Rimettere la remigrazione con i piedi per terraRimetterla “con i piedi per terra” significa coglierne insieme le condizioni di
possibilità e il carattere di rottura. Solo così diventa possibile comprendere
cosa ci dice sul presente delle politiche migratorie europee e sulle sfide che
pone alle culture politiche progressiste
Di fronte alla remigrazione la tentazione è quella di stringere l’inquadratura.
Fare uno zoom sui promotori, sulle loro biografie politiche, sui simboli che
utilizzano, sulle parole e retoriche agitate. È un esercizio necessario.
Permette di riconoscere genealogie politiche, continuità ideologiche e
riferimenti culturali che sarebbe ingenuo sottovalutare.
IL 13 GIUGNO E IL RISCHIO DELLO ZOOM
La remigrazione sta conquistando spazio nel dibattito pubblico italiano. Il 13
giugno è prevista a Roma una manifestazione nazionale promossa da organizzazioni
dell’estrema destra in occasione della quale verrà promossa la proposta di legge
che punta a tradurre quel progetto politico in un insieme organico di misure
legislative. Contro l’iniziativa sono state annunciate mobilitazioni e cortei
che si preannunciano partecipati e politicamente molto densi.
Eppure lo zoom, da solo, rischia di non bastare. Concentrando tutta l’attenzione
sugli attori che oggi rivendicano la remigrazione, si corre il rischio di
trasformarla in un’anomalia, in un corpo estraneo improvvisamente comparso nello
spazio pubblico. Come se si trattasse di una proposta comprensibile soltanto a
partire dalle culture politiche che la sostengono e non come il prodotto delle
trasformazioni che negli ultimi anni hanno attraversato le politiche migratorie
europee.
Per comprendere davvero la portata della remigrazione occorre allora cambiare
inquadratura. Senza rinunciare allo zoom, ma affiancandogli un grandangolo
capace di mostrare il contesto entro cui questa proposta emerge, si diffonde e
prova a conquistare consenso. Lo zoom ci aiuta a capire chi promuove la
remigrazione. Per comprenderne il significato politico occorre però allargare lo
sguardo e interrogare il terreno sul quale essa prende forma.
L GRANDANGOLO: IL NUOVO SCENARIO DELLE POLITICHE MIGRATORIE
L’emersione della remigrazione nel dibattito pubblico italiano coincide con una
fase di profonda trasformazione delle politiche migratorie europee. Negli ultimi
anni il governo della mobilità è diventato uno dei terreni privilegiati
attraverso cui l’Unione europea e i suoi Stati membri stanno ridefinendo
strumenti, priorità e confini dell’azione pubblica.
L’implementazione del Patto europeo su migrazione e asilo, il rafforzamento
delle procedure accelerate alle frontiere, la crescente centralità delle
politiche di esternalizzazione e il rilancio delle strategie di rimpatrio
delineano un quadro nel quale il controllo della mobilità occupa una posizione
sempre più centrale. A questo scenario si aggiungono esperimenti come il
protocollo tra Italia e Albania, che sposta oltre i confini nazionali alcune
funzioni fondamentali della gestione migratoria, e le proposte europee volte a
rafforzare ulteriormente i meccanismi di espulsione e allontanamento, come il
nuovo Regolamento europeo sui rimpatri attualmente in discussione, che punta ad
ampliare e rendere più efficaci gli strumenti di espulsione e allontanamento.
> Non si tratta di processi isolati. Al contrario, compongono una trasformazione
> più ampia che da almeno quindici o vent’anni investe le politiche migratorie
> del continente. Prima ancora della remigrazione, l’Europa ha costruito una
> complessa infrastruttura giuridica, amministrativa e materiale di selezione,
> confinamento ed espulsione.
Centri di detenzione amministrativa, procedure differenziate di accesso ai
diritti, accordi con paesi terzi, sistemi sempre più sofisticati di sorveglianza
e identificazione, dispositivi di rimpatrio forzato: è all’interno di questo
insieme di pratiche che si definisce oggi una parte rilevante del governo delle
migrazioni.
Collocare la remigrazione dentro questo scenario non significa affermare che
essa sia già realtà o che rappresenti semplicemente il nome nuovo di politiche
esistenti. Significa piuttosto riconoscere il contesto entro cui essa prende
forma. La remigrazione emerge in una fase nella quale il controllo della
mobilità è già diventato una delle principali tecnologie di governo delle
società europee. Ignorare questo sfondo significherebbe privarsi degli strumenti
necessari per comprenderne la forza e le condizioni di possibilità.
