Va bene accoglierli, ma non tutti
A partire da alcune formule ricorrenti nel discorso pubblico contemporaneo –
dall’“invasione dello straniero” al “ce ne sono troppi. Va bene accogliere, ma
non tutti” – Jacopo Anderlini 1 costruisce in “Hostis. Il paradigma
dell’ospitalità” (Eleuthera, 2026) una genealogia dell’ospitalità volta a
interrogare le condizioni storiche, sociali e politiche attraverso cui la
presenza dello straniero viene definita, classificata e collocata nella società
ospitante.
Il principale contributo del sociologo è nel mettere in discussione una
concezione dell’ospitalità come semplice apertura verso l’altro. Essa emerge
piuttosto come una specifica ‘ragione’, per la quale dimensione culturale,
politica ed etica si intrecciano nella continua definizione dei confini tra chi
può stare “dentro” e chi deve rimanere “fuori”, articolando interrogativi
relativi alla cittadinanza, alla sovranità, alla mobilità, alla sicurezza e alla
costruzione dell’alterità.
L’analisi proposta da Anderlini consente di osservare come il significato
dell’ospitalità costituisca un “concetto in movimento” (p. 42), destinato a
trasformarsi parallelamente ai legami sociali. Questi ultimi, analizzati dal
linguista Benveniste nella loro “terminologia psicologica” (p. 32), riguardano
il vivere in società, le norme sociali e la dimensione sentimentale, che
trasformano la figura dell’ospite simmetricamente alle forme di organizzazione
della società e dello Stato, introducendo nuove forme di relazione fondate sulla
differenza di status ed, implicitamente, anche la possibilità dell’esclusione.
Notizie/A proposito di Accoglienza/Arti e cultura
«HOSTIS. IL PARADIGMA DELL’OSPITALITÀ»
Un libro di Jacopo Anderlini (Elèuthera, 2026)
28 Agosto 2026
Ambivalenza già inscritta nel suo studio etimologico del termine greco xenia,
nonché del latinohospes, nel quale confluiscono i significati di hostis e potis,
legati rispettivamente alla relazione con l’altro e alla dimensione del potere.
Con il passaggio dal genus al cives e l’ingresso nella polis, la dimensione
privata dell’ospitalità – come istituto sacro fondato sulla reciprocità, sul
dono e sull’obbligo – si sovrappone progressivamente a quella pubblica: la
distinzione tra civis/proxenos e straniero, “non cittadino”, rende evidente come
l’ospitalità implichi anche una collocazione spaziale e temporale dell’ospite
nell’ordine politico della comunità.
Tra XVII e XVIII secolo, questa logica si traduce sempre più esplicitamente
nelle pratiche di governo. La città diviene un laboratorio della popolazione nel
quale l’ospitare e l’escludere diventano declinazioni dell’azione politica.
Il vagabondo (e successivamente le comunità di fuga, dei maroons e dei pirati),
sottraendosi alle forme di appartenenza, stabilità e produttività richieste dal
nascente ordine mercantilista, viene strategicamente regolamentato.
Dal 1648, la mobilità viene incorporata nel passaporto; la sanità entra nei
dispositivi di governo e la categoria del rischio consente di ricondurre
l’incertezza entro “l’arrogante presunzione di controllabilità” (Z. Bauman,
2017): la compassione, attraverso la politica della pietà, “anziché fungere da
cerotto per la violenza” (E. Weizman; 2012), diviene una modalità di governance
capace di organizzare le condizioni entro cui protezione e controllo vengono
esercitati sul “popolo degli infelici”, al limite dell’umanitario e del
securitario.
Il moral urbanism rende così visibili, classificabili e amministrabili soggetti
e comportamenti ‘altri’ in un continuumdi pratiche che fanno dell’ospitalità un
dispositivo inserito in una estesa razionalità di governo congiunta ad un
governo differenziale della mobilità.
* La scheda del libro
* Leggi l’estratto
Se, ai primi sviluppi della dimensione urbana, il ‘buon ordine’ era affidato in
larga misura alla polizia, è con il ‘popolo’ che esso viene progressivamente
affiancato da una molteplicità di istituzioni nazionali attraverso cui vengono
individuate, classificate e amministrate le “classi pericolose”, fondamento
morale delle politiche attivate.
“The image, the imagined, the imaginary […] the imagination has become an
organized field of social practices, a form of work (in the sense of both labor
and culturally organized practice), and a form of negotiation between sites of
agency (individuals) and globally 2 defined fields of possibility. […] The
imagination is […] the key component of the new global order ”.
