Tag - primo piano

Il diritto a dis-abitare
Quella che si propone di seguito è una fotografia in movimento. Un’istantanea, non definitiva ma comunque abbastanza realistica, di cosa sia diventato nel 2026 il diritto all’abitare in Italia. Nello specifico, quella che viene presentata è una storia/intervista realizzata in prima persona a qualcuno che questo cosiddetto diritto l’ha perso e quindi, risulta essere un vero e proprio “dis-abitante”. Ovvero una persona che non ha un posto dove stare e di conseguenza, vive in strada. Sembrerebbe in modo irreversibile, se certe cose non tenderanno a cambiare (e velocemente) nei prossimi tempi. In tal senso, la fotografia non è nemmeno così sconosciuta o singolare: secondo dati ISTAT dell’inizio 2026 infatti, le persone attualmente senza fissa dimora avrebbero raggiunto quota 96 mila persone, di cui circa il 70% di origine straniera. Mentre sempre a riguardo alle persone straniere presenti sul territorio italiano, sarebbero circa 1 milione e 700 mila quelle in condizioni di povertà assoluta con un’incidenza oltre quattro volte superiore ai cittadini italiani (dati ISTAT del 2022). Il protagonista assoluto di questa storia/intervista, è Amir che ha 34 anni e vive in Italia da 7. Anche se, a dirla tutta, è partito dal Pakistan che ne aveva 15 con il sogno, non del tutto dimenticato, di continuare a studiare. Magari anche laurearsi all’Università, «in Matematica». «Anche perché» – prosegue Amir – «in Pakistan ho sempre dovuto  lavorare fin da quando ero piccolo. Prima, in officina meccanica con mio padre. Poi, quando abbiamo perso tutto con la guerra, anche come muratore vicino la capitale Islamabad». Amir giura: «non mancando un singolo giorno di lavoro da quando ho iniziato». Esagerando, è chiaro. Amir è un ragazzo che ci tiene a risultare simpatico. «Dopo un viaggio lunghissimo, nel 2019 sono finalmente arrivato in Italia e mi è subito piaciuta tanto, davvero un bel posto. Tanto che quando ci sono arrivato, dopo essere stato qualche anno in Germania e anche in Belgio, ho davvero pensato di fermarmi a vivere qua, in Italia. Ma poi ho cambiato idea. Tu lo sai perché». > A questo punto, chiedo ad Amir perché abbia cambiato idea: «L’Italia è un > paese molto bello, ma pieno di problemi. Ti faccio un esempio: la prima volta > che sono arrivato in Italia ho abitato a Pioltello, poi a fine del 2021 mi > sono trasferito a Milano, quasi in centro, ma vivevamo in 10 nella stessa > casa. Tutti bravi ragazzi, gente straniera come me, che voleva solo lavorare e non fare problemi. Ma te lo immagini? Eh? Te lo immagini tu, 10 persone che vivono insieme in un appartamento da 4, massimo 5 persone?». Amir è un ragazzo serio, pacato e intelligente, lo si vede soprattutto da come pone le domande retoriche. Intelligente in verità, lo è sempre stato fin da bambino, a sentir lui. Precisamente da quando frequentava la scuola coranica di Chaman, sul confine con l’Afghanistan e il suo maestro, tale Imam Mohammad, lo considerava, «uno dei primi della classe. Te lo giuro» – afferma Amir – «potesse punirmi Allah se dico il falso. Anche se, a dire la verità, a scuola ci sono potuto andare pochissimo, 6 anni in totale. Il motivo è semplice: la mia famiglia viveva con niente, eravamo poverissimi e sono stato subito costretto a lavorare. Prima ho detto solo “in officina meccanica con mio padre”, ma la verità è che fin dall’infanzia, per sopravvivere, ho fatto qualsiasi cosa la mia famiglia mi chiedesse di fare. Una volta, ti racconto: con mio zio sono stato aldilà del confine con l’Afghanistan, figurati che paura che avevo. Dovevamo consegnare quattro camion di corns, come si dice in italiano: tipo pannocchie. Le dovevamo portare lontano, se non sbaglio in un campo dell’esercito americano o dell’ISAF (l’International Security Assistance Force, di cui faceva parte anche l’Esercito italiano) non ricordo bene, vicino Kandahar, in Afghanistan. Avevo 13 anni in quel momento. A un certo punto, quasi arrivati a destinazione, incontriamo un posto di blocco americano. I soldati dicono a mio zio Hussain, che in quel momento guidava il camion, di scendere e mostrare i documenti. Io quindi – prova ad immaginare, avevo 13 anni appena compiuti – in un attimo, siccome forse avremmo dovuto spostare i quattro camion, mi sono trovato alla guida di un mezzo che sarà pesato 2 tonnellate, forse di più. E pensa, l’avevo provato a guidare solo un paio di volte in tutta la mia vita! Non riuscivo più a muovermi. Ero completamente bloccato dalla paura». A questo punto, chiedo ad Amir di andare avanti. Anche perché dobbiamo tornare parlare di come vive in Italia. «Sì, adesso finisco. Passata circa un’ora, zio Hussain non è ancora tornato. Da quello che ci dicono, sembra che i talebani abbiano appena colpito una zona nella periferia est di Kandahar e per questo motivo, non può entrare e uscire finché quelli là non smettono di spararsi. Dopo 10 minuti infatti, anche noi sentiamo distintamente le prime esplosioni. Raffiche di mitragliatrice, colpi di mortaio, mentre ci sorvolano sulla testa gli elicotteri americani che vanno nella direzione delle montagne, quelle a punta aguzza dietro Kandahar. Non ricordo con precisione ma saranno state le 3-4 di notte». Nonostante si debba parlare d’altro, chiedo ad Amir cosa abbia fatto a quel punto. «Io, intanto, sono rimasto ancora sul camion. Anche perché i soldati ci tenevano sotto tiro coi mitra e dicevano che non era possibile scendere. Mi tremano le mani solo a ricordarmi la scena, pensa te. È chiaro no? Se i soldati del posto di blocco decidono che siamo talebani, sparano e ci uccidono tutti quanti». Detto questo, Amir appoggia entrambi i palmi delle mani sul tavolo dell’ufficio, quasi che per un attimo sembrerebbe concentrarsi solo qui, precisamente in questo punto della stanza e in nessun altro posto al mondo. «In breve, l’attacco talebano non è finito e abbiamo dovuto fare marcia indietro. Tornare a Chaman, in Pakistan. Ovviamente, senza lo zio Hussein che è stato arrestato e poi trattenuto in prigione per quasi quattro mesi. Anzi cinque, se non sbaglio. In pratica, gli americani l’avevano preso per un talebano, anche se ti giuro: non conosco nessuno meno talebano di mio zio Hussein. Per concludere questa piccola storia, ho fatto l’unica cosa che potevo fare: ho guidato indietro fino al confine col Pakistan, un camion da 2 tonnellate che faceva sbandate da tutte le parti. Un po’ per le buche, un po’ perché era proprio storto il camion… ovvio, anche perché era ancora piegato sotto il peso dei corns che portava. Puoi credermi». Arrivato alla fine del suo racconto, Amir riappare finalmente rilassato, distende i muscoli del collo che tornano in una postura quasi normale: «Se sono arrivato a casa quella volta, è perché l’ha voluto Allah. Hai presente chi? Dio, come lo chiami tu». Ad Amir era stata chiesta un’intervista sulla sua condizione abitativa ma ormai dovreste averlo capito: Amir è uno a cui piace prenderla un po’ alla larga. «Dicevo, ho sempre lavorato. Ed è vero. A Milano ho lavorato come lavapiatti per un paio d’anni. In nero, è chiaro. La paga era bassissima, 5 euro l’ora. Ma almeno mangiavamo gratis e la domenica era libera. Poi, alla fine del 2023, ci hanno licenziati dall’oggi al domani, tutti e due i lavapiatti. Io e un altro ragazzo che veniva dal Pakistan, Shah. Un ragazzo troppo buono, semi-analfabeta, che il padrone chiamava “Shandro”, prendendolo in giro e non solo: una volta, gli ha pure tirato una pentola molto pesante sulla schiena. Una scena orribile, che mi fa tanta rabbia ancora oggi se ci penso. > Adesso però, ti racconto della mia casa. All’epoca di queste brutte cose che > ti sto raccontando, vivevo in un appartamento in centro a Milano. Lo > condividevo con altri nove uomini. Dieci in totale. Tutti tra i 20 e i 30 > anni. Anche se il più vecchio in assoluto che è passato da quel posto, avrà avuto almeno 50 anni secondo me. Ricordo anche che non c’era la lavatrice e dovevo usare quella a gettoni. E avevamo un solo bagno per tutti quanti. Pagavo 350 euro al mese, più 50 di spese per le bollette. Sai fare i conti tu? In totale, fanno più di 3mila euro ogni mese per un singolo appartamento. Escluso luce, gas e tutto il resto. Non si può vivere così. Ma ti dico: non è il peggio che ho visto». Arrivato a questo punto dell’intervista, Amir sospira. È molto sconsolato, ma soprattutto stanco. «Adesso vivo in giro. Vivo fuori. Non ho una casa, te l’ho già detto tante volte. E mi servirebbe un aiuto per trovarla». A questo riguardo, Amir decide che mi deve parlare di lavoro. «A Brescia ero venuto per lavorare in fabbrica, fare l’operaio. Mi pagavano 8 euro l’ora e 10 euro per lo straordinario. Tanti soldi, credi a me. Ma poi, non mi hanno rinnovato il contratto perché l’azienda non fa i contratti indeterminati ai pakistani e quindi, non è andata bene. Tra l’altro, una settimana dopo mi hanno anche buttato fuori da dove ero ospitato e adesso vivo là, in una casa abbandonata in via… [per tutelare Amir, non si può dire dove vive effettivamente]. > Ma come sai bene, è un posto molto brutto. Non c’è niente, solo l’acqua. Ci > viviamo in tre. Io da febbraio, mentre gli altri due che vivono lì, sono > arrivati addirittura da prima dell’inverno che quest’anno è stato molto > freddo. Quando sono arrivato a Brescia mi ricordo che c’era -2, tanto ghiaccio > e nebbia che non si vedeva niente. Gli altri due erano già lì da qualche mese, > tipo ottobre, ed erano sopravvissuti non so come. Ma inshallah, sopravviveremo ancora tutti e tre. Anche se, a volte, è davvero difficile, te l’ho già detto. Adesso ho bisogno di una casa vera dove vivere». A questo punto dell’intervista, Amir alza il braccio destro. Come si può ben vedere, ha una grossa fasciatura che gli avvolge completamente il gomito. E aggiunge: «questo è successo perché ho trovato un ladro che stava rubando. Un giorno, torno da lavoro e trovo un ragazzo che sta portando via le nostre borse. Io subito grido forte e gli salto addosso da dietro cercando di fermarlo. In quel momento, mi è venuta tanta rabbia che volevo ucciderlo. L’avrei ucciso davvero, credimi, se solo avessi potuto. Invece, lui è riuscito a scappare e mi sono fatto male io. Quei due che vivono con me, dicono che il ladro cercava i soldi o la droga nelle borse. Dicono che era un drogato, uno che fuma e usa quella schifezza. Io non lo so chi fosse quel ladro, ma non ho mai toccato la droga in tutta la mia vita e mai lo farò. Comunque, è venuta a prendermi l’ambulanza per la botta che ho preso. E c’era anche la polizia, ma quella vestita di nero (ovviamente, Amir intende i carabinieri). Loro sanno benissimo che noi siamo qui, viviamo in questo posto abbandonato senza luce elettrica e non ci dicono niente. Altrimenti dovrebbero occuparsi di noi e invece, se fanno così possono andare via e lasciarci qui». Chiedo ad Amir se anche adesso lavora, e dove: «Certo che lavoro. Te l’ho già detto che lavoro da sempre. Nello specifico, adesso lavoro per un’azienda agricola vicino Brescia, in una ditta dove c’è tanto lavoro e mi hanno fatto il contratto determinato che scade tra un paio di settimane. Infatti, spero che mi facciano il rinnovo, altrimenti dovrò cercare un altro lavoro e non ho voglia. Mi piace quella ditta, mi pagano bene: 7 euro l’ora. E mi passano anche a prendere la mattina con il furgone. Alla fine, se ci pensi, è comodo. Poi però, senza casa è comunque difficile lo stesso. > Per cui devi cercare per forza di andare nel dormitorio, anche se i posti nei > dormitori sono pochi e non c’è nessuno che ti fa dormire a casa sua senza > pagare. E io i soldi ce li ho, io lo posso pagare un affitto! Tu lo sai che > posso pagare un affitto». Sì, lo so che Amir può permettersi di pagare un affitto. A dire il vero, è proprio questo uno dei motivi principali per cui gli ho chiesto l’intervista. «Molto bene, sono contento di aver raccontato un pezzo della mia storia perché la mia situazione è uguale a quella di tanti altri ragazzi. Pakistani e non, che sono venuti in Italia a lavorare ma purtroppo, per una sfortuna o per l’altra, adesso hanno perso la casa e vivono in strada. Anche se magari hanno uno stipendio da 1200 euro al mese e come me, sono costretti a vivere come animali, senza la possibilità di affittare un posto dove dormire». Grazie Amir, ci vediamo al prossimo appuntamento. Foto di copertina di Patrizia Montesanti Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Il diritto a dis-abitare proviene da DINAMOpress.
