme delle trasformazioni dell’attuale dispositivo digitale planetario che dalla metà degli anni ’80 e con l’avvento di Internet produce la superficie di applicazione delle tecnologie in campo militare. Le strategie delle grandi piattaforme si generano infatti in alcune soglie storiche che una ampia letteratura ha documentato in questi anni. Le applicazioni informatiche mutano ruolo, funzione, finalità e obiettivi nella rotazione quotidiana da mezzo di sorveglianza e di controllo a mezzo operativo dei sistemi d’arma. Questa dinamica, innescata negli Stati Uniti con l’apporto di ingenti risorse investite in tecnologie di frontiera e seguita dalla Cina nei primi anni ’80 con il rafforzamento tecnologico finalizzato all’autosufficienza, volge nel passaggio dalla progettazione e dall’applicazione di sistemi di rete e di software per PC alla progettazione di piattaforme digitali commerciali e per l’entertainment, e quindi a sistemi di profilazione, sorveglianza e raccolta di Big Data. Negli ultimi 25 anni circa, la rapida mutazione tecno-imprenditoriale dell’infrastruttura digitale si è realizzata in una doppia superficie di estensione, indagata di recente da Shoshana Zuboff in Il capitalismo delle piattaforme. La pervasiva superficie connettiva ha generato un duplice effetto: la soggettivazione di controllo, sorveglianza e profilazione nell’uso quotidiano di devices digitali e la digitalizzazione dei sistemi di difesa e sicurezza. Scrive Guarascio che la vita in cui siamo continuamente connessi è disponibile ad accettare un sistema di perenne sorveglianza da parte di oligopolitsti, agenzie di intelligence e apparato militare. L’industria digitale è virata dalla comunicazione, l’intrattenimento e la pubblicità verso la sorveglianza e le applicazioni militari, mentre le istituzioni statali si militarizzano: Trump ha cambiato nome al Dipartimento della Difesa trasformandolo nel Department of War. La militarizzazione del digitale espande la guerra, come dimostra l’uso da parte dei governi di applicazioni di spionaggio, come l’israeliana Paragon. D’altra parte la digitalizzazione ha favorito una concentrazione di potere economico e tecnologico senza precedenti. I fondi per la ricerca militare crescono per implementare sistemi di comando e controllo automatizzati e per testare e raffinare nuove applicazioni in contesti privi di vincoli e controlli come a Gaza. La corsa agli armamenti è funzionale al consolidamento dei profitti monopolitistici delle Big Tech e delle aziende che producono sistemi d’arma e, come dimostra il progetto di riarmo dell’Unione Europea, Readiness 2030, distrae risorse e ricerca da impieghi che potrebbero favorire la cooperazione, ridurre le disuguaglianze e disegnare una nuova forma di stato sociale, di servizi pubblici e di transizione ecologica. Nella ricostruzione storica fatta da Guarascio è importante considerare il movimento pendolare dei rapporti tra imprese tecnologiche, complesso militare, risorse e investimenti impiegati a partire dai primi anni ’90. Ad una prima fase storica negli anni ’60 e ’70 in cui negli Stati Uniti le tecnologie informatiche e la ricerca avanzata orientata all’innovazione procedevano in direzione contraria e parallela al complesso militare industriale che realizzava pesanti sistemi d’arma “barocchi”, succede, nel periodo tra le guerre stellari di Reagan e gli inizi degli anni ’90, la prima ingente mutazione dell’insieme dell’infrastruttura informatica. Con la nascita di Internet, l’amministrazione Clinton elimina le restrizioni all’uso commerciale della rete. Da allora tutti i governi promuovono la rimozione dei vincoli normativi, regolatori e tariffari che ancora limitavano la circolazione di merci e capitali. Gli anni 2000 sono quelli della costituzione delle piattaforme di servizi di rete che assumono sempre più un profilo monopolista. Google acquisisce il dominio dei sistemi di ricerca online e del ricco mercato della pubblicità digitale. Amazon si trasforma nel mercato stesso. Dal 2004 Facebook acquisisce il controllo dei principali strumenti di comunicazione, aprendo la via ai social media e alla realtà virtuale. Apple inventa lo smartphone e crea un ecosistema che vincola utenti e fornitori di applicazioni al suo sistema operativo. Microsoft rafforza il suo monopolio nel settore software, con Windows che detiene circa il 70% del mercato globale dei sistemi operativi e condivide con Alphabet e Amazon il ruolo di oligopolista nei sistemi cloud. Negli ultimi anni la competizione tra le grandi piattaforme si concentra sull’IA; nascono le IA generative: ChatGPT, Titan, Gemini, Apple Intelligence, Llama2, Copilot. Microsoft detiene anche un quota di controllo in Open AI che ha lanciato ChatGPT. Inizia anche la guerra tra le Big Tech. Le vecchie imprese digitali, AMD, Cisco, Intel, Nvidia, Twitter, acquistata da Eilon Musk nel 2022, oggi X, sono interne alla filiera produttiva delle grandi piattaforme che costruiscono e gestiscono infrastrutture di rete, data center, cavi sottomarini, logistica, droni e sistemi di guida autonoma, robotica e tecnologie aerospaziali. Questa immensa concentrazione di potere tecnologico proviene dall’eccezionale capitalizzazione di borsa: Alphabet, Apple, Amazon, Meta e Microsoft nel 2024 raggiungono un valore che è il quadruplo del PIL di Germania e Giappone ed è quasi eguale a quello dell’Unione Europea. Ma proviene a sua volta dall’utilizzo individuale quotidiano delle piattaforme che catturano attività economiche e sociali, pensieri, emozioni, conversazioni e relazioni, nonché creatività, gioco, informazione e intrattenimento. La cessione gratuita di valore da parte degli utenti, svolgendo in connessione continua gran parte della vita quotidiana, deriva dall’insieme delle attività online e costituisce il patrimonio sempre più ingente di dati derivante da profilazione. D’altra parte, la produzione di spazi pubblici ove si è liberi di esprimere la propria opinione, Facebook, Instagram, X, TikTok, con relativa moderazione dei contenuti offensivi e discriminatori, è applicata in maniera arbitraria dalle piattaforme e implica la sorveglianza continua e la cattura di informazioni e comportamenti che vincolano gli utenti e accrescono il valore dei servizi pubblicitari. In breve tempo le piattaforme social si sono trasformate nel principale strumento per la comunicazione politica e aziendale. Le Big Tech controllano e definiscono le regole degli spazi dove viene plasmato il consenso politico. L’informazione si è quasi del tutto trasformata in fabbrica del consenso e della censura. L’uso militarizzato dei media per creare contenuti e notizie si è esteso fino al punto di sorvegliare la differenza tra notizia vera e falsa. Aon D’Souza ha lanciato mesi fa una startup, ‘Objection’, che utilizza l’IA per giudicare la veridicità delle notizie, ricevendo finanziamenti iniziali di milioni di dollari. Il progetto è sostenuto tra gli altri da Peter Thiel e si basa su un indice numerico, Honor Index, che assegna un punteggio ai reporter in base alla loro integrità e precisione. Il software assegna il massimo peso ai documenti primari, file regolamentari e comunicazioni ufficiali via mail e il punteggio più basso a dichiarazioni di fonti anonime. Per attivare un’indagine pubblica sulle affermazioni contenute in un articolo chiunque può pagare 2000 dollari. In pratica, l’algoritmo scoraggia le inchieste e impone la rivelazioni di fonti e dati sensibili, screditando il lavoro giornalistico e censurando la segnalazione di illeciti da parte di persone che corrono rischi professionali o personali per condividere informazioni riservate. Le Big Tech valutano così ciò che serve l’interesse pubblico, spostando la prova di verità dalla validazione del lavoro redazionale alla validazione basata sui dati. La veridizione algoritmica diviene l’indice di un mercato della verità prodotto all’interno steso della realtà comunicativa. Simile procedura è impiegata nei sistemi che aumentano la capacità strategica militare. Nei Sistemi di Supporto delle decisioni (SSD) l’essere umano diviene marginale. L’IA di Palantir integra un insieme