
Un Paese a economia sommersa e a bassa fedeltà fiscale
Pressenza - Thursday, October 1, 2026Il lavoro sommerso è un’economia che non si vede e non si tassa, che raggiunge i 197,6 miliardi di euro, pari al 9,2% del Pil del Paese, sottraendo a ogni italiano, dai neonati agli anziani, 3.350 euro. Con la stessa somma, potremmo coprire, per oltre un anno, la spesa sanitaria nazionale che vale circa 142 miliardi. E’ quanto sottolinea il recente Focus Censis – Confcooperative “L’economia sommersa. Il costo dell’irregolarità per l’economia italiana”. Il sommerso italiano si compone di tre ingranaggi e non pesano tutti allo stesso modo: 108,2 miliardi di euro (+21,6% dal 2019) da sotto-dichiarazione, con imprese, professionisti e lavoratori autonomi che dichiarano al fisco meno di quanto guadagnano davvero, evadendo imposte su produzione, redditi e Iva; 77,2 miliardi di euro (+4% dal 2019) da lavoro irregolare, cioè rapporti di lavoro non registrati o solo in parte dichiarati; 12,2 miliardi di euro da altre componenti, quali affitti in nero e mance non dichiarate in ristorazione, alberghi e servizi alla persona, sostanzialmente stabili nel periodo.
Il messaggio è chiaro: la crescita del sommerso italiano è trainata sempre più dalla sotto-dichiarazione dei redditi, più che dal solo lavoro nero. Chi lavora in nero guadagna quasi la metà. Dietro i numeri assoluti ci sono le persone: nel 2024 gli occupati irregolari in Italia sono 2 milioni e 725mila, in crescita di 117mila unità rispetto alla stima precedente, pur restando in calo complessivo del 2,1% in sei anni dal 2019-2024 (contro un +5,4% dell’occupazione regolare, salita di 1.219mila unità). A pesare più del numero è il prezzo di questa condizione: un lavoratore irregolare ha guadagnato in media 9,2 euro lordi l’ora, contro i 17,8 euro di chi lavora regolarmente. Una differenza di 8,6 euro l’ora, pari a una perdita del 48,3%: chi lavora senza contratto, in media, guadagna la metà. Il divario più ampio si registra nell’industria in senso stretto, dove si sfiora una perdita del 53,5% (20,2 euro contro 9,4 euro l’ora). Il Focus quantifica anche il conto per le casse pubbliche: fra il 2019 e il 2023 l’evasione tributaria e contributiva si è attestata fra 99 e 103 miliardi di euro l’anno, per circa il 90% legata a mancati versamenti fiscali, in particolare Iva (30 miliardi) e Irpef di autonomi e imprese (oltre 36 miliardi). La propensione media all’evasione sul totale delle entrate tributarie è pari al 17,4%: in pratica, ogni 100 euro di gettito atteso, quasi 17 non arrivano mai allo Stato. Il picco si registra sull’Irpef dei lavoratori autonomi e delle imprese, dove la propensione all’evasione sale al 60,6%. Il conto finale di tutto ciò ricade sull’intero Paese: il debito pubblico ha superato 3.000 miliardi di euro, pari al 136,7% del Pil. Solo fra il 2021 e il 2023 la somma dei mancati introiti fiscali e contributivi ha raggiunto 313 miliardi di euro, una cifra superiore di 88 miliardi all’intero ammontare delle risorse del PNRR destinate all’Italia (225 miliardi). Secondo le simulazioni dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, un miglioramento strutturale della compliance fiscale potrebbe portare il rapporto debito/Pil, entro il 2041, in un intervallo fra 115,9 e 118 punti percentuali.
In questi giorni è stata pubblicata anche l’analisi 2026 dell’Osservatorio di Itinerari Previdenziali sulle dichiarazioni dei redditi relative al 2024, realizzata a partire del vasto database reso disponibile dal Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia e delle Finanze, dalla quale emerge che su circa 58,9 milioni di residenti, 42,8 milioni risultano contribuenti e poco più di 34,1 milioni versano effettivamente l’imposta. La differenza porta a circa 24,8 milioni di persone che non versano Irpef. Occorre precisare che sostenere che 24,8 milioni di italiani non pagano tasse o che sono evasori appare quanto meno fuorviante. C’è ovviamente una parte che non dispone di redditi imponibili, comprendente bambini e familiari a carico, c’è chi ha un’Irpef netta nulla per effetto dei livelli di reddito e delle detrazioni e c’è una povertà che avanza sempre più. Tuttavia, dai dati emergono chiaramente le distorsioni del fisco italiano, con quasi la metà degli italiani che non ha redditi, mentre il 18,78% dei contribuenti, ovvero coloro che dichiarano redditi dai 35mila euro in su, corrispondono da soli il 65% di tutta l’IRPEF. Siamo, come si vede, di fronte ad un Paese a bassa fedeltà fiscale, ove c’è una forte concentrazione del gettito: il 47% dei contribuenti, circa 20,2 milioni di persone con redditi dichiarati fino a 20 mila euro, versa complessivamente appena il 5% dell’Irpef, a fronte di un 18,78% di contribuenti con redditi superiori a 35 mila euro che sostiene circa il 65% dell’imposta complessiva. Stiamo parlando di anomalie del nostro sistema fiscale che pesano inesorabilmente sul finanziamento del welfare. Se il 70% degli italiani paga solo poco più del 21% dell’IRPEF (45 miliardi su 332 di spesa) sarà complicato continuare a finanziare il nostro welfare state, soprattutto per sanità, assistenza sociale e welfare degli enti locali.
“Il sommerso, sottolinea Maurizio Gardini presidente di Confcooperative, è un moltiplicatore di diseguaglianze, che colpisce prima di tutto chi lavora senza tutele. Ogni euro che sfugge alla fiscalità generale è un euro in meno per la sanità, per le pensioni, per i servizi che tengono insieme il Paese: un macigno che si scarica sul debito pubblico e sulle prossime generazioni. Il contrasto al sommerso è una priorità da affrontare per la coesione sociale ed economica dell’Italia”.
Qui per approfondire la tredicesima indagine sulle entrate fiscali a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali: https://www.itinerariprevidenziali.it/ricerca/osservatorio-2024-redditi-irpef/.