Tag - primo piano

Da invasori a invasi
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Pozol Chiapas, che ringraziamo -------------------------------------------------------------------------------- Nel 1971, tre accademici studiarono e analizzarono il ruolo delle “istituzioni caritatevoli” nelle baraccopoli (formatesi a seguito delle occupazioni abusive) di Lima, pubblicando un’opera profonda e rigorosa intitolata “Dagli invasori agli invasi”, diffusa su Cuadernos de DESCO*. L’opera si concentra sugli effetti che l’intervento dei “benefattori” (oggi diciamo ONG) ha sugli abitanti. Dopo aver documentato l’enorme espansione delle baraccopoli conseguenti alle occupazioni (“invasioni”, come le chiamano i media), in cui milioni di persone si concentrano nelle periferie della capitale, sottolineano come le istituzioni caritatevoli cerchino la “smobilitazione politica degli abitanti”. Esse rappresentano l’imperialismo, la “borghesia nazionale” e gli imprenditori che, “aiutando” gli abitanti, riescono a “neutralizzare politicamente ampi settori urbani che non possono organizzarsi altrove se non all’interno delle baraccopoli”. Aggiungono che i “benefattori” mirano anche a organizzare i consumi dei residenti, e il loro successo è in gran parte dovuto alla defezione della sinistra, che non è stata in grado di unire questo ampio settore urbano. Un secondo tema che affrontano è l’atteggiamento degli “scienziati sociali”, in particolare americani, che hanno condotto studi nelle baraccopoli. Citano il sociologo tedesco Martin Nicolaus: “Gli occhi professionali del sociologo sono fissi sulle classi inferiori, mentre i palmi delle mani sono rivolti verso le classi dominanti”. Sottolineano come il lavoro sul campo di questi professionisti sia stato “di grande utilità per il Peace Corps, l’USAID, altri benefattori, il loro prestigio accademico, le fondazioni che finanziano i loro studi, le loro tesi di dottorato, la gioia degli americanisti, ecc., ma con poche eccezioni per gli abitanti delle baraccopoli”. Il terzo punto affronta l’analisi del modus operandi dei “benefattori” che, avvicinandosi ai settori più attivi delle baraccopoli, “creano clientelismo tra i leader delle associazioni di residenti, i quali, per mantenere la loro leadership, devono rispondere alle richieste degli abitanti”. Inoltre, diffondono l’idea che non esista una classe dominante e che la povertà sia colpa dei poveri, non un problema strutturale. Infine, sebbene ci sia molto altro da dire, i tre autori dicono di non essere interessati a presentare uno studio accademico, bensì a smascherare le istituzioni che “sono solo strumenti di demobilitazione popolare e di trasmissione dell’ideologia dei settori nazionali e stranieri dominanti”. Vogliono che il loro lavoro aiuti le persone a conoscere meglio i loro “benefattori”. Basandomi su questo breve glossario di un’opera eccellente, vorrei ricordare a tutti che i programmi sociali esistono nel nostro continente da oltre mezzo secolo, lo stesso lasso di tempo di coloro che li denunciano senza che le loro indagini vengano prese in considerazione. Certamente, ci sono stati cambiamenti nei metodi e negli stili della cooperazione internazionale per lo sviluppo e la promozione, ma gli elementi essenziali erano già presenti più di mezzo secolo fa. Questo solleva alcuni interrogativi. Perché le organizzazioni di sinistra e i movimenti di base continuano ad accettare questi programmi che, da mezzo secolo, sappiamo essere contrari agli interessi del popolo e dei settori popolari? Perché migliaia e migliaia di accademici e sociologi si lasciano strumentalizzare da chi detiene il potere, quando, con le loro qualifiche, avrebbero altre opzioni e potrebbero lavorare in altri campi? Credo che questi atteggiamenti non possano essere compresi senza considerare che il trionfo del capitalismo, seppur temporaneo, ha convinto molte persone e partiti politici che opporsi al sistema sia pericoloso. Non sto dicendo che le loro vite siano in pericolo, perché non vivono a Gaza, né in quartieri operai o comunità indigene. Il pericolo che percepiscono riguarda le loro carriere professionali, il successo individuale e, soprattutto, la sicurezza economica e lavorativa. Se osserviamo attentamente, sia i partiti di sinistra che gran parte delle dirigenze dei movimenti, sono attualmente composti da persone con titoli accademici, in possesso di qualifiche che fungono da lasciapassare per l’ascesa sociale, e che appartengono a quella che Emmanuel Todd, non senza un pizzico di malizia ma con notevole perspicacia, definisce “oligarchia di massa”. Ciò riflette l’enorme mutamento del sistema, che ha integrato i vertici dei settori popolari, indicando al resto la via per il successo individuale. In particolare, è riuscito a cooptare i leader (o a “clientelizzarli”, come afferma l’opera di cui sto parlando). Questi leader sono fondamentali per stabilizzare il sistema di dominio. Pertanto, l’impegno degli zapatisti a non arrendersi, a non cedere e a non svendersi rimane un punto di riferimento etico imprescindibile, soprattutto in questi tempi di sconvolgimento sistemico. . *Gli autori sono Alfredo Rodríguez, Gustavo Riofrío e Eileen Welsh. L’opera è disponibile online. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Da invasori a invasi proviene da Comune-info.
May 29, 2026
Comune-info
Quel che resta del Salone del Libro 2026: la letteratura come politica
LE DISUGUAGLIANZE ECONOMICHE FANNO MALE ALL’ANIMA Nicolò Zancan, autore di L’ultimo operaio, e Riccardo Staglianò, autore di Tassare i milionari, libri entrambi pubblicati da Einaudi sulla scia della tradizione di pensiero laico, sociale e democratico di questo editore, hanno messo in evidenza come i problemi economici siano di fatto anche problemi emotivi, come la qualità della vita dipenda dalla disponibilità economica, ma soprattutto come una società che non dà valore al lavoro sia povera non solo dal punto di vista materiale ma anche dal punto di vista emotivo e sociale, di relazione e di significato dell’esistenza. Zancan lo ha fatto attraverso il racconto della Torino disperata degli ex operai Fiat in cassa integrazione per sempre, Staglianò cercando di far digerire a un paese poco attento la necessità e la praticabilità di una piccola tassa destinata ai super ricchi, che non ne soffrirebbero, ma che darebbe grande respiro alle finanze dello stato, oltre ad applicare i principi di giustizia retributiva sanciti dalla Costituzione. Le soluzioni ci sono, sta alla politica metterle in pratica. LA GRECIA QUESTA SCONOSCIUTA Il paese ospite del Salone quest’anno era la Grecia. Mai sentito parlare di Città alla deriva? O di Stratis Tsirkas? Eppure il primo volume, Il circolo, era stato eletto in Francia, nel 1971, miglior libro straniero dell’anno, e Guanda l’aveva tradotto e pubblicato in Italia negli anni 80. Poi, nonostante le traduzioni degli altri due volumi fossero state ultimate, la pubblicazione di Arianna e Il pipistrello era stata posticipata indefinitamente. Per fortuna ci ha pensato ora l’editore Aiora, e la trilogia è adesso disponibile e completa. Certo Città alla deriva è un romanzo scomodo, che denuncia l’incapacità e l’inadeguatezza della classe politica che ha governato la Grecia dopo la Seconda Guerra Mondiale e prima del colpo di stato del ’67. Una critica sgraditissima a suo tempo come adesso, se si considera che il governo greco, in occasione del conferimento del premio Carlo Magno a Mario Draghi, lo ha ringraziato per quello che ha fatto per la Grecia. Questo riconoscimento a una politica unanimenente ritenuta iniqua, che ha stremato un paese già in difficoltà, testimonia lo scollamento tra la classe dirigente e le persone: quelle che a suo tempo si sono sacrificate per la libertà, quelle che oggi cercano di resistere tra mille problemi. VARSAVIA CROCEVIA DEL MONDO Francesco Cataluccio, collaboratore di GARIWO (l’organizzazione che si batte per il riconoscimento dei genocidi e la pace ovunque, che ha creato il Giardino dei Giusti in molti paesi del mondo oltre che in diverse città italiane), ha scritto il romanzo Hotel Chopin, ambientato a Varsavia e ispirato all’internazionalità della città. Infatti attualmente Varsavia ospita non solo una comunità di ucraini rifugiatisi lì all’inizio della guerra con l’intenzione di rientrare in patria il prima possibile, e poi stabilitisi con vari commerci e attività quando si sono resi conto che il ritorno, se ci fosse stato, chissà quando ci sarebbe stato; ma anche una comunità di israeliani, che se ne sono andati da Israele per evitare che i figli si trovassero a dover combattere una guerra che sembra ancora più infinita di quella ucraina. Se il romanzo è surreale e debitore al mondo fantastico di Il maestro e Margherita, la posizione politica di Cataluccio è chiara. Bisogna tenere separati i tre elementi che caratterizzano un paese: la lingua; il popolo che la parla; il governo. Mescolarli è facile e sbagliato. La lingua è astratta, non è detto che corrisponda a un luogo; il popolo è una cosa a sé; e il regime non si identifica con un popolo. E dunque sì, le possibilità di convivenza ci sono, se lo si vuole. LA STORIA DELLA FAMIGLIA ILLUMINA QUELLA DEL MONDO Emmanuel Carrère ha presentato il suo nuovo romanzo Kolchoz: un romanzo famigliare nel senso più stretto del termine, perché è la famiglia di origine dell’autore, e in particolare la madre, ad essere indagata nel libro. Ma visto che quella famiglia è mezzo russa e mezzo georgiana, Kolchoz è anche un romanzo politico. È proprio lo sguardo di Carrère che cambia nel corso del romanzo. Uno sguardo che si fa più acuto e anche più intransigente man mano che i viaggi, gli incontri e la conoscenza di quei paesi (Russia, Ucraina, Georgia) si intensificano e approfondiscono, man mano che la