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I nuovi schiavi della Repubblica
Da Amendolara ai ghetti agricoli, la strage dei quattro braccianti afghani rivela il fallimento delle politiche sul lavoro e sull’immigrazione. Dietro il caporalato c’è una filiera che unisce sfruttamento, decreti …
Voci dal CPR di Torino
Un audio di racconto registrato direttamente dalle persone recluse nel CPR di Torino, che chiedono di far uscire e di diffondere il più possibile le loro voci, direttamente da dentro quel lager. Dai racconti emergono le condizioni di detenzione all’interno del centro, la violenza ordinaria esercitata dalla polizia e le responsabilità di Sanitalia, l’azienda che gestisce la struttura, cioè che lucra sulla pelle delle persone recluse. Dalla riapertura del CPR, avvenuta lo scorso anno, le prime due aree del centro sono state rese inagibili dalle rivolte dei reclusi, in alcuni casi anche attraverso l’uso del fuoco. Da allora, la gestione procede a rotazione: si chiude un’area e se ne apre un’altra, senza interventi reali di ristrutturazione. Intanto i fondi continuano a essere incassati, mentre alcune sezioni restano danneggiate e vengono comunque utilizzate per detenere persone. Le voci raccontano anche il passaggio dal carcere al CPR, spesso conseguenza della revoca del permesso di soggiorno, e raccontano situazioni di abuso e abbandono legale.
Quattro passi con Claude
Questa non breve Magnifica Humanitas (scritta in inglese e tradotta nelle principali lingue moderne, ma non ancora disponibile in latino, eccetto il titolo) va contestualizzata in una cornice di intenzioni e di enunciazione, di cui fa parte anche la citata immediatezza linguistica. Il contesto è la meditata ma sollecita risposta alle sofisticazioni apocalittiche di Peter Thiel, ceo e profeta di Palantir, ai deliri psichedelici di Musk, ai volgari sproloqui dell’evangelico Trump e alle lezioni di ortodossia del suo vice cattolico Vance. Il luogo di enunciazione è segnato, a fianco dell’uomo vestito di bianco, della presenza di Christopher Olahdel, co-fondatore di Anthropic e bestia nera di Trump. L’intenzione di fondo è quella di tenere insieme la ricomposizione di una Chiesa assai lacerata e il mantenimento dell’egemonia culturale confrontandosi con i punti alti dello sviluppo scientifico e tecnico. Leone XIV è uscito da un Conclave, non dalle primarie e di queste cose se ne intende. > Per un destino ciclico ineluttabile che conosciamo da al-Farabi e Max Weber, > alla fondazione carismatica succede l’amministrazione, che cerca di mantenere > i valori originari mediando e smussando ma in un solco di fedeltà sostanziale. > Bergoglio aveva traversato a piedi piazza San Pietro deserta sotto la pioggia > battente nella notte del Covid, Prevost è entrato con tutti i piedi negli > scontri della Silicon Valley. Operazioni dello Spirito Santo, mica di > Franceschini e Bettini. L’obiettivo della dottrina sociale della Chiesa è «inserire l’amore di Dio nella trama concreta della storia» (§ 47) affidandosi alla capacità dell’istituzione nella pluralità degli interpreti e nel variare mai definitivo delle situazioni, a leggere «i segni dei tempi» (§ 23), senza mai aderire piattamente a un repertorio di soluzioni tecniche o a un modello economico o politico, piuttosto in una logica di sostegno al discernimento comune e comunitario. Il metodo che si propone è quello di avviare processi e lasciarli maturare, perseguire e costruire una verità che non elimina i conflitti ma li trasfigura, accogliendo e ordinando le diversità. Prevost salvaguarda l’unità plurale dell’istituzione privilegiandone la continuità più che la linearità e soprattutto difendendo strenuamente la legittimità di pronunciarsi nella storia, contro ogni tentativo (alla Vance) di circoscrivere il magistero ecclesiale alle questioni morali e teologiche. Per dirla alla grossa, secondo una gag di Proietti, l’autonomia interpretativa della Chiesa è molto rischioso contestarla. Ricordate i tentativi dolorosamente falliti di aggredire il Cavaliere Nero. Quale morale trarne? Che al Cavaliere Nero «nun ce devi rompe er cazzo…» E infatti le due potenti immagini iniziali del destino storico, il crollo della Torre di Babele, prodotto della smisurata volontà di potenza umana e della pretesa di un linguaggio unificato, il rifiuto di Neemia di riedificare le mura di Gerusalemme, dopo il ritorno degli Ebrei dalla cattività babilonese, secondo un piano centralizzato, preferendo invece egli affidarsi alla sussidiarietà, cioè appaltando la costruzione pezzo per pezzo ai singoli gruppi di abitanti dei quartieri, bhe, non servono valenti allegoristi per cogliervi una palese critica alle ambizioni monumentali di Trump e al Muro sul confine con il Messico (e ad altri Muri). Vendetta educata ma precisa, con cornice biblica e condanna della hubris creaturale. VENIAMO ALL’OGGI La lunga parte introduttiva sulla dottrina sociale nelle sue varie declinazioni, che abbiamo finora tratteggiato, si impenna bruscamente nella virata teologica del § 53, dove si afferma il carattere preminente della dignità ontologica dell’uomo (rispetto a quella morale, sociale ed esistenziale), una specie di grado zero incondizionato, «non si acquisisce e non si merita, né ha bisogno di essere dimostrata». Beninteso, questo principio copre la posizione tradizionale della Chiesa sull’aborto procurato e sul fine vita, ma viene sviluppato a favore di una lettura radicale dei diritti umani, delle minoranze, di chi non ha accesso ai beni fondamentali. Ne deriva la promozione del bene comune che è maggiore della somma dei beni individuali come il popolo eccede la somma delle persone. Fin qui non abbiamo particolari novità (ciò che vale in genere per la giustizia sociale, la solidarietà, l’attenzione agli ultimi, alle persone povere e migranti, ecc.), soprattutto rispetto al messaggio del Papa precedente. Dal § 67 inizia un’estensione dei concetti ai beni immateriali e alle nuove forme di proprietà (brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche), che diventano la soglia decisiva fra inclusione ed esclusione, il luogo autentico della formazione del potere. > Il vetusto principio di sussidiarietà viene allora riformulato (§§ 71 ss.) nel > contesto della rivoluzione digitale, quando la controparte dei > soggetti-persone non è più lo stato-nazione e neppure l’impero, ma «ogni > grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle > condizioni della vita comune. Il livello che assorbe competenze, dati e capacità decisionale è costituito da aziende e