Gioco, corpi e politica nelle aura battle
Riprendiamo da Effimera.org – in versione esemplificata – l’interessante
articolo di Francesco Demitry sulle originali pratiche di comunicazione e di
lotta che si sono registrate nelle grani manifestazioni studentesche dilaganti
nelle città d’oltralpe e che non sembrano arrestarsi anche di fronte alla dura
azione repressiva delle forze di polizia[accì]
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Da qualche tempo, sui social e poi sempre più spesso nello spazio fisico, si
parla di aura (aura points, aura farming, fino alle aura battle): due persone al
centro di un cerchio cercano di imporsi attraverso pose, gesti, sguardi,
movimenti, mentre il pubblico decide chi possiede più aura. È facile sorriderne.
È quasi inevitabile che chi è cresciuto prima dei social, o anche soltanto prima
di TikTok, sia tentato di vedere in tutto questo una nuova forma di narcisismo o
una gara di vanità o ancora il sintomo di una generazione costretta a
trasformarsi continuamente in immagine.
Ma proprio qui comincia il problema, anche perché questa pratica sta dilagando
come un virus in tutte le proteste studentesche che stanno attraversando la
Francia in questi giorni.
Le prime domande da porsi, per affrontare la questione, sono forse queste: come
parlare di queste pratiche senza assumere automaticamente lo sguardo
paternalistico dell’adulto che spiega ai giovani che cosa stanno davvero
facendo? e come osservarle senza trasformarle nell’ennesima prova della
degenerazione della società o, al contrario, in una nuova forma di autenticità
generazionale che noi adulti non sapremmo più comprendere?
Anch’io, inizialmente, ho guardato queste scene con una certa diffidenza. Poi,
confrontandomi e osservandole, mi sono sempre più convinto che valesse la pena
approfondire la questione senza fermarmi alla superficie. Così mi sono detto che
forse bisogna partire da una cosa molto semplice: guardarli gioire. Non per
idealizzare quella gioia, ma per non perderne la realtà. C’è anche, ed è
evidente, qualcosa di piacevole, di liberatorio e perfino di esilarante in
queste scene. Gli studenti si muovono, si espongono, si imitano e si sfidano
mentre il pubblico ride, urla e, in qualche modo, partecipa. In mezzo alla
produzione incessante di contenuti digitali compare una cosa sorprendentemente
antica: un gruppo di persone che si raccoglie attorno a due corpi e attribuisce
insieme un valore a ciò che accade. E lo fa dal vivo.
Ma forse dovremmo guardare a quello che succede quando si forma il cerchio e
questa pratica si produce. Per qualche minuto, un cortile, una piazza, una
strada, o un corteo, comincia a funzionare diversamente: c’è un centro in cui ci
si espone, un bordo da cui si guarda, si ride, si incita; qualcuno entra,
qualcun altro torna tra gli altri. Lo spazio non viene semplicemente occupato,
ma nemmeno sottratto magicamente ai rapporti di potere che lo attraversano.
Qualcosa però cambia: il modo di usarlo, le relazioni che vi si stabiliscono e
le possibilità di apparire e di partecipare. E qui Lefebvre può essere d’aiuto:
non perché il cerchio produca di per sé uno spazio liberato o differenziale, ma
perché permette di interrogare la tensione fra l’organizzazione dello spazio e
gli usi che le persone ne fanno. Sono usi che possono riprodurre le relazioni
esistenti, ma anche modificarle, piegarle ed aprire possibilità impreviste. Gli
utenti non sono semplicemente gli occupanti di uno spazio organizzato da altri:
contribuiscono a produrlo, senza per questo controllarlo interamente. Lo spazio
(sociale) è un prodotto (sociale)! E qui la questione dello spazio incontra
quella della performance: il gesto non esprime soltanto una qualità individuale,
ma acquista efficacia attraverso i corpi che lo guardano, lo riconoscono, lo
deridono o lo rilanciano. Il cerchio non è soltanto il luogo in cui la scena
avviene; è parte di ciò che la rende possibile.
