25 ottobre – Assemblea del Network Against Migrant Detention a Castel Volturno (CE)

Progetto Melting Pot Europa - Friday, October 9, 2026

Il giorno dopo la manifestazione nazionale di Castel Volturno “No ai CPR, né a Castel Volturno né altrove”, ci ritroviamo al centro Fernandes (via Domitiana km 33.500 n. 480 Castel Volturno – CE) per la nuova assemblea del Network Against Migrant Detention.

Da questa terra partì, trentasette anni fa, la prima grande risposta antirazzista del paese. Nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1989, a Villa Literno, Jerry Essan Masslo, fuggito dal Sudafrica dell’apartheid, fu ucciso durante un’aggressione nella baracca dove dormiva con altri lavoratori bracciantili della raccolta del pomodoro. L’asilo gli era stato negato perché l’Italia riconosceva come rifugiate soltanto le persone in fuga dall’Europa. La sua morte portò in piazza a Roma, il 7 ottobre di quell’anno, centinaia di migliaia di persone e costrinse a cancellare quella discriminazione.

Su questa stessa terra, il 18 settembre 2008, a Castel Volturno, un commando del clan dei Casalesi guidato da Giuseppe Setola, travestito da carabinieri, aprì il fuoco con kalashnikov e pistole davanti a una sartoria sulla via Domiziana, uccidendo sei giovani africani: Kwame Antwi Julius Francis, Affun Yeboa Eric e Christopher Adams, del Ghana; El Hadji Ababa e Samuel Kwako, del Togo; Jeemes Alex, della Liberia. Joseph Ayimbora, ghanese, sopravvisse fingendosi morto e con la sua testimonianza contribuì in modo decisivo al processo. Il giorno dopo centinaia di persone migranti bloccarono per ore la Domiziana per chiedere giustizia. Setola e altri tre membri del commando sono stati condannati all’ergastolo, con il riconoscimento dell’aggravante di aver agito con finalità di discriminazione e odio razziale.

E qui, a pochi chilometri, nel 2011 fu sperimentato ciò che oggi si vorrebbe riproporre. Nell’aprile di quell’anno oltre trecento giovani tunisini, sbarcati a Lampedusa e trasferiti via mare fino a Napoli, furono rinchiusi in una tendopoli allestita nell’ex caserma “Andolfato” di Santa Maria Capua Vetere: per tre giorni senza alcun provvedimento formale, finché il 21 aprile la struttura fu trasformata per decreto in CIE. Dieci-dodici persone per tenda, su materassi a terra, accessi negati o limitati ad avvocatə, associazioni e perfino a una senatrice. Dopo settimane di proteste e fughe, nella notte tra il 7 e l’8 giugno 2011 un incendio si propagò nel campo di tende, seguito da scontri con le forze di polizia e feriti. A metà giugno il centro fu chiuso perché ritenuto struttura inidonea a qualsiasi ospitalità e il tribunale di Santa Maria Capua Vetere pose sotto sequestro il campo. Eppure, con una nuova ordinanza del 23 gennaio 2012, il governo ne dispose appunto l’uso come CIE.

Oggi la distopia è realtà quotidiana: un presente segnato da politiche migratorie sempre più repressive e autoritarie, principali responsabili dell’aumento delle morti in mare e lungo i confini, mentre sullo sfondo avanzano proposte di remigrazione con l’intento di infondere paura, ricattabilità e subordinazione. Il governo vuole estendere a molte regioni il sistema patogeno dei CPR. Intanto il Patto europeo su migrazione e asilo è in applicazione: procedure accelerate e di frontiera moltiplicano i luoghi di confinamento e irregolarizzazione, con l’intento dichiarato di attuare deportazioni di massa verso i paesi di origine o di transito delle persone migranti. I centri in Albania restano il laboratorio neocoloniale di un modello che altri Stati europei vogliono replicare. Chi è in movimento supera il feroce impianto della frontiera a costo della vita, lotta e resiste alla più violenta repressione. Chi (sul territorio) si oppone viene additato come nemico, perquisito, indagato, criminalizzato. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è l’inchiesta contro medici e mediche, che si aggiunge a una lunga serie di episodi di criminalizzazione.

Il movimento antirazzista che nacque dopo la morte di Jerry Masslo ci racconta che il corso della storia si può cambiare.

Jerry Masslo, i sei giovani uccisi a Castel Volturno, i ragazzi tunisini rinchiusi nelle tende dell’Andolfato: questa terra porta scritta nella propria storia la violenza del razzismo, dello sfruttamento e della detenzione, ma anche la forza di chi vi si è opposto e ha ottenuto giustizia, diritti, chiusura di centri detentivi.

Per questo non possiamo accettare che proprio qui sorga un nuovo CPR, un altro lager di Stato. Ancora una volta tocca a noi lottare perché questa terra resti luogo di memoria, di solidarietà e di libertà, e non di reclusione: né a Castel Volturno né altrove.

L’assemblea si articolerà in quattro tavoli di lavoro e in un’assemblea plenaria:

  • CPR in Italia e Albania
    Il governo vuole imporre aperture di nuovi CPR e di altri “Luoghi Idonei” (strutture interne alle sedi delle questure ancora più impermeabili dei CPR) in diversi territori, mentre i centri in Albania restano il laboratorio dell’esternalizzazione della detenzione. Proseguiamo il lavoro di messa in rete delle lotte territoriali per fermare i nuovi CPR e i Luoghi Idonei, chiudere quelli esistenti e spezzare il modello albanese.
  • Monitoraggio e mobilitazione contro il Patto UE
    Procedure accelerate che smontano quel che resta del diritto d’asilo, processi di irregolarizzazione, espulsione e deportazione, nuovi centri “PAF” (Procedure Accelerate di Frontiera) pre-espulsivi: sono questi i pilastri del nuovo Patto. Vogliamo monitorarne l’applicazione e le prassi, conoscerne a fondo le procedure per entrare nelle contraddizioni più evidenti e agire concretamente contro gli effetti e le espulsioni massicce che si genereranno. 
  • La cura non è reato
    L’inchiesta che ha colpito medici e mediche si inscrive in una strategia che vuole intimidire e criminalizzare chi si rifiuta di piegare la medicina alla logica della reclusione. Non è un caso che colpisca proprio nel primo periodo di applicazione del Patto UE in cui si dovrà coinvolgere numeroso personale sanitario nelle operazioni di screening. Difendere l’operato di sanitari e sanitarie è un punto imprescindibile, così come allargare la rete ad altre professionalità che non si rendono complici delle detenzioni e delle deportazioni.
  • Sfruttamento lavorativo e lotte
    L’irregolarizzazione forzata alimenta in modo sistematico lo sfruttamento lavorativo e il caporalato, rendendo lavoratrici e lavoratori fortemente ricattabili. Sostenere i processi di autorganizzazione, e le istanze, oltre le singole importanti vertenze, è il punto di partenza per spezzare le nuove forme di schiavitù e conquistare diritti e regolarità del soggiorno.

La giornata è aperta a tutti i collettivi, associazioni, reti, giuristə, sanitariə, sindacati, movimenti e chiunque voglia promuovere l’abolizione della detenzione amministrativa, la libertà di movimento e l’autodeterminazione dei popoli.