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I Paesi europei (Italia inclusa) tentano di rendere seducente il servizio militare
Di fronte ai venti di guerra e con la diplomazia ormai in soffitta, i Paesi europei affilano le armi, cercando di convincere i giovani a intraprendere la carriera militare. Non è un compito semplice: sondaggi e proteste fotografano nei ragazzi europei il generale sentimento di avversione all’arruolamento in caso di guerra. Con tempi e modalità differenti, gli eserciti europei si sono mossi per rendere seducente il servizio militare. In Germania, da settimane, le forze armate stanno provando ad attrarre giovani facendosi pubblicità sugli incarti dei kebab. L’Italia sta puntando forte sulla comunicazione social, non lesinando riferimenti alla cultura pop per far diventare la divisa virale. In questi tempi di riarmo, Roma punta a raccogliere i frutti del processo di militarizzazione del sapere intrapreso da anni con la presenza nelle scuole e nelle università. La questione del servizio militare è affrontata in Europa da diverse angolazioni. Dieci Paesi membri dell’UE sono dotati di leva obbligatoria, mentre altri hanno deciso di puntare su un servizio volontario. Di recente il Belgio ha lanciato un programma di arruolamento a cui hanno risposto 3248 ragazzi per 500 posti disponibili. La speranza del Ministero della Difesa è che, dopo l’anno di ferma volontaria, diventino riservisti o scelgano in via definitiva la carriera militare. Per pubblicizzare il programma, le autorità belghe hanno inviato nel novembre del 2025 quasi 150mila lettere ad altrettanti diciassettenni, che quest’anno avrebbero raggiunto la maggiore età. L’obiettivo? “Sensibilizzarli sulla Difesa”, come dichiarato dal ministro Theo Francken, firmatario della missiva. Per settimane sono stati organizzati nel Paese banchetti informativi, accompagnati dalla promozione via social. Oltre a sottolineare lo spirito patriottico dell’iniziativa, i promotori non hanno mancato di mettere in evidenza i vantaggi materiali dell’arruolamento, come uno stipendio mensile netto di circa 2000 euro o la copertura delle spese sanitarie. > 149.000 brieven gingen gisteren op de post. Alle 17-jarigen van het land > worden warm gemaakt voor Defensie in het algemeen en voor het vrijwillige > militaire dienstjaar in het bijzonder. > > Let’s go! @BelgiumDefence pic.twitter.com/UaStbvIHuC > > — Theo Francken (@FranckenTheo) November 8, 2025 Quest’anno la Germania ha introdotto un meccanismo di leva obbligatoria per i cittadini maschi nati dal 1° gennaio 2008, che devono registrarsi presso le forze armate e sostenere delle prove di idoneità. In caso di esito positivo, è previsto l’arruolamento volontario dalla durata minima di sei mesi. L’aspetto cruciale della legge approvata sul finire del 2025 consiste nel fatto che se il numero di volontari non sarà sufficiente, scatterà un meccanismo di selezione coatta attraverso un sorteggio, la cosiddetta “coscrizione obbligatoria in base alle necessità”. Una soluzione ibrida che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe rafforzare la Bundeswehr, alle prese con carenze strutturali di personale. In questa direzione vanno letti anche i tentativi di rendere il servizio militare più attraente per i giovani. Nelle ultime settimane l’esercito ha lanciato una campagna di reclutamento sfruttando uno dei luoghi più frequentati dai giovani: le kebabberie. Gli incarti con motivi mimetici dotati di un codice QR rimandano direttamente al sito delle forze armate tedesche e alle opportunità lavorative attive. L’Italia si sta preparando da anni a questo momento di incertezza internazionale. Conta sull’articolato processo di militarizzazione della scuola e dell‘università, a cui abbiamo dedicato diversi articoli. A ciò si affianca un più recente cambio nella strategia social, accomunata dal medesimo obiettivo: rendere più attraente la carriera militare. Si vai dai reel quotidiani col “buongiorno” degli agenti alla costruzione di campagne virali, come quella lanciata a maggio dai Carabinieri. Attingendo dalla cultura gaming e utilizzando un linguaggio pop, i Carabinieri hanno pubblicato un video che ritraeva un agente intento a vestirsi e armarsi, accompagnato dalla descrizione: «Scegli la tua skin. Poi entra in partita e dimostra di meritarla». Non mancano poi le collaborazioni con divulgatori e influencer pubblicate sulle varie piattaforme social. Il ministero della Difesa punta a incrementare l’organico delle forze armate fino a 40mila unità entro la fine del 2033. A quest’obiettivo risponde il disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri e in attesa di iniziare l’iter in Parlamento. The post I Paesi europei (Italia inclusa) tentano di rendere seducente il servizio militare appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 31, 2026
L'INDIPENDENTE
Renoize. La memoria è un esercizio quotidiano
Sono passati vent’anni dall’omicidio di Renato Biagetti. L’ennesimo omicidio fascista in una Repubblica formalmente antifascista. Il 27 agosto 2006 Renato viene ucciso a Focene, sul litorale romano, da due giovani figli di quella cultura intrisa d’odio per chiunque non sia disposto a subire passivamente il suo dominio. Vent’anni dopo la sua storia continua a vivere nelle persone, nelle relazioni, nelle iniziative e nelle lotte che hanno impedito che quella notte diventasse soltanto una data da ricordare. Come per altre persone uccise dalla violenza fascista, familiari, compagnx e amicx hanno denunciato fin dal primo momento la matrice di quell’omicidio e non hanno mai smesso di agire e ricordare. Tra loro le Madri per Roma Città Aperta, che con il loro impegno camminano al fianco delle Abuelas e alle Madres de Plaza de Mayo argentine e alle Madres Buscadoras messicane e delle tante madri che, in ogni parte del mondo, lottano per le e i proprx figlx uccisx e desaparecidxs: esperienze diverse e lontane, parte di una stessa costellazione di donne capaci di trasformare la memoria e il dolore in ricerca della verità e della giustizia sociale attraverso l’azione collettiva. È all’interno di questo movimento della memoria e dell’azione antifascista che, come Cronache Ribelli, abbiamo deciso di partecipare al percorso Io non dimentico 2026 per il ventennale dell’omicidio di Renato. Abbiamo deciso di farlo con i nostri strumenti: i libri e le pratiche editoriali. Abbiamo preso parte a questo