PERCHÉ IL GRANDANGOLO DA SOLO NON BASTA
Ma allargare l’inquadratura comporta un rischio speculare: quello di appiattire
le differenze. Se lo zoom rischia di isolare la remigrazione dal contesto che la
rende possibile, il grandangolo, da solo, rischia di dissolverne la specificità.
È un rischio meno evidente, ma non meno insidioso. Una volta riconosciuto che la
remigrazione emerge all’interno di una più ampia trasformazione delle politiche
migratorie europee, si potrebbe essere tentati di considerarla soltanto una
versione più esplicita, più aggressiva o più radicale di tendenze già esistenti.
Gli elementi che alimentano questa lettura non mancano. Molti degli strumenti
evocati dai sostenitori della remigrazione appartengono già al repertorio delle
politiche migratorie contemporanee: i rimpatri forzati, la detenzione
amministrativa, i programmi di ritorno volontario assistito, il rafforzamento
dei controlli alle frontiere, la differenziazione dei diritti sulla base dello
status giuridico. Anche il legame tra accesso alla cittadinanza, appartenenza
nazionale e selezione della popolazione non è certo una novità nella storia
degli Stati moderni.
> Eppure fermarsi a questa constatazione significherebbe perdere un aspetto
> decisivo. La continuità degli strumenti non implica l’identità dei progetti
> politici. Le stesse tecnologie di governo possono essere mobilitate
> all’interno di immaginari differenti e orientate verso obiettivi diversi. Per
> questo la questione non riguarda soltanto quali misure vengano proposte, ma
> quale visione della società esse contribuiscano a costruire.
Da questo punto di vista la remigrazione non si limita a chiedere un
inasprimento delle politiche migratorie esistenti. Prova a riorganizzarle
attorno a un principio politico più ampio, che riguarda la definizione stessa
della comunità nazionale, dei suoi confini e della sua composizione. È su questo
terreno che emerge la sua specificità e che diventa possibile coglierne il
significato politico.
PIÙ CHE UNA POLITICA MIGRATORIA, UNA POLITICA DELLA POPOLAZIONE
È a questo livello che conviene leggere la proposta di legge presentata dal
comitato Remigrazione e Riconquista.
Considerate singolarmente, molte delle misure proposte possono apparire come un
ulteriore irrigidimento delle politiche migratorie: l’espulsione di determinate
categorie di stranieri, la restrizione dei ricongiungimenti familiari,
l’abolizione di forme di protezione, l’inasprimento delle condizioni di
soggiorno e di accesso ai diritti. Altre riguardano invece la cittadinanza,
prevedendone la revoca in alcuni casi o limitandone ulteriormente
l’acquisizione. Altre ancora puntano a incentivare il ritorno nei paesi di
origine oppure, al contrario, a favorire l’insediamento di soggetti considerati
maggiormente assimilabili alla comunità nazionale, come gli italo-discendenti. A
queste misure si affiancano infine interventi demografici rivolti alle famiglie
italiane, presentati come strumenti per contrastare il declino della natalità.
Osservati nel loro insieme, però, questi provvedimenti assumono un significato
diverso. Il loro tratto distintivo non risiede in ciascuna misura presa
isolatamente, ma nella logica che le connette.
> Espulsioni, revoche della cittadinanza, incentivi al ritorno, selezione degli
> ingressi e politiche demografiche vengono ricondotti a un medesimo obiettivo:
> intervenire sulla composizione della popolazione in maniera radicale,
> proponendo un’idea esplicita di razzismo priva della ambivalenti mediazioni
> sperimentate nel corso della seconda metà del Novecento.
Letti insieme, questi strumenti non delineano soltanto una politica di controllo
dell’immigrazione. Disegnano una precisa idea di composizione della popolazione.
La questione non è più soltanto governare gli ingressi o regolare la presenza
delle persone migranti sul territorio. Diventa stabilire quali soggetti siano
desiderabili, quali debbano essere incoraggiati a restare, quali possano essere
allontanati e quali caratteristiche debba assumere, nel lungo periodo, la
comunità nazionale dentro la cornice della bianchezza.
