Va bene accoglierli, ma non tutti

Progetto Melting Pot Europa - Thursday, October 1, 2026

A partire da alcune formule ricorrenti nel discorso pubblico contemporaneo – dall’“invasione dello straniero” al “ce ne sono troppi. Va bene accogliere, ma non tutti” – Jacopo Anderlini 1 costruisce in “Hostis. Il paradigma dell’ospitalità” (Eleuthera, 2026) una genealogia dell’ospitalità volta a interrogare le condizioni storiche, sociali e politiche attraverso cui la presenza dello straniero viene definita, classificata e collocata nella società ospitante.

Il principale contributo del sociologo è nel mettere in discussione una concezione dell’ospitalità come semplice apertura verso l’altro. Essa emerge piuttosto come una specifica ‘ragione’, per la quale dimensione culturale, politica ed etica si intrecciano nella continua definizione dei confini tra chi può stare “dentro” e chi deve rimanere “fuori”, articolando interrogativi relativi alla cittadinanza, alla sovranità, alla mobilità, alla sicurezza e alla costruzione dell’alterità.

L’analisi proposta da Anderlini consente di osservare come il significato dell’ospitalità costituisca un “concetto in movimento” (p. 42), destinato a trasformarsi parallelamente ai legami sociali. Questi ultimi, analizzati dal linguista Benveniste nella loro “terminologia psicologica” (p. 32), riguardano il vivere in società, le norme sociali e la dimensione sentimentale, che trasformano la figura dell’ospite simmetricamente alle forme di organizzazione della società e dello Stato, introducendo nuove forme di relazione fondate sulla differenza di status ed, implicitamente, anche la possibilità dell’esclusione.

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«Hostis. Il paradigma dell’ospitalità»

Un libro di Jacopo Anderlini (Elèuthera, 2026)

28 Agosto 2026

Ambivalenza già inscritta nel suo studio etimologico del termine greco xenia, nonché del latinohospes, nel quale confluiscono i significati di hostis e potis, legati rispettivamente alla relazione con l’altro e alla dimensione del potere.

Con il passaggio dal genus al cives e l’ingresso nella polis, la dimensione privata dell’ospitalità – come istituto sacro fondato sulla reciprocità, sul dono e sull’obbligo – si sovrappone progressivamente a quella pubblica: la distinzione tra civis/proxenos e straniero, “non cittadino”, rende evidente come l’ospitalità implichi anche una collocazione spaziale e temporale dell’ospite nell’ordine politico della comunità.

Tra XVII e XVIII secolo, questa logica si traduce sempre più esplicitamente nelle pratiche di governo. La città diviene un laboratorio della popolazione nel quale l’ospitare e l’escludere diventano declinazioni dell’azione politica.

Il vagabondo (e successivamente le comunità di fuga, dei maroons e dei pirati), sottraendosi alle forme di appartenenza, stabilità e produttività richieste dal nascente ordine mercantilista, viene strategicamente regolamentato.

Dal 1648, la mobilità viene incorporata nel passaporto; la sanità entra nei dispositivi di governo e la categoria del rischio consente di ricondurre l’incertezza entro “l’arrogante presunzione di controllabilità” (Z. Bauman, 2017): la compassione, attraverso la politica della pietà, “anziché fungere da cerotto per la violenza” (E. Weizman; 2012), diviene una modalità di governance capace di organizzare le condizioni entro cui protezione e controllo vengono esercitati sul “popolo degli infelici”, al limite dell’umanitario e del securitario.

Il moral urbanism rende così visibili, classificabili e amministrabili soggetti e comportamenti ‘altri’ in un continuumdi pratiche che fanno dell’ospitalità un dispositivo inserito in una estesa razionalità di governo congiunta ad un governo differenziale della mobilità.

Se, ai primi sviluppi della dimensione urbana, il ‘buon ordine’ era affidato in larga misura alla polizia, è con il ‘popolo’ che esso viene progressivamente affiancato da una molteplicità di istituzioni nazionali attraverso cui vengono individuate, classificate e amministrate le “classi pericolose”, fondamento morale delle politiche attivate.

“The image, the imagined, the imaginary […] the imagination has become an organized field of social practices, a form of work (in the sense of both labor and culturally organized practice), and a form of negotiation between sites of agency (individuals) and globally 2 defined fields of possibility. […] The imagination is […] the key component of the new global order ”.

