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Corso di giornalismo sociale nel regime di guerra
Che cos’è diventato oggi il giornalismo indipendente quando pagine di influencer razzisti e fomentatori di odio hanno milioni di visualizzazioni e Meloni sceglie di andare a parlare su Pulp Podcast? Che cosa significa oggi fare giornalismo alternativo e dal basso, quando navighiamo per ore su delle piattaforme proprietarie? Cosa vuol dire narrare e immaginare alternative politiche e sociali all’esistente?   Sulla scia di queste domande nasce il nuovo corso di giornalismo sociale della redazione di DinamoPress, un corso per incontrarsi, conoscersi e mettersi alla prova. Il corso sarà articolato in quattro appuntamenti. La mattina si terrà una lezione di un.a giornalista e il pomeriggio un laboratorio di ri/scrittura tenuto dalla redazione di DinamoPress. Tutti gli appuntamenti si tengono a Esc Atelier Autogestito, via dei volsci 159.  9 maggio 10:30 – 13:00 “Scrivere per il web su questioni di genere” con Natascia  Grbic, giornalista di Fanpage.it e autrice della newsletter Streghe 14:00 – 16:30 Laboratorio di ri/scrittura: “Scrivere oltre gli stereotipi di genere” a cura di Giada Sarra, redattrice di DinamoPress, attivista transfemminista, studiosa di studi di genere e grafica 16 maggio 10:30 – 13:00 “Greenwashing e crisi climatica in tempi di negazionismo di ritorno” con Andrea Turco, giornalista, collabora con A Sud, Osservatorio Eni e EconomiaCircolare.com 14:00 – 16:30 Laboratorio pratico su ecologia e scrittura giornalistica: “Scrivere di ecologia e sovvertire la narrazione dominante: meccanismi, trappole e punti fermi” a cura di Riccardo Carraro, redattore Dinamopress, insegnante di lingua e letteratura inglese nella scuola superiore, attivista ecologista 23 maggio 10:30 – 13:00 “Come fake news e complotti sono al servizio delle destre reazionarie globali” con Leonardo Bianchi, giornalista freelance, autore della newsletter Complotti, di un podcast per Internazionale, ha scritto diversi libri, l’ultimo per Solferino “Le prime gocce della tempesta. Miti, armi e terrore dell’estrema destra globale” 14:00 – 16:30 Laboratorio “Narrazioni falsificanti ai tempi dell’intelligenza artificiale: come riconoscerle e depotenziarle” a cura di Vanessa Bilancetti e Benedetta Rossi. Vanessa Bilancetti è redattrice di DinamoPress, insegnante di Scienze giuridiche ed economiche nella scuola secondaria, e di Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università telematica Uninettuno, attivista transfemminista. Benedetta Rossi è redattrice di DinamoPress, traduttrice, studiosa di studi di genere, attivista transfemminista e antispecista 6 giugno  10:30 – 13:00 “Scrivere ai tempi della guerra globale e del genocidio in Palestina” con Chiara Cruciati, giornalista e vice-direttrice de Il Manifesto 14:00 – 16:30 “Oltre sé, oltre i confini: strumenti per nuovi sguardi”. Laboratorio sui metodi per realizzare interviste in contesti internazionali a cura di Daniela Galiè e Tiziano Saccucci. Daniela Galié, redattrice di DinamoPress, insegnante di storia e letteratura italiana nella scuola secondaria e attivista internazionalista. Autrice del libro di prossima uscita “Sui tuoi occhi. Storie della rivoluzione del Rojava”. Tiziano Saccucci, membro di UIKI Onlus, giornalista e collaboratore di DinamoPress e Il Manifesto Per partecipare al corso è necessario iscriversi all’associazione di Dinamo APS (50 euro) e pagare un contributo per il corso (130 euro). Per le iscrizioni prima del 12 aprile il contributo è di 110 euro. Non si può partecipare alle singole lezioni separatamente.  Tutto il ricavato è a supporto delle attività istituzionali dell’associazione Dinamo APS.  Per tutte le info scrivi a: dinamoaps@gmail.com La copertina è a cura di DinamoPress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Corso di giornalismo sociale nel regime di guerra proviene da DINAMOpress.
April 8, 2026
DINAMOpress
Grazie all’International Booker Prize che ci fa scoprire i nostri talenti nascosti
L’ International Booker Prize è un premio estremamente interessante. Figlio degnissimo del Man Booker, sicuramente il più prestigioso tra tutti i premi europei, direi l’unico che riesce a scegliere non solo libri belli e importanti ma anche autori capaci di continuare a produrre libri belli e importanti. Da dieci anni l’International Booker Prize premia il miglior libro tradotto in inglese da qualsiasi lingua. Il premio è generoso e diviso equamente tra autore e traduttore, e quindi tiene insieme uno sguardo ampio sulla letteratura di tutti i paesi – anche quelli emergenti – purchè resa accessibile attraverso la traduzione, e il riconoscimento dell’importanza dei traduttori, in un momento storico in cui la professione rischia di essere soppiantata dall’intelligenza artificiale. All’inizio di marzo era stata pubblicata la Long List e il 31 marzo è stata resa nota la Short List. Nella Long List, composta di tredici libri tradotti da undici lingue, c’era un solo libro italiano, The duke, Il duca, di Matteo Melchiorre. Un libro che qui in Italia è passato sostanzialmente inosservato, pur essendo pubblicato da Einaudi nel 2022 e tradotto in quasi tutte le lingue europee: Un autore con molti riconoscimenti ma uno scarso seguito di pubblico. Purtroppo The duke non è entrato nella short list. Intanto però si è creato un interesse intorno al romanzo e al suo autore, che non può che fare del bene al libro e a noi lettori. E certo il libro è del tutto particolare nel panorama italiano. Innanzitutto per la scrittura, quasi d’altri tempi, eppure così bella e convincente che è un peccato staccarsene a libro finito e non trovarla in nessun altro libro, se non negli altri dello stesso autore, in una versione però a mio parere meno raffinata e compiuta. Questa lingua dal sapore colto e passato ci porta in un racconto senza tempo, seppure perfettamente circostanziato e concreto. Il duca è in realtà un giovane conte, unico erede di una ricca e blasonata famiglia di possidenti, che si ritrova solo e va a vivere nella villa di famiglia, una volta solo casa di vacanze, in un borgo montano dal nome inventato e dalla geografia non riconoscibile. Il duca si dedica ai lavori pratici di manutenzione della casa e del giardino, alla gestione delle terre ereditate, soprattutto boschi, e allo studio delle carte che i suoi antenati gli hanno lasciato in abbondanza. Pur di indole pacifica e tranquilla, si lascia trascinare in una paradossale diatriba con un personaggio del paese, un allevatore in espansione, da cui tutti i compaesani sembrano dipendere in un modo o in un altro; la diatriba, partita dai confini di un bosco, evolve in un crescendo di dispetti e contese. Senza volerlo, il duca sente dentro di sè il richiamo del sangue e dell’appartenenza famigliare, il potere degli avi che avevano spadroneggiato nelle terre che lui ora abita. Fa delle cose di cui sa che si pentirà e scava sempre più indietro e più a fondo nell’oscurità delle origini. L’antichità della sua famiglia gli garantisce infatti la ricchezza, ma non di certo un passato limpido e sereno. Che anzi più si approfondisce la conoscenza degli antenati, più emergono figure oscure, scandali, bruttezze. Sullo sfondo, o meglio come coprotagonista, c’è la montagna. Minacciosa e potente. I pascoli abbandonati e invasi dal bosco, che sembra scendere a grandi passi in paese per appropriarsi anche di quello spazio. Una montagna sempre meno frequentata. Mentre il paese è ancora abitato da poche persone che sono lì da sempre, che si sentono isolate, che non sanno immaginare una vita diversa da quella che gli è toccata. Qualcuno è più saggio e qualcuno più scriteriato, qualcuno si beve via la vita, qualcuno se ne va o se ne è andato. Restano leggende e storie la cui verità non è mai stata verificata. Restano misteri e segreti da nascondere. Finché un giorno una tempesta di vento di proporzioni mai viste attraversa la montagna e il paese, abbattendo gli alberi come fossero fiammiferi, scoperchiando le case, distruggendo in modo irreparabile tutto quello che trova sul suo percorso. La tempesta è però una sorta di liberazione, crea quella scansione del tempo in “prima” e “dopo” che facilita la riflessione, i bilanci e poi le scelte. Per il duca è una liberazione anche in senso letterale: dalla devastazione della villa alla sparizione dei boschi di sua proprietà e oggetto di contesa, arriva anche un disvelamento del passato e la chiarezza che dovrà scegliere dove vivere e dove stare. Il romanzo ha un passo lento e solenne, e ogni scena, raccontata in prima persona, ha una consistenza e una densità quasi solida. Ed è un romanzo sulla montagna che non la idealizza, non la mitizza. Anzi ne rende la realtà di luogo particolare che impone uno sguardo cauto sulle cose del mondo, e un sentire pacato per quanto intenso. Impone anche un contenersi, un darsi dei limiti interiori. La lingua così strutturata, ricercata e precisa sostiene questa necessità di contenimento e sobrietà. Nel mondo sbracato e chiassoso nel quale quotidianamente abitiamo, sembra quasi un miracolo. Fa pensare ma allora quando vogliamo siamo ancora capaci di darci un freno, di contenerci, di cercare delle parole che non siano le prime che ci vengono in mente, di parlare non direttamente dalla pancia ma passando prima dalla mente che ha assorbito conoscenze, principi, storia, cultura. Fa pensare anche al detto latino “nemo profeta in patria”, per capire come mai un libro di tale valore e di tale originalità abbia avuto bisogno della segnalazione di un premio internazionale perché la stampa, gli influencer e i lettori se ne accorgessero. Ma non lamentiamoci e ringraziamo l’esistenza e l’attenzione dell’International Booker Prize per averci fatto questo regalo. L'articolo Grazie all’International Booker Prize che ci fa scoprire i nostri talenti nascosti proviene da Pulp Magazine.
