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Società del lavoro o società della cura?
IL LAVORO RESTA UNA GALASSIA CHE VA SCOMPOSTA. LA PRIMA DISTINZIONE È TRA LAVORO PRODUTTIVO E LAVORO IMPRODUTTIVO. LA SECONDA È TRA LAVORO RETRIBUITO E LAVORO RIPRODUTTIVO. DI CERTO, SCRIVE GUIDO VIALE, LE ATTIVITÀ DI CURA SONO LA BASE DELLA COSTRUZIONE DI COMUNITÀ FONDATE SULLA RECIPROCITÀ E SUL MUTUO APPOGGIO AGORAI, spazi per generare salute mentale. Iniziativa promossa in maggio a Termoli (Cb) per ragionare di cura, comunità, accoglienza, lotta, prossimità, territorio… Foto di Roberto De Lena -------------------------------------------------------------------------------- I termini delle lingue europee che traducono la parola lavoro sono tradizionalmente legati a concetti come fatica (labor), tortura (travail), servitù (Arbeit e rabota, da cui robot, lavoro meccanico per eccellenza, e forse anche work): per tutti una condanna esistenziale di sapore biblico (“Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”) contrapposta alla condizione (otium: tranquillità per perseguire il proprio perfezionamento) di chi dal lavoro era esentato; la cui negazione (negotium: affari, economici, politici, religiosi, culturali) non precipitava il soggetto nel mondo del lavoro, ma rappresentava solo una temporanea e parziale variante di una esistenza privilegiata decretata “dalla natura”. Con la rivoluzione industriale e l’assetto sociale a cui aveva dato origine, la rappresentazione che i suoi primi teorici ne diedero con l’economia politica ha trasformato il lavoro in mero “fattore della produzione” accanto al capitale e alla terra, a cui corrispondevano le tre classi fondamentali della società: lavoratori, capitalisti e proprietari terrieri, e le tre forme di reddito in cui si ripartiva la produzione della nazione (grosso modo, quello che noi oggi chiamiamo PIL) : salari, profitti e rendite. Ne è nato un equivoco che ci trasciniamo fino ai giorni nostri: con il termine lavoro, prima il linguaggio economico, poi quello sindacale e quello politico hanno preso a indicare indifferentemente sia il fattore della produzione che i lavoratori come classe, gruppo o categoria sociale: espressioni come “le lotte del lavoro” o “la partecipazione del lavoro” a qualcosa sono diventate correnti. Ma il lavoro è per il capitale solo una “risorsa” da spingere al massimo rendimento mentre i lavoratori sono “persone”: immerse in una rete di relazioni che non può e non deve essere ridotta al loro contributo alla produzione. Il lavoro come fattore della produzione capitalistica è intercambiabile (se una “risorsa” non funziona, se ne trova un’altra), astratto (nessuna relazione con quel che produce, anche se fa danno a chi lavora, al territorio, a chi userà quel prodotto, alla Terra tutta), subordinato (anche quando si presenta come “lavoro autonomo”), competitivo (spinge ad asservirsi non solo per “andare avanti”, ma anche per non essere scartato). La vita del lavoratore inteso come persona è invece fatta di relazioni basate, quando scelte volontariamente (e non solo nelle coalizioni tra lavoratori in lotta) sulla reciprocità, che è la base di ogni comunità; sul mutuo appoggio non solo tra persone, ma anche con il territorio, il vivente, la Terra. Tra le due cose – risorsa produttiva e persona – c’è una contraddizione irriducibile. Quell’equivoco – approdato nell’art. 1 della nostra costituzione: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” – ha trovato la sua prima legittimazione nelle dottrina sociale della chiesa cattolica, che ha “santificato” la condanna biblica al lavoro attribuendogli una dignità (a prescindere da ciò a cui mette capo, cioè produce, che sia cibo, salute, inquinamento o armi) che spetta invece solo ai lavoratori: ai loro sforzi per tenere in vita se stessi e le loro famiglie e alle coalizioni e alle lotte sviluppate nel corso del tempo per emanciparsi dagli aspetti più brutali della loro condizione. Anche la recente enciclica di papa Leone XIV, riprendendo considerazioni consolidate nella dottrina cattolica, finisce per riprodurre quell’equivoco: “In esso – cioè nel lavoro, che Leone considera “un bene fondamentale per la persona” – l’essere umano mette in gioco la propria libertà, la propria creatività e la capacità di cooperare, contribuendo all’elevazione culturale e morale della società” (MH, 37). Ora, quanti lavoratori, non solo tra quelli ancora inchiodati a una catena di montaggio o al computer di un call-center, ma anche tra quelli dediti a lavori cosiddetti “creativi”, come per esempio un pubblicitario – che cerca di far comprare a uno sconosciuto un prodotto di cui sa benissimo che non ha alcun bisogno – possono riconoscersi in quella rappresentazione del loro lavoro? Il lavoro è una galassia che va scomposta. La prima distinzione, propria dell’economia classica (e su cui si sono affaticate migliaia di teorici marxisti) è quella tra lavoro produttivo (di plusvalore, di profitto; ma anche di salario) e lavoro improduttivo (che non produce plusvalore, ma consuma salario: è quello del personale al servizio dei ricchi e quello del pubblico impiego). Oggi distinguerli (individuare da dove nasce il valore aggiunto) è sempre più difficile. E inutile. La seconda distinzione è tra lavoro retribuito (quello del breadwinner, il “capofamiglia”) e lavoro riproduttivo (il lavoro domestico, affidato alle donne, non retribuito e non considerato nel calcolo economico della produzione nazionale). A parte l’orrore del termine “lavoro riproduttivo” che abbina un’attività di cura con un’elevata componente affettiva a una condizione che in molti casi sconfina nello schiavismo, la sua problematicità deriva dal fatto che in vari modi si è cercato di promuovere l’emancipazione di coloro che lo svolgono portandolo entro il perimetro del lavoro retribuito. L’obiettivo del salario al lavoro domestico e il movimento che lo sosteneva sono stati la principale manifestazione di questo approccio. Ma così non si propone la liberazione delle donne dalla schiavitù del “lavoro domestico”; se ne sancisce la perpetuazione, pur