Continueranno a sognare i ragazzi di Ceuta. Noi no

Comune-info - Thursday, October 15, 2026
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Spesso certe notizie scompaiono dai nostri radar, ma la gente implicata, no. A Ceuta ci sono tanti ragazzi che aspettano ancora tra cartoni e coperte improvvisate delle soluzioni. Arrivano dal Marocco e, come tutti i ragazzi del mondo, hanno un’idea abbastanza precisa di ciò che vorrebbero diventare. Youssuf sogna di fare il barbiere, Mohamed il calciatore, Omar di aprire un bar. Non hanno smesso di immaginare un futuro diverso da quello che è capitato loro in sorte, continueranno comunque a sognare quei ragazzi.

A pochi passi da dove si trovano c’è l’Europa. Da una parte una promessa di opportunità, libertà e benessere; dall’altra una frontiera che li respinge. Ma a Ceuta i loro destini si risolvono nello spazio di una notte. Racconta Claudio Fava su Domani: “Duemila baracche tirate su nella spiaggia di Benitez, poi, all’alba, non c’è più nulla: sono venuti a prenderli di notte, hanno fatto un rapido triage, asilo umanitario per nessuno, tutti espulsi. Se vanno via con le buone, potranno riprovarci. Altrimenti resteranno fuori dall’Europa per i prossimi cinque anni”.

Siamo in Spagna, oltretutto una Spagna con un governo di sinistra, ma è così in tutta Europa dove le destre stanno prendendo il sopravvento e dettano le regole. Nelle piazze di tutta Europa aumentano i consensi grazie al loro programma, forte, sintetico, efficace: remigrazione. E lo sanno molto bene, con quel semplice slogan guadagnano voti.

Negli ultimi anni abbiamo imparato a ripetere che non possiamo accogliere tutti. È una constatazione che, in alcuni casi, contiene una parte di verità. Ma troppo spesso è diventata anche il modo per interrompere ogni altra domanda. Come se le disuguaglianze globali, il colonialismo, le guerre, lo sfruttamento economico, le frontiere e la sorte di chi nasce dalla parte sbagliata del mare fossero fenomeni naturali, sottratti alla responsabilità umana. È qui che si è consumato uno slittamento più profondo. Abbiamo progressivamente smesso di chiederci come trasformare ciò che appare ingiusto e abbiamo iniziato a chiederci soltanto come difendere ciò che possediamo. Il valore delle cose sembra misurarsi sempre più in termini di sicurezza, proprietà, protezione del proprio benessere. Ciò che non rientra in questo perimetro perde consistenza morale. La cura, la giustizia, l’attenzione verso chi resta indietro vengono percepite come esigenze secondarie, quasi un lusso da concedersi soltanto quando tutto il resto è garantito.

Se la derisione del più debole diventa linguaggio comune

L’indifferenza, del resto, raramente nasce da una scelta deliberata. Cresce poco alla volta. Si insinua nelle abitudini, nei gesti quotidiani, nel modo in cui impariamo a convivere con la sofferenza senza più lasciarcene toccare. Accade quando il dolore degli altri diventa parte del paesaggio. Oggi, però, sembra emergere qualcosa di ancora più inquietante. Per molto tempo l’indifferenza ha assunto soprattutto la forma del voltarsi dall’altra parte. Ora, sempre più spesso, non basta più ignorare. Assistiamo a una trasformazione culturale che premia l’ostentazione della durezza. Il rifiuto diventa spettacolo. La derisione del più debole diventa linguaggio comune. L’empatia viene liquidata come ingenuità o debolezza, mentre il disprezzo si presenta come realismo, lucidità, buon senso. Non siamo soltanto di fronte a una società stanca. Siamo di fronte a una società che rischia di fare dell’incattivimento un’identità.

