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Gli avvocati del governo dicono che l’Italia è in guerra per nascondere i dati sulle armi
L’Avvocatura dello Stato ha reclamato il «diniego totale» all’accesso ai dati sul transito di armi nel porto di Ravenna con la motivazione che l’infrastruttura ha una «rilevanza militare con una funzione strategica nel dispositivo difensivo nazionale» e che ci troviamo «nel contesto di una guerra mondiale ibrida e a pezzi che coinvolge anche l’Italia» e divulgare questi dati potrebbe favorire le «potenze nemiche». È questa la motivazione con la quale l’Avvocatura (che dipende dal Consiglio dei ministri, quindi da governo) ha fiancheggiato le Dogane nel rifiuto alla richiesta di accesso ai dati sui traffici di armi attraverso il porto romagnolo. Una situazione paradossale dove, da una parte, il governo ha negato ripetutamente che l’Italia sia in guerra mentre, dall’altra, gli avvocati dello stesso governo affermano che il Paese è in guerra al solo fine di negare la trasparenza democratica sulle informazioni strategiche. Ma riavvolgiamo il nastro della vicenda. Il caso è nato in seguito alla richiesta di accesso agli atti presentata da chi scrive, nel gennaio 2026, alle Dogane ufficio Romagna per avere dati aggregati sulle armi in export e in transito dal porto di Ravenna e sulle relative destinazioni: «la quantità di materiale bellico e componenti di armamenti partiti dal porto di Ravenna nel 2025, divisi per quadrimestri e divisi per export-transito». Le Dogane nel giro di un mese mi hanno inviato un diniego totale, per motivi di sicurezza nazionale e per segreto commerciale. Assistita dall’avvocato Andrea Maestri del foro di Ravenna ho quindi fatto ricorso al Tar. A inizio luglio 2026, il Tar di Bologna ha accolto parzialmente il ricorso: si devono divulgare i dati aggregati sulle armi, visto che secondo i giudici non mettono in pericolo la sicurezza nazionale, ma si possono celare le destinazioni. Non una decisione ottimale, perché le destinazioni sono necessarie a capire se quelle armi finiscono in mano a eserciti genocidiari, ma quantomeno si è trattato di un compromesso. Peraltro dal porto di Ravenna è facile capire dove finiscono i carichi, visto che la destinazione più frequente sono proprio i porti di Ashdod e Haifa dove finiscono 1000-2000 container ogni mese, mentre alle altre destinazioni (Emirati Arabi Uniti, Egitto, Libano…) arrivano quantità molto inferiori.  Il blocco di due ore del traffico nel porto di Ravenna, il 28 novembre 2025 Il 7 luglio, una settimana dopo la sentenza del Tar, invio a mezzo pec un sollecito alla Dogane: «in esecuzione della sentenza n.1279/2026, pronunciata dal TAR Emilia-Romagna il 1° luglio 2026 nel ricorso R.G. n. 420/2026, chiedo il rilascio dei dati da me richiesti. Visto il ritardo accumulato nella risposta, chiedo che ai dati del 2025 siano aggiunti anche i dati relativi al 2026. Qualora l’Amministrazione non provveda spontaneamente a dare esecuzione alla sentenza, mi vedrò costretta a promuovere un giudizio di ottemperanza». A questo punto le Dogane, assistite dall’Avvocatura dello Stato (che dipende dal Consiglio dei ministri), si appellano al Consiglio di Stato, massimo organo della giustizia amministrativa in Italia, chiedendo l’annullamento della sentenza e la sospensiva dell’efficacia del provvedimento. Nella memoria di consiglio scritta per l’udienza cautelare, motivano la richiesta di negare totalmente i dati aggregati sulle armi, con il fatto che il porto di Ravenna ha una «rilevanza militare con una funzione strategica nel dispositivo difensivo nazionale» e che ci troviamo «nel contesto di una guerra mondiale ibrida e a pezzi che coinvolge anche l’Italia» e divulgare questi dati avrebbe favorito le “potenze nemiche”:  «La ostensione di dati e informazioni (vieppiù a una giornalista di inchiesta) è idonea ad arrecare gravissimo e irreparabile pregiudizio agli interessi pubblici, […] alla difesa e alle questioni militari. […] La propalazione dei dati e delle informazioni consentirebbe alle potenze straniere di avere contezza del ruolo strategico, per gli interessi nazionali e per le relazioni dello Stato del porto di Ravenna, e ciò è un’evenienza assolutamente da scongiurare nell’attuale contesto storico-politico, in cui, come è a tutti noto, è in corso una guerra mondiale a pezzi e ibrida che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia» si legge nel memoriale. Eppure il porto di Ravenna è classificato come porto civile e commerciale, non militare. Ma come altri porti civili, viene usato sempre più come infrastruttura dual use, anche a seguito delle decisioni europee (military mobility) sulle reti Ten-T che stanno adattando questi “corridoi” ferroviari e portuali al passaggio di armi e truppe.  L’Avvocatura dello Stato aggiunge peraltro che la mia richiesta di accesso generalizzato agli atti è un interesse privato da limitare, finalizzato al lucro (“de lucro captando”) mentre l’export e il transito di armi sono un interesse pubblico da tutelare con il segreto, sottolineano ancora che «l’interesse mediatico non equivale all’interesse pubblico».  Come se i mercanti di morte non lucrassero sul traffico di armi, e come se la professione del giornalismo non fosse un esercizio a tutela della democrazia e di rilevanza pubblica. Ma la cosa più grave, oltre all’offesa del giornalismo, è che l’avvocatura dello stato abbia dichiarato nero su bianco che ci troviamo “parte” di una guerra mondiale, mai dichiarata e mai deliberata dal Parlamento.  Il consiglio di Stato, riunito il 27 agosto per decidere sulla sospensiva, decide di non decidere: chiede a me e al mio avvocato di non esigere i dati almeno fino all’8 ottobre data della successiva udienza di merito. Accettiamo. Nel frattempo si mobilita la società civile, si costituiscono ad adivandum Weapon Watch, il centro di ricerca per la democrazia (Cred), il sindacato USB.  Nonostante ripetuti appelli da parte della società civile e del Coordinamento contro le armi dal porto di Ravenna, il sindaco Alessandro Barattoni e il presidente della Regione Michele De Pascale non si costituscono ad adiuvandum nel ricorso, preferendo agire con moral suasion verso le Dogane: a inizio settembre 2026 scrivono infatti all’ufficio nazionale delle Dogane chiedendo di rendere pubblici tutti i dati sugli armamenti che transitano da tutti i porti italiani. A oggi non ci risulta che abbiano ricevuto risposta.  