storia spiega l’attualità ma solo in parte. Uno sguardo che costringe a prendere una posizione e a scegliere da che parte stare. E Carrère lo fa senza esitazioni. L’ATTUALITÀ DI OPERAZIONE SHYLOCK Operazione Shylock di Philip Roth, da poco ripubblicato e ritradotto da Adelphi (che ne sta ritraducendo e ripubblicando l’opera omnia), viene raccontato da Sandro Veronesi (che lo legge per la prima volta) e da Emanuele Trevi (che lo rilegge per l’ennesima volta). Entrambi concordano sull’attualità sconvolgente di questo romanzo. Che probabilmente non abbiamo letto con la dovuta attenzione, a suo tempo. Perché nel delirio del diasporismo del Philip Roth doppione dello scrittore, nei monologhi meravigliosi e dirompenti, nella storia dell’agente del Mossad che si interserca con quella di Moishe Pipik (come lo scrittore denigratoriamente chiama il suo doppio), nella storia dell’amante di Pipik, è chiaro e limpido come l’odio tra ebrei e palestinesi sia già insanabile negli anni ’90, quando il libro è uscito. La storia che viene dopo e che sembra averci colto di sorpresa era già scritta, insieme alle soluzioni impossibili che invece, chissà, magari un giorno lo diventeranno. E il fatto che ogni punto di vista sia plausibile,  e lì per lì anche convincente, rende l’ascolto l’unico elemento dirimente. L’ascolto che dà forma al racconto come la bottiglia dà forma all’acqua. Dunque possiamo avere delle speranze? COSA C’ENTRA LOLITA CON “NON UNA DI MENO” Silvia Avallone offre una lettura contemporanea e femminista di Lolita. Tutti sanno che è un romanzo scandaloso, che nessun editore americano lo ha voluto pubblicare e che ha visto la luce in Francia, con un successo imprevedibile e strepitoso. Non importa che Nabokov sia sempre stato adamantino sulle origini e il senso del romanzo, sottolineando  che lui con le ninfette, con la pedofilia, con le perversioni di cui il romanzo trabocca non c’entrava un bel niente. Se mettiamo la lente su Lolita e non su Humbert, rispettando anche la scelta non casuale del titolo, vediamo la fanciulla in fiore a cui viene rubata l’infanzia, l’adolescente che scopre il suo potere ma lo vorrebbe usare per sé, per essere libera, e invece si trova prigioniera delle manipolazioni del maschio. Lolita dunque è tutte le ragazze che si affacciano alla vita e vorrebbero prendersi il mondo, sperimentare la libertà, il desiderio, essere felici. Per questo Lolita cerca in tutti i modi di fuggire. Dopo la morte della madre è rimasta sola al mondo, preda del potere maschile, e Avallone ricorda fin dalla prima lettura il senso di profonda pietà che ha provato, e che tuttora prova per tutte le ragazzine che sono nella posizione di Lolita. Che sono tante, molte di più che quello che vogliamo credere. Sarebbe ora che smettissimo di ignorarle, in modo che il movimento “Non una di meno” (e tutto quel che gli ruota intorno) potesse finalmente non essere più necessario. BERNIE SANDERS CONTRO GLI OLIGARCHI È sicuramente confortante che tantissima gente sia stata disposta a pagare, prenotare con largo anticipo e restare in fila più di mezz’ora per ascoltare un politico americano di sinistra, autore del libro Contro gli oligarchi. Una testimonianza di salute e intelligenza del nostro paese. Più che la presentazione di un libro Sanders ha fatto un comizio. In cui ha ricordato come le disparità economiche rendano il nostro mondo insicuro e poco vivibile oltre che ingiusto e debole; come gli oligarchi di oggi, i super ricchi, siano ancora più arroganti e avidi dei ricchi di una volta (i Rockefeller, i Carnegie il nome è ora legato a università e fondazioni di ricerca); come Trump non sia davvero rappresentativo degli Stati Uniti e come la maggioranza del popolo americano sia molto più democratica e amica dell’Europa di quanto non sembri. E sì, la grande battaglia dei democratici è contro il trumpismo, oltre che contro Trump. Ovvero contro gli oligarchi e il loro modello di società. E ha concluso dicendo che da soli non si va da nessuna parte, ma insieme si può andare molto lontano. Come dire “Yes, we can. But together. L'articolo Quel che resta del Salone del Libro 2026: la letteratura come politica proviene da Pulp Magazine.
May 28, 2026
Pulp Magazine
Marco Orefice, Global Sumud Flotilla: «Se è stato possibile trattare noi così, cosa accade in Palestina lontano dagli occhi del mondo?»
Abbiamo intervistato Marco Orefice, attivista del LOA Acrobax, già partecipante alla missione autunnale della Global Sumud Flotilla e appena rientrato dalla seconda missione. Come era composta questa flotilla in termini di navi e equipaggi? Era composta da centinaia di persone provenienti da ogni latitudine, geografia e percorso di vita. C’erano indigeni da Amazzonia, Nuova Zelanda, Australia, c’erano persone dall’America Latina e dall’Africa, oltre che Asia e Europa. Abbiamo cercato che le diversità potessero essere rappresentate anche nella composizione degli equipaggi, con persone con passaporti differenti come forma di tutela: le persone provenienti da paesi arabi avrebbero potuto subire un trattamento peggiore. Tenere assieme generi, culture, religioni e orientamenti sessuali molto diversi era una delle sfide del progetto della flotilla. Ci puoi riassumere la tua e la vostra esperienza a seguito dell’abbordaggio e sequestro di lunedì 18 maggio? É stato un attacco e un sequestro in piena regola in alto mare. C’era già stato un primo attacco a largo di Creta dove circa 200 persone erano state trattenute in carceri galleggianti a fine aprile. Questo è stato l’attacco definitivo. Eravamo in pieno giorno e si sono avvicinate a noi diverse fregate e navi da cui sono partiti i gommoni che hanno attaccato con proiettili di gomma mirando alla testa delle persone. Gli abbordaggi sono stati molto violenti, molti sono stati colpiti con i taser. I racconti sono simili, i soldati urlavano « Dove avete le armi?». Le persone sono state perquisite, messe in ginocchio e portate a prua lasciate a bagnarsi con le onde di una giornata in cui il mare non era piatto. Ci dicevano con sarcasmo «benvenuti nella flotilla!». Era solo l’inizio. Poi siamo stati trasferiti in dei lager galleggianti, delle navi-prigione. Siamo stati lasciati con indumenti leggeri, poi ammanettati, malmenati e umiliati in ogni modo e messi in un recinto composto da container. A molte persone quei container hanno ricordato i vagoni piombati verso i campi di concentramento della Seconda Guerra Mondiale. Per due giorni abbiamo vissuto in quei container, al freddo, ammucchiati, spesso non c’era spazio per tutte e tutti e ci turnavamo per poterci stendere. A volte ci siamo stretti anche per scaldarci. I container erano circondati da filo spinato e sulle nostre teste c’erano cecchini che in diverse occasioni hanno aperto il fuoco, a volte in modo totalmente gratuito. I proiettili erano piombini da caccia racchiusi in sacchetti di stoffa, meno letali ma non meno pericolosi. Per due giorni siamo stati alla merce di questi aguzzini che ogni tanto allagavano il ponte della nave per renderci più insostenibile l’attesa. Dall’alto tiravano sacchi di pane congelato e bottigliette d’acqua, molte persone si sono rifiutate di prendere cibo. Questa prigione galleggiante non si è diretta subito ad Ashdod, da lunedì pomeriggio fino a mercoledì in mattinata ha vagato per il Mediterraneo, fino a che non sono stati sequestrate tutte le persone che componevano la flotilla. Mercoledì siamo arrivati al porto di Ashdod, una volta attraccato, sono ricominciate le violenze e le sevizie. Ci hanno fatto sedere a terra, poi ci hanno chiamato una ad una e portate in un container. Sentivamo le urla di chi era dentro. Abbiamo allora protestato e un ragazzo turco si è alzato in segno di protesta, gli è stato subito sparato ad una gamba. Lo hanno trascinato via e l’ho rincontrato a Istanbul: stava bene anche se la ferita l’ha colpito alla coscia. Dalla nave, siamo stati portati sul piazzale del porto. In quello spazio sono ricominciate le sevizie, siamo stati di nuovo ammanettati e picchiati. Lì c’è stata quella scena ripresa da Ben Gvir e trasmessa sui social che ha fatto il giro del mondo. Di nuovo è iniziato un girone infernale che si è concluso 24 dopo, giovedì mattina, quando ci hanno trasferito all’aeroporto di Eilat e da lì ad Istanbul. Quali sono state le principali differenze nel trattamento e nella violenza ricevuta, rispetto alla flotilla dell’autunno? La differenza maggiore è stata una escalation di violenza notata già al momento dell’aggressione a Creta, incluso violenze di carattere sessuale. Pure il secondo attacco è stato molto più violento, molte più percosse subite, spari, taser, torture, nessuna persona è stata risparmiata. Era un caso fortuito subirne più o meno, dipendeva dagli aguzzini che trovavi davanti a te, ma non ne potevi scappare. Davanti alla violenza subita si è alzato un insolito coro di indignazione globale, rivolto però quasi esclusivamente al ministro israeliano Ben Gvir, come lo interpreti? Si tratta dell’ennesimo atto di ipocrisia delle democrazie occidentali che non hanno fatto nulla quando Ben Gvir venne ad umiliarci a ottobre scorso all’arrivo ad Ashdod. Le democrazie non hanno mai agito nulla contro il regime israeliano nonostante i rapporti di agenzie delle Nazioni Unite che documentano tutto quello che il governo israeliano continua a fare nei confronti della popolazione palestinese. Il regime israeliano ha rivendicato che siamo state trattati secondo i loro protocolli. Questi sono i loro protocolli. Decidere di guardare a Ben Gvir e non al genocidio in corso è un modo per eludere il problema. E’ la ipocrisia che fa parlare di “alcuni coloni violenti” anziché parlare del colonialismo. Parlare di Ben Gvir è un modo per non affrontare la questione e gestire solo una temporanea paura di perdere