July 13, 2026
DINAMOpress
C’era un ragazzo sull’asfalto
A NOI SONO BASTATI I PRIMI DUE CAPOVERSI DI QUESTO SCRITTO DI HAIDI GIULIANI PER STRAPPARCI DIVERSE LACRIME. GENOVA 2001, IL MOVIMENTO DEI MOVIMENTI, HAIDI ED ELENA GIULIANI ABITANO LA NOSTRA MEMORIA BEN PRIMA CHE NASCESSE COMUNE. IL VOLUME ALIMONDA – CHI HA UCCISO CARLO GIULIANI? (CRONACHE RIBELLI) DI CARLO A. BACHSCHMIDT CI COSTRINGE A GUARDARE AL LUGLIO 2001 COME A UN TRAUMA MAI RIMARGINATO: CURARE QUESTA E ALTRE FERITE È IL PRESUPPOSTO IMPRESCINDIBILE PER CREARE OGGI UN MONDO DIVERSO. COME HAIDI RICORDA NELLA PREFAZIONE, LE MADRES DI PLAZA DE MAYO HANNO INSEGNATO AL MONDO A SOCIALIZZARE IL DOLORE. TANTI E TANTE HANNO FATTO PROPRIA QUESTA LEZIONE GRAZIE A LEI. HANNO ANCHE SCOPERTO CHE È POSSIBILE TRASFORMARE UNA VORAGINE DI LUTTO NELL’INESAURIBILE ENERGIA DI UNA LOTTA OSTINATA RICCA DI TENEREZZA E RABBIA Foto di Marica Traverso (dalla pag. fb di Elena Giuliani) Ero andata in pensione a settembre. Non mi dispiaceva lavorare con i bambini e le bambine, al contrario. Mi dispiaceva non poter fare scuola come ritenevo giusto. Come avevamo lavorato negli anni in cui sembrava possibile costruire un mondo diverso. Così ero andata in pensione, per tristezza dicevo. “Ora potrai viaggiare”, mi consolavano le amiche. Sono salita su un aereo la prima volta per raggiungere uno dei miei fratelli in Centroamerica. La seconda in Senegal, senza giornali né tv, per conoscere l’ambiente, condividere la vita dei ragazzi che scappavano al di là del mare a fare i vu’ cumprà. A “fare negozio”, come dicevano loro. Ero tornata da una settimana. Sentivo parlare di assalti alla «zona rossa», sangue infetto, bombe carta… Non capivo. Dopo l’assalto al cielo, da quasi vent’anni le manifestazioni a cui avevo partecipato erano praticamente piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni. Mia figlia era impiegata a Milano, mio figlio a cena mi aveva detto “Domani c’è il concerto di Manu Chao”. È arrivato il 20. Nel pomeriggio è arrivato anche Giuliano e si è seduto in sala a guardare la televisione. Io ero indaffarata in giardino, abbandonato da troppo tempo. C’era un continuo rumore di elicotteri. Di tanto in tanto alzavo gli occhi a guardare il fumo nero che sporcava la città giù, verso il mare. “Sembra di essere in guerra”, ho risposto all’altro fratello, che mi telefonava preoccupato da Monza. Lui la guerra se la ricordava bene. Con la terra sulle mani sono entrata in casa. Ho dato un’occhiata allo schermo acceso. C’era un ragazzo sull’asfalto. Sono andata a lavarmi. “Lo sprofondo”, ha scritto un mio amico. Non saprei spiegarlo meglio. Da quella sera tutto è finito in un buco nero, in quello sprofondo. La politica, la scuola, il matrimonio: tutti i miei fallimenti non hanno contato più niente. Capivo solo che non avrei potuto difendere mia figlia dallo strazio. Che stavo annegando. Subito è cominciata la ridda di polizia, avvocati, giornalisti… Non sono stati giorni facili. Non è stata facile la conversazione avuta in questura. Un giudice sconosciuto mi impediva di prendere tra le braccia mio figlio. Non è stato facile riuscire a “corrompere” il guardiano dell’obitorio per poterlo vedere qualche secondo da uno spiraglio. Annegavo. Poi mi hanno portato in quella piazza. C’erano tanti giovani. C’erano i suoi amici. Non tutti. In particolare c’erano quelli che non avevo conosciuto prima, quelli legati alla sua vita recente. C’era la segatura a coprire il sangue e i fiori a coprire la segatura. Mi sono seduta su un muretto, sono rimasta lì. Qualche tempo dopo Elena è dovuta tornare al lavoro, è ripartita. Piazza Alimonda è diventata la mia casa. Oltre ad amici e amiche di Carlo, si fermavano tante persone, spesso sconosciute. Mi raccontavano chi una cosa, chi un’altra di quello che avevano vissuto. Dell’afa, della paura, dei lacrimogeni che cadevano anche dal cielo… Io guardavo la strada: il sangue era stato asfaltato, si poteva comunque capire dove era caduto Carlo. Confrontavo quello che avevo davanti agli occhi con le foto pubblicate e i commenti dei cronisti. No, c’era qualcosa che non mi tornava. Di notte arrivavano gli immigrati. “Tuo figlio buono”, mi dicevano due di loro. Arrivava qualche fuori di testa. Uno ha preso casa lì con me: curava i fiori, i biglietti e i piccoli doni appesi alla cancellata della chiesa del Rimedio, ne portava di nuovi, raccattati chissà dove. Aveva una brutta ferita, ricucita malamente, che gli attraversava una mano. Lui mi permetteva di disinfettarla e fasciarla. Alla fine dell’estate avrei scoperto che la sua era una specie di follia momentanea: ha riacquistato lucidità quando, sulla pagina di un quotidiano, ha riconosciuto il suo carnefice, il poliziotto che a Bolzaneto gli aveva divaricato le dita lacerando il palmo. Dovevo trovare altre foto, ero sicura che ce ne fossero, anche perché in quella settimana di luglio era stato allestito il Media Center per gestire la quantità di informazioni e immagini raccolte dai mediattivisti, fondamentale il ruolo di Indymedia e di Radio Gap. Ma dove cercare? Così sono venuta a sapere che in via San Luca, sotto i locali dell’Arci, era nato il Legal Forum. In previsione del vertice, avvocati provenienti da tutta Italia, aderendo al Genoa Social Forum, avevano costituito un team per seguire e controllare la situazione durante le proteste. Per assistere i manifestanti, spesso stranieri, si era costituita una Segreteria Legale che offriva indicazioni e consigli. Non ricordo quando ho incontrato per la prima volta l’autore di questo libro, quando ho saputo che era consulente tecnico responsabile del Genoa Legal Forum per l’analisi e l’archiviazione di tutto il materiale video fotografico relativo alle giornate. Ricordo che da allora e per dieci lunghi anni l’ho sempre ritrovato, tra volontari e qualche avvocato, a coordinare le attività che si svolgevano in quelle stanze. Il pomeriggio del 20 luglio in Alimonda erano presenti otto tra fotografi e cineoperatori. Otto obiettivi potevano aver fissato gli ultimi momenti nella vita di mio figlio. Senza contare gli apparecchi fotografici – niente smartphone all’epoca – dei cittadini che avevano le finestre sulla piazza. Dovevo parlare con chi aveva ripreso le immagini, trovare nuove istantanee oltre a quelle già pubblicate. Con le indicazioni ricevute in via San Luca, ho lasciato la piazza e sono partita a cercarle. Intanto Bachschmidt e diversi mediattivisti cominciavano a ordinare testimonianze raccolte, registrazioni audio, la rassegna stampa. A datare il fiume di immagini e filmati sfuggiti al setaccio delle polizie. Alcuni fotografi e un regista hanno da subito collaborato sia con la Segreteria Legale che con noi familiari… Ho rintracciato a Roma i due che mi interessavano maggiormente: il primo aveva avuto un braccio fratturato e un apparecchio sfasciato mentre cercava di riprendere Carlo a terra, circondato dagli agenti, ma non aveva sporto denuncia e “non se la sentiva” – così mi ha detto – di testimoniare. Il secondo, che in piazza si era trovato in una posizione vantaggiosa sui gradini della chiesa, mi ha risposto seccamente “non ho niente da dire e niente da dare”. Intanto: sono subito iniziate le indagini volte a identificare i “manifestanti violenti”. Ne vengono individuati 40, tra questi 23 persone sono arrestate il 4 dicembre. L’udienza preliminare si terrà un anno più tardi e la difesa chiederà inutilmente la modifica del capo di imputazione: “devastazione e saccheggio”, un reato introdotto sotto il regime fascista col famigerato Codice Rocco del 1930, tuttora vigente in moltissime sue parti. Intanto: l’11 settembre due attacchi suicidi contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New York causano quasi tremila vittime e scatenano la “guerra al terrorismo” da parte degli USA, dando il via alle orribili carneficine in Afghanistan e in Iraq. I “fatti del G8” non trovano più spazio nei media italiani. Intanto: un cugino, da Londra, apre il sito “carlogiuliani.it”. Radio Sherwood apre, realizza e mantiene il sito “piazzacarlogiuliani.org” per tanti anni. Scrive Elena, che da sempre lo cura: “Costituito il Comitato, Radio Sherwood ci ha regalato il dominio e ci ha aiutato a lungo ad aggiornare il sito che ha continuato a crescere, grazie a diversi contributi generosi, tanto da presentare versioni in sei lingue straniere. Con il passare degli anni sono cambiate le piattaforme e i programmi di gestione; di trasloco in trasloco, da un server all’altro, il nostro sito ha perso le versioni in altre lingue, ha cambiato veste grafica, ha cambiato anche dominio… Oggi ringraziamo Carlo Gubitosa per la pazienza e la generosità con cui ci ha supportati e consigliati oltre che per l’impegno messo nel realizzarlo, e l’Associazione culturale Altrinformazione che ci ospita sui suoi server”. Quel sito racconta, ancora dopo 25 anni, la storia del comitato voluto da amici e amiche di mio figlio a cui si sono uniti una sua maestra, un professore del liceo e noi familiari. Non ne farà parte Edo, caro compagno dei primi anni di scuola, che un aneurisma ci ha rubato il 2 gennaio 2002. Lo vengo a sapere, con il cuore a pezzi, mentre mi trovo al secondo Social Forum Mondiale di Porto Alegre, tra una conferenza e una manifestazione. Intanto: nascono un centinaio di Social forum locali. Ho cominciato a viaggiare, da nord a sud e oltre confine. Non mi fermerò per diversi anni. Viaggio per raccontare i “fatti”, viaggio anche per raccogliere sostegno economico: in via San Luca si lavora intensamente e c’è bisogno di solidarietà. Viaggio per imparare. Per imparare vado da Felicia Impastato, a Cinisi, che mi prende per mano e mi parla del suo Peppino. A Milano c’è Lydia, madre di Roberto Franceschi. C’è Licia, moglie di Pino Pinelli, ma in quel momento non passo al suo esame severo. Ci sono Danila e Maria, madre di Fausto Tinelli e sorella di Lorenzo Iannucci. Ci sono le Mamme del Leoncavallo. C’è Adele, madre di Luca Rossi. A Pisa c’è Franco Serantini, un “figlio di nessuno”, e Teresa Mattei, la partigiana Chicchi, la Madre costituente che ne fa memoria. A Brescia ricordiamo i colleghi e le colleghe uccisi in Piazza della Loggia. A Bologna il 2 agosto non si può mancare perché la strage fascista alla stazione non ha ancora detto tutta la verità. E a marzo ci sono gli amici e le compagne di Francesco Lorusso, colpito alla schiena vicino alla sua Università. La mia Università si trova a Casa Cervi, e a Reggio Emilia, con i cinque martiri della canzone che cantavo ai miei figli bambini. Roma mi regala una nuova grande amica, già amica, quando era ragazza, di mia sorella Anna, della libreria Uscita: “memoria è lotta!” mi insegna Paola Staccioli con i suoi libri, mentre lotta contro il tumore. Conosco Carla Verbano, madre di Valerio, la sorella di Piero Bruno, i compagni di Walter Rossi, tutto il quartiere di Ciro Principessa… Le Madres argentine di Plaza de Mayo lo hanno insegnato: è possibile socializzare il dolore. Hebe De Bonafini mi aveva regalato il fazzoletto bianco con la scritta Aparición con vida. Lottare contro l’impunità. Nunca más. Lo ripetiamo anche noi, ai convegni, nelle piazze, nei volantini. Ingenuamente tento di mettere insieme tutte le vittime della violenza di Stato, di creare una rete che unisca comitati e associazioni. Non ci riesco. Al termine di alcuni incontri – a Milano, Genova, Roma e Bologna – concordiamo solo su un sito comune. Nasce così, grazie alla generosità e all’impegno costante di Francesco “baro” Barilli, Reti-Invisibili, un portale internet con cui si intende rendere visibili le nostre attività. Una Banca dati della memoria dove inserire il profilo di ciascuna associazione, documenti giudiziari, schede