Più che una politica migratoria, la remigrazione appare allora come una politica
della popolazione. Una politica che utilizza gli strumenti del controllo
migratorio, ma li inserisce all’interno di un progetto più ampio di
ridefinizione dell’appartenenza. La domanda fondamentale non è più soltanto chi
può entrare nel territorio dello Stato. È chi può appartenere stabilmente alla
comunità nazionale e contribuire a definirne il futuro non più in base alla
collocazione nel mercato del lavoro, ma in ragione dell’identità razziale e del
profilo religioso.
UNO SPARTIACQUE
È qui che emerge la novità della remigrazione. Per almeno tre decenni il lessico
dominante delle politiche migratorie europee si è organizzato attorno a una
serie di parole chiave relativamente stabili: gestione dei flussi, integrazione,
sicurezza, quote di ingresso, fabbisogni del mercato del lavoro. Pur all’interno
di orientamenti politici differenti, la questione fondamentale rimaneva quella
di regolare la presenza delle persone migranti: quanti ingressi consentire, a
quali condizioni, con quali diritti e attraverso quali strumenti di controllo.
Naturalmente questa rappresentazione è tutt’altro che neutra sul piano politico.
Le politiche migratorie europee sono state attraversate da profonde e spesso
violente pratiche di esclusione, gerarchie giuridiche, dispositivi di
confinamento e violazioni dei diritti ben prima dell’emersione della
remigrazione. Tuttavia, anche nelle loro versioni più restrittive, esse
tendevano a presentarsi — spesso anche in contraddizione con gli effetti
concreti prodotti — come strumenti di gestione della mobilità e di
amministrazione della presenza.
La remigrazione sposta il terreno della discussione. Non si limita a proporre
criteri più severi per l’ingresso o la permanenza. Mette in discussione la
permanenza stessa delle persone con background migratorio come fatto legittimo e
strutturale delle società europee contemporanee.
> Se il paradigma della gestione dei flussi si interrogava su quanti migranti
> ammettere e secondo quali criteri, la remigrazione si interroga su quali
> popolazioni debbano comporre la nazione e su quali, invece, possano o debbano
> esserne progressivamente allontanate.
È in questo passaggio che si manifesta il suo carattere di spartiacque. Non
perché introduca strumenti completamente inediti, ma perché rende esplicito un
principio che nelle politiche migratorie contemporanee è spesso rimasto
implicito, frammentato o mascherato dal linguaggio tecnico dell’amministrazione.
La questione della composizione della popolazione, dell’appartenenza nazionale e
della desiderabilità dei soggetti non resta sullo sfondo: diventa il centro
dichiarato del progetto politico. Non è più soltanto il governo della mobilità a
essere in discussione, ma la ridefinizione della popolazione stessa come oggetto
esplicito dell’intervento politico.
Per questo la remigrazione non può essere interpretata né come un fenomeno
completamente estraneo alle trasformazioni in corso né come una semplice
continuazione delle politiche esistenti. È piuttosto un punto di condensazione:
il luogo in cui tendenze sedimentate nel corso degli ultimi decenni vengono
ricomposte all’interno di un immaginario coerente e rese politicamente
esplicite. Ed è proprio questa esplicitazione, prima ancora delle singole misure
proposte, a spiegare perché il termine remigrazione stia conquistando una
crescente visibilità nel dibattito pubblico europeo.
PERCHÉ L’ANTIFASCISMO DA SOLO NON BASTA
Riconoscere questa rottura è indispensabile. Ma non sufficiente. La
mobilitazione contro la manifestazione del 13 giugno è una tappa fondamentale.
Lo è perché individua correttamente la matrice politica della remigrazione, ne
contesta l’impianto ideologico e ne contrasta il tentativo di legittimazione
nello spazio pubblico. Sarebbe un errore minimizzare questo aspetto o
considerarlo secondario.
Il problema nasce quando l’attenzione si concentra esclusivamente sui soggetti
che oggi promuovono la remigrazione. In questo caso il rischio è quello di
circoscrivere il fenomeno entro i confini dell’estrema destra, perdendo di vista
il terreno sul quale esso riesce a radicarsi e ad apparire plausibile. La
remigrazione non conquista spazio soltanto per la capacità dei suoi promotori di
organizzarsi e comunicare. Lo conquista anche perché interviene in un contesto
nel quale il controllo della mobilità, il rafforzamento dei rimpatri,
l’esternalizzazione delle frontiere e la differenziazione dei diritti sono già
diventati elementi ordinari del governo delle migrazioni.
