L’Europa vista dal futuro
Articolo di Chiara Martini, Giovanni Marenda
«Percepisco il mio stato con sufficiente chiarezza e rifletto su chi è stato a
inventare la prigione. Mi rendo conto che deve essere uno dei due: o un genio
nell’arte della servitù, che ha scoperto qualcosa che potrebbe uccidere la
libertà stessa, o un genio nell’arte del potere e della sua acquisizione, la cui
fame di supremazia è tale che non può sopportare la vista di dissidenti seduti
accanto a lui, come pari». (da un testo scritto da Abdulrahman Al-Khalidi, il 23
novembre 2024)
Abdulrahman al-Bakr (al-Khalidi) è un giornalista e attivista saudita per i
diritti umani che, da oltre un decennio, documenta e denuncia la repressione
politica attuata dal regime del principe Mohammed bin Salman in Arabia Saudita,
con un’attenzione costante alla condizione dei prigionieri politici e alla
persecuzione sistematica degli oppositori. A causa del suo attivismo durante gli
anni dell’università, durante le rivolte arabe avvenute a partire dal 2011, fu
costretto a lasciare il paese per rifugiarsi prima in Egitto, nel 2013, poi in
Qatar e infine in Turchia. Dall’esilio, il suo coinvolgimento non si è mai
interrotto, prendendo parte all’esperienza dell’«Electronic Bees Army»,
movimento online di contro-informazione nato per contrapporsi alla propaganda
lealista e noto per essere stato sostenuto, tra gli altri, dal giornalista Jamal
Khashoggi – che il 2 ottobre 2018 fu fatto a pezzi all’interno del consolato
saudita di Istanbul, e il cui corpo non è mai stato ritrovato.
L’assassinio di Jamal Khashoggi ha rappresentato una dimostrazione
inequivocabile del fatto che la vita di Abdulrahman non fosse al sicuro neppure
in Turchia. Intanto, nel Regno saudita la repressione del dissenso, in
particolare nei confronti dei giornalisti, si è progressivamente intensificata.
Secondo Human Rights Watch, nel 2025 il paese ha registrato per il secondo anno
consecutivo il numero più elevato di esecuzioni capitali della sua storia
recente: 356 persone giustiziate, tra cui il giornalista Turki al-Jasser, noto
blogger impegnato nella documentazione delle rivolte arabe del 2011, condannato
a morte per «terrorismo» dopo sette anni di detenzione. In questo contesto,
nell’ottobre 2021 Abdulrahman ha intrapreso un percorso migratorio verso
l’Unione europea, attraversando a piedi il confine tra Turchia e Bulgaria con
l’obiettivo di ottenere protezione internazionale. Da allora, quindi da oltre
quattro anni, si trova in stato di detenzione amministrativa in territorio
bulgaro. Si tratta di uno dei casi più prolungati di detenzione amministrativa
registrati nell’Unione europea, un periodo segnato dalla costante minaccia della
deportazione. Deportazione che significherebbe, con ogni probabilità, tortura e
pena di morte.
Fino a pochi giorni fa Abdulrahman era detenuto nel centro di Busmantsi, a
Sofia; dal 27 gennaio di quest’anno è stato trasferito nel centro di Lyubimets,
nel sud del paese. Nel luogo in cui cercava libertà e sicurezza, Abdulrahman ha
invece trovato un incubo detentivo senza fine. Come egli stesso ha dichiarato:
«Sia la prigione saudita sia quella bulgara uccidono l’anima, ma nella prigione
bulgara mi sento più tradito».
IL RUOLO DELL’ARABIA SAUDITA E IL DOPPIO STANDARD EUROPEO SUI DIRITTI
Questa vicenda non può essere pienamente compresa senza considerare il ruolo
politico del Regno saudita nello scacchiere internazionale e, in particolare, la
rete di relazioni economiche, energetiche e militari che lo rendono un partner
strategico per l’Europa e gli Stati uniti. Fin dall’inizio, l’ingerenza saudita
nelle decisioni delle autorità bulgare sul caso al-Khalidi, tanto politiche
quanto giudiziarie, è apparsa evidente. Ufficiali sauditi hanno affiancato la
Dans, l’agenzia bulgara per la sicurezza nazionale, durante gli interrogatori
condotti nel centro di Busmantsi nel febbraio 2022, mentre nel paese d’origine
la famiglia di Abdulrahman è stata più volte interrogata e minacciata. In questo
quadro si inserisce anche l’incontro del 6 novembre scorso a Riyadh tra il
ministro dell’interno bulgaro Daniel Mitov e la sua controparte saudita,
dedicato al rafforzamento della cooperazione in materia di sicurezza. Non a
caso, la vicenda di al-Khalidi è stata citata in un recente studio della
sottocommissione per i diritti umani del Parlamento europeo (Droi) come caso
emblematico di repressione transnazionale, mostrando come per molti difensori
dei diritti umani in fuga da regimi autoritari l’Europa sia uno spazio sempre
meno sicuro.