riconoscendo e retribuendo il suo contributo al funzionamento e al benessere della società che le sfrutta. Il termine “lavoro riproduttivo” finisce poi per ricondurre entro confini “domestici” anche una serie di attività di cura, in gran parte affidate alla componente femminile di ogni società, che sono fondamentali nel creare relazioni di reciprocità, di mutuo appoggio, e con ciò stesso comunità: una serie molto ampia di attività poco studiate e di difficile individuazione che sono il collante della vita associata. Un esempio: diversi processi migratori concentrati in zone ristrette di emigrazione prevalentemente femminile (come quella delle badanti, costrette ad abbandonare la propria famiglia per andare a occuparsi di quelle di altri) hanno mostrato che senza quelle donne quel poco o tanto di comunità preesistente si disgrega. Gli uomini, infatti, spesso disoccupati e mantenuti dalle rimesse delle mogli, non sono in grado di tenerla in vita. Ma al di là della ripartizione di genere del lavoro retribuito e delle attività non retribuite e non riconosciute, occorre prender atto del fatto che in molti lavori retribuiti (non tutti), dal medico al netturbino, dall’insegnante all’agricoltore, ecc., c’è una componente di cura, effettiva o potenziale, che è inclusa nel mansionario e che può venir potenziata, trascurata o ignorata per iniziativa o decisione del lavoratore o della lavoratrice; ma che rientra a pieno titolo tra quelle che concorrono o possono concorrere alla riproduzione, al miglioramento o al peggioramento della convivenza: sia con la comunità, che con il territorio e il vivente tutto. Un obiettivo da perseguire può essere allora quello di potenziare e allargare questa componente – ed è un’impresa collettiva, che non può essere abbandonata alla pur indispensabile discrezione individuale – a scapito di quella su cui viene misurata in genere la produttività del lavoro. Invece di ampliare l’area del “lavoro produttivo”, facendovi rientrare in tutto o in parte il lavoro domestico, forse è meglio cercare di ampliare l’area delle attività di cura, lasciando ad altri strumenti, come il reddito di base, il compito di garantire l’indipendenza economica della persona. È chiaro, per venire al nostro tema, che le attività di cura sono la base della costruzione di comunità fondate sulla reciprocità e sul mutuo appoggio e che queste sono l’ingrediente indispensabile di una democrazia sostanziale, fondata sulla partecipazione e aperta al conflitto. Mentre la la democrazia rappresentativa – che non è necessariamente alternativa, e può essere complementare, a una strutturazione della società su basi comunitarie e convivere con essa – non richiede un tale supporto; può rappresentare i lavoro, qualsiasi cosa si intenda con questo termine, anche nelle forme subordinate in cui si presenta oggi quasi ovunque; anche e soprattutto quando la rappresentanza si allontana sempre più dalle istanze dei rappresentati. Nell’affrontare problemi e obiettivi di questa portata, che hanno sempre al centro il modo in cui conflitto e partecipazione si integrano e bilanciano tra loro, si incontrano quasi sempre due approcci, non sempre complementari; un modello statutario e un modello processuale. Il primo fissa in termini generali i principi e le regole del modello di società, o di qualche sua componente, che si persegue; e promuove la partecipazione “per adesione” ad esso. Il secondo affida al conflitto, sempre caotico e refrattario a uno sviluppo lineare, sia la promozione del coinvolgimento di sempre nuovi partecipanti che la progressiva precisazione o l’ampliamento dei suoi obiettivi. L’uno non esclude l’altro, ma occorre evitare che un accento eccessivo o esclusivo sulle regole finisca per allontanare o escludere da un loro coinvolgimento le componenti più marginali dei suoi potenziali protagonisti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Società del lavoro o società della cura? proviene da Comune-info.
June 6, 2026
Comune-info
AMERICA LATINA: UN CORPO CHE CAMMINA
Mappatura delle alternative all’economia sociale in America Latina Sul portale ecor.network1 il 24 maggio scorso è stato presentato (e reso scaricabile in pdf) un lavoro di Mar Soler Masgrau2, che ispirandosi al concetto di Corpo-Territorio paragona l’America latina ad un corpo e cerca di delinearne le malattie.     America Latina, un corpo che cammina. Mappatura delle alternative di economia
Società del lavoro o società della cura?
I termini delle lingue europee che traducono la parola lavoro sono tradizionalmente legati a concetti come fatica (labour), tortura (travail), servitù (arbeit e rabota, da cui robot, lavoro meccanico per eccellenza, e forse anche work): per tutti una condanna esistenziale di sapore biblico (“Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”) contrapposta alla condizione (otium: tranquillità per perseguire il proprio perfezionamento) di chi dal lavoro era esentato; la sua negazione (negotium: affari, economici, politici, religiosi, culturali) non precipitava il soggetto nel mondo del lavoro, ma rappresentava solo una temporanea e parziale variante di un’esistenza privilegiata decretata “dalla natura”. Con la rivoluzione industriale e l’assetto sociale a cui aveva dato origine, la rappresentazione che i suoi primi teorici ne diedero con l’economia politica ha trasformato il lavoro in mero “fattore della produzione” accanto al capitale e alla terra, a cui corrispondevano le tre classi fondamentali della società: lavoratori, capitalisti e proprietari terrieri e le tre forme di reddito in cui si ripartiva la produzione della nazione (grosso modo, quello che noi oggi chiamiamo PIL): salari, profitti e rendite. Ne è nato un equivoco che ci trasciniamo fino ai giorni nostri: con il termine lavoro, prima il linguaggio economico, poi quello sindacale e quello politico hanno preso a indicare indifferentemente sia il fattore della produzione che i lavoratori come classe, gruppo o categoria sociale. Espressioni come “le lotte del lavoro” o “la partecipazione del lavoro” a qualcosa sono diventate correnti. Ma