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Jesse Jackson, l’altra America solidale con Cuba e Palestina
E’ morto Jesse Jackson, eroe dell’Altra America, il simbolo di tutto ciò che odiano i suprematisti bianchi che sostengono Trump. Jackson ha lottato per tutta la vita contro il razzismo, per la giustizia sociale e la pace. Oggi gli omaggi tenderanno a edulcorare la radicalità del suo impegno politico. Dagli anni ’60 è stato un instancabile attivista contro le disuguaglianze che caratterizzano la società statunitense e l’imperialismo USA verso i Paesi del sud del mondo. Allievo e compagno di Martin Luther King con lo spirito delle marce di Selma si candidò alle primarie democratiche per due volte con la sua Rainbow Coalition con un programma contro il neoliberismo reaganiano e per il disarmo. Non ha mai temuto le accuse di essere comunista o vicino ai comunisti. Ha sempre proposto l’unità della classe lavoratrice oltre le barriere del colore contro le multinazionali e i super ricchi che le sfruttano. Non a caso ha sostenuto le campagne per il socialismo democratico di Bernie Sanders che lo aveva a sua volta appoggiato negli anni ’80. Non ha mai avuto paura di abbracciare quelli che la politica statunitense definiva terroristi, da Fidel Castro a Arafat a Mandela. E’ stato sostenitore di Nelson Mandela e artefice delle campagne contro l’apartheid. Amico di Cuba ha sempre chiesto la fine del blocco economico che strangola l’isola definendolo “una vergogna storica” e spiegò che “l’embargo contro Cuba è stato mantenuto in larga misura perché Fidel Castro ha ridicolizzato la CIA e i sostenitori della guerra fredda, vanificando i loro tentativi di invadere l’isola, destabilizzare il regime e assassinarlo”. Ha sempre sostenuto la causa del popolo palestinese senza temere le ricorrenti accuse di antisemitismo. Nonostante le pessime condizioni di salute ha promosso iniziative per il cessate il fuoco a Gaza e si è recato negli accampamenti degli studenti che protestavano contro il genocidio. Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
February 17, 2026
Pressenza
L’ICE lascia il Minnesota, ma apre sedi in altri Stati
Giovedì 12 febbraio, durante una conferenza stampa, Tom Homan, il cosiddetto “zar delle frontiere” dell’amministrazione Trump, ha annunciato la conclusione dell’operazione Metro Surge in Minnesota dopo tre mesi di feroce occupazione militare, che ha portato a oltre 4.000 arresti, all’assassinio di Renee Good e Alex Pretti e a enormi proteste della popolazione. “Ho proposto, e il presidente Trump ha concordato, una riduzione significativa di personale e azioni. È già in corso e continuerà per tutta la prossima settimana” ha annunciato Homan. “Un piccolo contingente di personale rimarrà per il periodo di tempo necessario alla chiusura e al passaggio del pieno comando e controllo all’ufficio sul campo. Io rimarrò ancora per un po’ per supervisionare il ridimensionamento di questa operazione e garantirne il successo, lavorando con i funzionari statali e locali per migliorare il coordinamento e raggiungere obiettivi comuni” ha precisato Homan. La conferenza stampa si è tenuta al Bishop Henry Whipple Federal Building, quartier generale dell’ICE a Minneapolis, davanti al quale si sono svolte moltissime manifestazioni di protesta. L’annuncio del ritiro non ha però rassicurato gli attivisti, che si sono radunati fuori dall’edificio. “Le azioni valgono più delle parole, quindi finché non li vedremo andarsene davvero non ci crederemo. Rimarremo qui finché non lo dimostreranno, finché non smetteranno di usare i loro SUV da Gestapo, di correre per le nostre strade, di rapire e uccidere i nostri vicini. Finché questo non finirà, non ci crederemo” ha dichiarato Richie Mead, uno dei manifestanti. Lo stesso scetticismo è stato espresso da attivisti del Minnesota Immigrant Rights Action Committee e del Communities Organizing Latine Power and Action, organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti degli immigrati e nel contrasto alle retate dell’ICE. In un’altra conferenza stampa, precedente a quella tenuta da Homan, il governatore del Minnesota Tim Walz ha dichiarato di essere “cautamente ottimista” sul ritiro dell’ICE dal Minnesota. “Il governo federale può