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Il sionismo si inserisce nelle contraddizioni dei Balcani occidentali
La storia contemporanea ci ha insegnato che non c’è stato “scontro internazionale” senza che una partita decisiva si stata giocata nei Paesi dei Balcani occidentali. L’attualità sembra confermare questo insegnamento. Al centro della faccenda troviamo l’offensiva diplomatica di Israele, alla ricerca di un po’ di ossigeno nelle relazioni internazionali a […] L'articolo Il sionismo si inserisce nelle contraddizioni dei Balcani occidentali su Contropiano.
July 4, 2026
Contropiano
Quando si arriva davvero?
A Trieste si aspetta per entrare in Questura. Si aspetta per formalizzare la domanda di asilo. Si aspetta per un posto in accoglienza 1. E poi si aspetta ancora, spesso lontano centinaia di chilometri, in centri isolati dove il tempo si dilata e i diritti si assottigliano. Come documenta il report Fuori Rotta di No Name Kitchen, dalla frontiera nord-orientale alla Sardegna il percorso della protezione internazionale si rivela come una macchina di dispersione che prolunga l’incertezza e produce nuove forme di esclusione. Sono le sette del mattino, piove e davanti alla questura di Trieste c’è già una fila infinita da almeno un’ora. Saranno una cinquantina di uomini, con i volti stanchi, che cercano di ripararsi dalla pioggia. Verso le 8:30 escono due poliziotti, una donna e un uomo. La poliziotta alza la voce e urla: “Passport!”. Tutti si guardano tra loro; timidamente qualcuno prova a mostrare il proprio passaporto, sapendo benissimo che ormai è scaduto e non vale nulla. Subito dopo urla: “Afghanistan”. Improvvisamente una ventina di uomini alza la mano. Li conta, poi continua: “Pakistan”, e va avanti così, finché, senza alcun criterio apparente, ne sceglie due o tre per nazionalità. Tutti gli altri possono andarsene. A casa, o meglio, in strada, dove vivono. Approfondimenti LA ROTTA BALCANICA: L’ISTITUZIONALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA NELLA GOVERNANCE EUROPEA DELLE FRONTIERE Quando la deterrenza diventa metodo Camilla Della Vida 10 Giugno 2026 Oggi però è una buona giornata per Y., che dopo essersi presentato ogni giorno per un mese davanti alla questura viene finalmente scelto. Con un sorriso a 32 denti si mette in fila con le altre quattordici persone selezionate. Lo salutiamo e ce ne andiamo insieme agli altri. Più tardi, nel pomeriggio, rivediamo Y., ma non è più felice come qualche ora prima: è arrabbiato, giù di morale, e vuole raccontarci cosa è successo. Decidiamo quindi di intervistarlo per capire meglio come funziona il sistema di accoglienza e la richiesta di asilo qui in Italia. Gli chiedo perché ha deciso di lasciare il Pakistan per affrontare un viaggio così lungo e faticoso. Mi risponde che pensava di essere più al sicuro, e che, come molti altri, sognava un futuro migliore, con più possibilità. Il suo sogno è sempre stata l’Italia. Molti ragazzi come lui provano a chiedere asilo in Turchia o in Grecia, ma spesso finiscono deportati nei loro paesi di origine o detenuti in condizioni difficili. “Almeno qui ti danno la speranza di ottenere l’asilo”, dice. O almeno, così sembra. Y. è stato chiamato due volte dalla polizia in un mese per mettersi in fila. La procedura è sempre la stessa: tre mediatori culturali che traducono in modo impreciso e tre poliziotti che, mentre fanno domande sui suoi spostamenti, controllano il telefono, chat private di WhatsApp, galleria, cronologia di Google e Google Maps. Entrambe le volte gli è stato detto di andare a Gorizia, perché sarebbe quella la prima città italiana in cui è entrato dalla Slovenia. Gli spiego che non dovrebbe funzionare così: può richiedere asilo dove vuole e, in teoria, non dovrebbero volerci più di tre giorni per rilevare le impronte e inserirlo nel sistema d’accoglienza. Y., racconta di avere un amico all’Aquila e che lì il sistema funziona meglio. “Lì almeno i computer della questura funzionano”, dice ridendo. Gli passo un bicchiere di Chai, perché so che sto per fargli una domanda difficile. Gli chiedo se si è pentito della sua scelta di partire per l’Italia. Mi risponde di sì: potesse tornare indietro, non lo rifarebbe. Arriva persino a dire che, se la situazione non cambia, preferirebbe essere deportato in Pakistan. > Conclude dicendo: “I’d rather die in my country than sleep one more night > here.” Immaginate di camminare per mesi, attraversare il deserto e le foreste, scappare dalla polizia di confine, per poi arrivare a destinazione e non trovare alcun tipo di accoglienza: nessun posto dove dormire, nessun pasto caldo. A Trieste, uno dei principali punti di arrivo della rotta balcanica, l’accesso alla procedura di asilo può richiedere settimane. Y. non è l’unico in questa situazione. Secondo i dati raccolti da NNK (No Name Kitchen) e altre associazioni che lavorano con i migranti a Trieste, tra le 70 e le 140 persone richiedenti asilo si presentano ogni giorno presso la questura di Trieste nei quattro giorni di apertura dell’Ufficio immigrazione. Di queste, solo una dozzina riesce ad accedere fisicamente all’ufficio; tuttavia, spesso circa la metà non riesce a formalizzare la domanda di asilo neppure dopo l’ingresso 2. Le difficoltà non si esauriscono all’accesso alla procedura di asilo. Anzi, per molte persone rappresentano soltanto l’inizio di un nuovo percorso di incertezza. Come emerge dal report Fuori Rotta, pubblicato da No Name Kitchen nell’aprile 2026 3, dopo la formalizzazione della domanda di protezione internazionale molti richiedenti asilo vengono trasferiti dalla frontiera nord-orientale verso altre regioni italiane, con la Sardegna che rappresenta una delle destinazioni più frequenti. In teoria, una volta presentata la domanda, chi non dispone di risorse economiche dovrebbe essere inserito nel sistema di accoglienza. Nella pratica, però, la pressione esercitata dai continui arrivi nelle aree di confine porta le autorità a redistribuire rapidamente le persone verso strutture situate in altre parti del Paese, spesso molto lontane dal luogo in cui avevano iniziato il proprio percorso. Approfondimenti LA QUESTURA DI TRIESTE OSTACOLA L’ACCESSO ALLA PROCEDURA D’ASILO La denuncia nel rapporto «Accesso Negato» 29 Dicembre 2025 La comunicazione del trasferimento arriva generalmente con pochissimo preavviso. Ai richiedenti viene notificato che il mattino successivo dovranno lasciare il centro di accoglienza per raggiungere, in pullman, il porto di Livorno e da lì imbarcarsi verso la Sardegna. Sebbene, il provvedimento preveda formalmente la possibilità di presentare osservazioni o opporsi alla decisione, i tempi estremamente ridotti e la documentazione disponibile esclusivamente in italiano rendono questo diritto, nella maggior parte dei casi, puramente teorico. Una volta arrivati sull’isola, le persone vengono sottoposte a un rapido controllo sanitario prima di essere assegnate ai rispettivi centri di accoglienza. La Sardegna è bella, sì, ma se ci vai in vacanza, non se ci arrivi per aspettare, senza sapere per quanto tempo, la convocazione davanti alla Commissione territoriale. Qui l’isolamento non è soltanto geografico. Molti centri sorgono lontano dai