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Un Paese a economia sommersa e a bassa fedeltà fiscale
Il lavoro sommerso è un’economia che non si vede e non si tassa, che raggiunge i 197,6 miliardi di euro, pari al 9,2% del Pil del Paese, sottraendo a ogni italiano, dai neonati agli anziani, 3.350 euro. Con la stessa somma, potremmo coprire, per oltre un anno, la spesa sanitaria nazionale che vale circa 142 miliardi. E’ quanto sottolinea il recente Focus Censis – Confcooperative “L’economia sommersa. Il costo dell’irregolarità per l’economia italiana”. Il sommerso italiano si compone di tre ingranaggi e non pesano tutti allo stesso modo: 108,2 miliardi di euro (+21,6% dal 2019) da sotto-dichiarazione, con imprese, professionisti e lavoratori autonomi che dichiarano al fisco meno di quanto guadagnano davvero, evadendo imposte su produzione, redditi e Iva; 77,2 miliardi di euro (+4% dal 2019) da lavoro irregolare, cioè rapporti di lavoro non registrati o solo in parte dichiarati;  12,2 miliardi di euro da altre componenti, quali affitti in nero e mance non dichiarate in ristorazione, alberghi e servizi alla persona, sostanzialmente stabili nel periodo. Il messaggio è chiaro: la crescita del sommerso italiano è trainata sempre più dalla sotto-dichiarazione dei redditi, più che dal solo lavoro nero. Chi lavora in nero guadagna quasi la metà. Dietro i numeri assoluti ci sono le persone: nel 2024 gli occupati irregolari in Italia sono 2 milioni e 725mila, in crescita di 117mila unità rispetto alla stima precedente, pur restando in calo complessivo del 2,1% in sei anni dal 2019-2024 (contro un +5,4% dell’occupazione regolare, salita di 1.219mila unità). A pesare più del numero è il prezzo di questa condizione: un lavoratore irregolare ha guadagnato in media 9,2 euro lordi l’ora, contro i 17,8 euro di chi lavora regolarmente. Una differenza di 8,6 euro l’ora, pari a una perdita del 48,3%: chi lavora senza contratto, in media, guadagna la metà. Il divario più ampio si registra nell’industria in senso stretto, dove si sfiora una perdita del 53,5% (20,2 euro contro 9,4 euro l’ora). Il Focus quantifica anche il conto per le casse pubbliche: fra il 2019 e il 2023 l’evasione tributaria e contributiva si è attestata fra 99 e 103 miliardi di euro l’anno, per circa il 90% legata a mancati versamenti fiscali, in particolare Iva (30 miliardi) e Irpef di autonomi e imprese (oltre 36 miliardi). La propensione media all’evasione sul totale delle entrate tributarie è pari al 17,4%: in pratica, ogni 100 euro di gettito atteso, quasi 17 non arrivano mai allo Stato. Il picco si registra sull’Irpef dei lavoratori autonomi e delle imprese, dove la propensione all’evasione sale al 60,6%. Il conto finale di tutto ciò ricade sull’intero Paese: il debito pubblico ha superato 3.000 miliardi di euro, pari al 136,7% del Pil. Solo fra il 2021 e il 2023 la somma dei mancati introiti fiscali e contributivi ha raggiunto 313 miliardi di euro, una cifra superiore di 88 miliardi all’intero ammontare delle risorse del PNRR destinate all’Italia (225 miliardi). Secondo le simulazioni dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, un miglioramento strutturale della compliance fiscale potrebbe portare il rapporto debito/Pil, entro il 2041, in un intervallo fra 115,9 e 118 punti percentuali. In questi giorni è stata pubblicata anche l’analisi 2026 dell’Osservatorio di Itinerari Previdenziali sulle dichiarazioni dei redditi relative al 2024, realizzata a partire del vasto database reso disponibile dal Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia e delle Finanze, dalla quale emerge che su circa 58,9 milioni di residenti, 42,8 milioni risultano contribuenti e poco più di 34,1 milioni versano effettivamente l’imposta. La differenza porta a circa 24,8 milioni di persone che non versano Irpef. Occorre precisare che sostenere che 24,8 milioni di italiani non pagano  tasse o che sono evasori appare quanto meno fuorviante. C’è ovviamente una parte che non dispone di redditi imponibili,  comprendente bambini e familiari a carico,  c’è  chi ha un’Irpef netta nulla per effetto dei livelli di reddito e delle detrazioni e c’è una povertà che avanza sempre più.  