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Voices from the border: Ceuta e Melilla – 2° episodio
Ceuta e Melilla sono tornate al centro delle attenzioni europee e internazionali la scorsa estate, dopo che migliaia di persone hanno attraversato la frontiera dal Marocco a fine luglio. È l’ennesima “crisi” di questo confine, che rappresenta l’unico di terra tra Marocco e Unione Europea. La prima, però, dall’applicazione del nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo. La risposta dell’Europa a queste “crisi” continua a essere la stessa: inviare militari e polizia,  spostare i confini sempre più lontano, pagare altri Stati per bloccare le persone e chiamarlo “controllo”. Ma queste politiche non fermano le migrazioni: aumentano i rischi e moltiplicano la violenza. Sostieni Melting Pot ABBIAMO UN OBIETTIVO: 2.667 PERSONE CHE CI SOSTENGONO CON 12 € È così che possiamo continuare a fare informazione libera, accessibile e indipendente. Ci sei anche tu? Sostieni ora → Con le politiche di esternalizzazione delle frontiere europee, le migrazioni sono gestite come questioni di sicurezza nella negoziazione tra gli Stati e le persone vengono strumentalizzate e sacrificate come una leva diplomatica nel loro braccio di ferro. È uno degli effetti più perversi dell’esternalizzazione europea: delegare ad altri Paesi il controllo dei movimenti umani significa rendersi ancora più vulnerabili a quegli stessi movimenti. Il Nuovo Patto su Migrazione e Asilo dell’Unione Europea porta ancora più risorse e centralità al controllo rigido e violento delle frontiere esterne, per impedire alle persone di entrare e respingere i sopravvissuti. Come Melting Pot Europa, siamo state a Ceuta e Melilla nell’aprile 2026, prima dei fatti quest’estate. Abbiamo ripercorso la storia di una frontiera che da oltre vent’anni continua ad uccidere. Una frontiera di cui si parla raramente. E quando accade, è quasi sempre nel linguaggio di un’emergenza: una narrazione che si ripete identica negli anni, fatta di immagini di “assalti”, che riproducono la percezione di un assedio permanente e di una vera e propria invasione. Attraverso l’ascolto di chi, ogni giorno, si fa strada attraverso il filo spinato e lotta tra le crepe della Fortezza Europa, cerchiamo di rispondere ad alcune domande centrali: come si sono create le condizioni che hanno portato agli attraversamenti di massa di questa estate? Che cosa spinge davvero così tante persone a partire? E soprattutto, che cosa succede in questi territori durante il resto dell’anno, quando i media hanno già distolto lo sguardo? Nel secondo episodio, vi portiamo in Marocco, a Tétouan e Martil, due città vicine al confine con Ceuta e fortemente interessate dai movimenti migratori verso l’enclave spagnola.  IN QUESTO EPISODIO ASCOLTERETE: * Serge Aime Guemou, presidente del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco, un’associazione nata nel 2005 nella foreste di Belyounech, dopo un tentativo di attraversamento collettivo della frontiera da parte delle diverse comunità migranti che l’abitavano, represso con estrema violenza dalle autorità marocchine e spagnole. * Dounia Mseffer, presidente della Rete Marocchina dei Giornalisti di Migrazioni. che ci ha parlato delle campagne di regolarizzazione delle persone straniere in Marocco avvenuta nel 2014 e nel 2017. La strategia nazionale che inquadrava queste regolarizzazioni oggi mostra limiti evidenti di fronte al fatto che molte persone hanno sempre più problemi a rinnovare i loro documenti. * Achraf Maimoun e Jamila El Abboudi, dell’Associazione Marocchina per i Diritti Umani, sezione di Tétouane, che ci hanno parlato del momento storico e politico che vive il Regno del Marocco oggi; di come motivazioni economiche e politiche coesistono nella scelta di tante persone a partire; soprattutto, dell’impatto negativo della cooperazione europea in materia di sorveglianza ai confini e controllo della mobilità rispetto ai processi di politica interna e sui movimenti che vogliono maggiore partecipazione democratica, diritti civili, politici e il rispetto dei diritti umani in Marocco. * Ahmed e Mehdi (nomi di fantasia), due giovani studenti sudanesi arrivati con grande fatica a Ceuta nei primi mesi del 2026, che ci hanno raccontato come e perché hanno attraversato la frontiera, ma anche quello che hanno vissuto durante tutto l’arco del loro viaggio dal Sudan. * Mariam (nome di fantasia), una giovane lavoratrice originaria della Costa d’Avorio, che vive in Marocco e ci ha raccontato delle grandi difficoltà che vivono le persone nero-africane in Marocco e in particolare le donne impiegate nel lavoro domestico. Le interviste di Radio Melting Pot Voices from the border: Ceuta e Melilla – 2° episodio Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:40:42 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:40:42 | Registrato il 22 Ottobre 2026 Hanno partecipato agli episodi: * Serge Aime Guemou, presidente del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco; * Dounia Mseffer, presidente della Rete Marocchina dei Giornalisti di Migrazioni; * Achraf Maimoun, presidente della sezione di Tetouan e coordinatore della Commissione; Centrale per la Migrazione e l’Asilo dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani; * Jamila El Aboudi, membro del comitato amministrativo nazionale dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani e volontaria della sua sezione di Tétouane; * Fernando Moreno, volontario dell’associazione Espuntes de Primavera a Melilla;Antonio Sampere, fotoreporter di Ceuta; * Francesca, attivista e coordinatrice di No Name Kitchen a Ceuta; * Ikram, operatrice sociale e attivista di Solidary Wheel; * Ahmed, Mehdi, Abdullah, Nazim, Mariam, nomi di fantasia per mantenere l’anonimato di chi ha prestato la propria storia per denunciare quanto vissuto dalle persone migranti al confine tra il Marocco e le enclavi spagnole. In redazione: Nicoletta Alessio, Federica Toninello, Ludovica Alberti e Fabrizia Elena Savini. Voce narrante: Nicoletta Alessio. Voci e doppiaggio: Micol Bottacin, Davide Salvadori, Marco Sirotti, Luca Ramello, Riccardo Bigi, Luca Cuzzato, Lisa Giacon, Aurèlie Elisa Morra, Lorenzo Mazzotta, Na Haby Stella Faye, Stefane Ngiombe, Ludovico Carofano, Matteo Parola, Emanuele Lepore. Le musiche e gli effetti sonori utilizzati sono distribuiti su licenza Envato Elements e appartengono ai rispettivi autori (licenza commerciale). Reportage e inchieste/Confini e frontiere VOICES FROM THE BORDER: CEUTA E MELILLA – 1° EPISODIO Un podcast realizzato nell’ambito del progetto “Voices from the border: anti-racist and solidarity network” 15 Ottobre 2026 -------------------------------------------------------------------------------- Questo progetto è finanziato nell’ambito del progetto TACKLE, finanziato dalla Commissione europea (Riferimento: EuropeAid/173998/DH/ACT/Multi) e attuato daAvocats Sans Frontières, un’organizzazione non governativa, in collaborazione con Alternatives Européennes, ENCLE (European Network for Clinical Legal Education), CLEDU (Legal Clinic for Human Rights), Associazione IUC (International University College) di Torino, Associazione DiFro (Diritti di Frontiera APS) – Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, APDHA (Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía), UAF (Action de l’Union Féministe de Tanger), Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES), Università degli Studi di Palermo – Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi Roma Tre, Sciences Po – Ecole de Droit, Université Libre de Bruxelles – Equality Law Clinic, Amsterdam Law Clinics dell’Università di Amsterdam. Il contenuto è di esclusiva responsabilità di Melting Pot Odv e S-Com e non può in alcun caso essere considerato come espressione della posizione dell’Unione europea.