il lavoro è per il capitale solo una “risorsa” da spingere al massimo rendimento, mentre i lavoratori sono “persone” immerse in una rete di relazioni che non può e non deve essere ridotta al loro contributo alla produzione. Il lavoro come fattore della produzione capitalistica è intercambiabile (se una “risorsa” non funziona, se ne trova un’altra), astratto (nessuna relazione con quel che produce, anche se fa danno a chi lavora, al territorio, a chi userà quel prodotto, alla Terra tutta), subordinato (anche quando si presenta come “lavoro autonomo”), competitivo (spinge ad asservirsi non solo per “andare avanti”, ma anche per non essere scartato). La vita del lavoratore inteso come persona è invece fatta di relazioni basate, quando scelte volontariamente (e non solo nelle coalizioni tra lavoratori in lotta) sulla reciprocità, che è la base di ogni comunità; sul mutuo appoggio non solo tra persone, ma anche con il territorio, il vivente, la Terra. Tra le due cose – risorsa produttiva e persona – c’è una contraddizione irriducibile. Quell’equivoco – approdato nell’art. 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” – ha trovato la sua prima legittimazione nella dottrina sociale della chiesa cattolica, che ha “santificato” la condanna biblica al lavoro attribuendogli una dignità (a prescindere da ciò a cui mette capo, cioè produce, che sia cibo, salute, inquinamento o armi) che spetta invece solo ai lavoratori, ai loro sforzi per tenere in vita se stessi e le loro famiglie e alle coalizioni e alle lotte sviluppate nel corso del tempo per emanciparsi dagli aspetti più brutali della loro condizione. Anche la recente enciclica di papa Leone XIV, riprendendo considerazioni consolidate nella dottrina cattolica, finisce per riprodurre quell’equivoco: “In esso – cioè nel lavoro, che Leone considera “un bene fondamentale per la persona” – l’essere umano mette in gioco la propria libertà, la propria creatività e la capacità di cooperare, contribuendo all’elevazione culturale e morale della società” (MH, 37). Ora, quanti lavoratori, non solo tra quelli ancora inchiodati a una catena di montaggio o al computer di un call-center, ma anche tra quelli dediti a lavori cosiddetti “creativi”, come per esempio un pubblicitario – che cerca di far comprare a uno sconosciuto un prodotto di cui sa benissimo che non ha alcun bisogno – possono riconoscersi in quella rappresentazione del loro lavoro? Il lavoro è una galassia che va scomposta. La prima distinzione, propria dell’economia classica (e su cui si sono affaticati migliaia di teorici marxisti) è quella tra lavoro produttivo (di plusvalore, di profitto, ma anche di salario) e lavoro improduttivo (che non produce plusvalore, ma consuma salario: è quello del personale al servizio dei ricchi e quello del pubblico impiego). Oggi distinguerli (individuare da dove nasce il valore aggiunto) è sempre più difficile e inutile. La seconda distinzione è tra lavoro retribuito (quello del breadwinner, il “capofamiglia”) e lavoro riproduttivo (il lavoro domestico, affidato alle donne, non retribuito e non considerato nel calcolo economico della produzione nazionale). A parte l’orrore del termine “lavoro riproduttivo” che abbina un’attività di cura con un’elevata componente affettiva a una condizione che in molti casi sconfina nello schiavismo, la sua problematicità deriva dal fatto che in vari modi si è cercato di promuovere l’emancipazione di coloro che lo svolgono portandolo entro il perimetro del lavoro retribuito. L’obiettivo del salario al lavoro domestico e il movimento che lo sosteneva sono stati la principale manifestazione di questo approccio. Ma così non si propone la liberazione delle donne dalla schiavitù del “lavoro domestico”; se ne sancisce la perpetuazione, pur riconoscendo e retribuendo il suo contributo al funzionamento e al benessere della società che le sfrutta. Il termine “lavoro riproduttivo” finisce poi per ricondurre entro confini “domestici” anche una serie di attività di cura, in gran parte affidate alla componente femminile di ogni società, che sono fondamentali nel creare relazioni di reciprocità, di mutuo appoggio, e con ciò stesso comunità: una serie molto ampia di attività poco studiate e di difficile individuazione che sono il collante della vita associata. Un esempio: diversi processi migratori concentrati in zone ristrette di emigrazione prevalentemente femminile (come quella delle badanti, costrette ad abbandonare la propria famiglia per andare a occuparsi di quelle di altri) hanno mostrato che senza quelle donne quel poco o tanto di comunità preesistente si disgrega: gli uomini, spesso disoccupati e mantenuti dalle rimesse delle mogli, non sono in grado di tenerla in vita. Ma al di là della ripartizione di genere del lavoro retribuito e delle attività non retribuite e non riconosciute, occorre prendere atto del fatto che in molti lavori retribuiti (non tutti), dal medico al netturbino, dall’insegnante all’agricoltore, ecc., c’è una componente di cura, effettiva o potenziale, che è inclusa nel mansionario e che può venir potenziata, trascurata o ignorata per iniziativa o decisione del lavoratore o della lavoratrice, ma che rientra a pieno titolo tra quelle che concorrono o possono concorrere alla riproduzione, al miglioramento o al peggioramento della convivenza sia con la comunità, che con il territorio e il vivente tutto. Un obiettivo da perseguire può essere allora quello di potenziare e allargare questa componente – ed è un’impresa collettiva, che non può essere abbandonata alla pur indispensabile discrezione individuale – a scapito di quella su cui viene misurata in genere la produttività del lavoro. Invece di ampliare l’area del “lavoro produttivo”, facendovi rientrare in tutto o in parte il lavoro domestico, forse è meglio cercare di ampliare l’area delle attività di cura, lasciando ad altri strumenti, come il reddito di base, il compito di garantire l’indipendenza economica della persona. E’ chiaro, per venire al nostro tema, che le attività di cura sono la base della costruzione di comunità fondate sulla reciprocità