passare a qualsiasi altra cosa voglia fare. Lo Stato del Minnesota e la nostra amministrazione sono fermamente concentrati sul recupero dei danni che hanno causato” ha aggiunto Walz. “Ci hanno lasciato danni profondi, un trauma generazionale e molte domande senza risposta.” L’economia del Minnesota è stata devastata dalle incursioni degli agenti federali, tanto che Walz dovrebbe proporre a breve un fondo di emergenza da 10 milioni di dollari per le piccole imprese che dichiarano di aver subito danni finanziari a causa dell’operazione Metro Surge. “Pensavano di poterci spezzare, ma l’amore per il prossimo e la determinazione a resistere possono durare più a lungo di un’occupazione. Questa operazione è stata catastrofica per i nostri vicini e le nostre aziende e ora è il momento di un grande ritorno” gli ha fatto eco il sindaco di Minneapolis Jacob Frey. Purtroppo però le operazioni dell’ICE non si fermano, visto il progetto di aprire nuove sedi in quasi tutti gli Stati. C’è da sperare che la coraggiosa resistenza nonviolenta degli abitanti di Minneapolis faccia da esempio a chi dovrà affrontare l’occupazione militare degli agenti federali. Fonti: https://www.bbc.com/news/articles/c2lr9w29zwyo https://www.democracynow.org/2026/2/13/headlines/trump_administration_says_its_ending_surge_of_immigration_agents_to_minnesota https://kstp.com/kstp-news/top-news/border-czar-homan-set-to-talk-amid-growing-optimism-that-ice-will-soon-leave-minnesota/ Anna Polo
February 14, 2026
Pressenza
Le insostenibili olimpiadi
Si è svolta a Milano sabato 7 una manifestazione nazionale che non si è limitata a dire no ai Giochi, ma ha messo in discussione l’intero immaginario politico che li accompagna: grandi eventi come acceleratori di trasformazioni urbane, speculazione immobiliare, compressione dei diritti sociali, normalizzazione della precarietà e militarizzazione del territorio. Il corteo è stato il punto di caduta di una mobilitazione che si è strutturata in tante iniziative sul territorio sostenuta da una piattaforma ampia e plurale composta da movimenti e spazi sociali, reti dello sport popolare, associazionismo di città e montagna, alpinismo critico, comitati di lotta per la casa, sindacati di base, partiti della sinistra radicale, movimenti di solidarietà con la Palestina e comunità palestinesi, studenti e studentesse, giovani e giovanissime. E soprattutto: abitanti dei quartieri popolari e comunità di montagna, lavoratrici e lavoratori, precari, che da anni lottano per la difesa di territori e ambienti, denunciando malgoverno e assenza di trasparenza su grandi eventi e grandi opere imposte per interesse di pochi a danno dei molti, privatizzando interi pezzi di città pubblica e saccheggiando le risorse naturali comuni, come acqua e paesaggio. Il corteo è partito con la “marcia dei larici”, a rappresentazione dei 500 alberi di Cortina abbattuti per fare posto alla inutile pista da bob. Lungo il percorso è stata denunciata la presenza dell’ICE e di Israele, è stata fatto un sanzionamento pirotecnico al villaggio olimpico sorto privatizzando l’ex scalo ferroviario di Porta Romana; è stata segnalata la chiusura e la privatizzazione del mercato comunale di piazza Ferrara a Corvetto, simbolo dei piani di espulsione dei ceti popolari dal quartiere. In questo contesto, abbiamo deciso di rilanciare la parola d’ordine dei grandi scioperi dello scorso autunno: blocchiamo tutto – nel nostro caso, la tangenziale est di Milano, al suo ingresso da piazzale Corvetto. Un imponente dispositivo di polizia, che già negli scorsi giorni aveva paralizzato la città per fare posto ai fascisti dell’amministrazione Trump e alla delegazione dello Stato genocida di Israele, militarizzando i quartieri popolari di Corvetto e San Siro, ha risposto con lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche violente, idranti sulla folla. Il corteo è rimasto compatto e ha poi deciso di spostarsi insieme verso Brenta dove si è sciolto, per tornare al PalaUtopiadi (ex PalaSharp). 6 persone sono state fermate durante le cariche e poi rilasciate con denuncia a piede libero. Nel bilancio segnaliamo anche 2 fogli di via da Milano e 15 feriti di cui 4 ospedalizzati. Ne parliamo con un compagno del Comitato insostenibili olimpiadi.