consensi. Immagino che ora sarà il tempo delle valutazioni, ci sono già prossime tappe organizzate del percorso politico dalla coalizione Global Sumud Flotilla? In questo momento è ancora in corso la marcia via terra, che si concluderà a breve e ha incontrato violenza e repressione in Libia. I motivi che ci hanno fatto navigare in autunno e ora sono ancora validi, nonostante non fosse l’intenzione di nessuno di noi di esporci a sevizie e torture. Abbiamo provato, come tante altre persone, a mettere da parte un po’ del nostro privilegio per porre agli occhi della opinione pubblica quale fosse il problema dell’occupazione e del genocidio in corso. Abbiamo cercato di segnalare l’inazione della comunità internazionale e dei governi nonostante la forte solidarietà internazionale dal basso in centinaia di paesi. La lotta per la liberazione della Palestina rappresenta un simbolo di tutte le lotte per la liberazione da soprusi e sopraffazioni, contro ogni forma di fascismo di cui il sionismo è una rappresentazione plastica oggi. Troveremo nuove forme per metterci in cammino e per lottare fino a che i governi non agiranno. Il regime israeliano non si ferma da solo, va fermato con campagne internazionali, con boicottaggio disinvestimento e sanzioni così come accadde con l’apartheid in Sudafrica. Sarà la spinta della società civile che obbligherà i governi a fare qualcosa contro questa economia del genocidio e della guerra. Che messaggio ti senti di dare alla fine di questa esperienza? L’importanza di continuare a non voltare le spalle, non indignarsi per quanto accaduto a noi ma pensare che se quello che è accaduto a noi è stato possibile sotto gli occhi del mondo, dobbiamo immaginarci cosa sia possibile ogni giorno e ogni minuto in quei lager per migliaia di uomini e donne lontano dagli occhi del mondo. Senza una soluzione giusta non ci sarà nessuna pace. Il percorso a fianco alla popolazione palestinese verso la liberazione è ancora lungo, e dobbiamo continuarlo consapevoli delle complicità dei nostri governi. Non servono le flotille per lottare per la Palestina e per fare qualcosa di concreto, dobbiamo farlo ogni giorno qui da noi per ottenere risultati e fermare la macchina della guerra che agisce da qui. La copertina è di Fotomovimiento da Flickr Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Marco Orefice, Global Sumud Flotilla: «Se è stato possibile trattare noi così, cosa accade in Palestina lontano dagli occhi del mondo?» proviene da DINAMOpress.
May 27, 2026
DINAMOpress
Il regime? È ancora lì
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Tianlei Wu su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Doveva essere la guerra che avrebbe “liberato l’Iran”. Ce l’hanno raccontata così per mesi con bombe intelligenti, sanzioni chirurgiche, il regime degli ayatollah in agonia. Bastava un’ultima spinta, ci dicevano, e il castello di carte sarebbe crollato. Le immagini delle proteste passate venivano mescolate con quelle dei bombardamenti e il prodotto finale era una storia semplice, quasi rassicurante: noi occidentali colpiamo il male, e il bene – il popolo iraniano, naturalmente – ringrazierà. Peccato che la realtà abbia la brutta abitudine di non adeguarsi alle sceneggiature, sceneggiature che conoscevamo già e che si sono nuovamente materializzate. Oggi, dopo mesi di bombardamenti, sanzioni e propaganda sulla “liberazione”, gli Stati Uniti stanno trattando nuovi accordi con la stessa Repubblica Islamica che giuravano di voler distruggere. Tregue. Riapertura dello Stretto di Hormuz. Alleggerimenti economici. Il nemico assoluto, il miglior nemico – quello che doveva essere spazzato via dalla storia – è tornato a essere un interlocutore. Ci si siede attorno a un tavolo. Si discute. Si negozia. Domanda dunque: a cosa è servita la guerra? A cosa è servita se si poteva arrivare a un tavolo di trattative anche prima, come molti, dentro e fuori l’Iran, avevano suggerito. Perché mai bombardare per mesi? Perché distruggere infrastrutture, uccidere civili, affamare un popolo che già soffriva, se poi l’esito è lo stesso che si sarebbe potuto ottenere senza una sola bomba? La risposta è ovvia e banale. La guerra non aveva come obiettivo la liberazione delle persone iraniane. Aveva altri obiettivi – controllo delle rotte marittime, contenimento di un nemico regionale, rassicurazione degli alleati del Golfo, spettacolo di potenza in campagna elettorale. L’Iran, il suo popolo, le sue sofferenze erano solo lo scenario. Il fondale. E quando il fondale non serve più, lo si cambia. Si passa alla scena successiva. La guerra ha avuto anche il grande compito di rafforzare ulteriormente la Repubblica Islamica. I Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione che dovevano essere decapitati dal conflitto, sono usciti più forti di prima. Perché funziona così, con le dittature e dovremmo saperlo bene. Quando arriva una minaccia esterna, la prima cosa che fanno è chiudere i ranghi. La seconda è usare quella minaccia come giustificazione per reprimere ogni opposizione interna. Il dissenso diventa tradimento. La protesta diventa spionaggio. Lo sciopero diventa sabotaggio in tempo di guerra. E i Pasdaran sono maestri in questo gioco. Hanno usato ogni bomba caduta sul territorio iraniano come una prova che “loro avevano ragione”, che il nemico è reale, che non ci si può fidare dell’Occidente, che l’unica protezione è il regime. Hanno consolidato il proprio potere economico, militare e politico più di quanto avrebbero mai potuto fare in tempo di pace. E dentro i confini, la repressione non è diminuita. È aumentata. Arresti di massa. Esecuzioni. Carcerazioni. Tortura. Tutto giustificato con la scusa della sicurezza nazionale. La guerra è stata la miglior propaganda “gratuita” per il regime. Intanto, il popolo iraniano ha pagato il conto. Milioni di persone hanno perso il lavoro. Aziende chiuse, fabbriche distrutte, catene di approvvigionamento interrotte. La stabilità economica, già precaria dopo anni di sanzioni devastanti, è crollata del tutto. L’inflazione – che era già un mostro – ha mangiato ciò che restava dei risparmi. I beni essenziali – cibo, medicine, carburante per riscaldarsi d’inverno – sono diventati un lusso per molti. Non numeri, non statistiche: madri che non possono comprare il latte per i figli. Anziani che muoiono perché i farmaci non arrivano più. Giovani che vedono il futuro chiudersi davanti come una porta sbattuta in faccia. E le infrastrutture? Distrutte. Ospedali, strade, ponti, scuole, porti. Tutto ciò che permette a un paese di funzionare, tutto ciò che permette a una persona di vivere con dignità, è stato trasformato in macerie. La guerra non ha distrutto il sistema di potere, quello è rimasto intatto, anzi rafforzato. Ha distrutto ciò che stava intorno al sistema. Ha distrutto la vita quotidiana di chi quel sistema lo subisce ogni giorno. Internet, poi, è stato oscurato e controllato. Non solo dal regime – che già lo faceva – ma anche dalle bombe che hanno distrutto le infrastrutture di telecomunicazione. La guerra ha tolto agli iraniani anche l’ultimo spazio di discussione, l’ultima piazza virtuale dove si poteva ancora provare a dire la propria. Non c’è stata “liberazione digitale”. Non c’è stata connessione con il mondo. C’è stato solo un silenzio ancora più fitto, rotto dal boato dei bombardamenti e dal rumore delle catene. Allora facciamo un bilancio. Prima della guerra: regime al potere, Pasdaran forti, sanzioni in atto, economia a pezzi, repressione sistematica, opposizione interna debole ma viva. Dopo la guerra: regime ancora al potere, Pasdaran più forti di prima, sanzioni in via di alleggerimento (ma solo perché gli Usa devono giustificare l’accordo), economia ancora più a pezzi, repressione più dura che mai, opposizione interna ridotta al silenzio. La guerra ha tolto al popolo iraniano l’ultima speranza di cambiare le cose dal basso. Perché chi voleva costruire un’alternativa democratica, non violenta, autonoma, ora è stato incarcerat3, costretto alla fuga o semplicemente mess3 a tacere dal rumore delle bombe. E quando il rumore cesserà – come sta cessando adesso, con gli accordi – si troverà davanti a un deserto. Un paese più povero, più isolato, più vulnerabile. E un regime più forte di prima. Ancora una volta, gli imperi parlano di libertà mentre trattano sulla pelle dei popoli. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima. Ancora una volta, chi vive sotto dittatura viene sacrificato – letteralmente sacrificato – sull’altare di un gioco sporco. Un Iran libero non nascerà dalle bombe statunitensi. Questo dovrebbe essere ormai chiaro a chiunque abbia un minimo di memoria storica. E non nascerà dalla repressione degli ayatollah, questo è altrettanto evidente. Nascerà – se mai nascerà – da un movimento interno, autonomo, paziente, faticoso, che costruisce spazi di libertà dal basso, senza aspettare che nessun impero li consegni. Un movimento che in questa guerra ha perso terreno, voce, forza, speranza. Chi oggi celebra questa guerra come una vittoria dovrebbe guardare la realtà in faccia. Senza filtri. Senza ideologia. Senza bandiere. Il regime è sopravvissuto. I Pasdaran sono più forti. La repressione è peggiorata. Le prigioni sono piene. Le esecuzioni continuano. Il popolo iraniano – quello che dicevano di voler liberare – è più povero, più isolato, più vulnerabile, più solo di prima. Missione compiuta? Sì. Per i peggiori. -------------------------------------------------------------------------------- Marina Misaghinejad, antropologa italo-iraniana, si occupa di Iran, diaspore, movimenti transfemministi e islamofobia. Pubblica alcuni suoi articoli sulla piattaforma Substack.com. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il regime? È ancora lì proviene da Comune-info.