cammino prima, insieme a Tekio Kairos, dando vita alla nuova edizione di Prossima fermata. Una storia per Renato di ERRE PUSH e Zerocalcare. Poco dopo, partendo da una proposta di ERRE e dal felice incontro con lx compagnx di Antifa!nzine, lo abbiamo fatto con un nuovo progetto: Storie per Renato. Speciale Antifa!nzine, costruito insieme ad Antifa!nzine, Free Ink Comix e Tekio Kairos. > Due libri diversi, accomunati dall’arte che si fa strumento di memoria > collettiva e denuncia sociale, uniti dall’amore per Renato ma anche dalla > complicità politica tra persone che condividono le pratiche dell’antifascismo, > della cultura e dell’organizzazione sociale dal basso. Tra queste, appunto, c’è anche l’editoria indipendente, che oltre ai contenuti può dare vita a pratiche concrete di mutuo appoggio per promuovere progetti e realtà con cui si condividono e si vogliono intrecciare i cammini. Perché sostenere una lotta, un festival, un progetto o una comunità nutre reciprocamente. Come il Festival Antifa Renoize, che da quasi vent’anni trasforma il ricordo di Renato in cultura, musica e organizzazione dal basso, per continuare a combattere il fascismo. UNA MEMORIA CRITICA La memoria critica è un esercizio quotidiano di analisi del reale capace di ricostruire quello che è accaduto e allo stesso tempo di interrogare il presente, spostando lo sguardo dal singolo episodio al contesto che lo ha reso possibile. Ricordare Renato significa raccontare il suo omicidio e chiamare fascista la violenza che lo ha ucciso. Significa anche domandarsi in quale terreno quella violenza sia cresciuta e quale terreno continuiamo a costruire intorno a noi. È qui che la memoria critica diventa pratica politica: quando non si limita a conservare una storia, ma permette di riconoscere nel presente le condizioni che l’hanno resa possibile e ci interroga su ciò che facciamo per trasformare la realtà che ci circonda. Dieci anni fa Prossima fermata, recuperando le analisi dei movimenti Antifascisti che seguirono l’omicidio di Renato, parlava dell’«insostenibile slittamento a destra» del paese e individuava tre livelli del neofascismo emergente: quello istituzionale, con partiti xenofobi e razzisti che assumono posizioni di potere; quello intermedio, con organizzazioni neofasciste che agiscono attraverso intimidazioni, aggressioni e omicidi; quello sociale, dentro una pericolosa deriva mediatica, e conseguentemente culturale, intrisa d’odio che viene promossa come risposta reazionaria nei periodi di crisi. A dieci anni da quel libro e venti dall’omicidio di Renato è tristemente evidente che quell’analisi non appartiene al passato. > Il fascismo si riproduce nelle relazioni che quotidianamente lo alimentano e > lo riproducono: nella guerra, nei discorsi sessisti, razzisti e classisti, > nella costruzione continua di un nemico, nell’autoritarismo, nella repressione > delle lotte, nella competizione e nella violenza neoliberista. Non rinasce con l’azione di un singolo o con l’attività delle organizzazioni che lo rivendicano esplicitamente attraverso parole, aggressioni e omicidi. Abitudine e conformismo, insieme all’accettazione acritica di relazioni intrise di odio e violenza, contribuiscono a riprodurlo. C’è naturalmente una differenza tra chi organizza e pratica consapevolmente la violenza fascista e chi riproduce comportamenti e relazioni che appartengono a una cultura classista, autoritaria, razzista e patriarcale. Mentre i primi vanno combattuti frontalmente, sul terreno sociale bisogna produrre consapevolezza, praticare alternative concrete e costruire nuove forme di organizzazione sociale e politica. Rompere con le narrative del potere e non riprodurlo. > La memoria critica come pratica antifascista ha uno sguardo ampio. Uno sguardo > che mette in relazione lotte che nascono in territori e condizioni differenti > senza cancellarne le specificità. Perché il fascismo che abbiamo davanti non è > soltanto italiano. Oggi come ieri, in molte parti del mondo assistiamo alla crescita di destre radicali e autoritarie e alla costruzione di una nuova internazionale nera. Cambiano linguaggi e contesti, ma ritornano nazionalismo, razzismo, patriarcato, costruzione del nemico, repressione delle lotte e difesa di un sistema economico fondato sullo sfruttamento delle persone, degli animali e della vita. Per questo l’antifascismo non può che essere una pratica internazionalista e anticapitalista. Foto di Daniele Napolitano NON CHI SIAMO MA COSA FACCIAMO Una domanda che riguarda direttamente anche il nostro modo di fare editoria. Cronache Ribelli nasce dalla volontà di creare uno spazio di racconto storico alternativo a quelli dominanti, mettendo al centro le vicende delle classi popolari, delle minoranze, delle soggettività oppresse e delle loro lotte. Quando il nostro progetto è diventato anche editoriale abbiamo cercato di non separare le storie che raccontiamo dal modo in cui scegliamo di produrle e farle circolare. Siamo e restiamo una realtà radicale e indipendente. Tutte le nostre pubblicazioni e attività culturali sono finanziate attraverso il supporto delle persone che ci leggono. Fin dalla prima pubblicazione abbiamo rifiutato la grande distribuzione scegliendo di non vendere nei grandi siti di e-commerce e nelle grandi catene librarie. Abbiamo costruito invece un rapporto diretto coi nostri lettori attraverso il nostro impegno sui social e il nostro shop online, e mediante una rete fatta di librerie indipendenti, banchetti e presentazioni in giro per il Paese, tra spazi sociali e festival indipendenti. Tutto il nostro lavoro è strutturato in modo orizzontale. Non esistono gerarchie all’interno del collettivo e nei confronti delle persone con cui collaboriamo. Rifiutiamo categoricamente l’editoria a pagamento e riconosciamo il lavoro di autorx e collaboratricx. Questa scelta nasce anche da una critica del sistema editoriale nel quale ci muoviamo. Per molte case editrici il profitto è diventato l’unica bussola, tanto nei rapporti di lavoro quanto nelle logiche di produzione e nella scelta dei testi. Le proposte vengono valutate prima per la loro vendibilità e poi per il loro contenuto, mentre fanno fatica proprio i libri che hanno un valore sociale, sviluppano il pensiero critico e tendono a far riflettere. Noi proviamo a percorrere una strada diversa: pubblicare testi che riteniamo meritevoli e interessanti dal punto di vista