piattaforme, che definiscono condizioni di accesso, regole di visibilità, forme di relazione e perfino opportunità economiche». Entra così in gioco l’IA. Che scandisce il nuovo potere espropriante e orientante, in mano a Big Tech (e, fattualmente, al servizio di Trump in Occidente). Il terzo capitolo (§§ 90 ss.) si muove nella contrapposizione fra lo sforzo di “restare umani” (citazione mascherata, che ci suona abituale) e l’incombente dominio tecnocratico, in cui culmina il paradigma produttivistico, già denunciato nella bergogliana Laudato si’. Qui si impone la necessità di un potere pubblico regolatorio che contrasti l’opacità degli algoritmi e l’uso dissennato di strumenti potentissimi applicati alla guerra e, nel più morbido dei casi, all’incremento della disoccupazione e dello sfruttamento. Il prudente Prevost non va a guardare dentro la scatola nera, i cui veloci cambiamenti rendono ogni istantanea obsoleta e che, d’altronde, sono solo “architetture” entro cui l’IA cresce ed evolve per auto-apprendimento. > Constata, con acutezza maggiore di molti dilettanti e apologeti, che «le > cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono > un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, > non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, > responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente» (§ 99). Scartata dunque una psicologia fantascientifica dell’IA e dei robot, l’enciclica si sofferma sui costi energetici elevatissimi di tali sistemi e sui progetti di chi fabbrica e istruisce gli algoritmi, determinandone l’uso e l’orientamento. L’IA non è né neutra né oggettiva, ma rimanda ai suoi padroni e utilizzatori cui competono le responsabilità, individuabili mediante accountability nei vari passaggi. > È inutile discettare (lo fa anche il “potere buono” di Anthropic) sull’etica > di IA, ma dobbiamo puntare sull’etica di chi la istituisce e controlla, i > privati potentissimi che hanno in mano il suo esercizio in condizione > oligopolistica. Claude, l’assistente evoluto di Anthropic, non è né buono né > cattivo, possono esserlo solo i suoi padroni. Per domare questa nuova asimmetria sistemica occorre una regolazione pubblica, da inserire nell’IA non ex post (quando i giochi ormai sono fatti). In primo luogo l’IA, che comporta una logica nefasta di operare just in time deresponsabilizzando l’operatore, va “disarmata”, sottratta alla guerra, certo, ma anche al produttivismo sfrenato che è competizione economica e cognitiva che infrange ogni ecosistema. Qui si innesta la critica ideologica al trans-umanesimo e al post-umanesimo (le varianti più aggressive dell’ideologia della Big Tech, che altrove abbiamo descritto) che mirano a ibridare uomo, macchina e ambiente e che modificano l’immaginario collettivo, anche quando restano speculazioni improbabili. È il caso delle orrende fantasie eugenetiche sull’ottimizzazione della specie, improbabili da realizzare ma supporto potente a pratiche discriminatorie e suprematiste per acuire diseguaglianze e oppressione di classe.  Segue, come era prevedibile una lunga digressione sulla finitudine creaturale: da sempre l’imprinting cristiano sulla storia che può essere accostato (oppure no) ai discorsi contemporanei sulla vulnerabilità – ma ora non ne questioniamo. Il richiamo agostiniano ai due amori e alle due città corona il capitolo e introduce alle successive considerazioni sull’ecologia della comunicazione (scandita in termini, non ce ne meravigliamo, arendtiani, cioè ancora agostiniani laicizzati), l’educazione digitale, il sostegno alla scuola (prevalentemente pubblica, per ragioni di censo, anche qui un filo più a sinistra dell’area riformista), una igiene dell’attenzione fondata sull’orizzonte di senso, la dignità del lavoro minacciata dall’IA e dalla sua mescolanza con i metodi schiavistici del lavoro sottopagato e frammentato. > Su questo terreno, come sull’analisi abbastanza cruda della finanziarizzazione > (intesa un po’ riduttivamente come estranea alla logica del mai nominato > capitalismo produttivo), le analisi e le soluzioni della millenaria dottrina > cristiana divergono considerevolmente con la più giovane tradizione > operaistica, cui ci riferiamo, ma non insistiamo su questo aspetto in un > articolo politico e non di critica teorica. Allo stesso modo Claude non è l’incarnazione (anche perché privo di un corpo) di quell’altro filone che va dall’intelletto materiale unico della specie umana di Averroè e Dante al general intellect di Marx. Ma è meglio averlo al nostro fianco nell’Armageddon contro i cavalieri dell’Apocalisse di Silicon Valley, non vi pare? O gli vogliamo far perdere tempo lasciandolo intervistare da Veltroni? Del resto alcune prese di posizioni dell’umanesimo cristiano qui rilanciate (l’autocritica del passato sostegno ecclesiale alla schiavitù o la denuncia della nuova schiavitù digitale dei rider, il rifiuto del regime di guerra e della retorica della “guerra giusta”) sono così dirompenti rispetto alla vulgata MAGA e al suo blando consenso italiota, travestito da realismo nichilista e fascinazione per la forza, da tacitare ogni scrupolo althusseriano o decoloniale. Dopo una beffarda citazione di Tolkien che sembra ficcata lì per mettere in imbarazzo Meloni e i suoi elfi petulanti, l’Enciclica conclude assumendo lo sguardo e la voce delle vittime e suggerendo di sostituire, con sano realismo, a una “cultura della potenza” una “cultura del negoziato”, fondandoli sul dialogo, sul diritto internazionale, sulla promozione di un multilateralismo non aggressivo. Diamo per scontato che alla fine tutto è riassunto nei termini del mistero della ricapitolazione del divino e dell’umano (come altre religioni postulano il Tiqqun, la ricomposizione dell’infranto) – e qui si mostra la differenza fra carisma bergogliano e amministrazione prevostiana. Il primo porta nel mondo la debolezza, l’esprime nel proprio corpo sofferente (in carrozzella con il poncho), il secondo gestisce la debolezza degli altri senza troppo ostentare la propria ma comunque condannando la logica della potenza e della prestazione. Ci si può stare, con un deficit di partecipazione emotiva e un riservato consenso politico. Che assomiglia un po’ al rapporto assunto dai movimenti verso la Cina – dal coinvolgimento passionale acritico alla sobria valutazione geopolitica. Immaginazione e realismo sono d’altronde il retaggio di Machiavelli e Spinoza. La copertina è di DomyD da Pixabay Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Quattro passi con Claude proviene da DINAMOpress.
