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La Tunisia davanti alla Corte Africana: quattro ricorsi rompono il silenzio sulla tratta di Stato
Per la prima volta la Tunisia dovrà rispondere davanti a un tribunale internazionale per il trattamento riservato a chi attraversa il suo territorio in transito irregolare. Un gruppo di legali dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), insieme all’avvocato tunisino Brahim Belguith, ha depositato quattro ricorsi presso la Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli di Arusha per conto di quattro persone migranti provenienti da diversi Stati dell’Africa subsahariana. Le condotte contestate alla Tunisia: detenzioni arbitrarie, tortura, espulsioni collettive nel deserto, tratta di esseri umani, violenze sessuali. Le considerazioni riportate nel testo che segue si basano sulle dichiarazioni rilasciate da ASGI durante la conferenza stampa in merito al ricorso e su un’intervista rilasciata dall’avvocato Luca Masera, socio ASGI e ordinario di diritto penale all’Università di Brescia, tra i responsabili del ricorso 1. Sono quattro i ricorsi depositati nella prima settimana di marzo alla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli, a ridosso di una scadenza importante. Dal 7 marzo 2026 la Tunisia ha ritirato la dichiarazione che permetteva a individui e organizzazioni non governative di rivolgersi direttamente alla Corte. Dopo l’invio dei ricorsi, reso pubblico da ASGI il 19 giugno, la Cancelleria della Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli ha comunicato l’avvenuto deposito e ha aperto la procedura. Lo Stato tunisino ha ora quarantacinque giorni, prorogabili di altri trenta, per rispondere. Solo dopo un ulteriore scambio scritto la Corte deciderà se fissare un’udienza. Si tratta di una procedura che potrebbe durare anni. L’attesa non sarà tempo inutile: Luca Masera ricorda che il ricorso su Lampedusa per i fatti del 2011, e presentato alla Corte Europea nel 2012, ha ricevuto risposta cinque anni dopo, accertando la violazione di diritti fondamentali. Quella decisione ha avuto ricadute sia giudiziarie che politiche. Insomma: un tempo lungo che ha dato i suoi frutti. Non è la prima volta che la Tunisia viene condannata dalla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli per la propria deriva autoritaria. Invece quello che è nuovo è il motivo: il trattamento riservato alle persone migranti. Si tratta di un fronte che, almeno dal 2023 2, resta documentato quasi esclusivamente da organizzazioni per i diritti umani, agenzie Onu e stampa indipendente, ma mai da un apparato giudiziario internazionale. E La Corte Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli dispone – al pari della Corte Europea – del potere di emettere decisioni giuridicamente vincolanti per gli Stati membri. È una capacità di intervento che nessun altro organismo internazionale possiede sulla materia. «Mentre le decisioni dei comitati dell’ONU hanno un grande valore di natura politica, in quanto non sono direttamente applicabili nell’ordinamento giuridico degli Stati, le decisioni della Corte Europea per l’Europa e della Corte Africana per l’Africa hanno valore giuridico» spiega Masera. Quattro ricorsi, quattro storie, quattro persone. Che raccontano un percorso comune a migliaia di cittadini subsahariani. E l’avvocato ricorda che «la questione importante è che sono casi tutti molto simili, espressivi di un sistema di trattamento riservato agli stranieri. Quello che trova riscontro anche in vari report di associazioni internazionali che noi abbiamo citato anche nel ricorso». Masera, inoltre, ricorda che, per due di loro, L. e S.D., il percorso verso il ricorso è passato prima da un’aula meno formale. Le due vittime erano state ascoltate in ottobre a Palermo durante un’udienza pubblica del Tribunale Permanente dei Popoli, attivo da quasi cinquant’anni sulle violazioni più gravi dei diritti fondamentali. Proprio da quelle testimonianze è maturata la decisione di portare la vicenda anche in sede giudiziaria. Masera sedeva tra i membri della giuria a Palermo e descrive così quell’udienza: «Eravamo tutti noi membri della giuria veramente scossi da queste testimonianze di una drammaticità assoluta, e ci è sembrato evidente che queste vicende dovessero avere un seguito». Che storia raccontano i quattro ricorsi? L., cittadina camerunense, era già stata vittima di tratta durante il tragitto dal Camerun alla Tunisia. Nel 2024, dopo aver tentato la traversata del Mediterraneo, è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina, arrestata arbitrariamente e detenuta per oltre venti giorni in un campo militare nel deserto, rinchiusa in una gabbia, insieme ad oltre cento persone sottoposte a violenze e torture continue. Poi, venduta dalle forze di sicurezza tunisine alle guardie di frontiera libiche, ha subito ulteriori detenzioni, sfruttamento sessuale e nuove forme di tratta. La cage di cui parla ha una localizzazione precisa, come si evince dai report State Trafficking e Women State Trafficking. S.T., cittadino della Costa d’Avorio, era arrivato in Tunisia nell’agosto 2023 dopo aver attraversato Mali, Algeria e Libia. Poco dopo il confine è stato arrestato dalla Guardia Nazionale tunisina in una zona desertica, picchiato con bastoni, cinture e fruste, privato dei suoi effetti personali e infine abbandonato nel deserto insieme a decine di altre persone, con il divieto di rientrare in Tunisia. Due esseri umani del suo gruppo sono morti per le condizioni estreme. Respinto dalle milizie libiche verso il confine tunisino, S.T. è rimasto per circa venti giorni nella zona militarizzata di Ras Jedir, senza accesso adeguato ad acqua, cibo o cure. S.D., cittadino della Guinea Conakry, nel luglio 2024 ha tentato la traversata con un gruppo di 46 persone. Dopo cinque giorni in mare senza soccorsi, l’imbarcazione è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina. Sbarcato a Sfax, ha subito violenze fisiche e la confisca dei propri effetti, poi è stato trasferito lo stesso giorno in una zona desertica al confine libico. Qui, è rimasto detenuto per tredici giorni in condizioni degradanti, testimone di stupri commessi sulle donne detenute alla presenza delle altre persone migranti. Al termine della detenzione il gruppo è stato venduto a trafficanti libici. Imprigionato dopo la vendita nella prigione di Al-Assah in Libia, è stato liberato previo pagamento di un riscatto di 700 euro da parte della famiglia. A. è un cittadino della Sierra Leone. Con lui e il suo ricorso viene restituita in modo crudo la grammatica delle intercettazioni in mare lungo questa rotta. Il 5 aprile 2024, mentre era a bordo di un’imbarcazione partita da Sfax con altre 42 persone, comprese donne incinte e bambini, la Guardia Nazionale tunisina ha lanciato lacrimogeni verso la barca e poi effettuato manovre per bloccarne la corsa, fino a urtarla con una motovedetta e provocarne l’affondamento. Sono annegati in molti, tra cui donne e bambini. A. è sopravvissuto nuotando a lungo prima di essere recuperato. Riportato a terra a Sfax, è stato ammanettato, picchiato, derubato e insultato insieme agli altri sopravvissuti. Con loro, è stato trasportato con la forza in un’area desertica al confine libico e