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Riflessioni e prospettive dopo il NO Kings Day negli Stati Uniti
A distanza di una settimana dalla terza grande protesta del movimento NO Kings, gli attivisti sono all’opera come api operaie. Gli appuntamenti sono numerosi in tutto il Paese: all’evento al Bixby Park di Long Beach si commemorano le migliaia di morti a Gaza e le vittime dell’ICE. Qualcuno dalla bella grafia ha scritto tanti nomi e alcuni punti interrogativi su biglietti bianchi che poi ha conficcato in terra. Silva, eretta dietro un piccolo banchetto ricoperto da una kefiah, chiede un minuto di silenzio per le vittime del genocidio in corso e per i lavoratori immigrati vessati e deportati. L’iniziativa progettata da tempo vuole mettere in luce il legame che intercorre tra i due fenomeni, entrambi risultato del capitalismo imperialista che per mantenersi al potere schiaccia e uccide chiunque non rientri nei suoi schemi. Per gli ideatori dell’evento il messaggio da inviare al pubblico è chiaro: “Non si combatte il sistema che ci opprime guardandolo solo dal lato che ci appare più vicino”. È infatti un errore comune attivarsi solo quando ci si sente direttamente coinvolti, quando l’ingiustizia ci tocca personalmente e il pericolo è vicino. La commemorazione al Bixby Park è sobria e attrae qualche passante; qualcuno ne scriverà sul quotidiano locale. Non è neanche paragonabile al furore mosso dal NO Kings Day III. Eppure, sebbene sia stato un successo di partecipazione, il sabato di festa rivoluzionario è passato e poco o nulla è cambiato: le deportazioni di migranti continuano, le tasse diminuiscono per i ricchi e le aggressioni imperialiste sembrano inarrestabili. Secondo Ash-Lee Woodard Henderson, che modera l’incontro “NO Kings Mass Call: What’s Next”, nel quale ci s’interroga sul perché valga la pena di andare avanti, per prima cosa occorre una struttura che permetta a realtà diverse di partecipare e ottenere così, tutte insieme, il numero a nove zeri necessario per scuotere il potere.  Si punta dunque a una struttura aperta in cui, sotto la bandiera del NO Kings si possa riconoscere ogni anima libertaria e antifascista; ognuno è il benvenuto e non c’è bisogno di specificare altro. Di fronte a questo polpettone intinto in mille salse però si sono levate molte voci dissonanti e anche a me sono sorti dei dubbi. Una delle prime cose che balzano all’occhio è la mancanza di rivendicazione per una Palestina libera. Negli ultimi anni questo è stato il comune denominatore sotto cui declinare ogni forma di oppressione perpetrata dal sistema capitalista; oggi, nel gigantesco movimento di massa NO Kings sembra sostituito dal rifiuto categorico della figura del Presidente-Re che, schernito in ogni modo, è per paradosso onnipresente. All’appello però non mancano solo la Palestina, ma un po’ tutti i Paesi sotto attacco dell’imperialismo a stelle e strisce, da Cuba al Venezuela. E qui si tratta di capirsi. Sotto la grande tenda del movimento No Kings sabato 28 marzo si sono ritrovate anche le associazioni a sostegno della Palestina libera, quelle che chiedono la fine dell’embargo a Cuba e rispetto legale e militare per il Venezuela, ma ciò è successo solo nelle grandi città; nei centri più piccoli sono rimaste assenti. E soprattutto la loro rivendicazione, nei video e media ufficiali, è passata decisamente in secondo piano. L’altro dubbio riguarda il pericolo di ricadere nello status quo. Una possibilità per nulla campata per aria, visto che il Partito Democratico, pur non comparendo tra gli organizzatori, ha fornito sostegno mediatico e logistico all’evento, cosa che non è sfuggita all’attenzione di molti, i quali vedono in ciò nient’altro che un cavalcare l’onda per vederla