April 8, 2026
Pulp Magazine
Morte e distruzione
“MORTE E DISTRUZIONE DAL CIELO, TUTTO IL GIORNO”. LO HA DETTO AL PENTAGONO PETE HEGSETH, SEGRETARIO ALLA DIFESA DEGLI STATI UNITI. E TRUMP, IN DIRETTA TELEVISIVA: “LI RIPORTEREMO ALL’ETÀ DELLA PIETRA, DOVE MERITANO DI STARE”. E OGGI, MARTEDÌ 7 APRILE: “UN’INTERA CIVILTÀ MORIRÀ STASERA”. DAL 28 FEBBRAIO, GIORNO IN CUI L’AGGRESSIONE ALL’IRAN È COMINCIATA CON IL BOMBARDAMENTO DI UNA SCUOLA ELEMENTARE A MINAB – 170 BAMBINE MORTE SOTTO LE MACERIE – GLI STATI UNITI E ISRAELE HANNO SISTEMATICAMENTE DEMOLITO L’OSSATURA CIVILE, CULTURALE E SCIENTIFICA DELL’IRAN: OLTRE SEICENTO SCUOLE, DECINE DI OSPEDALI E SITI ARCHEOLOGICI. È PIÙ DI UNA GUERRA. È UN PROGRAMMA DI CANCELLAZIONE Foto di Mollyroselee da Pixabay -------------------------------------------------------------------------------- “Morte e distruzione dal cielo, tutto il giorno”. Non è la sceneggiatura di un film distopico. È Pete Hegseth, Segretario alla Difesa (o meglio, alla guerra) degli Stati Uniti, qualche giorno fa in una conferenza stampa al Pentagono. E Trump, in diretta televisiva: “Li riporteremo all’età della pietra, dove meritano di stare”. Non sono scivoloni. Sono la dottrina. Dal 28 febbraio, giorno in cui l’aggressione è cominciata con il bombardamento di una scuola elementare femminile a Minab – 170 bambine morte sotto le macerie, tra i 7 e i 12 anni – gli Stati Uniti e Israele hanno sistematicamente demolito l’ossatura civile, culturale e scientifica dell’Iran. Oltre 600 scuole e centri educativi colpiti. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano davanti al Consiglio ONU per i Diritti Umani a Ginevra. Lo ha confermato la relatrice speciale dell’ONU per l’istruzione: più di 230 bambini e insegnanti uccisi. Più di 30 università con attacchi diretti. L’Università di Scienze e Tecnologie di Teheran un intero edificio raso al suolo. La Facoltà di Farmacia di Shiraz. L’Università di Tecnologia di Isfahan. Shahid Beheshti, uno dei più prestigiosi atenei iraniani: il suo Istituto di Ricerca Laser e Plasma distrutto. L’Università Imam Hossein (Teheran) colpita, colpiti parti del campus di Scienze e Tecnologie e del campus dell’Ospedale veterinario specializzato dell’Università di Urmia, anche le università di Mashhad, Sanandaj e Ahvaz hanno subito ingenti danni. L’ultima, il 6 aprile, l’Università Sharif di Tecnologia di Teheran, la principale scuola di ingegneria in Iran. Poi i centri di ricerca e le strutture sanitarie. L’Istituto Pasteur d’Iran, fondato nel 1920: raso al suolo. L’OMS lo ha confermato: “reso incapace di continuare a erogare servizi sanitari”. La fabbrica farmaceutica Tofigh Daru, distrutta. Esfandyar Batmanghelidj, ricercatore sulle sanzioni e fondatore del think tank Bourse & Bazaar Foundation, ha detto: “L’Iran produce il 90 per cento delle dosi di farmaci di cui ha bisogno. Aziende come Tofigh Daru producono ingredienti e precursori utilizzati per una vasta gamma di farmaci nazionali. L’unico motivo per colpire questo obiettivo è limitare la produzione di medicinali in Iran”. Il giorno dopo, un secondo stabilimento farmaceutico, Daro Bakhsh Pharmaceutical Factory (Teheran). In totale, secondo il viceministro della Salute iraniano, oltre 190 strutture sanitarie colpite. Il Gandhi Hospital nel nord di Teheran è stato danneggiato, l’ospedale Khatam al-Anbiya, l’ospedale Motahari (grandi ustionati), l’ospedale Valiasr (Teheran) colpiti, l’ospedale Delaram Sina (psichiatrico, Teheran) ha subito danni significativi, l’ospedale Imam Ali (Andimeshk, Khuzestan) danneggiato, l’ospedale Persian Gulf Martyrs (Bushehr) è stato messo fuori servizio. 21 centri di emergenza medica sono stati danneggiati in tutto il paese e un magazzino della Mezzaluna Rossa è stato direttamente preso di mira, con la distruzione di contenitori di soccorso, due autobus e altri veicoli di emergenza. E poi il patrimonio dell’umanità. Oltre 131 siti storici e culturali colpiti. A Teheran: il Palazzo Golestan – la “Versailles persiana”, come l’ha definita l’UNESCO – con la sala degli specchi in frantumi. Il grande Bazaar è stato danneggiato negli attacchi. Si tratta di molto più di un centro commerciale: è una rete urbana vivente che intreccia commercio, vita religiosa e interazione sociale, con un ruolo storico cruciale. Palazzo del Marmo (Kakh-e Marmar), Casa Teymourtash, Complesso di Saadabad danneggiati. Isfahan: Piazza Naqsh-e Jahan (Patrimonio UNESCO, era Safavide), danneggiata dai bombardamenti, il Palazzo Chehel Sotoun (delle Quaranta Colonne), con un affresco di quattrocento anni spaccato a metà. Palazzo Ali Qapu (Patrimonio UNESCO, era Safavide), danneggiato, Masjed-e Jame (Moschea del Venerdì, Patrimonio UNESCO, la più antica moschea del venerdì d’Iran), un’onda d’urto ha fatto precipitare a terra le iconiche piastrelle turchesi, e i pannelli calligrafici sono stati spostati e distrutti, insieme a danni nell’area del minareto storico. Il Grande Bazaar (Patrimonio UNESCO, era Safavide), colpito nei raid. Masjid-e-Atiq (grande moschea congregazionale, VIII sec., era abbaside) una delle più grandi moschee congregazionali dell’Iran, la cui prima costruzione risale all’VIII secolo sotto il califfo abbaside Al-Mansur. Buyidi, Selgiuchidi, Safavidi e Qajar l’hanno ampliata e rifinita nei secoli, un palinsesto storico unico è stato danneggiato. Le grotte preistoriche della Valle di Khorramabad – testimonianze della presenza umana 63.000 anni fa – fratturate. L’UNESCO aveva comunicato le coordinate di tutti i siti prima degli attacchi. Non è servito a nulla. Poi: Castello di Falak-ol-Aflak a Khorramabad – Lorestan. Palazzo Asef Vaziri, Palazzo Salar Saeed, Palazzo Khosroabad a Sanandaj. Le aree storiche urbane di Qom, Tabriz, Shiraz hanno anch’esse subito danni. A queste si aggiunge che 48 musei in tutto il paese hanno subito danni, con collezioni e spazi espositivi colpiti. Più di cento esperti di diritto internazionale statunitensi – professori di Yale, NYU, Harvard, ex consiglieri legali del governo e delle forze armate – hanno firmato una lettera: “L’attacco è una chiara violazione della Carta delle Nazioni Unite. La condotta della guerra solleva seri interrogativi su potenziali crimini di guerra”. La Missione indipendente dell’ONU parla già di atti che “possono configurare crimini contro l’umanità“. Non è una guerra. È un programma di cancellazione. Colpire le scuole significa colpire la memoria futura. Colpire i laboratori significa colpire la capacità di guarire. Colpire i siti archeologici significa colpire le radici di un popolo. Colpire le università significa colpire la possibilità stessa di un paese di rialzarsi. Trump lo ha detto esplicitamente. E lo sta facendo. Il silenzio dell’Europa è complicità. -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Il più grande furto nucleare della storia. Fallito -------------------------------------------------------------------------------- > Un movimento oceanico -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Morte e distruzione proviene da Comune-info.