> Da questo punto di vista, occuparsi oggi di migrazioni, da una prospettiva
> critica, non può significare soltanto opporsi alla remigrazione. Significa
> anche interrogare le trasformazioni che hanno attraversato negli ultimi anni
> le politiche europee e nazionali, il consolidamento dei dispositivi di
> confinamento e detenzione, la normalizzazione del linguaggio emergenziale e la
> crescente centralità attribuita al contenimento della mobilità come strumento
> di governo.
Il rischio, altrimenti, è quello di combattere il sintomo lasciando intatto il
terreno che ne rende possibile la diffusione. Di denunciare la forma più
radicale di una tendenza senza interrogarsi sulle condizioni che l’hanno resa
pensabile, dicibile e, per una parte dell’opinione pubblica, perfino
desiderabile.
Per questa ragione la critica della remigrazione non può esaurirsi nella
denuncia dei suoi promotori. Deve essere capace di mettere in discussione anche
il quadro più ampio entro cui essa prende forma. Non per confondere fenomeni
diversi o cancellarne le differenze, ma per comprendere il rapporto che li lega
e individuare i punti nei quali è possibile intervenire politicamente.
QUALE IMMAGINAZIONE POLITICA?
La remigrazione non è soltanto un programma politico. È anche un esercizio —
violento, brutale e potenzialmente pericoloso — di immaginazione politica.
Uno degli aspetti che colpiscono nel dibattito europeo degli ultimi anni è la
capacità delle destre di articolare proposte che, pur essendo difficilmente
praticabili, riescono a presentarsi come una visione complessiva della società.
La remigrazione non si limita a evocare un principio generale. Costruisce un
lessico, individua obiettivi, immagina istituzioni, propone procedure, definisce
gerarchie e criteri di appartenenza. In altre parole, offre un’immagine del
futuro.
Una parte rilevante delle culture politiche progressiste sembra invece aver mano
a mano rinunciato a questo terreno. Negli ultimi anni il dibattito si è spesso
concentrato sulla difesa delle garanzie residue contro gli aspetti più brutali
delle politiche migratorie contemporanee. Una battaglia necessaria, ma che
raramente si è tradotta nella capacità di formulare un progetto alternativo.
Si contestano gli eccessi, si denunciano gli abusi, si chiedono politiche più
umane. Molto più raramente si mettono in discussione le categorie fondamentali
che organizzano il campo. Chi può muoversi? Chi può restare? Chi ha diritto ai
diritti? Chi decide l’appartenenza? Sono domande che finiscono spesso per essere
poste dall’estrema destra, mentre il resto dello spettro politico si limita a
reagire.
È anche per questo che la remigrazione merita di essere presa sul serio. Non
perché rappresenti una risposta convincente, ma perché segnala un vuoto. Mostra
la capacità della destra di trasformare in progetto politico una determinata
idea di popolazione, mentre le alternative appaiono spesso prive di un’analoga
capacità di immaginazione istituzionale.
> Eppure un’altra prospettiva è possibile. Regolarizzazione permanente, chiusura
> dei CPR, diritti sociali sganciati dalla nazionalità, cittadinanza svincolata
> dalla discendenza e dal profilo reddituale, welfare universale, libertà di
> movimento: nessuna di queste proposte può essere ridotta a uno slogan morale o
> a una dichiarazione di principio.
Ognuna implica la costruzione di istituzioni, dispositivi e forme di
organizzazione sociale alternative a quelle esistenti. Il problema è che troppo
spesso queste ipotesi restano frammentate, difensive o relegate ai margini del
dibattito pubblico.
Rimettere la remigrazione con i piedi per terra significa allora compiere
entrambe le operazioni. Allargare l’inquadratura per cogliere il contesto che ne
rende possibile l’emersione e, allo stesso tempo, riconoscerne il carattere
specifico. Solo così è possibile sottrarsi sia all’allarmismo sia alla
banalizzazione. E solo così diventa possibile tornare a discutere non di come
governare le migrazioni, ma di quale società vogliamo costruire e di quali
principi debbano organizzare il rapporto tra mobilità, cittadinanza, uguaglianza
e democrazia nell’Europa contemporanea.
La copertina è di pixabay
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