
Violenza istituzionale sulla rotta balcanica: la normalizzazione dei respingimenti
Progetto Melting Pot Europa - Friday, October 2, 2026Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org.
Ca’ Foscari University of Venice
Bachelor’s Degree programme in Philosophy, International and Economic Studies
Final Thesis
Institutional Violence along the Balkan Route: EU Border Governance and the Normalization of Pushbacks
Camilla Della Vida (2025-2026)
Scarica l’elaborato (ENG)Introduzione
L’Unione Europea è una comunità fondata su principi inviolabili, come riflesso nei primi tre articoli della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea: la dignità umana (Art. 1), il diritto alla vita (Art. 2) e il diritto all’integrità della persona (Art. 3).
Nonostante questi principi fondamentali, l’Unione Europea è diventata sempre più uno spazio in cui la violenza alle frontiere esterne viene trasformata in pratica amministrativa, diventando routinaria e in larga misura invisibile.
Negli ultimi anni è emersa una crescente contraddizione tra avanzati sistemi di protezione dei diritti umani e pratiche sistemiche di esclusione alle frontiere.
Questa tensione rivela quella che può essere definita una crisi della governance, nella quale le norme giuridiche rimangono formalmente in vigore mentre le pratiche quotidiane ne compromettono l’effettiva applicazione.
In un mondo sempre più globalizzato, l’interdipendenza economica, l’instabilità geopolitica e le pressioni ambientali continuano a influenzare i modelli di mobilità umana. La migrazione non dovrebbe pertanto essere interpretata esclusivamente attraverso la lente della gestione delle emergenze, ma piuttosto come una caratteristica strutturale e di lungo periodo delle società contemporanee.
Le frontiere rappresentano, di conseguenza, spazi particolarmente significativi per osservare dinamiche politiche e sociali più ampie. Ciò che avviene alle frontiere riflette spesso sviluppi più generali nella governance, nelle politiche di sicurezza e nell’applicazione selettiva dei diritti, rendendo queste aree particolarmente rilevanti per l’analisi.
La Rotta Balcanica Occidentale, che ha costituito un importante percorso per migranti e rifugiati provenienti dal Medio Oriente, dall’Asia e dall’Africa e diretti verso l’Unione Europea, è stata progressivamente trasformata in un meccanismo centrale e fortemente securitizzato di gestione della migrazione.
A seguito degli arrivi su larga scala del 2015, i Balcani occidentali hanno iniziato a funzionare sempre più come una zona cuscinetto, volta a contenere e regolare i movimenti migratori prima che questi potessero raggiungere gli Stati membri dell’UE.
Anziché rimanere un corridoio umanitario temporaneo, la Rotta Balcanica è stata progressivamente incorporata nel più ampio sistema di governance delle frontiere esterne dell’UE.
Durante il cosiddetto “lungo estate della migrazione” del 2015, la Rotta Balcanica funzionava come un corridoio relativamente aperto, che consentiva a un numero elevato di migranti e rifugiati di spostarsi verso l’Europa occidentale e settentrionale.
Questa temporanea apertura fu rapidamente sostituita da politiche di transito progressivamente più restrittive. In seguito all’EU-Turkey Statement del 2016, la costruzione di recinzioni, la chiusura delle frontiere e l’intensificazione delle misure di sicurezza contribuirono al consolidamento delle strategie di contenimento lungo la rotta.
Questi sviluppi svolsero un ruolo importante nella graduale normalizzazione dei pushback, poiché l’UE fece sempre più affidamento sui Paesi dei Balcani occidentali per svolgere funzioni di controllo delle frontiere e gestire le procedure di asilo, trasferendo di fatto parte della governance migratoria oltre i propri confini territoriali formali.
Dopo l’attuazione dell’EU-Turkey Statement del 2016, i pushback divennero progressivamente una componente centrale del regime europeo delle frontiere, coinvolgendo sia gli Stati membri dell’UE sia i Paesi di transito (Goldner Lang e Nagy 2021).
Il termine “pushback” si riferisce generalmente all’allontanamento informale e illegittimo di individui attraverso le frontiere, senza garantire l’accesso alle procedure di asilo o alle garanzie giuridiche (Moraru 2022).
