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TORINO: SABATO 24 OTTOBRE MANIFESTAZIONE CONTRO IL RIARMO PER IL DIRITTO ALLA CASA, ALL’ISTRUZIONE, ALLA SALUTE
Sale la tensione alimentata ad arte per le manifestazioni di domani, sulla scia di quanto già accaduto contro il carovita lo scorso fine settimana, con migliaia di persone – soprattutto giovani delle classi popolari – in piazza in tante città, con scontri in particolare a Milano, Bologna e Brescia. Al momento la situazione non è chiarissima e resta abbastanza fluida: resta da capire infatti quali piazze si mobiliteranno davvero domani. Le pagine social “Movimento 17 Ottobre” parlano di Milano, Bologna, Roma, Firenze, Padova, Bari, Genova e Torino. Nel capoluogo piemontese da settimane è annunciato, ore 15 da piazza Castello il corteo “Torino è contro il riarmo. In piazza per il diritto a casa, istruzione e salute”, lanciato dalle realtà di movimento e ripreso anche dai canali sociali di “Movimento 17 Ottobre” e “Italia in piazza”. La manifestazione, la prima a Torino dopo l’entrata in vigore del nuovo decreto sicurezza, era stata annunciata tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, prima che la mobilitazione nelle scuole portasse a una serie di occupazioni e di cortei.  La presentazione con Martina, compagna di Askatasuna da Torino.Ascolta o scarica Gli studenti delle scuole superiori si ritroveranno alle 14 in piazza Arbarello per raggiungere successivamente piazza Castello. Da Palazzo Nuovo partiranno invece gli universitari e i collettivi. Sentiamo Fued dell’IPC Boselli di Torino Ascolta o scarica   
October 23, 2026
Radio Onda d`Urto
Oltre 25.000 tarantini in corteo dicono No alla produzione inquinante di acciaio
Abbiamo pianto. Abbiamo pianto tutti, probabilmente in momenti diversi, durante i tre chilometri di corteo che separano Piazzale Democrate da Piazza Maria Immacolata. Lacrime di commozione, talune di gioia, altre di dolore. Sabato 17 ottobre Taranto era in strada, dietro uno striscione che dice tanto della nostra lotta: “Ci avete tolto tanto, ci riprenderemo tutto!” Tra le altre cose tolte, la visibilità: nel silenzio dei media nazionali (tranne due eccezioni), abbiamo gridato, una volta ancora, il nostro desiderio di voltare pagina rispetto a quel catorcio inquinante che continuano a chiamare fabbrica, con una spropositata dose di spudoratezza. Non sappiamo cosa ci sia dietro l’accanimento terapeutico a tenere in vita un siderurgico cerebralmente morto già alcuni anni fa, che ha generato dolore, malattie e morti: dati sconvolgenti se messi a confronto con l’incidenza di tutte le patologie da fonti inquinanti della regione. Quello che sappiamo è che a Genova non andò così nel 2005 e le “mamme di Cornigliano” trovarono il sostegno dei sindacati e delle istituzioni locali per far chiudere l’area a caldo che fu spostata a Taranto, raddoppiando inquinamento e capacità produttiva del polo siderurgico jonico. Sui sindacati confederali (+Usb) tarantini ci sarà modo e tempo di commissionare uno studio socio-antropologico approfondito che aiuterà a comprenderne obiettivi e valori di base, se la vita dei propri iscritti non vale il lavoro che difendono, ma la manifestazione di sabato è stata un momento di luce. Abbiamo l’obbligo di portare la lente sulla pacifica, coreografica, gioiosa onda del futuro che ha sommerso e continuerà a sommergere il buio che pure ha provato ad avvolgerci, per qualche periodo. La pressione della società civile, che prima d’ora aveva raggiunto punte altissime nel 2012, qui in Puglia non era riuscita a far chiudere i cancelli del “mostro”, come usiamo chiamare uno dei più grandi sterminatori di esseri viventi costruito da mano umana. Tra le 25 e le 30mila persone hanno camminato lente ed è stato bello rivedere volti cari con accanto figlie e figli adolescenti che il 15 dicembre del 2012 avevamo nei passeggini o tenuti stretti per mano; ragazze e ragazzi con il volto colorato con le tinte