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Se non lo vedi, non esiste. Reportage “Come in mare così in cielo”
Come in mare così in cielo è il racconto di una settimana a Lampedusa insieme all’equipaggio dell’Albatross, l’aereo di monitoraggio di SOS Méditerranée.   Questo reportage prova ad  esplorare cosa significhi sorvegliare una frontiera dall’alto, a raccontare come l’assenza di soccorso si manifesti nelle rotte tracciate sui monitor, nelle parole dell’equipaggio -ostinato e talvolta impotente – che vola e sorveglia, nei corpi visti e non raggiunti.  Narra la violenza strutturale che colpisce le persone in movimento nel central Med, tra respingimenti, complicità istituzionali e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. Come in mare così in cielo vuole aprire una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo centrale, questa volta osservato da un cielo che è diviso,  frammentato e sorvegliato tanto quanto il mare. Reportage e inchieste IL VOLO. REPORTAGE “COME IN MARE COSÌ IN CIELO” A bordo dell'Albatross, l'aereo che sorveglia il Mediterraneo centrale Roberta Derosas 1 Settembre 2026 PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE – Vedute aeree del mare e della Ocean Viking SE NON LO VEDI, NON ESISTE Il cielo ha confini strani. Ma la sua organizzazione non è poi diversa da quella del mare. E se è difficile immaginare i confini liquidi, quelli aerei sembrano ancora più labili. Gli spazi aerei si dividono su più livelli, uno dei quali è la giurisdizione, attraverso le FIR – Flight Information Region. Si tratta di aree di dimensioni variabili, ciascuna affidata a un’autorità che fornisce due servizi: il Servizio Informazioni Volo (FIS – flight information service) ed il servizio di allarme (ALS – alerting service). Ogni porzione di cielo ricade quindi sotto una specifica FIR: i paesi più piccoli hanno l’intero spazio aereo racchiuso in un’unica FIR, mentre per i paesi più grandi lo spazio aereo è suddiviso in un certo numero di FIR regionali. Questa ripartizione di competenze non è arbitraria: è stabilita da accordi internazionali sotto l’egida dell’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO). Il Mediterraneo centrale ha linee tracciate nel mare con le zone SAR e nel cielo con quelle FIR. In cielo ne esistono quattro: Italiana, Maltese, Libica e Tunisina. Ogni volo che attraversa più FIR deve annunciare via radio (VHF) il cambio di zona, con quota, intenzioni e distanza. Non tutti i paesi, però, autorizzano i voli nella propria zona aerea di competenza e controllo: la Tunisia è uno di questi. Alcuni, invece autorizzano il sorvolo, ma non il soccorso. Un precedente simile riguarda la Grecia: dopo alcuni tentativi di soccorso a Cipro, un decreto ha vietato ai velivoli civili di sorvolare la FIR greca: un vuoto di osservazione che pesa oggi sulla nuova rotta che da Tobruk punta proprio verso la Grecia. Quando la capo missione, Mila, me lo racconta penso a quanto la Tunisia stia diventando impenetrabile dal cielo, da terra, dal mare. Come accade in mare, anche dal cielo si monitora la frontiera. Mezzi tecnologici d’avanguardia sono utilizzati a questo fine dall’agenzia europea Frontex, responsabile di spostare il controllo dal mare al cielo. Frontex sorveglia il Mediterraneo centrale dall’alto; con le sue navi, i suoi droni, i suoi funzionari fa esistere la frontiera come ostacolo fisico. Un muro. Efficace. La sua funzione dichiarata è semplice: sorvegliare, analizzare e respingere. Sorveglia acque, terre e cielo di un confine sempre più torbido e violento, sempre più lontano e oscuro. Analizza dati e flussi e ne rende conto agli stati di cui è l’esercito. Respinge i movimenti grazie a una tecnologia d’avanguardia, spesso prodotta da Israele. Dal 2018 utilizza droni Heron e diversi aerei ed equipaggi con basi a Malta e in Italia; l’area da cui partono le imbarcazioni dirette in Europa è sistematicamente pattugliata. Ripresa dall’Albatross durante la Missione 05 Imbarcazione in difficoltà: ADC082 è stata avvistata durante un volo dell’Albatross, permettendo così il successivo intervento di soccorso da parte della Humanity 1 (12 agosto 2026) PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE Fa pensare ad un grande rastrello che passa nel mare e nel cielo e poi ancora a terra, che scandaglia al millimetro gli spazi aerei, terrestri e marini per respingere ogni impurità, ogni elemento esterno. Frontex è la vergogna dell’UE, una delle molteplici. Se si pensa al dispiegamento aereo, appare dal report di Human Rights Watch e Border Forensic che nel 2021 le ore di volo sono più che raddoppiate