principali centri abitati, sono difficili da raggiungere con i mezzi pubblici e offrono poche possibilità di costruire relazioni, trovare un lavoro o iniziare un reale percorso di integrazione. L’isolamento, però, è solo una parte del problema. Le testimonianze raccolte nel report raccontano di pasti spesso insufficienti o di qualità così scarsa da spingere molti residenti a organizzarsi autonomamente per cucinare insieme, di nascosto, in una khandwala (una casa abbandonata, in pashto) trasformando un gesto quotidiano in una forma di resistenza alle regole imposte dal centro. Anche le condizioni materiali destano preoccupazione. Le persone intervistate descrivono problemi legati all’igiene degli ambienti, alla manutenzione delle strutture e all’accesso ai servizi sanitari. A questo si aggiungono frequenti episodi di sfruttamento lavorativo: molti trovano impiego nel settore agricolo stagionale, dove vengono riferiti turni di dieci o dodici ore per retribuzioni comprese tra i quattro e i cinque euro all’ora. Il risultato è una forma di violenza che raramente lascia segni visibili ma che incide profondamente sulla vita quotidiana. L’attesa si trasforma in sospensione, l’isolamento geografico diventa isolamento sociale e psicologico, e l’assenza di prospettive alimenta un progressivo senso di abbandono. Dormire finisce per diventare uno dei pochi modi per far scorrere il tempo, mentre la speranza si consuma lentamente. Alla fine, la domanda che attraversa tutto questo percorso resta la stessa: quando si arriva davvero? Non dopo tutti i chilometri fatti. Non dopo tutti i confini superati. Non dopo settimane passate davanti alla Questura. Non dopo la domanda di asilo. Non dopo il trasferimento in un centro di accoglienza. Per molte persone in movimento l’arrivo continua a essere rimandato, trasformando la protezione internazionale in un’attesa senza fine. 1. Su questo argomento leggi gli articoli del gruppo KhandwAlarm: Trieste, gli sgomberi che non risolvono nulla; La stretta su piazza della Libertà: militarizzazione e recinzione contro un presidio di solidarietà ↩︎ 2. ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus (2025), Accesso negato – Trieste ↩︎ 3. NNK – No Name Kitchen (2026), Fuori Rotta ↩︎
Trame d’Europa: dalle rotte migratorie alle nuove cittadinanze trentine
MAJA HUSEJIĆ 1 L’Europa dei nostri giorni vive una profonda contraddizione morale: celebra e si giova della fluidità delle frontiere interne mentre militarizza i suoi confini esterni. L’Europa che a Ventotene sognava un continente di pace e solidarietà oggi alza muri e associa la migrazione alla sicurezza, trasformando la speranza in minaccia, la solidarietà in contratti con paesi terzi a cui delega azioni di confinamento e di violazione dei diritti umani. Lungo la frontiera dei Balcani occidentali, ad esempio, da anni si consuma il tentativo drammatico di persone migranti, adulte e bambine, che scappano da povertà, guerre e persecuzioni, di superare barriere fisiche e istituzionali, alla ricerca di protezione per (ri)costruirsi una vita dignitosa. Per il Trentino, questa dinamica non è un fatto distante, da diversi punti di vista. Il nostro territorio custodisce nella memoria storica il significato della frontiera, delle migrazioni della propria popolazione; al contempo è stato protagonista della solidarietà attivata negli anni Novanta durante il conflitto in ex-Jugoslavia e, a partire dal 2011, in occasione della cosiddetta “emergenza Nord Africa”. Connettere oggi questa memoria storica alla geopolitica attuale significa dare sostanza a un’idea di democrazia applicata all’Autonomia: riconoscere che l’accoglienza delle persone in movimento e l’interculturalità non possono che essere processi partecipativi, vivi e permanenti, capaci di estendere i diritti e determinare la reale qualità democratica delle nostre comunità. È proprio la rigidità di queste dinamiche a generare il dispositivo politico dell’esternalizzazione delle frontiere. Questo tipo di logica sposta il controllo giuridico ed etico dell’Unione Europea al di fuori dei suoi limiti geografici, delegando la gestione del contenimento e del respingimento a Stati terzi. In questo scenario, la condizione specifica della Bosnia ed Erzegovina assume una valenza emblematica: mantenuta deliberatamente in una sala d’attesa permanente ai margini dell’Unione Europea, viene di fatto utilizzata dai paesi membri come uno “stato-cuscinetto”. L’esternalizzazione tenta così di allontanare lo sguardo dai percorsi migratori, disumanizzando le persone prima ancora che tocchino il territorio comunitario. Le dinamiche escludenti che si consumano ai confini esterni dell’Europa non si esauriscono lungo la frontiera, ma si riproducono capillarmente all’interno dei singoli territori di arrivo, trasformandosi in barriere istituzionali, sociali e burocratiche. Una volta giunti in Italia e in Trentino l’impatto con la realtà locale svela questa continuità. Per anni, il Trentino è stato un modello d’eccellenza grazie al sistema dell’accoglienza diffusa, che distribuiva le persone richiedenti asilo in piccoli nuclei nelle valli, favorendo l’interazione con la popolazione ed evitando la ghettizzazione. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA L’ACCOGLIENZA NEGATA AI RICHIEDENTI ASILO IN TRENTINO Solo in un anno lasciate in strada oltre 1.200 persone 4 Luglio 2024 A partire dalla fine del 2018 però, le strette politiche hanno progressivamente smantellato questa filiera, piegando la gestione a una logica emergenziale, securitaria e colpevolizzante. Si assiste sempre più spesso a una sistematica stigmatizzazione delle persone straniere, utilizzate come capro espiatorio politico e dipinte unicamente attraverso la lente della minaccia alla sicurezza e al decoro urbano. Ridurre l’accoglienza all’isolamento e alla precarietà significa privarla della sua funzione trasformativa, prolungando artificialmente quella condizione di marginalità iniziata lungo le rotte migratorie. Una gestione lungimirante dovrebbe invece configurarsi come un esercizio di social design – una progettazione multidisciplinare e comunitaria capace di generare spazi pubblici inclusivi e percorsi di autonomia reale attraverso il coinvolgimento di tutti i soggetti del territorio, a partire dalle comunità diasporiche. Il culmine di questa deriva si manifesta nel tentativo di importare sul territorio logiche detentive, come l’ipotesi di apertura di un CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio). Di fronte a questa prospettiva, la società civile trentina e i movimenti per i diritti umani si sono mobilitati con forza, esprimendo un “no” collettivo e motivato. I CPR non sono strumenti di gestione dei flussi, ma veri e propri buchi neri del diritto, dove la privazione della libertà avviene in condizioni che calpestano la dignità umana senza che sia stato commesso alcun reato. La storia ventennale di strutture come quella di Gradisca d’Isonzo – dove le stesse amministrazioni locali e i sindaci che si sono succeduti ne hanno denunciato la totale inutilità e l’inefficacia rispetto agli stessi obiettivi di rimpatrio – dimostra che questi centri producono solo costi altissimi, tensioni sociali e violenze, senza