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L’inverno dello scontento dei giovani, tra la rabbia di Parigi e lo strano silenzio italiano – di Cristina Morini
Esistere, non sopravvivere C’è un momento preciso, nella primavera di ogni studente dell'ultimo anno dei licei francesi, in cui il futuro smette di essere un orizzonte aperto e diventa un verdetto numerico. Quel momento ha il nome di una sorta di ghigliottina burocratica: Parcoursup. Nata per ordinare il caos delle iscrizioni universitarie, l’algoritmo di [...]
October 14, 2026
Effimera
Laura, un bosco come scelta di vita
In un bosco sventola una bandiera della pace. L’ha issata Laura, una donna che, insieme con una cucciola di maremmano di nome Perla, ha deciso di andare a vivere lì, da sola nella selva. Sono stata loro ospite al Cenobio per qualche giorno. Abbiamo passato ore a chiacchierare, a lavorare, ad ascoltare, a ridere, a sguazzare nel fiume come fossimo tornate bambine. In tanti sentiamo il desiderio di vivere di più il contatto con la natura, ma poi, all’atto pratico, ci intimoriamo. Tu invece stai portando avanti il sogno di vivere libera in un bosco con tenacia e passione e soprattutto senza compromessi. Raccontaci di questa tua scelta e di quel che rappresenta il bosco per te Sono un’ottimista per natura e credo nella pratica più che nelle parole, dunque è stata la voglia di fare a guidarmi. Lo so, vivere qui da sola a molti appare una scelta estrema ma per me in verità non lo è. È piuttosto un processo spontaneo, qualcosa che si è fatto da sé: quando smettiamo di delegare ad altri, allo Stato, a un dio che sta sopra di noi, e ci poniamo in ascolto senza pregiudizi, diventa semplice capire quello che fa per noi. Dunque di consapevolezza in consapevolezza mi sono trovata dinanzi al bosco, non immaginario ma vero e ci sono entrata. Attraverso il bosco riesco a connettermi alla natura autentica, ne assorbo le qualità per osmosi e di giorno in giorno mi accorgo che torno a essere un umano sano, robusto e tenace, e capace di fare cose incredibili. So che alcuni tuoi ospiti – e tra questi mi ci metto anch’io – ti hanno ringraziata per aver offerto loro l’occasione di confrontarsi con paure ancestrali, per esempio il buio della notte, mentre altri hanno apprezzato la bellezza del selvatico senza comodità ad hoc. Per esempio Silvia scrive: “Non c’è un praticello accogliente, ma terra, foglie secche, pacciamatura, lavori in costruzione. Il Cenobio non ti fa accomodare, ma invita a svegliarsi, a essere presente a te stesso e al luogo. L’impatto è di un luogo in trasformazione” Credi che questa tua proposta di reintegrazione nel selvatico senza sconti potrebbe essere vissuta come una cura e una via per l’anima e per il corpo? I feedback che ho ricevuto durante il secondo anno al Cenobio mi hanno fatto riflettere e a volte sorridere, perché io stessa all’inizio mi sono confrontata con quelle che chiami “paure ancestrali”. In effetti non c’è via di fuga, bisogna affrontarle e superarle. Ma dove stanno davvero le paure? In verità, il bosco è molto più gentile di quanto si creda. Quando i cacciatori sono arrivati e mi hanno chiesto se non avessi paura dei cinghiali non ho saputo trattenermi e gli ho risposto che ho più paura dei fucili che degli abitanti del bosco; allo stesso modo mi sembra più coraggioso vivere in grandi città come Milano piuttosto che in luoghi dove non c’è nessuno. Certo vivere nell’essenziale aiuta: già solo svegliarsi con la luce dell’alba e coricarsi quando sale la luna, passare la giornata all’aria aperta riportano il sistema nervoso in equilibrio. E poi c’è di nuovo il tempo libero, uno spazio contemplativo che mi è diventato essenziale. Non significa che mi siedo nella grotta e non faccio nulla, al contrario “vivere il Cenobio” significa dar luogo alla progettazione del fare armonioso; proprio per la sua essenzialità, ti costringe a non disperderti e incanala la creatività in modo che ogni cosa che pensi, e che poi farai, sarà coerente in ogni sua parte. E questo ti permette di provare la forza dell’unione e dà gioia. Come hanno contribuito alla tua formazione di “guardiana del bosco” e permacultrice le esperienze che hai fatto all’estero? Sicuramente il corso di progettazione in permacultura (PDC) che ho seguito nel 2016 è servito da punto di partenza; da lì si è aperto un mondo di possibilità e soluzioni perfettamente compatibili con il percorso di yoga che mi accompagna dal 2001. L’anno del covid ha funzionato da molla e da acceleratore. Ho comprato un van, anzi una vanessa e come la