divulgativo, farli circolare e conoscere ad un pubblico ampio. > Restare fuori da un meccanismo radicato e totalizzante è faticoso, ma in > questi anni abbiamo sperimentato concretamente che è possibile, giorno dopo > giorno, tracciare una strada dove non c’era. Il nostro modo di concepire la divulgazione, l’editoria e soprattutto l’organizzazione del lavoro è strettamente legato alla storia che vogliamo raccontare e di cui ci sentiamo parte. Una storia che denuncia la questione editoriale in questo paese: un monopolio oligarchico e capitalista che strangola case editrici e librerie, mentre soffoca la passione di autricx e lettorx. Per noi indipendenza non significa però autosufficienza o isolamento. Se possiamo scegliere di stare fuori dalla grande distribuzione è perché non siamo soli. Ci sono le nostre lettrici e i nostri lettori. Non è facile ma ci impegniamo ogni giorno per promuovere un movimento più ampio, di una costellazione di realtà, spazi, collettivi, librerie e progetti con cui costruiamo relazioni fatte di mutuo appoggio, riconoscimento e nutrimento reciproco. Nessunx di noi vive fuori dalle contraddizioni economiche e sociali del presente. Proviamo ad affrontarle costruendo forme di cooperazione e sostegno capaci di rendere materialmente possibili esperienze indipendenti. Una libreria sostiene una casa editrice indipendente, uno spazio sociale permette alle storie di circolare, un festival mette in relazione esperienze differenti, un libro benefit restituisce risorse a una lotta o a un progetto. Sono convergenze virtuose tra militanza, generosità sociale e solidarietà che permettono a ciascuna realtà di esistere e, insieme, di nutrire le altre. Ma tutto ciò non è scontato, non è facile e purtroppo troppo spesso vive solo in rare e felici complicità ma stenta a generalizzarsi in un fare consapevole e orientato tanto nell’editoria come in altri campi dell’agire sociale. Anche così intendiamo il nostro essere parte dei movimenti: attraverso le complicità che costruiamo nei contenuti che proponiamo, nelle pratiche che agiamo e in quelle che sogniamo possano continuare a intessersi nella società. > Da qui continuiamo a interrogarci: come ricostruire complicità e solidarietà > in una società sempre più individualizzata e frammentata? Come costruire > legami, pratiche e forme di cooperazione sociale anticapitaliste nei contesti > in cui viviamo? È nell’impegno quotidiano, dentro questa costellazione di pratiche e culture politiche che incontriamo le lotte sociali, antifasciste, antirazziste e antisessiste, quelle contro l’abilismo, così come l’esperienza zapatista, l’autonomia e la resistenza del confederalismo democratico, le lotte antispeciste, le tante forme attraverso cui comunità e movimenti provano a costruire spazi di autonomia, autogoverno e cooperazione. Sono percorsi differenti ma capaci di condividere pratiche, linguaggi e speranze mantenendo le proprie peculiarità. Una costellazione planetaria di lotte alla ricerca di complicità internazionaliste. Foto di Daniele Napolitano DALLA MEMORIA ALLE MEMORIE L’omicidio di Renato è parte di una lista di assassini compiuti dall’estremismo nero contro compagnx e militanti antifascisti. Per questo, in dialogo con familiari, compagnx, amicx e persone che hanno conosciuto direttamente quelle storie, ad archivi, centri di documentazione e realtà che negli anni hanno lavorato sulla memoria dell’antifascismo e della violenza fascista stiamo lavorando a un progetto dedicato ai compagnx uccisx per mano fascista dagli anni Sessanta ai giorni nostri. Una sorta di almanacco della memoria antifascista, semplice e divulgativo che restituisca la profondità storica e la dimensione complessiva del fenomeno, attraverso il quale vogliamo promuovere una campagna nazionale, entrando in sinergia con chi già lavora su questo tema perché parchi, vie, piazze, monumenti e altri luoghi pubblici ricordino questx compagnx e le loro storie. > È un progetto ancora in costruzione, ma nasce dalla stessa domanda che > attraversa Prossima fermata e Storie per Renato: cosa facciamo della memoria? Mettere insieme queste storie significa provare a restituire la continuità storica e la dimensione della violenza fascista, ma anche le relazioni, le lotte e le pratiche che l’hanno combattuta. Impedire che ogni omicidio rimanga isolato nel proprio tempo e che ogni anniversario finisca per richiudersi su sé stesso. Perché la memoria critica mette in relazione: non riguarda soltanto il modo in cui raccontiamo il passato ma interroga il modo in cui organizziamo il presente e proviamo a costruire le condizioni perché quella violenza non possa riprodursi. Pubblicare libri antifascisti non basta. L’antifascismo riguarda anche le relazioni che costruiamo, il modo in cui lavoriamo e ci organizziamo, gli spazi che attraversiamo e sosteniamo. Rompere con le narrative del potere significa anche provare a non riprodurne le forme. È per questo che continuiamo a credere nei libri come strumenti che possono raccogliere una storia e rimetterla in movimento, farla circolare tra persone che non la conoscevano, mettere in relazione generazioni e percorsi differenti. Continuiamo a credere nei libri che possono nascere dentro una lotta e contribuire materialmente a sostenerla. In questi anni abbiamo provato a dare il nostro contributo alle cause in cui crediamo attraverso quello che sappiamo fare e ci appassiona: raccontare storie, pubblicare libri e farli vivere fuori dalle loro pagine, nelle presentazioni, nelle scuole, nelle librerie indipendenti, negli spazi sociali, nei festival, nelle iniziative e nelle lotte. > Vogliamo essere parte di quell’ingranaggio collettivo che chiamiamo memoria > critica: una memoria che nel presente produce anticorpi per combattere le idee > e le strutture sociali che producono il fascismo. Ma ricordare non basta: dobbiamo prima di tutto costruire, giorno dopo giorno, pratiche capaci di riconoscersi e rafforzarsi reciprocamente. Pratiche fondate sul mutuo appoggio, sull’autonomia, sulla solidarietà, sulla cooperazione, sul bene comune. Sono la forza, la profondità e il successo di queste pratiche a determinare la nostra possibilità di vincere la partita della Storia contro il fascismo e contro tutte le forme di oppressione.  Immagine di copertina di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Renoize. La memoria è un esercizio quotidiano proviene da DINAMOpress.
