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IRAN: BOMBE SU TEHRAN, ESCALATION MILITARE E FRATTURE NELL’UNIONE EUROPEA. DIECI I PAESI COINVOLTI NEGLI ATTACCHI
Ancora bombe, senza soluzione di continuità, sull’Iran. Decine gli attacchi, incessanti, condotti sia dagli Stati Uniti sia da Israele. Uno dei raid ha colpito il palazzo dove era riunita l’Assemblea degli Esperti per eleggere la nuova Guida Suprema. La scelta, non ufficializzata, sarebbe ricaduta su Mojtaba Khamenei, 56 anni, figlio dell’ayatollah ucciso. Al suo fianco ciò che resta della vecchia guardia paterna, tra cui l’influente consigliere politico Mokhbar, che alla tv di Stato ha dichiarato: «L’Iran non ha intenzione di negoziare con gli Stati Uniti. Non abbiamo fiducia negli americani e non abbiamo basi per trattare. Possiamo continuare la guerra per tutto il tempo che vogliamo». Una linea di chiusura che, seppur specularmente, ricalca quella americana. Dal Comando Centrale Usa fanno sapere che sarebbero già 50 mila i soldati impegnati contro Teheran, con ulteriori rinforzi in arrivo. «Operazione senza precedenti: già 2 mila raid, il doppio rispetto al 2003 in Iraq», afferma il Pentagono. Un sottomarino statunitense avrebbe inoltre attaccato una nave iraniana al largo dello Sri Lanka: 78 i feriti soccorsi da Colombo, 101 i dispersi. Teheran replica bloccando lo Stretto di Hormuz e colpendo obiettivi israeliani e statunitensi nel Golfo. Dieci i Paesi coinvolti dagli attacchi: a fuoco il consolato a Dubai, missili sull’ambasciata a Riad, evacuazioni Usa in Oman, Cipro, Iraq, Bahrein, Giordania e Kuwait. Proprio in Kuwait – a poche decine di chilometri dall’Iran – una bambina di 11 anni è morta per le schegge di un drone abbattuto. Decine tra droni e missili iraniani sono caduti nelle ultime ore sul Paese, dove si trova anche personale dell’Aeronautica italiana nella base di Ali Al Salem. Il punto della situazione con Achille Lodovisi, ricercatore, studioso e autore di diversi libri e articoli sul tema bellico e degli armamenti. Ascolta o scarica. Non solo Iran. Le guerre e le aggressioni militari israelo-statunitensi nell’area,  puntano a elevare Israele a unica potenza egemone del Medio oriente. Che ruolo ha la Turchia, membro della Nato e alleata di Usa e Ue, in tutto questo? Ne parliamo con Murat Cinar, giornalista e nostro collaboratore. Ascolta o scarica. In Libano, Tel Aviv colpisce ripetutamente il sud del Paese e l’area orientale di Baalbek. Undici le vittime e decine i feriti solo dall’alba. Oltre 300 mila i civili in fuga davanti all’avanzata di F16 e carri armati israeliani, penetrati fino a sei chilometri oltre il vecchio confine. L’esercito israeliano intima ai civili di spostarsi a nord del fiume Litani, linea che storicamente rappresenta un obiettivo strategico per Israele. Nei Territori palestinesi, a Gaza ha riaperto parzialmente il valico di Kerem Shalom, mentre la carenza di farmaci, carburante e generi alimentari resta drammatica, con prezzi alle stelle. In Cisgiordania si moltiplicano raid e incursioni da Tubas a Salfit, da Jenin a Hebron. A Gerusalemme resta interdetto ai palestinesi l’accesso alla Moschea di Al Aqsa. A Betlemme decine di persone sono rimaste