La “guerra cognitiva” a Milano la fa lo StatoMartedì 20 ottobre il nostro Ministro della Difesa, Guido Crosetto, era
preoccupato. Intervenendo al “2nd defence procurement” a Roma diceva: “I fatti
di Milano sono frutto della guerra ibrida“. E giù giornalisti in rivoli di
articoli e servizi televisivi per diffondere l’idea nella popolazione.
Poi si lasciava andare in quella che sembrava quasi una confessione: “Non
riusciamo a trasmettere quanto sia importante la difesa come pilastro della
sicurezza e delle istituzioni. La cultura della difesa non ha appeal”. E giù il
Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, a firmargli un
manifesto di intenti per «rafforzare la collaborazione tra le due
Amministrazioni e promuovere un dialogo più stretto e costante tra mondo
accademico, industria e istituzioni, dedicato alla Cultura della Sicurezza».
A quanto ci risulta, questa è la prima volta in cui una fonte istituzionale
esplicita mediaticamente che l’Italia ha subito un attacco cognitivo. Le
dichiarazioni di Crosetto per commentare i danneggiamenti avvenuti nelle
manifestazioni ai negozi nel centro di Milano successivamente alla
manifestazione contro il caro vita e nel giorno successivo, il 17 e il 18
ottobre indicano che le chiamate a scendere in piazza dalle quali sono nati gli
scontri potrebbero essere state state inoltrate sui social da un Paese straniero
con l’intenzione di danneggiare l’Italia. Ma cosa significa? Che cos’è la guerra
cognitiva? E davvero siamo sotto attacco?
“UNA GUERRA COGNITIVA È UN CONFLITTO CHE CONSIDERA IL PENSIERO UMANO E LA
PERCEZIONE DELLE PERSONE I BERSAGLI PRINCIPALI DEI PROPRI ATTACCHI”.
Di solito le definizioni che si trovano in rete o nei documenti aggiungono
specificazioni che però ne inficiano la portata. In particolare, spesso si dice
che è guerra cognitiva (solo) quella fatta dall’apparato militare di uno stato
contro la popolazione di un altro stato. Questo è falso per due motivi: il
primo, come rivelano le stesse fonti militari, è che la guerra cognitiva include
anche operazioni militari “di difesa” che consistono nel tentativo di manipolare
le menti della popolazione della propria nazione; il secondo è che non è
condotta solo da militari, perché ad esempio anche un’azienda bellica che offre
“gratuitamente” alle scuole su determinate materie scientifiche e il Ministero
dell’Istruzione e del Merito e le Forze dell’Ordine che diffondono la Cultura
della Difesa nelle scuole stan facendo guerra cognitiva. Perché? Perché stanno
pianificando e attuando tecniche che hanno l’obiettivo di influenzare la lettura
della realtà dei giovani con scopi predeterminati. Il conflitto in questo caso è
tra chi la guerra la vuole e chi si troverebbe a doverla combattere con il
proprio corpo.
Veniamo al caso di Milano. Gli esperti di flussi, algoritmi e bot, avrebbero
rilevato che i messaggi circolati sui social subito prima delle manifestazioni
avessero un target predefinito composto da giovani arrabbiati, potenzialmente
disubbidienti e facilmente incitabili alla rivolta. I contenuti e gli appelli
poi sono stati rilanciati e ognuno si sarebbe quindi trasformato in un
moltiplicatore che ha contribuito a far crescere da subito le adesioni agli atti
violenti. Questa azione così precisa ha fatto pensare agli esperti che vi fosse
sotto una competenza digitale e un modello predefinito, simile a ciò che è
successo a Ceuta e in Albania. La diffusione in concomitanza dei immagini
provenienti dalla Francia avrebbe creato nei giovani un effetto emulazione. Le
devastazioni del 17 e 18 ottobre sarebbero quindi per gli esperti del ministero
il risultato di una azione informatica, tecnologica e sociale insieme: che non
ha creato il malcontento, ma si è “limitato a intercettarlo, orientarlo e
amplificarlo”. Non è stato un fenomeno spontaneo ma sono state rilevate secondo
i servizi “tracce di enfatizzazione sulla mobilitazione dei manifestanti“ volte
a chiamare in piazza più persone, corroborando poi la tesi aggiungendo che le
fonti degli appelli non erano state rintracciate.