farfalla impollinatrice sono partita all’avventura portando con me semi antichi, con l’intenzione di scambiarli con altre persone impegnate nella salvaguardia della Natura così com’è. Soprattutto in Spagna ho incontrato persone dedite alla rigenerazione della terra e della società con bio-costruzione, agroforestazione, sintropia e sinergia tra orti e umani. Per esempio la Repesei è una rete di permacultura  molto solida e presente nell’area della Murcia. Avevo pensato di fermarmi con loro, ma alla fine del mio girovagare ho trovato le corrispondenze giuste qui in Toscana, dove sono nata. Forse, per quanto possegga un animo nomade e lo sento che ancora pulsa, era destino tornare al punto di partenza, dove sono le radici. Ti riconosci nel movimento che è stato definito “neo-rurale”? Credi che le tante esperienze di singoli e gruppi che cercano modi di vivere alternativi, naturali e al di fuori, o sul confine, del sistema dominante, stiano configurando un nuovo popolo? Sì, credo che stiamo attraversando un cambio di paradigma e sono fiduciosa che un mondo etico e sano possa esistere. Negli ultimi sette/ottomila anni abbiamo costruito una società sempre più patriarcale e soffocante; al contrario avremmo bisogno di una società matrifocale o gilanica (termine usato da Marija Gimbutas per descrivere la civiltà paleolitica fondata sull’uguaglianza sociale e la cooperazione) per poter vivere vite pacifiche e in abbondanza. Dobbiamo riportare questa forma in auge attraverso la pratica, non basta teorizzarla. Quali sono i valori che animano queste persone? E quali dovrebbero essere le caratteristiche principali di tale società? Non so se posso rispondere a nome di tutti. Posso dire che sto cercando di applicare tre semplici principi etici: la cura della terra, la cura dell’altro, la condivisione di bellezza e risorse in equità. Se più persone proveranno a uscire da un sistema dove persino “la cura dell’altro” è diventata una pratica economica e proveranno a guardare all’altro con occhi diversi, più amorevoli e empatici, nascerà una nuova società umana. Quello è il primo passo, tutto il resto viene da sé. Ritornando al Cenobio, ci hai detto che ti piace progettare e so che sei una visionaria. Sappiamo però che da soli si arriva fino a un certo punto, dunque chi vorresti come compagni di viaggio in questa avventura? La definizione dotta di Cenobio, tratta dalla Treccani, lo descrive come un monastero e questo luogo ancora intatto lo è. E ne esiste un’altra, di pertinenza biologica, che pone l’accento sulla capacità che hanno gli esseri di unirsi temporaneamente o permanentemente in colonie. Nel Cenobio a cui ho dato avvio le due qualità si uniscono. Vorrei che chi avvicina questo posto ne capisse la sacralità e apprezzasse le responsabilità che impone. L’elettricità, prodotta da due panelli solari e l’acqua non sono scontate, quindi bisogna usarle con attenzione; il terreno è grande e ci sono moltissime cose (grandi e piccole) da fare per curare il bosco. E soprattutto vorrei si mettesse al centro della propria esperienza la collaborazione – la cura dell’altro. Non escludo che lavorare al Cenobio possa portare del profitto economico, ma deve avere una forma etica e non portare rapacità – né verso il luogo né verso l’altro, il compagno. Le idee possono essere tante, dall’agricoltura all’arte. Chi mi conosce sa che, sotto un’apparenza burbera, sono una persona aperta e disponibile a ragionare insieme per trovare una via comune. Marina Serina
October 13, 2026
Pressenza
Non arrendersi all’orrore
-------------------------------------------------------------------------------- Trieste, “Piazza del mondo”. Foto di Lorena Fornasir -------------------------------------------------------------------------------- Ogni giorno ci troviamo davanti all’orrore che siamo e all’orrore che commettiamo come esseri umani. Ogni giorno tocchiamo con mano quanta aggressività, cattiveria, crudeltà si riversi sui nostri simili, su tutti i viventi del pianeta. Eppure, proprio dentro questo tempo, Mariangela Gualtieri ci invita a non smarrire la capacità di guardare anche ciò che ancora splende. In una bellissima intervista sul manifesto (Nella parola poetica e luminosa di Mariangela Gualtieri), cita a memoria Emily Dickinson: «Fedeli a se stessi e al mistero, il resto è tradimento del vero». Essere fedeli a se stessi significa, ad esempio, non smettere di cercare ciò che è vero, autentico, umano, senza pretendere di possederlo interamente. La verità, con la V maiuscola, è mistero. Bisogna allora essere fedeli alla ricerca. Il