disperdersi. E soprattutto aleggia la domanda: se cadesse il governo autoritario di Trump, chi lo sostituirebbe? Avremmo bannato l’arrogante re auto-investitosi per ritornare a un sistema che esiste da ben prima di Trump e che a ben vedere è quello che ne ha permesso la nascita. Dove sono visibili i segni di un cambiamento di sistema? Sotto la grande tenda ci stiamo tutti oggi perché uniti contro un tiranno e per salvare la democrazia, ma cosa succederà domani, quando le richieste dei tanti cominceranno a divergere? Se i tiranti che tengono su la grande tenda del capitalismo imperialista non verranno cambiati, ripiomberemo in un’ipocrita democrazia di facciata. La mia domanda dunque è: per quale democrazia lotta il movimento NO Kings? Mettere in secondo piano i grandi temi di politica estera per concentrarsi sui problemi che affliggono in casa il popolo americano potrebbe essere pericoloso e portare a una vittoria di Pirro, o forse nemmeno a quella. Gli attivisti come quelli del Bixby Park, che s’impegnano giorno dopo giorno, pur non avendo grandi numeri sembrano possedere una vista più lunga e aver capito che tra le responsabilità del cittadino statunitense c’è il farsi carico d’un cambiamento a 180 gradi del sistema imperialista, che come impoverisce l’americano medio, ugualmente strangola il palestinese, il venezuelano, il libanese, il filippino, l’iraniano e qualunque cosa inceppi la sua ingordigia. Con tale animo svolgono quello che ritengono il proprio dovere morale di verità, che il pubblico li acclami o li ignori. Hanno accettato di svolgere un lavoro lungo che richiede pazienza, cura e amore e dove non bisogna mai né abbattersi né esaltarsi.             Marina Serina
April 9, 2026
Pressenza
No Kings Day, più di 3.000 eventi in tutti gli Stati Uniti
La terza giornata di mobilitazione No Kings negli Stati Uniti (dopo quelle di giugno e ottobre 2025) ha coinvolto oltre 3.000 località, dalle grandi città ai piccoli centri rurali e quasi 300 organizzazioni. Foto di U.S. Democratic Socialists L’opposizione a Trump e alle sue velleità da re assoluto si è unita alla protesta contro la guerra, il razzismo e la brutale violenza dell’ICE nei confronti degli immigrati. Una sollevazione creativa testimoniata dalle migliaia di cartelli fatti a mano esibiti nelle diverse manifestazioni, un esempio di quella “gentilezza radicale” evocata da Jane Fonda durante l’evento più atteso della giornata: il raduno a St Paul, in Minnesota, a cui hanno partecipato tra l’altro Bruce Springsteen, Joan Baez e Bernie Sanders. Bruce Springsteen ha definito il Minnesota “un’ispirazione per l’intero Paese” e ha eseguito la canzone “Streets of Minneapolis”, dedicata alla resistenza degli abitanti alle retate dell’ICE e alla memoria di Alex Pretti e Renee Good, uccisi dagli agenti dell’”esercito privato di Trump”, mentre la folla cantava “ICE out now!” A New York Robert De Niro ha partecipato all’enorme manifestazione insieme alla procuratrice generale Leticia James e al reverendo Al Sharpton. Ai link https://www.facebook.com/groups/nokingsprotest https://www.nokings.org/ https://www.facebook.com/TheOther98 https://www.facebook.com/AnonymousLegionWarriors si possono trovare moltissime foto e video delle varie proteste.   Redazione Italia
March 29, 2026
Pressenza
Ci sono anche Ong finanziate dagli USA dietro le “proteste” in Iran
Sulle pagine de Il Fatto Quotidiano, Daniele Luttazzi rompe un tabù. Quello che tutti sapevano su alcuni aspetti delle proteste in Iran ma nessuno aveva il coraggio di scrivere. Buona lettura. **** Ci sono diverse Ong per i diritti umani finanziate dagli Usa dietro le notizie sulle proteste in Iran […] L'articolo Ci sono anche Ong finanziate dagli USA dietro le “proteste” in Iran su Contropiano.