e sul mutuo appoggio e che queste sono l’ingrediente indispensabile di una democrazia sostanziale, fondata sulla partecipazione e aperta al conflitto. Mentre la democrazia rappresentativa – che non è necessariamente alternativa, e può essere complementare, a una strutturazione della società su basi comunitarie e convivere con essa – non richiede un tale supporto; può rappresentare i lavoro, qualsiasi cosa si intenda con questo termine, anche nelle forme subordinate in cui si presenta oggi quasi ovunque, anche e soprattutto quando la rappresentanza si allontana sempre più dalle istanze dei rappresentati. Nell’affrontare problemi e obiettivi di questa portata, che hanno sempre al centro il modo in cui conflitto e partecipazione si integrano e bilanciano tra loro, si incontrano quasi sempre due approcci, non sempre complementari; un modello statutario e un modello processuale. Il primo fissa in termini generali i principi e le regole del modello di società, o di qualche sua componente, che si persegue e promuove la partecipazione “per adesione” ad esso. Il secondo affida al conflitto, sempre caotico e refrattario a uno sviluppo lineare, sia la promozione del coinvolgimento di sempre nuovi partecipanti che la progressiva precisazione o l’ampliamento dei suoi obiettivi. L’uno non esclude l’altro, ma occorre evitare che un accento eccessivo o esclusivo sulle regole finisca per allontanare o escludere da un loro coinvolgimento le componenti più marginali dei suoi potenziali protagonisti. Tratto dalla relazione presentata all’incontro “Democrazia della cura e cura della democrazia” del 24 maggio 2026 alla quinta Festa dell’economia solidale, SOLIDALIA 2026 Guido Viale
June 2, 2026
Pressenza
Commenti sull’enciclica ed altri danni delle IA
PUNTATA https://hackordie.gattini.ninja/randioworld/wp-content/uploads/2026/05/HOD26maggio.ogg SCARICALA HOD26maggio Commenti sull’enciclica riguardo l’IA https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html Report di Vita activa sui danni delle AI ad alcune helpline in sud america > From Click to Collapse: When AI Overwhelms Care Infrastructures     Crediti immagine di copertina: Pauline Wee & DAIR / https://betterimagesofai.org / https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/
May 28, 2026
hack or die
Daddy issues http://storieinmovimento.org/2026/05/12/daddy-issues/?pk_campaign=feed&pk_kwd=daddy-issues #storiadellamedicina #ordinecoloniale #storiadellavoro #ordinepubblico #paternalismo #cooptazione #conflitto #medicina #Zapruder #turismo #welfare #lavoro #potere #Blog #cura
Daddy issues
Nel numero 69 osserviamo una modalità del potere che si mostra affabile, amichevole, familiare, persino amorevole: il paternalismo. L'articolo Daddy issues sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
Narrazioni locali e grandi narrazioni collettive
FARE UN FESTIVAL DI LETTERATURA IN UNA ZONA INDUSTRIALE INSIEME A UN GRUPPO DI OPERAI LICENZIATI SIGNIFICA NON SOLO ROMPERE LA GABBIA PER CUI LETTERATURA È UNA QUESTIONE RISERVATA AD ESPERTI, MA DIMOSTRARE CHE UNA SINGOLA LOTTA LOCALE OPERAIA, QUELLA DEL COLLETTIVO EX GKN DI FIRENZE, PUÒ CONTRIBUIRE IN REALTÀ A COSTRUIRE UN’ALTRA IDEA DI SOCIETÀ. IL PROGETTO DI REINDUSTRIALIZZAZIONE DELLO STABILIMENTO PER LA PRODUZIONE DI PANNELLI SOLARI E CARGO BIKE E LA CAMPAGNA DI AZIONARIATO POPOLARE DIVENTANO COSÌ LE CHIAVI CON LE QUALI TENERE INSIEME LOTTA, RESISTENZA E CURA -------------------------------------------------------------------------------- Foto Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze -------------------------------------------------------------------------------- Ho scritto un libro in cui cerco di tenere insieme, mostrandone l’intrinseco legame, tre fondamentali momenti esistenzial-politici, spesso vissuti ciascuno per conto suo: resistenza, lotta e cura. Al Festival della letteratura working class organizzato dal Collettivo operai ex GKN, fra venerdì 10 e domenica 12 aprile, imperniato sull’importanza politica della narrazione, ho potuto assistere – soltanto assistere, purtroppo – a un incontro in cui i tre momenti erano, invece, fusi. Quest’incontro rimanda a una storia, iniziata quasi cinque anni or sono, che cerca vivamente di proiettarsi verso un difficile futuro. Il tema fondamentale è: politica e narrazione. È necessario ridare alle parole politica e narrazione il loro significato storicamente profondo. Politica vuol dire vita vissuta consapevolmente, quindi non “privatamente”, non “individualmente”, non subita ma agita nella costruzione di una polis, di una società basata sulla comunità. La narrazione invece è ciò che stabilisce un rapporto con il tempo storico in cui si manifesta come la singolarità ineffabile propria di ciascun essere umano, ne riveli l’intrinseca condizione relazionale ed è quindi alla base della dimensione collettiva. Narrare, infatti, è cercare sé stessi nell’altro rivolgendoci a tutti mediante la lingua che riceviamo nascendo: agire la consapevolezza che il “sé” – l’autocoscienza che caratterizza l’umano – ci viene dall’altro – l’autocoscienza è relazione. Narrare è dare forma a emozioni che non sono mai individuali ma tramandate e ricevute in un contesto di collettività storica. L’azione politica implica sempre una narrazione: una visione temporale il più possibile ampia e articolata di una condizione storica. Pensiamo all’importanza della narrazione marxiana. Nel tempo storico in cui ci troviamo a vivere, il passaggio chiave mi appare il costruire narrazioni che nascano da situazioni locali, cioè concrete, sperimentate, vissute, ma che, insieme, tendano a convergere in una grande narrazione collettiva, non soltanto calata dal genio di qualcuno, ma sempre anche e soprattutto raccordo, collegamento, sintesi di molteplici narrazioni locali già originalmente – anche inconsapevolmente – tese verso un’unità che non è un ideale, ma è implicita nella condizione relazionale della vita umana. Ogni gruppo locale teso a occuparsi di problemi collettivi può – anzi dovrebbe – evolvere verso più ampie forme collettive perché ogni situazione locale dipende