Questo meccanismo colpisce in modo particolare attivisti e oppositori politici
in fuga da regimi autoritari alleati o partner degli Stati occidentali. È in
questi casi che l’ipocrisia e il doppio standard europei diventano più evidenti:
le violazioni sistematiche della libertà e della sicurezza delle persone vengono
ignorate quando il partner è ritenuto «strategico», mentre sanzioni, condanne
pubbliche o interventi militari vengono giustificati selettivamente in nome
della democrazia quando conviene. Se l’omicidio di Jamal Khashoggi aveva
prodotto una serie di condanne ufficiali e un’apparente quanto temporanea crisi
diplomatica, i rapporti europei con lo Stato saudita sono stati poi rapidamente
normalizzati.
UNA QUESTIONE DI «SICUREZZA NAZIONALE»
La vicenda di Abdulrahman al-Khalidi si trova oggi al centro di un impasse
giuridico ma soprattutto politico. La sua privazione della libertà è fondata
esclusivamente su valutazioni di «sicurezza nazionale» elaborate dall’Agenzia
statale per la sicurezza nazionale bulgara (Dans), valutazioni che si basano su
informazioni classificate, sottratte al controllo della difesa, da cui
l’imputato deve paradossalmente discolparsi senza poterne conoscere il
contenuto.
Uno degli aspetti più rilevanti della detenzione di al-Khalidi non è solo la sua
durata eccezionale – siamo oggi quasi a 52 mesi – ma il modo in cui essa è stata
mantenuta nonostante due sentenze definitive e inappellabili del tribunale
amministrativo di Sofia che ne ordinavano la liberazione immediata, il 18
gennaio 2024 e il 26 marzo 2025. In entrambi i casi, però, la Dans ha emesso
delle cosiddette «contro-decisioni» amministrative, volte ad aggirare gli
effetti delle sentenze. Parallelamente, al-Khalidi ha presentato ricorso contro
il rigetto della sua domanda di asilo, vincendo tre volte davanti alla Corte
amministrativa suprema. In una di queste decisioni, la Corte ha riconosciuto
esplicitamente l’ingerenza indebita della Dans nel procedimento di asilo,
censurando tanto il ruolo sproporzionato dell’apparato di sicurezza quanto le
inesattezze nelle valutazioni della Dab, l’Agenzia statale per i rifugiati. I
tribunali bulgari hanno quindi ripetutamente confermato l’esistenza di gravi
violazioni procedurali e sostanziali, eppure la detenzione è proseguita.
Il meccanismo delle «contro-decisioni» amministrative storicamente non
rappresenta una novità nel contesto bulgaro. La Dans è la diretta erede dei
servizi segreti operativi durante il socialismo reale, attivi fino al 1990. Pur
essendo cambiato lo sfondo ideologico, rimane l’utilizzo di categorie elastiche,
non verificabili, per costruire e criminalizzare il nemico interno. In questo
modo, i diritti fondamentali vengono sospesi senza bisogno di un’accusa penale o
di un processo regolare.
LA DETENZIONE DEI MIGRANTI IN BULGARIA
Questa vicenda è solo la punta dell’iceberg di una governance delle migrazioni
che in Bulgaria si fonda sempre di più sul dispositivo della detenzione
amministrativa e sulla moltiplicazione degli spazi di privazione della libertà.
Infatti, se fino a due anni fa il regime detentivo rappresentava un’eccezione a
un sistema di ricezione basato sui cosiddetti «campi aperti», in breve tempo il
panorama si è ribaltato, facendo della detenzione la norma. L’infrastruttura del
trattenimento per persone straniere in Bulgaria si articola in due centri,
ufficialmente (e ironicamente) denominati Special Home for Temporary
Accommodation of Foreigners – quello di Busmantsi a Sofia e quello di Lyubiments
nei pressi del triplice confine con Grecia e Turchia, più un terzo recentemente
riaperto, nella cittadina di Svilengrad – e opera attraverso procedure di non
facile interpretazione, per la loro natura opaca e arbitraria.