Ma sebbene non sia possibile escludere che ci sia stata un’ingerenza di tipo
cognitivo da parte di un altro paese, c’è un po’ di differenza tra considerare
questa ipotesi e diffonderla mediaticamente come l’unica e utilizzarla per
delegittimare il malconento e il disagio giovanile, equiparare la partecipazione
alle manifestazioni con quella ai danneggiamenti e prendere provvedimenti quali
inviare l’aeronautica a sfilare a Milano in Difesa di negozi di lusso.
Anche perché affermare che siamo sotto attacco cognitivo ha anche diverse
conseguenze che al netto sono decisamente a favore del Ministero della Difesa.
Tanto che la dichiarazione di Crosetto e la successiva diffusione a mezzo stampa
può essere anch’essa letta come un attacco cognitivo alla società italiana. In
effetti, tale messaggio:
* introduce nell’immaginario collettivo il termine guerra cognitiva senza dire
che i militari la fanno anche manipolando le menti delle “proprie”
popolazioni;
* contribuisce a costruire un Nemico senza definirlo chiaramente. Forse “i
russi”, forse “gli jihadisti”, forse “i comunisti”. L’unica cosa che si
capisce è che l’artefice c’è e che è contro il meravigliosamente libero e
democratico Occidente.
* alimenta quindi un clima di paura da utilizzare per sostenere l’introduzione
del cyber-esercito in discussione ora in Parlamento oppure il ritorno della
leva (clicca qui).1
* legittima l’invio di 500 militari a Milano senza dire che così militarizza la
società, favorisce la deriva bellica e agisce quella pedagogia nera che
considera la repressione un metodo d’insegnamento.2
Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università,
denunciamo che l’idea che le manifestazioni di dissenso ed i conflitti sociali
siano generati da agenti esterni o fiancheggiatori di agenti esterni all’interno
di quella che viene chiamata minaccia ibrida e guerra cognitiva è estremamente
pericolosa. Da manuale militare, rientra nella generale identificazione di un
nemico al quale attribuire le responsabilità. L’identificazione di queste
categorie possono portare sia ad attacchi espliciti (verbali o fisici) sia a
conseguenze a livello di sistema (limitazione e esclusione). Per i fatti di
Milano la ricerca di un soggetto che avrebbe in nome dell’Islam coordinato i
fatti sminuisce i reali problemi che hanno creato le manifestazioni di dissenso
e gli attacchi ai simboli del lusso.
Esiste poi un’altra possibilità che è stata fatta passare del tutto sottotraccia
dalle voci istituzionali ed è quella del fearmongering [In inglese, fear è
“paura” e monger è “commerciare, saper vendere”] di stampo neofascista. Fra i
vari contenuti che sono partiti non si sa dove, sono diventati “virali” e sono
poi stati capaci di influenzare l’opinione pubblica giovanile in varie città, ci
sono state anche delle presunte conversazioni “trapelate” da chat di gruppi
Telegram che rivelavano l’intenzione dei membri di questi gruppi di scendere in
piazza per andare a compiere crimini come “stuprare le ragazze”. Notizie che
dopo qualche giorno si sono rivelate essere fake anche fra i giovani, ma che
all’inizio hanno spaventato molto, come ci ha sengalato una docente di una
secondaria di primo grado di Brescia. Il fearmongering si basa sul diffondere
tensione e preoccupazione e portare così le persone a credere che ci sia un
crescente bisogno di forze dell’ordine. In questo caso specifico, ha
“contribuito” inducendo diversi giovani a non scendere in piazza per paura.
Cosa sarebbe se questi messaggi non fossero circolati? Forse avremmo visto più
piazze come quella di Cosenza, in cui un migliaio di giovani ha organizzato in
pochissimo tempo una manifestazione pacifica e travolgente, in cui partecipare
era insieme presa di coscienza d’essere collettività, politicizzazione e modo
per “bruciare” un giorno di scuola.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
1. L’incremento delle forze armate per raggiungere l’obiettivo di un soldato
ogni 300 abitanti e di istituire la riserva militare territoriale era stato
annunciato a giugno e rimandato a questo autunno. Notizia di questi giorni è
l’intenzione della parlamentare Cinzia Pellegrino di proporre il tema
all’interno già in discussione proprio in questi giorni in Parlamento ︎
2. Il convegno di formazione del 4 novembre mattino verterà anche su questo, in
particolare con un intervento di Stefano Cobello (clicca qui per iscriverti)
︎
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