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Prigionieri del gas
La guerra scatenata da Trump e Netanyahu contro l’Iran ha provocato, come era prevedibile, uno shock energetico con ripercussioni a livello globale. A pagarne direttamente le conseguenze sono famiglie e imprese che hanno visto schizzare in alto il costo delle bollette. La nuova crisi energetica, la più grave degli ultimi 40 anni secondo l’AD di Eni Claudio Descalzi, impone una riflessione sul perché l’Italia è tra i Paesi più colpiti in Europa. Quasi tutti gli analisti sono d’accordo (tranne il solito Tabarelli, sempre più schiacciato sulle posizioni di Eni e Snam) nell’attribuirne la causa all’eccessiva dipendenza dell’Italia dalle fonti fossili e in particolare dal gas. Il problema che l’Italia ha di fronte non è la carenza di infrastrutture, che anzi sono in eccesso, ma la difficoltà a reperire la materia prima. Tant’è che Giorgia Meloni è volata in Algeria e Qatar per cercare nuovi acquisti di gas e Descalzi, a sorpresa, nei giorni scorsi ha chiesto di sospendere il bando sui contratti di GNL (gas naturale liquefatto) con la Russia, deciso dall’Unione Europea a partire dal 1° gennaio 2027. L’uscita di Descalzi, che ha creato imbarazzo nel Governo, ha messo a nudo una realtà da sempre sottaciuta: l’Italia è nella trappola delle fonti fossili e non solo non vuole uscirne ma continua addirittura ad investire risorse per rendere ancora più stringente la morsa di questa trappola. L’esempio virtuoso, diametralmente opposto a quello dell’Italia, ci viene dalla Spagna. Il governo Sanchez negli ultimi anni ha investito molto nello sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili (solare, eolico e idroelettrico) al punto che oggi nel Paese iberico il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica è mediamente il 50 per cento inferiore rispetto all’Italia. Perché? La risposta sta nel fatto che i Paesi che dipendono di meno dalla generazione elettrica tramite gas sono meno colpiti dall’aumento dei costi dell’elettricità. A decidere sono soprattutto i picchi di prezzo nelle ore di punta della sera e del mattino. Spiega Ember, il think tank energetico indipendente, nel suo ultimo rapporto economico: “l’Italia rimane il Paese più esposto, con le centrali a gas che determinano il costo dell’elettricità nell’89 per cento delle ore nel 2026. Al contrario la Spagna ha raggiunto un disaccoppiamento strutturale, con il gas che influenza i prezzi solo nel 15 per cento delle ore grazie all’elevata penetrazione delle energie rinnovabili”. Facendo un confronto tra Spagna e Italia vediamo infatti che nel mix energetico la Spagna copre il fabbisogno di elettricità con il 56 per cento di rinnovabili, 25 per cento gas e 19 per cento nucleare. In Italia, invece, il gas incide per circa il 50 per cento, 34 per cento le rinnovabili, 13 per cento l’import dall’estero e 3 per cento il carbone. Per quanto riguarda l’apporto del nucleare, che attualmente contribuisce a tenere basso il prezzo dell’elettricità, il Governo spagnolo ha deciso di chiudere entro il 2035 le cinque centrali oggi attive e di puntare tutto sull’ulteriore sviluppo delle energie rinnovabili e sugli accumuli. Al contrario il Governo italiano – prima con Draghi e poi con Meloni –, prendendo come pretesto la guerra della Russia contro l’Ucraina, a partire dal 2022 ha varato un paradossale programma di sviluppo delle infrastrutture metanifere che mira ad aumentare di molto la dipendenza dell’Italia dal gas. Con grande soddisfazione, per l’incremento dei loro profitti, da parte delle multinazionali del fossile, in prima fila Eni e Snam. In questo programma, in parte già realizzato, rientrano i due nuovi rigassificatori di GNL a Piombino e Ravenna; il grande metanodotto Linea Adriatica di 425 km da Sulmona a Minerbio (BO) con nuova centrale di