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Puro veleno
Per il governo Meloni e i suoi fan essere giovani è socialmente pericoloso, se poi si è giovani e figli di migranti si è potenzialmente criminali, se inoltre si sventola la bandiera della Palestina, allora la colpevolezza è ai massimi livelli. Il sionismo, il razzismo e l’odio di classe verso […] L'articolo Puro veleno su Contropiano.
July 25, 2026
Contropiano
Verità e giustizia Abderrahim Fakir
È mattina tardi al Pilastro, quartiere periferico di Bologna, fa caldo, tanto caldo. Fa caldo da giorni, settimane, mesi. Non se ne può più. Il caldo si mischia all’ansia dei documenti che non arrivano, alle leggi sull’immigrazione che si inaspriscono, sia a livello nazionale che europeo, a Vannacci pompato a tutte le ore dai social e televisioni. Vivi qui da quando hai sette anni, ma non hai ancora la cittadinanza e ancora oggi, superata la soglia dei quarant’anni, hai paura per il permesso che fa ritardo. Fa sempre ritardo. Devi sempre provare il tuo status con documenti, certificati, permessi. Vivi qui da quando hai sette anni. Questo è il tuo paese, Bologna la tua città. E poi c’è il lavoro che non va bene, hai un’impresa, ma i clienti pagano sempre in ritardo e tu devi pagare le tasse, i contributi, i lavoratori. L’ansia sale, non ti senti bene, ti manca il respiro. Hai provato a chiedere aiuto, anche al pronto soccorso, ma non ti hanno ascoltato… Abderrahim Fakir il 19 luglio viene visto “dare in escandescenza”, tirare calci a dei garage, urlare. Interviene la polizia, viene chiamato il 118 per una “crisi psichiatrica”. I pochi minuti che concludono la vita di Abderrahim Fakir  li abbiamo visti tutte e tutti nei video, viene eseguita “una manovra di contenzione” dai due poliziotti arrivati sul posto, mentre una terza persona gli ferma le gambe. Sul tema si è già espresso il Presidente del 118 Balzanelli «la manovra così eseguita è errata e rischiosa». Anche la circolare del Ministero dell’interno dell’11 maggio 2026 con le linee guida per la gestione di persone non collaborative scrive chiaramente che «se il soggetto mostra segni di malessere, [bisogna] allentare la presa, posizionarlo su un fianco e chiamare i sanitari». Quindi i protocolli ci sono e sono chiari: non si deve stare sopra la cassa toracica di una persona in evidente stato di agitazione, contro cui era già stato usato lo spray al peperoncino e con mani e piedi già legati. E i video della situazione precedente al momento della manovra, non possono eliminare né giustificare ciò che è accaduto dopo.  > Perché al momento del suo fermo erano presenti solo i paramedici del 118 e non > un medico? Perché i paramedici non sono intervenuti prima? Perché era ancora > ammanettato quando si è cercato di rianimarlo? Perché è stato usato dello > spray urticante? Come scrive la Brigata Basaglia: «Le pratiche di contenzione, i TSO, le procedure di intervento nei confronti di persone “in stato di alterazione” non sono neutre, sono lo specchio di un crescente sistema di repressione e controllo che agisce con particolare violenza nei confronti delle persone marginalizzate, dissidenti e razzializzate».  Il poliziotto che ha di fatto provocato la morte di Abderrahim Fakir, non era la prima volta che in un fermo utilizzava “metodi estremamente violenti”, era già stato denunciato da Enrico Abumhere, questo ci fa comprendere come non siamo di fronte a singole azioni che deviano dai protocolli, momenti di difficoltà, o qualche mela marcia. Ma modalità sistematiche.  Foto di Daniele Stefanizzi LA VIOLENZA RAZZISTA È STRUTTURALE  La polizia italiana è stata più volte accusata di razzismo dalle organizzazioni internazionali. Nel 2023 il Comitato Onu per l’Eliminazione delle discriminazioni razziali (CERD) nel suo rapporto sull’Italia si è definito «preoccupato per le numerose segnalazioni sull’uso diffuso della profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine». Nel 2024, il Meccanismo internazionale di esperti indipendenti per promuovere la giustizia e l’uguaglianza razziale nelle forze dell’ordine (EMLER), ha denunciato «l’adozione sistematica della profilazione razziale come base per i controlli d’identità, per i fermi e le perquisizioni», così come ha definito il sistema penale e carcerario fortemente discriminatorio nei confronti delle persone razzializzate. Ancora nel 2025, la Commissione contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa (ECRI) ha pubblicato dossier in cui accusa la polizia italiana di utilizzare la profilazione razziale, indirizzando i controlli in base all’etnia.  > Profilazione razziale, leggi discriminatorie, sistema della cittadinanza > basato strettamente sullo jus sanguinis, il razzismo in Italia non è un > semplice atteggiamento individuale di qualche individuo, ma un sistema > segregazionista fatto di leggi, istituzioni, uffici, certificati, procure e > applicato violentemente nei controlli di polizia. Il ricatto dei documenti è utile per sfruttare lavoratrici e lavoratori migranti e pagarli con salari da fame e mantenerli senza diritti. E a questo dobbiamo aggiungere tutti i nuovi poteri che le forze dell’ordine hanno ottenuto tramite l’approvazione dei vari Decreti Sicurezza, tra cui lo scudo penale, subito utilizzato in questo caso.  La polizia, i carabinieri e l’esercito nelle strade, l’istituzione di zone rosse nei centri città, attuano praticamente una segregazione razziale urbana, controllando in maniera continuativa, stressante e violenta le persone razzializzate e migranti, le persone marginalizzate e che vivono in estrema povertà nelle strade, e chiunque provi a protestare e criticare il potere. Le carceri e i cpr sono il corollario di questo controllo urbano. Non è un caso che Abderrahim Fakir vivesse un’ansia costante di essere deportato. Ed è simbolico che la sua uccisione sia avvenuta mentre a Genova si ricordava l’uccisione di Carlo Giuliana. Come allora, la polizia uccide impunita nelle nostre strade, l’omertà, lo spirito di corpo, i depistaggi e la base fascista della polizia è ben solida, coperta e sostenuta dal sistema giudiziario e politico.   > Abderrahim Fakir non stava bene, ma della sua salute mentale nessuno parla, > non era preso in carico dai servizi di salute mentale, perché in Italia sono > manchevoli e non hanno sufficienti personale e risorse. Non seguiva una cura, non aveva un sostegno psicologico, nonostante stesse affrontando un momento della vita complicato. Come può accadere a ognuno di noi. Solo che pagare 50 o anche 100 euro settimanali per una seduta di terapia è un privilegio che non tutte le persone si possono permettere. Eppure nessuna risorsa aggiuntiva è stata inserita in finanziaria per il supporto psicologico e per il benessere psico-fisico, mentre la richiesta di presa in carico è esplosa. Quando in passato aveva era stato fermato per spaccio e detenzione di sostanze stupefacenti, per Abderrahim Fakir si è attivato il sistema penale e carcerario in maniera solerte. Ma in un momento di bisogno non si è attivato nessun servizio del sistema sanitario o di supporto sociale. Nessuna istituzione della cura, solo del controllo. E questo ha tutto a che vedere con il colore della sua pelle, con la storia coloniale del nostro paese e dell’Europa, con il suprematismo bianco dei nostri giorni, che affonda le sue radici in secoli di conquiste, sopraffazione e schiavismo.  Foto di Daniele Stefanizzi BOLOGNA IN RIVOLTA  Il giorno seguente l’uccisione di Abderrahim Fakir, il sindaco Lepore ha convocato un presidio in centro storico, e non al Pilastro, dove le sue politiche in passato erano già state al centro di contestazioni. Qui c’erano migliaia di persone che hanno ascoltato le parole della nipote Yossra Fakir: «Abderrahim non era un caso di cronaca, era una persona, era mio zio, era un fratello, un familiare, un uomo con una storia, con dei sentimenti e con delle persone che lo amavano profondamente», continuando tra le lacrime: «meritava aiuto, ascolto, rispetto e dignità. La cosa più difficile da accettare e che in un momento di fragilità, quando una persona chiede aiuto qualcuno possa non essere riuscito a proteggerlo. E oggi noi chiediamo risposte: su chi aveva il compito di intervenire, su chi aveva il compito di tutelare una vita. Chi indossa una divisa ha una responsabilità enorme, quella di proteggere le persone, soprattutto quelle più vulnerabili, per questo chiediamo che ogni comportamento e ogni eventuale mancanza vengano accertati con la massima attenzione».  