in toto da un più ampio contesto: sta anche qui il passaggio dall’azione umanitaria all’azione politica. Ma questo più ampio contesto non è, non può essere, soltanto e soprattutto calato dall’alto. Deve essere scoperto e costruito dal basso e allora soltanto può incontrare una riflessione più complessa e farla propria. Non esistono problemi esistenziali che non siano collettivi, perché l’individuo è un costrutto storico, una costruzione di potere per controllare meglio l’insieme sociale. La gabbia dell’individuo, in cui siamo tutti imprigionati, è il miglior sistema di controllo sociale mai inventato, ma oggi comincia a manifestarsi il clinamen omicida e biocida di tale invenzione storica. L’esperienza del Collettivo operaio ex GKN di Firenze, in tempi in cui la classe operaia non è più un formidabile motore di cambiamento storico, è un tentativo straordinario di fare di un singolo episodio di lotta operaia un centro di costruzione sociale dal basso, con diverse modalità di azione intrinsecamente complementari: che vanno dall’occupazione della fabbrica alla proposta veramente sovversiva di una fabbrica alternativa basata su un azionariato popolare che produca beni utili socialmente e non solo al profitto – una fabbrica quindi senza padrone, ma attiva sulla base di un interesse sociale – passando per la costruzione di relazioni con situazioni politiche significative in Italia e altrove, fino all’elaborazione culturale di cui i festival finora organizzati sono un notevole esempio. Questo gruppo di operai – alquanto diminuito, ovviamente, in quasi cinque anni di lotta, resistenza e (mi viene spontaneamente da aggiungere) di cura – ha avuto appunto la capacità di trasformare un brutale licenziamento in un processo di trasformazione sociale, creando un rapporto fra le lotte operaie “classiche” e la situazione storica attuale così radicalmente diversa. Un festival di Letteratura e classe operaia vuol dire che un gruppo di operai si riconosce come frazione di una classe operaia che trascende storicamente se stessa, nei suoi limiti di tipo sindacale e occidentale, unendo la tradizione della lotta di classe a un progetto di trasformazione sociale che è, insieme, necessariamente locale e originariamente proiettato verso un progetto complessivo di trasformazione sociale, ispirandosi a molteplici riferimenti, anche extraeuropei ed extra occidentali, sudamericani, palestinesi. Per indicarne i temi fondamentali, la cosa migliore è leggere insieme il programma del festival. Un passaggio essenziale è indicato con due titoli: La transizione della working class nella forma romanzo e La transizione dalla working alla caring class nel racconto italiano. Penso che sia molto originale il concetto di transizione della classe operaia nella forma romanzo e nel racconto: la narrazione letteraria qui è intesa come una forma di lotta che è insieme un’invenzione di scrittura, ovvero una forma creativa di comunicazione e di costruzione culturale. La letteratura è agita non come questione di esperti, di talenti individuali, ma come modalità di comunicazione-trasformazione sociale. La condizione sociale implica una capacità narrativa che non deve essere solo di pochi e del sistema di potere: anche una legge è una narrazione, la narrazione del potere. Originalissimo il concetto di caring class che in questo agire nasce: classe che si cura non solo di sé, dei suoi interessi di tipo sindacale, ma che utilizza le possibilità che le vengono da una tradizione storica di lotta, di organizzazione legata alla condizione di fabbrica, per affrontare l’interesse collettivo, interloquendo radicalmente con altre forme di autorganizzazione sociale. La cura tende a diventare forma di organizzazione sociale nella convinzione implicita che una società è fondata nella cura reciproca. Altro tema fondamentale, il rapporto con culture extraeuropee. La poesia pakistana attraverso le lotte sociali e, passaggio oggi veramente radicale, la letteratura palestinese dal fiume al mare: da cui si coglie con particolare forza il carattere attivo, trasformativo, radicalmente politico, della letteratura, evidentissima nell’esemplare caso palestinese, oggi spinto a un livello estremo. La questione palestinese è esemplare anche per questo. E ancora: Il viaggio nel tempo della working class sudamericana con gli interventi di un notissimo scrittore sudamericano, Paco Ignacio Taibo II, autore anche di biografie di Pancho Villa e Che Guevara, radicato quindi nella storia sovversiva del Sudamerica, insieme a uno scrittore e sindacalista argentino, Kike Ferrari, rimpatriato forzosamente dagli Usa, che campa come addetto alle pulizie nella metropolitana di Buenos Aires e che, di notte, si dedica alla scrittura. E, passando a un’altra area cultural-politica fondamentale, Le autobiografie delle transfughe di classe femministe: l’autobiografia come forma di lotta e di creatività esemplarmente femminista. La visione della lotta si trasforma, perdendo il suo carattere di mera contrapposizione, diventa creativa, cioè produce nuove forme d’esistenza singolari e, quindi, collettive, trasforma non solo chi lotta ma, nel farlo, costruisce pezzi di società alternativa in atto: è, contemporaneamente, lotta, resistenza e cura. Un altro passaggio fondamentale: Scrivere in transito fra le generazioni, con i ragazz* del progetto Porto delle storie – laboratorio di scrittura per adolescenti – e i rappresentanti di altre situazioni giovanili in cui la scrittura esprime e interferisce con condizioni sociali giovanili particolarmente difficili, come quelle indicate con il termine gergale “maranza”. Quest’ultimo incontro vuol porre l’attenzione sulla fondamentale possibilità per un giovane e un giovanissimo di raccontare la propria storia: “che cosa per i giovani vuol dire futuro”, che cosa vuol dire “aver voglia di futuro”, domande che è dir poco definire fondamentali oggi, quando il rapporto fra le generazioni è interrotto nel tempo del genocidio pubblico di Gaza, nel tempo dell’eliminazione di ogni vigenza internazionale di qualche forma di diritto, nel tempo dell’aggravamento