August 31, 2026
DINAMOpress
Come la Germania è diventato il più grande mercato regolamentato di cannabis in Europa
Prendiamo due persone con la stessa patologia, la stessa età, la stessa diagnosi. Una vive in Germania, l’altra in Italia. La prima fa una visita in videochiamata, riceve una ricetta elettronica e si fa arrivare a casa le infiorescenze, scegliendo fra più di milleottocento prodotti diversi. La seconda telefona a quattro farmacie, scopre che la varietà che sta usando non è disponibile e ricomincia daccapo la terapia con quella che trova. È una differenza dettata da scelte politiche precise che i numeri fotografano in maniera inequivocabile. Nel primo trimestre del 2024 la Germania ha importato circa 8 tonnellate di cannabis; nello stesso trimestre del 2026, più di 50. Sei volte tanto in due anni. Senza aver mai legalizzato del tutto, in nove anni Berlino ha costruito il mercato regolamentato più grande d’Europa, nel cuore del continente e a poche centinaia di chilometri da un Paese, il nostro, che era partito prima e si è fermato quasi subito. DUE LEGGI, UN SALTO DI SCALA Come ci sono arrivati è una storia che ha due momenti chiave. Il primo è il 10 marzo 2017, quando entra in vigore la legge “Cannabis als Medizin”: infiorescenze ed estratti diventano prescrivibili e le casse mutue pubbliche sono tenute a coprire la terapia dei malati gravi, quando ricorrono le condizioni previste. Il secondo è il 1° aprile 2024, con la legalizzazione parziale: possesso depenalizzato fino a 25 grammi, possibilità di coltivare tre piante in casa, o di farlo in forma associata nei Cannabis Social Club, che però sono cresciuti lentamente e restano marginali con 455 autorizzazioni in tutto il Paese a luglio 2026. Il lato che ha davvero cambiato la scala è un altro, ed è passato quasi sotto silenzio: la stessa legge ha sfilato la cannabis dalla normativa sugli stupefacenti per trasferirla in una legge propria. Tradotto: da quel giorno un medico tedesco la prescrive con una ricetta ordinaria, anche elettronica, come farebbe con qualsiasi altro farmaco. È bastato questo. Il resto è venuto da sé, e in fretta. Nel 2024 la Germania importava 72,9 tonnellate di cannabis medica; nel 2025 sono diventate 201, con una crescita del 176% in dodici mesi. La produzione interna si ferma a due o tre tonnellate: tutto il resto arriva da fuori, soprattutto dal Canada. A valle c’è una rete che da noi non è mai stata nemmeno immaginata: oltre 16.600 farmacie, la vendita per corrispondenza, una trentina di cliniche di telemedicina. I prodotti a base di infiorescenze disponibili in farmacia sono passati da 724 a inizio 2024 a più di 1.800 nel primo trimestre 2026, e il prezzo è crollato: secondo i dati presentati al summit di Berlino di giugno da alephSana e Bloomwell, il grammo è sceso da 8,33 euro nel gennaio 2025 a 4,52 nel marzo 2026, meno della metà in poco più di un anno. Prohibition Partners stima che nel 2026 il mercato tedesco valga intorno a 1,15 miliardi di euro. IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA I pazienti attivi in Germania superano gli 800mila, ma le prescrizioni a carico dell’assicurazione sanitaria pubblica, quella a cui si rivolge chi è malato davvero, sono cresciute di una sola cifra percentuale. Difficile non leggerci quello che è evidente: una parte di chi passa dalla visita online non è malata, e usa la porta della medicina per procurarsi cannabis legale, tracciata, sicura e a un prezzo migliore di quello della strada. Vale la pena però analizzarlo bene, questo dato, prima di trasformarlo in uno scandalo. L’analisi Ekocan, finanziata dal governo tedesco, non ha rilevato alcun aumento del consumo complessivo di cannabis dopo la riforma: quello che è cambiato non è quanta se ne fuma, ma da chi la si compra: la domanda, si è spostata dall’illegale al legale, esattamente quello che una regolamentazione dovrebbe fare. Il governo di Berlino di centrodestra, però, quel divario lo ha preso come pretesto per stringere le maglie della legge approvata dal governo precedente. Dal 30 luglio 2026 le infiorescenze sono uscite dal rimborso pubblico: circa 65mila pazienti si sono ritrovati la terapia interamente a carico proprio da un giorno all’altro, senza alcun periodo di transizione e senza tutela per chi era già in cura. Le associazioni hanno annunciato ricorsi. IL CONFRONTO CON L’ITALIA E l’Italia? Qui la cannabis a uso medico è prescrivibile dal 2013, quando un decreto ministeriale inserì le preparazioni vegetali a base di cannabis fra i medicinali della Tabella II sezione B; il quadro operativo arriva due anni dopo, con il decreto Lorenzin del 9 novembre 2015, che affida la produzione nazionale in regime di monopolio allo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze. Eravamo partiti prima, ma 11 anni dopo la quota autorizzata è ferma a 400 chili l’anno, la stessa dal 2022 e inferiore ai 500 del 2021, e la produzione effettiva si attesta intorno ai 100 kg. Il consumo nazionale si aggira intorno alla tonnellata e mezza: 1.453 chili nel 2023, poco meno di 1.700 nel 2024, contro le oltre 200 tonnellate tedesche: la platea potenziale di pazienti è paragonabile, il risultato no. E il punto non è nemmeno il volume, è la scelta. In Germania un medico ha davanti più di milleottocento prodotti; in Italia due varietà nazionali, spesso indisponibili, e una manciata di importate. Per chi non se ne occupa la cannabis è una cosa sola, sempre uguale. Ma in realtà non lo è per la scienza e tantomeno per i pazienti: cambiano i rapporti fra THC e CBD, i cannabinoidi minori, i terpeni, e con essi l’effetto. Una varietà bilanciata serve alla spasticità della sclerosi multipla, una ad alto THC al dolore neuropatico che non risponde a nient’altro. Chi è in terapia lo sa benissimo: cambiare prodotto significa ricominciare la titolazione da zero, e una carenza in farmacia non è un disagio, è un’interruzione di cura. Ed è qui che la partita si allarga, e riguarda molte più persone di quante immaginiamo. Il dolore cronico in Italia interessa il 24,1% degli adulti, circa 10,5 milioni di persone secondo l’indagine dell’Istituto superiore di sanità. Ed è solo una delle patologie per cui la potremmo utilizzare. Mentre la Germania accumula dati clinici su larga scala, medici che sanno prescrivere, genetiche selezionate su indicazioni precise e un’industria che ci lavora, noi difendiamo un monopolio che non ha ragione di esistere. The post Come la Germania è diventato il più grande mercato regolamentato di cannabis in Europa appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 31, 2026
L'INDIPENDENTE
Ricomincia la guerra all’Iran: bombe USA su Hormuz, Teheran colpisce in Giordania