di funzioni rilevanti che provengono dalle informazioni ottenute da satelliti, droni, celle telefoniche, archivi di intelligence. Il campo di battaglia si trasforma in un videogioco, come già aveva dimostrato il sociologo Grégoire Chamaioux in Teoria del drone. Nel marzo 2021 Alphabet e Amazon hanno sottoscritto un contratto da un miliardo e duecento milioni di dollari con il governo israeliano per fornire servizi cloud e IA all’apparato militare. Nel gennaio 2024 i patron di Palantir si sono recati a Tel Aviv per firmare un’alleanza strategica con le forze armate israeliane per la fornitura di IA e tecnologie di supporto alle decisioni. Nell’aprile 2024 “Time” ha documentato come dopo il 7 ottobre vi sia stata un’espansione del contratto che lega Alphabet al governo israeliano, dandogli supporto anche nella comunicazione e nella propaganda. Nel giugno 2025 Alphabet avrebbe siglato un contratto da 45 milioni di dollari per una campagna online che diffondeva la tesi che la carestia a Gaza era un’invenzione… Dunque, proviamo a fare un insieme di considerazioni che cercano di restituire un senso al mondo in cui viviamo, fino a che sarà possibile la vita sulla terra. Anzitutto, lo scontro commerciale, economico, tecnologico e strategico tra Cina e Stati Uniti non è uno scontro tra blocchi imperialisti come all’epoca della guerra fredda, ma un confronto in un complicato sistema di interdipendenze. A differenza di ciò che l’informazione euroccidentale, con rare eccezioni, afferma, lo scontro tra i complessi militari-digitali cinese e statunitense è un confronto su più piani in cui c’è da considerare il fatto storico che “la Repubblica popolare non ha mai cominciato una guerra”. La Cina non è interessata a combattere nessuna guerra, ma a dominare le ‘tecnologie duali’ per tutelare la sovranità nazionale e per preservare il sistema di libero scambio internazionale che le ha consentito di trasformarsi in una potenza economica e tecnologica globale che gli Stati Uniti continuano a inseguire. Ciò non significa che la Cina non è in guerra; lo è, con gli stesi mezzi con cui gli Stati Uniti hanno ingaggiato guerra alla Cina. In secondo luogo, l’Europa si è resa subalterna alle Big Tech americane all’epoca della prima diffusione di Internet. L’Unione Europea appena nata ha intrapreso la “svolta neoliberale più di qualsiasi altra area del mondo” privandosi dei mezzi con cui avrebbe potuto sviluppare un’infrastruttura tecnologica autonoma. Quando Edward Snowden ha rivelato che la NSA ha utilizzato Google e Yahoo! Per spiare cittadini stranieri e capi di stato europei, la risposta europea è stata timida: le sanzioni alle grandi piattaforme e il tentativo di costruire un’infrastruttura digitale autonoma falliscono. Nel 2009 viene avviato il progetto GaiaX, che da subito “ha dovuto ammettere il coinvolgimento delle imprese statunitensi”. Il 28 agosto 2025 la commissaria alla concorrenza Teresa Ribeiro ha esortato l’Unione ad abbandonare il negoziato sui dazi imposti da Trump; una settimana dopo la Commissione ha sanzionato Alphabet con una multa di 2,98 miliardi di euro. Il giorno seguente Trump ha minacciato di avviare un procedimento contro l’UE, la ‘Section 301’, che consente al presidente di adottare qualunque azione (dazi, blocco dell’esportazione di beni critici) nei confronti di paesi responsabili di “azioni discriminatorie e lesive degli interessi degli Stati Uniti”. La ‘Section 301’ ad oggi è stata adottata per Brasile, Cina e Nicaragua. Per questo, invece di riarmarsi, l’Europa oggi più di ieri deve coltivare una posizione autonoma. Ma questo potrebbe succedere se l’Unione Europea, da tempo disfatta, divenisse un’Europa delle popolazioni. Se impegnasse un’immaginazione politica che non ottenga più dal libero mercato le imposizioni del debito e del profitto. E se potesse essere questa la prospettiva, rivoluzionaria o federalista, libertaria o delle autonomie, sarebbe almeno opportuno, prima che giusto, che si chiedesse alla ragione di non seguire la follia della guerra in cui siamo, di ridurla alla potenza del disarmo, all’attivazione di corpi popolari di pace che sarebbero corpi di resistenza contro difesa e sicurezza in cui oggi consiste la ragione degli stati. Come ha dimostrato l’impresa della Flotilla e come dimostrano le mobilitazioni contro i re, il terrore, il genocidio, le nuove forme di fascismo planetario si contrastano estendendo una pratica teorico-politica diversa dalla ragion di stato. Nei primi 25 anni di questo secolo, molte sono state le insurrezioni e le insorgenze nel mondo. Forse, da oggi o da domani, bisogna considerarne l’ampiezza e la durata, dal momento che ognuno di quegli eventi può essere considerato un passo di liberazione. L’uso critico della memoria e delle tecnologie potrebbe essere questo. La risorsa potrebbe ribaltare il futuro alle spalle in memoria dell’avvenire. Perché ciò che va promesso alle generazioni è poter vivere un’altra vita in questa vita, un altro mondo in questo mondo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non possono essere gli stati a contrastare il neofascismo globale proviene da Comune-info.
April 19, 2026
Comune-info
«Non si può vivere di industria bellica»: nuova mobilitazione nella Valle del Sacco
Un altro weekend di mobilitazione è atteso nella Valle del Sacco, da tempo al centro di preoccupanti progetti di conversione bellica e militarizzazione. A ottobre avevamo intervistato Federico Bernardini della Assemblea No War Valle del Sacco, che ci aveva spiegato nel dettaglio i progetti di KNDS – ex-Winchester- e di allargamento di Avio Group. In vista delle mobilitazioni di sabato 18 (dalle ore 17:30 in Piazza Cavour, Anagni) e domenica 19 aprile (davanti l’ex-Winchester ore 15 – organizzate assieme al movimento No Kings – abbiamo intervistato Marta, sempre della Assemblea No War, per aggiornarci sulla vertenza. Rispetto all’autunno scorso è cambiato qualcosa riguardo al progetto proposto sulla fabbrica? Non è cambiato nulla di significativo. Rispetto al progetto della ex Winchester – oggi KNDS – c’è stata la prima conferenza dei servizi a metà marzo. Si è conclusa con un nulla di fatto. La documentazione prodotta da KNDS non è stata ritenuta sufficiente. Sono state chieste integrazioni per le quali è necessario il parere di Arpa Lazio, dalla prossima conferenza sapremo qualcosa in più. L’aspetto che ci ha lasciato più sconcertatə è stato che ancora una volta la cittadinanza è rimasta sola. Eravamo presenti noi e alcune associazioni, nessun ente comunale né regionale si è presentato per informarsi e discutere rispetto ad un progetto di questa portata e di questa gravità.  Stiamo provando nel frattempo in tutti i modi a rallentare l’attuazione del progetto di riconversione. Sappiamo che KNDS ha molta fretta di concludere la partita. I fondi che utilizzerà sono parte di una tranche di finanziamenti per conversione bellica successivi all’inizio del conflitto in Ucraina, non sono parte di ReArm Europe. Rientrano nel fondo europeo ASAP [Act in Support of Ammunition Production, varato nel luglio 2023 per incrementare la capacità produttiva di munizioni, ndr]. Per questa ragione hanno urgenza di spenderli. Puoi ricordarci cosa prevede il finanziamento e il progetto? Asap è un programma Europeo che prevede la spesa di circa 30/40 milioni di euro per la ex Winchester di Anagni. Attualmente è una fabbrica utilizzata per la dismissione di proiettili, mentre si vuole trasformarla in una fabbrica per la produzione di nitro-gelatina. Ne prevedono una produzione di 150 kg all’ora. L’azienda aumenterà l’area per altri 11 capannoni mentre si stima che verranno impiegati in tutto 25 operai in più di quelli attuali. La nitro gelatina è un materiale altamente esplosivo utilizzato per propellenti militari. La fabbrica si situa a 350 metri dall’autostrada e a 300 metri da un quartiere residenziale. Il 21 aprile c’è la seconda conferenza dei servizi in cui speriamo partecipino finalmente anche le istituzioni. Ricordiamo che nella Valle del Sacco siamo in area SIN [Sito di Interesse Nazionale: aree che sono state gravemente inquinate da forme di sviluppo industriale nel corso degli anni e che devono essere sottoposte a bonifica ndr] che però non è mai stata bonificata, teoricamente non si potrebbe neanche costruire su quel terreno. Anche le istituzioni dei comuni limitrofi sembrano finora disinteressate al progetto? Purtroppo sì, non si presenta né interessa nessuno. Siamo però abituate, nella Valle del Sacco, a questo genere di atteggiamento da parte delle istituzioni. Da moltissimo tempo lottiamo contro l’inquinamento. Ognuno in famiglia ha avuto qualcuno che ha avuto un tumore a causa dell’inquinamento. Ci aspettiamo un po’ di considerazione che poi puntualmente non arriva.  