May 26, 2026
Comune-info
A Roma il quartiere Bastogi alza la voce
“Bastogi è Roma, noi siamo Bastogi!” Lo slogan urlato dal corteo che si è snodato per le vie del quartiere sabato 23 maggio fino a raggiungere Montespaccato ha rivendicato la volontà di riappropriarsi del proprio abitare con orgoglio e dignità. Il nome Bastogi ha rappresentato per Roma una vergogna e, insieme a tanti altri quartieri dimenticati della periferia, si porta addosso lo stigma del degrado, del pericolo, dell’abbandono, tanto da essere preso come location cinematografica in “Un gatto in tangenziale” per rappresentare il “brutto”. Il complesso residenziale Bastogi si trova nella periferia nord-ovest di Roma, vicino a Quartaccio, Torrevecchia, Primavalle. Costruito negli anni ’80 come residence per i dipendenti Alitalia e mai utilizzato per questo scopo, è stato acquistato nel 1989 dal Comune di Roma per ospitare temporaneamente le famiglie in emergenza abitativa. La temporaneità da allora è diventata permanente. Le sei palazzine nascono come strutture alberghiere con monolocali di venticinque metri quadri e bilocali di 45 metri quadri, in un’area distante da attività commerciali e servizi primari. Non sono mai state case per essere abitate da famiglie. Ospitano circa 2.000 residenti condannati a un forte isolamento, alle carenze strutturali e ai problemi di degrado sociale ed economico. Da trent’anni le persone aspettano la riconversione da CAAT (Centro di Assistenza Alloggiativa Temporanea) a ERP (Edilizia Residenziale Pubblica) del comprensorio, la regolarizzazione di chi li risiede, i lavori di ristrutturazione, l’illuminazione delle strade, la realizzazione delle infrastrutture necessarie a rendere il quartiere un pezzo di città. Chiedono per fare tutto questo l’istituzione di un tavolo permanente fra istituzioni, associazioni. Cittadini e cittadine. * * Il quartiere è tenuto vivo dal lavoro degli e delle abitanti e dalle realtà sociali impegnate nel territorio a superare la povertà educativa, il difficile accesso alla cura, alla desertificazione dei rapporti sociali. Perché Bastogi è Roma. La stessa città nella quale si aprono 14 nuovi alberghi extra lusso, come annuncia orgoglioso il sindaco Gualtieri. La stessa città in cui si contano 25 nuovi studentati privati destinati a chi può spendere le cifre alte richieste per il soggiorno. La stessa città sfavillante che attira turisti da tutto il mondo, ma abbandona i suoi e le sue residenti a condizioni di vita insostenibili. La manifestazione ha visto le adesioni di molte associazioni: Amnesty International, ANPI Roma, ARCI Roma, ASD Bastogi, Aurelio in Comune, Bastogi è Roma, CGIL Roma Nord, Collettivo Autonomo Torricelli, Comitato civico per la tutela degli Ex Mercati Generali, Emergency, Europa Verde, Fillea CGIL Roma e Lazio, Forum Terzo Settore Lazio, Fridays for Future, L38Squat, Lazio e Libertà APS, Libera, MEDU – Medici per i Diritti Umani, Montespaccato Cambia, Nonna Roma, Polo Civico, Ritagli, Quarticciolo Ribelle, Radio Onda Rossa, Rete #NoBavaglio, Rifondazione Comunista, Spin Time e Unione Inquilini. Tutte realtà che lavorano alla condivisione e alla costruzione di welfare comune e autogestito, in grado di raggiungere fasce di sofferenza che il welfare pubblico non è in grado di assistere. > Tutto questo è potuto avvenire perché esiste una grande ricchezza in quei > quartieri che nessuno racconta, preferendo nascondere i problemi dietro il > racconto della criminalità e del degrado. Perché la vertenza di Bastogi parla > a tutta Roma: parla di casa, dignità, servizi, ascolto, diritto a vivere nei > propri quartieri senza subire decisioni calate dall’alto. Quando una comunità viene lasciata ai margini, la risposta non può essere il silenzio. Deve essere presenza, solidarietà, mobilitazione. E orgoglio, perché Bastogi è Roma! Tutte le foto sono di Rossella Marchini Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo A Roma il quartiere Bastogi alza la voce proviene da DINAMOpress.
May 26, 2026
DINAMOpress
Erri De Luca a Gerusalemme
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Gaza FREEstyle -------------------------------------------------------------------------------- Erri De Luca si dichiara sionista su Israel Hayom — il quotidiano fondato da Sheldon Adelson come strumento di supporto a Netanyahu — e dice che definire “genocidio” quello che accade a Gaza è “una distorsione storica e verbale”. Lo fa il 25 maggio 2026, mentre i morti certificati a Gaza superano i 70 mila mentre la realtà stessa e la Corte Internazionale di Giustizia ha riconosciuto la plausibilità del rischio genocidario e ha emesso misure cautelari che Israele ha ignorato con il silenzio complice dell’Occidente. Lo fa alla vigilia della sua partenza per l’International Writers Festival di Gerusalemme, lo stesso da cui J.M. Coetzee, premio Nobel, si è ritirato per aderire al boicottaggio culturale. De Luca va nella direzione opposta. E lo fa con la sicurezza di chi sa che il suo gesto verrà presentato dalla propaganda come atto di libertà intellettuale, non come scelta di campo. Non è la prima volta. Già nell’intervista a Peter Gomez, mesi fa, il copione era lo stesso. Alla domanda su Gaza, De Luca aveva risposto parlando di “guerra dentro i centri abitati”, di “spostamenti della popolazione da nord a sud e da sud a nord”, della necessità di non applicare la parola genocidio a una situazione che lui inquadra come conflitto urbano, come Mosul, come Raqqa, come Mariupol. E soprattutto aveva detto: “Sento la mancanza di altre mobilitazioni. Non ci sono per l’Ucraina, non ci sono per l’Iran”. Ovvero: il problema non è Gaza, il problema è la vostra sensibilità selettiva. Una mossa classica: spostare il fuoco dal carnefice alla coerenza degli osservatori. Il trucco semantico del sionismo “minimo” La mossa retorica di De Luca è raffinata quanto disonesta. Ridefinisce (incredibilmente per chi conosce la storia) il sionismo come “il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale”. Chiunque creda nella soluzione a due stati — sostiene — è già sionista senza saperlo. Una definizione così larga da svuotare la parola di ogni contenuto storico e da renderla accettabile a chiunque. Ma il sionismo non è nato come astrazione filosofica sull’autodeterminazione dei popoli come De Luca vuol far credere. È nato come progetto politico di colonizzazione di una terra abitata, teorizzato da Herzl, realizzato attraverso la Nakba del 1948, la pulizia etnica di oltre 700.000 palestinesi dalle loro case, documentata da storici israeliani come Benny Morris e Ilan Pappé. Hannah Arendt lo denunciò. Albert Einstein firmò una lettera pubblica in cui definiva il partito di Begin — antenato diretto del Likud — fascista nei metodi e nell’ideologia. Erano ebrei. Conoscevano l’ebraico. Conoscevano la storia. De Luca conosce l’ebraico antico, traduce la Bibbia, frequenta le fonti. Sa leggere anche questo. Ridefinire il sionismo come sinonimo di “coesistenza” nel 2026 — mentre la Legge Fondamentale dello Stato-Nazione del 2018 sancisce costituzionalmente il carattere esclusivamente ebraico dello Stato, mentre i coloni occupano la Cisgiordania con la protezione dell’esercito, mentre Gaza viene demolita sistematicamente quartiere per quartiere — non è filosofia. È propaganda con un volto letterario. “Genocidio è una distorsione”: contro chi? De Luca respinge l’uso della parola genocidio definendola “distorsione storica e verbale” e sostiene che il numero di vittime civili sarebbe la conseguenza delle guerre urbane contemporanee combattute in aree densamente popolate. L’argomento è: se Israele avesse voluto sterminare un popolo, aveva un bersaglio fermo e invece ha ripetutamente spostato la popolazione. Dunque non è genocidio. Questo ragionamento ha un nome tecnico: è una fallacia del fine dichiarato. Presuppone che un’operazione possa essere definita genocidaria solo se chi la compie lo dichiara esplicitamente come obiettivo. Ma la Convenzione del 1948 non richiede l’ammissione d’intenti, richiede la prova dell’effetto sistematico e della distruzione intenzionale delle condizioni di vita di un gruppo. La tesi israeliana — che gli spostamenti forzati della popolazione dimostrano la buona fede dell’esercito — è la stessa che De Luca ripropone come propria. Non è un’analisi indipendente. È la narrativa ufficiale di Tel Aviv rivestita di autorevolezza letteraria. La Corte Internazionale di Giustizia non è composta da militanti pro-Gaza: è il massimo organo giudiziario dell’ONU, e ha ritenuto plausibile la violazione della Convenzione sul Genocidio. Gli esperti indipendenti dell’ONU hanno parlato di “sterminio come metodo di guerra”. Medici Senza Frontiere documenta la distruzione sistematica di ospedali. De Luca decide di stare con la narrativa di Israel Hayom. Una scelta. Non una verità. De Luca ha costruito la sua figura pubblica sul coraggio delle posizioni scomode. Ha difeso il sabotaggio della TAV davanti a un tribunale. Ha scritto La parola contraria come atto di militanza. Nel 2013 firmava appelli No Tav, scriveva pamphlet politici e trasformava ogni intervista in un atto di militanza. Allora letteratura e politica erano inscindibili, erano anzi la stessa cosa. Oggi, quando si tratta di Gaza, la letteratura deve “restare libera da pressioni politiche”. Il principio viene invocato esattamente quando fa comodo a chi ospita. Ma c’è un problema più sostanziale. Quando De Luca difendeva i No Tav, si schierava contro lo Stato italiano, contro i grandi interessi economici, contro la magistratura. Rischiava in proprio. Oggi, dichiarandosi sionista su un giornale israeliano di destra e partecipando a un festival finanziato dalla