e cronologia dei principali fatti dal dopoguerra, contributi tecnici e giornalistici. Scrive Barilli: “Cosa lega le vittime delle stragi italiane a quelle uccise dalle forze dell’ordine, dallo squadrismo neofascista, dalle organizzazioni mafiose? Fatti diversi tra loro però uniti da un’unica strategia: la negazione della verità da parte degli apparati dello Stato, conseguenza di insabbiamenti, sottrazione di documenti processuali rilevanti, sostanziale archiviazione di tutti i procedimenti in corso. Senza l’accertamento della verità, i familiari delle vittime di stragi e omicidi compiuti anche da diversi responsabili sono diventati come invisibili, buoni solo per le ricorrenze e gli anniversari con cui lo Stato si autoassolve dalle sue responsabilità”. Un’altra rete nel frattempo conquista le prime pagine di certa stampa: dopo un’articolata indagine, i reparti speciali dei ROS (Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma dei Carabinieri) e dei GOM (Gruppo Operativo Mobile, un reparto speciale della Polizia Penitenziaria) arrestano diciotto attivisti della “rete meridionale del sud ribelle”, notificando i domiciliari ad altri cinque. Saranno quarantuno, nel complesso, le persone indagate nel filone d’inchiesta. Scrive Lorenzo Guadagnucci nel 2003: “L’inchiesta di Cosenza contro la Rete del Sud Ribelle è stato forse il passaggio più inquietante di quell’involuzione autoritaria che ha caratterizzato l’Italia del dopo Genova. Nel novembre 2002 venti militanti furono arrestati (e alcuni di loro furono rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza vicino a mafiosi e terroristi) con accuse pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di derivazione fascista, introdotti nel codice negli anni Trenta, come il “sovvertimento dell’ordinamento economico costituito nello Stato” […] L’accusa – e questo è il punto grave – non contesta agli indagati alcun fatto specifico, se non l’occupazione simbolica di un’agenzia di lavoro interinale e la partecipazione attiva ai controvertici di Napoli e Genova nel 2001. Fra le imputazioni, per alcuni, c’è anche la “compartecipazione psichica” agli atti violenti compiuti da altri. In breve, un castello di accuse dal quale è pressoché impossibile difendersi: se l’accusa non contesta fatti specifici, come si può replicare?”. Nel 2008, infine, verrà emessa la sentenza di assoluzione per tutti i 13 imputati rimasti “perché il fatto non sussiste”. Il sito ProcessiG8 spiega che la segreteria del Genoa Legal Forum coordinava un centinaio di avvocati impegnati nella difesa dei manifestanti ingiustamente incarcerati, di coloro che avevano subito la brutalità poliziesca, che non avevano potuto far valere i loro diritti e così via: “… Si sono così costituiti alcuni gruppi di lavoro sui principali momenti in cui l’assistenza legale si è articolata: la tutela delle persone indagate, l’assalto alla Scuola Diaz, le violenze perpetrate a Bolzaneto, gli arresti e i pestaggi durante le manifestazioni, i ricorsi contro le espulsioni immotivate e il divieto di rientro in Italia, i fatti di via Tolemaide e piazza Alimonda culminati con l’uccisione di Carlo Giuliani”. Come Bachschmidt racconta in questo libro, Piazza Alimonda è stata isolata dal contesto di via Tolemaide e subito archiviata, ma è ritornata nel processo a carico di venticinque manifestanti, i capri espiatori del disastro G8. Nel 2004, perquisiti, fotografati e schedati, abbiamo potuto assistere alle udienze. Vedevamo sfilare i testi chiave dell’accusa: i poliziotti e i carabinieri che comandavano i vari contingenti schierati per le strade della città, tra questi i responsabili delle cariche immotivate e dei pestaggi. A fianco degli avvocati della difesa intravedevo Bachschmidt e altri consulenti della Segreteria Legale. All’inizio eravamo un pubblico numeroso. Chi non mancava mai era Arnaldo Cestaro, sessantadue anni compiuti quando, nella palestra della scuola Diaz, era stato picchiato con tanta crudeltà da lasciargli ferite permanenti. Nel 2011 porterà il suo caso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – sostenendo che l’Italia non solo aveva violato i suoi diritti fondamentali durante l’assalto alla scuola, ma che non aveva fornito adeguate misure per punire i responsabili – e vincerà la sua battaglia. In realtà sarà una vittoria per i diritti umani, non solo per le vittime degli abusi di Genova, ma anche per il sistema giuridico italiano, considerato l’impatto che ha avuto per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale. “Era una persona speciale” scriverà vent’anni dopo Lorenzo Guadagnucci, suo compagno di sventura: “Era un militante politico, orgogliosamente comunista, pieno di umanità e di gentilezza. Era arrivato a Genova per il G8 da Vicenza, con un pullman organizzato da Rifondazione Comunista, il suo partito, ma non era rientrato col resto del gruppo. Si era fermato a Genova con l’intenzione di portare un mazzo di fiori al cimitero di Staglieno, sulla tomba della figlia di una compaesana, una ragazza morta in un incidente stradale. Arnaldo era così, un uomo gentile, fedele alle amicizie, attento alle persone che aveva vicino. Quel sabato 21 luglio aveva chiesto consiglio per un luogo in cui passare la notte, e una signora genovese gli aveva indicato la scuola Diaz di via Battisti. Arnaldo si era sistemato con le sue borse proprio vicino al portone d’ingresso della scuola. Fu uno dei primi a essere travolto. “Pensavo fossero quelli del Blocco nero – avrebbe poi raccontato – e invece era la nostra polizia. Nei mesi successivi, con altre persone, fummo tra i fondatori del Comitato Verità e Giustizia per Genova. Arnaldo ne era un simbolo”. La presidente era la madre di una ragazza di Lecco ferita alla Diaz, dove era tornata la sera del sabato dopo la manifestazione per riprendersi lo zaino. “Da quel momento noi l’abbiamo persa fino al lunedì notte quando l’abbiamo riabbracciata all’uscita dal carcere di Vercelli”, ricordava Enrica Bartesaghi, “nel frattempo, in quelle lunghissime ore, noi abbiamo scoperto, dopo innumerevoli telefonate alla questura di Genova, che Sara era stata arrestata senza sapere perché, che era stata ferita riportando un trauma cranico senza sapere dove né da chi, che era stata portata in carcere senza sapere quale… Mi è sembrato di colpo di essere precipitata in un altro paese, in un’altra epoca, non ero più in Italia nel luglio del 2001, ma nel Cile ai tempi di Pinochet o nell’Argentina dei colonnelli, da noi – pensavo – non ti spariscono i figli nel nulla, feriti e sequestrati dalla polizia”. Enrica ha continuato per molti anni a testimoniare e cercare con determinazione quella Verità e Giustizia per sua figlia e per le altre persone che quella notte avevano subito maltrattamenti e pestaggi fino a un soffio dal perdere la vita, come il giornalista inglese Mark Covell. Quando sono iniziate le udienze per il processo Diaz abbiamo assistito a testimonianze di grande valore. Ricordo in particolare la compostezza e la determinazione con cui Lena Zühlke rispondeva alle domande, a volte volgarmente allusive e provocatorie, degli avvocati della polizia. Chi ha trovato la forza di venire a deporre, nonostante il dolore e vorrei dire il disgusto del ricordo, ha dimostrato una dignità e un senso civico che avrebbe dovuto coprire di vergogna i torturatori e i responsabili di quella sciagurata irruzione. Se ne fossero stati capaci. All’interno di Reti-Invisibili, e con il supporto prezioso dell’Osservatorio Repressione organizzato e coordinato da Italo Di Sabato, si era creato un rapporto di collaborazione e sostegno reciproco, soprattutto tra le associazioni di Genova, Bologna, Milano, Pisa e Roma. Negli anni abbiamo dovuto purtroppo aggiungere altri nomi, altre associazioni, altro dolore, altra ingiustizia. 2003, Milano: Davide Cesare, il nostro Dax, pugnalato per strada con un amico da due fascisti. Le forze dell’ordine, subito intervenute, hanno ostacolato l’arrivo delle ambulanze, poi hanno inseguito, manganellato, arrestato i compagni dei due giovani fino all’interno del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Paolo. 2003, Livorno: Marcello Lonzi, trovato morto nel carcere delle Sughere. 2005, Ferrara: Federico Aldrovandi, diciotto anni, che ritornando a casa una notte incontrava quattro poliziotti. 2006, Cagliari: Giuseppe Casu, sessantenne pensionato di Quartu Sant’ Elena, di tanto in tanto vendeva frutta e verdura senza la regolare licenza. 2006, Roma: Renato Biagetti, laureato in ingegneria, accoltellato all’uscita di una festa reggae sulla spiaggia di Focene da fascisti. Gli assassini pronti per volare all’estero, uno dei due ha il padre carabiniere. 2006, Trieste: Riccardo Rasman, trentaquattrenne disabile psichico, “arrestato” nella sua abitazione da tre agenti di polizia perché disturbava i vicini. 2007, Arezzo: Gabriele Sandri, ucciso da un colpo di pistola sparato da un agente durante una sosta in un’area di servizio. 2007, Perugia: Aldo Bianzino, falegname, trovato morto nel carcere due giorni dopo il suo arresto per coltivazione di alcune piante di cannabis. 2008, Varese: Giuseppe Uva, fermato da due carabinieri perché ubriaco. 2009, Vallo della Lucania: Francesco Mastrogiovanni, “il maestro più alto del mondo”, morto durante un trattamento di contenzione meccanica (legato per 87 ore senza acqua né cibo): era stato fermato dai carabinieri a seguito di un ordine di TSO del sindaco. 2009, Roma: Stefano Cucchi, arrestato dai carabinieri, morto dopo pochi giorni durante la custodia cautelare. 2010, Milano: Michele Ferrulli, morto durante l’arresto, le forze dell’ordine erano state chiamate per “molestie”. 2014, Firenze: Riccardo Magherini, morto durante un fermo ad opera dei carabinieri. L’intento del nostro gruppo era quello di rendere visibile, con le vittime, la repressione che le aveva uccise. Gli abusi, i depistaggi, gli insabbiamenti. Le promozioni dei responsabili di interventi sciagurati. L’involuzione delle forze dell’ordine che invece di garantire il diritto di manifestare, difendere le realtà più deboli e minoritarie e contrastare tutti gli abusi, aggredisce come nemica ogni diversità: chi dissente, chi occupa case, migranti, rom… L’arrivo di Patrizia Moretti, madre di Aldrovandi, e più ancora di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ha cambiato l’indirizzo da seguire: bisognava togliere le “mele marce” da un paniere sano, condannando gli esecutori materiali. [Mi scrive Baro a questo proposito: una cosa del genere l’abbiamo vista anche nel caso del poliziotto assassino di Rogoredo (una vicenda che davvero, se indagata sul serio, è la punta dell’iceberg di un sistema) o anche nel caso (meno noto ma persino più grave) della caserma dei CC chiusa a Piacenza. Parlo di un fatto di 5 o 6 anni fa: un’intera caserma nel centro di Piacenza fu posta sotto sequestro e diversi militari arrestati. I reati contestati erano agghiaccianti; vado a memoria: traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio… Tutto questo per dire che altro che mele marce: abbiamo un problema col frutteto]. Naturalmente la nuova linea di condotta è stata subito accolta ai piani alti ma è piaciuta anche all’opinione pubblica: è più rassicurante poter dare la colpa a dei singoli invece di mettere in discussione un intero sistema. Sarà la fine di Reti-Invisibili. Ho viaggiato da un treno all’altro, da un dibattito organizzato da un Social forum all’assemblea di un circolo Arci, da una festa di Liberazione a una di Legambiente, passando da scuole e centri sociali. Ho ricevuto un’accoglienza calda e solidale da chi non si limitava alla prima impressione, alla prima immagine, ma cercava di capire. Ho conosciuto