dell’arcobaleno o d’azzurro, com’è il nostro cielo anche ora che il catorcio è semispento. Alcune ragazze hanno scritto con il rossetto su una guancia ‘Ilva is’ e sull’altra ‘a KILLER’: uno dei due slogan più urlati dalla fiumana umana, che prima ancora che partisse il corteo aveva dovuto riversarsi sul “ponte di pietra”, uno dei due passaggi per la città vecchia di Taranto, che vive su un’isola. La città continuava a scendere in strada e Piazzale Democrate non bastava più: occorreva occupare la prima parte del percorso della manifestazione. Decine di croci bianche erano visibili da lontano, perché erano sul punto più alto del ponte: avevano nomi al posto di INRI e foto di bambini al posto del Cristo. Tutti bambine e bambini morti: i morti nostri! I loro nomi, quelli di coloro che avrebbero potuto fare e non hanno fatto – come recita un’iscrizione su marmo sotto la finestra di Peppino Corisi, morto di cancro ai Tamburi – sono stati abbondantemente ricordati durante il corteo. Il furgoncino apripista, su cui erano posizionate due grosse casse acustiche, era appena sceso dal ponte di pietra sulle note di “Live is life” svoltando a destra per il litorale alto dell’isola – che a Taranto chiamiamo “la ringhiera” – quando ha dovuto silenziare la musica: dal corteo si è alzato impetuoso l’inno di lotta di questi quattordici anni, “Taranto libera.” Braccia al cielo e cuori palpitanti: ognuno ha trovato vicino un compagno di lotta da abbracciare, sussurrando nell’orecchio “Ci siamo! È arrivato il nostro momento”. I ragazzi hanno pianto di gioia, perché a loro tocca salire sull’altare senza i tormenti e le ferite delle battaglie perse; le mamme con le croci in mano hanno pianto il destino infame, perché a loro hanno squartato il cuore in due; tutti gli altri hanno pianto di commozione per tutte le pietre su cui abbiamo inciampato, perché la strada è stata lunga e vigliacca. Tanti anziani erano alle finestre, agitavano fazzoletti bianchi, salutavano o mandavano baci ai nipoti in corteo. Un uomo sugli ottanta ha urlato: “Siamo vecchi, ma camminiamo sulle vostre gambe: portateci lontano!” Dalla marea di umanità si è staccata una ragazza che gli ha fatto un inchino e poi con un megafono in miniatura, tirato fuori chissà da dove, gli ha risposto: “Se siamo qui è perché ci avete insegnato come si combatte per il bene di tutti: grazie, nonno di tutti noi!” La città vecchia era oramai alle spalle e con lei il ponte girevole, buono per farci gonfiare il petto: i droni dei cineoperatori hanno ripreso per più di venti minuti il serpentone umano che entrava nel Borgo di Taranto. Il furgoncino capofila sparava con tutti i decibel concessi dalle casse “La mia terra” di Antonio Diodato, che era tra i manifestanti e si destreggiava tra un’intervista e l’altra. Si è cantato con una sola voce: “Per questa terra faremo la guerra e questa terra non avrà più pace se non nella guerra (…) Non si è mai spezzato questo sogno fatato che ci tiene legati con tutto l’amore alla terra che non abbiamo difeso e ora è un campo minato su cui crescono fiori bellissimi”. A poche ore dal pronunciamento finale della Corte di Cassazione sulla chiusura definitiva dell’area a caldo dell’ex-Ilva, quello che un’intera città ha voluto raccontare è che il futuro, dopo essere stata zona di sacrificio – come la definì David Boyd, relatore delle Nazioni Unite – non può essere deciso sui tavoli della politica, che già farnetica di navi rigassificatrici, dri, aree a caldo 2.0, ma va deciso dal basso, nelle strade della città, nei comitati, nelle piazze partecipate. E quindi stavolta il futuro lo decidiamo noi!   Mimmo Laghezza
October 20, 2026
Pressenza
In Tunisia si è svolta la più grande protesta degli ultimi anni contro il governo
