“Maranza” nelle nostre città: perché il barbaro è di nuovo utileIn Italia, oggi, il nemico pubblico indossa una tuta Nike Tech, ai piedi le TN,
ha un modo di occupare il marciapiede che disturba. È giovane, maschio, figlio
di qualcuno che è arrivato da qualche altra parte. E soprattutto, questo è il
punto, è perfettamente funzionale. Funzionale a chi lo teme, funzionale a chi lo
governa, funzionale ai giornali che ci costruiscono sopra le prime pagine. In
Italia, oggi, il nemico pubblico ha un nome: maranza. Il “maranza” non è
un’emergenza sociale: è un’emergenza narrativa. È il modo in cui una società che
non sa fare i conti con se stessa nomina il proprio disagio e lo deposita su un
corpo altrui. Come ha sempre fatto.
> Ogni generazione ha il suo selvaggio da governare. Oggi si chiama così.
IL BARBARO NON È MAI SCOMPARSO. SI È SOLO SPOSTATO DI QUARTIERE.
Bisogna dirlo chiaramente: il “maranza” non costituisce un’invenzione recente.
Non è nemmeno originale. L’Occidente moderno ha sempre avuto bisogno di un
barbaro interno. Prima era il selvaggio coloniale, irrazionale, istintivo,
incapace di autogoverno, che giustificava la missione civilizzatrice e il
saccheggio delle risorse. Poi, con la decolonizzazione formale, il barbaro ha
cambiato indirizzo ma non funzione: si è spostato nelle banlieue parigine, nei
quartieri operai di Londra, nelle periferie milanesi. Edward Said, in
Orientalismo (1978), mostra il meccanismo con precisione chirurgica: l’Occidente
produce un Oriente immaginario, pericoloso, sessualizzato, arretrato, per
definire per contrasto se stesso come razionale, civile, universale. Non è una
distorsione del discorso pubblico: è la sua funzione costitutiva.
Aimé Césaire, dal lato opposto della storia coloniale, ne aveva già denunciato
le conseguenze interne: una civiltà incapace di risolvere i problemi che il suo
stesso funzionamento genera è una civiltà in decadenza. Frantz Fanon, in I
dannati della terra (1961) e in Pelle nera, maschere bianche (1952) rivela cosa
accade quando il colonizzato attraversa il mare: non diventa cittadino. Diventa
problema. Il suo corpo continua a essere letto attraverso le categorie che
l’impero aveva costruito per giustificare il dominio. La razzializzazione non ha
bisogno delle colonie per funzionare. Funziona benissimo al Corvetto, a Sesto
San Giovanni, a Tor Bella Monaca. Nel 2024, Ramy Elgaml muore a sedici anni
inseguito dalla polizia a Milano. Il copione è identico a quello di Zyed e
Bouna, morti nel 2005 a Clichy-sous-Bois, alle porte di Parigi, inseguiti
anch’essi. Vent’anni. Nessuna lezione appresa. Nessuna struttura cambiata.
UNA CITTÀ COSTRUITA PER ESCLUDERE
Le periferie europee non sono il risultato di un fallimento urbanistico. Sono il
risultato di un successo politico.
Le grandi banlieue francesi degli anni Sessanta, le cités, le HLM, gli enormi
blocchi razionalisti ispirati alla Carta di Atene, erano la risposta dello Stato
a un problema preciso: dove mettere la manodopera immigrata necessaria alla
ricostruzione postbellica, tenendola separata dal centro. L’urbanistica non era
neutrale. Era,come ha scritto Henri Lefebvre in Il diritto alla città (1968),
uno strumento di produzione dello spazio al servizio dei rapporti di potere
esistenti. Loïc Wacquant, in Punire i poveri (2004) e I reietti della città
(2007), chiama il risultato “marginalità avanzata”: non il ghetto del passato,
ma qualcosa di più sofisticato, la concentrazione territoriale di chi viene
sistematicamente escluso dal mercato del lavoro regolare, dalla rappresentazione
politica, dalla cittadinanza sostanziale. Una prigione senza muri, tenuta
insieme dalla mancanza di alternative.
In Italia il processo è più recente, ma la logica è identica. Il paese è
diventato terra di immigrazione senza mai decidere cosa farsene, né
politicamente né simbolicamente. Le seconde generazioni, nate qui, cresciute
qui, italiane in tutto tranne che nei documenti, abitano un limbo giuridico che
non è un’anomalia burocratica: è una scelta politica deliberata. Negare lo ius
soli significa negare la possibilità che la presenza diventi permanenza, che la
permanenza diventi appartenenza. Significa tenere aperta, per sempre, la porta
del “torna a casa tua” , anche quando casa tua è qui, e non ne hai mai vista
un’altra.
Abdelmalek Sayad, sociologo algerino formatosi con Bourdieu e autore di La
doppia assenza (1999), descrive
con precisione l'”illusione del provvisorio”: lo sguardo europeo tratta il
migrante come temporaneo anche quando è strutturale, come anomalia anche quando
è normalità. Lo Stato chiama il migrante quando ha bisogno delle sue braccia,
poi lo dimentica quando ha bisogno di un nemico. La figura del “maranza” è il
figlio di questa doppia assenza: troppo italiano per essere straniero, troppo
straniero per essere italiano. In questo vuoto si installa il capro espiatorio
perfetto.