compressione a Sulmona; il raddoppio del Tap dall’Azerbaigian; il nuovo metanodotto EastMed – Poseidon da Israele; tre nuovi rigassificatori a sud: Gioia Tauro, Porto Empedocle e Taranto; la metanizzazione della Sardegna. Il Governo Meloni, inoltre, ha deciso di rimandare al 2038 la chiusura delle centrali a carbone, impianti fossili che hanno effetti climalteranti maggiori rispetto al metano. In più ha intrapreso la strada di un costoso e futuribile ritorno al nucleare, mentre resta ancora irrisolto il problema delle scorie delle centrali chiuse 40 anni fa, e mentre altri Paesi europei hanno deciso di dismetterlo.  Oggi l’Italia consuma 63 miliardi di metri cubi di gas, e va detto che tutti gli impianti risultano sottoutilizzati in quanto la capacità tecnica di importazione dall’estero (metanodotti e rigassificatori) supera i 100 miliardi di metri cubi. E questo escludendo le forniture dalla Russia. Qualora tutti i progetti in programma dovessero essere realizzati il nostro Paese avrebbe una disponibilità potenziale di gas superiore a 150 miliardi di metri cubi.  Se, finita la guerra in Ucraina, tornassimo al gas russo, la disponibilità tecnica salirebbe a 190 miliardi di metri cubi. Mentre i consumi al 2030 – ma probabilmente anche prima – scenderanno a meno di 60 miliardi, come prevede l’obiettivo del Pniec (piano nazionale energia e clima) e anche per rispettare il target di riduzione del 55 per cento di CO2 al 2030 fissato dall’UE. Questo esorbitante gap tra infrastrutture e consumi comporterà quattro pesanti conseguenze. In primo luogo, il costo dell’energia in Italia continuerà a dipendere dal gas con forti riflessi negativi sulle bollette.  In secondo luogo, le enormi somme investite nelle nuove infrastrutture, data la loro inutilità, diventeranno improduttive, ma dovranno comunque essere ammortizzate per i prossimi 40/50 anni, contribuendo così ad un ulteriore aumento del costo delle bollette.  In terzo luogo, le risorse spese per i nuovi impianti saranno sottratte allo sviluppo delle fonti pulite e rinnovabili che invece rappresentano l’unica strada virtuosa da percorrere.  Infine, questa folle bulimia fossile avrà come conseguenza un ulteriore peggioramento della crisi climatica e quindi un aumento degli eventi estremi con il suo inevitabile costo in termini di sfascio del territorio e di perdita di vite umane. Non c’è che dire. E’ proprio un bel frutto avvelenato che il nostro Governo sta facendo crescere per farlo digerire ai cittadini italiani e soprattutto alle future generazioni.                                                                                          Mario Pizzola
April 17, 2026
Pressenza
Riflessioni sulla crisi energetica
articoli di Nicolas Lozito, Gianluca Ruggieri, Stefania Del Bianco e delle redazioni di Kenergia e QualEnergia. A seguire notizie sulle conseguenze del blocco di Hormuz.   In questa piccola rassegna di articoli non troverete necessariamente posizioni politiche; tuttavia ci sono contenuti utili per farsi un quadro dello stato dell’arte e qualche esempio sul quale riflettere.   Miracolo spagnolo? di Nicolas
Gli aerei militari statunitensi non possono più sorvolare la Spagna
È quanto ha deciso ieri il governo spagnolo. Ovviamente i principali media non ne parlano. Gli aerei statunitensi che intendono partecipare alla guerra contro l’Iran partendo dall’Inghilterra o dalla Francia dovranno in futuro aggirare lo spazio aereo spagnolo. La ministra della Difesa spagnola Margarita Robles ha dichiarato che la Spagna non intende sostenere questa guerra contraria al diritto internazionale. Già all’inizio di marzo il governo Sánchez aveva vietato agli Stati Uniti di utilizzare le loro basi andaluse di Rota e Morón per attacchi o supporto logistico nella guerra contro l’Iran. Di conseguenza, gli Stati Uniti hanno trasferito i loro aerei