Tag - razzismo

Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni Trenta
Le fiamme di Belfast dopo i tumulti razziali di Southampton mandano un segnale che va ben compreso. Quanto accaduto in Gran Bretagna, dove gli stranieri (europei inclusi) sono circa 13 milioni su 70 milioni di abitanti, sembra voler anticipare lo scenario al quale prepararci anche in Francia, Germania, Italia, Spagna. […] L'articolo Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni Trenta su Contropiano.
June 13, 2026
Contropiano
I mondiali del razzismo e del suprematismo, specchio dell’imperialismo
È cominciata ieri la Coppa del Mondo di calcio maschile, uno degli eventi internazionali più attesi e dietro cui ci sono flussi economici tali da poter rappresentare perfettamente gli indirizzi generali presi dal capitale. E se i tempi sono quelli del suprematismo genocidiario e dell’imperialismo sempre più esplicitamente predatorio, la […] L'articolo I mondiali del razzismo e del suprematismo, specchio dell’imperialismo su Contropiano.
June 12, 2026
Contropiano
Rabbia e pogrom razzisti a Belfast. La destra britannica soffia sul fuoco
Ci sono stati dodici agenti di polizia feriti e 16 arresti nella seconda notte di disordini in Irlanda del Nord dopo l’attacco con coltello avvenuto a Belfast da parte di un immigrato. Il 44enne ha perso un occhio e ha riportato gravi ferite, mentre l’aggressore, un sudanese di 30 anni, […] L'articolo Rabbia e pogrom razzisti a Belfast. La destra britannica soffia sul fuoco su Contropiano.
June 11, 2026
Contropiano
Il modo sbagliato di criticare il fascismo di Vannacci
Ieri sera il generale Vannacci ha mostrato di essere un politico di infimo livello, senza argomenti, sconclusionato, del tutto privo di una lettura del paese e delle sue strutture sociali ed economiche. Dico questo non perché è un fascista. Certo, quello è il principale motivo per contestarlo. Dico che è […] L'articolo Il modo sbagliato di criticare il fascismo di Vannacci su Contropiano.
June 11, 2026
Contropiano
13 Giugno: Giornata Nazionale di lotta contro la remigrazione, per la regolarizzazione di tutti i lavoratori stranieri
L’orrenda uccisione di Waseem, Amin, Ullah e Safi, lavoratori immigrati e sfruttati in Italia, rimette sotto la luce dei riflettori il dramma del mondo del lavoro che coinvolge i lavoratori stranieri. Sono ormai decine le persone che sono state punite con la morte perché reclamavano i propri diritti. Sono molte […] L'articolo 13 Giugno: Giornata Nazionale di lotta contro la remigrazione, per la regolarizzazione di tutti i lavoratori stranieri su Contropiano.
June 11, 2026
Contropiano
IRLANDA: POGROM DELLA DESTRA UNIONISTA CONTRO LE PERSONE MIGRANTI A BELFAST, “XENOFOBIA FA MOLTA PRESA SULLA COMUNITÀ LEALISTA”
La sera di martedì 9 giugno, a Belfast, nel nord dell’Irlanda, manifestanti anti-migranti, legati alla destra xenofoba di marca unionista, sono scesi nelle strade dei quartieri a maggioranza lealista-protestante, hanno eretto barricate, dato alle fiamme bidoni e automobili, fino a dare vita a veri e propri pogrom nei confronti dei residenti di origine migrante, attaccando le loro case. Alcune persone sono state evacuate da un edificio che è stato dato alle fiamme nel tentativo dei manifestanti di bruciarne vivi i residenti. Ci sono state anche alcune aggressioni, tra cui alcuni accoltellamenti. Il pretesto, utilizzato dall’ultradestra unionista per fomentare i raid contro le persone migranti, è stato l’accoltellamento, lunedì sera, di un uomo di 40 anni da parte di un 30enne di origine sudanese che è stato arrestato e oggi comparirà davanti al giudice in tribunale. “Questa folla, che era costituita esclusivamente da cittadini della comunità unionista, ha dato alle fiamme addirittura delle case, ci sono delle immagini scioccanti che riportano ai pogrom del 1969 contro i cittadini nazionalisti o cattolici irlandesi”, afferma Carlo Gianuzzi, collaboratore di Radio Onda d’Urto e curatore del podcast “Diario d’Irlanda”. “Al nord (dell’Irlanda, ndr) questa animosità verso le persone di origine straniera si è innestata su un retroterra che fa riferimento al conflitto: ha avuto presa, e sta avendo presa, sulla comunità unionista-lealista, diciamo protestante, e molto meno, quasi per niente, sulla comunità nazionalista irlandese, cioè quella cattolica”, spiega Carlo Gianuzzi sulle frequenze di Radio Onda d’Urto. “Ieri sera infatti, nonostante il tentato omicidio sia avvenuto in una zona nazionalista, nei quartieri repubblicani come Belfast ovest o Ardoyne non è successo praticamente niente”, continua Gianuzzi. “Nel nord dell’Irlanda, dal momento che tutto questo può contare sull’organizzazione di membri, o comunque simpatizzanti, delle vecchie milizie lealiste, l’Uda e l’Uvf, hanno un certo livello efficacia dal punto di vista dei danni che possono provocare, come si è visto ieri”, aggiunge il nostro collaboratore esperto di storia e attualità irlandese. Su Radio Onda d’Urto l’intervento di Carlo Gianuzzi, nostro collaboratore e curatore del podcast “Diario d’Irlanda”. Ascolta o scarica.
