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Fuori dai riflettori, a Ceuta continuano le violenze
Dopo l’attenzione mediatica esplosa tra la fine di luglio e agosto, Ceuta è progressivamente scomparsa dalle cronache. Ma mentre i riflettori si spengono, la situazione sul terreno continua a essere segnata da violenze, sgomberi e respingimenti. Gli aggiornamenti raccolti da No Name Kitchen, che monitora la situazione sul campo, e le testimonianze documentate da Amnesty International 1 restituiscono il quadro di una gestione fondata sulla repressione, sull’abbandono e su una pressione continua sulle persone in movimento. “OCCHI SU CEUTA”: LA SITUAZIONE È DISUMANA Delle oltre 80 mila persone entrate a Ceuta dal confine con il Marocco alla fine di luglio 2026, al centro dell’attenzione di media e giornali per tutto il mese successivo, ora rimane ben poco nelle cronache. La notizia, che aveva attirato una forte attenzione mediatica ed era stata utilizzata per alimentare narrazioni propagandistiche e razziste, prima fra tutte quella dell’«invasione», è progressivamente scomparsa dal dibattito pubblico.  Mentre è facile fare notizia quando si tratta di puntare il dito contro un presunto nemico costruito attraverso retoriche populiste, più difficile è continuare a raccontare ciò che accade quando emerge una realtà in cui sono le istituzioni a esercitare violenza. Le loro responsabilità vengono taciute, così come tutto ciò che ne consegue. Oggi, a quasi due mesi dagli ingressi, si parla poco di ciò che accade sulle coste di Ceuta, così come poco spazio è stato dato ai numeri delle vittime del confine: almeno 142 persone sono morte tra Ceuta e Melilla, annegate nel tentativo di raggiungere la costa.  Nel frattempo, migliaia di persone continuano a lottare per la propria sopravvivenza dentro una città che si è progressivamente militarizzata contro di loro. Ma anche se l’attenzione si spegne, a Ceuta la situazione non si è «risolta». Al contrario, nell’ombra calata sulla vicenda, la gestione continua a essere segnata da militarizzazione, violenza e repressione. Attualmente, il numero di persone in movimento che vivono in condizioni estremamente precarie a Ceuta rimane elevatissimo. Tra loro c’è una presenza significativa di minori stranieri non accompagnati: sono 2.383 quelli identificati, secondo il capo del Comando unico di Ceuta.  Tra 500 e 700 di loro vivono ancora oggi in strada, senza alcuna forma di tutela, nel contesto di una disputa politica che ostacola l’accoglienza, la presa in carico e la nomina di rappresentanti legali, nonostante si tratti di diritti sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989.  Molti minori hanno raccontato di essersi rivolti quasi quotidianamente alla polizia per chiedere protezione, venendo tuttavia respinti, in violazione degli obblighi internazionali di tutela. Anche nei centri per minori, tuttavia, emergono testimonianze di violenze che spingono alcuni ragazzi a fuggire e a tornare a vivere in strada. Si crea così un paradosso: ciò che dovrebbe tutelare diventa esso stesso un deterrente, rendendo evidente una forma di de-protezione che si riproduce all’interno del sistema. Sono inoltre circa 800 le donne, alcune con figli minori, che vivono in strada in una grave situazione di assenza di protezione. A fronte delle carenze del sistema di accoglienza sono sorti accampamenti informali: circa 20 famiglie monoparentali, composte da donne e figli, sono alloggiate in una tenda nei pressi della moschea Sidi Embarek per evitare di dormire completamente all’aperto, ma in condizioni tutt’altro che dignitose.  È degli ultimi giorni la notizia dell’apertura imminente di un nuovo campo rivolto alle donne, che rende evidente la lentezza della risposta statale e le carenze della gestione. In alcuni casi, infatti, donne e bambini sono stati inseriti anche in strutture rivolte agli uomini, senza adeguati accorgimenti per la loro protezione, come è avvenuto solo qualche settimana fa al CETI (Centro di accoglienza temporanea). Poi ci sono ragazzi giovanissimi, molti dei quali neo maggiorenni, uomini, padri e anziani, dispersi per la città, negli accampamenti sulle spiagge, tra i vicoli e nella foresta. Qui cercano rifugio per sottrarsi alle violenze sempre più diffuse perpetrate dalle forze armate, da gruppi di estrema destra e, in alcuni casi, anche da cittadini di Ceuta.  Con l’arrivo del freddo e delle piogge, le condizioni diventano ancora più difficili e aumentano le persone che necessitano di beni di prima necessità. Negli ultimi giorni, molte persone sono rimaste per giorni completamente bagnate, senza vestiti asciutti né un luogo in cui ripararsi. Per loro non c’è cibo, non c’è acqua, non c’è accoglienza, non c’è la possibilità di prendersi cura della propria igiene personale, né un luogo in cui dormire senza il timore di ritrovarsi immersi in una pozzanghera o di essere svegliati a manganellate. Non ci sono diritti rispettati, ma solo un clima costante di violenza e minaccia: «O torni in Marocco, come vogliono loro, oppure resisti e vivi questo incubo ogni giorno, sperando che prima ci facciano chiedere asilo». Testimonianza SGOMBERI E DEPORTAZIONI ILLEGALI DI GRUPPO Negli ultimi giorni, il 4 e 5 ottobre, la polizia spagnola ha sgomberato gli accampamenti sulla spiaggia di El Trampolín. Le forze armate hanno costretto le persone a radunarsi e a rimanere sedute per terra per ore, per poi caricarle su autobus diretti verso il confine con il Marocco, senza fornire informazioni sulle ragioni dell’operazione, sui loro diritti e sulle modalità del trasferimento.  Le persone prelevate, inoltre, non erano state precedentemente identificate né registrate e non hanno avuto la possibilità di esercitare il proprio diritto a chiedere asilo. In una giornata segnata da forte tensione e violenza, circa 1.000 persone sono state condotte oltre il confine, in Marocco; le altre sono state lasciate in città e si sono trovate a cercare un nuovo posto in cui sistemarsi. Le immagini video realizzate durante quelle ore mostrano anche alcune persone attraversare la frontiera a piedi, in quello che viene presentato come un gesto «volontario». No Name Kitchen è rimasta al confine per ore, monitorando e documentando la situazione 2.  Nei video si vedono gli autobus arrivare dalla spiaggia di El Trampolín e, successivamente, piccoli gruppi di cinque persone alla volta accompagnati attraverso una porta. Qui la polizia fornisce, in tre minuti, una spiegazione sommaria della situazione, senza la presenza di interpreti né legali; negli stessi tre minuti, i componenti del gruppo devono decidere se rimanere o tornare in Marocco. Tre minuti non possono essere considerati un tempo adeguato per ottemperare all’obbligo di informazione, fornire in una lingua comprensibile indicazioni complete sulle procedure per la richiesta di asilo e permettere a ciascuna persona di comprendere le proprie possibilità. Tanto più considerando che, secondo quanto previsto dalla legge, ogni situazione dovrebbe essere valutata individualmente, tenendo conto delle specifiche circostanze personali.  Quanto osservato sembra invece configurarsi come una procedura collettiva, nella quale non è possibile verificare quali informazioni vengano effettivamente fornite dalla polizia durante quei pochi minuti. In questo contesto, è necessario interrogarsi sulle condizioni in cui viene compiuta una scelta che le autorità presentano come libera e sulla possibilità che le persone abbiano realmente ricevuto tutte le informazioni necessarie per prendere una decisione consapevole. Il dubbio è ancora più rilevante alla luce della gestione complessiva della presenza delle persone in movimento a Ceuta, che sembra portare le persone allo stremo delle proprie forze, fino a spingerle a rinunciare alla possibilità di rimanere e chiedere protezione. Le testimonianze raccolte raccontano inoltre di trasferimenti forzati una volta raggiunto il territorio marocchino, con persone prelevate e trasferite direttamente verso il sud del Paese. Già nel mese precedente si erano verificate operazioni analoghe, condotte più o meno nell’ombra e senza una procedura individuale, come descritto nel rapporto di agosto, di cui riportiamo una testimonianza: «Eravamo seduti vicino al mare quando sono venuti da noi e ci hanno detto: “Non abbiate paura, vi portiamo alle tende così potete dormire lì”. E invece ci siamo ritrovati qui, al confine; sono stato deportato in Marocco. Ci hanno scaricati in una città a caso, lontana da casa nostra. Ora non so cosa fare, mi sento senza speranza». Reportage e inchieste/Confini e frontiere CEUTA: MILITARIZZAZIONE, VIOLENZA RAZZISTA E REPRESSIONE DELLA SOLIDARIETÀ Un reportage scritto sul campo, attraversato dalle testimonianze delle persone che vivono e resistono alla frontiera Giulia Stella Ingallina 7 Settembre 2026 Sono dei primi giorni di ottobre anche i video che mostrano persone in fuga mentre cercano di sottrarsi alla polizia e ai trasferimenti forzati. Alcune corrono verso il mare per raggiungere a nuoto un altro tratto della costa spagnola, mentre le autorità le inseguono, utilizzando anche quelle che, dalle immagini, sembrerebbero armi da fuoco. Considerate nel loro insieme, queste operazioni assumono le caratteristiche di trasferimenti collettivi verso il Marocco e sollevano seri interrogativi rispetto al diritto di chiedere asilo e al principio di non-refoulement. La questione appare ancora più grave nel caso di minori e donne, che hanno subito lo stesso trattamento.  La sistematicità di queste operazioni sembra inoltre inserirsi in una più ampia gestione dello spazio urbano orientata a rimuovere progressivamente gli accampamenti e la presenza delle persone in movimento dalla città. L’operazione del 4 e 5 ottobre è avvenuta a pochi giorni dalla visita di re Felipe VI e della regina Letizia, prevista per il 13 ottobre, rendendo significativa la coincidenza tra la rimozione degli accampamenti e la preparazione della città all’arrivo dei reali.  Ma quelle condizioni di abbandono esistono e renderle invisibili non significa farle scomparire: significa soltanto cancellarne le tracce dallo spazio pubblico, in nome del decoro, mentre migliaia di persone continuano a vivere nelle stesse condizioni. VIOLENZE ESTREME, FINO A CONFIGURARE TORTURA: LA DENUNCIA DI AMNESTY INTERNATIONAL Il 30 settembre Amnesty International ha pubblicato gli esiti di un’inchiesta condotta a Ceuta dal 10 al 15 settembre 3. L’organizzazione ha raccolto 22 testimonianze dirette di violenze da parte dei militari e 65 interviste, tra cui quelle di 31 minori e 26 donne, due delle quali incinte. Tra le pratiche denunciate, insulti e minacce sono all’ordine del giorno e della notte, così come le aggressioni fisiche. I segni dei manganelli restano sui corpi, con lividi e ferite anche in punti particolarmente sensibili, come la testa. Ci sono persone aggredite mentre dormono, colpite alla schiena, prese a calci, minacciate, private del cibo o sottoposte all’uso di spray urticanti. Un ragazzo denuncia anche l’utilizzo di armi bianche da parte delle autorità: «Non va bene! Perché in certe zone hanno iniziato ad accoltellare la gente. Mi trovavo proprio in uno di quei quartieri quando un tizio è stato accoltellato alla spalla e alla schiena! E meno male che quella notte siamo riusciti a scappare.» Testimonianza Un altro racconta di non essere riuscito a camminare per 25 giorni dopo essere stato svegliato, aggredito e poi spinto giù dall’Eremo di San Antonio, nei pressi del quale stava dormendo prima dell’attacco. Alla prevaricazione della forza si accompagnano richieste umilianti. Un ragazzo riferisce di essere stato obbligato da un militare a inginocchiarsi davanti a lui prima di essere picchiato. In altri racconti, ragazzi sono stati costretti a radersi i capelli oppure a inginocchiarsi e baciare una croce cristiana nonostante la propria fede musulmana. Gesti che sembrano avere come unico scopo l’affermazione della forza, del potere e del controllo sull’altro, ridotto a un corpo da dominare e umiliare. La violenza non si limita così a infliggere dolore, ma colpisce la dignità e la percezione di sé. Altre percosse sono state precedute dall’immobilizzazione del corpo. Alcune persone riportano di essere state legate con fascette ai polsi, i cui segni sono rimasti impressi sulla pelle. Un ragazzo racconta di essere stato legato e gettato nel bagagliaio di un’automobile.  