rispetto al 2018, passando da 1.396 a 2.869. Nello stesso periodo l’agenzia ha ridotto il proprio raggio operativo navale da 70 a 24 miglia nautiche dalla costa italiana. L’inchiesta “Airborne Complicity“, pubblicata da Human Rights Watch e Border Forensics nel dicembre 2022 1, quantifica cosa produce questo spostamento. Quasi un terzo delle intercettazioni operate dalle forze libiche nel 2021 – su oltre 32.400 persone complessive – è stato facilitato da informazioni raccolte tramite la sorveglianza aerea di Frontex. L’analisi statistica stabilisce una correlazione significativa: nei giorni in cui i mezzi aerei volano più ore, la Guardia Costiera libica intercetta più imbarcazioni. Nel report si cita un caso del 30 luglio 2021 e questo illumina il funzionamento in concreto. Un drone Frontex individua un’imbarcazione con circa 20 persone a bordo. La Guardia Costiera libica la intercetta poco dopo. Nessuna nave umanitaria presente nella zona riceve l’allerta. Il report non lascia margini di interpretazione: la strategia attuata da Frontex non è costruita per salvare vite, ma per impedire gli arrivi. E nella misura in cui questo comporta la riconsegna sistematica di persone in Libia – paese in cui sono più che documentati i trattamenti disumani e degradanti riservati alle persone migranti – l’agenzia, e per estensione l’Unione, possono essere considerate complici di tali abusi 2. Attraverso la sua strategia di sorveglianza dal cielo e la trasmissione delle informazioni alla GC libica, Frontex permette che la responsabilità del controllo si allontani dalle coste europee, aumentando il rischio per chi fugge: il contatto diretto con le navi che operano search and rescue si riduce e con esso il tasso di soccorso. Frontex non dispiega solo aerei ed elicotteri, ma anche droni che rappresentano, per chi è a bordo sui barchini, il primo vero incontro con il confine europeo: un confine che sorveglia e resta invisibile e che al contempo rende invisibili i migranti per il sistema d’asilo europeo, impedendo loro di toccare le coste dell’Unione. Il ritiro navale dell’UE dal Mediterraneo – causa anche delle numerose violazioni dei diritti umani attribuite a Frontex – non equivale a un disimpegno dall’area, ma solo a uno spostamento dal mare al cielo. Il confine si divide così in una componente terrestre rigida e una componente aerea più flessibile ed efficiente nel controllo 3. > Invisibile è la parola ricorrente tra attivisti e operatori in frontiera. “Persone invisibili, confini invisibili, movimenti invisibili”. Anche le ragazze della crew di questo aereo la usano, ma con precisione: le persone non scelgono di essere invisibili, piuttosto è la gestione politica dei confini che le rende tali. E poi, mi ripetono spesso “è semplice. Se non vedi, non esiste”. PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE COSÌ IN CIELO COME IN MARE Il lavoro si svolge in cielo e a terra, quando il velivolo volteggia in aria e quando è fermo. Un’attività costante e una comunicazione continua tra equipaggio che sta nella casa ufficio e osserva i monitor e quello che si trova in volo. Sono proprio questi monitor, per primi, ad attirare la mia attenzione: disegnano le linee ricamate dagli aerei, rotte tracciate dai velivoli della flotta aerea civile e governativa. Mille fili di Arianna, altrettanti Tesei e Minotauri. Le informazioni non sono criptate; i siti non sono segreti, ma di libero accesso. La capo missione mi spiega che in ogni organizzazione il sistema è uguale: ore passate davanti ai monitor per verificare quali aerei siano presenti e in volo, scrutando i ricami che si disegnano sui monitor e che indicano le rotte di tutti gli aerei. E se le linee si attorcigliano e si accavallano in uno stesso punto, probabilmente significa che al di sotto c’è una barca che contiene persone. La HoM 4 mi racconta che osservare la posizione di Frontex su siti di tracciamento pubblico come Flightradar è già una pista per capire dove siano presenti dei target. E poi aggiunge: “spesso però Frontex, non dà segnalazione perché informa direttamente la GC libica”. In cielo come in mare, chi sorvola una zona ha l’obbligo di segnalare agli enti competenti ciò che avvista in acqua. Ma non è sempre così: i velivoli di Frontex non rispettano sempre questo obbligo. È un problema serio, perché un soccorso dovrebbe portare le persone in un luogo sicuro, ma se chi avvista un’imbarcazione in difficoltà nella zona SAR libica non segnala l’evento, o lo segnala solo alla Libia, il risultato è che le persone vengono riportate proprio nel paese da cui fuggono, che di sicuro non ha nulla. Secondo