February 10, 2026
Radio Blackout - Info
Le rivolte dei giovani in Africa, un talk a Torino per ascoltare le loro voci
Dalle piazze di Lagos a quelle di Niamey, passando per Nairobi e Kinshasa, un’ondata di giovani africani sta scuotendo i palazzi del potere. Protestano contro corruzione, malgoverno e ingiustizie sistemiche. Le loro richieste sono chiare: lavoro, istruzione, sanità e sicurezza. Contestano un modello economico che arricchisce pochi e sfrutta molti, e rivendicano che le risorse dei loro Paesi servano al benessere collettivo. L’Africa giovane e arrabbiata sta facendo sentire il proprio ruggito. Per comprendere meglio questo movimento di protesta e di proposta, sabato 14 febbraio, a partire dalle ore 11:00, la Biblioteca Reale di Torino ospiterà un incontro che darà voce ad alcuni protagonisti di questa mobilitazione generazionale. L’evento, presentato e moderato da Marco Trovato, direttore editoriale della rivista Africa, vedrà la partecipazione di cinque relatori che porteranno prospettive diverse su un fenomeno comune: il protagonismo delle nuove generazioni africane nella ricerca di cambiamento. Mamane Lamine Sidi, presidente dell’Associazione Nè Tenerè di Torino, composta da giovani di origine nigerina, aiuterà a comprendere la situazione del Sahel dopo i recenti golpe militari, tra sovranismo, rottura con l’Occidente e il forte desiderio di indipendenza espresso da una parte della popolazione, in particolare dai giovani. Nouhoum Traoré, esperto di economia e politica ambientale e dottorando in Economia dell’ambiente, porterà uno sguardo sulla mancanza di opportunità per i giovani in Africa, analizzando cause interne ed esterne con particolare riferimento al caso del Mali. Traoré è presidente dell’Associazione per la Solidarietà e la Promozione della Cultura del Mali di Torino (GIGUIYA) e segretario alla mobilitazione delle risorse nel consiglio direttivo dell’Associazione Internazionale della Diaspora del Mali. Chris Muakuya Ngalamulume, presidente della Synergie des Jeunes Africains pour la Consolidation de la Paix et la Sécurité (SJACPS), organizzazione attiva in 30 Paesi africani, si concentrerà sulla mobilitazione dei giovani per la pace, la sicurezza, la resilienza delle comunità e l’uguaglianza di genere, mostrando come le nuove generazioni possano essere attori concreti di stabilità. In collegamento dal Kenya, Yvette Ruth Ariwo Adhiambo, diplomatica e promotrice dei diritti dei giovani e delle donne, condividerà una prospettiva generazionale sul ruolo della leadership giovanile nei processi di cambiamento. Il Kenya è stato teatro di una grande mobilitazione di piazza contro le politiche di austerity e la repressione del governo del presidente William Ruto, una mobilitazione che è diventata fonte di ispirazione per altri giovani e altre piazze in varie parti dell’Africa. Sempre in collegamento, dalla Repubblica Democratica del Congo, interverrà Josué Kayeye Akonkwa, coordinatore del Caucus delle Organizzazioni Giovanili per la Pace e lo Sviluppo Sostenibile e membro del Parlamento Provinciale dei Giovani del Sud Kivu. Il suo contributo analizzerà le dimensioni sociali, economiche e politiche dei conflitti regionali e il coinvolgimento delle nuove generazioni nella ricerca di soluzioni durature. L’incontro è un’opportunità da non perdere per ascoltare direttamente le voci di chi vive e guida questo movimento di cambiamento, un movimento che sta ridefinendo il futuro politico, sociale ed economico del continente africano. Africa Rivista