cammino è, come dice Bobbio, un labirinto, fatto di tentativi ed errori, e non si percorre in solitudine: prende forma nel dialogo e nell’incontro. La responsabilità della ricerca è personale, ma la strada diventa strada solo quando è un passaggio condiviso. Qui la speranza smette di essere una semplice attesa fiduciosa. Gualtieri dice di amare l’idea «che il meglio di noi stia davanti, non nel passato, che la nostra sia una grande avventura di spirito, di carne e di pensiero e che ci aspetti un’ascesa». Lo ritroviamo in Maria Zambrano: «La storia non avrebbe senso se non fosse la rivelazione progressiva dell’uomo». Un uomo che si rivela nel tempo, e nella possibilità di diventare altro da ciò che è stato. Zambrano parla del «labirinto della speranza umana» e scrive che «scoprire una strada, aprirla, tracciarla, è l’azione più umana, perché è azione e conoscenza insieme». Anche la speranza è un cammino: cercare una strada quando ancora non la vediamo, aprirla passo dopo passo. Forse è questo che significa non arrendersi all’orrore. Non negarlo. Non distogliere lo sguardo. Ma neppure permettere che occupi tutto il nostro sguardo. Gualtieri ci invita a vedere ancora «il tepore e lo splendore di questa nostra terra» e a pronunciare i nostri grazie ogni giorno: a nessuno, a noi stessi, alla terra, alle forze invisibili che guidano l’universo. Ma la gratitudine, davanti a tutto questo, non è un lusso? Guardare più spesso il cielo, aver cura di qualcuno, tenere vicini i poeti che hanno scritto parole grate. Non sono gesti ingenui. Sono un modo per non lasciare che l’odio ci abitui all’odio, che la violenza diventi normale, che l’indifferenza finisca per sembrarci l’unico modo possibile di stare al mondo. Cercare la bellezza non significa fuggire dalla realtà. Significa guardarla con uno sguardo ancora più attento. Gualtieri parla di stupore e consapevolezza come di due modi quasi opposti di stare al mondo e dice di cercare di praticarli entrambi: «Stare quasi in ebetudine, essere ben raziocinanti». Quell’«ebetudine» non è apatia o svuotamento, ma pura ricettività, la capacità di lasciarsi disarmare dalla meraviglia prima di riarmare il pensiero critico. Lo stupore ci impedisce di abituarci a ciò che vediamo; la consapevolezza ci impedisce di trasformare lo stupore in ingenuità. Tenere insieme ciò che sembra opposto: la bellezza e l’orrore, lo stupore e la consapevolezza, il mistero e la ricerca. Non per confonderli, ma per non lasciare che una parte cancelli l’altra. E allora possiamo ancora pronunciare la parola speranza. Non come certezza che tutto andrà bene, ma come decisione di non considerare conclusa la possibilità dell’umano. «La parola speranza si illumina, smette per un attimo di sembrare impossibile da pronunciare, riprende vigore», dice Gualtieri. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non arrendersi all’orrore proviene da Comune-info.
October 2, 2026
Comune-info
CURAMI – PRIMA DI TUTTO LA SALUTE, TERZA STAGIONE: “CURA, CULTURA, COMUNITÀ”
Al via la terza stagione della trasmissione “Curami – Prima di tutto la salute” in onda sulle nostre frequenze tutti i sabati alle ore 12 e in replica il mercoledì alle ore 12.30. Curami è una trasmissione di e con Donatella Albini, medica del centro studi e informazione sulla medicina di genere, già delegata alla sanita’ del Comune di Brescia, di e con Antonino Cimino, medico e referente di Medicina Democratica – Movimento di lotta per la salute – Brescia. La prima puntata della terza stagione, in onda sabato 12 settembre, si intitola “Cura, cultura, comunità”. Ospiti della trasmissione sono Daniela Pietta, filosofa e ricercatrice indipendente e Ester De Battisti, antropologa medica. Conduce Donatella Albini. La puntata di sabato 12 settembre. Ascolta o scarica
September 15, 2026
Radio Onda d`Urto
Riparare il mondo e cedere il potere: l’incontro con la Portentosa Cura Intergalattica