risolvere nulla. Rifiutare i CPR significa riaffermare che la sicurezza si costruisce con l’inclusione, non con la reclusione e la criminalizzazione della condizione di migrante. E soprattutto che la sicurezza va costruita non contro le comunità diasporiche, ma insieme a loro. Notizie/CPR, Hotspot, CPA “NO CPR, NÉ QUI NÉ ALTROVE”: LA TRENTO ANTIRAZZISTA È TORNATA IN PIAZZA Una partecipazione ampia e trasversale: oltre 1.500 persone raccolgono l'appello del Coordinamento regionale No CPR Redazione 18 Maggio 2026 Mentre il dibattito politico rimane ancorato alla gestione degli arrivi, la realtà sociale del Trentino muove verso la stanzialità. Il volto della nostra Provincia sta cambiando radicalmente nelle aule scolastiche, nei quartieri, nel mondo del lavoro, dove le figlie e i figli dell’immigrazione – le cosiddette “seconde generazioni” – ridefiniscono quotidianamente l’assetto comunitario. Queste giovani persone non sono ospiti temporanei, ma protagonisti politici e culturali che abitano il territorio a pieno diritto. L’idea di una “identità trentina” statica e monoculturale si confronta e scontra con la ricchezza di identità plurali. Il mancato riconoscimento formale di questa cittadinanza – evidente negli ostacoli legislativi nazionali, nonostante le forti mobilitazioni civili che hanno attraversato anche la nostra provincia per la riforma del diritto di cittadinanza – genera una frattura democratica rischiosa. Negare lo status di cittadino a chi cresce e progetta il proprio futuro qui significa lasciare indietro le nuove generazioni e, per questioni ideologiche, rompere un patto di fiducia con questa parte della cittadinanza, impoverire il territorio stesso, privandolo di energie vitali in un’epoca segnata dal declino demografico e dall’isolamento delle aree montane. La Rotta balcanica, le strutture di Accoglienza locali, i tavoli di discussione e di coordinamento dei Movimenti dal basso sono nodi della stessa rete. Il futuro del Trentino dipende dalla capacità di connettere queste dimensioni, superando la retorica della costante emergenza. L’Autonomia speciale trentina non deve essere intesa come una trincea identitaria, ma come una responsabilità: la libertà di sperimentare politiche sociali innovative. Il territorio si salva dall’inaridimento solo se sa farsi laboratorio di convivenza, capace di accogliere la complessità del mondo globale e di trasformarla in risorsa locale. Riconoscere le nuove cittadinanze, rifiutare le strutture di confinamento e riprogettare l’accoglienza su basi orizzontali e partecipative – convergendo con il mondo del lavoro senza però farsi sopraffare dalle logiche di profitto e di sacrificio dei diritti – è l’unico modo per onorare la nostra comune storia e scrivere un futuro condiviso. 1. Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche, vivo attualmente in Trentino. Impegnata in progetti e iniziative di advocacy, contrasto alle discriminazioni, diritti umani, sono stata referente provinciale per il referendum sulla cittadinanza. Faccio parte del Coordinamento regionale No CPR del Trentino Alto Adige-Süd Tirol. ↩︎
La Rotta Balcanica: l’istituzionalizzazione della violenza nella governance europea delle frontiere
CAMILLA DELLA VIDA Ogni giorno, la gestione delle migrazioni lungo la Rotta Balcanica continua a produrre violenze sistemiche che colpiscono le persone in movimento ben oltre il momento dell’attraversamento della frontiera. Migliaia di persone attraversano confini, boschi e campi informali nel tentativo di raggiungere un luogo sicuro, scontrandosi però con un sistema di controllo sempre più violento e militarizzato. In seguito agli arrivi su larga scala del 2015, i Balcani occidentali hanno progressivamente iniziato a funzionare come una zona cuscinetto, finalizzata a contenere e regolare i movimenti migratori prima che raggiungessero gli Stati membri dell’Unione Europea. Più che rimanere un corridoio umanitario temporaneo, la Rotta Balcanica è stata progressivamente incorporata all’interno del più ampio sistema europeo di governance delle frontiere esterne. Personalmente, ho lavorato due mesi in Serbia con l’organizzazione No Name Kitchen e ho avuto la possibilità di raccogliere testimonianze su come la violenza non si limiti al confine fisico, ma continui attraverso procedure arbitrarie, sospensione dei diritti, detenzioni illegali e produzione di irregolarità. Nel mio periodo a Sjenica, dove ho lavorato in un centro diurno che tutti i giorni accoglie i richiedenti asilo del campo, ho avuto la fortuna di conoscere K., un uomo siriano di 33 anni, che ha lasciato la Siria dopo che lui e la sua famiglia sono stati presi di mira dalle autorità locali. Ph: Camilla Della Vida – reception center di Bujanovac La sua storia mostra come la violenza di frontiera assuma l’aspetto di procedure opache, detenzione, precarietà giuridica e continua incertezza. Dopo essere passato dalla Turchia, dove racconta di aver subito discriminazioni a causa delle sue origini armene, è arrivato in Bulgaria attraversando il confine con un parapendio, ferendosi gravemente durante l’atterraggio. Dopo essere stato fermato dalla polizia bulgara, racconta di essere stato picchiato e detenuto per un mese in un centro dove, nonostante avesse chiesto asilo, veniva costantemente interrogato e scoraggiato dal proseguire la procedura. Una volta uscito dal centro, ha camminato fino in Serbia dove poi ha dovuto chiedere assistenza medica a causa di un forte dolore alle ginocchia. Oggi si trova ancora in attesa di una decisione sulla sua domanda d’asilo, lontano dalla sua famiglia e senza sapere quale direzione prenderà la sua vita nei prossimi mesi. Anche R., cittadino pakistano ed ex medico patologo, arrivato in Turchia legalmente con il visto, racconta di anni di detenzione amministrativa e criminalizzazione nel Paese. Dopo aver tentato di raggiungere la Grecia con la moglie incinta, è stato accusato più volte di essere uno smuggler – un trafficante di esseri umani – detenuto per mesi e sottoposto a continui obblighi di firma, pur non essendo mai stato condannato. La sua famiglia è stata progressivamente separata a causa delle politiche migratorie: la moglie e i figli vivono oggi a Cipro in condizioni precarie, mentre lui si trova in Serbia dopo aver attraversato Turchia e Bulgaria a piedi insieme ad altre persone in movimento. «Don’t trust smugglers, come legally, so you will not suffer like me», racconta. Eppure, per molte persone, le vie legali rimangono inaccessibili. Durante la cosiddetta “lunga estate delle migrazioni” del 2015, la Rotta Balcanica operava come un corridoio relativamente aperto che permetteva a un gran numero di migranti e rifugiati di muoversi verso l’Europa occidentale e settentrionale. Questa temporanea apertura è stata rapidamente sostituita da politiche di transito sempre più restrittive. Dopo la Dichiarazione UE-Turchia del 2016, la costruzione di barriere, la chiusura delle frontiere e l’intensificazione delle misure securitarie hanno contribuito al consolidamento di strategie di contenimento lungo la Rotta. Questi sviluppi hanno avuto un ruolo importante nella graduale normalizzazione dei pushback, in quanto l’UE ha iniziato ad affidarsi