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La responsabilità europea nell’esternalizzazione delle frontiere
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Sostieni Melting Pot QUESTO ARTICOLO TI È UTILE PER IL LAVORO, LA FORMAZIONE O L’ATTIVISMO? Il tuo contributo ci permette di continuare a produrre e condividere informazione libera e accessibile Sostieni ora → University of Antwerp Master of Laws (LL.M) Master Project – Dissertation Module Diversity and Law RESPONSIBILITY OF THE MEMBER STATES, THE EU, AND ITS AGENCIES IN THE EXTERNALISATION OF BORDER CONTROL AND MIGRATION MANAGEMENT Cristina Fossanetti (2025-2026) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE L’esternalizzazione della gestione delle frontiere e delle migrazioni da parte dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri ha creato un profondo divario tra l’esercizio del potere pubblico e la responsabilità giuridica. Mentre gli attori dell’UE operano sempre più al di fuori dei propri confini territoriali per contrastare e controllare l’immigrazione irregolare, le loro pratiche hanno conseguenze concrete per coloro che rischiano il respingimento e necessitano di protezione internazionale. Questa tesi analizza criticamente le zone d’ombra giuridiche e procedurali all’origine di tale vuoto di responsabilità, proponendo una prospettiva analitica e riparativa sulle vie giuridiche offerte dal diritto internazionale. Attraverso l’analisi del diritto pubblico, dei diritti umani e del diritto dei rifugiati, la ricerca esamina le barriere che rendono il sistema normativo migratorio difficilmente accessibile alle vittime, dimostrando come le attuali tecnicità giuridiche possano essere reinterpretate dinamicamente per garantire l’attribuzione delle responsabilità. Il lavoro si concentra su due questioni fondamentali: in primo luogo, in che misura i frequenti processi di esternalizzazione generino sfide giurisdizionali, di attribuzione e di nesso causale, alimentando il vuoto di responsabilità; in secondo luogo, come altri quadri normativi possano interagire con il contesto migratorio per assicurare che i principali attori rispondano delle proprie violazioni. La prima analisi evidenzia come la governance migratoria dell’UE faccia ampio ricorso ad accordi politici non vincolanti, come l’accordo UE-Turchia, per eludere il controllo parlamentare e la revisione giurisdizionale a livello unionale. Parallelamente, una serie di operazioni extraterritoriali, quali respingimenti e pullback, consente a questi attori di sottrarsi al criterio del “controllo effettivo”, aggirando così i test spaziali di giurisdizione. L’attribuzione della responsabilità è inoltre compromessa dal problema della “molteplicità di attori“: il ruolo ampliato delle agenzie dell’UE, come Frontex, e la loro interoperabilità si combinano con lo spostamento di competenze tra Stati membri, UE e paesi terzi. A ciò si aggiungono i meccanismi di controllo indiretto, come i finanziamenti e l’assistenza tecnica ai paesi terzi e l’uso estensivo del concetto di “paese terzo sicuro“, che interrompono il nesso causale diretto tra le azioni dell’UE e le violazioni dei diritti umani commesse all’estero. Infine, la carente attuazione dei meccanismi di controllo previsti lascia le vittime prive di rimedi giurisdizionali efficaci. Per colmare queste lacune, la dissertazione propone un modello di responsabilità basato sull’integrazione giuridica funzionale. Ad integrazione dei modelli di giurisdizione della CEDU e della CGUE, un’applicazione funzionale della protezione dei diritti umani e dei rifugiati si concentra sull’impatto prevedibile e sul “test di dipendenza” degli individui, richiamando alla responsabilità attraverso l’esercizio del potere pubblico, il processo decisionale e la collaborazione con altre entità. Per risolvere le situazioni che coinvolgono molteplici attori, i giudici possono avvalersi di dottrine consolidate di diritto pubblico, come la responsabilità derivata per aiuto e assistenza e la responsabilità solidale, superando così la frammentazione dei regimi giuridici migratori. Inoltre, diversi aspetti dell’attuale regime di responsabilità applicabile alla governance migratoria dell’UE dovrebbero intersecarsi con il diritto pubblico e le dottrine dei diritti umani, adottando un’interpretazione funzionale degli obblighi di diligenza, del principio di non-refoulement e di altri diritti inderogabili. In definitiva, la responsabilità internazionale può essere attivata attraverso l’applicazione degli strumenti giuridici e dei meccanismi giudiziari già a nostra disposizione.
Il delitto istituzionalizzato: la detenzione amministrativa e il CPR di Palazzo San Gervasio
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Sostieni Melting Pot QUESTO ARTICOLO TI È UTILE PER IL LAVORO, LA FORMAZIONE O L’ATTIVISMO? Il tuo contributo ci permette di continuare a produrre e condividere informazione libera e accessibile Sostieni ora → Università degli Studi di Verona Laurea magistrale in editoria e giornalismo IL DELITTO ISTITUZIONALIZZATO LA DETENZIONE AMMINISTRATIVA E IL CASO DEL CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO Michele Francesco D’Andretta (2025-2026) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE Nel dibattito pubblico contemporaneo, il fenomeno migratorio rappresenta una tematica frequentemente oggetto di stigmatizzazione o completamente ignorata. Gli organi di stampa, i media e le retoriche politico-istituzionali adottano narrazioni di matrice securitaria, volte a rappresentare il migrante come una minaccia per l’ordine pubblico, la sicurezza ed il welfare dello Stato italiano. Il presente elaborato analizza il tema dell’immigrazione, con particolar riguardo al sistema di detenzione amministrativa. Giunti nel nostro Paese con l’obiettivo di migliorare le proprie condizioni di vita, i cittadini stranieri sprovvisti di regolare documentazione vengono rinchiusi all’interno di Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Tali strutture si configurano come dei veri e propri “lager”, all’interno dei quali gli stranieri trattenuti sono privati dei diritti fondamentali, divenendo invisibili agli occhi della società. “Non luoghi” e “buchi neri” dove la dignità rappresenta, ormai, un’eco lontano e la libertà è appesa al filo spinato che delimita le strutture detentive. Il primo capitolo ricostruisce l’evoluzione storico-normativa in materia di detenzione amministrativa. Dalla legge Martelli del 1990 fino al Pacchetto sicurezza del 2026, vengono ripercorsi trentasei anni di interventi legislativi in relazione agli eventi di cronaca che hanno influenzato l’iter politico. Il secondo capitolo propone un focus sul sistema di detenzione amministrativa presentando come caso di studio il Centro di permanenza per il rimpatrio di Palazzo San Gervasio, ribattezzato dal giornalismo d’inchiesta come la “Guantanámo italiana”. Attraverso la ricostruzione delle inchieste condotte dalla Procura di Potenza, sono state esaminate le criticità legate alla mala gestione della struttura lucana, alla somministrazione massiccia di psicofarmaci sui soggetti trattenuti e la drammatica vicenda della giovane vita spezzata di Oussama Darkaoui. Inoltre, l’indagine è arricchita da un’intervista all’avvocato Arturo Raffaele Covella, legale di alcuni trattenuti e difensore della famiglia Darkaoui, che ha permesso di comprendere e approfondire le dinamiche interne al centro lucano. Infine, il terzo capitolo si configura come un’analisi empirica di articoli di giornale riguardanti due fatti di cronaca legati al Cpr di Palazzo San Gervasio: l’inchiesta giudiziaria sulla gestione del centro e il decesso di Oussama Darkaoui. L’obiettivo dell’indagine è esaminare quali tipologie narrative la stampa nazionale ha adottato nel rappresentare tali eventi, influenzando l’opinione pubblica.