March 28, 2026
Contropiano
In Toscana crescono le proteste contro la militarizzazione
L’escalation bellica dilagante mostra in modo sempre più evidente che la guerra parte anche da qui. Lo vediamo con la logistica, sempre più coinvolta sul piano bellico: strade, porti, ferrovie in cui transitano mezzi e materiali militari a testimonianza del coinvolgimento di infrastrutture produttive nel grande business della guerra. Tuttavia, sta crescendo la coscienza del grande impatto della militarizzazione nelle nostre vite e nella nostra quotidianità. E con la coscienza crescono le forme di lotta e di coordinamento tra quanti hanno ben chiaro il NO alle politiche e all’economia di guerra. Giovedì 12 marzo un treno carico di mezzi militari ed esplosivi proveniente da Piombino e diretto a Palmanova, in Friuli, ha impiegato oltre 12 ore per fare la tratta Piombino-Pisa, appena 100 chilometri, trovando sul proprio percorso presidi di boicottaggio a Livorno Calambrone e Collesalvetti e un blocco dei binari a Pisa Centrale. Il giorno seguente, venerdì 13 marzo, un presidio del Coordinamento Antimilitarista livornese presso l’Accademia Navale di Livorno ha voluto esprimere la protesta verso l’attacco di USA e Israele all’Iran – ennesimo focolaio di guerra imperialista che incendia il Golfo Persico – ma anche denunciare il coinvolgimento di aziende locali nella produzione di alcune armi usate in questa guerra. La Wass Fincantieri, che a Livorno ha un’importante sede produttiva specializzata in siluri e sistemi di lancio militari, ha ricevuto una commessa per la realizzazione di siluri leggeri MU90 destinati alla Marina Reale Saudita; da notare che l’accordo risulterebbe stipulato a Dubai proprio nei giorni della tanto discussa presenza del Ministro Crosetto in quell’area. E sempre a Dubai, nei medesimi giorni, Crosetto risulterebbe aver curato un contratto di centinaia di milioni con la Marina Indonesiana che vede il coinvolgimento della ditta livornese Drass, fornitrice di sistemi subacquei militari. Da notare – dato estremamente importante per l’Osservatorio, che ha come nucleo centrale della propria attività il contrasto alla militarizzazione del sistema scolastico – che queste sono anche aziende che attivano percorsi di formazione scuola – lavoro (ex Pcto), coinvolgendo molti studenti. E allora facciamoci sentire nei collegi docenti, nelle commissioni di lavoro per l’alternanza e l’orientamento, nel dialogo educativo con gli studenti. Mettiamo paletti rigorosi al dilagare della guerra, ostacoliamo le convenzioni fra scuole e aziende legate alla produzione bellica. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
March 19, 2026
Pressenza
Conversazioni femminili per il futuro
Quando una donna può sentirsi davvero safe? Vorrebbe dire “al sicuro”, ma come vedremo il termine è portatore di una suggestiva ambiguità, che può dirci qualcosa d’importante sull’animo femminile. Silva ha trentotto anni e vive nella zona di Long Beach, una frizzante cittadina affacciata sul Pacifico a sud di Los Angeles. Oggi è una donna impegnata nella lotta al privilegio e al patriarcato, consapevole che la battaglia si declina in tante forme ma il nemico è sempre lo stesso: l’insicurezza maschile che si manifesta e degenera in egoismo. È arrivata in California dalla Siria quando aveva otto anni, insieme con una sorella gemella, un fratello maggiore e la madre; il padre, armeno, morì quando lei aveva tre anni. All’epoca vivevano ad Hamman, in Giordania, dove Silva è nata. Per incontrarci abbiamo optato per una colazione in un parco. Silva ha recuperato caffè e the e mi fa dono di un doughnut al mirtillo. Negli Stati Uniti i doughnuts sono simbolo di coccole e consumarne uno lascia agli indigeni di ogni età un senso di piacevole protezione. Io ho portato croissant e frutti di bosco freschi. Ci sediamo per terra in una zona ombrosa. “Quando