Il presidio è diventato un corteo, circondato dalle forze dell’ordine contro cui sono scoppiati scontri per tutta la notte. Ore in cui la polizia di Bologna ha lanciato lacrimogeni ad altezza delle persone, usato idranti, e caricato con violenza, ci sono stati diversi fermi, reporter sono stati manganellati, e ad altri sono state rotte le macchinette fotografiche. > Perché era necessaria la polizia in assetto antisommossa in un presidio per la > morte di un uomo ucciso dalla polizia? Perché già erano previsti idranti in > piazza? Sono mesi che assistiamo a scene di estrema violenza nelle strade di > Bologna, e non solo, dove durante il movimento per la Palestina almeno una > persona ha perso un occhio perché colpita da gas lacrimogeni. Se Bologna non avesse risposto con questa determinazione e rabbia e non fosse rimasta in piazza per ore, oggi il caso Abderrahim Fakir sarebbe già fuori dalle pagine di giornale, non avrebbe superato i confini nazionali e sarebbe rimasto l’ennesimo fatto di cronaca presto dimenticato. Senza quella rabbia la vita Abderrahim Fakir, di Rami Elgaml, di Moussa Diarra e le tante vite spezzate dal razzismo istituzionale non le ricorderebbe nessuno.  Il Partito Democratico ha ancora una volta deciso di stare dalla parte sbagliata, con le parole balbettanti di Schlein, mentre il Movimento 5 Stelle non si è espresso, e AVS ha chiesto un’ indagine indipendente. Non è abbastanza. Possibile che nessuna forza politica abbia il coraggio di dire che Fakir è stato ucciso da due poliziotti? > La lotta al razzismo sistemico e la denuncia di un’uccisione di una persona > inerme come Abderrahim Fakir dovrebbe essere al centro di un programma di > sinistra. La destra, al contrario è molto chiara, soffia sul razzismo perché > si espanda l’incendio dell’odio, in una rincorsa a Vannacci che porta il > discorso pubblico sempre più verso il fascismo. Mentre schiere di persone reali e bot alimentano nei social commenti che inneggiano alla morte delle persone migranti. La piazza di Bologna è stata giusta e necessaria, così come il processo di mobilitazione che sta nascendo, la grande assemblea che si è tenuta mercoledì 22 a piazza Lucio Dalla, chiama a una mobilitazione cittadina per domenica 26 e a una mobilitazione nazionale per settembre. Nonostante anche qui non manchino divisioni e sgomitate identitarie per ricavarsi il proprio pezzo di visibilità.  Quante altre vite spezzate dovremmo piangere? Quante altri familiari dovranno farsi carico di processi e comitati per chiedere verità e giustizia? Quante tempo ancora ci vorrà per rispecchiarci in queste storie? La lotta per Abderrahim Fakir deve essere la lotta di tuttƏ, non possiamo più aspettare il prossimo omicidio di Stato.  Mentre scriviamo ci arriva la notizia che Mohamed Amin Bessioud si è lanciato dal balcone durante una perquisizione dei carabinieri nella sua camera. Immagine di copertina di Daniele Stefanizzi Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. 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July 24, 2026
DINAMOpress
Gessetti colorati e lacrimogeni contro i marziani
NEL CUORE DELL’EUROPA, IN BELGIO, NEGLI ULTIMI MESI È NATO UN SORPRENDENTE MOVIMENTO CHE LEGA INSEGNANTI, EDUCATORI, STUDENTI E GENITORI. PROTESTANO CONTRO I PROVVEDIMENTI DI AUSTERITÀ SULLA SCUOLA CHE AUMENTANO LE DISUGUAGLIANZE EDUCATIVE E CHE COLPISCONO SOPRATTUTTO STUDENTI E STUDENTESSE DI ORIGINE STRANIERA. LA REPRESSIONE, RACCONTA IL COLLETTIVO MARS ATTACKS, DIFFUSO RAPIDAMENTE IN OLTRE 400 SCUOLE, NON HA PRECEDENTI. GLI INSEGNANTI RACCONTANO COME LA MAGGIOR PARTE DEI RAGAZZI ARRESTATI APPARTIENE A MINORANZE ETNICHE Le foto di questo articolo sono di François Dvorak, che ringraziamo -------------------------------------------------------------------------------- «Ogni grande trasformazione della società passa attraverso il controllo politico dei sistemi di pubblica istruzione e formazione». È una delle prime lezioni che ho dovuto apprendere a mie spese lavorando nel Regno Unito pre-Brexit e osservando come la scuola stesse diventando in misura crescente, da Nord a Sud, il primo terreno su cui i governi di destra intervengono quando vogliono imprimere una nuova direzione politica ai sistemi-Paese. Apparentemente relegata ai margini del dibattito pubblico, la scuola è invece uno dei terreni di scontro attraverso cui si ridefiniscono il ruolo dello Stato, le priorità della spesa pubblica, il rapporto tra cittadini e istituzioni e, in ultima analisi, il modello di società al quale si aspira, nonché le forme del controllo e della creazione o del congelamento delle classi sociali. Questa dinamica è particolarmente evidente nella società contemporanea belga e, soprattutto, a Bruxelles. La presunta capitale europea è attraversata ogni giorno da migliaia di funzionari e cittadini di varie provenienze e destinazioni che spesso osservano da lontano, senza codici interpretativi, o ignorano del tutto, la natura delle mobilitazioni e dei conflitti sociali locali che possono avere una ricaduta ben più ampia dei livelli stratificati del federalismo e della frammentazione linguistica ai quali sono relegati anche dai media mainstream. Eppure è proprio nella scuola che emergono con maggiore forza le contraddizioni di un Paese estremamente frammentato sul piano istituzionale e linguistico, chiamato a confrontarsi con una realtà sociale e culturale sempre più eterogenea. La scuola francofona al centro dello scontro politico Per molte famiglie comuni che si trasferiscono a Bruxelles, la scelta della scuola più adatta rappresenta uno dei passaggi più complessi del percorso di vita e di crescita del proprio nucleo nella comunità di transito o di permanenza più duratura. Si tratta di un tema cruciale, quasi assente nel racconto italiano della città, che continua invece a privilegiare la narrazione enfatica dei giovani expat carichi di ambizione associati ai cosiddetti “cervelli in fuga” e del mercato del lavoro europeo, lasciando sullo sfondo le profonde disuguaglianze e le crescenti tensioni che attraversano il sistema sociale belga. Per capire le proteste che da mesi attraversano il Belgio francofono occorre specificare, inoltre, che in uno Stato federale estremamente frammentato, la scuola diventa ancora di più uno dei principali terreni di scontro politico. In Belgio, le relative politiche pubbliche non rientrano precipuamente tra le competenze federali, ma afferiscono alle tre comunità linguistiche (francese, fiamminga e germanofona) alle quali fanno capo sistemi distinti, con propri ministri, programmi, modalità di finanziamento e finalità programmatiche di carattere educativo. In particolare, le mobilitazioni di questi ultimi mesi stanno ancora scuotendo a fondo il mondo della scuola nella Federazione Vallonia-Bruxelles, responsabile dell’insegnamento francofono, dove il governo di centrodestra guidato dal partito liberale-conservatore MR (Mouvement Réformateur, presieduto da Georges-Louis Bouchez, nipote minatori italiani in Vallonia, che nel corso di cinque anni lo ha reso la prima forza politica francofona) e dal partito centrista-umanista “Les Engagés” ha avviato un vasto piano di austerità destinato a incidere profondamente sul sistema educativo e a proseguire quanto già in corso sul piano dei servizi pubblici drasticamente ridotti di anno in anno. Nel frattempo, il sistema fiammingo è stato interessato da dibattiti leggermente differenti, legati soprattutto alla carenza di insegnanti, alla qualità dell’apprendimento e alle riforme curricolari. La Federazione Vallonia-Bruxelles dispone di risorse finanziarie