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25esimo Anniversario G8 di Genova: la repressione e l’uso di armi non-convenzionali. Intervista a Laura Corradi
Sulla scia del “popolo di Seattle” del 1999[1], durante la riunione dei capi di governo degli otto maggiori paesi industrializzati (G8) svoltasi nel capoluogo ligure da venerdì 20 luglio a domenica 22 luglio 2001 e nei giorni precedenti, circa 200.000 persone appartenenti ai movimenti sociali, ai movimenti ecologisti, all’associazionismo civile, ai sindacati di base, alla sinistra radicale e antagonista si riversavano nelle strade di Genova contro la globalizzazione neoliberista e la sua violenza economica, proponendo un “altro mondo possibile” fatto di democrazia, diritti e giustizia sociale. Ma in quei giorni si è avverato ciò che Amnesty International ha definito “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale” tra feroce repressione poliziesca, torture alla Scuola Diaz, punizioni collettive alla Caserma di Bolzaneto, l’impego di uso di armi di distruzioni di massa illegali nei lacrimogeni, oltre all’omicidio del giovane attivista Carlo Giuliani. Nei sei anni successivi, lo Stato italiano subì alcune condanne in sede civile per gli abusi commessi dalle forze dell’ordine. Nei confronti di funzionari pubblici furono inoltre aperti procedimenti in sede penale per i medesimi reati contestati. Circa 250 dei procedimenti, originati da denunce nei confronti di esponenti delle forze dell’ordine per lesioni, furono archiviati a causa dell’impossibilità di identificare personalmente gli agenti responsabili. Di questo ne parliamo con Laura Corradi, sociologa ecofemminista, attivista impegnata nei movimenti femministi, queer, deep ecology, pacifisti, contro il razzismo, per la salute e i diritti sociali, è stata partecipe delle manifestazioni contro il G8 di Genova nel 2001. Ha insegnato Feminist Theory e Sociology of Sexualities all’Università di Santa Cruz in California, dove ha appreso l’importanza del metodo intersezionale e l’importanza di intersecare variabili di classe, genere, razza/etnia/cultura, età, orientamenti sessuali, religione, status e diverse abilità, nella ricerca sociologica. Da sempre svolge ricerca con un approccio decoloniale nelle comunità etniche a basso reddito, tra rifugiati/e, tra le popolazioni indigene in India, tra le comunità Maori in Nuova Zelanda e tra i Rom e Sinti in Europa, prestando molta attenzione allo sviluppo dei femminismi indigeni. Tra le più importanti studiose del confederalismo democratico in Rojava, del pensiero di Abdullah Öcalan e del femminismo curdo, è autrice di libri, articoli scientifici e divulgativi, è una grande sostenitrice dei processi di decolonizzazione delle conoscenze e delle metodologie a partire dalle prospettive aborigene. Attualmente è docente universitaria presso la Università della Calabria e si occupa di Sociologia della Salute e dell’Ambiente, di Studi di Genere e Metodo Intersezionale e di Genere e Scienza.    Con il Genoa Social Forum sei stata una delle protagoniste delle attiviste che hanno animato le proteste al G8 di Genova nel luglio 2001… L’epoca dei World Social Forum ha rappresentato un momento importante nella storia delle società che hanno preso la parola per costruire un mondo migliore, contrapponendosi alle decisioni delle élite politiche ed economiche globali rappresentate dal G8. Una mobilitazione così vasta e trasversale delle società non era mai avvenuta nel mondo: dopo Seattle ho partecipato al World Social Forum di Porto Alegre, a quello degli Stati Uniti, a quello dell’India a Mumbai, a Durban per il South-African Social Forum – quindi sì ero parte di questo movimento dei movimenti, delle sue idee di cambiamento. Il potere costituito ha gettato “carichi da novanta” sulla popolazione in protesta contro il G8 in una repressione senza fine. Cosa è avvenuto in quei momenti?  Cosa è avvenuto lo sanno tutti/e/u – dopo un quarto di secolo ancora non c’è stata ancora giustizia per Carlo, per le violenze nelle strade, alla Diaz, al Bolzaneto, per quelli di noi che si sono ammalati a causa dei gas. Avrei dovuto dormire nella scuola quella notte – ero troppo stanca per tornare nella casa di amici che mi ospitavano, e avevo trovato un posto libero.  