
Mobilitazione del 17 ottobre: «La destra e l’estrema destra sono nel panico»
Pressenza - Friday, October 16, 2026Reporterre intervista il sociologo Manuel Cervera-Marzal
Il 17 ottobre sono previste oltre 750 mobilitazioni in Francia, alimentate dal movimento degli studenti liceali e dai “Gilet gialli”. «Siamo di fronte a una sovrapposizione di crisi e contestazioni», analizza il sociologo Manuel Cervera-Marzal.
«Stanchi di pagare il pieno, la spesa e l’affitto a prezzi sempre più alti, mentre TotalEnergies incassa miliardi». Sul sito 17octobregiletjaune, promosso tra gli altri dai gruppi militanti Bloquons tout e Peuple révolté (“Popolo in rivolta”), il messaggio è chiaro: la giornata di mobilitazione di sabato 17 ottobre mira a dare voce alle tensioni sociali che crescono ormai da diverse settimane.
Lanciato a settembre sui social network, al di fuori di qualsiasi struttura sindacale o partitica, questo appello richiama per certi versi il movimento Bloquons tout del 10 settembre 2025, ma anche quello dei “Gilet gialli”. Manifestazioni (autorizzate o meno), blocchi stradali, raduni nelle rotatorie… Sulla mappa delle mobilitazioni si contano oltre 750 iniziative in tutta la Francia.
«Questo dimostra chiaramente che la situazione sta cedendo un po’ ovunque», osserva Manuel Cervera-Marzal, sociologo e autore di diversi saggi, tra cui Résister — Petite histoire des luttes contemporaines (2022) e Le Populisme de gauche: sociologie de La France insoumise (La Découverte, 2021). A sei mesi dalle elezioni presidenziali, questa contestazione a tutto campo rappresenta, a suo avviso, una «manna dal cielo» per la sinistra, in particolare per il partito che fa capo a Mélenchon.
Reporterre – Caro vita, prezzi dei carburanti… ma anche austerità, violenze della polizia, democrazia. Come interpretare le rivendicazioni legate all’appello del 17 ottobre?
Manuel Cervera-Marzal – Si tratta di rivendicazioni molteplici, un elenco eterogeneo e quasi sterminato. Non c’è da stupirsi: è un tratto ricorrente delle mobilitazioni che nascono al di fuori degli apparati di partito o sindacali. Questi ultimi, essendo composti da professionisti dell’attivismo, sono soliti stabilire una gerarchia tra le richieste e definire parole d’ordine precise. «Alla base di tutto c’è un nemico comune: Emmanuel Macron e il suo governo e, più in generale, il capitalismo». Soprattutto, questo dimostra che la situazione sta cedendo un po’ ovunque. Siamo giunti al termine di un decennio di «macronismo», che ha logorato il Paese e fratturato la società. Tutti gli indicatori sono in rosso: il numero di senzatetto e di persone che vivono sotto la soglia di povertà è esploso. Le disuguaglianze si sono aggravate. I tentativi di suicidio e i casi di depressione tra i giovani si sono moltiplicati. Dietro tutte queste rivendicazioni, apparentemente eterogenee, si cela un nemico comune: Emmanuel Macron e il suo governo e, più in generale, il capitalismo.
Reporterre – Alcuni parlano di un «ritorno dei Gilet gialli»; cosa ne pensa?
Manuel Cervera-Marzal – Dipende da cosa si intende esattamente. Si tratta di un ritorno delle persone che si erano mobilitate nel 2018? Delle loro rivendicazioni? Delle modalità d’azione? O del simbolo stesso del gilet ad alta visibilità?
Per quanto riguarda le persone, la sociologa statunitense Verta Taylor ha teorizzato il concetto di struttura dormiente, che mi sembra estremamente pertinente in questo contesto. L’idea è che un movimento sociale nasca raramente dal nulla, ma spesso beneficia di strutture informali ereditate da movimenti precedenti. Un fenomeno simile si osserva in Spagna, dove la protesta contro il costo degli alloggi è in parte legata a figure e reti riconducibili al movimento degli “Indignados” del 2011. Inoltre, sebbene i “Gilet gialli” sembrassero scomparsi per sette anni, in realtà sono rimasti latenti: reti di socialità e gruppi più o meno formali hanno continuato a esistere. Esiste, dunque, una continuità.
Per quanto riguarda le modalità d’azione, c’è stato chiaramente un prima e un dopo il 2018. I Gilet gialli hanno dimostrato che forme di mobilitazione meno “composte” – caratterizzate da manifestazioni non autorizzate e blocchi – possono essere efficaci. Nell’ultimo decennio, gli unici due movimenti che hanno ottenuto risultati concreti sono stati quello dei Gilet gialli e quello della ZAD di Notre-Dame-des-Landes: entrambi hanno rifiutato le tattiche tradizionali, instaurando un rapporto di forza capace di spaventare il potere costituito.
