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Verità e giustizia Abderrahim Fakir
È mattina tardi al Pilastro, quartiere periferico di Bologna, fa caldo, tanto caldo. Fa caldo da giorni, settimane, mesi. Non se ne può più. Il caldo si mischia all’ansia dei documenti che non arrivano, alle leggi sull’immigrazione che si inaspriscono, sia a livello nazionale che europeo, a Vannacci pompato a tutte le ore dai social e televisioni. Vivi qui da quando hai sette anni, ma non hai ancora la cittadinanza e ancora oggi, superata la soglia dei quarant’anni, hai paura per il permesso che fa ritardo. Fa sempre ritardo. Devi sempre provare il tuo status con documenti, certificati, permessi. Vivi qui da quando hai sette anni. Questo è il tuo paese, Bologna la tua città. E poi c’è il lavoro che non va bene, hai un’impresa, ma i clienti pagano sempre in ritardo e tu devi pagare le tasse, i contributi, i lavoratori. L’ansia sale, non ti senti bene, ti manca il respiro. Hai provato a chiedere aiuto, anche al pronto soccorso, ma non ti hanno ascoltato… Abderrahim Fakir il 19 luglio viene visto “dare in escandescenza”, tirare calci a dei garage, urlare. Interviene la polizia, viene chiamato il 118 per una “crisi psichiatrica”. I pochi minuti che concludono la vita di Abderrahim Fakir  li abbiamo visti tutte e tutti nei video, viene eseguita “una manovra di contenzione” dai due poliziotti arrivati sul posto, mentre una terza persona gli ferma le gambe. Sul tema si è già espresso il Presidente del 118 Balzanelli «la manovra così eseguita è errata e rischiosa». Anche la circolare del Ministero dell’interno dell’11 maggio 2026 con le linee guida per la gestione di persone non collaborative scrive chiaramente che «se il soggetto mostra segni di malessere, [bisogna] allentare la presa, posizionarlo su un fianco e chiamare i sanitari». Quindi i protocolli ci sono e sono chiari: non si deve stare sopra la cassa toracica di una persona in evidente stato di agitazione, contro cui era già stato usato lo spray al peperoncino e con mani e piedi già legati. E i video della situazione precedente al momento della manovra, non possono eliminare né giustificare ciò che è accaduto dopo.  > Perché al momento del suo fermo erano presenti solo i paramedici del 118 e non > un medico? Perché i paramedici non sono intervenuti prima? Perché era ancora > ammanettato quando si è cercato di rianimarlo? Perché è stato usato dello > spray urticante? Come scrive la Brigata Basaglia: «Le pratiche di contenzione, i TSO, le procedure di intervento nei confronti di persone “in stato di alterazione” non sono neutre, sono lo specchio di un crescente sistema di repressione e controllo che agisce con particolare violenza nei confronti delle persone marginalizzate, dissidenti e razzializzate».  Il poliziotto che ha di fatto provocato la morte di Abderrahim Fakir, non era la prima volta che in un fermo utilizzava “metodi estremamente violenti”, era già stato denunciato da Enrico Abumhere, questo ci fa comprendere come non siamo di fronte a singole azioni che deviano dai protocolli, momenti di difficoltà, o qualche mela marcia. Ma modalità sistematiche.  Foto di Daniele Stefanizzi LA VIOLENZA RAZZISTA È STRUTTURALE  La polizia italiana è stata più volte accusata di razzismo dalle organizzazioni internazionali. Nel 2023 il Comitato Onu per l’Eliminazione delle discriminazioni razziali (CERD) nel suo rapporto sull’Italia si è definito «preoccupato per le numerose segnalazioni sull’uso diffuso della profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine». Nel 2024, il Meccanismo internazionale di esperti indipendenti per promuovere la giustizia e l’uguaglianza razziale nelle forze dell’ordine (EMLER), ha denunciato «l’adozione sistematica della profilazione razziale come base per i controlli d’identità, per i fermi e le perquisizioni», così come ha definito il sistema penale e carcerario fortemente discriminatorio nei confronti delle persone razzializzate. Ancora nel 2025, la Commissione contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa (ECRI) ha pubblicato dossier in cui accusa la polizia italiana di utilizzare la profilazione razziale, indirizzando i controlli in base all’etnia.  > Profilazione razziale, leggi discriminatorie, sistema della cittadinanza > basato strettamente sullo jus sanguinis, il razzismo in Italia non è un > semplice atteggiamento individuale di qualche individuo, ma un sistema > segregazionista fatto di leggi, istituzioni, uffici, certificati, procure e > applicato violentemente nei controlli di polizia. Il ricatto dei documenti è utile per sfruttare lavoratrici e lavoratori migranti e pagarli con salari da fame e mantenerli senza diritti. E a questo dobbiamo aggiungere tutti i nuovi poteri che le forze dell’ordine hanno ottenuto tramite l’approvazione dei vari Decreti Sicurezza, tra cui lo scudo penale, subito utilizzato in questo caso.  La polizia, i carabinieri e l’esercito nelle strade, l’istituzione di zone rosse nei centri città, attuano praticamente una segregazione razziale urbana, controllando in maniera continuativa, stressante e violenta le persone razzializzate e migranti, le persone marginalizzate e che vivono in estrema povertà nelle strade, e chiunque provi a protestare e criticare il potere. Le carceri e i cpr sono il corollario di questo controllo urbano. Non è un caso che Abderrahim Fakir vivesse un’ansia costante di essere deportato. Ed è simbolico che la sua uccisione sia avvenuta mentre a Genova si ricordava l’uccisione di Carlo Giuliana. Come allora, la polizia uccide impunita nelle nostre strade, l’omertà, lo spirito di corpo, i depistaggi e la base fascista della polizia è ben solida, coperta e sostenuta dal sistema giudiziario e politico.   > Abderrahim Fakir non stava bene, ma della sua salute mentale nessuno parla, > non era preso in carico dai servizi di salute mentale, perché in Italia sono > manchevoli e non hanno sufficienti personale e risorse. Non seguiva una cura, non aveva un sostegno psicologico, nonostante stesse affrontando un momento della vita complicato. Come può accadere a ognuno di noi. Solo che pagare 50 o anche 100 euro settimanali per una seduta di terapia è un privilegio che non tutte le persone si possono permettere. Eppure nessuna risorsa aggiuntiva è stata inserita in finanziaria per il supporto psicologico e per il benessere psico-fisico, mentre la richiesta di presa in carico è esplosa. Quando in passato aveva era stato fermato per spaccio e detenzione di sostanze stupefacenti, per Abderrahim Fakir si è attivato il sistema penale e carcerario in maniera solerte. Ma in un momento di bisogno non si è attivato nessun servizio del sistema sanitario o di supporto sociale. Nessuna istituzione della cura, solo del controllo. E questo ha tutto a che vedere con il colore della sua pelle, con la storia coloniale del nostro paese e dell’Europa, con il suprematismo bianco dei nostri giorni, che affonda le sue radici in secoli di conquiste, sopraffazione e schiavismo.  Foto di Daniele Stefanizzi BOLOGNA IN RIVOLTA  Il giorno seguente l’uccisione di Abderrahim Fakir, il sindaco Lepore ha convocato un presidio in centro storico, e non al Pilastro, dove le sue politiche in passato erano già state al centro di contestazioni. Qui c’erano migliaia di persone che hanno ascoltato le parole della nipote Yossra Fakir: «Abderrahim non era un caso di cronaca, era una persona, era mio zio, era un fratello, un familiare, un uomo con una storia, con dei sentimenti e con delle persone che lo amavano profondamente», continuando tra le lacrime: «meritava aiuto, ascolto, rispetto e dignità. La cosa più difficile da accettare e che in un momento di fragilità, quando una persona chiede aiuto qualcuno possa non essere riuscito a proteggerlo. E oggi noi chiediamo risposte: su chi aveva il compito di intervenire, su chi aveva il compito di tutelare una vita. Chi indossa una divisa ha una responsabilità enorme, quella di proteggere le persone, soprattutto quelle più vulnerabili, per questo chiediamo che ogni comportamento e ogni eventuale mancanza vengano accertati con la massima attenzione».  