Ma non riuscivo a dormire, avevo fame e sono uscita per andare a mangiare una pizza dagli Elfi. Quando sono tornata c’era il finimondo – un sacco di gente fuori dalla scuola, le autoambulanze che arrivavano … Nonostante ciò, nell’opinione pubblica prevale ancora la negazione e la minimizzazione di quei momenti, dove ad essere demonizzati sono ancora le 200.000 persone che erano a protestare per un “altro mondo possibile”. Come mai avvenne questo? Da superstite, come hai vissuto quei giorni?  Eravamo tutti superstiti di quella sospensione di democrazia – il fine era proprio quello di terrorizzare le persone (non certo di catturare quei black bloc che avevano agito indisturbati, con abiti nuovi e tanto di telecamera al seguito … ) volevano distruggere il movimento usando la violenza. Non immaginavo tanto sadismo nelle forze dell’ordine, nella certezza dell’impunità. E mi interrogo su cosa sia lo Stato [2], alla luce di Genova. In pochi ricordano un fatto di estrema gravità: contro i manifestanti a Genova sono state usate armi non-convenzionali di distruzione di massa come i gas CS. C’è chi ha avuto conseguenze pesanti sulla propria salute e le ha pagate per il resto della vita. Il tuo è stato un caso che è stato raccontato sulla stampa nazionale. Qual è stata l’esperienza che hai avuto? Cosa sono, come nascono i gas CS e quali effetti hanno sulla salute umana? Cosa è stato il G8 di Genova per te e cosa ha significato? Sì a Genova hanno usato il gas CS, cancerogeno, genotossico e mutageno, proibito a livello internazionale dalla Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche di Parigi del 1993 entrata in vigore il 29 aprile 1997. Ma in Italia avevano continuato a produrlo – alla Simad di Ravenna – ed a venderlo a governi autoritari nel sudest asiatico. Poi ad una manifestazione a Napoli nel marzo 2001 lo hanno usato – ho avuto mal di gola fino a maggio. Ed a Genova, in quantità enormi, si parlava di 6.200 candelotti tra gas CS e CN al cianuro, che provocava spasmi facciali e oculari, un vero avvelenamento dell’opposizione sociale che si stava esprimendo pacificamente. C’è un libro che narra tutta la storia dei gas e delle conseguenze, dal titolo ‘La sindrome di Genova’ di Enzo Mangini ed Edoardo Magnone, pubblicato da Fratelli Frilli – credo sarebbe importante riprendere un discorso critico sulle cosiddette ‘armi non letali’ che in realtà possono uccidere o menomare le persone – e che oggi si sono moltiplicate, pensiamo all’uso del Taser (shocker elettrico) o alle pallottole di gomma che vengono usate in molti stati contro i manifestanti. Cosa ha significato per me il Genova Social Forum? Lì ho lasciato il 67% dei miei polmoni a causa dei gas illegali che sono stati utilizzati – questo ha cambiato la mia vita. Ma c’è stato chi la vita l’ha persa – e questa ferita non si è mai chiusa, ha condizionato negativamente i movimenti sociali nei decenni successivi. Pochi giorni fa c’è stato il 25esimo anniversario dal G8 di Genova. Nel 2001 c’erano 200.000 persone a manifestare, mentre nell’ottobre 2017 c’erano circa 3.000 persone a manifestare con il G7 sull’Agricoltura a Bergamo. Cosa è rimasto di quelle lotte anti-globalizzazione? Cosa si è perso? Come poter recuperare quello spirito politico delle proteste di Seattle e Genova 2001? La storia non torna indietro, bisogna fare tesoro degli errori commessi – ne abbiamo fatti parecchi ed andrebbero capiti collettivamente fino in fondo, con spirito autocritico … E poi andare avanti a costruire cooperazione, solidarietà, democrazia nei posti di lavoro, nei quartieri, nelle scuole, tra migranti, sapendo che ci attendono tempi difficili, dove gli spazi di libertà e di autogestione si restringono se non vengono praticati. Dall’esperienza dei Social Forum abbiamo imparato che il mondo è fortemente interconnesso, che locale e globale sono due aspetti della stessa realtà e che la soluzione ai problemi si trova con un larghissimo coinvolgimento sociale, con alleanze intersezionali chiare e durevoli – superando settarismi e conflitti (politici, personali, ideologici) che hanno minato la nostra capacità di lavorare insieme. Se vogliamo società più