June 8, 2026
DINAMOpress
Francia. Abolito il “codice nero”… dopo 341 anni!
Della storia di un Paese che ha impiegato 341 anni per togliere dal proprio diritto un testo che dichiarava gli esseri umani “biens meubles” (beni mobili), come un tavolo, come un bue, come un campo di canna da zucchero. Un testo che stabiliva con la precisione burocratica di un contabile […] L'articolo Francia. Abolito il “codice nero”… dopo 341 anni! su Contropiano.
June 7, 2026
Contropiano
Contro lo sfruttamento lavorativo sono necessarie le lotte e le alleanze sociali – di Gennaro Avallone
Sappiamo tutto Sappiamo tutto su sfruttamento lavorativo, caporalato e sistemi generalizzati di intermediazione. Sappiamo tutto sulle filiere agricole, sul modo in cui funzionano e sui meccanismi di potere che le governano. Sappiamo anche come si produce l'irregolarità tanto salariale e contributiva (con il lavoro grigio e nero) quanto quella amministrativa (ad esempio, con le [...]
June 6, 2026
Effimera
Il caso Nowak e l’estrema destra
Lunedì scorso, la polizia britannica ha diffuso i filmati raccolti dalle bodycamera degli agenti di polizia durante l’arresto del diciottenne Henry Nowak. Il video mostra gli ultimi istanti di vita di Nowak dopo essere stato accoltellato da Vickrum Digwa a Southampton, in Inghilterra, il 3 dicembre e ritrae lo studente universitario a terra mentre dice agli agenti di essere stato accoltellato. Come ha affermato Mark Nowak, padre di Henry, sui gradini della Crown Court di Southampton: «Invece di essere trattato come una vittima morente, la polizia ha formalmente arrestato Henry per aggressione e gli ha letto i suoi diritti. Quella è stata l’ultima cosa che ha sentito. Henry non è morto con dignità. Non è morto con le cure che meritava. Ha perso conoscenza prima che qualcuno gli credesse». Le immagini hanno suscitato shock e indignazione in tutto il Regno unito, ma questo sentimento si è presto diffuso. La leader del Partito conservatore, Kemi Badenoch, ha descritto l’incidente come un «momento Stephen Lawrence», riferendosi all’omicidio a sfondo razziale di un diciottenne britannico di colore, rimasto irrisolto per decenni. L’assassino di Nowak è stato condannato e sconterà l’ergastolo. Ciò non ha impedito all’estrema destra globale di mobilitarsi contro l’omicidio. L’incidente si inserisce in una lunga storia di azioni illegali da parte della polizia britannica. Tra gli episodi più recenti si ricordano la morte di novantasette tifosi del Liverpool Fc nella calca dello stadio nel 1989, per la quale polizia e media incolparono i tifosi; l’uccisione a colpi d’arma da fuoco di Mark Duggan, un uomo disarmato, a Londra, che scatenò un’ondata di rivolte nel 2011; e il rapimento, l’omicidio e lo stupro di Sarah Everard da parte di Wayne Couzens, un agente di polizia soprannominato affettuosamente «lo stupratore» dai colleghi, nel 2021. Nonostante tutti questi precedenti, i media britannici, così come le pubblicazioni statunitensi che hanno ripreso questa vicenda, hanno scelto di concentrarsi sull’etnia e sulla religione dell’assassino, Digwa, un sikh nato in Gran Bretagna. Jacobin ne ha discusso con Daniel Trilling, uno dei maggiori esperti britannici della destra. Lunedì, su richiesta della famiglia, i tribunali hanno diffuso le immagini degli ultimi momenti di vita di Henry Nowak. Il video lo mostra disteso a terra mentre ripete per nove volte alla polizia di non riuscire a respirare e di essere stato accoltellato, mentre un agente lo ammanetta. La destra britannica ha sfruttato l’omicidio per denunciare quella che definisce una «doppia discriminazione nell’applicazione della legge», mentre i politici tradizionali lo hanno paragonato all’omicidio di Stephen Lawrence, un diciottenne di colore ucciso da razzisti, il cui omicidio è rimasto irrisolto per decenni. Anche gran parte dei media sembra aver accettato questa interpretazione. Cosa c’è di sbagliato? Innanzitutto, va notato che negli ultimi anni un gruppo di attivisti di estrema destra ha ripetutamente tentato di incitare pogrom razzisti in Inghilterra e Irlanda del Nord, solitamente in risposta a crimini efferati commessi, o presumibilmente commessi, da persone non bianche. Hanno avuto un grande successo nel 2024 in seguito agli omicidi di Southport, commessi dal diciassettenne britannico Axel Rudakubana, che hanno scatenato diffuse rivolte razziste in diverse zone del Regno unito. Ci sono ricascati l’anno scorso con proteste contro hotel, alloggi, richiedenti asilo e, in particolare, in situazioni in cui i residenti degli hotel avevano commesso reati. Quest’anno, ancora una volta, c’è stato un tentativo di incitare alla rivolta dopo la diffusione di false accuse secondo cui membri della comunità immigrata avrebbero perpetrato una serie di stupri di gruppo in una zona del sud di Londra. Questa strategia non è nuova. Si potrebbero trovare tentativi simili anche in Gran Bretagna, risalenti a decenni fa. La differenza è che ora riescono a generare indignazione con molta più efficacia. E sebbene nel Regno Unito ci siano relativamente pochi attivisti fascisti convinti, il loro comportamento incendiario sta coinvolgendo una gamma molto più ampia di persone, con background e idee politiche molto più diversificati, in proteste violente e nell’accettazione di interpretazioni razziste di questi eventi. Nel caso Novak, la destra ha sfruttato l’omicidio come prova di quella che definisce «due livelli di controllo da parte delle forze dell’ordine». Credo sia importante sottolineare che l’idea di un sistema di polizia a due livelli – che, in parole povere, si basa sull’affermazione che in Gran Bretagna i bianchi siano sottoposti a un trattamento molto più severo da parte delle forze dell’ordine rispetto alle minoranze etniche, a causa dell’ideologia woke – è una menzogna. Non è così. Il lavoro di polizia è un lavoro in cui errori e abusi di potere possono