A Feminist and Postcolonial Critique of World Bank and International Monetary Fund Interventions in the SWANA Region
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università Roma Tre Department of Political Sciences Master’s Degree in International Studies – Course of International Law and Development A FEMINIST AND POSTCOLONIAL CRITIQUE OF WORLD BANK AND INTERNATIONAL MONETARY FUND INTERVENTIONS IN THE SWANA REGION Giorgia Fabbris (2025-2026) Scarica l’elaborato (ENG) INTRODUZIONE Questa tesi affronta il seguente interrogativo di ricerca: i programmi di aggiustamento strutturale, attuati dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, hanno perpetuato storicamente le dinamiche coloniali all’interno delle economie di alcuni Paesi della regione SWANA, e quale impatto hanno avuto sull’uguaglianza di genere a livello locale? Per esplorare tali questioni, questo studio ha adottato le teorie post-coloniali e femministe come principali quadri analitici di riferimento, concentrandosi su Egitto e Marocco tra gli anni ’80 e il primo decennio degli anni 2000 come casi di studio centrali. Nel corso della tesi verrà utilizzato il termine SWANA: sta per “South-West Asia and North Africa” (Asia sud-occidentale e Nord Africa) e rappresenta un modo meno eurocentrico per riferirsi a quella che è comunemente nota come regione MENA (“Medio Oriente e Nord Africa”), in quanto evita di utilizzare l’Europa come punto di riferimento geografico. Il termine SWANA non è stato ampiamente adottato, ma rappresenta un approccio più coerente con la prospettiva post-coloniale sulle relazioni internazionali. La tesi è strutturata in tre capitoli principali, a cavallo tra le discipline del Diritto Internazionale, delle Relazioni Internazionali e dell’Economia Politica. Il primo capitolo, intitolato “Panoramica della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale”, offre un’introduzione completa alle due Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFI), radicandone l’evoluzione all’interno del quadro del Diritto Internazionale e delle Organizzazioni Internazionali. Questo capitolo si apre con una panoramica storica delle loro origini, a partire dalle conseguenze della Prima Guerra Mondiale e dalla Grande Depressione del 1929, periodo durante il quale gli economisti di tutto il Nord del mondo proposero strategie alternative per scongiurare future crisi sistemiche. Il capitolo delinea poi l’architettura istituzionale di entrambe le organizzazioni, mappando analogie e differenze nei rispettivi organi di governance, strutture di adesione e sistemi di voto. Infine, esamina come gli interventi delle IFI si siano evoluti di pari passo con i principali stravolgimenti geopolitici ed economici della seconda metà del Novecento. In particolare, nel corso degli anni ’70 le attività del FMI si sono discostate dal loro scopo originario – fornire un sostegno a breve termine ai Paesi con problemi valutari e proteggere il commercio e i pagamenti internazionali da restrizioni – verso prestiti condizionati a lungo termine nel Sud del mondo. Contestualmente, a partire dagli anni ’70 la Banca Mondiale si è orientata sempre più verso strategie di riduzione della povertà. Il capitolo si conclude analizzando i meccanismi contemporanei delle IFI, concentrandosi su come le diverse linee di credito impongano programmi di aggiustamento strutturale ancorati ai pilastri neoliberisti, come la contrazione della spesa pubblica e la deregolamentazione dei mercati. Il secondo capitolo si sposta verso la disciplina delle Relazioni Internazionali, offrendo una valutazione critica attraverso i paradigmi del Postcolonialismo e del Femminismo. Dopo una breve introduzione alla disciplina generale delle Relazioni Internazionali, il capitolo si divide in due sezioni principali: la prima si concentra sulle teorie post-coloniali, mentre la seconda affronta quelle femministe. Ogni sezione fornisce una panoramica della rispettiva teoria, presentandone i contributi principali, prima di esplorare la sua intersezione con l’economia politica e offrire una valutazione critica delle IFI da ciascuna prospettiva. Il terzo capitolo, intitolato “Interventi delle IFI nella regione SWANA”, è organizzato in tre sezioni. La prima sezione contestualizza la regione SWANA e presenta i casi di studio comparativi di questa tesi: Egitto e Marocco. Questi due Paesi sono stati scelti per i loro prolungati sforzi di aggiustamento, l’elevato numero di condizionalità e per le caratteristiche specifiche delle loro economie. Inoltre, pur appartenendo alla stessa regione, il Marocco ha stretti legami con l’area del Maghreb e l’Europa, mentre l’Egitto presenta connessioni economiche con l’area dell’Asia sud-occidentale. La seconda sezione approfondisce la storia dell’Egitto e del Marocco negli ultimi 150 anni; viene poi delineato un quadro comparativo socio-economico dei due Paesi, per comprendere i contesti in cui sono state attuate le riforme strutturali prescritte dalle IFI. La terza e ultima sezione sintetizza la storia istituzionale delle IFI con le traiettorie interne di entrambi i Paesi, valutando le più ampie ripercussioni sociali e civili dei loro interventi. Il capitolo si conclude analizzando gli impatti di genere dell’aggiustamento strutturale e affrontando due temi ampiamente dibattuti nella critica post-coloniale: la politica dei sovrapprezzi (surcharges) del FMI e il fenomeno del “colonialismo verde”. Per quanto riguarda l’analisi dei prestiti, l’arco temporale inizia con i primi dibattiti legati alla nascita delle due istituzioni e si conclude nel 2011. Questa scelta nasce dal desiderio di offrire una panoramica storica fin dall’inizio della relazione tra le IFI e i due casi di studio, bilanciando al contempo la profondità accademica con i necessari vincoli di ricerca. Questa tesi ha prodotto tre risultati principali. In primo luogo, l’analisi della genesi della BM e del FMI, unitamente alla descrizione delle loro strutture organizzative e dei sistemi di voto, riflette disparità profonde e radicate tra il Nord e il Sud del mondo. In secondo luogo, integrando gli approcci femministi all’economia, questa ricerca dimostra che, anche nel caso delle IFI, le politiche presentate come neutrali dal punto di vista del genere nascondono spesso pregiudizi fortemente radicati che penalizzano in modo sproporzionato le donne. L’ultimo risultato risiede nelle sfumate differenze nel modo in cui le IFI hanno interagito con i due Paesi: le dinamiche si sono modificate nel tempo in base al panorama politico interno e alla leadership al potere. La rilevanza di questa ricerca risiede nelle profonde trasformazioni socio-economiche che stanno attualmente ristrutturando la regione SWANA, dove Paesi come l’Egitto e il Marocco affrontano da decenni crisi di debito sistemiche e una crescente dipendenza dalle Istituzioni Finanziarie Internazionali. Analizzare queste dinamiche è fondamentale per comprendere come la governance economica internazionale si intersechi con le dinamiche locali, alimentando disuguaglianze sociali e disordini civili. Concentrandosi su Egitto e Marocco, questa tesi offre una prospettiva comparativa su come la condizionalità neoliberista operi nella regione SWANA. Nonostante l’ampia letteratura che traccia gli indicatori macroeconomici e le prestazioni fiscali dei programmi delle IFI, le analisi economiche tradizionali trascurano di frequente le asimmetrie strutturali di potere a livello globale e gli effetti di genere di queste politiche. Esiste una lacuna significativa nella ricerca mainstream, che tende a separare la macroeconomia dalle sue ramificazioni di genere e post-coloniali. Nello specifico, le valutazioni ordinarie raramente affrontano il modo in cui la riduzione della spesa pubblica e la deregolamentazione dei mercati alterino il lavoro riproduttivo interno e, soprattutto, come i modelli strutturali dell’era coloniale persistano attraverso le moderne condizionalità dei prestiti. Questa tesi affronta direttamente tale lacuna della letteratura integrando il Diritto Internazionale e l’Economia Politica con le teorie post-coloniali e femministe delle Relazioni Internazionali. In questo modo, l’attenzione si sposta dalle metriche puramente finanziarie alle esperienze vissute dai gruppi marginalizzati, in particolare le donne, mettendo a nudo i pregiudizi sistemici inerenti alle architetture finanziarie internazionali. Per valutare criticamente i programmi di aggiustamento strutturale in Egitto e Marocco, questa tesi adotta una metodologia qualitativa e basata sullo studio di casi comparati. Il fondamento empirico di questo studio si basa sulla ricerca documentale e sull’analisi critica del discorso applicata a fonti primarie: queste includono gli Accordi Istitutivi (Articles of Agreement) del FMI e della BM, i contratti di prestito storici e contemporanei, i dataset economici delle organizzazioni internazionali insieme ai dati istituzionali interni. Piuttosto che accettare questi documenti come testi tecnocratici neutrali, essi vengono scrutinati per svelare i presupposti neoliberisti sottostanti e le dinamiche di potere intrinseche al loro linguaggio. Inoltre, si impiega un quadro comparativo per esaminare l’Egitto e il Marocco. I due Paesi hanno attraversato traiettorie storiche differenti, sia nel periodo coloniale che in quello post-coloniale, il che li rende casi di studio idonei per un confronto regionale più ampio. Questa comparazione strutturata consente una comprensione sfumata di come le direttive economiche globali interagiscano con le specifiche strutture nazionali. Inoltre, la ricerca mostra un elevato grado di interdisciplinarità, poiché fa da ponte tra Diritto Internazionale, Relazioni Internazionali, Economia Politica e Storia: considerato l’ampio spettro delle dinamiche degli aggiustamenti strutturali, questo approccio è apparso il migliore per affrontare l’argomento. Un pilastro fondamentale di questa ricerca è il suo approccio storicizzato, applicato in modo coerente a tutte le dimensioni analitiche: dall’evoluzione istituzionale delle IFI e dallo sviluppo delle teorie delle Relazioni Internazionali, fino alla traiettoria politica ed economica dell’Egitto e del Marocco.