più limitate rispetto alla Comunità fiamminga e, in particolare, la scuola francofona soffre da anni di un sottofinanziamento relativo, aggravato dall’aumento del numero di allievi, dalla difficoltà di reclutare insegnanti e dall’elevato tasso di abbandono della professione, rendendo il settore uno dei principali fronti del conflitto sociale in Belgio negli ultimi anni. Il movimento che sfida la riforma Glatigny La contestata riforma promossa dalla ministra dell’Istruzione Valérie Glatigny interviene su numerosi aspetti del sistema educativo della Federazione Vallonia-Bruxelles prevedendo un aumento del carico di lavoro per gli insegnanti dell’ultimo ciclo della scuola secondaria senza alcun corrispondente incremento salariale, una revisione del regime delle assenze per malattia, restrizioni sul fine carriera, un significativo aumento del minerval, ovvero della tassa di iscrizione all’università, per migliaia di studenti, il ridimensionamento dei fondi destinati ai pasti e al materiale scolastico gratuito e profonde modifiche al sistema di istruzione tecnica e professionale. Secondo sindacati e collettivi della scuola, queste misure potrebbero determinare la soppressione di oltre un migliaio di posti di lavoro, aggravando una situazione già caratterizzata da una cronica carenza di insegnanti, dall’aumento delle disuguaglianze educative e dall’acuirsi della segregazione scolastica e dell’abbandono precoce. Fenomeni che colpiscono in misura sproporzionata gli studenti di origine straniera, soprattutto provenienti da Paesi extraeuropei, come evidenziano i dati Eurostat e numerose ricerche transnazionali, tra cui il progetto ChatEurope promosso dall’European Data Journalism Network. Dal movimento di resistenza alla cosiddetta “riforma Glatigny” è nato il collettivo “Mars Attacks”, partito all’inizio della primavera con un primo nucleo di una decina di scuole che si sono organizzate spontaneamente riunendo insegnanti ed educatori. Nel giro di pochi mesi il movimento è cresciuto fino a coinvolgere direttamente all’inizio di questo mese quasi quattrocento istituti, costruendo una rete intersettoriale con organizzazioni studentesche, associazioni di genitori e numerose realtà della società civile. «È un movimento nato dalla base», raccontano gli insegnanti Mathieu Hovine e Quentin Padovano, incontrati a Bruxelles durante una delle ultime manifestazioni all’inizio di luglio. «I genitori e gli studenti si sono uniti successivamente, rafforzando la mobilitazione. I governi di destra iniziano quasi sempre dai servizi pubblici: sostengono che costino troppo e li riducono progressivamente. È un processo che vediamo ripetersi, con modalità diverse, in molti Paesi europei». Tra gli aspetti che più preoccupano gli esponenti del movimento c’è il futuro della nomina, lo status permanente che gli insegnanti acquisiscono dopo anni di servizio. Pur non essendo ancora oggetto di una riforma immediata, il governo ha già annunciato l’intenzione di rivederne il funzionamento. Per i docenti non si tratta semplicemente di un contratto stabile, ma di una garanzia di indipendenza professionale e di libertà d’insegnamento. «La nomina non è un privilegio né un concorso – spiegano gli insegnanti – È uno status costruito sull’anzianità di servizio, introdotto dopo la Seconda guerra mondiale per proteggere insegnanti, magistrati e funzionari dalle pressioni della politica. Ridimensionarla significa indebolire una delle principali garanzie dell’autonomia di insegnamento». Al fianco degli insegnanti è cresciuta anche la mobilitazione delle famiglie, confluite nel collettivo “Parents Attack”, oggi presente in tutta la Federazione Vallonia-Bruxelles e attivo in stretta collaborazione con Mars Attack. «Rifiutiamo un modello di società che consideriamo profondamente ingiusto – spiegano i promotori – Ci battiamo per un’istruzione pubblica emancipatrice, democratica e realmente accessibile a tutte e tutti. Il nostro impegno nasce davanti ai cancelli delle scuole, perché è lì che si costruisce il futuro di una generazione destinata a vivere in un mondo già segnato dalle crisi climatiche, dalle guerre e dall’aumento delle disuguaglianze». Più che una mobilitazione a sostegno degli insegnanti, raccontano molti genitori, è stata la volontà di accompagnare i propri figli a spingerli all’impegno dopo aver visto ragazze e ragazzi organizzare assemblee, discutere i termini degli scioperi, costruire alleanze con altri movimenti sociali e sviluppare una straordinaria maturità politica. «Non volevamo lasciare quello spazio a chi guarda alla scuola soltanto come a una voce di bilancio – racconta un papà – La ministra pretendeva di parlare a nome nostro. Abbiamo deciso di farlo direttamente, insieme ai nostri figli». Dalla protesta sociale alla militarizzazione dello spazio pubblico Iniziata a colpi di gessetti colorati sull’asfalto, poster creativi e biciclettate attraverso la regione francofona, la mobilitazione ha raggiunto il suo momento più teso tra il 4 e il 9 giugno, quando migliaia di insegnanti, studenti e famiglie hanno manifestato davanti al Parlamento della Federazione Vallonia-Bruxelles mentre i deputati discutevano il decreto di bilancio contenente le misure contestate. Nonostante settimane di scioperi, assemblee e manifestazioni, e le forti critiche espresse anche dalle opposizioni parlamentari, il governo ha approvato la riforma lasciando pochissimo spazio alle interlocuzioni e respingendo anche gli emendamenti attraverso il voto di giovedì 8 luglio. A lasciare il segno, tuttavia, non è stato soltanto l’esito del voto, ma soprattutto la gestione dell’ordine pubblico. Per oltre tre giorni il centro di Bruxelles, tra la Stazione Centrale, rimasta persino chiusa al pubblico, e il piazzale terminale del giardino del Mont des Arts, è stato trasformato in una vera e propria zona di sicurezza: centinaia di agenti in assetto antisommossa, idranti, elicotteri, unità cinofile, vaste aree interdette e un imponente dispositivo di protezione attorno al Parlamento, con la presenza anche dell’esercito. Alcuni episodi di vandalismo, tra cui l’incendio di monopattini per strada, sono stati utilizzati dalle autorità per giustificare un massiccio dispiegamento delle forze dell’ordine. Una risposta che insegnanti, osservatori indipendenti, organizzazioni per i diritti umani e numerosi giornalisti presenti sul posto definiscono largamente sproporzionata, denunciando anche ostacoli e violenze nei confronti della stampa impegnata a documentare le manifestazioni. «Partecipo a manifestazioni da molti anni e non avevo mai visto un dispiegamento del genere – racconta Mathieu Hovine – Ci sono stati certamente momenti di tensione, ma nulla che potesse giustificare un simile livello di repressione». Secondo le testimonianze raccolte dal movimento e le dichiarazioni delle vittime, decine di studenti, molti dei quali minorenni, e anche alcuni genitori sarebbero stati colpiti con manganelli, insultati o fermati senza aver preso parte ad alcun episodio violento e persino la parlamentare federale ecologista Claire Hugon Lecharlier (Ecolo-Groen) ha denunciato di essere stata aggredita nei pressi della stazione centrale. Numerosi esponenti dell’opposizione parlamentare, rappresentanti sindacali e delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani contestano infatti pratiche considerate incompatibili con uno Stato di diritto a partire dall’accerchiamento dei manifestanti, dall’impiego di cani senza museruola, oltre alla presenza di agenti privi del numero identificativo e, in alcuni casi documentati, all’esibizione di simboli riconducibili all’estrema destra neonazista (come la croce “Deus Vult” riconducibile al gruppo suprematista e neonazista “Werwolf Division”) e alle teorie legate al suprematismo bianco, ora al centro di un’inchiesta. Ancora più gravi, secondo i manifestanti e numerose testimonianze raccolte sul campo, sarebbero stati gli episodi di profilazione razziale. Diversi insegnanti e genitori riferiscono che, nei giorni successivi alle manifestazioni, i