intossicate dai lacrimogeni lanciati durante le proteste. Sul fronte europeo, la Francia ha inviato nel Mediterraneo la portaerei nucleare Charles de Gaulle e rafforzato i propri assetti a Cipro. A Washington, il presidente Donald Trump ha incontrato il cancelliere tedesco Friedrich Merz, considerato tra i leader più allineati alle posizioni statunitensi e israeliane. Trump si è però scagliato contro Londra e Madrid per il rifiuto di concedere le basi militari per operazioni in Levante, minacciando di interrompere ogni relazione commerciale con la Spagna. «Non vogliamo averci nulla a che fare», ha dichiarato. La replica del premier spagnolo Pedro Sánchez è stata netta: “La posizione della Spagna si riassume in poche parole: no alla guerra“. Dal Palazzo della Moncloa, Sánchez ha rivendicato il rifiuto di autorizzare l’uso delle basi di Morón e Rota e si è detto «stupito» per quella che considera una mancata solidarietà di Berlino. Agli Stati Uniti ha rivolto un monito: «Spesso le grandi guerre scoppiano per una concatenazione di risposte che sfuggono di mano, errori di calcolo, guasti tecnici, eventi imprevisti. Dobbiamo imparare dalla storia e non giocare con il destino di milioni di persone». Trump ha inoltre criticato Madrid per il mancato aumento della spesa militare al 5% del Pil, senza ricordare che il raggiungimento dell’attuale soglia del 2% ha già comportato negli ultimi anni un raddoppio del bilancio della difesa spagnola. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Rolando D’Alessandro, compagno italiano che vive a Barcellona da oltre 40 anni. Ascolta o scarica. Sul fronte italiano, il governo mantiene un profilo prudente. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, di rientro da Dubai, ha parlato di «aiuto rapido ai Paesi del Golfo», ipotizzando l’invio di sistemi anti-drone e Samp-T, da definire con un eventuale decreto legge. Nulla ha detto, invece, sul ruolo strategico della Sicilia – tra il Muos di Niscemi e la base di Sigonella – nel supporto logistico alle operazioni statunitensi. Intanto, mentre le opposizioni chiedono alla premier Giorgia Meloni di riferire in Aula, governo, vertici militari e grandi gruppi energetici hanno già tenuto due riunioni d’urgenza: una sui circa 70 mila italiani presenti nell’area di crisi, l’altra sulla sicurezza energetica, con la partecipazione degli amministratori delegati di Eni e Snam. Sullo sfondo, i prezzi di petrolio e gas tornano a salire e l’inflazione – già oltre il 2% a febbraio – minaccia di aggravarsi sotto la spinta della nuova escalation. Mauro Antonelli, dell’Unione Nazionale Consumatori. Ascolta o scarica.
March 4, 2026
Radio Onda d`Urto
Trump minaccia lo stop al commercio con la Spagna, Merz gli dà corda
Il livello di prevaricazione della seconda amministrazione Trump, e quello di sudditanza delle classi dirigenti europee è stato confermato plasticamente dall’incontro che ieri il tycoon ha avuto col cancelliere tedesco Friedrich Merz. Al primo incontro ufficiale con un leader straniero dall’inizio dell’aggressione condotta insieme a Israele contro l’Iran, il presidente […] L'articolo Trump minaccia lo stop al commercio con la Spagna, Merz gli dà corda su Contropiano.