Jerusalem Foundation, si schiera con il governo più potente della regione, con l’apparato militare più avanzato del Medio Oriente, con i governi occidentali che finanziano e armano Israele nonostante le ordinanze internazionali. Non è coraggio. È conformismo con il vestito del ribelle. A Gomez, De Luca aveva detto di “sentire la mancanza di mobilitazioni per l’Ucraina e per l’Iran”, e aveva aggiunto di portare personalmente aiuti in Ucraina con un furgone usato. Nobile. Ma l’argomento della coerenza universale — “perché Gaza e non l’Ucraina?” — è il più vecchio escamotage per non rispondere di ciò che accade a Gaza. Le mobilitazioni per l’Ucraina esistono, hanno il sostegno dei governi, dei media, dell’Unione Europea. Gaza viene bombardata con armi occidentali mentre i governi occidentali discutono di sanzioni da non applicare. La sproporzione nell’indignazione pubblica riflette esattamente questo squilibrio strutturale — non l’ipocrisia dei manifestanti. La presenza di De Luca al festival viene descritta da Israel Hayom come “un atto di allineamento morale contro i venti dominanti”. Il quotidiano sa esattamente cosa sta comprando: non uno scrittore qualunque, ma una voce che viene dalla sinistra radicale, da Lotta Continua, dall’operaismo militante. Una voce che suona autentica a chi vuole essere rassicurato. Ogni volta che un intellettuale con quel profilo si dichiara sionista e nega il genocidio, la macchina della hasbara — la propaganda istituzionale israeliana — può dire: “Vedete? Non è questione di destra e sinistra. È questione di onestà intellettuale”. De Luca è prezioso proprio per questo. La funzione che svolge è quella di normalizzare l’inaccettabile con il sigillo della letteratura. Israele vuole che la cultura internazionale continui a fluire normalmente — festival, premi, traduzioni, incontri — come se nulla fosse. La normalizzazione culturale è parte della strategia, e Netanyahu lo ha detto esplicitamente più volte. La bellezza di una prosa non garantisce la lucidità di un giudizio politico. Quando quel giudizio copre 70.000 morti con la parola “distorsione” e si offre come ornamento a un festival finanziato da chi quella guerra la conduce, bisogna dirlo senza perifrasi: non si tratta di coraggio intellettuale. Si tratta di una scelta. E ogni scelta, a questo livello di consapevolezza, porta con sé una responsabilità che nessuna metafora poetica può assolvere. Né Erri De Luca né i suoi propagandisti. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCO BERARDI BIFO: > Il paralogismo di Erri De Luca -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Erri De Luca a Gerusalemme proviene da Comune-info.
May 25, 2026
Comune-info
La fortezza di sabbia
L’ECONOMIA ISRAELIANA HA UN’INFRASTRUTTURA TECNOLOGICA DI PRIM’ORDINE, UN IMPORTANTE SOSTEGNO PER IL SETTORE MILITARE DAL CONGRESSO USA, UN SISTEMA BANCARIO ROBUSTO E LA BORSA DI TEL AVIV IN SALUTE. MA LA REALTÀ DEI CONSUMI, DEI SALARI REALI, DEL DEBITO PUBBLICO E DELLA LEGITTIMITÀ INTERNAZIONALE RACCONTA DI UN’ECONOMIA CHE HA SMESSO DI CRESCERE. IN QUESTO CONTESTO CHI PARTECIPA ALLE CAMPAGNE DI BOICOTTAGGIO DELL’ECONOMIA DI GUERRA DI ISRAELE SI SENTE RISPONDERE CHE È INUTILE. MA QUELLA CRESCITA CHE NON C’È PIÙ DIMOSTRA ALTRO. NON CHE IL MOVIMENTO BDS ABBIA GIÀ VINTO, MA CHE L’ECONOMIA ISRAELIANA È STRUTTURALMENTE DIPENDENTE DA CONDIZIONI ESTERNE. CHE NON SONO IMMUTABILI. LA STORIA INSEGNA CHE LE ECONOMIE DI GUERRA NON CROLLANO PER UN SINGOLO SHOCK. “IL SUDAFRICA DELL’APARTHEID ERA CONSIDERATO, FINO AGLI ANNI ’80, UN’ECONOMIA SOLIDA. LA CAMPAGNA INTERNAZIONALE DI SANZIONI E BOICOTTAGGIO FU A LUNGO DERISA… ISRAELE NON È IL SUDAFRICA MA IL PRINCIPIO RIMANE: LE LOTTE CHE SEMBRANO IMPOTENTI DI FRONTE ALLA FORZA ACCUMULANO NEL TEMPO UNA PRESSIONE CHE I MODELLI ECONOMETRICI NON SANNO MISURARE… LE LOTTE NON CREANO IL PROBLEMA, LO RENDONO IRREVERSIBILE…” Ortona (Chieti), 17 maggio: 18.457 nomi scritti su pezzi di stoffa bianchi, cuciti assieme a ricordare i sudari con cui i corpi assassinati sono stati avvolti. Sono i nomi delle bambine e dei bambini uccisi a Gaza dal 07/10/23 al 31/07/2025. Foto di Bds Lanciano -------------------------------------------------------------------------------- Un paese con il PIL della Lombardia che sostiene il secondo budget militare al mondo in rapporto al PIL, dietro soltanto all’Ucraina. Un paese in guerra permanente che vede la propria borsa toccare massimi storici mentre i consumi privati crollano. Un paese che si definisce “startup nation” e dipende per oltre la metà delle proprie esportazioni da un solo settore, peraltro sempre più esposto al boicottaggio internazionale. L’economia israeliana è raccontata, spesso, come un miracolo di resilienza. Guardata da vicino, assomiglia piuttosto a una fortezza costruita sulla sabbia: solida in apparenza, vulnerabile nelle fondamenta. I fondamentali: la superficie del miracolo Prima di analizzarne le crepe, va riconosciuto il perimetro reale dell’economia israeliana. Nel 2025 il PIL ha raggiunto i 540 miliardi di dollari, con un reddito pro capite di oltre 41.800 dollari. La struttura è dominata dal terziario — quasi l’80% del prodotto interno — trainato da servizi tecnologici, finanziari e telecomunicazioni. Il secondario, circa il 19%, ospita nicchie di eccellenza nell’elettronica, nell’aerospazio e nell’industria della difesa. Il tasso di disoccupazione si è mantenuto intorno al 2,7%, uno dei più bassi tra i paesi OCSE. L’ecosistema tech è straordinario per scala relativa: oltre 7.000 startup attive, una ogni 1.400 abitanti — la densità più alta al mondo — 550 fondi di venture capital, 435 multinazionali con centri di ricerca e sviluppo insediati nel paese. Nel 2025, l’alta tecnologia rappresenta il 57% delle esportazioni totali. Le startup israeliane hanno raccolto circa 9,3 miliardi di dollari nella prima metà del 2025, con un aumento del 54% rispetto al semestre precedente. Questi numeri sono reali. Ma sono anche, in larga misura, la superficie di un sistema che ha accumulato contraddizioni strutturali difficilmente sostenibili nel medio periodo. La trappola fiscale: quando la guerra diventa bilancio Il punto di partenza di qualsiasi analisi onesta è il costo della guerra permanente. Prima dell’ottobre 2023 il bilancio militare israeliano ammontava a circa 17 miliardi di dollari. Nel 2024 è balzato a 47 miliardi, con un aumento del 65% in un solo anno — il salto più grande registrato al mondo secondo il SIPRI. Israele è diventato il secondo paese al mondo per quota di PIL destinata alla difesa, dietro soltanto all’Ucraina. Il risultato sui conti pubblici è devastante. Da un modesto avanzo dello 0,3% del PIL nel 2022, il deficit è sprofondato a -5% nel 2023 e -8,2% nel 2024, quasi ai livelli della crisi Covid. Il debito pubblico è aumentato di nove punti percentuali in soli due anni, sfiorando il 70% del PIL. Le proiezioni della Bank of Israel stimano un deficit al 5,3% nel 2026 e al 4,4% nel 2027, con un rapporto debito/PIL intorno al 70,5%. S&P, Moody’s e Fitch hanno tutte declassato il rating sovrano israeliano. Il bilancio 2025 è il più vasto della storia del paese — 203,5 miliardi di dollari — con un aumento del 21% rispetto all’anno precedente. Il solo ministero della Difesa assorbe 110 miliardi di shekel, e le operazioni militari comportano una spesa stimata di circa 1,6 miliardi di dollari a settimana tra mobilitazione delle forze armate, sistemi di difesa e gestione del fronte interno. La sola guerra a Gaza, stima la Banca d’Israele, ha comportato costi diretti superiori a 25 miliardi di dollari in un anno, espandibili fino a 400 miliardi sommando il rallentamento dell’attività produttiva e i costi futuri che il conflitto lascerà in eredità. Questo non è un problema congiunturale. È una trappola strutturale: un’economia di dimensioni regionali che sostiene una macchina da guerra di dimensioni globali, finanziandosi con deficit crescenti, debito in espansione e capitali esteri. La borsa sale. L’economia reale no. La differenza conta Uno degli equivoci più sistematici nel racconto dell’economia israeliana è l’uso della borsa di Tel Aviv come indicatore di salute. Il Tel Aviv Stock Exchange (TASE), dopo il crollo iniziale del 23% seguito agli attacchi del 7 ottobre 2023, ha guadagnato oltre il 200% rispetto ai minimi toccati. I volumi giornalieri nel primo trimestre del 2025 sono cresciuti del 35% rispetto all’anno precedente, trainati da investitori esteri e piccoli risparmiatori interni. Ma leggere questi numeri come segnale di benessere diffuso è un errore metodologico prima che politico. L’economia reale racconta una storia completamente diversa. I consumi privati — la componente che misura il benessere effettivo delle famiglie — sono calati del 5% su base annua nel primo trimestre del 2025, con un calo pro capite del 6,1%. Nel secondo trimestre, quando la guerra con l’Iran ha interrotto le attività per settimane, il PIL si è contratto del 3,5% annualizzato, trascinando con sé consumi (-4,1%), spesa pubblica civile (-1%) e investimenti fissi (-12,3%). La borsa sale perché sale il comparto tech e difesa — settori che beneficiano direttamente del contesto bellico — e perché il capitale estero, attraendo rendimenti elevati e scommettendo su una normalizzazione post-conflitto, continua a entrare. Non sale perché i lavoratori israeliani stiano meglio. In realtà, con un’inflazione al 3,8% a inizio 2025 alimentata dall’aumento dell’IVA al 18% e dalla dinamica dei prezzi immobiliari, i salari reali medi hanno registrato una contrazione. Il salario medio a gennaio 2025 era solo del 2% superiore a quello di gennaio 2024: in termini reali, una perdita. La dissociazione