controlli e i fermi di polizia hanno colpito in maniera sproporzionata studenti già soggetti a discriminazione etnico-razziale, alimentando forti preoccupazioni per l’aumento di tali pratiche nell’operato delle forze dell’ordine. «Nei giorni successivi abbiamo visto fermare soprattutto studenti razzializzati – raccontano gli insegnanti e i rappresentanti dei genitori – Nella mia scuola la maggior parte dei ragazzi che hanno denunciato di essere stati arrestati apparteneva a minoranze etniche. È stato uno degli aspetti più sconvolgenti di tutta questa vicenda». Il 9 giugno migliaia di persone sono tornate davanti al Palazzo di Giustizia di Bruxelles per denunciare le violenze della polizia e chiedere l’apertura di indagini indipendenti e di opportune interrogazioni. Nel frattempo, circa 200 organizzazioni per i diritti umani, avvocati, esponenti della società civile e organizzazioni per la tutela dell’infanzia hanno sottoscritto una lettera aperta collettiva sotto forma di una Carta Bianca promossa dal Delegato per i diritti dell’infanzia in Vallonia e a Bruxelles, con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le autorità istituzionali in merito al diritto dei bambini, degli adolescenti e dei giovani a manifestare pacificamente, che è garantito dalle convenzioni internazionali. I firmatari hanno inoltre chiesto l’apertura di un’indagine seria, indipendente e trasparente sulle operazioni di polizia denunciate durante le manifestazioni, con particolare attenzione agli episodi di violenza nei confronti di persone minorenni. L’orizzonte della mobilitazione oltre le vacanze scolastiche Nonostante l’approvazione della riforma, il movimento si considera tutt’altro che sconfitto. Alcuni ricorsi hanno già prodotto risultati significativi come il pronunciamento della Corte costituzionale che ha recentemente annullato parte della riforma relativa all’insegnamento tecnico e professionale, riconoscendo l’illegittimità della soppressione della settima annualità per numerosi studenti. Parallelamente, Mars Attacks ha avviato una raccolta fondi per sostenere nuove azioni legali contro il governo e continua a organizzare assemblee, incontri pubblici e iniziative territoriali. Tra gli appuntamenti più significativi figurano la manifestazione davanti al Parlamento vallone di Namur, convocata simbolicamente nel pieno delle vacanze scolastiche e in occasione dell’ultima seduta del 15 luglio per rafforzare ulteriormente un impegno costante che in questo periodo storico non conosce alcuna pausa, gli incontri settimanali che si svolgono in Place Xavier Neujean, nel centro di Liegi, e l’organizzazione di un’università estiva per attivisti del mondo scolastico in maniera tale da preparare il rientro in aula con una determinazione ancora più forte e cosciente. Per tutta la piattaforma animata dal movimento nato come “Mars Attacks”, in questo momento storico di alta tensione la battaglia non riguarda soltanto i salari o le condizioni di lavoro, ma in maniera complessiva il modello di scuola pubblica che la comunità del Belgio francofono intende costruire e, più in generale, il ruolo dello Stato sociale in un’Europa dove le politiche di austerità continuano a ridisegnare il rapporto tra cittadini e servizi pubblici. In questo senso, tale mobilitazione supera i confini nazionali e si inserisce in un dibattito europeo sempre più ampio sul futuro dell’istruzione pubblica, della democrazia e dei diritti sociali. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Gessetti colorati e lacrimogeni contro i marziani proviene da Comune-info.
July 22, 2026
Comune-info
Viviamo in un sistema che uccide
ABDERRAHIM FAKIR È MORTO A BOLOGNA SOTTO IL PESO DI AGENTI E SANITARI CHE NON HANNO AGITO PER SALVARLO. UNA MORTE ASSURDA INTORNO ALLA QUALE SONO NATI DOLORE E RABBIA OVUNQUE. SERVE PERÒ PROVARE A PENSARE A COSA DI DIVERSO POSSIAMO E DOBBIAMO FARE ORA. SERVE, AD ESEMPIO, ESSERE CONSAPEVOLI CHE NEL CALDO TORRIDO LE CITTÀ SONO INVIVIBILI, CHE SERVIZI PREZIOSI E DIFFICILI COME IL 112, DOVE IL TELEFONO SQUILLA SENZA INTERRUZIONE, SONO SOTTO ORGANICO, CHE PER LE FORZE DELL’ORDINE OCCORRE UNA SELEZIONE ATTENTA E UNA COSTANTE FORMAZIONE Bologna, 20 luglio 2026. Foto di V. Jina Dhana -------------------------------------------------------------------------------- Restare umani è quasi impossibile, per questo è necessario. La morte di Fakir a Bologna, per mano di poliziotti che cercavano di contenere la sua agitazione, è una tragedia per tutte le persone con un briciolo di sensibilità e umanità. Non si può morire così, a 42 anni. Ci saranno le inchieste per capire il grado di responsabilità dei due poliziotti nell’esercizio della loro funzione, ma qualunque siano gli esiti immagino le loro vite trasformate per sempre, e quella di Fakir che non c’è più, e tanto mi basta per fare una riflessione fuori dai processi, e sentire che le responsabilità sono molto più diffuse di così. Barbara Spinelli, avvocata di Fakir, ha scritto un post molto bello e ci richiama a una responsabilità individuale, oltre che collettiva. Il post finisce così: “Ci sono richieste ormai improrogabili da vedere realizzate, per le quali lottare e scioperare: la revisione delle tecniche di contenimento in uso, con esclusione di quelle che espongono al rischio di asfissia posizionale, una formazione sistematica su uso proporzionato della forza, de-escalation, primo soccorso e non discriminazione; l’istituzione di un meccanismo indipendente di indagine sulle condotte delle forze di polizia; la raccolta e pubblicazione sistematica di dati sulle morti avvenute in custodia o in occasione di operazioni di polizia. Fakir ne sarebbe orgoglioso…”. Di queste possibilità vorrei ragionare. Come fare per ottenerle. Non abbocchiamo alla propaganda degli sciacalli fascio leghisti, facciamo qualcosa. Tutti sanno che il mestiere in divisa, “un mestiere qualunque” cantava Primo Brown, è un lavoro pieno di contraddizioni, di difficoltà, di fragilità umane e professionali, e prima di misurare le responsabilità dei due poliziotti mi piacerebbe fare una riflessione sui due uomini, e sulle migliaia di altri uomini e donne che, malgrado tutto, fanno un mestiere qualunque. Nel caldo torrido che brucia l’Europa e un pezzo di mondo, le nostre città non sono vivibili per la maggior parte delle persone. In questo caldo torrido, a Roma, ad esempio, molti quartieri restano continuamente senza luce e senza acqua, e senza aria per respirare… I telefoni del numerico unico d’emergenza, il 112, squillano ininterrottamente giorno e notte. Le persone stanno male, cercano aiuto, chiamano. Gli operatori del 112 rispondono appena possono, spesso dopo minuti di attesa, spesso ascoltando persone esasperate, arrabbiate, disperate. Risse, furti, aggressioni, violenze domestiche, rapine, incendi, fughe di minori, truffe, e psichiatrici… tante chiamate per segnalare per esempio persone con disturbi psichiatrici o stati di agitazione. Chiamano i familiari o cittadini spaventati… Come probabilmente è successo a Bologna. Gli operatori del 112 devono restare lucidi, capire la richiesta, processarla, inoltrarla al servizio giusto, alle forze dell’ordine, ai vigili del fuoco, all’emergenza sanitaria, a tutti insieme. Per farlo anche loro aspettano in linea che qualcuno gli risponda. Nel frattempo gli utenti possono perdere le pazienza, insultarli, buttare giù il telefono. È un lavoro prezioso, delicato e difficile, e non è assistito da un’equipe di psicologi che li aiuti a prevenire il burn out, né gestito con turni umani, il turno di notte dura dieci ore. Quindi dopo un po’ di mesi o anni così scappi via a cercare un altro lavoro. Come in tutti i lavori, alcuni lo fanno molto bene, e salvano vite, e altri no. La costante è che sono sottonumero, mal organizzati di fronte alla certezza che non basteranno a gestire le emergenze. Questo processo si ripete identico quando la telefonata raggiunge il servizio competente: poche pattuglie disponibili, poche ambulanze disponibili, molta attesa in linea, molti agenti che rischiano la loro vita