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La guerra degli USA. Oltre la superficialità dei media…
Ciò che gli Stati Uniti stanno facendo attualmente è una rapida ristrutturazione per adattarsi a condurre una prolungata guerra di logoramento nella regione mediorientale. Chiunque pensi che gli Stati Uniti non possano impegnarsi in guerre di logoramento, che fanno parte della loro dottrina militare, si sbaglia. Ma la domanda più […] L'articolo La guerra degli USA. Oltre la superficialità dei media… su Contropiano.
July 25, 2026
Contropiano
Patrimonio privato e debito pubblico
La patrimoniale in Italia è un passatempo. Per qualche giorno il dibattito politico si è incentrato su una eventuale imposta patrimoniale, poi tutto è finito nel dimenticatoio. È come il sudoku o le parole crociate, che si utilizzano nel periodo delle vacanze per poi rimetterli nel cassetto insieme alla matita. Eppure, guardando gli ultimi dati resi noti dalla Federazione Autonoma Bancari Italiani (FABI) sul patrimonio finanziario dei cittadini italiani, ci sarebbe molto da riflettere, discutere e decidere sulle imposte patrimoniali. I dati sono forniti dalla Banca d’Italia e mostrano negli ultimi anni un forte aumento della ricchezza liquida (quindi senza considerare le proprietà immobiliari) delle famiglie italiane. Nel 2020 si trattava di 4.800 miliardi di euro, che nel 2025 sono diventati 6.488 miliardi, con un incremento in cinque anni di 1.688 miliardi (+35,17%).  È interessante mettere a confronto questi dati con l’aumento del debito pubblico italiano. Nel 2020 era di 2.573 miliardi di euro e nel 2025 è salito a 3.096 miliardi, con un aumento di 523 miliardi (+20,33%).  Pertanto, mentre lo Stato (cioè la cassa comune) continuava a indebitarsi, le casse private si riempivano ad un ritmo ben superiore. Un osservatore ingenuo potrebbe concludere che sarebbe stato ragionevole utilizzare un terzo dell’incremento della ricchezza privata per evitare l’aumento del debito comune. Ai cittadini italiani, considerati complessivamente, sarebbe comunque rimasto un aumento del patrimonio pari a 1.165 miliardi di euro. Ma quando si tratta delle proprie tasche non esistono ingenui. Resta però il fatto che mentre i conti pubblici peggiorano i cittadini si arricchiscono. Non tutti, ovviamente, ma soltanto quelli che hanno avuto la possibilità di incrementare il proprio patrimonio. Spesso si sente proporre dai politici di diversi partiti la possibilità o la necessità di tassare i cosiddetti “extra profitti” di banche e società energetiche. E perché non si dovrebbero tassare gli “extra aumenti” patrimoniali?  In questa ipotesi si potrebbero considerare 523 miliardi di euro in cinque anni, cioè di 105 miliardi l’anno. È appena il caso di ricordare che l’ultima legge di bilancio ammontava a circa 22 miliardi di euro. Quindi, un’eventuale imposta sull’incremento dei patrimoni parametrata sull’invarianza del debito pubblico, equivarrebbe a oltre cinque leggi finanziarie.  Le entrate dell’imposta patrimoniale potrebbero essere utilizzate per evitare l’aumento del debito pubblico oppure per migliorare in modo significativo i servizi per i cittadini: scuola, sanità, ambiente, asili nido, trasporti pubblici, ecc. Nel panorama politico attuale sembra una proposta impossibile, ma sarebbe almeno il caso di smetterla con l’atteggiamento ipocrita di chi contro ogni imposta patrimoniale evoca l’esproprio, il comunismo o lo stato totalitario.  A costoro occorre ricordare che nella Costituzione della Repubblica italiana si stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” e che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Un’imposta patrimoniale sull’aumento delle ricchezze dovrebbe essere osteggiata soltanto da un’esigua minoranza. In teoria la stragrande maggioranza dei contribuenti dovrebbe essere pienamente favorevole. Per questa ragione tornano alla mente le parole di Alberto Moravia: “Curiosamente, gli elettori non si sentono responsabili per i fallimenti del governo che hanno votato”. Rocco Artifoni
July 18, 2026
Pressenza
Allarme rosso sull’economia Usa
Torno sul viaggio precipitoso di Christine Lagarde negli Stati Uniti per incontrare il presidente della Fed Kevin Warsh e il segretario al tesoro Scott Bessent. Il primo giorno il colloquio con Warsh ha avuto ad oggetto, al di là del tema molto formale – l’opportunità per i banchieri centrali di […] L'articolo Allarme rosso sull’economia Usa su Contropiano.
July 15, 2026
Contropiano
Il governo Meloni frena sul SAFE, ma non sul riarmo
Che ci fosse un po’ di maretta nella maggioranza era divenuto chiaro con il giallo sulla mozione che qualche giorno fa aveva tenuto col fiato sospeso il dibattito pubblico, soprattutto perché riguardava quello che ormai è l’asse portante di tutto l’assetto continentale: l’aumento delle spese militari in linea con gli obiettivi […] L'articolo Il governo Meloni frena sul SAFE, ma non sul riarmo su Contropiano.