tra mercato finanziario e economia reale non è una specificità israeliana — è una caratteristica strutturale del capitalismo finanziario contemporaneo. Ma nel caso di Israele assume contorni particolarmente marcati, perché il rialzo borsistico è in buona parte alimentato dall’industria bellica e dall’afflusso di capitali speculativi, non dalla produttività o dal benessere della popolazione. Le disuguaglianze: il miracolo distribuito male La “startup nation” produce ricchezza concentrata. Il settore tecnologico — che occupa l’11,5% della forza lavoro — paga salari medi di 31.858 shekel al mese (circa 8.600 euro), oltre il doppio della media nazionale. Il salario medio generale si attesta attorno ai 14.000 shekel (circa 3.700 euro). La forbice è ampia, e ha una dimensione strutturale ben documentata. La peculiarità israeliana, segnalata da economisti come Momi Dahan, è che la disuguaglianza nei redditi di mercato è relativamente contenuta, ma quella nei redditi disponibili — dopo tasse e trasferimenti — è tra le più alte dell’OCSE. La causa non è il mercato del lavoro in sé, ma le scelte redistributive: un sistema fiscale che privilegia i sussidi alle famiglie ultraortodosse (che non lavorano e non prestano servizio militare) e riduce la pressione sulle imprese e sui redditi alti, scaricando il peso della crisi fiscale sui ceti medi. Il bilancio 2025 ha confermato questa impostazione: nessuna tassa aggiuntiva per i redditi più elevati, nessuna revisione delle esenzioni per le comunità haredi, compressione dei salari nel settore pubblico. A questo si aggiunge la questione della popolazione arabo-israeliana, circa il 20% del totale, storicamente segregata nei segmenti meno remunerati del mercato del lavoro e quasi assente dall’ecosistema tech. Una disuguaglianza etnica che si sovrappone a quella reddituale e che raramente compare nei dashboard economici internazionali. La dipendenza strutturale: quando la resilienza è un prestito Uno dei termini più abusati nel discorso sull’economia israeliana è “resilienza”. Ma una parte significativa di questa resilienza non è prodotta internamente: è finanziata dall’estero. La raccolta di fondi di venture capital locale è calata di circa il 40% nel 2024, esponendo le startup in fase iniziale a un rischio crescente. I capitali che alimentano il sistema vengono prevalentemente da fondi internazionali, multinazionali americane e investitori istituzionali che scommettono sul tech israeliano come asset class. Sul fronte del debito pubblico, tra la fine del 2023 e l’inizio del 2025 Israele ha collocato quasi 20 miliardi di dollari in titoli sovrani che nella sostanza costituiscono “war bonds” non dichiarati, sottoscritti da grandi banche d’affari internazionali. Il 20% circa del deficit viene coperto con debito collocato all’estero. A questo si aggiungono quasi 15 miliardi di dollari di sostegno militare diretto approvati dal Congresso statunitense nel 2024-2025. Senza questo flusso esterno — finanziario, militare, diplomatico — l’economia israeliana non potrebbe sostenere la propria postura bellica. Questo non è un giudizio politico. È un dato strutturale. La dipendenza dagli Stati Uniti non è una scelta tattica ma una condizione sistemica: togliete il sostegno di Washington e l’equazione fiscale israeliana non torna. Il fronte esterno: BDS, embargo e pressione dei governi C’è infine una variabile che i modelli econometrici tendono a sottovalutare ma che sta progressivamente acquistando peso reale: la pressione internazionale organizzata. Il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) ha finora prodotto impatti economici diretti limitati rispetto alla scala dell’economia israeliana. Ma i suoi effetti indiretti — in termini di reputazione, disinvestimento istituzionale e creazione di precedenti politici — sono tutt’altro che trascurabili. Più di una dozzina di banche ha disinvestito da Elbit Systems, la principale azienda di difesa israeliana. La Colombia ha deciso di sostituire gli aerei militari di fabbricazione israeliana. La Norvegia ha annunciato forme di embargo militare. Governi regionali negli Stati Uniti si sono impegnati a non rinnovare le obbligazioni sovrane israeliane. Ma è soprattutto la svolta europea a segnare una discontinuità politicamente rilevante. La Spagna ha cancellato contratti per centinaia di milioni di euro con aziende israeliane di difesa nel 2025, dichiarando un embargo sulle armi. Il premier spagnolo Sanchez ha formalmente chiesto agli stati membri dell’UE di adottare un embargo militare collettivo. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato a larga maggioranza a favore di misure punitive contro Israele, per la prima volta in 42 anni. Questo conta per l’economia israeliana perché il 65% della produzione di alcune aziende del comparto difesa è destinato all’estero. L’export militare è un pilastro dell’economia, non un settore marginale. Se la pressione degli embargo si consolidasse anche solo parzialmente tra i principali partner commerciali europei, colpirebbe un asse portante delle esportazioni. E poiché il comparto tech-difesa è intrecciato — tecnologie sviluppate per usi militari vengono commercializzate in ambito civile — il rischio reputazionale si estenderebbe all’intero ecosistema dell’innovazione. L’industria israeliana della cybersecurity, che attrae circa il 40% dei finanziamenti privati globali del settore, è già esposta: aziende come NSO Group e Candiru sono state inserite nella Entity List degli Stati Uniti per abusi documentati, e il governo israeliano ha dovuto imporre restrizioni alle esportazioni di spyware, riducendo il numero di paesi autorizzati all’acquisto. Conclusione: i conti che tornano potrebbero non tornare L’economia israeliana ha fondamentali tecnici di prim’ordine: capitale umano eccezionale, un ecosistema di innovazione senza eguali fuori dalla Silicon Valley, esportazioni tech solide e un sistema bancario robusto. Ma questi fondamentali reggono su un edificio fiscale e geopolitico che ha mostrato la propria insostenibilità strutturale. Un deficit persistente vicino al 5-8% del PIL. Un debito pubblico cresciuto di nove punti in due anni. Una spesa militare al 9% del PIL. Consumi interni in contrazione. Disuguaglianze tra le più alte dell’OCSE, mascherate da medie che nascondono la concentrazione della ricchezza nel 10% della forza lavoro tech. Una dipendenza sistemica dal sostegno finanziario e militare americano. E, sullo sfondo, una pressione internazionale — giuridica, politica, commerciale — destinata ad aumentare con il prolungarsi dei conflitti. La borsa di Tel Aviv può continuare a salire ancora a lungo. I mercati finanziari prezzano aspettative, non realtà. Ma la realtà — quella dei consumi, dei salari reali, del debito pubblico e della legittimità internazionale — racconta di un’economia che non sta crescendo: sta resistendo. E resistere, a costi così elevati, ha un limite che si avvicina, in un tempo non precisato ma si avvicina. Una nota finale: le lotte non sono inutili Chi partecipa a una campagna di boicottaggio, chi fa pressione su un’istituzione a disinvestire, chi chiede al proprio governo un embargo militare, si sente spesso rispondere che è tutto inutile: Israele è troppo forte, gli Stati Uniti troppo vicini, i mercati, finalizzate a rendita e profitto, troppo indifferenti alla politica. Questa modesta analisi economica dimostra, a mio avviso, il contrario. Non perché il BDS abbia già vinto. Non ha vinto. Ma perché l’economia israeliana, come abbiamo visto, è strutturalmente dipendente da condizioni esterne che non sono immutabili: la disponibilità dei mercati internazionali ad acquistare debito sovrano, la continuità del sostegno militare americano, l’accesso ai mercati europei per l’export di tecnologia e armamenti, la reputazione dell’ecosistema tech come ambiente affidabile per gli investitori globali. Sono tutte variabili sensibili alla pressione politica e sociale. Ogni embargo che si consolida restringe il mercato dell’export militare. Ogni disinvestimento istituzionale aumenta il costo del capitale. Ogni governo che si sottrae alla rete di complicità diplomatica riduce il margine di manovra di Tel Aviv. Ogni campagna universitaria che esclude un’azienda israeliana da una gara d’appalto o da una collaborazione scientifica erode la credibilità dell’ecosistema tech sul quale l’intera economia è costruita. La storia insegna che le economie di guerra non crollano per un singolo shock, ma si erodono per accumulo di pressioni. Il Sudafrica dell’apartheid era considerato, fino agli anni Ottanta, un’economia solida e resiliente. La campagna internazionale di sanzioni e boicottaggio fu a lungo derisa come simbolica. Non lo era: contribuì a rendere insostenibile, anche economicamente, un sistema che si credeva blindato. Israele non è il Sudafrica, e ogni analogia storica va maneggiata con cautela. Ma il principio rimane: le lotte che sembrano impotenti di fronte alla forza accumulano nel tempo una pressione che i modelli econometrici non sanno misurare, ma che i ministeri delle finanze imparano a temere. I dati che abbiamo analizzato mostrano un’economia già sotto stress. Le lotte non creano il problema, lo rendono irreversibile. -------------------------------------------------------------------------------- Riccardo Taddei ha oltre trent’anni di esperienza professionale nel campo dei diritti. È autore di L’ordine del Caos. Anatomia del conflitto tra Israele e Palestina (Ombre corte) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI LEA MELANDRI: > Privati di ogni dignità -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La fortezza di sabbia proviene da Comune-info.
