Ha perso il calcio di chi può pagarselo e dei campi sinteticiC’È IL CALCIO INTRATTENIMENTO FINE A SE STESSO, IL CALCIO DELLA VITTORIA COME
UNICO TEMA DI INTERESSE, IL CALCIO CHE POCHE FAMIGLIE POSSONO PERMETTERSI DI
PAGARE A BAMBINI E BAMBINE. È PRIMA DI TUTTO IL CALCIO DEI CAMPI SINTETICI
SEMPRE PIÙ COSTOSI DA INSTALLARE E MANTENERE, OSPITATI IN CENTRI SPORTIVI CHIUSI
E SEPARATI DALLA CITTÀ E DAI QUARTIERI. “SE NON PROVIAMO IN QUALCHE MODO A
RIMETTERE MANO ANCHE A QUESTO NODO, URBANISTICO, ECONOMICO, SOCIALE – SCRIVE
GIOVANNI CASTAGNO, INSEGNANTE, TRA I PROMOTORI ESQUILINO FC DI ROMA, SQUADRA
NATA ALL’INTERNO DELL’ESPERIENZA DELLA SCUOLA APERTA PARTECIPATA DI DONATO DI
ROMA – CON PROPOSTE SERIE, IN TOTALE DISCONTINUITÀ CON QUELLO CHE È STATO FATTO
NEGLI ULTIMI DECENNI NON SOLO RISCHIEREMO DI ASSISTERE A ULTERIORI DISFATTE DEL
NOSTRO CALCIO D’ÉLITES, IL CHE, SAREBBE IL MINORE DI MALI, MA A VIVERE IN CITTÀ
SEMPRE PIÙ BRUTTE E INOSPITALI. E QUESTO FORSE SÌ, POSSIAMO PROVARE INSIEME A
EVITARLO…”
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Foto Esquilino FC di Roma, squadra nata all’interno dell’esperienza della Scuola
aperta partecipata della Di Donato/Manin
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“Lo vogliamo dire che non è più possibile che una famiglia debba pagare 1.000
euro all’anno per iscrivere un figlio alla scuola calcio? Ma se ne ha tre come
fa?” Così Fabio Caressa. In quell’abbastanza vetusto e superato salottino su Sky
in cui, sei uomini appassionati di calcio, giornalisti sportivi ed ex
calciatori, dal discusso Di Canio, a Bergomi, a Marchegiani passano la loro
domenica sera o le serate delle partite di coppa campioni. È una trasmissione
che non vedo mai perché rimette in scena settimanalmente quell’ormai superato
rituale del maschio italiano che discute di calcio come fosse una cosa seria,
andando avanti per ore, commentando fino agli aspetti più microscopici un fallo
o un gesto tecnico. Non ci sono donne, se non quando si tratta di menzionare il
messaggio di un ascoltatore, uomo. O di riportare la dichiarazione di un altro
addetto ai lavori, uomo, che ai microfoni di un’altra testata ha rilasciato una
“importante” dichiarazione, quasi sempre a un altro uomo.
Ma all’indomani della disfatta (ennesima) azzurra, mentre navigavo su youtube
senza particolari scopi, me lo sono ritrovato proposto dalla mia profilazione,
dopo che avevo visto un frammento della conferenza stampa del presidente della
Figc, Gabriele Gravina, curioso di scoprire quali rocambolesche e funamboliche
trovate avrebbe condiviso con la stampa.
Ecco. Prima di entrare nel merito di un argomento che mi sta chiaramente a cuore
visto il lavoro che svolgo. Fermiamoci un attimo sul “circo mediatico”. Una
parte del problema risiede sicuramente qui, nella narrazione che i media nel
nostro paese fanno del calcio, nell’arretratezza dei contenuti, dei modi, degli
stili che si continuano ad adottare rispetto ad altri paesi dove pure è vero che
esistono contraddizioni, ma il quadro appare sicuramente meno sconfortante. Il
“circo mediatico” che, questo non da ieri, dai Biscardi ai pendolini di Maurizio
Mosca, passando per le Domeniche sportive di Pecci e Panatta (almeno un po’ più
ironico e divertente) Italo Cucci o Zazzeroni, con derive nel passato forse
ancora peggiori di queste dell’epoca “interessante” per dirla con Zizek che ci
sta toccando in sorte, ha accompagnato le vicende di questo sport alimentando un
vuoto siderale di cultura, di riflessione, di proposte etiche e valoriali.
