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Classi Pericolose 🚨 razzismo, repressione e propaganda
Il 2 settembre, a Torino, un ragazzo viene inseguito da agenti in borghese. Per sottrarsi alla macchina che lo bracca attraversa corso Principe Oddone e viene falciato da un auto. La dinamica è tutt’altro che chiara ma per la cronaca si tratta di un “pusher investito”. E’ proprio su questa sproporzione tra accaduto e racconto che ci siamo concentratə. La forza pubblica, storicamente interviene in un ordine sociale che la precede fatto di proprietà, confini, diseguaglianze o appartenenze. Per questo con ritorna con regolarità sugli stessi corpi, invertendone la polarita: sicurezza, degrado, decoro, emergenza e legalità, sono termini così generici che classificano senza dover descrivere. Il “bengalese” il “tossico” “il magrebino” sono i profili socio-razziali della paura. Come ci ha raccontato Folaye questo succede ogni giorno al Pilastro con l’intensificarsi dei controlli agli stranieri: una zona rossa o prigione urbana altamente controllata, con specifici protocolli basati sulla appartenenza razziale, legittimata da leggi pronte all’uso, scritte su misura per liberare il campo alle azioni di forza, per far si che le morti siano “accidentali”. Come la storia di Hamid Badoui,uscito cadavere dal carcere delle Vallette non si sa come nè perchè, sfuggito ai Lager in Albania, e poi incappato nel cassepipe dello Stato che non gli ha lasciato scampo. Come tutto ciò possa essere possibile lo spiegano i fatti: La propaganda arriva prima della forza e le prepara il campo. Stabilisce chi deve apparire minaccioso, chi merita credibilità, quale violenza può essere amministrata come routine e quale invece deve essere vista come scandalo; leggi sempre piu violente come il pacchetto sicurezza,lo scudo penale, il fermo preventivo fanno da complemento. La domanda che resta è semplice abbastanza da disturbare: quale ordine protegge la polizia, e chi paga il prezzo di quella protezione Questa trasmissione speciale nasce dall’incontro tra Harraga, Black In, Collettivo Ujamaa e Arsider. Contiene una selezione musicale a cura di dj Subumano
September 10, 2026
Radio Blackout - Info
Non c’è fumetto senza fuochetto: neonazismo…
…in germania e non solo: El koko/Pedro Parrilla   “Abitante del oscuro mondo “underground”, a volte esco per strada a prendere il pane.” (dalla sue pagine soccial) Ancora una volta sono gli avvenimenti a far decidere il tema e l’autore di “Non c’è fumetto senza fuochetto”. Il risultato delle elezioni in Sassonia-Anhalt suggeriscono una selezione delle ultime vignette del disegnatore
September 10, 2026
La Bottega del Barbieri
Nazisti in prova: Sassonia, Vannacci e non solo
Riflessioni a caldo di Franco Astengo e Maurizio Fantoni Minnella. Recuperando un’analisi di Lavinia Marchetti. LOTTA AI MIGRANTI: RISULTATI ELETTORALI E SENSO STORICO di Franco Astengo Il senso storico complessivo dell’offensiva di destra (o meglio dell”arretramento storico”) è ancora una volta quello su cui poggiò la grande offensiva reazionaria identificata con il nazismo. Aspetti fondamentali nel diritto nazionalsocialista, sui quali
September 8, 2026
La Bottega del Barbieri
Dal mondo del lavoro, la lotta contro la remigrazione e contro il razzismo!
Se i lavoratori stranieri si fermano l’economia italiana ha una forte battuta di arresto! USB per la costruzione di una campagna di sindacalizzazione conflittuale dei lavoratori migranti. Il 24 settembre assemblea nazionale online. La proposta della “Remigrazione” si sta dimostrando sempre più un’arma propagandistica in mano alla destra più becera, […] L'articolo Dal mondo del lavoro, la lotta contro la remigrazione e contro il razzismo! su Contropiano.