avere conseguenze di vita o di morte. Nel Regno Unito, la polizia spesso danneggia le persone che dovrebbe proteggere. Negli ultimi anni, abbiamo assistito a una serie di scandali che hanno coinvolto le forze dell’ordine, come ad esempio la presenza di stupratori noti tra le loro fila e la mancata verifica dei precedenti penali degli agenti. Inchieste sotto copertura condotte da giornalisti hanno rivelato una lunga serie di commenti razzisti e atteggiamenti discriminatori tra gli agenti in servizio. C’è stato anche il caso della perquisizione corporale di un’adolescente nera, ingiustamente sospettata di aver fumato cannabis a scuola a Londra qualche anno fa. Sono solo esempi dei malfunzionamenti nell’operato delle forze dell’ordine piuttosto comuni in Gran Bretagna, e gli orribili errori che hanno portato alla morte di Henry Nowak si inseriscono in questo quadro più ampio. E ovviamente nel Regno unito, la maggior parte delle persone che subiscono abusi di potere da parte della polizia sono persone bianche. Tuttavia, questa narrazione è stata ripresa in altre parti della stampa di destra da settori della destra moderata, così come dall’estrema destra. Negli ultimi dieci anni si è assistito a una crescente reazione negativa contro le conquiste del liberalismo sociale, siano esse campagne antirazziste o diritti Lgbt. Uno degli effetti di questa reazione è stata la diffusione di idee e retorica di estrema destra nella politica britannica e il conseguente peggioramento del clima politico, sia a livello di discorso e dibattito politico, sia nelle strade, dove la situazione sfocia sempre più spesso nella violenza. LEGGI ANCHE… LAVORO IL MITO DEI MIGRANTI CHE «CI RUBANO IL LAVORO» Guglielmo Meardi - Lorenzo Zamponi Nella sua risposta all’incidente, Nigel Farage, leader del partito di destra Reform UK, ha usato un linguaggio esplicitamente razzista, invitando i britannici a riconoscere che le vite dei bianchi contano. Si tratta di una deviazione dal suo solito modo di esprimersi? Questa settimana, Farage è intervenuto con quello che ha definito un «dichiarazione di emergenza» sull’omicidio di Henry Nowak, in cui ha invitato le persone a rispondere con «pura e fredda rabbia» e ha anche usato la frase «White Lives Matter», che è ovviamente molto carica di significato, deriva dalla reazione razzista alle proteste di Black Lives Matter negli Stati uniti. Probabilmente Farage ha fatto più di qualsiasi altro politico nel Regno unito per portare nel mainstream idee che un tempo erano confinate ai margini della destra. E ci è riuscito perché è molto abile nel muoversi con disinvoltura sul sottile confine tra rispettabilità e radicalismo. Sa, in linea di massima, fino a che punto ci si può spingere nel discorso politico britannico e mantiene una scrupolosa distanza dai fascisti e dagli altri estremisti di estrema destra. Ma questo è stato un intervento più apertamente antagonistico di qualsiasi altro fatto in passato. Di solito preferisce agire in questi casi con un’allusione velata. Farage ha avuto finora un grande successo come leader di Reform UK; il suo partito è in testa ai sondaggi e ha ottenuto significativi successi alle elezioni locali, sia quest’anno che l’anno scorso. Se le cose continueranno su questa traiettoria, è ben piazzato per entrare in un governo futuro. Nonostante questo successo, non credo che le cose stiano andando bene per Farage come vorrebbe. Dall’inizio del 2026, si è trovato ad affrontare una raffica di notizie negative sui media e battute d’arresto che hanno iniziato a intaccare il suo consenso e a indebolire lo slancio di Reform. All’inizio dell’anno, una serie di ex compagni di classe lo hanno accusato di aver pronunciato ripetutamente commenti estremamente razzisti durante gli anni scolastici. Farage ha ovviamente negato queste accuse. Ma sono stati diversi i suoi ex compagni di classe a fare queste affermazioni. Dopo anni passati a cercare di associarsi a Donald Trump e a crogiolarsi nella sua fama riflessa, Farage ha iniziato a rendersi conto che il legame con Trump è diventato uno svantaggio. Il fatto che la presidenza di Trump 2.0 sia stata più aggressiva, più ostentatamente minacciosa e intimidatoria rispetto al primo mandato di Donald Trump ha spaventato gli elettori britannici. Farage si è trovato in grossi guai all’inizio dell’attacco di Trump all’Iran, dove, come gran parte della destra britannica, ha sostenuto con entusiasmo l’azione militare nei primi giorni e ha cercato di attaccare il primo ministro, Keir Starmer, per non aver appoggiato con altrettanto entusiasmo l’intervento militare e per essersi rifiutato di impegnare le forze britanniche nello sforzo bellico di Trump. Ma non appena è diventato evidente che la principale conseguenza della disavventura di Trump sarebbe stata l’impennata dei prezzi globali del carburante, Farage si è improvvisamente trovato dalla parte sbagliata dell’opinione pubblica ed è stato costretto a fare marcia indietro e a iniziare la sua campagna elettorale concentrandosi invece sui prezzi del carburante. Il modo in cui ha gestito la guerra è stato particolarmente inetto dal punto di vista politico. I suoi stessi elettori avranno notato questa sua inversione di rotta. Un altro problema è che, dalla primavera, sono sorti interrogativi insistenti su una donazione di 5 milioni di sterline che Farage ha ricevuto prima di diventare parlamentare dal miliardario thailandese del settore delle criptovalute, Christopher Harborne, che è stato anche un importante finanziatore di Reform UK. Farage ha cercato di eludere queste domande e, fino a questa settimana, la questione era al centro della stampa britanniche. In realtà, stava evitando la pubblicità e lo faceva già da qualche settimana. Oltretutto, Reform non ha ottenuto i risultati sperati alle elezioni amministrative del maggio 2026. È il primo partito, e per un partito populista di