May 31, 2026
Contropiano
L’Istat valuta il costo della crisi di Hormuz sulla lista della spesa
In Italia, l’inflazione torna a correre a livelli che non si registravano dai picchi del 2023, trasformando la spesa quotidiana in una sfida per le tasche dei lavoratori e dei pensionati. Secondo gli ultimi dati certificati dall’Istat, l’indice dei prezzi al consumo ha registrato una variazione del +1,1% su base […] L'articolo L’Istat valuta il costo della crisi di Hormuz sulla lista della spesa su Contropiano.
May 19, 2026
Contropiano
Caro-energia e rischio recessione: le stime del FMI lanciano l’allarme
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) lancia un pesante avvertimento all’Italia e all’Europa: l’onda d’urto del caro energia deve ancora arrivare davvero, e si abbatterà con forza sui bilanci familiari nel corso del 2026. La media dell’impatto sulla famiglia tipo della UE sarà di 375 euro (lo 0,7% dei consumi medi), […] L'articolo Caro-energia e rischio recessione: le stime del FMI lanciano l’allarme su Contropiano.
May 6, 2026
Contropiano
Fisco & Debito: la Costituzione tradita
Il 2 giugno 2026 ricorrerà l’80° anno dell’elezione dell’Assemblea Costituente, che elaborò la Costituzione della Repubblica italiana. Purtroppo sono ancora molte le “promesse” della Carta in attesa di essere attuate. Addirittura ce ne alcune che sono palesemente tradite: 1. L’art. 53, comma 1: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Stando alla Costituzione il criterio per il pagamento delle imposte dovrebbe essere la capacità contributiva. Nella realtà il criterio principale è il reddito lordo, con scarsa considerazione sia delle spese necessarie per vivere (in modo da considerare come imponibile il reddito netto) sia del patrimonio (che è tassato in modo marginale). Inoltre, le imposte sui redditi variano in base alla tipologia di reddito: da lavoro dipendente e da pensione, da lavoro autonomo, da locazione, da capitale, ecc., applicando percentuali diverse a parità di reddito, violando l’equità orizzontale. Non solo: non esiste il cumulo dei redditi, il che favorisce i più ricchi che hanno varie fonti di entrate. Dalla una ricerca sulla disuguaglianza di redditi in Italia, pubblicata nel 2024 da alcuni docenti dell’Università Sant’Anna di Pisa e di Milano Bicocca, emerge con chiarezza come il 5% dei contribuenti con redditi più elevati paghi complessivamente meno imposte in percentuale rispetto al resto dei contribuenti meno abbienti. 2. L’art. 53, comma 2: “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Negli ultimi decenni il criterio della progressività sui redditi delle persone è stato sempre più attenuato: da 32 scaglioni (con aliquote dal 10 al 72%) si è scesi a tre (dal 23 al 43%). Inoltre, l’imposta progressiva non è più la regola, ma l’eccezione del sistema tributario. Tutte le altre imposte sono proporzionali e a tassazione separata (regime forfettario, cedolare secca, redditi da capitale, ecc.). In un recente “data room” del Corriere della Sera Simona Ravizza ha scritto: “Il risultato è un sistematico smantellamento dell’IRPEF, che avviene un pezzo alla volta. È come se le fondamenta di un edificio venissero progressivamente picconate, lasciandolo poggiare su una base sempre più precaria. Considerando solo i regimi di favore che incidono sull’imposta personale sul reddito si contano 194 agevolazioni fiscali, di cui 125 quantificabili, per 68,8 miliardi di mancato gettito. Nel 2024 il minore gettito era di 60,7 miliardi. Insomma: l’Irpef, nata come imposta per tutti, è diventata la tassa di chi non ha alternative”. 3. Art. 81, secondo comma: “Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. È del tutto evidente che in Italia il ricorso all’indebitamento è a ciclo continuo, a prescindere dal ciclo economico e dal verificarsi di eventi eccezionali. Ogni anno il bilancio dello stato chiude in deficit senza eccezioni. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano ha messo a confronto la spesa per interessi sul debito pubblico in relazione al Prodotto Interno Lordo tra i Paesi dell’Unione Europea: nel 2025 il primato spetta all’Italia con il 3,8%, seguita dalla Grecia con il 3,2%, la Spagna con il 2,1%. La media dell’Euro Zona è all’1,7%, cioè meno della metà della percentuale pagata dall’Italia. In valore assoluto l’Italia nel 2025 ha speso per interessi quasi 90 miliardi di euro, il quadruplo dell’ultima legge di bilancio che ammontava a circa 22 miliardi di euro. 4. Art. 97, primo comma: “Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico”. Secondo le previsioni del “fiscal monitor” del Fondo Monetario Internazionale nel 2026 l’Italia diventerà il Paese europeo con il più alto rapporto tra debito pubblico e Prodotto Interno Lordo, raggiungendo il 138,4%, scavalcando anche la Grecia che arriverà al 136,9%. I dati ISTAT certificano che il debito pubblico italiano negli ultimi anni è in aumento: nel 2014 era al 134,7% del PIL, nel 2015 al 137,1%. L’aumento del debito – a parità di contesto finanziario – comporterà un ulteriore incremento della spesa per interessi. Di conseguenza sarà ancora più difficile assicurare l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico stabilito dalla Costituzione. Rocco Artifoni
April 21, 2026
Pressenza
Note al rapporto Censis 2025 – di Gianni Giovannelli
L’età selvaggia, del ferro e del fuoco (prima e seconda parte del rapporto)   I sat upon the shore Fisching, with the arid plain behind me Shall I at least set my lands in order? (Sedetti sulla riva Pescando, con l’arida pianura alle spalle: Riuscirò infine a mettere ordine nella mia terra?) Thomas Stearns [...]