soprattutto alla base statunitense di Ramstein in Germania. Mentre il telegiornale dell’ARD (radiotelevisione tedesca) ha riportato ieri la decisione del governo spagnolo, questa informazione mancava nel telegiornale della SRF (TV svizzera). Dalla banca dati dei media SMD risulta che oggi anche la «NZZ», il «Tages-Anzeiger» e altri media svizzeri tacciono sulla decisione spagnola. Ciò è tanto più evidente in quanto l’agenzia di stampa SDA aveva già diffuso ieri mattina la notizia «La Spagna chiude lo spazio aereo agli aerei militari nella guerra in Iran». Anziché riferire in primo luogo quanto viene effettivamente deciso o che è realmente accaduto, i grandi media riportano principalmente ciò che i politici delle parti in conflitto raccontano al pubblico. Sebbene sia importante anche sapere questo, è molto più rilevante ciò che viene effettivamente deciso e ciò che accade realmente, nonché il contesto militare, economico e culturale che ne sta alla base. La Spagna è uno dei pochi paesi occidentali che prende sul serio la violazione del diritto internazionale da parte di Israele e degli Stati Uniti e agisce di conseguenza – anche a rischio di elevati dazi statunitensi. «OPERAZIONE EPIC FURY» O «GUERRA DI AGGRESSIONE» I grandi media scrivono e parlano – giustamente – sempre della «guerra di aggressione russa». Tuttavia, per l’attacco di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran, che viola il diritto internazionale, evitano questo termine. Il redattore della «NZZ» Georg Häsler, che ricopre anche la carica di colonnello di milizia dell’esercito svizzero, non definisce questa guerra come una guerra di aggressione, ma scrive anche oggi dell’«Operazione ‹Epic Fury›» – questo termine statunitense è analogo al concetto di «operazione militare speciale» dei russi. Il capo di Häsler, Eric Gujer, non ha una grande considerazione del diritto internazionale e ha affermato: «Dobbiamo aspettare che un regime aggressivo superi una soglia evidente – o è legittimo agire in anticipo?» In realtà, né gli Stati Uniti né Israele erano minacciati militarmente in modo diretto dall’Iran – gli impianti nucleari erano stati addirittura bombardati in precedenza – né la Russia era minacciata direttamente dalla NATO in Ucraina. Entrambe le guerre violano il diritto internazionale e sono quindi guerre di aggressione. RISCHIOSO, POSSIBILE O IMPOSSIBILE? Le varie testate del gruppo editoriale svizzero Tamedia trattano oggi l’eventuale attacco all’isola petrolifera iraniana di Kargh e titolano: «Un’offensiva terrestre degli Stati Uniti è rischiosa, ma non impossibile». Non si parla di un attacco contrario al diritto internazionale. Persino le voci che si impegnano almeno a favore del diritto internazionale umanitario trovano raramente spazio nei media svizzeri – la Svizzera è Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra. Come ha dichiarato il 29 marzo Mirjana Spojaric Egger, presidente del CICR, sui giornali Tamedia: «Affermazioni come “Attaccheremo su vasta scala le infrastrutture energetiche o gli impianti di desalinizzazione” non sono compatibili con il diritto internazionale umanitario. Chi attacca le infrastrutture civili, muove guerra ai civili». -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. INFOsperber
March 31, 2026
Pressenza
Il no di Crosetto sull’uso delle basi agli USA. L’Italia s’è desta come Sanchez? Calma e gesso
Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, l’Italia nei giorni scorsi- per decisione personale del ministro della Difesa Crosetto – avrebbe negato agli Stati Uniti l’utilizzo della base militare di Sigonella. In particolare, il no del ministro della Difesa sarebbe arrivato quando si è appreso del piano di volo di […] L'articolo Il no di Crosetto sull’uso delle basi agli USA. L’Italia s’è desta come Sanchez? Calma e gesso su Contropiano.