March 4, 2026
Contropiano
Mauritania, centri di detenzione per migranti e frontiere esternalizzate
La Spagna è un paese di grandi contrasti. Può sembrare una formula a effetto, quasi da slogan, ma osservando l’attuale scenario politico appare sorprendentemente aderente alla realtà. Da un lato, Madrid è tra i governi europei che più apertamente si discostano dalle tendenze politiche destrorse di molti paesi dell’Unione, dalla denuncia del genocidio in Palestina, a molte politiche sociali applicate nella penisola. Dall’altro, sulla questione migratoria, mostra una linea dura e ambigua, che in molti definiscono persino schizofrenica. Secondo la Real Academia Española, il termine “carcere” indica un luogo destinato alla reclusione dei detenuti e dovrebbe riferirsi a strutture penitenziarie operative sul territorio nazionale. Eppure, seguendo un modello già sperimentato dall’Italia, negli ultimi mesi la Spagna ha contribuito all’apertura di due nuovi centri per il rimpatrio dei migranti fuori dai propri confini, in Mauritania. Le strutture, ufficialmente presentate come centri di accoglienza temporanea, sono oggetto di dure critiche da parte di giornalisti e organizzazioni per i diritti umani, che le descrivono come veri e propri luoghi di privazione della libertà personale. Dal 17 ottobre scorso sono infatti operativi due centri: uno nella capitale Nouakchott e l’altro a Nouadhibou, snodo strategico della rotta migratoria atlantica verso le Canarie. I progetti sono stati sviluppati dalla Fundación para la Internacionalización de las Administraciones Públicas (FIAP), organismo legato al Ministero degli Esteri spagnolo. Secondo la documentazione tecnica, le strutture dispongono rispettivamente di oltre cento e circa ottanta posti, includendo anche culle per neonati. > Le autorità spagnole hanno indicato come modello i Centri di Attenzione > Temporanea per Stranieri delle Canarie, ma con una differenza sostanziale: in > Mauritania la detenzione può riguardare anche minori e lattanti se trattenuti > insieme ai familiari, pratica non consentita dalla normativa spagnola. Le opere sono state finanziate con fondi statali spagnoli e con risorse del Fondo fiduciario di emergenza dell’Unione Europea, nell’ambito di un programma di cooperazione di polizia denominato Associazione Operativa Congiunta. Il costo complessivo supera il milione di euro. Le procedure di assegnazione degli appalti sono state contestate da inchieste giornalistiche, che parlano di affidamenti senza gara pubblica; la FIAP ha replicato sostenendo che le aggiudicazioni sono avvenute attraverso procedure pubbliche previste per i contratti all’estero. La nascita di questi centri si inserisce nella più ampia strategia di esternalizzazione delle frontiere europee: invece di gestire direttamente gli arrivi sul territorio dell’Unione, si rafforza il controllo migratorio nei Paesi di transito o di partenza. In questo quadro, l’Unione Europea e il governo spagnolo hanno intensificato la cooperazione con la Mauritania, considerata un Paese chiave per bloccare le partenze dei cayucos diretti verso le Canarie. Già nel 2024 quindici governi europei avevano chiesto alla Commissione di replicare modelli di detenzione esterna simili a quello promosso dall’Italia in Albania. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha partecipato a missioni ufficiali nel Paese insieme al premier spagnolo Pedro Sánchez, annunciando pacchetti di sostegno economico per centinaia di milioni di euro destinati alle autorità mauritane. Il presidente Mohamed Ould El Ghazouani guida un sistema politico definito da numerose ONG come autoritario, elemento che accresce le preoccupazioni sulle garanzie offerte ai migranti trattenuti. Parallelamente alla costruzione dei centri, la cooperazione in materia di sicurezza è aumentata sensibilmente: trasferimenti di mezzi, droni, veicoli fuoristrada, tecnologie di sorveglianza e scambio di