abbandonato senza acqua né cibo. Alcuni dei suoi compagni sono morti durante la notte. Il giorno dopo il gruppo è stato intercettato da uomini armati e condotto in un centro di detenzione in Libia. Una sequenza chiara, ripetuta: mare, violenza, cattura, deserto, confine, detenzione. E poi vendita, acquisto, detenzione ancora. E ancora e sempre violenza. Chi segue questa rotta da anni la riconosce come strutturale e perfettamente “oliata”. Una sequenza che non ha nulla di eccezionale perché la stessa gabbia nel deserto sotto un traliccio elettrico, la stessa zona di Ras Jedir, la stessa vendita alle guardie di frontiera libiche appaiono, con variazioni minime, in tre casi su quattro. E fanno ugualmente parte delle testimonianze dei già citati rapporti. Davanti alla Corte, i quattro ricorrenti contestano alla Tunisia la violazione di diritti sanciti dalla Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli e, nel caso di L., anche dal Protocollo di Maputo sui diritti delle donne in Africa 3. In tutti e quattro i casi si chiede alla Corte di accertare la responsabilità internazionale della Tunisia, disporre un risarcimento integrale dei danni, imporre misure strutturali contro il ripetersi delle violazioni e istituire un meccanismo di monitoraggio dell’attuazione della futura decisione. La procedura non è coercitiva, ma non per questo è priva di valore perché, a seguito di una condanna, lo Stato considerato colpevole deve presentare relazioni periodiche sulle riforme attuate o sul perseguimento dei responsabili. Ma il valore di questa iniziativa sta anche altrove: nell’attivare un meccanismo di consapevolezza a livello di Unione Africana, nella speranza che possa sollecitare iniziative diplomatiche da parte degli Stati di origine dei ricorrenti e, soprattutto, nelle ricadute possibili sul piano europeo. La Tunisia effettua le intercettazioni in mare e gli abbandoni nel deserto grazie ai mezzi, alle unità navali e pickup forniti dall’Unione europea. Difficile, in questo modo, separare la cooperazione Ue-Tunisia dalle violazioni documentate. L’avvocato Masera sottolinea anche che «il ruolo dell’Unione Europea è enorme… La Guardia Costiera tunisina, così come la Guardia Costiera libica, si regge sui fondi, sugli strumenti, sulle dotazioni fornite dall’Unione Europea. Qualche giorno fa, sono ricorsi i tre anni dal memorandum d’accordo UE-Tunisia che è a fondamento delle capacità operative della Tunisia. Ora: se si arrivasse a una decisione della Corte africana che stabilisse la violazione dei diritti dei migranti, questo, giuridicamente, non avrebbe degli effetti immediati nel togliere la legittimità del memorandum, però potrebbe essere un elemento politico forte». E lo sarebbe anche nei confronti degli stati africani e dell’Unione africana. Sul fronte libico, il nodo è già arrivato in sede penale: sono stati depositati ricorsi alla Corte Penale Internazionale per la complicità di autorità italiane, di altri Stati europei e delle stesse istituzioni dell’Unione nei crimini contro l’umanità commessi in Libia. Un terreno che, se percorso fino in fondo, potrebbe aprire la strada a un’analoga contestazione della responsabilità europea rispetto alla Tunisia. Certo, il precedente libico invita alla cautela. Le violazioni documentate in Libia non hanno prodotto alcuna revisione della cooperazione tra Ue e questo paese. Gli accordi sono stati rinnovati. Nulla garantisce che l’esito sarà diverso per la Tunisia. Masera non nasconde il pessimismo: «Che cosa succede in Tunisia è ormai chiarissimo da molto tempo e il Parlamento europeo non si è mosso di un millimetro». Basti pensare che il 17 giugno la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato la consegna imminente di altre tre navi di ricerca e soccorso a Tunisi. Nel frattempo, il calo degli arrivi dalla sponda sud del Mediterraneo centrale continua a essere narrato come un successo delle politiche di contenimento: secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, dal 1° gennaio al 16 luglio di quest’anno sono approdate 15.391 persone, contro le oltre 30mila registrate nello stesso periodo del 2024 4. Come sempre, i numeri non raccontano chi sia rimasto dall’altra parte del central Med, né come sia stato bloccato, respinto, venduto, comprato e costantemente privato dei propri diritti. Tuttavia, come Luca Masera invita a riflettere, un’eventuale condanna da parte della Corte Africana renderebbe sensibilmente complicato l’inserimento della Tunisia nella lista di paesi terzi “sicuri” come impone il Patto Ue su Migrazione e Asilo. «Da un punto di vista formale è ovvio che non c’è una diretta e immediata conseguenza, cioè la condanna da parte della Corte africana, automaticamente non ha come effetto l’eliminazione della Tunisia dalla lista dei paesi sicuri, tuttavia ne permette la contestazione di fronte alla Corte di giustizia dell’UE. E questo è un passaggio importante: quindi non è una valutazione puramente e arbitrariamente politica che permette di nominare come sicuro qualsiasi paese. C’è comunque un vaglio giudiziario. Ecco, di fronte ad un vaglio giudiziario, la presenza di un’eventuale condanna della Corte africana avrebbe un peso estremamente importante. Innanzitutto, perché tendenzialmente le Corti dei diritti dell’uomo tendono a riconoscere reciprocamente le proprie decisioni. Quindi se ci troviamo di fronte a una sentenza della Corte africana che dice non è un paese sicuro la Tunisia, i giudici di Strasburgo devono prendere in considerazione quella decisione importante. Quindi, sia pure indirettamente e con meccanismi faticosi, una decisione del genere potrebbe avere un impatto sulla qualificazione della Tunisia come paese sicuro», sottolinea Masera. E la Tunisia è sempre più lontana dall’essere terra di difesa di libertà e diritti: le organizzazioni che documentano gli abusi o forniscono assistenza legale e umanitaria alle persone migranti operano in un contesto sempre più ostile, segnato da campagne di criminalizzazione e restrizioni amministrative. Nel paese che è stata la culla della Primavera araba, non solo aumentano le violenze contro chi migra, ma anche la pressione su chi cerca di renderle visibili. Forse, questo ricorso alla Corte Africana permetterà di raccontare cosa accade in Tunisia e di eliminare due versioni incompatibili di una stessa storia. Alla domanda su come possano convivere queste due narrazioni, Masera risponde senza esitazioni: «Tutte queste violazioni sono punite e vietate da una serie infinita di testi internazionali. Non c’è nessun dubbio che ci siano delle violazioni del diritto internazionale. Il problema è che la nostra politica vuole non vederle. L’idea che si concludano degli accordi con la Libia e con soggetti, parti di milizie, sottoposti a procedimento davanti alla Corte Penale Internazionale è una cosa incredibile. Noi l’abbiamo scritto: si tratta di una forma di concorso in un’associazione a delinquere finalizzata alla commissione di crimini contro l’umanità. Quindi si tratta di un dato che, anche giuridicamente è guardabile in termini gravissimi. Ma è ovvio che il dato su cui poi noi tutti insistiamo di più è far passare nell’opinione pubblica l’insostenibilità di questa posizione, cioè l’idea di dire “noi collaboriamo, noi forniamo le armi a delle milizie, a delle strutture – anche statali – che sappiamo ormai da decenni essere sostanzialmente delle bande di torturatori e di estorsori». 1. Tratta, provocato naufragio, abbandono nel deserto: La Tunisia di fronte alla Corte Africana per i Diritti Umani e dei Popoli – ASGI, 30.06.2026 ↩︎ 2. Anno del Memorandum d’intesa anti-flussi firmato con l’Unione europea ↩︎ 3. Protocol to the African Charter on Human and Peoples’ Rights on the Rights of Women in Africa ↩︎ 4. Cruscotto statistico giornaliero 16-07-2026 – Ministero dell’Interno ↩︎
