Verità e giustizia Abderrahim FakirÈ mattina tardi al Pilastro, quartiere periferico di Bologna, fa caldo, tanto
caldo. Fa caldo da giorni, settimane, mesi. Non se ne può più. Il caldo si
mischia all’ansia dei documenti che non arrivano, alle leggi sull’immigrazione
che si inaspriscono, sia a livello nazionale che europeo, a Vannacci pompato a
tutte le ore dai social e televisioni. Vivi qui da quando hai sette anni, ma non
hai ancora la cittadinanza e ancora oggi, superata la soglia dei quarant’anni,
hai paura per il permesso che fa ritardo. Fa sempre ritardo. Devi sempre provare
il tuo status con documenti, certificati, permessi. Vivi qui da quando hai sette
anni. Questo è il tuo paese, Bologna la tua città. E poi c’è il lavoro che non
va bene, hai un’impresa, ma i clienti pagano sempre in ritardo e tu devi pagare
le tasse, i contributi, i lavoratori. L’ansia sale, non ti senti bene, ti manca
il respiro. Hai provato a chiedere aiuto, anche al pronto soccorso, ma non ti
hanno ascoltato…
Abderrahim Fakir il 19 luglio viene visto “dare in escandescenza”, tirare calci
a dei garage, urlare. Interviene la polizia, viene chiamato il 118 per una
“crisi psichiatrica”. I pochi minuti che concludono la vita di Abderrahim Fakir
li abbiamo visti tutte e tutti nei video, viene eseguita “una manovra di
contenzione” dai due poliziotti arrivati sul posto, mentre una terza persona gli
ferma le gambe. Sul tema si è già espresso il Presidente del 118 Balzanelli «la
manovra così eseguita è errata e rischiosa». Anche la circolare del Ministero
dell’interno dell’11 maggio 2026 con le linee guida per la gestione di persone
non collaborative scrive chiaramente che «se il soggetto mostra segni di
malessere, [bisogna] allentare la presa, posizionarlo su un fianco e chiamare i
sanitari». Quindi i protocolli ci sono e sono chiari: non si deve stare sopra la
cassa toracica di una persona in evidente stato di agitazione, contro cui era
già stato usato lo spray al peperoncino e con mani e piedi già legati. E i video
della situazione precedente al momento della manovra, non possono eliminare né
giustificare ciò che è accaduto dopo.
> Perché al momento del suo fermo erano presenti solo i paramedici del 118 e non
> un medico? Perché i paramedici non sono intervenuti prima? Perché era ancora
> ammanettato quando si è cercato di rianimarlo? Perché è stato usato dello
> spray urticante?
Come scrive la Brigata Basaglia: «Le pratiche di contenzione, i TSO, le
procedure di intervento nei confronti di persone “in stato di alterazione” non
sono neutre, sono lo specchio di un crescente sistema di repressione e controllo
che agisce con particolare violenza nei confronti delle persone marginalizzate,
dissidenti e razzializzate».
Il poliziotto che ha di fatto provocato la morte di Abderrahim Fakir, non era la
prima volta che in un fermo utilizzava “metodi estremamente violenti”, era già
stato denunciato da Enrico Abumhere, questo ci fa comprendere come non siamo di
fronte a singole azioni che deviano dai protocolli, momenti di difficoltà, o
qualche mela marcia. Ma modalità sistematiche.
Foto di Daniele Stefanizzi
LA VIOLENZA RAZZISTA È STRUTTURALE
La polizia italiana è stata più volte accusata di razzismo dalle organizzazioni
internazionali. Nel 2023 il Comitato Onu per l’Eliminazione delle
discriminazioni razziali (CERD) nel suo rapporto sull’Italia si è definito
«preoccupato per le numerose segnalazioni sull’uso diffuso della profilazione
razziale da parte delle forze dell’ordine». Nel 2024, il Meccanismo
internazionale di esperti indipendenti per promuovere la giustizia e
l’uguaglianza razziale nelle forze dell’ordine (EMLER), ha denunciato
«l’adozione sistematica della profilazione razziale come base per i controlli
d’identità, per i fermi e le perquisizioni», così come ha definito il sistema
penale e carcerario fortemente discriminatorio nei confronti delle persone
razzializzate. Ancora nel 2025, la Commissione contro il razzismo e
l’intolleranza del Consiglio d’Europa (ECRI) ha pubblicato dossier in cui accusa
la polizia italiana di utilizzare la profilazione razziale, indirizzando i
controlli in base all’etnia.