Tuttavia, dai dati emergono chiaramente le distorsioni del fisco italiano, con quasi la metà degli italiani che non ha redditi, mentre il 18,78% dei contribuenti, ovvero coloro che dichiarano redditi dai 35mila euro in su, corrispondono da soli il 65% di tutta l’IRPEF. Siamo, come si vede, di fronte ad un Paese a bassa fedeltà fiscale, ove c’è una forte concentrazione del gettito: il 47% dei contribuenti, circa 20,2 milioni di persone con redditi dichiarati fino a 20 mila euro, versa complessivamente appena il 5% dell’Irpef, a fronte di un 18,78% di contribuenti con redditi superiori a 35 mila euro che sostiene circa il 65% dell’imposta complessiva. Stiamo parlando di anomalie del nostro sistema fiscale che pesano inesorabilmente sul finanziamento del welfare.  Se il 70% degli italiani paga solo poco più del 21% dell’IRPEF (45 miliardi su 332 di spesa) sarà complicato continuare a finanziare il nostro welfare state, soprattutto per sanità, assistenza sociale e welfare degli enti locali. “Il sommerso, sottolinea Maurizio Gardini presidente di Confcooperative, è un moltiplicatore di diseguaglianze, che colpisce prima di tutto chi lavora senza tutele. Ogni euro che sfugge alla fiscalità generale è un euro in meno per la sanità, per le pensioni, per i servizi che tengono insieme il Paese: un macigno che si scarica sul debito pubblico e sulle prossime generazioni. Il contrasto al sommerso è una priorità da affrontare per la coesione sociale ed economica dell’Italia”. Qui per approfondire la tredicesima indagine sulle entrate fiscali a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali: https://www.itinerariprevidenziali.it/ricerca/osservatorio-2024-redditi-irpef/. Giovanni Caprio
October 1, 2026
Pressenza
Riarmo europeo. Non tornano i conti
Lo scorso 3 settembre la Corte dei Conti europea ha pubblicato un rapporto destinato a far rumore. Si tratta del rapporto “La politica di difesa dell’Ue sotto i riflettori” che esamina gli sviluppi del settore della Difesa a partire dal 2019. “L’obiettivo della presente analisi è fornire un aggiornamento sul panorama […] L'articolo Riarmo europeo. Non tornano i conti su Contropiano.
September 9, 2026
Contropiano
Praticamente in tutto il mondo sta crollando il valore dei titoli di Stato
In tutto il mondo si sta verificando a partire da martedì una massiccia svendita dei titoli di Stato che sta provocando un aumento record dei rendimenti obbligazionari con importanti conseguenze per il rifinanziamento pubblico e l’economia reale. Uno scenario che è destinato a dispiegare i suoi effetti su consumatori e imprese e che è strettamente legato alle turbolenze della politica internazionale, agli alti livelli di indebitamento degli Stati – in particolare con la crescita esponenziale del debito pubblico statunitense – e soprattutto allo scardinamento progressivo dei meccanismi della gl... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. The post Praticamente in tutto il mondo sta crollando il valore dei titoli di Stato appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 4, 2026
L'INDIPENDENTE
Nei Paesi del G7 il debito pubblico sta crescendo a ritmo incessante