Esempi virtuosi se ne trovano pochissimi, certo, ma se paragoniamo, pur nella
diseducativa proposta sportiva televisiva programmi come “il processo alla
tappa” di Sergio Zavoli, a queste ridicole formule, magari non sguaiate, ma di
un vuoto culturale cosmico, in confronto appunto a esempi di programmi che
invece davano un senso più profondo, più umano, all’impresa sportiva come quella
del ciclismo, ci rendiamo conto del essere di fronte a un problema culturale
profondissimo. Generazioni intere di appassionati si sono nutriti e continuano a
nutrirsi di contenuti propri di un’ideologia che fa dell’intrattenimento fine a
se stesso il proprio principale motore. Della vittoria l’unico tema di
interesse. Del risultato sportivo l’unico totem sul quale sacrificare tutto il
resto. Della polemica arbitrale la ragione principale di esistere.
Quando però, come l’altra sera, di torti arbitrali non si può parlare (per la
verità in occasione della partita un pochino qualcuno ha anche tentato di farlo)
di vittoria neppure, perché arriva l’ennesima delusione, si è messi di fronte a
problemi che per anni si è fatto finta di non vedere cercando di concentrare
l’attenzione solo ed esclusivamente sugli aspetti più superficiali del fenomeno
sportivo, eliminando tutto il resto.
D’altronde non è forse questo il paese in cui si fanno dimettere sottosegretari
condannati solo per nascondere la sconfitta a un referendum che si era convinti
di vincere? E il calcio per certi versi incarna perfettamente questi vizi di cui
il potere, alle nostre latitudini, mostra di fare una fatica enorme a liberarsi.
Ma la Storia ha pronte spesso svolte che non si vuole vedere arrivare. Ed è
possibile che oggi ci si trovi di fronte a una di queste. Vedremo. Intanto, da
appassionati, ma anche da osservatori di fenomeni complessi, come il calcio,
siamo consapevoli che i problemi di questo sport che in parte hanno condotto
agli insuccessi oggi sotto gli occhi di tutti dipendono da scelte politiche,
economiche, sociali che hanno ricadute molto più grandi di quelle esclusivamente
sportive.
Cosa scopriamo oggi secondo commentatori e giornalisti? Cosa si sente dire oggi
chi si occupa di calcio, chi ne è appassionato, chi allena o semplicemente gioca
o fa giocare i propri figli in una scuola calcio? Scopre che sotto i propri
occhi stavano emergendo contraddizioni insanabili.
Su tutte e con aspetti sfaccettati di cui fino alla disfatta era raro sentirsi
lamentare quella economica. I costi che oggi vanno sostenuti per giocare al
calcio non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli di chi come me ha
cominciato a giocare nelle prime scuole calcio che si affacciavano timidamente
alla fine degli anni Settanta all’orizzonte, in un sistema-calcio ancora in
buona misura egemonizzato da strada, oratori e campetti.
Convinti che un’ampia fascia della popolazione non abbia difficoltà a sostenere
quella spesa non molti non hanno pensato come invece fosse ancora grande la
fascia di quelli per cui è impossibile. Per esempio molte famiglie straniere. Di
fatto la stragrande maggioranza delle squadre di calcio giovanile è composta
esclusivamente da italiani. Quindi, come per quanto riguarda il materiale,
iscriversi è un sacrificio troppo grande per molte famiglie. La conseguenza
indiretta è aver favorito un clima di aspettative eccessive, di desideri
eccessivi che intossicano il clima del calcio giovanile e lo avvelenano
spingendo molti a lasciare e quelli che continuano a investire molte più energie
di quanto non si facesse prima nel percorso sportivo pur di arrivare più avanti
possibile.
Anche tralasciando le ricadute psicologiche e sociali prodotte dal drop-out dei
giovani atleti che lasciano perdere perché non riescono a sottostare a queste
logiche ci rendiamo conto che è ormai diffusissima la pratica di pagare una
squadra perché il proprio figlio abbia una opportunità in più e possa proseguire
nonostante non sempre il suo rendimento sembri essere all’altezza delle
richieste strettamente sportive?