persone bellissime, “belle dentro” come diceva mio figlio. Tra quelle che incontravo spesso, alle diverse iniziative, Vittorio Agnoletto era infaticabile nel denunciare ingiustizie e soprusi, assumendosi con coraggio le responsabilità anche a costo di subirne le conseguenze. Instancabile, ancora oggi. A Genova, Bachschmidt e la Segreteria Legale continuavano a lavorare intensamente per assistere gli avvocati nei diversi processi: quello a carico dei 25 manifestanti, quelli relativi ai fatti della scuola Diaz, della caserma Bolzaneto, ai vari episodi di strada. Penso sia utile sottolineare il grande lavoro svolto in via San Luca, perché non sono molte le persone che ne sono venute a conoscenza. Per la prima volta le foto e le riprese video, acquisite come prove documentali, sono state determinanti in un processo penale: hanno di- mostrato la brutalità dell’irruzione nella scuola; hanno smontato la versione delle forze dell’ordine per quanto riguarda le due bottiglie molotov; hanno permesso di identificare alcuni degli agenti responsabili delle violenze. La giurisprudenza ha poi consolidato l’uso delle registrazioni video come prove documentali legittime, a patto che sia garantita la loro genuinità e integrità. Sono sempre convinta che, con le immagini raccolte in piazza Alimonda il mio nuovo avvocato, compagno e amico fraterno, Gilberto Pagani, in un pubblico dibattimento avrebbe potuto smentire le deduzioni che hanno portato all’archiviazione dell’uccisione di Carlo… Ora, però, devo fare un passo indietro e tornare al 2005 quando i comitati Verità e Giustizia per Genova e Piazza Carlo Giuliani raccoglievano le firme a sostegno di una petizione popolare, a norma dell’art. 50 della Costituzione, firme in seguito consegnate, inutilmente, nelle mani del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu. Nel testo dell’istanza chiedevamo “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di principi ed indirizzi finalizzati ad una moderna formazione non violenta e ad un costante aggiornamento professionale delle Forze di polizia” e “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di messa in atto di norme in materia di identificazione, mediante codice alfanumerico, del personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile o militare comunque impiegato in servizio di ordine pubblico”. Si può leggere nel web che l’introduzione di un codice identificativo per il personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile (Polizia di Stato, Polizia penitenziaria) e militare (Carabinieri, Guardia di Finanza) impegnato in attività di ordine pubblico è un tema dibattuto da anni in Italia. Nonostante le raccomandazioni del Consiglio d’Europa e le richieste di organizzazioni come Amnesty International, ad oggi non esiste un obbligo di legge che imponga l’apposizione di tali codici sulle divise o sui caschi, rafforzando l’impunibilità degli agenti e rendendo l’Italia un’eccezione rispetto alla maggior parte dei Paesi europei. Anche gli abitanti della Val di Susa, dove salivo per la prima volta quell’anno, ne trarrebbero un beneficio. Da molto tempo uomini e donne che cercano di difendere il loro territorio dalle distruzioni e dai veleni prodotti dagli scavi per l’Alta Velocità vengono controllati, fermati, feriti, bombardati di gas CS (usato anche a Genova ma proibito in guerra dalla Convenzione di Ginevra). Vengono accusati di pesanti reati dai PM di Torino, come resistenza aggravata a pubblico ufficiale o devastazione e saccheggio. Ricevono fogli di via e dure – quanto assurde – misure cautelari. Non succede solo ai ragazzi: Nicoletta Dosio, docente di lettere antiche in pensione, mia cara amica, ha avuto tutto questo: le hanno rotto il naso, è stata incarcerata, messa agli arresti domiciliari per via del covid, impossibilitata a ricevere cure e amicizie mentre il marito era gravemente ammalato. Non mi si dica che questa è giustizia. È stupida vendetta, è crudeltà. Mi sono sentita subito a casa in quella valle, subito compresa e accolta con generosità, e da allora sono ritornata molte volte, trovando nuove sorelle quando, alcuni anni più tardi, si è costituito il fantastico gruppo delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso. È un’associazione di mamme delle ragazze e dei ragazzi di Torino sottoposti a pesanti misure cautelari e processi per aver partecipato a manifestazioni e iniziative antirazziste, antifasciste e in difesa del territorio. Si sono riunite in gruppo per sostenere tutti e tutte i giovani attivisti, e per denunciare la situazione di ingiustizia e di repressione che nega il diritto al dissenso e alla protesta. A Genova il nostro Comitato era formato inizialmente da sedici persone che si erano avvicendate nei diversi ruoli. Il primo presidente è stato il caro Giuseppe Coscione, professore di Carlo al liceo, che continua a sostenerci. Tra gli altri voglio ricordare Pietro Ugo Bertolino, uno degli amici più costanti che purtroppo ci ha lasciato contro la sua volontà a causa di una sofferta malattia. È soprattutto merito suo se, dopo varie domande e altrettanti rifiuti, abbiamo deciso di raccogliere e presentare le firme necessarie per posizionare il cippo al centro dell’aiuola. Ha scritto Lorenzo Guadagnucci: “L’altare abusivo finora ha fatto comodo a tutti. Ha permesso di ricordare Carlo e attraverso di lui tutte le vittime di quelle giornate torride di luglio, senza cambiare la toponomastica cittadina e senza disturbare nessuno. Il Comune ha potuto limitarsi ad osservare. Non c’è stato bisogno di una discussione pubblica sulla memoria cittadina: l’altare c’era, ma era ufficioso, svolgeva la sua funzione e consentiva a tutti di stare al coperto. Ora è tempo di prendere posizione. Il Comitato Piazza Carlo Giuliani ha avviato una raccolta di firme per mettere un cippo in marmo nell’aiuola al centro della piazza. Sul cippo saranno incisi solo nome, cognome e data: non serve nulla di più. Non ci sono intenti celebrativi, e tanto meno di rivincita: si tratta di dare forma materiale, concreta a un tratto di memoria che la città di Genova non ha ancora assimilato. Quel cippo poteva essere lì già da tempo. In altri momenti, con uomini più coraggiosi, non ci sarebbe voluta una raccolta di firme, promossa da un Comitato animato dai familiari e dagli amici della vittima, per fermare con una targa nel ricordo della città e dei cittadini un episodio così grave e così importante per la vita democratica e civile di Genova e dell’intero paese. Ma oggi, nei luoghi del potere, il coraggio è un bene raro”. La richiesta è stata formalmente presentata all’allora sindaco di Genova, accompagnata dal progetto, e si è giunti in seguito alla discussione in Consiglio comunale, sostenuta da una mozione e appoggiata dal centrosinistra con qualche defezione. E Tursi ha autorizzato. Perché un cippo? Una targa posta in precedenza con incisa una frase di Gandhi era stata giudicata “pericolosa”, in seguito lordata di vernice nera, infine spaccata. Un sasso è per natura “resistente”: resiste alle calamità del tempo come ad altre, di altra origine. Inoltre, una cooperativa di cavatori di Massa Carrara aveva fatto sapere a Pierugo di voler donare a Carlo un blocco di marmo, cioè il più bel “sasso” che perfino un ragazzo come lui, naturalmente poco incline a monumenti, avrebbe apprezzato. Nel 2006 Stefania Zuccari, mamma di Renato Biagetti, aveva iniziato a raccogliere attorno a sé un gruppo antifascista tutto al femminile: le Madri per Roma Città Aperta. Ha aderito subito Rosa Piro, mamma di Dax, e io che nel frattempo stavo diventando romana. Infatti, nell’illusione di poter seguire da vicino i lavori della commissione parlamentare di inchiesta sul G8 prevista dal governo Prodi, avevo accettato la candidatura di Rifondazione Comunista. Ero entrata in Senato a ottobre, in tempo per vedere bocciata la proposta di commissione. Mi sentivo inadatta al ruolo, prigioniera in quella gabbia dorata che si era rivelata presto un votificio. Mi mancavano l’esperienza e il rapporto con il territorio. Così usavo il mio tesserino magico nel tempo libero, dal venerdì pomeriggio al martedì mattina, per continuare a imparare. Ho viaggiato da un lager per immigrati a una prigione, da una casa circondariale a un carcere con 41 bis (fine pena mai), da un campo sinti o rom ancora a un istituto di pena, con la collaborazione di compagni delle diverse regioni. Dopo un anno e mezzo il governo è caduto per un cambio di casacca, tanto era risicata la nostra maggioranza, e ho dovuto interrompere quelle terribili lezioni. Non sono stata davvero utile a nessuno, ho solo allacciato alcuni forti legami di amicizia che durano ancora oggi. Tra il 2008 e il 2012 Bach – come mi piace chiamarlo data la mia difficoltà ad usare il nome di mio figlio – era ancora impegnato come perito nei processi giunti al secondo grado di giudizio. Oltre alle consulenze acquisite durante i processi, ha curato la produzione di video indipendenti, tra cui Blocco nero, presentato a settembre alla Mostra del Cinema di Venezia. Nello stesso anno ha portato al Festival di Internazionale, a Ferrara, I giorni di Genova, racconto civile dei fatti del G8, e mi ha chiamato a partecipare. Era la prima volta che ci trovavamo insieme fuori dalle stanze di via San Luca. Il 5 luglio 2012 viene scritta la sentenza definitiva sul blitz alla scuola Diaz. Mentre in Italia grandi industriali, mafie e perfino amministratori devastano e saccheggiano liberamente interi territori avvelenando e ammalando le popolazioni. Mentre si confermano lievi condanne per i vertici della polizia e i torturatori Diaz e Bolzaneto. Mentre qualche super poliziotto della “macelleria messicana” viene premiato e fa carriera. Mentre gli assassini di Aldrovandi vengono applauditi dai colleghi… il 13 luglio 2012 si tiene l’ultima udienza in corte di Cassazione con cui dieci manifestanti che non avevano ucciso né danneggiato persone, al più qualche vetrina, vengono riconosciuti responsabili del disastro G8. La corte infatti li dichiara colpevoli del reato di devastazione e saccheggio e li condanna a pene che vanno da un minimo di 6 anni e 6 mesi a 15 anni. Bach vuota le stanze della Segreteria Legale, consegna tutto al Centro Documentazione Lorusso-Giuliani presso il Vag di Bologna e sale in Val di Susa per raccontare in un documentario i monti, i boschi e la lotta del popolo No Tav. L’anno seguente la Corte europea dei diritti dell’uomo condannerà il nostro paese, definendo tortura quanto avvenuto nella scuola Diaz, e evidenziando la mancanza di leggi adeguate. Poi abbiamo perso la voce. Non riuscivamo più a parlare dei nostri figli indagati, carcerati, uccisi. Ai confini, che noi vorremmo sempre aperti, morivano a centinaia – anzi a migliaia – i figli e le figlie di altri paesi. Uccisi dal freddo sulle montagne, schiacciati aggrappati sotto i camion, annegati nel nostro mare. Uccisi dall’egoismo di una società predatoria che si fa assassina per mantenere i propri privilegi. Il proprio dannato “stile di vita”. E le guerre, e lo sterminio della Palestina… Eppure. Eppure è questo che ci insegnano Paola e Claudio Regeni con la loro lotta tenace: riuscire a rendere un po’ più giusto il nostro orticello serve alla giustizia di tutto il mondo. Scrive Giorgia Mazzucato in Stomaco: “Perché il G8 di Genova, perché io? Perché parla anche di me, che non c’ero. Di tutto quello che in quei giorni ho perso senza saperlo. Di quel nodo che riporta a oggi nel mezzo del mondo. Nel mezzo di questo mondo di tiranni, silenzi e statue d’oro”. Perciò, per il tuo lavoro, grazie Bach! -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo C’era un ragazzo sull’asfalto proviene da Comune-info.