hai cominciato a partecipare alle proteste per le azioni di Israele?” chiedo. “Una settimana dopo il 7 ottobre” risponde. “Prima ero al corrente della situazione e all’occasione la denunciavo, cioè non stavo zitta in società, a una cena o sul lavoro, ma non avevo mai preso parte concretamente alla protesta. Furono i video di ciò che l’esercito israeliano stava facendo a donne, bambini, anziani, tutti, lo strazio dei loro corpi… e quell’arroganza con cui i soldati si vantavano delle loro azioni mostrandole senza vergogna che mi fecero scattare dentro una molla.” Silva è per metà armena; mi spiega che quando un popolo viene così tanto offeso, come nel caso di un genocidio, la distruzione subita dagli avi te la porti dentro sebbene tu sia nato generazioni dopo. Racconta dei legami profondi che sente con una trisnonna, di un dolore così grande che può solo essere rappresentato da croci visceralmente legate una all’altra. Presto vicino alla spiaggia ci sarà un allestimento a testimonianza di tutti gli olocausti presenti e passati. Silva partecipa all’organizzazione: l’idea è riuscire a far capire al visitatore che la matrice di tali orrori è sempre la violenza del patriarcato ed è anche la stessa forza che ha prodotto l’ICE e ne fomenta la ferocia. La sua famiglia è di fede cristiano-ortodossa, ma lei ha scelto di superare la religione istituzionale e avviarsi solitaria verso una consapevolezza che va conquistata con ragione, sentimento e intuizione femminile. Osservo che in questi mesi sono tante le donne, molte giovanissime, che ho visto uscire dall’ombra, afferrare megafoni e parlare in pubblico; lo fanno con determinazione, lucidità e passione, lasciando l’uditorio stupefatto. Silva è solita aprire un discorso in piazza richiamando l’attenzione con una poesia da lei composta, un testo di forte impatto emotivo: “Not for sail” invece di “sale” (un gioco di suoni che automaticamente si richiamano). La riporto qui sotto: Not for sail My ease is in the knowing that I will die My goods will not feed me where I remain and lie Victory? I have but only one For I have chosen to pull the trigger of the cosmic gun Splat, splish, boom! Brain no matter scattered mind, fishing poles and a fully loaded bladder A urinating stream of consciousness Warm and sound Digested and absorbed Fertilized pound for pound I don’t care to purchase your shit Soiled and coiled You mistake my gnosis for wit Feed me freedom And starve my oppression The white man looks at his watch His only Possession Drowning in the waves of his drooling He remembers The ocean was never his to own He kneels with submission and finally surrenders Silva Nahhas Le chiedo se ha osservato anche lei questo nuovo atteggiamento delle donne e che significato dà al fenomeno. “Certo, ogni donna è collegata al futuro, ma non perché assicuriamo la prosecuzione della specie e men che meno la progenie del maschio, questo deve essere chiaro: noi non siamo nate per soddisfare la sua vanità; siamo connesse al futuro con l’intuizione che ci contraddistingue. Ogni donna si sente “sicura” (safe) quando può parlare, non ripetendo a pappagallo una lezioncina nei modi che piacciono al sistema patriarcale, ma quando può esprimere la sua intelligenza, che appunto è commista all’intuizione, a un vedere attraverso, fino alla premonizione”. Come non essere d’accordo? Quale maggiore frustrazione, per un essere nato per guardare la vita attraverso un caleidoscopio di forme e colori che venire invece costretto fin da piccolo a camminare per sentieri lineari? E perché? Basterebbe osservare la natura per rendersi conto che nella sua perfezione aborre le linee dritte. Anche Silva ha una sua visione al riguardo, interessante e piuttosto irriverente: “Perchè i maschi avrebbero la potenzialità di divenire meravigliosi come Gesù e invece soccombono al loro ego e vanno nella direzione