quanto mi racconta la HoM, la guardia costiera libica si muove con gli assetti più veloci tra tutte le flotte del Mediterraneo, sotto la protezione politica ed economica dell’Unione europea arrivando ben oltre la zona SAR di cui dovrebbe essere competente, la più vasta tra quelle in cui si divide il Mediterraneo centrale. Che vuol dire osservare il cielo dall’altro? Quanto è difficile vedere e non poter intervenire fisicamente? Cosa vuol dire vedere corpi che galleggiano, respingimenti dall’alto e non avere il potere di avvicinarsi? Carla mi dice che non si pone la domanda e che questo è il suo modo di avvicinarsi al soccorso aereo: “in fondo, potrebbe non succedere. E poi, c’è sempre il rischio di non volare”. Cassandra. Mentre discutiamo, Mila, la HoM, ci dice che l’aereo ha avuto un problema tecnico. E che sperano siano problemi risolvibili. La profezia di Carla pare avverarsi: potrei non volare. Perché allora chiedermi cosa significhi vedere il mare dal cielo? I giorni che seguono continuano così, tra messaggi che rimandano il mio volo senza annullarlo e incontri con la crew. L’isola è piena di turisti. Via Roma è un vai e vieni di gente che passeggia, ignara, forse di quello che succede a poche miglia da qui. Nelle spiagge trovo resti di barche che sono riuscite a raggiungere l’isola. Le vedo, esistono. Riprese aeree del mare e della Ocean Viking Operazione aerea dall’Albatross Uno, Missione 05: avvistamento di un gommone libico non identificato PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE IL LUCCHETTO DI FRONTEX E continuo ad attendere questo volo che non arriva. Due tecnici sbarcano direttamente da Malta per capire se e cosa si possa fare. La capo missione però mi autorizza ad accompagnare Lisa, la TACCO e il pilota, Peter, in aeroporto. Ho il tesserino di riconoscimento e passiamo un primo controllo in questa che è l’area militare. Oltre la soglia incontriamo i due esperti arrivati direttamente da Malta: a soli 30 o 40 minuti di volo. Tutto è possibile: l’aereo potrebbe essere riparato qui oppure forse dovrebbe essere aggiustato a Malta. Non so cosa accadrà, però almeno posso osservare da vicino il velivolo su cui dovrei salire. O sarei dovuta salire. Ci avviciniamo all’area dove sono parcheggiati tutti gli aerei. Il “nostro” è grigio proiettile, brillante. È lungo circa otto metri e mezzo e ha un’apertura alare di 13 metri e mezzo. Ha due eliche che lo fanno volare. Quattro sedili. Per salirci basta appoggiare un piede su un gradino e poi poggiare l’altro sull’ala. Sembra strano che una cosa così piccola possa volare. Sembra una zanzara e immagino lo stesso rumore fastidioso, in volo. Mi siedo al posto del pilota e mi trovo tra le gambe la barra di comando: sembra un giocattolo, uno di quei simulatori di volo da sala giochi. Davanti, un monitor con bottoni e pulsanti. Il vetro lucido: la prima operazione prima di partire in volo è proprio quella di pulire i vetri e fare in modo che la visibilità sia perfetta. Il cielo da questa prospettiva è un’ellisse. Questo piccolo velivolo costa alcune centinaia di migliaia di euro; una sola delle termocamere che Frontex monta sui propri mezzi ne varrebbe, da sola, circa duecentomila. Riprese aeree durante la Missione 05 / Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE Nello stesso spazio in cui è parcheggiato questo aereo piccolo piccolo ce ne sono altri 7: Frontex ne ha due e anche un elicottero. Per controllare la frontiera, i mezzi a disposizione dell’esercito UE sono di un livello superiore rispetto a quelli della flotta civile. Negli anni il suo ruolo è cresciuto molto rispetto alle origini nel 2004: da agenzia di coordinamento tecnico è diventata un attore operativo con poteri propri, incluso il dispiegamento di personale ed equipaggiamento senza necessità di invito esplicito da parte dello Stato membro. Altri velivoli della flotta civile, mi dicono, sono dipinti apposta in rosso e blu, colori diversi dal grigio-bianco di Frontex: per essere riconosciuti, dal basso, da chi è in mare. Qui, in quest’area dell’aeroporto di Lampedusa, ci sono oggi altri quattro aerei: se si esclude quello dei tecnici maltesi, i tre che restano sono proprietà di turisti arrivati qui col loro velivolo personale. La disparità tra esseri umani è indecente: chi viaggia sui barchini e chi su un aereo di proprietà. Questione di passaporti e conti in banca. La stanza in cui sono custoditi gli oggetti utili al volo, è condivisa da tutte le organizzazioni che perlustrano il cielo, quasi a lasciare immaginare una prossimità che in realtà non esiste. Un solo armadio ha un lucchetto. È quello di Frontex. Mentre