Violenza istituzionale sulla rotta balcanica: la normalizzazione dei respingimenti
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Ca’ Foscari University of Venice Bachelor’s Degree programme in Philosophy, International and Economic Studies Final Thesis INSTITUTIONAL VIOLENCE ALONG THE BALKAN ROUTE: EU BORDER GOVERNANCE AND THE NORMALIZATION OF PUSHBACKS Camilla Della Vida (2025-2026) Scarica l’elaborato (ENG) INTRODUZIONE L’Unione Europea è una comunità fondata su principi inviolabili, come riflesso nei primi tre articoli della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea: la dignità umana (Art. 1), il diritto alla vita (Art. 2) e il diritto all’integrità della persona (Art. 3). Nonostante questi principi fondamentali, l’Unione Europea è diventata sempre più uno spazio in cui la violenza alle frontiere esterne viene trasformata in pratica amministrativa, diventando routinaria e in larga misura invisibile. Negli ultimi anni è emersa una crescente contraddizione tra avanzati sistemi di protezione dei diritti umani e pratiche sistemiche di esclusione alle frontiere. Questa tensione rivela quella che può essere definita una crisi della governance, nella quale le norme giuridiche rimangono formalmente in vigore mentre le pratiche quotidiane ne compromettono l’effettiva applicazione. In un mondo sempre più globalizzato, l’interdipendenza economica, l’instabilità geopolitica e le pressioni ambientali continuano a influenzare i modelli di mobilità umana. La migrazione non dovrebbe pertanto essere interpretata esclusivamente attraverso la lente della gestione delle emergenze, ma piuttosto come una caratteristica strutturale e di lungo periodo delle società contemporanee. Le frontiere rappresentano, di conseguenza, spazi particolarmente significativi per osservare dinamiche politiche e sociali più ampie. Ciò che avviene alle frontiere riflette spesso sviluppi più generali nella governance, nelle politiche di sicurezza e nell’applicazione selettiva dei diritti, rendendo queste aree particolarmente rilevanti per l’analisi. La Rotta Balcanica Occidentale, che ha costituito un importante percorso per migranti e rifugiati provenienti dal Medio Oriente, dall’Asia e dall’Africa e diretti verso l’Unione Europea, è stata progressivamente trasformata in un meccanismo centrale e fortemente securitizzato di gestione della migrazione. A seguito degli arrivi su larga scala del 2015, i Balcani occidentali hanno iniziato a funzionare sempre più come una zona cuscinetto, volta a contenere e regolare i movimenti migratori prima che questi potessero raggiungere gli Stati membri dell’UE. Anziché rimanere un corridoio umanitario temporaneo, la Rotta Balcanica è stata progressivamente incorporata nel più ampio sistema di governance delle frontiere esterne dell’UE. Durante il cosiddetto “lungo estate della migrazione” del 2015, la Rotta Balcanica funzionava come un corridoio relativamente aperto, che consentiva a un numero elevato di migranti e rifugiati di spostarsi verso l’Europa occidentale e settentrionale. Questa temporanea apertura fu rapidamente sostituita da politiche di transito progressivamente più restrittive. In seguito all’EU-Turkey Statement del 2016, la costruzione di recinzioni, la chiusura delle frontiere e l’intensificazione delle misure di sicurezza contribuirono al consolidamento delle strategie di contenimento lungo la rotta. Questi sviluppi svolsero un ruolo importante nella graduale normalizzazione dei pushback, poiché l’UE fece sempre più affidamento sui Paesi dei Balcani occidentali per svolgere funzioni di controllo delle frontiere e gestire le procedure di asilo, trasferendo di fatto parte della governance migratoria oltre i propri confini territoriali formali. Dopo l’attuazione dell’EU-Turkey Statement del 2016, i pushback divennero progressivamente una componente centrale del regime europeo delle frontiere, coinvolgendo sia gli Stati membri dell’UE sia i Paesi di transito (Goldner Lang e Nagy 2021). Il termine “pushback” si riferisce generalmente all’allontanamento informale e illegittimo di individui attraverso le frontiere, senza garantire l’accesso alle procedure di asilo o alle garanzie giuridiche (Moraru 2022). Tali pratiche costituiscono violazioni del diritto nazionale, europeo e internazionale, tra cui il divieto di espulsioni collettive, il principio di non-refoulement e il diritto di chiedere asilo. Ulteriori pratiche frequentemente documentate, quali la detenzione arbitraria, la violenza fisica e l’umiliazione, possono inoltre configurare trattamenti inumani o degradanti e provocare conseguenze fisiche e psicologiche durature. Quello che un tempo veniva presentato come una risposta eccezionale si è progressivamente trasformato in una pratica routinaria esercitata dalle autorità di frontiera lungo la Rotta Balcanica, creando un effetto a catena nel quale gli individui vengono ripetutamente respinti attraverso diverse frontiere. Piuttosto che prevenire efficacemente la migrazione, queste pratiche spesso costringono le persone a cercare rotte alternative e più pericolose, aumentando così il rischio di lesioni, traumi e morte. Allo stesso tempo, tali meccanismi contribuiscono alla produzione dell’irregolarità, rendendo i migranti più vulnerabili all’esclusione e all’allontanamento all’interno del più ampio sistema di governance migratoria. Numerosi rapporti prodotti da organizzazioni internazionali, ONG e reti di monitoraggio hanno documentato il carattere sistematico di tali pratiche lungo la Rotta Balcanica. Le testimonianze raccolte dai migranti descrivono frequentemente schemi ricorrenti di espulsione, violenza e negazione dell’accesso alle procedure di asilo, suggerendo che queste pratiche non possano essere comprese come eventi isolati, ma piuttosto come elementi di un più ampio sistema di gestione delle frontiere. La normalizzazione dei pushback è strettamente collegata alla rappresentazione della migrazione come una minaccia persistente alla sicurezza e come uno stato di crisi permanente. Tale narrazione consente di giustificare misure eccezionali e facilita la sospensione selettiva dei diritti. Di conseguenza, pratiche che contraddicono chiaramente gli standard internazionali in materia di diritti umani possono essere gradualmente normalizzate attraverso il discorso politico, la militarizzazione delle frontiere e la securitizzazione della migrazione, indebolendo infine gli impegni europei in materia di tutela dei diritti fondamentali. Da questa prospettiva, la violenza istituzionale non può essere ridotta al danno fisico diretto, ma emerge anche dalle strutture politiche e amministrative che regolano la mobilità attraverso meccanismi di esclusione. Le narrazioni razzializzate e i discorsi orientati alla sicurezza contribuiscono alla criminalizzazione della migrazione, legittimando pratiche coercitive e rafforzando le asimmetrie di potere esistenti. La nozione di “crisi” svolge un ruolo cruciale in questo processo, poiché evoca urgenza e pericolo, consentendo a misure straordinarie di diventare routine e di essere istituzionalizzate all’interno delle politiche migratorie, soprattutto quando applicate ai migranti privi di autorizzazione. Questa tesi analizza come la gestione della migrazione lungo la Rotta Balcanica Occidentale abbia contribuito all’emergere di un sistema nel quale i pushback e le forme di violenza istituzionale sono diventati pratiche normalizzate, sollevando importanti interrogativi in merito alla responsabilità e all’accountability all’interno della governance europea delle frontiere. Il primo capitolo illustra il quadro giuridico che disciplina le frontiere europee e la tutela dei diritti fondamentali. Il secondo capitolo esamina le diverse forme di violenza e i meccanismi che ne consentono la legittimazione. Il terzo capitolo presenta evidenze empiriche e testimonianze che documentano la violenza istituzionale lungo la Rotta Balcanica e il ruolo del monitoraggio della violenza alle frontiere. La ricerca si basa sulle testimonianze raccolte da migranti giunti attraverso la Rotta Balcanica durante il lavoro sul campo condotto a Trieste, che rappresenta una delle destinazioni finali del percorso verso l’Unione Europea. Ulteriori dati sono stati raccolti attraverso attività di monitoraggio della violenza alle frontiere in Serbia. Questi materiali vengono integrati con l’analisi giuridica e delle politiche pubbliche al fine di esaminare la discrepanza tra i quadri normativi e le pratiche sul terreno. Collocando i pushback all’interno di un sistema più ampio di governance migratoria, questa tesi mira a individuare modelli di responsabilità che vadano oltre i singoli attori o Stati, evidenziando come le lacune nei meccanismi di accountability vengano prodotte e mantenute a livello europeo.