destra nel Regno unito, è stato un passo avanti significativo. Non voglio minimizzarlo. Ma allo stesso tempo, la vera sfida in queste elezioni era quella di penetrare nella base elettorale di centro-destra del Partito conservatore, conquistando gli elettori di destra più moderati che non erano interessati a votare per Reform o che ne erano stati allontanati perché lo consideravano troppo estremista. Sebbene Reform abbia ottenuto un certo successo in quella zona, non ha raggiunto i risultati necessari per costruire una coalizione elettorale vincente alle elezioni generali del 2029. Un altro fattore che ha creato problemi a Farage è la spaccatura all’interno della destra. Ciò ha portato alla nascita di un nuovo partito di estrema destra, Restore Britain, fondato da Rupert Lowe, un parlamentare che in precedenza faceva parte di Reform. Restore si sta posizionando a destra di Farage e Reform UK, accusandoli entrambi di essere troppo moderati e Farage di essersi venduto. Restore ha adottato una linea molto più dura su immigrazione, razza e identità, rivolgendosi apertamente agli etnonazionalisti, cosa che Reform UK e Farage hanno cercato di evitare in modo altrettanto sfacciato e diretto. L’ascesa di Restore ha messo Farage in difficoltà. Da un lato, deve moderare l’immagine del suo partito per ampliare la coalizione elettorale, ma dall’altro, di fronte a questa pressione proveniente da posizioni ancora più a destra, deve segnalare alla sua base di essere il portatore delle loro speranze nazionaliste di estrema destra. Pertanto, credo che l’intervento di questa settimana sia in realtà un segno di debolezza, un tentativo di riprendere l’iniziativa. Detto questo, è anche estremamente pericoloso che lui e altri politici e attivisti si rendano protagonisti di questo tipo di interventi. Se non contrastati, potrebbero alimentare il nazionalismo etnico nel Regno unito. LEGGI ANCHE… RAZZISMO SI SCRIVE REMIGRAZIONE SI LEGGE DEPORTAZIONE Giulia Giraudo La destra britannica è da tempo divisa sulla questione etnica. Persino Enoch Powell, come lei menziona nel suo libro, iniziò come sostenitore dell’immigrazione dalle colonie. Come si sono evolute queste idee nel corso del dopoguerra? È importante riconoscere che negli ultimi decenni l’opinione pubblica britannica si è progressivamente allontanata dalla concezione dell’identità nazionale britannica in termini razziali. Se si osservano i sondaggi d’opinione, ben il 90-95% delle persone afferma che non è necessario essere bianchi per essere britannici. Questo è il risultato in parte dei successi delle precedenti generazioni impegnate nella lotta contro il razzismo e in parte del riconoscimento di ciò che la Gran Bretagna è realmente. Il Regno unito è una nazione post-imperiale composta da un mix di culture, nazionalità ed etnie. È un paese intrinsecamente eterogeneo e, in generale, l’opinione pubblica si è evoluta per riflettere e accettare questa diversità. Allo stesso tempo, credo che il nazionalismo abbia sempre alla sua base questa fatale confusione tra l’idea di nazione come comunità civica e quella di comunità etnica. Anche quando il nazionalismo etnico viene rifiutato dalla maggioranza della popolazione, o laddove vi siano forti tabù nei suoi confronti, rimane comunque un tema che l’estrema destra può sfruttare e rianimare in diversi modi. Questa guerra civile all’interno della destra crea forse opportunità per i liberali e i centristi di rimanere al potere? Pensi che le elezioni suppletive di Makerfield potrebbero rappresentare una sorta di banco di prova per questa strategia? Il problema che ci troviamo ad affrontare nel Regno unito, simile a quello di molti altri paesi in cui il populismo di estrema destra è diventato un attore politico significativo, è che la sinistra non è abbastanza forte da sconfiggere da sola il populismo di estrema destra. Come altri paesi, il Regno unito ha bisogno di creare un’ampia alleanza tra liberali, centristi e sinistra per impedire ai populisti di estrema destra di conquistare il potere elettorale, o, se si arriva a quel punto, per estrometterli dalle posizioni di potere che hanno già conquistato. Questo è ciò che è accaduto in Polonia negli ultimi anni. È accaduto in Ungheria. È accaduto anche negli Stati uniti nel 2020. Ecco perché le elezioni suppletive a Makerfield sono così importanti: Andy Burnham, il candidato laburista per quel seggio, è considerato un potenziale futuro leader del Partito laburista. Burnham è in grado di contrastare efficacemente il populismo di estrema destra, perché ha dato segnali di aver compreso gli errori commessi dal Partito laburista nell’abbracciare il neoliberismo negli anni Novanta e 2000. Riconosce che il partito ha contribuito a rendere la Gran Bretagna un paese più diseguale, e che questa disuguaglianza è stata particolarmente marcata tra le regioni. Burnham ha anche dimostrato la volontà di collaborare con partiti come i Verdi, che hanno conquistato gran parte dell’ala sinistra del Partito laburista; per un partito storicamente piuttosto conservatore, si tratta di un cambiamento significativo. Ma Andy Burnham deve vincere quelle elezioni suppletive, e se ci riuscirà, si porrà la questione di quanto sia profondo il suo impegno verso queste idee progressiste. Al momento, tutto ciò che posso dire è che la situazione è ancora incerta. Ha fatto delle allusioni a questi temi, ma allo stesso tempo, con l’intensificarsi della campagna elettorale, ha assunto posizioni ambigue. Non è chiaro se sia stato motivato da una strategia a breve termine per mantenere il sostegno degli elettori socialmente conservatori in queste elezioni suppletive, o se sia un segnale di come si comporterebbe se vincesse le elezioni e riuscisse a sfidare Starmer per la leadership del Partito laburista. Restore Britain, che attualmente nei sondaggi a Makerfield si attesta al 10%, come si inserisce in questo