io e Lisa aspettiamo Peter, una ragazza inglese che lavora con di Frontex si avvicina e ci racconta del caldo che ha avuto in volo: l’aria condizionata di cui dispone l’aereo che pilota oggi non funzionava. È giovane, gentile. Forse lei, in volo, quando avvista una barca, dà l’informazione a tutti gli operatori che sono in mare e in cielo. Forse non si limita a contattare la Libia. Prima di lasciare l’aeroporto, copriamo l’aereo: un telo pesante a proteggerne i vetri che devono essere perfetti in volo. Lo lasciamo lì, senza sapere ancora se la riparazione sarà rapida o richiederà il tempo di un tragitto a Malta. Se così fosse, la possibilità di volare si allontana per me. Resto nell’isola una settimana: ripartirò sabato ed è già mercoledì. PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE 1. Leggi l’inchiesta ↩︎ 2. Human Rights Watch & Border Forensics, Airborne Complicity: Frontex Aerial Surveillance Enables Abuse, Human Rights Watch, 8 dicembre 2022 (disponibile anche in italiano). Autori principali: Judith Sunderland e Lorenzo Pezzani, con il team di Border Forensics Sunderland, Judith, EU Misses Opportunity on Frontex Transparency, Accountability, Human Rights Watch, Dispatches, 24 aprile 2024 ↩︎ 3. “Eyes in the Sky: EU Border Technology in the Mediterranean” by Ahlam Chemlali and Mikkel Nørregaard Jørgensen e Airborne Complicity ↩︎ 4. Head of Mission: capo missione ↩︎
Il volo. Reportage “Come in mare così in cielo”
Come in mare così in cielo è il racconto di una settimana a Lampedusa insieme all’equipaggio dell’Albatross, l’aereo di monitoraggio di SOS Méditerranée. Questo reportage prova ad esplorare cosa significhi sorvegliare una frontiera dall’alto, a raccontare come l’assenza di soccorso si manifesti nelle rotte tracciate sui monitor, nelle parole dell’equipaggio – ostinato e talvolta impotente – che vola e sorveglia, nei corpi visti e non raggiunti. Narra la violenza strutturale che colpisce le persone in movimento nel central Med, tra respingimenti, complicità istituzionali e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. Come in mare così in cielo vuole aprire una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo centrale, questa volta osservato da un cielo che è diviso, frammentato e sorvegliato tanto quanto il mare. PH: @ Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE IL VOLO In molti cercano di raccontare il Mediterraneo Centrale e le frontiere di mare: ricercatori, attivisti, operatori sociali e umanitari a bordo di navi di soccorso o presenti sui moli, ad attendere gli approdi. Io ne faccio parte. Provo a descrivere cosa siano le frontiere liquide, gli arrivi, cosa accada quando qualcuno, dopo anni di tentativi, riesce finalmente a scalfire il muro di questa fortezza e a penetrarne l’interno. Cerco di capire e di raccontare chi siano le persone che attraversano, al di là dei numeri. Lo faccio portando anche quello che sono. Abito un Mediterraneo che mi abita, da sempre: in questo spazio blu naviga, galleggia o affonda anche qualcosa di me 1.  L’idea di raccontare cosa si veda dal cielo è nata a maggio di questo 2026 e si è concretizzata velocemente: a giugno ero già a conoscenza del fatto che avrei potuto affiancare la crew di Albatross la prima settimana di agosto. Le ONG che dispongono di aerei che volano sul Mediterraneo centrale sono tre; tra queste, due hanno anche una flotta navale. Si tratta di Sea Watch e Sos Méditerranée. La prima e Pilotes Volontaires lo fanno da diversi anni; l’ultima in ordine di tempo è SOS Méd che ha iniziato la sua attività in cielo a novembre 2025.  Il resoconto che segue, nasce dai miei scambi con l’equipaggio di Albatross, l’aereo di monitoraggio gestito da Sos Méditerranée insieme a Humanitarian Pilot Initiative, che ha base a Lampedusa e sorvola il central Med. Trova origine da un tempo condiviso con l’equipaggio di terra e cielo e, ancora una volta, dall’incrocio di sguardi e parole, dal ricamo generato dal tempo, dall’ascolto e dall’osservazione. RITORNARE SULL’ISOLA Gli aerei che perlustrano il Mediterraneo centrale sono sottomessi alle stesse leggi e agli stessi decreti delle navi che fanno soccorso. Lampedusa è la loro base di decollo e atterraggio. L’ultima volta che sono stata su questo lembo di terra, è stato qualche mese fa, durante la rotation 10 con Nadir della ONG ResqShip. In questi mesi che sono trascorsi, ho ascoltato storie di donne provenienti da Camerun, Costa d’Avorio, Guinea, Mali. Racconti che non mi hanno spostata dal Mediterraneo centrale, solo portata molto più a sud, alle frontiere esterne dell’Europa, proprio quelle che con accordi