intelligence. Sul terreno operano stabilmente decine di agenti spagnoli appartenenti alla Guardia Civil, alla Policía Nacional e ai servizi informativi. > Diverse fonti locali descrivono un incremento delle retate contro persone > migranti, con controlli basati sul profilo etnico, irruzioni nelle abitazioni > e arresti senza mandato. Le persone fermate verrebbero private di documenti e > telefoni, trattenute per giorni in condizioni precarie e successivamente > trasferite verso zone remote. Uno degli aspetti più controversi riguarda il destino finale dei fermati. Inchieste giornalistiche internazionali e rapporti di organizzazioni per i diritti umani documentano pratiche di abbandono nel deserto, in aree di confine con il Mali caratterizzate da forte insicurezza e dalla presenza di gruppi jihadisti legati ad Al-Qaida nel Sahel. Tra i soggetti colpiti figurano potenziali richiedenti asilo in fuga da conflitti e persecuzioni politiche nell’Africa occidentale. Agenzie internazionali come Human Rights Watch, l’UNHCR e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni risultano informate di queste pratiche secondo documenti interni citati dalle inchieste. La FIAP afferma che i centri servono anche a identificare vittime di tratta, minori non accompagnati e persone vulnerabili, e che la permanenza massima prevista sarebbe di 72 ore. > Tuttavia, non sono stati resi pubblici protocolli dettagliati sui meccanismi > di controllo, sulle garanzie legali né su eventuali sistemi indipendenti di > monitoraggio contro maltrattamenti e torture. Le autorità mauritane, > interpellate in più occasioni, non hanno fornito chiarimenti sul trattamento > dei detenuti né sulla gestione concreta delle strutture. Ulteriori ombre emergono sul fronte degli appalti. Tra le imprese coinvolte figurano società di consulenza e costruzione attive anche in altri progetti di controllo delle frontiere. È citata anche TRAGSA, gruppo pubblico spagnolo che opera in ambiti infrastrutturali e ambientali e che negli ultimi anni ha ricevuto incarichi legati alle barriere di Ceuta e Melilla. La sua natura giuridica limita l’accesso pubblico ai dettagli contrattuali, riducendo la trasparenza su costi e procedure. Un caso emblematico è quello dell’ex-commissario mauritano Abdel Fattah, responsabile dell’ufficio contro il traffico di migranti e la tratta. Doveva partecipare all’inaugurazione dei centri, ma è stato rimosso dall’incarico dopo rivelazioni su presunte tangenti ricevute da trafficanti in cambio di informazioni scorrette fornite alle autorità spagnole. In precedenza era stato decorato dal ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska. Il procedimento giudiziario nei suoi confronti non risulta concluso con una condanna. > Il quadro che emerge è quello di una frontiera europea sempre più > delocalizzata, dove cooperazione allo sviluppo e cooperazione di polizia si > intrecciano con obiettivi di contenimento migratorio. I governi coinvolti presentano queste politiche come necessarie per contrastare le reti di traffico e ridurre le morti in mare. I critici replicano che la strategia sposta semplicemente il confine più a sud, aumentando il rischio di violazioni dei diritti fondamentali lontano dallo sguardo dell’opinione pubblica europea. Per l’opinione pubblica italiana il tema non è distante: modelli simili di esternalizzazione sono già oggetto di accordi e dibattito politico anche a livello nazionale. La questione centrale resta aperta: fino a che punto è legittimo delegare a Paesi terzi, con standard giuridici e democratici più deboli, la gestione della detenzione e del rimpatrio dei migranti? La risposta a questa domanda definirà il futuro delle politiche migratorie europee e il loro rapporto con i diritti umani. La copertina è di Jurgen via Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Mauritania, centri di detenzione per migranti e frontiere esternalizzate proviene da DINAMOpress.