contesto? Restore Britain ha già esacerbato la tensione con cui Reform e Nigel Farage stanno attualmente lottando, ovvero la tensione tra radicalismo e rispettabilità. È una situazione molto delicata da gestire per un partito che si presenta come sfidante antisistema, quando allo stesso tempo cerca di costruire un’ampia coalizione elettorale che potrebbe dargli la possibilità di conquistare il potere. Più un partito come Reform cerca di prendere decisioni opportunistiche per apparire moderato e più appetibile agli elettori che vuole conquistare, più è probabile che le frange più scontenti della sua base lo percepiscano come un tradimento. Già nell’ultimo anno, abbiamo visto Reform UK spostarsi ulteriormente a destra a causa dell’emergere di Restore e delle pressioni dell’estrema destra extraparlamentare. Un buon esempio è rappresentato dalle dichiarazioni di Nigel Farage di un paio d’anni fa: in diverse interviste diceva di non ritenere necessario che il suo partito proponesse deportazioni di massa di immigrati irregolari nel Regno unito. Ma l’anno scorso, dopo le dimissioni di Rupert Lowe, che ha fondato Restore Britain e ha iniziato a chiedere deportazioni di massa, la posizione di Reform è improvvisamente cambiata. Il partito ha promesso di deportare fino a 600.000 persone entro i primi cinque anni di governo. E poi, all’inizio di quest’anno, si è spinto in una posizione ancora più minacciosa. Poco prima delle elezioni locali, Farage e i suoi colleghi hanno promesso non solo di attuare questo programma di deportazioni di massa in caso di vittoria alle elezioni, ma anche che i centri di detenzione per immigrati, necessari per rendere possibili le deportazioni, sarebbero stati deliberatamente situati in zone del paese che avevano votato per i Verdi di sinistra. Questo non solo dimostra che il partito Reform, sotto pressione della sua ala destra, sta adottando una linea molto più dura in materia di politica migratoria, ci dice anche che sta abbracciando un atteggiamento simile a quello di Trump, in realtà, un atteggiamento comune ai populisti di estrema destra di tutto il mondo. Si tratta dell’idea che il potere debba essere usato non solo per imporre politiche, ma anche per umiliare e tormentare gli avversari. *Daniel Trilling è uno dei massimi esperti britannici di politica di destra. È autore di Bloody Nasty People: The Rise of Britain’s Far Right(Verso, 2013), Lights in the Distance: Exile and Refuge at the Borders of Europe(Verso, 2018)e If We Tolerate This: How the British Establishment Made the Far Right Respectable (Picador, 2026). John-Baptiste Oduor è redattore di JacobinMag, dove è uscito questo articolo. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il caso Nowak e l’estrema destra proviene da Jacobin Italia.
June 6, 2026
Jacobin Italia
“Maranza” nelle nostre città: perché il barbaro è di nuovo utile
In Italia, oggi, il nemico pubblico indossa una tuta Nike Tech, ai piedi le TN, ha un modo di occupare il marciapiede che disturba. È giovane, maschio, figlio di qualcuno che è arrivato da qualche altra parte. E soprattutto, questo è il punto, è perfettamente funzionale. Funzionale a chi lo teme, funzionale a chi lo governa, funzionale ai giornali che ci costruiscono sopra le prime pagine. In Italia, oggi, il nemico pubblico ha un nome: maranza. Il “maranza” non è un’emergenza sociale: è un’emergenza narrativa. È il modo in cui una società che non sa fare i conti con se stessa nomina il proprio disagio e lo deposita su un corpo altrui. Come ha sempre fatto. > Ogni generazione ha il suo selvaggio da governare. Oggi si chiama così. IL BARBARO NON È MAI SCOMPARSO. SI È SOLO SPOSTATO DI QUARTIERE. Bisogna dirlo chiaramente: il “maranza” non costituisce un’invenzione recente. Non è nemmeno originale. L’Occidente moderno ha sempre avuto bisogno di un barbaro interno. Prima era il selvaggio coloniale, irrazionale, istintivo, incapace di autogoverno, che giustificava la missione civilizzatrice e il saccheggio delle risorse. Poi, con la decolonizzazione formale, il barbaro ha cambiato indirizzo ma non funzione: si è spostato nelle banlieue parigine, nei quartieri operai di Londra, nelle periferie milanesi. Edward Said, in Orientalismo (1978), mostra il meccanismo con precisione chirurgica: l’Occidente produce un Oriente immaginario, pericoloso, sessualizzato, arretrato, per definire per contrasto se stesso come razionale, civile, universale. Non è una distorsione del discorso pubblico: è la sua funzione costitutiva. Aimé Césaire, dal lato opposto della storia coloniale, ne aveva già denunciato le conseguenze interne: una civiltà incapace di risolvere i problemi che il suo stesso funzionamento genera è una civiltà in decadenza. Frantz Fanon, in I dannati della terra (1961) e in Pelle nera, maschere bianche (1952) rivela cosa accade quando il colonizzato attraversa il mare: non diventa cittadino. Diventa problema. Il suo corpo continua a essere letto attraverso le categorie che l’impero aveva costruito per giustificare il dominio. La razzializzazione non ha bisogno delle colonie per funzionare. Funziona benissimo al Corvetto, a Sesto San Giovanni, a Tor Bella Monaca. Nel 2024, Ramy Elgaml muore a sedici anni inseguito dalla polizia a Milano. Il copione è identico a quello di Zyed e Bouna, morti nel 2005 a Clichy-sous-Bois, alle porte di Parigi, inseguiti anch’essi. Vent’anni. Nessuna lezione appresa. Nessuna struttura cambiata. UNA CITTÀ COSTRUITA PER ESCLUDERE Le periferie europee non sono il risultato di un fallimento urbanistico. Sono il risultato di un successo politico. Le grandi banlieue francesi degli anni Sessanta, le cités, le HLM, gli enormi blocchi razionalisti ispirati alla Carta di Atene, erano la risposta dello Stato a un problema preciso: dove mettere la manodopera immigrata necessaria alla ricostruzione postbellica, tenendola separata dal centro. L’urbanistica non era