La CPI avvia uno storico processo sui crimini contro l’umanità nel sistema detentivo libico
La decisione della Corte penale internazionale (CPI) di confermare il 16 luglio tutti i 17 capi d’imputazione a carico di Khaled Mohamed Ali El Hishri e di rinviare il caso a giudizio segna una svolta storica per i sopravvissuti dei crimini commessi nel carcere di Mitiga e per la giustizia in Libia. È il primo processo che scaturisce dall’indagine della CPI sulla Libia da quando, nel 2011, la situazione è stata deferita alla Corte. La decisione riconosce la gravità e l’ampiezza dei presunti crimini commessi contro detenuti libici e non libici, tra cui persone migranti e rifugiate, e avvicina i sopravvissuti all’accesso alla giustizia, alla verità e alla riparazione. Approfondimenti DA MITIGA ALL’AJA: ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE LE UDIENZE CONTRO EL HISHRI, PARI GRADO DI ALMASRI Mediterranea e Refugees in Libya: «Sotto processo è il sistema Libia» Redazione 21 Maggio 2026 «La mia più grande gioia e soddisfazione nascono dal fatto di aver continuato a riporre fiducia nella CPI perché affermasse la verità e la giustizia in mio nome», ha dichiarato David Yambio, fondatore e direttore esecutivo dell’organizzazione guidata da sopravvissuti Refugees in Libya. «Quella fiducia si è accompagnata a un impegno incrollabile, di fronte al trauma mentale, fisico e psicologico che ho dovuto rivivere più e più volte. E se da un lato la mia fiducia nella Corte non viene meno, dall’altro spero che tutto questo non si fermi a El Hishri, ma arrivi a chiamare in causa anche le responsabilità degli attori europei». La Camera preliminare ha ritenuto sussistenti motivi sostanziali per credere che El Hishri sia responsabile di 17 capi di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui imprigionamento, oltraggi alla dignità personale, tortura, stupro, omicidio, riduzione in schiavitù e persecuzione. Figura di vertice di una potente milizia libica di Tripoli, già nota come SDF/RADA e collegata al Consiglio presidenziale libico, El Hishri avrebbe esercitato un’autorità generale sul carcere di Mitiga e un controllo diretto sulla sezione femminile. Particolarmente significativa è la conferma dei capi d’imputazione di riduzione in schiavitù e persecuzione. Con un’applicazione innovativa dell’approccio intersezionale, la Camera ha riconosciuto che i crimini contestati hanno colpito le persone detenute in modo differente a seconda di fattori che si sovrappongono. Ha rilevato, in particolare, che le persone migranti nere sono state ridotte in schiavitù e perseguitate per l’effetto combinato della loro nazionalità, etnia e condizione migratoria, anche attraverso il lavoro forzato su base razziale e altre forme di sfruttamento e abuso. Si tratta di un importante riconoscimento delle esperienze specifiche vissute da persone migranti e rifugiate. «È un risultato straordinario per i sopravvissuti, che continuano a battersi perché venga riconosciuta la realtà di Mitiga in tutta la sua portata, in particolare la riduzione in schiavitù e la persecuzione di migranti e rifugiati», ha affermato Allison West, consulente legale di ECCHR. «L’accertamento delle responsabilità non può fermarsi ai muri del carcere di Mitiga. Il Procuratore deve ora indagare sul sistema più ampio che ha portato le persone in detenzione e ne ha garantito il funzionamento, compreso il ruolo e la possibile responsabilità penale dei decisori politici dell’UE e degli Stati membri». Insieme a Refugees in Libya, ECCHR sostiene la partecipazione al procedimento dei sopravvissuti che si trovano in Europa, in Libia e in altri Paesi africani, in particolare persone nere. La decisione di andare a processo è un forte riconoscimento dell’importanza delle loro testimonianze, ascoltate e documentate. La Corte deve ora considerare prioritario garantire alle vittime informazioni tempestive e accessibili, oltre a una rappresentanza legale indipendente e da loro scelta, così che possano partecipare in modo sicuro e sostanziale. El Hishri resta comunque solo uno degli autori all’interno di un sistema molto più vasto di detenzione arbitraria, sfruttamento e abusi. I mandati d’arresto pendenti devono essere rispettati dagli Stati parte della CPI e dalle autorità libiche, compreso quello nei confronti di Osama Elmasry Njeem, conosciuto come Almasri: la condanna attualmente emessa nei suoi confronti in Libia non fa venir meno l’obbligo delle autorità di cooperare con la Corte e di consegnarlo alla CPI perché si avvii un ulteriore procedimento. Le testimonianze dei sopravvissuti depositate nel caso El Hishri raccontano anche di come siano stati catturati in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica prima di essere condotti nel carcere di Mitiga. Altri hanno spiegato di essere stati trasferiti da o verso i centri di detenzione finanziati dall’UE. L’indagine, della CPI sulla Libia, sottolinea ECCHR, deve essere estesa fino a comprendere l’intera gamma dei crimini commessi nel Paese, incluso il ruolo e la responsabilità giuridica di funzionari dell’UE e degli Stati membri. Questa decisione, prosegue l’organizzazione, arriva mentre in Libia si intensifica la campagna contro le persone migranti e rifugiate nere, fatta di raid violenti e attacchi di massa, e mentre l’UE rafforza la cooperazione con le autorità libiche nel tentativo di impedire alle persone migranti di raggiungere l’Europa. Arriva anche in un momento di pressione politica senza precedenti sulla CPI e di rinnovati tentativi di ostacolarne il lavoro. Portare a processo il primo caso libico della Corte dimostra perché una giustizia internazionale indipendente resti indispensabile. Sulla decisione è intervenuta anche Mediterranea Saving Humans, che in questi anni ha raccolto le testimonianze delle sopravvissute e dei sopravvissuti e contrastato la narrazione di una Libia «porto sicuro». Per l’organizzazione si tratta di «un primo, fondamentale passo verso la giustizia»: «Mitiga non è stata un’eccezione. È stata uno degli ingranaggi di un sistema di detenzione, violenza e sfruttamento che per anni è stato alimentato anche dalle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere, attraverso il sostegno economico, logistico e politico agli apparati libici incaricati di intercettare e rinchiudere le persone migranti». El Hishri e Almasri, sottolinea l’organizzazione, «sono stati tra i protagonisti di questo sistema di violenza e impunità che ha avuto nel carcere di Mitiga uno dei suoi principali epicentri. Le responsabilità individuali dovranno essere definitivamente accertate nei tribunali. Ma esistono anche responsabilità politiche che non possono continuare a essere ignorate».