sempre più ai Paesi dei Balcani occidentali per svolgere funzioni di controllo delle frontiere e gestione delle procedure d’asilo, spostando di fatto parte della governance migratoria al di fuori dei propri confini territoriali formali. Ph: Camilla Della Vida – distribuzione di acqua e cibo Il termine pushback si riferisce generalmente al respingimento informale e illegale di persone oltre frontiera, senza accesso alle procedure d’asilo o alle garanzie legali previste. Tali pratiche rappresentano violazioni del diritto nazionale, europeo e internazionale, inclusi il divieto di espulsioni collettive, il principio di non-refoulement e il diritto di chiedere asilo. Ulteriori pratiche frequentemente documentate, come la detenzione arbitraria, la violenza fisica e le umiliazioni, configurano trattamenti inumani o degradanti e lasciano conseguenze fisiche e psicologiche durature. Quella che inizialmente veniva presentata come una risposta eccezionale si è gradualmente trasformata in una pratica ordinaria, portata avanti dalle autorità di frontiera lungo la Rotta Balcanica, creando un effetto a catena in cui le persone vengono respinte ripetutamente attraverso diversi confini. Piuttosto che impedire efficacemente le migrazioni, queste pratiche costringono spesso le persone a cercare percorsi alternativi e più pericolosi, aumentando il rischio di ferite, traumi e morte. Allo stesso tempo, questi meccanismi contribuiscono alla produzione dell’irregolarità, rendendo le persone migranti più vulnerabili all’esclusione e all’espulsione nel più ampio quadro della governance migratoria. Numerosi report prodotti da organizzazioni internazionali, ONG e reti di monitoraggio hanno documentato il carattere sistematico di queste pratiche. Le testimonianze raccolte dai migranti descrivono frequentemente schemi ricorrenti di espulsioni e violenze, suggerendo che tali pratiche non possano essere comprese come eventi isolati, ma piuttosto come elementi di un più ampio sistema di gestione delle frontiere. La progressiva fortificazione e securitizzazione delle frontiere europee è stata accompagnata da un aumento dei respingimenti violenti nei confronti delle persone in transito, soprattutto dopo il luglio 2016 1. La cosiddetta “Regola degli 8 km”, introdotta dall’Ungheria, autorizzava la polizia a ricondurre oltre il confine chiunque venisse intercettato entro 8 km dalla frontiera. Inoltre, a queste persone veniva impedito di presentare domanda d’asilo, aggirando di fatto le garanzie legali previste 2. Nel 2020 questa pratica è stata duramente condannata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, poiché viola il principio di non-respingimento. Dopo anni di mancato rispetto della sentenza del 2020, nel giugno 2024 la CGUE ha imposto all’Ungheria una multa di 200 milioni di euro e una penalità giornaliera di 1 milione di euro. Nell’aprile 2026, l’importo complessivo dovuto dall’Ungheria è stimato intorno a 800 milioni di euro. Dopo le elezioni dell’aprile 2026, Péter Magyar ha espresso la volontà di fermare le sanzioni quotidiane, senza però manifestare l’intenzione di rispettare maggiormente i diritti umani; al contrario, il nuovo governo sembra intenzionato a mantenere una linea rigida sulle migrazioni e a conservare la barriera di confine. L’esperienza delle persone in movimento lungo la Rotta Balcanica mostra inoltre come la violenza non si manifesti soltanto attraverso i pushback o le violenze fisiche dirette, ma finisca spesso per essere incorporata negli stessi sistemi di asilo e accoglienza. Molte persone, dopo essere state fermate dalla polizia, raccontano di essere state trattenute illegalmente per giorni in garage o strutture informali prima di essere trasferite nei campi, spesso senza accesso ad acqua o cibo. Altre si trovano invece intrappolate nella lentezza delle procedure istituzionali e nell’incertezza costante legata alla propria situazione giuridica. Nel frattempo, la Commissione Libertà Civili del Parlamento Europeo ha raggiunto un accordo sulla proposta della Commissione relativa alle nuove regole sui rimpatri, conosciuta come Return Regulation. Approfondimenti/Regolamenti UE/Confini e frontiere PER LA DESTRA EUROPEA, LA REMIGRAZIONE È INIZIATA Il voto in plenaria conferma l’approvazione del Regolamento Deportazioni del Parlamento UE 14 Aprile 2026 Si tratta di una riforma che contribuisce a delineare una nuova politica europea delle deportazioni, destinata con ogni probabilità a produrre una maggiore criminalizzazione delle persone migranti, raid nelle comunità e la creazione di centri detentivi in paesi extra-UE, definiti dall’UE come “return hubs”. In queste strutture, le persone deportate dal territorio europeo rischiano di essere esposte ad abusi e violazioni dei diritti umani. Le modifiche più recenti riguardanti i cosiddetti “Paesi sicuri” si inseriscono nel più ampio Patto Europeo su Asilo e Migrazione, adottato nel 2024 e che entrerà in vigore a giugno 2026. Uno degli elementi centrali del Patto, l’Asylum Procedure Regulation (APR), punta ad accelerare l’esame delle domande di asilo all’interno dell’UE. Il regolamento introduce una lista comune dei cosiddetti “Paesi di origine sicuri” (Safe Countries of Origin, SCO) e modifica il funzionamento dei “paesi terzi sicuri” (Safe Third Countries, STC) 3. Questi cambiamenti rischiano però di avere conseguenze molto concrete sulla vita delle persone richiedenti asilo. Procedure accelerate e criteri sempre più restrittivi aumentano il rischio di decisioni superficiali o arbitrarie, soprattutto nei confronti di persone che hanno già vissuto esperienze traumatiche. Persone in condizioni di vulnerabilità o appartenenti a gruppi marginalizzati potrebbero essere rimandate in paesi dove la loro sicurezza non è garantita o finire in luoghi in cui diritti e dignità non vengono realmente tutelati. Si tratta di misure che incidono direttamente sulla vita di adulti e bambini già costretti a lasciare le proprie case a causa dell’aumento delle disuguaglianze globali, dei conflitti e delle violenze che popolano il mondo di oggi. Lungo la Rotta Balcanica, la violenza non appare più come un’eccezione, ma come una componente strutturale della governance migratoria europea. Dai pushback alle deportazioni accelerate, fino agli ostacoli nell’accesso all’asilo, emerge un sistema sempre più orientato alla deterrenza e alla criminalizzazione delle persone migranti piuttosto che alla tutela dei loro diritti. 1. “Introduction to Context”, Border Violence Monitoring Network, n.d. ↩︎ 2. “Access to the territory and pushbacks, Asylum Information Database”, 19 Maggio 2026 ↩︎ 3. “What do the latest decisions on “safe countries” and returns mean for people on the move?” – International Rescue Committee (IRC), 9 Marzo 2026 ↩︎
Se Usa e Ue divergono anche sui Balcani…
Il fallimento dell’illusione euroatlantica, ossia le divergenze strategiche tra Stati Uniti e Paesi dell’Unione Europea, da qualche mese a questa parte appare in modo sempre più evidente. Quelli che fino a qualche anno fa potevano sembrare dei normali elementi di competizione interna, oggi si manifestano come delle vere e proprie […] L'articolo Se Usa e Ue divergono anche sui Balcani… su Contropiano.