neutrale. Era,come ha scritto Henri Lefebvre in Il diritto alla città (1968), uno strumento di produzione dello spazio al servizio dei rapporti di potere esistenti. Loïc Wacquant, in Punire i poveri (2004) e I reietti della città (2007), chiama il risultato “marginalità avanzata”: non il ghetto del passato, ma qualcosa di più sofisticato, la concentrazione territoriale di chi viene sistematicamente escluso dal mercato del lavoro regolare, dalla rappresentazione politica, dalla cittadinanza sostanziale. Una prigione senza muri, tenuta insieme dalla mancanza di alternative. In Italia il processo è più recente, ma la logica è identica. Il paese è diventato terra di immigrazione senza mai decidere cosa farsene, né politicamente né simbolicamente. Le seconde generazioni, nate qui, cresciute qui, italiane in tutto tranne che nei documenti, abitano un limbo giuridico che non è un’anomalia burocratica: è una scelta politica deliberata. Negare lo ius soli significa negare la possibilità che la presenza diventi permanenza, che la permanenza diventi appartenenza. Significa tenere aperta, per sempre, la porta del “torna a casa tua” , anche quando casa tua è qui, e non ne hai mai vista un’altra. Abdelmalek Sayad, sociologo algerino formatosi con Bourdieu e autore di La doppia assenza (1999), descrive con precisione l'”illusione del provvisorio”: lo sguardo europeo tratta il migrante come temporaneo anche quando è strutturale, come anomalia anche quando è normalità. Lo Stato chiama il migrante quando ha bisogno delle sue braccia, poi lo dimentica quando ha bisogno di un nemico. La figura del “maranza” è il figlio di questa doppia assenza: troppo italiano per essere straniero, troppo straniero per essere italiano. In questo vuoto si installa il capro espiatorio perfetto. IL GENERE NON È UN DETTAGLIO. È IL CUORE DEL MECCANISMO C’è un aspetto che il dibattito pubblico continua a non vedere, o a vedere male: il “maranza” è sempre maschio. E questo non è casuale. La figura del giovane con background migratorio viene costruita attraverso una retorica di mascolinità patologica: è violento, è incontrollabile, è sessualmente pericoloso. È troppo maschio nel senso sbagliato. Raewyn Connell, in Masculinities (1995), mostra come la mascolinità “egemone”, quella del maschio bianco borghese, razionale, padrone delle proprie emozioni, si costruisca storicamente per contrasto con forme di virilità subalterne, associate alle classi popolari, alle colonie, ai margini. Non è una descrizione del reale: è una gerarchia prodotta e riprodotta per legittimare chi sta in cima. Ma questa gerarchia ha radici più profonde di quanto il dibattito corrente riconosca. Il virilismo, come ha ricostruito lo storico Sandro Bellassai, non è un dato naturale: è una costruzione culturale emersa nella seconda metà dell’Ottocento europeo, in risposta alle prime rivendicazioni femministe e alle trasformazioni della modernità industriale. La mascolinità dominante si è affermata attraverso il nazionalismo, l’imperialismo e la retorica coloniale, e si è definita sempre per opposizione a un “altro” maschile rappresentato come arretrato, irrazionale, deviante. Il “maranza” è l’erede diretto di quell’ “altro”: la stessa funzione, aggiornata al presente. > Il virilismo ostentato di periferia, quello delle tute e della postura > spavalda nel camminare sui marciapiedi, non è una patologia originaria. È una > risposta. È quello che succede quando le vie ordinarie di costruzione della > rispettabilità maschile (il lavoro stabile, la casa di proprietà, il titolo di > studio spendibile) sono sistematicamente precluse. Pierre Bourdieu lo aveva già detto: quando non puoi accedere al campo, giochi con le regole che hai. Criminalizzare quella risposta senza vedere la domanda che la produce è, semplicemente, disonestà intellettuale. UNA RELIGIONE IN PIÙ DA PORTARE C’è un’ulteriore dimensione che il dibattito pubblico preferisce maneggiare con retorica piuttosto che con analisi: la maggior parte dei giovani definiti “maranza” è discendente di famiglie provenienti da paesi a maggioranza musulmana. E questo non è un dettaglio secondario. Come ha scritto Said, l’archivio coloniale continua a produrre significati fondati su una narrazione orientalista dell’Islam: alla dicotomia storica tra un Occidente moderno e un Oriente arretrato si è sovrapposta, dopo l’11 settembre 2001, una narrazione monolitica dell’islam come religione intrinsicamente violenta, che ignora la complessità del fenomeno. Il risultato è una stigmatizzazione a strati: sei figlio di migranti, vivi in periferia, sei maschio e povero, e in più sei musulamano, o ti si presume tale. Quel che spesso sfugge è la distanza tra come l’Islam viene vissuto dalla prima generazione e come lo reinterpreta la seconda. I padri, arrivati soli o con poco, hanno spesso fatto della moschea uno spazio di rifugio, un luogo in cui l’identità veniva riconosciuta di fronte a una società che non la riconosceva fuori. I figli, cresciuti qui, fanno qualcosa di diverso: rivendicano una fede pubblica, che non si nasconde, che non chiede scusa, che si inserisce nello spazio aperto della città come parte legittima di essa. Non è radicalizzazione. È appartenenza. È esattamente quello che ogni cittadino ha il diritto di fare, e che a loro viene letto come minaccia. QUANDO IL SUBALTERNO RISPONDE — E IL MERCATO LO ASCOLTA PRIMA DELLO STATO C’è un luogo in cui questa storia viene riscritta dal basso: la musica trap. Baby Gang, nato a Lecco da famiglia marocchina, processato, incarcerato, e poi tornato a fare musica con una lucidità politica che molti intellettuali si sognano: nel 2025 è diventato l’artista italiano con più ascoltatori mensili su Spotify, 8,2 milioni, superando Sfera Ebbasta. Il 4 marzo 2026, davanti al giudice, aveva dichiarato: “Adesso basta, solo musica.” Tredici giorni dopo era di nuovo in carcere, raggiunto