Bally Bagayoko: il sindaco di Saint-Denis che protegge gli studenti nelle proteste

L'INDIPENDENTE - Saturday, October 10, 2026

Nel contesto di accesa tensione sociale in Francia, Bally Bagayoko, esponente di La France Insoumise, eletto sindaco di Saint-Denis nel marzo di quest’anno, è emerso come volto istituzionale della protesta, tra chi lo critica duramente e chi lo ha eletto a nuovo “eroe”. Bagayoko, come si può vedere da molti video sui social, si è schierato dalla parte dei suoi cittadini, lavoratori e liceali, letteralmente loro fianco, facendo da scudo umano per evitare loro la violenza della polizia. Alcuni frammenti di video girati sui social network sono stati utilizzati per dipingerlo come un capo-popolo insurrezionalista, fiancheggiatore di delinquenti e, in alcune derive lessicali estremiste, persino di “terroristi”. Il tutto, quasi sempre, accompagnato da insulti razziali rivolti a lui e ai suoi concittadini che appaiono nei video con lui. Alcune sue affermazioni, in perfetto spirito rivoluzionario per cui in democrazia esiste, in capo al popolo, il diritto di insurrezione, sono state usate per delegittimare la sua posizione. Dal canto suo, Bagayoko ha più volte detto espresso di voler soltanto aiutare e di voler evitare la violenza.

I commenti proliferati in rete non si sono limitati a criticare l’opportunità politica del suo operato, ma hanno attaccato le sue origini e il suo colore della pelle. Utilizzando spezzoni di video, la gogna mediatica si è mossa con una velocità impressionante, alimentata da un sostrato di razzismo sistemico. Bagayoko era già venuto alla ribalta pubblica quando il 30 settembre è stato colpito da una denuncia alla procura per “provocazione a commettere un reato”, per una frase pronunciata davanti al liceo Paul-Éluard, a sostegno del movimento di blocco: “la violenza, a un certo punto, può essere legittima”. Bagayoko non si è tirato indietro e nei giorni successivi lo ha poi ribadito. Al contempo, come ha espresso a Reuters, e altre testate internazionali, Bagayoko ha detto che quei liceali “potrebbero essere i miei figli” e che il posto di un eletto è esattamente lì, in strada, per proteggerli. Per comprendere queste posizioni e affermazioni è imperativo calarsi nella specificità della storia politica e sociale francese, così come quella di Saint-Denis. Questo sobborgo, non è soltanto una banlieue: è il banco di prova in cui si misurano quotidianamente i fallimenti dell’integrazione neoliberale e la riorganizzazione del dissenso di classe contro la progressiva erosione dello Stato sociale.

Per decenni Saint-Denis è stato il cuore industriale di Parigi e casa della classe operaia, prima che le ondate di deindustrializzazione la condannassero a una subalternità economica. Oggi, il dipartimento della Seine-Saint-Denis è lo specchio delle brutali asimmetrie strutturali che lacerano l’Île-de-France. Se da un lato la regione metropolitana di Parigi figura statisticamente come la più ricca della nazione, dall’altro nasconde sacche di povertà assoluta: a Saint-Denis e nei comuni limitrofi, circa un terzo dei residenti vive al di sotto della soglia di povertà, con picchi che in alcune enclave del dipartimento superano vertiginosamente il 40%. Si tratta di un’area sottoposta a decenni di sistematico disinvestimento statale, segnata nell’immaginario collettivo dalle rivolte del 2005. Sfruttando l’onda d’urto dei Giochi Olimpici del 2024, l’area è stata oggetto di processi di riqualificazione e gentrificazione in cui i residenti fungono da variabili sacrificabili. È a Saint-Denis che Bagayoko nasce e cresce da una famiglia di origini maliane e di fede musulmana. 

A differenza di altre democrazie occidentali, in cui la protesta è tollerata solo se addomesticata e inoffensiva, la cultura politica transalpina riconosce il conflitto sociale come motore legittimo della democrazia. Non va dimenticato che i principi democratici, sin dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, contemplano storicamente il diritto all’insurrezione qualora un esecutivo si faccia sordo o tirannico rispetto ai bisogni primari del suo popolo. Quando le politiche di austerità colpiscono scientificamente i ceti più deboli e le periferie, ecco che la piazza diventa l’arena politica. 

La vicenda di Bagayoko dimostra quanto il potere centrale tema la convergenza tra le istituzioni locali e le istanze popolari. Fino a quando le rivendicazioni sociali verranno lette unicamente attraverso la lente deformante del decoro e della repressione poliziesca, figure capaci di stare sul crinale tra istituzione e strada continueranno a essere bersaglio di una violenta opera di delegittimazione mediatica, anche utilizzando il razzismo.

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