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Afriche: il difficile internazionalismo
il primo articolo è scritto da Nwachukwu Egbunike, Prudence Nyamishana, Endalkachew Chala, Rawan Gharib e tradotto (Italiano) da Maira Mohamed tratto da GlobalVoices il secondo contributo è di un ospite di Global Voices ed è tradotto da Sara Scibetta Quanto sono considerati ‘africani’ i paesi del Nordafrica? Le sei regioni dell’Unione Africana [Credti dell’immaginet: Sahel and West African Club]   Quando l’egiziano Mohammed
Proteggere Piazza Libertà
-------------------------------------------------------------------------------- Trieste, Piazza Libertà (foto Nika Viq) -------------------------------------------------------------------------------- Martedì 17 febbraio abbiamo appreso dal social Trieste Café l’intenzione del gruppo Forza Nuova di chiedere alla Questura di Trieste l’autorizzazione a una manifestazione in Piazza Libertà alle ore 19 del 20 marzo. La richiesta è stata accompagnata dalla divulgazione di un manifesto pieno di violenza razzista. Come tutti sanno in città proprio in quell’ora, in Piazza Libertà si trova regolarmente ogni giorno l’ODV Linea d’Ombra, insieme alla rete di “Fornelli resistenti”, i cui gruppi provengono da tutta Italia, ad altri gruppi di cittadini, scout, studenti e studentesse, universitari, per accogliere i migranti della Rotta balcanica che giungono spesso in condizioni di sofferenza anche grave. È fin troppo evidente l’intenzione provocatoria di quest’associazione politica di matrice fascista: trasformare un luogo divenuto ormai da anni un centro di incontro, accoglienza e solidarietà fra cittadini italiani ed europei e chi proviene lungo la Rotta balcanica da paesi tormentati da guerre, carestie, crisi ambientali e violenze di ogni genere, in un luogo di odio e di violenza. Linea d’Ombra, insieme ad altre associazioni e cittadini, ha avviato una raccolta di firme, che ha quasi raggiunto la quota di cinquemila (tra cui oltre cento realtà associative) per chiedere, a chi ne ha il compito istituzionale, di preservare Piazza Libertà come luogo di incontro e di amicizia fra popoli, di cui oggi c’è un disperato bisogno. -------------------------------------------------------------------------------- Lorena Fornasir (Presidente Linea d’Ombra ODV) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Proteggere Piazza Libertà proviene da Comune-info.
March 5, 2026
Comune-info
Diritti? Solo in Modica quantità…
…altrimenti è abuso, punibile per legge! “tutti vantano, più o meno a ragione, diritti: i migranti, i delinquenti, gli zingari, gli animali”, la frase, a quanto riportano diversi organi di stampa, fra cui l’ANSA, è “scappata” di bocca al presidente del TAR del Friuli Venezia Giulia Carlo Modica de Mohac di Grisì, in occasione della cerimonia di apertura dell’anno giudiziario
Cagliari sotto controllo: chi decide chi può stare in città? Prorogata la zona rossa
Pubblichiamo il comunicato di Potere al Popolo – Cagliari sulla proroga  fino al 30 settembre della zona rossa da parte della prefetta di Cagliari. Mentre nei giorni scorsi Sanremo catturava l’attenzione del Popolo della rete, in sordina a Cagliari la prefetta Paola Dessì, con grande soddisfazione dell’attuale primo cittadino, ha prorogato la zona rossa fino al 30 settembre per salvaguardare l’ordine pubblico e, soprattutto tutelare, visto l’inizio della primavera, le serate tranquille di turisti e turiste e gli introiti delle esercenti e degli esercenti. A stabilire chi possa attraversare o stazionare nelle aree del centro storico allargato saranno le forze di polizia sempre pronte, che già da mesi, seguendo la linea del colore attraverso lo strumento della profilazione razziale, tentano di arginare le presenze considerate sgradite e moleste. Fino a dieci anni fa, una scelta di questo genere avrebbe suscitato un dibattito acceso, ma la sinistra di buoni sentimenti che governa la città, sempre generosa di chiacchiere di facciata per dichiarare il proprio antifascismo e antirazzismo, quando si tratta di scegliere tra la tutela di diritti fondamentali e quella del portafoglio dei propri potenziali elettori e elettrici non ha