da una nuova ordinanza per armi, rapina e maltrattamenti. Si può discutere a lungo su cosa significhi tutto questo. Quel che è difficile negare è che la sua traiettoria, la strada, la cella, la musica, la cella di nuovo, non è la storia di un individuo che ha sbagliato. È la storia di uno Stato che non ha mai saputo cosa fare di lui, e che lo ha incontrato quasi esclusivamente in divisa. È la traiettoria biografica di un giovane che, davanti agli occhi di uno Stato che lo aveva già visto realizzarsi nella carriera musicale, non si è lasciato redimere. Lui, le umiliazioni subite non le ha dimenticate. Ha deciso, secondo la formula di Louisa Yousfi, di «restare barbaro». Nomina la cella, nomina la polizia, nomina la frontiera invisibile tra chi appartiene e chi viene tollerato. I suoi testi sono referto sociologico e atto di accusa simultaneamente. Ghali costruisce da anni una narrazione della doppia appartenenza che rifiuta il ricatto della scelta, non è italiano, nonostante le origini tunisine, non è tunisino nonostante sia cresciuto a Baggio, Milano. La molteplicità non è un problema da risolvere: è il punto di osservazione da cui il mondo si vede più chiaramente. > Gayatri Spivak aveva chiesto, nel 1988, in Can the subaltern speak?, se il > subalterno potesse parlare. La risposta non era semplicemente negativa: il > problema era che i meccanismi di produzione del discorso pubblico erano > strutturati per non ascoltarlo, per tradurlo, per neutralizzarlo. La trap è uno di quei rari momenti in cui qualcosa sfugge al filtro, non perché il sistema sia diventato più giusto, ma perché il mercato culturale ha le sue contraddizioni e i suoi cortocircuiti. Il riconoscimento che passa dallo streaming non è una vittoria politica. È un sintomo: questi ragazzi esistono, parlano, e qualcuno li sente nonostante tutto. Houria Bouteldja, in I bianchi, gli ebrei e noi (2016), teorizza la riappropriazione dello stigma come gesto politico. Chiamarsi barbaro, rivendicare la propria posizione ai margini dell’impero, trasformare l’insulto in identità collettiva: è un gesto antico quanto l’oppressione. Lo hanno fatto i neri americani, lo hanno fatto le donne, lo hanno fatto i queer. Non è la sola risposta possibile. Ma è una risposta che lo Stato non sa come gestire. E questo, di per sé, è già qualcosa. IL COPIONE. RECITATO SEMPRE UGUALE, SEMPRE IMPUNITO Ogni volta che un ragazzo delle periferie finisce sui giornali, il copione si ripete con precisione meccanica, e con totale impunità. Prima la cronaca nera, con il nome straniero in grassetto e tutti i dettagli dell’origine etnica che servono a costruire l’equazione implicita. Poi il commento politico: la destra che chiede ordine e militarizzazione, la sinistra moderata che si affretta a prendere le distanze per non sembrare “giustificazionista”. Poi arriva il decreto sicurezza, ce n’è sempre uno pronto nel cassetto, con il Daspo urbano, l’abbassamento dell’età penale, l’inasprimento delle pene per i minori. Stuart Hall, in Policing the Crisis (1978), chiama questo meccanismo “panico morale”: la costruzione mediatica e politica di una minaccia che legittima risposte repressive sproporzionate, mentre le cause strutturali restano intatte. Quarantasette anni dopo, il manuale è lo stesso. > Quello che non entra mai nel copione è la domanda: perché in certi quartieri, > per certi ragazzi, le traiettorie si chiudono così presto? Perché lo Stato > arriva in quelle periferie quasi esclusivamente in divisa? Perché un ragazzo > nato a Milano da genitori stranieri deve aspettare i diciotto anni per > chiedere la cittadinanza del paese in cui è cresciuto, e anche allora, se ha > un precedente penale anche minore, non gli viene data? Non sono domande retoriche. Sono domande con risposta. La risposta è scomoda, ed è per questo che non viene mai posta. SMETTERE DI FARE FINTA La colonialità, intesa nel senso che ne danno Aníbal Quijano e Nelson Maldonado-Torres, come struttura di potere che sopravvive alla fine formale del colonialismo, non è un capitolo chiuso. Abita il modo in cui un giornale sceglie quali parole usare per descrivere un arrestato. Abita la legge che nega la cittadinanza a chi è nato qui. Abita il poliziotto che ferma dieci volte di più se hai una certa faccia. Abita il professore che ha aspettative più basse. Abita il padrone di casa che non affitta. Abita il selezionatore che non richiama se il cognome suona straniero. Non è un complotto. È una struttura. Ed è esattamente per questo che è più difficile da smontare di un complotto: non ha un responsabile unico, non ha un centro, non ha un momento fondativo da cui revocare. Si riproduce da sola, attraverso migliaia di decisioni quotidiane che si presentano come neutre e non lo sono. Michel Foucault avrebbe detto: è il potere che funziona meglio, quello che non ha bisogno di un sovrano. Riconoscere questo non è “fare politica dell’identità” , l’accusa pigra che serve a chiudere il dibattito prima che cominci. È fare analisi. È il minimo indispensabile per cominciare a ragionare seriamente su cosa significherebbe una società all’altezza delle proprie promesse costituzionali. Il “maranza” non è il problema. È lo specchio. Il problema è chi non ci vuole guardare dentro. La copertina è tratta da WikiCommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo “Maranza” nelle nostre città: perché il barbaro è di nuovo utile proviene da DINAMOpress.
June 4, 2026
DINAMOpress
Padova, 29 maggio: contro la peste nera
Alle 19 tutte/i in piazza dei Signori. Venerdì 29, un gruppo fascista porterà nella nostra città la campagna razzista chiamata “Remigrazione”. Nell’Italia, segnata dal crollo verticale della natalità, dalla presenza di percentuali di immigrate/i maggioritaria in alcuni settori fondamentali della nostra economia, e comunque decisiva per il nostro Paese nei decenni a venire, è a tutte/i chiaro che si tratta