coi Paesi terzi e finanziamenti a sedicenti guardie costiere sono efficacissime nel trattenere le persone e respingerle fino a farle scomparire. Le testimonianze che ho raccolto mi hanno affinato lo sguardo e appesantito la coscienza. Atterro di notte a Lampedusa. L’isola è spazzata da uno scirocco che rende l’aria umida e rovente; si appiccica addosso come un pensiero insistente e fastidioso. Dura da settimane. Irrespirabile. A tratti si sente l’odore dell’elicriso e di salsedine. Odore di Mediterraneo. Arrivo cosciente che per l’ennesima volta la situazione è cambiata. Gli approdi sono diminuiti e non so più chi abbia accesso ai moli tra le associazioni e le ONG con cui ho sempre fatto accoglienza. Alcuni cambiamenti sono stati dettati dall’arrivo del papa in visita. Questioni di sicurezza e d’ordine, pare. Era il mese di luglio 2026, proprio poco tempo dopo l’approvazione del Patto europeo su migrazione e asilo. Ennesima vergogna dell’UE. Arrivo sull’isola qualche giorno dopo quello che è descritto come l’assalto dei migranti marocchini all’Europa: “Da giovedì scorso, si sono registrati circa 50.000 ingressi e almeno 84 persone morte nel tentativo di raggiungere Ceuta e Melilla, altra enclave spagnola sulla stessa costa”. I social trasmettono video corti di migliaia di persone che escono dall’acqua e arrivano in spiaggia, pullulano di commenti in cui si descrive l’assalto di un’orda di esseri umani. I politici si vomitano addosso responsabilità e si coprono di accuse. Italia e Spagna arrivano a chiudere le proprie frontiere nello spazio Schengen. Ripicche alla corte dei grandi 2. Pochi i commenti sensati e nessuno che riconosca a queste persone il coraggio di aver nuotato per ore per arrivare in un’Europa che sta in Africa. Un’Europa che si dichiara invasa in una terra non sua. PH: @ Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE VOLARE. FORSE. Arrivo a Lampedusa per sorvolare il Mediterraneo centrale e, all’inizio, sono banalmente preoccupata da questioni tecniche: quante ore di volo, come si resiste in uno spazio così piccolo, il caldo, i movimenti. Per questo scopro con presuntuoso disappunto che gli aerei della flotta civile che pattugliano il cielo possono avere problemi tecnici. Se il mio desiderio di volare è un imperativo, capisco in fretta che devo cominciare ad usare il condizionale: dovrei volare, ma nulla dipende da me e dalla mia volontà. All’indomani del mio arrivo, ho il primo appuntamento coi membri dell’equipaggio di Albatross. Sono sette, l’unico uomo è il pilota. I primi scambi con la capo missione li ho avuti via messaggio qualche giorno prima del mio ennesimo ritorno sull’isola.  Incontro, in un appartamento in paese, sette persone che condividono senza sosta il loro tempo e spazio; vivono e lavorano insieme, alternando un mese di attività e uno di stand by. Mi raccontano che, nei momenti in cui sono in off, lasciano l’isola, per respirare e “staccarsi” da un quotidiano in cui non si contano le ore e in cui la fine dell’attività non si chiude col volo, perché quando si atterra si scrivono rapporti, si studiano e analizzano i dati. E poi, dopo circa cento ore di volo, l’aereo deve andare in mantenance e fare uno stop di controllo. Nella squadra sono tutte donne, pilota a parte: una capo missione, due TACCO 3 che si alternano, una responsabile della logistica e della raccolta dati, una responsabile media e del monitoraggio, il pilota e una persona di supporto a terra. Sono colpita da questo equipaggio giovane, tecnicamente altamente preparato e competente, i cui membri hanno alle spalle, spesso, anni di navigazioni e soccorso in mare, lunghi periodi di attività con persone migranti in luoghi di frontiera, moltissime ore di volo. Il loro lavoro è un atto politico: sento la loro ostinazione ad esserci in un cielo che è uno spazio diviso, sorvegliato, giuridicamente frammentato.  Perchè questo piccolo aereo si sia unito agli altri della flotta civile, me lo spiegano i membri della crew: perché esiste uno spazio vuoto di osservazione e interventi e che proprio lì, gli aerei civili – Albatross, Seabird, Colibri – documentano ciò che altrimenti rimane ignorato. Nel 2025 la situazione si è progressivamente inasprita: la guardia costiera libica ha attaccato l’Ocean Viking in acque internazionali. Poche settimane dopo, colpi d’arma da fuoco contro la Sea-Watch 5. Catalogarli come incidenti isolati è riduttivo. Parlano, piuttosto, di un sistema sempre più consolidato: respingimenti, soccorsi negati, violenza. Per questo SOS Méditerranée ha deciso di “ingrandire il suo campo d’azione” e si è lanciata con il progetto di