mai dubbi. Via quindi chi non consuma e chi non produce, meno problemi per chi invece sarà dispostə a spezzarsi la schiena nei ristoranti e locali del centro storico, sottopagatə, dispostə a turni di lavoro massacranti e privi di previdenza sociale, come coloro che lavorano come rider di Glovo e Deliveroo, spesso giovani e razzializzatə, che si affannano in mezzo al traffico: tolleratə finché producono valore e garantiscono i consumi, invisibilizzatə quando rivendicano diritti. Poco importa inoltre se le persone scacciate, spesso soggetti fragili, senza un tetto sopra la testa, che vivono in condizioni quotidiane di marginalità e disagio vengono spostate in periferia, dove la città non le vede e tutto resta “pulito” agli occhi di chi decide chi può attraversarla e chi no. Non è la prima volta che con la scusa di una qualche emergenza ci vengono fatte digerire delle misure di restrizione della libertà che poi diventano permanenti, per questo è necessario contrastarle subito. Nella Cagliari da cartolina, costruita per turisti e profitto ci rifiutiamo, come cittadini e cittadine, di fare le comparse. Redazione Cagliari
March 3, 2026
Pressenza
Dall’Egitto all’Italia. Intervista a Remon Koram
Una storia di riscatto e speranza. Una di quelle che fanno bene al cuore, restituiscono un po’ di fiducia nell’umanità e nella capacità di farsi del bene a vicenda e di vivere una vita piena e serena dopo aver subìto persecuzioni e soprusi e rischiato la vita. Anche se il pregiudizio e l’ingiustizia restano sempre in agguato. A raccontarci questa storia – narrata anche nel libro “Il mare nasconde le stelle” di Francesca Barra – è Remon Karam, un giovane di 26 anni che ha trascorso in Italia la metà della sua vita, ha conseguito un diploma e due lauree e che nonostante questo non ha ancora ottenuto la cittadinanza. Perché sei fuggito dall’Egitto? Ho lasciato l’Egitto a seguito della primavera araba perché subito dopo è arrivato Mohammed Morsi e le persecuzioni contro i cristiani copti come me sono aumentate. Si sono verificati diversi attentati nelle chiese, in particolare durante le feste religiose. Autori di questi atti terroristici erano estremisti fondamentalisti islamici. Quasi tutti i musulmani sono persone per bene e non voglio generalizzare, ma in quegli anni in particolare per noi copti era diventato rischioso vivere in Egitto. Mio cugino è stato ucciso per strada. Temevo di poter fare la stessa fine. Per questo ho deciso di fuggire senza avvisare nessuno. Com’è composta la tua famiglia in Egitto? Siamo in quattro, i miei genitori e un fratello più piccolo di me di un anno: oggi io ho 26 anni e lui 25. Senza dire niente ai miei avevo conosciuto in quel periodo alcuni scafisti; in quel periodo si parlava tanto di viaggi in Europa. Io sognavo di poter vivere in un luogo sicuro, per costruirmi un futuro. Sei partito da solo? Sì. Era il 2013 e avevo appena compiuto 14 anni. Fui sequestrato per cinque giorni in un appartamento ad Alessandria e poi caricato su un barcone. La traversata del Mediterraneo durò una settimana e in quei giorni vidi la morte in faccia. Ci davano da mangiare un pugno di riso cotto nell’acqua di mare e potevamo bere solo poche gocce d’acqua mista a benzina dal tappino di una bottiglia di plastica. Non so neanche io come ho fatto a sopravvivere in quelle condizioni. Hai attraversato il deserto? No, perché a quei tempi, nel 2013, non era necessario arrivare in Libia per prendere il mare, le partenze avvenivano direttamente dall’Egitto. Questo mi ha risparmiato le torture nei campi di prigionia libici, ma non il trauma della traversata. Che cosa è successo una volta arrivato in Italia? Inizialmente ho vissuto per qualche mese in un centro d’accoglienza in Sicilia. Poi sono stato preso in affido da una coppia senza figli. È stata una grande fortuna per me: Marilena e Carmelo mi hanno regalato tanto affetto e cure, la sicurezza di un tetto sulla testa e la possibilità di studiare. Non mi hanno mai fatto mancare nulla, hanno portato avanti l’educazione che i miei genitori biologici non hanno potuto completare. A loro devo tutta la mia (seconda) vita. Parlaci dei tuoi titoli di studio e del tuo lavoro. Mi