Catania e Ortona: due nuove sentenze smontano le accuse contro le navi di soccorso
Prima le accuse e la gogna mediatica, i fermi delle navi, le sanzioni pecuniarie, gli anni di procedimenti. Poi, quando si è costretti a difendersi e ricorrere ai giudici, l’assoluzione senza che le istituzioni ne prendano atto e perlomeno chiedano scusa, dicano “ci siamo sbagliati“. È un copione ormai rituale quello che si è ripetuto questa settimana, quando due tribunali italiani hanno smontato modalità diverse per ostacolare e criminalizzare le organizzazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. A Catania è stato assolto il team di SOS Méditerranée dall’accusa di traffico illecito di rifiuti; a Ortona un giudice ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Humanity 1. Due vicende che sono distinte ma che hanno la stessa logica di fondo: usare strumenti repressivi e accuse pretestuose come arma contro chi soccorre vite in mare. CATANIA: NOVE ANNI DI ACCUSE INVENTATE A distanza di nove anni dall’avvio del procedimento, il Tribunale penale di Catania ha assolto un membro di SOS Méditerranée e gli altri ex componenti dell’equipaggio della nave Aquarius dalle accuse di presunte attività illegali e traffico illecito di rifiuti. Il caso nasce da un’indagine della Procura di Catania sullo smaltimento dei rifiuti prodotti a bordo durante le operazioni dell’Aquarius nel 2017 e nel 2018: gli indumenti delle persone soccorse e i materiali generati dalle attività mediche. La Procura aveva scelto di classificare quegli oggetti come rifiuti sanitari infettivi, da trattare con procedure speciali e costi più elevati, una qualificazione che l’organizzazione ha sempre contestato. Al Viminale sedeva Matteo Salvini, ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio nel governo Conte I, e la sua politica dei porti chiusi, dei decreti sicurezza e di criminalizzazione della solidarietà era nel pieno della sua propaganda mediatica. Il 5 novembre 2018 quella lettura giudiziaria si era già tradotta nella richiesta di sequestro dell’Aquarius, all’epoca gestita da SOS Méditerranée insieme a Medici Senza Frontiere, con l’accusa – rivolta all’allora Coordinatore delle attività SAR – di aver organizzato un traffico illecito di rifiuti per risparmiare denaro, generando un presunto rischio sanitario sul territorio italiano. Una ricostruzione che l’assoluzione ribalta. Per la gestione dei rifiuti, ricorda l’organizzazione, i team hanno sempre seguito procedure standard basate sulle normative vigenti e su regolari contratti con agenti portuali e aziende autorizzate: tutti i materiali sono stati consegnati agli operatori abilitati e destinati allo smaltimento ordinario, senza che a bordo si sia mai verificato alcun rischio per la salute pubblica. L’ONG francese, che ha da poco celebrato 10 anni di attività, ha accolto la decisione con sollievo, pur rivendicando il peso che questi anni hanno scaricato sull’organizzazione e sul suo personale. E ha giustamente letto la vicenda per quello che è: l’ennesimo esempio di come i governi italiani manipolino la legge e strumentalizzino le norme amministrative per ostacolare, intralciare e criminalizzare le attività di salvataggio nel Mediterraneo centrale. ANCORA UNA VOLTA: LA LIBIA NON È UN PORTO SICURO Ph: Sofia Bifulco – SOS Humanity Il tribunale di Ortona – in perfetta continuità con tutte le precedenti decisioni che riguardano il cosiddetto “Decreto Piantedosi” – ha consegnato all’alleanza Justice Fleet un’altra vittoria giudiziaria, stabilendo che il fermo della nave di soccorso Humanity 1 – disposto nel dicembre 2025 – era illegittimo. La sentenza ribadisce quanto già affermato dalle precedenti pronunce dei tribunali: detenere le navi di soccorso per non aver coordinato le operazioni con il centro di coordinamento libico viola il diritto marittimo internazionale, perché è «assolutamente impossibile» considerare la Libia un luogo sicuro, dal momento che le violazioni dei diritti umani nei confronti di rifugiati, richiedenti asilo e migranti proseguono impunemente. Il fermo colpiva la Humanity 1 dopo il soccorso di 160 persone in pericolo: le autorità italiane avevano bloccato la nave perché l’equipaggio non aveva comunicato con il centro di coordinamento dei soccorsi libico. SOS Humanity e Justice Fleet non riconoscono la cosiddetta Guardia Costiera libica come attore legittimo, poiché sono accertati i suoi gravi crimini contro le persone in fuga. «In un’ennesima sentenza, un giudice italiano ha affermato che è illegale imporre a un comandante di comunicare con il centro di coordinamento libico per il soccorso, poiché la Libia non può essere considerata un luogo sicuro per le persone soccorse in mare», spiega Cristina Laura Cecchini, avvocata di SOS Humanity. LE ASSOLUZIONI NON FERMANO PERÒ LA STRATEGIA REPRESSIVA Che le vittorie in tribunale non si traducano automaticamente in un cambio di rotta lo dimostra la cronaca degli stessi giorni. Il 9 luglio è stato emesso un provvedimento di fermo di 45 giorni nei confronti della Trotamar III, gestita da CompassCollective, il cui equipaggio si era rifiutato – anche qui – di comunicare con il centro di coordinamento libico dopo aver soccorso 25 persone. «Il fermo della Trotamar III e la nostra vittoria in tribunale, ottenuta quasi contemporaneamente in un caso analogo, mettono a nudo la posizione giuridica altamente discutibile del governo italiano, che insiste affinché le navi delle ONG comunichino con questi attori libici illegittimi», ha osservato Wasil Schauseil, portavoce di SOS Humanity. «Mentre i tribunali sottolineano le condizioni disumane a cui sono sottoposti migranti e rifugiati in Libia, i governi europei stanno intensificando i propri sforzi per impedire a queste persone di fuggire dal Paese». È qui che la vicenda giudiziaria si salda a quella politica. I documenti pubblicati da Statewatch mostrano che l’UE e i suoi Stati membri continuano ad ampliare la cooperazione in materia migratoria con le autorità libiche pur essendo consapevoli delle condizioni disumane e delle torture nei centri detentivi, dell’ostilità diffusa verso le persone migranti e della repressione delle ONG. Un rapporto del 2025 l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha, infine, documentato la responsabilità europea nelle violazioni sistematiche dei diritti umani in Libia. Catania e Ortona, insomma, raccontano la stessa storia da due angolazioni diverse: da un lato l’accusa costruita a tavolino che si sgretola davanti a un giudice, dall’altro il riconoscimento che il modello di esternalizzazione delle frontiere si regge su un attore criminale che i tribunali stessi giudicano illegittimo. Le assoluzioni alla fine arrivano, ma dopo anni di fango e di costi enormi, con un Paese incattivito che parla di “remigrazione” e uno spostamento verso l’estrema destra di tutta la politica europea. Nel contempo, la macchina spietata della criminalizzazione e dell’esternalizzazione dei confini continua a produrre un mix letale di violenza e morte.
