
Frontiere umane
Progetto Melting Pot Europa - Tuesday, October 6, 2026ASSOCIAZIONE TUTORI LOMBARDIA MSNA 1
“Mi piace pensare che le stelle di Lampedusa siano lì per proteggere le migliaia di bambini che ogni giorno devono affrontare viaggi disperati come quello di Anila”.
Pietro Bartolo, Le stelle di Lampedusa
Sabato 26 settembre, nella sede della Fondazione Fratelli di San Francesco a Milano, si è svolto Frontiere umane – Dalle frontiere di Lampedusa all’accoglienza di Milano, promosso dall’Associazione Tutori Lombardia insieme alla Fondazione Fratelli di San Francesco.
Ispirato a Le stelle di Lampedusa di Pietro Bartolo, l’incontro ha messo al centro la testimonianza del medico e le storie dei tanti bambini e ragazzi che ha incontrato nel corso degli anni. Uno sguardo rivolto non solo al viaggio, ma anche a ciò che viene dopo: la cura, l’accoglienza, i legami da costruire, un progetto di vita da accompagnare.
Ad aprire il pomeriggio sono stati Gianluigi Daldossi, presidente di Associazione Tutori Lombardia MSNA, e Michael Mohssen, responsabile dell’Area MSNA della Fondazione Fratelli di San Francesco.
Pietro Bartolo ha cominciato tornando a quello che chiama “il mio mare”: il mare di Lampedusa, l’isola dove è cresciuto, figlio di pescatori e pescatore lui stesso. Un mare legato alla sua infanzia, alla famiglia, alla storia dell’isola. Una Lampedusa allora povera di servizi essenziali, dove anche venire al mondo poteva essere difficile. Da qui la scelta di diventare medico, specializzandosi in ostetricia e ginecologia, e di tornare sull’isola per dedicarsi alla vita proprio nel momento in cui comincia.
Bartolo ricorda il 1991, quando su una piccola imbarcazione arrivarono tre giovani. Fu uno dei primi arrivi. Con il tempo gli sbarchi divennero sempre più numerosi e quel mare cominciò a mostrargli un volto diverso.
Poi arrivò il 3 ottobre 2013. Tra i corpi del naufragio c’era Kebrat, una giovane eritrea ormai data per morta. Bartolo si avvicinò per constatarne il decesso. Prendendole il polso, però, avvertì un battito debolissimo. Cominciò a rianimarla. Kebrat si salvò.
Ma non per tutti fu possibile. Tra le vittime c’era anche un bambino di appena tre anni. Bartolo racconta di aver cercato quasi ostinatamente in quel piccolo corpo un segno di vita, qualcosa a cui aggrapparsi. Guardò anche nei suoi occhi. Non c’era più nulla da fare. Quegli occhi, però, non lo hanno mai lasciato e ancora oggi, racconta commuovendosi, tornano a tormentarlo di notte.
Dopo quella tragedia pensò di non riuscire più a continuare. A fargli cambiare idea fu un pensiero: “Non ho potuto salvare te, ma ho potuto salvare gli altri”. Doveva tornare.
La sala ascolta in silenzio. E mentre Bartolo continua, ai numeri si sostituiscono i nomi. Favour, appena nove mesi, che la madre affidò a un’altra donna nella speranza di salvarla. Mustafà, cinque anni, arrivato dopo aver perso durante il viaggio la madre e la sorellina. Hassan, che dalla Somalia porta sulle spalle il fratello maggiore Mohammed, paralizzato, attraversando con lui il deserto fino alla Libia.
Pochi nomi, poche frasi. Eppure bastano a restituire un volto a ciò che troppo spesso conosciamo soltanto attraverso le cifre.
Accanto alla morte continua ad affacciarsi la vita. Quella di Gift, “dono”, nata a Lampedusa da Yasmin dopo la traversata. E quella di un bambino venuto al mondo in condizioni difficilissime, quando, per legare il cordone ombelicale, il medico dovette usare il laccio della propria scarpa. Sua madre lo chiamò Pietro.
Bartolo si commuove, si ferma, riprende. Ma il suo racconto non resta nella tragedia: torna alla necessità di ritrovare umanità, solidarietà e amore, di non lasciare che tutto questo diventi normale. Dietro la sofferenza intima resta un messaggio chiaro: non possiamo restare a guardare, dobbiamo fare in modo che il mondo cambi. Eppure è proprio da quella frontiera che nasce la spinta verso un futuro diverso.
Il viaggio di quei bambini e ragazzi, però, non si esaurisce all’arrivo a Lampedusa.
Terminato l’intervento di Bartolo, Viviana Valastro accompagna la tavola rotonda e lo sguardo si sposta su ciò che viene dopo.
Barbara Lucchesi, coordinatrice tecnico-metodologica del Punto di Primo Accesso MSNA del Comune di Milano, porta l’attenzione sui ragazzi che arrivano ogni giorno in questa prima fase dell’accoglienza.
Non tutti sono passati da Lampedusa o sono arrivati dal mare: alcuni hanno attraversato Ventimiglia, altri hanno percorso la rotta balcanica e affrontato il Game, tra boschi, montagne, freddo e lunghi tratti a piedi.
Quando Lucchesi li incontra, la priorità è trovare in fretta un posto sicuro. Ma, oltre l’urgenza, restano traumi e ferite dell’anima che, se non riconosciuti e curati, nel tempo possono trasformarsi anche in rabbia. Il rischio, allora, è fermarsi al gesto che vediamo, senza cercare di comprenderne l’origine.
Fabiana Maggi, coordinatrice dell’équipe educativa della Fondazione Fratelli di San Francesco, introduce un’altra forma di ascolto. Non sempre un ragazzo può o vuole raccontarsi subito. Il lavoro educativo passa anche dalla capacità di leggere ciò che non viene detto: un gesto, uno sguardo, un silenzio, un cambiamento nel comportamento. Senza forzare, rispettando i tempi di ciascuno.
Lo stesso principio ritorna nelle parole di Chiara Poletti, tutrice volontaria MSNA: esserci senza sostituirsi, sostenere senza decidere al posto del ragazzo, perché il progetto di vita appartiene a lui.
A chiudere l’incontro è la voce di un ragazzo arrivato in Italia dall’Egitto. Ha sedici anni, frequenta la terza media e vorrebbe diventare idraulico. Dice poche parole: vuole costruirsi un futuro. Ma è proprio qui che il viaggio continua, oltre le frontiere geografiche, tra ostacoli meno visibili. E forse, tra questi, più di tutti ferisce l’indifferenza.
- Organizzazione di volontariato nata per supportare i tutori volontari in Lombardia ↩︎