Come è nato in tal senso il vostro legame con il movimento No Kings? Ricordiamo che siamo venutə a conoscenza di questo progetto di ampliamento [della fabbrica, ndr] per puro caso grazie ad una visualizzazione sul sito della Regione Lazio che riportava i nuovi programmi. Abbiamo organizzato pertanto una serie di mobilitazioni, la prima è stata il 3 maggio 2025, in cui abbiamo avuto una risposta soltanto da parte della popolazione locale. Successivamente c’è stata una conferenza organizzata da istituzioni locali, qui ad Anagni, in cui erano invitati la Fondazione Med-Or, legata a Leonardo, e altri soggetti coinvolti nel business delle armi. Sono venuti proprio loro a parlare di geopolitica e sicurezza. A quel punto abbiamo deciso che il progetto va fermato, per il suo valore simbolico, perché accade ora in questo scenario mondiale, perché non è ancora stato realizzato, perché è un’area SIN e perché siamo stanche di dover scegliere tra lavoro e salute. Abbiamo perciò attraversato una serie di assemblee romane in cui abbiamo cercato formule di convergenza con la rete “No DDL sicurezza” e poi fino a No Kings, e così siamo arrivati fino a questo weekend. Mercoledì 15 aprile alle 18.00 abbiamo un’assemblea di lancio al Brancaleone a Roma. Questo percorso ha permesso che la mobilitazione assuma un valore e una risonanza nazionale: un fattore che per noi era importantissimo, per uscire fuori dalla nostra bolla e per coinvolgere di più il territorio. Purtroppo la popolazione locale è ancora molto poco informata e consapevole dei rischi a cui andiamo incontro con la presenza di una fabbrica di questo tipo. Come è strutturata la vostra protesta nel corso del prossimo weekend? Sabato 18 aprile faremo ad Anagni alle 17.30 un’assemblea pubblica con microfono aperto, con una impronta locale, perché la città possa rendersi conto dei vari rischi a cui va incontro. Per domenica 19 aprile invece abbiamo chiamato un presidio alle 15.00 davanti ai cancelli della KNDS e abbiamo pensato a interventi, musica e altro. Siamo in attesa di conferme rispetto alle presenze ma a breve sapremo qualcosa in più.  Vuoi mandare un messaggio sulla vostra lotta a chi si è mobilitato in questi mesi contro la guerra? Intanto mi auguro di non sentirci più solə. Mi auguro che questo abbia un senso. Credo che siamo tutte stanchə di questa deriva bellicista. Nessuno di noi vuole essere complice. La Valle del Sacco ha vissuto in passato di agricoltura e allevamento. Non si può vivere dell’industria bellica. Bisogna investire in altro, salute, istruzione, tutela dell’ambiente intorno a noi. L’industria bellica pesa tantissimo sulla qualità dell’ambiente attorno a noi. Abbiamo dato tanto sia a livello di salute che di lavoro. Non siamo più disposte a scendere a compromessi. Nessunə deve scendere a compromessi quando si parla di fabbriche di armi che portano morte dove già ce ne è troppa. La copertina è di Marta D’Avanzo, Dinamopress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «Non si può vivere di industria bellica»: nuova mobilitazione nella Valle del Sacco proviene da DINAMOpress.
April 15, 2026
DINAMOpress
Nuovi spazi comunitari
-------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo fa parte della discussione: “Società in movimento“. -------------------------------------------------------------------------------- Nella foto un momento della Transizioni Fest 2025 la prossima è in programma dal 30 maggio al 2 giugno a Gaverina Terme (Bergamo): 𝑅𝑒𝑖𝑛𝑐𝑎𝑛𝑡𝑜, 𝐿𝑖𝑏𝑒𝑟𝑡𝑎̀, 𝐹𝑒𝑙𝑖𝑐𝑖𝑡𝑎̀. 𝐶𝑜𝑚𝑒 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑐𝑜𝑛𝑣𝑖𝑣𝑖𝑎𝑙𝑖 𝑖𝑛 𝑢𝑛’𝑒𝑝𝑜𝑐𝑎 𝑑𝑖 𝑠𝑓𝑖𝑑𝑢𝑐𝑖𝑎? Uno straordinario festival intergenerazionale, autogestito con notti in tenda, con discussioni, laboratori, cibo buono, concerti, spettacoli. Intervengono, tra gli altri, Stefania Consigliere, Gianluca Carmosino, Marco Deriu, Claudio Orru, Maria Elena Bertoli, Stefano Boni -------------------------------------------------------------------------------- Concordo con la proposta di Andrea Segre: “[…] per Gramsci la comunità è lo spazio sociale e culturale in cui le classi subalterne possono elaborare una propria visione del mondo, superando il “senso comune” imposto dalla classe dominante per formare e organizzare una volontà collettiva. Penso che Gramsci suggerirebbe oggi di ripartire dalla costruzione di nuove comunità democratiche e antifasciste, spazi di elaborazione delle idee espresse dai nuovi movimenti per aiutarle a diventare progetti politici di cambiamento della società, anche attraverso il confronto con esperienze e competenze di politica istituzionale”. Provo a fare qualche esempio concreto di tali nuovi spazi comunitari: * i “Poli civici integrati di mutualismo solidale”, nati dal basso come luoghi di nuova aggregazione sociale in alcuni quartieri di Roma e poi divenuti politica pubblica del Comune di Roma istituiti in ogni Municipio con il Regolamento Deliberato dall’Assemblea Capitolina n. 116 del 25 ottobre 2024 (qui l’articolo di Comune). * l’Hub di Mutualità Solidale BKM Barona, costituito a Milano nel 2022 dopo un percorso di co-progettazione con il comune in uno spazio pubblico in Convenzione. * i Municipi sociali autogestiti di Bologna (Làbas, TPO, Offside). Altri casi di nuove tipologie di spazi sociali autogestiti, come le “Case di quartiere” a Torino o a livello europeo i Tiers-lieux francesi, sono descritti nella ricerca “Reti di mutualismo e poli civici a Roma” di LabSU/DICEA-La Sapienza e Fairwatch. Evidenzio alcune caratteristiche comuni a tali esperienze: 1. sono spazi ibridi, aperti, orizzontali, che promuovono inclusione, governance condivisa e sviluppo locale 2. entrano in rapporto con politiche pubbliche 3. costruiscono relazioni comunitarie a partire da bisogni rilevati negli ambiti territoriali in cui intervengono. Una risposta a tali bisogni è ben rappresentata dall’edizione di quest’anno di Transizioni Fest: * Come dare vita a comunità conviviali in un’epoca di sfiducia? * Può la convivialità essere l’ingrediente segreto per trasformare il mondo? * Può una cornice conviviale cambiare tutto? Si tratta di visioni che recuperano diversi riferimenti storici come le SOMS-Società Operaie di Mutuo Soccorso o le Case del popolo e che investono diverse aree culturali e di pensiero, come * la SOMS “Insorgiamo“, nata dal collettivo degli operai ex-GKN; il bilancio di 4 anni di occupazione in: Salvetti Dario, Per una vita bella, Einaudi, 2026 * il rapporto tra le pratiche di economia solidale e i percorsi per la costruzione di economie di comunità (Dalla solidarietà al mutualismo … e ritorno). Secondo Roman Krznaric (La storia per un domani possibile, Edizioni Ambiente, 2025), la trasformazione dello “stato di cose presente” può avvenire solo se si verifica un “nesso di rottura”, cioè la concomitanza di tre fattori interconnessi: una crisi sistemica, movimenti sociali dirompenti e idee visionarie. Siamo in una fase storica in cui sono compresenti: * una ‘policrisi’ sistemica (quella climatica in primis) * movimenti sociali dirompenti (dalla generazione Gaza in poi) * una possibile idea visionaria: costruire “spazi di elaborazione delle idee espresse dai nuovi movimenti per aiutarle a diventare progetti politici di cambiamento della società” (A.Segre). Possono essere le strutture sociali e mutualistiche citate le “nuove forme organizzative possibili” richiamate in altri contributi? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nuovi spazi comunitari proviene da Comune-info.