The impact of immigration detention on migrants’ health and wellbeing: insights from key informants on the Macomer case
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- University of Bergen Faculty of Psychology – Department of Health Promotion and Development Master’s Degree in Global Development Theory and Practice, with specialisation in Health Promotion THE IMPACT OF IMMIGRATION DETENTION ON MIGRANTS’ HEALTH AND WELLBEING: INSIGHTS FROM KEY INFORMANTS ON THE MACOMER CASE Camilla Cardini (2026) Scarica l’elaborato (EN) INTRODUZIONE Le condizioni di vita precarie nei centri di detenzione per migranti, in Italia, in Europa e nel resto del mondo, sono ben documentate da articoli accademici e report indipendenti. Nonostante ciò, questa pratica sta venendo implementata sempre di più dai governi europei, in primo luogo da quello italiano. Ad oggi nel nostro territorio, quindi escludendo dal conteggio i centri costruiti dal governo Meloni in Albania, sono presenti dieci CPR, ovvero Centri di Permanenza per il Rimpatrio, in cui le condizioni di vita e il loro impatto sulla salute delle persone migranti detenute sono ben note. Questo studio si concentra sul CPR di Macomer, in Sardegna, e ha come obiettivo principale quello di esplorare qual è l’impatto della detenzione amministrativa sulla salute e sul benessere delle persone detenute. Attraverso l’uso della teoria integrale (Integral Theory) di Wilber, questo studio esplora il fenomeno considerando quattro dimensioni fondamentali: la soggettiva, l’oggettiva, l’intersoggettiva e l’interoggettiva. In questa ricerca di tipo qualitativo i dati sono stati raccolti attraverso interviste semistrutturate condotte con nove informatori chiave coinvolti a vario titolo nelle vicende del CPR di Macomer. I partecipanti sono stati selezionati in base al loro precedente accesso alla struttura e al loro ruolo professionale. Le interviste sono state integrate dall’analisi di cinque documenti rilevanti del governo e della società civile, con i dati raccolti riferiti al periodo compreso tra il 2024 e l’inizio del 2026. La ricerca ha prodotto risultati in linea con la letteratura esistente sui CPR in Italia e su altre forme simili di detenzione delle persone migranti nel resto del mondo. In particolare, questo studio ha riscontrato profonde sofferenze psicofisiche, criticità sanitarie e condizioni strutturali fatiscenti, accanto a pratiche condivise all’interno del sistema italiano dei CPR e specifiche interazioni interne al centro. I risultati hanno inoltre rivelato un parallelismo con i vecchi manicomi, una narrazione criminalizzante verso i migranti detenuti, nonché barriere sanitarie e meccanismi di adattamento (coping mechanisms) adottati dai detenuti. I risultati dello studio hanno evidenziato che la detenzione amministrativa è dannosa per gli individui detenuti, minacciandone la salute e il benessere. L’inefficacia di questa pratica potrebbe essere affrontata dai governi e dalle istituzioni internazionali adottando alternative in linea con i diritti fondamentali e i principi di promozione della salute.
September 26, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Stranieri in codice: il bias della neutralità tecnologica nei movimenti migratori
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Alma Mater Studiorum Università di Bologna Dipartimento di Scienze giuridiche Corso di laurea magistrale in giurisprudenza STRANIERI IN CODICE: IL BIAS DELLA NEUTRALITÀ TECNOLOGICA NEI MOVIMENTI MIGRATORI Tesi di laurea in Sociologia delle migrazioni Sofia Nascetti (2024-2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE «Se non dico mai cosa bisogna fare, non è perché credo che non ci sia nulla da fare; al contrario, è perché penso che ci siano mille cose da fare, inventare, forgiare, da parte di coloro che, riconoscendo le relazioni di potere in cui sono implicati, hanno deciso di resistere o sfuggire ad esse. Da questo punto di vista tutta la mia ricerca poggia su un postulato di ottimismo assoluto. Non svolgo le mie analisi per dire: così stanno le cose, guardate come siete intrappolati. Certe cose le dico solo nella misura in cui considero che esse permettano di trasformare il reale». Michel Foucault, intervista, 1978 Il confine costituisce da sempre uno degli elementi fondamentali attraverso cui gli Stati moderni definiscono la propria sovranità, organizzano lo spazio politico e regolano la mobilità delle persone. Tradizionalmente concepito come una linea geografica di delimitazione territoriale e come barriera fisica tra Stati sovrani, il confine ha progressivamente assunto forme più complesse e diffuse, trasformandosi in un dispositivo mobile, capace di oltrepassare la dimensione esclusivamente territoriale. La genealogia del concetto di frontiera permette di osservare questa trasformazione a partire dal modello vestfaliano, fondato sull’idea di una corrispondenza tra territorio, sovranità statale e controllo dei movimenti attraverso confini chiaramente delimitati. Tale paradigma, tuttavia, viene profondamente ridefinito nel contesto europeo contemporaneo con la creazione dello spazio Schengen, dove l’abolizione dei controlli alle frontiere interne si accompagna allo sviluppo di nuove forme di sorveglianza e selezione lungo i confini esterni dell’Unione europea. La frontiera non scompare, ma viene ricollocata: essa si estende attraverso pratiche amministrative, procedure di identificazione e infrastrutture tecnologiche che anticipano e distribuiscono il controllo della mobilità ben oltre il luogo fisico del passaggio territoriale. In questo processo, le tecnologie digitali hanno assunto un ruolo centrale nella trasformazione delle modalità di governo delle migrazioni. Il confine contemporaneo non è più soltanto una linea geografica, ma un insieme di pratiche, dispositivi e sistemi informativi capaci di classificare, identificare e differenziare gli individui. Durante il transito migratorio, lo straniero viene progressivamente inserito all’interno di un complesso apparato istituzionale composto da banche dati, autorità amministrative, sistemi di sicurezza e attori tecnici. La raccolta e l’elaborazione dei dati personali, in particolare dei dati biometrici, contribuiscono così alla costruzione di una nuova forma di frontiera individualizzata. È all’interno di questa prospettiva che si colloca il concetto di bio-bordering, attraverso cui la frontiera viene incorporata nel corpo stesso del migrante. L’individuo non è più soltanto una persona che attraversa un confine geografico, ma diventa un insieme di informazioni digitalizzate: impronte digitali, immagini facciali, dati biografici e tracce amministrative che costituiscono una nuova forma di identificazione e classificazione. Il corpo migrante diviene quindi uno spazio di iscrizione del potere, un luogo in cui il confine viene prodotto e riprodotto attraverso procedure tecniche apparentemente neutrali. La digitalizzazione delle frontiere europee deve pertanto essere analizzata attraverso la lente della biopolitica, intesa come modalità di governo che agisce sulla gestione della vita, dei corpi e delle popolazioni. Le tecnologie biometriche e le banche dati non si limitano infatti a registrare informazioni preesistenti, ma partecipano alla produzione di categorie amministrative e politiche: definiscono profili di rischio, stabiliscono livelli di vulnerabilità e orientano decisioni relative all’accesso, alla permanenza o all’esclusione dal territorio. Sistemi come EURODAC, il Sistema Informativo Schengen (SIS), il Visa Information System (VIS), l’Entry Exit System (EES) e le nuove forme di interoperabilità tra banche dati europee rappresentano esempi concreti di questa trasformazione, nella quale il controllo della mobilità passa attraverso la gestione e la circolazione dei dati. Tuttavia, la crescente centralità della tecnologia nella governance migratoria non può essere interpretata esclusivamente come una rottura radicale con il passato. Una parte della ricerca sarà dedicata all’analisi delle radici storiche delle tecniche biometriche, evidenziando come la classificazione dei corpi attraverso strumenti di identificazione abbia profonde connessioni con pratiche coloniali. L’utilizzo delle impronte digitali, sviluppatosi tra XIX e XX secolo attraverso sistemi di classificazione applicati anche nei contesti coloniali, mostra come la tecnologia non sia un elemento neutrale, ma sia spesso inserita all’interno di specifici rapporti di potere. La digitalizzazione contemporanea delle frontiere deve dunque essere letta anche alla luce di una continuità storica con forme precedenti di controllo e categorizzazione delle popolazioni considerate mobili o estranee. Parallelamente, la ricerca analizzerà la tensione tra la narrazione dell’Europa come fortezza digitale e la concreta materialità delle pratiche di controllo migratorio. La retorica dell’alta tecnologia (high tech) tende spesso a rappresentare le frontiere europee come sistemi automatizzati, intelligenti e impermeabili, fondati sull’efficienza