March 31, 2026
Contropiano
IRAN: BOMBE SU TEHRAN, ESCALATION MILITARE E FRATTURE NELL’UNIONE EUROPEA. DIECI I PAESI COINVOLTI NEGLI ATTACCHI
Ancora bombe, senza soluzione di continuità, sull’Iran. Decine gli attacchi, incessanti, condotti sia dagli Stati Uniti sia da Israele. Uno dei raid ha colpito il palazzo dove era riunita l’Assemblea degli Esperti per eleggere la nuova Guida Suprema. La scelta, non ufficializzata, sarebbe ricaduta su Mojtaba Khamenei, 56 anni, figlio dell’ayatollah ucciso. Al suo fianco ciò che resta della vecchia guardia paterna, tra cui l’influente consigliere politico Mokhbar, che alla tv di Stato ha dichiarato: «L’Iran non ha intenzione di negoziare con gli Stati Uniti. Non abbiamo fiducia negli americani e non abbiamo basi per trattare. Possiamo continuare la guerra per tutto il tempo che vogliamo». Una linea di chiusura che, seppur specularmente, ricalca quella americana. Dal Comando Centrale Usa fanno sapere che sarebbero già 50 mila i soldati impegnati contro Teheran, con ulteriori rinforzi in arrivo. «Operazione senza precedenti: già 2 mila raid, il doppio rispetto al 2003 in Iraq», afferma il Pentagono. Un sottomarino statunitense avrebbe inoltre attaccato una nave iraniana al largo dello Sri Lanka: 78 i feriti soccorsi da Colombo, 101 i dispersi. Teheran replica bloccando lo Stretto di Hormuz e colpendo obiettivi israeliani e statunitensi nel Golfo. Dieci i Paesi coinvolti dagli attacchi: a fuoco il consolato a Dubai, missili sull’ambasciata a Riad, evacuazioni Usa in Oman, Cipro, Iraq, Bahrein, Giordania e Kuwait. Proprio in Kuwait – a poche decine di chilometri dall’Iran – una bambina di 11 anni è morta per le schegge di un drone abbattuto. Decine tra droni e missili iraniani sono caduti nelle ultime ore sul Paese, dove si trova anche personale dell’Aeronautica italiana nella base di Ali Al Salem. Il punto della situazione con Achille Lodovisi, ricercatore, studioso e autore di diversi libri e articoli sul tema bellico e degli armamenti. Ascolta o scarica. Non solo Iran. Le guerre e le aggressioni militari israelo-statunitensi nell’area,  puntano a elevare Israele a unica potenza egemone del Medio oriente. Che ruolo ha la Turchia, membro della Nato e alleata di Usa e Ue, in tutto questo? Ne parliamo con Murat Cinar, giornalista e nostro collaboratore. Ascolta o scarica. In Libano, Tel Aviv colpisce ripetutamente il sud del Paese e l’area orientale di Baalbek. Undici le vittime e decine i feriti solo dall’alba. Oltre 300 mila i civili in fuga davanti all’avanzata di F16 e carri armati israeliani, penetrati fino a sei chilometri oltre il vecchio confine. L’esercito israeliano intima ai civili di spostarsi a nord del fiume Litani, linea che storicamente rappresenta un obiettivo strategico per Israele. Nei Territori palestinesi, a Gaza ha riaperto parzialmente il valico di Kerem Shalom, mentre la carenza di farmaci, carburante e generi alimentari resta drammatica, con prezzi alle stelle. In Cisgiordania si moltiplicano raid e incursioni da Tubas a Salfit, da Jenin a Hebron. A Gerusalemme resta interdetto ai palestinesi l’accesso alla Moschea di Al Aqsa. A Betlemme decine di persone sono rimaste intossicate dai lacrimogeni lanciati durante le proteste. Sul fronte europeo, la Francia ha inviato nel Mediterraneo la portaerei nucleare Charles de Gaulle e rafforzato i propri assetti a Cipro. A Washington, il presidente Donald Trump ha incontrato il cancelliere tedesco Friedrich Merz, considerato tra i leader più allineati alle posizioni statunitensi e israeliane. Trump si è però scagliato contro Londra e Madrid per il rifiuto di concedere le basi militari per operazioni in Levante, minacciando di interrompere ogni relazione commerciale con la Spagna. «Non vogliamo averci nulla a che fare», ha dichiarato. La replica del premier spagnolo Pedro Sánchez è stata netta: “La posizione della Spagna si riassume in poche parole: no alla guerra“. Dal Palazzo della Moncloa, Sánchez ha rivendicato il rifiuto di autorizzare l’uso delle basi di Morón e Rota e si è detto «stupito» per quella che considera una mancata solidarietà di Berlino. Agli Stati Uniti ha rivolto un monito: «Spesso le grandi guerre scoppiano per una concatenazione di risposte che sfuggono di mano, errori di calcolo, guasti tecnici, eventi imprevisti. Dobbiamo imparare dalla storia e non giocare con il destino di milioni di persone». Trump ha inoltre criticato Madrid per il mancato aumento della spesa militare al 5% del Pil, senza ricordare che il raggiungimento dell’attuale soglia del 2% ha già comportato negli ultimi anni un raddoppio del bilancio della difesa spagnola. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Rolando D’Alessandro, compagno italiano che vive a Barcellona da oltre 40 anni. Ascolta o scarica. Sul fronte italiano, il governo mantiene un profilo prudente. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, di rientro da Dubai, ha parlato di «aiuto rapido ai Paesi del Golfo», ipotizzando l’invio di sistemi anti-drone e Samp-T, da definire con un eventuale decreto legge. Nulla ha detto, invece, sul ruolo strategico della Sicilia – tra il Muos di Niscemi e la base di Sigonella – nel supporto logistico alle operazioni statunitensi. Intanto, mentre le opposizioni chiedono alla premier Giorgia Meloni di riferire in Aula, governo, vertici militari e grandi gruppi energetici hanno già tenuto due riunioni d’urgenza: una sui circa 70 mila italiani presenti nell’area di crisi, l’altra sulla sicurezza energetica, con la partecipazione degli amministratori delegati di Eni e Snam. Sullo sfondo, i prezzi di petrolio e gas tornano a salire e l’inflazione – già oltre il 2% a febbraio – minaccia di aggravarsi sotto la spinta della nuova escalation. Mauro Antonelli, dell’Unione Nazionale Consumatori. Ascolta o scarica.
March 4, 2026
Radio Onda d`Urto
Trump minaccia lo stop al commercio con la Spagna, Merz gli dà corda
Il livello di prevaricazione della seconda amministrazione Trump, e quello di sudditanza delle classi dirigenti europee è stato confermato plasticamente dall’incontro che ieri il tycoon ha avuto col cancelliere tedesco Friedrich Merz. Al primo incontro ufficiale con un leader straniero dall’inizio dell’aggressione condotta insieme a Israele contro l’Iran, il presidente […] L'articolo Trump minaccia lo stop al commercio con la Spagna, Merz gli dà corda su Contropiano.
March 4, 2026
Contropiano
Mauritania, centri di detenzione per migranti e frontiere esternalizzate
La Spagna è un paese di grandi contrasti. Può sembrare una formula a effetto, quasi da slogan, ma osservando l’attuale scenario politico appare sorprendentemente aderente alla realtà. Da un lato, Madrid è tra i governi europei che più apertamente si discostano dalle tendenze politiche destrorse di molti paesi dell’Unione, dalla denuncia del genocidio in Palestina, a molte politiche sociali applicate nella penisola. Dall’altro, sulla questione migratoria, mostra una linea dura e ambigua, che in molti definiscono persino schizofrenica. Secondo la Real Academia Española, il termine “carcere” indica un luogo destinato alla reclusione dei detenuti e dovrebbe riferirsi a strutture penitenziarie operative sul territorio nazionale. Eppure, seguendo un modello già sperimentato dall’Italia, negli ultimi mesi la Spagna ha contribuito all’apertura di due nuovi centri per il rimpatrio dei migranti fuori dai propri confini, in Mauritania. Le strutture, ufficialmente presentate come centri di accoglienza temporanea, sono oggetto di dure critiche da parte di giornalisti e organizzazioni per i diritti umani, che le descrivono come veri e propri luoghi di privazione della libertà personale. Dal 17 ottobre scorso sono infatti operativi due centri: uno nella capitale Nouakchott e l’altro a Nouadhibou, snodo strategico della rotta migratoria atlantica verso le Canarie. I progetti sono stati sviluppati dalla Fundación para la Internacionalización de las Administraciones Públicas (FIAP), organismo legato al Ministero degli Esteri spagnolo. Secondo la documentazione tecnica, le strutture dispongono rispettivamente di oltre cento e circa ottanta posti, includendo anche culle per neonati. > Le autorità spagnole