April 7, 2026
Comune-info
Sentinelle di frontiera: la sfida globale del personale sanitario moderno
Oggi operare in ambito sanitario significa abitare una “frontiera” costante, anche all’interno di un piccolo presidio di provincia. La globalizzazione non è più un concetto astratto o lontano: entra in reparto e in ambulatorio ogni volta che accogliamo un paziente che ha viaggiato, che è migrato o che porta con sé una cultura della cura diversa dalla nostra. In questo scenario, la nostra missione collettiva si evolve, trasformandoci nei pilastri di una medicina internazionale e interculturale necessaria e urgente. > La prima consapevolezza da acquisire è che la salute non ha più confini. Un > virus che parte da un mercato dall’altra parte del globo può raggiungere una > sala d’attesa in meno di 24 ore, il tempo di un volo di linea. Questo trasforma radicalmente il ruolo delle professioniste e dei professionisti della salute: non siamo solo erogatori di prestazioni, ma vere e proprie sentinelle epidemiologiche. La nostra capacità collegiale di osservazione – notare una febbre insolita, un rash cutaneo particolare o, banalmente, l’accuratezza nell’indagare la storia del viaggio – può fare la differenza tra la gestione di un caso isolato e l’esplosione di un focolaio. Nella pratica della medicina internazionale abbiamo appreso che il dolore, il parto e la morte non vengono vissuti allo stesso modo ovunque. Esistono culture in cui il dolore si esprime attraverso il grido e altre in cui il silenzio è l’unico segno di dignità ammesso. In questo contesto, lo strumento più potente a disposizione del personale sanitario non è solo la tecnologia diagnostica, ma l’empatia culturale. Senza la comprensione del modo in cui il paziente percepisce la propria malattia, il legame di fiducia si spezza. E senza fiducia, l’aderenza terapeutica (compliance) svanisce: la o il paziente non seguirà le prescrizioni, non adotterà i corretti stili di vita e tornerà in ospedale dopo pochi giorni. Il rispetto delle tradizioni è, a tutti gli effetti, un atto clinico. La medicina internazionale ci pone pertanto di fronte a una realtà cruda: la salute resta un lusso per troppi. Molte patologie che incontriamo – come la tubercolosi o alcune parassitosi – sono indissolubilmente legate alla povertà e all’emarginazione. Spesso la o il paziente arriva tardi all’osservazione sanitaria per timore, per mancanza di documenti o perché percepisce il sistema ospedaliero come un luogo di autorità burocratica piuttosto che di accoglienza. Qui il personale sanitario diventa un ponte. Spetta a noi rassicurare e ribadire, attraverso ogni atto di cura, che la salute è un diritto universale, garantito a ogni essere umano indipendentemente dal passaporto che stringe in mano. Dobbiamo pertanto abituarci a trattare patologie che un tempo apparivano solo sui testi di medicina tropicale. Con il mutamento climatico, vettori come le zanzare che trasmettono la Dengue o il virus West Nile sono ormai “cittadini europei”. > La sanità moderna deve oggi abbracciare la visione One Health: la > consapevolezza che non possiamo essere sani in un pianeta malato. Capire come > l’ambiente influenzi la salute dell’essere umano è ormai parte integrante del > bagaglio di ogni operatrice e di ogni operatore. L’invito è quello di non guardare mai al paziente straniero come a una “complicanza” tecnica o linguistica, ma come a un’opportunità per espandere la propria professionalità. Ogni storia clinica diversa è una lezione che nessun manuale può offrire. Siamo tutte professioniste e tutti professionisti della prossimità. Sebbene le competenze tecniche siano fondamentali, è la capacità di guardare la persona nella sua interezza a fare la differenza. In un mondo interconnesso, questo approccio salva la vita tanto quanto il farmaco più innovativo. La copertina è di Serenakoi (Pexels) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Sentinelle di frontiera: la sfida globale del personale sanitario moderno proviene da DINAMOpress.
April 7, 2026
DINAMOpress
Il più grande furto nucleare della storia. Fallito
LE ULTIME CONTRADDIZIONI EMERSE NELLE RICOSTRUZIONI DIFFUSE DAL PENTAGONO MOSTRANO CHE SIAMO PROBABILMENTE DI FRONTE A QUALCOSA SENZA PRECEDENTI: UN TENTATIVO STATUNITENSE DI COMPIERE IL PIÙ GRANDE FURTO NUCLEARE DELLA STORIA, ORGANIZZATO USANDO COME COPERTURA IL SALVATAGGIO DI UN PILOTA, E FALLITO IN MODO CATASTROFICO SU UNA PISTA ABBANDONATA CON MORTI NON DICHIARATI E NOMI DI SOLDATI CHE IL PENTAGONO SI RIFIUTA DI RICONOSCERE O SMENTIRE Foto di Vishu Joo su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Proviamo a raccontare questa storia dall’inizio, seguendo non le dichiarazioni ufficiali ma la geografia. Perché la geografia non mente. Un F-15E statunitense viene abbattuto sopra l’Iran. I due membri dell’equipaggio si eiettano nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, nel sud-ovest del paese. Fin qui tutto chiaro. Poi succede qualcosa che non torna. I C-130 Usa – aerei da trasporto pesante, non da combattimento, non da salvataggio – vengono trovati distrutti su una pista abbandonata alle porte di Isfahan. Nel centro-nord dell’Iran. A oltre duecento chilometri dal punto in cui il pilota era nascosto. Duecento chilometri nella direzione sbagliata, verso l’interno del paese nemico, non verso il Golfo e la salvezza. A 35 chilometri da quella pista c’è il sito nucleare di Isfahan, dove sono stoccati circa 450 chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento materiale sufficiente, ulteriormente raffinato, per una dozzina di bombe atomiche. Non è un’ipotesi. Lo ha confermato il direttore generale dell’AIEA. Lo ha confermato il Direttore dell’Intelligence nazionale americana, che il 19 marzo ha dichiarato al Congresso di avere “alta fiducia” nella localizzazione esatta delle riserve iraniane. Washington sapeva dove fosse l’uranio. A 35 chilometri dalla pista dove sono stati trovati i C-130. I C-130 sono aerei cargo. Trasportano carichi pesanti. L’uranio iraniano è stoccato in contenitori di piombo da 10-20 chilogrammi ciascuno: compatti, trasportabili, caricabili su un C-130. Gli esperti che hanno analizzato un’ipotetica operazione di estrazione hanno scritto che richiederebbe esattamente questo: piste di atterraggio costruite vicino ai siti, aerei cargo pesanti, centinaia di forze speciali a fare da perimetro di sicurezza. Le immagini satellitari Airbus, citate dalla CNN, mostrano 28 crateri di 9 metri ciascuno lungo le strade della provincia di Isfahan. Non vicino al pilota. Vicino ai C-130. Vicino al sito nucleare. Erano lì per bloccare l’accesso iraniano a qualcosa che stava succedendo in quella zona. Ma cosa? Trump aveva detto pubblicamente, settimane prima, di voler “esfiltrare” l’uranio iraniano. I generali gli avevano detto che era impossibile. Li aveva licenziati. La tv iraniana ha mostrato oggi pomeriggio militari dei Pasdaran che ispezionano i rottami dei C-130 e trovano documenti. Tra questi, la carta d’identità di una certa Amanda M. Ryder, Maggiore dell’US Air Force, con un permesso di soggiorno israeliano visto turistico B2, scaduto il 20 marzo 2026. Un ufficiale statunitense con un visto turistico israeliano, sul sito di un C-130 distrutto a 35 chilometri dal sito nucleare di Isfahan. Il Pentagono, interrogato su questo, non ha risposto. Non ha risposto nemmeno sull’identità del pilota “salvato”, che non è mai apparso in pubblico, non ha un nome ufficiale, non ha una fotografia. Poi c’è il dettaglio più brutale di tutti: all’interno dei rottami del C-130 si vedono resti umani carbonizzati. Un’autodistruzione controllata – la procedura che il Pentagono dice di aver eseguito – prevede che il personale evacui prima di far saltare il mezzo. Se c’è un corpo dentro, significa che qualcuno non è uscito. Significa che Trump ha mentito quando ha detto “nessun americano ferito o ucciso”. Il ministero degli Esteri iraniano, con la cautela diplomatica di chi ha ancora negoziati aperti, ha detto che l’operazione “potrebbe essere stata” una copertura per rubare l’uranio. Non lo ha urlato. Lo ha sussurrato. Ed è precisamente questo sussurro calibrato – non un’accusa urlata ma una domanda posta con le prove in mano – che dovrebbe far riflettere. Il portavoce Baghaei ha posto una domanda semplice e ancora senza risposta: se il pilota era nel sud-ovest, perché le vostre forze speciali, i vostri elicotteri, i vostri aerei da trasporto erano a Isfahan? L’Iran chiama questo evento la “seconda Tabas” riferimento al disastro del 1980, quando Carter tentò di liberare gli ostaggi in Iran e finì con elicotteri bruciati nel deserto e otto soldati morti. Allora come oggi: aerei statunitensi distrutti in territorio iraniano, morti non contati, narrativa ufficiale in pezzi. La differenza è che nel 1980 nessuno stava cercando di portare via materiale nucleare. Se tutto questo è vero – e le contraddizioni geografiche, logistiche e umane sono difficili da spiegare altrimenti – siamo di fronte a qualcosa senza precedenti: un tentativo statunitense di compiere il più grande furto nucleare della storia, organizzato usando come copertura il salvataggio di un pilota, e fallito in modo catastrofico su una pista abbandonata a Isfahan, con morti non dichiarati e un nome su un documento – Amanda M. Ryder – che il Pentagono si rifiuta di riconoscere o smentire. Le domande sono sul tavolo. Le risposte, per ora, sono nei rottami bruciati di due C-130 in un deserto iraniano. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MASSIMO DE ANGELIS: > L’incertezza al comando -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il più grande furto nucleare della storia. Fallito proviene da Comune-info.