In sintesi, esiste una detenzione di breve durata (due/tre settimane) usata per
identificare le persone intercettate lungo il confine, concretizzando il
cosiddetto «screening» alla frontiera previsto dal Nuovo patto europeo. Si
tratta di una detenzione preventiva sistematica, applicata automaticamente a
uomini, minori e famiglie, dalla quale dipende l’eventuale possibilità di
avanzare domanda di protezione. Inoltre, in queste (almeno) due settimane di
detenzione le persone ricevono fortissime pressioni per accettare il rimpatrio
«volontario»: una violenza psicologica che si somma alle condizioni igieniche
pessime, al cibo scarso e di scarsa qualità, alla mancanza di assistenza medica.
Esiste poi una detenzione di lungo periodo, che può arrivare fino a 18 mesi e
colpisce chi riceve il diniego della richiesta d’asilo (a oggi la maggior parte
dei richiedenti), chi tenta di lasciare il paese, e chi viene arbitrariamente
etichettato come «migrante irregolare». Poiché la Bulgaria fatica a organizzare
le deportazioni, molte persone vengono trattenute fino a 18 mesi o spinte ad
accettare il rimpatrio «volontario», spesso con il supporto di Frontex, verso
paesi come la Siria o il Marocco. Inoltre, un numero consistente di reclusi sono
i cosiddetti «dublinati», deportati in Bulgaria da altri stati membri dell’Ue
con una «procedura Dublino» e frequentemente rinchiusi in detenzione prolungata
invece di essere reinseriti in un campo aperto per un’ordinaria procedura di
asilo.
A questo si affianca, infine, la sezione per i richiedenti asilo che secondo la
Dans minacciano «la sicurezza nazionale», dedicata in particolare alle persone
con un passato di attivismo politico o arbitrariamente accusate di aver
organizzato il viaggio attraverso il confine. Questo tipo di detenzione può
prolungarsi, come abbiamo visto, indefinitamente. Qui al-Khalidi è rimasto
detenuto fino al 25 marzo 2025, prima di essere trasferito nella sezione
pre-deportazione per «migranti irregolari». Ma non è un caso isolato, altri come
lui hanno affrontato analoghe reclusioni: ad esempio Nidal Hassan, cittadino
gazawi, padre di quattro figli, già detenuto a Gaza per la sua omosessualità,
recluso per oltre un anno a Busmantsi nonostante un ordine di liberazione del
tribunale, prima di essere deportato.
LA BULGARIA NEL CONTESTO DEL NUOVO PATTO EUROPEO PER LA MIGRAZIONE E L’ASILO
Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, in vigore dal giugno 2026 e destinato
a segnare una svolta restrittiva nel diritto europeo, appare già applicato in
pratica in Bulgaria e in altri territori di frontiera, trasformati negli ultimi
anni in veri e propri laboratori delle politiche repressive contro le persone in
movimento. Ciò che emerge è un sistema basato sullo strapotere della polizia,
che sembra solo in grado di rinchiudere, punire, torturare oppure di abbandonare
e lasciar morire. In questo senso, il nuovo Patto, più che un brusco cambio di
paradigma, appare come una formalizzazione di tendenze – in primis la detenzione
e il respingimento – già consolidate da anni alle frontiere d’Europa.
La procedura di ingresso della Bulgaria nell’area Schengen, formalmente conclusa
il 1° gennaio 2025 dopo un negoziato lungo e accidentato, è stata in realtà un
esteso processo di accreditamento politico del paese. Sofia ha dovuto convincere
la Commissione europea e governi chiave come quelli di Germania e Austria della
propria capacità di «garantire la sicurezza» del confine meridionale
dell’Unione: una formula che, nei fatti, ha significato assumersi il compito di
contenere e bloccare i cosiddetti movimenti secondari, ovvero gli spostamenti
dei migranti dalla frontiera esterna verso il centro e il nord Europa. A tal
fine, la Bulgaria ha beneficiato di ingenti finanziamenti provenienti da
Bruxelles, utilizzati per ampliare e modernizzare l’apparato di sorveglianza dei
confini. Se proviamo a guardare il confine dall’altra parte, parafrasando
Shahram Khosravi, la «Schengenizzazione» della Bulgaria appare dunque non come
un processo di allargamento dei diritti e delle libertà, ma come l’applicazione
di un regime di frontiera sempre più violento, selettivo e, in definitiva,
razzista.
