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Il grido di Tirana
Nonostante le minacce e gli insulti, dopo undici giorni consecutivi, il movimento non solo resiste, ma cresce. Martedì nella città di Fier, durante una tappa del tour che celebra il trentacinquesimo anno dalla fondazione del Partito Socialista, Edi Rama ha detto che per venerdì 12 giugno la discussione sulle richieste del movimento deve finire. Una sorta di ultimatum. Non è chiaro cosa intendesse nel concreto, ma sappiamo che venerdì Edi Rama prevede di fare in pompa magna la grande festa per il trentacinquesimo del suo partito proprio a Tirana. Il Primo Ministro nei giorni scorsi ha pubblicato anche un comunicato rivolto alla stampa internazionale, dai toni surreali, dove attacca tutti i media del mondo che hanno parlato delle proteste e spiega loro che dalle informazioni e i calcoli che il Governo ha fatto, sono 2.000 le persone che stanno protestando. Avete capito bene: duemila. La risposta alle più o meno velate minacce sulla giornata di venerdì 12 giugno e su questi calcoli, che sono diventati un boomerang che ha prodotto centinaia di meme, la vedete nella foto della piazza di giovedì sera. Non è intelligenza artificiale. Forse la manifestazione più grande da quando è scoppiata la rivoluzione. Lo scarto tra il nervosismo, la volgarità, la violenza verbale e becera, le fake news che vengono agitate contro il movimento e la creatività, la dissacrazione, la bellezza e la popolarità del movimento è sempre più evidente. Ogni arma contro il movimento viene ribaltata, “memetizzata”, disinnescata. Nel frattempo, sul piano documentale, inchieste di Reporter.al e Shteg.org hanno svelato passaggi di proprietà da 306.000 euro nell’area di Zvërnec, ma anche gli atti del Governo che hanno disposto il passaggio di 5,6 milioni di metri quadrati dell’isola di Sazan, il 90 per cento dell’isola, dal demanio pubblico ad una struttura statale che ha la missione di valorizzare il patrimonio e gli “investimenti strategici”. Nel corso dei giorni, tra i tanti slogan che rappresentano le voci del movimento e delle tantissime ragioni della protesta, che attacca tutto il sistema e tante altre situazioni oltre alla questione della laguna di Narta, ce n’è uno che ora dopo ora è diventato sempre più importante, sempre più duro, sempre più popolare: Dorëheqje, Dimissioni. La diaspora in tutto il mondo sta continuando ad organizzare manifestazioni e presidi ovunque, ma questo fine settimana, a partire da domani (oggi, ndr), il luogo dove essere per chi ne ha la possibilità è proprio Tirana, il cuore della rivoluzione. Comune-info
June 12, 2026
Pressenza
BOLIVIA: GOVERNO PROCLAMA LO STATO DI EMERGENZA CONTRO I BLOCCHI DEGLI INDIGENI. TESTIMONIANZA DA LA PAZ
È entrata in vigore in Bolivia la Legge 1740 che disciplina gli stati di eccezione, a oltre cinque settimane dall’inizio delle ampie proteste con blocchi che hanno paralizzato il Paese. Promulgata dal presidente Rodrigo Paz, la norma definisce il quadro giuridico per l’applicazione di misure straordinarie in situazioni di crisi che possano minacciare l’ordine costituzionale, la sicurezza pubblica, la sovranità nazionale o il funzionamento delle istituzioni democratiche. Con la pubblicazione della legge, le Forze Armate saranno autorizzate a reprimere le proteste, in particolare, togliere i blocchi stradali che caratterizzano le proteste boliviane. Rodrigo Paz, al potere da sette mesi, si trova ad affrontare settimane di malcontento da parte di diversi settori (operai, agricoltori, minatori, trasportatori e insegnanti) che hanno eretto decine di blocchi stradali a causa della rabbia per la grave crisi economica boliviana e ne chiedono le dimissioni. Tuttavia secondo l’intervista che Radio Onda d’Urto ha realizzato con Luis Arequipa, cittadino di La Paz, “il problema di fondo non risiede in una rivendicazione di carattere economico, né di carattere sociale. Le proteste in corso sono di carattere prettamente politico” e riguarda la rappresentanza dei popoli indigeni all’interno dei centri di potere.  