Ma la diffusione capillare e precocissima del calcio attraverso la
disseminazione di centri specializzati – centri sportivi chiusi e separati dalla
città e dai quartieri – dove oggi si allarga la proposta addirittura a bambini
che non hanno ancora compiuto cinque anni, dove si sono convinti genitori e
famiglie bisognose di attività per i propri bambini a iscriverli così piccoli, è
un fenomeno ancora più perverso. Contiene al suo interno un processo di
espulsione dallo spazio pubblico e di reclusione in quello privato del calcio,
che nonostante la diffusione di testi sulle metropoli contemporanee, da Mike
Davis a David Harvey, non si è abbastanza ragionato. Uno sport come il calcio
non può vivere, in termini di popolarità, sia nell’accento simbolico, che in
quello materiale, cioè della sua diffusione, se lo si rinchiude. Se si spezza il
circuito virtuoso, agonismo-campetto, campetto-agonismo. E le nostre città sono
ormai concepite, poiché sottoposte a una divisione rigida del lavoro e degli
spazi, a un processo di valorizzazione della rendita finanziaria feroce e
inarrestabile. A meccanismi per i quali gli spazi di cui ha bisogno il calcio
non sono tollerabili. Non sono possibili. Se noi non cogliamo questo elemento
fondamentale non comprendiamo nulla di quanto non stia succedendo in questo
momento nel nostro paese. E non comprendiamo neanche, vittime di un
provincialismo arrogante e presuntuoso, che il capitalismo stesso assume forme
diverse e sa rispondere alle proprie contraddizioni evitando di avvitarsi in
spirali di crisi poi irreversibili nelle maggiori metropoli del pianeta. Città
come New York, Parigi, Londra, Madrid, Barcellona, non sono meno di Roma o di
Milano, sottoposte alla morsa di fenomeni transnazionali potentissimi, eppure
hanno saputo trovare dei contrappesi, adottare delle misure che ponessero
rimedio a ricadute che altrimenti avrebbero determinato conseguenze dal punto di
vista sociale assai pericolose per la sopravvivenza del sistema stesso.
Qui da noi invece, almeno da trent’anni, a fronte di una incapacità del sistema
di redistribuire le enormi risorse generate dal calcio professionistico, società
di medie e piccole dimensioni hanno dovuto adattarsi alla richiesta degli utenti
di adeguarsi a terreni sintetici sempre più costosi da installare e mantenere.
Per una piccola scuola calcio con uno spazio relativamente limitato a
disposizione rientrare da un investimento di decine di migliaia di euro è
diventato sempre più complesso.
Anche in questo caso la costruzione di un immaginario distorto ha giocato un
ruolo molto importante. La vecchia e polverosa pozzolana ha progressivamente
trovato sempre maggiori resistenze se non un vero e proprio disprezzo da parte
di chi sognava di calcare il morbido prato dell’Olimpico e si immaginava
campione senza esserlo. Si è di fatto sostanzialmente affermata l’idea di
sublimare quel sogno vendendo una sua versione “tarocca”, quella della
contraffazione che però ha incontrato un grande favore. Il verde è lo stesso, ma
tra quella vera e quella finta c’è la stessa distanza che intercorre tra un
intervento in anticipo di Franco Baresi e lo scomposto takle di un Bastoni
qualsiasi.
Restare al parco, rimanere nello spazio pubblico, una scelta minoritaria,
controcorrente, tipica di quegli irriducibili romantici che riscuotono simpatie
ma ai quali tutti rapidamente voltano le spalle.
Il calcio è di tutti, e anche il sogno di poterlo praticare ad alti livelli. Ma
non tutti ci possono riuscire. Pensare invece di poter rivendere un pezzettino
di quel sogno a tutti è stata una mossa dal punto di vista economico geniale, ma
dal punto di vista culturale, sociale e ambientale terribile.
Adesso immaginare di smontare le decine di campi di sintetico che si sono
diffusi in giro per le nostre città velleitario. Pensare di riportare a giocare
i bambini nel fango d’inferno e a sporcarsi di polvere d’estate ingenuo. Eppure
se non proviamo in qualche modo a rimettere mano a questo nodo, urbanistico,
economico, sociale con proposte serie, in totale discontinuità con quello che è
stato fatto negli ultimi decenni non solo rischieremo di assistere a ulteriori
disfatte del nostro calcio d’élites, il che, sarebbe il minore di mali, ma a
vivere in città sempre più brutte e inospitali. E questo forse sì, possiamo
provare insieme a evitarlo.
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Giovanni Castagno, insegnante a Roma, da anni promuove attraverso lo sport anche
progetti educativi e interculturali con l’Esquilino FC.
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