February 10, 2026
Pressenza
Striscioni di protesta sulle autostrade della California
Parecchi anni fa lessi un articolo interessante che raccontava di un luogo dove la pianificazione urbanistica aveva prediletto la periferia rispetto al centro; su tale concetto erano sorte le moderne città reticolari, un sistema di nodi dove ognuno diventa un centro. L’idea mi suonò subito molto più democratica e orizzontale della classica visione di un solo fulcro dove tutto converge. Ricordo che l’argomento mi entusiasmò, ma mai e poi mai avrei immaginato di vivere in un luogo simile. E invece sono qui: nella solare e un tempo sonnacchiosa contea di Orange, a sud di Los Angeles. Non è più assopita perché è insorta contro le politiche del governo Trump, nazionali ed estere; anche qui ci sono proteste, manifestazioni, comizi, banchetti ormai quotidiani. Sono sparpagliati per ogni angolo della contea, o meglio proliferano su quasi ogni nodo dell’immensa conurbazione che si estende dal confine messicano fin oltre la citta di Los Angeles, inglobando diverse città e contee. Decido di unirmi al gruppo di Long Beach (cittadina sul confine tra la contee di Orange e Los Angeles), che da ben due anni distende lunghi striscioni e li cala dai cavalcavia delle mega-autostrade californiane. Mi accorgo che mentre scendo dalla rampa per entrare nel nodo sono un po’ emozionata (dall’articolo non avevo ben capito che le migliaia di punti-centro sono collegati tra loro principalmente da autostrade, il che all’inizio mi destabilizzò non poco). Manco da un anno all’appuntamento e spero di ritrovare qualche faccia conosciuta. Lascio la macchina nel gigantesco parcheggio di un centro commerciale (su per giù potrebbe contenere da quattro a sei Ipercoop) e mi avvio a piedi al luogo d’incontro, che dista qualche centinaio di metri. La strada vicinale su cui ci si accampa è costituita da due corsie per lato più una centrale di sicurezza. Bisogna familiarizzarsi con le misure californiane e metterle bene a fuoco, altrimenti non si capisce il valore di queste proteste, come si sono organizzate sul territorio, come sono riuscite a sfruttarlo e piegarlo ai propri scopi. Per una come me, cresciuta nella tipica città italiana con il corso del passeggio e la piazza del Duomo e abituata a far la spesa in bicicletta, era impensabile immaginare azioni in spazi di tali dimensioni. Dove convocare un concentramento? Quale percorso stabilire per un corteo? A quali simboli iconici appoggiarsi? Il pontile e la spiaggia? Ovunque ti giri ti senti sempre una formichina sovrastata da torri di cemento e ciclopiche rampe. Dove mi trovo ora, in aggiunta a tutto ciò, ci sono le pompe che estraggono petrolio. Assomigliano a grosse cavallette di ferro che continuamente alzano e abbassano la bocca dalla terra. Sono un po’ ovunque: per i campi e a bordo strada, così come nei giardini di graziose casette; spesso sono estrazioni private, familiari. Ma perfino in un luogo simile, dove ritrovarsi spontaneamente sembra innaturale (figuriamoci per combattere una battaglia di civiltà), dove pare che forze centripete siano sempre all’opera per spingere gli uni lontani dagli altri, le persone hanno trovato modalità di relazionarsi e di incidere sulla loro comunità sfruttando le intrinseche