inesorabile di ciò che banalmente si definisce come “crisi ambientale”. Un ragazzo racconta: “non sapevo cosa scrivere all’inizio, proprio zero”. Un altro alla domanda: come avviene che uno racconti la sua storia? risponde “non lo so”. Un altro ancora afferma che “il titolo è la cosa che si vede subito in un racconto”. C’è chi si ispira a testi diffusi, come Il signore degli anelli e chi afferma invece che “devi sapere di che cosa vuoi parlare” e chi ancora nota l’importanza dell’amicizia per fugare il vuoto del futuro. La scrittura, dunque, come rapporto fondamentale con il futuro: capacità di tessere lo scorrere inesorabile del tempo, immaginando costruttivamente il futuro, non con rappresentazioni “private”, bensì nella comunicazione-con-gli-altri-nel-contesto-sociale. La scrittura è sempre stata anche fondamentale strumento di potere, ma può dunque diventare cammino di liberazione, ovvero di lotta, resistenza e cura dell’altro e quindi di sé. Importante anche il riferimento alle lotte dei portuali e, in generale, contro la guerra, nel titolo: Transizioni contro il riarmo. In mare come in terra. E ancora: significativa, per la possibilità di tessere relazioni europee, la presenza di un attivista svedese e di uno finlandese impegnati nei loro paesi nell’organizzazione di analoghi incontri pubblici volti a costruire un legame intrinseco fra condizione operaia e letteratura. Infine, senza elencare tutti gli incontri, cito quello finale – in cui parla anche un rappresentante della Global Sumud Flottilla e Luciana Castellina. Conclude Dario Salvetti a nome del Collettivo operaio ex GKN che affronta tutta la complessa, difficile e dolorosa problematica di quasi cinque anni di lotta, ora in grave difficoltà nell’indispensabile raccolta di fondi per l’innovativo progetto di fabbrica sociale, che l’indifferenza più che l’aperta ostilità della Regione Toscana tende a far naufragare. Salvetti chiude con un’affermazione di continuità nella resistenza del Collettivo operaio nei termini di un progetto più ridotto, adeguato alle disponibilità finanziarie effettive, che non è una resa ma una continuazione nel difficile cammino di un’azione costruttiva di lotta, resistenza e cura. Vanno ricordati gli interventi, al termine di ogni sessione, sotto il titolo di “L’elefante nella stanza“, che sono l’irruzione nel festival di azioni politiche in atto che comprendono una vastissima serie di problematiche politico-sociali: dal Movimento No tav della Val di Susa alla Brigata Basaglia che si occupa di cura in determinati contesti di sofferenza, compreso quello dei lavoratori ex GKN, all’intervento di un migrante africano del Sud Italia, portavoce del Movimento Right to be di Palermo , di Non una di meno, dei Portuali di Livorno contro l’industria bellica e altri ancora. Tutti colgono situazioni esemplari che tengono insieme i tre momenti fondamentali dell’impegno politico – lotta, resistenza e cura – agito come impegno di vita e dell’impegno di vita vissuto come impegno politico. La vita o è politica o è sopravvivenza. La politica o è vita o diventa necessariamente ricerca di potere. Nel tardo pomeriggio di sabato, si è svolta a Campi Bisenzio anche una manifestazione con alcune migliaia di persone, organizzata dal Festival con il chiaro intento di manifestare, appunto, l’unità di forme diverse di azione, tradizionalmente separate, ma invece intrinsecamente complementari e quindi parte integrante di un unico modo di vita che si deve chiama correntemente politica: esistere in una polis lanciata necessariamente verso il futuro, ma già in atto qui ora. Questi rapidi accenni e spunti riflessivi sorti dentro un’esperienza molto significativa mi rimandano con forza, dunque, al mio tentativo di elaborazione dell’esperienza con i profughi della Rotta Balcanica (a Trieste) nel libro Per un comunismo della cura della cui problematica la vicenda del collettivo operaio ex GKN mi sembra un tentativo di sperimentazione. Molto significativo in questa vicenda è il suo sorgere da un concretissimo episodio di conflitto fra una proprietà invisibile, tipica dell’oggi, come un Fondo d’investimenti, e alcune centinaia di operai, licenziati con una mail, che, invece di cadere nell’individualismo dei “fatti miei”, si sono occupati dei fatti collettivi, pagando duri prezzi esistenziali, ma, pur alquanto ridotti di numero, ancora in grado di immaginare ed elaborare una visione e un’azione politiche capace di organizzare anche incontri come i Festival della letteratura working class. Questo collettivo operaio è riuscito a fare della working class una caring class: un’esperienza fondamentale. Anzi, ancora di più: un’esperienza necessaria. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Narrazioni locali e grandi narrazioni collettive proviene da Comune-info.
April 26, 2026
Comune-info
Manifesto per la gentilezza radicale
Il 1° aprile è stato pubblicato un manifesto in cui si afferma che, di fronte all’odio, “la gentilezza radicale è l’atto più pericoloso che possiamo compiere.” Ecco il link per firmarlo: Manifesto per la gentilezza radicale https://resist.es/peticiones/manifiesto-por-la-bondad-radical/ Noi di Resist.es e Spanish Revolution sosteniamo che la gentilezza non sia un’opzione estetica, né una qualità individuale. È una posizione politica consapevole di fronte a un sistema che ha bisogno della paura, della frammentazione e della violenza simbolica per sostenersi. La domanda non è più se l’odio esista. La domanda è chi lo produce, chi lo amplifica e chi ne trae beneficio. Perché l’odio non è spontaneo. È un’infrastruttura. Viene fabbricato nei laboratori mediatici, distribuito tramite algoritmi progettati per massimizzare la reazione emotiva e trasformato in redditività politica ed economica. Ogni bufala, ogni discorso disumanizzante, ogni narrativa basata sullo scontro svolge una funzione: spostare l’attenzione, dividere la società e proteggere le strutture che concentrano il potere. L’odio è un modello di business. E come ogni modello di business, ha bisogno di consumatori e consumatrici. Ha bisogno di clic, ha