Voices from the border: Ceuta e Melilla – 1° episodio
Il 26 luglio 2026, Ceuta è tornata al centro delle attenzioni mediatiche spagnole ed europee per l’arrivo non autorizzato di circa 60 mila persone in sole 24 ore. La maggior parte sono giunte via mare, dopo aver nuotato per molte ore consecutive. In centinaia hanno provato anche la via di terra, accampandosi nella foresta, scavalcando le recinzioni e il filo spinato.  Anche a Beni Nsar, nella provincia di Nador al confine con Melilla, sono migliaia le persone accorse alla frontiera nella speranza di riuscire a passare. Già nella notte del 31 luglio Border Resistance ha pubblicato sui social video di agenti marocchini che sparavano ad altezza uomo nelle strade della città per cacciare via le persone dai pressi della frontiera. Come si sono create le condizioni favorevoli all’esodo di questa estate? E cosa spinge davvero così tanti a partire? E, soprattutto, cosa succede in questi territori durante il resto dell’anno, quando nessuno guarda? Come Melting Pot Europa, siamo state a Ceuta e Melilla nell’aprile 2026, prima dell’attraversamento di massa di quest’estate. Abbiamo ripercorso la storia di una frontiera che da oltre vent’anni continua ad uccidere. Una frontiera di cui si parla raramente. E quando accade, è quasi sempre nel linguaggio di un’emergenza: una narrazione che si ripete identica negli anni, fatta di immagini di “assalti”, che riproducono la percezione di un assedio permanente e di una vera e propria invasione.  Racconteremo il nostro viaggio in due episodi: un viaggio all’ascolto di chi, ogni giorno, si fa strada attraverso il filo spinato e lotta tra le crepe della Fortezza Europa. Quello di attiviste, giornaliste, operatrici sociali, ma soprattutto persone migranti e candidate alla migrazione.  IN QUESTO EPISODIO ASCOLTERETE: * Antonio Sampere, fotoreporter e residente di Ceuta, che ci ha descritto come funziona il pattugliamento congiunto di guardia civile spagnola e forze ausiliare marocchine alla frontiera terrestre di Ceuta. * Francesca, attivista e coordinatrice di No Name Kitchen a Ceuta, un’associazione impegnata nel supporto umanitario e nell’accompagnamento sociale e giuridico delle persone migranti nella cittadella. * Ikram, operatrice sociale e attivista di Solidary Wheel, che si occupa del sostegno socio-giuridico delle persone in arrivo nell’enclave spagnole di Melilla. * Abdullah e Nazim (nomi di fantasia), due giovani lavoratori marocchini della città di Tétouane, che ci hanno raccontato come e perché hanno attraversato la frontiera nel 2021 e soprattutto le pratiche di respingimento che hanno subito da parte della Guardia Civile Spagnola e degli agenti marocchini. Le interviste di Radio Melting Pot Voices from the border: Ceuta e Melilla – 1° episodio  Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:33:22 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:33:22 | Registrato il 15 Ottobre 2026 Hanno partecipato agli episodi: * Serge Aime Guemou, presidente del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco; * Dounia Mseffer, presidente della Rete Marocchina dei Giornalisti di Migrazioni; * Achraf Maimoun, presidente della sezione di Tetouan e coordinatore della Commissione; Centrale per la Migrazione e l’Asilo dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani; * Jamila El Aboudi, membro del comitato amministrativo nazionale dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani e volontaria della sua sezione di Tétouane; * Fernando Moreno, volontario dell’associazione Espuntes de Primavera a Melilla;Antonio Sampere, fotoreporter di Ceuta; * Francesca, attivista e coordinatrice di No Name Kitchen a Ceuta; * Ikram, operatrice sociale e attivista di Solidary Wheel; * Ahmed, Mehdi, Abdullah, Nazim, Mariam, nomi di fantasia per mantenere l’anonimato di chi ha prestato la propria storia per denunciare quanto vissuto dalle persone migranti al confine tra il Marocco e le enclavi spagnole. In redazione: Nicoletta Alessio, Federica Toninello, Ludovica Alberti e Fabrizia Elena Savini. Voce narrante: Nicoletta Alessio. Voci e doppiaggio: Micol Bottacin, Davide Salvadori, Marco Sirotti, Luca Ramello, Riccardo Bigi, Luca Cuzzato, Lisa Giacon, Aurèlie Elisa Morra, Lorenzo Mazzotta, Na Haby Stella Faye, Stefane Ngiombe, Ludovico Carofano, Matteo Parola, Emanuele Lepore. Le musiche e gli effetti sonori utilizzati sono distribuiti su licenza Envato Elements e appartengono ai rispettivi autori (licenza commerciale). --------------------------------------------------------------------------------  Questo progetto è finanziato nell’ambito del progetto TACKLE, finanziato dalla Commissione europea (Riferimento: EuropeAid/173998/DH/ACT/Multi) e attuato da Avocats Sans Frontières, un’organizzazione non governativa, in collaborazione con Alternatives Européennes, ENCLE (European Network for Clinical Legal Education), CLEDU (Legal Clinic for Human Rights), Associazione IUC (International University College) di Torino, Associazione DiFro (Diritti di Frontiera APS) – Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, APDHA (Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía), UAF (Action de l’Union Féministe de Tanger), Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES), Università degli Studi di Palermo – Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi Roma Tre, Sciences Po – Ecole de Droit, Université Libre de Bruxelles – Equality Law Clinic, Amsterdam Law Clinics dell’Università di Amsterdam. Il contenuto del presente documento è di esclusiva responsabilità di Melting Pot Odv e S-Com e non può in alcun caso essere considerato come espressione della posizione dell’Unione europea.
Frontex senza freni
«Nessun potere dev’essere accordato a un’Agenzia senza la possibilità di chiamarla a rispondere delle proprie azioni» – David Yambio, Refugees in Libya. Questo è il messaggio emerso forte e chiaro dalla conferenza di giovedì 1° ottobre al Parlamento Europeo di Bruxelles, dove europarlamentari, ricercatorə, avvocatə e organizzazioni della società civile hanno gettato luce sulla nuova riforma di Frontex, la cui proposta ufficiale è attesa per la fine di ottobre. La riforma prevede un’espansione senza precedenti di fondi, poteri esecutivi ed equipaggiamento tecnico-militare a disposizione dell’Agenzia, senza intervenire sui meccanismi di controllo e responsabilità che associazioni della società civile in tutta Europa chiedono da ormai vent’anni. L’Agenzia è infatti accusata di ostacolare le operazioni di salvataggio in mare (SAR) e di favorire respingimenti illegali, con conseguenze troppo spesso letali per le persone in viaggio sulle rotte balcaniche, nel mar Egeo e nel Mediterraneo centrale. Per comprendere la nuova proposta di riforma di Frontex, bisogna guardare all’evoluzione dell’agenzia negli ultimi 20 anni. Laura Salzano, ricercatrice del Ludwig Boltzmann Institute for Fundamental and Human Rights ha ricostruito la progressiva trasformazione di Frontex: nata nel 2004 come organismo di coordinamento tra gli Stati membri, l’Agenzia ha acquisito nel tempo capacità operative, personale, mezzi propri e poteri sempre più estesi. Il passaggio decisivo è avvenuto con la riforma del 2019, che ha portato alla creazione dello Standing Corps, alla possibilità per Frontex di acquistare direttamente armi, navi e altri equipaggiamenti e a un forte aumento del budget (passato da 6,2 milioni di euro nel 2005 a 1,2 miliardi di euro nel 2026). L’Agenzia può oggi svolgere controlli e attività di sorveglianza alle frontiere, raccogliere e condividere dati e organizzare operazioni di espulsione dai Paesi membri. Con la nuova riforma i finanziamenti all’Agenzia potrebbero raggiungere – tra il 2028 e il 2034 – gli 11 miliardi di euro e il totale dei suoi agenti effettivi potrebbe arrivare alle 30mila unità. A questa crescita dei poteri non corrisponde però un analogo rafforzamento dei meccanismi di controllo. Come ha sottolineato Salzano, Frontex è «la prima agenzia dell’UE con poteri di law enforcement, senza essere un’agenzia di law enforcement»: agisce come un corpo di polizia, senza essere sottoposta agli stessi standard di trasparenza e controllo. Frontex permette e coordina il sistema di respingimenti nel Mar Egeo e nel Mediterraneo Centrale. Nell’Egeo, Francesca Ruzzetta del Legal Centre Lesvos ha descritto un sistema di respingimenti sistematici. Tra il 2020 e il 2023 sono stati documentati oltre 1.000 pushback, che hanno coinvolto più di 27.000 persone. Frontex sarebbe stata direttamente coinvolta in oltre cento casi e a conoscenza di centinaia di altri. Particolarmente significativo è il modo in cui l’Agenzia registra questi episodi: 135 operazioni di pushback risultano infatti classificate nei database interni come “prevenzioni delle partenze dalla Turchia”. In un caso, quasi 200 persone espulse da Creta nell’ottobre 2020 sono state registrate come se l’operazione non fosse mai avvenuta. Anche l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) aveva aperto un’inchiesta evidenziando gravi criticità nella gestione dell’Agenzia e il suo coinvolgimento, anche attraverso omissioni e mancati interventi, nei respingimenti illegali nell’Egeo. La vicenda portò a una profonda crisi di governance di Frontex e, come risultato, Fabrice Leggeri lasciò l’incarico di direttore esecutivo il 29 aprile 2022 (e dal 2024 è diventato europarlamentare con il Rassemblement National). Oggi il suo successore Hans Leijtens cerca di ripulire l’immagine dell’Agenzia attraverso investimenti in una comunicazione “dal volto umanitario” che continua ad infrangersi con la realtà documentata dalle organizzazioni della società civile. Ruzzetta ha infatti ricordato il naufragio della Adriana, nel giugno 2023: tra le 750 persone a bordo, circa 650 morirono. L’aereo di Frontex aveva individuato l’imbarcazione ore prima del naufragio e l’Agenzia aveva offerto ulteriori voli di sorveglianza alle autorità greche. Il SAR fu dichiarato solo 13 ore dopo il primo avvistamento. Nel Mediterraneo centrale, Sea-Watch ha documentato un meccanismo analogo, anche attraverso i Mayday Relay. Il 25 giugno, la nave Aurora dell’ONG tedesca tenta di contattare un aereo di Frontex che ha emesso un Mayday Relay, per ricevere maggiori informazioni utili a svolgere il soccorso in mare. Frontex ha ignorato le comunicazioni e persino l’offerta di mediare le informazioni dell’aereo di pattugliamento di Sea-Watch. Il 30 agosto, un altro Mayday Relay di Frontex viene ascoltato dalla nave di soccorso civile Solidaire, che però non riceve aggiornamenti sulla posizione dell’imbarcazione. Al contrario, la Guardia costiera libica riceve da Frontex le coordinate aggiornate, intercetta le persone a bordo e le riporta in Libia. «Così anche se vediamo un incremento nei Mayday Relay lanciati da Frontex, non vediamo alcun cambiamento sostanziale nel sistema di salvataggio, che rimane un sistema di intercettazioni e morti in mare», ha spiegato Dorothee Krämer di Sea-Watch. Nuovi fondi per nuove tecnologie di sorveglianza e armamenti L’espansione di Frontex significa anche nuovi investimenti in tecnologie sempre più sofisticate per la sorveglianza delle frontiere. Come ha spiegato Mark Akkerman, di Stop Wapenhandel, una parte consistente del bilancio dell’Agenzia viene destinata a «equipaggiamento e servizi per la sicurezza e il controllo delle frontiere» e decine di milioni di euro vengono spesi ogni anno per voli di sorveglianza con aerei e droni, affidati anche a grandi aziende del settore militare.  Un grande punto di contatto tra Frontex e l’industria bellica sono gli “Industry Days”, durante i quali le aziende presentano all’Agenzia, alla Commissione europea ma anche a Paesi membri e sempre più rappresentanti di Paesi partner extra-UE, le proprie “soluzioni” tecnologiche e operative per specifiche “problematiche” e per la sorveglianza delle frontiere. Secondo uno studio di Access Now nel solo 2024 le 10 maggiori compagnie che partecipano a questi incontri, tra cui vi sono Leonardo, Airbus e Thales, hanno investito circa 7,5 milioni di euro in attività di lobbying presso la Commissione europea e specifichə europarlamentari. Questi incontri sono direttamente promossi dalla Commissione europea, che coinvolge le aziende in gruppi consultivi e processi di elaborazione delle politiche europee sulla securizzazione e la sorveglianza delle frontiere. Si crea così un circuito in cui le stesse industrie che traggono profitto dall’espansione della sicurezza delle frontiere vengono sempre più coinvolte nella definizione delle tecnologie e delle politiche che ne alimentano la crescita. «La narrativa che accompagna queste politiche è stata fortemente promossa dall’industria degli armamenti. La percezione della migrazione come una minaccia, come una questione di sicurezza, è direttamente funzionale all’industria» – Mark Akkerman. Tra le tecnologie in sviluppo ci sono anche satelliti, droni e le High-Altitude Platforms (HAPS), piattaforme autonome che volano nella stratosfera anche per 10 o 12 mesi e mirano a colmare il divario tra la sorveglianza tramite satelliti e quella effettuata con aerei e droni. Il giornalista Matthias Monroy di Digit/netzpolitik ha sottolineato come Frontex stia sperimentando questi strumenti insieme a grandi aziende dell’industria militare, tra cui Thales e Airbus, trasformando il Mediterraneo in un vero e proprio laboratorio per la sorveglianza militare. «Al momento i droni di grandi dimensioni non possono sorvolare i confini terrestri, ed è per questo che il mare è diventato un banco di prova per questi velivoli. Nel prossimo futuro comunque li vedremo anche sui confini terrestri. La Germania, infatti, ha già modificato la propria normativa in materia di volo per consentire il passaggio anche ai droni di grandi dimensioni» – Matthias Monroy.  «Solo i giudici possono fermare Frontex» – Iftach Cohen, Front-lex. Le persone sopravvissute a questo sistema mortifero di intercettazioni e respingimenti chiedono giustizia. Iftach Cohen di Front-lex ha raccontato il lavoro di contenzioso strategico iniziato nel 2021 con il primo ricorso contro Frontex presentato per conto di due persone bloccate in Turchia dopo un pushback nell’Egeo. Le prime azioni sono state respinte, anche a causa di requisiti di ammissibilità e standard probatori difficili da soddisfare. Un passaggio fondamentale è arrivato nel dicembre 2025, con la sentenza della Grande Camera della Corte di giustizia dell’Unione europea nel caso Hamoudi v. Frontex, che ha stabilito nuovi criteri sull’onere e sullo standard della prova nei casi di pushback, riconoscendo lo squilibrio strutturale nell’accesso alle evidenze tra l’Agenzia e le persone che ne denunciano le condotte. Per Cohen «tutte le misure volte al controllo democratico, alla trasparenza e alla responsabilità hanno fallito. Frontex è preposta alla sorveglianza delle frontiere e non sarà mai in grado di rispondere adeguatamente alle situazioni di emergenza. Non abbiamo bisogno di una Frontex migliore o di una Frontex riformata, ma abbiamo chiaramente bisogno di porre fine a Frontex». La questione centrale riguarda quindi il rapporto tra potere e responsabilità. Più potere deve sempre equivalere a più responsabilità e meccanismi di bilanciamento democratico. L’evoluzione di Frontex dimostra una tendenza opposta e chiama in causa le scelte delle Istituzioni europee, che in un momento in cui in Europa aumentano le disuguaglianze e diminuiscono risorse e accesso a servizi fondamentali, favoriscono l’industria bellica e privata generando la progressiva militarizzazione dello spazio pubblico europeo. La proposta di riforma arriva dunque come uno schiaffo in faccia alle associazioni animate dalle persone sopravvissute a questo sistema necropolitico e alla società civile nel suo complesso, che dopo anni di denunce e battaglie esige giustizia, trasparenza e soprattutto un uso radicalmente diverso dei fondi pubblici dei contribuenti. Anche per questo la conferenza si conclude con l’appello di attivistə, ricercatorə ed europarlamentari per una mobilitazione diffusa contro la riforma UE che sarà presto discussa a Bruxelles.