AGGIORNAMENTO DAL CPR TORINESE
In questo inizio estate bollente, il CPR di corso Brunelleschi continua ad essere segnato da violenze contro chi è rinchiuso, così come da momenti di ribellione. E’ in corso il…
June 29, 2026
No CPR torino
Tratta, provocato naufragio, abbandono nel deserto: la Tunisia di fronte alla Corte Africana per i Diritti Umani e dei Popoli
Quattro persone migranti, rappresentate da avvocate e avvocati dell’ASGI e dall’Avv. Ibrahim Belguith, hanno presentato altrettanti ricorsi contro la Tunisia davanti alla Corte Africana per i diritti umani e dei popoli. È la prima volta che questo organo giurisdizionale viene chiamato a pronunciarsi sulle violazioni commesse dalla Tunisia ai danni di persone straniere. Le condotte contestate sono di estrema gravità: detenzione arbitraria, tortura, violazione del diritto alla vita, espulsioni collettive, tratta di esseri umani, discriminazioni razziali e di genere, tra le altre. Le vicende portate all’attenzione della Corte non sono casi isolati, ma emblematiche di pratiche che dal 2023 si fanno sempre più frequenti e documentate. Riguardano migliaia di persone, provenienti per lo più dall’Africa occidentale, che emigrano in Tunisia o la attraversano nel loro viaggio verso l’Europa. I ricorsi descrivono deportazioni e abbandono nel deserto in condizioni estreme, detenzione in gabbie situate in zone militari, la compravendita di persone alle guardie di frontiera libiche in cambio di barili di petrolio, intercettazioni violente in mare che causano la morte per annegamento. Pratiche già ampiamente documentate negli ultimi anni da persone sopravvissute, organizzazioni della società civile e organismi internazionali. Ora si chiede alla Corte Africana di giudicarle alla luce della Carta africana per i diritti dell’uomo e dei popoli, con l’obiettivo di accertare le responsabilità della Tunisia e di contrastare queste gravissime violazioni. L’azione legale ha anche una dimensione politica: le autorità dell’Unione europea e dei suoi Stati membri devono cessare ogni forma di cooperazione con un paese che commette tali violazioni anche grazie ai mezzi materiali e finanziari forniti dall’UE. Le condotte descritte nei ricorsi dimostrano inoltre che la Tunisia non può in alcun modo essere considerata un paese sicuro per le persone migranti, né un luogo di sbarco sicuro per chi viene soccorso in mare. Spetta ora alla Corte riaffermare i diritti garantiti dalla Carta africana e far sì che gli Stati rispondano delle gravi violazioni loro imputabili. Interverranno alla conferenza stampa: * ActionAid * ARCI * ASGI * RRX * Avv. Brahim Belgith * Cecilia Strada, Eurodeputata PD Clicca qui per registrarsi su Zoom MATERIALI UTILI: * Scheda sintetica dei ricorsi presentati Per approfondimenti sulla situazione tunisina è possibile consultare i seguenti rapporti: * NOBODY HEARS YOU WHEN YOU SCREAM – Amnesty International, Giugno 2025 * TORTURE ROADS OMCT | VOL I – II – III – IV * MER INTERROMPUE – Alarm Phone * State Trafficking
La Rotta Balcanica: l’istituzionalizzazione della violenza nella governance europea delle frontiere
CAMILLA DELLA VIDA Ogni giorno, la gestione delle migrazioni lungo la Rotta Balcanica continua a produrre violenze sistemiche che colpiscono le persone in movimento ben oltre il momento dell’attraversamento della frontiera. Migliaia di persone attraversano confini, boschi e campi informali nel tentativo di raggiungere un luogo sicuro, scontrandosi però con un sistema di controllo sempre più violento e militarizzato. In seguito agli arrivi su larga scala del 2015, i Balcani occidentali hanno progressivamente iniziato a funzionare come una zona cuscinetto, finalizzata a contenere e regolare i movimenti migratori prima che raggiungessero gli Stati membri dell’Unione Europea. Più che rimanere un corridoio umanitario temporaneo, la Rotta Balcanica è stata progressivamente incorporata all’interno del più ampio sistema europeo di governance delle frontiere esterne. Personalmente, ho lavorato due mesi in Serbia con l’organizzazione No Name Kitchen e ho avuto la possibilità di raccogliere testimonianze su come la violenza non si limiti al confine fisico, ma continui attraverso procedure arbitrarie, sospensione dei diritti, detenzioni illegali e produzione di irregolarità. Nel mio periodo a Sjenica, dove ho lavorato in un centro diurno che tutti i giorni accoglie i richiedenti asilo del campo, ho avuto la fortuna di conoscere K., un uomo siriano di 33 anni, che ha lasciato la Siria dopo che lui e la sua famiglia sono stati presi di mira dalle autorità locali. Ph: Camilla Della Vida – reception center di Bujanovac La sua storia mostra come la violenza di frontiera assuma l’aspetto di procedure opache, detenzione, precarietà giuridica e continua incertezza. Dopo essere passato dalla Turchia, dove racconta di aver subito discriminazioni a causa delle sue origini armene, è arrivato in Bulgaria attraversando il confine con un parapendio, ferendosi gravemente durante l’atterraggio. Dopo essere stato fermato dalla polizia bulgara, racconta di essere stato picchiato e detenuto per un mese in un centro dove, nonostante avesse chiesto asilo, veniva costantemente interrogato e scoraggiato dal proseguire la procedura. Una volta uscito dal centro, ha camminato fino in Serbia dove poi ha dovuto chiedere assistenza medica a causa di un forte dolore alle ginocchia. Oggi si trova ancora in attesa di una decisione sulla sua domanda d’asilo, lontano dalla sua famiglia e senza sapere quale direzione prenderà la sua vita nei prossimi mesi. Anche R., cittadino pakistano ed ex medico patologo, arrivato in Turchia legalmente con il visto, racconta di anni di detenzione amministrativa e criminalizzazione nel Paese. Dopo aver tentato di raggiungere la Grecia con la moglie incinta, è stato accusato più volte di essere uno smuggler – un trafficante di esseri umani – detenuto per mesi e sottoposto a continui obblighi di firma, pur non essendo mai stato condannato. La sua famiglia è stata progressivamente separata a causa delle politiche migratorie: la moglie e i figli vivono oggi a Cipro in condizioni precarie, mentre lui si trova in Serbia dopo aver attraversato Turchia e Bulgaria a piedi insieme ad altre persone in movimento. «Don’t trust smugglers, come legally, so you will not suffer like me», racconta. Eppure, per molte persone, le vie legali rimangono inaccessibili. Durante la cosiddetta “lunga estate delle migrazioni” del 2015, la Rotta Balcanica operava come un corridoio relativamente aperto che permetteva a un gran numero di migranti e rifugiati di muoversi verso l’Europa occidentale e settentrionale. Questa temporanea apertura è stata rapidamente sostituita da politiche di transito sempre più restrittive. Dopo la Dichiarazione UE-Turchia del 2016, la costruzione di barriere, la chiusura delle frontiere e l’intensificazione delle misure securitarie hanno contribuito al consolidamento di strategie di contenimento lungo la Rotta. Questi sviluppi hanno avuto un ruolo importante nella graduale normalizzazione dei pushback, in quanto l’UE ha iniziato ad affidarsi sempre più ai Paesi dei Balcani occidentali per svolgere funzioni di controllo delle frontiere e gestione delle procedure d’asilo, spostando di fatto