opposta, quella di Hitler, e allora guerre, distruzioni, possesso e controllo. Se capissero che l’unica cosa che davvero tengono sotto controllo è l’orologio che si sono messi al polso, non certo il tempo assoluto e men che meno la donna, il mondo cambierebbe all’istante”. Vede una minuscola pigna tra i fili d’erba e me la regala. Silva possiede una mente brillante, è acuta nelle osservazioni; le piace unire i puntini per arrivare alla definizione della figura e lo vuole fare da sola, non le interessa un disegno preconfezionato e comodo. Da piccola faceva troppe domande e veniva spesso punita per questo suo ardire. L’autorità non sopporta le domande. Da quasi vent’anni lavora presso studi immobiliari e legali, ma non ha titoli di studio importanti. Ha studiato da sola e fatto pratica sul campo. Cerco di capire meglio. “Dagli otto ai diciotto anni ho lavorato in un liquor store (un negozio con licenza di vendere alcolici) qui in California” mi spiega. “Sfruttamento minorile. Tutto quel che pensi qui non possa accadere invece accade”. Rimango interdetta, ma in fondo, gratta gratta, sotto gli splendidi giardini che si affacciano sull’oceano troverai lo spietato Far West. Silva non ha mai smesso di fare domande e la sua ribellione è diventata consapevolezza di una catena di sofferenza e schiavitù che deve essere rotta: “Mia madre ha fatto cose incredibili dove serve il coraggio: è scappata da sola prima dalla Giordania, con la sua grande amica palestinese che si chiama come te e poi dalla Siria tirandosi dietro tre bambini piccoli, ma poi passata l’emergenza è rientrata nel rango di una donna incastrata in una mentalità maschile. Quando mi sono separata, e avevo motivi più che validi per farlo, mi ha detto cose che una donna non dovrebbe pensare.” Ha ragione. La società si regge su un sistema patriarcale, le leggi, incluse quelle a tutela della donna, vengono create all’interno dei suoi parametri e ne siamo tutti vittime senza esclusione di genere. Ma piccoli esperimenti per allentare le maglie del sistema e confrontarsi al di fuori dei soliti schemi ci sono. Ricordo l’educazione reciproca tra i ragazzi del Palestinian Youth Movement al People Forum; penso all’ultima riunione dei gruppi locali di Long Beach alla libreria Page Against The Machine, dove ognuno aveva due minuti di tempo per parlare e tutti, che avessero vent’anni o appartenessero ai Veterans For Peace, hanno rispettato la regola e nessuno ha prevaricato sull’altro; ai ciclisti solidali di Chicago e New York che rifiutano ogni forma di protagonismo individuale e vogliono solo essere d’aiuto ai loro concittadini sotto assedio da parte dell’ICE. Ecco, forse nei giri di pensiero, che per noi donne sono continui salti pindarici e divagazioni, dove il filo appare perso solo a chi non si è mai messo per generazioni davanti al telaio, siamo tornate al punto di partenza. “Quando una donna si sente abbastanza al sicuro da essere sicura (che tecnicamente sarebbe confident, ma l’ambiguità voluta da Silva rende meglio l’idea)?”. Quando l’io svanisce e lascia il posto al rispetto.             Marina Serina
March 8, 2026
Pressenza
Jesse Jackson, l’altra America solidale con Cuba e Palestina
E’ morto Jesse Jackson, eroe dell’Altra America, il simbolo di tutto ciò che odiano i suprematisti bianchi che sostengono Trump. Jackson ha lottato per tutta la vita contro il razzismo, per la giustizia sociale e la pace. Oggi gli omaggi tenderanno a edulcorare la radicalità del suo impegno politico. Dagli anni ’60 è stato un instancabile attivista contro le disuguaglianze che caratterizzano la società statunitense e l’imperialismo USA verso i Paesi del sud del mondo. Allievo e compagno di Martin Luther King con lo spirito delle marce di Selma si candidò alle primarie democratiche per due volte con la sua Rainbow Coalition con un programma contro il neoliberismo reaganiano e per