Anche in Tunisia il vento delle proteste scuote la politica istituzionale. Nella giornata di sabato 17 ottobre, migliaia di persone nella capitale Tunisi hanno preso parte ad una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi anni. Il corteo, convocato dall’Unione Generale dei Lavoratori Tunisini (UGTT) ha radunato varie organizzazioni della società civile, la classe lavoratrice, fino ad esponenti dell’opposizione per reclamare a gran voce soluzioni contro una crisi economica che non fa altro che peggiorare. A questo si aggiunge una condizione critica dal punto di vista delle libertà personali ed associative: i manifestanti hanno denunciato una situazione di forte controllo sociale e limitazioni dei diritti democratici e sindacali. Inoltre hanno richiesto la scarcerazione delle figure politiche che hanno espresso nel corso degli ultimi anni critiche contro il governo. Sebbene la manifestazione abbia visto una partecipazione massiva, nonostante le stime probabilmente a ribasso delle agenzie di stampa nazionali che limitano il numero dei presenti a 3.000 persone, quest’evento non è stato un caso isolato. Solo due mesi fa, il 20 agosto, fu organizzato un altro corteo per denunciare l’aumento insostenibile dei prezzi e le difficoltà nell’accesso ai beni di prima necessità. Un mese dopo, in Tunisia il settore delle persone impiegate nel trasporto di carburante ha scioperato per due giorni per reclamare salari più alti e condizioni lavorative più dignitose. Anche in questo caso, coadiuvati da una sezione dell’UGTT. Le migliaia di persone presenti sabato a Tunisi sono partite da piazza Mohamed Alì, sede del sindacato, e si sono dirette verso Viale Habib Bourguiba, luogo simbolo delle manifestazioni svolte durante la Primavera Araba di quindici anni fa. Al corteo, inoltre, hanno partecipato anche settori impegnati direttamente nella difesa delle libertà democratiche, come la Lega per i Diritti Umani, l’Ordine degli Avvocati e il Sindacato dei Giornalisti. La protesta a Tunisi convocata dall’Unione Generale dei Lavoratori Tunisini La situazione economica e sociale in Tunisia degenera di mese in mese. Dall’inizio dell’anno, l’inflazione è cresciuta dello 0,8%, raggiungendo il 5,6% nel settembre del 2026. I prezzi di alimenti come pollame, frutta e agnello sono saliti di un tasso superiore al 14%, mentre il potere d’acquisto, in media, diminuisce. Sebbene il tasso di occupazione generale (attualmente al 14,9%) stia gradualmente calando rispetto al 2020, anno nel quale si attestò al 17%, il dato più desolante riguarda i giovani: la disoccupazione delle persone tra i 15 e 24 anni ha raggiunto il 35,4%, quella dei giovani laureati il 26,6%. Inoltre, l’indebitamento del paese continua a salire, toccando la cifra di 3,7 miliardi di dollari solo nel 2026. A una situazione economica e lavorativa drammatiche, si aggiungono i problemi legati alla figura stessa del presidente Kais Saied. «La crisi odierna della Tunisia è fondamentalmente il risultato del monopolio di tutto il potere da parte di una sola persona» ha dichiarato alla folla il segretario generale di UGTT, Slah Eddine Salmi. Difatti, tra il 2021 e il 2022, Saied si è mosso per erodere gradualmente alcuni dei diritti democratici ottenuti dopo il 2011, con il fine di accentrare sempre più potere tra le sue mani. Facendo riferimento all’Articolo 80 della Costituzione tunisina, il presidente ha sospeso il Parlamento, rimosso il primo ministro e ha assunto il controllo del potere esecutivo; successivamente ha mantenuto la sospensione parlamentare fino alla celebrazione di una nuova tornata elettorale e ha continuato a svolgere le proprie funzioni facendo utilizzo dei decreti legge. Attraverso un referendum considerato “controverso” da vari esponenti dell’opposizione, ha cambiato la Costituzione ed è riuscito, tra le altre cose, a stringere le maglie del controllo informatico per limitare l’informazione libera; attraverso leggi sul “buon costume” ha limitato i diritti delle persone appartenenti alla comunità LGBT e, infine, ha perseguitato attivisti ambientali, facendo riferimento alle accuse di “ostruzione al lavoro” presenti nel Codice Penale. Secondo l’opposizione e