June 10, 2026
Contropiano
SPECIALE ALBANIA – massicce proteste a Tirana contro la svendita dei territori e la corruzione della classe politica@0
Ennesima giornata di imponenti manifestazioni a Tirana, capitale dell’Albania, contro il governo guidato da Edi Rama, accusato di svendere il territorio nazionale ai grandi capitali internazionali. Al centro della contestazione vi è il progetto di costruzione di un resort di lusso sull’isola di Saseno, simbolo nazionale e luogo legato alla resistenza contro fascisti e nazisti, nonché nella vicina area costiera di Narta/Zvernec, un’oasi naturale protetta di grande valore ambientale. A beneficiare dell’operazione è Jared Kushner, genero di Donald Trump, ferreo alleato di Israele e figura coinvolta nelle trattative con l’Iran. Le prime mobilitazioni delle comunità locali contro il maxi-progetto sono state duramente represse dalle guardie private incaricate della sicurezza dell’area, schierate dietro una barriera di filo spinato eretta per delimitare in maniera illegittima la zona destinata alla realizzazione del resort. Le immagini delle violenze e della passività delle forze dell’ordine hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese. Da anni, infatti, in Albania si moltiplicano le proteste delle comunità locali contro quella che è una sistematica spoliazione e svendita di risorse e territori, alimentata da una crescente ondata di maxi-investimenti immobiliari stranieri favorita dalle politiche del governo Rama. Da cinque giorni, migliaia di persone scendono in piazza in tutto il Paese in sostegno alla lotta contro il maxi-resort di Kushner, ma soprattutto per chiedere le dimissioni di un governo accusato di svendere agli azionisti americani, israeliani, sauditi ed emiratini le ricchezze naturali ed il futuro del Paese. La mobilitazione continua ad allargarsi e ad assumere toni sempre più conflittuali: a Tirana, dopo le prime manifestazioni pacifiche, si sono registrati scontri con la polizia inviata dal governo di Rama a reprimere le manifestazioni, mentre tenta di contenere e delegittimare la protesta sulle piattaforme TV e sui media internazionali. Diverse università sono praticamente deserte in questi giorni per consentire la partecipazione alle manifestazioni e iniziano a emergere le prime iniziative promosse anche dalla diaspora albanese. Per domani, sabato 6 giugno, è stata convocata una grande manifestazione nella capitale. Facciamo il punto sulle ragioni della protesta e sui suoi sviluppi con Artan Katzani, ricercatore e attivista di Tirana. Il caso di Saseno ha agito da detonatore, dando vita a uno dei più vasti e significativi cicli di mobilitazione spontanea degli ultimi anni: in piazza ci sono soprattutto giovani stretti tra precarietà, bassi salari e la prospettiva dell’emigrazione come unica alternativa, ma anche famiglie, pensionati, pescatori, pastori e contadini che non hanno tratto alcun beneficio dall’espansione del turismo degli ultimi anni. Ci siamo collegati con Elon, del collettivo Immigrital, per parlare di quanto incidano sulle proteste le condizioni materiali in Albania ed il ricatto tra precariato ed emigrazione che vivono le giovani generazioni del paese. Allo stesso tempo, abbiamo fatto il punto sulle iniziative della diaspora albanese in Italia, tra cui la manifestazione chiamata a Torino, in p.zza Vittorio, per domenica 7 giugno alle h. 18.
SPECIALE ALBANIA – massicce proteste a Tirana contro la svendita dei territori e la corruzione della classe politica@1
Ennesima giornata di imponenti manifestazioni a Tirana, capitale dell’Albania, contro il governo guidato da Edi Rama, accusato di svendere il territorio nazionale ai grandi capitali internazionali. Al centro della contestazione vi è il progetto di costruzione di un resort di lusso sull’isola di Saseno, simbolo nazionale e luogo legato alla resistenza contro fascisti e nazisti, nonché nella vicina area costiera di Narta/Zvernec, un’oasi naturale protetta di grande valore ambientale. A beneficiare dell’operazione è Jared Kushner, genero di Donald Trump, ferreo alleato di Israele e figura coinvolta nelle trattative con l’Iran. Le prime mobilitazioni delle comunità locali contro il maxi-progetto sono state duramente represse dalle guardie private incaricate della sicurezza dell’area, schierate dietro una barriera di filo spinato eretta per delimitare in maniera illegittima la zona destinata alla realizzazione del resort. Le immagini delle violenze e della passività delle forze dell’ordine hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese. Da anni, infatti, in Albania si moltiplicano le proteste delle comunità locali contro quella che è una sistematica spoliazione e svendita di risorse e territori, alimentata da una crescente ondata di maxi-investimenti immobiliari stranieri favorita dalle politiche del governo Rama. Da cinque giorni, migliaia di persone scendono in piazza in tutto il Paese in sostegno alla lotta contro il maxi-resort di Kushner, ma soprattutto per chiedere le dimissioni di un governo accusato di svendere agli azionisti americani, israeliani, sauditi ed emiratini le ricchezze naturali ed il futuro del Paese. La mobilitazione continua ad allargarsi e ad assumere toni sempre più conflittuali: a Tirana, dopo le prime manifestazioni pacifiche, si sono registrati scontri con la polizia inviata dal governo di Rama a reprimere le manifestazioni, mentre tenta di contenere e delegittimare la protesta sulle piattaforme TV e sui media internazionali. Diverse università sono praticamente deserte in questi giorni per consentire la partecipazione alle manifestazioni e iniziano a emergere le prime iniziative promosse anche dalla diaspora albanese. Per domani, sabato 6 giugno, è stata convocata una grande manifestazione nella capitale. Facciamo il punto sulle ragioni della protesta e sui suoi sviluppi con Artan Katzani, ricercatore e attivista di Tirana. Il caso di Saseno ha agito da detonatore, dando vita a uno dei più vasti e significativi cicli di mobilitazione spontanea degli ultimi anni: in piazza ci sono soprattutto giovani stretti tra precarietà, bassi salari e la prospettiva dell’emigrazione come unica alternativa, ma anche famiglie, pensionati, pescatori, pastori e contadini che non hanno tratto alcun beneficio dall’espansione del turismo degli ultimi anni. Ci siamo collegati con Elon, del collettivo Immigrital, per parlare di quanto incidano sulle proteste le condizioni materiali in Albania ed il ricatto tra precariato ed emigrazione che vivono le giovani generazioni del paese. Allo stesso tempo, abbiamo fatto il punto sulle iniziative della diaspora albanese in Italia, tra cui la manifestazione chiamata a Torino, in p.zza Vittorio, per domenica 7 giugno alle h. 18.