Forse dovremmo stare attenti anche a non psicologizzare troppo rapidamente tutto
questo. Se diciamo che questi ragazzi fanno questa pratica perché hanno bisogno
di attenzione, di riconoscimento o di autostima, abbiamo già deciso che dietro
c’è una mancanza che dobbiamo spiegare. Forse qui vediamo anche un’eccedenza:
una quantità di energia, di gioco, di imitazione, di esposizione e di desiderio
di stare insieme che cerca semplicemente un modo per comporsi. Non possiamo
chiederci che cosa manca a questi ragazzi, senza domandarci che cosa sono capaci
di fare insieme.
Il fatto però che una pratica produca gioia non significa che debba essere
sottratta alla critica. Ho pensato che forse bisogna provare a tenere insieme
entrambe le cose: la gioia e la contraddizione.
L’aura sembra essere anzitutto una proprietà individuale, poiché è qualcosa che
uno possiede mentre l’altro no. È interessante, inoltre, che una parola come
aura sia riemersa in un uso popolare, entrando nel linguaggio quotidiano
attraverso i codici dei social e dei video brevi. La parola evoca qualcosa di
impalpabile, una presenza, un alone di carisma che sembra distinguere una
persona dalle altre. Eppure, nel gioco, questa qualità viene immediatamente
profanata: diventa un punteggio, qualcosa che si può accumulare, perdere o
attribuire a qualcun altro. Ma forse non perde del tutto il proprio carattere
enigmatico. Anche quando viene tradotta in una misura, l’effetto di un gesto
continua a dipendere da qualcosa che non si lascia misurare interamente. Il
gioco desacralizza l’aura e, nello stesso momento, la rimette in circolazione.
Il soggetto sembra così diventare una piccola impresa di se stesso: lavora e
guadagna (punti) attraverso il corpo, la postura, la voce, il movimento e il
modo di apparire. L’aura farming sembra la forma più ironica e compiuta di
questo lavoro.
Ma c’è subito un paradosso: l’aura non può essere posseduta individualmente
perché esiste solo attraverso gli altri. Non basta sentirsi carismatici:
qualcuno deve riconoscerlo. Un po’ come avviene coi like sui social, o su altre
piattaforme. Un gesto funziona soltanto se esiste un linguaggio comune capace di
leggerlo. Una posa può produrre aura in una situazione e imbarazzo in un’altra.
L’aura, così, non è una cosa che sta dentro il soggetto, ma ciò che emerge fra
il soggetto, gli altri, lo spazio e i codici che si condividono.
Per questo la battle in sé è più interessante dell’aura farming. La gara rende
visibile la relazione che normalmente resta nascosta, ma ci obbliga anche a
chiederci come siano organizzate le condizioni del riconoscimento. Chi può
occupare il centro del cerchio?, i protagonisti si propongono spontaneamente o
vengono chiamati?, chi decide chi può partecipare e secondo quali regole?, quali
gesti, quali immaginari, quali modi di esibirsi attirano più partecipazione
degli altri?. Sono domande apparentemente semplici, ma non secondarie: il gioco
non si svolge in uno spazio privo di regole, e anche quando le regole non
vengono dichiarate apertamente qualcuno può imparare a usarle meglio di altri.
Chi riesce a sostenere lo sguardo?, chi riesce a trasformare il proprio gesto
individuale in entusiasmo collettivo?, chi viene riconosciuto come portatore di
forza? – tutte questioni che riguardano anche la politica nel senso più
classico: chi può apparire, chi ha diritto a essere visto, chi riesce a far sì
che un gesto individuale diventi un segno capace di muovere altri corpi? Per
comprendere davvero il fenomeno, però, bisognerebbe osservare anche le
differenze tra le diverse situazioni: non dare per scontato che tutte le battle
funzionino nello stesso modo, che tutti i partecipanti siano mossi dalle stesse
ragioni o che ogni forma di esibizione venga accolta allo stesso modo.
Redazione Italia