In questo contesto, il nuovo Patto può essere letto come un potente
moltiplicatore della svolta securitaria nella gestione delle frontiere esterne
dell’Unione. A partire dal regolamento sugli accertamenti preliminari, che rende
obbligatorio uno screening generalizzato delle persone in movimento alle
frontiere, estendendo le segnalazioni di sicurezza nel sistema Eurodac. Una
«flag» permetterà alle autorità di indicare in modo arbitrario una persona come
potenziale rischio per la sicurezza. Quest’informazione sarà condivisa a livello
europeo, rafforzando una logica di sospetto e di profilazione, creando le
condizioni per un ricorso normalizzato alla detenzione amministrativa come
strumento di gestione e controllo. La vicenda di Abdulrahman al-Khalidi mostra
inoltre con chiarezza come la detenzione amministrativa stia assumendo sempre
più i tratti di uno strumento di repressione politica indiretta. Il dissenso non
viene formalmente sanzionato, ma neutralizzato attraverso l’immobilizzazione
burocratica, il diritto d’asilo non viene apertamente negato, bensì svuotato di
significato. Il parallelo con altri contesti è difficilmente eludibile. Il
regime di occupazione israeliano è stato precursore nell’utilizzo della
detenzione amministrativa come dispositivo centrale di repressione contro il
popolo palestinese. Ma anche in Italia i Centri di permanenza per il rimpatrio
(Cpr) svolgono una funzione analoga: luoghi in cui persone senza alcuna
imputazione penale vengono trattenute per mesi. Come dimostra il caso di Mohamed
Shahin, il trattenimento in questi centri colpisce spesso soggetti considerati
indisciplinati o politicamente esposti, mascherando dietro procedure
burocratiche quella che è, di fatto, repressione politica.
OLTRE LE MURA, PER UNA LOTTA COLLETTIVA
Di fronte a una deriva autoritaria sempre più marcata ed esplicita, negli ultimi
anni attorno al caso di Abdulrahman al-Khalidi si sono sviluppate numerose
esperienze di solidarietà e lotta capaci di trasformare una vicenda individuale
in un terreno di mobilitazione collettiva. Nonostante la detenzione, Abdulrahman
ha continuato a scrivere, comunicare e organizzarsi quotidianamente, rifiutando
la condizione di silenziamento. È soprattutto grazie ai suoi sforzi che si è
costruita una mobilitazione in grado di oltrepassare i confini della Bulgaria,
articolando una rivendicazione che va oltre la sua liberazione, per investire
più in generale il sistema della detenzione amministrativa e l’ingiusta
reclusione delle persone migranti nel paese.
In questi anni le azioni e pratiche collettive attorno ad Abdulrahman hanno
assunto forme diverse, costruendo una rete di solidarietà che va dalla battaglia
legale al supporto quotidiano. Organizzazioni bulgare e internazionali per i
diritti umani seguono da vicino la sua vicenda, monitorando le continue
violazioni giuridiche che caratterizzano il caso. Allo stesso tempo, reti di
attivisti e attiviste organizzano presidi, manifestazioni e iniziative pubbliche
per chiedere la liberazione di Abdulrahman e di tutte le persone detenute.
Accanto alle forme più visibili di protesta, hanno preso forma anche pratiche
concrete di solidarietà. Tra queste, un numero telefonico di supporto
psicologico, gestito da reti solidali, che attraversa le mura dei centri di
detenzione e diventa una preziosa linea di contatto con l’esterno. È da qui che
le voci delle persone recluse riescono a uscire, raccontando ciò che accade
dentro e rompendo, almeno in parte, l’isolamento imposto dal sistema detentivo.
Non sono mancate iniziative sul piano istituzionale, tra cui due interrogazioni
alla Commissione europea, che però hanno ricevuto risposte sterili ed evasive.
Intorno al caso e alla persona di Abdulrahman al-Khalidi si è così attivata una
dinamica generativa, capace di coinvolgere soggetti diversi e di produrre
alleanze trasversali, dimostrando come, anche in un contesto in cui pratiche
sempre più violente, razziste e detentive vengono normalizzate e sistematizzate,
sia possibile costruire forme concrete di resistenza e di contro-narrazione, a
partire dalla solidarietà reale e dall’azione collettiva.
*Chiara Martini è attivista e ricercatrice, impegnata in iniziative lungo le
rotte balcaniche, tra Grecia, Bulgaria e Bosnia-Herzegovina. Si occupa di
confini e solidarietà dal basso in supporto alle persone in movimento.
Attualmente sta completando un dottorato in sociologia e metodologia della
ricerca sociale presso l’Università degli Studi di Milano. Giovanni Marenda è un
attivista e dottorando in scienze sociali presso l’Università di Genova. Dal
2020 si occupa di mobilità migranti e dispositivi di confinamento lungo la
cosiddetta “rotta balcanica”, in particolare in Bosnia ed Erzegovina, Serbia,
Bulgaria e Grecia.
L'articolo L’Europa vista dal futuro proviene da Jacobin Italia.