April 15, 2026
Comune-info
Dai no la via oltre l’esistente
-------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo fa parte della discussione: “Società in movimento“ -------------------------------------------------------------------------------- Roma, 28 marzo: corteo No Kins. Foto di Riccardo Troisi -------------------------------------------------------------------------------- La vittoria del No al referendum del 22-23 marzo si collega idealmente alle imponenti mobilitazioni per la Palestina del 22 settembre e del 3 ottobre, così come al grande corteo della rete No Kings del 28 marzo, e al corteo di Torino in difesa degli spazi sociali del 31 gennaio: un prendere la voce, stare da una parte, un’irruzione di partecipazione. È un No che trascende la questione specifica, la riforma della giustizia; racconta di una rivolta contro l’arroganza e la violenza del potere, di voglia di principi, di politica come visione del mondo, di desiderio di un altro futuro. Ed è tanto più rilevante in quanto, come risulta dai dati disaggregati, proviene dai giovani, dalle donne, dal Sud; da chi più di altri sente il disagio e il peso dell’esistente e ha colto nel referendum la possibilità di far sentire la propria voce. È una vittoria della società, di cittadine e cittadini, che hanno organizzato incontri, discusso, distribuito volantini. Sono le forze sociali e politiche vive che attraversano i territori ad aver innervato la campagna referendaria, ad aver contrastato con una informazione consapevole una cappa mediatica asfissiante di falsità, menzogne, strumentalizzazioni. É stato un voto contro la riforma, contro il governo Meloni, contro la costruzione di un regime autoritario, contro la guerra e contro il genocidio che continua in Palestina: è stato un voto contro l’esistente. Un “ora basta”, invertiamo la rotta. Usciamo dalla tormenta che ci avvolge. È stato un voto per la Costituzione, per i suoi contenuti, perché è una Costituzione partigiana, dalla parte dell’antifascismo, dei diritti, della partecipazione, della pace, dell’emancipazione, del riconoscimento del dissenso e del conflitto. È l’antitesi del neoliberismo autoritario, del tecno-fascismo, della plutocrazia, della normalizzazione della guerra e del clima bellico. Il voto al referendum come le mobilitazioni nelle piazze mostrano il desiderio di un’altra politica, quella che è praticata nel basso e che dal basso apre crepe nell’orizzonte autoritario, bellico, dominato dalla logica del profitto, che ci avvolge. È una voce contro l’esistente. E la Costituzione è – ancora – spazio di immaginazione e costruzione contro e oltre l’esistente; non esprime conservazione ma il suo orizzonte sociale, conflittuale e pluralista – inattuato –, con il progetto per una emancipazione personale e collettiva, è terreno di trasformazione, crea le condizioni, attraverso i presupposti sociali, economici, culturali, politici, anche per immaginare forme diverse. E veniamo ai partiti. I partiti dell’opposizione si sono attivati tardi, per poi ribaltare subito l’esito referendario sul voto alle prossime elezioni politiche: certo è auspicabile un fronte ampio per battere le destre, ma mobilitazione e partecipazione non sono state per loro (né grazie a loro né in loro favore). E certamente la soluzione non sono le primarie, la scelta del capo, ma, al contrario, la via non può che essere un ascolto attento ed effettivo del corpo vivo della società, di quanto si muove nel “basso”; e non una recezione finalizzata al voto, ma la capacità di costruire una alternativa credibile e reale. Per le opposizioni, che sono state governo, una semplice domanda: sapranno essere alternativa allo stato di cose o ne veicoleranno, come in passato, solo una versione più soft? L’auspicio è che sappiano cogliere la tensione al cambiamento che c’è nel “no”, nel “no” della società civile. E non suoni populista: è il tessuto vivo della società, dell’associazionismo, del mondo del lavoro, dei movimenti che si è mosso; in modo trasversale, con le proprie differenze, ma insieme convergente. Come nelle dirompenti piazze per la Palestina. Gli anticorpi sociali.  L’alta partecipazione, non solo al voto, ma come mobilitazione, è un segnale di vitalità della democrazia, ma non ha un riflesso scontato sulla crisi della rappresentanza. E chi sta cercando di leggere il voto in chiave autoreferenziale, di appropriarsene, dovrebbe rifletterci. I partiti potrebbero trovare “nel basso” nuova linfa programmatica e connessioni con i territori, ma resta che i movimenti, le mille luci della democrazia dal basso, sono altro; la loro esistenza, in quanto autorganizzati e indipendenti, è una componente essenziale della democrazia. Le istituzioni – sintetizzo – sono uno strumento non il fine; necessitano, certo, di una relazione viva con il corpo sociale, e questo è il compito dei partiti, mentre i movimenti, che veicolano conflittualità “nuova”, si situano lungo le faglie che si aprono nel terreno del conflitto sociale, costituiscono la cartina di tornasole delle trasformazioni e delle tensioni che attraversano la società, molto spesso sono la prima voce a rivendicare diritti in fieri, evidenziare contraddizioni, esprimere bisogni, immaginare, e praticare, cambiamento. Ciascuno ha il suo compito. La democrazia è un fenomeno complesso, movimenti autorganizzati vitali ne sono una componente essenziale. A loro il compito di continuare a immaginare e praticare trasformazione sociale oltre la rappresentanza; l’azione in prima persona, la creazione di legami, sociali e politici, sono un antidoto alla verticalizzazione del potere e alla passività, un modo di partecipare e di rendere vitale la democrazia; ricordando che anche quest’ultima non è un fine ma una forma che, quando è sociale e conflittuale, si fonda sull’espressione dei conflitti, la partecipazione e l’emancipazione. Essenziali sono il radicamento nei territori, l’azione pratica e concreta, uniti alla capacità di creare connessioni e di proporre una lettura complessa, che colga il filo nero dell’oppressione che collega la necropolitica nei confronti dei migranti, le guerre coloniali, il genocidio in Palestina, l’estrattivismo che devasta la natura, le politiche che criminalizzano il dissenso. Almeno due sono i passi su cui insistere: far crescere la convergenza, unità nel rispetto delle differenze, e tramutare la partecipazione episodica, esplosiva (del voto referendario e dei cortei) in forza permanente per trasformare l’esistente. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dai no la via oltre l’esistente proviene da Comune-info.