L’11 settembre l’onorevole Stefania Ascari (M5S) ha chiesto che il Governo venisse in Parlamento a chiarire la rilevanza militare del porto di Ravenna, dopo aver depositato un’interrogazione parlamentare sui quantitativi di materiale d’armamento transitati dal porto di Ravenna nel 2025 e nel 2026. «Siamo in guerra? Da quando l’Italia è coinvolta in una “guerra mondiale a pezzi e ibrida”? Chi lo ha deciso? E quando sono stati informati il Parlamento, i cittadini e le cittadine? L’Avvocatura dello Stato, nel difendere l’Agenzia delle dogane davanti al Consiglio di Stato, ha definito Ravenna un porto di “rilevanza militare’’. Si parla anche di una “guerra mondiale a pezzi e ibrida’’. Parole gravissime, che non possono restare senza risposta, perché sono fatti di interesse pubblico e abbiamo il diritto di sapere. Perciò ho chiesto un’informativa urgente al Ministro Crosetto su quanto sta emergendo attorno al porto di Ravenna. Se dal porto di Ravenna, così come da tutti gli altri porti, transitano armamenti, il Governo deve dire con chiarezza quali materiali passano, verso quali destinazioni, con quali autorizzazioni, in base a quali accordi e perché ai cittadini e alle cittadine viene negato il diritto di sapere. Su Gaza e sulle armi che attraversano i nostri porti non possiamo accettare omertà, segreti e complicità» ha detto la Ascari in Parlamento.  Il presidio dell’8 ottobre a Ravenna mentre a Roma si svolgeva il Consiglio di Stato Hanno presentato interrogazioni simili anche il senatore Marco Croatti (M5S) e il deputato Marco Grimaldi (AVS), senza però, ad oggi ottenere risposte.  L’8 ottobre si è svolta l’udienza finale presso il Consiglio di Stato a Roma, mentre una folla di persone era in presidio a Ravenna. Sono passati ormai 7 giorni e i giudici non hanno emesso alcuna sentenza. L’attesa continua. Nel frattempo, le Dogane di Trieste hanno opposto diniego al mio accesso agli atti per conoscere la quantità di armi transitate nel porto friulano. Anche in questo caso si invoca la sicurezza nazionale e le relazioni tra gli Stati in virtù della quale la trasparenza è vietata: «la pubblicazione dei dati, anche quantitativi, (…) sul transito di armamenti (…) comporterebbe un concreto pregiudizio ai rapporti intercorrenti tra Stati e alle relazioni internazionali, in quanto la pubblicazione dei documenti oggetto dell’Istanza, anche in termini di dati di tipo quantitativo, consentirebbe, ad esempio, di identificare attraverso quali rotte commerciali gli Stati si garantiscono l’approvvigionamento di armamenti o sistemi di difesa e danno attuazione ai propri obblighi internazionali».   Ma la società civile e gli stessi portuali non ci stanno ad accettare la guerra. A Ravenna così come in altri porti italiani e internazionali il 30 ottobre ci sarà lo sciopero internazionale dei portuali contro le guerre. In Italia aderiscono finora USB e Orsa Porti. 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October 15, 2026
L'INDIPENDENTE
Proteste in Francia: la polizia ha già fermato 8.000 manifestanti, quasi tutti minorenni
Mentre in Francia centinaia di migliaia di studenti liceali, per la maggior parte di età compresa tra i 15 e i 18 anni, stanno scendendo in piazza per protestare contro il sistema scolastico, lo Stato ha messo in atto l’apparato repressivo. Sarebbero ben 6.773, ad oggi, i minorenni arrestati, ovvero l’85% del totale: sommati ai 1.177 maggiorenni, portano a un totale di quasi ottomila persone arrestate durante le proteste. Per circa un terzo dei soggetti (2.735), l’arresto è sfociato in un procedimento penale, mentre per altri 2.225 sono state disposte misure alternative al processo. Almeno 26 cittadini sono inoltre stati sottoposti a misure di custodia cautelare: un terzo di questi avrebbe meno di 18 anni. In un contesto di violenti scontri tra polizia e manifestanti, il ministero dell’Interno ha fatto sapere di aver avviato anche decine di indagini a carico della polizia, accusata di aver commesso violenze «gravi» a danno dei manifestanti, che in almeno quattro casi hanno subito mutilazioni fisiche. I dati sono stati diffusi dai quotidiani francesi, che citano fonti del ministero della Giustizia. Pur non apparendo ancora sul sito del ministero, questi sono coerenti con i resoconti già pubblicati dal governo nelle scorse settimane. Al 9 ottobre erano infatti 6.877 le persone fermate, 5.890 minorenni e 987 persone con più di 18 anni. Di questi, un minorenne su tre è stato oggetto di procedimento penale. Nonostante l’alto numero di arresti, tuttavia, le proteste non accennano a diminuire di intensità. Di fatto, il «quinto atto» (in appena due settimane) è andato in scena ieri, mercoledì 14 ottobre, con i giovani che sono tornati in piazza per chiedere risposte concrete ai governanti. Tra le richieste avanzate vi sono la ristrutturazione degli edifici scolastici fatiscenti, nuove assunzioni di personale scolastico e la fine della repressione delle proteste studentesche. Gli scontri di piazza sono stati particolarmente violenti in tutta la Francia e hanno causato feriti gravi tra i manifestanti. A Lens, nel nord del Paese, un ragazzo di appena 15 anni ha perso una mano a seguito dell’esplosione di una granata lanciata dalle forze dell’ordine, in una dinamica ancora da chiarire. In un primo momento, i sindacati di polizia avevano dichiarato che il giovane l’aveva raccolta da terra, ma questa ricostruzione sarebbe stata smentita dall’avvocato della famiglia, costituitasi parte civile nel processo che ne è seguito. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha riferito che sono 36 le indagini in corso presso l’IGPN (l’Ispettorato Generale della Polizia Nazionale) contro agenti delle forze dell’ordine per le violenze perpetrate nell’ambito delle manifestazioni. In sei di questi casi i cittadini sono stati feriti in modo grave, e almeno in quattro hanno subito mutilazioni fisiche. In questo contesto, il ministro della Giustizia Gérald Darmanin ha ribadito pieno sostegno a magistrati, forze dell’ordine, oltre che agli studenti feriti. The post Proteste in Francia: la polizia ha già fermato 8.000 manifestanti, quasi tutti minorenni appeared first on L'Indipendente.