i collettivi impegnati nella difesa dei diritti umani, ad esempio, l’arresto e la detenzione degli attivisti della Global Sumud Flotilla rientrano perfettamente nel controllo imposto dall’esecutivo contro la dissidenza e l’attivismo indipendente: quattro attivisti restano in stato di detenzione preventiva dal marzo del 2026. Come nel vicino Marocco, una grande parte della popolazione tunisina è scesa in piazza per protestare contro gli effetti sull’economia e sui diritti sociali del governo. Migliaia di persone hanno chiesto le dimissioni di Saied. «Il popolo vuole la caduta del regime»: contro la sua figura, i manifestanti hanno ripreso i cori simbolo della rivolta del 2011. Un altro Paese si è aggiunto alle proteste di un autunno sempre più caldo. The post In Tunisia si è svolta la più grande protesta degli ultimi anni contro il governo appeared first on L'Indipendente.
October 19, 2026
L'INDIPENDENTE
Roma 22 ottobre. In piazza contro le SLAPP
di Coalition Against SLAPPs in Europe (CASE) Un ombrello bucato non protegge nessuno Giovedì 22 ottobre scendiamo in piazza a Roma, con CASE Italia per chiedere a Governo e Parlamento di correggere la legge contro le cause bavaglio. Il 2 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto che recepisce la direttiva europea contro le SLAPP, le azioni legali
October 19, 2026
La Bottega del Barbieri
Brescia in piazza, la polizia copre i fascisti
Eravamo presenti alla grande manifestazione di giovani ieri e ne siamo orgogliosi. È stato un corteo bellissimo allegro e aperto, convocato direttamente dai manifestanti al di fuori di organizzazioni, ma che ha espresso tutti i contenuti delle lotte. No alla guerra e alla spesa per le armi, lotta al carovita, […] L'articolo Brescia in piazza, la polizia copre i fascisti su Contropiano.
October 18, 2026
Contropiano
A MASSA CARRARA MAXI-CORTEO: 15MILA IN PIAZZA CONTRO L’ONDATA DI DENUNCE, “IN ITALIA SI CERCA DI LIMITARE IL DISSENSO IMPEDENDO LE MANIFESTAZIONI”
Almeno 15mila persone hanno sfilato per le strade di Massa Carrara nella giornata di mercoledì 15 ottobre, giorno in cui si sarebbe dovuta tenere la prima udienza a carico dei manifestanti colpiti dall’andata repressiva contro il movimento per la Palestina. Il governo Meloni, a botte di decreti sicurezza, ha cercato di mettere un freno alla straordinaria partecipazione alle proteste che hanno attraversato in particolare l’autunno 2025 in Italia. A Massa uno spropositato numero di denunce – almeno 37 – sono state comminate contro altrettanti attivisti e attiviste massesi. La prima udienza a carico dei manifestanti, che si sarebbe dovuta tenere ieri, è slittata a marzo 2027: Quella di ieri, afferma il segretario generale della Cgil di Massa Carrara Nicola Del Vecchio ai microfoni di Radio Onda d’Urto, “è stata una manifestazione non solo per esprimere solidarietà agli indagati, ma anche per denunciare quello che sta accadendo nel paese. Si cerca di limitare il dissenso impedendo le manifestazioni. Dobbiamo continuare ad indignarci di fronte alle ingiustizie esattamente come facemmo lo scorso ottobre”. Di fronte a un genocidio, dice dalla piazza, “non possiamo voltarci dall’altra parte”. “Viviamo in un contesto gravissimo, un contesto segnato dalle disuguaglianze che stanno sempre più aumentando”, e “c’è una deriva bellicista che toglie risorse alla sanità, ai trasporti, alla scuola per buttarle via nelle armi. Se di fronte a tutto questo le persone vogliono dissentire, vogliono manifestare pacificamente come previsto dalla Costituzione, ecco i Decreti Sicurezza: questo è inaccettabile”, ha detto Rossano Rossi, segretario generale della Cgil Toscana, alla partenza del corteo nell’ambito della giornata di sciopero generale regionale indetta dal sindacato. Ai sindacati, si sono uniti migliaia di giovani, studenti e studentesse, organizzazioni e singoli cittadini. L’intervista a Nicola Del Vecchio, segretario generale della Cgil Massa Carrara. Ascolta o scarica.
