Giovani e violenza: “Altrimenti non si accorgono di noi”“Esistiamo anche noi”. Questo è il messaggio secco, chiaro, a tutto tondo,
radicalmente politico, lanciato con le loro scorribande dai protagonisti degli
scontri e dei saccheggi dello scorso week-end nei centri di alcune città
italiane (ma anche di quelli in corso da molti più giorni in Francia e altrove).
Molti, non tutti, minorenni e persino bambini, che Salvini vorrebbe incriminare
e incarcerare per “associazione a delinquere”). Molti, non tutti, indicati con
una crasi che i suoi inventori (ma non sanno che cos’è) hanno istituito tra
marocchino e paranza (squadra dedita a piccoli reati): in sostanza, immigrati di
seconda o terza generazione, molti dei quali già italiani, accomunati dalla
povertà. Un termine orribile e schifoso, ormai portato all’onore delle prime
pagine dei quotidiani e dei titoli di nuovi disegni di legge.
Quei ragazzi, per far sapere che “esistono anche loro”, non hanno altri mezzi.
D’altronde succede un po’ a tutte le categorie (di giovani e adulti) che
protestano: se non ci sono scontri o interruzioni del traffico se ne parla il
meno possibile, o per niente. Lo sanno bene operai e studenti in lotta e non era
per saccheggiare i negozi che sono scesi in piazza. A Milano, epicentro di
questo “scandalo” nazionale, tutto è cominciato con l’indebito blocco poliziesco
di un corteo e a Torino hanno devastato la libreria Feltrinelli senza portare
via nemmeno un libro: non volevano rubare, volevano “spaccare”; forse non sanno
nemmeno molto bene che cosa sono i libri.
Sicuramente nessuno gli ha insegnato (a scuola o altrove) che a distruggere
libri e librerie erano i nazisti, cioè i razzisti di un secolo fa, antesignani e
numi ispiratori dei razzisti di oggi: quelli che li vogliono morti affogati, o
rinchiusi nei CPR, o relegati nella miseria delle periferie, della
disoccupazione, del disprezzo sociale, dell’inedia. Ma di certo quegli scontri
sono stati per molti un’occasione irrinunciabile per fare quello che altri
possono fare con il denaro che loro non hanno: entrare in un negozio e prendersi
l’articolo desiderato.
“Che fare?” ci si chiede nell’establishment e tra i suoi corifei. Tutti, senza
distinzione, si scandalizzano e ingiungono di rinnegare “la violenza”: quella
dei manifestanti che rompono qualche vetrina (molte), non quella a cui assistono
indifferenti ogni sera davanti al teleschermo e che si svolge a chilometri di
distanza; quella che non distrugge vetrine, ma vite umane (a decine di
migliaia), intere città, popoli, habitat, civiltà e che non ruba scarpe, ma
territori e nazioni. Ma con una differenza tra loro: gli uni propendono per la
mano forte – più repressione, più carcere, più leggi liberticide (come se non ce
ne fossero già abbastanza) – gli altri sono per la divisione (divide et impera):
separare (ma fare in modo che lo facciano loro) i manifestanti “pacifici” da
quelli violenti: due segmenti dal confine indefinito, mobile e aleatorio.
Distinguere le giuste rivendicazioni dalle azioni criminali, forse rimpiangendo
i “servizi d’ordine” degli anni ’70 del secolo scorso, quando le manifestazioni
si facevano tutti ben inquadrati.
Ma è una operazione impossibile perché tra quei due “segmenti” della popolazione
giovanile non c’è né ci può essere un distacco. Agitano, in termini generali,
temi comuni: il carovita (che vuol dire povertà), la casa (e molti di loro sanno
bene che cosa significa abitare case invivibili, o non trovare un posto dove
continuare gli studi), la sanità (chi non ha un parente che non riesce a
curarsi?), ma soprattutto la guerra: non la vogliono, né qui né altrove, non
vogliono farla, non vogliono essere arruolati, non vogliono che si la insegni a
scuola e ovunque. Ma poi, quello che spinge gli studenti a occupare le scuole, a
scendere in piazza, ad affrontare le aggressioni poliziesche, è la stessa cosa
che anima i cosiddetti violenti: vogliono far sapere che “esistono anche loro”.
Perché l’establishment (governo, partiti, media, direzioni didattiche, aziende)
non tiene alcun conto di loro, dei loro bisogni (hanno alle costole solo
l’esercito: per reclutarli… E dalla loro, per ora, solo quegli insegnanti
schierati per difenderli dalle cariche), del loro presente e del loro futuro.
Forse sanno meglio degli altri (“i violenti”) che cosa rivendicare (o si stanno
chiarendo le idee occupando e manifestando): edifici non fatiscenti e
attrezzati, più insegnanti e più aggiornati, programmi nuovi e discussi insieme,
scuola aperta al territorio, al confronto con il mondo esterno, alla loro
musica, alla scoperta e non alla ripetizione, a un lavoro non precario che ti
aspetti, alla possibilità di discutere, a scuola e non altrove, di guerre e
pace, di clima e ambiente. Non tanto per costruirsi un diverso futuro (non si
fanno illusioni), ma almeno un diverso presente. Tutte cose che la parte più
estrema e arrabbiata della loro generazione forse non si sogna nemmeno di
chiedere, perché dalla scuola è esclusa a priori anche quando la frequenta. E
certo sono in molti a vedere in quelle code violente dei loro cortei un ostacolo
alla chiarezza dei loro obiettivi.
Ciononostante tutto ciò fa delle ultime generazioni (Z e alfa: si ricomincia la
conta da capo…) un gruppo sociale in qualche modo omogeneo: dall’Italia alla
Francia, dalla Spagna agli Stati Uniti, alla Serbia, all’Albania, all’India, al
Nepal, all’Indonesia, all’Argentina…
“I giovani come classe” è il titolo di un saggio di sessant’anni fa scritto da
due autori di ispirazione “marcusiana” che metteva in discussione l’ortodossia
marxista e rappresentava, allora e forse anche oggi, una forzatura
estremizzante. Fatto sta che allora come oggi a costituire il nucleo portante
della rivolta e delle lotte erano e sono le nuove generazioni: studenti, ma
anche operai, disoccupati, artisti, nelle università come nelle fabbriche, negli
uffici, nei quartieri e nei paesi. Forse lo sono sempre state in tutte le
rivolte della storia, ma oggi lo si vede di più perché i giovani sono costretti
a non diventare mai adulti mentre un tempo erano costretti a diventarlo anche
troppo presto. Fatto sta che ad accomunarli nella lotta c’era allora
(sessant’anni fa) la percezione di un incerto futuro dominato dalla minaccia
atomica, dalla guerra (in Vietnam), ma soprattutto da un futuro di soggezione
agli imperativi di un’economia dominata dal profitto. Oggi a tutto ciò si è
aggiunta la certezza di un collasso climatico e ambientale (già chiaramente
percepito da tutti nelle calure della scorsa estate) che renderà infernali le
loro vite, ormai consegnate a un pugno di “signori del mondo”. Quello che li
unisce è il rifiuto della follia con cui il mondo degli adulti – quello di chi
“conta” e sta in posizioni di comando, se non di vero potere – gioca con il
futuro che non vedrà e di cui poco gli importa (pensano solo a se stessi e se la
prendono con l’ignavia dei giovani). Quel futuro che si fa di tutto per far
dimenticare, ma forse anche per dimenticare: per dimenticarsi di figli, figlie e
nipoti.
Guido Viale