giuste e aperte alle diversità, se vogliamo il rispetto dei diritti (alla salute, all’ambiente, al lavoro dignitoso etc), be’, allora dobbiamo iniziare a praticare la democrazia dal basso, invece di aspettarcela dallo Stato. Ovvero cominciare a formarci per la democrazia diretta – a partire proprio da quella interna ai movimenti che così spesso è mancata in passato, tra mire egemoniche, protagonismi viriloidi e mancanza di una visione strategica. Certo un’altra politica è possibile, non separata dalla vita quotidiana, prendendo spunto dall’esperienza delle comunità zapatiste, dal confederalismo autonomo delle curde, dalle sperimentazioni di eco-democrazia di genere, dalle autogestioni. Tornare indietro, per fortuna, non si può.   [1] Movimento no-global o movimento anti-globalizzazione indica organizzazioni non governative, associazioni e singoli individui relativamente eterogenei dal punto di vista politico e accomunati dalla critica alla globalizzazione, soprattutto in ambito economico. Il movimento è anche spesso indicato come movimento per la giustizia globale, movimento alter-globalizzazione, movimento anti-globalista, movimento per la globalizzazione anti-corporativa o movimento contro la globalizzazione neoliberista. La prima comparsa di questo movimento avvenne in occasione degli Scontri di Seattle per la conferenza OMC del 1999. Di quello che è stato inizialmente chiamato “popolo di Seattle” non è mai stata data una denominazione unica, data l’enorme varietà e complessità delle organizzazioni che a Seattle si sono incontrate. [2] Il 7 aprile 2015 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dichiarato all’unanimità che è stato violato l’articolo 3 della Convenzione sul “divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti” durante l’irruzione alla scuola Diaz. Il 6 aprile 2017, di fronte alla stessa Corte, l’Italia ha raggiunto una risoluzione amichevole con sei dei sessantacinque ricorrenti per gli atti di tortura subiti presso la caserma di Bolzaneto, ammettendo la propria responsabilità. https://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/g8-italia-patteggia-strasburgo-vittime-bolzaneto-15ec1d46-85c7-42ba-9538-f1fd3b739129.html?refresh_ce   Ulteriori informazioni su gas CS: https://www.archivioantimafia.org/www.processig8.org/Iniziative/dossier_CS.pdf https://www.senato.it/show-doc?leg=14&tipodoc=Sindisp&id=52663&idoggetto=0 https://processig8.net/Video/OP_libretto.pdf https://tavsalute.polito.it/Articoli/NuovoCS.pdf https://canestrinilex.com/assets/Uploads/pdf/armichimiche.pdf https://www.notavtorino.org/documenti/03-Quaderno-Maddalena-Gas-CS-prof-Zucchetti.pdf https://edizionimalamente.it/prefazioni etc/Prefazione Malamente Breve storia gas lacrimogeni.pdf https://www.veritagiustizia.it/docs/gas_cs/gascs.php https://www.ilariarupil.it/wp-content/uploads/2018/05/la-storia-del-gas-genova-2011.pdf https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2026/07/17/parola-dordine-repressione-genova-tra-continuita-e-svolta/ https://ilmanifesto.it/archivio/2002003314 https://www.studiperlapace.it/view news html?news id=g8gas https://www.carmillaonline.com/2022/03/10/storia-dei-gas-lacrimogeni-e-delle-repressioni-delle-lotte-nel-mondo/ https://www.poliziaedemocrazia.it/archivio/live/index-6360.html?domain=archivio&action=articolo&idArticolo=209 http://www.laboratoriopoliziademocratica.org/Stampa/sequestrate%20i%20gas.htm https://www.osservatoriorepressione.info/genova-2001-gas-parte-seconda/     Lorenzo Poli
July 28, 2026
Pressenza
In Albania continuano le proteste
Con Julie JL, attivista della diaspora albanese, discutiamo di come stiano proseguendo le proteste nel paese. Queste vanno avanti da ormai più di 45 giorni, animate da persone anche molto diverse tra loro. Il tema della svendita del territorio, delle pressioni USA e della corruzione rimangono al centro della discussione, mentre, ci spiega Julie, è sempre più chiaro che le persone si aspettano una vera e propria transizione politica. Nell’intervista anche un affondo sui primi risultati della mobilitazione e un invito a proseguire e sostenere questa lotta – legata alle tante forme di resistenza che vengono portate avanti anche qui e in altri paesi.