June 10, 2026
Radio Onda d`Urto
Rimettere la remigrazione con i piedi per terra
Rimetterla “con i piedi per terra” significa coglierne insieme le condizioni di possibilità e il carattere di rottura. Solo così diventa possibile comprendere cosa ci dice sul presente delle politiche migratorie europee e sulle sfide che pone alle culture politiche progressiste Di fronte alla remigrazione la tentazione è quella di stringere l’inquadratura. Fare uno zoom sui promotori, sulle loro biografie politiche, sui simboli che utilizzano, sulle parole e retoriche agitate. È un esercizio necessario. Permette di riconoscere genealogie politiche, continuità ideologiche e riferimenti culturali che sarebbe ingenuo sottovalutare. IL 13 GIUGNO E IL RISCHIO DELLO ZOOM La remigrazione sta conquistando spazio nel dibattito pubblico italiano. Il 13 giugno è prevista a Roma una manifestazione nazionale promossa da organizzazioni dell’estrema destra in occasione della quale verrà promossa la proposta di legge che punta a tradurre quel progetto politico in un insieme organico di misure legislative. Contro l’iniziativa sono state annunciate mobilitazioni e cortei che si preannunciano partecipati e politicamente molto densi. Eppure lo zoom, da solo, rischia di non bastare. Concentrando tutta l’attenzione sugli attori che oggi rivendicano la remigrazione, si corre il rischio di trasformarla in un’anomalia, in un corpo estraneo improvvisamente comparso nello spazio pubblico. Come se si trattasse di una proposta comprensibile soltanto a partire dalle culture politiche che la sostengono e non come il prodotto delle trasformazioni che negli ultimi anni hanno attraversato le politiche migratorie europee. Per comprendere davvero la portata della remigrazione occorre allora cambiare inquadratura. Senza rinunciare allo zoom, ma affiancandogli un grandangolo capace di mostrare il contesto entro cui questa proposta emerge, si diffonde e prova a conquistare consenso. Lo zoom ci aiuta a capire chi promuove la remigrazione. Per comprenderne il significato politico occorre però allargare lo sguardo e interrogare il terreno sul quale essa prende forma. L GRANDANGOLO: IL NUOVO SCENARIO DELLE POLITICHE MIGRATORIE L’emersione della remigrazione nel dibattito pubblico italiano coincide con una fase di profonda trasformazione delle politiche migratorie europee. Negli ultimi anni il governo della mobilità è diventato uno dei terreni privilegiati attraverso cui l’Unione europea e i suoi Stati membri stanno ridefinendo strumenti, priorità e confini dell’azione pubblica. L’implementazione del Patto europeo su migrazione e asilo, il rafforzamento delle procedure accelerate alle frontiere, la crescente centralità delle politiche di esternalizzazione e il rilancio delle strategie di rimpatrio delineano un quadro nel quale il controllo della mobilità occupa una posizione sempre più centrale. A questo scenario si aggiungono esperimenti come il protocollo tra Italia e Albania, che sposta oltre i confini nazionali alcune funzioni fondamentali della gestione migratoria, e le proposte europee volte a rafforzare ulteriormente i meccanismi di espulsione e allontanamento, come il nuovo Regolamento europeo sui rimpatri attualmente in discussione, che punta ad ampliare e rendere più efficaci gli strumenti di espulsione e allontanamento. > Non si tratta di processi isolati. Al contrario, compongono una trasformazione > più ampia che da almeno quindici o vent’anni investe le politiche migratorie > del continente. Prima ancora della remigrazione, l’Europa ha costruito una > complessa infrastruttura giuridica, amministrativa e materiale di selezione, > confinamento ed espulsione. Centri di detenzione amministrativa, procedure differenziate di accesso ai diritti, accordi con paesi terzi, sistemi sempre più sofisticati di sorveglianza e identificazione, dispositivi di rimpatrio forzato: è all’interno di questo insieme di pratiche che si definisce oggi una parte rilevante del governo delle migrazioni. Collocare la remigrazione dentro questo scenario non significa affermare che essa sia già realtà o che rappresenti semplicemente il nome nuovo di politiche esistenti. Significa piuttosto riconoscere il contesto entro cui essa prende forma. La remigrazione emerge in una fase nella quale il controllo della mobilità è già diventato una delle principali tecnologie di governo delle società europee. Ignorare