October 15, 2026
L'INDIPENDENTE
Il governo ha diminuito i vincoli per impianti rinnovabili e trivelle
Con un blitz al Senato, in Commissione Ambiente, la maggioranza ha allentato i vincoli per gli impianti rinnovabili. Con l’emendamento presentato durante la conversione in legge del decreto n. 157/2026, ribattezzato dl Carburante, si mettono a rischio le aree all’interno delle zone di protezione dei siti UNESCO, oggi tutelate dal Testo unico delle rinnovabili. E non è l’unica novità: l’emendamento firmato dal forzista Claudio Fazzone e approvato in commissione conferisce maggiori poteri al commissario per gli idrocarburi previsto dall’articolo 2 del decreto-legge. L’ennesima figura “straordinaria” che rinnova la tradizione tutta italiana di esautorare gli enti locali. Il testo è arrivato ieri in Aula per la discussione generale; nelle prossime ore è attesa l’approvazione definitiva, destinata a esacerbare lo scontro tra lo Stato e le comunità, che invece chiedono maggiori tutele per il territorio. Il decreto-legge n. 157/2026 reca «disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi connessi al protrarsi della nuova crisi dei mercati internazionali e di infrastrutture e attività energetiche strategiche», riguardando anche gli impianti rinnovabili e le trivellazioni. Durante la conversione in legge al Senato, la maggioranza ha ottenuto una modifica per allentare i vincoli paesaggistici: parchi fotovoltaici e pale eoliche potranno essere costruiti anche a ridosso delle aree UNESCO, in quelle zone di protezione oggi tutelate dal Testo unico. Come specificato dal relatore Roberto Rosso (FI), il fine è quello di «consentire anche gli interventi in regime di procedura abilitativa semplificata e quelli in regime di autorizzazione unica, i cui impianti ricadano interamente nella buffer zone, che presenti le caratteristiche di un’area idonea», rispettosa cioè dei vari criteri previsti dalla legge. Le Regioni vengono inoltre chiamate a individuare nuove aree idonee, da aggiungere a quelle così dichiarate dalla normativa statale. Emerge così un riferimento indiretto alla recente controversia con la Regione Sardegna, risolta dall’intervento della Corte Costituzionale che ha bocciato le disposizioni sulle aree non idonee, viste come «un ostacolo al conseguimento degli obiettivi di decarbonizzazione e di massima diffusione delle fonti energetiche rinnovabili». La maggioranza di centrodestra ha introdotto delle novità anche in materia di trivellazioni. L’articolo 2 del decreto dà un’accelerata alla ricerca di petrolio e gas. Una volta avviato il procedimento relativo alle attività esplorative o di perforazione, la Regione ha 45 giorni di tempo per esprimersi sull’intesa con lo Stato. Se il termine scade senza che la Regione abbia espresso l’intesa, il governo può, su proposta del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, assegnarle un ulteriore termine di 60 giorni, ridotto a 30 in determinati procedimenti. Se anche questo termine scade senza che l’ente locale si sia espresso, il Consiglio dei ministri può nominare un commissario con il potere di approvare l’intesa in sostituzione della Regione. La novità introdotta dall’emendamento a firma Fazzone è l’estensione delle prerogative del commissario anche agli atti intermedi, senza fermarsi all’intesa in sé. Non sono mancate le polemiche in Aula, durante l’esame del testo. «Ormai il problema amministrativo in Italia si risolve con il commissario, ma qui non stiamo parlando di una pratica burocratica qualsiasi, bensì di attività estrattive, di interventi che possono avere conseguenze sull’ambiente e sugli ecosistemi, sulle risorse naturali e sull’equilibrio dei territori», ha dichiarato la pentastellata Elena Sironi. Dai banchi di Italia Viva, la senatrice Annamaria Furlan ha invece incalzato il governo sul merito, ricordando «che nel 2016 Giorgia Meloni incitava gli italiani a votare “sì” al referendum contro la trivellazione. Oggi scopriamo che invece vuole trivellare di più e che richiama le Regioni al loro dovere». The post Il governo ha diminuito i vincoli per impianti rinnovabili e trivelle appeared first on L'Indipendente.