hanno indicato come modello i Centri di Attenzione > Temporanea per Stranieri delle Canarie, ma con una differenza sostanziale: in > Mauritania la detenzione può riguardare anche minori e lattanti se trattenuti > insieme ai familiari, pratica non consentita dalla normativa spagnola. Le opere sono state finanziate con fondi statali spagnoli e con risorse del Fondo fiduciario di emergenza dell’Unione Europea, nell’ambito di un programma di cooperazione di polizia denominato Associazione Operativa Congiunta. Il costo complessivo supera il milione di euro. Le procedure di assegnazione degli appalti sono state contestate da inchieste giornalistiche, che parlano di affidamenti senza gara pubblica; la FIAP ha replicato sostenendo che le aggiudicazioni sono avvenute attraverso procedure pubbliche previste per i contratti all’estero. La nascita di questi centri si inserisce nella più ampia strategia di esternalizzazione delle frontiere europee: invece di gestire direttamente gli arrivi sul territorio dell’Unione, si rafforza il controllo migratorio nei Paesi di transito o di partenza. In questo quadro, l’Unione Europea e il governo spagnolo hanno intensificato la cooperazione con la Mauritania, considerata un Paese chiave per bloccare le partenze dei cayucos diretti verso le Canarie. Già nel 2024 quindici governi europei avevano chiesto alla Commissione di replicare modelli di detenzione esterna simili a quello promosso dall’Italia in Albania. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha partecipato a missioni ufficiali nel Paese insieme al premier spagnolo Pedro Sánchez, annunciando pacchetti di sostegno economico per centinaia di milioni di euro destinati alle autorità mauritane. Il presidente Mohamed Ould El Ghazouani guida un sistema politico definito da numerose ONG come autoritario, elemento che accresce le preoccupazioni sulle garanzie offerte ai migranti trattenuti. Parallelamente alla costruzione dei centri, la cooperazione in materia di sicurezza è aumentata sensibilmente: trasferimenti di mezzi, droni, veicoli fuoristrada, tecnologie di sorveglianza e scambio di intelligence. Sul terreno operano stabilmente decine di agenti spagnoli appartenenti alla Guardia Civil, alla Policía Nacional e ai servizi informativi. > Diverse fonti locali descrivono un incremento delle retate contro persone > migranti, con controlli basati sul profilo etnico, irruzioni nelle abitazioni > e arresti senza mandato. Le persone fermate verrebbero private di documenti e > telefoni, trattenute per giorni in condizioni precarie e successivamente > trasferite verso zone remote. Uno degli aspetti più controversi riguarda il destino finale dei fermati. Inchieste giornalistiche internazionali e rapporti di organizzazioni per i diritti umani documentano pratiche di abbandono nel deserto, in aree di confine con il Mali caratterizzate da forte insicurezza e dalla presenza di gruppi jihadisti legati ad Al-Qaida nel Sahel. Tra i soggetti colpiti figurano potenziali richiedenti asilo in fuga da conflitti e persecuzioni politiche nell’Africa occidentale. Agenzie internazionali come Human Rights Watch, l’UNHCR e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni risultano informate di queste pratiche secondo documenti interni citati dalle inchieste. La FIAP afferma che i centri servono anche a identificare vittime di tratta, minori non accompagnati e persone vulnerabili, e che la permanenza massima prevista sarebbe di 72 ore. > Tuttavia, non sono stati resi pubblici protocolli dettagliati sui meccanismi > di controllo, sulle garanzie legali né su eventuali sistemi indipendenti di > monitoraggio contro maltrattamenti e torture. Le autorità mauritane, > interpellate in più occasioni, non hanno fornito chiarimenti sul trattamento > dei detenuti né sulla gestione concreta delle strutture. Ulteriori ombre emergono sul fronte degli appalti. Tra le imprese coinvolte figurano società di consulenza e costruzione attive anche in altri progetti di controllo delle frontiere. È citata anche TRAGSA, gruppo pubblico spagnolo che opera in ambiti infrastrutturali