Quando lo hanno tirato fuori, gli hanno imbavagliato la bocca e gli hanno sbattuto il volto contro un albero, prima di buttarlo giù da un terrapieno. Un racconto di violenza estrema che, per la sua gravità, non può essere ridotto alla definizione di «abuso» o «uso eccessivo della forza»: episodi di questo tipo possono configurare tortura. La violenza assume forme specifiche anche nei confronti delle donne. Amnesty International ha raccolto testimonianze di insulti e abusi a sfondo sessuale, rivolti anche a donne incinte. Tra questi, quello rivolto da un militare a una donna: «Come fai a non essere capace di prendere la tua spazzatura se sei stata capace di aprire le gambe». Secondo i dati del Consiglio Generale della Magistratura, sono state avviate 37 indagini per violenze sessuali: 28 risultano ancora aperte, mentre 8 sono state archiviate provvisoriamente. Le vittime complessive sono 39, di cui 38 donne e un uomo, e 14 minorenni. Questa violenza verbale e fisica, con finalità intimidatorie e di «castigo», si inserisce in un clima di crescente ostilità, alimentato da una retorica pubblica che presenta la presenza migrante come una minaccia. Espressioni come «invasori» o «devono essere cacciati» hanno trovato ampia diffusione nel dibattito pubblico, sui media e sui social network. Amnesty riporta i dati dell’OBERAXE, che confermano l’intensificazione dell’odio razzista e xenofobo, aumentato ad agosto di circa il 76% rispetto al mese precedente. La retorica stigmatizzante colpisce anche chi presta assistenza o denuncia le violazioni dei diritti. Le organizzazioni impegnate nella distribuzione di cibo e beni di prima necessità hanno riferito di insulti, molestie e ostacoli nello svolgimento delle attività. Il 12 settembre, un veicolo militare ha bloccato per circa due ore l’ingresso della sede di No Name Kitchen, ostacolando la distribuzione quotidiana di cibo.  Il 20 settembre, l’attivista Rafa Borrego, l’avvocata per i diritti umani Sofía Cánovas e la deputata di Ceuta Julia Ferreras sono stati aggrediti al porto di Ceuta da alcuni manifestanti, in un contesto di crescente ostilità nei confronti di ONG e attivisti impegnati nell’assistenza alla popolazione migrante. Il quadro restituito dall’inchiesta di Amnesty International è quello di una violenza che attraversa Ceuta nella sua totalità, non solo nell’uso della forza e nel trauma di un singolo momento, ma nel suo esercizio come strumento di dominio, controllo e umiliazione.  Attraverso il corpo, la violenza afferma una gerarchia, ricordando continuamente a chi la subisce chi può comandare, chi può colpire, chi può decidere dove dormire o quando muoversi. Una pratica che si ripete nello spazio pubblico e che, attraverso la sua sistematicità e il silenzio che la circonda, finisce per diventare parte della quotidianità. NEGARE IL DIRITTO D’ASILO, LASCIARE NEL LIMBO Un altro elemento emerso dall’analisi della situazione e dalle testimonianze raccolte riguarda la difficoltà, e in alcuni casi l’impossibilità, di accedere alla procedura di protezione internazionale. Anche persone entrate a Ceuta ben prima del 30 luglio raccontano gli ostacoli incontrati nell’accesso al diritto d’asilo, quando ancora non era stata dichiarata alcuna situazione di «emergenza». Tra le testimonianze raccolte da Amnesty International vi sono quelle di persone provenienti da Paesi in situazione di conflitto, come Yemen e Somalia.  Questo mostra come, sebbene tutte le persone abbiano il diritto di accedere alla procedura, gli ostacoli riguardino anche chi proviene da Paesi non considerati «sicuri». In diversi casi, le procedure non erano ancora state avviate; le persone non erano state sottoposte alla valutazione delle eventuali vulnerabilità, prevista con l’entrata in vigore del Regolamento Screening il 12 giugno, né avevano ricevuto informazioni adeguate sulle procedure a cui avrebbero potuto accedere. Particolarmente grave è la testimonianza di tre cittadini yemeniti espulsi da Ceuta. Uno di loro, 34 anni, era entrato nell’enclave spagnola alla fine di giugno e, dopo essere stato soccorso dalla Croce Rossa, era stato accompagnato al CETI. A causa della mancanza di posti, tuttavia, non era stato accolto nel centro ed era stato costretto a trascorrere le notti nascondendosi nella foresta, come ancora oggi fanno molte delle persone presenti sul territorio. Sei giorni dopo, quando era tornato in città alla ricerca di cibo, era stato fermato dai militari insieme ad altre circa settanta persone. Sarebbe stato poi picchiato e caricato su un mezzo militare diretto verso la frontiera. Nonostante avesse gridato per manifestare la propria volontà di chiedere asilo e avesse mostrato il passaporto yemenita, il documento sarebbe stato ignorato e gettato a terra dalle autorità. L’uomo è quindi stato deportato e consegnato, insieme alle altre persone, alla polizia marocchina. Una simile condotta non si limita dunque a negare, nei fatti, l’accesso alla procedura d’asilo, ma può configurare una violazione del principio di non-refoulement quando il respingimento avviene senza una valutazione individuale del caso e dei rischi specifici cui la persona potrebbe essere esposta nel Paese verso cui viene rinviata. Altre testimonianze raccontano gli ostacoli incontrati nel tentativo di ottenere un minimo di protezione, per poi, in alcuni casi, andare incontro a trattamenti ancora peggiori. La storia di un ragazzo può riassumere quella di molte delle persone incontrate. Dopo essere entrato a Ceuta, ha trascorso settimane per strada, cambiando ogni tre o quattro giorni il luogo in cui dormiva e cercando gli spazi più nascosti e sicuri per evitare di essere trovato e picchiato dalla polizia, cosa che accadeva comunque con frequenza. Quando hanno iniziato a circolare le informazioni sull’apertura, e poi sull’aumento dei posti letto, di un campo di accoglienza nei pressi dell’ospedale, ha cominciato a dormire nelle sue vicinanze, monitorando la situazione. Con il passare dei giorni, le persone in attesa all’esterno sono diventate sempre più numerose. Entrare nel campo, inizialmente guardato con sospetto per il timore che potesse trattarsi di un centro di pre-rimpatrio, anche a causa della sua vicinanza al confine, è diventato progressivamente l’unica speranza per sottrarsi alla violenza sempre più presente nelle strade. Dopo diversi giorni di attesa, a metà settembre il ragazzo è riuscito a ottenere un posto nel campo, inizialmente senza che venisse avviata alcuna procedura. Nei giorni successivi racconta di essere stato accompagnato dalla polizia per quella che si ipotizzava fosse la registrazione della domanda d’asilo, visto che ne aveva già da tempo manifestato la volontà. Al termine dell’incontro, tuttavia, non gli è stato consegnato alcun documento, né vi è stata alcuna formalizzazione o spiegazione chiara sui passaggi successivi. Uscito dall’incontro ancora più confuso, ha cercato informazioni sulla procedura d’asilo attraverso i volontari, riferendo di aver percepito una forte pressione verso l’ipotesi del ritorno volontario. Non era quindi chiaro quale procedura fosse effettivamente in corso, né quale fosse la sua posizione. A un certo punto, tuttavia, gli è stato comunicato, sempre e solo a voce, che sarebbe stato ascoltato da una commissione nell’aprile 2027, a circa sette mesi di distanza: «Ho l’impressione che qui stiamo solo perdendo tempo e che alla fine ci respingeranno. Avremo perso un anno della nostra vita, durante il quale abbiamo persino perso la nostra dignità, capisci? Molti ragazzi stanno tornando in Marocco, sono stanchi. Anche le persone che erano in giro nascoste, le hanno portate in città ma hanno respinto la loro richiesta di asilo. Qui abbiamo solo sprecato tempo e salute.» Testimonianza LA STRATEGIA DELLO SFINIMENTO Le quotidiane molestie e violenze di natura razzista e xenofoba sembrano produrre l’effetto di logorare progressivamente la salute psicologica delle persone, portandole verso un limite di sopportazione sempre più difficile da sostenere. Si va dagli impedimenti più banali alla vita quotidiana, come la difficoltà nel farsi la doccia, reperire articoli per l’igiene personale e vestiti puliti, all’impossibilità di dormire perché continuamente svegliate a colpi dagli agenti di polizia. Anche l’accesso al cibo e all’acqua potabile risulta problematico, tra la quantità insufficiente distribuita dalle organizzazioni umanitarie e l’impossibilità, in alcuni casi, di entrare nei negozi e nei supermercati.  L’accesso a questi luoghi è infatti presidiato dalle autorità che, attraverso identificazioni aggressive e forme di profilazione razziale basate sul colore della pelle e sull’abbigliamento, decidono arbitrariamente chi può entrare. Una pratica che non riguarda soltanto le persone in movimento, ma anche cittadini di Ceuta con origini marocchine. A questo si aggiunge l’abbandono per mesi delle persone negli insediamenti sulle spiagge di Benítez e El Trampolín, nelle Naves del Tarajal, nelle aree periferiche del CETI, nel centro equestre La Hípica de Ceuta, nei terreni adiacenti alla moschea di Sidi Embarek e in altre zone della città, dalla foresta ai quartieri periferici di Loma Colmenar ed El Príncipe. A rendere ancora più grave questa condizione è la mancanza di un’adeguata assistenza sanitaria. Dopo essere state ferite o esposte a condizioni insalubri, le persone incontrano difficoltà nell’accesso alle cure. Sono state raccolte testimonianze di discriminazioni e commenti razzisti e xenofobi rivolti ad alcune persone in movimento che si recavano all’Ospedale Universitario di Ceuta, con casi in cui sarebbero state costrette ad attendere all’esterno del pronto soccorso.  Persone con ferite aperte alla testa hanno riferito di aver atteso per molte ore in strada prima di ricevere cure, subendo nel frattempo anche molestie da parte dell’esercito che pattugliava l’area. Amnesty International ha inoltre raccolto la testimonianza di un uomo in sedia a rotelle, con gravi ferite alle caviglie, alle braccia e al busto dopo essere stato spinto da alcuni soldati da un’altezza superiore ai sei metri. Secondo quanto riferito, non gli sarebbe stata nemmeno effettuata una radiografia, ma soltanto applicata una benda d’emergenza. Si delinea così una condizione fatta di violenze strutturali e sistemiche, impedimenti alla vita quotidiana, pressione psicologica, paura e minaccia. Da alcune settimane, inoltre, gli agenti avrebbero iniziato a utilizzare mascherine sanitarie durante le ronde finalizzate a individuare e picchiare le persone.  