IL GENERE NON È UN DETTAGLIO. È IL CUORE DEL MECCANISMO
C’è un aspetto che il dibattito pubblico continua a non vedere, o a vedere male:
il “maranza” è sempre maschio. E questo non è casuale.
La figura del giovane con background migratorio viene costruita attraverso una
retorica di mascolinità patologica: è violento, è incontrollabile, è
sessualmente pericoloso. È troppo maschio nel senso sbagliato. Raewyn Connell,
in Masculinities (1995), mostra come la mascolinità “egemone”, quella del
maschio bianco borghese, razionale, padrone delle proprie emozioni, si
costruisca storicamente per contrasto con forme di virilità subalterne,
associate alle classi popolari, alle colonie, ai margini. Non è una descrizione
del reale: è una gerarchia prodotta e riprodotta per legittimare chi sta in
cima.
Ma questa gerarchia ha radici più profonde di quanto il dibattito corrente
riconosca. Il virilismo, come ha ricostruito lo storico Sandro Bellassai, non è
un dato naturale: è una costruzione culturale emersa nella seconda metà
dell’Ottocento europeo, in risposta alle prime rivendicazioni femministe e alle
trasformazioni della modernità industriale. La mascolinità dominante si è
affermata attraverso il nazionalismo, l’imperialismo e la retorica coloniale, e
si è definita sempre per opposizione a un “altro” maschile rappresentato come
arretrato, irrazionale, deviante. Il “maranza” è l’erede diretto di quell’
“altro”: la stessa funzione, aggiornata al presente.
> Il virilismo ostentato di periferia, quello delle tute e della postura
> spavalda nel camminare sui marciapiedi, non è una patologia originaria. È una
> risposta. È quello che succede quando le vie ordinarie di costruzione della
> rispettabilità maschile (il lavoro stabile, la casa di proprietà, il titolo di
> studio spendibile) sono sistematicamente precluse.
Pierre Bourdieu lo aveva già detto: quando non puoi accedere al campo, giochi
con le regole che hai. Criminalizzare quella risposta senza vedere la domanda
che la produce è, semplicemente, disonestà intellettuale.
UNA RELIGIONE IN PIÙ DA PORTARE
C’è un’ulteriore dimensione che il dibattito pubblico preferisce maneggiare con
retorica piuttosto che con analisi: la maggior parte dei giovani definiti
“maranza” è discendente di famiglie provenienti da paesi a maggioranza
musulmana. E questo non è un dettaglio secondario.
Come ha scritto Said, l’archivio coloniale continua a produrre significati
fondati su una narrazione orientalista dell’Islam: alla dicotomia storica tra un
Occidente moderno e un Oriente arretrato si è sovrapposta, dopo l’11 settembre
2001, una narrazione monolitica dell’islam come religione intrinsicamente
violenta, che ignora la complessità del fenomeno. Il risultato è una
stigmatizzazione a strati: sei figlio di migranti, vivi in periferia, sei
maschio e povero, e in più sei musulamano, o ti si presume tale.
Quel che spesso sfugge è la distanza tra come l’Islam viene vissuto dalla prima
generazione e come lo reinterpreta la seconda. I padri, arrivati soli o con
poco, hanno spesso fatto della moschea uno spazio di rifugio, un luogo in cui
l’identità veniva riconosciuta di fronte a una società che non la riconosceva
fuori. I figli, cresciuti qui, fanno qualcosa di diverso: rivendicano una fede
pubblica, che non si nasconde, che non chiede scusa, che si inserisce nello
spazio aperto della città come parte legittima di essa. Non è radicalizzazione.
È appartenenza. È esattamente quello che ogni cittadino ha il diritto di fare, e
che a loro viene letto come minaccia.
QUANDO IL SUBALTERNO RISPONDE — E IL MERCATO LO ASCOLTA PRIMA DELLO STATO
C’è un luogo in cui questa storia viene riscritta dal basso: la musica trap.
Baby Gang, nato a Lecco da famiglia marocchina, processato, incarcerato, e poi
tornato a fare musica con una lucidità politica che molti intellettuali si
sognano: nel 2025 è diventato l’artista italiano con più ascoltatori mensili su
Spotify, 8,2 milioni, superando Sfera Ebbasta. Il 4 marzo 2026, davanti al
giudice, aveva dichiarato: “Adesso basta, solo musica.” Tredici giorni dopo era
di nuovo in carcere, raggiunto da una nuova ordinanza per armi, rapina e
maltrattamenti.
Si può discutere a lungo su cosa significhi tutto questo. Quel che è difficile
negare è che la sua traiettoria, la strada, la cella, la musica, la cella di
nuovo, non è la storia di un individuo che ha sbagliato. È la storia di uno
Stato che non ha mai saputo cosa fare di lui, e che lo ha incontrato quasi
esclusivamente in divisa. È la traiettoria biografica di un giovane che, davanti
agli occhi di uno Stato che lo aveva già visto realizzarsi nella carriera
musicale, non si è lasciato redimere. Lui, le umiliazioni subite non le ha
dimenticate. Ha deciso, secondo la formula di Louisa Yousfi, di «restare
barbaro». Nomina la cella, nomina la polizia, nomina la frontiera invisibile tra
chi appartiene e chi viene tollerato. I suoi testi sono referto sociologico e
atto di accusa simultaneamente.