Più persone trattenute, meno rimpatri. L’analisi di ActionAid
La politica dei rimpatri viene spesso raccontata attraverso il numero delle persone che dovrebbero lasciare il Paese. Ma quante vengono effettivamente rimpatriate? Per rispondere ActionAid ha realizzato, insieme all’Università di Bari, il report “Espulsioni. Un’analisi della politica di rimpatrio italiana, 2015-2025”, pubblicato insieme all’aggiornamento della piattaforma “Trattenuti”, ricostruendo dieci anni di politiche di rimpatrio attraverso dati, documenti e richieste di accesso civico. Tra il 2015 e il 2025 sono stati emessi circa 302 mila provvedimenti di allontanamento e registrati circa 66 mila rimpatri complessivi: una media aggregata di circa 22 rimpatri ogni 100 provvedimenti. I rimpatri comprendono quelli forzati, le ottemperanze autonome – partenze effettuate autonomamente dalla persona – e i rimpatri volontari assistiti. La distanza tra decisioni e partenze dipende da identificazione, documenti di viaggio e cooperazione con il Paese di destinazione. I Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) sono strutture in cui le persone possono essere trattenute in via amministrativa, in vista dell’esecuzione del rimpatrio. Nel 2025 gli ingressi nei Cpr sono stati 6.835, il dato più alto della serie. Nello stesso anno, dai centri sono stati eseguiti 1.732 rimpatri, il 45,1% in meno rispetto al 2022. Inoltre, quasi due rimpatri forzati su tre sono stati eseguiti senza un precedente trattenimento in un Cpr. L’aumento del numero di persone trattenute non produce quindi automaticamente più rimpatri: il trattenimento non risolve da solo gli ostacoli legati all’identificazione, ai documenti e alla collaborazione tra Stati. La possibilità di eseguire un rimpatrio varia molto in base alla nazionalità e ai rapporti con il Paese di destinazione. Tra il 2018 e il 2024, il rapporto tra rimpatri e provvedimenti di allontanamento ha raggiunto il 54,8% per le persone di nazionalità albanese, mentre è risultato vicino allo zero per persone provenienti, tra gli altri Paesi, da Siria, Afghanistan, Iran e Iraq. Anche i rimpatri forzati si concentrano su pochi Paesi: la Tunisia ha rappresentato circa la metà del totale nel triennio 2022-2024. Il dato evidenzia la dipendenza del sistema dalla cooperazione dei Paesi di origine e di transito: quando questa viene meno, la detenzione non è sufficiente a rendere possibile la partenza. Nel 2025, per ogni rimpatrio eseguito dai Cpr, sono stati impiegati in media circa 148 giorni complessivi di trattenimento delle persone. Il dato non descrive la permanenza di una singola persona, ma il rapporto tra i giorni totali di trattenimento e i rimpatri effettuati dai centri. Siamo davanti ad un costo umano elevato, ma anche ad un costo economico rilevante; tra il 2018 e il 2025 è stata ricostruita una spesa di almeno 217,1 milioni di euro per il sistema dei Cpr. Tra il 2023 e il 2025, la spesa associata a ciascun rimpatrio dai centri è aumentata del 156,5%, mentre i rimpatri sono diminuiti. Il trattenimento dovrebbe essere eccezionale e usato solo quando misure meno coercitive non siano sufficienti, ma per capire se e come il sistema funziona servono dati completi e accessibili. Nel corso della ricerca portata avanti da ActionAid, il Ministero dell’Interno ha fornito i dati aggregati sui rimpatri del 2025, ma non il dettaglio sulle nazionalità. In altri casi, è stato negato l’accesso ai verbali delle visite ispettive nei Cpr. “I Cpr, ha sottolineato Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni di ActionAid, riguardano la nostra democrazia, non solo le persone che loro malgrado vi finiscono senza aver commesso alcun reato”. Il report non si limita a contare i rimpatri: analizza strumenti, risultati, costi e condizioni in cui le persone vengono trattenute. Come vengono gestiti trattenimenti, detenzioni e rimpatri non riguarda solo le persone coinvolte, riguarda tutte e tutti noi e la salute della democrazia in cui viviamo. “Sul piano dell’efficacia, si legge nel report, la capacità italiana di rimpatrio appare segmentata e fragile: lo Stato può aumentare il numero dei provvedimenti adottati, i posti nei Cpr e le risorse destinate all’esecuzione forzata, ma la possibilità di trasformare gli ordini di allontanamento in partenze effettive continua a dipendere soprattutto dalla fragile cooperazione con i Paesi terzi e dall’esistenza di corridoi di rimpatrio funzionanti. Più coercizione, da sola, non produce quindi più capacità di rimpatrio. Ma i dati pongono anche una questione di legittimità. Se la coercizione, e in particolare la detenzione amministrativa, è giustificata perché necessaria a eseguire il rimpatrio, la sua espansione dovrebbe essere accompagnata dalla dimostrazione di un beneficio esecutivo aggiuntivo che non possa essere ottenuto attraverso strumenti meno coercitivi. I dati analizzati non mostrano un simile beneficio e nel 2025 registrano anzi un forte aumento della quantità di detenzione e della spesa associata a ciascun rimpatrio realizzato dai Cpr. La questione non è dunque soltanto quanti rimpatri lo Stato riesca a eseguire, ma quanta coercizione sia realmente necessaria per produrli e se il suo costo materiale e umano sia proporzionato al risultato ottenuto”. Qui per approfondire e per scaricare il report: https://www.actionaid.it/press-area/piu-detenzione-meno-rimpatri-cpr/.  Giovanni Caprio
October 5, 2026
Pressenza
Violenza istituzionale sulla rotta balcanica: la normalizzazione dei respingimenti
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Ca’ Foscari University of Venice Bachelor’s Degree programme in Philosophy, International and Economic Studies Final Thesis INSTITUTIONAL VIOLENCE ALONG THE BALKAN ROUTE: EU BORDER GOVERNANCE AND THE NORMALIZATION OF PUSHBACKS Camilla Della Vida (2025-2026) Scarica l’elaborato (ENG) INTRODUZIONE L’Unione Europea è una comunità fondata su principi inviolabili, come riflesso nei primi tre articoli della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea: la dignità umana (Art. 1), il diritto alla vita (Art. 2) e il diritto all’integrità della persona (Art. 3). Nonostante questi principi fondamentali, l’Unione Europea è diventata sempre più uno spazio in cui la violenza alle frontiere esterne viene trasformata in pratica amministrativa, diventando routinaria e in larga misura invisibile. Negli ultimi anni è emersa una crescente contraddizione tra avanzati sistemi di protezione dei diritti umani e pratiche sistemiche di esclusione alle frontiere. Questa tensione rivela quella che può essere definita una crisi della governance, nella quale le norme giuridiche rimangono formalmente in vigore mentre le pratiche quotidiane ne compromettono l’effettiva applicazione. In un mondo sempre più globalizzato, l’interdipendenza economica, l’instabilità geopolitica e le pressioni ambientali continuano a influenzare i modelli di mobilità umana. La migrazione non dovrebbe pertanto essere interpretata esclusivamente attraverso la lente della gestione delle emergenze, ma piuttosto come una caratteristica strutturale e di lungo periodo delle società contemporanee. Le frontiere rappresentano, di conseguenza, spazi particolarmente significativi per osservare dinamiche politiche e sociali più ampie. Ciò che avviene alle frontiere riflette spesso sviluppi più generali nella governance, nelle politiche di sicurezza e nell’applicazione selettiva dei diritti, rendendo queste aree particolarmente rilevanti per l’analisi. La Rotta Balcanica Occidentale, che ha costituito un importante percorso per migranti e rifugiati provenienti dal Medio Oriente, dall’Asia e dall’Africa e diretti verso l’Unione Europea, è stata progressivamente trasformata in un meccanismo centrale e fortemente securitizzato di gestione della migrazione. A seguito degli arrivi su larga scala del 2015, i Balcani occidentali hanno iniziato a funzionare sempre più come una zona cuscinetto, volta a contenere e regolare i movimenti migratori prima che questi potessero raggiungere gli Stati membri dell’UE. Anziché rimanere un corridoio umanitario temporaneo, la Rotta Balcanica è stata progressivamente incorporata nel più ampio sistema di governance delle frontiere esterne dell’UE. Durante il cosiddetto “lungo estate della migrazione” del 2015, la Rotta Balcanica funzionava come un corridoio relativamente aperto, che consentiva a un numero elevato di migranti e rifugiati di spostarsi verso l’Europa occidentale e settentrionale. Questa temporanea apertura fu rapidamente sostituita da politiche di transito progressivamente più restrittive. In seguito all’EU-Turkey Statement del 2016, la costruzione di recinzioni, la chiusura delle frontiere e l’intensificazione delle misure di sicurezza contribuirono al consolidamento delle strategie di contenimento lungo la rotta. Questi sviluppi svolsero un ruolo importante nella graduale normalizzazione dei pushback, poiché l’UE fece sempre più affidamento sui Paesi dei Balcani occidentali per svolgere funzioni di controllo