questo sfondo significherebbe privarsi degli strumenti necessari per comprenderne la forza e le condizioni di possibilità. PERCHÉ IL GRANDANGOLO DA SOLO NON BASTA Ma allargare l’inquadratura comporta un rischio speculare: quello di appiattire le differenze. Se lo zoom rischia di isolare la remigrazione dal contesto che la rende possibile, il grandangolo, da solo, rischia di dissolverne la specificità. È un rischio meno evidente, ma non meno insidioso. Una volta riconosciuto che la remigrazione emerge all’interno di una più ampia trasformazione delle politiche migratorie europee, si potrebbe essere tentati di considerarla soltanto una versione più esplicita, più aggressiva o più radicale di tendenze già esistenti. Gli elementi che alimentano questa lettura non mancano. Molti degli strumenti evocati dai sostenitori della remigrazione appartengono già al repertorio delle politiche migratorie contemporanee: i rimpatri forzati, la detenzione amministrativa, i programmi di ritorno volontario assistito, il rafforzamento dei controlli alle frontiere, la differenziazione dei diritti sulla base dello status giuridico. Anche il legame tra accesso alla cittadinanza, appartenenza nazionale e selezione della popolazione non è certo una novità nella storia degli Stati moderni. > Eppure fermarsi a questa constatazione significherebbe perdere un aspetto > decisivo. La continuità degli strumenti non implica l’identità dei progetti > politici. Le stesse tecnologie di governo possono essere mobilitate > all’interno di immaginari differenti e orientate verso obiettivi diversi. Per > questo la questione non riguarda soltanto quali misure vengano proposte, ma > quale visione della società esse contribuiscano a costruire. Da questo punto di vista la remigrazione non si limita a chiedere un inasprimento delle politiche migratorie esistenti. Prova a riorganizzarle attorno a un principio politico più ampio, che riguarda la definizione stessa della comunità nazionale, dei suoi confini e della sua composizione. È su questo terreno che emerge la sua specificità e che diventa possibile coglierne il significato politico. PIÙ CHE UNA POLITICA MIGRATORIA, UNA POLITICA DELLA POPOLAZIONE È a questo livello che conviene leggere la proposta di legge presentata dal comitato Remigrazione e Riconquista. Considerate singolarmente, molte delle misure proposte possono apparire come un ulteriore irrigidimento delle politiche migratorie: l’espulsione di determinate categorie di stranieri, la restrizione dei ricongiungimenti familiari, l’abolizione di forme di protezione, l’inasprimento delle condizioni di soggiorno e di accesso ai diritti. Altre riguardano invece la cittadinanza, prevedendone la revoca in alcuni casi o limitandone ulteriormente l’acquisizione. Altre ancora puntano a incentivare il ritorno nei paesi di origine oppure, al contrario, a favorire l’insediamento di soggetti considerati maggiormente assimilabili alla comunità nazionale, come gli italo-discendenti. A queste misure si affiancano infine interventi demografici rivolti alle famiglie italiane, presentati come strumenti per contrastare il declino della natalità. Osservati nel loro insieme, però, questi provvedimenti assumono un significato diverso. Il loro tratto distintivo non risiede in ciascuna misura presa isolatamente, ma nella logica che le connette. > Espulsioni, revoche della cittadinanza, incentivi al ritorno, selezione degli > ingressi e politiche demografiche vengono ricondotti a un medesimo obiettivo: > intervenire sulla composizione della popolazione in maniera radicale, > proponendo un’idea esplicita di razzismo priva della ambivalenti mediazioni > sperimentate nel corso della seconda metà del Novecento. Letti insieme, questi strumenti non delineano soltanto una politica di controllo dell’immigrazione. Disegnano una precisa idea di composizione della popolazione. La questione non è più soltanto governare gli ingressi o regolare la presenza delle persone migranti sul territorio. Diventa stabilire quali soggetti siano desiderabili, quali debbano essere incoraggiati a restare, quali possano essere allontanati e quali caratteristiche debba assumere, nel lungo periodo, la comunità nazionale dentro la cornice della bianchezza. Più che una politica migratoria, la remigrazione appare allora come una politica della popolazione. Una politica che utilizza gli strumenti del controllo