July 12, 2026
Comune-info
Porto di Fiumicino: il TAR smaschera il trucco di Royal Caribbean
La storia del porto crocieristico di Fiumicino continua. NON SOLO SENTENZA: A VINCERE È LA MOBILITAZIONE Sarebbe, tuttavia, un errore raccontarla soltanto come battaglia legale e oggi possiamo dire una cosa semplice: organizzarsi serve, studiare le carte serve, costruire mobilitazione serve. Anni di mobilitazione sul litorale hanno condotto a questo risultato straordinario e l’ultimo anno è stato la ciliegina sulla torta: il 4 settembre il corteo per la Palestina attraversa Fiumicino, il 5 ottobre oltre duemila persone riempiono le strade di Ostia, il 9 novembre quelle stesse energie tornano a Fiumicino contro il porto. > Tre momenti diversi, un’unica storia. La causa palestinese ha riattivato > relazioni e immaginario politico e ha dimostrato platealmente che ciò che > accade sulle rive di Gaza non è separato da ciò che accade sulle altre coste > del Mediterraneo, incluso le nostre. Da quel momento il porto di Fiumicino non è stato più soltanto un porto: è diventato il simbolo di un modello imposto dall’alto di presunto sviluppo. Royal Caribbean non rappresenta il turismo, ma un’idea di territorio snaturato e non sostenibile fatto di coste privatizzate, economia estrattiva, rendita e concentrazione della ricchezza. Per non parlare dei suoi legami con Israele, con il mondo di Epstein e con l’economia di guerra sponsorizzata dal gruppo israeliano Ofer, anche tramite MSC, che abbiamo documentato in precedenza con tre inchieste. COSA DICE LA SENTENZA? La sentenza mostra il trucco tecnico dietro l’operazione: il progetto era stato presentato come “porto turistico” — categoria pensata per la nautica da diporto — proprio per evitare i controlli dovuti a un’infrastruttura della sua reale portata. Ma bastano i numeri degli stessi proponenti per smontare la finzione: navi da crociera come home-port per circa 200 giorni l’anno, un traffico stimato di 1,3 milioni di turisti senza infrastrutture adeguate alla gestione di flussi di tale portata né soluzioni a beneficio della collettività. Chiamare le cose con il nome sbagliato per aggirare le regole è, in fondo, il modo in cui il grande capitale entra nei territori, appoggiandosi a politici e imprenditori disposti a fare da sponda. E non finisce qui: il Ministero della Cultura aveva rinviato l’autorizzazione paesaggistica su un’area vincolata, mentre l’Autorità di Bacino competente sul rischio idraulico non è mai stata interpellata, nonostante parte del progetto sorga in zona a rischio esondazioni. Chi abita a ridosso di quell’area, evidentemente, non vale una verifica istituzionale. Per questo la nostra battaglia non è mai stata soltanto ambientalista: è una critica a un modello economico che trasforma il mare in una piattaforma logistica e commerciale a vantaggio di pochi, sottraendolo a chi lo vive ogni giorno senza restituire valore ai territori. LO CHIAMANO SVILUPPO MA È TURISMO ESTRATTIVO Una lotta apparentemente impari: multinazionale contro cittadinə, collettivi, comitati e associazioni. Davide contro Golia. Eppure, oggi, Golia ha dovuto fermarsi e la vittoria è innanzitutto del Collettivo No Porto e di tutte le persone che, negli anni, hanno scelto di opporsi a un’opera presentata come inevitabile. Senza i pirati e le piratesse dei Bilancioni occupati, oggi questa battaglia sarebbe già persa. > Ma questa storia non riguarda solo il litorale romano. La Rivoluzione dei > Fenicotteri in Albania, le mobilitazioni in Sardegna per Cala Finanza, la > battaglia per gli ex-Mercati Generali di Roma: ovunque si mette in discussione > un modello che chiama “sviluppo” ciò che è appropriazione e devastazione dei > territori. Noi lo chiamiamo turismo estrattivo intrecciato con la logistica globale e con un’economia orientata alla guerra. Per questo il porto di Fiumicino non è mai stato una questione locale, ma un tassello di una trasformazione più ampia in atto. Infine, fa sorridere vedere chi si proclama sovranista piegarsi in tal modo davanti a una multinazionale straniera. Il patriottismo evapora, guarda caso, proprio quando ci sono da firmare le concessioni “giuste”. Di fatto sono le mobilitazioni dal basso a incarnare involontariamente un vero sovranismo popolare in chiave anticapitalista: quello di chi considera il mare un bene comune e non un investimento finanziario a beneficio di pochi; di chi pensa che la ricchezza di un territorio si misuri nella qualità della vita di chi lo abita; di chi ricorda che a Fiumicino mancano ancora infrastrutture necessarie, tra cui un ospedale. L’accoglimento del ricorso non chiude questa storia: le dà ragione. La Fiumicino Waterfront aka Royal Caribbean potrà ricorrere al Consiglio di Stato o ripresentare lo stesso progetto con la procedura corretta, e allora le domande vere sull’acqua, sull’aria, sulla vita di chi abita Isola Sacra e Ostia, torneranno sul tavolo. Ma oggi festeggiamo, perché questa vittoria ci ha ricordato una verità semplice: la lotta paga. La costa è di tuttə. E continueremo a difenderla con l’ostinazione di chi sa che si può vincere. L’immagine di copertina è di Noah Bettio Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Porto di Fiumicino: il TAR smaschera il trucco di Royal Caribbean proviene da DINAMOpress.
July 11, 2026
DINAMOpress
Rialto Sant’Ambrogio: la memoria svenduta
Pubblichiamo una lettera aperta a sindaco e assessore al patrimonio a seguito della concessione gratuita dello storico immobile di via Sant’Ambrogio alla Comunità Ebraica, per la costruzione di un liceo privato. Zevi, Gualtieri, dov’eravate nel 2011? Non ci ricordiamo di voi, come non ci ricordiamo di tante figure politiche, probabilmente salite sul carro dell’acqua pubblica all’ultimo, quando si era capito che la vittoria ai referendum sarebbe stata inevitabile, salvo iniziare a trovare il modo per anestetizzare quel grandioso risultato a partire dalla settimana successiva. Forse per questo non sapete, o potete fingere di non sapere, che quel risultato è in parte nato, cresciuto ed esploso proprio tra le mura del Rialto Sant’Ambrogio. Sì, proprio quello stabile che la Giunta sta assegnando senza bando alla comunità ebraica, per restaurarlo con fondi privati di dubbia origine e farne un liceo religioso privato.  La vittoria ai referendum del 2011 non è stato l’unico frutto di quel luogo, che per anni è stato laboratorio di cultura e di politica, nato a seguito dell’occupazione del “vero” Rialto: l’ex-cinema in via 4 Novembre e offerto dall’allora giunta Rutelli per liberare i locali occupati da destinare all’UPTER. Ma qui si va davvero nella storia, quando anche al centro di Roma esistevano luoghi liberi dalla turistificazione e mercificazione.  Torniamo al 2011, quando in due stanzoni al secondo piano si giungeva al culmine di una campagna referendaria fatta di tonnellate di moduli di firme raccolte e controllate da decine di attiviste e attivisti, di ore e ore di assemblee per formulare strategie e combattere la madre di tutte le privatizzazioni a mani nude, con pochissimi soldi ma con una bella dose di follia. La vittoria al Referendum del 13 giugno 2011, foto Crap Forse vi sareste divertiti anche voi se ci foste stati, chissà… forse quello spirito vi sarebbe rimasto un po’ dentro e adesso Roma non sarebbe preda facile dei fondi finanziari speculativi, compresi quelli di odore sionista.  Forse avrebbe fatto rabbia anche a voi leggere in questi giorni di «uno stabile abbandonato da otto anni». No, non abbandonato: sgomberato e quindi rimasto abbandonato. Chissà, forse proprio per poter dire poi che servono troppi soldi per rimetterlo in piedi e quindi aprire le porte a chi ne ha… poco importa come li abbia fatti o se siano sporchi. Però nel 2017, quando la Giunta Raggi cacciò via le realtà che rendevano ancora vivo quel luogo (tra cui noi, impegnate a difendere la vittoria sull’acqua pubblica dai mille attacchi che sono seguiti), il progetto del comune era trasferire lì gli uffici della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Del resto “patrimonio indisponibile” significa questo: mantenere uno spazio per finalità pubblica.  Ci abbiamo provato a rimanere fino all’inizio dei lavori di restauro (veri, non quelli che iniziano e finiscono con un cartello), anche per continuare a curare quelle mura umide e sbrecciate. Siamo rientrati “a sorpresa”, siamo stati cacciati di nuovo. Chissà, se non ci fosse stata tanta fretta di svuotarlo ora quel posto non sarebbe messo così male e non ci sarebbe la scusa dell’investimento eccessivo per aprire le porte a una privatizzazione di fatto.  > Perché sapete che lo spauracchio del male minore che state agitando, “meglio > una scuola che un albergo”, non regge, vero?  Sarà una scuola pubblica e aconfessionale accessibile a tutt3? No. Ecco, il Rialto invece era spazio libero e inclusivo. Luogo di ricerca e passioni. E lo è stato anche nell’espressione più alta della nostra democrazia: un referendum costruito e vinto dal basso, contro le lobby più potenti delle privatizzazioni.  Chissà che la storia non si ripeta… Rialto, nei giorni a seguito dello sgombero Foto gentilmente concesse da Coordinamento Romano Acqua Pubblica Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Rialto Sant’Ambrogio: la memoria svenduta proviene da DINAMOpress.
July 9, 2026
DINAMOpress
Il Collettivo Angelo Mai chiede l’aiuto di tutti e tutte
Fino al 2006 il Collettivo Angelo Mai ha occupato gli spazi dell’ex-Istituto storico del rione Monti a Roma, poi dopo lo sgombero al Collettivo è stata assegnata dall’amministrazione comunale una ex-bocciofila nel Parco di San Sebastiano, che dal 2009 è diventato il nuovo centro del loro lavoro. La vecchia sede, che era stata inserita nell’elenco dei beni pubblici da cartolarizzare, è stata  acquisita dal Comune e destinata a scuola. A utilizzare lo spazio è il “Viscontino”, una scuola media del rione Monti dotata di spazi insufficienti e in cattivo stato di conservazione. Nonostante la Delibera 104 fin dal 2022 regolamenti la concessione di spazi comunali alle associazioni senza fini di lucro per finalità sociali, culturali e formative, le assegnazioni procedono a rilento e anche l’Angelo Mai non ha ancora chiuso l’iter burocratico per il contratto definitivo. Nella nuova sede alle Terme di Caracalla il Collettivo continua le sue attività di sperimentazione artistica e attivismo politico. Sotto la continua minaccia di sgombero e numerose azioni giudiziarie l’Angelo Mai resiste e continua a produrre concerti e spettacoli, laboratori e prove, invenzioni e incontri. Diventa il simbolo di resistenza culturale a livello nazionale producendo spettacoli, concerti, performance e tanto altro. In tutti questi anni gli sono stati assegnati  importanti riconoscimenti proprio per le attività portate avanti con artisti di diverse generazioni e nazionalità. > Poi un fulmine a ciel sereno! Nella notte fra il 27 e il 28 giugno lo spazio > culturale di viale delle Terme di Caracalla è stato posto sotto sequestro e > chiuso dalla Polizia Locale a seguito di alcuni controlli di sicurezza. Lo spazio è stato dichiarato inadeguato, nonostante il faticoso e oneroso percorso di adeguamento alle norme previste che da un anno era in atto. Adesso con il blocco delle attività tutto è ancora più difficile. > Continua l’attacco a Roma e in tutto il paese agli spazi sociali che hanno > rappresentato uno spazio politico per la difesa dei diritti, contro le > ingiustizie e le frontiere, dove si è costruita un’idea di città inclusiva e > solidale. In quei luoghi ci si è opposti alla gestione dello spazio urbano con > una continua privatizzazione dello spazio pubblico ed è proprio questo che si > vuole colpire. Per sostenere le spese e per non lasciare solo l’Angelo Mai è stata lanciata una sottoscrizione. Gli attivisti del Collettivo scrivono nel loro appello: «L’Angelo Mai rischia di non riaprire. Per ottenere il dissequestro e riaprire al pubblico dobbiamo affrontare subito lavori di messa a norma, interventi tecnici, pratiche amministrative e certificazioni. Nel frattempo, però, affitto, rate e spese continuano a correre, mentre lo spazio è chiuso e non può sostenersi con la sua programmazione. Da 22 anni l’Angelo Mai è un luogo indipendente di cultura, ricerca artistica, diritti e comunità. Non possiamo permettere che questa storia si fermi». Sulla piattaforma https://www.gofundme.com/ vai a: SOSTIENI LA RIAPERTURA DELL’ANGELO MAI  e partecipa alla raccolta fondi per fare in modo che lo spazio torni a produrre cultura e attività sociali come ha fatto per 22 anni! La copertina è di Facebook Angelo Mai Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Il Collettivo Angelo Mai chiede l’aiuto di tutti e tutte proviene da DINAMOpress.
