Laura, un bosco come scelta di vita
In un bosco sventola una bandiera della pace. L’ha issata Laura, una donna che,
insieme con una cucciola di maremmano di nome Perla, ha deciso di andare a
vivere lì, da sola nella selva. Sono stata loro ospite al Cenobio per qualche
giorno. Abbiamo passato ore a chiacchierare, a lavorare, ad ascoltare, a ridere,
a sguazzare nel fiume come fossimo tornate bambine.
In tanti sentiamo il desiderio di vivere di più il contatto con la natura, ma
poi, all’atto pratico, ci intimoriamo. Tu invece stai portando avanti il sogno
di vivere libera in un bosco con tenacia e passione e soprattutto senza
compromessi. Raccontaci di questa tua scelta e di quel che rappresenta il bosco
per te
Sono un’ottimista per natura e credo nella pratica più che nelle parole, dunque
è stata la voglia di fare a guidarmi. Lo so, vivere qui da sola a molti appare
una scelta estrema ma per me in verità non lo è. È piuttosto un processo
spontaneo, qualcosa che si è fatto da sé: quando smettiamo di delegare ad altri,
allo Stato, a un dio che sta sopra di noi, e ci poniamo in ascolto senza
pregiudizi, diventa semplice capire quello che fa per noi. Dunque di
consapevolezza in consapevolezza mi sono trovata dinanzi al bosco, non
immaginario ma vero e ci sono entrata. Attraverso il bosco riesco a connettermi
alla natura autentica, ne assorbo le qualità per osmosi e di giorno in giorno mi
accorgo che torno a essere un umano sano, robusto e tenace, e capace di fare
cose incredibili.
So che alcuni tuoi ospiti – e tra questi mi ci metto anch’io – ti hanno
ringraziata per aver offerto loro l’occasione di confrontarsi con paure
ancestrali, per esempio il buio della notte, mentre altri hanno apprezzato la
bellezza del selvatico senza comodità ad hoc. Per esempio Silvia scrive: “Non
c’è un praticello accogliente, ma terra, foglie secche, pacciamatura, lavori in
costruzione. Il Cenobio non ti fa accomodare, ma invita a svegliarsi, a essere
presente a te stesso e al luogo. L’impatto è di un luogo in trasformazione”
Credi che questa tua proposta di reintegrazione nel selvatico senza sconti
potrebbe essere vissuta come una cura e una via per l’anima e per il corpo?
I feedback che ho ricevuto durante il secondo anno al Cenobio mi hanno fatto
riflettere e a volte sorridere, perché io stessa all’inizio mi sono confrontata
con quelle che chiami “paure ancestrali”. In effetti non c’è via di fuga,
bisogna affrontarle e superarle. Ma dove stanno davvero le paure? In verità, il
bosco è molto più gentile di quanto si creda. Quando i cacciatori sono arrivati
e mi hanno chiesto se non avessi paura dei cinghiali non ho saputo trattenermi e
gli ho risposto che ho più paura dei fucili che degli abitanti del bosco; allo
stesso modo mi sembra più coraggioso vivere in grandi città come Milano
piuttosto che in luoghi dove non c’è nessuno. Certo vivere nell’essenziale
aiuta: già solo svegliarsi con la luce dell’alba e coricarsi quando sale la
luna, passare la giornata all’aria aperta riportano il sistema nervoso in
equilibrio.
E poi c’è di nuovo il tempo libero, uno spazio contemplativo che mi è diventato
essenziale. Non significa che mi siedo nella grotta e non faccio nulla, al
contrario “vivere il Cenobio” significa dar luogo alla progettazione del fare
armonioso; proprio per la sua essenzialità, ti costringe a non disperderti e
incanala la creatività in modo che ogni cosa che pensi, e che poi farai, sarà
coerente in ogni sua parte. E questo ti permette di provare la forza dell’unione
e dà gioia.
Come hanno contribuito alla tua formazione di “guardiana del bosco” e
permacultrice le esperienze che hai fatto all’estero?