May 23, 2026
Comune-info
Privati di ogni dignità
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 20 maggio: flash mob in solidarietà alla Flotilla. Foto di Gaza FREEstyle -------------------------------------------------------------------------------- A proposito del trattamento umiliante e “incivile” che hanno subito mercoledì 20 maggio gli attivisti della Global Sumud Flotilla da Israele c’è chi ha fatto notare – sui social, così come giovedì mattina a Prima Pagina su Radio Tre – che quando a essere umiliati, offesi, sbeffeggiati, derubati, feriti, torturati, stuprati, uccisi, privati di ogni dignità umana erano i palestinesi il mondo si è girato dall’altra parte. Vuol dire che il rispetto della dignità umana fa distinzione tra umani di serie A e umani di serie B? Perché le massime autorità del nostro Paese intervengono per sanzionare “comportamenti incivili” quando sono i nostri connazionali a subire le torture degli israeliani, mentre hanno mantenuto un silenzio complice sul genocidio dei palestinesi? Montecitorio: presidio per la Global Sumud Flotilla. Ph Villetta Social LAB Il fine primo o ultimo della Flotilla si può pensare che sia proprio questo: non soltanto mantenere viva l’attenzione sul massacro di un popolo e la distruzione della sua terra, ma portare alla consapevolezza un dato che dovrebbe essere evidente, e cioè il razzismo che più o meno consapevolmente ci portiamo dentro, la distinzione tra “umani” e “meno umani”, “natura superiore” e ” natura inferiore”. Non è questa differenziazione ingiusta e violenta anche quella che ha segnato fin dall’origine il dominio del sesso maschile, l’assegnazione alla donna di un destino “naturale”, più vicino all’animalità? Non si fondano forse su questo tutte le forme di colonizzazione che la storia ha conosciuto? Perché allora resta così innominabile nella lettura dei fenomeni sociali e politici la matrice di genere? Nell’individuazione del “diverso” come essere inferiore, o come “nemico”, non si può pensare che la libertà conquistata dalle donne, il diffondersi inarrestabile di un procedimento di “decolonizzazione” da parte femminile, abbia oggi un peso non indifferente? Di certo, la virilità guerriera è un fenomeno strutturale che dovrebbe entrare a pieno titolo nella lettura che facciamo della storia. Quello a cui assistiamo è invece il contrario: più esplode nel mondo la violenza in tutte le sue forme, e più torna a scomparire il primo e il più duraturo rapporto di sopraffazione e di potere. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Privati di ogni dignità proviene da Comune-info.
May 21, 2026
Comune-info
A Roma un festival di Yoga popolare
In occasione del festival di Yoga popolare che si svolgerà il 7 giugno a Roma, presso il LOA Acrobax a via della Vasca Navale 6, abbiamo intervistato Yoga Riot, il collettivo che organizza l’evento. Chi è Yoga Riot, come nasce e di che progetti si occupa? Yoga Riot nasce da un gruppo di insegnanti provenienti da realtà diverse che hanno deciso di unirsi e mettersi in gioco; la nostra è un’esigenza semplice ma radicale: riportare lo yoga fuori dai circuiti esclusivi, costosi e spesso depoliticizzati in cui è stato rinchiuso; è un un progetto collettivo che prova a rimettere al centro l’accessibilità, la relazione e il contesto sociale in cui viene praticato lo yoga. Per noi lo yoga non deve essere un privilegio ma piuttosto uno slancio di libertà.  Viviamo in un tempo in cui le disuguaglianze si fanno più profonde e l’individualismo si insinua nel quotidiano fino a normalizzarsi. Noi vogliamo creare rete, stare insieme; crediamo infatti in uno yoga che appartenga a tutti e tutte, senza distinzione di classe, genere, provenienza geografica, età o corporatura.  In questo primo anno di vita abbiamo portato lo yoga negli spazi sociali, nelle iniziative di quartiere, nei centri yoga, costruendo pratiche aperte, giornate di raccolta fondi per associazioni e iniziative dal basso e momenti di confronto tra insegnanti. Non ci interessa insegnare yoga come prodotto, ma creare spazi in cui le persone possano riflettere, spazi di consapevolezza, ma anche di conflitto e trasformazione. Yoga Riot è quindi sia pratica che discorso politico: una critica alla mercificazione e un tentativo concreto di costruire alternative. Volantino festival yogariot Come nasce l’idea di un Festival di Yoga Popolare? L’idea nasce da una constatazione: esistono tante esperienze isolate di yoga accessibile, spesso dentro spazi sociali o reti informali, ma raramente si incontrano tra loro. Il festival è anche un tentativo di fare rete, di mettere in relazione pratiche, studenti e studentesse, insegnanti e storie diverse. “Popolare” non è uno slogan, ma una posizione precisa: significa accessibile economicamente, ma anche culturalmente. Significa uscire dall’immaginario elitario dello yoga come pratica per pochi e poche e riconoscerlo come uno strumento che può appartenere a chiunque. Il festival vuole essere uno spazio di attraversamento: si pratica, si discute, si ascolta, si mettono in crisi certe narrazioni dominanti. Per noi è una sorta di laboratorio collettivo. Oggi lo yoga dominante mette al centro corpi tonici, scolpiti, performanti. È uno yoga che spesso misura il valore in termini di estetica e prestazione. Un immaginario escludente, che produce modelli irraggiungibili e che finisce per allontanare moltissime persone. Noi partiamo da una critica netta a questa visione. Non ci interessa uno yoga performativo, né un’altra versione più gentile che a ben vedere ha la stessa logica. Ci interessa costruire uno spazio in cui non si debba dimostrare niente. Si pratica per il gusto di farlo. Si pratica perché è bello praticare. Dal Basso rivendica con forza la libertà di movimento, uno dei temi fondanti del festival. > Quando parliamo di libertà di movimento, non stiamo parlando solo del corpo > sul tappetino. Parliamo della libertà delle persone di muoversi nel mondo. In > un tempo in cui attraversare un confine può, significa rischiare la vita, > essere respinti, detenuti, pensare allo yoga come pratica neutra è una > finzione che non possiamo permetterci. Per noi libertà di movimento significa anche questo: stare dalla parte di chi attraversa frontiere fisiche fatte di muri, fili spinati e leggi, ma anche frontiere mentali fatte di paura, razzismo e esclusione. Significa rifiutare un’idea di benessere costruita su privilegi blindati, accessibile solo a chi ha già spazio, tempo e diritti garantiti. Uno yoga popolare prova a rompere queste barriere, simbolicamente ma anche concretamente, creando spazi in cui nessuno e nessuna è illegittimo o fuori posto. Spazi in cui il movimento è possibilità, non controllo ma apertura. Per noi la libertà di movimento è quindi una posizione: chiudere gli occhi su quello che succede fuori dalla sala non è un’opzione. > Dal Basso è antisessista, prova a mettere in discussione il modo in cui i > corpi vengono letti, esposti e normati; prova a creare pratiche e spazi in cui > non ci sia oggettivazione, né pressione a conformarsi a un certo tipo di > immagine. Allo stesso modo, parlare di antifascismo oggi è per noi fondamentale. Abbiamo immaginato un festival che fa dell’antifascismo il suo cavallo di battaglia. In un momento storico in cui riemergono pulsioni autoritarie, normalizzazioni della violenza e dell’esclusione, anche la pratica diventa un atto politico. Un festival di yoga popolare prova a costruire, nel suo piccolo, uno spazio aperto, accessibile, non gerarchico, dove la differenza non viene schiacciata ma riconosciuta. Lo yoga si fonda sull’unione, il fascismo sulla divisione. Il festival nasce quindi da un rifiuto, ma anche da un desiderio molto concreto: creare un’alternativa reale, collettiva, praticabile.  