Ghali costruisce da anni una narrazione della doppia appartenenza che rifiuta il
ricatto della scelta, non è italiano, nonostante le origini tunisine, non è
tunisino nonostante sia cresciuto a Baggio, Milano. La molteplicità non è un
problema da risolvere: è il punto di osservazione da cui il mondo si vede più
chiaramente.
> Gayatri Spivak aveva chiesto, nel 1988, in Can the subaltern speak?, se il
> subalterno potesse parlare. La risposta non era semplicemente negativa: il
> problema era che i meccanismi di produzione del discorso pubblico erano
> strutturati per non ascoltarlo, per tradurlo, per neutralizzarlo.
La trap è uno di quei rari momenti in cui qualcosa sfugge al filtro, non perché
il sistema sia diventato più giusto, ma perché il mercato culturale ha le sue
contraddizioni e i suoi cortocircuiti. Il riconoscimento che passa dallo
streaming non è una vittoria politica. È un sintomo: questi ragazzi esistono,
parlano, e qualcuno li sente nonostante tutto.
Houria Bouteldja, in I bianchi, gli ebrei e noi (2016), teorizza la
riappropriazione dello stigma come gesto politico. Chiamarsi barbaro,
rivendicare la propria posizione ai margini dell’impero, trasformare l’insulto
in identità collettiva: è un gesto antico quanto l’oppressione. Lo hanno fatto i
neri americani, lo hanno fatto le donne, lo hanno fatto i queer. Non è la sola
risposta possibile. Ma è una risposta che lo Stato non sa come gestire. E
questo, di per sé, è già qualcosa.
IL COPIONE. RECITATO SEMPRE UGUALE, SEMPRE IMPUNITO
Ogni volta che un ragazzo delle periferie finisce sui giornali, il copione si
ripete con precisione meccanica, e con totale impunità.
Prima la cronaca nera, con il nome straniero in grassetto e tutti i dettagli
dell’origine etnica che servono a costruire l’equazione implicita. Poi il
commento politico: la destra che chiede ordine e militarizzazione, la sinistra
moderata che si affretta a prendere le distanze per non sembrare
“giustificazionista”. Poi arriva il decreto sicurezza, ce n’è sempre uno pronto
nel cassetto, con il Daspo urbano, l’abbassamento dell’età penale,
l’inasprimento delle pene per i minori. Stuart Hall, in Policing the Crisis
(1978), chiama questo meccanismo “panico morale”: la costruzione mediatica e
politica di una minaccia che legittima risposte repressive sproporzionate,
mentre le cause strutturali restano intatte. Quarantasette anni dopo, il manuale
è lo stesso.
> Quello che non entra mai nel copione è la domanda: perché in certi quartieri,
> per certi ragazzi, le traiettorie si chiudono così presto? Perché lo Stato
> arriva in quelle periferie quasi esclusivamente in divisa? Perché un ragazzo
> nato a Milano da genitori stranieri deve aspettare i diciotto anni per
> chiedere la cittadinanza del paese in cui è cresciuto, e anche allora, se ha
> un precedente penale anche minore, non gli viene data?
Non sono domande retoriche. Sono domande con risposta. La risposta è scomoda, ed
è per questo che non viene mai posta.
SMETTERE DI FARE FINTA
La colonialità, intesa nel senso che ne danno Aníbal Quijano e Nelson
Maldonado-Torres, come struttura di potere che sopravvive alla fine formale del
colonialismo, non è un capitolo chiuso. Abita il modo in cui un giornale sceglie
quali parole usare per descrivere un arrestato. Abita la legge che nega la
cittadinanza a chi è nato qui. Abita il poliziotto che ferma dieci volte di più
se hai una certa faccia. Abita il professore che ha aspettative più basse. Abita
il padrone di casa che non affitta. Abita il selezionatore che non richiama se
il cognome suona straniero.
Non è un complotto. È una struttura. Ed è esattamente per questo che è più
difficile da smontare di un complotto: non ha un responsabile unico, non ha un
centro, non ha un momento fondativo da cui revocare. Si riproduce da sola,
attraverso migliaia di decisioni quotidiane che si presentano come neutre e non
lo sono. Michel Foucault avrebbe detto: è il potere che funziona meglio, quello
che non ha bisogno di un sovrano.
Riconoscere questo non è “fare politica dell’identità” , l’accusa pigra che
serve a chiudere il dibattito prima che cominci. È fare analisi. È il minimo
indispensabile per cominciare a ragionare seriamente su cosa significherebbe una
società all’altezza delle proprie promesse costituzionali.
Il “maranza” non è il problema. È lo specchio. Il problema è chi non ci vuole
guardare dentro.
La copertina è tratta da WikiCommons
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