Questo cambiamento non resta confinato ai comportamenti individuali. Entra nel discorso pubblico, diventa linguaggio politico e cerca consenso. In Italia lo vediamo chi governa trasforma l’espulsione e il respingimento in una promessa di risanamento, ma anche nella retorica che presenta la difesa dei confini e dell’identità nazionale come risposta privilegiata alle inquietudini sociali. Lo vediamo nelle parole di Vannacci, Salvini e Meloni, pur con ruoli, posizioni e responsabilità politiche differenti. E lo ritroviamo, in forme proprie di ciascun Paese, nella crescita e nella legittimazione delle destre nazionaliste in Francia e in Germania.

Non si tratta di mettere sullo stesso piano situazioni diverse, né di liquidare come irrazionale ogni preoccupazione legata alle migrazioni. La questione è un’altra: che cosa accade quando la paura viene alimentata, quando lo straniero viene rappresentato prima di tutto come una minaccia e quando il rifiuto viene presentato come una prova di coraggio? Che cosa accade quando la durezza non è più qualcosa di cui vergognarsi, ma diventa un segno di appartenenza, una qualità da esibire, persino una ragione per sentirsi migliori?

I leader politici non si limitano a raccogliere le paure che attraversano una società. Con le parole che scelgono contribuiscono anche a orientarle, a dare loro una direzione, a stabilire chi merita protezione e chi può essere lasciato fuori. Per questo il linguaggio non è mai irrilevante: ciò che viene ripetuto, legittimato e trasformato in senso comune finisce per modificare anche il confine di ciò che siamo disposti ad accettare. Ed è questo il passaggio più pericoloso. Non quando smettiamo di vedere il dolore, ma quando iniziamo a rivendicare come un valore la nostra capacità di restarne immuni. Non quando la sofferenza altrui ci lascia indifferenti, ma quando la utilizziamo per rafforzare il senso di appartenenza a un gruppo, a una comunità, a una visione del mondo. Quando il benessere dei nostri viene contrapposto a quello degli altri, come se la dignità fosse una risorsa limitata e riconoscerla a qualcuno significasse sottrarla a qualcun altro.

Abbiamo smesso di immaginare

Vale allora la pena fermarsi e domandarsi: è davvero questo il futuro che desideriamo? Una società nella quale il benessere di alcuni richiede l’impoverimento morale di tutti? Una società che considera la durezza una virtù e la compassione una colpa? Una società nella quale si può ottenere consenso non mostrando la capacità di affrontare i problemi, ma indicando qualcuno da respingere e convincendoci che la sua esclusione ci renderà più sicuri?

Abbiamo smesso di immaginare, di visualizzare un mondo in cui sia non accettabile il sacrificio di alcuni a beneficio di altri. Ricominciare a immaginare non significa inseguire un’utopia o negare i limiti della realtà. Significa rifiutare l’idea che il presente coincida con il destino. Significa ricordare che ciò che oggi appare inevitabile è quasi sempre il risultato di scelte, rapporti di forza, decisioni politiche e culture condivise. E che, proprio per questo, può essere messo in discussione. Immaginare un futuro diverso significa anche non accettare che le nostre paure diventino l’unico criterio con cui guardare il mondo. Significa provare a distinguere la necessità di affrontare problemi concreti dalla tentazione di trovare qualcuno su cui scaricarli. Significa non rinunciare alla domanda su quale società vogliamo costruire, anche quando le risposte sono difficili e nessuna soluzione è semplice.

I ragazzi di Ceuta continuano ad aspettare tra i cartoni, aggrappati ai loro progetti e alle loro speranze. Forse la domanda che ci pongono non riguarda soltanto il loro futuro. Riguarda il nostro. Perché una società smette davvero di immaginare quando non riesce più a vedere alternative all’ingiustizia. E diventa più povera ancora quando, per sentirsi al sicuro, non si limita a respingere l’altro, ma sente il bisogno di disprezzarlo, fino a fare di quel disprezzo una ragione di orgoglio. Intorno a loro si consuma una discussione che conosciamo bene: c’è chi li considera un problema da contenere e chi vede prima di tutto delle persone da aiutare. Di fronte alla stessa realtà si aprono letture opposte. Da una parte la paura, dall’altra il riconoscimento.

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