October 15, 2026
L'INDIPENDENTE
Albania, esplode la rabbia degli studenti: barricate, scontri e molotov
Tornano a infiammarsi le proteste in Albania. Negli ultimi due giorni la capitale Tirana è stata teatro di violenti scontri tra i manifestanti, per lo più studenti, e la polizia. In migliaia sono scesi in piazza, realizzando barricate di fortuna, poi date alle fiamme. Al lancio di pietre e molotov, gli agenti hanno risposto con idranti e lacrimogeni. Un edificio del ministero dell’Economia e una filiale della Raiffeisen Bank sono andati a fuoco. Al termine dei primi due giorni di protesta si contano oltre 30 persone fermate. I ragazzi manifestano contro il governo di Edi Rama, contestando tasse universitarie troppo alte e scarse prospettive lavorative. La rabbia studentesca si aggiunge a quella mai sopita per il progetto del resort di lusso in una riserva naturale, che ha dato il via al cosiddetto movimento dei fenicotteri. Le proteste degli studenti albanesi sono iniziate martedì 13 ottobre e si concentrano nella capitale Tirana. Gli studenti contestano le condizioni degli atenei, gli elevati costi dell’istruzione superiore e le scarse prospettive occupazionali dopo la laurea, chiedendo le dimissioni del governo. In piazza sono scesi sia gli studenti delle scuole superiori, come quelli della scuola Partizani, sia gli universitari. La tensione sociale è alle stelle: il primo giorno di proteste è stato segnalato un incendio presso il municipio cittadino e i manifestanti hanno tentato di raggiungere la sede del ministero dell’Istruzione, bersagliandola con pietre. Le strade si sono trasformate in trincee: i manifestanti hanno eretto barricate di fortuna e scagliato sassi e petardi contro le forze dell’ordine, che hanno risposto con gas lacrimogeni e idranti. Le proteste sono proseguite anche ieri, estendendosi agli atenei di Elbasan e Scutari. Le testimonianze della giornata riferiscono di nuovi scontri e dei due incendi presso il ministero dell’Economia e presso la sede della Raiffeisen Bank. Il primo bilancio parla di 33 fermi, 20 dei quali sfociati in arresti. Le proteste albanesi si inseriscono in un contesto di mobilitazione studentesca europea, partita dalla Francia e progressivamente estesasi anche al Belgio e, in misura minore, all’Italia. Le contestazioni, pur differendo da Paese a Paese, sono accomunate dai tagli al settore e dalle condizioni di studio considerate inadeguate. In Albania, inoltre, il movimento studentesco arriva dopo mesi di proteste contro la realizzazione di un maxi resort di lusso nella riserva protetta di Vjosa-Narta, un progetto promosso da Jared Kushner. Nata come un movimento di protesta contro la svendita del demanio albanese, quella che ha preso il nome di “rivoluzione dei Fenicotteri” ha rapidamente assunto i contorni di una ribellione antisistema, arrivando a rivendicare cambiamenti radicali nella politica del Paese e a chiedere le dimissioni del governo Rama, la fine della corruzione e riforme strutturali incentrate sulla tutela del patrimonio nazionale e sul rafforzamento della partecipazione dal basso. The post Albania, esplode la rabbia degli studenti: barricate, scontri e molotov appeared first on L'Indipendente.
October 15, 2026
L'INDIPENDENTE
Lo psicodramma del PD davanti al Ddl Antisemitismo
Non bastavano i problemi in seno al campo largo, ancora privo di un programma a meno di un anno dalle elezioni. A mettere a dura prova la segreteria Schlein è ora la discussione interna al Partito Democratico sul Ddl Antisemitismo, proposto dal leghista Massimiliano Romeo e in attesa di approvazione alla Camera, dopo il primo sì incassato al Senato. A Palazzo Madama Elly Schlein aveva optato per la linea dell’astensione, lasciando l’onere del voto contrario agli alleati del M5S e AVS, che insieme a una vasta rete composta da accademici e ong denunciano la natura liberticida della legge. L’indirizzo della segreteria è stato boicottato da 6 senatori dem, tra cui Graziano Delrio, firmatario di una proposta analoga assorbita dal Ddl Romeo, a cui hanno espresso il proprio voto favorevole. Ora, nel tentativo di ricompattarsi per evitare una nuova spaccatura a Montecitorio, i dirigenti del PD hanno lavorato per ottenere il rinvio del voto in aula, trovando l’assenso della maggioranza che dal canto suo potrà contingentare i tempi dell’esame e scavalcare le richieste delle opposizioni. Astensioni, voti contrari (per ora solo annunciati) e favorevoli, aule abbandonate: in pochi mesi il Partito Democratico ha percorso tutte le strade possibili, cambiando più volte itinerario, di fronte all’esame del Ddl Antisemitismo. Il provvedimento adotta la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), contestata a livello internazionale perché equipara all’antisemitismo le critiche alle politiche del governo d’Israele, attaccando di fatto la libertà di espressione. La misura ha comunque trovato un centrodestra compatto, passando a marzo in Senato con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astenuti. Tra questi, i 6 senatori dem: Alfredo Bazoli, Pier Ferdinando Casini, Graziano Delrio, Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa, che hanno ignorato la direttiva dell’astensione proveniente dal Nazareno. Non proprio la vetrina ideale per un partito impegnato nelle trattative sugli equilibri politici del campo largo, ancora alla ricerca di un leader condiviso da tutte le forze. Elly Schlein non vuole cedere così facilmente lo scettro a Giuseppe Conte, volto del M5S post-Grillo; così è corsa ai ripari, per ricompattare il partito e rilanciare l’immagine della sua leadership. In vista del voto in Commissione Affari costituzionali della Camera, è stata adottata la nuova linea sul Ddl Antisemitismo: il voto contrario. Sembrava fatta, poi è arrivato l’aut aut di Emanuele Fiano, che ha minacciato di uscire dal partito in caso di opposizione alla proposta di legge. A un possibile effetto domino si è aggiunto l’invito della senatrice a vita Liliana Segre a ripensare la posizione sul ddl. Lo psicodramma ha così ripreso a serpeggiare, portando i deputati dem ad abbandonare l’aula prima del voto in Commissione. Ieri, all’ordine del giorno dei lavori parlamentari, avrebbe dovuto figurare anche il Ddl Antisemitismo. Ma a seguito di un accordo raggiunto tra i capigruppo, la discussione è slittata a novembre. A guadagnarne è sia il PD, che dovrà continuare i suoi lavori di mediazione interna, sia la maggioranza, che con il cambio di calendarizzazione potrà contingentare i tempi dell’esame, limitando interventi e modifiche. Che il Partito Democratico abbia ereditato quella divisione in correnti tipica dei partiti-massa della prima repubblica non è un mistero. Così come non è un mistero che queste divisioni comportino evidenti spaccature su temi politici rilevanti, a partire dai rapporti con Israele. Quello del Ddl Antisemitismo non è un caso isolato. Nel PD c’è chi parla di genocidio a Gaza, e chi lo nega. Chi chiede sanzioni nei confronti di Tel Aviv e chi si oppone, perché le inquadra come una punizione collettiva, nonostante il pieno appoggio alle sanzioni verso Mosca per l’invasione dell’Ucraina, configurando il doppiopesismo europeo. L’invio di armi a Kiev è un altro argomento scottante in casa Nazareno, registrando tensioni tra la base e la dirigenza. Un punto che tiene in scacco il campo largo, ancora orfano di un programma a meno di un anno dalle elezioni. The post Lo psicodramma del PD davanti al Ddl Antisemitismo appeared first on L'Indipendente.