C’è un modo molto comune per interrompere la comunicazione tra le generazioni: l’atteggiarsi a custodi della verità da parte dei più maturi. È un atteggiamento spesso saccente, tipico di sempre, ma che oggi acquisisce un peso particolarmente grave. Grazie all’inverno demografico, infatti, la gioventù attuale si trova in una condizione di minoranza assoluta, cosa mai avvenuta per i giovani del passato. Mi riferisco ovviamente all’Occidente (ma a ovest di cosa?), ai Paesi ricchi (ma ricchi per chi?), insomma agli USA, al Canada, al Giappone, all’Europa e – al suo interno – al caso estremo dell’Italia. Non sto a riportare i dati, li vediamo tutti. Calo delle nascite, allungamento della speranza di vita e dinamiche migratorie fanno dell’Italia, insieme al Giappone, un Paese per vecchi. Tutto questo in un contesto di policrisi, ovvero di fratture che si intersecano e si nutrono a vicenda: climatica, politica, migratoria, sociale, energetica, logistica. Mao Zedong avrebbe detto: «Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente». Un po’ la stessa logica del «Tanto peggio, tanto meglio» dei massimalisti nostrani. Anche questo è un giudizio con parametri vecchi, senza senso, che cerca solo di scaricare sui più giovani le nostre responsabilità. Mi vengono in mente le parole di Marco Rossi-Doria ascoltate anni fa a Biella: noi adulti dobbiamo fare due cose essenziali, porci il problema di come riparare il mondo e trovare il modo per cedere il potere alle generazioni successive. Faccio questo preambolo perché sono stato a un incontro organizzato da persone molto più giovani di me a Subiaco, vicino a Roma. Hanno scelto un nome non canonico e provocatorio, specie come acronimo: PCI, Portentosa Cura Intergalattica. Naturalmente usano il femminile sovraesteso: invece di ricorrere al maschile plurale, retaggio della società patriarcale, scelgono il femminile. È una delle pratiche che mi hanno insegnato in questi anni le mie figlie, insieme al rifiuto del binarismo di genere e ad altri elementi propri delle culture alternative contemporanee. Vedo già le smorfie dei lettori più maturi. Bene, vi dico una cosa: se avete questa reazione verso il linguaggio sovraesteso è perché non volete cedere il potere e, soprattutto, non vi interessa riparare il mondo. Al contrario, ho trovato molta attenzione e una profonda disponibilità all’ascolto nelle giornate trascorse con la Portentosa Cura Intergalattica. Cosa possiamo fare noi adulti? Intanto porci in ascolto; dopodiché raccontare, senza sovrabbondare, le nostre esperienze e lasciare che siano loro a scegliere ciò che può servire per costruire un futuro diverso. Così ho fatto, portando l’autocostruzione: una proposta nata dal design radicale degli anni ’70 che arriva fino a noi attraversando i decenni del disimpegno prima e dell’emergenza climatica poi. Giudicate voi come è andata…   Ettore Macchieraldo
August 30, 2026
Pressenza
«L’umanità è ferma». Germinale a Napoli, mostra di arte e pace.
NELL’OPERA DI TERESA CERVO LA FRAGILITÀ DIVENTA POSSIBILITÀ DI TRASFORMAZIONE: UN PERCORSO ATTRAVERSO ARTE, CURA E NONVIOLENZA DI FRONTE ALL’ASSUEFAZIONE ALLA GUERRA E ALLA VIOLENZA. L’opera di Teresa Cervo è equilibrio costante del corpo alla ricerca di se stesso, immersione nella fragilità umana e ricerca di un’identità collettiva, mobile nel suo divenire. La sua ricerca propone la pace attraverso l’amore per la bellezza e il suo vivere lento. Alla passività e all’assuefazione alla violenza contrappone la cura, la relazione e la nonviolenza come possibilità di trasformazione. La leggerezza diventa così una strada di trasformazione dell’uomo: non una fuga dalla realtà, ma una possibilità di attraversare anche i pesi più gravi dell’esistenza. La fragilità può diventare forza, apertura all’altro e occasione di rinascita. Da queste riflessioni nasce la nostra intervista a Teresa Cervo, a partire da Germinale, progetto esposto il 25 marzo nelle stanze dell’Hotel de Bonart e che prosegue nel laboratorio dell’artista nel centro di Napoli. Da queste riflessioni nasce la nostra intervista a Teresa Cervo, a partire da Germinale, progetto esposto il 25 marzo nelle stanze dell’Hotel de Bonart e che prosegue nel laboratorio dell’artista nel centro di Napoli. INTERVISTA A TERESA CERVO Il titolo, Germinale, vive un doppio significato: segna il settimo mese nel calendario della Rivoluzione francese, periodo primaverile di fioritura, e suggerisce un significato nascosto, il germe della malattia quando avvelena corpo e mente. Oggi, in un periodo di guerre lunghe ed estenuanti, questo duplice significato ci pone davanti a un bivio e ci espone davanti alle nostre fragilità per una scelta: fiorire, processo lento di confronto e maturazione, oppure ammalarci, traghettando verso l’inezia e la passività. Germinale, la scultura che ha dato il nome alla mia ultima mostra, è un busto di donna che rappresenta l’umanità e il suo rapporto con l’esperienza della vita e della morte. La mia sensazione è che l’umanità sia ferma, indifferente all’orrore in cui è immersa, anestetizzata dalla quotidiana sovraesposizione ad un flusso continuo di immagini di violenza e di morte che ne riduce la capacità di reazione emotiva e morale. Il