Incontri in Casa del Popolo “Gramsci”: tre passi nei Balcani
L’Associazione culturale Tina Modotti e Infinito edizioni invitano al primo appuntamento del ciclo TRE PASSI NEI BALCANI: giovedì 7 maggio ore 18.15 c/o sede dell’associazione, Casa del popolo “Antonio Gramsci” , via Ponziana 14 – primo piano (Trieste) verrà presentato il romanzo Che caos in via Babilonia di Diana Bošnjak Monai. L’autrice ne parlerà con Gianluca Paciucci. Gli Stati dei Balcani occidentali, ovvero quelli che componevano la Jugoslavia, dopo diverse guerre vivono ancora una situazione di transizione verso un sistema “democratico” e per questo in molti “siedono in panchina”, in attesa di entrare nell’Unione Europea. Nel mentre, corruzione, criminalità e anarchia regnano sovrane e in questi Paesi a qualcuno tutto è permesso. Questo libro – grottesco e distopico – affonda le radici nell’attualità e nella cronaca di alcuni avvenimenti realmente accaduti. Tutto comincia in via Babilonia, a causa di un tubo della fognatura. Coinvolti sono un sindaco corrotto, una casa abusiva (e un vicinato non meno abusivo), un prete metropolita, uno spazzino, un leone, un’anziana affetta da demenza senile e una guaritrice vergine. Sembra incredibile, ma nulla lo è quando in un Paese ex socialista in preda a caos e corruzione i potenti tengono sottomessi e sottopagati i cittadini, mentre grandi affari immobiliari e la criminalità prosperano sfacciatamente. Diana Bošnjak Monai è nata a Sarajevo nel 1970 in una famiglia multietnica e multiculturale. Si è diplomata al liceo scientifico a Sarajevo e laureata in Architettura a Zagabria. Profuga delle guerre balcaniche, nel 2000 approda a Trieste dopo aver vissuto in Croazia e in Slovenia. Poliglotta e artista poliedrica, vive e lavora a Trieste e usa l’italiano come lingua franca per poter esprimere più liberamente le sue opinioni. Da più di trent’anni espone i suoi lavori pittorici in mostre personali e collettive in Italia e all’estero e ha illustrato diversi libri. Oltre a partecipare ad alcune antologie, ha pubblicato: Mondi paralleli (2013), Balkanostalgia (2016), Arcipelago Gulasch (con Bolognini, Comisso e Zaves, 2017), Da Sarajevo con amore. Diario dall’assedio (con Kalezić, 2017), A te, che hai guardato muta (2019), Dio è uno solo. Sarajevo Requiem (2022), Senza lasciapassare (Infinito edizioni, 2024), Che caos in via Babilonia (Infinito edizioni, 2024). Gli altri due appuntamenti saranno venerdì 15 maggio (stessa ora e stesso luogo del 1° incontro) con il libro di Sergio Pilu LUNGO IL FRONTE. VIAGGIO ACCIDENTATO NELLA JUGOSLAVIA SCOMPARSA e venerdì 22 maggio con quello di Silvio Ziliotto DAYTONSKA STANICA. Tre occasioni per (ri)pensare insieme i Balcani occidentali, le guerre, le tregue e la pace difficile, dentro il nuovo e per certi versi inedito caos globale. “C’è molto da fare e, quindi, molto da studiare” Rosa Luxemburg ASSOCIAZIONE CULTURALE TINA MODOTTI – APS Via Ponziana 14 – 34137 Trieste C.F. 90104220323 Redazione Friuli Venezia Giulia
May 5, 2026
Pressenza
L’Europa vista dal futuro
Articolo di Chiara Martini, Giovanni Marenda «Percepisco il mio stato con sufficiente chiarezza e rifletto su chi è stato a inventare la prigione. Mi rendo conto che deve essere uno dei due: o un genio nell’arte della servitù, che ha scoperto qualcosa che potrebbe uccidere la libertà stessa, o un genio nell’arte del potere e della sua acquisizione, la cui fame di supremazia è tale che non può sopportare la vista di dissidenti seduti accanto a lui, come pari». (da un testo scritto da Abdulrahman Al-Khalidi, il 23 novembre 2024) Abdulrahman al-Bakr (al-Khalidi) è un giornalista e attivista saudita per i diritti umani che, da oltre un decennio, documenta e denuncia la repressione politica attuata dal regime del principe Mohammed bin Salman in Arabia Saudita, con un’attenzione costante alla condizione dei prigionieri politici e alla persecuzione sistematica degli oppositori. A causa del suo attivismo durante gli anni dell’università, durante le rivolte arabe avvenute a partire dal 2011, fu costretto a lasciare il paese per rifugiarsi prima in Egitto, nel 2013, poi in Qatar e infine in Turchia. Dall’esilio, il suo coinvolgimento non si è mai interrotto, prendendo parte all’esperienza dell’«Electronic Bees Army», movimento online di contro-informazione nato per contrapporsi alla propaganda lealista e noto per essere stato sostenuto, tra gli altri, dal giornalista Jamal Khashoggi – che il 2 ottobre 2018 fu fatto a pezzi all’interno del consolato saudita di Istanbul, e il cui corpo non è mai stato ritrovato.  L’assassinio di Jamal Khashoggi ha rappresentato una dimostrazione inequivocabile del fatto che la vita di Abdulrahman non fosse al sicuro neppure in Turchia. Intanto, nel Regno saudita la repressione del dissenso, in particolare nei confronti dei giornalisti, si è progressivamente intensificata. Secondo Human Rights Watch, nel 2025 il paese ha registrato per il secondo anno consecutivo il numero più elevato di esecuzioni capitali della sua storia recente: 356 persone giustiziate, tra cui il giornalista Turki al-Jasser, noto blogger impegnato nella documentazione delle rivolte arabe del 2011, condannato a morte per «terrorismo» dopo sette anni di detenzione. In questo contesto, nell’ottobre 2021 Abdulrahman ha intrapreso un percorso migratorio verso l’Unione europea, attraversando a piedi il confine tra Turchia e Bulgaria con l’obiettivo di ottenere protezione internazionale. Da allora, quindi da oltre quattro anni, si trova in stato di detenzione amministrativa in territorio bulgaro. Si tratta di uno dei casi più prolungati di detenzione amministrativa registrati nell’Unione europea, un periodo segnato dalla costante minaccia della deportazione. Deportazione che significherebbe, con ogni probabilità, tortura e pena di morte. Fino a pochi giorni fa Abdulrahman era detenuto nel centro di Busmantsi, a Sofia; dal 27 gennaio di quest’anno è stato trasferito nel centro di Lyubimets, nel sud del paese. Nel luogo in cui cercava libertà e sicurezza, Abdulrahman ha invece trovato un incubo detentivo senza fine. Come egli stesso ha dichiarato: «Sia la prigione saudita sia quella bulgara uccidono l’anima, ma nella prigione bulgara mi sento più tradito». IL RUOLO DELL’ARABIA SAUDITA E IL DOPPIO STANDARD EUROPEO SUI DIRITTI Questa vicenda non può essere pienamente compresa senza considerare il ruolo politico del Regno saudita nello scacchiere internazionale e, in particolare, la rete di relazioni economiche, energetiche e militari che lo rendono un partner strategico per l’Europa e gli Stati uniti. Fin dall’inizio, l’ingerenza saudita nelle decisioni delle autorità bulgare sul caso al-Khalidi, tanto politiche quanto giudiziarie, è apparsa evidente. Ufficiali sauditi hanno affiancato la Dans, l’agenzia bulgara per la sicurezza nazionale, durante gli interrogatori condotti nel centro di Busmantsi nel febbraio 2022, mentre nel paese d’origine la famiglia di Abdulrahman è stata più volte interrogata e