April 20, 2026
Effimera
Razionamenti e limiti ai condizionatori. Ma l’austerità non si tocca
Il Commissario UE per l’Energia, Dan Jørgensen, ha lanciato un monito molto chiaro alle capitali europee, attraverso delle dichiarazioni al Financial Times: evitare che lo shock energetico si trasformi in una crisi del debito. La Commissione Europea sta premendo sui membri UE affinché i sussidi, i tagli alle accise e […] L'articolo Razionamenti e limiti ai condizionatori. Ma l’austerità non si tocca su Contropiano.
April 10, 2026
Contropiano
Il declino dei conti pubblici italiani
Ci sono due numeri (recentemente indicati dall’ISTAT) che in modo chiaro mostrano come i conti pubblici italiani stiano peggiorando. Nel 2025 in relazione al Prodotto Interno Lordo (PIL) la pressione fiscale è salita al 43,1% (nel 2024 era al 42,5% e nel 2023 al 41,5%) e il debito pubblico è arrivato al 137,1% (nel 2024 era al 134,7%). In sintesi, c’è stato un aumento sia delle tasse sia del debito delle amministrazioni pubbliche. A conferma che la situazione finanziaria italiana non è positiva è anche il dato del 3,1% del rapporto deficit/PIL nel 2025. I patti dell’Unione Europea prevedono che non venga superato il 3% e di conseguenza per l’Italia resta aperta la procedura di infrazione delle regole europee. Guardando all’anno in corso e al prossimo, le prospettive sembrano ancora peggiori. Le previsioni segnalano un PIL in rallentamento o in calo. Non solo: nel 2026 l’Europa chiuderà il rubinetto del PNRR (oltre 200 miliardi di euro), che dalla pandemia ad oggi ha consentito un segno più davanti al dato del PIL. Il rischio è che senza la spinta del PNRR i prossimi PIL riportino un segno meno, che significherebbe recessione. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (OCPI) dell’Università Cattolica di Milano ha messo a confronto la spesa per interessi sul debito pubblico dei Paesi dell’Euro in relazione al PIL. Il grafico è impietoso: l’Italia in percentuale spende più di tutti gli altri Paesi. Facile comprendere perché il debito pubblico sia aumentato. Ci sono anche molte questioni di dettaglio che hanno contribuito a questo evidente declino. Ad esempio: la recente riforma della Corte dei Conti che ha limitato fortemente le risorse recuperabili del danno erariale per colpa grave, il mancato adeguamento all’inflazione dei tetti degli scaglioni IRPEF che ha aumentato le imposte a quattro milioni tra lavoratori e pensionati, la diminuzione dell’aliquota IRPEF per i ceti più abbienti che di fatto ha incrementato il debito pubblico di quasi 3 miliardi di euro, la flat tax per i lavoratori autonomi fino a 85 mila euro che ha sottratto significative risorse alle entrate, la mancata apertura alla concorrenza per gli stabilimenti balneari che ha favorito i profitti degli operatori privati a scapito dell’interesse pubblico. È appena il caso di ricordare che nel programma di governo presentato al Parlamento nel 2022 è stato indicato l’obiettivo di “ridurre la pressione fiscale su imprese e famiglie attraverso una riforma all’insegna dell’equità”. Mentre a proposito della riduzione del debito è stato scritto che “la strada maestra, l’unica possibile, è la crescita economica, duratura e strutturale”. Entro il prossimo 10 aprile il governo dovrà presentare al Parlamento il Documento di Economia e Finanza (DEF). Sarà interessante verificare quali sono le previsioni per il 2026 e per gli anni a venire. E soprattutto capire dove il governo pensa di trovare le risorse per evitare ulteriori aumenti del deficit/debito pubblico e della pressione fiscale. Dato che al massimo la legislatura durerà ancora per un anno, c’è il rischio che per ragioni elettorali si cerchi di minimizzare i risultati negativi dei conti pubblici, facendo finta che tutto stia andando bene e che in qualche modo i problemi verranno risolti. Nascondere la polvere sotto il tappeto e la testa sotto la sabbia. Sarebbe un comportamento irresponsabile. Rocco Artifoni
April 2, 2026
Pressenza