Il presidio è diventato un corteo, circondato dalle forze dell’ordine contro cui sono scoppiati scontri per tutta la notte. Ore in cui la polizia di Bologna ha lanciato lacrimogeni ad altezza delle persone, usato idranti, e caricato con violenza, ci sono stati diversi fermi, reporter sono stati manganellati, e ad altri sono state rotte le macchinette fotografiche. > Perché era necessaria la polizia in assetto antisommossa in un presidio per la > morte di un uomo ucciso dalla polizia? Perché già erano previsti idranti in > piazza? Sono mesi che assistiamo a scene di estrema violenza nelle strade di > Bologna, e non solo, dove durante il movimento per la Palestina almeno una > persona ha perso un occhio perché colpita da gas lacrimogeni. Se Bologna non avesse risposto con questa determinazione e rabbia e non fosse rimasta in piazza per ore, oggi il caso Abderrahim Fakir sarebbe già fuori dalle pagine di giornale, non avrebbe superato i confini nazionali e sarebbe rimasto l’ennesimo fatto di cronaca presto dimenticato. Senza quella rabbia la vita Abderrahim Fakir, di Rami Elgaml, di Moussa Diarra e le tante vite spezzate dal razzismo istituzionale non le ricorderebbe nessuno.  Il Partito Democratico ha ancora una volta deciso di stare dalla parte sbagliata, con le parole balbettanti di Schlein, mentre il Movimento 5 Stelle non si è espresso, e AVS ha chiesto un’ indagine indipendente. Non è abbastanza. Possibile che nessuna forza politica abbia il coraggio di dire che Fakir è stato ucciso da due poliziotti? > La lotta al razzismo sistemico e la denuncia di un’uccisione di una persona > inerme come Abderrahim Fakir dovrebbe essere al centro di un programma di > sinistra. La destra, al contrario è molto chiara, soffia sul razzismo perché > si espanda l’incendio dell’odio, in una rincorsa a Vannacci che porta il > discorso pubblico sempre più verso il fascismo. Mentre schiere di persone reali e bot alimentano nei social commenti che inneggiano alla morte delle persone migranti. La piazza di Bologna è stata giusta e necessaria, così come il processo di mobilitazione che sta nascendo, la grande assemblea che si è tenuta mercoledì 22 a piazza Lucio Dalla, chiama a una mobilitazione cittadina per domenica 26 e a una mobilitazione nazionale per settembre. Nonostante anche qui non manchino divisioni e sgomitate identitarie per ricavarsi il proprio pezzo di visibilità.  Quante altre vite spezzate dovremmo piangere? Quante altri familiari dovranno farsi carico di processi e comitati per chiedere verità e giustizia? Quante tempo ancora ci vorrà per rispecchiarci in queste storie? La lotta per Abderrahim Fakir deve essere la lotta di tuttƏ, non possiamo più aspettare il prossimo omicidio di Stato.  Mentre scriviamo ci arriva la notizia che Mohamed Amin Bessioud si è lanciato dal balcone durante una perquisizione dei carabinieri nella sua camera. Immagine di copertina di Daniele Stefanizzi Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. 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July 24, 2026
DINAMOpress
7° PACCHETTO SICUREZZA E GUERRA AI GIOVANI: IL GOVERNO MELONI RENDE IMPUTABILI I MINORI DAI 14 AI 18 ANNI
Guerra ai giovani. Il Governo Meloni, in perenne campagna elettorale, ha varato il settimo pacchetto sicurezza in 4 anni di governo: non sono evidentemente bastati i primi 6 per decidere, ancora una volta, la stretta sui giovani e giovanissimi. Il nuovo provvedimento interviene sull’articolo 98 del Codice penale, introducendo una presunzione capacità di intendere e di volere per chi, al momento del fatto, abbia compiuto 14 anni e non ancora 18. Il nuovo Ddl prevede che i minori  siano sempre considerati imputabili in caso di reati, fino a prova contraria. Finora il giudice doveva, accertare caso per caso se il minorenne fosse capace di intendere e di volere, con il disegno di legge approvato nel pomeriggio dal Consiglio dei ministri ora “viene invertito l’onere della prova”. Abbiamo raccolto le considerazioni di Michele Miravalle che si occupa di disagio psichiatrico e minorile per l’associazione Antigone. Ascolta o scarica Andrea Savoldi, educatore che si occupa di penale minorile per la Cooperativa Il Calabrone di Brescia. Ascolta o scarica
July 24, 2026
Radio Onda d`Urto
L’indecenza della delazione e la tutela della sfera privata del corpo docente