October 15, 2026
Radio Onda d`Urto
Verso la Via Maestra: martedì 13 ottobre a Rimini un confronto su pace e sostenibilità ambientale, sabato 17 ottobre tutti a Roma per la manifestazione nazionale, con i pullman da Rimini e Cattolica
In preparazione alla manifestazione nazionale del 17 ottobre, CGIL Rimini incontrerà delegati sindacali e pensionati per un incontro dal tema “Verso la Via Maestra per un’economia di pace”, in programma martedì 13 ottobre 2026, alle ore 9.30, presso il Salone Polverelli della CGIL Rimini, in via Caduti di Marzabotto 30. Al centro del confronto una domanda: è possibile un sistema economico fondato su pace e sostenibilità ambientale? Il programma | Dopo i saluti di Francesca Lilla Parco, segretaria generale CGIL Rimini, si terrà una tavola rotonda moderata da Primo Silvestri, direttore di Tutto RomagnaEconomia (TRE), con gli interventi di Angelo Salento, docente di Sociologia economica e del lavoro presso l’Università del Salento, Gianluca De Angelis, sociologo dell’IRES Emilia-Romagna, e Sergio Caserta, della Rete Regionale Pace e non violenza. Dopo il dibattito, le conclusioni saranno affidate a Nicola Marongiu della CGIL nazionale. La manifestazione nazionale del 17 ottobre a Roma | Sabato 17 ottobre la CGIL, insieme a numerose altre associazioni, scende in piazza a Roma con la manifestazione nazionale “La Via Maestra : Il concentramento è previsto alle ore 13.30 in Piazza della Repubblica: dopo 1l corteo, la manifestazione si concluderà in Piazza del Popolo intorno alle ore 17.00. Per CGIL la Costituzione indica ancora la strada, quella di un Paese fondato sul lavoro, sulla giustizia sociale, sull’uguaglianza e sulla pace, mentre oggi l’Italia va nella direzione opposta. Le ragioni della piazza | Più salari, pensioni e meno precarietà, con l’aumento di stipendi e pensioni e la cancellazione dei contratti precari; un fisco davvero giusto che combatta l’evasione e tassi extraprofitti, rendite e grandi ricchezze; sanità e istruzione pubbliche per tutte e tutti, portando il finanziamento della sanità al 7,5% del PIL e quello dell’istruzione al 5%; lavoro e ambiente, insieme, con una vera politica industriale e una transizione ecologica che crei buona occupazione; pace, non riarmo con un no all’aumento della spesa militare; libertà di dissenso attraverso l’abrogazione delle norme dei decreti sicurezza che limitano libertà e partecipazione; difendere e attuare la Costituzione a partire dall’equilibrio tra i poteri, dall’uguaglianza dei diritti e dalla rappresentanza democratica. In