bisogno di indignazione indirizzata, ha bisogno che qualcuno creda a quella storia e la riproduca. Ha bisogno che tu, che chiunque, partecipi inconsapevolmente alla sua catena di valore. Ecco perché questo manifesto non fa appello alla morale individuale come rifugio, ma alla responsabilità collettiva come rottura. Tu, come persona, non sei irrilevante all’interno di questo sistema. Sei un nodo. Un punto di trasmissione. Uno spazio in cui si decide se l’odio circola o si ferma. Ogni volta che condividi senza verificare, alimenti una struttura. Ogni volta che reagisci sulla base di una rabbia indotta, sostieni una logica. Ogni volta che accetti una semplificazione interessata, legittimi una narrativa. Ma accade anche il contrario. Ogni volta che ti fermi, interrompi il flusso. Ogni volta che ti contrapponi, introduci un attrito. Ogni volta che scegli di non odiare, rompi una catena di redditività. In questo contesto la gentilezza radicale è una pratica di sabotaggio. Non è ingenuità. È consapevolezza di come operano i meccanismi di produzione dell’odio. È comprendere che la polarizzazione non è un incidente, ma uno strumento di governance. È ammettere che la paura è una risorsa politica e che c’è chi la gestisce come un bene. Rifiutare l’odio non significa ritirarsi dal conflitto. Significa riconfigurarlo. È rifiutarsi di accettare schemi che riducono la complessità a trincee. È disobbedire alle narrazioni che trasformano le altre persone in minacce. È smantellare discorsi che hanno bisogno di disumanizzare per funzionare. Non si tratta di essere neutrali. Si tratta di essere precisi. Denunciare l’ingiustizia senza amplificare l’odio. Denunciare l’abuso senza riprodurre la logica del nemico. Indicare le responsabilità senza cadere nella disumanizzazione. Perché il sistema ha bisogno che confondiamo la critica con l’odio e la giustizia con la vendetta. La gentilezza radicale stabilisce qualcos’altro: un’irriducibile etica della dignità. Anche quando è scomoda. Anche quando non genera applausi immediati. Anche quando non è redditizia. Da un punto di vista tecnico, ciò implica un’alfabetizzazione mediatica attiva. Capire come funzionano gli algoritmi di raccomandazione, come si costruiscono le bolle informative, come operano le campagne di disinformazione. Implica riconoscere schemi ricorrenti: l’estrema semplificazione, il costante ricorso alla paura, la creazione di nemici vaghi. Implica anche costruire alternative. Reti di informazione verificate. Spazi di conversazione non catturati dalla logica dello scontro. Comunità che privilegiano la cura rispetto alla reazione.  La gentilezza radicale non è passiva. È strutturale. Si organizza. Si protegge. Si difende. Non basta non odiare. Bisogna impedire che l’odio diventi la norma. Non basta non condividere bufale. Bisogna smantellare le condizioni che le rendono efficaci. Non basta non cadere nella polarizzazione. Bisogna segnalare chi la crea. Questo manifesto è un invito ad assumere quel ruolo. A capire che ogni gesto quotidiano ha una dimensione politica. A riconoscere che anche l’indifferenza è una forma di partecipazione. A scegliere consapevolmente quali dinamiche riprodurre e quali interrompere. Perché in un ecosistema progettato per trasformare l’odio in profitto, decidere di non odiare è una forma di insubordinazione. E in un mondo che ha bisogno che noi abbiamo paura per funzionare, la gentilezza radicale è l’atto più pericoloso che possiamo sostenere. Nota La fede nella “gentilezza radicale” fa parte del bellissimo messaggio di Rebecca, la vedova di Renee Good, uccisa dall’ICE, che Jane Fonda ha letto durante la manifestazione No Kings tenutasi a Minneapolis il 28 marzo. Dal minuto 3:06:35 del video. https://www.nokings.org/livestreams Redacción España
April 10, 2026
Pressenza
Depressione e mondi nuovi
È DIFFUSO DA TEMPO UN MITO, CREATO DA MASCHI DEL NORD DEL MONDO, SECONDO CUI ESISTE UNO STATO DI SALUTE CHE È LA NORMA. È DIFFUSA DA TEMPO OVUNQUE ANCHE L’ESPRESSIONE “IO SONO MALATO” INVECE DI “LA MALATTIA È VENUTA A ME”. IN QUESTO SCENARIO C’È CHI NON RINUNCIA AD APRIRE CREPE. SAPPIAMO METTERE NELLE CONDIZIONI TUTTI E TUTTE PER RENDERE VISIBILI LE PROPRIE VULNERABILITÀ? SAPPIAMO RISPETTARE DAVVERO LE FRAGILI DI OGNUNO, SOPRATTUTTO QUELLE PIÙ COMPLICATE E MENO VISIBILI? E SE UNA DELLE PIÙ GRANDI PROTESTE CONTRO IL CAPITALISMO – HA SCRITTO UNA VOLTA JOHANNA HEDVA IN UN TESTO MERAVIGLIOSO (LA TEORIA DELLA DONNA MALATA) – FOSSE PRENDERSI CURA DELL’ALTRO E DELL’ALTRA OLTRE CHE DI SE STESSI? LA DEPRESSIONE, CON TUTTE LE CONSEGUENZE PROVOCATE DA UNA SOCIETÀ CHE NON METTE AL CENTRO LA CURA, ACCOMPAGNA DA DIVERSI ANNI LA VITA DI MAURO ZANELLA. NELLA SUOI IMPEGNI SOCIALI, NELLA SUA VITA DI INSEGNANTE E NELLA SUA QUOTIDIANITÀ HA PERÒ SCELTO DI SFIDARE LO STIGMA SOCIALE, AD ESEMPIO, ATTRAVERSO IL RACCONTO. LO HA HA FATTO UNA PRIMA VOLTA OLTRE DIECI ANNI FA PROPRIO SULLE PAGINE DI COMUNE. TORNA A FARLO OGGI, PER CAMBIARE LE COSE IN PROFONDITÀ, SCRIVE, PER AIUTARE ALTRI A SENTIRSI MENO SOLI Foto di Sebastian Herrmann da Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Questo testo è assai diverso dalle decine di articoli che ho scritto negli ultimi anni. Questa volta parlo di me, ma dalla mia vicenda personale voglio ugualmente trarre un’esperienza che potremmo definire politica e sociale. Iniziamo col dire che mi sono messo a giocare con la cosiddetta Intelligenza Artificiale per vedere cosa dice di me. Cosiddetta perché si tratta pur sempre di un’invenzione umana che semplifica, rafforza, moltiplica e velocizza le nostre capacità esattamente come la prima, semplice pietra rozzamente scheggiata dagli umani. Insomma associo il mio nome completo ad alcune parole: Ucraina, Rifondazione, Pace e resto sbalordito dalla velocità e dal numero delle informazioni che vengono elaborate. Poi penso di andare a cercare qualcosa di più intimo e personale e digito “Mauro Carlo Zanella depressione” e qui vi riporto ciò che salta fuori: “Mauro Carlo Zanella è un insegnante di scuola primaria e collaboratore della testata Comune-info, noto per aver