delle frontiere e gestire le procedure di asilo, trasferendo di fatto parte della governance migratoria oltre i propri confini territoriali formali. Dopo l’attuazione dell’EU-Turkey Statement del 2016, i pushback divennero progressivamente una componente centrale del regime europeo delle frontiere, coinvolgendo sia gli Stati membri dell’UE sia i Paesi di transito (Goldner Lang e Nagy 2021). Il termine “pushback” si riferisce generalmente all’allontanamento informale e illegittimo di individui attraverso le frontiere, senza garantire l’accesso alle procedure di asilo o alle garanzie giuridiche (Moraru 2022). Tali pratiche costituiscono violazioni del diritto nazionale, europeo e internazionale, tra cui il divieto di espulsioni collettive, il principio di non-refoulement e il diritto di chiedere asilo. Ulteriori pratiche frequentemente documentate, quali la detenzione arbitraria, la violenza fisica e l’umiliazione, possono inoltre configurare trattamenti inumani o degradanti e provocare conseguenze fisiche e psicologiche durature. Quello che un tempo veniva presentato come una risposta eccezionale si è progressivamente trasformato in una pratica routinaria esercitata dalle autorità di frontiera lungo la Rotta Balcanica, creando un effetto a catena nel quale gli individui vengono ripetutamente respinti attraverso diverse frontiere. Piuttosto che prevenire efficacemente la migrazione, queste pratiche spesso costringono le persone a cercare rotte alternative e più pericolose, aumentando così il rischio di lesioni, traumi e morte. Allo stesso tempo, tali meccanismi contribuiscono alla produzione dell’irregolarità, rendendo i migranti più vulnerabili all’esclusione e all’allontanamento all’interno del più ampio sistema di governance migratoria. Numerosi rapporti prodotti da organizzazioni internazionali, ONG e reti di monitoraggio hanno documentato il carattere sistematico di tali pratiche lungo la Rotta Balcanica. Le testimonianze raccolte dai migranti descrivono frequentemente schemi ricorrenti di espulsione, violenza e negazione dell’accesso alle procedure di asilo, suggerendo che queste pratiche non possano essere comprese come eventi isolati, ma piuttosto come elementi di un più ampio sistema di gestione delle frontiere. La normalizzazione dei pushback è strettamente collegata alla rappresentazione della migrazione come una minaccia persistente alla sicurezza e come uno stato di crisi permanente. Tale narrazione consente di giustificare misure eccezionali e facilita la sospensione selettiva dei diritti. Di conseguenza, pratiche che contraddicono chiaramente gli standard internazionali in materia di diritti umani possono essere gradualmente normalizzate attraverso il discorso politico, la militarizzazione delle frontiere e la securitizzazione della migrazione, indebolendo infine gli impegni europei in materia di tutela dei diritti fondamentali. Da questa prospettiva, la violenza istituzionale non può essere ridotta al danno fisico diretto, ma emerge anche dalle strutture politiche e amministrative che regolano la mobilità attraverso meccanismi di esclusione. Le narrazioni razzializzate e i discorsi orientati alla sicurezza contribuiscono alla criminalizzazione della migrazione, legittimando pratiche coercitive e rafforzando le asimmetrie di potere esistenti. La nozione di “crisi” svolge un ruolo cruciale in questo processo, poiché evoca urgenza e pericolo, consentendo a misure straordinarie di diventare routine e di essere istituzionalizzate all’interno delle politiche migratorie, soprattutto quando applicate ai migranti privi di autorizzazione. Questa tesi analizza come la gestione della migrazione lungo la Rotta Balcanica Occidentale abbia contribuito all’emergere di un sistema nel quale i pushback e le forme di violenza istituzionale sono diventati pratiche normalizzate, sollevando importanti interrogativi in merito alla responsabilità e all’accountability all’interno della governance europea delle frontiere. Il primo capitolo illustra il quadro giuridico che disciplina le frontiere europee e la tutela dei diritti fondamentali. Il secondo capitolo esamina le diverse forme di violenza e i meccanismi che ne consentono la legittimazione. Il terzo capitolo presenta evidenze empiriche e testimonianze che documentano la violenza istituzionale lungo la Rotta Balcanica e il ruolo del monitoraggio della violenza alle frontiere. La ricerca si basa sulle testimonianze raccolte da migranti giunti attraverso la Rotta Balcanica durante il lavoro sul campo condotto a Trieste, che rappresenta una delle destinazioni finali del percorso verso l’Unione Europea. Ulteriori dati sono stati raccolti attraverso attività di monitoraggio della violenza alle frontiere in Serbia. Questi materiali vengono integrati con l’analisi giuridica e delle politiche pubbliche al fine di esaminare la discrepanza tra i quadri normativi e le pratiche sul terreno. Collocando i pushback all’interno di un sistema più ampio di governance migratoria, questa tesi mira a individuare modelli di responsabilità che vadano oltre i singoli attori o Stati, evidenziando come le lacune nei meccanismi di accountability vengano prodotte e mantenute a livello europeo.
Verbi e declinazioni possibili
di Mauro Armanino Le parole che usiamo raccontano il mondo che stiamo costruendo. Tra armarsi, controllare, respingere e punire, Mauro Armanino riscopre un verbo semplice e radicale: scegliere da che …
September 28, 2026
Osservatorio Repressione
La Humanity 2 bloccata a Lampedusa mentre aumenta il tasso di mortalità nel Mediterraneo
Mentre il governo Meloni festeggia il calo degli sbarchi sulle coste italiane, il 2026 si conferma l’anno più letale nel Mediterraneo centrale da quando esiste una documentazione sistematica. La nuova barca a vela di SOS Humanity è stata fermata a Lampedusa dopo il suo primo soccorso; Mediterranea Saving Humans denuncia un aumento del 150% del tasso di mortalità lungo la rotta. Il 30 agosto 2026 la Humanity 2, la nuova imbarcazione a vela di SOS Humanity, è stata sottoposta a un fermo provvisorio dalle autorità italiane nel porto di Lampedusa. Era rientrata dalla sua prima missione: nei due giorni precedenti l’equipaggio aveva tratto in salvo 71 persone in pericolo nel Mediterraneo centrale. Pochi giorni dopo, il 4 settembre, Mediterranea Saving Humans ha diffuso un comunicato che colloca quel fermo dentro un quadro più ampio, quello di una frontiera che si sposta sempre più lontano e di una rotta che diventa sempre più mortale. La riduzione degli arrivi celebrata dal governo, nella realtà, non racconta la diminuzione delle partenze, ma l’aumento delle morti e degli ostacoli a chi prova a salvare vite in mare. Ph: SOS Humanity Ph: Leon Salner, SOS Humanity IL FERMO DELLA HUMANITY 2 Il primo soccorso è avvenuto il 28 agosto, quando l’equipaggio ha avvistato in acque internazionali al largo della Libia una piccola imbarcazione in vetroresina non idonea alla navigazione, con dodici persone a bordo. Nella notte, mentre navigava verso nord, la Humanity 2 è stata avvicinata da una seconda imbarcazione sovraffollata in difficoltà: in una situazione di pericolo, 59 persone sono state spinte a bordo della barca a vela da soggetti sconosciuti, che hanno poi abbandonato la scena, con alcune persone rimaste ferite durante l’imbarco. Sulla barca di 24 metri l’equipaggio si è trovato a gestire una situazione caotica, informando le autorità competenti non appena l’emergenza è stata messa sotto controllo. All’arrivo nel porto assegnato di Lampedusa, le autorità italiane hanno emesso il provvedimento di fermo per la presunta mancata “comunicazione immediata dell’operazione di soccorso al Centro di coordinamento del soccorso marittimo competente”. Un’accusa infondata che l’organizzazione respinge in pieno: «Le accuse mosse sono scandalose, poiché la Humanity 2 ha agito in ogni momento nel rispetto del diritto internazionale», ha affermato Marie Michel, esperta di politiche di SOS Humanity. «L’equipaggio ha informato le autorità competenti non appena si è assicurato che fosse stato prestato il primo soccorso immediato ai sopravvissuti e che non ci fossero più persone in acqua. Il fermo della Humanity 2 con queste motivazioni assurde dopo la sua primissima missione è un ulteriore segno del tentativo delle autorità italiane di soffocare ogni sforzo di soccorso da parte della società civile». Per il membro dell’equipaggio Ikram Jarmouni il blocco è «una mossa politicamente motivata volta a ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso». E ha un costo diretto, misurabile in vite: «Durante la stessa missione sono state prese a bordo 71 persone in pericolo e sono stati avvistati tre cadaveri che galleggiavano in acqua. […] Queste morti sono il risultato diretto della scelta dei governi europei di impedire a tutti i costi alle persone di raggiungere le coste europee, invece di creare percorsi sicuri. Ogni ora in cui questa nave rimane trattenuta sulla base di accuse illegittime è un’ora in cui non è