April 14, 2026
Comune-info
I beni comuni in Chiapas | Per un ecosistema auto-governato oltre l’alternativa tra pubblico e privato – di Antonio Semproni
L'esperienza zapatista in Chiapas sarebbe impensabile senza i beni comuni: non solo la terra, ma anche infrastrutture come scuole e ospedali, nonché la stessa forza-lavoro, sono state riconosciute come beni comuni. Ciò significa non solo che ne sono stati socializzati i benefici, ma anche tutta la comunità è ammessa alla loro gestione. Per questo [...]
April 11, 2026
Effimera
Il capitalismo algoritmico. La guerra, il caos e noi
-------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato sul blog dell’associazione Transglobal, questo articolo contribuisce alla discussione Società in movimento -------------------------------------------------------------------------------- Foto Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali -------------------------------------------------------------------------------- Non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che un cambiamento epocale, iniziato in Occidente, stia sconvolgendo, passo dopo passo, l’intero pianeta. Il modello neoliberale di società, emerso cinquant’anni fa dalla dissoluzione dello stato sociale, è entrato in crisi. Ne hanno gravemente risentito tanto la rappresentanza e la funzione delle istituzioni pubbliche – a diversi livelli – quanto i modelli di produzione e riproduzione economica, sociale e culturale. Stiamo assistendo a un cambiamento nel ceto dominante ai vertici del capitalismo, a cui si associa una nuova fase del suo ciclo vitale. Nella posizione apicale si trovano oggi gli oligarchi del capitale algoritmico, coloro che estraggono rendita controllando gli snodi chiave – reti sociali, motori di ricerca, servizi di pagamento – della digitalizzazione delle vite e della produzione di “informazione astratta”. Tra i tanti nomi utilizzati per descriverlo, abbiamo scelto quello di capitalismo algoritmico, poiché ci sembra quello che meglio renda conto delle tensioni che lo attraversano. Una delle sue caratteristiche più evidenti è la concentrazione di capitali e potere sostanziale – così come­ della capacità di influenzare una quota elevatissima della popolazione mondiale – nelle mani di un numero esiguo di persone. Il contesto generale in cui ciò avviene è la continua sollecitazione del caos, con la conseguente caduta di qualsiasi regola che dia l’idea di limiti invalicabili. È molto difficile trovare una situazione simile nelle fasi precedenti del capitalismo. Nel modello oggi in opera, la soglia tra l’interesse privato delle grandi corporazioni e la funzione delle istituzioni pubbliche diventa quasi impercettibile; le sovrapposizioni e le intersezioni tra i due ambiti sono alla base della sua riproduzione. A un livello “molecolare”, la nuova fase si traduce in un diverso rapporto tra il soggetto e le strutture (sociali, economiche, giuridico-amministrative, culturali) in cui il primo si definisce ed è, allo stesso tempo, definito e contenuto. Il rapidissimo sviluppo e l’applicazione dell’IA rappresenta uno dei punti di maggiore forza di questo cambiamento. Nascono nuove infrastrutture – formali e informali – insieme a discorsi, norme, leggi, ed enunciati che le rendono concrete e “vere”. Nasce, infine, un nuovo dispositivo, un concetto, questo, che sarà molto utile per lo sviluppo di quanto si intende discutere qui. L’obiettivo di queste pagine non è, tuttavia, soltanto tentare una descrizione – per quanto molto parziale – del nuovo scenario. Intendiamo invece abbozzare – in forma meramente interlocutoria – alcuni punti che ci sembrano cruciali per intravedere una via di fuga, una possibile rotta di collisione, un atto di pirateria, un respiro collettivo sincrono. Vorremmo cominciare dal secondo livello, quello che è stato definito molecolare. L’IA sta assumendo sempre più una funzione indiscutibile nella costituzione del nuovo ente che – con i filosofi post-strutturalisti francesi – chiamiamo uomo-macchina. Si tratta di un ente connotato dalla “piena integrazione tra l’individuo in carne e ossa e le sue prolungazioni digitali, costituite dall’insieme non omogeneo di dati, condivisi nella dimensione online”, come scrive Davide Sisto nel suo saggio I confini dell’umano. L’uomo-macchina trova nell’IA un orizzonte propizio per andare oltre le connessioni cyborg che lo collocano, già da tre decenni, in uno spazio senza confini fisici. In quell’orizzonte si creano le condizioni per un rapporto tra sé e l’ambiente, contraddistinto da nuove caratteristiche, che lo include. L’esternalizzazione di organi, funzioni e memorie nelle prolungazioni digitali ha un impatto sul modo in cui ci percepiamo come soggetti – attivi e passivi – della conoscenza. Cambia, di conseguenza, il nostro coinvolgimento diretto nella definizione di ciò che è vero, giusto ed eticamente praticabile. In sintesi, se la rete ci ha offerto, a partire dagli anni Novanta, connessioni, dati e possibilità di intrusione in ambiti che fino al decennio precedente ci erano preclusi, l’IA non solo amplifica – verticalmente e orizzontalmente – questa possibilità in modo incommensurabile, ma “altera il locus del potere rappresentazionale, ossia il punto di vista che organizza tutte le prospettive”, come scrive Lucas Vilalta, nella presentazione di una conferenza di Kate Crawford. Di altri strumenti entrati nelle nostre vite nei decenni passati sapevamo molto: le basi del loro funzionamento, i processi produttivi che li avevano portati nelle nostre mani, le lotte condotte dalla classe operaia che in quei prodotti entrava come “lavoro vivo”. Gli studiosi “operaisti” italiani degli anni Sessanta e Settanta ci hanno insegnato molto sulla necessità di avere questo tipo di conoscenza. La natura dell’IA e la velocità brutale con cui sta permeando il nostro modo di vivere ostacola la possibilità di avviare un processo di comprensione – seppur basilare, superficiale e, se possibile, critica – di ciò che abbiamo di fronte. Questo, però, non sembra rappresentare un problema: l’IA appare da subito come uno strumento che non è utilizzato solo per migliorare le prestazioni individuali, come il PC su cui questo testo viene digitato. Nasce come un ambiente di fiducia, dove è possibile e piacevole vivere. Il tono divertente e conciliante di qualsiasi strumento dell’IA ci fa sentire a nostro agio nel dialogare con un bot. Arriviamo persino a congratularci ogni volta che la risposta contenga un apprezzamento per ciò che stiamo digitando. La capacità dei sistemi LLM (Large Language Model) di produrre creativamente e deduttivamente diversi tipi di opere, senza basarsi su processi di addestramento diretto e continuo da parte degli esseri umani, ha un impatto travolgente sulla nostra idea di uso tradizionale delle macchine. Lo stupore e la sorpresa ci rendono immuni dalla voglia di conoscere – più approfonditamente e criticamente – ciò che sta accadendo. Chi è interessato a conoscere la quantità di energia e acqua di cui ha avuto bisogno la nostra domanda? O a sapere quanto sono stati pagati i lavoratori filippini e indiani che hanno inserito miliardi di dati e immagini per addestrare la macchina che ci risponde? O dove e come sono stati estratti i minerali di cui i data center hanno bisogno per funzionare? O, ancora, se esiste qualche relazione tra il trattamento dei nostri dati resi disponibili gratuitamente e quelli utilizzati nelle strategie delle corporazioni specializzate per addestrare le macchine nelle scelte letali dei bersagli militari? Vi è un altro aspetto specifico che deve essere menzionato, poiché rappresenta simbolicamente un cambiamento che coinvolge direttamente la parte più emotiva e intima della vita. I siti di incontri erotici e sentimentali degli anni Novanta e del primo decennio del nuovo millennio rappresentano l’archeologia di ciò che le chatbot ci offrono oggi. Nel 2013, Spike Jonze ha realizzato un bellissimo film, Her; la storia narrata sembrava – all’epoca – qualcosa di abbastanza lontano