Cosa possiamo aspettarci da questo festival a Roma? Uno spazio vivo. Ci saranno pratiche diverse accessibili anche a chi non ha mai fatto yoga, due staffette dove le insegnanti e gli insegnanti si passeranno idealmente il testimone, più di trenta laboratori (non solo di yoga), talk, mostre fotografiche e presentazioni di libri, il pranzo cucinato dagli chef e dalle chef di OSAI, l’Osteria Scuppiata Anticapitalista Itinerante, un mercato di autoproduzioni, un’area bimbi e bimbe (un vero e proprio minifestival con laboratori e attività pensati per i più piccoli e le più piccole) e la musica che spazierà dalla cumbia alla techno. Dal Basso sarà soprattutto un momento di confronto su temi come il corpo, il lavoro, il precariato, l’autodeteminazione, il benessere e la loro dimensione politica. Ci interessa che chi partecipa viva un’esperienza. Immaginiamo un festival collettivo, allegro, vivo, di confronto, forte, dirompente. Roma, in questo senso, non è solo una cornice: è una città attraversata da conflitti, disuguaglianze e pratiche di resistenza. Il festival prova a stare dentro questa complessità. Oggi moltissime palestre e spazi sociali offrono corsi di yoga: che legame c’è tra questa disciplina e valori come autogestione, antisessismo e antifascismo che si vivono negli spazi sociali? Il legame non è automatico, e infatti spesso viene completamente rimosso. Lo yoga, così come viene proposto nel mainstream, è spesso individualista, performativo e perfettamente compatibile con logiche neoliberali. > Negli spazi sociali, invece, cambia il contesto: l’autogestione rompe il > rapporto verticale insegnante studente, l’antisessismo mette in discussione i > modelli normativi sui corpi, e l’antifascismo restituisce centralità alla > dimensione collettiva e politica dell’esistenza. In questo senso lo yoga può diventare uno strumento diverso: non per stare meglio in un sistema che ti sfrutta, ma per acquisire maggiore consapevolezza e, potenzialmente, capacità di trasformazione a autodeterminazione. Lo yoga è una filosofia di vita che, se portata avanti seriamente, può andare a scardinare la percezione stessa delle nostre esistenze. Troppo spesso nelle aziende viene usato come anestetico per ricaricarci e diventare ancora più produttivi e produttive; una pratica consapevole può invece andare a creare un atto trasformativo dove scelgo di non sottostare più alle logiche di un sistema capitalistico. Il festival sarà ad Acrobax, uno spazio di recente oggetto di varie minacce da parte delle autorità: come è connessa la vostra esperienza al lavoro che Acrobax sta svolgendo? La connessione è molto concreta. Scegliere di fare il festival ad Acrobax non è solo una questione logistica, ma politica. Significa riconoscere il valore di uno spazio che da anni costruisce alternative attraverso assemblee, sport popolare, cultura e mutualismo. In un momento in cui esperienze come questa vengono messe sotto pressione, esserci è anche un modo per prendere posizione. Non in modo simbolico, ma pratico: lo yoga è ancora ben inquadrato in un sistema di privilegi, portare lo yoga in un centro sociale attraverso un festival può far avvicinare persone che normalmente non si avvicinerebbero. Può far scoprire le potenzialità e la ricchezza di uno spazio come quello di Acrobax. Per noi lo yoga non è separato dalla realtà in cui accade. Se pratichi in uno spazio che difende un’idea di città più giusta, più accessibile, più collettiva, quella pratica cambia. E allo stesso tempo può contribuire a sostenere quella stessa idea di città. Il festival è parte di un ecosistema che si difende e si costruisce insieme. Yoga Riot presenta: DAL BASSO, festival di Yoga popolare il 7 giugno, dalla mattina alla sera LOA Acrobax, via della Vasca Navale 6, Roma > Home Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo A Roma un festival di Yoga popolare proviene da DINAMOpress.
May 21, 2026
DINAMOpress
Radio Onda Rossa, 49 anni a fianco dei movimenti
Per chi vi scopre oggi, come è nata Radio Onda Rossa? È il 24 maggio del 1977 quando compagn* dei comitati autonomi romani decidono di entrare in via dei Volsci 56 e dar vita per la prima volta a una nuova voce nell’etere e nasce in un momento in cui in varie città italiane fiorivano le radio di movimento. Nei comitati autonomi operai romani era forte l’esigenza di dare voce alle lotte dei territori, dei posti di lavoro, nelle università ma non solo, anche l’internazionalismo, l’antimperialismo e le lotte contro il nucleare. La radio fu fin dal primo giorno una voce molto ascoltata del movimento. Trasmetteva in diretta e senza censure: manifestazioni, scontri di piazza, iniziative di lotta nei quartieri, nei posti di lavoro, nelle scuole e nell’università, dibattiti infuocati. Il “segreto” di Onda Rossa stava e ancora sta dunque nella capacità di dar voce alle parole delle persone che da sempre non avevano potuto esprimere la propria voce (come recita uno dei nostri sottotitoli “la voce di chi non ha voce”). Il 22 maggio festeggerete il vostro quarantanovesimo compleanno. Come si è trasformata la radio dal 1977 a oggi? Sono cambiate la tecnologia e le persone, ma i principi su cui la radio è stata fondata rimangono: – L’autogestione – la negazione della separazione del lavoro manuale da quello intellettuale – Nessun percepisce una retribuzione e non trasmettiamo pubblicità, la radio è per tutt* noi militanza – Il principio di dare voce a chi non ha voce Continuiamo dal ’77 a parlare di Palestina, di carcere, lotte sociali, territoriali, nei posti di lavoro, in una prospettiva femminista e transfemminista. Poi c’è la musica, con molto spazio per autoproduzioni, scene indipendenti e i generi musicali dei più vari che cambiano negli anni. Ci sono alcune trasmissioni storiche che sono seguita da tutta Italia e oltre, via streaming, punto di riferimento anche per chi ascolt* quel genere o è interessat* a quella scena. Oggi sono più di 30 le trax musicali che si alternano nel nostro palinsesto. Perché, oggi più che mai in uno scenario mondiale e nazionale preoccupante, è importante fare informazione militante e partigiana? Perché permette, o almeno ci prova, di controbilanciare le narrative dominanti, denunciare le ingiustizie e i soprusi che continuamente le persone più vulnerabili sono costrette a subire. In uno scenario mondiale e nazionale preoccupante, con rischi di manipolazione mediatica, disinformazione e crisi sociali, la propaganda, le fake news e i media corporativi tendono a deformare la realtà per interessi particolari. L’informazione militante è un’informazione impegnata ad aiutare a promuovere consapevolezza critica, stimolare il dibattito: le informazioni critiche e consapevoli possono ispirare mobilitazione, attivismo e solidarietà tra le persone. Cosa c’è in programma per la festa di quest’anno? Il compleanno di ROR cade domenica 24 maggio, e in quella giornata, come ogni anno festeggeremo “occupando” allegramente via dei Volsci (dove abbiamo la sede al n. 56) e condividendo cibo e chiacchiere con la gente del quartiere e con chi da anni viene a farci gli auguri. Cominceremo alle 13.30 con un pranzo sociale sedut* tutte insieme ai tavoli allestiti in strada a guardarci in faccia e parlare, come spesso non si riesce più a fare. A seguire un laboratorio di canti di lotta, a cura della trasmissione Gramigna, impareremo dei facili motivi e li canteremo assieme. A seguire letture di poesie palestinesi a cura di Blue Yoshimi. E a chiudere un aperitivo con djset a cura de La Cicala, djane e voce della radio. Venerdì 22 maggio invece, in collaborazione con il C.S.O.A. ex-Snia, in via Prenestina 173, ci sarà un grande concerto, con ingresso a sottoscrizione per sostenere la radio. Dalle 20 si alterneranno sul palco una nostra selezione di voci della scena rap, hip hop, techno sounds e psychedelia, che si uniranno ai festeggiamenti da varie città italiane: FUCKSIA, YUNG PANINARU, SAM ARCANDA, BDC, HOLA AKA ETICA, SERNI, CARENZA 503, WOR. Per chi preferisce atmosfere più chill ci sarà l’Angolo Mojito dove gustare un drink con live set molto curati. Festa Radio Onda Rossa Quali sono i canali per sostenere il vostro progetto? Da sempre viviamo grazie alle iniziative nei centri sociali e alle sottoscrizioni di chi la radio l’ascolta e dei compagni e delle compagne che la sostengono. Ogni anno organizziamo la festa della radio, questo il link di quella attuale: quest’anno caratterizzata da due giornate molto pieni con una fitta scaletta musicale e interventi politici e da qualche anno facciamo un crowdfunding, a questo link , quest’anno tematizzato sulla rottura delle bolle dei social network, inoltre è disponibile come sempre il CC 61804001, oppure la possibilità di passare in radio o alle iniziative e sostenere di persona. Foto di copertina di Radio Onda Rossa Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Radio Onda Rossa, 49 anni a fianco dei movimenti proviene da DINAMOpress.
May 19, 2026
DINAMOpress