Laura, un bosco come scelta di vita

Pressenza - Tuesday, October 13, 2026

In un bosco sventola una bandiera della pace. L’ha issata Laura, una donna che, insieme con una cucciola di maremmano di nome Perla, ha deciso di andare a vivere lì, da sola nella selva. Sono stata loro ospite al Cenobio per qualche giorno. Abbiamo passato ore a chiacchierare, a lavorare, ad ascoltare, a ridere, a sguazzare nel fiume come fossimo tornate bambine.

In tanti sentiamo il desiderio di vivere di più il contatto con la natura, ma poi, all’atto pratico, ci intimoriamo. Tu invece stai portando avanti il sogno di vivere libera in un bosco con tenacia e passione e soprattutto senza compromessi. Raccontaci di questa tua scelta e di quel che rappresenta il bosco per te

Sono un’ottimista per natura e credo nella pratica più che nelle parole, dunque è stata la voglia di fare a guidarmi. Lo so, vivere qui da sola a molti appare una scelta estrema ma per me in verità non lo è. È piuttosto un processo spontaneo, qualcosa che si è fatto da sé: quando smettiamo di delegare ad altri, allo Stato, a un dio che sta sopra di noi, e ci poniamo in ascolto senza pregiudizi, diventa semplice capire quello che fa per noi. Dunque di consapevolezza in consapevolezza mi sono trovata dinanzi al bosco, non immaginario ma vero e ci sono entrata. Attraverso il bosco riesco a connettermi alla natura autentica, ne assorbo le qualità per osmosi e di giorno in giorno mi accorgo che torno a essere un umano sano, robusto e tenace, e capace di fare cose incredibili.

So che alcuni tuoi ospiti – e tra questi mi ci metto anch’io – ti hanno ringraziata per aver offerto loro l’occasione di confrontarsi con paure ancestrali, per esempio il buio della notte, mentre altri hanno apprezzato la bellezza del selvatico senza comodità ad hoc. Per esempio Silvia scrive: “Non c’è un praticello accogliente, ma terra, foglie secche, pacciamatura, lavori in costruzione. Il Cenobio non ti fa accomodare, ma invita a svegliarsi, a essere presente a te stesso e al luogo. L’impatto è di un luogo in trasformazione” Credi che questa tua proposta di reintegrazione nel selvatico senza sconti potrebbe essere vissuta come una cura e una via per l’anima e per il corpo?

I feedback che ho ricevuto durante il secondo anno al Cenobio mi hanno fatto riflettere e a volte sorridere, perché io stessa all’inizio mi sono confrontata con quelle che chiami “paure ancestrali”. In effetti non c’è via di fuga, bisogna affrontarle e superarle. Ma dove stanno davvero le paure? In verità, il bosco è molto più gentile di quanto si creda. Quando i cacciatori sono arrivati e mi hanno chiesto se non avessi paura dei cinghiali non ho saputo trattenermi e gli ho risposto che ho più paura dei fucili che degli abitanti del bosco; allo stesso modo mi sembra più coraggioso vivere in grandi città come Milano piuttosto che in luoghi dove non c’è nessuno. Certo vivere nell’essenziale aiuta: già solo svegliarsi con la luce dell’alba e coricarsi quando sale la luna, passare la giornata all’aria aperta riportano il sistema nervoso in equilibrio.

E poi c’è di nuovo il tempo libero, uno spazio contemplativo che mi è diventato essenziale. Non significa che mi siedo nella grotta e non faccio nulla, al contrario “vivere il Cenobio” significa dar luogo alla progettazione del fare armonioso; proprio per la sua essenzialità, ti costringe a non disperderti e incanala la creatività in modo che ogni cosa che pensi, e che poi farai, sarà coerente in ogni sua parte. E questo ti permette di provare la forza dell’unione e dà gioia.

Come hanno contribuito alla tua formazione di “guardiana del bosco” e permacultrice le esperienze che hai fatto all’estero?