Per la prima volta dopo oltre un mese, gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco contro il territorio iraniano. A essere presa di mira è stata l’isola di Larak, situata nello Stretto di Hormuz, dove gli USA sostengono di avere «intrapreso azioni limitate e precise contro le forze di posa mine del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche che rappresentavano una minaccia imminente nello Stretto». L’Iran ha condannato l’azione degli USA, descrivendola come una «chiara violazione» del diritto internazionale e, appellandosi al diritto all’autodifesa, ha risposto attaccando le basi statunitensi in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti. «L’aggressione e il crimine non risolveranno la disperazione del nemico nel tentativo di indebolire il controllo della Repubblica Islamica sullo Stretto di Hormuz», scrive l’ufficio stampa dei pasdaran, avvertendo gli USA che le forze iraniane risponderanno a ogni offesa con attacchi ancora più duri. L’attacco sull’isola di Larak è stato segnalato attorno alle 22 di ieri, 30 agosto. Larak è situata a est dell’isola di Qeshm e costituisce un punto di snodo logistico per l’infrastruttura petrolifera iraniana. Ospita inoltre una base militare che, secondo alcune fonti riprese dai media internazionali, sarebbe stata presa di mira negli attacchi; di preciso, sarebbero stati colpiti dei lanciatori. Gli USA hanno affermato che la propria aggressione avrebbe preso di mira solo le «forze di posa mine» dei pasdaran, mentre l’Iran sostiene che, in seguito all’attacco, sarebbero stati uccisi un numero imprecisato di soldati e civili. Attorno a mezzanotte è arrivata la risposta iraniana: i pasdaran hanno annunciato di avere colpito le infrastrutture tecniche e le aree di stazionamento aereo nelle basi aeree statunitensi Al-Hussein e Al-Azraq, in Giordania, utilizzando droni e missili balistici. Nel dettaglio, l’operazione avrebbe visto l’impiego di missili a propellente liquido Qadr ed Emad e del missile balistico a propellente solido Khaybar-Shaker. All’alba è arrivato un secondo scambio di attacchi. Attorno alle 5.30, i pasdaran hanno affermato di avere abbattuto un drone MQ-9 statunitense mentre sorvolava lo Stretto di Hormuz. Mezz’ora dopo, l’esercito della Repubblica Islamica ha scagliato un attacco con droni contro la base di Al-Minhad, negli Emirati Arabi Uniti, dove si trovano elicotteri e truppe statunitensi. Un ultimo incidente si è verificato verso le 6.20, quando i pasdaran hanno annunciato che una «superpetroliera non autorizzata» avrebbe urtato due mine marine, prendendo fuoco. Nel frattempo, Trump non ha cessato le minacce: nella notte, il presidente degli Stati Uniti ha pubblicato un video generato con l’intelligenza artificiale sul proprio canale Truth, piattaforma social creata da Trump stesso, nel quale mostra l’isola di Kharg venire «fatta saltare in aria e ridotta in frantumi». Per ora la situazione sembra momentaneamente tranquilla, ma rimane instabile. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito che l’Iran non cerca la guerra, ma che «di fronte all’aggressione, non resteremo mai passivi e risponderemo con fermezza». Pezeshkian ha rilasciato tale dichiarazione mentre si trovava in viaggio verso il Kirghizistan per partecipare al 26° vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Agli incontri dovrebbe partecipare, tra gli altri, anche Putin, con cui Pezeshkian dovrebbe tenere un colloquio bilaterale; presenti anche Erdogan e Xi Jinping, oltre al capo di Stato pakistano, il cui Paese ricopre in questo momento un ruolo delicato come mediatore tra USA e Iran. The post Ricomincia la guerra all’Iran: bombe USA su Hormuz, Teheran colpisce in Giordania appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 31, 2026
L'INDIPENDENTE
Islanda: vince il No al referendum sul possibile ingresso nell’Unione Europea
Niente Unione europea per l’Islanda. Il referendum che verteva sulla possibilità di riprendere i negoziati per l’adesione all’UE — fermi dal 2013 — si è concluso con la vittoria del no. È in corso lo spoglio delle ultime schede elettorali ma l’esito è ormai scritto: la maggioranza degli elettori ha respinto il processo di integrazione europea, preferendo l’autonomia nazionale nei diversi settori co-gestiti da Bruxelles. A partire dalla pesca, dove si è registrata l’opposizione più ferrea. Le circoscrizioni rurali e costiere, guidate dalle comunità dei pescatori, hanno trainato l’esito referendario, facendo trionfare il dissenso verso i vincoli europei. Come riportato dall’emittente pubblico RVU, lo scrutinio del referendum è quasi completato, con oltre 190mila schede già consultate. A livello nazionale, il fronte del no avrebbe accumulato 99mila voti (pari al 52,5% del totale), staccando di circa 10mila preferenze il blocco europeista, fermatosi sulla soglia dei 90mila voti. Si è registrata un’alta affluenza, pari al 82,5%. L’esito referendario ha confermato le sensazioni della vigilia, accompagnate da sondaggi e intenzioni di voto che rivelavano un serrato testa a testa tra i due schieramenti. L’idea di riprendere il processo di adesione all’Unione europea ha trionfato soltanto nella capitale Reykjavík. Nelle altre circoscrizioni, invece, circa il 60% dei consensi ha rimpinguato il fronte del no, toccando punte del 65% nelle comunità costiere, dove è forte la presenza dei pescatori, i primi a opporsi all’integrazione europea. Da queste parti le regole di Bruxelles nel settore, a partire dalla ripartizione tra i Paesi membri delle quote di pesca, sono duramente contestate. Almeno per i prossimi due anni, fino cioè alla fine della legislatura prevista per il 2028, l’Islanda non riprenderà i negoziati per l’adesione all’UE. L’esito referendario non è vincolante, ma il governo guidato dalla socialdemocratica Kristrún Frostadóttir ha dichiarato che rispetterà la volontà popolare. Di fronte all’attuale fase di incertezza internazionale — tra guerre, crisi energetiche e mire espansionistiche di Donald Trump nella vicina Groenlandia — l’esecutivo aveva deciso di riportare nell’agenda politica il tema dell’avvicinamento all’UE, propendendo per il referendum. L’Islanda resta comunque un partner di Bruxelles. Il Paese nordico fa infatti parte dello Spazio economico europeo, nato nel 1994 per estendere il mercato comunitario ai paesi dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA). L’Islanda ha sottoscritto anche l’accordo di Schengen sulla libera circolazione, abolendo i controlli di frontiera con 25 membri dell’UE, oltre che con Liechtenstein, Norvegia e Svizzera. The post Islanda: vince il No al referendum sul possibile ingresso nell’Unione Europea appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 30, 2026
L'INDIPENDENTE
Alessandro Di Battista in gravi condizioni a Cuba: trasferito all’ospedale dell’Avana