> Profilazione razziale, leggi discriminatorie, sistema della cittadinanza
> basato strettamente sullo jus sanguinis, il razzismo in Italia non è un
> semplice atteggiamento individuale di qualche individuo, ma un sistema
> segregazionista fatto di leggi, istituzioni, uffici, certificati, procure e
> applicato violentemente nei controlli di polizia.
Il ricatto dei documenti è utile per sfruttare lavoratrici e lavoratori migranti
e pagarli con salari da fame e mantenerli senza diritti. E a questo dobbiamo
aggiungere tutti i nuovi poteri che le forze dell’ordine hanno ottenuto tramite
l’approvazione dei vari Decreti Sicurezza, tra cui lo scudo penale, subito
utilizzato in questo caso.
La polizia, i carabinieri e l’esercito nelle strade, l’istituzione di zone rosse
nei centri città, attuano praticamente una segregazione razziale urbana,
controllando in maniera continuativa, stressante e violenta le persone
razzializzate e migranti, le persone marginalizzate e che vivono in estrema
povertà nelle strade, e chiunque provi a protestare e criticare il potere. Le
carceri e i cpr sono il corollario di questo controllo urbano. Non è un caso che
Abderrahim Fakir vivesse un’ansia costante di essere deportato. Ed è simbolico
che la sua uccisione sia avvenuta mentre a Genova si ricordava l’uccisione di
Carlo Giuliana. Come allora, la polizia uccide impunita nelle nostre strade,
l’omertà, lo spirito di corpo, i depistaggi e la base fascista della polizia è
ben solida, coperta e sostenuta dal sistema giudiziario e politico.
> Abderrahim Fakir non stava bene, ma della sua salute mentale nessuno parla,
> non era preso in carico dai servizi di salute mentale, perché in Italia sono
> manchevoli e non hanno sufficienti personale e risorse.
Non seguiva una cura, non aveva un sostegno psicologico, nonostante stesse
affrontando un momento della vita complicato. Come può accadere a ognuno di noi.
Solo che pagare 50 o anche 100 euro settimanali per una seduta di terapia è un
privilegio che non tutte le persone si possono permettere. Eppure nessuna
risorsa aggiuntiva è stata inserita in finanziaria per il supporto psicologico e
per il benessere psico-fisico, mentre la richiesta di presa in carico è esplosa.
Quando in passato aveva era stato fermato per spaccio e detenzione di sostanze
stupefacenti, per Abderrahim Fakir si è attivato il sistema penale e carcerario
in maniera solerte. Ma in un momento di bisogno non si è attivato nessun
servizio del sistema sanitario o di supporto sociale. Nessuna istituzione della
cura, solo del controllo. E questo ha tutto a che vedere con il colore della sua
pelle, con la storia coloniale del nostro paese e dell’Europa, con il
suprematismo bianco dei nostri giorni, che affonda le sue radici in secoli di
conquiste, sopraffazione e schiavismo.