October 14, 2026
L'INDIPENDENTE
Autostrade bloccate e presidi: al sud la protesta di camion e trattori si allarga
Nella notte tra martedì e mercoledì, nel Foggiano, i tir sono rimasti dov’erano da domenica 11 ottobre: ai caselli di Poggio Imperiale e di Cerignola, sulla Statale 17 all’altezza di Lucera, nelle aree di servizio lungo la 16. Accanto a loro agricoltori con i loro trattori, olivicoltori, ambulanti e armatori, uniti contro il prezzo del gasolio, che dal 6 ottobre ha perso anche l’ultimo sconto fiscale e alla pompa viaggia intorno ai 2,25 euro al litro. La Capitanata è oggi il cuore di una mobilitazione nata a fine settembre tra Calabria e Sicilia, arrivata in Puglia, Basilicata e con i primi episodi in Campania, e che ha già toccato l’A14 e l’A2. Il momento più duro è stato lunedì, quando la Prefettura di Campobasso ha chiuso in via cautelativa l’A14 tra Termoli e Poggio Imperiale, con mezzi pesanti in sosta e materiali sulla carreggiata. Il tratto è stato riaperto all’ora di pranzo, ma il casello di Poggio Imperiale è ancora presidiato. A Brindisi un autoarticolato messo di traverso sulla tangenziale, all’altezza dello svincolo per Bozzano, ha fermato a intermittenza la circolazione anche dopo l’incontro tra una delegazione di camionisti e il prefetto Guido Aprea. «Lo Stato deve vedere che se si ferma il trasporto si ferma il mondo», ha evidenziato la portavoce Cinzia Turco, titolare di un’impresa di trasporti. In Calabria i trattori occupano da giorni lo svincolo di Falerna, nel Lametino, e l’accesso all’A2 dalla Statale 18. A Castrovillari una cinquantina di trattori e una ventina di camion sono fermi sullo snodo di contrada Bianchino. A inizio ottobre, a Pizzo, un uomo seduto sull’asfalto dello svincolo autostradale, in lacrime davanti alle forze dell’ordine, era diventato l’immagine di tutta la protesta. La stessa quantità di gasolio che prima costava circa millecinquecento euro oggi ne costa duemilacinquecento: mille euro in più ogni quattro giorni di lavoro, spiegano i camionisti brindisini, mentre in Sicilia gli autotrasportatori stimano perdite tra settecento e novecento euro al giorno per ogni mezzo. Le richieste vanno da un tetto al prezzo del gasolio riservato alla categoria a pedaggi più bassi, passando per i costi minimi di sicurezza per arrivare allo sblocco immediato dei crediti d’imposta. Gli agricoltori aggiungono concimi, energia e la concorrenza di prodotti importati da Paesi dove lavoro e controlli costano meno. Ridurre tutto al caro benzina, ha scritto il comitato nato tra Cassano, Castrovillari, Cerchiara e Firmo, significa «non aver capito nulla». Le risposte del governo sono ritenute insufficienti, perché il taglio delle accise è scaduto e il decreto annunciato sulle accise mobili in Gazzetta Ufficiale non si è mai visto. Le associazioni di categoria avevano chiesto un incontro urgente già il primo ottobre e Salvatore Bella, alla guida degli autotrasportatori siciliani, racconta di aver chiesto un incontro a Salvini e al viceministro Rixi senza ricevere risposta. Nel frattempo Eni ha applicato uno sconto del venti per cento anche al gasolio agricolo e per la pesca venduto all’ingrosso, fuori dalla rete dei distributori, lasciando però fuori i camionisti. Martedì undici sigle nazionali dell’autotrasporto hanno scritto al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi denunciando che, tra Foggia e Brindisi, alcuni autisti che non aderivano alla protesta sarebbero stati costretti a entrare nelle aree di servizio e lì trattenuti da mezzi messi di traverso. Chiedono più forze dell’ordine sulle strade e una risposta entro ventiquattro ore, ma, nella stessa lettera, sono concordi nel definire esorbitante il costo del gasolio. E nel frattempo le proteste aumentano: oggi la CIA ha portato gli agricoltori davanti a Montecitorio, mentre dal 16 al 20 ottobre si fermeranno gli autotrasportatori siciliani, con i camion nei piazzali e i semirimorchi immobili nei porti, oltre a quelli calabresi, con blocchi parziali lungo la Statale 18. Dal 21 il Movimento Popolare Nazionale annuncia un’azione congiunta con il trasporto, il 22 tocca ai pescatori, il 27 si torna in piazza a Roma. Sullo sfondo c’è lo Stretto di Hormuz, dove il traffico petrolifero arranca da quando, a fine febbraio, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran e mentre il governo ragiona su accise, crediti d’imposta e possibili tavoli tecnici, nei piazzali di Brindisi e Foggia il ragionamento è molto semplice: le singole misure non bastano, serve un intervento strutturale per cambiare la situazione. The post Autostrade bloccate e presidi: al sud la protesta di camion e trattori si allarga appeared first on L'Indipendente.