caratteristiche del territorio, la sua stessa forza espansiva. Sono un esempio prezioso di adattabilità dello spirito; quando vuole essere creativo, non c’è nulla che possa fermarlo. Se i nodi della rete si illuminassero per mostrarne l’attività politica in corso la notte luccicherebbero come il plancton nell’oceano. L’intera campata dell’autostrada viene occupata da striscioni che denunciano il genocidio del popolo palestinese, mandano a quel paese l’ICE e il governo, invitano le migliaia di automobilisti a unirsi nella lotta. Oggi ne abbiamo stesi circa una ventina; al piano superiore, cioè sul cavalcavia dove stiamo noi, si issano bandiere simbolo delle tante cause aperte. All’inizio l’emergenza sembrava solo per la Palestina, ma di mese in mese, se non di settimana in settimana, si sono aggiunte quella libanese, siriana, venezuelana, messicana, della Groenlandia, della comunità transgender e altre ancora. Per il benessere dei partecipanti non manca mai un piccolo rinfresco con frutta, snack e acqua. In quest’area della contea sono attivi quattro gruppi, che riescono a essere presenti ben quattro giorni la settimana in diversi punti di intenso traffico. Un po’ più a nord di dove siamo si va la mattina presto perché si intercettano i camion che partono dalla Maersck (compagnia di logistica e trasporti che non si fa scrupoli a portare carichi di armi destinate a Israele e ad altre infami guerre). Mentre mi avvicino vedo una giovane dal fare baldanzoso che mi ricorda S. Scavalca il guardrail e mi viene incontro. E’ proprio S., mi abbraccia forte. S. appartiene a una famiglia armeno- siriana ed è una delle figure leader della protesta locale. Le chiedo come va. Mi risponde: “Ogni cosa si è fatta più difficile, ma ci sono dei visibili progressi. Le persone stanno portando le informazioni a un livello di comprensione più profondo, stanno davvero iniziando a capire; soprattutto chi è privilegiato, quelli della comunità bianca, la più ricca, stanno iniziando a comprendere che c’è qualcosa che non torna nella loro condizione di privilegio e non si sentono più a proprio agio con sé stessi.” Purtroppo c’è molto rumore, del resto siamo sopra migliaia di macchine che sfrecciano alla media di 130 km all’ora e facciamo fatica a discorrere. S. mi dice: “Abbiamo tanto da raccontarci, non c’è fretta”. Ha ragione. Ci abbracciamo una seconda volta e la seguo al di là della carreggiata fino al sacco dei cartelli. Scelgo “HONK4GAZA” e mi posiziono ben visibile a bordo strada. Ottengo subito una bella strombazzata di clacson e un pugno chiuso esibito dal finestrino; evviva la solidarietà degli automobilisti!     Marina Serina
February 9, 2026
Pressenza
Aggiornamenti dall’Iran
Un approfondito aggiornamento sulla situazione in Iran insieme a Paola Rivetti, docente di relazioni internazionali alla Dublin City University. Rivetti ci offre una fotografia sociale e politica di questi giorni in Iran, dove le proteste sono diminuite a seguito della repressione. Il clima è tutt’ora pesante, mentre il governo si prepara ai negoziati con gli Stati Uniti, a partire dal 6 febbraio, in Oman. Grazie ai suoi studi di lungo periodo sui movimenti nel contesto iraniano, Rivetti ci aiuta anche a complessificare il nostro sguardo sulle mobilitazioni così come ad andare oltre la costruzione di una visione dicotomica sul possibile futuro del paese.
February 5, 2026
Radio Blackout - Info