degli algoritmi e sulla capacità predittiva dei dispositivi digitali. Tuttavia, come mostrano gli studi di Martina Tazzioli e Lucrezia Canzutti, il governo delle migrazioni continua a essere caratterizzato dalla compresenza di strumenti tecnologici avanzati e pratiche analogiche (low tech): documenti cartacei, procedure burocratiche, decisioni discrezionali degli operatori e pratiche amministrative tradizionali convivono con sistemi biometrici e infrastrutture digitali. Questa coesistenza tra analogico e digitale produce una rappresentazione frammentata dell’identità migrante, nella quale il soggetto viene contemporaneamente trasformato in un insieme di dati e sottoposto a procedure materiali e burocratiche. La transizione tecnologica non sostituisce completamente le pratiche precedenti, ma si sovrappone ad esse, generando un sistema ibrido nel quale il controllo viene esercitato attraverso molteplici livelli. Infine, questa ricerca intende superare una lettura esclusivamente vittimizzante della persona migrante, analizzando il tema dell’agency migratoria. Se i dispositivi digitali producono nuove forme di sorveglianza e classificazione, i migranti non devono essere considerati semplicemente soggetti passivi all’interno dell’apparato statale. Essi sviluppano strategie, tattiche e pratiche di negoziazione attraverso cui interagiscono con le infrastrutture amministrative e tecnologiche che regolano i loro percorsi. L’analisi dell’agency permette quindi di mettere in discussione la tradizionale opposizione tra Stato controllore e migrante controllato, mostrando come la mobilità sia il risultato di una relazione dinamica tra potere, resistenza e adattamento. L’obiettivo della presente ricerca è dunque comprendere fino a che punto il potenziamento tecnologico dei sistemi di controllo migratorio contribuisca realmente a rendere più equi e imparziali i processi di accesso al territorio europeo oppure se, al contrario, finisca per rafforzare forme preesistenti di esclusione attraverso una nuova veste di apparente neutralità tecnica. La domanda centrale non riguarda esclusivamente l’efficienza degli strumenti digitali, ma la loro funzione politica: quali categorie producono? Quali soggetti rendono visibili e quali invece marginalizzano? Quali forme di mobilità facilitano e quali ostacolano? L’ipotesi che guida questa ricerca è che la digitalizzazione delle frontiere non elimini le disuguaglianze strutturali presenti nei sistemi migratori, ma possa incorporarle all’interno delle architetture tecniche e normative che regolano la mobilità, rendendole meno immediatamente riconoscibili. Interrogare la presunta neutralità della tecnologia significa quindi analizzare le scelte politiche, economiche e sociali che orientano la progettazione e l’utilizzo di questi strumenti, per comprendere se il nuovo confine digitale rappresenti una trasformazione verso una maggiore giustizia o una sofisticata riformulazione delle logiche tradizionali di esclusione.
September 12, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Socio-technical imaginaries of security in EU migration governance
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Bologna Department of Political and Social Sciences Master’s Degree in International Relations SOCIO-TECHNICAL IMAGINARIES OF SECURITY IN EU MIGRATION GOVERNANCE: CHALLENGING THE MYTH OF TECHNOLOGICAL NEUTRALITY IN EU MIGRATION PACT AND RETURN REGULATION Dissertation in Criminology of the Borders Di Valeria Gentili (2025-2026) Scarica l’elaborato (EN) INTRODUZIONE Da diversi anni, il settore della sicurezza e della difesa è profondamente attraversato da processi di trasformazione digitale che ne hanno ridefinito strumenti, pratiche e modalità operative attraverso l’impiego di un articolato ecosistema tecnologico. Quest’ultimo ricomprende banche dati, algoritmi decisionali, sistemi di intelligenza artificiale, droni, sensori di movimento, telecamere di sorveglianza e tecnologie di identificazione biometrica. Si tratta di un ambito caratterizzato da una pluralità di attori e da una salda sinergia tra governi e colossi tecnologici, comunemente noti come Big Tech. Tali società si configurano come le principali produttrici di tecnologie di sorveglianza, fungendo da fornitrici privilegiate per gli Stati, che ne costituiscono i clienti primari. All’interno di questo intreccio – frequentemente definito security-industrial complex – convergono e si alimentano a vicenda gli interessi di imprese private, imprenditori, partiti politici, esperti di IT, forze dell’ordine, centri di ricerca e consulenti di sicurezza. La gestione delle frontiere e della mobilità umana è da tempo integrata nel comparto della sicurezza e rappresenta, di conseguenza, uno degli ambiti in cui le tecnologie digitali trovano l’applicazione più pervasiva. Nel corso del tempo, i confini sono divenuti veri e propri laboratori di sperimentazione per nuovi dispositivi tecnologici, testati sul campo sia su persone documentate sia su individui irregolari. Da un lato, le frontiere – storicamente concepite come linee fisse e visibili – si sono ulteriormente fortificate grazie a sistemi avanzati, dalle torri di sorveglianza alle reti radar e di sensori schierate lungo i tratti confinari. Dall’altro, proprio in virtù di tali tecnologie, la frontiera è sfuggita al controllo visivo immediato, facendosi mobile, invisibile e onnipresente. Non è più necessario raggiungere il confine fisico per essere identificati: la frontiera si proietta potenzialmente ovunque, manifestandosi nelle termocamere in dotazione alle forze di polizia nelle foreste balcaniche, nei sistemi TVCC dei centri commerciali o nei varchi aeroportuali europei, dove dispositivi automatizzati tracciano e identificano istantaneamente le persone in movimento. L’impiego delle tecnologie digitali nella gestione dei flussi migratori si inserisce in un mutamento di paradigma che ha ridefinito la concettualizzazione e il governo della mobilità umana. A partire dagli ultimi decenni del Novecento, infatti, il fenomeno migratorio è stato progressivamente riletto in chiave emergenziale e associato alla criminalità e al terrorismo. Di conseguenza, la migrazione è stata inquadrata prevalentemente come una minaccia alla sicurezza nazionale anziché come un fenomeno sociopolitico, orientando le risposte istituzionali verso un approccio rigidamente securitario. Ciò si è tradotto nel potenziamento del controllo confinario e nel consolidamento dei meccanismi di espulsione e respingimento, contesti nei quali il ricorso agli strumenti digitali ha conosciuto una costante crescita. All’interno dell’Unione Europea questa dinamica trova riscontri paradigmatici: dall’impiego dei droni di Frontex per il pattugliamento del Mediterraneo centrale – volti a guidare le intercettazioni in mare delle guardie costiere – all’installazione lungo i confini terrestri di torri di sorveglianza automatizzate con termocamere a lungo raggio. Tale tendenza emerge altresì nel finanziamento europeo a progetti di ricerca altamente controversi come iBorderCtrl, fondato su algoritmi per l’analisi delle micro-espressioni facciali a scopo di “lie detection”. Un controllo pervasivo analogo si ritrova nei centri di detenzione greci, strutturati su reti di sensori, telecamere, droni e varchi biometrici, così come nell’espansione delle banche dati europee per il tracciamento sistematico di chi fa ingresso nel territorio dell’Unione. Infine, questa logica trova la sua massima formalizzazione politica e giuridica nel Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo e nel collegato Regolamento sui Rimpatri, due cornici normative che basano i processi di identificazione e sorveglianza sull’interoperabilità dei dati biometrici e digitali. Muovendo da tale contesto, il presente lavoro di tesi intende indagare criticamente questo massiccio dispiegamento di strumenti digitali, mettendo in discussione l’idea – sostenuta dai loro fautori – secondo cui essi possano essere impiegati in modo neutrale, razionale e con benefici diffusi per tutti gli attori coinvolti. A questo scopo, si rende necessario interrogare le motivazioni politiche e sociali, nonché gli orizzonti ideologici, che alimentano il crescente affidamento alla tecnologia nei processi di sicurezza e controllo confinario. Ci si chiede pertanto se, entro un quadro segnato da dinamiche di securitizzazione ed esternalizzazione delle frontiere e dalla criminalizzazione di determinate categorie di migranti, le tecnologie digitali possano davvero operare quali strumenti oggettivi, o se, al contrario, non contribuiscano a consolidare e riprodurre tali processi. Per rispondere a tale interrogativo, l’indagine si articolerà lungo due assi principali. In primo luogo, verranno esaminate le banche dati europee per la gestione delle frontiere – i cosiddetti sistemi IT su larga scala -, analizzandone l’architettura originaria e l’evoluzione riformatrice fino allo scenario attuale, per comprendere come tali infrastrutture si siano adeguate alle crescenti istanze di sorveglianza. In