ogni giorno per un salario ridicolo, mal visti da molti. Sì, ci sono molti agenti che invece fanno male il loro lavoro, screditando così anche i loro colleghi migliori, che commettono abusi di potere, che si lasciano corrempere, che uccidono per futili motivi. Come per il 112 i servizi di cura e benessere per le forze dell’ordine, una selezione molto attenta dei candidati, la formazione, gli strumenti di prevenzione del burn out, il giusto dimensionamento degli organici, sempre sotto numero, non sono da decenni una priorità di chi governa. Sulle carceri non mi devo esprimere, ho il presentimento che sulla condizione in cui vivono agenti e detenuti ne sappiamo abbastanza: una cosa tipo l’inferno, sempre, ma d’estate anche peggio, con tassi di violenza e suicidi altissimi. In questo sistema che uccide io non indosso una divisa, ma sento che abbiamo una responsabilità condivisa con chi la indossa, sento che qualcosa di diverso la possiamo e la dobbiamo fare, che giudicare, imprecare, restare attoniti, non basta e non serve. Venticinque anni oggi dalla morte di Carlo Giuliani. Nel frattempo il decreto sicurezza e altri provvedimenti che mirano alla fascistizzazione delle forze dell’ordine, pazzi mitomani che tengono il mondo in scacco e un’idea di futuro che fa sempre più paura. Serve restare umani, e restare lucidi. Scrive ancora Barbara Spinelli: “Basta processare Fakir, chi era, cosa faceva. Era un lavoratore, era gentile. Era rammaricato di aver dovuto licenziare alcuni dipendenti per il calo di lavoro…”. “Non chiedetevi chi era Fakir. Chiedetevi perché è morto mentre era nelle mani di chi aveva il dovere istituzionale di tutelare la sua vita, perché era nella loro custodia. Chiedetevi se è obbligatoria la formazione per eseguire le manovre di contenzione, se oltre alla polizia anche i sanitari e parasanitari la studiano e sanno come intervenire mentre viene eseguita per verificare i segni di vitalità, chiedetevi se sia l’unico strumento possibile per contenere persone in fase in di fermo di polizia. Chiedetevi quante persone sono morte a causa di questa manovra, o della sua scorretta esecuzione, e di che colore e nazionalità erano. Chiedetevi perché ancora una volta un arabo e al Pilastro al centro del mirino. Chiedetevi se vogliamo aprire un dibattito serio sulla formazione ed identificazione dei poliziotti e lavorare per avere una polizia democratica e rispettosa dei diritti umani, per evitare nuovi Cucchi e Aldrovandi ecc.ecc. Chiedetevi se è giusto morire nelle mani dello Stato, che sia in un carcere sovraffollato, durante una manifestazione o nel corso di un fermo di polizia…”. -------------------------------------------------------------------------------- Loris Antonelli, educatore nella periferia di Roma -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Viviamo in un sistema che uccide proviene da Comune-info.
July 21, 2026
Comune-info
Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen
I soldati israeliani hanno pisciato nelle culle, cagato nelle pentole, bruciato i libri, distrutto le foto del matrimonio appese al muro della casa degli sposi, fatto i selfie sculettando con la biancheria intima della sposa rubata dai cassetti sopra alla mimetica, fatto il video per mandarlo alla fidanzata, fatto il […] L'articolo Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen su Contropiano.
July 20, 2026
Contropiano
Primi vennero i migranti: non vittime ma protagonisti
di SANDRO MEZZADRA. «Il mondo è di chi si muove», recitava uno striscione esposto a Roma al corteo contro la «remigrazione», lo scorso 13 giugno. Un’analoga intenzione politica aveva motivato la scelta di aprire con una manifestazione dedicata al tema delle migrazioni le tre giornate di contestazione del G8 di Genova, il 19 luglio del 2001. Libertà di movimento, libertà senza confini, era scritto sul grande striscione di apertura. Leggere politicamente le pratiche di mobilità era l’obiettivo che quella manifestazione, di decine di migliaia di persone, si poneva. Lungi dal potere essere ridotti a «vittime» della globalizzazione neoliberale, come pure molte voci ripetevano all’interno del movimento che si era presentato sulla scena tra Seattle e Porto Alegre, i e le migranti diventavano incarnazione della lotta per un «altro mondo possibile». Attraverso i loro movimenti e le loro lotte quotidiane disegnavano il profilo di una diversa globalizzazione, di un insieme di geografie «subalterne» che costituivano una delle infrastrutture fondamentali su cui innestare desideri e progetti di trasformazione radicale dell’esistente. In Italia e in Europa, Genova 2001 diventò così – tra molte altre cose – uno snodo fondamentale per lo sviluppo dell’attivismo attorno ai temi delle migrazioni e dei confini, che ha caratterizzato fino a oggi i movimenti sociali: dalle mobilitazioni per il permesso di soggiorno alle iniziative contro la violenza dei confini, dal protagonismo dei migranti nelle lotte per la casa e sul lavoro fino ad arrivare alla «flotta civile» impegnata nel soccorso in mare nel Mediterraneo. Ma l’indicazione fondamentale di quel 19 luglio, almeno nella prospettiva di chi organizzò la manifestazione, era di portata ancora più generale: la migrazione e i confini non dovevano essere assunti come temi per «specialisti» ma piuttosto come lenti, come un metodo per leggere nel loro insieme le trasformazioni del capitalismo e della società dal punto di vista delle potenzialità di lotta e liberazione che le caratterizzavano. Venticinque anni dopo, si impone un bilancio. E in prima battuta non può essere positivo: si deve piuttosto riconoscere che in molte parti del mondo, a partire dall’Italia e dall’Europa, sono state le destre più o meno radicali a utilizzare quella lente e quel metodo, rovesciandoli. Attorno al rifiuto della migrazione e all’ossessione identitaria per i confini sono stati costruiti progetti aberranti di società chiuse in difesa dell’esistente, con sempre più espliciti riferimenti a gerarchie razziali da ristabilire. La violenza delle polizie di frontiera penetra all’interno delle aree metropolitane; si combina con le tecnologie digitali e con l’intelligenza artificiale per braccare i soggetti mobili, mentre gli strumenti di protezione giuridica di questi ultimi si fanno sempre più evanescenti – negli Stati uniti di Trump così come nell’Europa del nuovo Patto su migrazione e asilo. Non era certo rosea la condizione migrante nel luglio del 2001 – e ancor più dura sarebbe divenuta dopo l’11 settembre e con l’avvio della «guerra globale al terrore». E tuttavia oggi, mentre la congiuntura è segnata dalla proliferazione di guerre di diversa natura, occorre riconoscere che siamo di fronte a un salto di qualità nell’attacco ai e alle migranti. Certo, in Europa come negli Stati uniti i tessuti metropolitani costruiti attorno alla presenza migrante resistono con efficacia, e spesso con successo, all’offensiva portata da forze di destra che non di rado operano in continuità con l’azione e le retoriche dei governi «progressisti». L’umanitario diventa in queste condizioni un terreno essenziale di conflitto, mentre la resistenza può avvalersi della generosità e delle competenze irrinunciabili di giuristi e giuriste. Ma la resistenza, pur così necessaria, non è sufficiente. L’indicazione del 19 luglio 2001 – la politicizzazione delle pratiche di mobilità – risulta oggi in questo senso ancora più attuale. Tornare a leggere il mondo attraverso la lente della migrazione, costruire attorno alla libertà di movimento nuovi progetti di società, esaltare il protagonismo migrante nella lotta sociale e nella costruzione di coalizioni politiche capaci di trasformare realmente i rapporti di potere: in un mondo drasticamente mutato, queste indicazioni che arrivano da un passato ormai lontano ancora attendono di essere riprese e reinventate nella nostra quotidianità. questo testo è stato pubblicato sullo speciale del manifesto “Cicatrici” il 17 luglio2026 L'articolo Primi vennero i migranti: non vittime ma protagonisti proviene da EuroNomade.