minacciata. In questo quadro si inserisce anche l’incontro del 6 novembre scorso a Riyadh tra il ministro dell’interno bulgaro Daniel Mitov e la sua controparte saudita, dedicato al rafforzamento della cooperazione in materia di sicurezza. Non a caso, la vicenda di al-Khalidi è stata citata in un recente studio della sottocommissione per i diritti umani del Parlamento europeo (Droi) come caso emblematico di repressione transnazionale, mostrando come per molti difensori dei diritti umani in fuga da regimi autoritari l’Europa sia uno spazio sempre meno sicuro. Questo meccanismo colpisce in modo particolare attivisti e oppositori politici in fuga da regimi autoritari alleati o partner degli Stati occidentali. È in questi casi che l’ipocrisia e il doppio standard europei diventano più evidenti: le violazioni sistematiche della libertà e della sicurezza delle persone vengono ignorate quando il partner è ritenuto «strategico», mentre sanzioni, condanne pubbliche o interventi militari vengono giustificati selettivamente in nome della democrazia quando conviene. Se l’omicidio di Jamal Khashoggi aveva prodotto una serie di condanne ufficiali e un’apparente quanto temporanea crisi diplomatica, i rapporti europei con lo Stato saudita sono stati poi rapidamente normalizzati. UNA QUESTIONE DI «SICUREZZA NAZIONALE» La vicenda di Abdulrahman al-Khalidi si trova oggi al centro di un impasse giuridico ma soprattutto politico. La sua privazione della libertà è fondata esclusivamente su valutazioni di «sicurezza nazionale» elaborate dall’Agenzia statale per la sicurezza nazionale bulgara (Dans), valutazioni che si basano su informazioni classificate, sottratte al controllo della difesa, da cui l’imputato deve paradossalmente discolparsi senza poterne conoscere il contenuto.  Uno degli aspetti più rilevanti della detenzione di al-Khalidi non è solo la sua durata eccezionale – siamo oggi quasi a 52 mesi – ma il modo in cui essa è stata mantenuta nonostante due sentenze definitive e inappellabili del tribunale amministrativo di Sofia che ne ordinavano la liberazione immediata, il 18 gennaio 2024 e il 26 marzo 2025. In entrambi i casi, però, la Dans ha emesso delle cosiddette «contro-decisioni» amministrative, volte ad aggirare gli effetti delle sentenze. Parallelamente, al-Khalidi ha presentato ricorso contro il rigetto della sua domanda di asilo, vincendo tre volte davanti alla Corte amministrativa suprema. In una di queste decisioni, la Corte ha riconosciuto esplicitamente l’ingerenza indebita della Dans nel procedimento di asilo, censurando tanto il ruolo sproporzionato dell’apparato di sicurezza quanto le inesattezze nelle valutazioni della Dab, l’Agenzia statale per i rifugiati. I tribunali bulgari hanno quindi ripetutamente confermato l’esistenza di gravi violazioni procedurali e sostanziali, eppure la detenzione è proseguita. Il meccanismo delle «contro-decisioni» amministrative storicamente non rappresenta una novità nel contesto bulgaro. La Dans è la diretta erede dei servizi segreti operativi durante il socialismo reale, attivi fino al 1990. Pur essendo cambiato lo sfondo ideologico, rimane l’utilizzo di categorie elastiche, non verificabili, per costruire e criminalizzare il nemico interno. In questo modo, i diritti fondamentali vengono sospesi senza bisogno di un’accusa penale o di un processo regolare. LA DETENZIONE DEI MIGRANTI IN BULGARIA Questa vicenda è solo la punta dell’iceberg di una governance delle migrazioni che in Bulgaria si fonda sempre di più sul dispositivo della detenzione amministrativa e sulla moltiplicazione degli spazi di privazione della libertà. Infatti, se fino a due anni fa il regime detentivo rappresentava un’eccezione a un sistema di ricezione basato sui cosiddetti «campi aperti», in breve tempo il panorama si è ribaltato, facendo della detenzione la norma. L’infrastruttura del trattenimento per persone straniere in Bulgaria si articola in due centri, ufficialmente (e ironicamente) denominati Special Home for Temporary Accommodation of Foreigners – quello di Busmantsi a Sofia e quello di Lyubiments nei pressi del triplice confine con Grecia e Turchia, più un terzo recentemente riaperto, nella cittadina di Svilengrad – e opera attraverso procedure di non facile interpretazione, per la loro natura opaca e arbitraria. In sintesi, esiste una detenzione di breve durata (due/tre settimane) usata per identificare le persone intercettate lungo il confine, concretizzando il cosiddetto «screening» alla frontiera previsto dal Nuovo patto europeo. Si tratta di una detenzione preventiva sistematica, applicata automaticamente a uomini, minori e famiglie, dalla quale dipende l’eventuale possibilità di avanzare domanda di protezione. Inoltre, in queste (almeno) due settimane di detenzione le persone ricevono fortissime pressioni per accettare il rimpatrio «volontario»: una violenza psicologica che si somma alle condizioni igieniche pessime, al cibo scarso e di scarsa qualità, alla mancanza di assistenza medica. Esiste poi una detenzione di lungo periodo, che può arrivare fino a 18 mesi e colpisce chi riceve il diniego della richiesta d’asilo (a oggi la maggior parte dei richiedenti), chi tenta di lasciare il paese, e chi viene arbitrariamente etichettato come «migrante irregolare». Poiché la Bulgaria fatica a organizzare le deportazioni, molte persone vengono trattenute fino a 18 mesi o spinte ad accettare il rimpatrio «volontario», spesso con il supporto di Frontex, verso paesi come la Siria o il Marocco. Inoltre, un numero consistente di reclusi sono i cosiddetti «dublinati», deportati in Bulgaria da altri stati membri dell’Ue con una «procedura Dublino» e frequentemente rinchiusi in detenzione prolungata invece di essere reinseriti in un campo aperto per un’ordinaria procedura di asilo.  A questo si affianca, infine, la sezione per i richiedenti asilo che secondo la Dans minacciano «la sicurezza nazionale», dedicata in particolare alle persone con un passato di attivismo politico o arbitrariamente accusate di aver organizzato il viaggio attraverso il confine. Questo tipo di detenzione può prolungarsi, come abbiamo visto, indefinitamente. Qui al-Khalidi è rimasto detenuto fino al 25 marzo 2025, prima di essere trasferito nella sezione pre-deportazione per «migranti irregolari». Ma non è un caso isolato, altri come lui hanno affrontato analoghe reclusioni: ad esempio Nidal Hassan, cittadino gazawi, padre di quattro figli, già detenuto a Gaza per la sua omosessualità, recluso per oltre un anno  a Busmantsi nonostante un ordine di liberazione del tribunale, prima di essere deportato.  