October 14, 2026
L'INDIPENDENTE
Bonifico effettuato: i lettori de L’Indipendente hanno donato 77.097 euro a Still I Rise
Una penna, un quaderno a righe, un manuale di scienze: è in cose come queste che si trasformeranno i settantasettemilanovantasette euro partiti il 13 ottobre dal conto corrente de L’Indipendente verso quello di Still I Rise. È la somma definitiva raccolta con i nuovi abbonamenti sottoscritti tra l’8 e il 14 settembre. Come promesso, l’abbiamo devoluta per intero, senza trattenere un euro per le spese di gestione. A fine settembre vi avevamo detto due cose: avremmo lasciato all’organizzazione la libertà di decidere dove impiegare il denaro, e poi vi avremmo raccontato come. Still I Rise ha scelto la voce più concreta di tutte: il materiale didattico. Per un anno intero i vostri soldi pagheranno quello utilizzato da tutti gli studenti delle sue scuole in Kenya, Colombia, Siria, Yemen e Repubblica Democratica del Congo. Sono 523 ragazze e ragazzi in cinque scuole. Resta fuori soltanto il Sud Sudan, dove la stessa spesa era già stata coperta da una campagna precedente. Dentro questa voce c’è anzitutto il kit consegnato a ogni studente, con tutto il necessario per stare in classe. Ci sono i libri di testo, tutti, più quelli di inglese per rafforzare le competenze in quella lingua. Ci sono la cancelleria e i libri su cui gli insegnanti preparano le lezioni, e i giochi da tavolo per ogni scuola. C’è infine l’intera dotazione del laboratorio di scienze della Scuola Internazionale di Nairobi, nella baraccopoli di Mathare. Il diritto all’istruzione è scritto nero su bianco nella Dichiarazione universale dei diritti umani e nella Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia. Ma in un’aula senza libri resta un principio astratto, e nei luoghi in cui lavora Still I Rise – dalle baraccopoli ai campi per sfollati fino alle zone di guerra e di miniera – un quaderno è spesso fuori dalla portata economica delle famiglie. Secondo i preventivi pubblicati dall’organizzazione, il materiale didattico delle cinque scuole costa poco più di settantaseimila euro l’anno. La vostra donazione lo copre per intero. C’è poi un dettaglio che ci fa piacere condividere. Sul sito di Still I Rise c’è una pagina, “Adotta una scuola”, che divide per voce le spese ricorrenti di ogni scuola. Accanto a ciascuna voce compare il nome di chi l’ha garantita, come un mattoncino in un muro. I mattoncini del materiale didattico saranno dedicati ai lettori de L’Indipendente. Ogni passaggio resta tracciabile: la ricevuta del bonifico è consultabile a questo link. Se volete seguire da vicino cosa succede in quelle aule, senza aspettare i nostri resoconti, potete iscrivervi alla newsletter di Still I Rise, che manda aggiornamenti sulle attività delle scuole. Lo abbiamo scritto più volte: fare giornalismo, per noi, vuol dire anche provare a cambiare un pezzo di realtà. Questa volta quel pezzo sta tutto su un banco di scuola, per istruire gli adulti di domani. Grazie, a ciascuno di voi. The post Bonifico effettuato: i lettori de L’Indipendente hanno donato 77.097 euro a Still I Rise appeared first on L'Indipendente.
October 14, 2026
L'INDIPENDENTE
Abitare con GIOIA: a Roma la progettazione partecipata diventa transfemminista
Una fermata dell’autobus senza luce alle dieci di sera, un marciapiede troppo stretto per un passeggino o una carrozzina, un affitto che spinge sempre più lontano dal centro chi si prende cura di qualcuno, un tragitto quotidiano che senza automobile diventa un percorso a ostacoli: sono esperienze comuni, spesso così normalizzate da non sembrare più un problema. > È da qui che siamo partitə per costruire GIOIA, acronimo di “Generare cIttà > femministe attraversO Inclusione e pArtecipazione”: un progetto in cui > proviamo a rispondere a una domanda semplice e radicale insieme, cioè per chi > è pensata la città in cui viviamo. Finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio nell’ambito del Piano Strategico Nazionale sulla violenza maschile contro le donne, GIOIA lavora su quattro municipi romani (II, V, VII e VIII). L’idea di fondo è che la prospettiva di genere non riguardi solo i servizi antiviolenza, ma ogni aspetto della vita urbana: come ci si muove, dove ci si sente al sicuro, quali spazi esistono per la cura, il gioco, l’incontro. A promuovere il progetto siamo in tre: la Casa delle donne* Lucha y Siesta, dal 2008 presidio contro la violenza di genere e luogo di sostegno alle donne e alle persone trans e non binarie che ne escono; Sex & the City, associazione fondata dalle architette e ricercatrici urbane Azzurra Muzzonigro e Florencia Andreola, che da anni legge le città con le lenti del genere; e CHEAP, collettivo bolognese di street poster art che dal 2013 lavora nello spazio pubblico trasformando l’ordine simbolico. L’obiettivo è raccontare e progettare la città insieme alle persone che la attraversano ogni giorno, con le proprie esigenze di cura, di sicurezza, di libertà di movimento, creando alleanze con le reti già attive nei territori. Il percorso prevede in primo luogo una mappatura curata da Sex & the City e la creazione di un Atlante di genere per ciascun municipio, costruito incrociando indicatori territoriali e un questionario rivolto alle persone che abitano e attraversano quei quartieri. L’Atlante avrà una sintesi, un report approfondito e una mappa online aggiornabile, sul modello già sperimentato a Parma. > L’Atlante servirà a costruire un quadro dei servizi, reti e soggetti che la > città già possiede in termini di sostegno alla vita quotidiana, in maniera da > individuare ciò che manca e trasformarlo in proposta di trasformazione. Per > fare questo l’esperienza di chi i quartieri li vive e li attraversa ogni > giorno è centrale.  Accanto al lavoro di mappatura ci saranno anche i Percorsi di Progettazione Partecipata. Da ottobre 2026 a febbraio 2027 in ogni municipio un gruppo di 20-25 persone si incontrerà in laboratori facilitati da attiviste, urbaniste, artiste e filosofe; i laboratori partecipati coinvolgeranno anche l3 bambin3, che porteranno prospettive e desideri sulla città negli incontri curati da Scosse APS. Le domande dei laboratori riguardano questioni molto concrete: in quali momenti entriamo in conflitto con la città? Quali difficoltà abbiamo smesso di vedere? Cosa resta sotto traccia pur pesando sulla nostra vita quotidiana? Il compito dei laboratori è quello di formulare richieste precise da portare ai municipi e all’amministrazione capitolina: proposte ancorate ai bisogni reali e diffuse su tutta la città, con la vivibilità come criterio guida. A seguire il lavoro ci sarà un Comitato scientifico di studiose, attiviste e urbaniste, tra cui Federica Castelli, Chiara Belingardi, Serena Olcuire, Giada Bonu Rosenkranz e Barbara Leda Kenny. A partire dai materiali dei gruppi, CHEAP realizzerà una campagna artistica che attraverserà Roma sugli spazi di affissione comunali e nelle metropolitane, con raccomandazioni per una città transfemminista da discutere con le amministrazioni tra ottobre 2027 e marzo 2028. > Questo perché l’arte pubblica racconta delle storie e sceglie di tacerne > altre, riproducendo un sistema di esclusione e privilegio che opera su più > livelli della città. Uno degli obiettivi che ci siamo date, invece, è quello > di contrabbandare nello spazio pubblico altre narrazioni, altri desideri, > altri immaginari. Infine, a chiudere il percorso è prevista una pubblicazione con la