July 18, 2026
EuroNomade
Richard Pryor e la «parola con la N»
Elizabeth Stordeur Pryor fa, nel mondo accademico e come autrice di saggi, ciò che suo padre, Richard Pryor, ha fatto attraverso la comicità. Durante il suo periodo di massimo splendore negli anni Settanta e Ottanta, Pryor è stato un comico, attore e sceneggiatore pioniere che ha coraggiosamente aperto la strada a nuovi modi di discutere e affrontare il tema della razza sul palco e sullo schermo. Pryor è stato la dimensione comica del Black Power, spesso al fianco di Gene Wilder in commedie e nel ruolo di un eroe della classe operaia in Tuta blu (1978) di Paul Schrader. In quello che potrebbe essere definito l’«errore Pryor», Richard usava spesso la parola «negro» nei suoi sketch, finché un evento drammatico non lo portò a ripudiarne l’uso. Ora, in Something We Said: Richard Pryor, a Notorious Word, and Me (37ink, 2026), sua figlia Elizabeth Stordeur Pryor decostruisce la storia e l’etimologia di quella famigerata parola, intrecciandola con un racconto personale della sua infanzia trascorsa con una leggenda di Hollywood, e narrando al contempo la storia del padre problematico, che trasformò i racconti della sua infanzia in un postribolo in umorismo di attualità che influenzò il dibattito nazionale sulle dinamiche razziali e di genere. Elizabeth Stordeur Pryor, professoressa di storia allo Smith College, è stata intervistata telefonicamente da Oakland. Something We Said è un libro unico che unisce uno sguardo dietro le quinte della vita di una celebrità, le tue memorie personali, la storia di una problematica sociale e il modo in cui tutti questi elementi si intrecciano. Ho tratto ispirazione da molti libri diversi: Wild di Cheryl Strayed , perché ho adorato il modo in cui riusciva a vivere nel presente e a richiamare il passato; Caste e The Warmth of Other Suns di Isabel Wilkerson, dove l’autrice torna indietro nel tempo, introducendo personaggi, rivelandone la storia e l’interiorità. Da qui è nata l’idea di fondere tutte queste storie. E poi, In the Wake: On Blackness and Being di Christina Sharpe. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO «AMERICAN FICTION» RIAPRE IL DIBATTITO Eileen Jones Qual è l’origine di Something We Said ? Nel semestre primaverile del 2010, ero al secondo semestre del mio primo anno di insegnamento allo Smith College, come professoressa di storia da poco assunta. Stavo tenendo una lezione sulla Guerra civile e in particolare sul Fugitive Slave Act, quando uno studente mi chiese se avessi visto Mezzogiorno e mezzo di fuoco, cosa che mi spiazzò completamente, perché non avevo mai parlato ai miei studenti del fatto che mio padre fosse Richard Pryor. Ebbi la sensazione che lo studente stesse cercando di rivelare che fossi sua figlia, perché mio padre aveva scritto, insieme a Mel Brooks, quella commedia satirica del 1974 sul tema razziale. Quindi dissi di averlo visto, ma non era vero. Se l’avessi visto, probabilmente avrei interrotto bruscamente il racconto. Ha citato una battuta del film che, senza dubbio, è stata scritta da mio padre, in cui si usava un termine dispregiativo per le persone di origine cinese e la parola «negro», e gli studenti hanno sentito gli insulti. In quel momento sono rimasta profondamente scossa. È stato come se due mondi si fossero scontrati. La mia storia personale con quella parola, come persona birazziale ed ebrea, nonché figlia di Richard Pryor, e come professoressa universitaria che cercava di insegnare queste storie in modo consapevole, perché a volte possono essere scomode. Può essere molto forte quando le si insegna, e non lo avevo ancora capito del tutto. Inoltre, la storia della parola stessa. Mi sono chiesto: so davvero cosa significa? Ha lo stesso significato di allora? Come posso approfondire la sua storia? Più mi addentravo in quella storia, più il nome di mio padre continuava a emergere per via del suo lavoro pionieristico negli anni Settanta e della sua disponibilità a usare quella parola per costringere il pubblico a confrontarsi con il proprio razzismo. Nel tuo libro scrivi che Richard ti aveva ingaggiato per lavorare alla sua autobiografia, ma eri bloccata e non potevi. Pensi che Something We Said riesca finalmente a realizzare questo obiettivo? Lo penso davvero. Mi sembra una sorta di scusa, un modo per rimediare. Un modo per riallacciare i rapporti con lui, raccontare la nostra storia insieme e raccontare la sua. Spero che possa far conoscere la sua opera a un pubblico più giovane. Il semestre scorso ho tenuto un corso, L’America di Richard Pryor, e sono rimasta scioccata dal fatto che i miei studenti non sapessero chi fosse, nonostante l’importanza della sua voce negli anni Settanta. La «parola famigerata» nel sottotitolo del tuo libro è la parola con la N. Qual è l’etimologia di questa parola e la storia del suo utilizzo e del suo abuso? Il libro è diviso in tre parti: la storia del mio rapporto con mio padre e il modo in cui la parola si intreccia con esso; la storia del mio lavoro in classe; un’altra parte è dedicata alla storia, per dare un punto di riferimento alla storia della parola e poter così comprendere le altre parti del libro. Era il 1619 quando i primi venti africani furono rapiti e portati a Jamestown, e la parola fu applicata a loro. Divenne un’ideologia fondamentale per considerare le persone di colore come «diverse». La parola assume una connotazione davvero offensiva quando le persone di colore iniziano a ottenere la libertà. Negli anni Trenta dell’Ottocento, nel Nord prebellico, rappresenta un vero e proprio attacco alla libertà, alla mobilità, alla prosperità e alla partecipazione economica e politica dei neri. Quando le persone non sono più schiavizzate, la parola le intrappola come una catena. Perché ora ci sono oratori straordinari, invitati a cene da grandi personalità americane, che vengono chiamati con questo termine. Funge da guardiano nello spazio pubblico, tenendo fuori i neri, come uno strumento di segregazione. E si evolve in violenza. Ho anche scoperto che, quasi dalla fine del Settecento, le persone non bianche se ne stavano riappropriando e usandola come strumento di sovversione e protesta nel loro linguaggio per parlare di sé stesse, un po’ come si sente nell’hip-hop. Non furono mio padre, né importanti scrittori neri degli anni Settanta, né gli intellettuali del Black Power a iniziare a usare la parola «negro» in questo modo; loro si basavano su secoli di tradizione orale di protesta. I comici erano degli storici. Non si limitavano a inventare storie sulle loro vite, ma le collegavano a una storia più ampia. Comprendevano il contesto della loro esperienza come uomini neri. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO «ALWAYS DO THE RIGHT THING» Bruno Walter Renato Toscano Parli di due significati e pronunce differenti della parola «negro». Si tratta di un’espressione che i giovani statunitensi hanno iniziato a usare quindici, vent’anni fa: la parola «negro» con la «r» dura e quella con la «a» dolce. Queste parole hanno due significati. La «r» dura è la versione bianca e razzista, l’ultima parola pronunciata da chi viene linciato, usata durante la schiavitù e in casi di brutalità poliziesca. L’altra è la versione che mio padre usava più spesso, ed era presente nel titolo di due dei suoi album vincitori di Grammy Award. Anche se mio padre la scriveva esattamente allo stesso modo, l’essenza della parola significava una sorta di cameratismo. Chi è autorizzato a usare la parola «negro»in pubblico e in privato, e perché? C’è un libro che ha praticamente questo titolo, The N Word di Jabari Asim. L’autore affronta proprio questa questione, e credo sia importante. Per me, i dibattiti polemici su chi dovrebbe o non dovrebbe usare quella parola raccontano solo una parte della storia. Quello che volevo fare era andare più a fondo. Per quanto mi riguarda, ovviamente, penso che se si sta rivolgendo un insulto a qualcuno, non si ha alcun diritto di usare quella parola. Non credo sia possibile, a meno che non si provenga da un’esperienza molto particolare. Io non provengo da quell’esperienza, e sono una persona di colore. Bisogna provenire da un’esperienza molto particolare perché quella parola possa essere pronunciata in modo autentico. Mi piace ribaltare la