La Lombardia punta sui data center, l’affare che divora risorse e territori
67 impianti già attivi, altri in fase di progettazione. Sabato la prima protesta in provincia di Pavia A Lacchiarella, in provincia di Pavia, sabato prossimo alle 10 ci sarà una delle prime manifestazioni contro la costruzione di un data center in Italia, organizzata dal Comitato di Ciarlasco. Ultimo atto di un processo di organizzazione dal basso contro la diffusione incontrollata di data center che da mesi coinvolge l’intero territorio della Lombardia. Negli ultimi anni la regione è diventata, suo malgrado, il nuovo hub del Sud Europa per la costruzione di data center, impianti dedicati alla raccolta, archiviazione ed elaborazione dei dati per l’intelligenza artificiale. I data center di grandi dimensioni progettati per sostenere un incremento continuo della domanda, sono strutture fortemente energivore che hanno un impatto dirompente sulla salute e il territorio. Di recente, il rapporto «Environmental cost of AI’s energy use: carbon, water and land footprints» della United nations university, ha reso noto che, entro il 2030, i data center arriveranno a consumare 945 terawattora di elettricità all’anno, quasi il triplo del consumo combinato di Pakistan, Bangladesh e Nigeria (650 milioni di abitanti). Leggi l'articolo su "Il Manifesto" Sul tema sono stati ospiti di Radio3 Scienza Giovanna Sissa, docente di sostenibilità ambientale dell'ICT al Dottorato di ricerca STIET dell'Università di Genova e autrice di "Le emissioni segrete. L'impatto ambientale dell'universo digitale" (Il Mulino, 2024) ed Eugenio Morello, docente di tecnica e pianificazione urbanistica presso il Politecnico di Milano. Ascolta l'intervista Your browser does not support the audio tag. Su Raiplay Play Sound si può ascoltare la puntata completa
Francia: nuove alleanze e mobilitazioni contro la violenza patriarcale@0
A seguito della morte di Lyhanna, una bambina di 11 anni uccisa dal suo aggressore, migliaia di persone sono scese in piazza in tutta la Francia. Dopo il primo appuntamento, l’8 giugno, le mobilitazioni sono continuate: la chiamata è ogni lunedì, davanti ai tribunali. Insieme a Luge, una compagna del collettivo féministes révolutionnaires , abbiamo riflettuto come Il caso di Lyhanna sia diventato immediatamente politico: mentre il governo e il Ministro della Giustizia hanno parlato di un “disfunzionamento” del sistema giudiziario, i movimenti femministi e per i diritti dei/delle bambinx hanno denunciato questo delitto come l’ennesima espressione della violenza sistemica che lo Stato non riesce o non vuole contrastare efficacemente.  A partire dall’analisi delle piazze e dei loro contenuti, anche contraddittori e problematici come l’aumento delle pene senza guardare ad approcci e bisogni sistemici come l’educazione, Luge delinea un quadro di lotta complesso. Prima di tutto le piazze chiedono azioni concrete, culminando nella proposta di una grande manifestazione nazionale il 4 luglio e di uno sciopero generale femminista fissato per il 7 settembre. Inoltre, viene data grande enfasi alla lotta contro l’adultismo (il sistema di dominazione degli adulti sui minori) e alla creazione di nuove alleanze tra movimenti transfemministi e movimenti “enfantistes”, ovvero che mettono anche la prospettiva dei/delle bambinx al centro. Il movimento ricorda dati allarmanti: si stima che ogni anno in Francia 160.000 bambinx siano vittime di violenze sessuali, quasi uno ogni tre minuti. Un nodo centrale è quello del femminismo anti carcerario e il suo ruolo in questo contesto: emerge infatti una spaccatura tra il femminismo istituzionale, che richiede una legge quadro basata su investimenti e un femminismo intersezionale e anticarcerario che vuole avere voce in capitolo. Quest’ultimo, rappresentato da collettivi come féministes révolutionnaires , critica, ad esempio, l’approccio puramente punitivista, sottolineando come la repressione colpisca prioritariamente le popolazioni già marginalizzate e precarie. L’intervista mette in luce anche il lavoro che vogliono portare avanti con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali (2027). Mettono in guardia contro i tentativi dell’estrema destra (collettivo Némésis primo tra tutti) di strumentalizzare la lotta alla pedocriminalità per promuovere agende razziste, transfobiche o per chiedere il ripristino della pena di morte. Il movimento transfemminista risponde alla presenza della destra rivendicando pratiche di autodifesa e alleanze antifasciste per presidiare le piazze. Registrato in francese:
Francia: nuove alleanze e mobilitazioni contro la violenza patriarcale@1
A seguito della morte di Lyhanna, una bambina di 11 anni uccisa dal suo aggressore, migliaia di persone sono scese in piazza in tutta la Francia. Dopo il primo appuntamento, l’8 giugno, le mobilitazioni sono continuate: la chiamata è ogni lunedì, davanti ai tribunali. Insieme a Luge, una compagna del collettivo féministes révolutionnaires , abbiamo riflettuto come Il caso di Lyhanna sia diventato immediatamente politico: mentre il governo e il Ministro della Giustizia hanno parlato di un “disfunzionamento” del sistema giudiziario, i movimenti femministi e per i diritti dei/delle bambinx hanno denunciato questo delitto come l’ennesima espressione della violenza sistemica che lo Stato non riesce o non vuole contrastare efficacemente.  A partire dall’analisi delle piazze e dei loro contenuti, anche contraddittori e problematici come l’aumento delle pene senza guardare ad approcci e bisogni sistemici come l’educazione, Luge delinea un quadro di lotta complesso. Prima di tutto le piazze chiedono azioni concrete, culminando nella proposta di una grande manifestazione nazionale il 4 luglio e di uno sciopero generale femminista fissato per il 7 settembre. Inoltre, viene data grande enfasi alla lotta contro l’adultismo (il sistema di dominazione degli adulti sui minori) e alla creazione di nuove alleanze tra movimenti transfemministi e movimenti “enfantistes”, ovvero che mettono anche la prospettiva dei/delle bambinx al centro. Il movimento ricorda dati allarmanti: si stima che ogni anno in Francia 160.000 bambinx siano vittime di violenze sessuali, quasi uno ogni tre minuti. Un nodo centrale è quello del femminismo anti carcerario e il suo ruolo in questo contesto: emerge infatti una spaccatura tra il femminismo istituzionale, che richiede una legge quadro basata su investimenti e un femminismo intersezionale e anticarcerario che vuole avere voce in capitolo. Quest’ultimo, rappresentato da collettivi come féministes révolutionnaires , critica, ad esempio, l’approccio puramente punitivista, sottolineando come la repressione colpisca prioritariamente le popolazioni già marginalizzate e precarie. L’intervista mette in luce anche il lavoro che vogliono portare avanti con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali (2027). Mettono in guardia contro i tentativi dell’estrema destra (collettivo Némésis primo tra tutti) di strumentalizzare la lotta alla pedocriminalità per promuovere agende razziste, transfobiche o per chiedere il ripristino della pena di morte. Il movimento transfemminista risponde alla presenza della destra rivendicando pratiche di autodifesa e alleanze antifasciste per presidiare le piazze. Registrato in francese:
La Rivoluzione dei Fenicotteri in Albania. Webinar con Mauro Zanella
Una testimonianza diretta sul movimento popolare e nonviolento che da tre settimane scende in piazza in Albania per denunciare uno scempio ambientale, ma anche una classe politica screditata e corrotta. Le proteste ormai non riguardano più soltanto l’opposizione al progetto di un resort di lusso che Jared Kushner e Ivanka Trump vorrebbero costruire in un’area incontaminata e protetta, ma sono diventate politiche. I manifestanti, a cui si sono uniti molti albanesi della diaspora, tornati a Tirana per partecipare agli enormi cortei, chiedono la caduta del governo e le dimissioni del primo ministro Edi Rama e attaccano anche il leader dell’opposizione Sali Berisha. Per collegarsi: https://www.facebook.com/events/1209918201232320 https://www.youtube.com/watch?v=zyr9IIh39Ck       Redazione Italia
June 21, 2026
Pressenza
Milano, “processo” alla manutenzione del verde