sorvegliare e osservare anche il cielo. Le attività dell’Albatross sono cominciate a novembre 2025, in un’alternanza tra attività e tempo in off. Un volo medio dura tra le cinque e le sette ore. Ci sono giorni di doppio volo, mattina e pomeriggio: l’equipaggio in questo caso supera anche le dieci ore in aria nell’arco di 24 ore. La flotta aerea civile, come accade anche in mare, cerca di organizzarsi in modo tale da essere costantemente presente in cielo. Per questo, le diverse organizzazioni comunicano tra di loro per assicurarsi che ci sia sempre almeno un aereo operativo. La capo missione, Mila 4, sottolinea che esiste una forma di cooperazione naturale con le altre ONG e che talvolta questo accade anche con Frontex: «Una volta ci ha chiesto per quanto tempo potevamo restare in volo per sorvegliare un target» mi spiega. I piloti, esperti e competenti, sono invece volontari messi a disposizione da un’associazione svizzera, Humanitarian Pilot Initiative, che è stata la prima a svolgere azione di monitoraggio del Mediterraneo Centrale. Nei giorni che seguono il mio arrivo, condivido tempo prezioso coi membri di questo equipaggio che ha appena ripreso la sua attività. Li percepisco febbrili in questa loro ripresa. La prima immagine a rimanermi impressa è quella di un terrazzo assolato su cui saliamo per assistere al primo volo: l’Albatross ci passa sopra la testa. Ne percepisco il suono del motore, ma non riesco a vederlo sopra la mia testa. Quando alzo lo sguardo si è già allontanato all’orizzonte per perlustrare. E’ il primo volo dopo il periodo di pausa: un rodaggio necessario prima di iniziare l’attività vera e propria. 1. Haraway, D. (1988), “Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective”, in Feminist Studies, vol. 14, n. 3, pp. 575-599 (p. 581) ↩︎ 2. ‘Controlli alle frontiere con l’Italia’, arriva la ritorsione di Madrid – Ansa.it, 7 agosto 2026 ↩︎ 3. TACtical COordinator (coordinatore tattico). È, in volo, il membro dell’equipaggio responsabile di coordinare le attività della parte dell’equipaggio addetta alla conduzione tattica dell’aereo e dei suoi sistemi – nelle missioni di pattugliamento marittimo, controlla le attività di tutti gli operatori. Analizza le informazioni ricevute durante il volo e mette in atto le strategie disposte dal comandante ai comandi ↩︎ 4. Questo è un nome di finzione, come quello degli altri membri dell’equipaggio ↩︎
Lampedusa. Lo scoglio che racconta le contraddizioni
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Ancora prima di essere un’isola, per gli aventurier è un’idea, un nome pronunciato lungo le rotte come una promessa, una direzione, una preghiera. Poi, è lembo di terra su cui si proiettano speranze e paure. Simbolo dell’arrivo in Europa e di tutto ciò che può accadere prima di arrivare: attesa, mare, naufragio, soccorso, respingimento. Per chi viaggia, Lampedusa appare come una porta, come la fine dell’acqua, momento in cui un miraggio diventa finalmente una riva. Per gli Stati, come un filtro, dove il confine prende forma concreta attraverso procedure, controlli e decisioni capaci di cambiare una vita; luogo in cui le persone vengono contate, classificate, smistate . Vetrina del Mediterraneo contemporaneo, questo scoglio racconta le contraddizioni di un intero continente. Dietro il suo nome così noto, resta la cosa più semplice: una terra all’orizzonte.  LAMPEDUSA L’isola di Lampedusa, come altri luoghi affacciati sul Mar Mediterraneo, per esempio Lesbo in Grecia o Ceuta/Melilla in Spagna, è un punto nevralgico cruciale per lo spettacolo delle frontiere e la storia globale delle migrazioni irregolari verso l’Europa. Al contempo, Lampedusa è parola chiave per chi è in viaggio, divenendo immaginario di riferimento e in qualche modo simbolo dell’arrivo in Europa attraverso il Mediterraneo centrale. O dei naufragi delle molte barche che avevano quest’isola come meta. L’isola, come conseguenza delle politiche di gestione dei flussi più che per una specifica determinante geografica, è stata, ed è tuttora, una porta d’accesso all’Europa attraversata da centinaia di migliaia di migranti negli ultimi trent’anni. Data la sua centralità simbolica e materiale, come palcoscenico paradigmatico dei discorsi e delle pratiche di diversi attori, la ricerca sociale ha scavato in lungo e in largo l’isola, concentrandosi su molteplici processi, come il passaggio dall’economia della pesca a quella del turismo, l’indebolimento dell’etica del mare e l’affermarsi di uno spirito competitivo; la trasformazione del confine tra fase umanitaria e fase di sicurezza e la creazione strumentale di una