L’anno scolastico appena conclusosi, caratterizzato dall’impressionante mobilitazione del mondo della scuola contro il genocidio a Gaza, è stato segnato da diversi tentativi di censura e repressione delle voci di docenti e studenti che hanno manifestato la propria solidarietà nei confronti della popolazione palestinese e condannato le politiche di riarmo del nostro governo. Il caso qui in esame rappresenta un’ulteriore e preoccupante torsione in senso illiberale della postura repressiva che gli apparati dello stato hanno adottato nei confronti del mondo della scuola, vessato negli ultimi anni dall’introduzione di norme sempre più punitive nel Codice di comportamento dei dipendenti pubblici. Riassumiano brevemente i fatti (vedi anche qui, qui e qui). Siamo a Torino, pochi giorni dopo la manifestazione del 31 gennaio a sostegno di Askatasuna a seguito dello sgombero del centro sociale e della militarizzazione del quartiere Vanchiglia. Melania Rovelli, insegnante dell’Istituto Comprensivo “Borgaretto” di Beinasco (TO), trova online una foto che ritrae i due “poliziotti-simbolo” della manifestazione, Lorenzo Birgulti e Alessandro Calista, appena dimessi dall’ospedale dopo la colluttazione avvenuta alla fine del corteo. La foto, corredata da parole che mettono in dubbio l’entità delle lesioni da loro riportate, è condivisa sul proprio “stato” WhatsApp dalla docente, che vi aggiunge un commento indignato. Qualcuno tra i contatti dell’insegnante fa uno screenshot e, sotto falso nome, lo invia al Ministero dell’Istruzione e del Merito e all’Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte, innescando una reazione a catena al termine della quale la docente è destinataria da parte della sua Dirigente Scolastica di un procedimento disciplinare che si conclude con un provvedimento di censura, motivato dall’aver agito con «un apprezzabile grado di imprudenza» in violazione del suddetto codice di comportamento, in quanto «il post nuoce al prestigio e al decoro della pubblica amministrazione e utilizza un linguaggio non consono al ruolo educativo del docente» (benché con tutta probabilità esso non fosse visibile da parte delle/degli allieve/i). La sanzione disciplinare irrogata alla collega si configura come un intervento fuori luogo, eccessivo, immotivato, coerente però con la grande macchina repressiva che negli ultimi mesi ha travolto il centro sociale Askatasuna e quella parte della cittadinanza che si è schierata contro lo sgombero e contro l’inasprimento delle misure di gestione dell’ordine pubblico anche a seguito degli scioperi autunnali (per la peculiarità del caso torinese si veda qui) La docente è stata sanzionata per avere espresso tramite un canale privato, non istituzionale, normalmente utilizzato in quanto cittadina e non come docente, una posizione di dissenso rispetto alla vittimizzazione degli agenti, sapientemente operata dai media mainstream nei minuti immediatamente successivi ai fatti in questione (la cui dinamica è stata immediatamente messa in discussione e chiarita dall’ottimo lavoro della giornalista Rita Rapisarda in questo articolo). La netta contrapposizione tra una piazza criminalizzata per la sua presunta “violenza” e forze dell’ordine che avrebbero agito con il solo obiettivo di garantire la sicurezza della cittadinanza è stato il mantra delle istituzioni nei mesi successivi. Evidentemente chi, come la professoressa Rovelli, si è permesso di mettere in discussione questa narrazione, è stato facile preda del tritacarne repressivo che rappresenta oggi un pericolo reale per chi esprima, pur in modo pacifico ed esercitando un diritto costituzionalmente garantito, forme più o meno aspre di dissenso nei confronti del potere. Al netto della strategia che la collega e i suoi legali adotteranno su un piano giudiziario, questa vicenda è importante per tutte/i le lavoratrici e i lavoratori del pubblico impiego e in particolare della scuola per diverse ragioni. La prima riflessione da fare riguarda l’ostilità nei confronti della docente, che è stata vittima di una delazione in puro stile fascista, evidentemente e scientemente volta a danneggiarla sul lavoro, con l’aggravante dell’anonimato dietro cui il delatore ha nascosto, tramite il ricorso a uno pseudonimo, la propria identità: al momento non è dato sapere in che modo MIM e USR abbiano verificato chi sia l’autore della segnalazione, ma sarebbe importante capirlo. La CUB SUR parla nel proprio comunicato di “grande fratello informatico” ed è questo uno degli aspetti più significativi della questione, che ci porta direttamente al cuore del problema, vale a dire i possibili profili di incostituzionalità del nuovo Codice di comportamento dei