condiviso pubblicamente la sua esperienza personale con la depressione”. Il suo contributo sul tema si distingue per alcuni punti chiave. “Testimonianza diretta: nel maggio 2014 ha pubblicato un articolo intitolato “Soffro di depressione”, in cui racconta il suo vissuto con la malattia dal punto di vista di un educatore, cercando di rompere il tabù che spesso circonda la salute mentale nel mondo del lavoro. Impegno sociale e civile: oltre alla scrittura, Zanella è attivo in ambito politico e sociale. Recentemente (giugno 2025), ha partecipato a manifestazioni civili a Roma (Porta San Paolo), confermando il suo impegno su temi come la pace e la memoria storica. Contributo giornalistico: collabora regolarmente con portali di informazione indipendente come Pressenza e Transform! Italia, dove affronta temi che spaziano dalla scuola alla critica sociale. Il suo racconto è spesso citato come esempio di auto-narrazione terapeutica e di coraggio nel mostrare la vulnerabilità in contesti professionali.” Ora, a parte il fatto che non sono noto per niente, ma evidentemente in un istante l’Intelligenza Artificiale ha scovato un vecchio articolo scritto appunto come lettera per il manifesto e successivamente pubblicato da Comune-info, che nel bene soprattutto, ma anche nel male, in parte, ha avuto una grande importanza nella mia vita. Dubito che sia “noto” o ricordato a chi pure lo lesse a suo tempo, molte persone in verità, al punto che perfino i giornalisti di radio Rai mi fecero una breve intervista incuriositi da ciò che avevo scritto. Che cosa è cambiato da allora? Il triste riconoscimento della mia fragile condizione: invalidità riconosciuta al 67%, articolo tre comma tre della Legge 104; per intenderci con questi numeri i bambini a scuola hanno il diritto all’insegnante di sostegno… e io tuttora sono un insegnante di scuola primaria. Sindrome delle apnee notturne (devo dormire con una mascherina, il cpap, e ho preferito smettere di guidare per non mettere a rischio l’incolumità mia e soprattutto altrui con un sempre possibile colpo di sonno), una certa obesità che in effetti va e viene, un tremore essenziale ereditario e, ahimè, una certificata sindrome bipolare, la cosa più difficile per chi ne soffre da riconoscere e da accettare e al tempo stesso più invalidante di una “semplice” depressione stagionale o ciclotimica. Cosa che io stesso ho impiegato anni ad accettare e quindi affrontare con responsabile pazienza. “La depressione è finita, sto bene, anzi benissimo, non ho più alcun bisogno di curarmi, sono guarito finalmente e voi volete farmi credere che la mia euforia è da controllare e contenere anche farmacologicamente? E per quale motivo dovrei farlo ora che sono così felice, pieno di energia vitale?” Questo è il ragionamento. Ma è un ragionamento sbagliato, che può essere perfino pericoloso, per se stessi ovviamente: si perde ogni prudenza, si fanno scelte avventate, si pecca di eccessivo e ingenuo ottimismo e ci si mette nei casini, facilitando il precipitare in una nuova e forse perfino peggiore fase di depressione. Dopo anni e tentativi di cura infruttuosa per errori miei, ma anche di psichiatri supponenti a cui mi ero rivolto, ho finalmente trovato al CSM, che non è in questo caso il Consiglio Superiore della Magistratura, ma il Centro di Salute Mentale, la struttura pubblica del mio Municipio di Roma, un ottimo psichiatra che, come ovvio gratuitamente, con competente empatia, settimanalmente mi visita, anzi direi mi incontra. Parliamo, mi ascolta con attenzione e se lo ritiene utile aggiusta il tiro: “Proviamo così e poi mi farà sapere come va”. Basta così, per ora non aggiungo altro: ora tutto finirà in rete e con un banale programma di Intelligenza Artificiale chiunque saprà che sono in cura da uno psichiatra al Centro di Salute Mentale… Per la seconda volta sfido lo stigma sociale, come fecero decenni fa, ad esempio, gay e lesbiche o chi ha subito abusi. Per cambiare le cose qualcuno deve iniziare a esporsi, a raccontare, a sfidare i pregiudizi… La solidarietà compenserà la diffidenza e la condanna, o perlomeno aiuterà altri a sentirsi meno soli e meno depressi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Pressenza -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La teoria della donna malata -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Depressione e mondi nuovi proviene da Comune-info.
March 20, 2026
Comune-info
“Semiamo la Pace”, sabato 21 marzo a Ovada
Nella giornata dell’equinozio di primavera, l’associazione locale coinvolge la cittadinanza a compiere un gesto simbolico il cui significato è vividamente espresso nell’immagine che raffigura e nelle parole che descrivono l’azione collettiva il cui scopo, ‘coltivare’ e ‘disseminare’ la cultura della pace, viene concretamente realizzato mediante la pratica dell’attività proposta per l’occasione all’insegna dell’idea che “prendersi cura è un passo verso la pace”. Gli organizzatori spiegano: > Il cammino di Passi di Pace non si ferma e nel mese di marzo l’associazione > torna a proporre un momento di riflessione attiva e partecipazione > comunitaria. > > Intitolata “Semiamo la Pace”, l’iniziativa nasce dalla convinzione che la pace > non sia un concetto astratto, ma il risultato di piccoli gesti quotidiani. > > In una data carica di significato – che segna l’inizio della primavera e la > Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle > mafie – Passi di Pace sceglie di onorare la vita attraverso la cura del > territorio. > > Volontari e cittadini si dedicheranno alla piantumazione dell’aiuola che > circonda la statua di San Francesco, un luogo-simbolo per la comunità ovadese. > > L’attività di riqualificazione urbana è un atto concreto per “prendersi cura” > del bene comune e, simbolicamente, a tutti i partecipanti verranno donati dei > piccoli semi, un invito a portare il messaggio della pace anche nelle proprie > case e nella propria quotidianità. SEMIAMO LA PACE sabato 21 marzo, alle ore 16:30 Ovada – piazza dei Cappuccini INFORMAZIONI E CONTATTI  Redazione Piemonte Orientale
March 19, 2026
Pressenza