Giovedì 25 giugno 2026 dalle 18 alle 20:30 Municipio 5, viale Tibaldi 41, Milano La disastrosa gestione e manutenzione delle aree verdi milanesi non è una “percezione” dei cittadini o un’accusa strumentale della destra. A riprova, si sono espressi molto criticamente in proposito anche due esponenti PD del Municipio 5. Il presidente della Giunta, Nicola Carapellese, e il presidente del Consiglio, Michele Valtorta, in una intervista al Giorno hanno dichiarato che la manutenzione di MM SpA è inaccettabile, manifestando anche preoccupazione per la durata 25ennale del contratto tra Comune e la partecipata MM e l’assenza di penali prevista dallo stesso. Le riserve espresse dai due amministratori di zona 5 non riguardano però solo la qualità della manutenzione di MM, ma anche la pratica dello sfalcio ridotto tanto cara all’Assessora al Verde Elena Grandi. Proprio dal Municipio 5 è partita la richiesta di un consiglio straordinario sul verde, che si terrà giovedì 25 giugno dalle 18 alle 20:30 in viale Tibaldi 41. Parteciperanno l’Assessora al verde Grandi e i tecnici dell’assessorato e di MM. In inizio di seduta, i cittadini potranno fare brevi interventi e dire la loro. Intanto, sotto i post che l’Assessora Elena Grandi pubblica sulla propria pagina Facebook i cittadini continuano a lasciare commenti inferociti sullo stato del verde milanese e il suo operato. Gli sfoghi di rabbia dei cittadini sono ormai la reazione fissa anche ai podcast della serie “La cura del verde in città” che il Comune pubblica sulla propria pagina Facebook da novembre 2025, dopo che MM è definitivamente subentrata nel servizio di manutenzione del verde all’appaltatore esterno AVR-Miami, che lo ha gestito – male – dal 2016, quando vinse l’appalto col ribasso di oltre il 30%. Il decennio 2016-2026 è stato decisamente critico per la manutenzione del verde milanese e purtroppo MM non sembra in grado di cambiare la situazione come era stato auspicato dagli Assessori al Verde di Beppe Sala, prima Pierfrancesco Maran e poi Elena Grandi. Di sicuro, per il momento è in corso soprattutto un grosso sforzo per raccontarci quanto, nella teoria, sia ben organizzato il servizio. Prendete 10 minuti per ascoltare dalla voce del responsabile della Divisione Verde di MM quanta competenza e cura viene – a suo dire- posta nel tagliare i prati e quanta nel bagnare i giovani alberi. https://www.facebook.com/share/p/1Cc1NmdWoS/ Nel podcast al link postato sopra, scoprirete che i parchi, i giardini, il verde di quartiere che frequentiamo più spesso viene tagliato ben 7-8 volte l’anno, e gli alberi più giovani (meno di 3 anni di età), circa 20mila in tutta Milano, vengono irrigati ogni 7-10 giorni da una squadra di 30 autobotti. Noi cittadini però non abbiamo visibilità di tutta questa impeccabile e frenetica attività di sfalcio e irrigazione, ma se la manutenzione del verde è davvero così ben organizzata, per il Comune non dovrebbe essere un problema rendere pubblico e consultabile dai cittadini il calendario degli interventi di sfalcio e dei passaggi delle autobotti, per Municipio e per singola area verde. Ne parliamo giovedì 25 giugno al Municipio 5. https://www.facebook.com/ForestamiDimenticami Redazione Milano
June 21, 2026
Pressenza
AI Data Centers & Our Communities. La mappa delle proteste in USA
Ve la ricordate Erin Bronkovich? E' la donna nota per la causa intentata contro la Pacific Gas & Electric nel 1993 per la contaminazione con cromo esavalente delle acque della città di Hinkley in California per oltre 30 anni. La vinse: il colosso dell'energia è stato costretto a pagare il più grande risarcimento nella storia degli Stati Uniti: 333 milioni di dollari. Poi ne fecero anche un film con Julia Roberts. La sua ultima iniziativa a protezione dell'ambiente e dei diritti dei cittadini si chiama "Brockovich AI Data Center Reporting", si tratta di un progetto per mappare le costruzioni di data center negli Stati Uniti e l'impatto che questi hanno sull'ambiente e sulla vita della popolazione circostante. Il progetto raccoglie le segnalazioni di nuovi progetti di costruzione di Data-center o di impatti negativi sulla popolazione di Data-center esistenti. Le principali preoccupazioni relative ai data center per l'intelligenza artificiale messi in luce dal progetto sono: consumo energetico, comumo idrico, produzione di rifiuti elettronici, rischi legati alla localizzazione, inquinamento acustico. Nel sito sono presenti diverse mappe geografiche con la localizzazione dei data-center o progetti di costruzione, almeno quelli censiti, tematizzate per tipo. Il progetto mette in risalto i successi ottenuti da amministratori e cittadini che si sono opposti alla costruzione di questi nuovi eco-mostri. Consiglio di esprorare il sito Abbiamo già segnalato l'opposizione alla costruzione di nuovi Data-center