April 6, 2026
Comune-info
I popoli e le guerre
DA DECENNI LE COMUNITÀ INDIGENE, NERE E CONTADINE DELL’AMERICA LATINA SI AUTO-ORGANIZZANO DAL BASSO, TRASFORMANDO IL LORO MONDO E LE LORO RELAZIONI SOCIALI SENZA PENSARE DI IMPADRONIRSI DELLO STATO. È DA LORO CHE POSSIAMO IMPARARE MOLTO IN QUESTA LUNGA TORMENTA GLOBALE CHE CI HA TRAVOLTO. L’ILLUSIONE CHE PRENDENDO IN MANO LO STATO SI POSSANO PRODURRE CAMBIAMENTI IN PROFONDITÀ È DIFFICILE DA METTERE IN DISCUSSIONE. EPPURE, DOBBIAMO PRENDERE ATTO, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, CHE «NON ESISTONO E NON POSSONO ESISTERE STATI RIVOLUZIONARI, PERCHÉ SONO APPARATI CREATI PER IL CONTROLLO E L’OPPRESSIONE DELLE POPOLAZIONI, CON LE LORO FORZE ARMATE E DI POLIZIA, IL LORO APPARATO DI GIUSTIZIA E I LORO MECCANISMI DI “EDUCAZIONE” DELLA POPOLAZIONE…» Numerose comunità afrodiscendenti da decenni custodiscono in modo straordinario gli ecosistemi tropicali di diversi angoli dell’America latina: la vita quotidiana e le lotte sono portate avanti senza aver preso alcun potere. Foto di Ronald Gonzáles pubblicata su Desinformemonos -------------------------------------------------------------------------------- Nella tradizione dei movimenti rivoluzionari, si distingueva tra guerre tra Stati e guerre contro classi e popoli oppressi. Questa era la posizione di coloro che si rifiutarono di sostenere lo sforzo bellico richiesto dalla borghesia durante la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) tra le Potenze Centrali (Impero austro-ungarico, tedesco e ottomano) e gli Alleati (Francia, Russia, Italia, Regno Unito, Stati Uniti e altre nazioni occidentali). Lenin e Trotsky rimasero soli con una manciata di internazionalisti (si diceva che potessero stare tutti in due taxi), mentre la maggior parte del movimento socialista, riunita nella Seconda Internazionale, deviò dalla rotta appoggiando i crediti di guerra. Di fronte a questo tradimento – poiché questa corrente aveva assicurato a tutti che non avrebbe mai sostenuto la guerra – il movimento si frammentò e si indebolì considerevolmente. Solo l’attivismo degli operai e dei contadini russi, e in seguito quello di altri paesi, riuscì a raddrizzare la situazione. Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, più di 20 milioni di persone dovettero morire, stipate in trincee infette sotto il comando di ufficiali spietati e crudeli. La ribellione degli operai costretti alla guerra fu fondamentale sia per il trionfo della Rivoluzione russa sia per il vasto movimento che si diffuse in tutto il continente europeo, chiedendo una pace immediata. I bolscevichi furono al centro del rifiuto della guerra, facendosi portavoce del movimento operaio e contadino. Una volta al potere, firmarono il Trattato di Brest-Litovsk, impopolare perché la Russia perse territorio, ma necessario per porre fine al massacro e mantenere le promesse di coloro che si erano presentati al Palazzo d’Inverno con gli slogan “Pace, terra e pane”. Nella seconda guerra mondiale, scoppiata nel 1939, non si seguirono gli stessi schemi, poiché fin dai tempi della Rivoluzione russa la Terza Internazionale promuoveva la “difesa della patria sovietica” contro l’aggressione nazista, o contro qualsiasi nemico esterno o interno. Difendere l’URSS era sinonimo di difendere uno Stato che aveva assassinato milioni di contadini e centinaia di migliaia di operai comunisti. Secondo gli standard odierni, dovremmo definirlo uno Stato genocida. Questo profondo cambiamento ha avuto conseguenze durature per i movimenti rivoluzionari, che perdurano ancora oggi. Una di queste è la difficoltà di distinguere tra popoli e governi o Stati. Difendere il popolo è un principio fondamentale per chiunque si consideri di sinistra, ma oggi queste categorie sono intrappolate in una sorta di confusione che offusca ogni distinzione. Abbiamo sempre difeso il popolo vietnamita, attaccato dall’imperialismo yankee, con lo stesso fervore con cui sosteniamo il popolo cubano o ucraino, attaccati dalle rispettive potenze imperialiste. Da questo momento in poi, la sinistra e il pensiero critico ufficiale hanno affinato le proprie argomentazioni, affermando che gli Stati Uniti non sono uguali alla Russia o alla Cina, sostenendo che questi non sono imperialisti o, quantomeno, non altrettanto ostili quanto gli yankee. Possiamo affermare che le “rivoluzioni trionfanti” hanno smussato gli spigoli più aspri del pensiero critico fino a renderlo irriconoscibile a causa del suo zelo statalista. Ondate di mobilitazione popolare si sono abbattute contro stati e governi progressisti, come dimostrano le impressionanti rivolte in Cile, Ecuador e Colombia dal 2019. L’energia collettiva del popolo viene neutralizzata da governi e partiti che lavorano per rafforzare i propri stati-nazione. Il danno causato dalla svolta sovietica verso la difesa dello stato è così profondo e duraturo che lo spirito ribelle popolare non riesce più a immaginare un orizzonte al di là delle istituzioni che lo opprimono. A questo punto, le rivoluzioni che seguirono la Rivoluzione russa non riuscirono a modificare il loro atteggiamento nei confronti dello Stato e, quando hanno vinto, hanno ripetuto più o meno le stesse argomentazioni dei bolscevichi. Qualcuno potrà obiettare, se non sarà necessario difendere governi e stati che si dicono rivoluzionari. Capisco che si tratta di un dibattito necessario ma quasi marginale nella realtà attuale. La mia opinione è che non esistono e non possono esistere stati rivoluzionari, perché sono apparati creati per il controllo e l’oppressione delle popolazioni, con le loro forze armate e di polizia, il loro apparato di giustizia e i loro meccanismi di “educazione” della popolazione. Essere un rivoluzionario, come già accennava il capitán Marcos, significa essere un professionista nell’impadronirsi del potere statale. “Un rivoluzionario intende fondamentalmente trasformare le cose dall’alto, non dal basso, al contrario del ribelle sociale”. Difficile da accettare. Ma non è forse la logica della ribellione sociale proprio ciò che le comunità indigene, nere e contadine di questo continente hanno praticato, organizzandosi dal basso, trasformando il loro mondo senza pensare di impadronirsi dello stato? Come sempre, non c’è niente come imparare dai popoli, seguendo i loro passi e lasciando che la vita collettiva faccia il suo lavoro trasformando il dolore in speranza. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I popoli e le guerre proviene da Comune-info.