(Leggi anche: «Questa generazione è marchiata a fuoco dalla violenza di Stato» https://reporterre.net/Mouvement-lyceen-Une-generation-marquee-au-fer-rouge-par-la-violence-d-Etat )
Questa lezione è stata assimilata da una parte del mondo militante; si parla addirittura di una «gilet-giallinizzazione» dei movimenti sociali, ovvero dell’idea che, per ottenere qualcosa, sia necessario «creare un po’ di scompiglio». Questo irrigidimento della protesta è avvenuto parallelamente a un inasprimento senza precedenti delle strategie di «mantenimento dell’ordine». Tuttavia, la repressione non produce un effetto univoco: se da un lato può fiaccare la protesta seminando paura, dall’altro può generare un’ondata di solidarietà e suscitare l’indignazione dell’opinione pubblica.
L’appello del 17 ottobre è nato e si è sviluppato sui social network, senza il supporto di organizzazioni sindacali o partitiche, né la presenza di un «organizzatore» chiaramente identificabile. Come analizzate questo intreccio tra reti digitali e movimenti sociali?
Non si tratta di una novità. Facebook fa parte delle nostre vite da due decenni: già all’inizio degli anni 2010, i social network rivestivano un ruolo centrale durante le primavere arabe e i movimenti di occupazione delle piazze. Svolgono una duplice funzione: favoriscono l’innesco di tali mobilitazioni extra-istituzionali e, successivamente, ne permettono il coordinamento. Consentono inoltre una sorta di internazionalizzazione delle modalità d’azione, mettendo in contatto contestatori provenienti dall’Europa, dal Nepal, dall’India e da altri luoghi.«Se ci opponiamo al disboscamento della nostra foresta, la occupiamo; se vogliamo che i licei vengano ristrutturati, li blocchiamo». Attenzione, però: i social network non hanno sostituito la presenza fisica di persone che si incontrano, si riuniscono e occupano spazi. La mobilitazione digitale deve trovare un suo prolungamento nel mondo reale.Reporterre – Questa mobilitazione si inserisce nel pieno di un movimento che coinvolge liceali e studenti. È possibile ipotizzare una convergenza delle lotte?
Manuel Cervera-Marzal – Siamo di fronte a una sovrapposizione di crisi e contestazioni, che apre effettivamente alla possibilità di una sincronizzazione e di un’articolazione tra le diverse lotte. Si creano dei punti di contatto: tra i licei d’élite dei quartieri bene di Parigi e quelli dei quartieri popolari, tra i giovani e i “Gilet gialli”, e così via.
Vi leggo una crescita della coscienza politica nelle nuove generazioni. Questi studenti e liceali – che ci sono stati ripetutamente descritti come dei “cretini digitali” – si trovano in realtà all’avanguardia, ben più avanti rispetto alle nostre generazioni in termini di consapevolezza politica, sociale ed ecologista. Avanzano rivendicazioni giuste e si mobilitano in modo più efficace. Si può parlare di convergenza? Legato al movimento altermondialista degli anni 2000-2010, questo termine è oggi meno in voga. Esso veicola l’idea di un allineamento piuttosto verticale: tutti si mettono in fila dietro un obiettivo comune, con una sorta di gerarchizzazione delle priorità.
Oggi si parla piuttosto di «coalizione arcobaleno»; si ragiona in termini di articolazione e intersezionalità. Si tratta di costruire cooperazioni puntuali ed efficaci tra diverse lotte. L’abbandono del paradigma della «convergenza» va di pari passo con l’emergere di nuove battaglie — contro l’adultismo, lo specismo, il validismo — che impongono di concepire un approccio più plurale.Reporterre – Questa «esplosione» di rabbia (vigili del fuoco, dipendenti pubblici, studenti delle superiori, ecologisti, ecc.) avviene a soli sei mesi dalle elezioni presidenziali. Quali potrebbero essere le ripercussioni di un tale movimento sulle elezioni?
Manuel Cervera-Marzal – Mi stupisce molto vedere mobilitazioni di questo tipo all’avvicinarsi di una scadenza elettorale. Solitamente, in questi periodi prevale una sorta di atteggiamento attendista. Del resto, la maggior parte delle organizzazioni sindacali mantiene una posizione prudente; per il momento, hanno lanciato un appello per una mobilitazione nazionale il 5 novembre, una data ancora molto lontana!
«La destra e l’estrema destra sono nel panico»
Detto ciò, il fatto che manchino sei mesi alle presidenziali non significa che il governo resterà immobile. Tutto dipende dai rapporti di forza, che variano in base al numero di persone in piazza e al tipo di azioni intraprese.
Ciò dimostra chiaramente che le persone si stanno mobilitando senza attendere un «salvatore supremo», né i partiti politici, né i sindacati. Sono consapevoli che i problemi potranno essere risolti solo attraverso l’azione diretta. Se non vogliamo che la nostra foresta venga rasa al suolo, la occupiamo; se vogliamo licei ristrutturati, li blocchiamo.
D’altro canto, sebbene La France insoumise non abbia alcun ruolo nell’organizzazione del movimento — non trattandosi di un partito di massa in grado di promuovere, di per sé, mobilitazioni di tale portata su tutto il territorio nazionale —, è evidente che questa mobilitazione di studenti e liceali — così come, forse, quella del 17 ottobre — rappresenti una manna dal cielo per Mélenchon e per la sinistra in generale.