March 3, 2026
DINAMOpress
Spagna, accordo PSOE-Podemos regolarizza 500mila migranti
Il governo spagnolo si prepara a dare il via a una delle più ampie operazioni di regolarizzazione amministrativa degli ultimi anni. Il PSOE [Partito socialista spagnolo, ndr] ha infatti raggiunto un accordo con Podemos per approvare, tramite Real Decreto, una misura che consentirà la messa in regola di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori migranti attualmente in condizione di irregolarità. Il provvedimento è stato esaminato dal Consiglio dei ministri nella seduta di martedì 27 gennaio e rappresenta, secondo il movimento Regularización Ya, «un passo decisivo verso il riconoscimento dei diritti di migliaia di persone migranti che già vivono e lavorano in Spagna». La misura risponde a una richiesta avanzata da anni dalla società civile e sostenuta da un’Iniziativa Legislativa Popolare (ILP) che ha raccolto oltre 700mila firme in tutto il Paese. Già nell’aprile del 2024 il Congresso dei Deputati aveva approvato l’avvio del dibattito parlamentare sull’ILP con una maggioranza schiacciante — 310 voti favorevoli e solo 33 contrari, espressi da Vox — ma l’iter era rimasto bloccato per mesi, anche a causa delle tensioni politiche e del clima di crescente retorica anti-migranti. Secondo le stime delle organizzazioni promotrici, la regolarizzazione potrebbe coinvolgere circa mezzo milione di persone. Il requisito principale sarà la dimostrazione di una permanenza continuativa in Spagna di almeno cinque mesi nel corso del 2025, al momento della presentazione della domanda. La residenza potrà essere provata non solo attraverso l’iscrizione di residenza all’anagrafe comunale (empadronamiento), ma anche mediante altri documenti ritenuti validi dall’amministrazione, come referti medici, contratti di fornitura elettrica, contratti di affitto o certificazioni di invio di denaro. Restano esplicitamente esclusi dalla misura i soggetti con precedenti penali. > Un elemento centrale del provvedimento riguarda la sospensione immediata dei > procedimenti di rimpatrio e degli ordini di espulsione per motivi > amministrativi o per lavoro senza permesso, a partire dal momento della > presentazione della domanda. Come riporta l’agenzia Efe, l’ammissione a istruttoria comporterà il rilascio di un’autorizzazione di residenza provvisoria, che consentirà di lavorare legalmente e di accedere a diritti fondamentali, tra cui l’assistenza sanitaria. In caso di esito positivo, verrà concessa un’autorizzazione di residenza della durata di un anno, al termine del quale sarà possibile richiedere un permesso ordinario secondo quanto previsto dal regolamento sull’immigrazione. La notizia è stata anticipata dall’eurodeputata di Podemos Irene Montero nel corso di un comizio pubblico. Il partito ha chiarito che la regolarizzazione avverrà tramite Real Decreto, senza necessità di convalida parlamentare, trattandosi di una modifica del regolamento. Una scelta che consente all’esecutivo di superare le difficoltà legate agli equilibri parlamentari e alle resistenze di alcune forze politiche, come gli indipendentisti catalani di centrodestra di Junts. Il ministero dell’Inclusione, della sicurezza sociale e delle migrazioni, guidato da Elma Saiz, ha confermato ufficialmente l’iniziativa, spiegando a RTVE che l’obiettivo è «garantire diritti e offrire sicurezza giuridica a una realtà sociale già esistente». Secondo il governo, il Real Decreto rafforza un modello di politica migratoria «basato sui diritti umani, sull’integrazione e sulla convivenza», compatibile con la crescita economica e la coesione sociale. Anche Sumar, alleato di governo, ha espresso un giudizio positivo. La seconda vicepresidente del governo, Yolanda Díaz, ha definito la misura «un passo verso una società più giusta e democratica», sottolineando che «mentre l’estrema destra attacca la popolazione migrante, il governo spagnolo ne riconosce i diritti e la cittadinanza. Contro l’odio, diritti e democrazia». > Da parte sua, Podemos ha parlato di una decisione «urgente e di giustizia > sociale», sostenendo che mantenere centinaia di migliaia di persone in una > condizione di irregolarità favorisce lo sfruttamento lavorativo, rafforza > l’economia sommersa e alimenta esclusione e razzismo. Il partito ha ricordato episodi come i disordini a sfondo razzista avvenuti la scorsa estate a Torre Pacheco, lo sgombero di Badalona e, a livello internazionale, le operazioni dell’ICE negli Stati Uniti, definite «retate che violano sistematicamente i diritti umani». Il movimento Regularización Ya ha accolto con favore la decisione del governo, sottolineando come la scelta di una via normativa indipendente dagli equilibri parlamentari dimostri che la regolarizzazione «non solo era necessaria, ma anche possibile». Secondo gli attivisti, è stata la pressione costante del movimento migrante organizzato a sbloccare anni di immobilismo istituzionale, aprendo ora una nuova fase nel dibattito sulla politica migratoria spagnola. La copertina è di Psoe (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Spagna, accordo PSOE-Podemos regolarizza 500mila migranti proviene da DINAMOpress.