September 8, 2026
Contropiano
Cernobbio è nel panico: tra la fuffa e le Frecce c’è pure la guerra ibrida
Appena passate, in addestramento, le Frecce Tricolore a scavallare il Monte Bisbino, dalla bella località di Cernobbio, in pieno territorio di guerra ibrida, mi telefona un amico, che ha fatto scorta di acqua potabile, tonno e fagioli in scatola per fare fronte alla segregazione imposta dal celebre appuntamento annuale organizzato […] L'articolo Cernobbio è nel panico: tra la fuffa e le Frecce c’è pure la guerra ibrida su Contropiano.
September 7, 2026
Contropiano
Remigrazione, deportazioni e razza negli Stati Uniti di Trump. L’incessante lotta del capitale contro la libertà – di Marco Antonio Pirrone
Invisibile e crudele, nel silenzio complice di buona parte della sinistra italiana e internazionale, la remigrazione[1] — termine proposto e rilanciato dai movimenti della destra internazionale ed europea[2], dalla più moderata a quella estrema di stampo neofascista e neonazista, ma che si sta diffondendo sempre di più anche nel linguaggio politico istituzionale — negli [...]
September 4, 2026
Effimera
Ancora violenze a Ceuta
A un mese dagli arrivi di massa e dai respingimenti di fine luglio, l’emergenza migranti a Ceuta è tutt’altro che risolta. Lo denunciano le ong No Name Kitchen e Border Resistance, che continuano a monitorare la situazione sul campo. Il CETI, il centro di prima accoglienza della città, era già al collasso prima dei nuovi sbarchi. Per svuotare la spiaggia del Trampolín — dove oltre mille persone vivevano accampate in condizioni precarie — le autorità hanno aperto due campi temporanei, a Loma Margarita e all’Embolsamiento. Nel frattempo, le autorità locali chiedono rimpatri di massa verso il Marocco e una maggiore militarizzazione della zona. Sul territorio si registra anche un’escalation di tensione: alcuni residenti hanno più volte bloccato i convogli della Croce Rossa diretti alla spiaggia, impedendo la distribuzione di cibo e acqua; in un episodio a Benítez, una ronda ha dato fuoco agli effetti personali delle persone migranti. Anche l’accesso al diritto d’asilo resta di fatto bloccato: secondo No Name Kitchen mancano canali funzionanti per fissare un appuntamento con l’ufficio competente, rendendo quasi impossibile presentare domanda di protezione internazionale. A complicare il quadro è entrato in vigore, lo scorso giugno, il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che inasprisce le procedure di frontiera e velocizza i rimpatri per chi arriva da Paesi considerati “sicuri” come il Marocco. Le ONG segnalano inoltre condizioni di particolare vulnerabilità per i minori e le persone migranti LGBTQ+. Ne abbiamo parlato con un’avvocata di un gruppo di supporto legale solidale sceso a Ceuta. Per seguire gli aggiornamenti sui social si possono seguire le pagine di No Name Kitchen e Border Resistance. Chi invece volesse scendere sul posto, coordinandosi con compagn* autorganizzat*, può scrivere a: apoyomutuoceuta@riseup.net
August 31, 2026
Radio Blackout - Info
Dublinanti
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Dublinanti. Una parola che fino a poco tempo fa non si sentiva. Non apparteneva al lessico comune, né a quello politico. Ora comincia a comparire nel linguaggio amministrativo, politico e giornalistico. È entrata nel linguaggio come entrano certe muffe: silenziosamente, senza che nessuno se ne accorga, finché non è troppo tardi. Ha l’aria neutra e pulita delle parole amministrative, quelle che sembrano fatte apposta per mettere in ordine i fogli, per classificare, per rendere gestibile ciò che è complesso. Ed è proprio questo che inquieta. Perché un dublinante non nasce con quel nome. Lo diventa dentro uno sportello, in un momento che spesso non riconosce nemmeno come decisivo. È un’etichetta che non descrive una condizione umana, ma una procedura. Eppure finisce per sostituire tutto il resto: la storia, la vulnerabilità, le relazioni, le speranze. La genealogia di una parola Il termine deriva dal sistema di Dublino, l’insieme di norme europee pensate per