Le proteste sono animate dagli strati popolari che abitano la Bolivia rurale e le periferie delle grandi città. Una larga fetta di popolazione che da anni continua ad impoverirsi anche a causa delle politiche liberali imposte dagli ultimi due governi, che hanno invece favorito i grandi latifondisti e il settore agroindustriale. Ad esacerbare la situazione era poi esploso lo scandalo della benzina contaminata, allungata con varie sostanze per contenere gli aumenti del costo del petrolio a causa della guerra degli Stati Uniti e Israele, all’Iran. La benzina contaminata che è stata distribuita in Bolivia, aveva rovinato o messo fuori uso i motori dei mezzi di trasporto pubblico e privato. Sullo scandalo è in corso un’inchiesta, ma il popolo ha incolpato il governo che aveva scelto la società che importava i carburanti dal Cile e che si è resa colpevole della contaminazione della benzina. Di tutto questo abbiamo parlato con Luis Arequipa, cittadino di La Paz, capitale della Bolivia. Ascolta o scarica La versión original de la entrevista en español con Luis Arequipa. Escuchar o descargar
June 11, 2026
Radio Onda d`Urto
O.S.A.RE - USA: opposizione data centers come nemico interno
Mentre procede l’infrastrutturazione di un mondo organizzato attorno al primato cognitivo ed economico dell’AI, l’ostilità verso i data centers e il loro impatto – tanto ambientale quanto sociale – inizia ad assumere una dimensione minacciosa. Contestazioni e attacchi verso tecnomiliardari come Eric Schmidt e Sam Altman, pressioni su politici locali e la definizione di un esteso bacino di dissenso trasversale alle identità politiche, stanno allarmando le agenzie repressive, a partire dallo U.S. Capitol Police Intelligence Services Bureau. l'approfondimento della trasmissione di Radio Blackout inizia analizzando un nuovo mega-progetto nello Utah, che ci consente di osservare le differenti modalità di relazione tra data centers e apparato militare, per arrivare a delineare alcune traiettorie repressive che aggiornano le strategie degli apparati agli imperativi dei nuovi padroni Ascolta il podcast dell'approfondimento Your browser does not support the audio tag. Ascola la puntata completa sul sito di Radio Blackout
In Albania si allarga il fronte della protesta che coinvolge anche la diaspora all’estero
In Albania si allarga la protesta contro il governo ,decine di migliaia di albanesi sono scesi in piazza per il sesto giorno consecutivo per protestare contro la costruzione di un resort di lusso da parte del genero di Trump e imprenditore immobiliare statunitense Jared Kushner. L’area del potenziale progetto comprende l’isola disabitata di Sazan, nell’Adriatico, e diverse centinaia di ettari dell’area protetta di Vjosa-Narta, una delicata zona umida costiera che ospita foche, siti di nidificazione delle tartarughe marine e fenicotteri. Sta diventando una protesta simbolica contro l’onnipotenza dei nuovi oligarchi e la complicità della politica, ed è confluita anche nelle proteste contro Israele in occasione dell’amichevole di calcio il 4 giugno scorso con l’Albania. Israele che, assieme ai Paesi de Golfo, è anche uno dei principali mercati dell’Affinity Partners, la società dei Trump che sta investendo su questo scempio a cielo aperto. Il caso di Zvërnec (uno dei territori interessati dalle proteste) è la scintilla. Le persone manifestano perché esasperate da una classe politica corrotta che utilizza il patrimonio pubblico come una risorsa privata ,ma questa esasperazione è un onda lunga in Albania che viene dalle truffe piramidali del 1997 di Berisha ,il movimento di protesta ormai identifica i partiti tradizionali come complici di questa svendita del territorio. Il modello di sviluppo basato sul turismo d’eccellenza è un aspetto della voracità del capitalismo d’assalto e speculativo che sta sfigurando il paese ,frutto anche della complicità della classe politica con elementi criminali ,le proteste di questi giorni rappresentano istanze più profonde che vengono sopratutto dalle nuove generazioni che non hanno futuro in Albania e sono costrette ad emigrare . Anche la diaspora partecipa alle mobilitazioni a conferma di un sommovimento che coinvolge ampi strati della società albanese. E’ un movimento che si mobilita attraverso i social ,senza una leadership e attraversato da un sentimento di rifiuto di un sistema predatorio e corrotto che ha governato il paese dalla fine del regime di Hoxha ,si puo’ forse paragonare al movimento serbo che nasce da un evento particolare, il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad nel novembre del 2024 che provoco’ 16 morti, per poi reclamare le dimissioni di Vucic . Ne parliamo con Alfred Bushi esponente di Lëvizja Bashkë ,partito della sinistra albanese.