February 5, 2026
DINAMOpress
I portuali non lavorano per la guerra, 6 febbraio giornata di lotta internazionale
Con la conferenza online del 27 gennaio, le 5 organizzazioni sindacali rappresentative dei lavoratori portuali, l’Enedep di Grecia, il Lab dei Paesi Baschi, la Liman-Is della Turchia, l’ODT del Marocco e l’USB Lavoro Privato in Italia hanno confermato la giornata di lotta dei portuali del 6 febbraio con lo slogan […] L'articolo I portuali non lavorano per la guerra, 6 febbraio giornata di lotta internazionale su Contropiano.
February 1, 2026
Contropiano
Il disastro in Spagna è anche italiano. Perché non dirlo?
Fare informazione di merda è un «must» anche nelle disgrazie. I tg ci hanno inondato, anche giustamente, con le immagini del grande disastro ferroviario spagnolo. Si trattta del primo incidente con vittime sulla rete ad alta velocità spagnola da quando è stata portata a termine la liberalizzazione-privatizzazione, tra il 2019 […] L'articolo Il disastro in Spagna è anche italiano. Perché non dirlo? su Contropiano.
January 20, 2026
Contropiano
Prigionieri politici: quando il concetto dipende dal nemico
Il termine “prigioniero politico” è spesso presentato come una categoria oggettiva, quasi tecnica. Tuttavia, il suo uso reale da parte dei governi rivela qualcosa di molto diverso: non funziona come concetto giuridico stabile, ma come strumento politico selettivo. La recente reazione dello Stato spagnolo alle scarcerazioni in Venezuela, contrastata con […] L'articolo Prigionieri politici: quando il concetto dipende dal nemico su Contropiano.
January 18, 2026
Contropiano
Il diritto alla casa in Spagna tra turismo, speculazione e conflitto sociale
Negli ultimi quindici anni la questione della casa in Spagna è passata da problema di alcuni settori sociali a vera e propria emergenza strutturale. Un tema che oggi occupa stabilmente il centro del dibattito pubblico, ma che affonda le sue radici nella trasformazione profonda del modello economico e urbano del paese. La Spagna che negli anni Sessanta si promuoveva al mondo con lo slogan “Spain is different” e che nei primi anni Duemila si raccontava come una storia di successo europeo durante l’era Zapatero, è diventata nel giro di poco tempo uno dei paesi con la crisi abitativa più acute del continente. > Comprare una casa, accedere a un affitto stabile o semplicemente non perdere > l’abitazione è diventato per milioni di persone un percorso a ostacoli. Il > paradosso è evidente: sfratti a livelli record convivono con decine di > migliaia di alloggi vuoti, soprattutto nelle grandi città. Barcellona è il > caso più emblematico, ma non l’unico. Per capire l’origine del problema bisogna tornare alla grande crisi del 2008. Lo scoppio della bolla immobiliare, alimentata per anni da credito facile, speculazione e mutui subprime, ha avuto in Spagna effetti devastanti. Centinaia di migliaia di famiglie persero la casa, mentre il prezzo degli immobili crollava e le banche si ritrovavano proprietarie di enormi stock di abitazioni svalutate. A questa crisi economica si accompagnò una risposta politica segnata dall’austerità. Con i governi a maggioranza assoluta del Partido Popular iniziarono i tagli alla spesa pubblica, la riforma del lavoro che precarizzò ulteriormente l’occupazione e un giro di vite repressivo contro i movimenti sociali, culminato nella Ley Mordaza. La crisi della casa non fu quindi solo un problema di mercato, ma divenne rapidamente una questione sociale e democratica. Non a caso, proprio in quegli anni esplosero movimenti di protesta che misero in discussione l’intero assetto politico del paese. Il movimento degli Indignados, il 15M, nel 2011, individuò nel bipartitismo PSOE-PP una delle cause strutturali della crisi. > Dalle piazze nacquero reti di solidarietà, piattaforme contro gli