Tali pratiche costituiscono violazioni del diritto nazionale, europeo e internazionale, tra cui il divieto di espulsioni collettive, il principio di non-refoulement e il diritto di chiedere asilo. Ulteriori pratiche frequentemente documentate, quali la detenzione arbitraria, la violenza fisica e l’umiliazione, possono inoltre configurare trattamenti inumani o degradanti e provocare conseguenze fisiche e psicologiche durature.
Quello che un tempo veniva presentato come una risposta eccezionale si è progressivamente trasformato in una pratica routinaria esercitata dalle autorità di frontiera lungo la Rotta Balcanica, creando un effetto a catena nel quale gli individui vengono ripetutamente respinti attraverso diverse frontiere.
Piuttosto che prevenire efficacemente la migrazione, queste pratiche spesso costringono le persone a cercare rotte alternative e più pericolose, aumentando così il rischio di lesioni, traumi e morte.
Allo stesso tempo, tali meccanismi contribuiscono alla produzione dell’irregolarità, rendendo i migranti più vulnerabili all’esclusione e all’allontanamento all’interno del più ampio sistema di governance migratoria.
Numerosi rapporti prodotti da organizzazioni internazionali, ONG e reti di monitoraggio hanno documentato il carattere sistematico di tali pratiche lungo la Rotta Balcanica.
Le testimonianze raccolte dai migranti descrivono frequentemente schemi ricorrenti di espulsione, violenza e negazione dell’accesso alle procedure di asilo, suggerendo che queste pratiche non possano essere comprese come eventi isolati, ma piuttosto come elementi di un più ampio sistema di gestione delle frontiere.
La normalizzazione dei pushback è strettamente collegata alla rappresentazione della migrazione come una minaccia persistente alla sicurezza e come uno stato di crisi permanente. Tale narrazione consente di giustificare misure eccezionali e facilita la sospensione selettiva dei diritti.
Di conseguenza, pratiche che contraddicono chiaramente gli standard internazionali in materia di diritti umani possono essere gradualmente normalizzate attraverso il discorso politico, la militarizzazione delle frontiere e la securitizzazione della migrazione, indebolendo infine gli impegni europei in materia di tutela dei diritti fondamentali.
Da questa prospettiva, la violenza istituzionale non può essere ridotta al danno fisico diretto, ma emerge anche dalle strutture politiche e amministrative che regolano la mobilità attraverso meccanismi di esclusione.
Le narrazioni razzializzate e i discorsi orientati alla sicurezza contribuiscono alla criminalizzazione della migrazione, legittimando pratiche coercitive e rafforzando le asimmetrie di potere esistenti.
La nozione di “crisi” svolge un ruolo cruciale in questo processo, poiché evoca urgenza e pericolo, consentendo a misure straordinarie di diventare routine e di essere istituzionalizzate all’interno delle politiche migratorie, soprattutto quando applicate ai migranti privi di autorizzazione.
Questa tesi analizza come la gestione della migrazione lungo la Rotta Balcanica Occidentale abbia contribuito all’emergere di un sistema nel quale i pushback e le forme di violenza istituzionale sono
diventati pratiche normalizzate, sollevando importanti interrogativi in merito alla responsabilità e all’accountability all’interno della governance europea delle frontiere.
Il primo capitolo illustra il quadro giuridico che disciplina le frontiere europee e la tutela dei diritti fondamentali.
Il secondo capitolo esamina le diverse forme di violenza e i meccanismi che ne consentono la legittimazione. Il terzo capitolo presenta evidenze empiriche e testimonianze che documentano la violenza istituzionale lungo la Rotta Balcanica e il ruolo del monitoraggio della violenza alle frontiere.
La ricerca si basa sulle testimonianze raccolte da migranti giunti attraverso la Rotta Balcanica durante il lavoro sul campo condotto a Trieste, che rappresenta una delle destinazioni finali del percorso verso l’Unione Europea.
Ulteriori dati sono stati raccolti attraverso attività di monitoraggio della violenza alle frontiere in Serbia. Questi materiali vengono integrati con l’analisi giuridica e delle politiche pubbliche al fine di esaminare la discrepanza tra i quadri normativi e le pratiche sul terreno.
Collocando i pushback all’interno di un sistema più ampio di governance migratoria, questa tesi mira a individuare modelli di responsabilità che vadano oltre i singoli attori o Stati, evidenziando come le lacune nei meccanismi di accountability vengano prodotte e mantenute a livello europeo.