L’attuale scenario internazionale segnato da guerre, crisi energetica e voracità di capitali per finanziare la corsa all’IA presenta l’ennesimo conto economico: la crescita incessante del debito pubblico. Gli Stati Uniti hanno appena superato la soglia record dei 40mila miliardi di dollari. E non va meglio per le altre economie del G7, a partire dall’Italia, su cui grava un debito pubblico pari a 3.207 miliardi di euro. All’orizzonte, almeno per il momento, non si profilano cambi di rotta, con i tassi di interesse sul debito — i famosi rendimenti — protagonisti di una corsa globale al rialzo. L’aumento dei rendimenti è lo strumento al quale i governi si rivolgono per spingere gli investitori a sfidare l’incertezza internazionale e comprare i propri titoli di Stato: debito per finanziare altro debito. Dopo anni segnati dall’austerità e da una generale tendenza a contrarre la spesa pubblica, sottofinanziando settori cruciali quali la sanità e l’istruzione, i Paesi del G7 sono tornati a premere sul pedale del debito pubblico. Non per finanziare la spesa sociale, ma per far fronte alla corsa al riarmo (tutti i Paesi del G7, tranne il Giappone, fanno parte della NATO e di recente hanno assunto nuovi impegni di spesa militare) nonché per provare a mettere una toppa alla crisi energetica innescata dall’aggressione israelo-americana all’Iran. A ciò si aggiunge la ricerca di nuovi investimenti per essere competitivi nel settore dell’IA, tra sviluppo di software e realizzazione della rete infrastrutturale che passa per i discussi data center. I primi a pagare il conto delle incertezze internazionali sono gli Stati Uniti, il cui debito pubblico ha raggiunto la soglia record dei 40mila miliardi di dollari, pari al 125,8% del Prodotto Interno Lordo (PIL). Maya MacGuineas, presidente dell’ong Committee for a Responsible Federal Budget, ha dichiarato: «il debito pubblico lordo è raddoppiato negli ultimi dieci anni. In meno di vent’anni si è quadruplicato». Solo negli ultimi cinque mesi ha compiuto il salto dai 39 ai 40mila miliardi di dollari. Per finanziare il debito, il Tesoro americano ha emesso nuovi titoli di Stato, con rendimenti da record, pari al 5,3 per cento, il livello più alto degli ultimi 20 anni. Gli elevati tassi di interesse servono a superare le rimostranze degli investitori, che di fronte a scenari così incerti tendono a prestare meno il proprio denaro, preferendo la liquidità. Per risultare competitive rispetto agli USA, anche le altre economie del G7 hanno alzato i rendimenti dei propri titoli di Stato. Al costo del debito in sé si aggiunge dunque quello degli interessi. Negli USA gli interessi annuali sul debito valgono 1.200 miliardi di dollari ed entro la fine del 2026 potrebbero raggiungere la soglia dei 1.400 miliardi. Secondo uno studio del Sole 24 Ore, quest’anno i Paesi del G7 spenderanno circa 2mila miliardi di dollari soltanto per pagare gli interessi sul debito. Dopo gli Stati Uniti, con un fardello da 144 miliardi, si posiziona il Regno Unito. A Londra il debito pubblico ammonta a 2.980 miliardi di sterline, pari al 94% del PIL, in aumento di circa 100 miliardi rispetto al 2025. Nella classifica dei Paesi G7 colpiti dalla crescente pressione sugli interessi l’Italia si posiziona terza, con la sua spesa annuale fissata a 111 miliardi di euro. A giugno, il nostro Paese ha raggiunto un nuovo massimo storico per il debito pubblico, pari a 3.207 miliardi di euro, 135 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Entro la fine dell’anno, il rapporto tra debito pubblico e PIL dovrebbe attestarsi al 138,6%, il valore più alto dell’Unione europea. The post Nei Paesi del G7 il debito pubblico sta crescendo a ritmo incessante appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 24, 2026
L'INDIPENDENTE
La più grande spesa militare compiuta dal dopoguerra in Italia
In data 15 luglio 2026, il governo italiano ha formalizzato la prenotazione di 14,9 miliardi di euro destinati al piano straordinario di riarmo e potenziamento della difesa nazionale, segnando il culmine di una complessa manovra finanziaria avviata nel biennio precedente. Questa cifra imponente, originariamente accantonata attraverso la rimodulazione dei fondi […] L'articolo La più grande spesa militare compiuta dal dopoguerra in Italia su Contropiano.