Alla luce della diffusione di video che documentano le violenze, l’utilizzo delle mascherine sembra avere l’obiettivo di impedire il riconoscimento degli agenti, in contrasto con l’obbligo di identificazione previsto per le autorità pubbliche in divisa. Questo espediente diventa alienante anche per chi subisce le violenze: l’agente non è più riconoscibile come persona, ma soltanto come una divisa che si impone sul corpo di chi la subisce, rendendo ancora più difficile qualsiasi possibilità di appello a un’umanità comune. I trattamenti descritti, crudeli, disumani e degradanti, sembrano dunque rispondere a un modello, come emerge anche dalle parole riportate da Amnesty International: «Abbiamo ordini affinché non si sentano a loro agio», avrebbe detto un ufficiale militare per giustificare identificazioni e molestie nei confronti delle persone in movimento. Quella che sembra essere in atto a Ceuta è una strategia dello sfinimento. Di fronte a una situazione che dovrebbe essere affrontata attraverso gli strumenti previsti dalle norme di tutela e dal diritto d’asilo, le autorità arrivano, all’opposto, a disumanizzare le persone e a compiere gesti estremi, che per le loro modalità possono configurare forme di tortura, fino a spingerle al limite della sopportazione. Attraverso una pressione continua, sembra che l’effetto sia quello di esaurire le forze e la capacità di resistere delle persone, fino a spingerle ad abbandonare la volontà di rivendicare i propri diritti in Europa e a scegliere di tornare «volontariamente» in Marocco. Una strategia che sembra riuscire, in alcuni casi, a produrre proprio quell’effetto: «Qui non c’è niente di buono; ho iniziato a sentire che sto perdendo me stesso. Sento che il mio tempo qui è finito, forse tornerò in Marocco». Testimonianza LA GRAVITÀ DELLA SITUAZIONE: UNA RIFLESSIONE SUL DIVIETO DI TORTURA E DI TRATTAMENTO INUMANO O DEGRADANTE La situazione che emerge oggi a Ceuta solleva una questione più ampia, relativa agli obblighi dello Stato ai sensi dell’articolo 5 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e, in particolare, dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ripreso dalla Carta di Nizza all’articolo 4, che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. A livello internazionale, lo stesso principio trova una formulazione specifica nella Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984, che definisce la tortura come: «Qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine […] di intimorirla o di far pressione su di lei […] o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o col suo consenso espresso o tacito. […]» Nel tempo, la giurisprudenza ha interpretato la norma estendendone l’applicazione, oltre che alle forme più evidenti di violenza, anche a condizioni capaci di ledere la dignità e l’integrità della persona.  Nella valutazione assumono rilievo la durata della condotta e i suoi effetti fisici e mentali, così come il sesso, l’età e lo stato di salute della vittima. Possono inoltre essere considerati la premeditazione, lo scopo perseguito e l’eventuale volontà di umiliare o avvilire la persona.  Nella sentenza Taştan c. Turchia 4, infatti, la Corte di Strasburgo ha ritenuto rilevante quest’ultimo elemento, precisando che l’umiliazione non deve necessariamente essere pubblica, ma è sufficiente che sia percepita come tale dalla vittima. A Ceuta, le testimonianze raccolte parlano di persone picchiate, immobilizzate, minacciate, private del cibo, sottoposte a umiliazioni e, in alcuni casi, a violenze estreme. È dunque alla luce dell’articolo 3 che occorre interrogarsi sul limite oltre il quale l’esercizio della forza e il trattamento riservato a una persona diventano incompatibili con la sua dignità, valutando sia le singole aggressioni sia le modalità con cui si producono nel contesto complessivo. La violazione dell’articolo 3 può infatti riguardare anche le condizioni complessive nelle quali una persona viene lasciata vivere e la mancata protezione da parte delle autorità. Un precedente significativo è Khan c. Francia 5, relativo alla situazione di un minore straniero non accompagnato che viveva nella cosiddetta Jungle di Calais.  La sentenza mostra come gli obblighi derivanti dalla norma non si esauriscano nel dovere dello Stato di non maltrattare una persona, ma possano comprendere anche un obbligo positivo di proteggerla quando si trova in una condizione di particolare vulnerabilità. È questo il parametro attraverso cui interrogare la responsabilità dello Stato: a Ceuta, ancor prima delle violenze e delle pessime condizioni materiali in cui migliaia di persone sono costrette a vivere, viene meno l’obbligo di protezione.  Minori non accompagnati, donne e altre persone vulnerabili continuano a vivere per strada e, invece di trovare presa in carico e protezione, incontrano nello spazio pubblico controllo, minacce, percosse e umiliazioni, oltre al rischio di essere allontanate e trasferite. Bisogna, in questo senso, prendere in considerazione anche il principio di non-refoulement che, proprio sotto il profilo dell’articolo 3, costituisce un limite all’azione dello Stato: una persona non può essere trasferita qualora esistano motivi per ritenere che, nel Paese di destinazione, possa essere esposta a violenze.  Tra i precedenti più significativi vi è Hamed c. Austria 6, nel quale la Corte ha ritenuto che l’espulsione verso la Somalia avrebbe comportato una violazione dell’articolo 3, e Hirsi Jamaa e altri c. Italia 7, nel quale ha ribadito che anche di fronte alla pressione degli arrivi e alla complessità della gestione delle frontiere lo Stato non è sollevato dai propri obblighi, sottolineando anche il divieto di trasferimento senza una valutazione individuale della situazione e dell’eventuale rischio. Questo principio assume una rilevanza particolare a Ceuta, dove persone in movimento vengono allontanate verso il Marocco in forma collettiva e senza una valutazione dei rischi cui potrebbero essere singolarmente esposte. Il margine di discrezionalità dello Stato incontra dunque un limite nell’articolo 3, in quanto disposizione priva di eccezioni e non suscettibile di deroga, neppure in circostanze eccezionali, comprese quelle legate alla lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata o alla sicurezza nazionale. La Corte ha più volte ribadito il carattere assoluto del divieto e l’impossibilità di bilanciarlo con altri interessi dello Stato. È proprio alla luce di questo principio che occorre interrogarsi su quanto accade a Ceuta: l’eccezionalità del numero degli ingressi, la difficoltà della gestione o le esigenze di sicurezza non possono giustificare comportamenti violenti, degradanti o inumani, né l’assenza di protezione nei confronti di persone vulnerabili. La questione, quindi, non è soltanto stabilire se una singola aggressione abbia oltrepassato la soglia dell’articolo 3, ma allargare lo sguardo a ciò che accade quando violenza, umiliazione, abbandono e mancata protezione diventano elementi ricorrenti di un sistema di gestione che, invece di garantire protezione e accesso ai diritti, produce paura, precarietà e sfinimento. È proprio su questo che dovrebbe misurarsi la responsabilità dello Stato: sulla capacità di garantire che, anche alle frontiere, i diritti fondamentali non smettano di valere. 1. España: Amnistía Internacional denuncia tortura y tratos crueles, inhumanos y degradantes a personas migrantes y solicitantes de asilo en Ceuta por parte de fuerzas militares y condiciones indignas de acogida, Amnesty International (30 settembre 2026) ↩︎ 2. Vedi il post video di NNK ↩︎ 3. España: Amnistía Internacional denuncia tortura y tratos crueles, inhumanos y degradantes a personas migrantes y solicitantes de asilo en Ceuta por parte de fuerzas militares y condiciones indignas de acogida, Amnesty International (30 settembre 2026) ↩︎ 4.  Corte, sentenza Taştan c. Turchia, 04.03.2008, riferimento n. 63748/00 §31 ↩︎ 5. Vedi la decisione della CEDU ↩︎ 6. Corte, sentenza Hamed c. Austria, 17.12.1996, riferimento n. 25964/94, §§39-41 ↩︎ 7. Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 23 febbraio 2012 – Ricorso n. 27765/09 – Hirsi Jamaa e altri c. Italia ↩︎
Art. 31 TUI: la domanda di protezione internazionale pendente non preclude l’autorizzazione alla permanenza dei genitori
La tutela dell’interesse superiore del minore è uno dei capisaldi del nostro ordinamento e delle carte internazionali. Una recente pronuncia della Corte d’Appello di Catanzaro, Sezione per i minorenni, chiarisce la portata dell’art. 31, comma 3, del d.lgs. 286/1998 (Testo Unico Immigrazione). Chiarisce anche il rapporto tra questa tutela e la pendenza di altre procedure, come la domanda di protezione internazionale. Il caso e la decisione di primo grado In primo grado, il Tribunale per i minorenni di Catanzaro aveva dichiarato inammissibile il ricorso di due genitori stranieri. I genitori chiedevano l’autorizzazione a permanere sul territorio italiano nell’interesse dei loro tre figli minori. Il più piccolo dei tre è nato in Italia, e tutti sono ben inseriti nel contesto sociale e scolastico. Il Tribunale aveva motivato l’inammissibilità con la pendenza di una domanda di protezione internazionale. Secondo il giudice di primo grado, quella domanda garantiva già un titolo temporaneo di soggiorno, e questo precludeva la contemporanea proposizione dell’istanza ex art. 31 TUI. La decisione della Corte d’Appello La Corte d’Appello ha accolto il reclamo dei genitori, assistiti dall’avv. Francesco D’Urso, e ha integralmente riformato il decreto di primo grado. Nel farlo ha affermato tre principi di rilievo. 1. Autonomia dei due istituti. La protezione internazionale e l’autorizzazione ex art. 31 TUI hanno finalità diverse e tutelano interessi non sovrapponibili. La prima garantisce il diritto di asilo della persona straniera. La seconda tutela in via primaria l’interesse superiore del minore al proprio equilibrato sviluppo psicofisico e al mantenimento dell’unità familiare. 2. Nessuna preclusione non prevista dalla legge. Nessuna norma prevede l’inammissibilità dell’istanza ex art. 31 TUI quando è pendente un’altra procedura. Introdurre in via interpretativa una simile preclusione significa limitare arbitrariamente l’accesso alla tutela giurisdizionale. 3. Radicamento e danno psicofisico. I «gravi motivi» richiesti dalla norma non si limitano a emergenze sanitarie o a situazioni eccezionali. Comprendono anche il grave pregiudizio che deriverebbe al minore dallo sradicamento dall’ambiente sociale, scolastico e relazionale in cui cresce. Conclusioni All’esito dell’istruttoria, la Corte ha accertato: * il positivo inserimento scolastico dei figli maggiori; * la nascita in Italia dell’ultimogenito; * il percorso di inserimento lavorativo e abitativo del nucleo familiare. Su questa base ha autorizzato la permanenza dei genitori sul territorio italiano per tre anni. La decisione conferma che la stabilità e la serenità dei minori non possono essere subordinate a preclusioni burocratiche né a rigide alternatività che la legge non prevede. Corte di Appello di Catanzaro, decreto del 14 luglio 2026 Si ringrazia l’Avv. Francesco D’Urso (Roseto Capo Spulico (CS)) per la segnalazione e il commento.