e ambientali e che negli ultimi anni ha ricevuto incarichi legati alle barriere di Ceuta e Melilla. La sua natura giuridica limita l’accesso pubblico ai dettagli contrattuali, riducendo la trasparenza su costi e procedure. Un caso emblematico è quello dell’ex-commissario mauritano Abdel Fattah, responsabile dell’ufficio contro il traffico di migranti e la tratta. Doveva partecipare all’inaugurazione dei centri, ma è stato rimosso dall’incarico dopo rivelazioni su presunte tangenti ricevute da trafficanti in cambio di informazioni scorrette fornite alle autorità spagnole. In precedenza era stato decorato dal ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska. Il procedimento giudiziario nei suoi confronti non risulta concluso con una condanna. > Il quadro che emerge è quello di una frontiera europea sempre più > delocalizzata, dove cooperazione allo sviluppo e cooperazione di polizia si > intrecciano con obiettivi di contenimento migratorio. I governi coinvolti presentano queste politiche come necessarie per contrastare le reti di traffico e ridurre le morti in mare. I critici replicano che la strategia sposta semplicemente il confine più a sud, aumentando il rischio di violazioni dei diritti fondamentali lontano dallo sguardo dell’opinione pubblica europea. Per l’opinione pubblica italiana il tema non è distante: modelli simili di esternalizzazione sono già oggetto di accordi e dibattito politico anche a livello nazionale. La questione centrale resta aperta: fino a che punto è legittimo delegare a Paesi terzi, con standard giuridici e democratici più deboli, la gestione della detenzione e del rimpatrio dei migranti? La risposta a questa domanda definirà il futuro delle politiche migratorie europee e il loro rapporto con i diritti umani. La copertina è di Jurgen via Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Mauritania, centri di detenzione per migranti e frontiere esternalizzate proviene da DINAMOpress.
March 3, 2026
DINAMOpress
Spagna, accordo PSOE-Podemos regolarizza 500mila migranti
Il governo spagnolo si prepara a dare il via a una delle più ampie operazioni di regolarizzazione amministrativa degli ultimi anni. Il PSOE [Partito socialista spagnolo, ndr] ha infatti raggiunto un accordo con Podemos per approvare, tramite Real Decreto, una misura che consentirà la messa in regola di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori migranti attualmente in condizione di irregolarità. Il provvedimento è stato esaminato dal Consiglio dei ministri nella seduta di martedì 27 gennaio e rappresenta, secondo il movimento Regularización Ya, «un passo decisivo verso il riconoscimento dei diritti di migliaia di persone migranti che già vivono e lavorano in Spagna». La misura risponde a una richiesta avanzata da anni dalla società civile e sostenuta da un’Iniziativa Legislativa Popolare (ILP) che ha raccolto oltre 700mila firme in tutto il Paese. Già nell’aprile del 2024 il Congresso dei Deputati aveva approvato l’avvio del dibattito parlamentare sull’ILP con una maggioranza schiacciante — 310 voti favorevoli e solo 33 contrari, espressi da Vox — ma l’iter era rimasto bloccato per mesi, anche a causa delle tensioni politiche e del clima di crescente retorica anti-migranti. Secondo le stime delle organizzazioni promotrici, la regolarizzazione potrebbe coinvolgere circa mezzo milione di persone. Il requisito principale sarà la dimostrazione di una permanenza continuativa in Spagna di almeno cinque mesi nel corso del 2025, al momento della presentazione della domanda. La residenza potrà essere provata non solo attraverso l’iscrizione di residenza all’anagrafe comunale (empadronamiento), ma anche mediante altri documenti ritenuti validi dall’amministrazione, come referti medici, contratti di fornitura elettrica, contratti di affitto o certificazioni di invio di denaro. Restano esplicitamente esclusi dalla misura i soggetti con precedenti penali. > Un elemento centrale del provvedimento riguarda la sospensione immediata dei > procedimenti di rimpatrio e degli ordini di espulsione per motivi > amministrativi o per lavoro