stabilire quale Stato debba esaminare una domanda di asilo. Nasce con la Convenzione di Dublino del 1990, diventa Regolamento — con Dublino II, nel 2003, poi Dublino III, nel 2013 — via via che l’Unione ne irrigidisce i meccanismi. In teoria, uno strumento di coordinamento. In pratica, un sistema che ha finito per concentrare una parte importante della responsabilità sui Paesi di primo ingresso e per sottoporre gli spostamenti dei richiedenti asilo all’interno dell’Unione a procedure di trasferimento verso lo Stato ritenuto responsabile. Il linguaggio tecnico ha fatto il resto: da “persona soggetta al Regolamento di Dublino” si è passati a “dublinante”. Una parola che non dice quasi nulla della persona, ma molto del sistema che la nomina. In concreto, succede questo: un uomo o una donna arriva in Europa, attraversa un confine e appoggia un dito su uno scanner. Un gesto minimo, quasi invisibile. In quel momento, spesso senza saperlo, lascia una traccia amministrativa che può accompagnarlo nel suo percorso. La prima impronta digitale diventa un segno che può inseguirlo attraverso l’Europa. Se poi prova ad andare altrove — per raggiungere un parente, un amico, un luogo dove si sente più sicuro — può trovarsi davanti alla procedura di trasferimento verso lo Stato considerato responsabile della sua domanda. Non perché abbia commesso un reato. Non perché rappresenti un pericolo. Ma perché, secondo quella procedura, “spetta a un altro Stato”. E intanto c’è una vita che aspetta. Una fila. Un appuntamento. Una stanza. Una risposta. Un sì o un no che può arrivare dopo mesi. La paura di essere trasferiti. La necessità di lasciare ancora una volta un luogo nel quale, forse, si era cominciato a costruire qualcosa. E poi ricominciare. La neutralità come maschera È qui che il linguaggio rivela la sua postura politica. Trasformare una persona in una categoria amministrativa significa anche rendere più facile pensarla come un caso da gestire, un fascicolo da spostare, una procedura da chiudere. La categoria burocratica diventa una copertura perfetta: permette di parlare di esseri umani attraverso il linguaggio delle pratiche e, allo stesso tempo, rassicura chi guarda. Il linguaggio amministrativo non è mai soltanto neutro: è anche uno strumento di governo, che organizza la realtà per conto delle istituzioni. Una vita reale dietro la parola Dietro ogni “dublinante” c’è una storia che la parola non contempla. C’è, per dire, Amir — chiamiamolo così — ventitré anni, arrivato a Lampedusa in ottobre con addosso una giacca troppo leggera per il mare aperto. Ha un fratello a Norimberga, un letto già pronto in un appartamento condiviso, un numero di telefono imparato a memoria prima ancora del proprio documento. Quel dito appoggiato sullo scanner in Sicilia, quel gesto di un secondo, ha già deciso per lui: la Germania non potrà mai essere sua, non su questa domanda. Il fratello resta a un treno di distanza che non prenderà. Ma la parola non vede nulla di tutto questo. La parola serve a non vedere. Non vediamo la persona che aspetta una risposta: vediamo una procedura. Non vediamo la paura di dover partire ancora: vediamo un trasferimento. Non vediamo il tempo sospeso di chi non sa dove potrà vivere domani: vediamo una pratica. E forse dovremmo chiederci se abbiamo mai provato davvero a immaginare che cosa significhi vivere dentro una parola come questa. Vivere dentro una procedura che decide dove puoi restare e dove devi andare. Aspettare. Non sapere. Ricominciare. Fermarsi davanti alle parole nuove Forse dovremmo fermarci di più davanti alle parole nuove. Chiederci non solo da dove arrivano, ma quale idea di umanità stanno servendo. Perché ogni volta che accettiamo una categoria senza interrogare ciò che nasconde, rinunciamo a un pezzo della nostra responsabilità. Prima delle procedure, delle impronte e della propaganda, c’era — e resta — semplicemente un essere umano. E il modo in cui lo nominiamo dice molto di noi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dublinanti proviene da Comune-info.
August 24, 2026
Comune-info