La Spagna va al voto con le strade in fermento per il diritto alla casaL’anticipo delle elezioni – che si sarebbero dovute tenere nel 2027 – è stata
l’ennesima mossa del cavallo della carriera di Pedro Sánchez che verrà
ricordato, tra le altre cose, sicuramente per il suo opportunismo e la capacità
di cadere sempre in piedi, contro ogni pronostico: così andò nel 2023, sempre
con elezioni anticipate e prima ancora contro le cospirazioni interne al suo
stesso partito per escluderlo dalla leadership.
Fino a poco tempo fa si parlava di un governo in agonia, senza maggioranza
parlamentare e che da tre anni non riusciva ad approvare la legge di bilancio
statale. Un governo costantemente sotto il fuoco incrociato della destra
politica e giudiziaria e campagne di lawfare, nonché indebolito dai casi di
corruzione ai vertici del PSOE. Soprattutto, un Sánchez incapace di determinare
il discorso politico pubblico, in particolare dopo la tragedia di Ceuta: gestita
in maniera fallimentare come problema di ordine pubblico e sicurezza nazionale,
invece che come crisi umanitaria, il governo ha prestato il fianco alla retorica
xenofoba della destra.
Non è bastato nemmeno l’appoggio di Sánchez alla causa palestinese e le frizioni
con Israele: sicuramente sono state le posizioni più coraggiose tra i partiti
socialdemocratici europei ostaggi di correnti filosioniste, ma hanno avuto
risalto soprattutto all’estero.
Invece il tanto decantato miracolo economico spagnolo è rimasto limitato alla
crescita del PIL, a cui non sono seguite misure realmente redistributive e che
non è bastato a contrastare l’aumento dell’inflazione, che è più alta della
media europea.
Per cambiare il quadro è servita l’irruzione nel discorso politico dei movimenti
sociali in difesa del diritto alla casa. Per gli Spagnoli l’accesso alla casa è
il problema che più li preoccupa, prima ancora della crisi economica e
l’immigrazione. Una volta scadute e non rinnovate le misure d’emergenza
pianificate durante la pandemia, in particolare la moratoria degli sfratti, solo
il paziente lavoro quotidiano dei sindacati degli inquilini, fatto di picchetti
e supporto legale, ha evitato la totale espulsione delle classi popolari dai
quartieri gentrificati.
A settembre, lo sfratto violento e la successiva morte in ospedale di Maricarmen
Abascal, la donna madrilena ottantasettenne e in difficili condizioni di salute,
è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso e che ha portato in
piazza centinaia di migliaia di persone in tutto il Paese.
Il fatto che queste mobilitazioni possano avvantaggiare i socialisti alle
elezioni è un paradosso, se pensiamo che il PSOE è stato sempre difensore del
primato del libero uso della proprietà privata della casa sopra ogni
regolamentazione e ha fatto da tappo per una riforma strutturale del mercato
degli affitti. Ma nella concitazione del picco delle proteste, il governo non ha
esitato a proporre due decreti legge per venire incontro ai movimenti. Erano due
decreti di diverso tenore: il primo, moderato ed emergenziale, puntava a un
ulteriore blocco degli sfratti senza alternativa, esenzioni fiscali ai
proprietari in cambio della riduzione degli affitti, prestiti a tasso zero
garantiti dallo stato per l’acquisto della prima casa; il secondo proponeva gli
affitti a tempo indeterminato.
Il primo avrebbe avuto una maggioranza parlamentare – così si diceva – mentre il
secondo andava incontro a bocciatura sicura perché non sufficientemente
negoziato col parlamento. La sorpresa del voto contrario della destra
catalanista anche al primo decreto ha fatto naufragare la proposta ed è in
questo momento che il PSOE ha deciso che era arrivato il momento di sciogliere
le camere e andare a elezioni, con la forza dell’ “almeno ci abbiamo provato”.
In effetti, non è chiaro quanto davvero avessero voluto provarci, visto che
pochi mesi prima una legge simile fu proposta dall’ala sinistra del governo
(Sumar) e fu bocciata dagli stessi socialisti, come tante altre proposte
analoghe precedenti. Mesi prima non c’era un movimento sociale a fare pressione,
ma si sarebbero potuti evitare tanti sfratti e la morte di Maricarmen.
> La campagna elettorale improvvisa mette i movimenti di lotta per la casa in
> una posizione complicata: da un lato, le loro rivendicazioni sono radicali e
> strutturali, difficilmente ricevibili dai socialisti; dall’altro, la paura di
> un governo di estrema destra rende complicato mantenersi neutrali.
In altre parole, le elezioni anticipate hanno smorzato sul nascere un conflitto
che avrebbe indebolito innanzitutto il governo, e hanno costretto il movimento a
ragionare a breve termine. A queste difficoltà si aggiunge la totale
frammentazione dei partiti alla sinistra del PSOE: Sumar, alleanza di partiti
con Ada Colau capolista, e Podemos sono ai ferri corti e andranno separati in
praticamente tutti i collegi, giustificando gli appelli al voto utile per i
socialisti. D’altro canto, non sarà facile per le destre appropriarsi di questo
tema, PP e VOX sono piegate su posizioni trumpiste e neoliberiste e l’unico loro
jolly a disposizione sarà indicare i migranti come responsabili del caro affitti
(ed è da vedere se questa retorica possa far presa sull’elettorato in così poco
tempo). A vantaggio delle destre c’è però l’estrema localizzazione all’ambito
metropolitano sia del problema della casa che delle proteste e quindi una Spagna
rurale che con tutta probabilità voterà maggioritariamente per loro.
> La speranza è che il caos venga risolto non in ambito parlamentare, ma
> dall’eccedenza dei movimenti. Lo sciopero generale dell’11 novembre, il primo
> dal 2012, sarà uno sciopero sociale difficile da confinare in un’ottica
> elettoralistica.
Sono passati quindici anni dalle acampadas del 2011, che portarono a una
primavera politica spagnola, a una prima rottura col regime del bipartito
PP-PSOE nato dalla transizione post-franchista e all’emergere di una nuova
generazione politica e di partiti come Podemos. Ora quel ciclo si sta chiudendo,
forse insieme a quegli stessi partiti. Intorno al diritto all’abitare si sta
ricomponendo quel movimento che negli ultimi anni è stato protagonista contro il
genocidio in Palestina e le lotte per il clima, aggiungendo una rivendicazione
materiale e di classe che tocca direttamente fasce di popolazione spesso escluse
dal dibattito politico, senza contare che da mesi sono in mobilitazioni anche
gli insegnanti delle scuole primarie e secondarie, il personale medico e, più
recentemente, gli studenti universitari.
Le contemporanee rivolte in Francia e Italia echeggiano anche in Spagna, in
analogia con le primavere arabe e i movimenti europei che nel 2011 fecero da
catalizzatore per gli indignados. I presupposti ci sono tutti per una riedizione
di quegli eventi, con una differenza sostanziale: se in passato le richieste
erano più democrazia e meno corruzione, ora si punta al cuore del regime
capitalista e di guerra, data l’evidente impossibilità di conciliarlo con nuove
politiche di welfare.
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