dalla realtà. Un uomo si innamorava di un bot, una donna virtuale di nome Samantha. Dodici anni dopo, nel dicembre del 2025, una donna giapponese ha sposato un bot, un uomo virtuale il cui profilo aveva creato lei stessa su ChatGPT. In questo secondo caso, non si tratta di un film. Ciò che appare nell’immagine di quella donna in abito da sposa non rappresenta necessariamente il futuro del matrimonio; si tratta di un caso limite o, se vogliamo, di un esempio-sintomo. Non importa quante persone si sposeranno in questo modo nei prossimi anni; ciò che importa è mostrare che un limite è già stato raggiunto, è diventato, proprio per questo, superabile. Tornando ad argomenti più generali, notiamo come tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima dei Novanta, due dei più importanti pensatori del XX secolo, Gilles Deleuze e Félix Guattari, avessero ben chiaro quale fosse la direzione già tracciata. Nel nuovo ente – scrive Deleuze – che nasce dopo la “morte dell’uomo”, le forze interiori dell’individuo si relazionano con altre forze del Fuori. Sono quelle del silicio, dei componenti genetici, degli agrammaticali. Queste forze producono una certa letteratura, la biologia molecolare, le macchine di terza generazione, cibernetiche e informatiche. Qui sembra risiedere la grande visione di Deleuze riguardo a qualcosa che non aveva sperimentato direttamente. L’IA fa getta i tre “essere” – del linguaggio, della vita e del lavoro – nella dimensione del finito-illimitato a cui fa riferimento il nuovo soggetto, quello che Deleuze, nel suo saggio dedicato a Foucault, chiama “superuomo”. Nella seconda metà degli anni Ottanta, Guattari scrisse la sceneggiatura di quello che doveva essere un film di fantascienza cyberpunk, ma che non arrivò mai a esserlo: Un amour d’UIQ (Universo Infra-Quark), molto ben analizzato recentemente da Felice Cimatti. Da un lato, abbiamo una forma iperintelligente, l’UIQ, che trascende le vite carnali degli esseri umani e, dall’altro, i corpi di questi, che con lei interagiscono. Il risultato è una combinazione macchinica tra i due enti, in cui si costituisce una soggettività che “non possiede né delimitazioni corporee fisse, né personalità costante, né orientamento sessuale predefinito”. Il filosofo psicanalista francese presenta qui una “lettera d’amore al corpo”. Recuperare il corpo con i suoi limiti, le sue euforie e disforie, significa sottrarlo, almeno parzialmente, al delirio del concatenamento macchinico innestato nella nuova “cosmotecnica” – usando qui in modo non ortodosso la definizione utilizzata da Yuk Hui nell’omonimo saggio – che sta plasmando le nostre vite. È un argomento che tornerà nelle ultime pagine di questo testo, poiché ha molto a che fare con le forme di resistenza al quadro apocalittico che il capitalismo algoritmico sta definendo con crescente chiarezza e drammaticità. Riprendiamo il concetto di dispositivo che è stato enunciato più sopra e, con esso, il livello più ampio che, con Deleuze, chiamiamo “molare”. Per spiegare chiaramente l’importanza di questo concetto nell’economia di queste provvisorie riflessioni, presentiamo la definizione data da Foucault in un saggio incluso in Dits et Écrits. Il dispositivo è “un insieme decisamente eterogeneo, che comprende discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni norme, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, filosofici, morali, proposte filantropiche […]. Il dispositivo stesso è la rete che si può stabilire tra questi elementi”. Ci sembra che, con l’inizio del secondo decennio del secolo, questi elementi abbiano cominciato a presentare caratteristiche che si vanno allontanando dai dettami del neoliberismo, quelli che hanno segnato la vita politica ed economica a partire dalla svolta avvenuta cinquant’anni fa. Oggi, dopo quindici anni, possiamo affermare che un nuovo dispositivo definisce le relazioni di potere in opera a tutti i livelli. L’insieme degli elementi che costituiscono il dispositivo attivo oggi va associato a due sostantivi che, a nostro avviso, si adattano alla situazione che stiamo vivendo: caos e guerra. Il capitalismo algoritmico propone uno schema di operatività sempre più definito da linee circolari che uniscono i due termini, producendo scenari che non sembra esagerato definire apocalittici. Lo sviluppo dell’IA rafforza quell’intreccio, che diventa sempre più evidente, attraverso strategie dichiarate e il compimento di azioni in cui non è necessario mascherare nulla. Tutto trova una spiegazione negli enunciati scientifici – o pseudoscientifici – che uniscono fiducia assoluta nella tecnologia, credenze religiose e differenze tra esseri umani basate sul quoziente d’intelligenza. I principali esponenti della classe vettorialista non si lasciano scappare nessuna opportunità per ribadire questi principi, come ricorda Quinn Slobodan. Christian Marazzi, uno degli studiosi più lucidi e prolifici delle trasformazioni del capitalismo, è arrivato a definire il coinvolgimento dello Stato nelle strategie di sviluppo del capitalismo algoritmico come una rinascita e un aggiornamento del “capitalismo di Stato”. Una lettura pienamente condivisibile, che lascia però aperta una questione. Qual è il futuro dello Stato? Le istituzioni statali con cui siamo abituati a confrontarci sembrano essere messe in discussione dai pensatori più radicali della nuova estrema destra a livello mondiale, con ancora una volta gli Stati Uniti in prima linea. Quinn Slobodan, nel Capitalismo della Frammentazione, identifica questa tendenza con la frammentazione delle entità statali e la creazione di zone dove il modello di sviluppo e gestione delle risorse, nonché di produzione della ricchezza – persino della vita degli abitanti – si sottrae alle regole che, in forme diverse, rappresentano le fondamenta della forma-Stato uscita dall’Illuminismo. È in queste zone che i vettorialisti pianificano un’esistenza che – come se non bastasse la ferocia del loro protettore – sia libera dalla minaccia, sempre presente, dell'”Anticristo”, come è stato definito da Peter Thiel. Il fondatore di Palantir vede questa minaccia in coloro che lottano contro le disuguaglianze e propongono misure sociali a vantaggio delle vittime del vorace sistema economico che egli promuove e vuole spingere ancora più avanti. L’Anticristo di Thiel ha anche i tratti di chi propone ostacoli ecologisti ai disegni tracciati dalla vocazione che anima lui e gli altri vettorialisti. Il dispositivo che emerge oggi come rete degli elementi sopra elencati è diretta espressione del “regime di guerra e caos” che gestisce le relazioni su scala globale. Questo ci sembra il cambiamento che stiamo affrontando oggi e che spiega tutto ciò che di abominevole stiamo vivendo. Quando parliamo di caos intendiamo la scelta di strategie basate su una modalità di produzione e divulgazione continua e stordente di enunciati e immagini, il cui risultato viene valutato nei primi minuti successivi alla dichiarazione. In questa strategia, tutto può essere affermato e allo stesso tempo negato. Non importa se ciò che è stato detto ha una correlazione con i fatti o meno, perché dopo pochissimi minuti arriva un’altra dichiarazione che distoglie l’attenzione dalla prima. Le conseguenze di questa strategia si diffondono verticalmente e orizzontalmente in qualsiasi ambito, dai nostri luoghi di lavoro alle relazioni tra Stati. L’IA favorisce questa modalità di produzione comunicativa. Le correlazioni statistiche sostituiscono la comprensione logica e graduale; definiscono percorsi cognitivi che presentano le decisioni come obiettive, e proprio per questo incontestabili. Attraverso l’IA si trovano spiegazioni, chiavi di lettura, che offrono una giustificazione a tutto ciò che viene portato avanti come oggettivamente vero, o falso. Valga solo come esempio la narrazione sulla sostituzione etnica, il più grande terrore per un’ampia parte della popolazione europea, invecchiata, rancorosa e razzista. Che sia o meno realistica, basta presentarla, supportandola con