parte della governance migratoria al di fuori dei propri confini territoriali formali. Ph: Camilla Della Vida – distribuzione di acqua e cibo Il termine pushback si riferisce generalmente al respingimento informale e illegale di persone oltre frontiera, senza accesso alle procedure d’asilo o alle garanzie legali previste. Tali pratiche rappresentano violazioni del diritto nazionale, europeo e internazionale, inclusi il divieto di espulsioni collettive, il principio di non-refoulement e il diritto di chiedere asilo. Ulteriori pratiche frequentemente documentate, come la detenzione arbitraria, la violenza fisica e le umiliazioni, configurano trattamenti inumani o degradanti e lasciano conseguenze fisiche e psicologiche durature. Quella che inizialmente veniva presentata come una risposta eccezionale si è gradualmente trasformata in una pratica ordinaria, portata avanti dalle autorità di frontiera lungo la Rotta Balcanica, creando un effetto a catena in cui le persone vengono respinte ripetutamente attraverso diversi confini. Piuttosto che impedire efficacemente le migrazioni, queste pratiche costringono spesso le persone a cercare percorsi alternativi e più pericolosi, aumentando il rischio di ferite, traumi e morte. Allo stesso tempo, questi meccanismi contribuiscono alla produzione dell’irregolarità, rendendo le persone migranti più vulnerabili all’esclusione e all’espulsione nel più ampio quadro della governance migratoria. Numerosi report prodotti da organizzazioni internazionali, ONG e reti di monitoraggio hanno documentato il carattere sistematico di queste pratiche. Le testimonianze raccolte dai migranti descrivono frequentemente schemi ricorrenti di espulsioni e violenze, suggerendo che tali pratiche non possano essere comprese come eventi isolati, ma piuttosto come elementi di un più ampio sistema di gestione delle frontiere. La progressiva fortificazione e securitizzazione delle frontiere europee è stata accompagnata da un aumento dei respingimenti violenti nei confronti delle persone in transito, soprattutto dopo il luglio 2016 1. La cosiddetta “Regola degli 8 km”, introdotta dall’Ungheria, autorizzava la polizia a ricondurre oltre il confine chiunque venisse intercettato entro 8 km dalla frontiera. Inoltre, a queste persone veniva impedito di presentare domanda d’asilo, aggirando di fatto le garanzie legali previste 2. Nel 2020 questa pratica è stata duramente condannata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, poiché viola il principio di non-respingimento. Dopo anni di mancato rispetto della sentenza del 2020, nel giugno 2024 la CGUE ha imposto all’Ungheria una multa di 200 milioni di euro e una penalità giornaliera di 1 milione di euro. Nell’aprile 2026, l’importo complessivo dovuto dall’Ungheria è stimato intorno a 800 milioni di euro. Dopo le elezioni dell’aprile 2026, Péter Magyar ha espresso la volontà di fermare le sanzioni quotidiane, senza però manifestare l’intenzione di rispettare maggiormente i diritti umani; al contrario, il nuovo governo sembra intenzionato a mantenere una linea rigida sulle migrazioni e a conservare la barriera di confine. L’esperienza delle persone in movimento lungo la Rotta Balcanica mostra inoltre come la violenza non si manifesti soltanto attraverso i pushback o le violenze fisiche dirette, ma finisca spesso per essere incorporata negli stessi sistemi di asilo e accoglienza. Molte persone, dopo essere state fermate dalla polizia, raccontano di essere state trattenute illegalmente per giorni in garage o strutture informali prima di essere trasferite nei campi, spesso senza accesso ad acqua o cibo. Altre si trovano invece intrappolate nella lentezza delle procedure istituzionali e nell’incertezza costante legata alla propria situazione giuridica. Nel frattempo, la Commissione Libertà Civili del Parlamento Europeo ha raggiunto un accordo sulla proposta della Commissione relativa alle nuove regole sui rimpatri, conosciuta come Return Regulation. Approfondimenti/Regolamenti UE/Confini e frontiere PER LA DESTRA EUROPEA, LA REMIGRAZIONE È INIZIATA Il voto in plenaria conferma l’approvazione del Regolamento Deportazioni del Parlamento UE 14 Aprile 2026 Si tratta di una riforma che contribuisce a delineare una nuova politica europea delle deportazioni, destinata con ogni probabilità a produrre una maggiore criminalizzazione delle persone migranti, raid nelle comunità e la creazione di centri detentivi in paesi extra-UE, definiti dall’UE come “return hubs”. In queste strutture, le persone deportate dal territorio europeo rischiano di essere esposte ad abusi e violazioni dei diritti umani. Le modifiche più recenti riguardanti i cosiddetti “Paesi sicuri” si inseriscono nel più ampio Patto Europeo su Asilo e Migrazione, adottato nel 2024 e che entrerà in vigore a giugno 2026. Uno degli elementi centrali del Patto, l’Asylum Procedure Regulation (APR), punta ad accelerare l’esame delle domande di asilo all’interno dell’UE. Il regolamento introduce una lista comune dei cosiddetti “Paesi di origine sicuri” (Safe Countries of Origin, SCO) e modifica il funzionamento dei “paesi terzi sicuri” (Safe Third Countries, STC) 3. Questi cambiamenti rischiano però di avere conseguenze molto concrete sulla vita delle persone richiedenti asilo. Procedure accelerate e criteri sempre più restrittivi aumentano il rischio di decisioni superficiali o arbitrarie, soprattutto nei confronti di persone che hanno già vissuto esperienze traumatiche. Persone in condizioni di vulnerabilità o appartenenti a gruppi marginalizzati potrebbero essere rimandate in paesi dove la loro sicurezza non è garantita o finire in luoghi in cui diritti e dignità non vengono realmente tutelati. Si tratta di misure che incidono direttamente sulla vita di adulti e bambini già costretti a lasciare le proprie case a causa dell’aumento delle disuguaglianze globali, dei conflitti e delle violenze che popolano il mondo di oggi. Lungo la Rotta Balcanica, la violenza non appare più come un’eccezione, ma come una componente strutturale della governance migratoria europea. Dai pushback alle deportazioni accelerate, fino agli ostacoli nell’accesso all’asilo, emerge un sistema sempre più orientato alla deterrenza e alla criminalizzazione delle persone migranti piuttosto che alla tutela dei loro diritti. 1. “Introduction to Context”, Border Violence Monitoring Network, n.d. ↩︎ 2. “Access to the territory and pushbacks, Asylum Information Database”, 19 Maggio 2026 ↩︎ 3. “What do the latest decisions on “safe countries” and returns mean for people on the move?” – International Rescue Committee (IRC), 9 Marzo 2026 ↩︎
La seconda volta. Ajoké, il mare e la ville morte