senza permesso, a partire dal momento della > presentazione della domanda. Come riporta l’agenzia Efe, l’ammissione a istruttoria comporterà il rilascio di un’autorizzazione di residenza provvisoria, che consentirà di lavorare legalmente e di accedere a diritti fondamentali, tra cui l’assistenza sanitaria. In caso di esito positivo, verrà concessa un’autorizzazione di residenza della durata di un anno, al termine del quale sarà possibile richiedere un permesso ordinario secondo quanto previsto dal regolamento sull’immigrazione. La notizia è stata anticipata dall’eurodeputata di Podemos Irene Montero nel corso di un comizio pubblico. Il partito ha chiarito che la regolarizzazione avverrà tramite Real Decreto, senza necessità di convalida parlamentare, trattandosi di una modifica del regolamento. Una scelta che consente all’esecutivo di superare le difficoltà legate agli equilibri parlamentari e alle resistenze di alcune forze politiche, come gli indipendentisti catalani di centrodestra di Junts. Il ministero dell’Inclusione, della sicurezza sociale e delle migrazioni, guidato da Elma Saiz, ha confermato ufficialmente l’iniziativa, spiegando a RTVE che l’obiettivo è «garantire diritti e offrire sicurezza giuridica a una realtà sociale già esistente». Secondo il governo, il Real Decreto rafforza un modello di politica migratoria «basato sui diritti umani, sull’integrazione e sulla convivenza», compatibile con la crescita economica e la coesione sociale. Anche Sumar, alleato di governo, ha espresso un giudizio positivo. La seconda vicepresidente del governo, Yolanda Díaz, ha definito la misura «un passo verso una società più giusta e democratica», sottolineando che «mentre l’estrema destra attacca la popolazione migrante, il governo spagnolo ne riconosce i diritti e la cittadinanza. Contro l’odio, diritti e democrazia». > Da parte sua, Podemos ha parlato di una decisione «urgente e di giustizia > sociale», sostenendo che mantenere centinaia di migliaia di persone in una > condizione di irregolarità favorisce lo sfruttamento lavorativo, rafforza > l’economia sommersa e alimenta esclusione e razzismo. Il partito ha ricordato episodi come i disordini a sfondo razzista avvenuti la scorsa estate a Torre Pacheco, lo sgombero di Badalona e, a livello internazionale, le operazioni dell’ICE negli Stati Uniti, definite «retate che violano sistematicamente i diritti umani». Il movimento Regularización Ya ha accolto con favore la decisione del governo, sottolineando come la scelta di una via normativa indipendente dagli equilibri parlamentari dimostri che la regolarizzazione «non solo era necessaria, ma anche possibile». Secondo gli attivisti, è stata la pressione costante del movimento migrante organizzato a sbloccare anni di immobilismo istituzionale, aprendo ora una nuova fase nel dibattito sulla politica migratoria spagnola. La copertina è di Psoe (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Spagna, accordo PSOE-Podemos regolarizza 500mila migranti proviene da DINAMOpress.
February 5, 2026
DINAMOpress
I portuali non lavorano per la guerra, 6 febbraio giornata di lotta internazionale
Con la conferenza online del 27 gennaio, le 5 organizzazioni sindacali rappresentative dei lavoratori portuali, l’Enedep di Grecia, il Lab dei Paesi Baschi, la Liman-Is della Turchia, l’ODT del Marocco e l’USB Lavoro Privato in Italia hanno confermato la giornata di lotta dei portuali del 6 febbraio con lo slogan […] L'articolo I portuali non lavorano per la guerra, 6 febbraio giornata di lotta internazionale su Contropiano.
February 1, 2026
Contropiano
Il disastro in Spagna è anche italiano. Perché non dirlo?
Fare informazione di merda è un «must» anche nelle disgrazie. I tg ci hanno inondato, anche giustamente, con le immagini del grande disastro ferroviario spagnolo. Si trattta del primo incidente con vittime sulla rete ad alta velocità spagnola da quando è stata portata a termine la liberalizzazione-privatizzazione, tra il 2019 […] L'articolo Il disastro in Spagna è anche italiano. Perché non dirlo? su Contropiano.
January 20, 2026
Contropiano