bianco quasi totale dell’opera rappresenta il pericolo dell’impotenza appresa, perverso meccanismo per cui l’individuo “sa” di non poter cambiare nulla e smette di reagire. Germinale, tuttavia, conserva ancora il rosso della forza vitale che può rompere questo immobilismo e, mostrandoci le escrescenze che segnano il suo corpo, ci chiede di farle diventare i germogli di una rinascita e non più i segni di un morbo letale. Solo la cura di se stessi e dell’altro, il non essere spettatori del mondo e stranieri ad esso, porterà speranza di vita e di continuità. Penso a “l’umanità è ferma” come un congelamento del legame con l’altro e con il mondo, il cui sentimento vivo, però, non è perduto per sempre ma è lì nei meandri interstiziali della specie: quell’amore caldo che sembra svanito, che nascosto nutre le relazioni umane senza doverle sciupare oppure demolirle. Pare ci sia un’area di non-umanità nell’uomo, luogo inconscio in cui ancora si può sognare ed elaborare i vissuti traumatici (comprese le guerre), uno spazio di prevenzione alla dis-umanizzazione e alla trans-umanità (due livelli differenti ma potenzialmente consequenziali): l’uomo automatico che pericolosamente ha smesso di pensare. Il non-umano come invito a cogliere e accettare la fragilità, il limite e il confine dell’uomo. Un margine che disegna il perimetro tra sé e l’altro e che permette di incontrarsi nella eterogeneità e nella diversità. Potremmo immaginare, allora, il motore del mondo vivo attraverso una comunità attiva e non-violenta e il desiderio dell’uomo come un sogno che incontra la realtà in vita e nella sua pulsione e non in morte e nell’annientamento? Mi torna in mente la speranza come movimento che non è mai di comodo sia nell’essere desiderato in sogno che nel vissuto all’interno della realtà. Diventa un’azione attiva e non-violenta, nel senso che affinché le cose prendano una piega diversa l’impegno dell’uomo è proprio legato alla vita e al suo privilegio di poterla abitare nel bene di tutti. CARTA, FERRO E LEGGEREZZA La carta (nella forma della cartapesta) e il ferro sono i materiali che usi e strumenti di studio e ricerca. Comunicano leggerezza piena e salda pur mantenendo la loro delicatezza. Cosa ne pensi della mobilità e dell’apertura come caratteristiche del femminile-nel-mondo, cioè quella parte della realtà che dà “peso” e che accoglie lo stare-in-relazione con sé e con l’altro? La parola “peso” ha un valore inestimabile per la leggerezza. La carta è legata molto alla leggerezza che a sua volta è collegata alla fragilità. Il gesto con cui si strappa un foglio di carta è semplice e sicuro, ma questo stesso gesto non può essere realizzato con la cartapesta perché è una lavorazione che cambia la natura della carta attraverso la sua stratificazione, strato dopo strato, si struttura e diventa altro. Nell’incontro tra i due materiali che utilizzo, il ferro e la carta, risalta la forza di quest’ultima: in un ambiente ostile il ferro finirà per sgretolarsi e scomparire mentre la carta ha la capacità di resistere. Questa caratteristica mi affascina, portandomi a riflettere sul rapporto tra l’uomo e il suo ambiente. Forse sono proprio le tue sculture di cartapesta e ferro che raccontano questa sfida: la possibilità di un incontro con un ambiente nuovo, diverso e fragile, plurale e molteplice. Le tue opere orientano lungo vie temporali differenti: un passato vivo, un presente incerto e una visione nuova per la società del futuro meno rigida e chiusa, più attiva e non-violenta. Credo che se una stessa scultura comunica, nel tempo, qualcosa di diverso dipende dalla persona che l’opera incontra e ciò che egli trova. Il processo artistico coinvolge il mondo interno dell’individuo, la sua possibilità di cambiamento rispetto al primo sguardo iniziale e a quanto la sua posizione come spettatore si muove dinamicamente. Nel corso degli anni si perde lo stupore della prima volta e la sensazione di incanto della prima fase d’incontro con l’opera. Il secondo sguardo, invece, si rivolge cercando altro ed è quasi un piacere se “quest’altro” è trovato come nuovo ogni volta in ciò che si è già realizzato. Se come artista scopro qualcosa di sconosciuto e non-saputo, attraverso ciò che di diverso ha visto l’altro e che stupisce anche me, ri-guardo il mio stesso lavoro in modo differente e diventa nuova la restituzione che ricevo dall’opera stessa. Si crea una circolarità che ha effetti reali sull’ambiente circostante in modo reciproco e scambievole. Una relazione mutua del dare e dell’avere che richiama, insomma, una dimensione