emergenza persistente; la produttività dello spettacolo della nuda vita sulla condizione dei migranti e le oscillazioni tra visibilità e invisibilità del fenomeno migratorio, nella dimensione detentiva strutturale dell’isola; il ruolo chiave delle economie di confine, dell’industria migratoria e della militarizzazione, nonché i vincoli nel raggiungimento del diritto di asilo; l’evoluzione del rapporto tra isolani e sbarchi e la diffusione di sentimenti di rassegnazione e risentimento nei confronti dello stato. Lampedusa, nello spettacolo del confine, è una vetrina. Ma vetrina poi Lampedusa, oltre a essere un nome e un luogo ben noto lungo le rotte migratorie grazie alla circolazione di esperienze, storie e gruppi di persone in movimento, è anche uno dei primi filtri del regime di frontiera europeo e un laboratorio cruciale per sperimentare nuovi dispositivi orientati alla governance dei flussi. È qui, insieme alle isole greche, che è stato implementato l’approccio degli hotspot, al fine di distinguere i migranti politici da quelli economici, generando in seguito diverse forme di canalizzazione tra l’espulsione e l’inserimento nei circuiti di accoglienza.  ESEMPI DAL CAMPO «Quando andavo alla scuola elementare ricordo che, guardando la cartina dell’Italia attaccata al muro, chiedevamo alla maestra dove fosse Lampedusa. E la maestra metteva un dito sul muro, un po’ più in giù della Sicilia, e diceva: ‘Ecco, qui sta Lampedusa’. Non c’eravamo sulla cartina!» Giacomo Sferlazzo, artista lampedusano nato nel 1980, fondatore del collettivo Askavusa, racconta storie d’infanzia su un’isola che, all’epoca, in Italia risultava sconosciuta ai più. Interviene a questo punto un altro membro di Askavusa (che significa «a piedi scalzi», «senza scarpe», ed evoca «un’aspirazione a collegarsi con la storia e la memoria viva dell’isola con cui il turismo di massa crea una cesura»): «Dalla fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 in avanti, le migrazioni a Lampedusa dialogano con altri due eventi, il turismo di massa e la militarizzazione del Mediterraneo, con una serie di conseguenze. Il turismo di massa, per esempio, va a modificare una comunità di pescatori e di cicli culturali legati al mare… De Martino parlerebbe di ‘apocalissi culturale’. In pochi anni Lampedusa fa un salto molto più rapido e profondo che altri posti in Italia».  Estratto dai diari di campo, dicembre 2020  LAMPEDUSA di cosa? Sembrerebbe una vetrina anche di cose distinte, dipendendo dal momento e dalla contingenza storica. Hotspot vuoto, hotspot pieno… dipendendo se c’è la visita di un ministro o altro… E poi, come isola, ha in sé una dimensione di detenzione. Sebbene molti migranti quando arrivano non lo sappiano e chiedano dov’è la stazione, qui si rimane bloccati, anche se si è riusciti a uscire dall’hotspot. Quando sei in un’isola dove vai? Rimani comunque bloccato. L’hotspot, in fin dei conti, è Lampedusa…  Intervista a un avvocato delle reti solidali
Papa Leone XIV a Lampedusa: incontro stampa con i sopravvissuti e con la società civile
Venerdì 3 luglio 2026 alle 18 Agricola ’Mpidusa, Contrada Imbriacola (nei pressi dell’Hotspot), Lampedusa Sei organizzazioni convocano un punto stampa in occasione della visita del Pontefice a Lampedusa per spiegare ai giornalisti presenti la situazione sulla frontiera più letale al mondo e riportare al centro le conseguenze delle politiche europee e del nuovo Patto su Migrazione e Asilo. L’evento si concentrerà sui resoconti di Ragazzi Baye Fall e Refugees in Libya, associazioni autorganizzate fondate da persone con un vissuto migratorio ed esperienza diretta di violenza e repressione sulla frontiera. Intervengono: Naeima Yaqoub – Co-fondatrice e Presidente Refugees in Libya Seck Baye Fall – Coordinatore Ragazzi Baye Fall a Lampedusa Edoardo Avio – Coordinatore Maldusa a Lampedusa Francesca Saccomandi –  Coordinatrice Mediterranean Hope-FCEI Oltre agli interventi dei relatori principali, saranno disponibili per domande e interviste anche le rappresentanti delle associazioni co-organizzatrici Resqship e Sea-Watch, Merle Dammhayn e Giorgia Linardi. Sea Watch
July 1, 2026
Pressenza
Da Lampedusa gettano una nuova rete dell’accoglienza