secondo luogo, l’attenzione si sposterà sulle novità introdotte dal Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo e dalla proposta di Regolamento sui Rimpatri, approfondendo il modo in cui entrambi gli strumenti normativi imperniano la propria efficacia sull’uso del digitale. In quest’ambito, un focus specifico sarà dedicato all’evoluzione del sistema Eurodac e all’implementazione delle tecnologie biometriche – quali il riconoscimento facciale e la rilevazione delle impronte digitali – impiegate sia nelle procedure di screening ai confini sia all’interno dello spazio europeo. Attraverso la disamina di questi dispositivi e del loro utilizzo nell’ambito delle politiche migratorie dell’Unione, l’obiettivo finale sarà verificare se e in che misura la concreta attuazione di tali tecnologie alimenti le logiche di controllo, tracciamento ed esclusione che caratterizzano la governance europea dei confini. Occorre infine sottolineare la profonda interconnessione tra i due ambiti di analisi: il Patto trova infatti la propria chiave di volta nell’interoperabilità delle banche dati europee e, in particolare, in Eurodac, che ne costituisce il vero e proprio braccio operativo informatico. Comprendere il contesto specifico in cui le tecnologie digitali vengono implementate, gli interessi che servono e le pratiche che facilitano è di fondamentale importanza. Tale architettura tecnologica si inserisce infatti entro un quadro sempre più repressivo e orientato al controllo, una realtà che sia il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo sia il Regolamento sui Rimpatri consolidano formalmente. L’urgenza di analizzare questo fenomeno deriva innanzitutto dal fatto che sia le riforme relative ai sistemi IT europei sia il Nuovo Patto comportano conseguenze profonde e destabilizzanti per la vita di migliaia di cittadini di paesi terzi. Eppure, questi sviluppi spesso sfuggono al controllo pubblico, con decisioni cruciali prese in uno stato di diffusa inconsapevolezza. Tuttavia, i cambiamenti strutturali introdotti ai vertici dell’Unione Europea, insieme alle modalità operative di questo impianto tecnologico, portano con sé implicazioni significative per le pratiche contemporanee di sorveglianza, controllo e raccolta dati. Infatti, come questa tesi intende dimostrare, queste ultime stanno diventando sempre più totalizzanti, estendendo la loro portata su uno spettro sempre più ampio di individui. Tale scenario richiede dunque monitoraggio rigoroso, una profonda comprensione e una critica sistematica di ogni deriva che si traduca in violazioni dei diritti fondamentali anziché nel bene pubblico – specialmente in considerazione del fatto che questo apparato risponde agli interessi dei centri di potere, i quali definiscono chi debba essere sorvegliato in funzione di precisi obiettivi politici. Allo stato attuale, questi obiettivi appaiono saldamente diretti verso la sorveglianza di un numero sempre maggiore di individui e il controllo totale della mobilità umana. I processi decisionali in questo campo procedono in modo sottile, lento e incrementale, consolidandosi nell’arco di decenni attraverso il coinvolgimento di una pluralità di attori che mettono a punto le politiche pubbliche sulla base di interessi stratificati. Nel caso dell’Unione Europea, il percorso verso le riforme analizzate in questo lavoro è il risultato di dinamiche di lunga data guidate dagli interessi politici ed economici dei governi, delle Big Tech e delle multinazionali private. Oggi, questo complesso di sicurezza-industriale trova nella tecnologia il proprio perno: prodotta dai mercati privati, essa viene impiegata dalle istituzioni statali nella gestione migratoria e, più ampiamente, nelle politiche di sicurezza. Alla luce di ciò, demistificare le ragioni e le forme di questa strumentalizzazione diventa un imperativo analitico. Tale prospettiva porta a chiedersi se la tecnologia possieda un potenziale emancipatorio destinato a rimanere inespresso finché la sua progettazione risponde prevalentemente alle esigenze degli attori egemoni. In questo senso, il problema non risiede nella tecnologia in sé, ma piuttosto i quadri sociali, politici ed economici all’interno dei quali viene sviluppata e dispiegata. Come suggerito da esempi quali le tecnologie utilizzate per la giustizia climatica, per favorire decisioni trasparenti e responsabili o per colmare le disuguaglianze sistemiche, un uso giusto ed etico degli strumenti digitali è del tutto possibile e i risultati dipendono dalle logiche che ne governano la progettazione e l’uso. Infine, nell’esaminare un dispiegamento così pervasivo di strumenti digitali all’interno delle politiche migratorie europee, sorge una domanda ancora più ampia: è la tecnologia a servire le frontiere, o sono le frontiere a servire la tecnologia? Interrogare questa dinamica è fondamentale per evitare che questo apparato tecnologico – e gli interessi nascosti che lo guidano – continui a infliggere danni sistemici a popolazioni che sono già emarginate, o che rischiano di diventarlo proprio perché la tecnologia viene usata come un’arma per profitto economico e politico. Soprattutto nell’attuale clima legislativo plasmato dal Patto e dal Regolamento sui Rimpatri, e all’interno di un contesto sociale caratterizzato da proposte legislative sulla “re-migrazione” in Italia e da violente proteste anti-immigrazione a Belfast, è impossibile non temere che la tecnologia venga usata come un’arma per allinearsi a queste tendenze xenofobe e restrittive. Pertanto, è imperativo comprendere a fondo come questo strumento venga dispiegato, perché la conoscenza è potere, ed è fondamentale che questo potere sia detenuto da coloro le cui azioni sono guidate da interessi diversi dal profitto economico e dalla sorveglianza. Per condurre la ricerca svolta, si è scelto di adottare le lenti teoriche della criminologia digitale (digital criminology) e degli studi critici sulla sicurezza (Critical Security Studies). La criminologia digitale muove dal presupposto che la realtà contemporanea si configuri come una dimensione tecnosociale, in cui società e tecnologia risultano ormai inscindibili, influenzandosi reciprocamente in modo continuo. Questa costante interazione ha ridefinito le pratiche di sicurezza e di controllo sociale, con un impatto significativo sulla gestione della mobilità. Tale prospettiva permette dunque di decostruire l’infrastruttura tecnologica delle frontiere europee, sfidando la sua immagine di mero insieme di strumenti neutrali al fine di mostrarla, al contrario, come un complesso di dispositivi denso di implicazioni politiche e sociali. Inoltre, questo approccio evidenzia come la dimensione digitale possa trasformarsi in un vettore di controllo e di riproduzione delle disuguaglianze, un aspetto che trova ampio spazio di approfondimento all’interno della presente tesi. Per quanto riguarda i Critical Security Studies, si tratta di un quadro concettuale che fornisce gli strumenti analitici per connettere l’implementazione dell’infrastruttura tecnologica europea con le dinamiche di securitizzazione, esternalizzazione e criminalizzazione di specifiche categorie di persone in movimento. In particolare, questa lente teorica consente un’analisi del contesto politico e discorsivo che caratterizza i casi di studio presi in esame, focalizzandosi su come la percezione della migrazione sia mutata al punto da inquadrare il fenomeno come una minaccia e sul conseguente impatto che tale cambiamento ha avuto sulle politiche migratorie europee. Così, l’integrazione di questi due quadri teorici permette un approccio di ricerca critico volto a smantellare i discorsi istituzionali sulla sicurezza e a stimolare una profonda riflessione sulle reali logiche nascoste dietro l’uso della tecnologia. Per raggiungere questo obiettivo, è stata condotta un’analisi qualitativa del contenuto di fonti normative e documenti ufficiali, tra cui Regolamenti e decisioni dell’UE, direttive, proposte legislative e comunicazioni della Commissione Europea, nonché documentazione istituzionale delle Agenzie europee. L’obiettivo di questo esame non è stato semplicemente quello di decodificare il testo letterale, ma di portare alla luce le logiche sottostanti e di verificare se la tecnologia si configuri effettivamente come uno strumento neutrale. Tra le fonti supplementari consultate figurano testi della letteratura scientifica e accademica di riferimento, fonti giornalistiche e di attualità e contenuti multimediali. All’interno di questo quadro, un’importanza centrale è stata attribuita ai rapporti e ai briefing di ONG e coalizioni di esperti di diritti digitali, utilizzati in particolare per lo studio del Patto sulla Migrazione e l’Asilo e della proposta di Regolamento sui Rimpatri. Questa scelta si è resa necessaria trattandosi di un campo normativo estremamente recente e in continua evoluzione; un terreno inedito le cui reali conseguenze a lungo termine su piano pratico e tecnologico potranno essere verificate solo in futuro. Il primo capitolo di questa tesi