Alessandro Di Battista è attualmente ricoverato all’ospedale Hermanos Ameijeiras dell’Avana. Venerdì sera aveva accusato un malore alla testa, da lì la corsa in ospedale a Santa Clara, a trecento chilometri dall’Avana, e poi il trasferimento nella struttura della capitale cubana. Di Battista sarebbe arrivato lucido, rispondendo anche alle domande dei medici. Ieri si è parlato di condizioni gravi, al momento risultano in corso accertamenti e visite specialistiche. L’ex deputato del Movimento 5 Stelle, da anni avvicinatosi alla scrittura, era sull’isola per la realizzazione di un reportage. «Il Ministero degli Esteri fornirà a lui e ai suoi familiari tutta l’assistenza necessaria. Sono vicino ai suoi cari, alla comunità politica che rappresenta». Così il capo della Farnesina Antonio Tajani. Palazzo Chigi ha messo a disposizione un volo di Stato per il rientro di Alessandro Di Battista in Italia, appena le condizioni di salute lo consentiranno. Al momento non è stata pubblicata una diagnosi definitiva. Nei giorni scorsi Di Battista aveva accusato forti dolori alla testa, fino al peggioramento di venerdì sera, quando a seguito di un malore ha perso i sensi per qualche ora. Poi il risveglio in ospedale e l’apprensione. Tra i volti più noti della prima stagione del Movimento 5 Stelle, Alessandro Di Battista conquistò il mandato elettorale tra il 2013 e 2018. Poi la separazione dai grillini e il graduale avvicinamento a una seconda vita dedita alla scrittura, tra libri e attività giornalistica. È anche un collaboratore de L’Indipendente, per il quale ha curato inchieste, reportage e interviste, come quella a Egle Possetti, presidente del Comitato dei Parenti delle Vittime del ponte Morandi. Con Chi ha sabotato il Nord Stream? Se troppi indizi fanno una prova…, aveva messo in fila i tasselli di un attentato convenuto a molti, che la Procura tedesca attribuisce oggi all’Ucraina. Ha affrontato, in un articolo focus, anche l’intreccio tra neocolonialismo, flussi migratori e diritto a rimanere a casa propria. In queste ore difficili, la redazione de L’Indipendente si stringe intorno alla famiglia, confidando in aggiornamenti positivi da Cuba. The post Alessandro Di Battista in gravi condizioni a Cuba: trasferito all’ospedale dell’Avana appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 30, 2026
L'INDIPENDENTE
Spagna, la vittoria del mondiale riaccende l’indipendentismo: fischi a Bilbao e Barcellona
È trascorso ormai più di un mese dalla fine dei Mondiali di calcio americani e le polemiche non accennano a fermarsi. Questa volta, però, non riguardano la consolidata asse Trump-Infantino, compiendo piuttosto un viaggio oltreoceano, a casa dei campioni spagnoli. Le cerimonie organizzate dai vari club per omaggiare i propri calciatori protagonisti del trionfo americano sono state accompagnate da fischi e tensioni, rivelandosi benzina per il mai sopito sentimento indipendentista che infiamma soprattutto i Paesi Baschi e la Catalogna. L’inizio della stagione 2026/2027 de LaLiga avrebbe dovuto essere — almeno nelle intenzioni della federazione spagnola e dei club che hanno acconsentito all’organizzazione delle cerimonie — un tripudio per la seconda stella conquistata nel New Jersey contro l’Argentina. Lo scontro con la realtà è stato però frontale nelle comunità storicamente ostili al potere centrale di Madrid. I fischi hanno inondato il San Mamés, lo stadio dell’Athletic Bilbao, uno dei club baschi più rappresentativi, prima del match contro il Siviglia. Sul campo, muniti di Coppa, si erano presentati i tre tesserati che avevano preso parte alla spedizione americana: Nico Williams, Aymeric Laporte, Unai Simon — quest’ultimo leader dello spogliatoio basco. Di fronte a un trofeo simbolo di unità nazionale, i tifosi del Bilbao hanno risposto con fischi e cori, rifiutando il nazionalismo di stampo castigliano e rilanciando le istanze indipendentiste. Sul campo da gioco si traducono nel riconoscimento, da parte della FIFA e delle altre istituzioni calcistiche, della Euskal Selekzioa, la selezione dei Paesi Baschi. La estelada catalana. Da Bilbao a Barcellona il passo è breve quando si tratta di proteste anti-Madrid. Il caso ha voluto che la prima partita casalinga del Barcelona fosse proprio contro l’Athletic Bilbao, disputata pochi giorni dopo i fatti del San Mamés. Allo Spotify (sic!) Camp Nou, era in programma un omaggio agli undici campioni del mondo presenti, 8 tra le fila blaugrana e 3 per i leoni baschi, annullato dalla società a poche ore dall’inizio. Il motivo? Il pestaggio, da parte della polizia, di un ragazzino tifoso del Barcelona, che prima del match in trasferta con l’Elche stava sventolando vicino a degli agenti la estelada catalana, bandiera simbolo della Comunità autonoma. Le manganellate al minorenne hanno fatto il giro del Paese, diventando ben presto un caso politico. Ieri Francesc-Marc Álvaro, deputato di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), ha mostrato la estelada al ministro dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska, durante un intervento al Congresso. Al posto della celebrazione annunciata, la società catalana ha distribuito 10mila bandiere stellate ai propri tifosi, sventolate con orgoglio sugli spalti, a riprova — se mai ce ne fosse bisogno — del forte sentimento identitario che si respira da queste parti contro il nazionalismo castigliano. Un sentimento che passa anche per il calcio, rivitalizzando la sua intrinseca funzione sociale. The post Spagna, la vittoria del mondiale riaccende l’indipendentismo: fischi a Bilbao e Barcellona appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 29, 2026
L'INDIPENDENTE
Dentro l’apocalisse
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Hardingferrent su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Dal “tetto del mondo”, in Nepal, si è staccato un ghiacciaio e ha sommerso un’intera vallata, con le sue case, le sue strade, i suoi abitanti. Era già successo altre volte. Succederà ancora, sempre più spesso, ovunque: ai ghiacciai, alle terre congelate, alle calotte polari, alle banchise; che si scioglieranno e non si riformeranno più per millenni. Ha fatto un caldo insopportabile per tutta l’estate. Ne farà di più le prossime estati; sempre di più, per decenni, fino, forse, all’irreversibilità. Sta cambiando il regime delle acque: sempre meno regolare, alternano siccità e alluvioni. Il ghiaccio perduto farà aumentare il livello dei mari, inondando città e pianure costiere; e quei mari non si ritireranno più. Si moltiplicheranno gli incendi boschivi, senza acqua a disposizione per domarli. Cambieranno habitat flora e fauna in forme imprevedibili e con conseguenze incontrollabili. Decine di migliaia di abitanti della Terra oggi, milioni e miliardi domani, saranno costretti ad abbandonare le loro terre per cercare di sopravvivere in altri paesi, dove nessuno li vuole. Per questo si stanno preparando stragi e stermini di massa di cui oggi assistiamo solo alla sperimentazione. Questi