July 9, 2026
DINAMOpress
Prato risponde: «Chi non vuole i picchetti vuole la schiavitù»
La risposta all’aggressione al presidio contro la delocalizzazione dei diritti degli operai ACCA di Seano è arrivata domenica nelle strade del capoluogo Prato. In millecinquecento si sono riversati in strada nonostante il caldo torrido sotto lo slogan «chi non vuole i picchetti vuole la schiavitù», per ribadire quanto la lotta della classe operaia multinazionale nel distretto tessile di Prato continui i suoi diritti imponendo rapporti di forza sul campo. In testa al rumoroso corteo, gli operai imbracciano cartelli con le immagini degli operai feriti nello sgombero avvenuto venerdì mattina. Ciò non è una novità per i 95 lavoratori dell’ACCA: già nel 2023, nel pieno della vertenza per la giornata lavorativa di otto ore “8×5”, diversi operai in sciopero vennero seguiti e picchiati dai caporali. Stavolta la violenza è stata agita direttamente dall’ingente dispositivo di polizia che da giorni si frappone fra padroni e caporali all’interno dello stabilimento, e lavoratori e sindacato. Foto di Luca Mangiacotti La significatività dell’evento è restituita dalle caratteristiche dell’ACCA, centrale per l’economia tessile pratese. ACCA è parte della multinazionale leader della logistica Xinsitong e centrale nella circolazione delle merci prodotte nel distretto produttivo. Già negli scorsi anni l’azienda è stata posta in custodia giudiziaria per frode fiscale da 71 milioni ed i suoi titolari sono a processo per caporalato.  La vittoria degli operai ACCA, seguiti dal sindacato SUDD Cobas, è ora a rischio con l’annuncio della chiusura dello stabilimento arrivato il 20 giugno. Una serrata di fatto per cancellare i diritti conquistati dalla classe operaia multinazionale che da anni si ritrova a combattere contro il sistema del “chiudi, evadi, scappa”. Foto di Luca Mangiacotti I pretesti della crisi aziendale non reggono davanti alla mole di merce in entrata e uscita dallo stabilimento: questa è una prova di forza dei padroni del distretto per rispondere alla conflittualità della classe operaia. Così martedì scorso, il responsabile Acca Fu Sholing pubblica su WeChat un post in cui esorta i padroni – «chi ha subito torti in passato» – a «non perdere l’occasione» per «mettere in ginocchio il sindacato dei tremila neri».  Una chiamata che arriva dopo giorni di carico e scarico merci dai furgoni in mezzo alla strada, senza alcuna misura di sicurezza o autorizzazione ad effettuare le operazioni; nel pieno della cancellazione dei diritti sindacali dovuti, con i padroni del distretto costretti a rimboccarsi le maniche per caricare da sè la merca da spedire. Alla chiamata alle armi partecipano oltre 250 padroni e caporali volenterosi di dare una prova di forza. La risposta della classe operaia multinazionale arriva pronta: due giorni di sciopero generale nel distretto vanno a dare forza alla “muraglia operaia” a presidio dei diritti sindacali.  Foto di Luca Mangiacotti Così si arriva alla mattina di venerdì 3 luglio, quando è l’intervento della polizia a liberare il passaggio delle merci. Decine di operai e sindacalisti vengono portati via dal presidio a bordo di un pulmino della polizia alle prime luci del mattino, ma il presidio continua. Mentre padroni e caporali iniziano a svuotare il magazzino il presidio si rinfocola: alla risposta squadrista dell’assalto ai diritti sindacali segue la risposta di una classe operaia forgiata nel picchetto. Il sindacato definisce così la pratica «Se assalti i picchetti durante gli scioperi per “riprenderti le scatole”, non sei un “imprenditore esasperato”. Sei come gli agrari che cento anni fa scelsero di indossare la camicia nera.» Attonite le istituzioni, le cui uniche risposte arrivano in ritardo e per richiedere il rispetto di una legalità difesa sul campo dalla classe operaia multinazionale. Caratteristico invece il dispositivo legale invocato da parte di ACCA ed altri padroni del distretto, che hanno intentato una causa per violenza privata ai sindacalisti SUDD Cobas. Foto di Luca Mangiacotti Accuse rispedite al mittente dalla piazza di domenica a Prato. Al fianco della classe operaia multinazionale e SUDD Cobas, il Collettivo di Fabbrica – lavoratori ex-GKN, il comitato 25 Aprile Prato, Antonella Bundu ed altri esponenti della politica locale.  I picchetti che hanno portato all’ottenimento dei diritti minimi agli operai di oltre 140 aziende nel distretto non possono essere oggetto di procedimenti per violenza privata: è attraverso questo metodo che si attua la Costituzione nel più grande distretto tessile d’Europa. «Se dobbiamo finire in galera per questo, lo facciamo. Se per la Procura si chiama violenza privata, vogliamo autodenunciarci per ogni singolo picchetto che abbiamo fatto negli ultimi otto anni. Che per centinaia di persone ha voluto dire poter tornare a essere persone, non più ridotte a macchine, avere la dignità di un contratto, poter lavorare otto ore invece che dodici ore. Lo abbiamo fatto, lo facciamo e continueremo a farlo. Viva i picchetti, e viva il diritto di sciopero». La foto di copertina è di Luca Mangiacotti Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Prato risponde: «Chi non vuole i picchetti vuole la schiavitù» proviene da DINAMOpress.
July 8, 2026
DINAMOpress
Il Piano casa è legge
Il 1 luglio il Senato ha approvato definitivamente la conversione in legge del decreto 66/26  conosciuto come “piano casa”, dopo che la Camera dei deputati  lo aveva fatto il 23 giugno. In entrambi i rami del Parlamento era stata posta la fiducia. Sulla casa sono anni oramai che il Governo emana decreti come abbiamo raccontato qui. Il problema della casa resta irrisolto e rappresenta un vero dramma per chi ha acquistato una casa contraendo un mutuo, che spesso ha difficoltà a pagare. Sono il 13% di quel 70% che risulta essere proprietario della casa in cui vive. È un problema per chi vive in affitto e paga un canone sempre più alto, per chi non trova sul mercato un alloggio da affittare e per chi è in attesa di un alloggio di edilizia pubblica e sa che non lo avrà mai. Per tutti le spese collegate all’abitazione (bollette, condominio, manutenzione, il mutuo e gli interessi) incidono in maniera notevole sul reddito familiare fino ad arrivare al 40%. Per chi ha un reddito basso sono insostenibili. Le misure previste per aiutare queste famiglie sono state soppresse nel 2023, quando il governo ha interrotto il finanziamento del contributo all’affitto e quello per morosità incolpevole. > L’edilizia pubblica, che per molti anni aveva assicurato la casa per i meno > abbienti, è scomparsa. In Italia il patrimonio di case pubbliche è pari a > 950mila alloggi, su un totale di 35 milioni di abitazioni esistenti. Sono > 650mila le domande presentate, in lista di attesa. Sono molti di più quelli > che avrebbero i requisiti per richiedere una casa popolare e non lo hanno > fatto. Le politiche per finanziare la costruzione di alloggi pubblici, che dal dopoguerra erano state portate avanti attraverso gli IACP, l’INA casa e la Gescal sono sparite, anzi dagli anni ’90 si è messa in atto la vendita del patrimonio per risanare il debito pubblico. Oggi non si parla più di edilizia popolare, ma di social housing. Il privato è delegato alla costruzione di edilizia “sociale” attraverso incentivi promossi dallo Stato. Sono case destinate al ceto medio, che escludono le fasce più povere della popolazione. > La legge che viene presentata come strumento di risoluzione dell’emergenza > abitativa non risolverà nessuno dei problemi che riguardano circa otto milioni > di persone, fra coloro che avrebbero diritto alla casa popolare e chi non > rientra nei parametri per richiederla ma non ha un reddito sufficiente per > accedere al mercato privato. Per l’edilizia pubblica  nella legge approvata sono previsti finanziamenti irrisori: 970 milioni di euro per tutto il paese da ripartire nel quinquennio 2026 – 2030 utilizzabili solo per risanare 61.300 alloggi popolari che non possono essere assegnati perché in condizioni fatiscenti. Niente altro! Sono lontani gli anni del “Piano Casa” voluto da Fanfani che in 14 anni  realizzò un totale di 2.000.000 di vani, che formavano complessivamente 355.000 alloggi. Adesso si affida la realizzazione di nuove case a investitori privati. Per facilitare questa operazione è previsto un apposito strumento finanziario gestito da Invimit Sgr per raccogliere le risorse pubbliche e private destinate all’housing sociale e alla rigenerazione urbana, attraverso la “valorizzazione” di immobili pubblici dismessi. Infine sono previsti i programmi infrastrutturali di edilizia integrata che dovrebbero offrire una nuova offerta abitativa a canoni e prezzi calmierati con una ripartizione del 70% di edilizia convenzionata e un 30% a libero mercato. Con 1,2 miliardi già raccolti ADD Capital diretto da Mario Abbadessa (ex-manager Hines) sarà il veicolo finanziario principale dell’operazione. > Sono previste deroghe urbanistiche, premi di cubatura fino al 35%, benefici > sui costi di bonifica, perché l’intero piano viene considerato di interesse > strategico. Soprattutto se i progetti supereranno la quota di un miliardo di > euro di investimenti anche grazie all’apporto di capitali esteri. Tutto questo sarà gestito con poteri commissariali da una conferenza dei servizi in forma semplificata entro 30 giorni. Una super corsia preferenziale per cambi di destinazione d’uso in deroga, agevolazioni sugli standard, incrementi volumetrici e onorari notarili dimezzati per le compravendite. Ultima notazione. Cosa si intenda per prezzi calmierati resta un mistero, senza definire quali saranno i parametri per stabilirli. I prezzi del libero mercato nelle grandi aree urbane sono talmente alti che anche una riduzione del 30% non consentirebbe ai tanti in cerca di una casa di poterli affrontare. La casa resterà fonte di reddito e investimento finanziario e il nostro paese avrà ancora tante case e tante persone che una casa non ce l’hanno. La copertina è di Bianka Bécsi via Pexels Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Il Piano casa è legge proviene da DINAMOpress.
July 8, 2026
DINAMOpress
L’uomo nell’alto castello – seconda puntata
Il Teatro di Pompeo, malgrado  il suo splendore ancora visibile all’epoca di Teodorico, era considerato un luogo maledetto. Il grande quadriportico di ingresso, corrispondente più o meno all’attuale teatro Argentina, ospitava sale conferenze, nella principale delle quali si riuniva nelle occasioni più affollate il Senato. Qui fu assassinato Cesare e Ottaviano la fece chiudere per un certo tempo come locus sceleratus. Chissà se la maledizione si estende anche ai resti della cavea, oggi accessibile nei locali sotterranei di alcuni ristoranti della pregiata zona fra Argentina e Campo de’ Fiori, compreso quello in cui è stata scattata la foto del campo largo a quattro su cui tanto si è ciarlato nelle ultime settimane. Chiacchiere che si sono concentrate sulla composizione della leadership del campo largo più che sul suo programma e del suo rapporto con un’idea alternativa di Paese, contrapposta a quel mondo dominato degli sconfitti della Seconda guerra mondiale, come nella distopia dickiana dove solo l’uomo nell’alto castello conserva una versione alternativa della storia – cioè quella reale, dove avevano vinto Stalin, Roosevelt e Churchill. Ma, appunto, senza un programma di lotta e di governo (per ora soltanto promesso, con tempi che più rilassati non potrebbero essere in confronto all‘attivismo tambureggiante della PdC) non riusciamo a immaginarci un uomo o una donna che oggi possa trasmettere una versione alternativa della storia, mettersi alla testa di una rete di cospiratori e rovesciare l’incubo fascista. Non possiamo attendere a tempo indefinito un programma dai partiti di opposizione, dobbiamo cominciare a buttare giù alcuni punti e sollecitare su questo un confronto, prima che parta il tormentone del voto utile e delle gloriose liste indipendenti. DA DOVE VENGONO I VOTI Cominciamo a constatare  che in misura minima vengono da spostamenti interni agli attuali votanti alle consultazioni amministrative e politiche. Qui (e nei monotoni e ossessivi sondaggi) gli spostamenti sono infinitesimali e restano per lo più nel campo delle due maggiori coalizioni o nel nido di vipere del famoso “centro”: quel non luogo sfigatissimo dove si dovrebbero “vincere” le elezioni e dal quale sarebbe immancabile “ripartire”. > I voti si pigliano, lavorandoci bene, dove stanno ovvero nell’area degli > astenuti per delusione o per indolenza. Prendiamo esempio dal nemico, > dall’orrido Vannacci, che si costruisce pazientemente il suo (oggi) 6% e via > un altro punto al mese rosicchiando dalla Lega in sfacelo e dai FdI ma anche > attingendo sempre più dalla feccia razzista e squadrista che stava a destra di > Meloni e dall’inevitabile cassa di risonanza di pacifici “benpensanti” > spaventati da donne, queer e migranti. conservatori per istinto – quelli che > emergono con tanta naturalezza al bar o in treno, senza che debbano andare a > bruciare le roulotte degli zingari  e sfilare facendo il saluto romano. Lui pesca a destra e noi dovremmo pescare a sinistra, fra quei milioni di votanti che sono andati a votare NO al referendum e precipitosamente si sono dileguati dopo manco un mese alla prima tornata amministrativa, visti i candidati decotti e le parole d’ordine proposte dal campo largo – Venezia fa scuola per tutti. Voto fluttuante, instabile? Te credo! È un corpo elettorale post-partitico, mica la Guardia rossa che marcia alla riscossa e scuote dalla fossa  la schiava umanità… E comunque fisicamente sono gli stessi che hanno manifestato per Gaza, parte della moltitudine che su scala mondiale ha ribaltato l’agenda politica, creato nuove verità effettuali come il genocidio e la critica dell’Occidente, contribuito a quell’isolamento dell’Israele sionista che oggi è diventato un fattore importante nei conflitti dell’Asia occidentale e nei movimenti dell’opinione pubblica statunitense. > Da quel bacino verranno i voti contro la coalizione Meloni – verranno se sarà > loro offerto un programma coerente con la loro indignazione e con le lotte che > hanno condotto. Non verranno certo  con prediche di pragmatismo  e > rassegnazione, esibendo giochini di primarie aperte o chiuse, battibeccando su > chi ce l’ha più lungo o (per dirlo pomposamente) sull’accountability. Meloni l’ha capito benissimo e punta a distrarre l’elettorato dai suoi fallimenti nazionali e internazionali, invischiando la controparte sulla legge elettorale, costringendola in tempi raccorciati a designare un candidato  leader – quindi instaurando per legge ordinaria un premierato di fatto che avrebbe invece il rango di una riforma costituzionale e che, in caso di anticipo del voto, sarebbe perfino sottratta a un controllo tempestivo della Consulta. Ci sarebbe la