Frontiere umane
ASSOCIAZIONE TUTORI LOMBARDIA MSNA 1 “Mi piace pensare che le stelle di Lampedusa siano lì per proteggere le migliaia di bambini che ogni giorno devono affrontare viaggi disperati come quello di Anila”. Pietro Bartolo, Le stelle di Lampedusa  Sabato 26 settembre, nella sede della Fondazione Fratelli di San Francesco a Milano, si è svolto Frontiere umane – Dalle frontiere di Lampedusa all’accoglienza di Milano, promosso dall’Associazione Tutori Lombardia insieme alla Fondazione Fratelli di San Francesco. Ispirato a Le stelle di Lampedusa di Pietro Bartolo, l’incontro ha messo al centro la testimonianza del medico e le storie dei tanti bambini e ragazzi che ha incontrato nel corso degli anni. Uno sguardo rivolto non solo al viaggio, ma anche a ciò che viene dopo: la cura, l’accoglienza, i legami da costruire, un progetto di vita da accompagnare. Ad aprire il pomeriggio sono stati Gianluigi Daldossi, presidente di Associazione Tutori Lombardia MSNA, e Michael Mohssen, responsabile dell’Area MSNA della Fondazione Fratelli di San Francesco. Pietro Bartolo ha cominciato tornando a quello che chiama “il mio mare”: il mare di Lampedusa, l’isola dove è cresciuto, figlio di pescatori e pescatore lui stesso. Un mare legato alla sua infanzia, alla famiglia, alla storia dell’isola. Una Lampedusa allora povera di servizi essenziali, dove anche venire al mondo poteva essere difficile. Da qui la scelta di diventare medico, specializzandosi in ostetricia e ginecologia, e di tornare sull’isola per dedicarsi alla vita proprio nel momento in cui comincia.  Bartolo ricorda il 1991, quando su una piccola imbarcazione arrivarono tre giovani. Fu uno dei primi arrivi. Con il tempo gli sbarchi divennero sempre più numerosi e quel mare cominciò a mostrargli un volto diverso. Poi arrivò il 3 ottobre 2013. Tra i corpi del naufragio c’era Kebrat, una giovane eritrea ormai data per morta. Bartolo si avvicinò per constatarne il decesso. Prendendole il polso, però, avvertì un battito debolissimo. Cominciò a rianimarla. Kebrat si salvò.  Ma non per tutti fu possibile. Tra le vittime c’era anche un bambino di appena tre anni. Bartolo racconta di aver cercato quasi ostinatamente in quel piccolo corpo un segno di vita, qualcosa a cui aggrapparsi. Guardò anche nei suoi occhi. Non c’era più nulla da fare. Quegli occhi, però, non lo hanno mai lasciato e ancora oggi, racconta commuovendosi, tornano a tormentarlo di notte. Dopo quella tragedia pensò di non riuscire più a continuare. A fargli cambiare idea fu un pensiero: “Non ho potuto salvare te, ma ho potuto salvare gli altri”. Doveva tornare.  La sala ascolta in silenzio. E mentre Bartolo continua, ai numeri si sostituiscono i nomi. Favour, appena nove mesi, che la madre affidò a un’altra donna nella speranza di salvarla. Mustafà, cinque anni, arrivato dopo aver perso durante il viaggio la madre e la sorellina. Hassan, che dalla Somalia porta sulle spalle il fratello maggiore Mohammed, paralizzato, attraversando con lui il deserto fino alla Libia. Pochi nomi, poche frasi. Eppure bastano a restituire un volto a ciò che troppo spesso conosciamo soltanto attraverso le cifre. Accanto alla morte continua ad affacciarsi la vita. Quella di Gift, “dono”, nata a Lampedusa da Yasmin dopo la traversata. E quella di un bambino venuto al mondo in condizioni difficilissime, quando, per legare il cordone ombelicale, il medico dovette usare il laccio della propria scarpa. Sua madre lo chiamò Pietro.  Bartolo si commuove, si ferma, riprende. Ma il suo racconto non resta nella tragedia: torna alla necessità di ritrovare umanità, solidarietà e amore, di non lasciare che tutto questo diventi normale. Dietro la sofferenza intima resta un messaggio chiaro: non possiamo restare a guardare, dobbiamo fare in modo che il mondo cambi. Eppure è proprio da quella frontiera che nasce la spinta verso un futuro diverso. Il viaggio di quei bambini e ragazzi, però, non si esaurisce all’arrivo a Lampedusa. Terminato l’intervento di Bartolo, Viviana Valastro accompagna la tavola rotonda e lo sguardo si sposta su ciò che viene dopo. Barbara Lucchesi, coordinatrice tecnico-metodologica del Punto di Primo Accesso MSNA del Comune di Milano, porta l’attenzione sui ragazzi che arrivano ogni giorno in questa prima fase dell’accoglienza. Non tutti sono passati da Lampedusa o sono arrivati dal mare: alcuni hanno attraversato Ventimiglia, altri hanno percorso la rotta balcanica e affrontato il Game, tra boschi, montagne, freddo e lunghi tratti a piedi. Quando Lucchesi li incontra, la priorità è trovare in fretta un posto sicuro. Ma, oltre l’urgenza, restano traumi e ferite dell’anima che, se non riconosciuti e curati, nel tempo possono trasformarsi anche in rabbia. Il rischio, allora, è fermarsi al gesto che vediamo, senza cercare di comprenderne l’origine. Fabiana Maggi, coordinatrice dell’équipe educativa della Fondazione Fratelli di San Francesco, introduce un’altra forma di ascolto. Non sempre un ragazzo può o vuole raccontarsi subito. Il lavoro educativo passa anche dalla capacità di leggere ciò che non viene detto: un gesto, uno sguardo, un silenzio, un cambiamento nel comportamento. Senza forzare, rispettando i tempi di ciascuno. Lo stesso principio ritorna nelle parole di Chiara Poletti, tutrice volontaria MSNA: esserci senza sostituirsi, sostenere senza decidere al posto del ragazzo, perché il progetto di vita appartiene a lui. A chiudere l’incontro è la voce di un ragazzo arrivato in Italia dall’Egitto. Ha sedici anni, frequenta la terza media e vorrebbe diventare idraulico. Dice poche parole: vuole costruirsi un futuro. Ma è proprio qui che il viaggio continua, oltre le frontiere geografiche, tra ostacoli meno visibili. E forse, tra questi, più di tutti ferisce l’indifferenza. 1. Organizzazione di volontariato nata per supportare i tutori volontari in Lombardia ↩︎
Autorizzata alla permanenza regolare la zia che assiste i nipoti: è una “figura di accudimento primaria, vicaria e integrativa”
Il Tribunale per i Minorenni di Firenze ha accolto il ricorso di una cittadina kazaka, zia di due gemelli residenti in Italia, che chiedeva di essere autorizzata alla permanenza sul territorio nazionale per continuare ad assisterli. Il Collegio ha riconosciuto che la richiedente svolge nei confronti dei nipoti il ruolo di “figura di accudimento primaria, vicaria e integrativa” ed è “inserita a pieno titolo nella loro mappa dei legami di attaccamento“. Il Tribunale richiama l’art. 8 della CEDU, secondo cui “ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare», e precisa che la valutazione dei «gravi motivi» richiesti dalla norma «non implica necessariamente […] una situazione di emergenza di natura eccezionale e contingente“, potendo fondarsi anche su un giudizio prognostico circa il danno che il minore subirebbe in caso di allontanamento del familiare di riferimento. Particolarmente significativa, è la ricostruzione della vicenda alla base del ricorso: una gravidanza gemellare ad alto rischio, complicata da gravi problematiche di salute della madre e sfociata in una depressione post-partum. Di fronte a questa situazione, la zia ha scelto di trasferirsi in Italia proprio per sostenere la sorella nella gestione dei due neonati, per i quali la zia materna, con loro convivente, è da sempre, di fatto, una “seconda madre”. Dunque, pur non trattandosi di un familiare che esercita direttamente la responsabilità genitoriale sui minori, anche la zia materna può svolgere un ruolo così pregnante sul piano assistenziale da rendere necessaria l’autorizzazione alla permanenza sul territorio nazionale. Tribunale per i Minorenni di Firenze, decreto del 10 settembre 2026 Si ringrazia l’Avv. Maria Paola De Nobili per la segnalazione e il commento.
September 23, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Cittadinanza ai figli minori del genitore naturalizzato: riconosciuta la “convivenza sostanziale” nell’affidamento condiviso
La vicenda trae origine dall’istanza presentata il 25 giugno 2025 da un cittadino tunisino naturalizzato italiano al Comune di residenza, volta a ottenere il riconoscimento della cittadinanza italiana in favore dei propri figli minori ai sensi dell’art. 14 della legge n. 91/1992. Il ricorrente aveva acquisito la cittadinanza italiana con decreto del Presidente della Repubblica del novembre 2022. I figli, pur essendo minorenni all’epoca dell’acquisto della cittadinanza paterna, risultavano residenti con la madre a seguito della separazione dei genitori. Successivamente, la Corte d’Appello di Palermo aveva disposto l’affidamento condiviso dei minori, riconoscendo al padre un ruolo pienamente attivo nell’esercizio della responsabilità genitoriale. Nonostante la documentazione prodotta e i ripetuti solleciti inoltrati dal ricorrente, il Comune ha rigettato l’istanza, ritenendo insussistente il requisito della convivenza previsto dall’art. 14 della legge n. 91/1992 in ragione della diversa residenza anagrafica dei figli. Avverso tale provvedimento è stato proposto ricorso al Tribunale di Palermo, che con sentenza dell’11 giugno 2026 ha accolto integralmente la domanda, dichiarando cittadini italiani i minori. Particolarmente significativa appare la motivazione della decisione. Il Tribunale ha ribadito che l’acquisto della cittadinanza da parte dei figli minori del genitore naturalizzato costituisce un vero e proprio diritto soggettivo e che il requisito della convivenza non può essere interpretato in senso meramente anagrafico. Secondo il giudice, la convivenza richiesta dall’art. 14 della legge n. 91/1992 deve essere intesa come continuità del rapporto familiare, caratterizzata dall’effettivo esercizio della responsabilità genitoriale e dalla permanenza di stabili legami affettivi, morali e materiali tra genitore e figlio. Tale requisito può pertanto sussistere anche in assenza di una coabitazione quotidiana, specie nei casi di separazione dei genitori e affidamento condiviso. Nel caso concreto, il Tribunale ha valorizzato la sentenza di affidamento condiviso, la continuità dei rapporti tra padre e figli, la partecipazione del ricorrente alla loro crescita e al loro mantenimento, nonché la documentazione prodotta a dimostrazione dell’effettività della relazione familiare. La pronuncia assume particolare interesse perché si pone in contrasto con quelle prassi amministrative che continuano a identificare la convivenza con il solo dato della residenza anagrafica. La decisione afferma invece una lettura sostanziale dell’art. 14 della legge sulla cittadinanza, coerente sia con l’evoluzione del diritto di famiglia sia con la finalità della norma, che è quella di preservare l’unità dello status civitatis all’interno del nucleo familiare. La sentenza costituisce quindi un importante precedente per i casi in cui il genitore divenuto cittadino italiano, pur non convivendo anagraficamente con il figlio minore, continui ad esercitare concretamente la responsabilità genitoriale nell’ambito di un rapporto stabile ed effettivo. Tribunale di Palermo, sentenza dell’11 giugno 2026 Si ringrazia l’Avv. Gaetano Di Mattia per la segnalazione e il commento.