Foto di Daniele Stefanizzi
BOLOGNA IN RIVOLTA
Il giorno seguente l’uccisione di Abderrahim Fakir, il sindaco Lepore ha
convocato un presidio in centro storico, e non al Pilastro, dove le sue
politiche in passato erano già state al centro di contestazioni. Qui c’erano
migliaia di persone che hanno ascoltato le parole della nipote Yossra Fakir:
«Abderrahim non era un caso di cronaca, era una persona, era mio zio, era un
fratello, un familiare, un uomo con una storia, con dei sentimenti e con delle
persone che lo amavano profondamente», continuando tra le lacrime: «meritava
aiuto, ascolto, rispetto e dignità. La cosa più difficile da accettare e che in
un momento di fragilità, quando una persona chiede aiuto qualcuno possa non
essere riuscito a proteggerlo. E oggi noi chiediamo risposte: su chi aveva il
compito di intervenire, su chi aveva il compito di tutelare una vita. Chi
indossa una divisa ha una responsabilità enorme, quella di proteggere le
persone, soprattutto quelle più vulnerabili, per questo chiediamo che ogni
comportamento e ogni eventuale mancanza vengano accertati con la massima
attenzione».
Il presidio è diventato un corteo, circondato dalle forze dell’ordine contro cui
sono scoppiati scontri per tutta la notte. Ore in cui la polizia di Bologna ha
lanciato lacrimogeni ad altezza delle persone, usato idranti, e caricato con
violenza, ci sono stati diversi fermi, reporter sono stati manganellati, e ad
altri sono state rotte le macchinette fotografiche.
> Perché era necessaria la polizia in assetto antisommossa in un presidio per la
> morte di un uomo ucciso dalla polizia? Perché già erano previsti idranti in
> piazza? Sono mesi che assistiamo a scene di estrema violenza nelle strade di
> Bologna, e non solo, dove durante il movimento per la Palestina almeno una
> persona ha perso un occhio perché colpita da gas lacrimogeni.
Se Bologna non avesse risposto con questa determinazione e rabbia e non fosse
rimasta in piazza per ore, oggi il caso Abderrahim Fakir sarebbe già fuori dalle
pagine di giornale, non avrebbe superato i confini nazionali e sarebbe rimasto
l’ennesimo fatto di cronaca presto dimenticato. Senza quella rabbia la vita
Abderrahim Fakir, di Rami Elgaml, di Moussa Diarra e le tante vite spezzate dal
razzismo istituzionale non le ricorderebbe nessuno.
Il Partito Democratico ha ancora una volta deciso di stare dalla parte
sbagliata, con le parole balbettanti di Schlein, mentre il Movimento 5 Stelle
non si è espresso, e AVS ha chiesto un’ indagine indipendente. Non è abbastanza.
Possibile che nessuna forza politica abbia il coraggio di dire che Fakir è stato
ucciso da due poliziotti?
> La lotta al razzismo sistemico e la denuncia di un’uccisione di una persona
> inerme come Abderrahim Fakir dovrebbe essere al centro di un programma di
> sinistra. La destra, al contrario è molto chiara, soffia sul razzismo perché
> si espanda l’incendio dell’odio, in una rincorsa a Vannacci che porta il
> discorso pubblico sempre più verso il fascismo.
Mentre schiere di persone reali e bot alimentano nei social commenti che
inneggiano alla morte delle persone migranti. La piazza di Bologna è stata
giusta e necessaria, così come il processo di mobilitazione che sta nascendo, la
grande assemblea che si è tenuta mercoledì 22 a piazza Lucio Dalla, chiama a una
mobilitazione cittadina per domenica 26 e a una mobilitazione nazionale per
settembre. Nonostante anche qui non manchino divisioni e sgomitate identitarie
per ricavarsi il proprio pezzo di visibilità.
Quante altre vite spezzate dovremmo piangere? Quante altri familiari dovranno
farsi carico di processi e comitati per chiedere verità e giustizia? Quante
tempo ancora ci vorrà per rispecchiarci in queste storie? La lotta per
Abderrahim Fakir deve essere la lotta di tuttƏ, non possiamo più aspettare il
prossimo omicidio di Stato.
Mentre scriviamo ci arriva la notizia che Mohamed Amin Bessioud si è lanciato
dal balcone durante una perquisizione dei carabinieri nella sua camera.
Immagine di copertina di Daniele Stefanizzi
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