pullman da Rimini a Roma | La CGIL Rimini organizza i pullman per raggiungere la capitale, con partenze alle ore 6.15 da Rimini Nord (casello A14), alle ore 6.30 da Rimini, sede CGIL e alle ore 7.00 da Cattolica (casello A14). La prenotazione è obbligatoria: basta scrivere a mn.prenotazione.bus@er.cgi.it oppure telefonare allo 0541 779946. Rimini, 09/10/2026 Camera del Lavoro Territoriale – CGIL RIMINI Redazione Romagna
October 12, 2026
Pressenza
EX ILVA: SCIOPERO E CORTEI CONTRO IL SILENZIO DEL GOVERNO SUL FUTURO DELL’ACCIAIERIA, IN PIAZZA ANCHE I LICEALI
Sono 10 mila i lavoratori e le lavoratrici costretti in cassa integrazione fino al 30 giugno 2027. Ad annunciarlo la scorsa settimana Acciaierie d’Italia Spa in amministrazione straordinaria dopo l’incontro a Palazzo Chigi con il governo: a partire da venerdì scorso, sono sospese tutte le attività produttive dell’area a caldo dello stabilimento Ex Ilva di Taranto e tutti gli impianti italiani. Cioè Genova (nel quartiere di Cornigliano), Novi Ligure (in provincia di Alessandria) e Racconigi (Cuneo). È sciopero per tutte le sedi ex Ilva a partire da oggi. A Genova un corteo è partito dalle portineria dell’ex Ilva di Cornigliano ed è diretto verso la Prefettura. In testa al corteo alcuni mezzi pesanti. Ci siamo collegati con il corteo di Genova con Stefano Bonazzi segretario generale Fiom Cgil del capoluogo ligure. Ascolta o scarica Il secondo collegamento dal corteo genovese con Bruno Manganaro, oggi segretario del Sunia Genova, per anni segretario generale della Fiom del capoluogo ligure. Ascolta o scarica Gli studenti del Liceo Gobetti sono scesi in strada all’arrivo del corteo dei lavoratori dell’ex Ilva di Cornigliano portando uno striscione con scritto ‘Al fianco con i lavoratori ex Ilva’. Il corteo si è fermato e i lavoratori hanno applaudito gli studenti urlando ‘siete il nostro futuro’. Poi è ripartito in direzione centro di Genova, dove è previsto il presidio sotto la prefettura.
October 12, 2026
Radio Onda d`Urto
Data Center, a Milano i comitati rilanciano la moratoria: la questione è chi decide
La manifestazione del 10 ottobre in piazza della Scala a Milano ha segnato un passaggio significativo nella mobilitazione contro la proliferazione dei Data Center. Oltre un migliaio di persone, in rappresentanza di decine di comitati provenienti prevalentemente dalla Lombardia ma anche da altre regioni, hanno portato nel centro della metropoli […] L'articolo Data Center, a Milano i comitati rilanciano la moratoria: la questione è chi decide su Contropiano.