SPECIALE ALBANIA – massicce proteste a Tirana contro la svendita dei territori e la corruzione della classe politica@0
Ennesima giornata di imponenti manifestazioni a Tirana, capitale dell’Albania, contro il governo guidato da Edi Rama, accusato di svendere il territorio nazionale ai grandi capitali internazionali. Al centro della contestazione vi è il progetto di costruzione di un resort di lusso sull’isola di Saseno, simbolo nazionale e luogo legato alla resistenza contro fascisti e nazisti, nonché nella vicina area costiera di Narta/Zvernec, un’oasi naturale protetta di grande valore ambientale. A beneficiare dell’operazione è Jared Kushner, genero di Donald Trump, ferreo alleato di Israele e figura coinvolta nelle trattative con l’Iran. Le prime mobilitazioni delle comunità locali contro il maxi-progetto sono state duramente represse dalle guardie private incaricate della sicurezza dell’area, schierate dietro una barriera di filo spinato eretta per delimitare in maniera illegittima la zona destinata alla realizzazione del resort. Le immagini delle violenze e della passività delle forze dell’ordine hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese. Da anni, infatti, in Albania si moltiplicano le proteste delle comunità locali contro quella che è una sistematica spoliazione e svendita di risorse e territori, alimentata da una crescente ondata di maxi-investimenti immobiliari stranieri favorita dalle politiche del governo Rama. Da cinque giorni, migliaia di persone scendono in piazza in tutto il Paese in sostegno alla lotta contro il maxi-resort di Kushner, ma soprattutto per chiedere le dimissioni di un governo accusato di svendere agli azionisti americani, israeliani, sauditi ed emiratini le ricchezze naturali ed il futuro del Paese. La mobilitazione continua ad allargarsi e ad assumere toni sempre più conflittuali: a Tirana, dopo le prime manifestazioni pacifiche, si sono registrati scontri con la polizia inviata dal governo di Rama a reprimere le manifestazioni, mentre tenta di contenere e delegittimare la protesta sulle piattaforme TV e sui media internazionali. Diverse università sono praticamente deserte in questi giorni per consentire la partecipazione alle manifestazioni e iniziano a emergere le prime iniziative promosse anche dalla diaspora albanese. Per domani, sabato 6 giugno, è stata convocata una grande manifestazione nella capitale. Facciamo il punto sulle ragioni della protesta e sui suoi sviluppi con Artan Katzani, ricercatore e attivista di Tirana. Il caso di Saseno ha agito da detonatore, dando vita a uno dei più vasti e significativi cicli di mobilitazione spontanea degli ultimi anni: in piazza ci sono soprattutto giovani stretti tra precarietà, bassi salari e la prospettiva dell’emigrazione come unica alternativa, ma anche famiglie, pensionati, pescatori, pastori e contadini che non hanno tratto alcun beneficio dall’espansione del turismo degli ultimi anni. Ci siamo collegati con Elon, del collettivo Immigrital, per parlare di quanto incidano sulle proteste le condizioni materiali in Albania ed il ricatto tra precariato ed emigrazione che vivono le giovani generazioni del paese. Allo stesso tempo, abbiamo fatto il punto sulle iniziative della diaspora albanese in Italia, tra cui la manifestazione chiamata a Torino, in p.zza Vittorio, per domenica 7 giugno alle h. 18.