sono diplomato al liceo scientifico. La prima laurea è stata in Lingue e culture moderne e la seconda in Lingua per la comunicazione interculturale e cooperazione internazionale. Attualmente lavoro come ‘case manager’ per Adecco Inclusion a Roma”. Cosa vorresti dire al governo italiano, che nel novembre scorso ha rinnovato il memorandum Italia-Libia? Il trattamento riservato ai migranti non può essere definito altro che disumano. Il governo italiano non può fingere di non sapere cosa accade nelle prigioni libiche, conosce benissimo la situazione e le torture sui migranti. Evidentemente considera i propri interessi politici più importanti dei diritti umani e della vita stessa di migliaia di persone che hanno l’unica colpa di cercare un futuro migliore per sé e i loro figli. Il governo Meloni finanzia con i soldi delle nostre tasse aguzzini che ogni giorno massacrano e violentano i migranti, li torturano in diretta telefonica con i loro cari per farsi mandare sempre più soldi, li vendono come schiavi o li uccidono. E chi riesce a sopravvivere rischia di morire per il naufragio di imbarcazioni che non stanno a galla, mentre il governo cerca di impedire alle Ong di salvarli. E cosa diresti all’Unione Europea, che ha inserito nuovi Paesi nella lista di quelli “sicuri” per respingere i migranti? Si sa qual è l’unico obiettivo in questo momento: attuare il blocco navale o addirittura la remigrazione, espellendo anche persone che in Europa hanno cominciato una seconda vita e si sono integrate. Si sente spesso usare lo slogan ‘l’Italia agli italiani’, ma nessuno mai dice ‘l’Africa agli africani’. Il nostro è un continente ricchissimo, ma i suoi abitanti non possono godere delle sue risorse, gestite dalle grandi potenze, Usa, Cina, Unione Europea. Le materie prime ci vengono rubate per il vantaggio di pochi. A noi restano solo povertà e schiavitù e anche il divieto di lamentarci o di tentare di rimediare. Il mondo ricco e privilegiato dovrebbe assumersi le proprie responsabilità, invece di continuare a rivendicare il diritto di depredarci, respingerci e cacciarci. La definizione di ‘Paesi sicuri’ è solo una farsa: in quasi tutti ci sono guerre civili, persecuzione di minoranze religiose ed etniche. Quando non si sa come giustificare la propria inefficienza la cosa più facile è dare la colpa a chi non può parlare. I migranti sono additati come nemici e minaccia alla sicurezza, quando in realtà il nostro lavoro paga le pensioni attuali e future di tanti italiani. Senza gli immigrati, spesso sfruttati senza pudore, non ci sarebbe chi raccoglie la frutta, pulisce le strade, lavora nei cantieri, si occupa di bambini e anziani. Ma siamo solo fantasmi senza diritti. Cosa pensi del fatto che l’estrema destra stia vincendo in sempre più Paesi proprio cavalcando il tema immigrazione? Purtroppo certi partiti traggono la loro forza dalla diffusione dell’odio e del pregiudizio facendo il lavaggio del cervello a persone che non sono in grado o non vogliono informarsi. Alcuni media complici non fanno che sottolineare i reati degli stranieri dimenticando quelli degli italiani, senza mai parlare del coraggio e della generosità di persone che studiano e lavorano senza risparmio per ottenere ciò che agli italiani è spesso garantito per diritto di nascita e per dare il loro contributo alla crescita dell’Italia. Dall’altra parte purtroppo la sinistra non sa o non vuole portare esempi positivi e la narrazione finisce per essere completamente falsata. Cosa pensi dell’ICE e della politica di deportazione di Trump? Tutto il male possibile. E temo che purtroppo qualcosa del genere possa accadere anche in Italia. Basti pensare che il 17 maggio scorso a Milano si è tenuto il ‘Remigration summit’ supportato da personaggi come Salvini, Vannacci e da altri esponenti dell’estrema destra europea. In quell’occasione si è parlato di rimandare gli stranieri nei Paesi d’origine o addirittura in altri Stati. Si parla di supremazia della razza bianca, c’è un ritorno al passato più nero, quello che tanta morte e atrocità ha portato in tutto il mondo. Chi dimentica o ignora le lezioni della storia è condannato a ripetere le peggiori nefandezze. E troppi