August 23, 2026
Contropiano
Il debito pubblico italiano supera i 3.200 miliardi ed è sempre più in mano agli stranieri
Oltre un terzo del debito pubblico italiano è in mano ai non residenti. È quanto emerge dagli ultimi dati forniti dalla Banca d’Italia, relativi al mese di giugno, che confermano la crescita del debito pubblico nazionale. Il debito ha infatti superato per la prima volta quota 3.200 miliardi di euro, aumentando di 26,2 miliardi rispetto a maggio e di circa 136 miliardi rispetto a un anno fa. Dall’inizio dell’anno, il ritmo di crescita è stato costante, con un aumento del debito di circa 20 miliardi al mese, con un’unica eccezione ad aprile. L’aumento è stato trainato dal fabbisogno delle amministrazioni pubbliche e, secondo i dati della Banca d’Italia, è prevalentemente imputabile alle amministrazioni centrali. I dati di Bankitalia confermano la tendenza di crescita che caratterizza il debito italiano da inizio anno: dopo una battuta d’arresto a dicembre 2025, infatti, il debito pubblico del Belpaese ha iniziato a crescere in maniera pressoché costante. L’unica battuta d’arresto è stata registrata ad aprile, quando il debito è diminuito di 4 miliardi rispetto a marzo, pur registrando un aumento di 100 miliardi rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Lo scorso giugno, il debito pubblico ha toccato quota 3.207,2 miliardi di euro, riflettendo il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, pari a 13,3 miliardi, l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro, pari a 61,7 miliardi, 9,8 miliardi in più rispetto allo scorso maggio, e gli effetti delle operazioni di emissione e rimborso dei titoli, delle rivalutazioni e delle variazioni dei cambi, pari a 3,1 miliardi. Si tratta del nuovo record assoluto, trainato dal fabbisogno delle Amministrazioni centrali, pari a 26,9 miliardi. I numeri di giugno confermano un’altra tendenza del debito pubblico italiano: la sua crescente concentrazione nelle mani degli investitori stranieri. La quota di debito detenuta dalla Banca d’Italia è infatti in continua diminuzione e a giugno è scesa al 16,7%, dal 17,2% di maggio. Analogamente, diminuisce la quota detenuta da famiglie e imprese, passata dal 14,7% di maggio al 14,5% di giugno, mentre restano invariate le percentuali detenute da banche e istituti finanziari nazionali, rispettivamente al 20,3% e al 12,1%. I portafogli degli investitori esteri detengono invece il 35,9% del debito, in aumento rispetto al 35,7% del mese precedente. A fine maggio, l’ammontare di debito detenuto dagli investitori esteri aveva raggiunto i 1.140 miliardi di euro, 922 miliardi dei quali sotto forma di titoli di Stato: si tratta di 77 miliardi in più rispetto alla fine del 2025. La situazione, osserva un’analisi del Sole 24 Ore, è la più alta mai rilevata dall’ottobre 2011, «il mese precedente la grande bufera che aveva interessato le finanze del nostro Paese, culminata con l’arrivo di Mario Monti alla guida del Governo». The post Il debito pubblico italiano supera i 3.200 miliardi ed è sempre più in mano agli stranieri appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 17, 2026
L'INDIPENDENTE
La guerra degli USA. Oltre la superficialità dei media…
Ciò che gli Stati Uniti stanno facendo attualmente è una rapida ristrutturazione per adattarsi a condurre una prolungata guerra di logoramento nella regione mediorientale. Chiunque pensi che gli Stati Uniti non possano impegnarsi in guerre di logoramento, che fanno parte della loro dottrina militare, si sbaglia. Ma la domanda più […] L'articolo La guerra degli USA. Oltre la superficialità dei media… su Contropiano.