Lo spazio Schengen costituisce, in questa prospettiva, un ulteriore passaggio. Seguendo logiche “legittimate dalla logica dell’ospitalità e dal registro morale da questa convocato” (p. 89), esso non elimina i confini, ma elabora nuove procedure confinarie (p. 101), un assemblage (p. 91) di norme giuridiche, impianti amministrativi e burocratici, tecnologie, controlli e pratiche di classificazione attraverso cui il confine viene prodotto, amministrato e reso operativo.

Regimi dei visti, liste dei paesi sicuri, videosorveglianza e strumenti di racial profiling concorrono a una nuova grammatica della sovranità, della mobilità migrante e dell’ospitalità. In altre parole, gli Stati europei non hanno eliminato le frontiere, ma le hanno semplicemente combinate con ulteriori diagrammi in un archetipo che attraversa istituzioni e contesti differenti senza, però, coincidere con una singola politica o con un progetto unitario.

In questa coniugazione, particolare rilievo assume la nozione di domopolitica introdotta da W. Walters: più che uno spazio del diritto all’asilo, per Anderlini si delinea un quadro nel quale lo Stato viene rappresentato come una casa, uno spazio domestico da proteggere e preservare “in una tattica che giustappone le parole calde di comunità, fiducia e cittadinanza alle parole associate al pericolo proveniente da un esterno caotico” (Connolly, 1995), popolato da “stranieri, clandestini, trafficanti, terroristi”, contro cui si rivolgono le tecnologie di frontiera sempre più orientate ad una gestione selettiva della mobilità.

L’obiettivo di tali dispositivi, i cui diagrammi si snodano nella “terminologia psicologica” della criminalità, della vulnerabilità e della minaccia, consiste nel “selezionare” l’ospite, distinguendo tra circolazioni “buone” e “cattive”, “il cui valore di scambio risulta direttamente connesso al movimento” (p. 119).

Nella sua duplice natura di apertura e chiusura, di pietà e sicurezza, l’ospitalità non si configura, per Anderlini, come ‘varco’ di casa, attraverso il quale sia indifferentemente possibile entrare e uscire, quanto piuttosto come ‘soglia’ – storicamente e strutturalmente – posta tra appartenenza ed estraneità. È su questa soglia, infatti, che si stabiliscono e continuamente si ridefiniscono le condizioni dell’ospitalità, nel rapporto, mai definitivo, tra chi ospita e chi è ospitato.

Ci sono “troppi stranieri”: italiani di fatto, ma ancora privi di pari diritti. È precisamente entro questo spazio di ospitalità e di appartenenza incompleta che si articolano i criteri di inclusione ed esclusione e prendono forma le lotte politiche volte a ridefinire e ampliare la soglia della cittadinanza.

Riferimenti

Bauman, Z. (2017). Times of interregnum, Polity Press.

Connolly, W. (1995) The ethos of pluralization. University of Minnesota Press, Minneapolis, MN.

Weizman, E. (2012). The least of all possible evils: Humanitarian violence from Arendt to Gaza.  London ; New York : Verso

  1. Jacopo Anderlini, sociologo, è Principal Investigator del progetto Debordering materiality along migration routes e ricercatore presso l’Università di Parma, dove ha co-fondato e coordina la Clinica Sociologico-Giuridica «Migrazioni e frontiere». Ha condotto ricerche etnografiche in Tunisia, negli hotspot di Pozzallo e Lampedusa, nelle zone agricole della Sicilia e al confine francoitaliano, studiando le trasformazioni del governo europeo delle migrazioni. Fa inoltre parte del Media Board del progetto ERC Advanced SOULROUTES e del Laboratorio di Sociologia Visuale dell’Università di Genova. È co-curatore di Borderland Italia (Deriveapprodi, 2022) e di Crocevia Mediterraneo (Elèuthera, 2023). ↩︎
  2. Appadurai, A. (1996), Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization, Minneapolis, University of Minnesota Press, p. 31. “L’immagine, l’immaginato, l’immaginario… l’immaginazione è divenuta un campo organizzato di pratiche sociali, una forma di lavoro (inteso sia come attività lavorativa sia come pratica culturalmente organizzata) e una forma di negoziazione tra luoghi di capacità d’azione (gli individui) e campi di possibilità definiti a livello globale. […] L’immaginazione è… la componente chiave del nuovo ordine globale” ↩︎