il disarmo. Non ha mai temuto le accuse di essere comunista o vicino ai comunisti. Ha sempre proposto l’unità della classe lavoratrice oltre le barriere del colore contro le multinazionali e i super ricchi che le sfruttano. Non a caso ha sostenuto le campagne per il socialismo democratico di Bernie Sanders che lo aveva a sua volta appoggiato negli anni ’80. Non ha mai avuto paura di abbracciare quelli che la politica statunitense definiva terroristi, da Fidel Castro a Arafat a Mandela. E’ stato sostenitore di Nelson Mandela e artefice delle campagne contro l’apartheid. Amico di Cuba ha sempre chiesto la fine del blocco economico che strangola l’isola definendolo “una vergogna storica” e spiegò che “l’embargo contro Cuba è stato mantenuto in larga misura perché Fidel Castro ha ridicolizzato la CIA e i sostenitori della guerra fredda, vanificando i loro tentativi di invadere l’isola, destabilizzare il regime e assassinarlo”. Ha sempre sostenuto la causa del popolo palestinese senza temere le ricorrenti accuse di antisemitismo. Nonostante le pessime condizioni di salute ha promosso iniziative per il cessate il fuoco a Gaza e si è recato negli accampamenti degli studenti che protestavano contro il genocidio. Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
February 17, 2026
Pressenza
L’ICE lascia il Minnesota, ma apre sedi in altri Stati
Giovedì 12 febbraio, durante una conferenza stampa, Tom Homan, il cosiddetto “zar delle frontiere” dell’amministrazione Trump, ha annunciato la conclusione dell’operazione Metro Surge in Minnesota dopo tre mesi di feroce occupazione militare, che ha portato a oltre 4.000 arresti, all’assassinio di Renee Good e Alex Pretti e a enormi proteste della popolazione. “Ho proposto, e il presidente Trump ha concordato, una riduzione significativa di personale e azioni. È già in corso e continuerà per tutta la prossima settimana” ha annunciato Homan. “Un piccolo contingente di personale rimarrà per il periodo di tempo necessario alla chiusura e al passaggio del pieno comando e controllo all’ufficio sul campo. Io rimarrò ancora per un po’ per supervisionare il ridimensionamento di questa operazione e garantirne il successo, lavorando con i funzionari statali e locali per migliorare il coordinamento e raggiungere obiettivi comuni” ha precisato Homan. La conferenza stampa si è tenuta al Bishop Henry Whipple Federal Building, quartier generale dell’ICE a Minneapolis, davanti al quale si sono svolte moltissime manifestazioni di protesta. L’annuncio del ritiro non ha però rassicurato gli attivisti, che si sono radunati fuori dall’edificio. “Le azioni valgono più delle parole, quindi finché non li vedremo andarsene davvero non ci crederemo. Rimarremo qui finché non lo dimostreranno, finché non smetteranno di usare i loro SUV da Gestapo, di correre per le nostre strade, di rapire e uccidere i nostri vicini. Finché questo non finirà, non ci crederemo” ha dichiarato Richie Mead, uno dei manifestanti. Lo stesso scetticismo è stato espresso da attivisti del Minnesota Immigrant Rights Action Committee e del Communities Organizing Latine Power and Action, organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti degli immigrati e nel contrasto alle retate dell’ICE. In un’altra conferenza stampa, precedente a quella tenuta da Homan, il governatore del Minnesota Tim Walz ha dichiarato di essere “cautamente ottimista” sul ritiro dell’ICE dal Minnesota. “Il governo federale può passare a qualsiasi altra cosa voglia fare. Lo Stato del Minnesota e la nostra amministrazione sono fermamente concentrati sul recupero dei danni che hanno causato” ha aggiunto Walz. “Ci hanno lasciato danni profondi, un trauma generazionale e molte domande senza risposta.” L’economia del Minnesota è stata devastata dalle incursioni degli agenti federali, tanto che Walz dovrebbe proporre a breve un fondo di emergenza