una ricerca su un chatbot qualsiasi, e i risultati sono lì. Per guerra non intendiamo soltanto gli eventi bellici, in qualsiasi forma siano essi dichiarati. Questi conflitti sono drammatici, criminali, genocidi (molti dimenticati o ignorati), ma non sono gli unici. Ci sono guerre implicite contro l’ambiente o contro i popoli che rivendicano forme di vita sottratte alle logiche del capitalismo algoritmico. Ci sono guerre implicite contro le nazioni che scelgono una direzione diversa, rivendicando forme autonome di sovranità. Ci sono guerre contro quegli strati di popolazione che difendono spazi sociali e forme produttive di reddito autogestite e collettive, o che difendono il diritto a un lavoro dignitoso. C’è guerra contro le strutture del welfare, contro la cultura, contro i poveri, i marginali, le “vite infami”. In altre parole, dove non c’è guerra dichiarata, vi è una politica che non è altro che “guerra condotta con altri mezzi”. Elon Musk, rispondendo a una domanda sui numerosi senzatetto negli USA, non ha perso tempo in giri di parole, definendoli drogati, violenti, affetti da gravi malattie mentali: non sono altro che spazzatura e come tale devono essere trattati. Anche di fronte alle molte perplessità sollevate da studi specializzati sulla scarsa applicabilità nei conflitti bellici dei parametri utilizzati in tempo di pace per addestrare l’IA, come nel caso di Sérgio Amadeu da Silveira, il suo utilizzo è massiccio. L’IA offre descrizioni di nemici, strategie per colpirli, quantificazione dei “danni collaterali” e accelerazione della “kill-chain”, ossia il tempo necessario per prendere una decisione. Le conseguenze a Gaza sono sotto gli occhi di tutti. I programmi Lavender e Gospel offrono esempi chiari e inquietanti sull’uso dell’IA nel massacro dei palestinesi da parte dell’esercito israeliano. Lavender sceglie i bersagli sulla base delle informazioni acquisite nell’addestramento. La rapidità è la sua caratteristica principale, lo sterminio di massa la conseguenza più visibile. “Durante le fasi iniziali della guerra, l’esercito ha dato approvazione generale affinché gli ufficiali adottassero le liste di obiettivi da eliminare di Lavender, senza richiedere una verifica minuziosa”. “L’esercito israeliano ha attaccato sistematicamente gli individui presi di mira mentre si trovavano nelle loro case – generalmente di notte, quando tutta la famiglia era presente […]. Secondo le fonti, ciò avveniva perché, dal punto di vista di quella che consideravano l’intelligence, era più facile localizzare gli individui nelle loro residenze private”. Questi brani sono contenuti nel rapporto di Yval Abraham sull’uso e gli effetti di Lavender e di altri strumenti di IA da parte dell’esercito israeliano a Gaza. In questo senso, Gaza ha segnato la soglia tra un prima e un dopo. Con Gaza, è diventato chiaro che qualsiasi azione, anche la più brutale e sconvolgente, non ha bisogno di spiegazioni o scuse. Con Gaza, è finita definitivamente la distinzione storicamente accettata tra obiettivi militari e popolazione civile, e con essa è finito qualsiasi riferimento al diritto internazionale. La guerra non ha né contorni né inizio né fine, perché – come sta diventando sempre più evidente –ha smesso di essere una condizione di eccezione. Prima ancora, assume una posizione centrale nelle relazioni internazionali e nazionali, così come nella definizione dei programmi economici dei principali paesi dell’Occidente, e non solo. L’uso della forza – materiale o immateriale –, della ritorsione, del ricatto, della minaccia in qualsiasi situazione ritenuta utile, non ha nemmeno bisogno di essere mascherato. La sua accettazione interseca e unisce paesi in apparenza distanti per orientamento politico, così come diversi settori delle società civili. Ma, per fortuna, c’è sempre chi resiste. “Dove c’è potere, c’è resistenza”. La resistenza “non si trova mai in posizione di esteriorità rispetto al potere”. Le resistenze devono essere considerate al plurale: esse sono “possibili, necessarie, improbabili, spontanee, selvagge, solitarie, concertate, striscianti, violente, irriconciliabili, pronte al compromesso, interessate o destinate al sacrificio”. Ammettiamo che lo scenario delle relazioni di potere in cui siamo coinvolti sia composto dai punti che abbiamo finora presentato. Ognuno di noi potrebbe fare un elenco – chi più lungo, chi meno – di situazioni che ritiene presentino una o più delle caratteristiche di resistenza descritte da Foucault in “La Volontà di sapere“. La questione principale rimane la stessa che attraversa i dibattiti della sinistra da decenni. Quanto elevato è l’impatto di ciascuna delle resistenze elencate, non solo rispetto al proprio specifico ambito di riferimento, ma anche nella costruzione e rappresentazione simbolica di altri mondi possibili. In ogni atto di resistenza vi è un processo di soggettivazione, con caratteristiche che cambiano da una resistenza all’altra, e su scale diverse. Quali articolazioni, risonanze si possano cogliere, favorire, sviluppare tra soggettività diverse è una questione affrontata da vari approcci. Alimenta una discussione che esiste da quando è diventato chiaro che non vi è più un soggetto unico, attorno al quale costruire il processo che ci condurrà a un futuro radioso. Resistenze e conflitti attraversano le società senza avere una direzione unica. Assumono, piuttosto, forme, tempi e direzioni variabili, in accordo con le emergenze che sorgono nei vari ambiti in cui appare una minaccia, un’ingiustizia, un valore da difendere o da conquistare. Tenendo conto della frammentazione su scala globale dei processi di valorizzazione del capitale, la prima cosa che ci sembra evidente è che il concatenamento delle resistenze – attuate da soggetti diversi – produce effetti maggiori nella misura in cui si articola su quella scala. Questo ci conduce ad argomenti importanti. In primo luogo, la visibilità delle azioni e la capacità di intervenire nei punti sensibili dell’organizzazione del sistema che abbiamo chiamato capitalismo algoritmico. I portuali di Genova e i popoli indigeni dell’Amazzonia agiscono con mezzi, modalità e obiettivi diversi, che a loro volta lo sono rispetto a quelli utilizzati da un hacker che lavora su una qualsiasi piattaforma o dai magazzinieri di Amazon. Questi quattro esempi di soggetto producono atti di resistenza, la cui visibilità e rilevanza strategica sono dettate da molteplici fattori. La loro collocazione lungo le catene di produzione del valore, fa delle resistenze e dei conflitti altrettante emergenze di elementi di rottura politica. Quegli atti problematizzano dall’interno l’ordine globale che li include, a partire dalle sue fratture e contraddizioni. Le condizioni per trasformare il potere espresso dalla polifonia di voci e azioni resistenti in potenza sovversiva si fondano su questioni essenziali e complesse. Due, in particolare, sono brevemente argomentate nella parte finale di questo testo. La prima ha a che fare con una definizione delle azioni in sé, che ci aiuti ad abbracciare la loro molteplicità di cui siamo – direttamente o indirettamente – testimoni. Riprendiamo i quattro esempi di prima, ai quali potremmo aggiungerne altri che sono quotidianamente davanti ai nostri occhi, come i comitati di cittadini contro lo sfratto degli inquilini o per la difesa di spazi sociali comuni. Se vediamo quelle lotte come punti – implicitamente o esplicitamente – interconnessi, non sarà sufficiente definirle spontanee, collettive, auto-organizzate. Come suggerisce Rodrigo Nunes in Nem Horizontal nem Vertical, (2023) il termine migliore per descriverle è quello di azioni distribuite, poiché c’è qualcosa che, in ogni caso, le unisce. Distribuita non è sinonimo di sciolta. Un semplice concetto di statistica ci aiuta a rappresentare la distribuzione delle azioni. Le azioni distribuite sono tali in funzione di una linea, rispetto alla quale i punti (le azioni) risultano dispersi, a maggiore o minore distanza. La loro rappresentazione grafica è un