possibilità per il campo largo di ribaltare  questa insidiosa agenda – laddove passasse la nuova legge elettorale. Per esempio puntando tutto sulla denuncia dell’incostituzionalità della legge e aggirando l’obbligo farlocco di indicazione di un candidato con un nome simbolico, che nulla costringerebbe poi a mettere alla guida effettiva del governo. Però una manovra del genere comporta, oltre che un elevato livello di unità interna e fiducia reciproca, un programma di contenuti, che fornisca materia concreto a un’opzione istituzionale così radicale. Torniamo così al programma, cioè all’opposto della sciagurata photo op in grotta. DA DOVE VENGONO LE IDEE PROGRAMMATICHE? Ovviamente dallo stesso luogo da dove vengono i voti, la generazione Gaza chiede innanzi tutto la rimozione dei limiti al diritto di manifestazione che è stato il suo punto di forza, il meccanismo per ridefinire l’agenda politica. Quindi il primo punto di ogni programma immaginabile è il ritiro dei decreti Sicurezza con il loro turbine di aggravanti, divieti, sanzioni amministrative e sgomberi e il contesto  più generale è il rifiuto della guerra, l’alt alle politiche genocide di Usa e Israele nell’Asia occidentale (ex-Medio Oriente) e anche all’aggressione russa in Ucraina e alle provocazioni Nato che si intrecciano con quelle pretese imperiali neo-zariste. Il riarmo non è soltanto un costo insopportabile in una situazione di crisi economica ed energetica, ma anche un incubo per le generazioni che sarebbero destinate al sacrificio della vita nel prevedibile esito di una scellerata corsa  alla guerra. Gli effetti disastrosi prodotti dalla violenta repressione delle proteste giovanili per la giustizia climatica, insieme al negazionismo sul riscaldamento globale e alla retromarcia italiana ed europea sul timido green deal li stiamo sperimentando oggi sulla nostra pelle in modo tale che è superfluo parlarne. > Il movimento transfemminista Non Una di Meno ha sviluppato, nel corpo di > impressionanti maree, una propria agenda politica, imponendo nel dibattito e > nella legislazione una serie di obiettivi ed è un buon esempio di una capacità > di “mettere a terra” in modo autonomo alcune istanze di lotta, indicendo > inotre sul linguaggio e sul senso comune in modo durevole. Un esempio da > generalizzare. Tuttavia, chi manifesta per la pace, la giustizia internazionale e contro il patriarcato – e anche chi non manifesta – una volta tornato a casa deve trovare un reddito dignitoso che gli consenta di uscire da povertà e precarietà. Il salario minimo e la cancellazione dei contratti pirati e del caporalato, senza distinzioni di cittadinanza, sono per fortuna un punto di convergenza, almeno in principio, di tutte le opposizioni e del sindacato maggioritario. Insieme a una vaga richiesta di adeguamento dell’Italia alle condizioni normative e salariali europee correnti, rispetto a cui ora esiste uno scarto intollerabile, tamponato da un pulviscolo di bonus e in sostanza dai sussidi familistici (cioè dalle pensioni dell’ultima generazione che le ha avute). Se l’esigenza di un ritorno ai  livelli pre-Covid è largamente condivisa, non altrettanto sentita  è l’urgenza (particolarmente avvertita dalla nuove generazioni) di una riduzione dell’orario di lavoro e la prevalenza del ricorso allo smart working rispetto a quello in presenza nella settimana lavorativa – eppure sono proprio i primi utilizzi positivi che si possono fare del progresso tecnologico nelle comunicazioni e nell’applicazione dell’IA, che altrimenti diventa soltanto uno strumento per la riduzione degli organici e la svalorizzazione della forza lavoro. > Ben poco rilievo , malgrado le pratiche di occupazione e il gravissimo > problema degli affitti in tutte le maggiori città, ha avuto finora nei > programmi elettorali la questione abitativa, che invece risulta centrale (cioè > è considerata produttiva di voti) in altri punti alti del mondo capitalistico > – vogliamo citare la New York di Zohran Mamdani? Calmiere sugli affitti, > regolamentazione degli Aitbnb e costruzione massiccia di case popolsri (non > housing sociale) sono i pilastri di un diritto alla città. Le proposte su scuola , università e sanità non mancano, anche se nei primi due campi si privilegiano ancora le toppe sul degrado più che la necessità di una riforma radicale del sistema, e nel terzo campo resta formulata sotto voce la richiesta preliminare. Il ritorno a una competenza nazionale  e non più regionale nella gestione del SSN, di pari passo con la difesa del carattere pubblico e non privatistico e assicurativo del sistema. Gli attivisti che hanno determinato l’esito del referendum hanno bisogno anche loro di servizi sanitari e soprattutto cominciano a fare figli e a rendersi conto del problema. Il Covid-19, d’altronde, ha suonato campanelli d’allarme intergenerazionali e anche le destre si sono fatte e continuano a farsi riconoscere, in Italia e in Usa, per negazionismo e inefficienza. DA DOVE VENGONO LE RISORSE? A questo punto – definiti gli obiettivi di spesa, cioè fatta la sintesi su bisogni e desideri (che spingono gli elettori a votare e a scegliere i partiti) – ci si può porre il problema di dove reperire le risorse, fuori da una logica di “chi far piangere”, che di regola spaventa  quelli che finora hanno pianto. E qui si pone il problema di un’imposta patrimoniale temporanea ad anticipazione di una riforma fiscale complessiva, che restauri il dettato costituzionale della progressività, liquidi la flat tax e ricalibri le differenze scandalose fra redditi di lavoro e rendite finanziarie e di capitale (per non parlare dell’evasione ed elusione fiscale e delle relative responsabilità penali, come in Germania e Usa). Più introito fiscale dai ricchi, meno dai salariati e pensionati a reddito fisso, e soprattutto dove mettere quei soldi, con quali vantaggi generali. Nell’individuare gli obiettivi di spesa e intervento legislativo e nel reperire le risorse non si possono accontentare tutti, ma occorre puntare sui settori che fanno la differenza per conseguire la maggioranza in un Paese spaccato in due e questo coincide con il puntare sulla parte attiva del Paese, che manifesta molto e vota poco, ma è la sola base possibile per bloccare le forze del declino, della reazione e della guerra Immagine di copertina di Marta Davanzo Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo L’uomo nell’alto castello – seconda puntata proviene da DINAMOpress.
July 8, 2026
DINAMOpress
Un muro transfemminista per difendere chi denuncia la violenza di genere
A Roma venerdì scorso faceva caldo e anche lunedì. Ma questo non ci ha impedito di raggiungere il tribunale penale. In macchina, autobus, metro, motorino, attiviste dei centri antiviolenza, di non una di meno, e del variegato movimento transfemminista romano hanno raggiunto piazzale Clodio per assistere a un processo per violenza di genere.  In fila indiana le donne si sono infilate nella parte posteriore della piccola aula del tribunale, lambendo il muro, in silenzio. Un muro di donne, persone trans e non binarie, a supporto di chi ha denunciato una violenza molto grave, e che durante i mesi del processo è stata trasformata da parte offesa a imputata. La giudice commenta l’aula gremita e fa aprire le finestre, e l’uomo accusato di violenza borbotta, e lo farà per tutto il processo «questo è proprio un bel teatrino».  L’avvocata Montella, difende D. la donna che ha denunciato (nome di fantasia), seguita dal centro antiviolenza Lucha Y Siesta, che si è costituito parte civile nel processo, inizia la sua discussione orale spiegando: «le porte di quest’aula sono aperte. E questa non è una semplice formalità logistica. È una scelta. Una scelta che abbiamo deciso di fare (…). Questo processo sarebbe dovuto essere a porte chiuse. Ma poi è successo qualcosa? È  successo che in questi mesi di dibattimento, D. è stata sottoposta a una violenza che non era quella che aveva denunciato».  Quando D. ha deciso di denunciare, infatti, sapeva che avrebbe dovuto raccontare e rivivere la violenza. E continua l’avvocata della parte offesa: > «Ma quello che non sapeva (…) è che la violenza è un camaleonte. Sa cambiare > forma. Sa mimetizzarsi. Non ci sono state catene di ferro in quest’aula. Non > ci sono state portiere chiuse a chiave. Ma c’è stata una strategia sistemica, > metodica, precisa. Una strategia che abbiamo visto dispiegarsi giorno dopo > giorno, udienza dopo udienza. (…) Usata con il vocabolario del codice di > procedura penale. Con le virgolette delle contestazioni. Con l’autorità della > toga».   Il controesame da parte della difesa dell’uomo accusato, infatti, non ha cercato di provare i fatti, ma di distruggere la credibilità della parte offesa: usa sostanze stupefacenti, beve, esce con le amiche, cura molto la sua immagine, più volte le sono state fatte domande sui suoi comportamenti sessuali.  E forse vale la pena evidenziarlo meglio: durante un processo per stupro e violenza, l’avvocato dell’uomo aggressore ha più volte chiesto alla parte offesa che tipo di rapporti sessuali avessero durante la loro relazione. In che modo queste domande potessero accertare i fatti non è chiaro. È chiaro il loro esito: doppia vittimizzazione, dopo quella vissuta in un relazione violenta, la donna subisce un nuovo processo di vittimizzazione dalle istituzioni che dovrebbero sostenerla.  Nelle aule dei nostri tribunali ancora oggi nei processi per violenza la metodologia di difesa è distruggere la credibilità di chi denuncia, e non provare la responsabilità dei fatti. Il giudice durante il dibattimento ha più volte fermato l’avvocato, finché questo non è stato cambiato.   E così venerdì scorso abbiamo ascoltato le considerazioni finali della nuova difesa, che ha continuato, e anche forse con più scaltrezza, con la stessa metodologia. «Siamo sicuri che sia stato un pugno? Perché i lividi riportati non sembrano essere quelli di un pugno». «Perché non ha gridato di fronte la violenza? C’erano della persone al piano superiore avrebbero potuto sentire». «Si dice che aveva cambiato stile di vita, che non era più riconoscibile, eppure la difesa ha portato foto dove si vede la parte offesa uscire con le amiche, stare al ristorante, andare alle feste». «C’è una verosimile frattura della costola, una verosimile, non è quindi sicuro che la costola fosse rotta, e se si fosse rotta da sola? Non lo possiamo sapere…». E frase dopo frase si punta a dimostrare che la relazione fosse una relazione tossica, dove i confini della responsabilità sono sfumati e poco chiari, e che le testimonianze della parte offesa non sono sufficientemente credibili, per dissipare ogni ragionevole dubbio. > Si disconosce, così, la questione centrale di ogni relazione violenta: la > disparità di potere che esiste tra un uomo e una donna. Nonostante, questo > oggi sia almeno in parte, riconosciuta nelle norme del nostro ordinamento.    Nel 1979 sui Rai 2 andò in onda “Processo per stupro”, un documentario che mostrò per la prima volta in televisione un dibattimento giudiziario per stupro, aprendo le aule di tribunale alle donne e alle telecamere. Oggi quel documentario non è più reperibile nella sua interezza, perché le famiglie degli aggressori, sulla base del diritto all’oblio, hanno chiesto che venisse rimosso, nonostante fosse un documento storico, ma è ancora possibile visionare l’arringa finale dell’avvocata Lagostena Bassi. Dietro di lei, riempivano l’aula del tribunale, le tante donne che erano accorse a sostegno di chi aveva denunciato.   «Ancora la difesa dei violentatori considera le donne come solo oggetti, con il massimo disprezzo, e questo è l’ennesimo processo che io faccio e la solita difesa che io sento (…). La difesa è sacra ed inviolabile, ma nessuno di noi avvocati – e qui parlo come avvocati – si permetterebbe di impostare una difesa per rapina così come si imposta la difesa per violenza carnale. Nessuno avvocato si sognerebbe nel caso di quattro rapinatori che con violenza entrano in una gioielleria e portano via le gioie, beni patrimoniali, di cominciare la difesa, che comincia con i primi suggerimenti dati agli imputati, “dite che il gioielliere ha un passato poco chiaro”, “dite che gioielliere ha commesso reati di ricettazione, è un usuario, che specula, che guadagna, che evade le tasse”, ecco nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa soltanto (…). Ma se l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza?».  > E continua l’arringa dello storico processo per stupro «non chiediamo una > condanna severa, pesante, esemplare. Noi chiediamo giustizia». Lunedì abbiamo ascoltato la sentenza, dopo tre anni dai fatti, l’uomo che ha violentato, sequestrato, e commesso atti persecutori nei confronti di D. è stato condannato a 7 anni e 7 mesi, a pagare le spese processuali, e a risarcire il danno commesso anche nei confronti della parte civile, il centro antiviolenza Lucha Y Siesta. Si dovrà quindi tenere un processo civile per quantificare il risarcimento del danno e forse l’appello del processo penale. Ma lunedì è stato tirato un sospiro di sollievo per D.. In tutta la contraddittorietà di questa condanna.  L’imputato è uscito battendo le mani, dopo che la sua difesa aveva chiesto la piena assoluzione, nonostante avesse anche ammesso di aver menato, o fosse evidente dai tabulati che avesse inviato più mille messaggi minatori in una settimana dopo la fine della relazione. La sensazione palpabile era che questa persona non avesse in alcun modo compreso la gravità degli atti compiuti, di sentirsi vittima della sentenza, e di disprezzare “quel teatrino”. > Nel 1979 si chiedeva un cambiamento socio-culturale che passasse anche per una > nuova metodologia di difesa degli uomini che commettono violenza, ed oggi > siamo ancora là. La difesa, legittima e necessaria, degli uomini che > commettono violenza dovrebbe essere il primo passo verso il riconoscimento > degli atti compiuti. Il processo penale dovrebbe essere il primo atto per quel > processo di trasformazione socio-culturale di cui abbiamo bisogno.  Ma non è così. Siamo lontane, lontanissime da pratiche che ci possano portare verso una giustizia trasformativa, quindi non carceraria e punitiva. Nel momento in cui il rancore maschile si fa programma politico nei partiti di destra ed estrema destra oggi al potere non solo nel nostro paese, la delegittimizazione delle donne che denunciano ritorna nei processi dei tribunali, forse perchè non se ne era mai andata. E allora come movimento transfemminista, in tutte le sue forme e posizioni, abbiamo bisogno di ricostruire quel muro di supporto, dietro al quale ogni donna, persona trans e non binaria si senta di potersi appoggiare, per andare avanti: tuttə insieme.  Immagine di copertina di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Un muro transfemminista per difendere chi denuncia la violenza di genere proviene da DINAMOpress.