da 10 milioni di dollari per le piccole imprese che dichiarano di aver subito danni finanziari a causa dell’operazione Metro Surge. “Pensavano di poterci spezzare, ma l’amore per il prossimo e la determinazione a resistere possono durare più a lungo di un’occupazione. Questa operazione è stata catastrofica per i nostri vicini e le nostre aziende e ora è il momento di un grande ritorno” gli ha fatto eco il sindaco di Minneapolis Jacob Frey. Purtroppo però le operazioni dell’ICE non si fermano, visto il progetto di aprire nuove sedi in quasi tutti gli Stati. C’è da sperare che la coraggiosa resistenza nonviolenta degli abitanti di Minneapolis faccia da esempio a chi dovrà affrontare l’occupazione militare degli agenti federali. Fonti: https://www.bbc.com/news/articles/c2lr9w29zwyo https://www.democracynow.org/2026/2/13/headlines/trump_administration_says_its_ending_surge_of_immigration_agents_to_minnesota https://kstp.com/kstp-news/top-news/border-czar-homan-set-to-talk-amid-growing-optimism-that-ice-will-soon-leave-minnesota/ Anna Polo
February 14, 2026
Pressenza
Le insostenibili olimpiadi
Si è svolta a Milano sabato 7 una manifestazione nazionale che non si è limitata a dire no ai Giochi, ma ha messo in discussione l’intero immaginario politico che li accompagna: grandi eventi come acceleratori di trasformazioni urbane, speculazione immobiliare, compressione dei diritti sociali, normalizzazione della precarietà e militarizzazione del territorio. Il corteo è stato il punto di caduta di una mobilitazione che si è strutturata in tante iniziative sul territorio sostenuta da una piattaforma ampia e plurale composta da movimenti e spazi sociali, reti dello sport popolare, associazionismo di città e montagna, alpinismo critico, comitati di lotta per la casa, sindacati di base, partiti della sinistra radicale, movimenti di solidarietà con la Palestina e comunità palestinesi, studenti e studentesse, giovani e giovanissime. E soprattutto: abitanti dei quartieri popolari e comunità di montagna, lavoratrici e lavoratori, precari, che da anni lottano per la difesa di territori e ambienti, denunciando malgoverno e assenza di trasparenza su grandi eventi e grandi opere imposte per interesse di pochi a danno dei molti, privatizzando interi pezzi di città pubblica e saccheggiando le risorse naturali comuni, come acqua e paesaggio. Il corteo è partito con la “marcia dei larici”, a rappresentazione dei 500 alberi di Cortina abbattuti per fare posto alla inutile pista da bob. Lungo il percorso è stata denunciata la presenza dell’ICE e di Israele, è stata fatto un sanzionamento pirotecnico al villaggio olimpico sorto privatizzando l’ex scalo ferroviario di Porta Romana; è stata segnalata la chiusura e la privatizzazione del mercato comunale di piazza Ferrara a Corvetto, simbolo dei piani di espulsione dei ceti popolari dal quartiere. In questo contesto, abbiamo deciso di rilanciare la parola d’ordine dei grandi scioperi dello scorso autunno: blocchiamo tutto – nel nostro caso, la tangenziale est di Milano, al suo ingresso da piazzale Corvetto. Un imponente dispositivo di polizia, che già negli scorsi giorni aveva paralizzato la città per fare posto ai fascisti dell’amministrazione Trump e alla delegazione dello Stato genocida di Israele, militarizzando i quartieri popolari di Corvetto e San Siro, ha risposto con lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche violente, idranti sulla folla. Il corteo è rimasto compatto e ha poi deciso di spostarsi insieme verso Brenta dove si è sciolto, per tornare al PalaUtopiadi (ex PalaSharp). 6 persone sono state fermate durante le cariche e poi rilasciate con denuncia a piede libero. Nel bilancio segnaliamo anche 2 fogli di via da Milano e 15 feriti di cui 4 ospedalizzati. Ne parliamo con un compagno del Comitato insostenibili olimpiadi.
February 10, 2026
Radio Blackout - Info