April 4, 2026
Comune-info
L’incertezza al comando
QUELLO CHE GLI USA DI TRUMP FANNO E DICONO NON È SOLO ORRIBILE, MA QUASI SEMPRE CONTRADDITTORIO. CERTO, GLI USA HANNO MENO POTERE GLOBALE DI UN TEMPO. MA È ALTRETTANTO CERTO CHE NON È LA PRIMA VOLTA CHE ANNUNCI DI GUERRA O DI SVOLTE GEOPOLITICHE SERVONO IN REALTÀ A MUOVERE I MERCATI. LA NOVITÀ ORA È CHE LA CONTRADDIZIONE È DIVENTATA LA LEVA SISTEMATICA DI OSCILLAZIONE: L’INCERTEZZA NON È DUNQUE SOLO GESTITA, MA PRODOTTA E SFRUTTATA IN TEMPO REALE PER FARE SOLDI. SCRIVE MASSIMO DE ANGELIS: «IL PROBLEMA, ALLORA, NON È SOLO SMASCHERARE IL FAKE, MA CAPIRE COME SOTTRARSI, ALMENO IN PARTE, A QUESTO CIRCUITO. E QUESTA È GIÀ UNA QUESTIONE POLITICA CONCRETA: RICOSTRUIRE SPAZI DI VITA E COOPERAZIONE CHE NON SIANO CONTINUAMENTE ESPOSTI A QUESTE OSCILLAZIONI, DOVE LA RIPRODUZIONE DELLA VITA POSSA RIACQUISTARE UNA PROPRIA AUTONOMIA RISPETTO ALLA VOLATILITÀ DEL COMANDO…» Sudario per Gaza al Mulino di comunità della Casa delle agricoltura di Castiglione d’Otranto (maggio 2025). Da sette anni, in Salento c’è un mulino che è al tempo stesso un luogo di ricerca e di condivisione, dove qualsiasi piccolo produttore può utilizzare le macine a pietra, scambiare semi, proteggere grani antichi, produrre farine bio a prezzi equi, sperimentare margini di autonomia – come fanno su altri versanti anche le comunità energetiche, i Gruppi di acquisto solidale, le Mag-Mutue di autogestione… – dentro un sistema che tende invece a negarli -------------------------------------------------------------------------------- In questi giorni Donald Trump sta sostenendo, allo stesso tempo, di aver già vinto la guerra, di starla vincendo ora, di aver bisogno di aiuto per vincerla e, insieme, di non aver bisogno di alcun aiuto. Tutto questo per distruggere un programma nucleare che, a suo dire, aveva già distrutto l’anno scorso. A ciò aggiunge che serve un deal, senza il quale la guerra non può finire, salvo poi dichiarare che gli Stati Uniti potrebbero uscirne comunque tra poche settimane, anche senza accordo. A ogni dichiarazione i mercati salgono o scendono. E il sospetto è evidente: Trump ha trovato il meccanismo perfetto per fare soldi — lui e la sua cricca — sapendo in anticipo cosa verrà detto alla prossima conferenza stampa. Non è la prima volta che annunci di guerra o di svolte geopolitiche muovono i mercati — è successo molte volte nella storia — ma qui la novità è che la contraddizione stessa del discorso diventa leva sistematica di oscillazione: una forma di crisiscraft comunicativo in cui l’incertezza non è solo gestita, ma prodotta e sfruttata in tempo reale. E qui il punto si radicalizza: in un contesto del genere, ogni dichiarazione tende a funzionare come fake, anche quando è “vera”. Non perché sia necessariamente falsa in senso fattuale, ma perché il suo valore di verità è subordinato alla sua funzione performativa nelle oscillazioni, diventa un segnale più che un contenuto. In questo senso, la distinzione tra vero e falso slitta verso un regime in cui, direbbe Michel Foucault, la verità è inseparabile dai dispositivi di potere che la producono: non è ciò che corrisponde ai fatti, ma ciò che opera efficacemente dentro un campo di forze. Qui la “fake news” non è più l’eccezione patologica, ma la forma normale di un discorso che organizza mercati, guerra e aspettative attraverso la gestione strategica dell’incertezza. Valorizzazione, riproduzione e rischio sistemico Il punto chiave è che questa gestione attiva dell’incertezza è una risorsa sistemica per il capitale. Non solo perché consente agli insider di trarne profitto, ma perché alimenta la volatilità — materia prima della finanza — disciplina i comportamenti dal basso, e giustifica interventi eccezionali che riallineano il sistema senza metterne in discussione le gerarchie. L’incertezza, in questo senso, non è disfunzione: è strumento di governo. Ma proprio qui emergono i rischi. Se ogni enunciato è insieme vero e falso a seconda della sua funzione, la fiducia si deteriora. Gli attori — investitori, imprese, governi, ma anche famiglie — smettono di reagire alle informazioni e iniziano a reagire alla loro presunta manipolazione: gli investitori vendono per paura che il segnale sia “gonfiato”, le imprese rinviano investimenti perché non si fidano delle prospettive, i governi accumulano scorte o alzano barriere in via precauzionale, le famiglie riducono i consumi o si indebitano in modo difensivo. Si aprono così dinamiche di panico, fuga o paralisi. La produzione di incertezza rischia allora di oltrepassare una soglia: da strumento di regolazione diventa fattore di disintegrazione. In altre parole, nel breve periodo ciò che alimenta la valorizzazione — soprattutto in alcuni settori specifici come armamenti, energia (dove spesso si tratta di rendite legate ai prezzi) e finanza — può trarre profitto dalla volatilità; ma nel medio-lungo periodo questa stessa dinamica finisce per erodere le condizioni della riproduzione, sia del capitale nel suo insieme (che richiede un minimo di affidabilità per investire e coordinarsi), sia soprattutto della riproduzione sociale, cioè la capacità concreta di organizzare e sostenere la vita. E noi, dentro tutto questo, non siamo spettatori. Siamo corpi che assorbono e metabolizzano queste oscillazioni: nei prezzi che paghiamo, nell’energia che consumiamo, nelle scelte quotidiane che dobbiamo continuamente riadattare. La volatilità che genera profitto in alto si traduce in instabilità della riproduzione sociale in basso. Ma c’è di più. In questo regime, diventiamo anche co-produttori involontari di quel circuito: reagendo, condividendo, cercando di anticipare la prossima mossa, adattandoci a segnali instabili. È così che il potere — ancora con Michel Foucault — non si limita a imporre verità, ma organizza le condizioni in cui noi stessi le produciamo e le facciamo circolare. Il problema, allora, non è solo smascherare il “fake”, ma capire come sottrarsi — almeno in parte — a questo circuito. E questa è già una questione politica concreta: ricostruire spazi di vita e cooperazione che non siano continuamente esposti a queste oscillazioni, dove la riproduzione della vita possa riacquistare una propria autonomia rispetto alla volatilità del comando. Una nuova normalità nella forma del comando? A partire da queste dinamiche, si può leggere quella che appare come “metodologia trumpiana” non semplicemente come uno stile personale, ma come un possibile salto di soglia nel modo in cui il comando governa la variabilità del sistema. Non si tratta più — o non solo — di ridurre l’incertezza per stabilizzare, ma di produrla e modularla attivamente per orientare comportamenti, aspettative e flussi di valore. In questo senso, la contraddizione comunicativa non è rumore, ma strumento: una forma di crisiscraft che opera direttamente sul terreno della valorizzazione e della coordinazione sociale. Questo apre una domanda decisiva: si tratta di una parentesi legata a una figura specifica, o di una modalità destinata a sedimentarsi oltre e dopo Donald Trump come tratto della governance capitalistica? La questione non è secondaria, perché ciò che qui si intravede è un possibile spostamento del regime di regolazione: da una legittimità fondata su coerenza, previsione e compromesso, a una legittimità fondata sulla capacità di navigare — e produrre — instabilità. In questo senso, per quanto distruttivo possa apparire, questo metodo possiede una sua razionalità sistemica. Di fronte a contraddizioni sempre più difficili da comporre in forma “progressista” — entro i vincoli stessi dell’accumulazione capitalistica — come le diseguaglianze globali, la crisi ecologica e la saturazione dei circuiti di valorizzazione, la produzione e gestione dell’incertezza diventa una modalità di governo della complessità eccedente. Ma proprio qui sta il limite di questa razionalità: nel momento in cui l’incertezza diventa principio ordinatore, cresce il rischio che il sistema perda la capacità di coordinarsi e riprodursi su basi stabili. È una strategia che può funzionare come adattamento alla crisi, ma che tende anche ad approfondirla, spingendo sempre più oltre la soglia tra regolazione e disintegrazione. Resta allora aperta la domanda — che è insieme analitica e politica — se questo passaggio rappresenti una fase transitoria o l’emergere di una nuova normalità del comando, in cui la gestione attiva della crisi e della variabilità diventa il modo ordinario di governare il capitalismo contemporaneo a fronte delle profonde crisi della riproduzione sociale che il capitalismo, in quanto tale, non può risolvere. In questo senso, la domanda su Trump — se rappresenti un’eccezione o un anticipo — torna a essere immediatamente pratica. Se questa modalità di governo dell’incertezza tende a sedimentarsi come nuova normalità del comando, allora la questione non è solo interpretarla, ma disinnescarne gli effetti sulla vita quotidiana. Non si tratta di uscire dall’incertezza in astratto, ma di riconfigurare i circuiti della riproduzione in modo che non siano integralmente esposti alla sua manipolazione: ridurre la dipendenza dai segnali instabili del mercato, rafforzare forme di cooperazione che non reagiscono in tempo reale alle oscillazioni del comando, costruire spazi in cui il valore della vita non sia continuamente tradotto in volatilità. È qui che la critica del fake incontra il terreno del commoning: non come rifugio, ma come pratica attiva di sottrazione e ricomposizione, capace di riaprire margini di autonomia dentro un sistema che tende invece a chiuderli. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Create due, tre, molte arche -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’incertezza al comando proviene da Comune-info.