LA BULGARIA NEL CONTESTO DEL NUOVO PATTO EUROPEO PER LA MIGRAZIONE E L’ASILO Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, in vigore dal giugno 2026 e destinato a segnare una svolta restrittiva nel diritto europeo, appare già applicato in pratica in Bulgaria e in altri territori di frontiera, trasformati negli ultimi anni in veri e propri laboratori delle politiche repressive contro le persone in movimento. Ciò che emerge è un sistema basato sullo strapotere della polizia, che sembra solo in grado di rinchiudere, punire, torturare oppure di abbandonare e lasciar morire. In questo senso, il nuovo Patto, più che un brusco cambio di paradigma, appare come una formalizzazione di tendenze – in primis la detenzione e il respingimento – già consolidate da anni alle frontiere d’Europa. La procedura di ingresso della Bulgaria nell’area Schengen, formalmente conclusa il 1° gennaio 2025 dopo un negoziato lungo e accidentato, è stata in realtà un esteso processo di accreditamento politico del paese. Sofia ha dovuto convincere la Commissione europea e governi chiave come quelli di Germania e Austria della propria capacità di «garantire la sicurezza» del confine meridionale dell’Unione: una formula che, nei fatti, ha significato assumersi il compito di contenere e bloccare i cosiddetti movimenti secondari, ovvero gli spostamenti dei migranti dalla frontiera esterna verso il centro e il nord Europa. A tal fine, la Bulgaria ha beneficiato di ingenti finanziamenti provenienti da Bruxelles, utilizzati per ampliare e modernizzare l’apparato di sorveglianza dei confini. Se proviamo a guardare il confine dall’altra parte, parafrasando Shahram Khosravi, la «Schengenizzazione» della Bulgaria appare dunque non come un processo di allargamento dei diritti e delle libertà, ma come l’applicazione di un regime di frontiera sempre più violento, selettivo e, in definitiva, razzista.  In questo contesto, il nuovo Patto può essere letto come un potente moltiplicatore della svolta securitaria nella gestione delle frontiere esterne dell’Unione. A partire dal regolamento sugli accertamenti preliminari, che rende obbligatorio uno screening generalizzato delle persone in movimento alle frontiere, estendendo le segnalazioni di sicurezza nel sistema Eurodac. Una «flag» permetterà alle autorità di indicare in modo arbitrario una persona come potenziale rischio per la sicurezza. Quest’informazione sarà condivisa a livello europeo, rafforzando una logica di sospetto e di profilazione, creando le condizioni per un ricorso normalizzato alla detenzione amministrativa come strumento di gestione e controllo. La vicenda di Abdulrahman al-Khalidi mostra inoltre con chiarezza come la detenzione amministrativa stia assumendo sempre più i tratti di uno strumento di repressione politica indiretta. Il dissenso non viene formalmente sanzionato, ma neutralizzato attraverso l’immobilizzazione burocratica, il diritto d’asilo non viene apertamente negato, bensì svuotato di significato. Il parallelo con altri contesti è difficilmente eludibile. Il regime di occupazione israeliano è stato precursore nell’utilizzo della detenzione amministrativa come dispositivo centrale di repressione contro il popolo palestinese. Ma anche in Italia i Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) svolgono una funzione analoga: luoghi in cui persone senza alcuna imputazione penale vengono trattenute per mesi. Come dimostra il caso di Mohamed Shahin, il trattenimento in questi centri colpisce spesso soggetti considerati indisciplinati o politicamente esposti, mascherando dietro procedure burocratiche quella che è, di fatto, repressione politica. OLTRE LE MURA, PER UNA LOTTA COLLETTIVA Di fronte a una deriva autoritaria sempre più marcata ed esplicita, negli ultimi anni attorno al caso di Abdulrahman al-Khalidi si sono sviluppate numerose esperienze di solidarietà e lotta capaci di trasformare una vicenda individuale in un terreno di mobilitazione collettiva. Nonostante la detenzione, Abdulrahman ha continuato a scrivere, comunicare e organizzarsi quotidianamente, rifiutando la condizione di silenziamento. È soprattutto grazie ai suoi sforzi che si è costruita una mobilitazione in grado di oltrepassare i confini della Bulgaria, articolando una rivendicazione che va oltre la sua liberazione, per investire più in generale il sistema della detenzione amministrativa e l’ingiusta reclusione delle persone migranti nel paese. In questi anni le azioni e pratiche collettive attorno ad Abdulrahman hanno assunto forme diverse, costruendo una rete di solidarietà che va dalla battaglia legale al supporto quotidiano. Organizzazioni bulgare e internazionali per i diritti umani seguono da vicino la sua vicenda, monitorando le continue violazioni giuridiche che caratterizzano il caso. Allo stesso tempo, reti di attivisti e attiviste organizzano presidi, manifestazioni e iniziative pubbliche per chiedere la liberazione di Abdulrahman e di tutte le persone detenute. Accanto alle forme più visibili di protesta, hanno preso forma anche pratiche concrete di solidarietà. Tra queste, un numero telefonico di supporto psicologico, gestito da reti solidali, che attraversa le mura dei centri di detenzione e diventa una preziosa linea di contatto con l’esterno. È da qui che le voci delle persone recluse riescono a uscire, raccontando ciò che accade dentro e rompendo, almeno in parte, l’isolamento imposto dal sistema detentivo. Non sono mancate iniziative sul piano istituzionale, tra cui due interrogazioni alla Commissione europea, che però hanno ricevuto risposte sterili ed evasive.  Intorno al caso e alla persona di Abdulrahman al-Khalidi si è così attivata una dinamica generativa, capace di coinvolgere soggetti diversi e di produrre alleanze trasversali, dimostrando come, anche in un contesto in cui pratiche sempre più violente, razziste e detentive vengono normalizzate e sistematizzate, sia possibile costruire forme concrete di resistenza e di contro-narrazione, a partire dalla solidarietà reale e dall’azione collettiva. *Chiara Martini è attivista e ricercatrice, impegnata in iniziative lungo le rotte balcaniche, tra Grecia, Bulgaria e Bosnia-Herzegovina. Si occupa di confini e solidarietà dal basso in supporto alle persone in movimento. Attualmente sta completando un dottorato in sociologia e metodologia della ricerca sociale presso l’Università degli Studi di Milano. Giovanni Marenda è un attivista e dottorando in scienze sociali presso l’Università di Genova. Dal 2020 si occupa di mobilità migranti e dispositivi di confinamento lungo la cosiddetta “rotta balcanica”, in particolare in Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Bulgaria e Grecia. L'articolo L’Europa vista dal futuro proviene da Jacobin Italia.
February 24, 2026
Jacobin Italia
Rimosso il presidente dell’entità serba della Bosnia, il clima nei Balcani si fa sempre più caldo
Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska, entità autonoma a maggioranza serba all’interno della Bosnia-Erzegovina, ha trasferito i propri poteri a Davor Pranjić, suo vicepresidente. Pranjić ha firmato il decreto con il quale sono promulgate modifiche alla Legge sulla Polizia e gli Affari Interni, ufficializzando il trasferimento dei poteri a lui […] L'articolo Rimosso il presidente dell’entità serba della Bosnia, il clima nei Balcani si fa sempre più caldo su Contropiano.
September 21, 2025
Contropiano