esaminerà le motivazioni socio-politiche e gli eventi che hanno portato alla creazione della cosiddetta “frontiera digitale” (denominata anche “technoborder”). In particolare, esplorerà come l’impiego delle tecnologie digitali nella gestione dei confini e della mobilità sia strettamente connesso alle dinamiche della globalizzazione e del neoliberismo. Questi processi hanno infatti condotto a una securitizzazione delle frontiere che si è evoluta oggi in una vera e propria “tecno-securitizzazione” grazie alle più recenti innovazioni tecnologiche. L’analisi mostrerà come questa tendenza abbia ridefinito il fenomeno migratorio, identificandolo come una minaccia alla sicurezza e consolidando così il nesso tra migranti irregolari e criminalità. In questo contesto, un ruolo catalizzatore è stato svolto dalla paura: sebbene il dibattito sulla securitizzazione fosse già in atto, gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti hanno legittimato un’accelerazione della digitalizzazione delle frontiere, specialmente attraverso l’uso delle tecnologie biometriche. Successivamente, il capitolo approfondirà le trasformazioni strutturali subite dalle frontiere a seguito della loro digitalizzazione e il loro impatto su chi le attraversa. Si discuterà di come esse siano diventate “semi-permeabili” in relazione alla funzione di filtraggio che svolgono, proprio attraverso le tecnologie digitali. Queste ultime, infatti, permettono la raccolta di dati sulla base dei quali avviene una rapida selezione – il cosiddetto social sorting – che distingue i soggetti “desiderabili”, i quali attraversano i confini senza ostacoli, da quelli “indesiderabili”, che vengono invece intercettati. Per comprendere appieno questo meccanismo, verranno introdotti i concetti di profilazione del rischio (risk profiling) e di governance preventiva della mobilità (pre-emptive mobility governance), evidenziando come l’obiettivo sia quello di intercettare le potenziali minacce tramite la profilazione prima che gli individui raggiungano fisicamente la frontiera, esercitando così un controllo anticipato sulla mobilità. Il secondo capitolo sposterà l’attenzione sull’infrastruttura tecnologica europea per il controllo e la gestione delle frontiere, occupandosi nello specifico delle banche dati progettate a tal fine. Verrà innanzitutto esaminato il ruolo dell’Agenzia dell’Unione Europea per la Gestione Operativa dei Sistemi IT su Larga Scala (eu-LISA), che gestisce i database europei dal 2012. Il ruolo di eu-LISA sarà analizzato per portare alla luce gli immaginari, i progetti politici e le visioni del futuro che guidano questo attore, condizionando direttamente la progettazione e la riforma degli archivi digitali. Saranno presi in considerazione sia i primi sistemi informativi, come SIS, VIS ed Eurodac, sia quelli più recenti, come EES ed ETIAS. L’obiettivo è tracciarne l’evoluzione nel corso degli anni, identificando gli interessi politici e l’approccio ideologico dietro ogni modifica. L’analisi dimostrerà come sia le vecchie che le nuove banche dati convergono verso un’unica direzione e un’identica necessità: estendere la sorveglianza e il controllo sul maggior numero possibile di persone in movimento. Infine, il terzo capitolo esaminerà il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, in vigore dal 12 giugno 2026, e la proposta di Regolamento sui Rimpatri. L’obiettivo sarà quello di analizzare come entrambi gli strumenti legislativi si affidino pesantemente all’uso massiccio di tecnologie digitali e biometriche. Nello specifico, si vedrà come l’efficacia del Patto dipenda fortemente dall’interoperabilità delle banche dati europee (in primis Eurodac) e dall’identificazione biometrica all’ingresso delle frontiere, che diventa fondamentale per reindirizzare rapidamente i migranti verso le corrette procedure di asilo o di rimpatrio. La parte finale del capitolo si concentrerà sulla proposta di Regolamento sui Rimpatri, evidenziando il rischio di un’estensione della sorveglianza digitale anche all’interno degli Stati membri, in particolare attraverso misure di rintracciamento per identificare i cittadini di paesi terzi in situazione irregolare. Sia la proposta di Regolamento sui Rimpatri sia il nuovo Patto prevedono una raccolta massiccia di dati sensibili, un aspetto di cui verranno sottolineati rischi e criticità. Infine, l’analisi esaminerà anche come entrambi gli strumenti normativi rischino di estendere la detenzione amministrativa, la quale ha luogo in strutture notoriamente iper-tecnologizzate al fine di garantire sorveglianza e sicurezza. Il terzo capitolo lascerà aperta una questione cronologica: mentre il Patto entrerà in vigore nel giugno 2026, la proposta di Regolamento sui Rimpatri, al momento della stesura di questa tesi, è ancora in fase di discussione. Tuttavia, il quadro delineato da entrambi gli strumenti solleva notevoli preoccupazioni circa il loro carattere repressivo. L’intento sembra infatti essere quello di facilitare le espulsioni e ostacolare l’esercizio del diritto di asilo; in questo scenario, la tecnologia gioca un ruolo fondamentale nel veicolare tali obiettivi.
Working Conditions of migrant women in Padua’s cleaning sector
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Padova Department of Political Science, Law, and International Studies – SPGI Master’s degree in European and Global Studies WORKING CONDITIONS OF MIGRANT WOMEN IN PADUA’S CLEANING SECTOR Tesi di laurea magistrale di Roberta Cilluffo (2024-2025) Scarica l’elaborato (EN) INTRODUZIONE La pulizia e lo sporco non rappresentano solo una condizione materiale, ma hanno anche un significato morale e sociale, che ha a che fare con prestigio, gerarchie del lavoro e classificazione sociale. Nonostante il suo ruolo cruciale, l’attività di pulizia rimane ampiamente invisibile e sottovalutata, nonché caratterizzata da condizioni di lavoro precarie, salari bassi e una mancanza di riconoscimento per chi svolge questo lavoro. Considerata come una attività non centrale e non produttiva, aziende e amministrazioni sia pubbliche che private appaltano questo servizio ad aziende specializzate. L’outsourcing è quindi un elemento centrale del settore: una strategia che, pur mirando teoricamente a incrementare la specializzazione, si traduce spesso in una riduzione dei costi a scapito delle condizioni dei lavoratori. La ricerca analizza l’impatto dei cambi di appalto su stabilità occupazionale, salari, prospettive di carriera e diritti sociali, evidenziando come molti addetti alle pulizie siano impiegati con contratti part-time involontari e siano costretti ad affiancare altre attività lavorative. Questa situazione comporta frammentazione degli orari, lunghi tempi di spostamento, maggiore stress e una complessiva riduzione del benessere lavorativo. Considerato un “lavoro sporco” e caratterizzato da elevati livelli di precarietà, la maggior parte della forza lavoro viene individuata tra segmenti più vulnerabili del mercato del lavoro, come persone con bassi livelli di scolarizzazione, più povere, donne e migranti. La precarietà nel settore delle pulizie è esacerbata dall’intersezione tra genere, origine migratoria, processi di razzializzazione e condizione socio-economica. I lavoratori migranti sono infatti spesso concentrati nei segmenti più precari del mercato del lavoro, caratterizzati da bassi salari, scarse tutele e limitate possibilità di avanzamento. In particolare, negli ultimi anni si è registrato un aumento della presenza di lavoratrici delle pulizie provenienti dall’Africa subsahariana. Mentre alcuni gruppi di lavoratrici migranti, come ucraine, romene e moldave sono state ampiamente studiate in Italia, le lavoratrici migranti africane sono sottorappresentate nella letteratura. A partire da una prospettiva intersezionale, la ricerca indaga quindi se esista una domanda specifica di manodopera migrante nel settore delle pulizie, con particolare attenzione alle donne provenienti dall’Africa subsahariana. Tale concentrazione può essere spiegata da fattori individuali e strutturali, tra cui barriere linguistiche, mancato riconoscimento delle qualifiche conseguite all’estero, limitate opportunità occupazionali e discriminazioni strutturali. Inoltre, il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro riduce il potere contrattuale delle lavoratrici migranti, favorendo l’accettazione di condizioni lavorative svantaggiose e, talvolta, situazioni di sfruttamento. Per rispondere a queste domande di ricerca, lo studio combina interviste semi-strutturate a lavoratrici del settore e sindacalisti di ADL Cobas con l’analisi di dati quantitativi provenienti da Veneto Lavoro e dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
Accoglienza e rigenerazione nelle aree interne: il caso di Camini