September 14, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Detenzione di fatto di minori al CARA di Restinco -Brindisi: nuova condanna della Corte EDU contro l’Italia
Con la decisione del 3 settembre 2026 (Caso B.C. vs Italia, Application no. 42909/23), la Corte Europea per i Diritti Umani ha condannato l’Italia per l’illegittima detenzione di un ragazzo della Costa d’Avorio dell’età di 15 anni all’interno del Centro di accoglienza di Restinco, nella provincia di Brindisi, e al conseguente risarcimento del danno. Il ricorrente, minore non accompagnato giunto in Italia ad inizio agosto 2023, fu sottoposto alle procedure di determinazione dell’età e, una volta terminate, trattenuto dal 6 ottobre al 22 dicembre 2023 all’interno del Centro di Accoglienza di Restinco (Br). A seguito di istanza presentata alla Corte EDU ai sensi dell’articolo 39 del Regolamento della Corte – con la quale si chiedeva di porre fine alla sua detenzione, denunciava le pessime condizioni del CARA e chiedeva di essere ospitato in un luogo adatto alla sua condizione – fu trasferito dopo 2 mesi e mezzo in un centro per minori SNA. Durante tutto il periodo e sino al luglio dell’anno successivo, il tutore del ricorrente fu individuato nel gestore del centro di Restinco. Va ricordato che, durante il periodo della detenzione, nel Centro di Accoglienza di Restinco erano presenti solo minorenni (nel numero di 88), benchè il contratto di appalto per la gestione dello stesso prevedesse misure, prestazioni di beni e servizi e risorse professionali rivolte esclusivamente agli adulti, dunque anche inadeguate alla accoglienza di minorenni soli. Nel corso degli anni ASGI ha ripetutamente segnalato la grave problematica determinata dall’uso del Centro di Restinco come luogo di accoglienza di minorenni soli: nel 2016 con nota alla Prefettura di Brindisi ASGI denunciava che “Il centro di Restinco non appare in alcun modo un luogo idoneo per l’accoglienza seppure temporanea di minori soli ed anzi la legge ne fa esplicito divieto”; inoltre, nel dicembre 2023 l’Associazione aveva avanzato richiesta di accesso al Centro di Restinco proprio per verificare le condizioni dello stesso. Tale accesso fu di fatto negato, tanto da essere stato poi permesso l’ingresso solo in quanto a seguito dell’On.le Nicola Fratoianni e nel corso di una sua visita ispettiva alla struttura. La situazione di Restinco era simile a quella, già sanzionata dalla CEDU, del Centro di Crotone (decisione del 7.12.2023 ), a quella nell’hotspot di Taranto (sentenza CEDU del 23.11.2023 link https://www.asgi.it/famiglia-minori/minori-stranieri-detenzione-hotspot-taranto/) così come a quella del centro in Contrada Cifali a Ragusa ed altrove in Italia, tanto che a novembre 2023 l’ASGI aveva inviato una comunicazione al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa per chiedere la continuazione della procedura di supervisione dell’attuazione della sentenza Darboe e Camara con la quale la Corte EDU aveva già condannato l’Italia. Con la sentenza del settembre 2026 la Corte EDU ha rilevato la violazione dell’art. 5, §§ 1, 2 e 4 della Convenzione e condannato l’Italia alla luce della “constatazione circa l’assenza di una base giuridica chiara e accessibile per la detenzione” tale che “la Corte non comprende come le autorità avrebbero potuto informare il ricorrente dei motivi legali della sua privazione della libertà o fornirgli informazioni sufficienti per consentirgli di contestare dinanzi a un tribunale i motivi della sua detenzione di fatto (cfr. Khlaifia e altri, citati sopra, §§ 117 e 132 e seguenti)”. Al riguardo gli Avv.ti Angiuli e Belluccio e la dott.ssa Rizzi, che hanno seguito il ricorrente, sottolineano: “Si tratta dell’ennesima decisione che accerta la strutturale mancanza di cura dell’Italia per la condizione dei minori stranieri non accompagnati e la condanna al risarcimento del danno. Il Governo e il Parlamento ne dovranno necessariamente tenere conto anche nell’implementazione del nuovo Patto per le Migrazioni e l’Asilo e del prossimo Regolamento sui rimpatri che, incredibilmente, non esclude la possibilità di trattenimento e rimpatrio dei minori soli”. Corte Europea per i Diritti Umani, decisione del 3 settembre 2026 (Caso B.C. vs Italia, Application no. 42909/23) La sentenza consegue al ricorso degli Avv.ti Marina Angiuli e Dario Belluccio, supportati dalla dott.ssa Erminia Sabrina Rizzi.
September 11, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Era l’estate del 2026 a Ceuta
LE FRONTIERE Da oltre trent’anni la Spagna delega progressivamente al Marocco una parte del controllo dei propri confini: gli accordi di riammissione dei primi anni Novanta si sono trasformati in una vera politica di esternalizzazione delle frontiere. Attraverso finanziamenti ed una robusta cooperazione bilaterale, Rabat è incaricata di impedire ai migranti di raggiungere le enclave spagnole di Ceuta e Melilla, frammenti d’Europa incastonati sulla costa africana. La frontiera è sempre più militarizzata. La Spagna ha rafforzato la presenza delle forze di sicurezza e investito in un articolato sistema di difesa composto da recinzioni multiple, torri di sorveglianza, manutenzione del perimetro, sensori elettronici e barriere installate anche in mare per scoraggiare gli attraversamenti a nuoto. Le barriere di Ceuta e Melilla, lunghe complessivamente circa 20 chilometri – 8,2 a Ceuta e circa 11,5 a Melilla – sono il risultato di oltre trent’anni di costruzioni, innalzamenti e interventi tecnologici. Solo tra il 2005 e il 2013 il Ministero dell’Interno spagnolo dichiarò di aver investito quasi 72 milioni complessivi tra il perimetro di Ceuta (24,6 milioni di euro) e quello di Melilla (47,3 milioni). A queste somme vanno aggiunti gli interventi precedenti e quelli successivi, tra cui il grande piano di modernizzazione da 32,72 milioni avviato nel 2019 (comprendente anche fondi UE), il cui programma includeva: il rafforzamento della barriera; la sostituzione delle concertinas con sistemi ritenuti meno lesivi; nuovi tratti del vallado, in alcuni punti portati fino a circa 10 metri; telecamere CCTV; sistemi di riconoscimento facciale; fibra ottica; sistemi di rilevamento e allarme; miglioramento del posto di frontiera di El Tarajal e sistemi automatici di controllo degli ingressi e delle uscite. A causa di questi limiti, molti giovani migranti tentano di nascondersi all’interno dei camion, tra gli assi dei rimorchi, nel vano delle ruote degli autobus o approfittare delle carovane commerciali per attraversare il confine senza essere scoperti, ma correndo il rischio di rimanere schiacciati o soffocati. Ultimo modo per raggiungere Ceuta è nei tre chilometri di mare che la separano dal Marocco, dove le acque del Mediterraneo incontrano quelle dell’Atlantico dando origine a correnti forti e imprevedibili. Notizie NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 8 Agosto 2026 Chi riesce ad attraversare il confine entra formalmente in territorio spagnolo. Tuttavia, i migranti in ingresso, pur potendo chiedere asilo politico non godono del principio di libera circolazione perché Ceuta e Melilla, pur appartenendo alla Spagna, non rientrano integralmente nel regime di Schengen. Inoltre, l’accesso alla protezione internazionale cambia a seconda dell’enclave in cui si arriva. A Melilla è possibile presentare domanda di asilo presso il posto di frontiera di Beni Enzar. A Ceuta, invece, questa possibilità è di fatto assente: la procedura viene generalmente avviata soltanto dopo l’ingresso nel Centro di soggiorno temporaneo per immigrati (CETI) 1. Nonostante ciò, la disperata ricerca di una vita migliore non si è mai fermata e gli assalti di gruppo alla recinzione si sono succeduti nel corso degli anni 2. IL MARE Nel luglio del 2026, pur senza modificare in modo sostanziale il sistema di accoglienza nelle due enclave, che continua a essere caratterizzato da procedure particolarmente restrittive, il Tribunal Supremo di Madrid stabilisce che i respingimenti immediati previsti dalla normativa spagnola sull’immigrazione – i cosiddetti devoluciones en caliente – non possono essere applicati ai migranti intercettati in mare mentre tentano di raggiungere a nuoto Ceuta o Melilla. Poco dopo, sui social media, iniziano a circolare alcuni video: mostrano persone che si avvicinano alla costa, gruppi di giovani diretti verso Ceuta e altri che hanno già raggiunto il territorio spagnolo. Le immagini sono diffuse rapidamente online e decine di account anonimi iniziano a raccontare Ceuta come una frontiera attraversabile. TikTok e Instagram amplificano la notizia. Gli account vengono segnalati o rimossi, ma alcuni ricompaiono poco dopo con nomi diversi, riprendendo la stessa narrazione. Altri pubblicano contenuti dedicati alla preparazione del viaggio e all’organizzazione dei gruppi. Utilizzando mute improvvisate, galleggianti, gonfiabili, camere d’aria o bottiglie di plastica vuote legate al corpo come improvvisati giubbotti di salvataggio, tra il 30 e il 31 luglio 2026, almeno 84 persone sono morte in quei tre chilometri di mare nel tentativo di raggiungere Ceuta. Dinanzi a loro, la Guardia Civil e l’Esercito bloccavano l’accesso via mare, negando “acqua e coperte ai bambini a pochi metri di distanza, fradici, tremanti, alcuni a malapena in grado di stare in piedi dopo ore in acqua“, riferisce No Name Kitchen 3 Dopo gli arrivi, la maggior parte delle circa 70.000 persone entrate in Marocco a nuoto o via terra è stata costretta a salire sui camion e ad essere rimpatriata; i confini dell’Europa sono stati rafforzati con la costruzione di una barriera fisica sul mare; l’enclave è assediata da esercito, polizia e Guardia Civil e i cadaveri alla frontiera (eccetto 9) stanno venendo sepolti con dei semplici numeri sulle lapidi. DA BAMBINI A BAMBINI DI STRADA A Ceuta rimangono soprattutto coloro che non possono semplicemente essere rimandati indietro: i MENA (Menor Extranjero No Acompañado). PH: Raffaello Rossini (Ceuta, agosto 2026) Dopo gli arrivi, una delle operazioni più delicate è stabilire l’identità della persona. Secondo una ricostruzione pubblicata l’8 agosto 2026, la polizia stava lavorando per identificare oltre 1.000 minori marocchini, raccogliendo innanzitutto elementi fondamentali come nome, cognome e data di nascita. Una settimana dopo, come segnalato da No Name Kitchen, molti minorenni non erano ancora stati