April 3, 2026
Comune-info
Ha perso il calcio di chi può pagarselo e dei campi sintetici
C’È IL CALCIO INTRATTENIMENTO FINE A SE STESSO, IL CALCIO DELLA VITTORIA COME UNICO TEMA DI INTERESSE, IL CALCIO CHE POCHE FAMIGLIE POSSONO PERMETTERSI DI PAGARE A BAMBINI E BAMBINE. È PRIMA DI TUTTO IL CALCIO DEI CAMPI SINTETICI SEMPRE PIÙ COSTOSI DA INSTALLARE E MANTENERE, OSPITATI IN CENTRI SPORTIVI CHIUSI E SEPARATI DALLA CITTÀ E DAI QUARTIERI. “SE NON PROVIAMO IN QUALCHE MODO A RIMETTERE MANO ANCHE A QUESTO NODO, URBANISTICO, ECONOMICO, SOCIALE – SCRIVE GIOVANNI CASTAGNO, INSEGNANTE, TRA I PROMOTORI ESQUILINO FC DI ROMA, SQUADRA NATA ALL’INTERNO DELL’ESPERIENZA DELLA SCUOLA APERTA PARTECIPATA DI DONATO DI ROMA – CON PROPOSTE SERIE, IN TOTALE DISCONTINUITÀ CON QUELLO CHE È STATO FATTO NEGLI ULTIMI DECENNI NON SOLO RISCHIEREMO DI ASSISTERE A ULTERIORI DISFATTE DEL NOSTRO CALCIO D’ÉLITES, IL CHE, SAREBBE IL MINORE DI MALI, MA A VIVERE IN CITTÀ SEMPRE PIÙ BRUTTE E INOSPITALI. E QUESTO FORSE SÌ, POSSIAMO PROVARE INSIEME A EVITARLO…” -------------------------------------------------------------------------------- Foto Esquilino FC di Roma, squadra nata all’interno dell’esperienza della Scuola aperta partecipata della Di Donato/Manin -------------------------------------------------------------------------------- “Lo vogliamo dire che non è più possibile che una famiglia debba pagare 1.000 euro all’anno per iscrivere un figlio alla scuola calcio? Ma se ne ha tre come fa?” Così Fabio Caressa. In quell’abbastanza vetusto e superato salottino su Sky in cui, sei uomini appassionati di calcio, giornalisti sportivi ed ex calciatori, dal discusso Di Canio, a Bergomi, a Marchegiani passano la loro domenica sera o le serate delle partite di coppa campioni. È una trasmissione che non vedo mai perché rimette in scena settimanalmente quell’ormai superato rituale del maschio italiano che discute di calcio come fosse una cosa seria, andando avanti per ore, commentando fino agli aspetti più microscopici un fallo o un gesto tecnico. Non ci sono donne, se non quando si tratta di menzionare il messaggio di un ascoltatore, uomo. O di riportare la dichiarazione di un altro addetto ai lavori, uomo, che ai microfoni di un’altra testata ha rilasciato una “importante” dichiarazione, quasi sempre a un altro uomo. Ma all’indomani della disfatta (ennesima) azzurra, mentre navigavo su youtube senza particolari scopi, me lo sono ritrovato proposto dalla mia profilazione, dopo che avevo visto un frammento della conferenza stampa del presidente della Figc, Gabriele Gravina, curioso di scoprire quali rocambolesche e funamboliche trovate avrebbe condiviso con la stampa. Ecco. Prima di entrare nel merito di un argomento che mi sta chiaramente a cuore visto il lavoro che svolgo. Fermiamoci un attimo sul “circo mediatico”. Una parte del problema risiede sicuramente qui, nella narrazione che i media nel nostro paese fanno del calcio, nell’arretratezza dei contenuti, dei modi, degli stili che si continuano ad adottare rispetto ad altri paesi dove pure è vero che esistono contraddizioni, ma il quadro appare sicuramente meno sconfortante. Il “circo mediatico” che, questo non da ieri, dai Biscardi ai pendolini di Maurizio Mosca, passando per le Domeniche sportive di Pecci e Panatta (almeno un po’ più ironico e divertente) Italo Cucci o Zazzeroni, con derive nel passato forse ancora peggiori di queste dell’epoca “interessante” per dirla con Zizek che ci sta toccando in sorte, ha accompagnato le vicende di questo sport alimentando un vuoto siderale di cultura, di riflessione, di proposte etiche e valoriali. Esempi virtuosi se ne trovano pochissimi, certo, ma se paragoniamo, pur nella diseducativa proposta sportiva televisiva programmi come “il processo alla tappa” di Sergio Zavoli, a queste ridicole formule, magari non sguaiate, ma di un vuoto culturale cosmico, in confronto appunto a esempi di programmi che invece davano un senso più profondo, più umano, all’impresa sportiva come quella del ciclismo, ci rendiamo conto del essere di fronte a un problema culturale profondissimo. Generazioni intere di appassionati si sono nutriti e continuano a nutrirsi di contenuti propri di un’ideologia che fa dell’intrattenimento fine a se stesso il proprio principale motore. Della vittoria l’unico tema di interesse. Del risultato sportivo l’unico totem sul quale sacrificare tutto il resto. Della polemica arbitrale la ragione principale di esistere. Quando però, come l’altra sera, di torti arbitrali non si può parlare (per la verità in occasione della partita un pochino qualcuno ha anche tentato di farlo) di vittoria neppure, perché arriva l’ennesima delusione, si è messi di fronte a problemi che per anni si è fatto finta di non vedere cercando di concentrare l’attenzione solo ed esclusivamente sugli aspetti più superficiali del fenomeno sportivo, eliminando tutto il resto. D’altronde non è forse questo il paese in cui si fanno dimettere sottosegretari condannati solo per nascondere la sconfitta a un referendum che si era convinti di vincere? E il calcio per certi versi incarna perfettamente questi vizi di cui il potere, alle nostre latitudini, mostra di fare una fatica enorme a liberarsi. Ma la Storia ha pronte spesso svolte che non si vuole vedere arrivare. Ed è possibile che oggi ci si trovi di fronte a una di queste. Vedremo. Intanto, da appassionati, ma anche da osservatori di fenomeni complessi, come il calcio, siamo consapevoli che i problemi di questo sport che in parte hanno condotto agli insuccessi oggi sotto gli occhi di tutti dipendono da scelte politiche, economiche, sociali che hanno ricadute molto più grandi di quelle esclusivamente sportive. Cosa scopriamo oggi secondo commentatori e giornalisti? Cosa si sente dire oggi chi si occupa di calcio, chi ne è appassionato, chi allena o semplicemente gioca o fa giocare i propri figli in una scuola calcio? Scopre che sotto i propri occhi stavano emergendo contraddizioni insanabili. Su tutte e con aspetti sfaccettati di cui fino alla disfatta era raro sentirsi lamentare quella economica. I costi che oggi vanno sostenuti per giocare al calcio non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli di chi come me ha cominciato a giocare nelle prime scuole calcio che si affacciavano timidamente alla fine degli anni Settanta all’orizzonte, in un sistema-calcio ancora in buona misura egemonizzato da strada, oratori e campetti. Convinti che un’ampia fascia della popolazione non abbia difficoltà a sostenere quella spesa non molti non hanno pensato come invece fosse ancora grande la fascia di quelli per cui è impossibile. Per esempio molte famiglie straniere. Di fatto la stragrande maggioranza delle squadre di calcio giovanile è composta esclusivamente da italiani. Quindi, come per quanto riguarda il materiale, iscriversi è un sacrificio troppo grande per molte famiglie. La conseguenza indiretta è aver favorito un clima di aspettative eccessive, di desideri eccessivi che intossicano il clima del calcio giovanile e lo avvelenano spingendo molti a lasciare e quelli che continuano a investire molte più energie di quanto non si facesse prima nel percorso sportivo pur di arrivare più avanti possibile. Anche tralasciando le ricadute psicologiche e sociali prodotte dal drop-out dei giovani atleti che lasciano perdere perché non riescono a sottostare a queste logiche ci rendiamo conto che è ormai diffusissima la pratica di pagare una squadra perché il proprio figlio abbia una opportunità in più e possa proseguire nonostante non sempre il suo rendimento sembri essere all’altezza delle richieste strettamente sportive? Ma la diffusione capillare e precocissima del calcio attraverso la disseminazione di centri specializzati – centri sportivi chiusi e separati dalla città e dai quartieri – dove oggi si allarga la proposta addirittura a bambini che non hanno ancora compiuto cinque anni, dove si sono convinti genitori e famiglie bisognose di attività per i propri bambini a iscriverli così piccoli, è un fenomeno ancora più perverso. Contiene al suo interno un processo di espulsione dallo spazio pubblico e di