dipendenti pubblici (DPR n. 81 del 13 giugno 2023) che introduce importanti modifiche rispetto al vecchio Codice (DPR n. 62 del 16 aprile 2013). L’aspetto rilevante in questa sede è il disciplinamento del «crescente fenomeno della digitalizzazione del lavoro e con l’introduzione di misure in materia di utilizzo delle tecnologie informatiche, dei mezzi di informazione e in particolare dei social media». Se si conferma che i dipendenti pubblici sono tenuti al rispetto dei doveri di «diligenza, lealtà, imparzialità e buona condotta» (mutuati dall’articolo 97 della Costituzione), la novità è «la precisazione che tali doveri debbano essere osservati non solo quando si è in servizio, ma anche nei comportamenti che si pongono in essere nella vita quotidiana, al fine di tutelare l’immagine della pubblica amministrazione». Nello specifico tale precisazione è contenuta nell’articolo 11-ter del Codice, di cui riportiamo i commi 1 e 2: > 1. Nell’utilizzo dei propri account di social media, il dipendente utilizza > ogni cautela affinché le proprie opinioni o i propri giudizi su eventi, > cose o persone, non siano in alcun modo attribuibili direttamente alla > pubblica amministrazione di appartenenza. > 2. In ogni caso il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o > commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine > dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in > generale. La lettura di queste poche righe ci conduce direttamente al punctum dolens della questione, che possiamo formulare così: quanto il Codice di comportamento, nella sua attuale formulazione, è compatibile con il dettato costituzionale e in particolare con l’articolo 21 sulla libertà d’espressione? Se la gerarchia delle fonti del diritto prevede che la norma suprema sia la Costituzione, è accettabile che i dipendenti pubblici vedano così limitato e minato il proprio diritto di parola e di espressione da una norma di rango inferiore? Quanto è grande il rischio che la «cautela» a cui fa riferimento l’articolo 11-ter induca nelle lavoratrici e nei lavoratori atteggiamenti di autocensura? Quanto è legittimo che, in definitiva, i pubblici dipendenti siano paradossalmente “discriminati” rispetto alle/agli altri cittadine/i per la propria condizione lavorativa che ne subordina alcune libertà fondamentali a un codice di condotta? Quanto la “fedeltà” che si richiede ai pubblici dipendenti è assimilabile a forme di obbedienza acritica e inquadramento totalizzante in una sorta di “stato etico”, che tende a sovrapporsi in quanto tale alla Repubblica democratica fondata sul lavoro, perno della Costituzione, a cui sola le e i cittadini devono fedeltà? Sono domande a cui chiaramente non è possibile dare risposta in questa sede, ma il caso della professoressa Rovelli è inquietante perché mette a nudo la violenza di un sistema che “sorveglia e punisce” non solo con i manganelli e gli idranti, ma anche in modi più sottili, subdoli, pervasivi e minacciosi per la libertà delle persone, costringendole a sperimentare forme di solitudine e sospetto nei confronti del prossimo che sono in completa antitesi con la natura dell’uomo come animale sociale. Sarebbe poi tutta da indagare la questione di cosa si intenda per “decoro” della pubblica amministrazione in un momento storico in cui il Governo italiano, complice diretto di un genocidio, partorisce a ciclo continuo decreti sicurezza finalizzati a colpire chiunque denunci il grande scandalo della guerra e dell’ingiustizia sociale. Viene in mente la provocazione di Socrate che invocò come alternativa alla pena di morte il suo mantenimento a pubbliche spese nel Pritaneo, come benefattore della polis. E invece il premio è toccato ad altri: i poliziotti Birgulti e Calista hanno ricevuto attestati di stima e solidarietà dalle istituzioni, sono stati premiati a Padova durante la festa per il 174° anno dalla fondazione della Polizia di Stato, hanno ricevuto l’attestato di civica benemerenza dal comune di Torino per l’anno 2026 (vedi qui e qui). Come Osservatorio continueremo a seguire la vicenda della collega torinese, a cui esprimiamo la nostra solidarietà, ma invitiamo chi ci legge a non piegarsi a forme di sopraffazione che in tutta evidenza tenderanno a riproporsi con sempre maggiore frequenza nell’immediato