SPECIALE ALBANIA – massicce proteste a Tirana contro la svendita dei territori e la corruzione della classe politica@1
Ennesima giornata di imponenti manifestazioni a Tirana, capitale dell’Albania, contro il governo guidato da Edi Rama, accusato di svendere il territorio nazionale ai grandi capitali internazionali. Al centro della contestazione vi è il progetto di costruzione di un resort di lusso sull’isola di Saseno, simbolo nazionale e luogo legato alla resistenza contro fascisti e nazisti, nonché nella vicina area costiera di Narta/Zvernec, un’oasi naturale protetta di grande valore ambientale. A beneficiare dell’operazione è Jared Kushner, genero di Donald Trump, ferreo alleato di Israele e figura coinvolta nelle trattative con l’Iran. Le prime mobilitazioni delle comunità locali contro il maxi-progetto sono state duramente represse dalle guardie private incaricate della sicurezza dell’area, schierate dietro una barriera di filo spinato eretta per delimitare in maniera illegittima la zona destinata alla realizzazione del resort. Le immagini delle violenze e della passività delle forze dell’ordine hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese. Da anni, infatti, in Albania si moltiplicano le proteste delle comunità locali contro quella che è una sistematica spoliazione e svendita di risorse e territori, alimentata da una crescente ondata di maxi-investimenti immobiliari stranieri favorita dalle politiche del governo Rama. Da cinque giorni, migliaia di persone scendono in piazza in tutto il Paese in sostegno alla lotta contro il maxi-resort di Kushner, ma soprattutto per chiedere le dimissioni di un governo accusato di svendere agli azionisti americani, israeliani, sauditi ed emiratini le ricchezze naturali ed il futuro del Paese. La mobilitazione continua ad allargarsi e ad assumere toni sempre più conflittuali: a Tirana, dopo le prime manifestazioni pacifiche, si sono registrati scontri con la polizia inviata dal governo di Rama a reprimere le manifestazioni, mentre tenta di contenere e delegittimare la protesta sulle piattaforme TV e sui media internazionali. Diverse università sono praticamente deserte in questi giorni per consentire la partecipazione alle manifestazioni e iniziano a emergere le prime iniziative promosse anche dalla diaspora albanese. Per domani, sabato 6 giugno, è stata convocata una grande manifestazione nella capitale. Facciamo il punto sulle ragioni della protesta e sui suoi sviluppi con Artan Katzani, ricercatore e attivista di Tirana. Il caso di Saseno ha agito da detonatore, dando vita a uno dei più vasti e significativi cicli di mobilitazione spontanea degli ultimi anni: in piazza ci sono soprattutto giovani stretti tra precarietà, bassi salari e la prospettiva dell’emigrazione come unica alternativa, ma anche famiglie, pensionati, pescatori, pastori e contadini che non hanno tratto alcun beneficio dall’espansione del turismo degli ultimi anni. Ci siamo collegati con Elon, del collettivo Immigrital, per parlare di quanto incidano sulle proteste le condizioni materiali in Albania ed il ricatto tra precariato ed emigrazione che vivono le giovani generazioni del paese. Allo stesso tempo, abbiamo fatto il punto sulle iniziative della diaspora albanese in Italia, tra cui la manifestazione chiamata a Torino, in p.zza Vittorio, per domenica 7 giugno alle h. 18.