registrati o conteggiati. Quando il ragazzo non possiede documenti, quando quelli disponibili non consentono di verificare con certezza l’età dichiarata o quando esistono dubbi sulla minore età, la normativa spagnola prevede che il caso sia portato all’attenzione del Ministerio Fiscal, al quale compete la determinazione giuridica dell’età. Nello specifico, il Defensor del Pueblo ha più volte denunciato che gli accertamenti sull’età vengono talvolta effettuati senza l’effettiva supervisione del Ministero Fiscale, nonostante si tratti di una garanzia essenziale per la tutela dei minori. L’istituzione ha, inoltre, documentato casi nei quali persone che dichiaravano di essere minorenni sono state sottoposte ad accertamenti radiologici prima che la Fiscalía fosse informata o senza che risultasse la necessaria autorizzazione. In altri procedimenti, sono state rilevate carenze nell’esame medico, nell’ascolto dell’interessato e nella comunicazione formale della decisione. Reportage e inchieste LA RATONERA DEL PRÍNCIPE. CRONACHE DALLA PENOMBRA DI CEUTA Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 17 Agosto 2026 Un secondo elemento di criticità riguarda l’affidabilità degli esami utilizzati per stimare l’età: alcuni metodi medico-forensi presentano margini di errore e non possono essere considerati, da soli, strumenti capaci di stabilire con precisione il giorno o l’anno di nascita di una persona. Nel corso degli anni, inoltre, l’istituzione ha segnalato casi nei quali i decreti della Fiscalía non erano stati adeguatamente notificati agli interessati prima dell’adozione di provvedimenti che potevano incidere sulla loro permanenza in Spagna. Negli anni addietro, Organizzazioni per i diritti umani e organismi di controllo hanno denunciato episodi di abuso, l’assenza di un’adeguata supervisione e trasferimenti coatti tra Comunità Autonome effettuati senza valutare i legami familiari, sociali o territoriali del minore. Il primo approdo, dopo l’identificazione per minorenni e non accompagnati, è il sistema di protezione dell’infanzia, che si traduce in una rete che si dilata e si contrae seguendo la pressione migratoria. Nel maggio 2021, quando circa 8.000 persone riuscirono a entrare nell’enclave spagnola di Ceuta in meno di due giorni, in seguito all’allentamento dei controlli sul lato marocchino della frontiera, l’ingresso di 1.500 minorenni a Ceuta mise sotto pressione un sistema già fragile e privo di spazi sufficienti. Nel luglio 2025 erano 528 i minori accolti a Ceuta, mentre la capacità ordinaria attribuita alla città era di 27 posti 4. La Esperanza rappresenta il principale dispositivo residenziale e, paradossalmente, alcuni bambini preferiscono non dichiararsi minorenni o dichiararsi maggiorenni perché temono di essere trattenuti in un’attesa che può durare anni: sebbene i dati ufficiali sulle fughe dei minori dai centri di Ceuta siano frammentari, la Fiscalía registrava, già nel 2017, 142 minori di Ceuta nella categoria “en fuga”, definita come quella dei ragazzi che avevano abbandonato un servizio di protezione e risultavano irreperibili. Molti di loro, raccontavano di essere fuggiti per sottrarsi a violenze, maltrattamenti e condizioni di vita ritenute insostenibili. Ad oggi, circa 700/800 bambini e bambine si sono raccolti nella zona di Las Naves, poiché al centro minori La Esperanza non risultano posti dal primo giorno della ‘crisi‘. I bambini e le bambine dormono per strada e, in tanti, hanno perso i contatti con i propri cari. Viaggi pericolosi, separazioni familiari, paura del rimpatrio; assenza di bagni, un solo pasto al giorno, una sola bottiglietta d’acqua; nessuna scuola, nessuna cura, nessuna alternativa alla miseria. Per centinaia di loro, se non quella di tentare, nuovamente, di oltrepassare il porto: nei camion diretti ai traghetti per Algeciras, nei rimorchi, vicino agli assi delle ruote o negli spazi più nascosti dei veicoli. Era il 6 aprile del 2018, quando “El Susi”, di circa 16 anni, morì dopo essere stato investito da un camion all’interno del porto di Ceuta. Nel febbraio 2019, Ilias E.O., di 15 anni morì sul colpo quando il mezzo pesante sotto cui era nascosto si mise in movimento. Sebbene la definizione istituzionale più diffusa sia MENA; a Madrid, Valencia e nei Paesi Baschi si è diffusa l’espressione MIVI (Menores de Vida Independiente). A Ceuta e Melilla, al di fuori del linguaggio amministrativo, l’identità di questi bambini e queste bambine, ricondotta alle condizioni di marginalità e alla protezione che non hanno, è di essere “niños de la calle”, un laboratorio tra esclusione sociale e presenza nello spazio urbano. Era l’estate del 2026 a Ceuta: le frontiere, il mare e migliaia di bambini nel buio. 1. I richiedenti asilo vengono registrati all’interno dei CETI e, se la procedura prosegue, possono ottenere l’autorizzazione al trasferimento verso la penisola spagnola. Il trasferimento, però, non è automatico e l’ordine di partenza dipende da una serie di valutazioni amministrative e politiche. Nel 2017, ad esempio, una domanda di asilo su tre è stata respinta. ↩︎ 2. Nel settembre 2005, durante un tentativo di attraversamento collettivo, morirono cinque persone e centinaia rimasero ferite negli scontri e nella confusione generata dall’assalto. Il 6 febbraio del 2014, almeno 14 migranti morirono annegati mentre cercavano di raggiungere l’enclave spagnola a nuoto (tragedia del Tarajal). Nel 2017 circa 2.244 persone riuscirono a entrare irregolarmente a Ceuta. Una parte significativa degli ingressi avvenne attraverso assalti collettivi alla doppia recinzione di frontiera: nel febbraio dello stesso anno quasi 500 persone riuscirono a superare la barriera in un solo tentativo ↩︎ 3. No Name Kitchen (NNK) è un’organizzazione non governativa che opera lungo le rotte migratorie dei Balcani e del Mediterraneo, offrendo assistenza, monitoraggio e supporto alle persone in movimento. A Ceuta documenta le condizioni dei minori e delle persone migranti e denuncia le violazioni dei loro diritti ↩︎ 4. Nel 2026 la Città ha messo a gara altri 100 nuovi posti per il periodo 2026-2028. ↩︎
Prosieguo amministrativo: il neomaggiorenne può agire direttamente anche dopo i diciotto anni
La Corte d’Appello di L’Aquila riforma il decreto di chiusura e dispone la presa in carico fino al ventunesimo anno di età. Con decreto del 14 luglio 2026, la Corte d’Appello di L’Aquila, Sezione per i minorenni, ha accolto il reclamo proposto da un giovane cittadino straniero, già minore non accompagnato, contro il provvedimento con cui il Tribunale per i minorenni aveva chiuso la procedura per il solo intervenuto raggiungimento della maggiore età. In riforma della decisione, la Corte ha disposto il prosieguo amministrativo ai sensi dell’art. 13, comma 2, della legge n. 47/2017 fino al compimento del ventunesimo anno, con presa in carico da parte dei servizi sociali. IL CASO E IL PROVVEDIMENTO DI PRIMO GRADO Il giovane era giunto in Italia da minorenne ed era stato inserito dapprima in un progetto dedicato ai minori stranieri non accompagnati e, successivamente, in un progetto SAI/MSNA. Aveva avviato un percorso di apprendimento della lingua italiana presso il CPIA, mostrato una positiva adesione alle attività proposte dall’équipe e manifestato un progetto personale orientato al lavoro e all’autonomia abitativa. La relazione sociale descriveva, inoltre, un vissuto migratorio complesso e alcuni elementi di vulnerabilità, tali da rendere necessario un accompagnamento non meramente assistenziale, ma finalizzato al consolidamento del percorso già intrapreso. Dopo il compimento dei diciotto anni, il diretto interessato, assistito dal legale, aveva presentato personalmente l’istanza di prosieguo amministrativo. Il Tribunale per i minorenni aveva tuttavia disposto la chiusura della tutela, la revoca dell’asserito precedente affidamento ai servizi sociali e la chiusura della procedura, facendo discendere tali conseguenze dal solo dato anagrafico. Il decreto presentava anche rilevanti incongruenze fattuali: indicava una nazionalità non corrispondente a quella risultante dagli atti, richiamava un precedente affidamento senza indicarne gli estremi e lasciava incompleta la formula relativa alla struttura di collocamento. Nel reclamo si è quindi sostenuto che la decisione fosse il risultato di una trattazione standardizzata, non accompagnata da una reale verifica della posizione individuale del neomaggiorenne. IL COMPIMENTO DELLA MAGGIORE ETÀ NON DETERMINA ALCUNA DECADENZA La Corte d’Appello muove dal principio affermato da Cass. civ., Sez. I, 25 gennaio 2026, n. 1674: il diritto previsto dall’art. 13, comma 2, della legge n. 47/2017 può essere esercitato al compimento della maggiore età, immediatamente prima o subito dopo, senza che il raggiungimento dei diciotto anni comporti decadenza. La competenza funzionale del giudice minorile permane nella fascia compresa tra i diciotto e i ventuno anni, purché risulti dimostrata l’esigenza di completare un percorso di inserimento positivamente avviato. La formulazione della norma è del resto inequivoca: il prosieguo amministrativo è una misura di accompagnamento verso l’età adulta, destinata proprio al giovane che, al compimento della maggiore età, non abbia ancora raggiunto un’autonomia effettiva. Interpretare i diciotto anni come causa automatica di chiusura della procedura significa rovesciare la funzione dell’istituto e trasformare il suo presupposto applicativo in una ragione di esclusione. Il decreto si colloca in continuità con un precedente della stessa Corte d’Appello dell’11 marzo 2026 e con il decreto della Corte d’Appello di Venezia del 20 febbraio 2026, che ha escluso la necessità di una previa tutela o di un affidamento già in corso, riconoscendo la possibilità di disporre ex novo la presa in carico da parte dei servizi sociali. LE OMISSIONI ISTITUZIONALI NON POSSONO RICADERE SUL GIOVANE Particolarmente significativo è il passaggio nel quale la Corte accerta che, nonostante il richiamo contenuto nel provvedimento impugnato, non vi era alcuna traccia documentale di un precedente affidamento ai servizi sociali. Dagli atti risultava soltanto che, al momento dell’ingresso in accoglienza, era stata richiesta l’apertura della tutela, senza che vi fosse stato un riscontro conoscibile dall’interessato. La decisione conferma così un principio essenziale: l’inerzia o il ritardo dei