Sicuramente il corso di progettazione in permacultura (PDC) che ho seguito nel 2016 è servito da punto di partenza; da lì si è aperto un mondo di possibilità e soluzioni perfettamente compatibili con il percorso di yoga che mi accompagna dal 2001. L’anno del covid ha funzionato da molla e da acceleratore. Ho comprato un van, anzi una vanessa e come la farfalla impollinatrice sono partita all’avventura portando con me semi antichi, con l’intenzione di scambiarli con altre persone impegnate nella salvaguardia della Natura così com’è.

Soprattutto in Spagna ho incontrato persone dedite alla rigenerazione della terra e della società con bio-costruzione, agroforestazione, sintropia e sinergia tra orti e umani. Per esempio la Repesei è una rete di permacultura  molto solida e presente nell’area della Murcia. Avevo pensato di fermarmi con loro, ma alla fine del mio girovagare ho trovato le corrispondenze giuste qui in Toscana, dove sono nata. Forse, per quanto possegga un animo nomade e lo sento che ancora pulsa, era destino tornare al punto di partenza, dove sono le radici.

Ti riconosci nel movimento che è stato definito “neo-rurale”? Credi che le tante esperienze di singoli e gruppi che cercano modi di vivere alternativi, naturali e al di fuori, o sul confine, del sistema dominante, stiano configurando un nuovo popolo?

Sì, credo che stiamo attraversando un cambio di paradigma e sono fiduciosa che un mondo etico e sano possa esistere. Negli ultimi sette/ottomila anni abbiamo costruito una società sempre più patriarcale e soffocante; al contrario avremmo bisogno di una società matrifocale o gilanica (termine usato da Marija Gimbutas per descrivere la civiltà paleolitica fondata sull’uguaglianza sociale e la cooperazione) per poter vivere vite pacifiche e in abbondanza. Dobbiamo riportare questa forma in auge attraverso la pratica, non basta teorizzarla.

Quali sono i valori che animano queste persone? E quali dovrebbero essere le caratteristiche principali di tale società?

Non so se posso rispondere a nome di tutti. Posso dire che sto cercando di applicare tre semplici principi etici: la cura della terra, la cura dell’altro, la condivisione di bellezza e risorse in equità. Se più persone proveranno a uscire da un sistema dove persino “la cura dell’altro” è diventata una pratica economica e proveranno a guardare all’altro con occhi diversi, più amorevoli e empatici, nascerà una nuova società umana. Quello è il primo passo, tutto il resto viene da sé.

Ritornando al Cenobio, ci hai detto che ti piace progettare e so che sei una visionaria. Sappiamo però che da soli si arriva fino a un certo punto, dunque chi vorresti come compagni di viaggio in questa avventura?

La definizione dotta di Cenobio, tratta dalla Treccani, lo descrive come un monastero e questo luogo ancora intatto lo è. E ne esiste un’altra, di pertinenza biologica, che pone l’accento sulla capacità che hanno gli esseri di unirsi temporaneamente o permanentemente in colonie. Nel Cenobio a cui ho dato avvio le due qualità si uniscono. Vorrei che chi avvicina questo posto ne capisse la sacralità e apprezzasse le responsabilità che impone. L’elettricità, prodotta da due panelli solari e l’acqua non sono scontate, quindi bisogna usarle con attenzione; il terreno è grande e ci sono moltissime cose (grandi e piccole) da fare per curare il bosco. E soprattutto vorrei si mettesse al centro della propria esperienza la collaborazione – la cura dell’altro. Non escludo che lavorare al Cenobio possa portare del profitto economico, ma deve avere una forma etica e non portare rapacità – né verso il luogo né verso l’altro, il compagno. Le idee possono essere tante, dall’agricoltura all’arte. Chi mi conosce sa che, sotto un’apparenza burbera, sono una persona aperta e disponibile a ragionare insieme per trovare una via comune.

Marina Serina