October 12, 2026
Contropiano
Bally Bagayoko: il sindaco di Saint-Denis che protegge gli studenti nelle proteste
Nel contesto di accesa tensione sociale in Francia, Bally Bagayoko, esponente di La France Insoumise, eletto sindaco di Saint-Denis nel marzo di quest’anno, è emerso come volto istituzionale della protesta, tra chi lo critica duramente e chi lo ha eletto a nuovo “eroe”. Bagayoko, come si può vedere da molti video sui social, si è schierato dalla parte dei suoi cittadini, lavoratori e liceali, letteralmente loro fianco, facendo da scudo umano per evitare loro la violenza della polizia. Alcuni frammenti di video girati sui social network sono stati utilizzati per dipingerlo come un capo-popolo insurrezionalista, fiancheggiatore di delinquenti e, in alcune derive lessicali estremiste, persino di “terroristi”. Il tutto, quasi sempre, accompagnato da insulti razziali rivolti a lui e ai suoi concittadini che appaiono nei video con lui. Alcune sue affermazioni, in perfetto spirito rivoluzionario per cui in democrazia esiste, in capo al popolo, il diritto di insurrezione, sono state usate per delegittimare la sua posizione. Dal canto suo, Bagayoko ha più volte detto espresso di voler soltanto aiutare e di voler evitare la violenza. I commenti proliferati in rete non si sono limitati a criticare l’opportunità politica del suo operato, ma hanno attaccato le sue origini e il suo colore della pelle. Utilizzando spezzoni di video, la gogna mediatica si è mossa con una velocità impressionante, alimentata da un sostrato di razzismo sistemico. Bagayoko era già venuto alla ribalta pubblica quando il 30 settembre è stato colpito da una denuncia alla procura per “provocazione a commettere un reato”, per una frase pronunciata davanti al liceo Paul-Éluard, a sostegno del movimento di blocco: “la violenza, a un certo punto, può essere legittima”. Bagayoko non si è tirato indietro e nei giorni successivi lo ha poi ribadito. Al contempo, come ha espresso a Reuters, e altre testate internazionali, Bagayoko ha detto che quei liceali “potrebbero essere i miei figli” e che il posto di un eletto è esattamente lì, in strada, per proteggerli. Per comprendere queste posizioni e affermazioni è imperativo calarsi nella specificità della storia politica e sociale francese, così come quella di Saint-Denis. Questo sobborgo, non è soltanto una banlieue: è il banco di prova in cui si misurano quotidianamente i fallimenti dell’integrazione neoliberale e la riorganizzazione del dissenso di classe contro la progressiva erosione dello Stato sociale. Per decenni Saint-Denis è stato il cuore industriale di Parigi e casa della classe operaia, prima che le ondate di deindustrializzazione la condannassero a una subalternità economica. Oggi, il dipartimento della Seine-Saint-Denis è lo specchio delle brutali asimmetrie strutturali che lacerano l’Île-de-France. Se da un lato la regione metropolitana di Parigi figura statisticamente come la più ricca della nazione, dall’altro nasconde sacche di povertà assoluta: a Saint-Denis e nei comuni limitrofi, circa un terzo dei residenti vive al di sotto della soglia di povertà, con picchi che in alcune enclave del dipartimento superano vertiginosamente il 40%. Si tratta di un’area sottoposta a decenni di sistematico disinvestimento statale, segnata nell’immaginario collettivo dalle rivolte del 2005. Sfruttando l’onda d’urto dei Giochi Olimpici del 2024, l’area è stata oggetto di processi di riqualificazione e gentrificazione in cui i residenti fungono da variabili sacrificabili. È a Saint-Denis che Bagayoko nasce e cresce da una famiglia di origini maliane e di fede musulmana.  A differenza di altre democrazie occidentali, in cui la protesta è tollerata solo se addomesticata e inoffensiva, la cultura politica transalpina riconosce il conflitto sociale come motore legittimo della democrazia. Non va dimenticato che i principi democratici, sin dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, contemplano storicamente il diritto all’insurrezione qualora un esecutivo si faccia sordo o tirannico rispetto ai bisogni primari del suo popolo. Quando le politiche di austerità colpiscono scientificamente i ceti più deboli e le periferie, ecco che la piazza diventa l’arena politica.  La vicenda di Bagayoko dimostra quanto il potere centrale tema la convergenza tra le istituzioni locali e le istanze popolari. Fino a quando le rivendicazioni sociali verranno lette unicamente attraverso la lente deformante del decoro e della repressione poliziesca, figure capaci di stare sul crinale tra istituzione e strada continueranno a essere bersaglio di una violenta opera di delegittimazione mediatica, anche utilizzando il razzismo. The post Bally Bagayoko: il sindaco di Saint-Denis che protegge gli studenti nelle proteste appeared first on L'Indipendente.
October 10, 2026
L'INDIPENDENTE