soggetti istituzionalmente preposti alla protezione del minore non possono tradursi nella perdita della misura prevista dalla legge. Quando il tutore, i servizi sociali o la struttura non abbiano tempestivamente attivato il procedimento, deve essere consentito al neomaggiorenne di agire direttamente, attraverso la difesa tecnica, per evitare che omissioni a lui non imputabili interrompano il percorso di inclusione. Il dato sostanziale non è l’esistenza formale di un precedente decreto, ma l’effettivo avvio, durante la minore età, di un percorso sociale, scolastico o formativo che necessiti di ulteriore sostegno. La Corte ha pertanto esaminato la documentazione disponibile e ha valorizzato la frequenza del CPIA, la progressione nell’apprendimento della lingua italiana, l’adesione ai laboratori di empowerment e orientamento, la partecipazione ad attività rivolte a giovani, nonché la concreta aspirazione a un inserimento lavorativo. UNA VALUTAZIONE INDIVIDUALIZZATA La Corte richiama la necessità di valutare la singola posizione in un’ottica costituzionalmente orientata e nel rispetto dell’art. 8 CEDU. Il prosieguo amministrativo non è un automatismo, ma richiede una prognosi favorevole sulla possibilità che il sostegno prolungato conduca all’autonomia. Tale prognosi deve però essere costruita sulla base di elementi concreti e non può essere sostituita da formule standard, presunzioni o carenze istruttorie. Nel caso esaminato, la relazione sociale e gli ulteriori documenti consentivano di ritenere che il percorso fosse già stato avviato e che la sua interruzione avrebbe compromesso i risultati raggiunti. La misura è stata quindi disposta fino al limite massimo previsto dalla legge, con affidamento ai servizi sociali, al fine di consolidare l’inclusione sociale e favorire l’accesso a un percorso lavorativo e abitativo autonomo. Il provvedimento offre un’indicazione operativa rilevante per i progetti di accoglienza e per i difensori: l’istanza può essere proposta dal neomaggiorenne; non è necessario dimostrare l’esistenza di un affidamento pregresso; gli eventuali ritardi nell’apertura della tutela non sono ostativi; il giudice deve concentrarsi sul percorso effettivamente svolto e sugli obiettivi ancora da raggiungere. La documentazione sociale, scolastica, formativa e lavorativa assume pertanto un ruolo decisivo. CONCLUSIONI Il decreto della Corte d’Appello di L’Aquila rafforza l’orientamento che riconosce al prosieguo amministrativo la sua autentica funzione: evitare che il compimento dei diciotto anni determini una brusca recisione delle misure di sostegno proprio nel momento più delicato della transizione all’età adulta. La decisione assume particolare valore perché non si limita ad affermare l’ammissibilità della domanda presentata dopo la maggiore età, ma supera espressamente un provvedimento fondato su presupposti fattuali non verificati e riconosce che l’assenza di una risposta alla richiesta di tutela non può pregiudicare il giovane. La protezione prevista dall’art. 13, comma 2, della legge n. 47/2017 deve essere applicata in modo sostanziale, individualizzato e coerente con il superiore interesse della persona che, pur divenuta maggiorenne, si trova ancora nel pieno del percorso verso l’autonomia. Corte d’Appello di L’Aquila, Sezione per i minorenni, decreto del 14 luglio 2026 Si ringrazia l’Avv. Gaetano Litterio per la segnalazione e il commento.
La ratonera del Príncipe. Cronache dalla penombra di Ceuta
A Ceuta la frontiera non finisce con il muro, le pattuglie e il confine di El Tarajal. Si sposta dentro la città, nei quartieri dove migliaia di persone rimangono sospese in un limbo fatto di attesa, sovraffollamento e invisibilità.  Notizie/Confini e frontiere NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 8 Agosto 2026 Nel Príncipe, a pochi chilometri dalla frontiera, centinaia di persone vivono nascoste, dormono negli spazi di fortuna e cercano di sottrarsi a un sistema che continua a controllarne gli spostamenti e a riportarle verso il confine. È il risultato di una politica di frontiera che non si limita a impedire l’ingresso: produce spazi di sospensione, seleziona chi può essere visto e chi deve rimanere invisibile, e trasforma la permanenza stessa in una forma di controllo. 1. LA SPUGNA DI CONFINE Ceuta – El Príncipe Alfonso è la ratonera di Ceuta, il trappolone urbano a un passo dal valico di El Tarajal. In qualsiasi altro luogo dell’exclave, il dispositivo di gestione della frontiera opera secondo una logica vettoriale e prevedibile: pattuglie, cinturamenti di strade, raduni coatti e il cosiddetto “pastoreo” che riaccompagna la massa verso il territorio marocchino nel giro di poche ore. Nel Príncipe, no. La densità dell’abusivismo edilizio, la trama minuta di case autocostruite e una secolare rete informale di solidarietà e commercio oppongono una resistenza passiva alla visibilità dello Stato. Qui il confine è una spugna che assorbe e trattiene. Sotto questa superficie si accumula la pressione di numeri imponenti. La Città Autonoma di Ceuta – un lembo di territorio di appena 18,5 chilometri quadrati – si trova a gestire la presenza stimata di oltre 3.000-4.000 persone bloccate in un limbo giuridico e logistico, entrate a nuoto o via terra lungo le scogliere di Benzú e Tarajal. La dimensione della tragedia sottotraccia emerge dal conteggio drammatico delle croci in mare: il bilancio ufficiale provvisorio parla di almeno 88 corpi recuperati (con stime istituzionali locali che attestano tra 77 e 84 salme repertoriate), mentre le organizzazioni per i diritti umani e le associazioni indipendenti come Caminando Fronteras stimano fino a 130-141 vittime totali compresi i dispersi. PH: Raffaello Rossini 2. LA NORMALITÀ DELL’ANOMALIA In questa penombra stratificata vive Yassin. Viene da Targha, ha la serenità paradossale di chi si trova al centro esatto della tempesta e dorme da dieci giorni nell’abitacolo di un’auto abbandonata. Si è fatto accettare dalla geografia del quartiere con la naturalezza dei sopravvissuti, parla al telefono con i genitori per mostrare la normalità dell’anomalia e circonda di sorrisi il proprio stato di sospensione. I suoi amici mettono in posa i corpi davanti all’obiettivo con la joya immediata e infantile di chi sente di avercela fatta, anche se «farcela», qui, significa soltanto aver guadagnato qualche giorno di latenza prima di essere riassorbiti. L’illusione dell’accoglienza ha però margini strettissimi. Il Centro di Permanenza Temporanea per Immigrati (CETI) della città, progettato per una capienza massima di 512 posti, è crollato sotto un tasso di sovraffollamento che supera il 300%, costringendo le autorità a stipare centinaia di persone in tendopoli di emergenza presso la zona industriale di Tarajal o a lasciarle all’addiaccio. Ancora più critica è la situazione dei Minori Stranieri Non Accompagnati (MENA): la rete d’accoglienza della Città Autonoma di Ceuta registra una presenza di oltre 500 minori a fronte di una capacità ricettiva ordinaria pari a circa 132 posti, costringendo il Governo locale a richiedere l’attivazione dei protocolli nazionali di ripartizione solidale verso le altre Comunità Autonome della penisola. Il bambino che ti prende per mano per accompagnarti da una famiglia seduta fuori dalla porta di casa non sta compiendo un gesto di cortesia: sta attivando la micro-procura di controllo del territorio. L’interrogatorio che ne segue è rapido, pragmatico, privo di affettazione: chi sei, da dove vieni, fai parte di una ONG, hai una telecamera? Poi la raccomandazione che suona come una sentenza sul clima del luogo: «Stai attento, ti potrebbero rapinare». PH: Raffaello Rossini 3. FRATTURE NEL BARRIO Poco distante, un altro ragazzo spagnolo musulmano che masticando qualche parola d’italiano cerca di misurare la presenza dello straniero, esplicita la regola non scritta della convivenza transfrontaliera. Tra il 5 e il 6 agosto, le cronache locali della Jefatura Superior de Policía de Ceuta hanno registrato l’arresto del latitante “Pleita” e l’ingresso all’Hospital Universitario di Loma Colmenar di un trentanovenne ferito da arma bianca al costato, accoltellato da un connazionale al culmine di un litigio per la strada. > «Finché si comportano bene e portano rispetto va bene», dice con una calma > fredda, «ma se esagerano, qui la gente deve farsi sentire». È la frattura interna all’emigrazione stessa. Da una parte la comunità storica del Príncipe – cittadini spagnoli di fede musulmana e lingua darija, incastrati da decenni tra il traffico dell’hachís, un tasso di disoccupazione giovanile locale che le rilevazioni INE (Instituto Nacional de Estadística) attestano costantemente sopra il 60%, e il sospetto perenne delle forces di sicurezza – e dall’altra la nuova marea di connazionali che preme per trovare riparo, portando con sé la disperazione, la fame e il disordine di chi non ha più nulla da perdere. 