I movimenti contro l'intelligenza artificiale crescono. Viaggio nella galassia dei gruppi che vogliono fermare l'AI
Da chi chiede una “pausa globale” a chi fa lobby tra i politici fino alle proteste fuori dagli uffici delle big tech: ecco chi sono le voci che manifestano contro l'Intelligenza Artificiale Contro l’intelligenza artificiale. Se per anni il dibattito sull’AI è stato dominato quasi soltanto da entusiasmo, investimenti e promesse sul futuro, oggi il movimento di gruppi contrari sta crescendo e diventando sempre più visibile. Il loro obiettivo è cercare di rallentare, limitare o addirittura fermare lo sviluppo di tale tecnologia. Non si tratta di un fronte unico. Alcuni gruppi puntano a influenzare governi e istituzioni attraverso lobbying, ricerca e campagne mediatiche. Altri funzionano come movimenti di protesta dal basso, con manifestazioni, azioni simboliche e attivismo continuo. Anche le motivazioni cambiano molto. C’è chi teme soprattutto la concentrazione di potere nelle mani delle big tech, chi parla di perdita di posti di lavoro e sostituzione delle competenze umane e chi, invece, considera possibile uno scenario estremo in cui sistemi AI molto avanzati possano diventare impossibili da controllare. Il risultato è una galassia frammentata ma in rapida crescita, dove convivono ricercatori universitari, attivisti politici, ex insider della tecnologia e gruppi di protesta più radicali. Wired Italia ha provato ad esplorarla. Leggi l'articolo
Albania: proteste a Tirana contro il mega progetto turistico di Kushner
Per il secondo giorno consecutivo, migliaia di persone si sono radunate a Tirana per protestare contro un progetto turistico di lusso sull’isola di Sazan, un parco nazionale protetto. Il progetto ha ottenuto lo status di «investitore strategico», che garantisce privilegi speciali e procedure accelerate ai sensi della legislazione albanese. La designazione è stata concessa alla Atlantic Incubation Partners LLC, una società legata alla rete imprenditoriale di Jared Kushner, genero di Trump e mediatore per gli Stati Uniti in diversi conflitti nel mondo. Il piano prevede un resort di lusso da 1,4 miliardi di euro che si estenderà su 45 ettari dell’isola di Sazan. La commissione che ha approvato lo status era presieduta dallo stesso Edi Rama, attuale Primo Ministro del Paese. L’isola di Sazan fa parte del Parco Nazionale Marino di Karaburun-Sazan, uno degli ecosistemi protetti più importanti dell’Albania. I gruppi ambientalisti sostengono che l’area sia vitale per la biodiversità, in particolare per la foca monaca del Mediterraneo, uno dei mammiferi marini più rari al mondo. Nel frattempo, la vicina laguna di Valona-Narta subisce una crescente pressione da due grandi progetti: l’aeroporto internazionale di Valona, sostenuto dal governo, e i progetti turistici su larga scala nelle aree di Vjosa-Narta e Sazan legati agli affari di Jared Kushner. La laguna è una delle zone umide più importanti d’Europa e una parte fondamentale dell’ecosistema del delta del Vjosa. Ospita più di 200 specie di uccelli e funge da importante tappa per gli uccelli migratori nel Mediterraneo, tra cui fenicotteri e pellicani. Con lo slogan “L’Albania non è in vendita”, i manifestanti chiedono l’annullamento del progetto e le dimissioni di Rama. Pressenza IPA
June 2, 2026
Pressenza
USA, immigrati detenuti in un centro dell’ICE in sciopero della fame