là fuori in mare, ed è esattamente questo l’obiettivo di questo fermo». SOS Humanity ha annunciato di essere pronta a impugnare la decisione, del resto i tribunali italiani, basandosi sulla normativa internazionale, stanno costantemente dando ragione alle ONG del soccorso civile. «Non accetteremo che l’Unione Europea e i suoi Stati membri lascino morire delle persone e si sottraggano alla responsabilità che il diritto internazionale attribuisce loro di salvare vite umane in mare», ha sottolineato Marie Michel. «Continueremo a garantire che i diritti umani di tutti siano tutelati senza eccezioni: nelle aule di tribunale, nei parlamenti e nelle piazze». UN ANNO DI MORTI IN AUMENTO Dal 14 agosto diverse organizzazioni di ricerca e soccorso hanno rinvenuto complessivamente 30 salme nel corso delle loro operazioni nel Mediterraneo centrale. Il 2026 si è rivelato l’anno più letale nel Mediterraneo centrale secondo i dati di OIM: in media, ogni sei ore una persona muore lungo questa rotta. Il fermo della Humanity 2, inoltre, segue quello di otto navi di soccorso dell’alleanza Justice Fleet bloccate dalle autorità italiane nel solo 2026, un accanimento che aggrava ulteriormente la carenza di capacità di soccorso in mare. > Il “governo più longevo di sempre”, come ama definirlo la Presidente del > Consiglio Meloni, è nella sostanza dei fatti il più mortifero con oltre 10.000 > vite perse – fonte OIM – nel Mediterraneo dall’inizio della legislatura . È su questo scenario di repressione e necropolitica che si inserisce la risposta di Mediterranea Saving Humans al governo Meloni. Tra gennaio e agosto 2026, denuncia l’organizzazione, il tasso di mortalità lungo la rotta del Mediterraneo centrale è aumentato del 150% rispetto allo stesso periodo del 2025. Mentre l’esecutivo si vanta di aver “diminuito gli sbarchi in Italia dell’80%“, crescono i rischi per chi tenta la traversata e continuano i respingimenti verso la Libia: solo nel 2025, oltre 27.000 persone sono state intercettate in mare dalle milizie libiche e riportate indietro, verso un Paese che non può essere considerato un porto sicuro. «Il Governo non ha sconfitto le partenze, ha semplicemente spostato più lontano il confine. E quando il confine si sposta, aumentano le distanze, i rischi e le possibilità che una persona muoia senza che nessuno la veda», ha dichiarato Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans. «Esultare per la diminuzione degli sbarchi significa ignorare deliberatamente ciò che accade prima: le persone che vengono fermate, riportate in Libia, deportate in condizioni terribili o che perdono la vita durante la traversata». Negli ultimi cinque anni la stima è sotto gli occhi di tutti: oltre 10.000 donne, uomini e bambini hanno perso la vita nel Mediterraneo. E’ una strage che prosegue mentre l’Europa investe sempre di più nel controllo delle frontiere esterne e nella collaborazione con Paesi che non garantiscono la tutela dei diritti fondamentali. Il punto riguarda la natura stessa del soccorso. «Vorremmo ricordare al Governo una cosa elementare: il soccorso in mare non è una concessione politica, è un obbligo. E chi viene salvato deve poter sbarcare in un porto sicuro», ha proseguito Marmorale. «Non si può trasformare il numero degli sbarchi in un indicatore di successo se il prezzo di quel risultato è un aumento delle morti e delle persone abbandonate lungo una delle rotte migratorie più letali del mondo». Le due organizzazioni convergono sulla stessa richiesta: canali legali e sicuri d’ingresso, un sistema europeo di ricerca e soccorso adeguato, una politica che metta al centro la vita delle persone. «Se davvero vogliamo mettere fine all’infinita strage nel Mediterraneo, dobbiamo smettere di rendere sempre più difficile e pericoloso l’accesso all’Europa», ha infine concluso Laura Marmorale. «È questo il “successo” che vorremmo poter celebrare: non meno persone che arrivano perché più persone vengono fermate o muoiono, ma meno morti perché nessuno è più costretto a rischiare la vita per cercare sicurezza e futuro». Nel frattempo, la Humanity 2 resta ferma nel porto di Lampedusa. E ogni ora di fermo, come ricorda l’equipaggio, è un’ora in meno passata in mare a cercare chi rischia di non essere visto da nessuno.
Ancora violenze a Ceuta
A un mese dagli arrivi di massa e dai respingimenti di fine luglio, l’emergenza migranti a Ceuta è tutt’altro che risolta. Lo denunciano le ong No Name Kitchen e Border Resistance, che continuano a monitorare la situazione sul campo. Il CETI, il centro di prima accoglienza della città, era già al collasso prima dei nuovi sbarchi. Per svuotare la spiaggia del Trampolín — dove oltre mille persone vivevano accampate in condizioni precarie — le autorità hanno aperto due campi temporanei, a Loma Margarita e all’Embolsamiento. Nel frattempo, le autorità locali chiedono rimpatri di massa verso il Marocco e una maggiore militarizzazione della zona. Sul territorio si registra anche un’escalation di tensione: alcuni residenti hanno più volte bloccato i convogli della Croce Rossa diretti alla spiaggia, impedendo la distribuzione di cibo e acqua; in un episodio a Benítez, una ronda ha dato fuoco agli effetti personali delle persone migranti. Anche l’accesso al diritto d’asilo resta di fatto bloccato: secondo No Name Kitchen mancano canali funzionanti per fissare un appuntamento con l’ufficio competente, rendendo quasi impossibile presentare domanda di protezione internazionale. A complicare il quadro è entrato in vigore, lo scorso giugno, il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che inasprisce le procedure di frontiera e velocizza i rimpatri per chi arriva da Paesi considerati “sicuri” come il Marocco. Le ONG segnalano inoltre condizioni di particolare vulnerabilità per i minori e le persone migranti LGBTQ+. Ne abbiamo parlato con un’avvocata di un gruppo di supporto legale solidale sceso a Ceuta. Per seguire gli aggiornamenti sui social si possono seguire le pagine di No Name Kitchen e Border Resistance. Chi invece volesse scendere sul posto, coordinandosi con compagn* autorganizzat*, può scrivere a: apoyomutuoceuta@riseup.net
August 31, 2026
Radio Blackout - Info
La ratonera del Príncipe. Cronache dalla penombra di Ceuta
A Ceuta la frontiera non finisce con il muro, le pattuglie e il confine di El Tarajal. Si sposta dentro la città, nei quartieri dove migliaia di persone rimangono sospese in un limbo fatto di attesa, sovraffollamento e invisibilità.  Notizie/Confini e frontiere NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 8 Agosto 2026 Nel Príncipe, a pochi chilometri dalla frontiera, centinaia di persone vivono nascoste, dormono negli spazi di fortuna e cercano di sottrarsi a un sistema che continua a controllarne gli spostamenti e a riportarle verso il confine. È il risultato di una politica di frontiera che non si limita a impedire l’ingresso: produce spazi di sospensione, seleziona chi può essere visto e chi deve rimanere invisibile, e trasforma la permanenza stessa in una forma di controllo. 1. LA SPUGNA DI CONFINE Ceuta – El Príncipe Alfonso è la ratonera di Ceuta, il trappolone urbano a un passo dal valico di El Tarajal. In qualsiasi altro luogo dell’exclave, il dispositivo di gestione della frontiera opera secondo una logica vettoriale e prevedibile: pattuglie, cinturamenti di strade, raduni coatti e il cosiddetto “pastoreo” che riaccompagna la massa verso il territorio marocchino nel giro di poche ore. Nel Príncipe, no. La densità dell’abusivismo edilizio, la trama minuta di case autocostruite e una secolare rete informale di solidarietà e commercio oppongono una resistenza passiva alla visibilità dello Stato. Qui il confine è una spugna che assorbe e trattiene. Sotto questa superficie si accumula la pressione di numeri imponenti. La Città Autonoma di Ceuta – un lembo di territorio di appena 18,5 chilometri quadrati – si trova a gestire la presenza stimata di oltre 3.000-4.000 persone bloccate in un limbo giuridico e logistico, entrate a nuoto o via terra lungo le scogliere di Benzú e Tarajal. La dimensione della tragedia sottotraccia emerge dal conteggio drammatico delle croci in mare: il bilancio ufficiale provvisorio parla di almeno 88 corpi recuperati (con stime istituzionali locali che attestano tra 77 e 84 salme repertoriate), mentre le organizzazioni per i diritti umani e le associazioni indipendenti come Caminando Fronteras stimano fino a 130-141 vittime totali compresi i dispersi. PH: Raffaello Rossini 2. LA NORMALITÀ DELL’ANOMALIA In questa penombra stratificata vive Yassin. Viene da Targha, ha la serenità paradossale di chi si trova al centro esatto della tempesta e dorme da dieci giorni nell’abitacolo di un’auto abbandonata. Si è fatto accettare dalla geografia del quartiere con la naturalezza dei sopravvissuti, parla al telefono con i genitori per mostrare la normalità dell’anomalia e circonda di sorrisi il proprio stato di sospensione. I suoi amici mettono in posa i corpi davanti all’obiettivo con la joya immediata