prospettiva e chiedermi: perché questa parola ha un significato così profondo per le persone di colore, per artisti neri come mio padre e per gli artisti hip-hop? Se è una parola di protesta contro l’ingiustizia e la disuguaglianza, allora continuerà ad avere un significato finché questi sistemi rimarranno in piedi. Richard Pryor usava il termine dispregiativo «negro»nei suoi spettacoli di cabaret, nei film e nei titoli dei suoi album. Lei scrive che il suo uso di questo termine era «qualcosa di audace e innovativo» e che rappresentava «la voce di una generazione nera». Come e perché lo usava? Non ne ho mai parlato con mio padre. È una delle tante cose che vorrei poter fare con lui. Come storica, sento di poterne parlare. Nel 1967, mio padre ebbe un momento di illuminazione. Si stava esibendo davanti a un pubblico che non avrebbe accettato sua nonna tra gli spettatori. Disse di non voler più fare la comicità di facciata che pensava lo avrebbe reso famoso. Lasciò cadere il microfono, uscì di scena a Las Vegas e iniziò a raccontare la verità, parlando delle esperienze reali vissute in famiglia. Il modo in cui usa la parola «divertente» è divertente, ma costringe il pubblico a confrontarsi con i propri problemi. In particolare, se si tratta di un pubblico bianco, con il proprio razzismo. Li stava invitando a far parte del suo mondo nero, anziché essere lui ad andare nel loro mondo bianco. Alla fine Richard ha ripudiato la parola «negro». Perché? Nel 1979 andò in Africa. In Kenya, fece un bilancio della sua vita. Era circondato da persone di colore che svolgevano i lavori più umili e gestivano il paese. In quel contesto, al di fuori della supremazia bianca degli Stati uniti, non gli venne nemmeno in mente di usare la parola «negro», perché non aveva alcun significato nel contesto del mondo nero in cui si trovava. Dopo quell’esperienza, disse: «Non chiamerò mai più un uomo di colore con la parola ‘negro’». Ci volle quel viaggio internazionale per capire che essere neri negli Stati uniti non era l’unica esperienza che una persona di colore potesse vivere. In un suo spettacolo di cabaret disse: «Mi ha colpito come un fulmine, ho pianto». Fu un’esperienza davvero potente per lui. E non l’ho mai più sentito usare quella parola per rivolgersi a qualcuno. Parlaci del tuo corso allo Smith College dedicato a tuo padre. È stata davvero un’esperienza incredibile. In parte storia familiare, in parte analisi del suo lavoro. È stato profondo vedere la sua comicità attraverso gli occhi degli studenti. Nel film Live in Concert del 1979 , ha praticamente inventato il film concerto, lo speciale comico, il genere. Passa circa metà del film a parlare di Macho Man, prendendosi gioco della propria mascolinità e della mascolinità tipica in generale. Gli uomini non lo facevano, non si prendevano gioco della propria virilità e avevano bisogno di sentirsi superiori alle donne. I miei studenti lo sottolineano perché spesso riflettono su genere e sessualità, e lo hanno davvero ritrovato nel suo lavoro. Come ricordi come padre? Quello che ho amato di più nello scrivere il libro è stato poter riaccendere tutta quella tenerezza. Ero pazza di mio padre. Non poteva davvero farmi del male, nemmeno quando lo faceva. Lo ammiravo, lo stimavo e gli volevo un bene dell’anima. Non era sempre presente, ma quando c’era, era davvero intenso. Non ho dubbi che desiderasse ardentemente essere un buon padre, per tutti i suoi sette figli; era una cosa che contava moltissimo per lui. *Elizabeth Stordeur Pryor è professoressa di storia allo Smith College. Ed Rampell è uno storico e critico cinematografico di Los Angeles, ha scritto Progressive Hollywood: A People’s Film History of the United states (Disinformation Books, 2005). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Richard Pryor e la «parola con la N» proviene da Jacobin Italia.
July 17, 2026
Jacobin Italia
Torino: minorenni da 6 mesi in carcere per i cortei per la Palestina
A gennaio 2026 vengono arrestati a Torino 6 ragazzi, tra i 16 e i 18 anni, tutti con background migratori, per le manifestazioni per la Palestina del 3 ottobre, i capi di imputazione i soliti delle manifestazioni (resistenza e danneggiamento) eppure si sono già fatti 6 mesi chi al carcere minorile, chi in una comunità in alcuni casi senza poter frequentare la scuola: ieri 14 luglio,  l'udienza per due di loro per i quali è stata deciso un anno di messa alla prova, domani 16 luglio dovranno presentarsi in tribunale gli altri. Parliamo con una compagna di Torino per Gaza che ha organizzato presidi davanti al tribunale
July 15, 2026
Radio Onda Rossa
Uno straniero tra stranieri
«È stato allora che tutto ha vacillato. Dal mare è spirato un soffio denso e rovente. Mi è parso che il cielo si aprisse in tutta la sua vastità per lasciar piovere fuoco. Tutto il mio essere si è teso, ho stretto la mano sulla pistola. Il grilletto ha ceduto, ho toccato il ventre levigato del calcio ed è stato lì, nel rumore al contempo secco e assordante, che tutto è cominciato. Mi sono scrollato di dosso il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, il silenzio eccezionale di una spiaggia dov’ ero stato felice. Allora ho sparato altre quattro volte su un corpo inerte nel quale le pallottole si conficcavano senza lasciare traccia. Ed è stato come se bussassi quattro volte alla porta dell’infelicità». Meursault ha il volto apatico. Segue il susseguirsi del processo con distacco, quasi fosse parte del pubblico. Il botta e risposta tra giudice, pm e avvocato pare un curioso rito di forma. Ha ucciso un arabo. Ma non è questo il punto. L’uccisione di un arabo è irrilevante, si viene assolti sempre. La condanna a morte di Meursault è in realtà dovuta alla sua mancata adesione alle istituzioni della società bianca: non ha pianto ai funerali della madre, è amico di un ruffiano, rifiuta il pentimento religioso. E se non ha un’anima, non fa parte dell’umanità. > Accanto alla religione, la giustizia è l’arma della società per proteggere la > sua integrità morale, strumento normativo che permette di definire le regole > per partecipare alla parentela. Una costruzione che legittima l’oppressività > sistemica del mondo bianco. Quel “non so” indifferente e annoiato di Meursault, ripetuto più volte in risposta alla richiesta di motivare i suoi comportamenti, è pericoloso perché smaschera la vacuità delle convenzioni sociali. Al contrario dell’arabo, relegato al ruolo di subalterno, lo straniero fa paura perché, rifiutandosi di dire il falso, rompe inevitabilmente la finzione del bianco.  Pubblicato nel 1942, Lo Straniero di Camus narra lo svolgersi del destino di Meursault, modesto impiegato che vive ad Algeri in un perenne stato di straniamento, da sé stesso e dal mondo. La sua vita procede tranquillamente, fin quando un giorno, dopo un litigio, uccide un arabo. Senza cercare giustificazioni o menzogne, segue impassibile le conseguenze del fatto fino alla sua condanna: del resto l’esistenza è qualcosa che accade e nell’assurdità della vita l’unica verità ineluttabile è proprio la morte. > Pur rimanendo abbastanza fedele al testo – con tanto di ripresa di alcuni > passi in voice over – , Lo Straniero di Ozon (2025) coglie l’occasione per > affrontare un grande rimosso nell’inconscio collettivo francese, e in generale > occidentale: l’esperienza coloniale e il razzismo sistemico. ALGERI COLONIALE Algeri negli anni ‘40 è il cuore del colonialismo francese: colonia di popolamento dal 1830, vede affiancarsi coloni bianchi “cittadini della madrepatria” e indigeni arabi, meri “sudditi” della Repubblica secondo il Codice dell’indigenato adottato nel 1881. > Nonostante l’abolizione della schiavitù la segregazione domina come fatto > sociale e mentale, generando estraneità reciproca tra le due culture. Merito > di Ozon è riuscire a raccontare i due volti di Algeri, dando più spazio ai > grandi invisibili del romanzo, gli arabi. I filmati di archivio iniziali celebrano la colonizzazione di Algeri come opera di civilizzazione: la colonizzazione urbanistica della città si riflette nella distinzione netta tra spazi per cittadini e spazi per indigeni.  