casa editrice indipendente Armillaria e, a ottobre 2027, abbiamo immaginato un festival cittadino aperto ai quattro municipi e a tutta la capitale. Chi abita o attraversa i Municipi II, V, VII o VIII può contribuire in due modi: compilando il questionario per l’Atlante di genere, aperto fino a fine novembre, e candidandosi ai gruppi di lavoro tramite il form di partecipazione. Dopo le prime presentazioni ad ESC e all’Arci Sparwasser del 2 e del 6 ottobre, gli incontri di lancio proseguiranno il 13 Ottobre presso il Centro Anziani Pullino (VIII Municipio), il 14 ottobre alle 17 alla Casa di Quartiere del Quarticciolo Ribelle (V Municipio) e il 15 ottobre alle 18 all’Antimafia Pop Academy (VII Municipio), con un laboratorio sulla città decoloniale insieme a Stefania N’Kombo José Teresa. > Il primo appuntamento comune sarà invece sabato 24 ottobre, dalle 10 alle 17 > alla Casa delle donne Lucha y Siesta, con il workshop di arte urbana di CHEAP > che riunirà tutti i gruppi. La città è da sempre uno spazio ambivalente per le donne, le persone queer, le persone razzializzate, le persone disabili; spesso il messaggio che lancia è questo non è il vostro posto, qui dovete avere paura. Ma noi non vogliamo avere paura: vogliamo tessere le reti relazionali e costruire gli spazi fisici per costruire giustizia sociale, per definire insieme la nostra idea di sicurezza e di libertà, a partire dalla possibilità di vivere e attraversare i nostri quartieri. Noi ci mettiamo un pezzetto, con GIOIA. la copertina è di Lucha Y Siesta Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. L'articolo Abitare con GIOIA: a Roma la progettazione partecipata diventa transfemminista proviene da DINAMOpress.
October 14, 2026
DINAMOpress
L’ufficio parlamentare smaschera il governo: per il riarmo sarà tagliata la spesa pubblica
Tagliare la spesa pubblica per finanziare il riarmo: una conseguenza che il governo Meloni ha provato a mascherare in ogni modo, fino all’intervento dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB). Quest’ultimo avverte che le spese militari programmate dall’esecutivo rischiano di incidere direttamente sulle altre voci della spesa pubblica. L’audizione dell’UPB si è svolta nell’ambito dell’esame del Documento programmatico di finanza pubblica (DPFP). Ieri, dopo l’attivazione della clausola di salvaguardia europea per le spese per la difesa, la Camera ha approvato uno scostamento di bilancio destinato a finanziare, tra le altre voci, proprio il riarmo. L’UPB mette in guardia sulle conseguenze di un eventuale peggioramento del quadro macroeconomico: in presenza dei vincoli europei, eventuali «interventi discrezionali di sostegno» non potrebbero essere attuati «senza misure compensative». Il rischio, insomma, è che una volta esaurita la flessibilità concessa dall’UE, il mantenimento di una spesa militare strutturalmente più elevata renda necessari interventi correttivi sui conti pubblici, anche attraverso tagli alle altre voci di spesa. Le osservazioni dell’UPB sono arrivate insieme alla relazione presentata da Giorgetti al Parlamento, in cui il ministro dell’Economia illustra la richiesta di scostamento di bilancio, uno strumento che consente allo Stato di ricorrere a un indebitamento superiore a quello inizialmente previsto e che richiede l’approvazione parlamentare. A consentire all’Italia di ricorrere a questo margine aggiuntivo di indebitamento è stata la Commissione europea, che a inizio mese ha autorizzato l’attivazione della cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale (o National Escape Clause, NEC). Il meccanismo permette agli Stati membri di aumentare temporaneamente il deficit per finanziare le spese per la difesa, entro i limiti e le condizioni previsti a livello europeo. Per l’Italia, il governo ha indicato un margine potenziale di circa 29 miliardi di euro, che intende destinare per metà al riarmo e per metà all’energia. Per quanto riguarda la destinazione delle risorse, la relazione di Giorgetti è avara di dettagli. Sul fronte della difesa, il ministro si limita a precisare che «l’incremento delle risorse destinate al settore della difesa, previsto fino a un massimo dello 0,3 per cento del PIL per ciascuno degli anni 2027 e 2028, potrà contribuire al progressivo rafforzamento delle capacità operative e tecnologiche, in coerenza con gli obiettivi assunti in ambito NATO. Gli interventi riguarderanno sia la componente corrente, con riferimento in particolare al personale, all’esercizio e alle esigenze operative, sia la componente in conto capitale, finalizzata alla realizzazione e al rifinanziamento di programmi di investimento pluriennali». Le misure finanziate attraverso la NEC riguarderanno il periodo 2025-2028. È proprio su questo punto che si concentra l’attenzione dell’UPB: la flessibilità fiscale viene meno, mentre le spese militari restano. La natura degli interventi nel settore della difesa possono infatti richiedere il mantenimento di una spesa strutturalmente più elevata, anche una volta esaurito il margine aggiuntivo garantito dalla NEC. Dal 2029, queste spese dovranno quindi trovare copertura nei bilanci ordinari. «Qualora tali spese [ndr. quelle militari] assumessero carattere permanente, come indicato dall’UE, esse dovrebbero essere compensate da interventi di riduzione degli oneri in altri ambiti», scrive a tal proposito l’UPB. «In assenza di misure compensative, il disavanzo e il debito risulterebbero più elevati dal 2029». Insomma, nel 2029, dopo la scadenza della clausola l’Italia dovrà mantenere alta la spesa militare, così come stabilito dagli impegni assunti in sede internazionale. Le alternative sono due: compensare l’aumento delle spese per il settore oppure accettare un peggioramento dei conti pubblici. Quest’ultima ipotesi, tuttavia, si scontrerebbe con i vincoli europei: come sottolinea l’UPB, «la crescita della spesa netta eccederebbe inoltre i limiti raccomandati». La relazione del governo non chiarisce nel dettaglio come finanziare le spese aggiuntive nel lungo periodo né quali misure compensative l’esecutivo intenda adottare. Se l’obiettivo è mantenere una spesa militare più elevata senza aumentare il deficit oltre i limiti previsti, le strade percorribili sono quindi aumentare le tasse o tagliare la spesa in altri settori. Nel frattempo, dall’UE è arrivato il via libera sul piano italiano nell’ambito del fondo SAFE per la difesa. SAFE è uno dei due principali strumenti ideati dalla Commissione nell’ambito del piano di riarmo europeo, con l’obiettivo di sostenere gli appalti congiunti tra gli Stati membri e incentivare la cooperazione industriale nel settore della difesa. Il fondo prevede la raccolta di fino a 150 miliardi di euro sui mercati finanziari, da erogare agli Stati sotto forma di prestiti diretti, e contempla procedure di appalto comuni e semplificate. Per accedere ai finanziamenti, gli Stati membri devono presentare un piano nazionale di spesa, che deve essere approvato dalla Commissione europea prima della firma dell’accordo di prestito.  Per quanto riguarda l’Italia, l’esecutivo comunitario ha approvato un piano dal valore di oltre 8 miliardi di euro. Per procedere all’erogazione dei fondi restano l’approvazione del Consiglio e la firma dell’accordo di prestito: solo a quel punto potrà essere versato un anticipo pari al 15% dell’importo. The post L’ufficio parlamentare smaschera il governo: per il riarmo sarà tagliata la spesa pubblica appeared first on L'Indipendente.