migratorio, ma li inserisce all’interno di un progetto più ampio di ridefinizione dell’appartenenza. La domanda fondamentale non è più soltanto chi può entrare nel territorio dello Stato. È chi può appartenere stabilmente alla comunità nazionale e contribuire a definirne il futuro non più in base alla collocazione nel mercato del lavoro, ma in ragione dell’identità razziale e del profilo religioso. UNO SPARTIACQUE È qui che emerge la novità della remigrazione. Per almeno tre decenni il lessico dominante delle politiche migratorie europee si è organizzato attorno a una serie di parole chiave relativamente stabili: gestione dei flussi, integrazione, sicurezza, quote di ingresso, fabbisogni del mercato del lavoro. Pur all’interno di orientamenti politici differenti, la questione fondamentale rimaneva quella di regolare la presenza delle persone migranti: quanti ingressi consentire, a quali condizioni, con quali diritti e attraverso quali strumenti di controllo. Naturalmente questa rappresentazione è tutt’altro che neutra sul piano politico. Le politiche migratorie europee sono state attraversate da profonde e spesso violente pratiche di esclusione, gerarchie giuridiche, dispositivi di confinamento e violazioni dei diritti ben prima dell’emersione della remigrazione. Tuttavia, anche nelle loro versioni più restrittive, esse tendevano a presentarsi — spesso anche in contraddizione con gli effetti concreti prodotti — come strumenti di gestione della mobilità e di amministrazione della presenza. La remigrazione sposta il terreno della discussione. Non si limita a proporre criteri più severi per l’ingresso o la permanenza. Mette in discussione la permanenza stessa delle persone con background migratorio come fatto legittimo e strutturale delle società europee contemporanee. > Se il paradigma della gestione dei flussi si interrogava su quanti migranti > ammettere e secondo quali criteri, la remigrazione si interroga su quali > popolazioni debbano comporre la nazione e su quali, invece, possano o debbano > esserne progressivamente allontanate. È in questo passaggio che si manifesta il suo carattere di spartiacque. Non perché introduca strumenti completamente inediti, ma perché rende esplicito un principio che nelle politiche migratorie contemporanee è spesso rimasto implicito, frammentato o mascherato dal linguaggio tecnico dell’amministrazione. La questione della composizione della popolazione, dell’appartenenza nazionale e della desiderabilità dei soggetti non resta sullo sfondo: diventa il centro dichiarato del progetto politico. Non è più soltanto il governo della mobilità a essere in discussione, ma la ridefinizione della popolazione stessa come oggetto esplicito dell’intervento politico. Per questo la remigrazione non può essere interpretata né come un fenomeno completamente estraneo alle trasformazioni in corso né come una semplice continuazione delle politiche esistenti. È piuttosto un punto di condensazione: il luogo in cui tendenze sedimentate nel corso degli ultimi decenni vengono ricomposte all’interno di un immaginario coerente e rese politicamente esplicite. Ed è proprio questa esplicitazione, prima ancora delle singole misure proposte, a spiegare perché il termine remigrazione stia conquistando una crescente visibilità nel dibattito pubblico europeo. PERCHÉ L’ANTIFASCISMO DA SOLO NON BASTA Riconoscere questa rottura è indispensabile. Ma non sufficiente. La mobilitazione contro la manifestazione del 13 giugno è una tappa fondamentale. Lo è perché individua correttamente la matrice politica della remigrazione, ne contesta l’impianto ideologico e ne contrasta il tentativo di legittimazione nello spazio pubblico. Sarebbe un errore minimizzare questo aspetto o considerarlo secondario. Il problema nasce quando l’attenzione si concentra esclusivamente sui soggetti che oggi promuovono la remigrazione. In questo caso il rischio è quello di circoscrivere il fenomeno entro i confini dell’estrema destra, perdendo di vista il terreno sul quale esso riesce a radicarsi e ad apparire plausibile. La remigrazione non conquista spazio soltanto per la capacità dei suoi promotori di organizzarsi e comunicare. Lo conquista anche perché interviene in un contesto nel quale il controllo della mobilità, il rafforzamento dei rimpatri, l’esternalizzazione delle frontiere e la differenziazione dei diritti sono già diventati elementi