July 7, 2026
DINAMOpress
Quarticciolo: «le periferie cambiano solo se si ascolta la loro voce»
A seguito di una azione svolta in una palazzina Ater, abbiamo intervistato il comitato Quarticciolo Ribelle per farci raccontare a che punto sono le vertenze in corso nel quartiere. Quarticciolo vive quello che può essere definito un “abbandono organizzato”, in questo rientra la situazione degli stabili Ater, ci puoi raccontare la situazione, anche a partire dall’azione che avete fatto venerdì 26 giugno? L’iniziativa di denuncia di venerdì 26 giugno ha cercato di riaccendere i riflettori su una vertenza che portiamo avanti da cinque anni: la riqualificazione di due palazzine in via Ugento, che in borgata venivano chiamate “le favelas”, simbolo dell’abbandono e delle promesse tradite sugli interventi di riqualificazione da parte di ATER su Quarticciolo. Queste palazzine fino al 2020 erano abitate da 60 famiglie, inquiline senza titolo in condizioni insalubri e di sovraffolamento. Dopo mesi di lotta del comitato di quartiere sono state svuotate con la promessa di essere ristrutturate, spostando gli abitanti in altri alloggi di edilizia residenziale pubblica. A oggi queste persone vivono una condizione precaria di assegnazione provvisoria, senza avere certezza di rientrare nelle loro abitazioni o di ricevere un’assegnazione definitiva. La nostra lotta aveva ottenuto che alcuni nuclei sarebbero rientrati nelle palazzine riqualificate, mentre quelli numerosi avrebbero ottenuto l’assegnazione di case più grandi altrove. Ma negli anni, cambiando l’amministrazione di ATER, e con una fase mutata dopo il decreto Caivano e l’enorme attenzione mediatica sulla borgata, il diritto alla casa di queste famiglie è a rischio. Se non continuiamo ad alzare la voce le palazzine potrebbero restare vuote, o essere assegnate ad altri nuclei. C’è anche il rischio che diventino un luogo di applicazione di una delle operazioni di propaganda di ATER e della Regione: assegnare le case popolari nei quartieri con problemi di sicurezza e spaccio alle forze dell’ordine.  Delle favelas la prima palazzina è finita, pronta da tre mesi, ma non abbiamo notizie del perché sia ancora vuota. Sulla seconda, dopo che i fondi stanziati nel 2021 sono “spariti”, c’è stato l’annuncio da parte di ATER e del governo che con i fondi del DL Caivano bis verrà ristrutturata, ma per ora è tutto fermo.  Le palazzine di via Ugento sono solo un caso, un simbolo, ma il patrimonio ERP a Quarticciolo, come in molti altri quartieri popolari, è lasciato all’abbandono da decenni. A marzo, dopo un presidio sotto la sede dell’ente insieme agli abitanti di Laurentino 38, abbiamo chiesto un incontro con la presenza in quartiere di figure politiche dell’ATER, in grado di indicare scadenze precise e prendersi delle responsabilità. Da quel momento tutto tace, a Quarticciolo ci sono 160 appartamenti vuoti, nelle giornate con il meteo sbagliato alle persone piove in testa e continua la paura di ulteriori sfratti.  Azione presso palazzina Via Ugento Quarticciolo A un anno e mezzo dal decreto Caivano, dopo incessanti mobilitazioni che avete portato avanti nel quartiere, quale è la situazione? Le opere annunciate non riguardano solo il patrimonio di edilizia residenziale pubblica.I fondi stanziati prima dal Governo, poi dal Comune e dalla Regione, ammontano a ben 85 milioni di euro. Che è una cifra enorme per un quartiere di 3500 abitanti. Finora abbiamo visto iniziare una parte irrisoria degli interventi. La percezione diffusa fra gli abitanti, anche fra chi non ha capito fino in fondo la nostra critica al Modello Caivano, è che non sia cambiato niente, anzi. Osserviamo un fenomeno preoccupante di spopolamento e di desertificazione delle poche attività commerciali del quartiere. Proprio in questi giorni sta chiudendo l’ennesima serranda di piazza del Quarticciolo. Il Modello Caivano, giustificato con il contrasto al disagio giovanile, un intervento emergenziale per garantire la sicurezza in territori di periferia di diverse zone d’Italia, non si pone una domanda fondamentale: anche se si riuscisse a eliminare il problema dello spaccio in borgata, di cosa possono vivere in termini di reddito gli abitanti di un territorio come il nostro?  Proprio per questo, oltre a continuare a chiedere che le opere annunciate vengano portate avanti, dal rifacimento dei marciapiedi dissestati alla riapertura della piscina comunale, dall’asilo di via Molfetta agli ascensori delle palazzine dove abitano persone anziane agli arresti domiciliari forzati, è fondamentale il tema delle economie locali. Abbiamo aperto un laboratorio di birrificazione che aspetta da mesi il compimento di un processo di assegnazione di uno dei capannoni del Teatro dell’Opera, in disuso e in attesa di ristrutturazione, dall’altro lato di via Palmiro Togliatti. Un progetto che mira a costruire possibilità lavorative in quartiere, soprattutto per le persone che vengono da percorsi di detenzione. Lo stesso vale per la cooperativa di comunità che, insieme ad altre realtà, ha scritto un progetto volto a far rivivere diversi locali situati in piazza del Quarticciolo. Un progetto scritto e pensato partendo dai bisogni del quartiere e che prevederebbe tra le altre, un’osteria gestita dal laboratorio di ristorazione composto da donne del quartiere, un caf immaginato partendo dalle necessità espresse all’interno del comitato di quartiere, uno spazio dove ragazzi e ragazze del quartiere possano fare esperienza nelle arti audiovisive e avere un sostegno durante il percorso scolastico come testimoniato dall’attività svolta dal doposcuola popolare. Questo progetto a oggi, tuttavia, viene ostacolato dallo scontro fra i vari livelli delle istituzioni che hanno fatto annunci, che si giocano parte di una campagna elettorale permanente su Quarticciolo e che rappresentano quindi il vero blocco alla realizzazione di questi importanti progetti. A breve Roma sarà in piena campagna elettorale. Cosa chiedete alle forze politiche locali per le periferie dimenticate di questa città e come immaginate di opporvi a possibili strumentalizzazioni della situazione nel quartiere? Crediamo che un cambiamento reale delle periferie possa venire soltanto se vengono ascoltate le voci e le idee di chi ci abita. Che è il principio opposto a come era stato immaginato il decreto Caivano, con il metodo del commissariamento. I mesi di avvicinamento alle prossime elezioni amministrative rischiano di rappresentare una fase di strumentalizzazione ulteriore della questione delle periferie, in particolare sul tema della sicurezza. Probabilmente nei prossimi mesi vedremo l’inizio di alcuni cantieri, che temiamo si possano fermare con l’insediamento della nuova amministrazione.  Come abitanti abbiamo scritto un piano, un’idea costruita dal basso, insieme agli abitanti attivi nel comitato di quartiere, alle bambine e ai bambini del doposcuola, alla collaborazione con le università, di come potrebbe essere ripensato il nostro territorio.  A Quarticciolo le percentuali di voto sono molto basse e questo anche perché gli annunci della politica non corrispondono da decenni a risultati positivi per la borgata. Ma crediamo che le forze politiche sappiano bene, proprio perché l’abbiamo messo nero su bianco, cosa vuole la borgata. Il nostro è un esempio, ma da Bastogi a Casal de’ Pazzi, da Laurentino a Corviale, sono tanti i quartieri popolari che in autonomia immaginano e costruiscono un territorio differente. Iniziativa a Parco Modesto di Veglia, Quarticciolo La vostra vicenda ha forti assonanze con quella di GKN, anche lì c’è un progetto di riconversione eco-sociale che le istituzioni in apparenza appoggiano, ma nella sostanza boicottano lasciando sole le realtà che praticano l’autogestione. Cosa avete appreso reciprocamente dal confronto con il collettivo di lavoratorx fiorentino? Abbiamo sicuramente appreso tanto. Sono due anni che il prequel del Festival di Letteratura Working Class ha luogo a Quarticciolo, neanche a farlo a posta nella biblioteca comunale che è stata chiusa per dei lavori di ristrutturazione che faticano a terminare, sottraendo al territorio un importante servizio. Questo incontro è stato un’occasione per costruire un confronto su come si costruisce una battaglia che si ponga un obiettivo che non è per niente banale: come portare a casa delle vittorie che possano dare coraggio e forza alle tante lotte territoriali e sindacali. Qualcosa di cui abbiamo vitale bisogno. Siamo abituati a resistere dal lato giusto della barricata, ma è fondamentale lavorare sul piano di una proposta concreta, che sappia incalzare le controparti politiche e metterle di fronte alla possibilità di affrontare le contraddizioni su cui agiamo, dall’abbandono di un territorio alla dismissione di una fabbrica. Ovviamente non basta la proposta, ma serve non lasciare lo spazio alle amministrazioni, da quelle locali al governo, di darti ragione mentre cercano in tutte le maniere di non concedere queste vittorie a realtà indipendenti e radicali. La crisi climatica che viviamo in questi giorni è profondamente marcata dalle differenze di classe. Ci puoi raccontare come si vive, in queste settimane a 40 gradi, al Quarticciolo? Molti palazzi del Quarticciolo non sono stati ristrutturati dagli anni ‘30, quando a Roma le giornate di caldo insopportabile in media ogni estate si contavano sulle dita di una mano. Oggi, secondo le statistiche, a Roma si superano i 35° per più di 30 giorni l’anno. La questione è anche quante settimane al mare o in montagna ti puoi permettere se sei disoccupato, se per mettere insieme un salario dignitoso fai quattro lavori? Cosa significa fare 15 km di mezzi pubblici per andare a lavorare al centro di Roma nella ristorazione, o nel lavoro di cura, per tutto giugno e tutto luglio? Questo, e tanto altro, significa affrontare la crisi climatica in borgata. In questi anni abbiamo riqualificato un parchetto, intitolato al partigiano Modesto di Veglia, ed è l’unico spazio verde all’ombra del quartiere. Lo abbiamo fatto per rispondere a un’altra emergenza, quella pandemica, per avere un luogo all’aperto attraversabile, in un quartiere dove si vive in case sovraffollate, costruite con gli standard architettonici di un secolo fa. Le foto sono di Flavia Todisco Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Quarticciolo: «le periferie cambiano solo se si ascolta la loro voce» proviene da DINAMOpress.
July 7, 2026
DINAMOpress