sfratti e > nuove forme di organizzazione politica che cercarono di portare il conflitto > nelle istituzioni. Mentre l’attenzione pubblica era concentrata sugli sfratti per insolvenza ipotecaria, il mercato immobiliare stava cambiando pelle. Con il crollo del credito e la difficoltà di accesso ai mutui, la casa smise di essere un bene da acquistare e divenne sempre più un bene da affittare. Ma anche il mercato degli affitti si trasformò rapidamente. Investitori immobiliari e fondi iniziarono a vedere nella locazione una nuova opportunità di profitto, soprattutto nel momento in cui i prezzi delle case erano ai minimi storici. L’espansione delle piattaforme digitali di affitti brevi – Airbnb, Booking e simili – accelerò un processo già in corso: acquistare appartamenti non per affittarli a lungo termine, ma per destinarli al turismo, garantiva rendimenti molto più elevati. Questo fenomeno ridusse drasticamente l’offerta di alloggi per i residenti e fece esplodere i prezzi degli affitti. Gli sfratti non scomparvero: cambiarono forma. Sempre meno famiglie perdevano la casa per mancato pagamento del mutuo, sempre più persone venivano espulse perché non riuscivano a sostenere i nuovi canoni d’affitto. > A Barcellona la speculazione immobiliare si è intrecciata con due processi > chiave: gentrificazione e turistificazione. Quartieri centrali o > semi-centrali, già trasformati dalle Olimpiadi del 1992, sono diventati il > terreno ideale per la riconversione turistica. La città che negli anni Novanta > aveva costruito un immaginario cosmopolita, multiculturale e mediterraneo ha > visto questa identità trasformarsi in prodotto da consumo rapido. Il centro storico si è progressivamente svuotato di residenti ed è diventato un’enclave di stranieri, turisti, expat e residenti temporanei. Nei quartieri come il Barri Gòtic, El Born o la Barceloneta, la riduzione della popolazione stabile è avvenuta in pochi anni, in parallelo a un aumento vertiginoso dei prezzi e dei flussi turistici. Il processo è stato rapidissimo: il movimento degli Indignados nasce nel 2011, le prime proteste contro gli appartamenti turistici esplodono già nell’estate del 2014. In meno di cinque anni il volto della città era profondamente cambiato. In questo contesto si inserisce l’ascesa politica di Ada Colau, ex attivista contro gli sfratti, eletta sindaca di Barcellona nel 2015. La sua figura ha incarnato la speranza che il conflitto sociale potesse tradursi in politiche pubbliche radicali. Durante la campagna elettorale Colau affermò che bloccare gli sfratti fosse una questione di volontà politica. Una promessa che, una volta al governo, si è scontrata con i limiti strutturali del potere municipale. Il suo mandato è stato caratterizzato da tentativi di regolazione degli affitti turistici: multe alle piattaforme, controlli sulle licenze e l’introduzione del PEUAT, il piano urbanistico che limitava la concentrazione degli appartamenti ad uso turístico. Misure che hanno avuto un impatto parziale, ma che non sono riuscite a invertire la tendenza generale. Gli affitti illegali hanno continuato a proliferare, le piattaforme hanno spesso ignorato le sanzioni e il Comune si è trovato a gestire una macchina di controllo complessa e poco efficace. Nel frattempo, i prezzi continuavano a salire e per molti abitanti Barcellona diventava una città inaccessibile. La tensione sociale non si è placata. > Nel 2017 alcuni appartamenti turistici illegali vennero occupati come atto > simbolico per denunciare la sottrazione di alloggi al mercato residenziale. > Nello stesso anno nacque il Sindacato degli Inquilini di Barcellona, che in > breve tempo divenne uno degli attori centrali del conflitto abitativo. Il sindacato ha denunciato pratiche sempre più diffuse: contratti non rinnovati, aumenti del 30 o 40 per