Sicuramente il corso di progettazione in permacultura (PDC) che ho seguito nel
2016 è servito da punto di partenza; da lì si è aperto un mondo di possibilità e
soluzioni perfettamente compatibili con il percorso di yoga che mi accompagna
dal 2001. L’anno del covid ha funzionato da molla e da acceleratore. Ho comprato
un van, anzi una vanessa e come la farfalla impollinatrice sono partita
all’avventura portando con me semi antichi, con l’intenzione di scambiarli con
altre persone impegnate nella salvaguardia della Natura così com’è.
Soprattutto in Spagna ho incontrato persone dedite alla rigenerazione della
terra e della società con bio-costruzione, agroforestazione, sintropia e
sinergia tra orti e umani. Per esempio la Repesei è una rete di
permacultura molto solida e presente nell’area della Murcia. Avevo pensato di
fermarmi con loro, ma alla fine del mio girovagare ho trovato le corrispondenze
giuste qui in Toscana, dove sono nata. Forse, per quanto possegga un animo
nomade e lo sento che ancora pulsa, era destino tornare al punto di partenza,
dove sono le radici.
Ti riconosci nel movimento che è stato definito “neo-rurale”? Credi che le tante
esperienze di singoli e gruppi che cercano modi di vivere alternativi, naturali
e al di fuori, o sul confine, del sistema dominante, stiano configurando un
nuovo popolo?
Sì, credo che stiamo attraversando un cambio di paradigma e sono fiduciosa che
un mondo etico e sano possa esistere. Negli ultimi sette/ottomila anni abbiamo
costruito una società sempre più patriarcale e soffocante; al contrario avremmo
bisogno di una società matrifocale o gilanica (termine usato da Marija Gimbutas
per descrivere la civiltà paleolitica fondata sull’uguaglianza sociale e la
cooperazione) per poter vivere vite pacifiche e in abbondanza. Dobbiamo
riportare questa forma in auge attraverso la pratica, non basta teorizzarla.
Quali sono i valori che animano queste persone? E quali dovrebbero essere le
caratteristiche principali di tale società?
Non so se posso rispondere a nome di tutti. Posso dire che sto cercando di
applicare tre semplici principi etici: la cura della terra, la cura dell’altro,
la condivisione di bellezza e risorse in equità. Se più persone proveranno a
uscire da un sistema dove persino “la cura dell’altro” è diventata una pratica
economica e proveranno a guardare all’altro con occhi diversi, più amorevoli e
empatici, nascerà una nuova società umana. Quello è il primo passo, tutto il
resto viene da sé.
Ritornando al Cenobio, ci hai detto che ti piace progettare e so che sei una
visionaria. Sappiamo però che da soli si arriva fino a un certo punto, dunque
chi vorresti come compagni di viaggio in questa avventura?
La definizione dotta di Cenobio, tratta dalla Treccani, lo descrive come un
monastero e questo luogo ancora intatto lo è. E ne esiste un’altra, di
pertinenza biologica, che pone l’accento sulla capacità che hanno gli esseri di
unirsi temporaneamente o permanentemente in colonie. Nel Cenobio a cui ho dato
avvio le due qualità si uniscono. Vorrei che chi avvicina questo posto ne
capisse la sacralità e apprezzasse le responsabilità che impone. L’elettricità,
prodotta da due panelli solari e l’acqua non sono scontate, quindi bisogna
usarle con attenzione; il terreno è grande e ci sono moltissime cose (grandi e
piccole) da fare per curare il bosco. E soprattutto vorrei si mettesse al centro
della propria esperienza la collaborazione – la cura dell’altro. Non escludo che
lavorare al Cenobio possa portare del profitto economico, ma deve avere una
forma etica e non portare rapacità – né verso il luogo né verso l’altro, il
compagno. Le idee possono essere tante, dall’agricoltura all’arte. Chi mi
conosce sa che, sotto un’apparenza burbera, sono una persona aperta e
disponibile a ragionare insieme per trovare una via comune.
Marina Serina