futuro e che colpiranno nel segno se troveranno individui resi fragili da silenzio e isolamento. Per questo è importante fare emergere queste storie, perchè quella che dobbiamo intraprendere è una battaglia politica e culturale che i singoli non possono affrontare da soli: contrastare il dispositivo di controllo in cui viviamo immersi richiede la difesa collettiva di spazi di libertà che anche il processo di militarizzazione delle scuole e delle università, che qui denunciamo, tende a limitare ed erodere. La traiettoria della militarizzazione incrocia la logica dell’autoritarismo, della censura, dell’obbedienza acritica, ed è per questa ragione che riteniamo fondamentale che nel mondo della scuola si diffondano gli strumenti di resistenza che qui mettiamo a disposizione di quante/i vogliano impegnarsi nella difesa della libertà di insegnamento, pensiero, parola ed espressione. Scarica qui: * vademecum per contrastare la militarizzazione delle scuole * appunti resistenti per continuare a praticare la libertà d’insegnamento Irene Carnazza e Maria Pastore, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
LETALITÀ E SDOGANAMENTI – AI MILITARI: THE FOURTH LAW – CHATBOTS E BOKO HARAM
Estratti dalla puntata del 20 luglio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia REPRESSIONE, LETALITÀ, SDOGANAMENTI E COMPRESSIONI Un omicidio di Stato come quello di Abderrahim Fakir a Bologna, la possibilità di inneggiare a un assassino per vendetta privata fino a proporne la candidatura, venire denunciati per aver espresso vicinanza alla resistenza palestinese e alla conflittualità anarchica. Cosa ci dice tutto questo? AI MILITARI: BLACK SKY E THE FOURTH LAW Iniziamo con una riflessione sulle interferenze dell’AI applicata alla letalità su un piano tecnico, etico e giuridico. Il recente contratto siglato dal Pentagono con Black Sky (AI per l’analisi di immagini satellitari applicate alla selezione dei bersagli e alla valutazione dei danni post-attacco) e i processi di integrazione di AI all’interno di sistemi d’arma tradizionali, ci descrivono segmenti diversi di automazione in ambito militare, all’interno dei quali la velocità di elaborazione decisionale e di applicazione della letalità (sensor-to-shooter) sono un elemento centrale. Cosa resta dell’umano all’interno della kill chain? The Fourth Law (nome decisamente ispirato alla Quarta Legge della robotica di Isaac Asimov) è un’azienda ucraina fondata da Yaroslav Azhnyuk, il cui prodotto di punta è TFL-1: un kit per trasformare droni commerciali in killer robots. AI E ESERCITI NON-STATALI Grazie a una ricerca dell’Università di Cambridge, emerge l’utilizzo di chatbot da parte di Boko Haram: non solo propaganda, ma guida concreta per l’addestramento e la realizzazione di attacchi.
July 23, 2026
Radio Blackout
Piazza Statuto 1962-Bologna 2026: brucia ragazzo brucia
Mi auguro che Bologna possa essere la Piazza Statuto di questa generazione. 7/9 Luglio 1962. Ci siamo pure con il mese. D’altra parte la Dc dell’epoca non è che fosse un’organizzazione prettamente parrocchiale. Aveva dentro un bel po’ di fautori della disciplina dura e pura, e anche di fascisti. Faceva […] L'articolo Piazza Statuto 1962-Bologna 2026: brucia ragazzo brucia su Contropiano.
July 23, 2026
Contropiano
PRESIDIO PRESSO LA PREFETTURA DI NOVARA. GIUSTIZIA PER FAKIR!
IL GIORNO 23 LUGLIO 2026  PER PROTESTARE CONTRO L’UCCISIONE  EFFERATA DI FAKIR ABDERRAHIM  IL SI COBAS, INSIEME AL COLLETTIVO LIBERTARIO FRANCO CAGLIERO, AL COORDINAMENTO PER LA PALESTINA E USB NOVARA, ORGANIZZANO UN PRESIDIO DAVANTI ALLA PREFETTURA DI NOVARA ALLE ORE 18.30 . S. I COBAS NOVARA   L'articolo PRESIDIO PRESSO LA PREFETTURA DI NOVARA. GIUSTIZIA PER FAKIR! proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
Turchia, in arrivo una legge sul PKK e una scissione forzata fra i Repubblicani
Archiviato il vertice NATO, che ha lasciato in eredità i tentativi della Turchia di rientrare nel programma di fornitura degli F-35 – promettendo agli USA la rivendita dei sistemi di difesa missilistica russi S-400 – e di inserirsi nella partita del riarmo europeo tramite la fornitura di droni Baykar, il […] L'articolo Turchia, in arrivo una legge sul PKK e una scissione forzata fra i Repubblicani su Contropiano.
July 22, 2026
Contropiano