October 14, 2026
L'INDIPENDENTE
La protesta degli studenti cresce in tutta Italia: si moltiplicano occupazioni e cortei
Dalle occupazioni delle scuole alle tende davanti agli atenei, la mobilitazione studentesca si estende in Italia. In molte città d’Italia, tra cui spiccano Torino, Roma, Napoli e Genova, si moltiplicano assemblee, picchetti e interruzioni delle lezioni, mentre gli universitari tornano a denunciare affitti insostenibili e carenze nel diritto allo studio. Al centro delle contestazioni ci sono edifici degradati, carovita e politiche del governo, accusato dai manifestanti di privilegiare le spese militari rispetto all’istruzione e ai servizi pubblici. Sulla scia delle proteste francesi e spagnole, gli studenti preparano nuove iniziative: il prossimo appuntamento nazionale è lo sciopero del 16 ottobre. Quello che è stato definito dal Collettivo OSA uno “tsunami-occupazioni” vede Torino come uno dei fronti più estesi. Il 5 ottobre sono stati occupati il Regina Margherita e il Carlo Ignazio Giulio, seguiti il giorno successivo dal Sella Aalto Lagrange; al Gobetti è partita l’autogestione. In seguito si sono aggiunti l’Einstein e il Primo Liceo Artistico, insieme a scioperi, assemblee e blocchi in altri istituti. Questa mattina è stato occupato anche il Berti. L’assemblea studentesca del Gioberti ha diramato un comunicato in cui ha stigmatizzato il sistema Valditara, che vedrebbe la scuola come «luogo di disciplinamento per i futuri cittadini che devono imparare a subire in silenzio mentre approvano decreti razzisti e le scuole cascano a pezzi». Assemblee straordinarie sono state convocate al D’Azeglio e al Ferraris. Il 9 ottobre circa duecento studenti si erano riuniti davanti alla Città Metropolitana per chiedere interventi edilizi. Nel mirino dei collettivi ci sono anche le politiche scolastiche del governo, dal limite agli alunni stranieri al divieto del burqa. A Carignano, la Cub Sur ha denunciato la presenza dei carabinieri nei corridoi del Norberto Bobbio durante uno sciopero. A Roma, all’occupazione del Cavour del 6 ottobre si sono aggiunte, il giorno successivo, quelle del Lattanzio e del Tullio Levi Civita. Picchetti e assemblee si sono svolti anche all’Avogadro e al Newton. A Napoli, dopo il Tito Lucrezio Caro di Posillipo, lunedì 12 ottobre sono stati occupati l’Umberto, il Mercalli, il Sannazaro e il Genovesi. Al Mercalli la dirigente ha comunicato formalmente l’occupazione dell’istituto e l’impossibilità di garantire il regolare svolgimento delle attività didattiche e amministrative. La mattina di oggi, 13 ottobre, ha visto coinvolto nella mobilitazione anche il Mazzini, al Vomero, dove gli accessi sono rimasti chiusi e la dirigente ha richiesto l’intervento preventivo dei carabinieri. A Genova, dopo il Gobetti, anche il Calvino è stato occupato: seconda scuola cittadina in ventiquattro ore. Gli studenti contestano la gestione delle risorse pubbliche, con meno fondi a scuola, sanità e trasporti e più risorse al riarmo. Denunciano mancanza di riscaldamento, bagni inagibili, infiltrazioni e topi. Contestano il carovita, citando il carburante a 2,30 euro al litro e lo sconto statale di 30 centesimi giudicato insufficiente, oltre alle politiche di Valditara, al decreto bavaglio e all’ultimo decreto sull’immigrazione. Mobilitazioni anche a Bologna, dove un centinaio di ragazzi ha sfilato nel quartiere universitario. Sul fronte universitario tornano, dopo tre anni, le tende davanti a una decina di atenei e in piazza Montecitorio, sulla scia di Francia e Spagna. L’iniziativa, lanciata dall’Unione degli universitari con il titolo “Cara Italia, quanto ci costi?”, è stata inquadrata dai promotori come «una protesta diffusa per denunciare il carovita universitario, il fallimento delle politiche abitative e la trasformazione del diritto allo studio in un affare per i privati». Le richieste dell’Udu comprendono 1,7 miliardi per le borse di studio, quattro miliardi per un piano pluriennale di alloggi interamente pubblici, due miliardi per eliminare progressivamente le tasse universitarie e 1,5 miliardi per trasporti pubblici gratuiti, mense a prezzi calmierati e un servizio pubblico di supporto psicologico negli atenei. Dopo lo sciopero studentesco del 16 ottobre, i collettivi guardano alla mobilitazione generale del 30 ottobre, con l’obiettivo di portare nelle piazze una protesta comune con i lavoratori. The post La protesta degli studenti cresce in tutta Italia: si moltiplicano occupazioni e cortei appeared first on L'Indipendente.
October 13, 2026
L'INDIPENDENTE