31 maggio 2026. È quasi mezzanotte quando Ajoké 1, una testimone del rapporto Women State Trafficking mi scrive per dirmi che l’hanno arrestata. È la seconda volta da quando ha iniziato l’aventure, qualche anno fa. Era partita dalla sua terra d’origine, nell’Africa subsahariana, in fuga da violenze e abusi. Anche in questa occasione, Ajoké è stata intercettata in mare.  La prima volta, ad arrestarla, era stata la Guardia Nazionale Tunisina (GNT), una forza di sicurezza interna, militare, dipendente dal Ministero dell’Interno. Picchiata selvaggiamente, incarcerata nella caserma di El Meguissem. Violentata. Poi trasportata alla frontiera, venduta ai libici, detenuta di nuovo. Violentata ancora. Infine, liberata previo pagamento del riscatto. Approfondimenti LA TRATTA DI STATO DELLE DONNE NERE E MIGRANTI TRA TUNISIA E LIBIA La voce delle sopravvissute e testimoni nella presentazione del rapporto Women State Trafficking al Parlamento Europeo  Nicoletta Alessio 23 Aprile 2026 La seconda volta la storia comincia in modo diverso, perché il porto di partenza non è Sfax, in Tunisia, ma Zuwarah, in Libia. Ajoké è salita su un gommone insieme ad altre persone, ma le hanno bloccate ugualmente. Pare che i prestanti e abili militari della so called Guardia Costiera libica siano usciti subito a prenderli in mare. Sono esperti e veloci, formati ed equipaggiati dai loro colleghi italiani. I militari hanno portato a riva le persone intercettate in mare, poi detenute in un primo hub e trasferite in un carcere libico ben noto, e non solo agli autori del rapporto State Trafficking e Women State Trafficking.  Ajoké è di nuovo detenuta. Conosciamo il seguito di questa seconda detenzione, anche se lei non l’ha ancora vissuto. E anche lei sa già come andrà a finire. Ora che è in prigione, uscirà con il barnamiche, come viene chiamata la negoziazione per l’uscita di un detenuto da un carcere libico. Una trattativa economica. Uscirà perché la sua rete familiare o amicale pagherà il suo riscatto. Oppure sarà venduta a qualcuno che guadagnerà facendole usare il suo corpo. La porterà in qualche bordello, per recuperare i soldi anticipati per il suo acquisto e moltiplicherà i propri guadagni, mettendosi in tasca molto di più di quanto abbia speso per comprarla, obbligandola alla prostituzione. Qualche giorno fa ho saputo che è stata arrestata e avrei preferito non esserne a conoscenza. Confesso di averlo pensato quando ho ricevuto il suo primo messaggio con il video che mi mostrava dove era detenuta insieme agli altri. Me l’ha mandato lei stessa, domenica 31 maggio. In un audio concitato mi racconta che ha nascosto il cellulare e che, per una fortuita casualità, non l’hanno trovato durante la perquisizione. È quasi mezzanotte e il suo audio dice: «La polizia ci ha arrestato di nuovo». Poi, un altro vocale, registrato a voce bassa. Tanto bassa che faccio fatica a sentire. I suoni sono distinti, capisco cosa succede: un pick-up in movimento, col portello posteriore di lamiera che sbatte a ogni sobbalzo sulla strada dissestata. Si sente il rumore dei sassi sotto le ruote, il cemento irregolare. In sottofondo, voci, parole incomprensibili. Un chiacchiericcio. Persone. Li stanno trasportando. Poi, ancora la sua voce: «Ci hanno arrestati mentre stavamo attraversando il mare. Siamo nella macchina. E ora ci stanno portando in prigione».  Un’ora di pausa: poi, di nuovo un video. Questa volta è lei che descrive, mentre filma: «Guarda come siamo» dice la sua voce. Filma due stanze: è l’interno di una casa, vuota, fatta di due piccoli spazi comunicanti. Pareti bianche, il pavimento di mattonelle beige. Non ci sono porte, ma gli infissi sono in legno e la forma è arcuata. Le persone sono ammassate. Alcune sono distese: è lo stesso principio di quando sono in barca, la tobà, con i corpi serrati, incastrati, in un’assurda perfetta armonia di forme concave e convesse. Altre possono solo restare sedute perché non hanno lo spazio di allungare le gambe. C’è qualche bambino. I corpi sono docili. Restano lì, immobili. Si sente la voce di Ajoké mentre filma per qualche secondo: si sente la stanchezza, la disperazione, ma non c’è nessun atto di ribellione. Ancora qualche minuto e ricevo la localizzazione: Zuwarah, accanto al mare. Se ingrandisco la mappa, vedo una specie di costruzione rettangolare, che è proprio sulla costa, quasi sulla spiaggia. LUNEDÌ 1 GIUGNO 2026 Silenzio. Non ho notizie per tutto il giorno. Alle otto di sera, ricevo una foto di un hangar dall’interno. Cemento battuto a terra. Pavimento bagnato in alcuni punti, luce artificiale potente, neon. Materassi di gommapiuma sparsi, di colore verde pallido. La struttura ha la forma di un tunnel. Il tetto curvo che lo richiude è di lamiera ondulata. Il caldo dev’essere soffocante lì dentro. Un’unica porta in metallo e al di sopra una finestra protetta da una griglia. L’unica. Non si esce di lì. Non c’è audio che accompagna, né parole per spiegare. Ma immagino che l’abbiano trasferita in prigione. MARTEDÌ 2 GIUGNO 2026 ORE 15.54 Una foto, sfuocata.  Poi un video. Diciotto secondi. «Siamo molti qui, tanti tanti». Corpi ammassati. Tutte donne, alcune sedute, altre in piedi. Un vociare indistinto di sottofondo. Rimbomba. C’è un unico uomo nella stanza. Hanno separato gli uomini dalle donne. Poi un audio che segue. Concitato, mormorato: «Questa è la prigione. Questa è la prigione». Nell’inquadratura, una ventina di donne visibili, sedute sui materassini, qualche sacco addossato alle pareti. Lo spazio aperto intorno è un vuoto che non dà riparo. La foto è scattata da una soglia, come chi guarda da dietro una porta socchiusa. Forse quella di un unico bagno. Di solito le donne vengono violentate lì.  Prima e ora, ancora Ajoké è una delle testimoni del rapporto Women State Trafficking, quello che documenta come Tunisia e Libia, attraverso i loro apparati di controllo delle frontiere, i loro accordi bilaterali, i finanziamenti ricevuti grazie all’esternalizzazione, siano direttamente implicati nel traffico di esseri umani e in particolare delle donne che tentano di attraversare il corridoio Tunisia-Libia verso il Mediterraneo centrale. I meccanismi che il rapporto descrive sono ancora in funzione e Ajoké, insieme a moltissimi altri, è di nuovo dentro quegli ingranaggi ben oliati. La volta passata, qualche mese fa, aveva ottenuto il suo rilascio in cambio di servizi sessuali in prigione. Uscita, era rimasta bloccata in Libia. A Zawiya si era stabilita in un insediamento informale, un “campo”. Con lei, il figlio di poco più di un anno. Per mantenersi raccoglieva bottiglie di plastica per rivenderle. Non era assistita. Non era protetta. Semplicemente presente, in uno spazio sospeso, che non è né accoglienza né libertà. La sua condizione – visibile, precaria, documentata – non ha attivato nessuna forma di protezione da parte degli Stati che pure finanziano la presenza di organizzazioni umanitarie in Libia e che siedono ai tavoli diplomatici, contribuendo a disegnare le politiche migratorie nel Mediterraneo centrale. INTANTO, FUORI: LA VILLE MORTE Mentre Ajoké è detenuta, gli altri testimoni di Women State Trafficking che si trovano ancora in Libia sono bloccati nei “campi”. Non perché siano stati arrestati – non ancora – ma perché in questi giorni Tripoli – e molte altre città- sono in stato di blocco. I testimoni di Women State Trafficking, con cui siamo ancora in contatto, ne danno l’allerta. Da Tripoli arriva un’espressione sola: la ville morte. La città morta. Significa che le persone nere si nascondono – più del solito, per quanto sia possibile. La popolazione libica è a caccia. Linciaggi liberi. Operati da cittadini, imposti dalla violenza, dalle milizie, dalla paralisi istituzionale. Chi è nei campi non esce, non si muove. Le comunicazioni sono intermittenti. Il monitoraggio diventa impossibile o quasi. La