temporale. Il secondo sguardo chiede impegno, lentezza e fatica proprio perché la relazione possa essere ancora vissuta e compresa. In psicologia psicoanalitica, parliamo del secondo tempo di un rapporto umano che cerca un momento differente in cui scoprire l’Altro in se stesso. È l’opera umana che, tesa alla costruzione di nuove intimità, trasforma lo stare insieme in un tempo di conoscenza meno minaccioso. La relazione, perciò, diventa più dinamica e non muore se lo stupore, per quanto meraviglia unica, vive una trasformazione trovando la misura di se stessi con l’altro e viceversa, insomma una conquista del limite. Il “secondo tempo” significa per me, quindi, lentezza e fatica perché alla fine della vita tutto ciò che è veramente importante e potente richiede sforzo. Questa esperienza di impegno e responsabilità non è necessariamente qualcosa di negativo oppure un’espressione punitiva e una espiazione. Purtroppo, inseguiamo un sistema sociale complesso e articolato e ancora molto verticale in cui il culto del potere non prevede il concetto della “cura”, l’unica azione che invece potrebbe garantire un mondo sano ed equilibrato in cui poter vivere. RELAZIONE, GUERRA E CURA Sulla soglia della guerra, quindi, sembra che si perpetui una fusione mortale e indifferenziata per l’uomo. Un individuo che non diventa “soggetto” capace e libero, riconosciuto e visto non conquista un pensiero adulto che dialoga e si confronta e l’unico modo per sopravvivere sarà lo scollamento folle con se stesso e con l’altro: esperienza che può portare all’etero- e all’auto-distruzione della specie. Pare assente un investimento psico-corporeo per l’uomo – l’amore caldo – come passaggio necessario per la parola e per l’esistenza umana. Il senso di un mondo-in-salute, infatti, è pensare che nessuno debba schiacciare l’altro e nemmeno farsi schiacciare dall’altro, nessuno è materia da plasmare o manipolare. C’è la storia di una mia scultura che discute di questo: “S’io mi intuassi, come tu t’inmii”. Due teste umane vicine ma che non si fondono, nessuno dei due prende il sopravvento sull’altro, nessuno dei due significa le parole dell’altro. Nella società attuale sembra, perciò, sempre più difficile digerire le separazioni e le perdite. Manca la capacità di elaborare il lutto e affrontare la solitudine. È debole la trasformazione del vuoto in uno spazio d’assenza in cui poter entrare in contatto con un mondo reale e vivo. Probabilmente, è il tempo della lentezza che ci rapporta con la morte e il suo dolore, un movimento di attesa feconda che permette la nascita di un desiderio, figlio dell’elaborazione del lutto. Han Kang scrive delle morti bianche nelle guerre che hanno barbarizzato la Corea. Parla delle persone scomparse il cui lutto appare sospeso in eterno. Cosa ne pensi…? Mi viene in mente una mia scultura il cui titolo è “Ho tre alberi sulla schiena sottili come frecce” un lavoro sull’elaborazione del lutto: tre grandi assenze, tre grandi dolori che mi hanno attraversata come frecce appuntite ma il tempo che ho impiegato a dare corpo all’opera ha fatto sì che lo strazio diventasse il fertile terreno di una rinascita. Un duro lavoro che è stato cura del mio mondo interiore. L’incontro si conclude sulla necessità di restituire a ciascuno una lingua madre. Lingua delle origini che cura, accoglie e dona e che consegna in eredità, a tutti coloro che non ce l’hanno, la capacità di vivere il mondo potendo decifrare la realtà che lo investe. Antonella Musella
August 25, 2026
Pressenza
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa sulle morti sospette di persone bisognose di cura e ascolto
PUBBLICHIAMO UN IMPORTANTE ARTICOLO DEL COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD DI PISA RELATIVAMENTE ALLE CIRCOSTANZE CHE HANNO CAUSATO LA MORTE DI FAKIR, TITOLARE DI UNA DITTA DI TRASPORTI E FACCHINAGGIO, A BOLOGNA NEL LUGLIO SCORSO. NE CONDIVIDIAMO L’IMPIANTO E L’ANALISI CHE PORTA INEVITABILMENTE IL DISCORSO SULLA PROGRESSIVA MILITARIZZAZIONE DI OGNI ARTICOLAZIONE DELLA SOCIETÀ ITALIANA IN UN’OTTICA REPRESSIVA SEMPRE PIÙ PRONUNCIATA. LA LETTURA DI OGNI FENOMENO SOCIALE, COMPRESE QUELLE SITUAZIONI IN CUI SI ESPRIMONO PARTICOLARI SOFFERENZE E BISOGNI, IN CHIAVE ESCLUSIVAMENTE SECURITARIA DIMOSTRA LA COMPLETA INCAPACITÀ E LA PATENTE INADEGUATEZZA DI APPARATI ISTITUZIONALI EVIDENTEMENTE CONVINTI CHE L’UNICA RISPOSTA POSSIBILE SIANO MANETTE E MANGANELLI. COME IL COLLETTIVO, SIAMO ANCHE NOI CONVINT3 CHE «UN VERO CAMBIAMENTO NON PUÒ PASSARE CHE DALLA CONSAPEVOLEZZA DIFFUSA DELLA NECESSITÀ DI UN RITORNO ALLA