italiani restano indifferenti o addirittura sposano tesi razziste, pensando che finché le ingiustizie colpiscono ‘gli altri’ loro possono stare tranquilli o addirittura avvantaggiarsene. Ad allarmare sono da una parte l’indifferenza e dall’altra l’odio”. Tu hai paura? Sì, non posso negarlo. Temo di essere rimandato in Egitto solo perché ho la pelle un pochino più scura e non ho ancora la cittadinanza italiana, malgrado viva in questo Paese da 13 anni. Ho studiato ottenendo prima il diploma e poi due lauree e oggi lavoro con un regolare contratto. Eppure ogni anno per poter rinnovare il permesso di soggiorno noi ‘stranieri’ dobbiamo quasi scusarci per la nostra ostinazione a voler restare e siamo costretti a lottare con una burocrazia che cerca solo un pretesto per cacciarci. Quattro volte l’anno devo tornare in Sicilia, spendendo di tasca mia centinaia di euro ogni volta, per lasciare le impronte e rinnovare il permesso di soggiorno per motivi di lavoro. A 13 anni dal tuo arrivo in Italia non hai ancora la cittadinanza italiana. Che cosa comporta per la tua vita in termini pratici? L’esempio più eclatante è il fatto che nonostante i miei titoli di studio e la mia esperienza non ho la possibilità di partecipare a concorsi pubblici o di lavorare nella pubblica amministrazione perché mi manca il requisito della nazionalità. Ma sono molti gli ostacoli e le difficoltà dovuti alla mancanza della cittadinanza. In questi 13 anni sei mai riuscito a riabbracciare la tua famiglia d’origine? Ho potuto rivedere i miei solo due volte, nel 2017 e nel 2020. Da allora non sono più tornato perché in quanto egiziano ho l’obbligo della leva in patria: oggi sono considerato un disertore e se tornassi mi costringerebbero a fare il militare per tre anni. In questo modo perderei il permesso di soggiorno in Italia e tutto ciò che mi sono costruito da quando sono qui. E i miei non possono venire a trovarmi perché l’Italia non concede loro il visto. Cosa vorresti dire ai ragazzi come te che sognano l’Italia o l’Europa? Non condanno chi tenta in ogni modo di arrivare in Europa, come del resto ho fatto io, ma il consiglio è quello di non immaginare che in Italia sia tutto rose e fiori. Qui la vita è complicata e devi convivere con una situazione di perenne incertezza. La possibilità di avere successo è infima, perché non ci sono politiche di inclusione, anzi, tutto il contrario, si fa di tutto per ostacolare chi vuole soltanto rifarsi una vita rispettando la legge e pagando le tasse. D’altra parte però penso anche che se io ho vinto la mia scommessa, benché non sapessi l’italiano e fossi un ragazzino solo quando sono arrivato, allora anche altri possono farcela.   Claudia Cangemi
February 26, 2026
Pressenza
CPR: Macomer per iniziare e poi…
… chiuderli tutti. Con articoli, comunicati e link. Il 20 febbraio scorso, sul sito sardo di Italia che cambia, è stata ripresa la denuncia fatta dall’Assemblea NO CPR Macomer delle proteste del 9 febbraio al CPR sardo, represse duramente dalla polizia. Nella rassegna stampa del sito, a cura di Lisa Ferreli e Alessandro Spedicati, sono state intervistate due attiviste da
February 26, 2026
La Bottega del Barbieri
Una strage che non bisognava vedere
LA NOTIZIA SU QUELLA CHE È STATA PROBABILMENTE LA PIÙ GRANDE STRAGE NEL MEDITERRANEO DI QUESTI ANNI, CON OLTRE MILLE DISPERSI (I CUI CORPI STANNO RAGGIUNGENDO NEGLI ULTIMI GIORNI LE COSTE ITALIANE), È STATA TRAVOLTA DA SILENZIO E INDIFFERENZA. SUI SOCIAL INVECE GLI HATERS – QUELLI FINTI PRODOTTI DALLE MACCHINE MA ANCHE TANTE PERSONE VERE – SI SONO SCATENATI CONTRO CHI DOMENICA SCORSA HA PROMOSSO UNA PREGHIERA E UN’ORAZIONE CIVILE IN MARE. QUEL GESTO D’AMORE, SCRIVE LUCA CASARINI, VERSO I NOSTRI FRATELLI E SORELLE FATTI MORIRE IN MARE, È DIVENUTO AZIONE POLITICA DIROMPENTE CONTRO IL SILENZIO DELLE AUTORITÀ SU UNA STRAGE CHE NON BISOGNAVA VEDERE Domenica 22 febbraio, le Chiese della Sicilia insieme a Mediterranea e Refugees in Libya sono andati in mare con la barca a vela Safira, già usata in missioni di soccorso, per un momento di preghiera accompagnato da un’orazione civile, dedicati alle vittime ai familiari di quella che probabilmente è stata la più grande