A Newark, nel New Jersey, oggi ricorre l’undicesimo giorno da quando centinaia di immigrati incarcerati nel centro di detenzione dell’ICE di Delaney Hall hanno dato il via a uno sciopero della fame e a un boicottaggio del lavoro per chiedere il proprio immediato rilascio. Attivisti hanno continuato a radunarsi nei pressi della struttura domenica, dopo che la Polizia di Stato del New Jersey ha eretto una barricata lunga circa mezzo miglio attorno al perimetro di Delaney Hall. Giovedì, le famiglie degli immigrati detenuti hanno denunciato le ritorsioni dell’ICE contro gli scioperanti della fame, con gli attivisti che hanno riferito di aver ricevuto diverse chiamate da immigrati all’interno di Delaney Hall secondo cui le guardie avrebbero spruzzato spray al peperoncino e picchiato i detenuti. Secondo quanto riferito, almeno sei persone sono state arrestate nella tarda serata di mercoledì mentre attivisti e familiari dei detenuti formavano una barricata fuori da Delaney Hall, nonostante i ripetuti tentativi da parte dell’ICE e delle forze dell’ordine di disperdere violentemente le manifestazioni. Il centro di detenzione di Delaney Hall è gestito dalla società carceraria a scopo di lucro GEO Group. Gli attivisti hanno denunciato il governatore del New Jersey Mikie Sherrill per aver schierato la polizia di Stato contro i manifestanti, con alcuni agenti in tenuta antisommossa. Il sindaco di Newark, Ras Baraka, ha imposto un coprifuoco notturno intorno a Delaney Hall fino a nuovo avviso. Sono stati segnalati altri arresti domenica sera, poiché alcuni manifestanti hanno sfidato il coprifuoco. La mossa di Baraka è arrivata dopo un altro fine settimana di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Il governatore del New Jersey Sherrill ha dichiarato che le visite dei familiari a Delaney Hall sono state parzialmente ripristinate domenica, dopo che il Dipartimento della Sicurezza Interna le aveva sospese, citando le proteste. Molti attivisti e parenti dei detenuti hanno affermato che è stato loro negato l’ingresso alla struttura dopo aver atteso per ore. “Mio zio sta morendo di fame lì dentro. Gli sono caduti i molari. C’è il caos lì dentro. È un inferno. … È proprio come Auschwitz. È la storia che si ripete. … Mio zio si trova in una delle unità di detenzione in sciopero della fame. È lì per sostenere questa causa, ma si sente molto debole e ho la sensazione che stia morendo lì dentro. … Si trova nell’unità di detenzione dove le guardie hanno picchiato e aggredito i detenuti” ha dichiarato Karen Merino, il cui zio Gabriel Merino è detenuto al Delaney Hall dall’agosto dello scorso anno. Gabriel ha vissuto negli Stati Uniti per gran parte della sua vita dopo essere emigrato da Oaxaca, in Messico, da adolescente.       Democracy Now!
June 1, 2026
Pressenza
BOLIVIA: DOPO QUATTRO SETTIMANE DI PROTESTE CONTRO IL GOVERNO SI VALUTA L’INTRODUZIONE DELLO “STATO DI EMERGENZA”
Proseguono in Bolivia le proteste cominciate all’inizio di maggio contro le misure di austerità decise dal governo del presidente conservatore Rodrigo Paz, i tagli ai sussidi del carburante, la proposta di riforma agraria voluta dal centro-destra, l’aumento del costo della vita. Migliaia di lavoratori manifestano da ormai quattro settimane non solo nelle aree dove l’attività prevalente è l’agricoltura ma anche nella capitale La Paz, per chiedere le dimissioni del capo dello Stato, al potere da appena sei mesi. La sua elezione a fine 2025 aveva segnato un cambiamento storico dopo il lungo ciclo del Movimento al Socialismo di Evo Morales. La Capitale oggi è bloccata dallo sciopero di 24 ore di autisti e autotrasportatori. Impossibile raggiungere l’aeroporto. Il comandante generale della polizia boliviana, Mirko Sokol, ha informato i media che sono attivi più di 150 punti di blocco in tutto il paese. Per far fronte alla situazione la Camera dei deputati della Bolivia, ha istituito una sessione speciale, per discutere un disegno di legge che, con il suo unico articolo, abroga la legge 1341 del 23 luglio 2020 che stabilisce misure di controllo per la dichiarazione di Stato di emergenza. La legge 1341 ha causato polemiche negli ultimi giorni perché la norma avrebbe posto ostacoli per approvare uno Stato di emergenza in Bolivia, necessario per la rimozione dei blocchi e la fine delle proteste, poiché propone che la sua attuazione debba passare attraverso l’Assemblea legislativa prima di essere applicata. Da La Paz la corrispondenza con il nostro collaboratore Manfredo Pavone Gay Ascolta o scarica 
May 27, 2026
Radio Onda d`Urto