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di tivissima da Pixabay -------------------------------------------------------------------------------- Nasce “Rete Lampedusa”, “rete di Pietro” con l’obiettivo di riunire terzo settore, mondo ecclesiale e società civile in un unico movimento culturale e operativo che si occupi di migrazioni e accoglienza. Il progetto è pensato per colmare un vuoto strutturale nel dibattito pubblico europeo sulla migrazione. Di fronte alla polarizzazione tra il leitmotiv dell’invasione e il silenzio tattico, i promotori propongono una terza via: una narrazione basata su dati, competenza, diritti umani e – soprattutto – sull’incontro con l’altro come atto di umanità condivisa. Promossa e guidata da Pietro Bartolo, il medico che ha accolto per tanti anni i migranti sbarcati a Lampedusa ed ex parlamentare, divenuto figura simbolo dell’accoglienza, la rete mira a trasformare la percezione della migrazione da emergenza ad opportunità strutturale per il futuro demografico ed economico dell’Europa. I migranti non solo non sono un’emergenza ma sono il nostro futuro. È ormai evidente a tutti che l’Europa sta affrontando un inverno demografico senza precedenti. Entro il 2050 mancheranno all’appello 44 milioni di lavoratori. Tutto il nostro welfare, le nostre pensioni, la nostra economia si reggono oggi grazie a chi è arrivato, i dati parlano chiaro. Nonostante ciò, a causa anche delle politiche repressive e respingenti, il nostro mare, il Mediterraneo, è divenuto un cimitero. Dal 1991, oltre 50.000 persone hanno perso la vita cercando di raggiungere l’Europa. Dal 2014 ad oggi, i morti e dispersi documentati sono oltre 35.000, di questi, almeno 4.000 erano bambini e questi sono dati ufficiali, riconosciuti mentre sappiamo che sicuramente sono molti di più, morti non rintracciati, persone disperse lungo la tratta di cui non si ha traccia. Mentre il nostro continente invecchia, l’Africa vede lasciare il continente i suoi giovani ma nonostante ciò sua popolazione è sempre più giovane. È inevitabile che queste due realtà si incontreranno comunque, che lo si voglia o no. La Rete Lampedusa pone il suo obiettivo su questo punto e invita a decidere da che parte stare: se accettare questo stato di cose che attraverso il filo spinato e i naufragi non riuscirà comunque ad arginare gli arrivi oppure accogliere le persone attraverso canali legali, formazione, lavoro e dignità. Non solo per solidarietà ma anche per consapevolezza di questo stato di cose. Il 15 luglio alle ore 10 a Roma, in via Marghera 59, presso l’istituto Maria Ausiliatrice delle Salesiane di Don Bosco, Pietro Bartolo presenterà il progetto della Rete che aspira ad accogliere al suo interno tutte le realtà che da anni si occupano del fenomeno migratorio (per saperne di più: https://www.retelampedusa.org/). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Da Lampedusa gettano una nuova rete dell’accoglienza proviene da Comune-info.
June 29, 2026
Comune-info
Aurora 2 salva 40 persone
Aurora 2, la nuova nave veloce di Sea-Watch, questa mattina ha soccorso 40 persone, tra cui due bambini, a bordo di un gommone in difficoltà. Sono da poco sbarcate, in sicurezza, a Lampedusa. Sea Watch
June 16, 2026
Pressenza
Il Mediterraneo continua a inghiottire persone invisibili
Il copione si ripete, ma non fa notizia. Al largo di Lampedusa, presumibilmente giunte dalla Libia, sono arrivate vive 58 persone, ma alcune in pessime condizioni, fra cui un bambino piccolissimo. Una motovedetta della Guardia Costiera aveva adempiuto al proprio dovere, a circa 85 miglia dall’isola, nella zona SAR che dovrebbe essere vigilata dal governo di Tripoli. Alcuni morti erano a bordo, deceduti per ipotermia o per le inalazioni del carburante, altri non hanno resistito per il tempo necessario ad arrivare al porto di attracco. Quasi contemporaneamente, nell’Egeo, al largo di Bodrum, nel sud ovest della Turchia, sono stati tratte in salvo 21 persone, ma almeno altre 18 invece hanno perso la vita. Discordanti le ricostruzioni: secondo alcuni c’è stato un inseguimento della Guardia Costiera turca al gommone carico e non è ancora chiaro se questo si sia ribaltato o sia stato speronato. Il bilancio non cambia. Perché non chiamarli vittime delle guerre che dall’Afghanistan al Medio Oriente fino all’Africa Sub Sahariana continuano a imperversare? Già loro non contano per i governi della Fortezza Europa che da giugno, con il nuovo patto, blinderanno ancora di più i propri confini e saranno responsabili di ulteriori tragedie. I morti, ma anche i sopravvissuti di questa notte come tante sono gli invisibili. Sono quelli per cui si è levata la voce sabato 28 marzo nella manifestazione No Kings, sono le vittime dei Re e delle Regine, ultimi fra gli ultimi. Continueremo per loro a chiedere giustizia e diritti, senza rassegnarci al suprematismo occidentale Stefano Galieni, responsabile immigrazione Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
April 1, 2026
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