strage nel Mediterraneo di questi anni (oltre mille dispersi, i cui corpi stanno raggiungendo le coste italiane in questi giorni), travolta da silenzio e indifferenza -------------------------------------------------------------------------------- Mi è capitato di discutere con Corrado Lorefice, vescovo di Palermo, di quanto possa dare fastidio al potere e a quell’asservimento all’odio a cui esso si affida per tentare di garantire legittimità alle sue gesta, una preghiera, come quella che abbiamo recitato in mare domenica per ricordare i dimenticati della strage, i “fatti morire” durante i giorni del ciclone. BOT pagati dagli uffici del marketing elettorale, e persone singole che appartengono a varie conventicole, le “haters chains” digitali che si attivano solo per insultare, spargere odio razziale, menzogne sulle persone, sono come impazziti di rabbia per una preghiera innalzata per i nostri morti. “Nostri”, e già questo li manda fuori di testa. L’algoritmo aiuta questa dinamica, la amplifica, perché è così che chi detiene il controllo del “mezzo di produzione”, dello strumento social, si arricchisce. Lo scontro, la polemica, il fighting, moltiplica le interazioni, aumenta il rating con il quale si stabilisce il prezzo di vendita. Lo scontro sui social media incrementa il business perché è il motore principale dell’engagement (coinvolgimento), che si traduce direttamente in maggiore visibilità, traffico e, in ultima analisi, monetizzazione attraverso la pubblicità. Le piattaforme sono progettate per premiare soprattutto la rabbia, la polarizzazione, lo scontro, l’assalto, le minacce. La violenza, testo o immagini, è fonte di valorizzazione nel tecnocapitalismo. Ma d’altronde in un mondo dove il “Board of Peace” celebra la “colonizzazione a scopo immobiliare”, e dove il più grande investimento degli Stati sono le armi di distruzione di massa, come potrebbe essere diverso? Gli haters possono essere sia macchine, come i bot (gli agenti Smith di Matrix) sia persone vere e proprie. Le “macchine” sono prodotte, messe in funzione e vendute da centri, aziende e organizzazioni che sviluppano “bot” (intesi come chatbot basati su intelligenza artificiale, algoritmi conversazionali o automazioni). Si concentrano principalmente negli Stati Uniti, ma con una forte crescita di realtà specializzate in Italia ed Europa. Gli “umani” delle “catene dell’odio” invece, dai loro profili spesso imbarazzanti rivelano condizioni soggettive di particolare arretratezza e disagio: sembrerebbero persone molto sole, con bassa scolarizzazione, in generale piene di rancore verso un mondo che probabilmente non gli ha dato molto. L’organizzazione e la trasformazione delle psicopatie diffuse, delle crisi fobiche, delle frustrazioni, dell’alienazione, in strumenti di intimidazione digitale, è un lavoro vero e proprio per i responsabili social di molti politicanti. Il carattere filogovernativo di questa armata di sfigati nella vita reale, ma legionari minacciosi in quella virtuale davanti a una tastiera, rivela che c’è chi li usa in maniera scientifica per tentare di costruire un immaginario del “sentiment sociale” al quale poi riferirsi per tentare di rappresentarne le istanze non più individualizzate, ma divenute collettive per auto-riconoscimento. Naturalmente la funzione primaria di queste “legioni” che si attivano e attaccano, è anche quella tipicamente squadristica della minaccia e dell’intimidazione contro gli avversari e oppositori politici: dalla “character assassination” – la distruzione della reputazione mediante un processo intenzionale e duraturo che distrugge la credibilità e la reputazione – alla minaccia vera e propria. Alcuni di questi “militanti” delle haters chains filogovernative sono talvolta querelati per diffamazione aggravata o minacce e pagano con denaro contante le loro bravate in rete: ho lettere di scuse scritte da chi mi minacciava a diffamava davvero pietose (sto pensando di farne un libro) perché poi quando alla fine devono tirare fuori migliaia di euro – che vanno tutte a finanziare missioni di soccorso, e questo è davvero il bello – piangono come bambini. Comunque una messa, una preghiera, un gesto d’amore