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- City St George’s, University of London ACCOGLIENZA E RIGENERAZIONE DEMOGRAFICA NELLE AREE INTERNE ITALIANE: IL CASO DI CAMINI TRA MODELLO E PRECARIETÀ ISTITUZIONALE Tesi di laurea magistrale di Francesca Chiara Cardone (6 maggio 2026) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE L’Italia conta circa quattromila comuni classificati come aree interne: un concetto che definisce i territori montani, collinari e rurali i cui residenti devono percorrere più di venti minuti per raggiungere l’ospedale, la scuola secondaria o la stazione ferroviaria più vicini. La classificazione delle aree interne è stata introdotta a partire dal 2014 per riportare l’attenzione delle politiche pubbliche su un fenomeno a lungo trascurato (De Rossi, 2019). Dal secondo dopoguerra, i territori interni italiani hanno conosciuto una progressiva marginalizzazione, con calo della popolazione, diminuzione dell’occupazione e ritiro dei servizi, processi aggravati dall’instabilità idrogeologica determinata da decenni di abbandono del territorio (Barca, Casavola e Lucatelli, 2014; Carrosio, 2019). Il fenomeno è stato ampiamente documentato nella letteratura accademica e diffusamente trattato dalla stampa. Ciò che ha ricevuto un’attenzione sistematica molto minore è l’intersezione tra questa crisi demografica e il sistema italiano di accoglienza comunitaria dei migranti, il SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione), e, in particolare, il modo in cui i programmi di accoglienza strutturata hanno, in un ristretto numero di casi, dimostrabilmente invertito lo spopolamento, riaperto scuole e restituito vita civica a luoghi che stavano scomparendo. Il progetto giornalistico che questa rassegna della letteratura accompagna è un reportage lungo su Camini, un villaggio di ottocento abitanti in Calabria che ha invertito il proprio declino demografico in quindici anni grazie al programma di accoglienza Jungi Mundu, gestito dalla cooperativa Eurocoop Servizi nel quadro del sistema SAI. L’articolo sostiene due argomentazioni interconnesse: primo, che pur con i suoi limiti il modello funziona, producendo una rigenerazione demografica, economica e sociale misurabile; secondo, che è strutturalmente fragile, poiché dipende interamente dalla volontà politica di un singolo sindaco eletto. Queste argomentazioni si fondano su un lavoro sul campo originale: interviste a migranti che vivono all’interno del programma, alla cooperativa e ai funzionari comunali che lo hanno costruito, al sindaco di Rovigo, città che ha smantellato un programma venticinquennale con un solo voto in consiglio comunale, e a ricercatori accademici e analisti delle politiche dell’UE che collocano Camini in un contesto comparato e istituzionale. Questo tema si presta all’approfondimento accademico per tre ragioni. Primo, l’intersezione tra spopolamento rurale e accoglienza dei migranti si colloca al confluire di diversi dibattiti accademici attivi, nella demografia, negli studi migratori, nella teoria dell’integrazione e nella governance multilivello, nessuno dei quali ha finora esaminato i due fenomeni come un’unica questione di policy integrata. Secondo, il divario tra ciò che funziona a livello locale e ciò che viene tentato a livello nazionale ed europeo non è, come dimostra la letteratura qui esaminata, un problema di conoscenza ma un problema politico: comprenderlo richiede di mappare con precisione il panorama accademico e delle politiche. Terzo, giornalismo e letteratura accademica sono qui strutturalmente complementari in modi che rendono l’accostamento intellettualmente produttivo: la componente accademica fornisce i quadri analitici e la base di evidenze; il progetto giornalistico fornisce il racconto granulare, specifico per luogo e multiprospettico che la ricerca accademica non può facilmente generare. Questa componente accademica esamina quanto ricercatori, commentatori e operatori hanno scritto su cinque ambiti interconnessi: lo spopolamento rurale e la crisi delle aree interne italiane; la migrazione come risposta demografica al declino della popolazione nel contesto europeo; la base di evidenze sull’integrazione comunitaria nei contesti rurali; il discorso che inquadra la migrazione in Europa; e la governance dei sistemi di accoglienza decentrati e la loro fragilità strutturale.
Tratta: ripensare il principio di non punibilità
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Alma Mater Studiorum Università di Bologna Dipartimento di Scienze giuridiche Corso di laurea magistrale in giurisprudenza LA NON CRIMINALIZZAZIONE DELLA VITTIMA DI TRATTA: COME RIPENSARE IL RAPPORTO AUTORE-VITTIMA ALLA LUCE DEL PRINCIPIO DI NON PUNIBILITÀ Tesi di laurea magistrale in immigrazione: profili di diritto penale sostanziale e processuale Tesi di laurea di Caterina Mazzullo (2024-2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE È quando il mondo dorme che si generano i mostri. Di mostri ne abbiamo già parecchi, tra noi. Prima di tutto, la nostra indifferenza. Quando sono in gioco vite umane, l’imparzialità diventa un dovere che ci costringe a metterci dalla parte del diritto, della giustizia e delle vittime. Francesca Albanese Nel corso degli ultimi decenni, la disciplina dell’immigrazione è stata progressivamente riorientata alla luce di esigenze di controllo dei confini, sicurezza pubblica e contrasto dell’irregolarità. Tale evoluzione ha favorito una sempre più stretta integrazione tra politiche migratorie e diritto penale, con l’effetto di attribuire rilevanza sanzionatoria a condotte che, in origine, erano perlopiù ricondotte a mere violazioni amministrative. In questa prospettiva, l’ordinamento italiano mostra un orientamento sempre più marcato verso la criminalizzazione della condizione di straniero irregolare, con particolare riguardo alle fattispecie che prescindono dalla commissione di ulteriori reati e che assumono quale elemento centrale la sola irregolarità della presenza sul territorio. All’interno di questo quadro si collocano alcune disposizioni del Testo unico sull’immigrazione che, nel tempo, hanno contribuito a delineare un impianto repressivo particolarmente incisivo. L’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale, l’inasprimento delle sanzioni per l’inosservanza dell’ordine di allontanamento, la disciplina relativa all’uso di documenti falsi, alla mancata esibizione dei titoli di soggiorno, alla cessione di immobili a stranieri irregolari e alle ipotesi di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina compongono un sistema nel quale la dimensione penale assume un ruolo centrale nella gestione del fenomeno migratorio. Ne deriva una tensione costante tra l’esigenza di tutela dell’ordine pubblico e la salvaguardia dei diritti fondamentali della persona, tensione che impone di interrogarsi sulla compatibilità di tali scelte normative con i principi costituzionali di uguaglianza, ragionevolezza, colpevolezza e proporzionalità della pena. In quale modo, dunque, può essere collocato lo straniero all’interno di questo sistema e in quale chiave va interpretata la sua posizione? Lo straniero viene spesso ricondotto alla sola figura dell’autore di un illecito, secondo una logica che attribuisce alla sua irregolarità un autonomo criterio di rilevanza penale. Tuttavia, l’esperienza dei fenomeni migratori evidenzia come la medesima persona possa trovarsi, in numerose circostanze, in una condizione di marcata vulnerabilità, esposta a forme di sfruttamento, coercizione e abuso. Da ciò deriva l’esigenza di affiancare alla prospettiva repressiva una lettura attenta alla dimensione vittimologica, capace di mettere in evidenza il duplice ruolo che lo straniero può assumere nel contesto delle migrazioni irregolari: da un lato, soggetto destinatario dell’intervento sanzionatorio penale; dall’altro, persona in condizione di vulnerabilità e, in quanto tale, meritevole di adeguata protezione. In tale quadro si collocano le questioni relative alla tratta di esseri umani, al traffico di migranti e alle forme di sfruttamento connesse ai flussi irregolari. La distinzione tra trafficking e smuggling, pur nella frequente sovrapposizione pratica, resta essenziale per comprendere la diversa natura delle condotte, il ruolo dei soggetti coinvolti e le modalità attraverso cui l’ordinamento tenta di rispondere a fenomeni che, oltre al profilo criminale, implicano condizioni di particolare esposizione al rischio e allo sfruttamento. Lo status di straniero diviene il fulcro delle dinamiche di crimmigration ed espone il soggetto a una condizione di vulnerabilità giuridica. L’analisi di tali profili consente di porre in luce il delicato intreccio tra crimmigration e victimmigration, evidenziando il passaggio da una logica centrata quasi esclusivamente sulla repressione a un approccio che dovrebbe valorizzare maggiormente la protezione della vittima e la tutela effettiva dei diritti inviolabili. In questo senso, lo straniero può trovarsi al tempo stesso oggetto di incriminazione e vittima di sfruttamento, coercizione o tratta, rendendo necessario interrogarsi sulla tenuta di un modello che, nel perseguire finalità di controllo e deterrenza, rischia di comprimere le garanzie sostanziali e di oscurare la dimensione umana dei fenomeni migratori.