reclusione in quello privato del calcio, che nonostante la diffusione di testi sulle metropoli contemporanee, da Mike Davis a David Harvey, non si è abbastanza ragionato. Uno sport come il calcio non può vivere, in termini di popolarità, sia nell’accento simbolico, che in quello materiale, cioè della sua diffusione, se lo si rinchiude. Se si spezza il circuito virtuoso, agonismo-campetto, campetto-agonismo. E le nostre città sono ormai concepite, poiché sottoposte a una divisione rigida del lavoro e degli spazi, a un processo di valorizzazione della rendita finanziaria feroce e inarrestabile. A meccanismi per i quali gli spazi di cui ha bisogno il calcio non sono tollerabili. Non sono possibili. Se noi non cogliamo questo elemento fondamentale non comprendiamo nulla di quanto non stia succedendo in questo momento nel nostro paese. E non comprendiamo neanche, vittime di un provincialismo arrogante e presuntuoso, che il capitalismo stesso assume forme diverse e sa rispondere alle proprie contraddizioni evitando di avvitarsi in spirali di crisi poi irreversibili nelle maggiori metropoli del pianeta. Città come New York, Parigi, Londra, Madrid, Barcellona, non sono meno di Roma o di Milano, sottoposte alla morsa di fenomeni transnazionali potentissimi, eppure hanno saputo trovare dei contrappesi, adottare delle misure che ponessero rimedio a ricadute che altrimenti avrebbero determinato conseguenze dal punto di vista sociale assai pericolose per la sopravvivenza del sistema stesso. Qui da noi invece, almeno da trent’anni, a fronte di una incapacità del sistema di redistribuire le enormi risorse generate dal calcio professionistico, società di medie e piccole dimensioni hanno dovuto adattarsi alla richiesta degli utenti di adeguarsi a terreni sintetici sempre più costosi da installare e mantenere. Per una piccola scuola calcio con uno spazio relativamente limitato a disposizione rientrare da un investimento di decine di migliaia di euro è diventato sempre più complesso. Anche in questo caso la costruzione di un immaginario distorto ha giocato un ruolo molto importante. La vecchia e polverosa pozzolana ha progressivamente trovato sempre maggiori resistenze se non un vero e proprio disprezzo da parte di chi sognava di calcare il morbido prato dell’Olimpico e si immaginava campione senza esserlo. Si è di fatto sostanzialmente affermata l’idea di sublimare quel sogno vendendo una sua versione “tarocca”, quella della contraffazione che però ha incontrato un grande favore. Il verde è lo stesso, ma tra quella vera e quella finta c’è la stessa distanza che intercorre tra un intervento in anticipo di Franco Baresi e lo scomposto takle di un Bastoni qualsiasi. Restare al parco, rimanere nello spazio pubblico, una scelta minoritaria, controcorrente, tipica di quegli irriducibili romantici che riscuotono simpatie ma ai quali tutti rapidamente voltano le spalle. Il calcio è di tutti, e anche il sogno di poterlo praticare ad alti livelli. Ma non tutti ci possono riuscire. Pensare invece di poter rivendere un pezzettino di quel sogno a tutti è stata una mossa dal punto di vista economico geniale, ma dal punto di vista culturale, sociale e ambientale terribile. Adesso immaginare di smontare le decine di campi di sintetico che si sono diffusi in giro per le nostre città velleitario. Pensare di riportare a giocare i bambini nel fango d’inferno e a sporcarsi di polvere d’estate ingenuo. Eppure se non proviamo in qualche modo a rimettere mano a questo nodo, urbanistico, economico, sociale con proposte serie, in totale discontinuità con quello che è stato fatto negli ultimi decenni non solo rischieremo di assistere a ulteriori disfatte del nostro calcio d’élites, il che, sarebbe il minore di mali, ma a vivere in città sempre più brutte e inospitali. E questo forse sì, possiamo provare insieme a evitarlo. -------------------------------------------------------------------------------- Giovanni Castagno, insegnante a Roma, da anni promuove attraverso lo sport anche progetti educativi e interculturali con l’Esquilino FC. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ha perso il calcio di chi può pagarselo e dei campi sintetici proviene da Comune-info.
April 2, 2026
Comune-info
Nuove comunità democratiche e antifasciste
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 28 marzo: corteo No Kings. Foto di Riccardo Trosi, Comune -------------------------------------------------------------------------------- Ho letto l’intervento – apparso su Comune e il manifesto – di Lea Melandri sulla maggioranza rumorosa che i partiti non hanno ascoltato. Mi sembra chiaro che il tema centrale oggi per la sinistra sia trovare nuovi spazi e metodi di confronto tra i movimenti sempre più vivaci e partecipati delle nuove generazioni e i partiti ancora segnati da ferite, errori e divisioni di cui iniziano ad essere consapevoli. È un tema che si è posto diverse volte nella storia della sinistra, ma penso che siamo di fronte ad un passaggio storico rilevante: non c’è dubbio che una parte consistente dei partiti legati alla tradizione comunista, socialista e socialdemocratica nel mondo occidentale abbiano consumato fino alle estreme conseguenze la propria identità, arrivando da una parte ad una alleanza sistemica con i poteri finanziari del capitalismo mondiale e dall’altra all’accettazione di derive illiberali e discriminatorie nel campo dei diritti civili (fino all’estremo, in alcuni paesi, del sostegno al genocidio palestinese nella guerra di Gaza). Questo ha lasciato spazio a sinistra (o quasi) a nuove formazioni ed esperimenti: alcuni di questi hanno dialogato pericolosamente con elementi di populismo mediatico e opportunista ed altri non sono riusciti ad andare oltre orizzonti locali o comunque decisamente minoritari. In questo forte disorientamento della sinistra si è aperta una voragine o una prateria, che, unita alle paure e alle solitudini dell’individualismo nella società capitalistica globale, ha permesso alla destra di radicalizzarsi con una chiara spregiudicatezza, lasciando così spazio a politiche, pratiche e ideologie che erano state a lungo escluse o tenute periferiche dalle destre dopo la seconda guerra mondiale. Nazionalismi, autoritarismi, attacchi alla magistratura, limitazioni di libertà civili, criminalizzazione di opinioni antagoniste, forme estreme di politiche securitarie, discriminazioni etniche, crescita delle spese e dei poteri militari, negazionismo delle crisi climatiche, difesa dei privilegi di oligarchie e poteri industriali sono diventati elementi normali, accettabili e in molti casi maggioritari nell’arena politica internazionale. Fino all’estrema naturale conseguenza: il ritorno della guerra. Di fronte a ciò le nuove generazioni hanno reagito: con istinto, con viscerale emozione, con ricerca profonda di un nuovo senso politico e civico, ma chiaramente anche con qualche mancanza di organizzazione ed esperienza. Questa mancanza ha reso facile per chi nei partiti della sinistra tradizionale e istituzionale ha preferito sminuire i movimenti, aspettare che si sgonfiassero, pensare che fossero marginali e non capaci di creare cambiamento, a volte anche elogiandoli ma di fatto non ascoltandoli fino in fondo. Una reazione miope, ma comprensibile perché legata alla paura di perdere consenso, di essere giudicati. Ma i movimenti non si sono fermati, neanche di fronte alle criminalizzazioni e alle persecuzioni legali che hanno subito dalle destre di governo, anzi sono cresciuti e hanno continuato ad esprimere i contenuti, le idee e i sogni più chiari, nuovi e urgenti nel mondo ingiusto e violento in cui sono e siamo immersi. Fino a diventare protagonisti e anche elettoralmente determinanti. Ora a mio avviso tocca ai partiti. Se credono nella necessità si costruire una alternativa di giustizia sociale, economica e civile che possa non solo fermare le destre, ma anche e soprattutto togliere loro lo spazio enorme delle praterie nelle quali hanno potuto dilagare, penso dovrebbero mettersi in ascolto reale, in posizione di orizzontalità e di reciprocità con le persone e le associazioni che hanno dato