cento, riconversione degli appartamenti in alloggi di lusso per expat, nomadi digitali e residenti temporanei. Le conseguenze si sono estese oltre la questione abitativa, colpendo il commercio di prossimità e il tessuto sociale dei quartieri. La pressione dei movimenti portò nel 2020 all’approvazione di una legge catalana sul controllo degli affitti, che introduceva un primo meccanismo di equo canone. Una norma considerata pionieristica, ma rapidamente smantellata dal Tribunale Costituzionale, che ne annullò le parti centrali sostenendo che la competenza fosse statale. Il vuoto normativo lasciato dalla sentenza contribuì a una nuova impennata dei prezzi. Solo nel marzo 2024 il governo centrale approvò una legge statale che fissava limiti agli affitti nelle aree di mercato teso. Ma la norma escludeva affitti temporanei e stanze, aprendo la strada a un aggiramento sistematico: contratti di 11 mesi al posto di affitti stabili. Nel frattempo, il nuovo sindaco di Barcellona, Jaume Collboni, ha annunciato l’intenzione di non rinnovare le licenze degli affitti turistici, con l’obiettivo di eliminarli entro il 2028. Una promessa forte sul piano simbolico, ma lontana nel tempo e politicamente incerta: il 2028 sarà dopo la fine del mandato del sindaco. Tra il 2024 e il 2025 lo Stato ha introdotto anche un Registro Unico degli Affitti a Breve Termine, per contrastare l’illegalità e aumentare la trasparenza. > Ma la mossa più significativa è arrivata ancora una volta dalla Catalogna, che > ha approvato una nuova legge estendendo il controllo dei prezzi agli affitti > temporanei e alle stanze. La norma equipara queste tipologie agli affitti > residenziali ordinari, impone l’equo canone, rafforza i controlli e introduce > sanzioni più severe. È una risposta diretta a un fenomeno che aveva svuotato > di efficacia le leggi precedenti. Il Partito Popolare ha già annunciato un nuovo ricorso al Tribunale Costituzionale, parlando di espropriazione mascherata. Lo scontro si ripropone, come nel 2020, e il destino della legge resta incerto. Ma il significato politico del conflitto va oltre l’esito giuridico. In Catalogna, e sempre più nel resto della Spagna, la questione abitativa ha superato la dimensione tecnica per diventare un terreno di scontro tra due modelli: da un lato la casa come bene finanziario, dall’altro la casa come diritto fondamentale. Il laboratorio catalano mostra che il conflitto non è risolto, ma anche che il mercato, lasciato a se stesso, non è in grado di garantire l’accesso all’abitazione. Ed è su questa linea di frattura che si giocherà una parte decisiva delle politiche urbane dei prossimi anni. Immagini di copertina e nell’articolo di Victor Serri, da Barcellona (fonte: La Direkta). 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December 23, 2025
DINAMOpress
Dietrologi al delirio: “Carrero Blanco come Moro”
Le tesi cospirazioniste Molti nella destra spagnola tramortita dal colpo al cuore ricevuto, ma anche – come vedremo più avanti – nella sinistra italiana, non si arresero all’idea che gli indipendentisti della sinistra basca di ETA avessero potuto portare a termine un colpo del genere. Cominciarono così a proliferare diverse […] L'articolo Dietrologi al delirio: “Carrero Blanco come Moro” su Contropiano.
December 22, 2025
Contropiano
Spagna. Sciopero generale e manifestazioni in tutto il paese, per la Palestina
In Spagna come in Italia, i sindacati hanno rotto gli indugi e ieri, mercoledi, hanno convocato uno sciopero generale con al centro la denuncia del genocidio del popolo palestinese. Il cessate il fuoco a Gaza non ha infatti fermato le mobilitazioni, al contrario, i sindacati affermano che “la protesta è […] L'articolo Spagna. Sciopero generale e manifestazioni in tutto il paese, per la Palestina su Contropiano.
October 16, 2025
Contropiano