DISPONIBILITÀ ALLA CURA, QUELLA VERA, FATTA DI ASCOLTO, CAPACITÀ DI RELAZIONE, VICINANZA». NO, DECISAMENTE QUESTA NON PUÒ ESSERE LA NUOVA NORMALITÀ. COMUNICATO STAMPA È passato un mese da quando il 19 luglio scorso a Bologna è stato ucciso Abderrahim Fakir, 42 anni, schiacciato a terra e soffocato dalla polizia durante un fermo. Fakir viveva in Italia da quando aveva sette anni ed era titolare di una ditta di trasporti e facchinaggio. Negli ultimi mesi alla sua avvocata aveva manifestato timori legati all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione. Aveva paura di essere espulso dall’Italia nonostante avesse i documenti in regola. La sua terribile storia è sparita dai giornali. Non se ne parla già più. Sembra che non rimanga altro da fare che aspettare i risultati dell’autopsia. Anche se non ne abbiamo bisogno per sapere come è morto. Da quando il 3 marzo 2014 Riccardo Magherini è morto schiacciato a terra a Firenze, contenuto e soffocato dai carabinieri, non abbiamo fatto un passo avanti. Siamo rimasti sempre e ancora lì. Riccardo chiedeva aiuto. Come Fakir. Sembra ormai una pratica ordinaria, normale, accettabile quella di rispondere all’inquietudine, allo smarrimento, all’evidente sofferenza, all’intimo turbamento in maniera repressiva e violenta, anche con lo schiacciamento a terra, il ginocchio sulla schiena, le manette, la contenzione, il soffocamento. Le cronache sono piene di storie simili a quella di Fakir o di Riccardo Magherini. Chi vuole, (noi come Collettivo ci siamo cimentati in questa impresa) si prenda la briga di cercarle, studiarle, divulgarle… Tantissime sono le persone decedute in seguito all’esecuzione di un fermo di polizia con annesso Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), all’azione congiunta di divise e camici bianchi, di gazzelle della polizia e ambulanze del 118 o della Croce Rossa. Riccardo e Fakir sono morti come tanti altri. Luigi Marinelli, schiacciato da un ginocchio sulla schiena durante l’intervento della polizia nella sua abitazione a Roma il 5 settembre 2011. Giacomo Zotti, morto a Urago d’Oglio in provincia di Brescia durante un TSO, a causa di due iniezioni di sedativo mentre era bloccato dai carabinieri il 26 ottobre 2011. Vincenzo Sapia, soffocato a terra da un carabiniere a Mirto Crosio in provincia di Cosenza il 24 maggio 2014. Andrea Soldi, immobilizzato con una presa al collo, ammanettato e soffocato durante un TSO (non voleva recarsi al CSM a farsi somministrare la dose di psicofarmaci) da tre vigili urbani e uno psichiatra il 5 agosto 2015 a Torino. Arafet Arfaoui, morto a Empoli il 17 gennaio 2019 dopo un’iniezione di sedativo mentre era ammanettato e schiacciato a terra dai carabinieri, con i piedi legati da un cordino di plastica. Igor Squeo, morto a 33 anni in circostanze ancora non chiarite la notte tra l’11 e il 12 giugno 2022 a Milano in seguito a un intervento di polizia e sanitari nel suo appartamento, ammanettato, schiacciato a terra in posizione prona e potentemente sedato. M.M, soffocata a 39 anni all’interno di una chiesa di Vigevano dopo essere stata ammanettata, contenuta e bloccata a pancia in giù da due vigili urbani il 3 novembre 2023. E chissà quante altri. Tante, troppi hanno perso la vita nel corso di un intervento delle forze dell’ordine durante l’esecuzione di un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Il TSO a tutt’oggi continua a essere l’unica pratica considerata “medica” che impone una “cura” indesiderata e involontaria attraverso l’intervento della forza pubblica. A migliaia ne vengono praticati ogni anno in Italia, decine ogni giorno. E troppo spesso finiscono così, con la morte “accidentale” di chi li subisce. Come società e come individui facciamo fatica a empatizzare con chi esprime una sofferenza latente, evitiamo di considerare il dolore interiore e nascosto. Siamo capaci di percepire solamente la minaccia. L’unica risposta a chi si trova in un momento di difficoltà, chiede aiuto ed esige cura, ascolto, vicinanza e accoglienza sono le forze dell’ordine e dosi massicce di neurolettici e sedativi. L’incontro ravvicinato con una persona in forte crisi ha come conseguenza quasi meccanica l’appello a chi ha il monopolio della forza. Farsi carico, prendersi personalmente cura di una persona che esprime difficoltà sembra appartenere a spazi, tempi e dimensioni lontane. Nel nostro tempo, nel nostro spazio, nella nostra dimensione ciò non è più possibile. Si salta a piè pari qualsiasi rapporto umano. Chi urla per strada è potenzialmente pericoloso per sé e per gli altri, e