vita ai movimenti. Dovrebbero rinunciare alla difesa dei loro poteri che rischiano di essere sempre più minoritari e isolati, capire che la loro posizione di costante visibilità mediatica è insufficiente a garantire loro una reale tenuta del potere, e mettersi a disposizione di cambiamenti reali nei contenuti, nelle idee, nei progetti e poi anche nelle persone da candidare. D’altra parte dovrebbero essere anche le persone e le associazioni attive nei movimenti ad accettare il dialogo con i partiti, provando a slegarlo da momenti o occasioni di convenienza elettorale. Come fare? Non ho certo la bacchetta magica, voglio portare solo un contributo, un’idea. Un concetto utile, che ho provato a studiare durante la preparazione del mio film Berlinguer, La Grande Ambizione, è quello gramsciano di comunità. Provando a sintetizzarlo, per Gramsci la comunità è lo spazio sociale e culturale in cui le classi subalterne possono elaborare una propria visione del mondo, superando il “senso comune” imposto dalla classe dominante per formare e organizzare una volontà collettiva. Penso che Gramsci suggerirebbe oggi di ripartire dalla costruzione di nuove comunità democratiche e antifasciste, spazi di elaborazione delle idee espresse dai nuovi movimenti per aiutarle a diventare progetti politici di cambiamento della società, anche attraverso il confronto con esperienze e competenze di politica istituzionale. Comunità territoriali diffuse e libere, alle quali partecipino anche esponenti dei partiti non per essere eletti ma per decidere insieme come si vuole cambiare la società, l’economia, la politica. Non spazi aperti a tutti, in modo genericamente civico, ma legati a un quadro etico e ideologico chiaro: la lotta comune per una società più equa e democratica, non subalterna alle logiche del capitale e delle sue oligarchie autoritarie, radicalmente contraria alla guerra e alle violenze patriarcali e coloniali, capace di rispettare e valorizzare le diversità e irrinunciabilmente ecologica e sostenibile. Tutti orizzonti espressi con chiarezza dai nuovi movimenti, ma presenti anche nella storia dei partiti della sinistra europea, o almeno in alcuni di essa. Sono questi i principi e gli orizzonti che potrebbero essere alla base delle nuove comunità democratiche e antifasciste. Il lavoro di queste comunità porterà a individuare programmi e candidati. È un processo troppo lungo e complesso per il mondo di oggi? Forse no, se è mosso da energie, bisogni e urgenze, se è partecipato e vivo. Ed ora sembrerebbe non solo necessario, ma anche possibile. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: Una maggioranza rumorosa finora inascoltata [Lea Melandri] Vogliamo vincere. Come? [John Holloway] Questa generazione non ha nazione [Fabio Alberti] No. Alcuni pensieri condivisi dopo la vittoria del No [aa.vv.] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nuove comunità democratiche e antifasciste proviene da Comune-info.
March 31, 2026
Comune-info
Discriminazioni ed esclusione dal mondo del lavoro delle persone trans
In Italia, oltre il 57% delle persone transgender e non binarie occupate o ex-occupate ritiene che la propria identità di genere abbia costituito uno svantaggio professionale, con oltre 8 su 10 che riportano microaggressioni sul lavoro. Il 37,1% segnala un ambiente ostile e il 70% di chi subisce discriminazioni non denuncia. Questi i dati salienti sulla condizione lavorativa delle persone trans e non binarie in Italia, basati sull’indagini Istat-UNAR uscita nel 2024, con un’elaborazione dati del 2023. E al momento è una delle poche indagini che in Italia ha approfondito il tema del lavoro per le persone trans e non binarie. Il 57,1% delle persone trans e non binarie intervistate ha subito svantaggi in carriera, retribuzione o riconoscimento professionale. Il 37,1% ha vissuto un ambiente lavorativo ostile o aggressioni legate all’identità di genere.  Oltre 8 persone trans su 10 (80%+) riportano di aver subito almeno una forma di micro aggressione nel contesto lavorativo. Aggressioni, minacce e stalking colpiscono il 19% delle persone trans. Più del 70% delle persone che subiscono discriminazioni o molestie, sia persone trans e non binarie che LGB, non intraprende alcuna azione formale o denuncia, evidenziando una forte sfiducia negli strumenti di tutela.  Molte persone trans per sopravvivere ricorrono al “passing” o al “covering”, cioè non rivelano e celano la propria identità di genere, un’azione che comporta stress, isolamento e perdita di autenticità. E solo una minima parte delle imprese (circa il 3,5% – 5%) adotta misure concrete, e non obbligatorie, per l’inclusione delle persone LGBTQIA+. Anche fuori l’ambiente di lavoro il 55,2% delle persone intervistate ha subito offese online e 1 su 3 ha subito minacce, mentre il 23% ha subito aggressioni violente.  Questi dati mostrano un sistema in cui la discriminazione lavorativa è ancora strutturale, spingendo le persone trans verso l’invisibilità o condizioni di marginalità.  ESCLUSIONE DAL MERCATO DEL LAVORO Le persone transgender affrontano alti tassi di discriminazione che si riflettono in alti tassi di disoccupazione nel mercato del lavoro, affrontano ostacoli nell’assunzione e mobbing, anche a causa di documenti non allineati con l’identità di genere. L’inclusione lavorativa varia, con grandi aziende internazionali che spesso adottano policy più inclusive, come l’uso del nome di elezione, rispetto a quelle di piccole dimensioni.  > Il primo ostacolo è la discriminazione all’accesso: le persone trans e non > binarie hanno difficoltà nel trovare il primo lavoro a causa di pregiudizi o > documenti non conformi. Spesso si trovano di fronte “coming out forzati” e la > necessità di rivelare la propria identità di genere.  Le donne trans subiscono i più alti tassi di discriminazione lavorativa, ostacoli comuni includono l’utilizzo del vecchio nome anagrafico (deadnaming), l’utilizzo del genere sbagliato (misgendering), bullismo e l’aperto rifiuto in fase di selezione. Le donne trans lavorano nei settori del lavoro dequalificato, sottopagato hanno difficoltà ad accedere ai percorsi formativi e sono maggiormente esposte alla violenza – e questa situazione è anche peggiore per le donne trans migranti.  CONSEGUENZE E TUTELE  Le discriminazioni creano una significativa disparità salariale e di carriera, rendendo la ricerca di occupazione un percorso tortuoso, aggravato dal timore di non sentirsi abbastanza tutelate per denunciare. La normativa italiana prevede il risarcimento del danno (patrimoniale e non) in caso di discriminazione, con l’inversione dell’onere della prova a carico del datore di lavoro. Ma sono pochissime le contestazioni aperte dalle persone trans sui luoghi di lavoro. Anche se alcune di queste hanno portato a piccole grandi vittorie, come il riconoscimento della carriera Alias in tre contratti collettivi nazionali. Certo una goccia sui 975 contratti collettivi esistenti.  È una strategia ben precisa: invisibilizzare e non riconoscere la dignità delle persone trans e questa è una scelta che rispecchia la transfobia del nostro paese. Porre l’attenzione sulle condizioni lavorative delle persone trans significa dare pari diritti, accesso alla casa e alla salute, i tre pilastri su cui dovrebbe basarsi un paese che si proclama democratico, ma che al contrario spinge ai margini una comunità da sempre vessata e perseguitata. Parliamo troppo poco delle condizioni lavorative della comunità trans e oggi nel giorno della visibilità trans dovremmo metterle al centro del dibattito. E fare della lotta per i diritti sul lavoro, una lotta della comunità trans e per la comunità trans. Questo articolo è frutto del lavoro di ricerca portato avanti grazie all’associazione Libellula, che a Roma supporta il percorso di integrazione con corsi di formazione sul lavoro e delle carriere Alias lavorative. Foto di copertina Dinamopress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Discriminazioni ed esclusione dal mondo del lavoro delle persone trans proviene da DINAMOpress.
March 31, 2026
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