verso i nostri fratelli e sorelle fatti morire in mare, sono divenuti azione politica dirompente contro il silenzio delle autorità su una strage che non bisognava vedere. Contro il “male” fatto a sistema. La “necropolitica” che cos’è se non la strutturazione sistemica di politiche basate sul potere di imporre la morte sul desiderio di vita? La foto di don Mattia Ferrari che alza l’ostia al cielo per quei morti uccisi dal sistema e non dal mare e nemmeno dal ciclone, è una immagine potentissima contro il razzismo, contro la “globalizzazione dell’indifferenza” come diceva papa Francesco. La verità, come quella pronunciata nel suo scritto da don Corrado, fa paura a chi ha bisogno della menzogna per poter comandare. Abbiamo davanti uno straordinario esempio di che tipo di lotta e fra chi e che cosa, stia alla base di ogni idea e sogno di un mondo nuovo. Umano e disumano, verità contro menzogna, amore come arma potente e temuta in un vuoto esistenziale individualizzato e apocalittico che vogliono farci credere debba essere l’unico eterno e immutabile presente. E la “zona rossa” della religione, della fede in qualcosa che propone un sovvertimento radicale – siamo fratelli tutti – accende tutti gli allarmi degli agenti Smith di Matrix: “Dio, patria e famiglia”, o “sono madre e cristiana”, o faccio il comizio con il rosario in mano mentre aizzo la folla contro i “clandestini”, è l’unico cristianesimo consentito. E invece “cristiani diversi”, “poveri cristiani” come direbbe Ignazio Silone, cristiani che non blandiscono il potere ma mettono in pratica il Vangelo, e le due cose insieme, brama di potere e Vangelo, non possono stare, questi cristiani si stanno organizzando. Stanno “cospirando per il bene”. Insieme a tanti musulmani, o non credenti. Suore e sacerdoti insieme a laici. Con don Corrado, sorridendo della nostra comune condizione di “lapidati” da schiere di odiatori reali e macchinici sui social, concordavamo su ciò che Madleine Debreil scriveva: ”Cos’è il Male? È innanzitutto assenza di bene”. Praticare la cura, il soccorso, la protezione di coloro che sono esclusi, costruire comunità su queste basi, non sulle comodità di stanchi riti vuoti ma sulla strada rischiosa, perché non consentita dal potere e dalla cultura dominante, di quel “fratelli tutti” fatto di pratiche concrete e senza dover attendere il permesso di nessuno, È un atto rivoluzionario. Cosa abbiamo da perdere? Solo le nostre catene. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una strage che non bisognava vedere proviene da Comune-info.
February 25, 2026
Comune-info
Orrori consueti e orrori dimenticati
TORINO NEL DICEMBRE 2011 SI È MACCHIATA DI UN POGROM IN PIENA REGOLA. CHE MOLTI HANNO GIÀ DIMENTICATO. NIZZA MONFERRATO, QUALCHE GIORNO FA HA CERCATO DI REPLICARLO. MA ANCHE IN QUESTO CASO NON LA RIMOZIONE È COMINCIATA SUBITO. DEL RESTO CI SONO I GIOCHI INVERNALI DI MILANO-CORTINA. FEMMINICIDI, RAZZISMO E MEMORIA CORTA Disegno di Gianluca Costantini -------------------------------------------------------------------------------- La prima scena è quella di Zoe dentro al bar. Sta per uscire e dice “a domani” perché ha appena finito il turno di lavoro: non sa, non può sapere che sarà l’ultimo. È una serata come tante, a Nizza Monferrato, e lei sta per recarsi a una cena a casa di amici. Tra di loro c’è anche Alex, che si è lasciato da poco con la sua migliore amica. La seconda scena è per strada, dopo cena. Zoe viene colpita ripetutamente dal destro di Alex, che con i pugni sa e può fare male perché pratica la boxe. Sono rimasti soli, lui ci ha provato, lei lo ha respinto: nell’Italia del 2026 è ancora, incredibilmente, la premessa perfetta per un femminicidio. La scarica è micidiale, Zoe è tramortita e non si regge in piedi. Alex capisce la gravità della situazione, si fa prendere dal panico e anziché chiamare i soccorsi la butta in un canale. La terza scena è il volto di Zoe – i lineamenti dolci, la smorfia sbarazzina – che campeggia su tutti i media. Perché la ragazza in quel canale ci è morta, se per annegamento o per i colpi subiti non è ben chiaro e a questo punto nemmeno ha più importanza. E tanti saluti ai suoi diciassette anni, a tutta la vita davanti e a tutti i sogni nella testa. Quello di Zoe Trinchero andrebbe in archivio come il femminicidio numero 7 dall’inizio dell’anno senza nemmeno troppo clamore, dato che l’Italia tutta, istituzioni comprese, è concentrata su un comico che si chiama Pucci e sui giochi invernali di Milano-Cortina. Ma non va così, l’archivio dovrà aspettare: perché nel frattempo di scena ce n’è stata un’altra.  