stessa dinamica si sta replicando, in questi stessi giorni, in Tunisia. Anche lì, le possibilità di movimento per le persone black sono ulteriormente ridotte, che siano amministrativamente regolari oppure no. Le reti di supporto sul territorio riferiscono una situazione di pressione crescente: blitz della polizia nelle case abitate da persone migranti, arresti arbitrari. Violenza documentata che circola nelle reti sociali, sotto gli occhi di tutti, tra l’impotenza di chi vorrebbe agire ma non può intervenire e la totale indifferenza di chi ha il potere di farlo. E, come sempre, il silenzio complice dell’Unione europea. Comunicati stampa e appelli WOMEN STATE TRAFFICKING: L’APPELLO DI RR[X] Un appello per trasformare il rapporto di ricerca presentato a Bruxelles il 22 aprile 2026 in un'azione diffusa e collettiva per fermare la tratta di stato 29 Aprile 2026 > La storia di Ajoké mostra diverse cose insieme. Innanzitutto, che la doppia intercettazione – da parte di due diversi apparati statali, in due momenti diversi – non è un’eccezione ma una possibilità strutturale per chi vive in Libia o in Tunisia senza protezione. Chi è stato già fermato, rilasciato e rimasto sul territorio, torna ad essere soggetto agli stessi meccanismi, senza che nulla nel frattempo sia cambiato nella sua condizione di vulnerabilità. Mostra che essere testimone non offre protezione sul campo. Mostra che la povertà estrema non attiva nessun meccanismo di risposta da parte degli Stati che pure finanziano la presenza umanitaria in quei territori e che la visibilità della condizione delle persone razzializzate nere è invisibile anche quando è sotto lo sguardo di tutti.  Rende chiaro, infine, che l’esternalizzazione delle frontiere produce catene di responsabilità che gli Stati finanziatori si rifiutano sistematicamente di riconoscere. La Guardia Nazionale Tunisina e la Guardia Costiera Libica operano con risorse, formazione e copertura politica fornite dall’Unione Europea. L’Italia è in prima linea. Ogni intercettazione, ogni respingimento, ogni trasferimento in detenzione avviene all’interno di un quadro che l’Europa ha contribuito a costruire e che continua a sostenere e a rafforzare. Ajoké è detenuta di nuovo. Gli ultimi messaggi che mi ha mandato risalgono a martedì, due giugno. Una foto mostra due uomini nello spazio all’esterno dell’hangar: un nero e un libico. L’audio racconta che stanno iniziando il barnamiche, l’operazione di negoziazione: il mediatore, nero e della stessa comunità a cui la persona appartiene, con l’accordo delle guardie libiche, fa da intermediario tra il detenuto e il suo mondo esterno, per ottenere il pagamento del riscatto. La seconda foto, scattata dal cortile, mostra uomini in lontananza. L’audio di Ajoké racconta che li stanno picchiando. Da martedì 2 giugno non ho più sue notizie.  Gli altri testimoni di Women State Trafficking sono nei campi in Libia. Altri con cui siamo in contatto sono in Tunisia.  La politica del confine continua a funzionare. La città è morta e insieme a lei la dignità, la vergogna, il rispetto, il diritto. 1. Il nome é ovviamente di fantasia. La prigione in cui è attualmente detenuta è stata resa anonima per questioni di protezione ↩︎
Aurora 2, la nuova nave di Sea-Watch contro i fermi del governo e per la convergenza della società civile in mare e a terra
Aurora 2 entra a far parte della flotta civile di Sea-Watch per contrastare la strategia del governo italiano di ostacolo al soccorso in mare. Simbolo della convergenza delle lotte di mare e di terra, in alleanza con il collettivo di fabbrica ex GKN, porterà permanentemente la bandiera palestinese, manifesto di solidarietà contro genocidio, economia di guerra, sfruttamento, respingimenti e violazioni dei diritti fondamentali. Una nuova nave arriva a rafforzare la flotta civile, in nome dell’unione di forze della società civile in mare e a terra. Si chiama Aurora 2 e insieme alla nave Sea-Watch 5 e ai nostri tre aerei, permetterà a Sea-Watch di continuare a soccorrere le persone abbandonate in mare o respinte verso i Paesi da cui cercano di fuggire. Dal 2015, Sea-Watch ha contribuito al soccorso di oltre 50.000 persone nel Mar Mediterraneo. Aurora 2 è una risposta diretta alla politica del governo italiano, che sin dal suo insediamento ha avuto come priorità quella di ostacolare chi salva vite in mare. Le oltre 40 detenzioni imposte alle navi di soccorso civile dal 2023 le hanno tenute lontane dal Mediterraneo per 900 giorni. La nave gemella, Aurora 1, è stata bloccata cinque volte da provvedimenti del governo italiano, in diverse occasioni annullati dai tribunali competenti. Aurora 2 arriva proprio per contrastare questa strategia: se una delle due navi verrà fermata, l’altra potrà continuare a navigare e salvare vite. Con i suoi 25 nodi di velocità massima, Aurora 2 è una delle navi più veloci della flotta civile nel Mediterraneo centrale, dove ogni secondo può fare la differenza tra la vita e la morte. Nei primi sei mesi del 2026 nel Mediterraneo sono già più di 1.500 le persone morte in mare. “In un Mediterraneo dove le politiche italiane ed europee hanno trasformato il soccorso in mare in una vera e propria ‘caccia all’uomo’, Aurora 2 cercherà di battere sul tempo il sistema di abbandono delle persone in mare da parte delle autorità europee e di complicità nella cattura e nel respingimento in Libia e in Tunisia”, commenta Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch. Aurora 2 arriva alla vigilia dell’approvazione delle disposizioni sul blocco navale, scritte ad hoc per soffocare l’azione della flotta civile e così i diritti di chi rischia la vita in mare. Sea-Watch dedica la sua nuova nave all’unione delle lotte di mare e di terra, in particolare alla lotta contro lo sfruttamento capitalistico portata avanti dal collettivo di fabbrica ex GKN. “Questa convergenza si fonda su un principio semplice e radicale: il mutuo soccorso. Il mutuo soccorso operaio, il soccorso in mare alle persone migranti in fuga attraverso il Mediterraneo, i soccorsi che la Flotilla cerca di portare a Gaza.” commenta Dario Salvetti, portavoce del collettivo di Fabbrica ex-GKN. Sea-Watch dedica il varo di Aurora 2 al popolo palestinese e a tutte le persone oppresse nel Mediterraneo. Per questo abbiamo issato sulla nostra nave la bandiera palestinese, che sventolerà permanentemente sul suo pennone. Per l’alleanza tra Sea-Watch e il Collettivo ex-GKN, la bandiera palestinese a bordo vuole essere un manifesto di convergenza della società civile di mare e di terra e del nostro posizionamento contro il genocidio, contro l’abbandono e il respingimento delle persone nel Mediterraneo, contro l’uso delle tecnologie di guerra per controllare le frontiere, contro l’economia di guerra e di sfruttamento, contro la libertà assoluta di movimento garantita a merci, gas, petrolio, interessi strategici, economici e militari, ma negata alle persone su base razziale. “Vogliamo che questa nave sia simbolo concreto della convergenza di lotte, un ponte tra mare e terra in un tempo in cui la società civile deve compattarsi su tutti i fronti, per testimoniare, opporsi e resistere nel nome del mutuo soccorso, in mare e a terra. “ chiosano Linardi e Salvetti.   Sea Watch
June 4, 2026
Pressenza