4. LE GEOMETRIE FATISCENTI DELLA PROTEZIONE Arrampicandosi verso il cuore più alto del barrio, tra cubi di edilizia popolare arancioni, grigi e rossi schiacciati da un caldo atroce, questa tensione sociologica trova una sua inaspettata, rudimentale forma di autogoverno. Sul cemento rovente di un campetto da calcio di quartiere era stato improvvisato un recinto fatto di transenne di plastica rossa, teli stesi alla ben e meglio per schermare il sole e un’infinità di materassi e tappeti appoggiati a terra. Uno spazio nato per proteggere donne e ragazze dai rischi della strada, gestito direttamente dai residenti. L’infrastruttura di questa protezione informale è interamente autofinanziata: tendoni, materassi e i pasti somministrati sono il frutto di una colletta interna promossa dagli abitanti. Un quartiere storicamente marginale che estrae dal proprio tessuto informale una capacità di contenimento che le istituzioni formali non riescono o non vogliono garantire. Tuttavia, il campo è amministrato da persone del barrio con strumenti empirici, una formazione approssimativa e categorie organizzative rigide. Nelle ultime ore sono arrivate altre trecento persone, quasi tutte giovani donne e minori. La capienza informale è exploded, costringendo gli organizzatori a decidere il trasferimento del campo verso un impianto sportivo più grande. Lo sgombero del primo spazio ha rivelato l’estetica della deprivazione urbana del Príncipe: la struttura smontata ha messo a nudo un recinto privo persino delle porte da calcio o di un canestro, recintato da reti di metallo strappate e arrugginite dove giocare significa rischiare a ogni tiro di perdere il pallone per sempre nei burroni del quartiere. Un residente, osservando i volontari caricare le stuoie, commentava con un’amarezza senza sconti: «A Ceuta ci sono diversi campi da calcio moderni e attrezzati; com’è possibile che per fare accoglienza debbano usare il nostro, che cade a pezzi?». PH: Raffaello Rossini 5. IL SOMMERSO, L’IGNORANZA E GLI SGUARDI Oltre le centinaia di presenze tracciabili nel campetto, esiste un secondo livello di invisibilità ancora più profondo: decine di giovanissime sono nascoste all’interno delle case private del barrio. La paura di essere intercettate e riassorbiti dal dispositivo di rimpatrio le spinge a una clausura volontaria nelle stanze buie delle case autocostruite. In questo sottoscala sociale domina un radicale analfabetismo giuridico: sia le minori sia le maggiorenni ignorano completamente i propri diritti, non conoscono le tutele teoricamente offerte dalla Ley de Extranjería per chi è sotto la fascia protetta, né quantificano i rischi reali di espulsione automatica o di trattenimento arbitrario. Attorno al perimetro del recinto la vita adolescenziale scorre alterata da una maturazione precoce. Fuori dalle transenne si calcano gruppi di ragazzi del posto: si creano dinamiche di promiscuità inevitabili, fatte di sguardi insistenti, numeri di telefono scritti sui cartoni, risate lanciate a distanza e tentativi di contatto. In un contesto segnato dalla totale assenza di mediazione professionale, la vulnerabilità delle minori esposte alla minaccia di molestie o violenze di genere rimane una costante latente, sfumata appena dalla presenza sul campo degli operatori di Mujeres en Zona de Conflicto (MZC). Questa ONG spagnola, attiva storicamente nei contesti di frontiera per la prevenzione della tratta e della violenza sulle donne, tenta un’opera di monitoraggio e orientamento, muovendosi con cautela tra la diffidenza dei ragazzi del quartiere e la lentezza della Polizia Nazionale, presente sul posto per raccogliere dati, fotosegnalare e catalogare le minori ai fini del conteggio istituzionale. PH: Raffaello Rossini 6. «IO SONO DI MIA MADRE»: LA VOCE DEL BARRIO L’intreccio tra disillusione, cinismo e una forma di disperata lucidità emerge nelle parole dei giovani che sono cresciuti nelle strade del Príncipe, dove l’infanzia si accorcia fino a sparire. Un ragazzo del posto restituisce la grammatica di questo margine: «I ragazzi fuori hanno troppa pressione addosso, vogliono solo fare i loro giri. Guardati intorno: ci sono tutte le ragazze dentro e tutti i ragazzi fuori che aspettano, guardano, mandano messaggi. Questo mi fa pena. Invece di vederli buttati così, io gli dico “spostati là” e si spostano. E se qualcuno non ascolta, glielo si fa capire con le maniere forti. Sono adolescenti, poco più che bambini. E la gente dall’alto parla di musulmani, marocchini, urla “fuori, fuori!“. Ma sono persone. In che momento abbiamo smesso di essere persone? Io non sono di destra, non sono di sinistra, non sono di Sánchez né del PP. Che cazzo me ne frega? Io sono di mia madre. A me ha cresciuto mia madre, mi ha scaldato il cibo mia madre, esattamente come la tua. Non la Meloni, non i politici. Mia madre, grazie a Dio. Vedi questo documento? È il mio DNI spagnolo, nato qui a Ceuta. È scaduto. E non lo vado a rinnovare. Non me ne importa niente, quando vorrò andare via ci penserò. Se non ti serve, lo tiri via, lo bruci, fai una denuncia e ti dicono che c’è un altro modello. Non mi interessa perché la Spagna a me non dà niente». 7. IL VUOTO ISTITUZIONALE E LE OMBRE SULLE RISORSE Dopo quattro giornate trascorse tra le sterrate del Príncipe, la percezione sul campo è quella di una polveriera a lento rilascio. Tra i vicoli si rincorrono ossessivamente le voci di un imminente sfollamento forzato o di una chiusura ermetica della frontiera di Tarajal, mentre gli agenti addetti ai valichi interpellati liquidano l’ipotesi bollandola come un’assurdità irrealizzabile. La realtà materiale, tuttavia, precipita nell’incuria: nel campo non ci sono docce, né servizi igienici adeguati; la presenza strutturale delle ONG è pressoché inesistente. I membri di Mujeres en Zona de Conflicto esternano una forte preoccupazione per il clima di militarizzazione strisciante: in mattinata perfino reparti dell’Esercito (Ejército de Tierra) si sono spinti fin dentro il quartiere per effettuare una specie di censimento informale. Ahmed, che con immensa fatica e sacrificio cerca di coordinare il campo, rimarca infastidito come l’atteggiamento dei militari sia stato inutilmente muscolare e provocatorio, sottolineando amaramente che se le forze armate tornassero per portare via le persone con la forza, lui non potrebbe fare nulla per impedirlo. L’unica certezza materiale resta il cibo, che continua ad arrivare grazie allo sforzo congiunto degli abitanti e al supporto logistico di entità assistenziali come la Cruz Blanca. Fa tuttavia rumore l’assenza totale di qualsiasi istituzione civile, sociale o socio-sanitaria della Ciudad Autónoma de Ceuta. L’unico volto dello Stato a farsi strada nell’incrocio tra edilizia abusiva e degrado è quello in divisa della Polizia Nazionale e dei blindati militari. Nei bar del barrio si parla apertamente del paradosso economico del margine: i finanziamenti straordinari versati dal Governo centrale di Madrid e dai fondi europei per la gestione dell’emergenza transfrontaliera. Tra i residenti ricorre l’amarezza per le cifre – come i circa 25 milioni di euro stanziati ed erogati per la gestione dell’accoglienza e dell’emergenza migratoria – chiedendosi dove vadano a finire queste risorse prima di arrivare in un quartiere dove le scuole cadono a pezzi, le abitazioni versano in uno stato di cronico semiabbandono e non esiste un solo centro di aggregazione giovanile o uno spazio sociale per impedire che i ragazzi della zona finiscano inghiottiti dai circuiti informali della frontiera. PH: Raffaello Rossini 8. L’INTERCAPEDINE PERMANENTE Nelle parole dei giovani del barrio si sovrappongono il rifiuto delle categorie ideologiche istituzionali, il senso di abbandono da parte dello Stato centrale e l’accettazione della violenza come unico codice regolatore dell’ordine locale. In questo frammento di conversazione si riassume la condizione antropologica del Príncipe: una comunità che rifiuta l’identificazione con le narrazioni statali – siano esse spagnole o marocchine – per rifugiarsi in un tribalismo primario fondato sulla lealtà familiare e sulla legge del più forte. Il Príncipe non si costituisce come rifugio politico né come ghetto chiuso: risponde alle caratteristiche di un non-luogo di transito spinto all’estremo, un’intercapedine architettonica e sociale dove l’identità individuale viene congelata nell’attesa. Un limbo dove l’autorità formale recede lasciando spazio a un’infrastruttura d’emergenza autoprodotta, in cui la solidarietà comunitaria e la minaccia della pistola convivono nello stesso spazio, divise soltanto dal perimetro precario di una transenna rossa. Sullo sfondo, mentre le camionette della Polizia scendono lungo i tornanti polverosi dopo aver completato l’ennesimo censimento formale, le ragazze rimaste dentro la rete tentano di riappropriarsi del tempo con una palla sgonfia o una chiamata verso casa. Sotto la superficie di Ceuta, la marea non si è fermata: si è limitata a spostarsi di poche centinaia di metri, occupando un altro campetto sbrecciato in cui continuare ad attendere. PH: Raffaello Rossini
Il d.lgs. 115/2026 recepisce la direttiva antitratta: il coordinamento con le nuove procedure di frontiera del Patto UE Immigrazione e Asilo
FEDERICA REMIDDI, SALVATORE FACHILE E GIULIA CRESCINI Il contributo esamina il decreto legislativo 12 giugno 2026, n. 115, di attuazione della direttiva (UE) 2024/1712, che modifica la direttiva 2011/36/UE in materia di prevenzione e repressione della tratta di esseri umani e di protezione delle vittime. Il punto centrale del commento è costituito dal nuovo periodo di recupero e riflessione, introdotto nei commi 3-ter e 3-quater dell’art. 18 del d.lgs. n. 286/1998, e dal suo rapporto con le procedure di screening, di frontiera e accelerate disciplinate dal Patto UE su migrazione e asilo, entrato in vigore il 12 giugno 2026: si tratta di verificare se, e in quale misura, il nuovo istituto sia in grado di sottrarre la potenziale vittima di tratta alla logica acceleratoria e contenitiva propria di tali procedure. Il commento ricostruisce inoltre le altre modifiche apportate dal decreto, distinguendo quelle che intersecano la posizione del richiedente protezione internazionale da quelle relative alle vittime di tratta a prescindere da tale condizione – tra cui le novelle al codice penale (artt. 600, 601 e il nuovo art. 601.1), la disciplina dell’indennizzo e il nuovo Coordinatore nazionale anti-tratta. Un approfondimento specifico è dedicato al diritto della vittima di tratta di svolgere attività lavorativa già in forza della semplice ricevuta attestante la presentazione della domanda di permesso di soggiorno ex art. 18, prima ancora del suo rilascio. SOMMARIO 1. Premessa 2. Il periodo di recupero e riflessione: un nuovo istituto per le vittime di tratta 2.1 I diversi contesti applicativi del periodo di riflessione 2.1.1 La preidentificazione in frontiera e il rapporto con lo screening 2.1.2 La procedura di frontiera e l’inconciliabilità con il periodo di riflessione 2.1.3 Le conseguenze al termine del periodo di riflessione 2.2 Il rintraccio sul territorio 2.3 Il periodo di riflessione fuori dai casi di screening 3. I minori stranieri non accompagnati 4. Le procedure operative standard, il Meccanismo Nazionale di Referral e il sostegno transfrontaliero Parte II. Le modifiche relative alle vittime di tratta, a prescindere dalla condizione di richiedente protezione internazionale 5. Le modifiche al codice penale: gli artt. 600, 601 e il nuovo art. 601.1 6. Il diritto di indennizzo delle vittime di tratta 7. Il coordinatore nazionale anti-tratta e il servizio nazionale di pronta assistenza 8. Il Piano nazionale d’azione contro la tratta 9. Il diritto al lavoro nelle more del rilascio del permesso di soggiorno: il nuovo comma 3-quinquies dell’art. 18 Scarica l’articolo completo