e infantile di chi sente di avercela fatta, anche se «farcela», qui, significa soltanto aver guadagnato qualche giorno di latenza prima di essere riassorbiti. L’illusione dell’accoglienza ha però margini strettissimi. Il Centro di Permanenza Temporanea per Immigrati (CETI) della città, progettato per una capienza massima di 512 posti, è crollato sotto un tasso di sovraffollamento che supera il 300%, costringendo le autorità a stipare centinaia di persone in tendopoli di emergenza presso la zona industriale di Tarajal o a lasciarle all’addiaccio. Ancora più critica è la situazione dei Minori Stranieri Non Accompagnati (MENA): la rete d’accoglienza della Città Autonoma di Ceuta registra una presenza di oltre 500 minori a fronte di una capacità ricettiva ordinaria pari a circa 132 posti, costringendo il Governo locale a richiedere l’attivazione dei protocolli nazionali di ripartizione solidale verso le altre Comunità Autonome della penisola. Il bambino che ti prende per mano per accompagnarti da una famiglia seduta fuori dalla porta di casa non sta compiendo un gesto di cortesia: sta attivando la micro-procura di controllo del territorio. L’interrogatorio che ne segue è rapido, pragmatico, privo di affettazione: chi sei, da dove vieni, fai parte di una ONG, hai una telecamera? Poi la raccomandazione che suona come una sentenza sul clima del luogo: «Stai attento, ti potrebbero rapinare». PH: Raffaello Rossini 3. FRATTURE NEL BARRIO Poco distante, un altro ragazzo spagnolo musulmano che masticando qualche parola d’italiano cerca di misurare la presenza dello straniero, esplicita la regola non scritta della convivenza transfrontaliera. Tra il 5 e il 6 agosto, le cronache locali della Jefatura Superior de Policía de Ceuta hanno registrato l’arresto del latitante “Pleita” e l’ingresso all’Hospital Universitario di Loma Colmenar di un trentanovenne ferito da arma bianca al costato, accoltellato da un connazionale al culmine di un litigio per la strada. > «Finché si comportano bene e portano rispetto va bene», dice con una calma > fredda, «ma se esagerano, qui la gente deve farsi sentire». È la frattura interna all’emigrazione stessa. Da una parte la comunità storica del Príncipe – cittadini spagnoli di fede musulmana e lingua darija, incastrati da decenni tra il traffico dell’hachís, un tasso di disoccupazione giovanile locale che le rilevazioni INE (Instituto Nacional de Estadística) attestano costantemente sopra il 60%, e il sospetto perenne delle forces di sicurezza – e dall’altra la nuova marea di connazionali che preme per trovare riparo, portando con sé la disperazione, la fame e il disordine di chi non ha più nulla da perdere. 4. LE GEOMETRIE FATISCENTI DELLA PROTEZIONE Arrampicandosi verso il cuore più alto del barrio, tra cubi di edilizia popolare arancioni, grigi e rossi schiacciati da un caldo atroce, questa tensione sociologica trova una sua inaspettata, rudimentale forma di autogoverno. Sul cemento rovente di un campetto da calcio di quartiere era stato improvvisato un recinto fatto di transenne di plastica rossa, teli stesi alla ben e meglio per schermare il sole e un’infinità di materassi e tappeti appoggiati a terra. Uno spazio nato per proteggere donne e ragazze dai rischi della strada, gestito direttamente dai residenti. L’infrastruttura di questa protezione informale è interamente autofinanziata: tendoni, materassi e i pasti somministrati sono il frutto di una colletta interna promossa dagli abitanti. Un quartiere storicamente marginale che estrae dal proprio tessuto informale una capacità di contenimento che le istituzioni formali non riescono o non vogliono garantire. Tuttavia, il campo è amministrato da persone del barrio con strumenti empirici, una formazione approssimativa e categorie organizzative rigide. Nelle ultime ore sono arrivate altre trecento persone, quasi tutte giovani donne e minori. La capienza informale è exploded, costringendo gli organizzatori a decidere il trasferimento del campo verso un impianto sportivo più grande. Lo sgombero del primo spazio ha rivelato l’estetica della deprivazione urbana del Príncipe: la struttura smontata ha messo a nudo un recinto privo persino delle porte da calcio o di un canestro, recintato da reti di metallo strappate e arrugginite dove giocare significa rischiare a ogni tiro di perdere il pallone per sempre nei burroni del quartiere. Un residente, osservando i volontari caricare le stuoie, commentava con un’amarezza senza sconti: «A Ceuta ci sono diversi campi da calcio moderni e attrezzati; com’è possibile che per fare accoglienza debbano usare il nostro, che cade a pezzi?». PH: Raffaello Rossini 5. IL SOMMERSO, L’IGNORANZA E GLI SGUARDI Oltre le centinaia di presenze tracciabili nel campetto, esiste un secondo livello di invisibilità ancora più profondo: decine di giovanissime sono nascoste all’interno delle case private del barrio. La paura di essere intercettate e riassorbiti dal dispositivo di rimpatrio le spinge a una clausura volontaria nelle stanze buie delle case autocostruite. In questo sottoscala sociale domina un radicale analfabetismo giuridico: sia le minori sia le maggiorenni ignorano completamente i propri diritti, non conoscono le tutele teoricamente offerte dalla Ley de Extranjería per chi è sotto la fascia protetta, né quantificano i rischi reali di espulsione automatica o di trattenimento arbitrario. Attorno al perimetro del recinto la vita adolescenziale scorre alterata da una maturazione precoce. Fuori dalle transenne si calcano gruppi di ragazzi del posto: si creano dinamiche di promiscuità inevitabili, fatte di sguardi insistenti, numeri di telefono scritti sui cartoni, risate lanciate a distanza e tentativi di contatto. In un contesto segnato dalla totale assenza di mediazione professionale, la vulnerabilità delle minori esposte alla minaccia di molestie o violenze di genere rimane una costante latente, sfumata appena dalla presenza sul campo degli operatori di Mujeres en Zona de Conflicto (MZC). Questa ONG spagnola, attiva storicamente nei contesti di frontiera per la prevenzione della tratta e della violenza sulle donne, tenta un’opera di monitoraggio e orientamento, muovendosi con cautela tra la diffidenza dei ragazzi del quartiere e la lentezza della Polizia Nazionale, presente sul posto per raccogliere dati, fotosegnalare e catalogare le minori ai fini del conteggio istituzionale. PH: Raffaello Rossini 6. «IO SONO DI MIA MADRE»: LA VOCE DEL BARRIO L’intreccio tra disillusione, cinismo e una forma di disperata lucidità emerge nelle parole dei giovani che sono cresciuti nelle strade del Príncipe, dove l’infanzia si accorcia fino a sparire. Un ragazzo del posto restituisce la grammatica di questo margine: «I ragazzi fuori hanno troppa pressione addosso, vogliono solo fare i loro giri. Guardati intorno: ci sono tutte le ragazze dentro e tutti i ragazzi fuori che aspettano, guardano, mandano messaggi. Questo mi fa pena. Invece di vederli buttati così, io gli dico “spostati là” e si spostano. E se qualcuno non ascolta, glielo si fa capire con le maniere forti. Sono adolescenti, poco più che bambini. E la gente dall’alto parla di musulmani, marocchini, urla “fuori, fuori!“. Ma sono persone. In che momento abbiamo smesso di essere persone? Io non sono di destra, non sono di sinistra, non sono di Sánchez né del PP. Che cazzo me ne frega? Io sono di mia madre. A me ha cresciuto mia madre, mi ha scaldato il cibo mia madre, esattamente come la tua. Non la Meloni, non i politici. Mia madre, grazie a Dio. Vedi questo documento? È il mio DNI spagnolo, nato qui a Ceuta. È scaduto. E non lo vado a rinnovare. Non me ne importa niente, quando vorrò andare via ci penserò. Se non ti serve, lo tiri via, lo bruci, fai una denuncia e ti dicono che c’è un altro modello. Non mi interessa perché la Spagna a me non dà niente». 