diagramma di dispersione, con i “punti di resistenza” che si distribuiscono attorno a quella linea, che, in questo caso, potremmo definire come la tendenza – in un momento e in uno spazio specifico – delle azioni contro il biopotere del capitalismo algoritmico. I punti variano, sia nella posizione nel diagramma, sia nel numero. Così facendo cambiano l’inclinazione della linea e definiscono un divenire che non è costante e prevedibile – contrariamente a quanto credono ancora oggi i seguaci dell’ortodossia marxista circa l’unico soggetto rivoluzionario. Volendo usare la terminologia di Laclau, potremmo chiamare quella linea “significante vuoto”: non appartiene direttamente ed esclusivamente a nessuno dei punti, ma ciascuno di essi mantiene un rapporto, più o meno stretto, con essa. Maggiore il numero dei punti di resistenza e la loro prossimità alla linea, altrettanta sarà l’intensità e la potenza in sé della linea stessa. Il secondo elemento – correlato al primo – ha a che fare con la questione dell’organizzazione. I punti di quella dispersione possono produrre effetti locali, circoscritti, preziosi e ben relazionati con altri. Il problema, annoso, è come avviare processi di consolidamento e moltiplicazione che rendano quegli effetti un punto di svolta, da cui non si torni indietro. Le esperienze nella maggior parte dei paesi del mondo mostrano come quella prospettiva sia tutt’altro che facilmente raggiungibile. Essendo la scala globale l’unica di cui abbia senso parlare oggi, il modello organizzativo deve anch’esso corrispondere a quella scala. Ciò significa che non esiste il modello ideale, esportabile o importabile, come accadeva decenni fa con la forma-partito. Ogni azione contestualizzata localmente deve trovare la propria collocazione in una “rete di lavori” (worknet), più che in un lavoro di rete (network), secondo la felice distinzione di Bruno Latour. Ciò che è centrale non è la struttura della rete in sé, ma la capacità dei lavori di produrre connessioni di rete, che vadano oltre l’immediata identificazione di ciò che è contiguo. A questo proposito, il suggerimento di Nunes nel saggio sopra citato è abbastanza chiaro. Non ha senso pensare in termini di organizzazioni individuali, ma piuttosto concepire l’organizzazione “come un’ecologia distribuita di relazioni che attraversano e riuniscono diverse forme di azione”. O, in termini ancora più chiari, “una rete non totalizzabile, composta di innumerevoli reti, un’ecologia di rete in costante evoluzione” (205). Azioni distribuite ed ecologia dell’organizzazione producono una tensione, basata sulla valorizzazione di specificità e diversità, nel segno di una logica di funzionamento rizomatica. Una tensione che amplia il numero dei nodi, salendo e scendendo lungo le catene di approvvigionamento. Una tensione, infine, che definisce nuovi obiettivi, ogni volta che se ne creano le condizioni, ridisegnando e favorendo le connessioni tra nuovi e vecchi soggetti resistenti. L’esperienza della lotta dei portuali contro la guerra e la movimentazione di qualsiasi tipo di merce ad essa correlata ci insegna molto. Avviata a Genova nel 2019, è arrivata, nel 2026, ad assumere una dimensione internazionale e internazionalista. Nel corso di questi sette anni, la “linea” – come è stata definita sopra – aveva una direzione abbastanza chiara e ha favorito l’estendersi delle iniziative all’intero tessuto sociale della città. Nel 2025 quelle mobilitazioni sono arrivate, con la solidarietà alla Palestina, ad avere una dimensione inusitata. Ci sono state molte occupazioni di scuole e dell’università, mente i centri sociali organizzavano dibattiti sul significato del “regime di guerra”; alcuni partiti politici minori della sinistra e il sindacato di base USB hanno ampliato ulteriormente la lettura della fase attuale, coinvolgendo altri soggetti, soprattutto nella logistica. Persino il consiglio comunale della città di Genova ha preso una posizione chiara contro il traffico di armi nel porto. Molti artisti si sono offerti di sostenere la lotta con le loro opere. Un’organizzazione di volontariato ha raccolto circa 400 tonnellate di prodotti da inviare in Palestina, in concomitanza con la missione della “Global Sumud Flotilla”. L’eco internazionale è stata enorme: allo sciopero generale proclamato dai portuali nel novembre del 2025, erano presenti a Genova Greta Thunberg, Yanis Varoufakis, Chris Hedges e i rabbini newyorkesi oppositori all’occupazione della Palestina. Il passo successivo è stato a febbraio del 2026, con la proclamazione di uno sciopero internazionale. Hanno aderito i lavoratori di più di venti città europee e mediterranee. La manifestazione a Genova è stata per un tratto di percorso guidata da Chris Smalls, il lavoratore di Amazon di Staten Island che ha organizzato il primo sindacato all’interno di una delle unità statunitensi di quella azienda. Ogni scuola, università, centro sociale, fino ad arrivare alle organizzazioni di lavoratori di altre città, ha scelto autonomamente il modo di unirsi a quella lotta, o, per meglio dire, di farla propria. Ci sono state discussioni collettive – in sale stracolme di gente – dove ogni rappresentante di uno dei “punti” spiegava il modo di portare avanti la propria resistenza. In sintesi, azioni distribuite che mostrano un’attitudine a fare i conti con leadership ugualmente distribuite. Come sedimentare, ampliare e rafforzare queste worknet di esperienze di lotta è una questione lontana dall’essere sufficientemente analizzata. Ciononostante, ci sembra che quella logica di azione e organizzazione rappresenti oggi l’unica direzione praticabile. Questo ci riporta, in modo interlocutorio, all’argomento con cui è cominciato questo testo. Se accettiamo che il nostro presente sia segnato dall’emergenza di un nuovo ordine mondiale che chiamiamo capitalismo algoritmico – con le sue declinazioni in guerra e caos e le sue fondamenta nella logica del connettivismo tra uomo e macchina – quali sfide abbiamo di fronte, in termini di azioni di lotta e della loro organizzazione? O, detto altrimenti, come costruire le connessioni con quei segmenti della catena indispensabili affinché il conflitto sia portato là dove il capitale acquista maggiore forza, ossia dove produce informazione astratta, attraverso l’appropriazione della cooperazione sociale su scala globale? Queste questioni, che non sono altro che dubbi, su cui il dibattito è, per fortuna, vivo e aperto, sono state già presentate in un altro articolo. Lì, sono state anche discusse le possibilità di promuovere l’uso e la funzione di internet in chiave democratica, come è descritta da molti studiosi. Ciò non toglie nulla all’urgenza di produrre noi stessi le connessioni di cui abbiamo bisogno, tra lotte fisicamente visibili e lotte digitalmente vivibili. Senza queste connessioni, i nostri atti di pirateria non ci condurranno al tesoro più importante, quello per cui vale ancora la pena vivere. -------------------------------------------------------------------------------- Stefano Rota è ricercatore indipendente. Gestisce il blog “Transglobal”. Le sue più recenti pubblicazioni collettive sono La fabbrica del soggetto. Ilva 1958-Amazon 2021 (Sensibili alle foglie, 2023) e in G. Ferraro (a cura di), Altraparola. La figura di sé (Efesto Edizioni, 2023). Collabora occasionalmente con riviste online italiane e lusofone. Marco Codebò, già ordinario di lingua e letteratura italiana a Long Island University, Marco Codebò è autore di Narrating from the Archive (2010), un’analisi dei rapporti fra romanzo, archivio e burocrazia, e di Novels of Displacement (2020), uno studio delle relazioni fra soggettività e territorio nella contemporaneità. Come narratore ha pubblicato tre romanzi, Via dei Serragli (2003), Appuntamento (2009) e La bomba e la Gina (2012), e una raccolta di racconti, École Normale Supérieure (2006). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il capitalismo algoritmico. La guerra, il caos e noi proviene da Comune-info.
April 10, 2026
Comune-info