sviluppi gli scienziati li hanno visti da tempo (forse non così precipitosi) e ce li hanno raccontati. Ma in molti non li hanno voluti ascoltare; e altri hanno fatto finta di farlo, senza mai adoperarsi per un cambio di rotta: troppo radicale per farsene carico. Meglio aspettare gli eventi… Eccoli. Quello che né gli scienziati, né i politici, né i media hanno cercato di fare è descrivere – se non per allusioni, senza mai dirlo in modo chiaro: troppo difficile e troppo impegnativo – le condizioni in cui si troveranno a svolgersi le nostre vite in quel contesto apocalittico. Ci sarà ancora acqua per tutti? A tutte le ore o solo ogni tanto? Che cosa si potrà ancora coltivare e mangiare? Si potrà ancora destinare il 70 per cento del suolo coltivabile agli allevamenti per produrre e mangiare carne? Ci si potrà ancora riscaldare tutti d’inverno e rinfrescare d’estate? Dove andranno ad abitare i milioni di famiglie la cui casa sarà stata distrutta dalle intemperie o dal fuoco o sommersa dalle acque? Chi si prenderà cura di loro? Ci si sposterà ancora tutti (10 miliardi) in auto, magari elettriche, o non sarà il caso di cercare di garantire la mobilità di tutti con mezzi condivisi? E il turismo verso mete diventate pericolose, sgradevoli, impraticabili continuerà a essere il settore portante di tante economie locali e nazionali? Che ne sarà degli sport invernali, della nautica da diporto, degli aerei manageriali? E si continuerà a sostenere che il pericolo maggiore è l’aggressività del “nemico”? Si continuerà a produrre sempre più armi, scannandoci a vicenda, invece di metterci al riparo dal collasso? Sono queste le cose di cui bisognerebbe discutere ogni giorno e ovunque. Se il Green Deal fosse stato fatto in modo serio, la prima misura da finanziare sarebbe stata un’informazione e un dibattito approfonditi, nelle fabbriche, nelle scuole, negli uffici, nei paesi e nei quartieri, su questi argomenti. Solo pensarli dà i brividi; si capisce la riluttanza generale ad affrontarli. Mettono in ridicolo le diatribe che monopolizzano i discorsi e i conflitti politici correnti; e soprattutto la grottesca autorità di tanti personaggi che oggi pontificano sul futuro geopolitico dell’Europa e del mondo senza nemmeno nominare – non dico rifletterci su – la crisi climatica: pifferai che guidano e trascinano interi popoli verso l’olocausto ambientale. È difficile dire queste cose, ma qualcuno deve pur cominciare a farlo. E a ricondurre, senza rinnegarla e anzi potenziandola alla luce di questo scenario, la rivendicazione di una giustizia sociale fatta di redditi decenti, salute, istruzione, cultura e dignità per tutti. È chiaro che per questo non si può contare sui governi nazionali, locali e sovranazionali, né su partiti, corporation e finanza. E nemmeno sulla religione, soprattutto da quando l’ecologia integrale di Francesco è stata messa da parte, riconducendola a una sacrosanta ma insufficiente campagna per la pace. Per reagire a tanta inerzia ci vuole un cambio generazionale. Molti tra le ultime generazioni denigrate da politici e media tronfi del proprio monopolio sulla parola hanno dimostrato di saper cogliere l’essenza del problema; ma si sono ritrovati disarmati di fronte a tanta pervicace inerzia. Per cambiare rotta occorre un rinnovamento intellettuale, morale, sociale ma soprattutto vitale, valorizzando la naturale generosità che la parte migliore delle ultime generazioni ha dimostrato di avere. I disastri a venire metteranno alla prova la capacità e la disponibilità ad affrontarli senza deleghe: con il mutuo soccorso, con la mobilitazione della parte più attiva della popolazione, e dunque dei giovani, per supplire a ciò che governi e partiti hanno dimostrato di non saper fare nemmeno a livello locale. È in queste attivazioni che si possono creare le condizioni di nuove realtà sociali, di nuove comunità, fondate sul reciproco riconoscimento, il mutuo sostegno, il rispetto del proprio territorio, della vita che lo abita, della Terra tutta. Comunità e comunità di comunità: l’embrione di una nuova formazione sociale attraverso cui realizzare non il “sole dell’avvenire”, ma una convivenza che permetta di attrezzarsi per far fronte al progredire del collasso. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dentro l’apocalisse proviene da Comune-info.
August 29, 2026
Comune-info
Deliveroo prova a uscire dal Commissariamento con il piano di aumenti salariali
In seguito al commissariamento disposto lo scorso febbraio dalla Procura di Milano per gravi episodi di caporalato nella gestione dei rider, Deliveroo ha depositato in tribunale un piano di impegni per tentare di uscire dal controllo giudiziario. La piattaforma di food delivery propone un aumento della paga oraria minima da 10 a 14 euro, un compenso minimo per consegna di 3,77 euro e nuove misure per la sicurezza dei lavoratori, tra cui guanti, protezioni da moto, maschere anti-smog e caschi. Il piano di Deliveroo ricalca in larga parte quello presentato da Glovo nelle scorse settimane, che la Procura ha però bocciato, rilanciando la necessità di assumere i rider come lavoratori subordinati e superare il sistema dei falsi autonomi. Nel frattempo, su Deliveroo piovono le critiche dei sindacati, che contestano il mantenimento del cottimo e del controllo algoritmico sul lavoro. Il nodo principale riguarda il meccanismo di calcolo della retribuzione: il compenso orario di 14 euro, spiegano le sigle sindacali, non viene calcolato su tutto il tempo effettivamente lavorato, ma sul «tempo attivo stimato», ovvero sulla durata attribuita dall’algoritmo alle singole consegne attraverso tempi medi e parametri statistici. «Il problema – evidenzia l’Unione Sindacale di Base (USB) – non è quanto vale sulla carta un’ora di lavoro, ma chi decide quali minuti compongono quell’ora e quali invece spariscono dalla retribuzione». Secondo il sindacato, «il meccanismo resta quello del cottimo: non viene remunerato tutto il tempo durante il quale il rider mette a disposizione il proprio lavoro, ma il compenso viene costruito sulla durata attribuita alle singole consegne attraverso tempi medi e parametri statistici. E chi possiede tutti i dati necessari per costruire quelle medie? Deliveroo. Tempi di percorrenza, distanze, attese, velocità e storico delle consegne sono nelle mani della stessa impresa». La stessa via maestra indicata dal pm Storari per uscire dall’amministrazione giudiziaria era quella della trasformazione dei contratti dei rider da autonomi a subordinati. Deliveroo, però, non appare per nulla intenzionata a percorrerla. «Non cambia l’organizzazione del lavoro e rimane il cottimo», ha commentato Roberta Turi della segreteria del Nidil Cgil, annunciando che il sindacato si è ritirato dal tavolo con AssoDelivery perché «non portava da nessuna parte». Il filone investigativo aperto da