July 25, 2026
Contropiano
Patrimonio privato e debito pubblico
La patrimoniale in Italia è un passatempo. Per qualche giorno il dibattito politico si è incentrato su una eventuale imposta patrimoniale, poi tutto è finito nel dimenticatoio. È come il sudoku o le parole crociate, che si utilizzano nel periodo delle vacanze per poi rimetterli nel cassetto insieme alla matita. Eppure, guardando gli ultimi dati resi noti dalla Federazione Autonoma Bancari Italiani (FABI) sul patrimonio finanziario dei cittadini italiani, ci sarebbe molto da riflettere, discutere e decidere sulle imposte patrimoniali. I dati sono forniti dalla Banca d’Italia e mostrano negli ultimi anni un forte aumento della ricchezza liquida (quindi senza considerare le proprietà immobiliari) delle famiglie italiane. Nel 2020 si trattava di 4.800 miliardi di euro, che nel 2025 sono diventati 6.488 miliardi, con un incremento in cinque anni di 1.688 miliardi (+35,17%).  È interessante mettere a confronto questi dati con l’aumento del debito pubblico italiano. Nel 2020 era di 2.573 miliardi di euro e nel 2025 è salito a 3.096 miliardi, con un aumento di 523 miliardi (+20,33%).  Pertanto, mentre lo Stato (cioè la cassa comune) continuava a indebitarsi, le casse private si riempivano ad un ritmo ben superiore. Un osservatore ingenuo potrebbe concludere che sarebbe stato ragionevole utilizzare un terzo dell’incremento della ricchezza privata per evitare l’aumento del debito comune. Ai cittadini italiani, considerati complessivamente, sarebbe comunque rimasto un aumento del patrimonio pari a 1.165 miliardi di euro. Ma quando si tratta delle proprie tasche non esistono ingenui. Resta però il fatto che mentre i conti pubblici peggiorano i cittadini si arricchiscono. Non tutti, ovviamente, ma soltanto quelli che hanno avuto la possibilità di incrementare il proprio patrimonio. Spesso si sente proporre dai politici di diversi partiti la possibilità o la necessità di tassare i cosiddetti “extra profitti” di banche e società energetiche. E perché non si dovrebbero tassare gli “extra aumenti” patrimoniali?  In questa ipotesi si potrebbero considerare 523 miliardi di euro in cinque anni, cioè di 105 miliardi l’anno. È appena il caso di ricordare che l’ultima legge di bilancio ammontava a circa 22 miliardi di euro. Quindi, un’eventuale imposta sull’incremento dei patrimoni parametrata sull’invarianza del debito pubblico, equivarrebbe a oltre cinque leggi finanziarie.  Le entrate dell’imposta patrimoniale potrebbero essere utilizzate per evitare l’aumento del debito pubblico oppure per migliorare in modo significativo i servizi per i cittadini: scuola, sanità, ambiente, asili nido, trasporti pubblici, ecc. Nel panorama politico attuale sembra una proposta impossibile, ma sarebbe almeno il caso di smetterla con l’atteggiamento ipocrita di chi contro ogni imposta patrimoniale evoca l’esproprio, il comunismo o lo stato totalitario.  A costoro occorre ricordare che nella Costituzione della Repubblica italiana si stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” e che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Un’imposta patrimoniale sull’aumento delle ricchezze dovrebbe essere osteggiata soltanto da un’esigua minoranza. In teoria la stragrande maggioranza dei contribuenti dovrebbe essere pienamente favorevole. Per questa ragione tornano alla mente le parole di Alberto Moravia: “Curiosamente, gli elettori non si sentono responsabili per i fallimenti del governo che hanno votato”. Rocco Artifoni
July 18, 2026
Pressenza
Allarme rosso sull’economia Usa
Torno sul viaggio precipitoso di Christine Lagarde negli Stati Uniti per incontrare il presidente della Fed Kevin Warsh e il segretario al tesoro Scott Bessent. Il primo giorno il colloquio con Warsh ha avuto ad oggetto, al di là del tema molto formale – l’opportunità per i banchieri centrali di […] L'articolo Allarme rosso sull’economia Usa su Contropiano.
July 15, 2026
Contropiano
Il governo Meloni frena sul SAFE, ma non sul riarmo
Che ci fosse un po’ di maretta nella maggioranza era divenuto chiaro con il giallo sulla mozione che qualche giorno fa aveva tenuto col fiato sospeso il dibattito pubblico, soprattutto perché riguardava quello che ormai è l’asse portante di tutto l’assetto continentale: l’aumento delle spese militari in linea con gli obiettivi […] L'articolo Il governo Meloni frena sul SAFE, ma non sul riarmo su Contropiano.
May 31, 2026
Contropiano