È di nuovo la sera del 6 dicembre, solo un po’ più tardi di prima. Sotto casa di Naudy Carbone, musicista di origini guineane che vive a Nizza Monferrato da quando aveva tre anni, si è radunata una folla inferocita: una cinquantina di persone, diverse delle quali armate di bastone o di coltello, ansiose di “fare giustizia”. Perché, subito dopo avere ucciso Zoe, Alex ha pensato di salvare sé stesso addossando a qualcun altro il delitto. Chi meglio di un nero un po’ eccentrico che si dice abbia dato qualche segno di fragilità emotiva? Detto fatto, neanche il tempo di puntare l’indice che il tribunale del popolo ha già emesso la sentenza: morte al nero, morte al pazzo. Naudy si spaventa e chiama i carabinieri, che lo salvano dal linciaggio. La verità farà in fretta a emergere, insieme alla vergogna che la maggioranza degli abitanti di Nizza proverà per l’accaduto. Una ferita collettiva che costringe il frastuono a lasciare spazio al silenzio. Ma è dura fare i conti con una realtà del genere, specie se non si sa o se ci si è dimenticati che certi orrori – ma anche certi errori – possono accadere ovunque. E relegarli nel dimenticatoio è il peggio che si possa fare. Torino, quartiere Vallette, 7 dicembre 2011. Si diffonde a tempo di record e suscita sgomento in tutta la città la notizia dello stupro subito da una ragazzina di sedici anni. È lei stessa a raccontare che a violentarla sono stati due stranieri, due ragazzi del vicino campo rom della cascina Continassa. Le cronache corrono e la rabbia monta in fretta, insieme al desiderio di vendetta. Tanto che la si ritrova in strada neanche tre giorni dopo, in una fiaccolata alla quale prendono parte, tutti insieme appassionatamente, esponenti dell’estrema destra, ultrà della Juventus e rappresentanti locali del Pd. Una parte di manifestanti si stacca dal corteo e, incoraggiata dagli applausi di parte dei partecipanti, va a dare fuoco al campo rom della Continassa. A impedire una strage è stata solo la paura che ha consigliato ai suoi abitanti di passare la serata altrove. È così che Torino si macchia di un pogrom in piena regola, del quale in molti si vergognano mentre altri arrivano a giustificare l’accaduto con l’esasperazione legata alla presenza dei rom e con l’orrore per quanto accaduto alla ragazza. Che però nel frattempo, messa alle strette dalle perplessità dei medici e delle forze dell’ordine, ritratta tutto e cambia la versione dei fatti: nessuno l’ha violentata, si è inventata la storia dello stupro per giustificare i segni di un rapporto sessuale avuto con il fidanzato. Perché nell’Italia del 2011 i suoi genitori – civilissimi italiani, mica zingari – la sottopongono periodicamente a una visita ginecologica per a verificarne la verginità. Da lì a dare fuoco a un campo rom, come si vede, il passo può essere incredibilmente breve.  Ora, se queste due storie hanno una morale è quella dello sporco spazzato sotto il tappeto, della memoria corta, dell’ipocrisia. Perché chiunque in cuor suo sa bene – e se ne vergogna, o almeno si spera che lo faccia – che il pugno, l’indice puntato, il controllo asfissiante vanno sempre a colpire il più debole, il più fragile, il diverso. E che le cento e più vittime di femminicidio che contiamo ogni anno vengono uccise dalla stessa logica che muove il razzismo e la xenofobia. Dovremmo ricordarcene, dovremmo denunciarlo ogni singolo giorno, custodendo la memoria e chiamando le cose con il loro nome. Perché Cristo non è morto di freddo e un ghetto che brucia non è mai una fatalità. E Marinella, proprio come Zoe, dentro al fiume non ci è scivolata. Sarebbe ora di dirselo chiaramente.  -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Orrori consueti e orrori dimenticati proviene da Comune-info.
February 14, 2026
Comune-info