Lo spazio Schengen costituisce, in questa prospettiva, un ulteriore passaggio.
Seguendo logiche “legittimate dalla logica dell’ospitalità e dal registro morale
da questa convocato” (p. 89), esso non elimina i confini, ma elabora nuove
procedure confinarie (p. 101), un assemblage (p. 91) di norme giuridiche,
impianti amministrativi e burocratici, tecnologie, controlli e pratiche di
classificazione attraverso cui il confine viene prodotto, amministrato e reso
operativo.
Regimi dei visti, liste dei paesi sicuri, videosorveglianza e strumenti di
racial profiling concorrono a una nuova grammatica della sovranità, della
mobilità migrante e dell’ospitalità. In altre parole, gli Stati europei non
hanno eliminato le frontiere, ma le hanno semplicemente combinate con ulteriori
diagrammi in un archetipo che attraversa istituzioni e contesti differenti
senza, però, coincidere con una singola politica o con un progetto unitario.
In questa coniugazione, particolare rilievo assume la nozione di domopolitica
introdotta da W. Walters: più che uno spazio del diritto all’asilo, per
Anderlini si delinea un quadro nel quale lo Stato viene rappresentato come una
casa, uno spazio domestico da proteggere e preservare “in una tattica che
giustappone le parole calde di comunità, fiducia e cittadinanza alle parole
associate al pericolo proveniente da un esterno caotico” (Connolly, 1995),
popolato da “stranieri, clandestini, trafficanti, terroristi”, contro cui si
rivolgono le tecnologie di frontiera sempre più orientate ad una gestione
selettiva della mobilità.
L’obiettivo di tali dispositivi, i cui diagrammi si snodano nella “terminologia
psicologica” della criminalità, della vulnerabilità e della minaccia, consiste
nel “selezionare” l’ospite, distinguendo tra circolazioni “buone” e “cattive”,
“il cui valore di scambio risulta direttamente connesso al movimento” (p. 119).
Nella sua duplice natura di apertura e chiusura, di pietà e sicurezza,
l’ospitalità non si configura, per Anderlini, come ‘varco’ di casa, attraverso
il quale sia indifferentemente possibile entrare e uscire, quanto piuttosto come
‘soglia’ – storicamente e strutturalmente – posta tra appartenenza ed
estraneità. È su questa soglia, infatti, che si stabiliscono e continuamente si
ridefiniscono le condizioni dell’ospitalità, nel rapporto, mai definitivo, tra
chi ospita e chi è ospitato.
Ci sono “troppi stranieri”: italiani di fatto, ma ancora privi di pari diritti.
È precisamente entro questo spazio di ospitalità e di appartenenza incompleta
che si articolano i criteri di inclusione ed esclusione e prendono forma le
lotte politiche volte a ridefinire e ampliare la soglia della cittadinanza.
RIFERIMENTI
Bauman, Z. (2017). Times of interregnum, Polity Press.
Connolly, W. (1995) The ethos of pluralization. University of Minnesota Press,
Minneapolis, MN.
Weizman, E. (2012). The least of all possible evils: Humanitarian violence from
Arendt to Gaza. London ; New York : Verso
1. Jacopo Anderlini, sociologo, è Principal Investigator del progetto
Debordering materiality along migration routes e ricercatore presso
l’Università di Parma, dove ha co-fondato e coordina la Clinica
Sociologico-Giuridica «Migrazioni e frontiere». Ha condotto ricerche
etnografiche in Tunisia, negli hotspot di Pozzallo e Lampedusa, nelle zone
agricole della Sicilia e al confine francoitaliano, studiando le
trasformazioni del governo europeo delle migrazioni. Fa inoltre parte del
Media Board del progetto ERC Advanced SOULROUTES e del Laboratorio di
Sociologia Visuale dell’Università di Genova. È co-curatore di Borderland
Italia (Deriveapprodi, 2022) e di Crocevia Mediterraneo (Elèuthera, 2023).
↩︎
2. Appadurai, A. (1996), Modernity at Large: Cultural Dimensions of
Globalization, Minneapolis, University of Minnesota Press, p. 31.
“L’immagine, l’immaginato, l’immaginario… l’immaginazione è divenuta un
campo organizzato di pratiche sociali, una forma di lavoro (inteso sia come
attività lavorativa sia come pratica culturalmente organizzata) e una forma
di negoziazione tra luoghi di capacità d’azione (gli individui) e campi di
possibilità definiti a livello globale. […] L’immaginazione è… la componente
chiave del nuovo ordine globale” ↩︎