ordinari del governo delle migrazioni. > Da questo punto di vista, occuparsi oggi di migrazioni, da una prospettiva > critica, non può significare soltanto opporsi alla remigrazione. Significa > anche interrogare le trasformazioni che hanno attraversato negli ultimi anni > le politiche europee e nazionali, il consolidamento dei dispositivi di > confinamento e detenzione, la normalizzazione del linguaggio emergenziale e la > crescente centralità attribuita al contenimento della mobilità come strumento > di governo. Il rischio, altrimenti, è quello di combattere il sintomo lasciando intatto il terreno che ne rende possibile la diffusione. Di denunciare la forma più radicale di una tendenza senza interrogarsi sulle condizioni che l’hanno resa pensabile, dicibile e, per una parte dell’opinione pubblica, perfino desiderabile. Per questa ragione la critica della remigrazione non può esaurirsi nella denuncia dei suoi promotori. Deve essere capace di mettere in discussione anche il quadro più ampio entro cui essa prende forma. Non per confondere fenomeni diversi o cancellarne le differenze, ma per comprendere il rapporto che li lega e individuare i punti nei quali è possibile intervenire politicamente. QUALE IMMAGINAZIONE POLITICA? La remigrazione non è soltanto un programma politico. È anche un esercizio — violento, brutale e potenzialmente pericoloso — di immaginazione politica. Uno degli aspetti che colpiscono nel dibattito europeo degli ultimi anni è la capacità delle destre di articolare proposte che, pur essendo difficilmente praticabili, riescono a presentarsi come una visione complessiva della società. La remigrazione non si limita a evocare un principio generale. Costruisce un lessico, individua obiettivi, immagina istituzioni, propone procedure, definisce gerarchie e criteri di appartenenza. In altre parole, offre un’immagine del futuro. Una parte rilevante delle culture politiche progressiste sembra invece aver mano a mano rinunciato a questo terreno. Negli ultimi anni il dibattito si è spesso concentrato sulla difesa delle garanzie residue contro gli aspetti più brutali delle politiche migratorie contemporanee. Una battaglia necessaria, ma che raramente si è tradotta nella capacità di formulare un progetto alternativo. Si contestano gli eccessi, si denunciano gli abusi, si chiedono politiche più umane. Molto più raramente si mettono in discussione le categorie fondamentali che organizzano il campo. Chi può muoversi? Chi può restare? Chi ha diritto ai diritti? Chi decide l’appartenenza? Sono domande che finiscono spesso per essere poste dall’estrema destra, mentre il resto dello spettro politico si limita a reagire. È anche per questo che la remigrazione merita di essere presa sul serio. Non perché rappresenti una risposta convincente, ma perché segnala un vuoto. Mostra la capacità della destra di trasformare in progetto politico una determinata idea di popolazione, mentre le alternative appaiono spesso prive di un’analoga capacità di immaginazione istituzionale. > Eppure un’altra prospettiva è possibile. Regolarizzazione permanente, chiusura > dei CPR, diritti sociali sganciati dalla nazionalità, cittadinanza svincolata > dalla discendenza e dal profilo reddituale, welfare universale, libertà di > movimento: nessuna di queste proposte può essere ridotta a uno slogan morale o > a una dichiarazione di principio. Ognuna implica la costruzione di istituzioni, dispositivi e forme di organizzazione sociale alternative a quelle esistenti. Il problema è che troppo spesso queste ipotesi restano frammentate, difensive o relegate ai margini del dibattito pubblico. Rimettere la remigrazione con i piedi per terra significa allora compiere entrambe le operazioni. Allargare l’inquadratura per cogliere il contesto che ne rende possibile l’emersione e, allo stesso tempo, riconoscerne il carattere specifico. Solo così è possibile sottrarsi sia all’allarmismo sia alla banalizzazione. E solo così diventa possibile tornare a discutere non di come governare le migrazioni, ma di quale società vogliamo costruire e di quali principi debbano organizzare il rapporto tra mobilità, cittadinanza, uguaglianza e democrazia nell’Europa contemporanea. La copertina è di pixabay Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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June 10, 2026
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