al cittadino che non vuole guai non rimane che una soluzione, chiamare le forze dell’ordine o l’ambulanza per il ricovero coatto in psichiatria. Spesso quando le divise operano insieme ai camici bianchi, le parole si trasformano in armi, le relazioni sono surrogate da bombardamenti di psicofarmaci, contenzione e segregazione in reparti psichiatrici. Fakir è morto perché bravi cittadine alla finestra desiderosi di tranquillità, cellulare alla mano in modalità ripresa video, lo hanno consegnato a uomini in divisa. I quali, ben lungi dal preservare l’incolumità delle persone, hanno messo in atto il loro compito primario: controllare, contenere e reprimere. Le persone sofferenti sono spesso circondate da uno stigma: una modalità collettiva, costruita nei secoli, di osservare la realtà che ci circonda e di rapportarsi alle persone, che trasforma la vulnerabilità in vergogna o pericolo. Dei matti si ride o se ne sta alla larga. Lo stigma psichiatrico va anche oltre: previene e annulla qualsiasi responsabilità personale anche se si mettono in atto trattamenti violenti e contenitivi prolungati. Alle persone considerate matte, pazze, deliranti difficilmente si crede, anche quando denunciano un danno o un abuso. Così agisce lo stigma. Ci si sente più liberi di agire impuniti. Chi è in crisi non è credibile e non è attendibile come testimone. Fakir è stato colpito anche da questo stigma. Dopo la sua morte è stata orchestrata dai media e dal dibattito politico di infimo livello a cui siamo abituati una campagna stampa tesa a screditarlo come persona. Si è detto che forse aveva delle patologie pregresse, che assumeva stupefacenti. È stata perquisita la sua abitazione ed è comparsa la sua cartella clinica di un ricovero risalente a un mese prima della morte, quando era andato al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna per un taglio al polso, durante il quale aveva chiesto un aiuto psicologico. Il fine era chiaro: dimostrare che lui stesso fosse la causa del suo omicidio. La famiglia di Fakir chiede verità e giustizia. La procura di Bologna ha già mostrato da che parte sta lo Stato: il fascicolo sui due poliziotti e i quattro operatori del 118 intervenuti al Pilastro non è stato aperto nel registro ordinario degli indagati, ma nel cosiddetto modello 45 bis, il registro “scudo” introdotto dall’articolo 12 del decreto sicurezza, riservato ai casi in cui si presume sin da subito una causa di giustificazione per chi porta una divisa, in adempimento del dovere. Chi vi finisce iscritto non è formalmente indagato e gli accertamenti procedono su un binario separato e più rapido rispetto a quello ordinario. Per la morte di una persona disarmata, bloccata a terra e ammanettata, il punto di partenza dell’inchiesta è la presunzione che agenti di polizia e i volontari della Croce Rossa abbiano agito legittimamente. Si tratta della prima applicazione in assoluto di questa norma in Italia. Siamo con le famiglie di chi subisce abusi di questo tipo, spesso destinate a un doppio lutto, a una doppia perdita: strappate per sempre alla presenza dei propri cari, private della consolazione di una verità processuale plausibile e accettabile. Pochissimi sono i processi che giungono a una conclusione effettiva. Il che aggiunge un ulteriore inquietante elemento alla violenza che famiglie, parenti, amici della persona deceduta a causa dell’abuso sono costretti a sopportare: la privazione anche di una spiegazione, di una successione plausibile dei fatti e delle cause che hanno portato alla morte delle persone a loro più care. Quello che è successo a Fakir e a tutti gli altri è il risultato della perdita di qualsiasi contatto umano. È la conseguenza della delega di azioni, pensieri e rapporti solidali a istituzioni prive per statuto di capacità relazionale, di reale interesse verso le sensazioni altrui e nei confronti di stati d’animo non rispondenti a uno standard conforme. Un vero cambiamento non può passare che dalla consapevolezza diffusa della necessità di un ritorno alla disponibilità alla cura, quella vera, fatta di ascolto, capacità di relazione, vicinanza. Tutte caratteristiche che, inesorabilmente, stiamo, forse per sempre, perdendo in questi anni infami. Ci rifiutiamo di pensare che questa deriva rappresenti la nostra nuova normalità. Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud via San Lorenzo 38, 56100 Pisa antipsichiatriapisa@inventati.org www.artaudpisa.noblogs.org 3357002669  -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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