Storari, infatti, non riguarda soltanto la paga oraria e la tipologia di contratto, ma anche la questione del controllo algoritmico del lavoro. Le app usate dai rider monitorano gps, velocità, traiettorie, ordini accettati e rifiutati e performance, rendendo i lavoratori eterodiretti e dunque di fatto subordinati. Una questione da cui non si può uscire solo attraverso l’aumento salariale. Deliveroo impiega circa 20.000 persone in Italia, 3.000 solo nel milanese. L’azienda è finita sotto inchiesta a febbraio, quando i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro hanno iscritto nel registro degli indagati la società (per responsabilità amministrativa) e l’amministratore unico Giuseppe Zocca per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Il giudice ha poi nominato l’amministratore giudiziario Massimiliano Poppi con il compito di supervisionare la regolarizzazione dei lavoratori. Ora, per uscire dal commissariamento, Deliveroo dovrà dimostrare che gli impegni assunti vengono effettivamente mantenuti e che servono davvero a sanare la situazione di sfruttamento rilevata mesi fa. La strada, però, è ancora lunga. L’istanza formale per la revoca della misura, inoltre, non risulta ancora depositata. The post Deliveroo prova a uscire dal Commissariamento con il piano di aumenti salariali appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 29, 2026
L'INDIPENDENTE
La RAI fa fuori Ranucci da Report: la redazione minaccia il licenziamento in blocco
Il dado è tratto. Dopo una lunga e martellante campagna di delegittimazione condotta da ampi settori dell’establishment politico e mediatico, nella giornata di ieri la RAI ha ufficialmente rimosso Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report, programma d’inchiesta di punta del servizio pubblico da lui guidato dal marzo 2017. La decisione, per ora non sostenuta da alcuna motivazione formale, sfocia con tutta evidenza dagli sviluppi delle indagini sull’attentato contro il giornalista, compiuto a ottobre del 2025 e organizzato da Valter Lavitola, ex faccendiere divenuto nel tempo amico dello stesso Ranucci. La trasmissione sarà affidata ai giornalisti Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. A sollevarsi è stato subito il gruppo degli inviati di Report, che in una nota hanno bollato la scelta della RAI come «completamente irricevibile» e minacciato di lasciare in blocco la redazione. «La Rai comunica che, a partire dalla prossima stagione, la conduzione di Report sarà affidata a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi risultati vincitori della selezione Rai per giornalisti professionisti. La scelta apre una nuova fase per uno dei programmi più importanti dell’offerta di approfondimento del Servizio Pubblico, attraverso una conduzione a due affidata a due giornalisti selezionati e vincitori del concorso Rai, nel segno della professionalità e dell’esperienza maturata sul campo» ha scritto in un comunicato la RAI, che ha sottoposto a Sigfrido Ranucci «tre possibili opzioni di ricollocazione professionale, coerenti con il suo grado e con l’esperienza maturata in RAI, nell’ottica di garantire una continuità professionale adeguata al suo profilo e alle esigenze editoriali e organizzative dell’Azienda». Si tratterebbe, a quanto risulta, di un incarico a Rainews, al Tg3 o in un ufficio di corrispondenza. Immediata la reazione di Ranucci, che in un post su Facebook ha scritto: «Non condurrò Report, ma condurrò la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa, lo farò per i miei figli e per i vostri, mi rifiuto di lasciare alle future generazioni questo mondo mostruoso, governato da persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti». «Al mio posto – ha aggiunto – sono state scelte due persone che mortificano le professionalità che per 30 anni hanno fatto la storia di Report e del servizio pubblico». A fargli da scudo gli inviati del programma, che nel loro comunicato hanno messo nero su bianco che «le figure scelte non sono in alcun modo rappresentative della storia e dei valori di Report», rendendo noto che la RAI non li ha in alcun modo coinvolti nella decisione. «Dal momento che l’intenzione dell’azienda sembra quella di voler distruggere la storia e l’integrità della trasmissione, su un evidente mandato politico, annunciamo che, nel caso in cui la Rai non intenda tornare sui propri passi, abbandoneremo in blocco il programma», hanno concluso. Il pretesto di questo “colpo di mano” è rappresentato ovviamente nella storia che ruota attorno all’attentato subito da Sigfrido Ranucci, rispetto a cui è stato arrestato come mandante Valter Lavitola, definito “un amico” dallo stesso ormai ex conduttore di Report. I fatti hanno avuto luogo nella serata del 16 ottobre 2025, quando un ordigno ha fatto esplodere l’auto del giornalista e di sua figlia presso la sua abitazione di Pomezia. Secondo l’ordinanza del gip, Lavitola avrebbe organizzato l’attentato per «accrescere la popolarità» di Ranucci e favorirne «l’ascesa politica», mirando con tutta probabilità a diventarne una sorta di suo “consulente ombra”. La verità più profonda, però, sembra ancora tutta da scrivere. A ogni modo, secondo tutti gli elementi raccolti, Ranucci sarebbe stato completamente ignaro dell’azione criminale orchestrata da Lavitola e consumata da quattro esecutori, tutti arrestati. Le carte, infatti, dimostrano come il giornalista «sia stato vittima della manipolazione dell’indagato», da un lato in ragione «della raffinata astuzia di quest’ultimo», dall’altro «del profondo legame» instauratosi nel tempo tra i due. Eppure, la macchina del fango sui giornali più vicini al governo non si è mai fermata, contribuendo a una operazione di screditamento nei confronti di Ranucci che sembra non avere eguali nella storia recente del Paese. Ieri, dopo giornate di fuoco, è arrivata la nota RAI che ne ha formalizzato la rimozione da Report. «Con la decisione annunciata dalla Rai, oggi la domanda resta la stessa di queste settimane: con quali motivazioni Sigfrido Ranucci viene rimosso dalla conduzione di Report? E quali sono le non meglio precisate “esigenze editoriali e organizzative dell’Azienda” che hanno motivato questa decisione?». Se lo chiede Vittorio di Trapani, Presidente della Federazione Nazionale della Stampa. «Visto che in queste settimane in tanti hanno imbracciato la bandiera della trasparenza, immagino che i vertici della Rai non avranno nessun problema a fornire la motivazione ufficiale per cui la vittima di un attentato viene sostituito alla conduzione del programma che conduceva. E quindi spiegare anche perché il “grado”, “l’esperienza maturata”, il “profilo” di Sigfrido Ranucci sono adeguati al Tg3, a Rainews24, a una sede di corrispondenza e non alla conduzione di Report». 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August 29, 2026
L'INDIPENDENTE