7. IL VUOTO ISTITUZIONALE E LE OMBRE SULLE RISORSE Dopo quattro giornate trascorse tra le sterrate del Príncipe, la percezione sul campo è quella di una polveriera a lento rilascio. Tra i vicoli si rincorrono ossessivamente le voci di un imminente sfollamento forzato o di una chiusura ermetica della frontiera di Tarajal, mentre gli agenti addetti ai valichi interpellati liquidano l’ipotesi bollandola come un’assurdità irrealizzabile. La realtà materiale, tuttavia, precipita nell’incuria: nel campo non ci sono docce, né servizi igienici adeguati; la presenza strutturale delle ONG è pressoché inesistente. I membri di Mujeres en Zona de Conflicto esternano una forte preoccupazione per il clima di militarizzazione strisciante: in mattinata perfino reparti dell’Esercito (Ejército de Tierra) si sono spinti fin dentro il quartiere per effettuare una specie di censimento informale. Ahmed, che con immensa fatica e sacrificio cerca di coordinare il campo, rimarca infastidito come l’atteggiamento dei militari sia stato inutilmente muscolare e provocatorio, sottolineando amaramente che se le forze armate tornassero per portare via le persone con la forza, lui non potrebbe fare nulla per impedirlo. L’unica certezza materiale resta il cibo, che continua ad arrivare grazie allo sforzo congiunto degli abitanti e al supporto logistico di entità assistenziali come la Cruz Blanca. Fa tuttavia rumore l’assenza totale di qualsiasi istituzione civile, sociale o socio-sanitaria della Ciudad Autónoma de Ceuta. L’unico volto dello Stato a farsi strada nell’incrocio tra edilizia abusiva e degrado è quello in divisa della Polizia Nazionale e dei blindati militari. Nei bar del barrio si parla apertamente del paradosso economico del margine: i finanziamenti straordinari versati dal Governo centrale di Madrid e dai fondi europei per la gestione dell’emergenza transfrontaliera. Tra i residenti ricorre l’amarezza per le cifre – come i circa 25 milioni di euro stanziati ed erogati per la gestione dell’accoglienza e dell’emergenza migratoria – chiedendosi dove vadano a finire queste risorse prima di arrivare in un quartiere dove le scuole cadono a pezzi, le abitazioni versano in uno stato di cronico semiabbandono e non esiste un solo centro di aggregazione giovanile o uno spazio sociale per impedire che i ragazzi della zona finiscano inghiottiti dai circuiti informali della frontiera. PH: Raffaello Rossini 8. L’INTERCAPEDINE PERMANENTE Nelle parole dei giovani del barrio si sovrappongono il rifiuto delle categorie ideologiche istituzionali, il senso di abbandono da parte dello Stato centrale e l’accettazione della violenza come unico codice regolatore dell’ordine locale. In questo frammento di conversazione si riassume la condizione antropologica del Príncipe: una comunità che rifiuta l’identificazione con le narrazioni statali – siano esse spagnole o marocchine – per rifugiarsi in un tribalismo primario fondato sulla lealtà familiare e sulla legge del più forte. Il Príncipe non si costituisce come rifugio politico né come ghetto chiuso: risponde alle caratteristiche di un non-luogo di transito spinto all’estremo, un’intercapedine architettonica e sociale dove l’identità individuale viene congelata nell’attesa. Un limbo dove l’autorità formale recede lasciando spazio a un’infrastruttura d’emergenza autoprodotta, in cui la solidarietà comunitaria e la minaccia della pistola convivono nello stesso spazio, divise soltanto dal perimetro precario di una transenna rossa. Sullo sfondo, mentre le camionette della Polizia scendono lungo i tornanti polverosi dopo aver completato l’ennesimo censimento formale, le ragazze rimaste dentro la rete tentano di riappropriarsi del tempo con una palla sgonfia o una chiamata verso casa. Sotto la superficie di Ceuta, la marea non si è fermata: si è limitata a spostarsi di poche centinaia di metri, occupando un altro campetto sbrecciato in cui continuare ad attendere. PH: Raffaello Rossini
Note su un passaggio di stato tra Ceuta e Fnideq
Fnideq, Marocco – Cominciamo dalla fine. Dalla risacca di un evento che si è già riassorbito, dall’arrivo sul campo a caos concluso, quando la cronaca ha già voltato pagina e restano solo le tracce termiche sul territorio. A Fnideq, il margine può essere uno scivolo di cemento che si perde nel buio del bagnasciuga. La spiaggia, priva di qualsiasi infrastruttura formale o servizio urbano, brulica di un’umanità che occupa lo spazio con la naturalezza dei mercati temporanei. Gruppi di donne velate sedute sulle aiuole della moschea, capannelli di ragazzini che corrono in ciabatte, famiglie intere in movimento costante fino a tarda notte. L’intera cittadina funziona come un formicaio impazzito: motorini, cibo di strada, sigarette di contrabbando, borse, un’infinità di magliette contraffatte del Marocco o con il nome di Lamine Yamal. Qui le maree umane si muovono sincronizzate con i ritmi della notte, montano e si riassorbono lungo la costa senza mai fermarsi davvero. Due uomini seduti su sedie di plastica offrono un servizio essenziale per la geografia informale della spiaggia: il noleggio della seduta per la serata. Rispondo in italiano con un «No, grazie» per non interrompere la dinamica, e continuo a camminare lungo la battigia per mimetizzarmi nella topografia del luogo. Al ritorno verso la strada principale, uno dei due mi aggancia in un italiano privo di inflessioni straniere. Si chiama I… . Ha circa cinquantacinque anni, un corpo segnato dal lavoro manuale e una storia che segue la parabola tipica della frammentazione identitaria. Dai sedici anni fino all’età matura ha vissuto a Ravenna: lavoro, due figli, una moglie italiana. Poi le prime deviazioni, il fallimento del nucleo familiare, la perdita dei contatti con i figli, il passaggio infruttuoso in Francia e infine il rientro forzato in Marocco. Nei codici sociali dell’emigrazione magrebina, il rientro senza la vettura con targa europea o la casa di proprietà costruita con le rimesse estere equivale a una condanna per fallimento. I… non torna da vincitore; rifiuta l’aiuto della famiglia e finisce a fare il pescatore nell’estremo sud del paese, per poi ripiegare su Fnideq e il noleggio delle sedie sul bagnasciuga. Un ulteriore, silenzioso passaggio di stato sociale verso l’invisibilità. Il confine, prima di essere una barriera fisica, è un’alterazione della percezione, uno stato mentale fatto di attesa e di occasioni percepite. Giovedì scorso, mentre era in spiaggia, l’attenzione di I… è stata attratta da un movimento collettivo. Centinaia di ragazzi hanno iniziato a radunarsi sulla collina che sovrasta la costa. La dinamica dell’evento è quella dei fenomeni di massa istantanei: alcune voci affermano che le stesse forze di sicurezza abbiano allentato il cordone, sollecitando o lasciando intendere la possibilità di buttarsi in mare per raggiungere la costa di Ceuta. Si è scatenato il caos. Centinaia di persone hanno abbandonato all’istante le proprie attività quotidiane, spogliandosi sulla spiaggia e lasciando pantaloni, borse e altro sulla sabbia. I… ha tentato di proteggere il proprio cellulare avvolgendolo in un sacchetto di plastica raccolto da terra e si è lanciato in acqua in maglietta e boxer. La traversata a nuoto verso l’enclave spagnola, sotto la spinta della corrente e con visibilità ridotta, è durata per diverse ore – i minori incontrati a Ceuta parlano di percorsi in acqua fino a otto ore. È lì che avviene il passaggio di stato più radicale: il corpo solido e terrestre si dissolve nell’elemento liquido, esposto a una fisica spietata. Nel racconto di I… compare la rimozione del rischio: la visione di corpi che perdevano galleggiabilità, la transizione irreversibile di chi scompare inghiottito dall’oscurità dello Stretto, scivolando sotto la superficie senza più riemergere, non ha interrotto la spinta della massa. È la forza cieca di queste maree politiche e disperate, dove l’illusione di una breccia nell’architettura del confine invalicabile azzera qualsiasi calcolo di sopravvivenza. L’impatto con la sponda spagnola riproduce la consueta sequenza della gestione di frontiera: l’arrivo sulla scogliera, il telefono inutilizzabile per via dell’acqua, i fermi e le percosse da parte dei reparti antisommossa, la fuga momentanea negli anfratti urbani di Ceuta e la successiva, sistematica riammissione nel territorio marocchino. Un dispositivo collaudato che azzera la spinta e ripristina lo status quo in poche ore. Superato il varco, la distinzione tra la Spagna e il Marocco non è solo una questione linguistica o valutaria, ma una frattura nell’ordine dello spazio. A Ceuta, i ragazzi marocchini che sono riusciti a rimanere temporaneamente vagano per la città spagnola con la curiosità dei turisti: si fotografano sorridenti davanti ai monumenti coloniali, pur avendo perso tutto in mare. Molti parlano un francese corretto, sono studenti o lavoratori precoci, ed esprimono la normale complessità emotiva di chi ha tentato un salto sistemico. In Europa, e in particolare nel dibattito pubblico italiano, questa materia umana viene regolarmente sterilizzata all’interno di una narrazione bidimensionale: da un lato la retorica dell’invasione, dall’altro un pietismo astratto. Entrambe le visioni ignorano la natura strutturale del fatto politico. La realtà di chi attraversa il confine rifiuta le categorie semplificate di “migrante“: si tratta di persone esposte alla violenza delle politiche di controllo, soggette a dinamiche di sfruttamento e spesso usate come merce di scambio geopolitico tra le due sponde del Mediterraneo. Seduto sulla sedia di plastica a Fnideq, I… conclude il suo monologo con una presa di coscienza priva di concessioni ideologiche: l’amarezza per un governo che utilizza la spinta e la disperazione dei propri cittadini meno abbienti come una leva di pressione diplomatica verso l’Unione Europea. Sullo sfondo, il rumore del mercato e del mare continua indifferente alla contabilità dei corpi rimasti in acqua 1, mentre la marea riassorbe i superstiti e li restituisce alla solita, immobile attesa. Galleria fotografica di Raffaello Rossini 1. Fonti indipendenti, come la Ong Caminando Fronteras, hanno accertato oltre 140 morti ↩︎