Essere coloni vuol dire poter godere di una città rendendola simile al proprio mondo. In un certo senso, quasi appropriandosene. La casa di Meursault, i locali in cui entra – rigorosamente con l’insegna solo in francese e il divieto di accesso agli indigeni –, il cibo che mangia, i film che vede, le spiagge che frequenta fanno pensare di trovarsi in Francia. Il latino è l’emblema della distanza linguistica tra le due culture: utilizzato durante la cerimonia funebre della madre di Meursault – ma anche, in generale, la lingua della cultura, della giustizia e della religione bianca –, può essere considerato il simbolo del potere coloniale. Osservando le società schiaviste dell’Africa occidentale Meillassoux ha definito i “liberi” come parenti, coloro che, nati e cresciuti insieme, contribuiscono al ciclo produttivo e riproduttivo della società secondo il “principio di reciprocità differita”. Essere liberi vuol dire avere dei privilegi in virtù della parentela. Di contro, lo schiavo è l’anti parente, non contribuisce alla riproduzione della società, è solo merce e forza lavoro. La sua estraneità alla parentela corrisponde a un’espulsione dall’umanità. La deumanizzazione è intrinseca al concetto di schiavo. In Il bianco e il negro. Indagine storica sull’ordine razzista (2021)  Aurélia Michel racconta come, dopo la fine della schiavitù, abolita formalmente in Francia nel 1848, il rischio del “meticciato” – ovvero di entrata nella parentela degli affrancati e, dunque, di perdita dei propri privilegi – abbia portato progressivamente al rafforzamento della “finzione del bianco” in antitesi alla “finzione del negro”. Il concetto di razza, basato su presunti attributi biologici, ha una funzione politica, serve a tracciare una linea netta tra il colono e l’indigeno nelle colonie di popolamento. Nell’Ottocento il razzismo diventa lo strumento per legittimare, ancora una volta, il dominio del bianco sul colonizzato. Non è un caso se il Codice Civile Napoleonico del 1804 attribuiva al maschio proprietario bianco il monopolio della filiazione tramite la trasmissione del cognome. Era solo il capofamiglia a poter determinare la parentela, la “bianchezza”, e dunque l’accesso alla civiltà – poi nazione –, la donna fungeva solo da mediatrice. Restringere la possibilità di accesso alla parentela vuol dire restringere la possibilità di accesso all’umanità. Alber Camus LA FINZIONE DEL MASCHIO BIANCO Ricreare in terra straniera i simboli del mondo bianco – rigorosamente fallocentrico – vuol dire ricreare i simboli della virilità bianca. Valga da esempio prendendo a riferimento il film: la sigaretta, la bevuta di alcolici tra amici, il rapporto con le donne, la giacca e cravatta per andare in ufficio. Del resto, il fisico statuario del protagonista (Benjamin Voisin) incarna perfettamente l’idealtipo di corpo maschile bianco. L’insistere sulle scene della quotidianità di Meursault, mostrato spesso in bagno o davanti a uno specchio, contrasta con l’assenza di scene di vita privata dell’arabo. La mancanza della dimensione dell’intimità significa non appartenenza alla civiltà, all’umanità. La mascolinità tossica propria di questo mondo emerge dal dialogo tra Meursault e Sintès (Pierre Lottin). Questi gli racconta di aver picchiato a sangue l’amante indigena come punizione per “averlo fregato”: lei campava a sue spese ed era così che lo ripagava? Meursault, impassibile, lo aiuta a scrivere una lettera per “farla pentire” ed è così, con questa reciproca affermazione della loro virilità, che diventano amici. Nel mentre del confronto Ozon inquadra le foto sulle pareti della casa di Sintès, ritraenti donne discinte e uomini a torso nudo: l’oggettificazione della donna e l’esaltazione della virilità maschile. La finzione del maschio bianco è intrinsecamente colonialista e patriarcale perché retta dal dominio sul colonizzato, sull’animale, sulla donna. Una loro minima insubordinazione è punita prontamente con violenza. La riaffermazione del proprio dominio è esemplificata dalle bastonate di Salamano (Denis Lavant), vicino di Meursault, al proprio cane, o le già menzionate botte di Sintès all’amante. L’indifferenza del protagonista, quel «c’est leurs affaires» con cui liquida queste faccende, evidenzia la normalizzazione di queste dinamiche, il distanziamento e la deumanizzazione che permettono di non essere turbati dalla violenza. Il personaggio di Marie (Rebecca Marder), donna con cui il protagonista inizia una relazione all’indomani del funerale della madre, mostra perfettamente le caratteristiche della controparte femminile funzionali a reggere la finzione della virilità maschile. In primo luogo è un corpo, estremamente sensuale e “femminile”: le scene in spiaggia – dove sia lei che Meursault paiono delle semidivinità bianche – si focalizzano sul suo corpo sinuoso, avvolto da un costume intero fasciante, la pelle candida che risplende alla luce del sole. L’emotività e la passionalità di Marie si contrappongono all’assenza di emozioni del protagonista, il suo costante chiedergli di sposarsi ribadisce l’importanza delle istituzioni del mondo bianco, quelle che Meursault puntualmente priva di significato. Quando Meursault è in prigione Marie è la donna angelo rappresentante la luce e la speranza di uscirne. Illuminante è la scena in cui, durante un pranzo sulla spiaggia a casa di amici, dopo un primo scontro con gli arabi – tra cui il fratello dell’amante di Sintès – gli uomini decidono di ritornare sul luogo dell’incontro per una resa dei conti. Prontamente le donne cercano di trattenerli, la loro preoccupazione fa da contrappeso all’aggressività irresponsabile dei compagni. UN CRIMINE SISTEMICO I feel the steel butt jump, smooth in my hand Staring at the sea, staring at the sand Staring at myself reflected in the eyes Of the dead man on the beach (The dead man on the beach)  Nella canzone Killing an Arab dei The Cure, colonna sonora dei titoli di coda del film, l’arabo, nel suo essere antitesi, diventa specchio del bianco. Il confronto tra Meursault e l’arabo è rapido ma significativo. L’uso del bianco e nero attenua la percezione del caldo e del sole accecante, quelli che nel romanzo erano gli attenuanti all’azione del protagonista. Pistola contro coltello. Il dominio tecnologico occidentale non lascia scampo all’arretratezza indigena. > Poco prima di sparare il primo dei cinque colpi il volto dell’arabo diventa > sfocato, indistinto. Quel velo di razzismo che permette di spersonalizzare > l’altro. In fondo l’arabo è il non parente, non un amico o un fratello per cui > provare pietà. In prigione Meursault è straniero tra gli stranieri – gli arabi non cittadini, gli anonimi. La sua crescente alienazione è simboleggiata da scarafaggi di kafkiana memoria. Algeri da dietro le sbarre è il mondo di cui non fa più parte. Escluso dalla società dei bianchi è già morto prima dell’esecuzione. Il bianco e nero rimarca quanto tutto l’avvicendarsi del film non sia altro che un ricordo sempre più sbiadito di un morto vivente.  > A metà strada tra Lazzaro nel sepolcro e Cristo prima della crocifissione, > Meursault diventa il capro espiatorio che incarna la violenza dell’epoca > coloniale, rivelando la finzione su cui si poggia. Nella scena onirica di > Meursault che rincontra la madre prima di salire al patibolo si compie > un’idealistica espiazione storica. Con un tradimento prospettico dalla forte valenza politica, Ozon restituisce ai colonizzati il diritto al ricordo e al lutto. «Mi dispiace per vostro fratello». «A nessuno importa di mio fratello. È un arabo. Contano solo il vostro francese con sua madre. Ora dovrebbe tornare a casa». «La sua casa è qui». Il dialogo tra Marie e la sorella della vittima nell’aula di tribunale racconta il dramma dell’arabo, invisibile a casa propria. Nel finale la scena della sorella davanti alla tomba del fratello morto – di cui si scoprono nome e cognome sulla lapide – restituisce dignità e, quindi, umanità alla vittima, trasformando un delitto par hasard in un crimine sistemico. Riprendendo la filosofia dell’assurdo di Camus, di fronte all’insensatezza del mondo e all’ineluttabilità della vita, ribellarsi alla finzione che regge un sistema oppressivo diventa, in ultima istanza, un atto necessario di affermazione della propria umanità. Immagine di copertina di Wikicommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Uno straniero tra stranieri proviene da DINAMOpress.
July 10, 2026
DINAMOpress